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Generare rivolta: la formazione della classe operaia nell’India neoliberista Donomayoora Il modello neoliberista imposto da Narendra Modi, fondato sul neoliberismo, sulla deregolamentazione e sulla privatizzazione dell’economia, ha inevitabilmente prodotto una società più ingiusta, più povera e più diseguale. Gli scioperi e le lotte operaie di marzo e aprile scorso, nella regione di Delhi, si inseriscono nel contesto dello sciopero generale del 12 febbraio indetto dalla Joint Platform of Central Trade Unions e, soprattutto mettono in evidenza come gli squilibri del capitalismo globale si trovino ad affrontare un’ondata, graduale ma inevitabile, di lotte incentrate sulle condizioni di lavoro, sulla produzione, la distribuzione e l’espropriazione del reddito e della ricchezza e, inoltre, contro gli attuali modelli di riproduzione sociale. Ad aprile un’ondata di scioperi si è diffusa nella Regione della Capitale Nazionale, intorno a Delhi. Le proteste sono iniziate a Manesar, nello Stato dell’Haryana, si sono estese a Noida, una città dell’Uttar Pradesh a 100 chilometri di distanza, e si sono immediatamente diffuse in città più lontane come Bhiwadi, Faridabad, Neemrana, Rudrapur e oltre. In meno di un mese, le valutazioni effettuate sul campo hanno registrato scioperi in oltre centocinquanta centri produttivi situati in cinque stati. La Regione della Capitale Nazionale è una delle zone più densamente industrializzate al mondo, una costellazione di poli industriali pianificati sorti a grande velocità in seguito alla liberalizzazione economica degli anni ’90. La regione si estende a partire da Delhi, il suo nucleo, attraverso vari Stati adiacenti – Haryana, Uttar Pradesh e Rajasthan, tutti governati dal Partito Popolare Indiano (BJP) – in cui sono impiegati vari milioni di lavoratori e lavoratrici nella produzione di automobili, prodotti elettronici, abbigliamento e beni di consumo. Il malcontento si è accumulato per anni. I salari sono stati tenuti bassi dalla concorrenza tra i vari stati per attirare investimenti nel settore industriale, mentre il salario minimo è stato congelato dal 2016. L’inflazione ha gravemente eroso il potere d’acquisto. Ma la sindacalizzazione rimane quasi impossibile, a causa del tipo di contratti di lavoro e della frammentazione delle catene di approvvigionamento. Per questo motivo, fino a poco tempo fa, la resistenza dei lavoratori di fronte a queste condizioni è stata principalmente individuale e informale: rallentamenti del ritmo di lavoro, assenze per malattia o rifiuto di fare straordinari. In casi estremi, i lavoratori salgono su un autobus per tornare al proprio paese e non tornano più al lavoro; il tasso di turnover nelle fabbriche della Regione della Capitale Nazionale è talmente alto che i dirigenti aziendali lo considerano un costo intrinseco al funzionamento dell’azienda. Prendiamo ad esempio Manesar, la città dove sono iniziati gli scioperi. La cintura industriale di Gurgaon-Manesar, situata a sud-ovest di Nuova Delhi, si è sviluppata attorno alla Maruti Suzuki, il principale produttore automobilistico indiano, insediatosi in questa zona all’inizio degli anni ’80 come joint venture tra il governo indiano e l’azienda giapponese. Il programma di produzione attuato dal governo indiano ha trasformato questa zona in uno dei principali centri di produzione automobilistica dell’India. Il solo «villaggio industriale modello» di Manesar conta 2.200 stabilimenti, che nel 2023 impiegavano circa 300.000 lavoratori. Il lavoratore a contratto medio di uno stabilimento di componenti automobilistici svolge turni di dodici ore al giorno, guadagna 600 rupie (circa 6 dollari) al giorno, non firma alcun contratto scritto, non dispone di alcun meccanismo formale di reclamo e il suo impiego è soggetto a rinnovo ogni trenta giorni, che il datore di lavoro può anche decidere di non rispettare. Il pagamento degli straordinari viene raramente calcolato in modo corretto e le trattenute per «danni» sono comuni e arbitrarie. Un’indagine condotta dal Migrant Worker Solidarity Network ha rivelato che oltre il 60% dei lavoratori della cintura industriale di Manesar non ha mai ricevuto una busta paga. A Noida, un distretto industriale situato a sud-est di Nuova Delhi specializzato nel settore dell’abbigliamento e dell’elettronica, la produzione è distribuita tra migliaia di fabbriche collegate tramite appaltatori e subappaltatori. I lavoratori subiscono quotidianamente veri e propri «furti» del salario sotto forma di detrazioni illegali e licenziamenti arbitrari. Lo status di apprendista, limitato per legge a due anni, è sistematicamente utilizzato per negare ai lavoratori le prestazioni spettanti ai dipendenti a tempo indeterminato e salari commisurati alle loro competenze. I lavoratori sopportano condizioni di sfruttamento e illegalità, perché il rischio di licenziamento è uno di quelli che la maggior parte di loro non può permettersi di correre. Un lavoratore a contratto senza risparmi, senza previdenza sociale e con una famiglia che dipende dalle rimesse mensili inviate al proprio paese d’origine, non può permettersi una perdita di reddito. E in tutta la Regione della Capitale Nazionale, il licenziamento è stata la risposta abituale a qualsiasi forma di resistenza. Essere inseriti in una lista nera in un distretto in cui tutte le fabbriche condividono appaltatori e supervisori significherebbe non poter più trovare lavoro. Un altro fattore che ha frenato l’azione collettiva è rappresentato dalle diverse condizioni dei lavoratori. Un lavoratore a tempo indeterminato ha priorità diverse rispetto a un lavoratore con contratto di trenta giorni, che può essere licenziato senza preavviso. Le rivendicazioni di un apprendista differiscono da quelle di un lavoratore a cottimo, il cui reddito mensile può variare in modo imprevedibile. Tuttavia, i meccanismi istituzionali necessari per superare tali differenze sono stati ulteriormente limitati dai nuovi Codici del Lavoro entrati in vigore nel novembre 2025. Queste riforme hanno consolidato il percorso di liberalizzazione del mercato del lavoro facilitando i licenziamenti di massa, semplificando la normativa vigente e snellendo le procedure, nonché subordinando il riconoscimento sindacale al raggiungimento del 51% di affiliazione, una soglia praticamente irraggiungibile nelle aziende interessate, e introducendo requisiti procedurali che rendono notevolmente più difficile l’organizzazione di scioperi legali. Tuttavia, nei primi tre mesi di quest’anno si sono registrati segnali che indicavano come la resistenza di massa dei lavoratori stesse comunque crescendo: sono state documentate almeno ventotto importanti azioni sindacali. Tra queste figura lo sciopero presso la raffineria dell’Indian Oil a Panipat, nello Stato dell’Haryana: 30.000 lavoratori hanno interrotto la produzione per sei giorni, mentre le forze di sicurezza sparavano per disperdere la folla. Si sono svolte azioni anche presso l’ArcelorMittal Nippon Steel a Surat, presso l’Adani Power (Singrauli) e negli stabilimenti dell’UltraTech Cement in quattro Stati. Non si è trattato di azioni coordinate, ma in realtà di reazioni comuni alle stesse pressioni strutturali. Perché queste rivendicazioni di lunga data sono sfociate improvvisamente in azioni sindacali? I nuovi Codici del Lavoro hanno avuto un ruolo fondamentale nel contesto politico soprattutto per la delusione che hanno provocato: in primo luogo, perché molti lavoratori si aspettavano aumenti salariali o una maggiore sicurezza sul lavoro e, in secondo luogo, perché i Codici sono stati ampiamente pubblicizzati, anche tramite cartelloni pubblicitari commissionati dal governo indiano e installati lungo il corridoio industriale che li presentavano come il risultato di importanti riforme. Ad aprile si sono aggiunti altri due fattori che, insieme, hanno alterato in modo decisivo le aspettative dei lavoratori. Il primo è stato l’aumento del costo della vita. L’India importa la maggior parte del proprio petrolio greggio e lo scoppio della guerra in Medio Oriente e nel Golfo Persico ha provocato un vertiginoso aumento dei prezzi del carburante e del gas da cucina, divorando quel poco che restava degli stipendi dei lavoratori dopo aver pagato l’affitto. Per i lavoratori che guadagnavano circa 10.000 rupie al mese (3,80 dollari al giorno al netto delle trattenute), il prezzo di una bombola di gas da cucina è diventato una questione di sopravvivenza. Il secondo è stato un fattore scatenante immediato: il 9 aprile il governo dello Stato dell’Haryana, sotto la pressione di settimane di continui disordini sindacali a Manesar, ha annunciato un aumento del 35% del salario minimo per i lavoratori non qualificati, che è passato da 11.274 rupie (119 dollari) a 15.220 rupie (161 dollari) al mese. Per i lavoratori di Noida, che percepivano una retribuzione inferiore per un lavoro identico svolto nelle stesse multinazionali, l’annuncio ha scatenato indignazione e la speranza di poter costringere anche il governo dell’Uttar Pradesh a cedere. La catena di approvvigionamento è diventata il circuito attraverso cui si diffondevano le notizie degli scioperi. Quando i lavoratori del settore dell’abbigliamento della Richa Global a Manesar hanno indetto uno sciopero e sono stati attaccati dalla polizia, i lavoratori della Richa Global a Noida hanno indetto uno sciopero in risposta all’aggressione. I lavoratori della Motherson, uno dei maggiori produttori di componenti automobilistici dell’India, hanno visto gli scioperi estendersi da Noida a Faridabad, Lucknow, Haldwani e Bhiwadi, avanzando lungo la catena di produzione. Il 14 aprile oltre 42.000 lavoratori erano scesi in piazza in 83 località. La mobilitazione si è diffusa orizzontalmente attraverso colloqui davanti ai cancelli delle fabbriche, reti migratorie e solidarietà di casta e regionali, che uniscono i lavoratori ai loro villaggi d’origine. Anche i social media sono stati fondamentali. I lavoratori migranti del Bihar e dell’Uttar Pradesh orientale hanno creato una cultura parallela di solidarietà su Instagram, dove si potevano vedere immagini dei lavoratori dell’Indian Oil a Panipat che lanciavano pietre contro le forze paramilitari. La diffusione di quelle immagini ha contribuito a far sì che la classe lavoratrice si riconoscesse al di là dei confini geografici e settoriali. La reazione dello Stato ha riproposto un precedente brutale. Nel 2011-2012 i lavoratori dello stabilimento Maruti Suzuki di Manesar avevano condotto una campagna per il diritto di costituire un sindacato indipendente. A seguito di un violento scontro nel luglio 2012, 546 lavoratori a tempo indeterminato e 1800 a tempo determinato sono stati licenziati con procedure illegali. Più di 147 sono stati incarcerati. Tredici leader dello sciopero sono stati condannati all’ergastolo sulla base di quelle che un rapporto pubblicato dalla People's Union for Democratic Rights ha definito prove falsificate. La repressione e la criminalizzazione degli scioperi hanno contribuito all’indebolimento dell’infrastruttura organizzativa della regione. Quest’anno, lo Stato e la polizia hanno tentato di criminalizzare gli scioperanti in modo analogo. Hanno affermato che le azioni sindacali fossero state orchestrate da agitatori esterni e le hanno definite «cospirazioni su WhatsApp»; quando tali accuse non hanno retto, hanno addotto legami con il Pakistan, il Naxalismo [movimento di guerriglia di ispirazione maoista], qualsiasi cosa potesse distogliere l’attenzione dalla questione in oggetto: le condizioni di lavoro e i salari. A Manesar si sono verificati arresti di massa di centinaia di lavoratori, oltre a persecuzioni contro organizzatori e attivisti. Membri dell’organizzazione sindacale Inquilabi Mazdoor Kendra sono stati arrestati insieme ai lavoratori dello stabilimento di componenti automobilistici Bellsonica; tutti sono stati bollati come cospiratori e incarcerati. A Noida sono stati arrestati migliaia di lavoratori. Sono stati perseguitati anche coloro che sostenevano gli scioperi, tra cui un ingegnere informatico, che aveva pubblicato un video in cui esortava i lavoratori a protestare pacificamente, e un giornalista veterano, che non metteva piede in città da dodici anni. Successivamente è stata invocata la Legge sulla Sicurezza Nazionale, che consente la detenzione «preventiva» senza accuse né processo. Centinaia di lavoratori sono ancora in carcere con l’accusa di tentato omicidio. Sono stati documentati casi di tortura durante la detenzione. A giugno la produzione era ripresa in tutta la regione, anche se molti di coloro che erano fuggiti in seguito agli arresti non sono potuti tornare al lavoro. Ciononostante, il movimento ha ottenuto un’importante concessione immediata: pochi giorni dopo la mobilitazione, sia l’Haryana che l’Uttar Pradesh hanno rivisto il salario minimo. Tuttavia, i progressi si sono rivelati disomogenei. Molti imprenditori non hanno ancora applicato le tariffe riviste, sono proseguite le ritorsioni attraverso il mancato rinnovo dei contratti e centinaia di lavoratori sono ancora in carcere mentre continuano i procedimenti penali contro organizzatori e attivisti. Sebbene gli scioperi possono non aver trasformato il regime lavorativo che li ha provocati, hanno comunque messo in luce una contraddizione fondamentale del modello economico indiano. Nell’ultimo decennio, il governo di Modi ha posto il settore industriale al centro della propria strategia di crescita, trasformando le fabbriche, le reti logistiche e le vaste catene di approvvigionamento del corridoio industriale Delhi-Regione della Capitale Nazionale nel fiore all’occhiello del Paese, promosse come prova dell’ascesa dell’India a potenza industriale mondiale. Questo slancio industriale ha fatto affidamento su un regime lavorativo «flessibile» caratterizzato da profonda precarietà, salari stagnanti e crescente frustrazione diffusa tra i lavoratori e le lavoratrici, che le leggi anti-lavoratori non possono reprimere all’infinito, come hanno chiaramente dimostrato gli scioperi della scorsa primavera. Che questi si rivelino un punto di svolta dipenderà dall’infrastruttura organizzativa che verrà costruita sulla loro onda. Testi consigliati Radhika Desai, La India de Modi: ¿El punto álgido de la hindutva?, «Diario Red/NLR» 147 Pranab Bardhan, La “nueva" India: Un diagnóstico económico-político, «NLR» 136 Achain Vanaik,, Las dos hegemonías de la India, «NLR» 112. Rashi Agarwal è Senior Research Associate presso il dipartimento di Transizioni Energetiche del think tank accademico Sustainable Futures Collaborative. Il suo lavoro si concentra sulla transizione energetica equa e sulla governance energetica in India. Si interessa inoltre di uguaglianza di genere e inclusione sociale, gestione delle risorse naturali e politica climatica internazionale. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review», rivista bimestrale di teoria e politica edita a Madrid da Traficantes de Sueños. Traduzione di Mauro Trotta
- preprint/reprint
Chi ha paura dell’antifascismo? Solidarietà totale al collettivo Autistici/Inventati Non sono trascorsi che pochi giorni da uno degli eventi di censura e aggressione Usa più ingiustificabili e vessatori degli ultimi anni, contro un collettivo italiano – Autistici/Inventati – che da venticinque anni offre infrastrutture web libere, rispettose della privacy e non commerciali a gruppi, centri culturali, artisti, associazioni, scrittori, centri sociali e singoli. Nelle piattaforme noblogs.org e in altri servizi di rete gestiti da A/I sono presenti molte realtà antifasciste, antisessiste e antirazziste, e proprio questa specificità è chiaramente alla base dell’azione repressiva, mascherata da «lotta al terrorismo» (ma anche specificamente condotta dall’amministrazione Trump contro chiunque operi sotto il segno «antifa»). Ad appena 24 ore dalle sanzioni dirette ad A/I, già diverse strutture si sono trovate di fronte a difficoltà di connessione; senza neanche avere il tempo di effettuare backup. La censura statunitense infatti non mira tanto a bloccare direttamente server e singoli siti, ma a minacciare e condannare un intero ecosistema di rete, aggredendo in linea di massima (con un ban simile a quello messo in atto contro la relatrice Onu Francesca Albanese) chiunque presti interfacce di pagamento dirette ad A/I, in tal modo creando timori e vuoto attorno al collettivo. La vicenda può essere ricostruita nei dettagli ascoltando le trasmissioni che Radio Onda Rossa e Radio Onda d’Urto le hanno dedicato (altri link qui): https://www.ondarossa.info/newsredazione/2026/08/ai-nella-lista-organizzazioni https://www.radiondadurto.org/2026/08/27/autistici-inventati-nella-lista-statunitense-dei-terroristi-globali-se-non-fosse-grave-e-seria-la-situazione-si-potrebbe-fare-una-bella-risata-intervista-al-collettivo-digitale/ https://www.ondarossa.info/newstrasmissioni/ponte-radio/2026/08/sulle-sanzioni-ad-autisticiinventati La redazione di ahida, unendosi alle varie mobilitazioni che la vicenda ha già attivato, dà la sua solidarietà totale ad Autistici/Inventati (e alle varie altre vittime della caccia alle streghe, tra cui Palestine Action e Masar Badil), e sollecita tutti i lettori a diffondere la notizia di quanto accaduto e prendere parola. È indispensabile sostenere una posizione frontale contro un attacco che, sotto il pretesto di condannare singole realtà politiche statunitensi, in pratica mira a cancellare una intera (e indispensabile) piattaforma, le cui caratteristiche semplicemente non garbano all’amministrazione dell’Impero. È in pericolo il contesto globale dei servizi liberi della rete: la battaglia per A/I è allo stesso tempo una battaglia per la semplice e inalienabile facoltà di rendersi indipendenti dalle grandi aziende fornitrici e distributrici di servizi generalisti e proprietari. Servizi che inevitabilmente, in un contesto mondiale di repressione, è alla repressione che inclinano. Ci vuole una pressione molto energica per interrompere anzi ribaltare questa inclinazione. Qui la dichiarazione di A/I in risposta alle sanzioni del governo Usa:https://cavallette.noblogs.org/2026/08/10076 Qui la ricostruzione dettagliata da parte del collettivo A/I: https://www.inventati.org/campaign/press
- graphic journalism
Nephop. Nepal in fiamme Il NepHop è diventato la bandiera della rivolta della Generazione Z nepalese contro il corrotto potere. Dopo furiosi scontri è riuscita a cacciare il premier Oli e la sua cricca ed ha assunto la guida del Paese. Oggi deve affrontare un terribile disastro ambientale.
- konnektor
La formazione della classe operaia in Cina (3/3) Arrigo Lora Totino, Macchine celibi, 2007 Riforma agraria Nel 1949 la Repubblica Popolare Cinese era tuttavia determinata a unire la rivoluzione industriale alla rivoluzione comunista, proprio come aveva fatto l’Unione Sovietica. Per fornire al lavoratore socialista urbano il sostegno di cui aveva bisogno, la campagna cinese avrebbe dovuto diventare una fonte di risorse per lo sviluppo industriale. La Repubblica Popolare Cinese adottò un modello in due fasi per trasformare i contadini e il loro rapporto con la terra. Il primo passo fu la riforma agraria, ovvero la ridistribuzione di quasi la metà dei terreni agricoli esistenti, insieme agli animali da tiro e ai relativi attrezzi agricoli; ciò servì sia a spezzare il potere dei grandi proprietari terrieri, che avevano opposto resistenza al regime, sia a ricompensare i contadini per la loro lealtà in quanto alleati rivoluzionari. Il passo successivo fu la collettivizzazione della produzione agricola, che avrebbe contribuito a superare l’attaccamento «feudale» dei contadini ai propri appezzamenti individuali e, al contempo, avrebbe consentito allo Stato di attingere alle risorse rurali in modo più efficace. I cosiddetti contadini cinesi non erano servi feudali, come abbiamo visto, e secondo gli standard storici le proprietà di molti dei grandi proprietari terrieri interessati dalla riforma agraria erano di dimensioni medie o piccole. Tuttavia, il modello generale di distribuzione della terra era indubbiamente molto diseguale. Anche il governo nazionalista lo aveva riconosciuto e aveva cercato di porvi rimedio, così come molti altri fondatori delle varie dinastie, ma con scarso successo. Il PCC, tuttavia, poteva contare su una vasta esperienza su cui basarsi, poiché aveva iniziato a ridistribuire la terra nelle basi di guerriglia che aveva istituito durante la Lunga Marcia nelle zone sotto il suo controllo, note collettivamente come Repubblica Sovietica Cinese. Dopo la sua costituzione ufficiale, la Repubblica Popolare Cinese fu governata principalmente tramite decreti e regolamenti amministrativi; è quindi significativo che affrontasse la ridistribuzione della terra come un progetto legislativo. All’inizio del 1950 il governo cinese promulgò due leggi importanti: la Legge sulla Riforma Agraria e la Legge sul Matrimonio. (A parte le leggi organiche che stabilivano le strutture dello Stato, non furono approvate altre leggi importanti fino all’inizio dell’era delle riforme nel 1978). Come abbiamo visto, la Legge sul Matrimonio mirava a trasformare le strutture sociali «feudali» della Cina. Di conseguenza, la Legge sulla Riforma Agraria si concentrò sui suoi fondamenti economici «feudali». Rispetto alla violenza brusca ed esplosiva che accompagnò la collettivizzazione della terra nell’Unione Sovietica, la riforma agraria cinese fu notevolmente meno spietata, sebbene lasciasse comunque ampio margine ai contadini per vendicarsi dei loro ex proprietari terrieri, specialmente nelle sue prime fasi, prima del 1949. Da un lato, la Repubblica Popolare Cinese seguì uno schema unico di riscatto delle terre, a differenza della pratica sovietica della semplice confisca. Per stabilire cosa distribuire, da chi e a chi, era necessario distinguere tra le diverse classi sociali presenti nelle campagne. Identificare i braccianti senza terra era semplice. A loro volta, i contadini si dividevano in ricchi, medi e poveri, a seconda del grado in cui dipendevano dallo sfruttamento del lavoro salariato per coltivare le proprie terre. I metodi politici e amministrativi utilizzati per determinare queste categorie erano ben lungi dall’essere precisi e furono oggetto di controversia sin da quando furono impiegati per la prima volta nelle basi rivoluzionarie. Tuttavia, nel complesso, il processo era diretto principalmente contro i grandi proprietari terrieri, a differenza della politica esplicita dell’Unione Sovietica di «dekulakizzazione», che eliminava non solo i grandi proprietari terrieri, ma anche i contadini benestanti (kulaki). Al termine del processo, ogni nucleo familiare ricevette la propria assegnazione individuale di terra, il che diede origine a un settore agricolo privato nel Paese, separato e distinto dall’economia urbana statale. Da una prospettiva storica, la riforma agraria non fu tanto una trasformazione rivoluzionaria quanto un ritorno a un modello tradizionale di piccole aziende agricole. Ma questo fu solo il primo passo. Riscuotere le imposte da oltre cento milioni di nuclei familiari superava semplicemente la capacità amministrativa dello Stato. Pertanto, il passo successivo fu quello di collettivizzare le proprietà private dei contadini e sottoporle a un controllo più diretto. Tuttavia, sottostare a un simile piano non era ciò che avevano in mente i contadini appena emancipati. Preferivano coltivare le loro terre per soddisfare i bisogni delle loro famiglie, non quelli dello Stato, e certamente non desideravano sovvenzionare l’esistenza privilegiata dei lavoratori industriali. Per non inimicarsi la propria base rurale, il Partito procedette inizialmente con cautela, incoraggiando la formazione di cooperative contadine di basso livello. Secondo Marx, le cooperative erano una forma giuridica potenzialmente utile nella transizione verso il socialismo. Nella misura in cui sono gestite dagli stessi lavoratori, eliminano l’opposizione tra lavoro e capitale, anche se i lavoratori diventano per un certo periodo «i propri capitalisti», come affermava Marx [1] . Allo stesso tempo, servivano all’obiettivo ideologico di evitare la polarizzazione dei redditi tra le famiglie contadine. Nella fase successiva, la Repubblica Popolare Cinese iniziò a riunire contrattualmente le piccole cooperative in collettivi di dimensioni maggiori in cui la proprietà privata veniva completamente abolita, con la terra e gli attrezzi agricoli che diventavano di proprietà collettiva. Proprietà contadina È importante sottolineare che la Repubblica Popolare Cinese non ha mai nazionalizzato i terreni rurali, che sono rimasti legalmente di proprietà dei contadini; ciò ha rappresentato una concessione ideologica nei loro confronti e ha reso la Cina un caso atipico tra gli Stati socialisti, non essendo mai stata oggetto della stessa aperta ostilità riservata ai suoi omologhi russi. Scott Newton definisce il processo straordinariamente coercitivo della collettivizzazione sovietica come «la trasformazione dei contadini in servi dello Stato» [2] . Tuttavia, sebbene la collettivizzazione cinese fosse più indulgente, fu attuata con lo stesso obiettivo: l’accumulazione originaria socialista. Lo Stato riuscì a sottrarre una quota sempre maggiore del surplus agricolo, principalmente attraverso «acquisti» obbligatori di tutto il grano che superava il livello di sussistenza a prezzi fissati dallo Stato. Nonostante la concessione ideologica della proprietà collettiva, dato che i contadini lavoravano la propria terra per se stessi, in Cina lo Stato divenne, nella pratica, anche il loro nuovo proprietario terriero. Col tempo, le quote di grano divennero sempre più draconiane, fino a raggiungere livelli letali durante il Grande Balzo in Avanti. Ciò che rendeva questo regime ancora più ingiusto era il fatto che i privilegi della forza lavoro urbana non solo fossero finanziati con risorse rurali, ma fossero anche riservati esclusivamente ai cittadini urbani. Lo Stato cinese non ha mai istituito un sistema di welfare universale basato sulla cittadinanza. Solo i cittadini urbani che lavoravano nelle imprese pubbliche godevano del pieno accesso ai privilegi forniti dallo Stato. Una volta completata la collettivizzazione dell’agricoltura, ogni comune rurale era responsabile del benessere dei propri membri. In circostanze estreme, come i cattivi raccolti, ciò poteva significare la carestia, a meno che non intervenisse il governo centrale. (Fino a un terzo dei cereali acquistati dallo Stato veniva rivenduto nelle campagne a prezzi sovvenzionati per alleviare il rischio di carestia) [3] . In ultima analisi, questa disparità era giustificata dall’esclusiva distinzione giuridica che la Repubblica Popolare Cinese operava tra territorio rurale e territorio urbano. Una collettività agricola non solo viveva della terra che coltivava, ma ne era anche proprietaria legale. Sebbene la campagna sovvenzionasse l’economia urbana attraverso prelievi coercitivi, non entrò mai a far parte ufficialmente dell’economia pianificata, che era limitata agli enti pubblici. Al di là della logica ufficiale delle strutture corporative dello Stato, i contadini erano responsabili di se stessi, mentre si riconosceva che i lavoratori urbani dipendevano totalmente dallo Stato e, pertanto, avevano bisogno e diritto di ricevere il suo sostegno. Sebbene la riforma agraria avesse comportato un ritorno alla norma storica della piccola proprietà, la collettivizzazione dell’agricoltura fu rivoluzionaria. Per trovare un precedente storico, dobbiamo risalire alla dinastia Zhou (1046-256 a.C.), nelle nebbie del periodo feudale precedente all’instaurazione di un impero centralizzato, «feudale» non nel senso ideologico socialista, ma in uno più radicato nella storia. Il cosiddetto «sistema del campo delle fonti», promosso alla fine della dinastia Zhou dal pensatore confuciano Mencio – il cui prestigio è secondo solo a quello del Maestro stesso – prevedeva un sistema di proprietà comunale della terra in cui ogni campo era suddiviso in otto appezzamenti quadrati tra otto famiglie e disposti attorno a un nono appezzamento al centro. (Il sistema era chiamato «campo delle fonti», perché il carattere cinese che indica la fonte 井 assomiglia molto alla divisione in nove parti del terreno prevista dal sistema). Sebbene ogni famiglia coltivasse il proprio appezzamento, tutte erano collettivamente responsabili dell’appezzamento centrale a beneficio del signore. Il fatto che si debba risalire alla dinastia Zhou per trovare un precedente è istruttivo, poiché suggerisce che la collettivizzazione della Cina fosse, in un certo senso, più simile a una rifeudalizzazione delle campagne che a una defeudalizzazione. Nella misura in cui una collettività rurale si basava sulla coltivazione comune, essa costituiva una sorta di comune socialista, non molto diversa da una feudale, formato da numerosi agricoltori che agivano in collaborazione. È vero che si trattava di un feudalesimo al contrario. Proprio come i loro omologhi feudali, i contadini socialisti erano classificati in base a diverse categorie di status, ma in questo caso gli ex proprietari terrieri occupavano gli ultimi posti e i contadini più poveri quelli iniziali. Ciò che era veramente feudale era il fatto che le etichette di classe venivano assegnate alle famiglie, non agli individui, e si ereditavano per via patrilineare, diventando così «qualcosa di più simile agli ordini sociali dell’ancien régime francese», secondo la caratterizzazione di Lucien Bianco [4]. In effetti, le categorie dell’analisi economica strutturale si trasformarono in indicatori di status quasi feudali assegnati a individui concreti. Considerata dalla prospettiva opposta, tuttavia, la collettivizzazione può anche essere vista come il raggiungimento di ciò che i proprietari terrieri cinesi, a differenza dei loro omologhi inglesi, non riuscirono mai a fare: consolidare proprietà frammentate in unità di dimensioni maggiori, il che permise di coltivarle in modo più efficiente sotto un unico proprietario, in questo caso lo Stato cinese. L’analogia che preferiamo dipende in parte da chi consideriamo il «vero» proprietario. Se riteniamo che il collettivo sia il vero proprietario dei propri beni, come lo era dal punto di vista giuridico, allora ci troviamo di fronte a un patrimonio comune socialista con un insieme di gerarchie quasi feudali. D’altra parte, se scegliamo di considerare lo Stato come il vero proprietario, tralasciando le sottigliezze giuridiche, potremmo paragonarlo a un latifondista capitalista successivo al processo di recinzione, che è riuscito a consolidare proprietà frammentate in altre più grandi, con l’importante precisazione che in questo caso il consolidamento serve a promuovere l’accumulazione originaria socialista. Tuttavia, anche se consideriamo lo Stato come il vero proprietario, la sua proprietà conserva anch’essa un carattere feudale. Proprio come il proprietario terriero capitalista inglese, lo Stato ha effettivamente creato una recinzione consolidata, ma a differenza del suo omologo capitalista, lo ha fatto senza spogliare i contadini. Infatti, lo Stato non paga i contadini per il loro lavoro, come farebbe un proprietario terriero capitalista. Al contrario, i contadini consegnano allo Stato tutto ciò che producono al di là del proprio fabbisogno di sussistenza. In questo senso, lo Stato assomiglia più a un signore che esige tributi che a un proprietario terriero che riscuote un canone fisso. Il fatto che si possa paragonare la collettività agricola sia ai beni comuni feudali europei sia alle enclosures che li hanno sostituiti suggerisce il carattere parziale dell’analogia. Allo stesso modo, l’impossibilità di determinare chi fosse il «vero» proprietario della collettività ne indica la natura ambigua. In un certo senso, assomigliava senza dubbio a un bene comune socialista, basato sulle norme comunitarie – sebbene non necessariamente egualitarie – della vita rurale cinese; tuttavia, nella misura in cui lo Stato interveniva incessantemente nell’autonomia della collettività e le imponeva ciò che riteneva dovuto a proprio piacimento, i suoi membri assomigliavano a servi dello Stato. Guerra contro la natura Nel 1958 la collettivizzazione rurale era giunta al termine. Mao annunciò che la Cina avrebbe superato la Gran Bretagna nella produzione di acciaio entro quindici anni e avrebbe raggiunto gli Stati Uniti entro venti, gettando così le basi per il Grande Balzo in Avanti, la disastrosa campagna che produsse altissime montagne di rottami inutili e portò a una delle peggiori carestie della storia. Nell’ambito della campagna, il presidente Mao riorganizzò il settore pubblico, che inizialmente si basava sul modello sovietico altamente centralizzato. Il controllo di un numero sempre maggiore di imprese pubbliche fu trasferito dai ministeri centrali ai governi provinciali affinché potessero rispondere meglio alle condizioni locali. Ma mentre l’economia urbana veniva decentralizzata, quella agricola si consolidava ulteriormente. Allo stesso tempo, si dichiarò che la produzione di acciaio era un compito di tutti e si chiamarono i contadini a svolgere lavori industriali. In campagna ciò significò trasformare le cooperative in comuni popolari di dimensioni ancora maggiori. Le comuni, a loro volta, assunsero le funzioni dei comitati popolari a livello municipale, fondendo le funzioni economiche del collettivo agricolo con le istituzioni locali dello Stato-partito. I villaggi situati al di sotto del livello comunale si trasformarono in nuove sottounità note come brigate, che a loro volta si suddividevano in squadre. Queste misure rappresentarono un salto rivoluzionario nella portata del governo sulla società. Per circa due millenni, il magistrato rurale era stato il funzionario imperiale di grado più basso, con la responsabilità di supervisionare fino a 300.000 persone alla fine del periodo Qing. Nel periodo repubblicano, era risaputo che il potere del governo nazionalista non si estendesse oltre le città sotto il suo controllo. Ora, per la prima volta, il braccio dello Stato si estendeva fino ai villaggi e ai centri abitati minori, trasformandone le fondamenta sociali ed economiche. Sebbene fossero generalmente oggetto di esazioni economiche da parte dello Stato piuttosto che beneficiarie di sussidi, le comuni erano, sotto aspetti importanti, strutturalmente simili alle imprese pubbliche. Arrivarono anche ad assumere molte delle funzioni dello Stato, del mercato e della famiglia. Oltre ad ampliare l’agricoltura e a fonderla con l’amministrazione locale, le comuni, proprio come le imprese pubbliche, socializzarono diversi compiti domestici. L’espressione colloquiale «tutti mangiano dalla stessa pentola» (chi daguo fan) fornì la base metaforica della collettivizzazione, in cui tutti condividevano il lavoro e i suoi frutti. Le comuni applicarono letteralmente la metafora e costruirono grandi mense dove tutti potevano mangiare in qualsiasi momento, il che liberò le donne consentendo loro di dedicarsi ad altre attività, come la costruzione di forni per la fusione del ferro nei loro cortili. Oltre a reclutare i contadini per svolgere lavori industriali, il Grande Balzo in Avanti rappresentò una nuova fase nel loro rapporto con la terra. Abbiamo visto che per Marx il rapporto dell’essere umano con la natura era antagonistico: il lavoro è un processo attraverso il quale l’essere umano «assoggetta il gioco delle forze [della natura] al proprio potere». Sebbene la natura sia chiaramente una forza attiva, può essere domata attraverso il lavoro. Di conseguenza, il lavoro è il mezzo adeguato per acquisire «sovranità» su di essa. Mao, tuttavia, non si accontentava più di lavorare la terra per appropriarsi dei frutti della natura. Le dichiarò apertamente guerra. Così facendo, estese a un ambito completamente nuovo una metafora militare che era arrivata a permeare la vita civile – da qui, ad esempio, la designazione delle unità di produzione agricola come «brigate». Sebbene rivoluzionare la capacità produttiva della Cina fosse la massima priorità durante il Grande Balzo in Avanti, la preoccupazione per la lotta di classe non scomparve del tutto. In realtà, i nemici del popolo assunsero nuove forme. Nel 1958 arrivarono a includere anche gli animali. La retorica socialista cinese, come quella della maggior parte, se non di tutte, le ideologie umanistiche, era solita paragonare i propri nemici agli animali, considerandoli subumani e indegni di far parte del popolo. L’analogia si invertì, trasformando gli animali in nemici. Le cosiddette «quattro piaghe» (sihai): ratti, passeri, mosche e zanzare, divennero oggetto di una grande campagna, proprio come le classi controrivoluzionarie prima di loro. Una volta dichiarata, la guerra contro la natura fu combattuta con tutte le armi a disposizione, comprese pentole e padelle, che i contadini dovevano battere con la massima forza possibile nei campi per impedire ai passeri di «rubare» il grano del popolo. Tragicamente, la guerra contro i passeri in particolare ebbe fin troppo successo. Solo nell’Hebei, fu riferito che gli scolari avessero ucciso 234.856 passeri, una cifra improbabilmente precisa che esemplifica la pratica, in ultima analisi disastrosa, di redigere rapporti ingannevoli e spesso fittizi per soddisfare gli ordini amministrativi impartiti dall’alto [5]. La popolazione finì per rendersi conto che gli uccelli erano in realtà loro alleati, non nemici, grazie alla loro funzione naturale di controllo dei parassiti. Questa miopia provocò perdite agricole ancora maggiori e contribuì alla Grande Carestia, insieme al dirottamento della manodopera agricola verso piani donchisciotteschi volti a produrre acciaio dal nulla. Il clamoroso fallimento del Grande Balzo in Avanti portò a un ritorno a collettivi più piccoli e a una relativa normalità fino alla successiva convulsione politica, l’inizio della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria nel 1966. Non si trattava di una guerra contro la natura, ma contro i quadri revisionisti e i «difensori del capitalismo». Rinunciando al sogno di un’alchimia socialista che trasformasse la pura forza di volontà in grano e acciaio, Mao perseguì allora una trasformazione altrettanto trascendentale, quella della stessa cultura socialista, il che comportò un ritorno totale alla lotta di classe, condotta da giovani militarizzati trasformati in Guardie Rosse. La Rivoluzione Culturale comportò una rinnovata enfasi sulle origini di classe e familiari (chushen) prerivoluzionarie, nonché un rinnovato impegno verso la rivoluzione mondiale, ma non più guidata dall’Unione Sovietica con la Cina come suo «fratello minore». Dopo aver rotto definitivamente con Mosca, Mao si propose come leader del Terzo Mondo, unito contro l’imperialismo delle due superpotenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Sebbene gli sforzi del Grande Timoniere non siano riusciti a rivoluzionare il mondo, la forza ideologica del maoismo si rivelò contagiosa. Nel corso del «decennio globale degli anni ‘60», portò alla nascita di fazioni maoiste all’interno dei movimenti socialisti di tutto il mondo, persino tra le Pantere Nere sulle lontane coste del Nord America [6] . Si trattò, senza dubbio, di un’estensione globale della Rivoluzione Culturale, un dispiegamento della cultura come arma diplomatica e politica. Mentre gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica competevano per esportare armi nel Terzo Mondo, Mao bollò le loro armi atomiche come «tigri di carta», incapaci di far fronte all’insurrezione globale guidata dalla Cina, che costituiva il Terzo Mondo nel «campo» planetario che circondava le «città» del Primo Mondo. Il ritorno del feudalesimo In sintesi, la formazione della classe operaia cinese fu al tempo stesso la formazione del contadino cinese. Entrambi furono plasmati dallo Stato, che li segregò spazialmente: i contadini erano legati ai loro collettivi rurali, mentre gli operai, in senso tecnico, erano legati alle loro unità di lavoro urbane. I lavoratori erano l’opposto dei contadini e non avrebbero potuto esistere senza di loro: fu proprio il rapporto differenziato di entrambe le classi con la terra e il lavoro a consentire allo Stato di convogliare un flusso continuo di risorse rurali verso le città. Questo squilibrio strutturale poteva essere mantenuto solo limitando la mobilità della popolazione contadina, cosa che fu ottenuta con l’aiuto del cosiddetto sistema di registrazione hukou («focolare»). Questa pratica affondava le sue radici millenarie nella base imponibile agricola, che era stata la principale fonte di entrate dell’Impero. Tuttavia, la Repubblica Popolare Cinese attribuì a questo sistema un uso radicalmente nuovo, collegando una serie di prestazioni vitali alla residenza delle persone, dall’alloggio all’istruzione, all’assistenza sanitaria e alle razioni alimentari. Essere classificati come «contadini» (nongmin), in contrapposizione ai «lavoratori» urbani (gongren), non era solo un’etichetta ideologica o un’identità sociale, ma anche uno status amministrativo imposto dalla legge. Inoltre, una volta stabilita, la residenza era praticamente intrasferibile e veniva trasmessa ai discendenti per via materna. Divenne un meccanismo di classificazione, che divideva l’intera popolazione essenzialmente in due gruppi: una cerchia privilegiata di residenti urbani e un’altra, subordinata, di residenti rurali. Il fatto di nascere in una o nell’altra delle due «Cine» aveva un’importanza decisiva per il percorso di vita di una persona. Sebbene la riforma agraria avesse inizialmente stabilito una serie di distinzioni di classe molto precise, queste finirono per essere superate da questo sistema binario di segregazione residenziale. Col tempo, anche i proprietari terrieri e i «contadini ricchi» furono assimilati alla categoria generica dei contadini, poiché il termine finì per riferirsi semplicemente alla popolazione rurale della Cina. Così, il sistema di registrazione si trasformò gradualmente in una sorta di sistema di caste, rendendo la povertà rurale una condizione ereditaria. Sebbene i contadini fossero diventati di fatto cittadini di seconda classe nella repubblica rivoluzionaria per cui avevano lottato, è fondamentale sottolineare che la loro condizione era di disuguaglianza relativa, sebbene significativa. Nonostante lo Stato continuasse a trasferire risorse materiali dalla campagna alla città, non abbandonò completamente la popolazione rurale. Effettuò importanti investimenti in capitale umano in almeno due ambiti: l’istruzione e la sanità. Anche in periodi di carestia, la qualità della vita nelle campagne migliorò notevolmente. Le vaccinazioni di massa contribuirono a debellare molte malattie contagiose, mentre i «medici scalzi» condussero una battagli contro la mortalità infantile. Tra il 1949 e il 1978 l’aspettativa di vita raddoppiò e l’istruzione primaria divenne sempre più accessibile, specialmente per le bambine. È inoltre importante riconoscere che la divisione gerarchica tra città e campagna, che ha finito per dominare il socialismo cinese, esemplificata dalla differenziazione giuridica tra territorio urbano e territorio rurale, non è un pregiudizio tradizionale che in qualche modo sia persistito nel socialismo. Al contrario, nella precedente ideologia statale confuciana si glorificavano i contadini, che erano considerati superiori ai commercianti e agli altri abitanti delle città non dediti alla coltivazione della terra, ritenuta l’attività produttiva principale. Inoltre, sebbene la Cina del tardo impero fosse molto più urbanizzata dell’Europa, gli abitanti delle città cinesi non godevano di privilegi giuridici speciali, come invece accadeva in Europa, dove le «città libere» erano esenti dagli obblighi feudali, con il famoso motto «Stadtluft macht frei» (l’aria della città rende liberi). Infatti, fu proprio la libertà delle città rispetto alle fedeltà feudali a consentire loro di emergere come centri di produzione non agricola, dando origine a una nuova e ribelle classe di soggetti borghesi privi di legami territoriali. Al contrario, molte città della Cina del tardo impero assomigliavano maggiormente alle città classiche di Roma: unità amministrative che fungevano da centri elitari di cultura e consumo, non definite né da statuti corporativi né da libertà associate, e che dipendevano dal territorio circostante per soddisfare i propri bisogni e dal commercio a lunga distanza per l’approvvigionamento di prodotti di lusso. Anche le grandi città cinesi, che erano principalmente centri economici piuttosto che amministrativi, non si differenziavano chiaramente dalla campagna. Molti residenti urbani, compresi i ricchi mercanti e i membri delle corporazioni, si consideravano semplici residenti temporanei in città e tornavano regolarmente nei loro paesi natali, che continuavano a definire la loro identità sociale. Neanche la burocrazia imperiale operava una distinzione amministrativa tra città e campagna, ma le trattava come parti di un unico impero unificato. Ideologicamente, la campagna era di fatto considerata superiore alle aree urbane. In sintesi, la distinzione giuridica tra rurale e urbano è un’innovazione socialista cinese, che ha fornito la base fondamentale per la formazione della classe operaia urbana cinese, processo che allo stesso tempo ha innescato la formazione di un contadino rurale. In teoria, la rivoluzione liberò il contadino cinese dalla servitù e gli diede la terra, dapprima come proprietà privata e poi come proprietà collettiva, ma, paradossalmente, i coltivatori, che senza dubbio erano stati spesso poveri ma non erano mai stati legati al suolo che calpestavano, si trovarono per la prima volta legati in modo permanente alla terra che coltivavano. Il confronto con l’Europa mette nuovamente in evidenza il paradosso. Per dirla con la famosa frase di Eugen Weber, la Rivoluzione francese finì per trasformare i «contadini della nazione in francesi», ovvero, invece di espropriare il contadino, trasformò i suoi membri in agricoltori proprietari dei campi che coltivavano [7] . Indubbiamente, il nuovo regime di proprietà privata non offriva alcuna garanzia di proprietà permanente. Quando molti dei nuovi proprietari si indebitò, Marx osservò acutamente che «l’obbligo feudale legato alla terra fu sostituito dall’ipoteca», sottoponendo così l’agricoltore francese, al pari del suo omologo inglese, all’espropriazione definitiva della propria terra [8]. La rivoluzione socialista cinese compì il processo inverso, trasformando una nazione di agricoltori in contadini. Note 1 Karl Marx, Il capitale, Londra, 1981, vol. 3, p. 571; ed. italiana Torino 1965. 2 Scott Newton, Law and the Making of the Soviet World: The Red Demiurge, Abingdon, 2015, p. 135. 3 Tim Oakes, «China’s Market Reforms: Whose Human Rights Problem?», in Timothy Weston e Lionel Jensen (a cura di), China Beyond the Headlines, New York, 2000, pp. 295-326. 4 Lucien Bianco, Stalin and Mao: A Comparison of the Russian and Chinese Revolutions, Hong Kong, 2018, p. 59. 5 Stevan Harrell, An Ecological History of Modern China, Seattle (WA), 2023, p. 133. 6 Cfr. Robin Kelley e Betsy Esch, Black Like Mao: Red China and Black Revolution, «Souls», vol. 1, n. 4, 1999. 7 Eugen Weber, Peasants into Frenchmen: The Modernization of Rural France, 1870-1914, Stanford (CA), 1976. 8 K. Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, cit., pp. 126-127. Teemu Ruskola è titolare della cattedra “Jonas Robitscher” di Diritto e membro del corpo docente dei Dipartimenti di Studi sull’Asia Orientale, Storia e Studi sulle donne, il genere e la sessualità dell’Università di Emory (Atlanta, Georgia). Insegna inoltre presso il Centro di diritto cinese e cultura giuridica cinese dell’Università di Helsinki ed è stato professore ospite in numerose istituzioni accademiche, tra cui il Georgetown University Law Center. Ruskola svolge attività di ricerca e pubblica lavori sul diritto cinese, il diritto comparato, il diritto e la sessualità e il diritto internazionale. È autore, tra le altre opere, di Legal Orientalism: China, the United States, and Modern Law (2013) e The Unmaking of the Chinese Working Class (2026). Questo articolo è apparso su «New Left Review» 151, rivista bimestrale di teoria e politica pubblicata a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è ripubblicato qui con l’espressa autorizzazione dell’editore (traduzione del testo originale «New Left Review» 151. Traduzione di Mauro Trotta .
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La formazione della classe operaia in Cina (2/3) Arrigo Lora Totino, Misura per misura, 2007 Dopo l’iniziale mercificazione del suolo urbano avvenuta nel corso degli anni ‘90, il fenomeno delle recinzioni del suolo rurale è consistito principalmente nell’assorbimento dei villaggi periurbani da parte delle città limitrofe. L’attuale ondata di recinzioni, invece, mira a trasformare la stessa Cina rurale. L’obiettivo dello Stato è quello di consolidare i terreni agricoli in grandi aziende industriali e di ricollocare i contadini sfollati nelle città, comprese le «nuove città» (xincheng) costruite appositamente a questo scopo. Per raggiungere questo obiettivo, anche il suolo rurale viene finalmente commercializzato: i membri delle collettività rurali possono ora vendere il diritto di uso dei propri terreni a terzi, compresi i rappresentanti dell’agroindustria. (Formalmente, le famiglie possono vendere solo il diritto di uso dei propri appezzamenti, previa approvazione e nel rispetto di determinate restrizioni sull’uso del suolo, ma non gli appezzamenti stessi, il che consente allo Stato di mantenere la finzione giuridica della proprietà pubblica della terra). Di conseguenza, il consolidamento dei terreni familiari in aziende agricole industriali assume la forma di transazioni commerciali volontarie, che nella pratica, tuttavia, sono spesso coercitive, «facilitate» dall’intermediazione di funzionari. Con l’arrivo dell’agroindustria, anche la campagna si sta integrando nel capitalismo di Stato cinese e sta cessando di essere la sua controparte rurale. Nella congiuntura attuale, la Cina non ha carenza né di capitale né di manodopera: il primo affluisce dai mercati globali e la seconda dalle zone rurali. Per sostenere la crescita economica, ciò di cui la Cina ha più bisogno in questo momento sono i mercati, compresi quelli interni per i propri prodotti. Il problema della manodopera migrante è che la sua proletarizzazione rimane parziale. Dipendono dal capitale per ottenere i salari, ma finché possono ricorrere all’agricoltura di sussistenza, non dipendono esclusivamente da esso. Inoltre, a causa della loro situazione precaria e dell’accesso limitato alla previdenza sociale, i contadini risparmiano tutto ciò che possono, consumando ancora meno di quanto consumerebbero in altre circostanze e diventando, quindi, lavoratori di prima classe e consumatori di seconda classe. La mercificazione del lavoro industriale li ha già trasformati in un esercito di riserva di manodopera. L’attuale mercificazione della terra rurale li sta trasformando infine anche in un esercito di riserva di consumatori: totalmente dipendenti dal capitale per sopravvivere, non hanno altra scelta che acquistare tutto ciò di cui hanno bisogno. In effetti, la recinzione della campagna cinese completerà la proletarizzazione del contadino. Marx definì l’accumulazione originaria come l’equivalente economico del «peccato originale» [1] . Al contrario, Rosa Luxemburg sottolineò che nemmeno il capitalismo maturo può produrre plusvalore dal nulla; dopotutto, non è un sistema alchemico. Per potersi riprodurre come sistema, il capitalismo deve partecipare a un processo continuo di accumulazione originaria e ha sempre bisogno di un esterno diseguale da cui attingere risorse [2] . Man mano che il nuovo processo di recinzione avanza, colpisce il fatto che il capitale cinese, sia pubblico che privato, cerchi sempre più sbocchi altrove, come nel caso dei progetti di estrazione delle risorse con sede in Africa. Con l’Iniziativa della Nuova Via della Seta, la Cina sta ampliando ulteriormente i propri investimenti. Rimasto senza terre da recintare e senza persone da espropriare nel proprio paese, il capitale cinese si sta globalizzando, stabilendo catene di produzione sinocentriche che si estendono dall’Oceano Indiano all’America Latina. Ciò ci pone la ben nota domanda: quali sono i limiti planetari del capitalismo? il che ci riporta al rapporto conflittuale dell’homo sapiens con la natura. Verso lo Stato socialista Il 1° ottobre 1949, quando Mao proclamò la creazione della Repubblica Popolare Cinese dall’alto della Porta di Tiananmen a Pechino, il Partito Comunista si trovava ad affrontare la costruzione di un classico progetto di sovranità. In primo luogo, doveva erigere un nuovo Stato per governare il territorio che controllava. In secondo luogo, doveva organizzare i soggetti della nuova entità politica. Come afferma James Scott, il Partito doveva creare un apparato per «vedere come uno Stato», ovvero rendere la popolazione leggibile alle burocrazie che l’avrebbero amministrata [3]. In terzo luogo, per essere riconosciuto come Stato sovrano, doveva anche adeguarsi a determinate norme globali o, secondo Scott, doveva essere considerato uno Stato dagli altri Stati. Nel 1949 l’Unione Sovietica aveva già stabilito le linee guida affinché uno Stato fosse considerato socialista e, in termini generali, la Repubblica Popolare Cinese seguì tali linee guida. Tuttavia, per quanto riguarda i dettagli su come organizzare il popolo della Repubblica Popolare, la Cina si discostò dal precedente sovietico e creò un proprio regime specifico per regolare la produttività dei propri cittadini e controllarne la mobilità. Il concetto di Stato socialista è un ossimoro, nonostante, come istituzione, abbia dominato gran parte del XX secolo. Secondo la concezione marxista, lo Stato è, in ultima analisi, il comitato esecutivo della classe dominante. In teoria, con l’avvento del socialismo, esso diventerà un anacronismo e scomparirà o, come disse lapidariamente Engels, «finirà al posto che gli spetta», cioè «nel museo delle antichità, accanto al filatoio e all’ascia di bronzo» [4]. Tuttavia, storicamente, i regimi socialisti erano Stati ipertrofici, caratterizzati da un’estrema centralizzazione del potere coercitivo. Il motivo per cui la storia si è discostata così drasticamente dalla teoria è tanto semplice quanto profondo. Marx anticipò una rivoluzione comunista su scala mondiale. Secondo il Manifesto del Partito Comunista, «i lavoratori non hanno patria». L’appello rivoluzionario di Marx non era rivolto alla classe operaia francese, né a quella inglese o tedesca. Come spiegò in un’altra occasione, «la nazionalità dell’operaio non è francese, né inglese, né tedesca, è il lavoro [...]. Il suo governo non è francese, né inglese, né tedesco, è il capitale» [5] . Proprio perché il capitale persegue il profitto senza rispettare i confini nazionali, anche la rivoluzione socialista deve essere mondiale. Da qui il grido di battaglia del Manifesto comunista: «Proletari di tutti i paesi, unitevi!» [6] . In quanto intellettuale del XIX secolo, Marx era influenzato sia dallo scientismo che dall’evoluzionismo. Le presunte leggi scientifiche del materialismo storico da lui proposte prevedevano non solo una rivoluzione mondiale, ma anche che questa avrebbe avuto luogo solo dopo che il mondo avesse attraversato il capitalismo, la penultima fase storica. Tuttavia, quando nell’ottobre del 1917 scoppiò la Rivoluzione bolscevica in Russia, essa smentì entrambe le previsioni. La prima rivolta comunista di successo non ebbe luogo in Inghilterra, culla degli ultimi progressi del capitalismo industriale, bensì in uno degli angoli economicamente più arretrati d’Europa, un vasto impero agrario, la cui popolazione era composta in maggioranza da servi della gleba recentemente emancipati [7] . Né l’assalto al Palazzo d’Inverno scatenò la rivoluzione mondiale. Al contrario, il semplice fatto di estendere la rivoluzione da San Pietroburgo e dalle principali città russe al resto del Paese richiese diversi anni di guerra civile e la repressione di numerose rivolte contadine. In assenza della rivoluzione mondiale, sarebbe stato un suicidio politico per i bolscevichi smantellare le istituzioni dello Stato mentre erano circondati da avversari interni ed esterni. Anticipando questo scenario, Lenin pubblicò nel 1917 Stato e rivoluzione, dove sviluppò l’idea di Marx della «dittatura del proletariato» come forma politica transitoria. In quanto nuova classe dominante, i lavoratori dovevano essere proprietari dei mezzi di produzione e guidare l’apparato statale. Poiché il proletariato russo, ancora sottosviluppato, non aveva raggiunto una piena consapevolezza di sé né un livello di organizzazione sufficiente, i suoi interessi sarebbero stati rappresentati dal Partito Comunista, che ne costituiva l’avanguardia. Dopo la conclusione della sanguinosa guerra civile e l’istituzione dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) nel 1921, Stalin trasformò ciò che Lenin aveva concepito come una temporanea concessione alla necessità in una concentrazione permanente di potere statale illimitato, ovvero ciò che egli definì «socialismo in un solo paese»: uno Stato socialista indipendente dotato di un esercito forte e di una potente base industriale in grado di resistere ai propri nemici capitalisti. Fu questa congiuntura storica e geopolitica a dare origine al fenomeno specifico del XX secolo dello Stato-partito comunista. Il «popolo» della Repubblica Popolare Oltre a istituire organi statali, la Repubblica Popolare Cinese dovette organizzare la propria popolazione in categorie politiche adeguate. È fondamentale sottolineare che la rivoluzione non si limitò a riconoscere i contadini e gli operai come classi dirigenti del nuovo Stato socialista, ma li trasformò in tali e assegnò loro coordinate spaziali. In ultima analisi, i contadini rimasero legati alla terra che coltivavano, mentre gli operai, nel senso tecnico socialista del termine, rimasero legati alle loro unità di lavoro urbane. Giungere a questa distinzione binaria non fu semplice. Si iniziò con la costruzione e la classificazione di un’ampia gamma di soggetti politici secondo criteri socialisti. Anche le decisioni più elementari si rivelarono difficili. Che cos’era la «Cina» della Repubblica Popolare Cinese e chi era il «popolo» che la componeva? Quanto territorio e quale(i) popolo(i) avrebbe(ro) rivendicato il nuovo Stato? Queste domande risalivano alla creazione della Repubblica di Cina (Rc) nel 1912. La dinastia Qing era stata un impero multietnico governato da una dinastia manciù. Sun Yat-sen e i suoi seguaci rivoluzionari, attivi nel sud, inizialmente propugnavano la sostituzione del gigante imperiale con una repubblica moderna, che avrebbe occupato e si sarebbe limitata al cuore del territorio cinese abitato dagli han. Yuan Shikai e i signori della guerra del Nord promuovevano una nuova monarchia costituzionale, che avrebbe mantenuto le vaste conquiste manciù, che avevano portato ad ampliare l’estensione dell’impero durante il periodo centrale della dinastia Qing. La nuova Repubblica di Cina si concretizzò in un compromesso instabile, che mirava a soddisfare tutti. Adottò la forma politica di una repubblica, ma conservò la precedente impronta imperiale: era per metà repubblica e per metà impero. In un primo momento sembrò che la Repubblica Popolare Cinese avrebbe respinto l’eccesso di potere imperiale della Repubblica di Cina. Quando nel 1921 fu fondato il Partito Comunista Cinese, esso seguì la linea del partito sovietico, che aveva concesso, almeno in linea di principio, ai popoli non di etnia russa dell’impero zarista il diritto all’autodeterminazione nazionale. Il nuovo Stato non era quindi affatto la «Repubblica Popolare di Russia», ma si organizzò come Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. Tuttavia, nel 1949, Mao e il PCC cambiarono idea e declassarono le popolazioni non han dell’Impero Qing a «nazionalità minoritarie» anziché a nazioni con diritto all’autodeterminazione. Di conseguenza, la Repubblica Popolare Cinese rimane ancora oggi erede del lascito imperiale dei Qing. L’unico punto su cui la Repubblica Popolare Cinese e il parlamento residuo dei nazionalisti insediato a Taiwan continuarono a essere d’accordo, anche dopo il 1949, era che per «Cina» si intendeva l’intera Cina nella sua massima estensione imperiale. Una volta risolta ideologicamente la questione dell’estensione territoriale della nazione (sebbene rimanga oggetto di controversia politica ancora oggi), sorsero ulteriori interrogativi sul popolo che costituiva la nuova Cina. In senso politico, il termine «popolo» non si riferiva all’insieme della popolazione cinese, ma solo a coloro che condividevano la classe e gli interessi nazionali della rivoluzione comunista cinese. Coloro che non li condividevano non facevano categoricamente parte del popolo in senso politico e, nella misura in cui si opponevano a tali interessi, ne erano nemici. Tuttavia, a differenza dei loro omologhi russi, i comunisti cinesi combatterono la loro guerra civile prima della presa rivoluzionaria del potere. Quando fu formalmente istituita la Repubblica Popolare Cinese, i principali nemici del popolo erano già stati sconfitti e spostati a Taiwan, la nuova sede «temporanea» del governo nazionalista di Chiang Kai-shek. Per quanto riguarda la struttura politica interna, il nuovo Stato adottò il modello leninista della dittatura del proletariato o, nell’interpretazione un po’ più inclusiva di Mao, della «dittatura democratica popolare». Il principio di base era lo stesso: democrazia per il popolo e dittatura per i suoi nemici. Tuttavia, il termine «proletariato» si riferisce a una sola classe, mentre «il popolo», nel senso maoista, è una categoria politica che comprende molteplici classi, la cui composizione varia di momento in momento a seconda delle circostanze politiche. Al momento della sua creazione, la Repubblica Popolare Cinese si basava sull’alleanza fondamentale tra operai e contadini, le due classi principali che avevano guidato la rivoluzione. Inoltre, il Partito riconosceva il ruolo patriottico svolto dalla piccola borghesia e dalla borghesia nazionale (in contrapposizione alle loro controparti vendute, i capitalisti compratori). In riconoscimento di questo fatto, le quattro piccole stelle sulla bandiera della Repubblica Popolare Cinese rappresentano queste quattro classi. La promozione da parte di Mao dei contadini a un ruolo rivoluzionario fondamentale rappresentò un nuovo passo avanti nella teoria e nella pratica socialiste. La Rivoluzione russa aveva seguito il manuale marxista nella misura in cui fu effettivamente una rivolta operaia originatasi nelle città tra il nascente proletariato del paese. Lenin e la maggior parte dei suoi compagni nutrivano un disprezzo assoluto per il contadino russo, che consideravano ignorante e un ostacolo alla rivoluzione, pur riconoscendo di aver bisogno del suo sostegno. In questo, riprodussero in larga misura il pregiudizio anticontadino e antirurale dello stesso Marx, che denunciò notoriamente «l’idiotismo della vita rurale» e paragonò i contadini francesi a un sacco di patate [8] . Il Partito Comunista Cinese nacque in un ambiente elitario. Fondato a Shanghai nel 1921, i suoi membri erano principalmente intellettuali e attivisti urbani. Sotto la guida bolscevica, il PCC mise da parte le proprie divergenze ideologiche e collaborò con il governo nazionalista di Nanchino, ma fu espulso dalle zone controllate dai nazionalisti quando Chiang Kai-shek scatenò la sua campagna di «terrore bianco» nel 1927. Quando il Partito intraprese la leggendaria Lunga Marcia, quell’esperienza trasformò Mao Zedong, un leader carismatico e dotato di grande senso strategico, originario delle zone rurali dell’Hunan, nel leader supremo del Partito. Dopo aver estromesso la fazione bolscevica, Mao nazionalizzò la rivoluzione e trasformò il PCC da una branca di un movimento internazionale guidato dall’Unione Sovietica in una formazione autenticamente cinese. D’altra parte, gli anni successivi trascorsi nella clandestinità nelle zone rurali riorientarono la rivoluzione cinese verso la campagna. Mentre la rivoluzione di Lenin ebbe inizio nelle città per poi estendersi alle campagne, dove incontrò una forte resistenza, Mao seguì la strategia opposta di utilizzare «le campagne per circondare le città». La rivoluzione cinese non iniziò con la sua ascesa in cima alla Porta di Tiananmen – l’equivalente cinese della presa del Palazzo d’Inverno –, ma vi trovò il suo culmine, il che non segnò l’inizio, bensì la fine della lotta militare. Fin dall’inizio, la Repubblica Popolare Cinese è stata un’unione di operai e contadini. Tuttavia, questa alleanza è sempre stata asimmetrica. Sebbene i contadini fossero molto più numerosi e avessero sostenuto il peso della lotta, la loro unione con gli operai era guidata da questi ultimi in virtù della coscienza di classe più avanzata che veniva loro attribuita. Nonostante i contadini fossero stati indispensabili per fondare la Cina rivoluzionaria, ora dovevano essere rimodellati per adeguarsi agli standard della modernità socialista. Il loro presunto ritardo feudale servì a giustificare la creazione di un insieme di strutture economiche inique, che gettarono le basi per la costituzione di una forza lavoro industriale in grado di aiutare la Cina a competere nella Guerra Fredda, che si stava rapidamente intensificando. Passiamo ora ad analizzare questi lavoratori e queste lavoratrici, la classe dirigente della nuova Cina. La formazione della classe operaia La trasformazione del socialismo in statalismo fu solo una delle conseguenze del fallimento della Rivoluzione russa nel provocare il crollo mondiale del capitalismo. Al fine di garantire la propria competitività di fronte ai nemici capitalisti, Stalin sviluppò un apparato industriale che alterò gli stessi obiettivi del socialismo, o almeno li rinviò a tempo indeterminato. Una teoria nata come progetto di emancipazione universale dell’essere umano si trasformò in un programma di sviluppo economico. L’instaurazione del socialismo di Stato non portò all’abolizione della proprietà. Al contrario, la ampliò trasformando ogni cosa in proprietà dello Stato, una forma di superproprietà. Da questa prospettiva, l’impegno del socialismo di Stato nei confronti dello sviluppo industriale può essere descritto come una sorta di capitalismo di Stato. Lo suggerì il giovane Marx, indicando (in modo critico) che la proprietà statale del capitale – o ciò che chiamava «capitale comune» – avrebbe trasformato la comunità in «un capitalista generale» in cui la comunità avrebbe occupato la posizione del proprietario e avrebbe pagato salari a coloro che lavoravano per essa [9]. L’Unione Sovietica organizzò la propria industria pesante proprio in questo modo, attraverso imprese pubbliche in cui lo Stato era proprietario del capitale e retribuiva i lavoratori per il loro lavoro. In questo senso, anche la Repubblica Popolare Cinese seguì il modello sovietico. Iniziò creando nuove divisioni industriali d’élite strutturate come imprese pubbliche. A ogni residente urbano veniva assegnata un’unità di lavoro (danwei), che era molto più di una semplice divisione di produzione. Un’impresa pubblica classica costituiva uno Stato sociale in miniatura, che non solo garantiva l’impiego a vita – la cosiddetta e tanto decantata «ciotola di riso di ferro» –, ma anche un sistema di assistenza e controllo a vita, che includeva prestazioni quali alloggio, asili nido, istruzione, assistenza medica, strutture sportive e culturali e prestazioni pensionistiche. Come è stato sottolineato, questa riorganizzazione della forza lavoro urbana ha costituito la formazione originaria della classe operaia cinese, non nel senso di un proletariato industriale subordinato, ma nel senso di uno strato privilegiato della cittadinanza socialista, una sorta di aristocrazia socialista. Sebbene gli impianti e il capitale delle imprese pubbliche fossero di proprietà dello Stato e i lavoratori fossero dipendenti retribuiti dallo Stato per il loro lavoro, ufficialmente erano considerati «i proprietari dell’impresa» (gongchang de zhuren). In termini concreti, lo Stato era il proprietario e il datore di lavoro, ma formalmente le imprese erano di proprietà degli stessi lavoratori e delle stesse lavoratrici. Il termine «impresa pubblica» era un’abbreviazione della denominazione giuridica «impresa industriale di proprietà di tutto il popolo» (quanmin suoyouzhi gongye qiye). Questa terminologia interpretava l’impiego dei cittadini da parte dello Stato come un’attività autonoma: poiché l’impresa era di proprietà del popolo e i lavoratori facevano parte del popolo, in teoria lavoravano per loro stessi e non svolgevano un lavoro alienante per un datore di lavoro. È importante riconoscere la natura radicale delle imprese pubbliche come istituzione, anche rispetto alle loro controparti sovietiche. L’unità di lavoro in un’impresa pubblica cinese era a tutti gli effetti un’istituzione totale. Dal punto di vista architettonico, una tipica impresa pubblica era strutturata come un classico complesso chiuso da quattro mura, la stessa configurazione della casa, del tempio e del palazzo tradizionali cinesi. Dal punto di vista funzionale, combinava le operazioni del mercato, dello Stato e della famiglia in un’unica entità. Di conseguenza, presentava aspetti sia positivi che totalitari. In termini materiali, i lavoratori godevano di un trattamento notevolmente egualitario, non solo tra di loro, ma anche nei confronti dei propri dirigenti. Sebbene tutte le decisioni importanti fossero prese dallo Stato-partito, ai livelli inferiori della gerarchia i lavoratori godevano anche di un’autentica democrazia sul posto di lavoro, ad esempio scegliendo autonomamente i propri capisquadra in fabbrica. Allo stesso tempo, l’unità di lavoro era un braccio dello Stato e il principale luogo di governo, sorveglianza e istruzione politica della cittadinanza urbana. Da un punto di vista positivo, il sistema era caratterizzato da un paternalismo partecipativo, mentre da un punto di vista negativo sottoponeva i membri delle unità di lavoro a un sistema di dipendenza organizzata dallo Stato [10] . L’abolizione della proprietà non fu l’unico obiettivo socialista su cui il socialismo di Stato fece marcia indietro. Per quanto riguarda il futuro dei legami familiari borghesi, il Manifesto del Partito Comunista era altrettanto inequivocabile: «Abolizione della famiglia!» [11] . Le giustificazioni per l’abolizione della proprietà e della famiglia erano strettamente correlate. Nella misura in cui quest’ultima era un’istituzione borghese, volta ad accumulare proprietà e a trasmetterla di generazione in generazione, ci si aspettava che la sua ragion d’essere scomparisse dopo la rivoluzione, così come quella dello Stato, che prima di tutto la proteggeva. Ma, proprio come la Repubblica Popolare Cinese eliminò solo la proprietà privata, sostituendola con la proprietà pubblica, così scelse di trasformare la famiglia, se non in una «famiglia pubblica», almeno in qualcosa che idealmente vi si avvicinasse, anziché abolirla. Nell’ideologia confuciana del tardo Stato imperiale, la parentela rituale era stata l’essenza sociale e politica di un’entità politica ben governata. Il governo nazionalista aveva tentato di sostituire la concezione patriarcale confuciana con la famiglia nucleare moderna, basata su un legame consensuale e paritario tra marito e moglie, ma i suoi sforzi ebbero un successo alterno. Al contrario, i nuovi ideali del Partito Comunista Cinese prevedevano la sublimazione della libido di tutti i compagni in una passione per il socialismo, la patria e il Grande Timoniere stesso. Per puro realismo, la Repubblica Popolare Cinese riconobbe il persistente fascino dei legami coniugali. Nel 1950 fu approvata una Legge sul Matrimonio, che riconosceva la famiglia cercando al contempo di rimodellare le strutture di parentela «feudali» (nel linguaggio marxista) che la sostenevano. Sebbene la Repubblica Popolare Cinese non sia riuscita a raggiungere nel matrimonio e nella società la piena parità di genere che promuoveva, ha migliorato la condizione sociale ed economica delle donne in misura senza precedenti. A differenza dell’Unione Sovietica, con le sue politiche fortemente pronataliste, la Cina non ha privilegiato il ruolo riproduttivo delle donne rispetto alla loro partecipazione alla forza lavoro. La cura dei bambini, ad esempio, è stata socializzata nelle imprese di proprietà pubblica, il che ha liberato – oltre che obbligato – le donne a lavorare. Indubbiamente, queste ultime hanno continuato ad assumersi la responsabilità principale delle faccende domestiche. Inoltre, sebbene ricevessero la stessa retribuzione in termini di «punti di lavoro» (il sistema informale di retribuzione del lavoro in quel periodo), di norma ottenevano meno punti, in base alla teoria secondo cui, essendo il sesso debole, le donne fossero meno produttive. Tuttavia, il loro ingresso nella sfera pubblica e la loro maggiore capacità economica hanno notevolmente elevato la posizione sociale delle donne cinesi. In sintesi, l’unità di lavoro cinese non abolì la famiglia, ma la sottopose alla pianificazione statale, al pari di altri aspetti della società. Persino le decisioni più intime, come la scelta del coniuge, richiedevano l’approvazione dei quadri. In poche parole, le imprese pubbliche erano istituzioni totali, che combinavano elementi economici, politici e familiari in un’unica entità, il tutto sotto l’egida della proprietà statale. Inventare il contadino Sebbene la classe operaia fosse la classe dirigente della rivoluzione, i contadini ne erano il principale alleato. Ma mentre l’operaio industriale era un eroe socialista irreprensibile, che contribuiva a introdurre la Repubblica Popolare Cinese nella modernità industriale, il contadino era una figura ambigua, politicamente un alleato vitale, ma ideologicamente sospetto. Nella storiografia marxista, i contadini, per quanto patriottici potessero essere, erano vestigia del modo di produzione feudale. Pertanto, una delle principali responsabilità della Rivoluzione cinese era quella di rimodellarli, ma prima di procedere in tal senso, bisognava inventare il contadino [12] . Questa invenzione soddisfaceva le esigenze della teoria socialista, ma serviva anche agli scopi politici del Partito, contribuendo a giustificare la sua strategia di trasferire risorse dalle campagne alle imprese pubbliche. Il contadino cinese rappresentava la condizione materiale necessaria per l’esistenza del lavoratore socialista. Quando la Repubblica Popolare Cinese si propose di creare le imprese pubbliche, la nazionalizzazione delle industrie esistenti fu relativamente facile, poiché il governo nazionalista aveva già assunto il controllo di quelle più importanti. Anche la Repubblica di Cina era uno Stato-partito e, durante la guerra civile contro i comunisti, così come durante la guerra sino-giapponese, aveva già assunto il controllo delle industrie fondamentali del Paese per finanziare lo sforzo bellico. Pertanto, la Repubblica Popolare Cinese non fece altro che seguirne le orme. Ma le imprese pubbliche effettivamente esistenti erano ben lungi dall’essere sufficienti affinché la Repubblica Popolare Cinese raggiungesse il livello di produttività industriale che desiderava. Senza accesso a finanziamenti esterni, salvo il limitato aiuto sovietico, si trovò nella stessa situazione in cui si era trovata l’Unione Sovietica, ovvero con abbondanza di manodopera e scarsità di capitale. Anche sotto questo aspetto, la Repubblica Popolare Cinese seguì le orme del suo fratello maggiore sovietico. Deliberatamente scollegata dall’economia mondiale, ricorse a quella che era, in effetti, una versione socialista di una strategia originariamente capitalista: l’accumulazione originaria. Poiché si aspettava che il socialismo seguisse le orme del capitalismo, Marx non aveva previsto che l’accumulazione originaria potesse verificarsi anche sotto un regime socialista, supponendo invece che una solida base industriale sarebbe stata il regalo d’addio del capitalismo al comunismo. Tuttavia, la Russia prerivoluzionaria, così come la Cina presocialista, era una nazione essenzialmente agraria. Riconoscendo questo fatto, l’economista bolscevico Evgenij Preobrazhensky teorizzò negli anni ‘20 l’accumulazione originaria socialista come mezzo per finanziare il proprio programma di sviluppo industriale. Per Preobrazhensky, l’accumulazione originaria socialista era innanzitutto un concetto analitico. Per quanto riguarda la possibilità di metterla in pratica, egli non prevedeva l’uso della violenza di Stato, né sosteneva la collettivizzazione coatta, poiché riteneva che qualsiasi accumulazione originaria nell’Unione Sovietica dovesse avvenire in modo graduale ed essere attuata attraverso i consueti mezzi burocratici. Il concetto di accumulazione originaria socialista era, e rimane, controverso (Preobrazhensky fu giustiziato sotto il regime di Stalin), ma l’URSS finì per seguire essenzialmente il modello inglese: riorganizzò il proprio contadino e trasformò la campagna in una fonte di capitale industriale. Una difficoltà fondamentale nell’adozione di questa strategia da parte della Repubblica Popolare Cinese era che nella Cina prerivoluzionaria non esisteva un riferimento chiaro per il termine «contadino». Si trattava di una proiezione delle categorie dello sviluppo europeo, che a loro volta costituivano la base della spiegazione per fasi del materialismo storico di Marx. Il termine utilizzato dai comunisti cinesi – nongmin – fu coniato dai modernizzatori giapponesi nell’era Meiji: per tradurre i concetti occidentali, essi crearono neologismi utilizzando ideogrammi cinesi e modificandone radicalmente il significato. Una volta che il termine «contadino» fu esportato dal Giappone alla Cina, sostituì i termini precedentemente utilizzati (nongfu, nongjia, nongren, ecc.) e portò con sé connotazioni moderne di arretratezza rurale [13] . Infatti, classificare la maggior parte della popolazione rurale cinese come contadina ha comportato un’applicazione dottrinaria della teoria marxista. Per far rientrare la Cina in queste categorie eurocentriche, la campagna cinese è stata definita «feudale». Resta discutibile se il termine «feudalesimo» sia adeguato anche quando applicato all’Europa – il termine stesso fu reso popolare da Montesquieu nel XVIII secolo, molto tempo dopo la scomparsa del suo presunto riferimento –, ma la Cina non aveva conosciuto nulla di simile al feudalesimo sin dalla dinastia Han (202 a.C.-220 d.C.). La terra era stata comprata e venduta per quasi due millenni e, storicamente, i campi erano coltivati per lo più da piccoli affittuari. Una fonte di confusione era una forma molto diffusa di proprietà tradizionale della terra a due livelli, che consentiva al proprietario terriero di conservare i diritti sul «sottosuolo», mentre l’affittuario era proprietario della «superficie», ovvero dei diritti d’uso, un accordo noto come «un campo, due padroni» (yitian liang-zhu). Nel XVI secolo questo sistema si era evoluto fino a diventare una forma di proprietà ben consolidata, spesso descritta come affitto perpetuo. Gli storici marxisti interpretarono l’affitto permanente come una forma di servitù feudale. Tuttavia, nonostante la sua denominazione minacciosa, esso non vincolava i coltivatori né alla terra né al proprietario terriero in modo perpetuo, né in alcun altro modo. In realtà, consentiva agli affittuari di rimanere sulle loro terre a tempo indeterminato se lo desideravano, il che li proteggeva di fatto dall’essere espropriati come era accaduto ai contadini europei. Infatti, gli affittuari permanenti potevano a loro volta acquistare, vendere o ipotecare a loro piacimento i propri diritti sulla terra. In poche parole, erano agricoltori affittuari legalmente liberi in un’economia agraria mercantile. Non c’è dubbio che potessero subire – e spesso subivano – difficoltà economiche estreme, ma tali difficoltà erano dovute alla loro dipendenza dai mercati, non alla servitù feudale. Data la diffusa mercificazione della terra e l’intensa commercializzazione dell’agricoltura, ci si potrebbe chiedere perché la Cina del tardo impero non abbia assistito a un consolidamento dei campi coltivati simile al fenomeno delle recinzioni verificatosi in Inghilterra. Per rispondere a questa domanda, dobbiamo distinguere analiticamente almeno due processi indipendenti che costituiscono il fenomeno delle enclosures, sebbene nella pratica tendessero a svilupparsi in modo parallelo. In primo luogo, la terra dei beni comuni feudali fu messa sul mercato e suddivisa in appezzamenti alienabili di proprietà individuale. In secondo luogo, poiché molti degli appezzamenti risultanti erano troppo piccoli per essere redditizi anche per l’agricoltura di sussistenza, essi furono accorpati in unità più grandi adatte all’agricoltura commerciale. Come risultato di questi due processi, i nuovi contadini senza terra si trasformarono in lavoratori, dapprima nell’agricoltura capitalista e, infine, nel capitalismo industriale. In Cina, il primo passo – la mercificazione – si era già verificato mille e cinquecento anni prima che in Europa. Col passare del tempo, la natura sempre più alienabile della terra portò, di fatto, alla comparsa di grandi proprietà, sebbene con notevoli variazioni regionali. In risposta a ciò, molte dinastie iniziarono il proprio regno procedendo a una suddivisione delle terre, impedendo così la nascita dell’equivalente cinese dei vasti latifondi romani. La dinastia Tang, forse la più degna di nota, promosse il cosiddetto sistema dei campi uguali (juntian zhidu), ovvero la nazionalizzazione dei terreni agricoli e la loro riassegnazione da parte dello Stato ai coltivatori che pagavano le tasse, a cui si aggiungevano periodiche ridistribuzioni per garantire che le assegnazioni rimanessero eque nel tempo. Dopo il XII secolo, le famiglie di affittuari continuarono a rappresentare la principale unità di produzione, mentre le grandi aziende agricole basate sul lavoro salariato erano in gran parte scomparse alla fine del XVII secolo. Oltre alle politiche dinastiche che favorivano i locatari rispetto ai proprietari terrieri, anche il sistema giuridico cinese contribuì a questo risultato. Una caratteristica fondamentale del sistema di affitto a tempo indeterminato era che gli affittuari non potevano essere sfrattati semplicemente per il mancato pagamento dell’affitto. Anche se erano in ritardo con i pagamenti o avevano ipotecato i propri diritti di affitto, potevano essere sfrattati dalle loro terre solo quando il denaro dovuto equivaleva al prezzo totale di acquisto del terreno. Anche quando la terra veniva venduta volontariamente, durante il tardo periodo imperiale i trasferimenti fondiari assumevano solitamente la forma di una «vendita in vita» (huomai). Ciò comportava una sorta di affitto condizionale in cui i venditori conservavano il diritto di riscattare la terra che avevano venduto, un diritto che veniva spesso esercitato. Tutto ciò era in netto contrasto con l’Inghilterra, dove l’evoluzione delle norme sui prestiti garantiti da pegno consentiva ai creditori ipotecari di pignorare i beni dei debitori in caso di mancato pagamento. Infatti, i contadini in difficoltà, che non erano stati espropriati direttamente delle loro terre tramite le recinzioni, nella maggior parte dei casi le perdevano a causa dell’indebitamento [14] . Ci si potrebbe chiedere perché il governo imperiale cinese si schierasse maggiormente dalla parte dei fittavoli, mentre il Parlamento inglese difendesse gli interessi della nobiltà rurale. Infatti, l’ultima fase del fenomeno delle recinzioni consistette principalmente in recinzioni di stampo parlamentare, promulgate cioè tramite disegni di legge ispirati da determinati interessi privati. Da un punto di vista marxista, ciò non dovrebbe sorprenderci. Dopo la Gloriosa Rivoluzione, il Parlamento si trasformò in un’oligarchia terriera, che funzionava come comitato legislativo della classe dominante, se non come suo ramo esecutivo. I governanti Qing, al contrario, diedero priorità alla stabilità sociale e, a differenza dei monarchi Stuart, riuscirono a impedire la formazione di grandi concentrazioni di ricchezza fondiaria, riducendo così il rischio di antagonismi popolari su larga scala, il che permise loro di tenere sotto controllo la potenziale sfida al proprio potere che ne sarebbe derivata. Oltre a queste differenze politiche, i due paesi presentavano rapporti tra popolazione e superficie molto diversi. Alla fine dell’era imperiale, non c’era più terra coltivabile da appropriarsi, nonostante la popolazione cinese continuasse ad aumentare. Sulla scia di un fenomeno che è stato definito la «rivoluzione industriosa» della Cina, questo paese intraprese un percorso di sviluppo ad alta intensità di manodopera. La sua dipendenza dalla coltivazione del riso ne è un chiaro esempio: il riso è una delle colture più efficienti in termini di utilizzo del suolo, poiché produce più calorie per ettaro, ma è anche una delle più laboriose. L’Inghilterra, dal canto suo, aveva una popolazione più ridotta rispetto alla sua superficie e l’emigrazione verso le colonie alleviò in parte la sua pressione demografica. Di conseguenza, lo sviluppo in Inghilterra prese una strada relativamente più intensiva in termini di capitale, che in parte fu fornito dal fenomeno delle recinzioni rurali, inizialmente destinato al capitalismo agrario e successivamente alle tecnologie di risparmio di manodopera della Rivoluzione Industriale. Secondo Jan Luiten van Zanden, «la Cina non si è “persa” la rivoluzione industriale, semplicemente non ne aveva bisogno» e di conseguenza non ha nemmeno avuto bisogno di spogliare la propria popolazione contadina[15] . Note 1 K. Marx, Il capitale, cit., p. 873. 2 Cfr. Rosa Luxemburg, The Accumulation of Capital, New Haven (CT), 1951. 3James Scott, Seeing Like a State: How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed, New Haven, 1999. 4 F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, cit., p. 232. 5 Karl Marx, «Bozza di un articolo sul libro di Friedrich List: Das Nationale System der Politischen Ökonomie», in Karl Marx e Friedrich Engels, Opere complete, Londra, 2010, vol. 4, p. 280 (corsivo nell’originale). 6 K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, cit., p. 52. 7 Nelle ultime fasi della sua carriera, Marx smise di concentrarsi sul cuore dell’Europa e iniziò a studiare formazioni non capitalistiche in altre parti del mondo. Nei suoi Quaderni etnologici, pubblicati postumi, riconsidera il suo quadro originale degli stadi di sviluppo e la possibilità che la Russia, ad esempio, potesse semplicemente saltare il capitalismo, con il villaggio rurale tradizionale, il mir, come base per la transizione al comunismo. In ogni caso, lo scoppio della Grande Guerra nel 1914 pose fine al sogno di una rivoluzione mondiale, dimostrando che i lavoratori erano più disposti a versare il proprio sangue in una guerra tra di loro che a rinunciare alle proprie identità nazionali. 8 Cfr. K. Marx e F. Engels, Il Manifesto del Partito Comunista, cit., p. 9; Karl Marx, Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte, New York, 1994, p. 124; ed. italiana in Rivoluzione e reazione in Francia, 1976. 9 Karl Marx, «Proprietà private e comunismo», in Manoscritti economico-filosofici del 1844, Mineola, 2004, p. 100; ed. italiana Torino 1976. 10 Per analisi sociologiche incentrate sugli aspetti negativi della dipendenza, nonché sugli elementi partecipativi del paternalismo dell’unità di lavoro, cfr. Andrew Walder, Communist Neo-Traditionalism: Work and Authority in Chinese Industry, Oakland (CA), 1988; e Joel Andreas, Disenfranchised: The Rise and Fall of Industrial Citizenship in China, New York, 2019. Per un’analisi storica articolata dell’unità di lavoro e del suo rapporto con il sistema hukou, si veda Michael Dutton, Policing and Punishment in China: From Patriarchy to “the People”, Cambridge, 1992, pp. 189-245. 11 K. Marx e F. Engels, Manifesto del Partito Comunista, cit., p. 27. 12 Si veda, in generale, Myron Cohen, Cultural and Political Inventions in Modern China: The Case of the Chinese “Peasant”, «Dædalus», vol. 122, n. 2, 1993. 13 Myron Cohen riassume questo processo in modo conciso in Cultural and Political Inventions in Modern China: The Case of the Chinese “Peasant”, «Dædalus», vol. 122, n. 2, primavera 1993, p. 155. Faceva parte di un più ampio progetto di modernizzazione translinguistica descritto da Lydia Liu, Translingual Practice: Literature, National Culture and Modernity in China, 1900-1937, Stanford (CA), 1995. 14 Queste differenze giuridiche sono descritte e valutate con maggiore dettaglio storico e comparativo in Taisu Zhang, The Laws and Economics of Confucianism: Kinship and Property in Preindustrial China and England, Cambridge, 2017. 15 Jan Luiten van Zanden, Before the Great Divergence: The Modernity of China at the Onset of the Industrial Revolution, «voxeu», 26 gennaio 2011, citato in Shaohua Zhan, The Land Question in China: Agrarian Capitalism, Industrious Revolution and East Asian Development, Abingdon, 2019. Teemu Ruskola è titolare della cattedra “Jonas Robitscher” di Diritto e membro del corpo docente dei Dipartimenti di Studi sull’Asia Orientale, Storia e Studi sulle donne, il genere e la sessualità dell’Università di Emory (Atlanta, Georgia). Insegna inoltre presso il Centro di diritto cinese e cultura giuridica cinese dell’Università di Helsinki ed è stato professore ospite in numerose istituzioni accademiche, tra cui il Georgetown University Law Center. Ruskola svolge attività di ricerca e pubblica lavori sul diritto cinese, il diritto comparato, il diritto e la sessualità e il diritto internazionale. È autore, tra le altre opere, di Legal Orientalism: China, the United States, and Modern Law (2013) e The Unmaking of the Chinese Working Class (2026). Questo articolo è apparso su «New Left Review» 151, rivista bimestrale di teoria e politica pubblicata a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è ripubblicato qui con l’espressa autorizzazione dell’editore (traduzione del testo originale «New Left Review» 151. Traduzione di Mauro Trotta
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La formazione della classe operaia in Cina (1/3) Arrigo Lora Totino, Macchina celibe, 1998 L’attuale classe operaia e il contadino cinesi sono il prodotto di un complesso processo di inserimento della formazione sociale cinese nell’economia mondiale capitalista, dopo che entrambi hanno avuto un ruolo di primo piano in una delle rivoluzioni cruciali del lungo XX secolo e in processi di mobilitazione sociale e politica di enorme intensità, i cui risultati politici, conseguenza della lotta di classe in corso in Cina, sono ancora da vedere. Un modo per comprendere le notevoli trasformazioni politiche ed economiche vissute dalla Repubblica Popolare Cinese dal 1949 ad oggi è quello di prendere come punto di partenza l’opera di Edward P. Thompson, The Making of the English Working Class (1963). Il classico studio di Thompson descrive in modo vivido la nascita di una coscienza di classe operaia in Inghilterra durante gli anni cruciali compresi tra il 1780 e il 1832, sebbene l’autore collochi la sua narrazione in un contesto storico molto più ampio. In quanto proletariato paradigmatico delle fasi iniziali del capitalismo industriale in Occidente, la classe operaia inglese offre una lente ideale per esaminare la nascita di un altro proletariato di importanza globale situato all’estremità opposta della massa continentale eurasiatica, che per molti aspetti è emblematico dell’ultima fase del capitalismo: la classe operaia cinese [1] . Sebbene Thompson si concentri sull’evoluzione della coscienza di classe dell’operaio inglese, inquadra la sua analisi nel processo delle enclosures [recinzioni], risalente alla fine del XV secolo, che privò la popolazione contadina delle proprie terre e non le lasciò altra scelta che vendere la propria forza lavoro. Anche in Cina si sta verificando una spoliazione del contadino, spesso definita nuovo processo delle recinzioni (xin quandi yundong). Tuttavia, i due processi differiscono notevolmente per portata temporale e spaziale. I processi che in Inghilterra si sono svolti nell’arco di diversi secoli si stanno condensando in soli tre decenni in Cina. Inoltre, si stanno verificando in ordine inverso: la mercificazione iniziale del lavoro industriale, verificatasi nel corso degli anni ‘90 e che ha dato origine alle abbaglianti file di grattacieli della Cina, è stata accompagnata da un flusso apparentemente inesauribile di lavoratori migranti verso le città, senza che si verificasse tuttavia la mercificazione su larga scala del suolo rurale. Perché, allora, espropriare una popolazione contadina che si è già sottomessa volontariamente al capitale per pura necessità economica, rendendo superfluo il ricorso all’evacuazione forzata? Quando la Cina avviò il suo processo multidimensionale di riforme economiche nel 1978, era uno dei paesi più egualitari al mondo. Oggi è uno dei più diseguali secondo l’indice di Gini [2]. I cambiamenti nella sorte della classe operaia cinese costituiscono una parte cruciale di questa rivoluzione, o meglio, controrivoluzione, poiché il Partito Comunista Cinese (PCC) ha scelto lo sviluppo economico a scapito dell’uguaglianza come obiettivo primario. È importante sottolineare che sia la formazione che la disgregazione della classe operaia cinese si sono sviluppate parallelamente alla formazione e alla disgregazione di quella contadina. Marx riteneva che il comunismo avrebbe portato all’abolizione della distinzione tra città e campagna [3]. Tuttavia, sia la base industriale socialista costruita sotto la guida di Mao sia le fiorenti megalopoli cinesi di oggi sono state edificate sulle fondamenta delle vaste zone impoverite dell’entroterra del Paese. Il rapporto differenziato dei contadini e dei lavoratori urbani con la terra e il lavoro ha permesso allo Stato di convogliare un flusso continuo di risorse rurali verso le città, dapprima per sostenere la forza lavoro industriale nel e del socialismo di Stato e poi per sovvenzionare il capitale globale in seguito alla svolta della Cina verso il capitalismo di Stato negli anni ‘90. La natura mutevole di tale rapporto è fondamentale per comprendere la straordinaria e sorprendentemente rapida trasformazione della Cina. Sebbene esistano numerosi studi che hanno analizzato i diversi aspetti della trasformazione del Paese, la maggior parte si concentra sulla Cina urbana o su quella rurale; o, peggio ancora, tratta le istituzioni urbane come se rappresentassero il Paese nel suo complesso. Per comprendere i cambiamenti e le diverse modalità di esistenza della classe operaia cinese, è indispensabile considerare la città e la campagna nella relazione dinamica reciproca che hanno instaurato tra loro. Allo stesso modo, e specialmente nel contesto socialista della Cina, la riorganizzazione del capitale e la ristrutturazione del lavoro non possono essere comprese se non considerate parte di un’unica trasformazione, le cui implicazioni non si ripercuotono solo sull’economia, ma anche sull’organizzazione della società e della famiglia in generale. Inoltre, le definizioni disciplinari convenzionali di ciò che viene considerato un fenomeno economico, politico o sociale risultano spesso inadeguate per comprendere il contesto cinese. È anche necessario collocare lo sviluppo della Cina dopo il 1949 nel quadro globale. Il nazionalismo e il socialismo cinesi sono stati, fin dai loro primissimi inizi, risposte all’espansione mondiale dell’imperialismo e del capitalismo. Infine, una sintesi veramente esaustiva richiede una prospettiva comparativa. Questo saggio presta particolare attenzione all’esperienza inglese e, in misura minore, a quella sovietica. Nella misura in cui la concezione marxista della storia presuppone il susseguirsi di fasi – il capitalismo succede al feudalesimo, e poi segue il socialismo – il fenomeno delle recinzioni in Inghilterra rappresenta l’esempio classico della transizione dal feudalesimo al capitalismo. Sebbene la Rivoluzione bolscevica non si sia evidentemente conformata a questo schema, passando dal feudalesimo al socialismo, lo smantellamento dell’Unione Sovietica nel decennio degli anni ’90 è arrivato a essere considerato l’esempio paradigmatico di una transizione socialista al capitalismo. Molto di ciò che osserviamo in Cina ci sembrerà simile sia alla transizione dal feudalesimo al capitalismo verificatasi in Inghilterra sia alla transizione post-socialista dell’Unione Sovietica, ma l’esperienza cinese differisce da entrambe le transizioni anche sotto aspetti significativi, come vedremo. L’utilità di elaborare confronti non sta nel conferire alla Cina uno status eccezionale, né nell’offrire l’ennesima versione del «capitalismo con caratteristiche cinesi»; semmai, ciò che sta accadendo in Cina si descrive meglio come capitalismo con caratteristiche globali. In realtà, l’importanza dei confronti storici è di natura euristica, poiché ci aiutano a riconsiderare alcune delle categorie chiave con cui abbiamo narrato la storia dello sviluppo della Cina. Infatti, la Repubblica Popolare Cinese presenta caratteristiche che possono essere classificate come socialiste, capitalistiche e feudali allo stesso tempo. A differenza dell’Inghilterra, la Cina non ha avuto bisogno del capitalismo agrario né della conseguente espropriazione dei contadini come trampolino di lancio per il suo iniziale sviluppo industriale sotto la guida di Mao. Paradossalmente, il capitalismo ha prosperato in Cina in gran parte proprio perché si è costruito su determinati fondamenti socialisti. Ancora oggi, esso continua a essere sostenuto da una serie di retaggi socialisti sopravvissuti, molti dei quali sono a loro volta radicati in istituzioni di parentela che risalgono al passato imperiale della Cina. In realtà, data la posizione della Cina nell’economia industriale mondiale, i sussidi socialisti vanno a beneficio degli attori del mercato di tutto il mondo. Come vedremo, il confronto con l’Inghilterra aiuta a chiarire il ruolo fondamentale svolto dalle specifiche forme di proprietà fondiaria rurale e urbana nella Repubblica Popolare Cinese, una distinzione giuridica che non ha precedenti nella storia cinese, né nel pensiero marxista né nella prassi sovietica. Una premessa fondamentale di questo saggio è che non è mai esistita un’unica Repubblica Popolare Cinese. Ci sono sempre stati (almeno) due popoli, se non due repubbliche. Da quando l’agricoltura è stata collettivizzata in seguito alla riforma agraria dei primi anni ’50, ogni appezzamento di terra e ogni essere umano in Cina è stato classificato giuridicamente e amministrativamente come urbano o rurale. A differenza delle sue controparti socialiste, la Cina non ha mai espropriato i propri contadini nazionalizzando la proprietà dell’intera terra. Ancora oggi la Cina distingue tra due diverse forme di proprietà pubblica: il suolo urbano, di proprietà dello Stato, e il suolo rurale, di proprietà dei collettivi che coltivano la terra [4]. In primo luogo, esaminerò perché l’analisi della terra e del lavoro sia uno strumento particolarmente utile per comprendere la trasformazione della Cina ed esplorerò alcuni dei limiti dell’analisi marxista del rapporto esistente tra loro. Successivamente, traccerò le prime fasi dell’epica creazione e della successiva disintegrazione della classe operaia cinese e della sua controparte rurale, il contadino. Lavoro e terra L’ambizione di Thompson era quella di cogliere l’emergere di una nuova coscienza tra i lavoratori e le lavoratrici inglesi. Per quanto riguarda la Cina, una simile analisi sarebbe prematura. Sebbene non vi sia dubbio che oggi esista una classe operaia cinese in senso oggettivo, questa non ha ancora acquisito un’autocoscienza politica del tipo descritto da Thompson. Senza dubbio, esiste una coscienza di sé che lotta per emergere. Se lo farà, e quando lo farà, avrà conseguenze di vasta portata. Per ora, tuttavia, i lavoratori continuano a essere troppo isolati gli uni dagli altri perché si consolidi una coscienza collettiva e questa trovi un’espressione pubblica, forse in modo analogo alla situazione del contadino francese descritta in Il 18 brumario di Luigi Bonaparte. Il mio obiettivo principale non è, quindi, tracciare una mappa dell’esperienza soggettiva dei lavoratori e delle lavoratrici cinesi, ma descrivere analiticamente le forze storiche, sociali, politiche ed economiche che hanno contribuito a formare l’attuale classe operaia cinese, e a tal fine mi concentrerò sulla mercificazione del lavoro e della terra. L’importanza della terra e del lavoro emerge chiaramente dalla sua straordinaria rilevanza politica, spesso descritta come «la questione della terra» e «la questione contadina». A partire dalle proteste di piazza Tienanmen, poche cose spaventano di più il PCC dei segnali di instabilità sociale. La maggior parte dei disordini registrati dal 1989 non è stata provocata da dissidenti che rivendicavano una maggiore partecipazione politica, bensì da lavoratori e lavoratrici che si opponevano alle condizioni di lavoro e da contadini e contadine che protestavano contro l’espropriazione delle loro terre. La terra e il lavoro sono importanti sia dal punto di vista concettuale che politico e sono profondamente interconnessi nelle riforme attualmente in corso in Cina. La potente critica di Marx al lavoro alienato, una denuncia dello sfruttamento dei lavoratori e delle lavoratrici sotto il capitalismo, presenta un limite importante: la sua preoccupazione principale è lo sfruttamento dell’essere umano da parte dell’essere umano. Dà per scontato, e considera addirittura naturale, lo sfruttamento della natura da parte dell’essere umano. Per Marx il problema del capitalismo non è la necessità di lavorare in quanto tale – il lavoro è «una condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme della società, è una necessità eterna della natura, che ha la funzione di mediare il ricambio organico fra uomo e natura, cioè la vita degli uomini» –, ma al contrario la forma specifica in cui esso è organizzato. Come gli economisti politici classici, e Aristotele prima di loro, Marx distingue tra valore d’uso e valore di scambio: il primo viene prodotto per la sussistenza o scambiato con altre cose utili, mentre il secondo viene scambiato per ottenere un profitto. Nel proporre una definizione universale del lavoro, Marx lo caratterizza come un’attività umana intenzionale, che produce un valore d’uso. Nel capitalismo, siamo condizionati a pensare al lavoro come a un rapporto eminentemente sociale: una persona che lavora per un’altra. Tuttavia, nel senso universale in cui lo definisce Marx – e non nella forma di sfruttamento che assume nel capitalismo – il lavoro è l’espressione del rapporto dell’essere umano con la natura: In primo luogo, il lavoro è un processo che si svolge fra l’uomo e la natura, nel quale l’uomo, per mezzo della propria azione, media, regola e controlla il ricambio organico fra se stesso e la natura: contrappone se stesso, quale una tra le potenze della natura, alla materialità della natura. Egli mette in moto le forze naturali appartenenti alla sua corporeità, braccia e gambe, mani e testa, per appropriarsi i materiali della natura in forma usabile per la propria vita [5]. In particolare, il lavoro si riferisce al ricambio organico tra l’essere umano e la terra, attraverso il quale il primo trasforma quest’ultima per il proprio uso o, come afferma Marx, la terra «si trova ad essere, senza contributo dell’uomo, l’oggetto generale del lavoro umano». Sebbene ogni forma di vita esista in natura, il modo in cui l’animale umano ne estrae valore d’uso è unico. Senza dubbio, Marx si sforza di riconoscere i modi straordinari in cui i ragni tessono le loro ragnatele e le api costruiscono i loro alveari, ma si rifiuta categoricamente di qualificare come «lavoro» la loro attività, escludendo dalla sua considerazione «le forme istintive di lavoro che rimangono nell’ambito animale». Ciò che rende il lavoro specificamente umano è la sua natura intenzionale. Mentre «l’ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera», l’architetto, a differenza dell’ape, «ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera» [6]. Più che semplicemente «istintivo», il lavoro è in ultima analisi creativo, il che distingue l’essere umano dalla natura: «Operando mediante tale modo sulla natura fuori di sé e cambiandola, egli cambia allo stesso tempo la natura sua propria» [7]. In effetti, il lavoro non solo distingue l’essere umano dalla natura, ma lo pone al di sopra di essa. Marx descrive lo sfruttamento della terra da parte dell’uomo in termini relativamente benevoli, come «uso» della natura da parte sua – «un processo a cui partecipano sia l’uomo che la natura» –, ma afferma anche che il lavoratore «controlla le reazioni materiali tra sé e la natura», anzi, «si oppone alla natura» al fine di «appropriarsi» dei suoi prodotti. In ultima analisi, afferma, si tratta di un processo mediante il quale l’essere umano «assoggetta il gioco delle forze [della natura] al proprio potere» [8]. Engels è ancora più diretto riguardo al rapporto gerarchico tra l’essere umano e la natura: «L’animale si limita a utilizzare il proprio ambiente e provoca cambiamenti in esso semplicemente con la sua presenza; l’essere umano, attraverso i propri cambiamenti, lo pone al servizio dei propri fini, lo domina» [9] . In ultima analisi, si tratta di un rapporto di subordinazione piuttosto che di mero utilizzo. In sintesi, è la sottomissione della natura ciò che ci rende umani, ciò che costituisce una parte vitale del nostro essere come specie (Gattungswesen). In questo senso, Marx è un umanista classico. È significativo che Adam Smith collochi l’umanità dell’essere umano non nel modo in cui fa uso dell’ambiente naturale, ma nella sua propensione allo scambio, una propensione al «commercio e al baratto» che, secondo lui, non è condivisa da altri animali [10] . Poiché Smith privilegia il valore di scambio rispetto al valore d’uso, per lui il lavoro è lavoro, sia esso svolto dall’essere umano o dagli animali: «Non solo i servi che lavorano [per l’agricoltore], ma anche il suo bestiame messo al lavoro, sono lavoratori produttivi» [11] . Il lavoro è, più che il luogo in cui risiede l’umanità del lavoratore, l’espressione della sua animalità. Di conseguenza, per Smith, il capitalista che cerca di ottenere profitti è l’apoteosi dell’essere umano, a differenza di Marx, per il quale lo è il lavoratore. Nello studio delle conseguenze del processo delle enclosures, Polanyi si concentra in particolare sul ruolo svolto dalla mercificazione della terra e del lavoro in quella che egli definisce la trasformazione dell’Europa in una «società di mercato» nel corso del XVIII e XIX secolo. Per Polanyi si trattava di eventi che superavano di gran lunga l’importanza dei mercati delle merci, che egli non considera un fenomeno particolarmente distintivo, poiché sono stati presenti in molti tipi diversi di società. L’aspetto significativo dei mercati del lavoro e della terra è che non sono prodotti in sé, ma fattori di produzione, ovvero mezzi attraverso i quali vengono prodotti i beni [12] . Più precisamente, Polanyi definisce la terra e il lavoro «merci fittizie», riconoscendo che non vengono prodotti per i mercati. Ovviamente, la terra non viene prodotta affatto: esiste prima dei mercati. Non possiamo produrre più di quanto già esista e anche la rivendicazione di terre ha limiti finiti. Senza dubbio, anche sotto il capitalismo, i lavoratori e le lavoratrici sono e devono essere continuamente prodotti e riprodotti, ma non con lo scopo puramente strumentale di soddisfare i mercati del lavoro (a differenza di quanto accade fondamentalmente nelle società schiaviste). Infatti, sostiene Polanyi, la mercificazione del lavoro equivale a una mercificazione degli esseri umani, mentre la mercificazione della terra non è altro che una mercificazione della natura. Il problema della mercificazione della terra non sta, quindi, solo nel fatto che storicamente comporta l’espropriazione dei contadini, ma nel fatto che altera il nostro rapporto con l’ambiente stesso in cui esistiamo. Non dovrebbe quindi sorprenderci che anche in Cina la mercificazione degli esseri umani e quella della natura siano state processi particolarmente controversi. In questo contesto, il processo di recinzione della terra fornisce un quadro storico e analitico adeguato per considerare le trasformazioni della classe operaia cinese. Tipi di recinzione Fino alla fine del XV secolo e all’inizio del XVI, l’agricoltura inglese veniva praticata principalmente in tenute signorili organizzate anche come campi comuni. Si trattava di un sistema agricolo di sussistenza in cui si sovrapponevano elementi individuali e collettivi. Affittuari di vario tipo possedevano appezzamenti di terra che coltivavano individualmente, ma i campi venivano lavorati sia individualmente che collettivamente. Esistevano inoltre ulteriori terreni comuni soggetti a uso collettivo, che comprendevano un’ampia gamma di diritti consuetudinari, molti dei quali erano a disposizione anche dei plebei senza terra: pascolo degli animali domestici, raccolta di legna da ardere, estrazione di torba e così via. I mercati dei prodotti agricoli crebbero col tempo e, con l’accelerazione dell’urbanizzazione, i prezzi aumentarono di conseguenza, prima quelli della lana e ben presto quelli dei cereali. Per produrre a fini commerciali, i signori feudali iniziarono a espellere i propri affittuari e a recintare i beni comuni, il che si tradusse in un modello ineguale che segnò la frammentazione dei terreni agricoli in tutta Europa. Le recinzioni ebbero luogo tramite misure legali e violenza extralegale, il che trasformò i terreni su cui gravavano diritti consuetudinari e forme di possesso sovrapposte in forme esclusive di proprietà moderna, che potevano essere acquistate e vendute a piacimento da un unico proprietario. Per Marx, questi atti iniziali di violenza e spossessamento costituirono l’esempio paradigmatico di «accumulazione originaria», ovvero di un’accumulazione che «non è il risultato, ma il punto di partenza del modo di produzione capitalistico» [13]. Con il passaggio dall’agricoltura feudale di sussistenza al capitalismo agrario, il crescente capitale rurale gettò a sua volta le basi per nuove forme di industria, a cominciare dalle fabbriche tessili e dalla manifattura rurale, che culminarono infine nelle industrie urbane. Una volta recintati i beni comuni ed espropriati i loro occupanti, gli ex contadini non avevano nulla da vendere se non la propria forza lavoro. Fu quindi la loro alienazione dalla terra a non lasciare loro altra scelta se non quella di accettare il lavoro alienato e, di conseguenza, di diventare la classe operaia originaria, di cui Thompson racconta la presa di coscienza. La mercificazione della terra e del lavoro furono, quindi, processi storici che si sovrapponevano, in cui il primo pose le basi per il secondo. Tuttavia, poiché c’erano «furfanti incalliti» e altri individui che preferivano la vita vagabonda e sceglievano di vivere di elemosina o di caccia, per esempio, il Parlamento inglese promulgò una serie di leggi che Marx definisce «legislazione sanguinaria contro gli espropriati», che proibivano il vagabondaggio e l’accattonaggio. La privatizzazione dei beni comuni fu accompagnata anche dalle recinzioni delle foreste reali d’Inghilterra – una fonte vitale di sussistenza per molti – e dalla contemporanea criminalizzazione della pesca e della caccia, cosicché vivere della natura divenne un furto [14] . Sebbene Marx attribuisca un ruolo centrale al fenomeno delle recinzioni come motore dello sviluppo del capitalismo in Inghilterra, riconosce anche la portata globale dell’accumulazione originaria, in base alla quale i domini imperiali fornivano risorse, manodopera schiavizzata e mercati vincolati. Poiché il fenomeno delle recinzioni coincise con l’ascesa del colonialismo, il nuovo regime di proprietà terriera fu esportato in tutti i luoghi in cui i coloni decisero di stabilirsi. Possiamo considerare la successiva ascesa dello Stato-nazione come una sorta di processo di recinzione globale, che ha trasformato l’intero pianeta in una formazione giuridica suddivisa in Stati, i quali rivendicano il controllo esclusivo dei propri territori. Infatti, con la rivendicazione dei fondali marini da parte degli Stati costieri e di ciò che storicamente è stato riconosciuto come «la libertà dei mari», molti parlano anche di «recinzioni degli oceani». In Inghilterra, le opinioni sull’importanza del fenomeno delle recinzioni dipendono in larga misura dal fatto che si mettano in risalto le sue conseguenze economiche o politiche. Pur riconoscendone la violenza, l’opera di Barrington Moore Jr., Social Origins of Dictatorship and Democracy: Lord and Peasant in the Making of the Modern World (1966), si concentra principalmente sulla sua eredità politica. Moore celebra l’espropriazione dei contadini come la loro emancipazione: liberati dalla sudditanza feudale, essi diventano politicamente indipendenti e gettano le basi della cittadinanza democratica moderna. Marx non lamenta la scomparsa delle gerarchie feudali, ma si concentra prevalentemente sulle nuove forme di asservimento economico, piuttosto che sulla liberazione politica, che considera illusoria. Anche in Cina, la spoliazione dei contadini che si sta verificando attualmente comporta la mercificazione della terra e del lavoro, il che comporta importanti conseguenze sia politiche che economiche. A volte si dimentica che la trasformazione economica della Cina avvenuta dopo la scomparsa di Mao è iniziata nelle campagne grazie alle riforme agrarie seguite dall’industrializzazione agricola. La straordinaria crescita delle imprese rurali durante gli anni ‘80 e la prima metà del decennio successivo è stata in realtà ciò che ha sollevato dalla povertà milioni di contadini e ha dato impulso all’espansione senza precedenti della Cina in quel periodo. Negli anni successivi, a seguito di un processo di radicale riorientamento, si è assistito alla stagnazione delle zone rurali e al loro netto superamento da parte delle città, il che ha fatto sì che l’immagine di queste metropoli scintillanti diventasse l’orizzonte del nuovo millennio. Tuttavia, durante i primi due decenni dell’era delle riforme, quando gli osservatori stranieri parlavano del miracolo economico cinese, ciò che in realtà stavano descrivendo era una rivoluzione industriale agricola. Quando nel 1978 ebbero inizio le riforme economiche, il loro obiettivo principale era alleviare la povertà rurale. A ogni famiglia fu assegnato il diritto di uso temporaneo di un piccolo appezzamento, insieme al diritto di vendere tutto ciò che produceva oltre la quota assegnata. Sebbene il terreno rurale rimanesse di proprietà collettiva, questa riforma relativamente limitata diede origine a un mercato ristretto per i prodotti agricoli. Una volta che i contadini iniziarono a guadagnare denaro dalla vendita delle loro eccedenze, alcuni investirono i propri guadagni nell’industria agricola. Tale industria si organizzò sotto forma di collettivi rurali, noti come imprese comunali rurali (township and village enterprises), che assunsero diverse forme di proprietà: pubblica, privata, semiprivata e comune. In un certo senso, ciò era simile all’esperienza inglese: anche lì l’industria era sorta precocemente nelle campagne, integrando l’agricoltura senza soppiantarla. Nel caso cinese, tuttavia, i contadini erano proprietari sia della terra che del capitale e ovviamente non avevano bisogno di privarsene per gestire le proprie imprese. Le imprese municipali rurali ebbero un successo sorprendente e sono spesso considerate un’incarnazione spontanea dello spirito capitalista che emanava dal suolo cinese. Tuttavia, le prime riforme rurali devono essere considerate un esempio di sviluppo socialista: forma autoctona di impresa pubblica locale, le imprese municipali rurali rappresentarono la trasformazione di quello che era stato un bene comune agricolo in uno industriale. Il boom economico delle imprese municipali rurali durante gli anni ’80 e all’inizio del decennio successivo iniziò rapidamente a ridurre il divario di benessere esistente tra i contadini e i loro concittadini urbani. Allo stesso tempo, il loro successo aumentò anche la pressione sul settore pubblico urbano, che soffriva di gravi problemi. A metà degli anni ‘90, lo Stato ha compiuto una svolta decisiva, passando dalla riforma rurale a quella urbana, privilegiando il capitalismo di Stato rispetto all’industria rurale collettivizzata. Sono proprio questo capitalismo di Stato e le città scintillanti che esso ha costruito a rappresentare oggi la Cina nei media mondiali. Lo Stato ha avviato il processo ristrutturando il proprio rapporto giuridico sia con il capitale che con il lavoro. Con l’aiuto di una nuova legge sulle società, entrata in vigore nel 1994, le imprese pubbliche (state-owned enterprises) sono state trasformate in società per azioni. Sebbene lo Stato rimanesse l’azionista di maggioranza, iniziava a invitare il capitale mondiale a contribuire alla trasformazione delle proprie imprese pubbliche in imprese orientate al profitto. Per quanto riguarda il lavoro, i lavoratori delle imprese pubbliche non possedevano terreni e furono, al contrario, privati del loro principale diritto socialista: la sicurezza del posto di lavoro a vita. Questa mercificazione del lavoro, nota colloquialmente come «la rottura della ciotola di riso di ferro», ha determinato la disgregazione della classe operaia cinese come strato socialista privilegiato, inaugurando la sua trasformazione in un proletariato industriale ordinario del tipo descritto da Thompson. Tuttavia, soprattutto dopo l’adesione della Cina all’OMC nel 2001, le sue città sono state inondate da capitali globali e la forza lavoro urbana esistente non era più sufficiente a soddisfarne la domanda. Allo stesso tempo, le zone rurali della Cina traboccavano di contadini disoccupati e sottoccupati, il che ha favorito una crescente ondata di manodopera migrante che affluiva dalle campagne alle città. Lo smantellamento delle imprese pubbliche è stato accompagnato dalla mercificazione dei terreni urbani destinati all’edilizia residenziale e allo sviluppo privato, un processo che è culminato in un’enorme bolla immobiliare che oggi minaccia l’economia cinese. È importante sottolineare che, poiché l’alloggio e altri beni di prima necessità sono reperibili sul mercato, i contadini hanno potuto trasferirsi nelle città anche senza essere registrati come residenti urbani. Tuttavia, continuavano a essere cittadini di seconda classe, privi dell’accesso a tutte le prestazioni di cui godono i residenti urbani, costretti a spostarsi quotidianamente tra i luoghi di lavoro e i propri villaggi e a dipendere dalla terra che le loro famiglie continuavano a coltivare per sopravvivere nel caso perdano il lavoro, non vengano pagati o subiscano infortuni sul lavoro. La chiave del proverbiale «basso costo» della manodopera cinese risiede nella natura ibrida dei suoi lavoratori migranti. Durante il periodo socialista, lo Stato sottraeva il prodotto del lavoro ai contadini, mentre oggi il capitale urbano attira i contadini più capaci, anche se solo in modo temporaneo e a rotazione, mentre questi continuano a ricevere il sostegno dei propri villaggi. I lavoratori migranti costituiscono, di fatto, un esercito di riserva di manodopera mercificata, che sostiene i costi della propria riproduzione, in modo simile agli immigrati privi di documenti negli Stati Uniti, ad esempio. La continua dipendenza di questi lavoratori dal sostegno dei propri familiari residenti in campagna permette ai datori di lavoro urbani di pagar loro salari al di sotto del livello di sussistenza. Pertanto, la questione non è come questi migranti siano riusciti a evitare l’espropriazione, a differenza del proletariato industriale inglese dell’inizio del XIX secolo, ma, al contrario, come il loro mantenimento della proprietà della terra consenta al capitalismo di Stato cinese di sfruttarli. Note 1 Questo saggio è tratto da Teemu Ruskola, The Unmaking of the Chinese Working Class: The Global Limits of Capitalism, di prossima pubblicazione presso Verso. 2 Lin Chun, Revolution and Counterrevolution in China, Londra e New York, 2021, p. 205. 3 Karl Marx e Friedrich Engels, The Communist Manifesto, New York, 2006, p. 33; ed. italiana Milano, 2018. 4 Sebbene la distinzione tra le forme rurali e urbane di proprietà pubblica della terra sia mutevole, esistono evidentemente numerose altre divisioni che frammentano la Repubblica Popolare Cinese. In particolare, vi sono cittadini maschi e femmine, un’altra importante categorizzazione che è al tempo stesso giuridica e sociale. Esistono inoltre molteplici gruppi etnici con relative distinzioni giuridiche e sociali. Allo stesso modo, vi sono cittadini politicamente privilegiati. Si veda, in generale, Yu Xingzhong, «Citizenship, Ideology and the PRC Constitution», in Merle Goldman ed Elizabeth Perry (a cura di), Changing Meanings of Citizenship in Modern China, Cambridge (MA), 2002. 5 Karl Marx, Il capitale, New York, 1977, p. 290, 283; ed. italiana Roma 1964. 6 Ibid., p. 284 (corsivo aggiunto). 7 Ibid., p. 283. 8 Ibid., p. 283. 9 Friedrich Engels, «Il ruolo del lavoro nella transizione dalla scimmia all’uomo», in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, New York, 1972, p. 260; ed. italiana Roma 1975. 10 Adam Smith, The Wealth of Nations: An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations – A Selected Edition, Oxford, 1993, vol. I, cap. 2, p. 21. 11 Ibid., vol. II, cap. 5, p. 217. 12 Karl Polanyi, La grande trasformazione: Le origini politiche ed economiche del nostro tempo, Boston (MA), 1957. 13 K. Marx, Il capitale, op. cit., p. 873. 14 Ibid., cap. 28: «Bloody Legislation Against the Expropriated», pp. 896-904; Charles Young, The Royal Forests of Medieval England, Filadelfia (PA), 1979; pp. 896-904; Edward P. Thompson, Whigs and Hunters: The Origin of the Black Act, Londra, 1975. Teemu Ruskola è titolare della cattedra “Jonas Robitscher” di Diritto e membro del corpo docente dei Dipartimenti di Studi sull’Asia Orientale, Storia e Studi sulle donne, il genere e la sessualità dell’Università di Emory (Atlanta, Georgia). Insegna inoltre presso il Centro di diritto cinese e cultura giuridica cinese dell’Università di Helsinki ed è stato professore ospite in numerose istituzioni accademiche, tra cui il Georgetown University Law Center. Ruskola svolge attività di ricerca e pubblica lavori sul diritto cinese, il diritto comparato, il diritto e la sessualità e il diritto internazionale. È autore, tra le altre opere, di Legal Orientalism: China, the United States, and Modern Law (2013) e The Unmaking of the Chinese Working Class (2026). Questo articolo è apparso su «New Left Review» 151, rivista bimestrale di teoria e politica pubblicata a Madrid da Traficantes de Sueños, ed è ripubblicato qui con l’espressa autorizzazione dell’editore (traduzione del testo originale «New Left Review» 151. Traduzione di Mauro Trotta
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In attesa del crollo? La bolla dell'Intelligenza Artificiale Maurizio Cannavacciuolo, Piccolo mondo che si sciolgie su bianco e oro L’attuale concentrazione della ricchezza nelle mani dei proprietari delle grandi aziende tecnologiche e degli imprenditori dell’intelligenza artificiale, sostenuta da un contesto deregolamentato sempre più aggressivo e da un sistema finanziario capace di allocare le risorse solo con una prospettiva di classe estremamente riduttiva, sta paradossalmente generando processi sempre più macroscopici di misallocation delle risorse, tra i quali la bolla dell’IA sta giocando un ruolo preponderante. Se ancora una volta i mercati azionari iperprivatizzati, la quasi totale deregolamentazione del sistema finanziario globale e i processi sempre più autoritari e antidemocratici di organizzazione dell’attività e della pianificazione economica dovessero scatenare una nuova crisi finanziaria sistemica, l’effetto cumulativo delle crisi che ne deriverebbe avrebbe un impatto enorme e assimmetrico sull’insieme della popolazione mondiale. Questo accentuerebbe ulteriormente il carattere insostenibile del capitalismo storico, moltiplicando il ricorso alla guerra come espediente privilegiato per uscire da una simile barbarie. Che cos’è una bolla? Una convinzione collettiva. Che cos’è un crollo? Il collasso di questa convinzione. L’IA ha dato origine a ben due bolle. La prima è una bolla azionaria, come dimostra il fatto che le due aziende più importanti del settore, OpenAI e Anthropic, stanno per quotarsi in borsa con le capitalizzazioni di mercato astronomiche di circa 1000 miliardi di dollari ciascuna. La seconda è una bolla creditizia, che è ancora più preoccupante. Solitamente, i crolli dei mercati azionari sono infatti più spettacolari che distruttivi, poiché provocano perdite nel valore degli attivi, mentre le bolle creditizie, quando scoppiano, scatenano una cascata di insolvenze nell’intero sistema finanziario. Si tratta di due bolle generate da una convinzione collettiva abbastanza potente da sostenere una mobilitazione di capitali senza precedenti nella storia del capitalismo. Bisogna ammettere che i capitalisti statunitensi sanno bene come orchestrare una narrazione, ovvero come generare una convinzione collettiva. Questa volta non hanno lesinato gli sforzi, deliziandoci con le visioni più grandiose. Ma queste hanno assunto una forma insolita e paradossale: convincere l’umanità dei terribili rischi, quasi esistenziali, del prodotto che questi stessi capitalisti stanno vendendo. Il direttore di Anthropic, Dario Amodei, ha padroneggiato questo stile retorico che. sotto l’apparente autocritica trasmette un messaggio del tutto di parte: 1) L’IA rappresenta un pericolo enorme, il che significa che è uno strumento dal potere senza precedenti e come tale deve interessarvi enormemente; 2) Ho creato un mostro, sono disposto ad ammetterlo, il che mi permette di avere la coscienza tranquilla (quindi se lo comprate da me vi portate a casa una dose di virtù insieme alla vostra arma letale); 3) Il governo del Mondo Libero è già stato avvertito che quest’arma non deve finire nelle mani di nessun altro – dei cinesi, per esempio? Che orrore! –, mentre le mie mani, come ho già detto, sono pulite; 4) Data l’importanza trascendentale di tutto ciò per il mondo intero, se le cose dovessero andare male dal punto di vista finanziario, in nessun caso dovrete permetterci di fallire come una semplice Lehman Brothers. È la leggenda perfetta, che presenta tutti gli ingredienti necessari: il futuro dell’umanità è in gioco e i cattivi non devono impossessarsi del trofeo. Naturalmente, una leggenda non è un modello di business. Finora bastava lanciare un incantesimo e questo evocava una magia smisurata: a partire dagli anni 2020 i «Big Five» – Microsoft, Google, Oracle, Meta e Amazon – hanno versato 1,9 trilioni di dollari nel calderone. Ora, però, il calderone deve generare profitti, se non a breve termine – cosa che non sembra probabile – almeno entro un lasso di tempo ragionevole e su una scala commisurata all’investimento effettuato fino ad oggi. Chi esprimeva scetticismo al riguardo è stato inizialmente bollato come catastrofista, come un guastafeste incapace di provare l’emozione del miracoloso e di immaginare il grande progresso civilizzatore del nostro tempo. Per quanto tempo potrà resistere questa fede collettiva nell’IA di fronte alle prove che la smentiscono? La risposta: per molto tempo, ma non per sempre, specialmente quando i segnali d’allarme cominciano a moltiplicarsi, come sta accadendo ora. È molto probabile che stiamo assistendo all’inizio dell’erosione di quella fede; una volta superata la soglia critica, si verificherà una correzione finanziaria tanto brutale quanto maniacale è stata la frenesia che ha generato questa bolla. Le previsioni di ricavi possono in qualche modo giustificare la spesa in conto capitale? Da questo dipende il destino di tutti gli attori coinvolti: quello degli hyperscaler, ovvero i fornitori di servizi cloud che costruiscono enormi data center per raccogliere, ospitare ed elaborare i dati – AWS, Google, Microsoft, Oracle, Meta – e quello dei laboratori di IA, impegnati a consumare chip e potenza di calcolo su scala analoga. Anthropic si è impegnata a investire 330 miliardi di dollari in Google, AWS e Microsoft da qui al 2029, mentre OpenAI ha promesso 852 miliardi di dollari ad AWS, CoreWeave, Cerebras, Oracle, Microsoft e altre aziende simili entro la fine del 2030. Queste cifre astronomiche sono pensate per fare notizia, alimentando la convinzione collettiva del carattere trascendentale dell’IA. Tuttavia, la natura giuridica e contabile di questi «impegni» resta molto ambigua, poiché oscilla tra contratti giuridicamente vincolanti e semplici dichiarazioni d'intenti, tra slanci iperbolici e fumose visioni futuristiche. A un certo punto, tutto questo dovrà tornare con i piedi per terra. E qualsiasi sia la cruda realtà, ci saranno delle vittime. Se i laboratori di IA dovranno mettere mano al portafoglio senza che la domanda riesca a tenere il passo con l’offerta, ciò comporterà la loro rovina; se gli hyperscaler rimarranno a bocca asciutta, la situazione non finirà bene neanche per loro, perché hanno già stanziato 2 trilioni di dollari in spese in conto capitale e prevedono di investire molte più risorse nei prossimi anni (l’obiettivo punta a 5,3 trilioni di dollari per il periodo 2025-2030, secondo Goldman Sachs). Nessuno conosce la percentuale esatta degli impegni definitivi, poiché né Anthropic né OpenAI sono quotate in borsa. Quello che sappiamo sono le cifre dei loro recenti round di finanziamento: 95 miliardi di dollari per Anthropic quest’anno e 122 miliardi di dollari per OpenAI, il che lascia comunque un enorme deficit di finanziamento, che non può essere colmato tramite il ben noto autofinanziamento, dato che attualmente entrambi registrano perdite ingenti. Come se non bastasse, Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia – e non dimentichiamo che è lui a fornire i chip che alimentano l’intero settore –, ha evidenziato che, sulla base di un costo stimato compreso tra 80 e 100 miliardi di dollari per gigawatt di potenza, i data center previsti finirebbero per costare non i 5,3 trilioni di dollari stimati da Goldman Sachs, ma tra i 9,5 e i 15 trilioni di dollari. Dopotutto, anche lui deve recuperare il suo capitale. Ci troviamo quindi di fronte a un’equazione con una variabile e un parametro. La variabile: la domanda. Il parametro: il finanziamento, che dovrebbe concedere tempo finché la variabile non si concretizzi. La domanda è senza dubbio partita a un ritmo vertiginoso, spinta dalla ben nota esuberanza irrazionale: semplicemente non ci si può permettere di perdersi una rivoluzione, specialmente se si tratta di una rivoluzione capitalista. Nella prima fase, il clamore pubblicitario è stato l’unico fattore ad alimentare tale slancio. Poi è arrivata la prima ondata di adozione dell’IA, accompagnata da un’estasi di stupore rapito di fronte al suo potere. In questa fase non era ancora possibile fare una riflessione di carattere più prosaico, soprattutto da parte dei responsabili finanziari, poco pazienti con le meraviglie e i prodigi, se i conti non tornano. Dopo aver attirato i propri clienti con l’accesso gratuito, i laboratori di IA hanno iniziato a far pagare le aziende tramite piani tariffari a forfait. A quel punto, la spesa era ancora prevedibile. Una volta instaurata la fase successiva di dipendenza, il modello di prezzo è cambiato improvvisamente per basarsi sull’utilizzo, ovvero sui token, l’unità fondamentale che alimenta i grandi modelli linguistici (LLM). Questo cambiamento senza preavviso ha fatto impennare i costi legati all’IA, cogliendo i reparti finanziari completamente alla sprovvista. Uber, ad esempio, ha scoperto che il proprio budget annuale previsto per l’IA era svanito in un solo trimestre. Ciò era prevedibile: il clamore pubblicitario aveva convinto con successo i dipendenti che, per far parte della nuova e gloriosa era e potenziare al massimo la propria produttività personale, dovevano saltare sul carrozzone. Per incoraggiarli ulteriormente, è stato coniato un nuovo concetto, il «tokenmaxxing», in base al quale i dipendenti dovevano cercare di massimizzare il consumo di token, in una competizione che generava classifiche e albi d’onore in cui veniva incluso chi riusciva a ottenere «i migliori risultati nel modo più efficiente, dimostrando così una vera fede». Di conseguenza, i dipendenti si sono lanciati in questa sfida con tale entusiasmo che le stesse aziende che li avevano spinti a questa frenesia hanno dovuto azionare il freno di emergenza. Tra queste figurano colossi come Amazon e Meta. Si è deciso di limitare l’uso fino a quando la situazione non si sia chiarita. Tuttavia, la situazione rimane tutt’altro che chiara. La spesa può essere valutata solo a posteriori e i guadagni in termini di produttività sono inconsistenti e poco trasparenti. Le aziende sono disposte a investire nell’IA, ma esigono almeno una certa visibilità sulla redditività del loro investimento; la visibilità sul ritorno economico è però attualmente torbida quanto una pozza di gasolio. È improbabile che la chiarezza arrivi presto, soprattutto per quanto riguarda i prezzi, che sono stati notevolmente volatili. A giugno, il Wall Street Journal ha riferito che OpenAI intende ridurre drasticamente i prezzi dei token, una misura chiaramente volta a sottrarre quote di mercato ad Anthropic. Tuttavia, proprio come il suo rivale, OpenAI ha un bisogno urgente di entrate. A parità di condizioni, abbassare i prezzi non aiuta in tal senso: per quanto elastica possa essere la domanda globale, essa è determinata in ultima analisi dalle aziende che utilizzano l’IA. Data l’attuale incertezza, l’atteggiamento prevalente delle aziende è però di cautela o addirittura di riduzione delle spese. Inoltre, ci si potrebbe chiedere quanto sia seria la guerra dei prezzi tra OpenAI e Anthropic e, qualora dovesse intensificarsi, quali potrebbero essere le conseguenze. Senza dubbio ci sarebbero dei danni, non per gli hyperscaler (ai quali poco importa da dove provenga la domanda, purché sia solida), ma per i creditori e gli azionisti che hanno sostenuto il perdente. Tuttavia, lo scontro assomiglia più a una scaramuccia da cortile scolastico che alla battaglia di Guadalcanal. Le vere ostilità si stanno combattendo su un altro fronte: la concorrenza cinese. Nonostante debbano affrontare i problemi di un doppio embargo (sia interno che esterno) e di un accesso limitato ai chip di Nvidia, i cinesi, sfruttando al massimo la «restrizione creativa», hanno sviluppato modelli di linguaggio su larga scala (LLM) che, pur essendo forse meno sofisticati (anche se questo è discutibile), si adattano meglio alle reali esigenze dei consumatori. Dopotutto, non tutti hanno bisogno di un’IA per scrivere una tesi su Lacan o per dimostrare l’ipotesi di Riemann. Anche se non si riesce a vedere chiaramente dentro la scatola nera dell’IA cinese, una cosa è certa: DeepSeek è riuscita a offrire un’IA quasi all’altezza di quella offerta dalle aziende occidentali, ma a prezzi che sfidano ogni concorrenza. La differenza di prezzo corrisponde alla differenza tra la spesa in conto capitale cinese e quella statunitense. Il rapporto è di 1 a 10: nel 2025 57 miliardi di dollari per la Cina, contro i 443 miliardi di dollari per gli Stati Uniti; le stime per il 2027 si attestano rispettivamente a 157 miliardi di dollari e 1.000 miliardi di dollari. Sembra che in Cina, in mancanza di trilioni di dollari, ci si stia dedicando a riflettere sul serio. Il debutto di DeepSeek ha avuto il fragore di un tuono, ma l'impatto del fulmine è stato immediatamente dimenticato. Tutti sono tornati a professare la convinzione predominante: la supremazia dell’IA prodotta negli Stati Uniti. Tuttavia, questo stato di negazione non poteva durare a lungo; dopo un rimbalzo iniziale seguito da una pausa (il periodo di negazione), la domanda settimanale di token cinesi è presto schizzata da 5 a 20 trilioni in un solo mese, lasciando molto indietro i modelli statunitensi, che si attestavano intorno ai 5 trilioni. Il prezzo dei token, che ha toccato il fondo, dovrebbe scuotere i fedeli dal loro compiacimento, perché la posta in gioco non è altro che il possibile crollo di un modello di business da 5 trilioni di dollari. Goldman Sachs, agendo in modo molto simile al Dicastero per la Dottrina della Fede, può benissimo alimentare le fiamme dell’entusiasmo, prevedendo un passaggio dall’IA puramente «da chat» all’IA «agentica» pronosticando un’esplosione della domanda mensile di token fino a circa 120 quadrilioni entro il 2030. Tuttavia, curiosamente, tralascia la domanda cruciale che ne deriva: chi si aggiudicherà quel mercato? A differenza della sua controparte vaticana, tuttavia, il “Dicastero” di Goldman Sachs non è composto da persone tutte uguali. Lì si tollera la diversità di punti di vista, anche se, non illudiamoci, non tanto per integrità ma per la dipendenza da diversificate fonti di profitto. Vale la pena ricordare che, all’apice della crisi dei mutui subprime, la divisione vendite di Goldman Sachs scaricava gli attivi tossici sui clienti privati, mentre la sua sala di negoziazione scommetteva sul crollo del mercato. Non sorprende, quindi, che oggi la banca promuova con enfasi la prospettiva di quadrilioni di dollari legati ai token, proprio mentre uno dei suoi strateghi interni prevede che gran parte di tale domanda sarà diretta verso la Cina e il Giappone. Come a voler ribadire la correttezza di questa previsone – e senza tenere quasi conto delle sue attuali alleanze negli Stati Uniti – Microsoft ha annunciato con entusiasmo la sostituzione dei prodotti di OpenAI e Anthropic con DeepSeek. L’analista di Goldman insiste sul fatto che «i principali fornitori di capitale sono sovraesposti al rischio» e sostiene che «la creazione di valore per gli azionisti otterrebbe risultati migliori se si destinasse meno capitale all’IA». Il problema, tuttavia, è che «meno» non è un’opzione per il modello economico dell’IA statunitense. Dobbiamo considerare la questione non solo dal punto di vista della domanda, ma anche da quello dei fornitori di capitale che scommettono su questa impresa da 5 trilioni di dollari. Il settore finanziario dovrebbe essere in grado di valutare la validità delle affermazioni secondo cui un’innovazione è «rivoluzionaria», per determinarne gli orizzonti temporali e la sostenibilità del sostegno finanziario necessario. Tuttavia, né il discernimento né la lucida razionalità figurano tra i tratti distintivi della forma neoliberista di attività finanziaria. Lo abbiamo già visto con la «Nuova Economia» (un’etichetta grottesca che abbiamo ormai dimenticato) della bolla delle dot-com. Ed eccoci di nuovo qui… Stiamo entrando in un terreno pericoloso. E sappiamo quale contributo possiamo aspettarci dai principali attori: nessuno. OpenAI e Anthropic, che stanno perdendo denaro a fiumi, non hanno ancora generato nemmeno un kopek di profitto. Per quanto riguarda gli hyperscaler, nemmeno loro sono in gran forma. Il Financial Times stima, «secondo le ipotesi più ottimistiche», che, ad eccezione di Amazon, tutti gli hyperscaler registreranno risultati negativi sul proprio investimento nel periodo 2025-2030. Il dato relativo a Oracle è di un incredibile -35%. Infatti, per mantenere il ritmo finanziario, gli hyperscaler stanno ora ricorrendo a misure impreviste, come la sospensione del riacquisto di azioni proprie - per il quale in precedenza spendevano somme colossali - al fine di placare gli azionisti, mentre iniziano ad accumulare debito. La maggior parte del sostegno finanziario per l’IA proviene da fonti esterne. E tale sostegno sta per esaurirsi. Le banche stanno iniziando a gettare la spugna: alla fine del 2025 avevano già stanziato 450 miliardi di dollari nel settore dell’IA, secondo una stima della Federal Reserve di Chicago. Goldman Sachs Research sottolinea che si prevede che i finanziamenti attraverso i «mercati privati» assumano un’importanza sempre maggiore, il che costituisce un ritorno al linguaggio velato e in codice della Santa Sede. È così che si presenta il «piano di finanziamento» dell’IA: dovendo cercare risorse nell’ombra. Senza dubbio, c’è chi non vede l’ora di offrirsi volontario; dopotutto, la mancanza di regolamentazione è la migliore alleata di un vero credente. Goldman Sachs elogia i vari segmenti e classi di attività disposti a impegnarsi sotto l’audace bandiera degli «investimenti alternativi». Tutti, senza eccezioni, sono coinvolti: credito privato, capitale di rischio, fondi infrastrutturali e immobiliari (il settore immobiliare è fondamentale, data l’enorme superficie richiesta dai data center). I confini tra queste alternative sono sempre più sfumati, così come le linee che le separano dagli attori del sistema finanziario regolamentato. Le banche forniscono leva finanziaria a queste entità; i fondi pensione e le compagnie assicurative vi investono una parte dei risparmi previdenziali dei propri clienti, mentre alcune compagnie assicurative concedono loro addirittura prestiti: è un «si salvi chi può». Così, ogni angolo del mondo finanziario, sia esso opaco o trasparente, è coinvolto nel finanziamento dell’IA, il che prepara il terreno al disastro. Se l’edificio crolla, gli effetti saranno senza dubbio catastrofici. Come potrebbero non esserlo? L’equazione del modello di business è fondamentalmente insostenibile: l’intero investimento si basa sulle ipotesi più assurde riguardo alla domanda. Il mondo finanziario sta cominciando a rendersene conto poco a poco, come dimostrano alcune cautele da parte delle banche e la corsa sfrenata verso territori oscuri dove la finanza neoliberista non lesina né entusiasmo né immaginazione. L’accordo proposto ad Anthropic da due fondi di credito privati, Apollo e Blackstone, per nascondere il suo debito, passerà alla storia come un classico del genere. «Big Sky», come è denominato questo progetto (bisogna ammettere che questi tizi hanno una vena poetica), offre ad Anthropic l’accesso ai chip di Broadcom tramite un contratto di leasing da 35 miliardi di dollari, che mantiene il debito fuori dal proprio bilancio. Siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo evitare di dare l’impressione di un surriscaldamento per non spaventare il mercato. Ecco i complessi meccanismi: 1) Apollo e Blackstone costituiscono un’entità ad hoc, uno special purpose vehicle (SPV), per dirla in inglese, cui spetta l’onere del contratto di acquisto dei chips che sono successivamente dati in leasing ad Anthropic; 2) La SPV copre le proprie necessità di finaziamento pari a 35 miliardi di USD con 1 miliardo di equity, cioè di capitale di rischio, e con ben 34 miliardi di crediti 3) Tale debito pari a 34 miliardi di dollari si suddivide a sua volta in due tranche denominate «senior» (le più sicure, cioè coperte da garanzie), una da 6 miliardi di dollari con rating (Moody’s) A1 e un’altra da 24 miliardi di dollari con rating A2, oltre a una tranche «junior» da 4 miliardi di dollari; 4) L’operazione assume una piega davvero insolita quando si scopre che le due tranche senior (che ammontano a 30 miliardi di dollari) sono garantite da… Broadcom, cioè dalla stessa società che costruisce i chip per conto di chi, come Anthropic, li richiede a noleggio. Ciò significa che, se Anthropic, che paga gli interessi alla SPV, dovesse sospendere i propri pagamenti del contratto di leasing, troverebbe Broadcom a coprirne la perdita e a risponderne ai creditori della SPV vendendo sul mercato i chip oggetto del contratto di leasing e coprendo in proprio ogni differenza residua che seguisse la vendita di tali chip; 5) Come se non bastasse, Morgan Stanley, che fornisce consulenza (quale?) a Broadcom in questa operazione, ha anche generosamente offerto i propri servizi, concedendo prestiti agli investitori che desiderassero acquistare questi titoli. Cosa potrebbe andare storto? Addentrarsi in questo territorio è il segnale più chiaro che un «ciclo creditizio» sta deragliando. Il ricorso a schemi così contorti come quei prestiti garantiti da chip – e Big Sky è ben lungi dall’essere un caso isolato – indica che c’è troppo da nascondere. Morgan Stanley ha pubblicato delle stime relative alle passività fuori bilancio degli hyperscaler, che sono davvero da brivido: se si sommano le passività relative ai risultati futuri, ovvero gli impegni futuri a fornire potenza di calcolo basati su capacità ancora da costruire, con altre passività, come quelle relative all’acquisto di terreni, edifici e chip, si ottiene un totale di 1,8 trilioni di dollari. Il tutto fuori bilancio, ovviamente. Potremmo chiederci: dove va a finire davvero tutto quel denaro? Una domanda sempre più retorica, a quanto pare. Il complesso economico-finanziario dell’IA è diventato un groviglio intricato e impenetrabile; comprenderne ogni singola ramificazione è una sfida travolgente. Tuttavia, ovunque si guardi, si vedono vicoli ciechi e variabili imprevedibili che, qualunque sia l’esito, avranno conseguenze nefaste per alcuni, se non per tutti gli attori coinvolti. E nel bel mezzo di tutto ciò, il settore finanziario è coinvolto fino al collo, dopo aver superato con indifferenza ogni limite della ragione; ora, profondamente inquieto in privato, continua a promuovere pubblicamente quella convinzione, convinzione che sta cominciando a vacillare. Stanno venendo alla luce comportamenti strani, guidati da intenzioni a volte contorte e altre volte nascoste. Amodei dichiara senza mezzi termini che, se Anthropic non riuscirà a raggiungere i mille miliardi di dollari di ricavi, non vede alternativa che possa evitare il fallimento. Sam Altman, il suo omologo in OpenAI, che era alla disperata ricerca di una quotazione in borsa immediata per evitare di rimanere indietro in un mercato ormai saturo a causa di SpaceX e Anthropic, ora ritiene che sia giunto il momento di riconsiderare la questione e di prendersi un po’ di tempo per fare chiarezza su prezzi, concorrenza e domanda. Una polveriera pronta a esplodere: basta un fiammifero. E ora è spuntata la scatola dei fiammiferi. Innanzitutto, l’aumento dei tassi di interesse. Prendiamo ad esempio i titoli del Tesoro statunitensi, i cui prezzi sono spinti al rialzo da una politica monetaria volta a contrastare l’inflazione prevista a seguito del conflitto bellico scoppiato nel Golfo. Insieme al tasso di interesse sui fondi della Federal Reserve, attorno al quale ruotano i rendimenti di queste obbligazioni, il rendimento di queste ultime funge da riferimento per i costi di finanziamento nell’intero sistema. Quando si tratta di aumenti dei tassi di interesse, a volte basta ben poco per scuotere un sistema costruito sul differenziale tra il rendimento degli investimenti e il costo dei fondi presi in prestito; non ci si può permettere che tale differenziale si riduca e tanto meno che diventi negativo. Un ulteriore aumento dei tassi e queste operazioni finiscono improvvisamente in rosso, il che spinge gli speculatori a precipitarsi verso l’uscita. Dobbiamo quindi prendere atto di ciò che sta accadendo sui mercati azionari. C’è una crescente preoccupazione per il debito utilizzato per finanziare l’acquisto di azioni, concesso con facilità dagli operatori di mercato agli investitori per effettuare queste operazioni. Il cosiddetto «debito con leva finanziaria», ovvero quello concesso dagli stessi operatori di mercato, non è affatto marginale: ha già raggiunto un massimo storico di 1,4 trilioni di dollari. Cosa accadrà se i mercati azionari cambieranno rotta? Gli investitori si troveranno ad affrontare le spietate margin call, ovvero la richiesta da parte di un gestore al cliente di fornire garanzie aggiuntive per assicurare un prestito, quando gli attivi a copertura di tale prestito stanno perdendo valore. A questo punto, dovremmo rivedere la nostra tesi iniziale: le bolle azionarie non sono particolarmente pericolose fintanto che rimangono scollegate dal sistema creditizio. Diventano pericolose quando creano il rischio di insolvenze e di una frenetica ricerca di liquidità. Per soddisfare le esigenze di finanziamento in un segmento del mercato, gli investitori vendono attività in un altro. Quel mercato, a sua volta, subisce tensioni di liquidità, il che innesca nuove vendite in altri punti del mercato e così via. Se il sistema finanziario si trova già sull’orlo di un punto critico di instabilità strutturale, questa reazione a catena può spingerlo verso il collasso. Infine, esiste la possibilità che si verifichi un incidente grave. La quotazione in borsa fallita di un laboratorio di IA. Un crollo borsistico simbolicamente significativo: SpaceX, ad esempio, il cui debutto non ha impedito che il prezzo delle azioni, dopo un rimbalzo iniziale, iniziasse la sua discesa verso terra. E poi c’è Oracle, impegnata a costruirsi una reputazione leggendaria in materia di fallimenti, che potrebbe innescare una reazione a catena: un rendimento dell’investimento pari a -35%, un debito cinque volte superiore al proprio capitale sociale e piani per licenziare progressivamente diecimila dipendenti, apparentemente in nome di un massiccio aumento della produttività guidato dall’IA, ma che in realtà è una misura disperata per ripristinare il flusso di cassa ed evitare la sospensione dei pagamenti. Il crollo di Oracle sarebbe il tipo di evento che si osserva in tutte le grandi crisi finanziarie: il momento in cui l’incantesimo si spezza all’improvviso e una convinzione, minata dall’interno e ormai troppo fragile, crolla. E allora la debacle è generalizzata. Si consiglia la lettura di Robert Brenner, «The Boom and the Bubble», NLR 6. Dylan Riley y Robert Brenner, «Seven Theses on American Politics» NLR 138, y «The Long Downturn and Its Political Results», NLR 155. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale di teoria e politica edita a Madrid da Traficantes de Sueños. Frédéric Lordon (1962) è un economista e filosofo francese. È ricercatore presso il Centro di sociologia europea (CSE), direttore di ricerca al CNRS e membro degli Économistes atterrés, un collettivo che sostiene un pensiero economico eterodosso.
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Antonio Brech In che misura a Genova gli eventi di rottura culturale e sociale che definiamo genericamente come «sessantotto» sono l’esito di una maturazione caratteristica e locale, e di converso quanto questa stessa rottura è stata indotta da avvenimenti contestuali ed esterni? Se risaliamo agli anni Cinquanta del secolo scorso, Genova è ancora relativamente centrale nell’economia, nella politica e almeno in parte nella cultura di questo paese. In quel periodo nessuno mette in discussione il peso della città come capitale dell’industria di Stato e centro di smistamento di materie prime agli altri poli industriali, mentre la vittoriosa vicenda resistenziale assegna a Genova un ruolo nazionale di indirizzo politico, sia con riferimento agli equilibri di governo, con il continuo scostarsi e riallinearsi dei partiti nel solco del sistema interpartitico inaugurato dal Cnl che giungerà invariato alla fine del secolo, sia per quanto riguarda l’organizzazione del Partito comunista italiano, in apparenza compatta e monolitica ma in realtà internamente squilibrata dal nodo ambiguamente irrisolto della rivoluzione e dei suoi tempi di attesa, che continua ad agitare e appassionare molti militanti. A Genova, in un ammezzato del grattacielo di Piacentini in via D’Annunzio, la Società di Cultura, ispirata da Walter Binni e Franco Antonicelli e diretta da Enrica Basevi [1], organizza, nell’arco di tredici anni a partire dal 1954, quasi un migliaio di conferenze multidisciplinari ed eventi cui interviene progressivamente gran parte dell’intellighenzia del paese, al pari dell’Unione Culturale sorta a Torino nel 1945, fondata e diretta da Franco Antonicelli, e della Casa della Cultura sorta a Milano nel 1946, fondata da Antonio Banfi e diretta da Rossana Rossanda. Ma la Società di Cultura, nelle cui stanze si formano almeno due generazioni di intellettuali e militanti, chiuderà proprio alla vigilia del ’68 a seguito della scelta post-stalinista del Pci di far mancare l’ossigeno a un contesto culturale non più controllato né controllabile di fronte ai nuovi fermenti sociali e politici che proprio in questa città si erano precocemente manifestati; tale scelta è già un preoccupante segno di chiusura e di declino, se è vero che le altre due associazioni di Milano e Torino significativamente non chiudono, e sono ancora operanti oggi, nel 2017. Anche Il Gallo, con sede in Galleria Mazzini, associazione cattolica fondata da Nando Fabro nell’immediato dopoguerra, è un luogo ideale di confronto aperto per cattolici e laicisti, fuori dal controllo dalla commissione teologica nominata dalla Curia [2]. Mentre il centro cittadino, con le sedi delle aziende, l’Università e naturalmente piazza De Ferrari, è il teatro naturale degli avvenimenti politici, gran parte di questi traggono origine dalla popolosa delegazione di Sampierdarena, comune rivierasco annesso nel 1926 alla grande Genova assieme a Sestri Ponente e ad altri diciotto comuni: tra Sampierdarena e Sestri Ponente sono infatti collocate le grandi fabbriche meccaniche siderurgiche e cantieristiche, e anche il sistema portuale genovese si è allargato ai nuovi moli e terminal sampierdarenesi, nel momento in cui il vecchio porto commerciale si è rivelato insufficiente a far fronte all’aumento dei traffici. Va notato a margine quanto sia stata feroce la violenza inferta sul territorio e sulla vita sociale dall’industrializzazione forzata di queste aree, a colpi di cemento armato, ciminiere fumose e colate di ghisa su spiagge e mare a ridosso di vecchi borghi abitati e di ville borghesi, nel giubilo generale e condiviso delle organizzazioni operaie e del padronato; all’epoca è completamente assente ogni sensibilità per l’ambiente naturale mentre il progresso ancorché selvaggio è mitologicamente associato sia allo sviluppo del capitale che a quello del soggetto – la classe operaia – che vi si oppone. È a Sampierdarena che si sono tenute nel 1942 le prime riunioni di rifondazione locale del Partito comunista, alle quali hanno partecipato studenti come Giacomo Buranello e Walter Fillak e operai come Emilio Guerra e Agostino Marchelli. A distanza di poco più di dieci anni dalla liberazione è a Sampierdarena che si incontrano – presso la sezione Giuseppe Spataro di vico Luigi Stallo – Rinaldo Manstretta e Gianfranco Faina. Il primo (1926- 1985) è un operaio, prima alla SIAC e poi al CAP che, dopo aver combattuto come partigiano nella Brigata Volante Severino e aver trascorso un periodo a Roma come funzionario di partito, se ne è tornato abbastanza disilluso a Genova; autodidatta, accanito lettore e di animo indipendente, entra da subito in amicizia con Gianfranco Faina (1935-1981), giovane studente del Liceo Classico Mazzini, e con altri giovani studenti sampierdarenesi come Gianfranco Dellacasa, Gianfranco Bartolini, Gianfranco Marongiu, Piero Puppo, Giancarlo Sommariva, Erminio Raiteri, Pietro Riccobene e Giorgio Guano. È a Sampierdarena che nasce nel 1954 il Portico [3], omologo sampierdarenese della Società di Cultura. Posizioni fortemente critiche vengono espresse da Faina nel novembre 1956 al Congresso provinciale del Partito in seguito ai fatti di Ungheria [4], malgrado le quali – per la sua autorevolezza nonostante la giovane età – viene eletto nel Comitato federale della Fgci. Faina lotta per l’autonomia della Fgci dalla linea di partito e si oppone alla decisione della Fgci di approvare le tesi uscite dall’VIII Congresso del Pci. In una successiva riunione convocata per discutere la situazione all’interno della Fgci genovese il comitato federale della Fgci decide di sconfessare la condotta della segreteria provinciale, di cui facevano parte sia Manstretta che Faina e che si era caratterizzata per una linea antistalinista e antiburocratica. Questo comporta un temporaneo congelamento delle attività del gruppo dei giovani sampierdarenesi, che rimangono iscritti al Partito comunista senza incarichi e senza svolgere attività di rilievo. Sono i fatti del giugno 1960 [5], su cui non ci soffermiamo in questa sede, che mettono in circolo nuovi interessi e passioni e avviano nuovi processi di aggregazione politica. Già nell’opuscolo a stampa Il 30 giugno a Genova firmato per conto del Movimento 30 giugno da «Ettore», apparso a qualche mese di distanza dai fatti e probabilmente redatto da Bruno De Lucchi (vedi oltre per gli scarni cenni biografici) unitamente al gruppo che si è conosciuto e si è frequentato nei locali della Società di Cultura e che di lì a poco pubblicherà Democrazia Diretta, si parla con un linguaggio in parte di tradizione libertaria e in parte nuovo, dove compaiono «in nuce» i temi delle stagioni a venire: «La partecipazione alla mobilitazione di gruppi rivoluzionari qualificati (...) ha potuto organicamente collegarsi con il movimento generale per svolgervi una funzione di orientamento»; «La partecipazione della gioventù in generale e degli studenti in particolare ha impresso all’azione una dinamicità ed una incisività che senza di essa non sarebbero state possibili»; «E ai loro inviti [dei funzionari politici e sindacali] di adoperarci per far sciogliere i giovani che gridavano contro la provocazione di tanti guerrieri, dovevamo rispondere che non era questa la “gioventù bruciata” di tanti inutili inchieste; dovevamo rispondere che i bruciati erano loro, i funzionari fagocitati dal quietismo socialdemocratico»; «Quello che è accaduto il 30 giugno a Genova sarà e dovrà essere ricordato come uno dei casi più significativi di legittima difesa col metodo dell’azione diretta che si sono registrati in Italia dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi»; «I giovani di Genova, di Reggio Emilia, di Roma, di Palermo, di Catania, appartengono alla società sotterranea mondiale, alla stessa società a cui sono affiliati gli studenti della Zengakuren, la gioventù di San Francisco, la gioventù negra, le gioventù turche, francesi, spagnole»; «Quindi, volenti o nolenti, coloro che ci hanno definito “provocatori” dovranno di frequente discutere con noi e abituarsi all’idea di vederci in piazza ogni qualvolta sarà necessario». Da parte sua il Partito comunista, ora come in seguito, si considera l’unica legittima espressione della volontà «popolare», giudicando come provocazione qualsiasi manifestazione che non sia ispirata da esso o non lo abbia per protagonista [6]. Un anno dopo il giugno ’60, e in stretta relazione con quel moto di rivolta, a Genova esce «Democrazia Diretta. Notiziario delle lotte e della democrazia operaia» [7]. La pubblicazione, esito della collaborazione tra un gruppo di giovani intellettuali militanti e alcuni operai, si presenta come autonoma da partiti e sindacati, espressione di nuove forze sociali e ideali, e farà uscire tre numeri, tra il giugno e l’ottobre 1961. «Alle origini del nostro lavoro e del nostro impegno sta la considerazione, sempre più diffusa del resto, che le masse operaie si trovano in una posizione di lotta più avanzata di quelle espresse formalmente dalla politica delle loro istituzioni tradizionali, dai partiti soprattutto, ma anche dai sindacati». Queste le prime parole dell’editoriale. Fanno parte della redazione: Claudio Costantini (1933-2009, studioso del movimento anarchico e successivamente ordinario di Storia Moderna a Balbi), Gino Bianco (1932-2005, socialista libertario e successivamente giornalista), Edoardo Grendi (1932-1999, studioso del socialismo inglese e della Repubblica Genovese, teorico della microstoria), Bruno De Lucchi [8] (1929-?), anarchico almeno all’epoca, portuale e fondatore della Corrente di Iniziativa per il Rinnovamento Sindacale, interna alla F.I.L.P; Romano Alquati (1935-2010, scrittore e attivista torinese benché cremonese di origine, in quel momento collaboratore di «Quaderni Rossi», il cui primo volume deve però ancora uscire; Carlo Boccardo (1922-?), anarchico e operaio tubista del Cantiere di Sestri Ponente; Lorenzo Parodi (1926-2011), operaio dell’Ansaldo, partigiano e sindacalista anarchico di lì a poco fondatore con Arrigo Cervetto di Lotta comunista; Emilio Soave (1939) torinese, fondatore dei «Quaderni Rossi») e infine Gianfranco Faina (successivamente autore di ricerche sulla storia della tecnica e ordinario di Storia dei Partiti Politici a Balbi. I redattori, eterogenei tra loro pur nel contesto del movimento operaio cui tutti aderiscono e alla cui unità si richiamano, hanno in comune una connotazione fortemente critica nei confronti del Pci ed esprimono collettivamente una insofferenza nei confronti della marmorea burocrazia stalinista e in genere dei partiti istituzionali della sinistra, incapaci di interpretare e rappresentare il nuovo fermento politico e sociale che si sta affermando. Ed è proprio questo distacco dai partiti che permette alla rivista di dar conto del rimescolamento che è avvenuto a seguito delle nuove lotte nelle fabbriche metalmeccaniche del Nord e della formidabile mobilitazione politica appena manifestatasi con l’irruzione dei giovani sulla scena politica. Alcuni dei redattori hanno avuto modo di conoscersi anche grazie alla straordinaria attività culturale di Gaetano Perillo [9], singolare militante del Pci da sempre in odore di eresia, e alla loro partecipazione alla sua rivista «Il movimento operaio e socialista». In «Democrazia Diretta» convivono l’«operaismo» di Raniero Panzieri e Romano Alquati, l’influenza del pensiero socialista libertario di Andrea Caffi e Nicola Chiaromonte e l’apertura verso i nuovi movimenti per i diritti civili. «Democrazia Diretta» termina precocemente le proprie pubblicazioni a causa delle forze centrifughe che l’animavano e anche all’affermarsi delle nuove forme culturali e politiche che daranno vita di lì a poco alla «nuova sinistra». A causa della sua partecipazione a «Democrazia Diretta», Gianfranco Faina viene espulso con l’accusa di frazionismo dal Pci [10] per intervento diretto di Giuseppe D’Alema [11], all’epoca Segretario Regionale; del resto Faina ha già maturato un’ostilità viscerale nei confronti dello stalinismo e dell’autoritarismo presenti nel partito ed è già su posizioni operaiste. Attraverso Costantini, Bianco e Giovanni Levi è entrato in contatto con Romano Alquati e la nascente redazione di «Quaderni Rossi», il cui primo numero è presentato a Genova dal fondatore Raniero Panzieri il 19 gennaio 1962 presso la Società di Cultura [12]. I temi fondamentali dell’operaismo italiano [13], quello della maturità dello sviluppo capitalistico in Italia – contrapposto alla persistente idea di un capitalismo arretrato e straccione da porre sotto tutela da parte delle istituzioni del movimento operaio, con il conseguente rinvio di ogni prospettiva di conflitto a maturazione avvenuta –, e quello della soggettività operaia, dell’autonomia operaia come variabile indipendente dallo sviluppo capitalistico, trovano nel contesto genovese un immediato e difficile banco di prova. Con i compagni che ha incontrato alla Spataro e altri che si sono aggiunti come Giorgio Pedrocco, Massimo Mortillaro, Gianni Armaroli, Pier Paolo Poggio, Gianni Collu, oltre a Maria Rosa Catasti, Faina, mentre partecipa all’esperienza di «Quaderni Rossi» [14], dà vita a un intervento militante nelle fabbriche e in particolare all’Italsider; nel frattempo, il Pci espelle anche Gianfranco Dellacasa, Erminio Raiteri e Massimo Mortillaro. Il 7 luglio ’62 a Torino una manifestazione per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici si trasforma in una violenta rivolta di piazza quando viene annunciato l’accordo separato della Uil e della Sida con la Direzione Fiat [15]. Una frazione dei 93.000 scioperanti raggiunge la sede della Uil in piazza Statuto per assaltarla e si scontra con la polizia; gli scontri si protrarranno per due giorni con continuo ricambio dei partecipanti. Oltre un terzo dei mille fermati sono operai immigrati meridionali. La figura dell’operaio-massa emerge nei fatti di Piazza Statuto in modo più netto e preciso che durante la rivolta di Genova del ’60, nella quale era stato protagonista un soggetto più genericamente giovanile, «i giovani dalle magliette a strisce», e il nuovo soggetto operaio nato in questi primi anni ’60 sarà una delle figure sociali protagoniste delle lotte del decennio a venire. Gianfranco Faina abbandona con Romano Alquati la riunione di «Quaderni Rossi», è in piazza con i manifestanti e viene fermato dalla polizia; nei mesi successivi partecipa al rovente dibattito interno alla redazione che prelude al distacco dei «Quaderni Rossi» dalla Fiom e dal Pci, e alla successiva scissione tra chi continuerà con Panzieri e Vittorio Rieser il lavoro di analisi considerandolo predominante rispetto al lavoro direttamente politico e chi (Mario Tronti, Toni Negri, Alberto Asor Rosa e lo stesso Faina) mira da subito a soluzioni politiche accettando di riconoscere almeno temporaneamente in Piazza Statuto il «congresso di fondazione» di una nuova organizzazione politica nazionale. Questi ultimi daranno vita nel gennaio 1964, dopo un tormentato dibattito, alla rivista «Classe Operaia». L’intervento all’Italsider nel periodo 1962-1964 è condotto in pieno stile operaista attraverso un questionario articolato (con 126 domande!) e un’indagine i cui risultati vengono raccolti nell’opuscolo Classe Operaia – L’organizzazione “scientifica” dello sfruttamento all’Italsider, pubblicato nel primo semestre del 1963 e anche nella rivista a diffusione nazionale «Il Filo Rosso»; importante in questa fase il ruolo dell’operaio Pino Roggerone [16]. L’inchiesta militante, o meglio «conricerca», che risente fortemente dell’influenza del lavoro e dell’opera di Danilo Montaldi [17], è condotta anche con il supporto del gruppo dei cattolici de «Il Gallo», che con Pietro Lazagna hanno aperto a Cornigliano in via De Cavero una biblioteca operaia e hanno all’interno dello stabilimento una rete di contatti a ogni livello; anche il capolinea Gaudenzio Gelsomino, sindacalista della Cisl, collabora attivamente all’attività del gruppo [18]. L’Italsider, stabilimento siderurgico clonato dalla U.S. Steel, con operai giovani e spoliticizzati sottoposti a duri turni di lavoro in una azienda a ciclo continuo [19], è l’unica fabbrica a Genova dove un intervento militante e radicale è possibile, perché lì sono ancora deboli e minoritari i sindacati di classe e lo stesso Pci: nelle altre aziende metalmeccaniche (Ansaldo in primis), da un lato l’elevata componente professionale del lavoro, che in qualche caso è a metà tra artigianato e industria, ha generato nel tempo fenomeni di cogestione piuttosto che di rifiuto, dall’altra la convergenza della Fiom Cgil (e del Pci) con i vertici dell’imprenditoria pubblica nonché l’irreggimentazione della classe nel partito rendono e renderanno a lungo impraticabili forme di spontaneità o di autonomia operaia [20]. Per quanto l’intervento del gruppo di «Classe Operaia» genovese fosse sin dal principio espressamente antagonistico e radicale, alcuni risultati della ricerca finiranno con l’entrare a far parte del patrimonio delle lotte spontanee del ’68 e del ’69 e successivamente della politica sindacale: la rivendicazione, contro la «job evaluation», di una retribuzione basata sulla professionalità e sull’anzianità, di aumenti uguali per tutti, il rifiuto di incentivi e di premi di produzione; e soprattutto l’uso del controllo operaio. [21] L’esperienza operaista genovese si accende e arde in fretta. All’Italsider [22] gli operai sono sotto pressione, e queste tensioni emergono prepotentemente a seguito del suicidio di un operaio del reparto «decapaggio», Silvio Biggi, a cui Luigi Pintor, che allora era direttore de «l’Unità», dedica il fondo de «l’Unità» nazionale. Biggi aveva compiuto un gesto di disperazione in fabbrica facendosi decapitare dal carrello dell’altoforno che portava il minerale, e il 1° ottobre 1963 il MOF (Movimento Ferroviario), reparto strategico dello stabilimento, si ferma e scende in sciopero spontaneamente; in questa lotta emergono come leader naturali gli operai Eros Ruggeri, Sandro Carboni [23], Renato Gabbi e Angelo Rivanera. Il gruppo genovese di «Classe Operaia» è molto attivo e influente in questa lotta e si riunisce in casa di Gianfranco Faina, in via Paolo Reti 27, di fronte alla linea ferroviaria che costeggia il rio Polcevera e l’area industriale. Il lungo articolo che apre in prima pagina il numero del 15 ottobre 1963 di «Cronache Operaie», la rivista che dal luglio del 1963 unifica varie iniziative editoriali in Italia e prelude alla nascita di «Classe Operaia», è scritto a cura dei redattori genovesi e si intitola Organizziamo la lotta di classe nell’industria di stato: (…) Alla Cornigliano queste forme di lotta si possono esprimere con la formula della «non collaborazione»; ci rifiutiamo di far funzionare l’incentivo, rifiutiamo le valutazioni, rifiutiamo di dare indicazioni per l’analisi del lavoro o per il controllo dei costi. (…) Un’altra forma di «non collaborazione» è il disinteresse degli operai per i guasti [24]. La lotta contro il «padrone-stato» appare decisiva nella sua purezza di rapporto capitale/lavoro senza di mezzo la figura grassa e crudele del padrone. Il conflitto in fabbrica ora sembra inarrestabile, e Gianfranco Faina con il suo gruppo tenta nel gennaio 1964 l’azzardo di uno sciopero indetto dall’esterno, quasi un’azione «risorgimentale», che fallisce e provoca una forte crisi nel gruppo genovese. In realtà la Fiom, che nel 1963 ha sorpassato per preferenze la Fim [25], è in grado di cavalcare il malcontento operaio e questo non lascia spazio agli interventi di una minoranza agente. D’altra parte «Classe Operaia», di fronte alla permanenza di una base naturale di classe all’interno del Pci, ritiene essenziale, per la costruzione di un «soggetto politico organizzato», lavorare al suo interno per impedirne il processo di social-democratizzazione. Questa svolta, che il gruppo genovese vive come un triste dèjà-vu, porta nell’autunno del 1964 alla rottura traumatica [26] e definitiva del gruppo genovese con la rivista e all’abbandono definitivo dell’operaismo. A proposito di Gianfranco Faina, Toni Negri in una nota del 2003 racconta: Ci incontrammo a Torino, ai Quaderni Rossi, dove ci aveva raggiunto. Poi Faina se ne andò dai Quaderni Rossi ma ci raggiunse di nuovo a Classe Operaia. Poi se ne andò da Classe Operaia, ma continuavamo a vederci a Genova, dove mi invitava al circolo Rosa Luxemburg. In Potere operaio non entrò mai, ma ci raggiunse nell’autonomia (in quella con l’a minuscola). Quando dico che Gianfranco ci raggiungeva, non voglio maliziosamente far intendere che lui capiva più tardi. Al contrario: lui spesso aveva ragione prima, noi facevamo le cose poi e così ci rincontravamo. Non era difficile reincontrarsi: Gianfranco era un intellettuale puro, non conosceva il risentimento ma solo la chiarezza e la lealtà del rapporto di pensiero, la forza dell’immaginazione, l’accordo sincero sulla prassi. Le menzogne, le mezze verità, ed ogni genere di machiavellismo gli facevano schifo” [27]. Tipico di Faina e dei compagni che lo affiancano (e che spesso lo abbandonano senza perdere del tutto i contatti) o che al suo approccio si ispirano anche in seguito stabilendo uno stile genovese di critica militante radicale, è il portare alle estreme conseguenze la verifica dei modelli critici proposti dalle situazioni o dalle teorie, senza concessioni ideologiche o indulgenze sentimentali, e deviando rapidamente la rotta a seguito dell’esito negativo circa la loro praticabilità o coerenza, o a seguito della consunzione dell’esperienza. Del resto Faina non era marxista, pur padroneggiando Marx, e aveva un forte interesse per la storia della tecnica. La critica di Faina verso l’opera di Lenin è progressivamente distruttiva, molto di più di quanto non abbia fatto Anton Pannekoek in Lenin come filosofo. Gianfranco Faina già a partire dal ’67 è totalmente dalla parte di Nestor Machno contro Lenin, non per gusto della provocazione quanto per ansia di demistificazione dell’ideologia. Da questo punto di vista quello di Faina è certamente un caso isolato, almeno nel contesto italiano. Al termine del viaggio nell’operaismo, con il quale peraltro le strade si re-incroceranno almeno una volta negli anni successivi, l’attenzione di Faina si rivolge ad altre concezioni radicali di superamento dell’esistente, ad altri che nella critica dell’esistente suonino una musica un po’ jazzistica, improvvisando e stravolgendo gli spartiti classici. Con il distacco da «Classe operaia» inizia un lavoro di ricerca di contatti con esperienze di base e di fabbrica, soprattutto non italiane. Una grande influenza la esercitano gli articoli di «Socialisme ou Barbarie» [28] scritti da Paul Cardan (Cornelius Castoriadis), Claude Lefort e Jean-Francois Lyotard, intellettuali passati dal trotzkismo a una teoria della società autogestionaria, e il gruppo degli eretici genovesi, parallelamente alla teorizzazione della lotta spontanea e autonoma, comincia a ragionare su un modello autogestionario dello sviluppo sociale. È oggetto di studio anche l’attività degli inglesi di Solidarity, con la loro pratica di appoggio degli shop steward contro gli union bureaucrats, nonché l’esperienza americana di Raya Dunayevskya dopo il suo rigetto del leninismo e la scelta della spontaneità operaia, con la ricerca militante sull’automazione condotta a Detroit dall’organizzazione News and Letters Committees e il periodico «News & Letters». Nel biennio 65-66 la ricerca è indirizzata fuori dall’Italia perché non si trovano in Italia posizioni di critica radicale dell’Urss, Lenin e Trockij inclusi; è ormai questa la discriminante fondamentale, assieme all’interesse che il gruppo manifesta per ogni teoria rivoluzionaria antiburocratica purché immediatamente trasfusa nella pratica e nell’azione. Anche il pacifismo militante di Bertrand Russell è seguito con grande interesse, perché quelli sono gli anni del Generale Westmoreland e dell’escalation nel conflitto tra gli Usa e i Vietcong. La seconda e decisiva scossa è il 5 ottobre 1966. La piazza di Genova è in rivolta a distanza di sei anni, questa volta contro il proprio declino. Da una manifestazione unitaria indetta da sindacati e istituzioni per protestare contro la mancata assegnazione della sede Italcantieri alla città, con massiccia adesione del ceto medio (molti lo considerano uno sciopero di destra, lo «sciopero di Pedullà», dal nome del sindaco democristiano della città), si distacca un corteo che viene attaccato dalla polizia: seguono scontri con numerosi feriti e contusi. Sono operati 228 fermi, di cui 101 sono i denunciati a piede libero e 72 tramutati in stato d’arresto (il processo si concluderà con 18 condanne). Il Pci sconfessa questi manifestanti definendoli «facinorosi» [29] e «filocinesi», e per la loro difesa nasce un comitato da cui trarrà origine il Circolo Rosa Luxemburg, con sede in via Giacomo Buranello 34/6, ancora a Sampierdarena, a pochi metri dalla casa natale di Giacomo Buranello, che diventa il centro cittadino del dissenso extraparlamentare e la cui esperienza si incrocerà di lì a un anno con il movimento studentesco universitario. Il circolo viene intitolato a Rosa Luxemburg in quanto figura di rilievo del movimento operaio non coinvolta con il leninismo e lo stalinismo. A Rinaldo Manstretta, Gianfranco Dellacasa e agli altri del gruppo della Spataro e dell’Italsider si aggiungono progressivamente operai o impiegati come Sergio Benni, Manlio Salmeri, Giuseppe Fadda, Angelo Rivanera e studenti come Mario Lippolis. Questa volta gli arrestati non sono solo portuali ed edili ma sono anche giovani senza arte né parte, sono soggetti non inquadrabili nelle classiche categorie. Nel documento La situazione a Genova e lo sciopero del 5 ottobre apparso nel novembre 1966, il moto di piazza viene interpretato come reazione spontanea e rifiuto espresso dalla nuova classe operaia nei confronti delle impotenti strategie riformiste che già avevano individuato nel cosiddetto «pacchetto compensativo» il risarcimento alla città per le perdite conseguenti alla ristrutturazione del settore navalmeccanico. Il giudizio politico sulla lotta dei giovani della «seconda ondata» può anche criticamente rilevare, si dice nel documento, «che questa lotta non sembra portare a soluzioni organiche dal punto di vista rivoluzionario; sui dimostranti invece si può dire che il modo con cui hanno condotto la lotta rivela una combattività disperata». I manifestanti della «seconda ondata» sono operai, e a questo proposito «l’abitudine di attribuire soltanto al lavoratore delle grandi fabbriche il nome di operaio va combattuta: questo tipo di operaio non concentrato è in espansione a Genova». Si prevede lo sviluppo di grandi lotte operaie e ci si domanda se queste «saranno facilmente assorbite dal sistema come è accaduto (…) il 5 ottobre (esclusa naturalmente la “seconda ondata”) oppure se si radicalizzeranno al punto da produrre non solo moti ribellistici ma, ciò che è più importante, la maturazione della crisi del riformismo». Nell’analisi del Circolo è presente innanzitutto una critica del capitalismo nella sua fase burocratica (Cardan) e soprattutto dell’Unione Sovietica [30]. Anche il periodo rivoluzionario e quello leninista sono oggetto di critica, da qui il successivo interesse per il populismo rivoluzionario russo di alcuni militanti del Circolo. Si critica frontalmente il Terzomondismo e la Cina maoista, mentre si è divisi nel giudizio della rivoluzione cubana. Il Circolo pubblica la Lettera Aperta al Partito Operaio Unificato Polacco, di Jacek Kuron e Karol Modzelewski, atto di accusa del regime burocratico e manifesto dei consigli operai, mentre le prime notizie sui Situazionisti arrivano tramite la rivista «Nuova Presenza», uscita nel ’66. Un influsso molto forte al dibattito del gruppo proviene da alcuni filoni di «Socialisme ou Barbarie»: Pier Paolo Poggio e Gianfranco Dellacasa traducono tre lunghi articoli di Paul Cardan comparsi nel’61-62 e li pubblicano con il titolo Capitalismo Moderno e rivoluzione, ma l’interesse per la rivista con così grandi aperture è raffreddato dal fatto che il «lavoro politico» retrostante è gestito da Pouvoir Ouvrier, gruppo leninista. Dall’abbandono dell’interesse per «Socialisme ou Barbarie» emergeranno da un lato il filone che fa capo all’Internazionale Situazionista e dall’altro, su un piano completamente diverso, quello neo-bordighista. Il 13 marzo 1967 c’è la prima occupazione di due giorni a Balbi 5, terzo piano (la seconda in Italia dopo quella della Sapienza di Pisa) e viene richiesta una commissione paritetica, che l’università prontamente concede. [31] Subito dopo al Rosa Luxemburg arrivano gli studenti: Luigi Grasso, Giovanni Calamari, Roberto Sinigaglia, Mario Caprini, Mauro Privitera, Adriana Antolini. A partire dall’occupazione della fine del ’67 e sino almeno alla prima metà del ’68 non c’è più alcuna particolare separazione fra il circolo Rosa Luxemburg e il movimento del ’67/’68 all’università. A partire dal 1967 la fabbrica perde progressivamente la sua centralità, mentre decisivo per l’iniziativa politica diventa l’ambiente studentesco [32]. Ci sono tuttavia almeno due episodi spontanei di lotta operaia che hanno una grossa influenza sul movimento, alla Cressi Sub e alla Chicago Bridge. I 33 giorni di sciopero alla Cressi Sub, piccola industria di attrezzature subacquee a Nervi, a seguito del licenziamento di cinque operai membri della Commissione Interna, iniziano nel gennaio 1968 e sono un vero battesimo del fuoco per gli studenti, che partecipano ininterrottamente al picchettaggio davanti alla fabbrica assieme agli operai in lotta. Si tratta di una lotta difensiva, e la novità rappresentata dall’intervento studentesco si inserisce in una situazione tipica degli anni Cinquanta, ma è l’occasione del passaggio a una nuova forma aggregativa, dal Circolo Rosa Luxemburg alla Lega Operai Studenti. L’assemblea costitutiva della Lega Operai Studenti si tiene il 15 febbraio 1968 nella nuova sede di via Carlo Rolando 8, ancora a Sampierdarena. Ma per la appena nata Lega, e particolarmente per la componente studentesca, la sconfitta alla Cressi Sub dopo 33 giorni di sciopero a causa dei cedimenti e dei patteggiamenti imposti dai sindacati, è già la prova della necessità di rompere con il moderatismo sindacale. Sono confluite nella Lega Operai Studenti tre componenti: nella prima, c’è gran parte dei fondatori ed animatori dello stesso Circolo Rosa Luxemburg (Armaroli, Dellacasa, Faina, Guano, Poggio, Salmeri, Benni, Ruggeri e il gruppo dell’Italsider). Nella seconda, il gruppo delle occupazioni di Balbi (Lippolis, Grasso, Calamari, Adriana Antolini, Sinigaglia, Francesco e Luigi Surdich, Caterina Arado). Nella terza, il Gruppo Che Guevara di Giuseppe Garibaldi, Alfredo Medio e Guido Barroero assieme a studenti delle medie superiori come Daniele Joffe, Carlo Panella, Antonio Saba, Mario Picco, Renata Canini e studenti delle professionali come Franco Caprino. Ormai è scoppiato il sessantotto e l’esperienza della Lega si incrocia con il Maggio francese, accelerando le spinte centrifughe che porteranno da parte di molti all’abbandono dell’intervento in fabbrica, a ripetuti viaggi in Francia di molti dei compagni (lo stesso Faina, Mario Moro e Lippolis) e alla realizzazione dell’opuscolo La Francia indica la strada. Nel mese di ottobre tuttavia la Lega partecipa attivamente, assieme agli studenti di Medicina, allo sciopero a oltranza della Chicago Bridge [33], ditta di appalto del Cantiere a Sestri Ponente, esploso a seguito di alcuni gravi infortuni e al licenziamento arbitrario dello studente operaio Franco Caprino. Si tratta dell’unica lotta operaia spontanea a Genova nel ’68, promossa da operai comuni, orientata contro il sindacato e sviluppatasi con l’esautoramento della Commissione interna a opera del Comitato di Lotta, con l’intervento coordinato degli studenti e con forme violente di lotta quali picchetti, blocchi stradali e scioperi a oltranza. La prima fase della lotta sarà vincente con l’accordo del 18 ottobre 1968 che prevede il ritiro del licenziamento e la costituzione di una Commissione Medica a tutela della salute degli operai. La storia della Lega è comunque segnata. Mentre alcuni intendono proseguire l’intervento di fabbrica (Eros Ruggeri ad esempio sceglierà per un breve periodo di militare in Lotta comunista), l’obiettivo di altri è quello di sviluppare un movimento rivoluzionario di massa che abbia il suo epicentro nell’università e nelle scuole, «in quanto gli operai rivoluzionari si contano oggi sulle punte delle dita e non solo a Genova. Dopo 7 mesi (di) lavoro a Piombino Potere operaio è riuscito a fare 7 adepti, un po’ poco» [34]. A fine novembre 1968 la Lega si scioglie e lascia anche simbolicamente la sede ai Gos (Gruppi di Organizzazione studentesca) di Sampierdarena, il collettivo degli studenti delle scuole medie superiori che già da mesi la frequentava; questione di poco tempo, e dallo scioglimento dei Gos nasceranno Lotta continua e Potere operaio, mentre Sampierdarena perderà progressivamente la centralità cittadina. Altre importanti aggregazioni politiche sono inoltre nate in città, tra queste il COP (Comitato di Organizzazione Proletaria) a Medicina, di cui fanno parte Giorgio Raiteri, Bruno Piotti e altri giovani delle facoltà scientifiche oltre al sindacalista comunista Franco Sartori, che dà vita all’importante intervento politico all’Asgen di Campi intercettando un’ondata di scioperi spontanei, ancora a partire dalla nocività e dalla lotta al cottimo e allo straordinario, in un contesto di fabbrica caratterizzato dalla presenza di molti giovani operai neo assunti [35]. Mentre i «gruppi» continueranno a fare intervento di fabbrica militante a Sestri e Sampierdarena ma soprattutto terranno per anni in stato di mobilitazione le scuole medie di Sampierdarena, il gruppo storico continuerà a esercitare una forte influenza esclusivamente all’Università, anche attraverso la pubblicazione nel 1970 di opuscoli lucidi e corrosivi come Storia di un incubo e Danzica e Stettino come Detroit, dopo avere attraversato l’esperienza di Ludd. Il peso di tale influenza emergerà in particolare nell’occupazione di Balbi del 1972-1973, al punto che nelle facoltà universitarie genovesi – a differenza che in altre città – ci sarà ben poco spazio per il marxismo-leninismo in ogni sua declinazione. All’interno dei rituali politici studenteschi, nel 1968 ma anche successivamente, si leveranno sempre voci capaci di rompere l’incanto dell’identità ideologica e di spezzarne il codice lessicale, rendendo impossibile la costituzione di un linguaggio politico con modalità dottrinali e apologetiche. Anche considerando le lotte di fabbrica, così poco estreme e sovvertitrici tranne qualche raro caso, e così magnificamente allineate alle piattaforme sindacali fino in fondo, fino al declino del distretto industriale, il percorso genovese lungo gli anni del 68 costituisce un caso isolato nel panorama nazionale, con le sue storie di radicalità e di ricchezza, ma anche di isolamento e di frustrazione. Pubblicato su Gli anni del ’68, Il Canneto editore 2017. Note [1] Sull’attività della Società di Cultura e su Enrica Basevi cfr. L’Identità nascosta, di Enrico Baiardo (Erga Edizioni 1999) e l’intervista di Giorgio Moroni a Enrica Basevi del 14 gennaio 2009. 2 Sull’attività de Il Gallo vedi ancora L’Identità nascosta di Enrico Baiardo, op. cit. e le tre interviste realizzate a Pietro Lazagna da Gianfranco Quiligotti, Anna Marsilii e Giorgio Moroni tra il 2006 e il 2007. 3 Vedi intervista a Bruno Enriotti del 1° marzo 2010 e a Luciano Majorani del 16 marzo 2010, entrambe realizzate da Anna Marsilii e Giorgio Moroni. 4 In questa parte, e anche successivamente, molte delle informazioni e delle osservazioni provengono dal materiale raccolto per una ricerca sugli anni Cinquanta e Sessanta a Genova condotta dall’autore con Anna Marsilii. 5 Tra la copiosa bibliografia sul giugno ’60 citiamo: Giugno Sessanta: tra epica e storia, di Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti in «StoriAmestre», 25 giugno 2010; 30 giugno. La Resistenza Continua, di Riccardo Navone, COEDIT, 2010; I fatti di Genova e la democrazia cifrata, di Gino Bianco, in «Tempo Presente», a. VI, n. 1, gennaio 1961; Genova, il popolo dei vicoli, portuali e ragazzini magri come il vento, di Manlio Calegari, in «il manifesto», 5 luglio 1990; Gli anni sessanta a Genova, di Salvatore Vento, in «Classe», n. 19, giugno 1981; Luglio 1960: Tambroni e la repressione fallita, di Philip Cooke, Milano, Teti Editore, 2000; Le giornate di Genova, di Anton Gaetano Parodi (ER, luglio 1960); Il significato dei fatti di luglio, in «Quaderni di unità proletaria», 1960, in Danilo Montaldi, Bisogna sognare. Scritti 1952-1975, Colibrì, Milano 1994.6 Manlio Calegari e Gianfranco Quiligotti, op. cit. 7 Vedi Democrazia Diretta e i fatti del ’60, di Gianfranco Quiligotti, in «Contemporanea», a. XIV, n. 2, aprile 2011; 8 Su Bruno De Lucchi, figura della quale si sono progressivamente perse le tracce, vedi Una protesta umana. L’attentato al Consolato spagnolo di Genova, 8 novembre 1949, di Anna Marsilii in «Rivista Storica dell’Anarchismo», A. XI, N. 1, Gen Giu 2004 e l’intervista a Bruno Rossi del 17 febbraio 2004 realizzata da Anna Marsilii e Giorgio Moroni. 9 Su Gaetano Perillo vedi Gaetano Perillo e la rivista «Il movimento operaio e socialista», di Anna Marsilii e La Federazione ligure del Partito Comunista nell’anno “indimenticabile”, di Anna Marsilii, entrambi in archiviomovimenti.org10 Contributo alla conoscenza di un militante comunista (a cura di Bartolini, Manstretta, Pedrocco, Raiteri, Sommariva – Genova 1979); Gianfranco Faina (1935-1981) Elementi di una biografia politico-intellettuale, di Pier Paolo Poggio e Rinaldo Manstretta («Primo Maggio», n. 19-20, inverno 1983/1984).1[1] Intervista a Luigi Castagnola, realizzata da Giorgio Moroni e Anna Marsilii il 12 aprile 2008. 12 Intervista a Enrica Basevi realizzata da Giorgio Moroni, op. cit.13 Sull’operaismo italiano vedi, nel volume secondo de L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico che Pier Paolo Poggio ha dedicato a Il Sistema e i Movimenti (Jaca Book 2011), i saggi di Sergio Bologna e di Cristina Corradi. Vedi anche Antonio Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo, P. Pozzi e R. Tomassini (a cura di), ombre corte, Verona 2007 (1° edizione 1979). E ancora Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero, Gli operaisti, autobiografie di cattivi maestri, DeriveApprodi 2005.14 Vedi in proposito L’operaismo degli anni sessanta, da Quaderni Rossi a Classe Operaia, a cura di Giuseppe Trotta e Fabio Milana, DeriveApprodi 2008.15 Della bibliografia disponibile sull’avvenimento ritengo sia sufficiente citare La rivolta di Piazza Statuto, di Dario Lanzardo, Feltrinelli, 1979. 16 Vedi l’intervista a Pino Roggerone realizzata da Anna Marsilii, Gianfranco Quiligotti e Giorgio Moroni 14 febbraio 2009. 17 Autobiografie della leggera, Danilo Montaldi (Torino, Einaudi, 1961). 18 Vedi Metalmeccanici a Genova, di Mirio Soso, De Ferrari Editore, 1997 nonché l’intervista a Gaudenzio Gelsomino realizzata da Anna Marsilii il 19 febbraio 2007. [1]9 Vedi ricerca di Gianfranco Quiligotti sull’Italsider in corso di pubblicazione. 20 Rinvio per questo specifica tema a I quartieri fabbrica e l’autonomia impossibile, di Giorgio Moroni, in Gli Autonomi, Le storie, le lotte, le teorie, DeriveApprodi, 2007. 21 Su questo tema molto interessante l’intervista a Lucio Rouvery, realizzata da Giorgio Moroni e Italo Poma il 3 marzo 2003. 22 Per tutta questa parte sono di rilievo l’intervista a Giorgio Pedrocco, realizzata da Giorgio Moroni il 12 settembre 2008; l’intervista a Erminio Raiteri realizzata da Anna Marsilii e Giorgio Moroni il 23 febbraio 2008; e quella a Gianni Armaroli realizzata da Giorgio Moroni il 10 aprile 2003. 23 Sullo sciopero del MOF vedi l’intervista a Sandro Carboni realizzata il 16 febbraio 208 da Anna Marsilii e Giorgio Moroni. 24 Organizziamo la lotta aperta nell’industria di stato, in «Cronache Operaie», 15 ottobre 1963, pp 6-7. 25 Vedi: Il sindacato nella città ferita, di Fabrizio Loreto (Ediesse 2016), pag. 103 e segg. 26 L’operaismo negli anni Sessanta, pp. 637 e 653, op.cit.: «[il gruppo genovese] si stacca sempre per la discriminante Pci… Se ne vanno malissimo, sono i soli che se ne vanno da nemici, per spinta di Faina» (intervista a Rita Di Leo). «L’incapacità di comunicare, tipica della Genova operaia, mi è sempre parsa strabiliante e per questo non ha inciso su niente. Riflettendo su quello scenario, i compagni genovesi da un lato erano un po’ angusti e dall’altro tostissimi; e questo si percepiva anche fra i compagni spezzini e pisani» (intervista ad Aris Accornero).27 Nota in una lettera di Toni Negri a Giorgio Moroni del 2001. 28 Sull’esperienza del gruppo di «Socialisme ou Barbarie» (1949-1965) vedi il saggio di Daniel Blanchard Socialisme ou Barbarie. Prospettiva rivoluzionaria e modernità nel secondo volume de L’altronovecento. Comunismo eretico e pensiero critico, a cura di Pier Paolo Poggio, Jaca Book 2011. 29 Dal comunicato della Federazione del Pci del 6 ottobre: «(…) Il C.D. deplora che nel corso della grande giornata di lotta unitaria vissuta dalla nostra città si siano verificati provocati da taluni individui estranei al movimento operaio, convenuti a Genova per l’occasione anche da altre città (…). Invita i comunisti e tutti i lavoratori ad essere vigilanti al fine di rintuzzare tutti gli atti che (…) appaiono perseguire fini non conformi e profondamente nocivi alla lotta in corso». Ai 72 arresti per il 5 ottobre devono essere aggiunti altri 11 arresti tra cui 5 marxisti-leninisti arrestati nella loro sede di via Madre di Dio per resistenza. Tra i fermati ci sono anche il giovane Daniele Joffe, futuro leader di Lotta continua e Rinaldo Fiorani, futuro componente del gruppo gappista 22 ottobre. 30 Per questa parte fondamentale l’intervista a Pier Paolo Poggio, realizzata da Giorgio Moroni e Italo Poma il 2 febbraio 2003. 31 Vedi interviste a Roberto Sinigaglia, a Luigi Grasso e a Mario Lippolis realizzate da Anna Marsilii e Giorgio Moroni rispettivamente il 30 ottobre 2003, il 3 aprile 2004 e il 23 febbraio 2003. 32 Vedi il saggio di Leonardo Lippolis La tendenza situazionista a Genova in altra parte del presente volume. 33 Sulla lotta alla Chicago Bridge: Autobiorafia del 68, video documentario di Gianfranco Pangrazio, Archimovi 2011; Genova, il ’68, di Donatella Alfonso e Luca Borzani, Fratelli Frilli Editori 2008; Il posto fisso, Pippo Carrubba, Jaca Book Milano 2002. 34 Lettera di Faina a Poggio (carteggio di Poggio custodito presso la Fondazione Micheletti (Brescia). 35 Vedi L’eredità Canepa. Il sessantotto tra memoria e scrittura, Manlio Calegari, Editrice Impressioni grafiche, 2014. Giorgio Moroni (1951), genovese, ha militato in Potere operaio e in Autonomia operaia. Ha pubblicato saggi e interventi sul movimento e sui gruppi negli anni Settanta. È autore di una ricerca inedita sulla sinistra radicale a Genova a partire dagli anni Cinquanta. È stato tra i fondatori dell'Archivio dei Movimenti a Genova. per l'editore Milieu, nella collana «settanta» sta scrivendo con Anna Marsilii la biografia di Gianfranco Faina.
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Antologia di Spoon River illustrata da Chiara Susanna Crespi In occasione del XXV Festival internazionale di letteratura resistente, che si terrà a Pitigliano dal 26 al 30 agosto 2026, Strade Bianche di Stampa Alternativa il 29 agosto presenterà il bellissimo libro Antologia di Spoon River, di Edgard Lee Masters, illustrata da Chiara Susanna Crespi e tradotta da Angelica Dongiovanni. Pubblichiamo di seguito l'introduzione e alcune immagini del libro. Non ho mai avuto paura dei morti. Forse è per questo che loro sono sempre venuti da me, e io da loro. Da bambina lasciavo disegni nelle crepe dei muri della scuola: piccoli regali per chi non c’era più. Mi dicevo: l’amore non può finire solo perchè un corpo scompare. I morti meritano pensieri gentili, bellezza, compagnia, pensavo. Sarà per questa intima connessione con le anime che la mia vita si è costellata di partenze. Mio padre se n’è andato quando avevo cinque anni. Poi i nonni, la mamma, fratelli e sorelle di vita scomparsi per un ago, una malattia, una macchina troppo veloce. Fino a Leo, il mio cane, morso da una vipera, una guida, un amore, un maestro. Questa vicinanza con i morti è diventata la mia arte. Guardo le loro fotografie familiari o sconosciute e ogni dettaglio mi parla: uno sguardo torvo, una treccia troppo ordinata, il sorriso trattenuto, un cappello consunto, la barba cresciuta male. Mi immergo nelle vite che furono e, con collage, colori e memoria, ricostruisco per loro un mondo nuovo, eterno, immaginario: abitato da pianeti, fiori, animali. Un mondo che li risarcisca della dimenticanza, delle disgrazie, delle scomparse troppo brusche. Così è nata questa Antologia di Spoon River illustrata. Il primo seme fu una copia consumata di mia madre, tradotta da Fernanda Pivano, trovata su un divano di casa. Ero un’adolescente che se ne fregava dei libri ma non dei morti. Lei aveva sottolineato alcuni versi con matita leggera: da lì ho cominciato. All’inizio leggevo solo ciò che lei aveva amato. Poi ho riletto anche le righe che non aveva toccato. Mi ci è voluto mezzo secolo per capire che le mie visioni cercavano da sempre le parole di Edgar Lee Masters. Il mio profondo desiderio di rendere eterno ciò che è fragile aveva bisogno di incontrare le sue poesie. Quando è accaduto, tutto ha preso forma. Nel silenzio del primo lockdown, ho iniziato a dare volti veri ai morti di Spoon River. 248 persone, ciascuna trasformato in un piccolo mondo quadrato, costruito con frammenti, affetto, memoria, dedizione. I morti sono diventati amici, conoscenti, presenze familiari. Ho creato per loro un altare laico, una casa di immagini. Un modo per riportarli tra noi. Perché la morte non separa. Cambia. Non è nera. È blu scuro, con striature d’oro. E i morti, se li ascolti, parlano. Proteggono. Insegnano. Amano. L’amore resta. Questo libro è il frutto di un lungo attraversamento: artistico, personale, spirituale. Un’opera nata da notti di collage, giorni di pianto, lunghe passeggiate nei boschi. Da occhi che guardano vecchie foto come fossero specchi. Da mani che cercano contatto anche dove il corpo non c’è più. È la mia Spoon River. Non solo letteraria, ma intima, incarnata. Una Spoon River che ha il mio sangue, i miei lutti, il mio amore. Chiara Susanna Crespi, fotografa e pittrice, lavora da sempre con i collage a tecnica mista con acquarello o olio. Nata a Roma, vive nella Tuscia a Farnese.
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Uomini sempre poco allineati Omaggio a Luigi Bernardi La mattina del lontano 16 ottobre 2013 se ne andava Luigi Bernardi, grande e singolare personalità dell’editoria italiana. Un carissimo amico, compagno, consigliere, collaboratore, autore di DeriveApprodi (prima gestione). Luigi è stato un importante editore di riviste di fumetti di qualità nel corso degli Ottanta e primi Novanta. Poi ha fondato e diretto la casa editrice Granata Press. Aggredito in quegli anni dalla malattia ha dovuto abbandonare l’impresa dedicandosi poi alle collaborazioni con case editrici di suo gradimento. Tra queste DeriveApprodi, che ha subito puntato col suo caratteristico occhio aquilino. Lo stesso occhio che nel suo lungo percorso di scavo e ricerca gli ha permesso di scoprire a colpo sicuro alcune stelle della narrativa italiana. Per DeriveApprodi, Luigi ha diretto, insieme ad Alessandra Gambetti, la collana Vox (21 titoli), pubblicando tra gli altri: Vittorio Bongiorno, Piergiorgio Di Cara, Franco Limardi, Michele Monina, Riccardo Pedrini (ora Wu Ming 5), Giampaolo Simi nella sezione noir; ma anche autori non di genere come Marco Berisso, Emidio Clementi, Paolo Nori, Cinzia Zungolo. Ma è stato anche autore di due volumi: Pallottole vaganti. 101 omicidi italiani e A sangue caldo. Criminalità, mass media e politica in Italia. La collaborazione con DeriveApprodi si è poi articolata nella sua Bologna con la partecipazione, in qualità di docente, ai corsi di formazione in editoria organizzati e diretti per alcuni anni da Eleonora Stanzani. Segugio editoriale di razza, Luigi era intellettuale inquieto e irriverente a qualsiasi potere. Di un’indole prevalentemente taciturna sapeva essere preciso ed essenziale nell’eloquio oltre che incline a un’ironia tagliente nei riguardi del panorama culturale italiano che riteneva popolato perlopiù da anime miserabili. La sua intelligenza di intellettuale libero perché indipendente lo ha sempre tenuto al riparo dalle vacue vanità delle luci della ribalta. A lui interessava, e bastava, la stima e l’affetto sincero dei suoi autori e dei suoi amici. Gli stessi che sanno del prezioso lascito etico di uomo così sempre poco allineato.
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L’inchiesta operaia nei microterritori Tradate (Va). Ristrutturazione del mercato del lavoro e nuova composizione di classe Questa ricerca mi fu commissionata all’inizio degl decennio Novanta da un ambito sindacale del mio territorio di origine, la segreteria Fim-Cisl Varese-Laghi. Nel corso degli anni Settanta non poche erano state le polemiche, e anche gli scontri, tra la questa e le altre aree sindacali e la componente politica nella quale militavo con centinaia di altre persone. Si trattò di uno scontro interno al movimento operaio, quello istituzionale e l’altro, il nostro, quello autonomo. Ma poi, sul finire del decennio, nei confronti dei padroni perdemmo comunque sia noi che loro, e gli Ottanta furono gli anni di una ristrutturazione radicale del mercato del lavoro che ridisegnò la composizione di classe e poi la società nel suo complesso, impiantando le condizioni materiali che determinarono la rivolta leghista lombarda che vedrà la luce proprio in quegli specifici luoghi. L’affido da parte sindacale di una simile ricerca a un «autonomo» dimostrava, piuttosto contraddittoriamente, il riconoscimento di un sapere comunque utile alla comprensione di ciò che nella realtà produttiva territoriale era andato trasformandosi. D’altra parte nella stessa contingenza temporale era accaduto un altro fatto che interrogava la criminalizzazione di quel movimento autonomo. «Bisogna considerare che in quei paesi di provincia [nella seconda metà degli anni Settanta] messi tutti assieme costituivamo un aggregato che contava, compresa l’aria amicale varia, 500 persone (…) Questo è significativo della quantità di soggetti con cui siamo entrati in rapporto, al tipo di espansione e di realtà sociale che rappresentavamo. Facendo una divagazione, si pensi che a distanza i dieci anni dalla repressione [nel maggio 1990] e dalle altre cose che hanno azzerato tutto, comunque dalla fine di quell’aggregato con quelle caratteristiche, un po’ per gioco e un po’ sul serio alcuni di noi hanno dato vita a una lista elettorale nella cittadina di Tradate che ha guadagnato il 10,5% dei voti, cioè qualche punto in meno del Partito comunista, e una parte di queste persone avevano vissuto anche la storia della galera, erano stati additati come terroristi (da: Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu, Milano 2016)». Quella ricerca non diede comunque corso ad alcun successivo rapporto di collaborazione. A quella componente sindacale interessava un’analisi condotta con criteri esterni ai suoi ambiti tradizionali per cercare di comprendere le ragioni della progressiva crisi di rappresentanza che stava scontando. A me (a noi), serviva piuttosto per verificare una serie di ipotesi che in quel periodo andavano maturando in ambiti di riflessione interni alla ripresa di quel lavoro teorico che assumerà negli anni successivi la nominazione, non so quanto appropriata, di post-operaismo. Della ricerca in questione non vengono qui riprodotte le parti relative ai dati statistici. S.B. Per la visione della ricerca scaricare il pdf di seguito.
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Filmografia culinaria Di seguito una lista di film suddivisi in grandi temi. Alcuni sono dedicati dall’inizio alla fine al tema del cibo, altri contengono semplicemente scene legate al tema. Questo elenco è una selezione: quale film non contiene una scena di pasto, da Le Déjeuner de bébé (Il pranzo del bambino) dei fratelli Lumière del 1895? Filmare la gastronomia Theodor hiemeis, oder wie man ehemalige hofkoch wird, Hans-Jiirgen Syber- berg, 1972 (la follia alimentare di re Ludwig II è vista attraverso le memorie del suo cuoco Theodor Hiernis). Le Festin de Babette, Gabriel Axel, 1987 (in una piccola comunità danese nello Jutland, Babette, ex chef del Café Anglais a Parigi nel 1860, organizza un pasto indimenticabile, una vittoria della gastronomia sul puritanesimo). Eat Drink Man Woman, Ang Lee, 1994 (Mr. Chu, il più grande cuoco di Taipei, salvato dall’agueusia trasmettendo il suo sapere; scene impressionanti di preparazione di cibo cinese). The Big Nigth – Being Close to God, Stanley Tucci, 1996 (un ristorante italiano negli Stati Uniti). Dinner Rush, Bob Giraldi, 2000 (un ristoratore di New York alla moda e la nuova cucina). Ch’ere Martha, Sandra Nettelbeck, 2001 (la nuova cucina vista da una regista tedesca). Tortilla Soup, Maria Ripoll, 2001 (preparazione di un pasto messicano da parte di uno chef messicano-americano che vive a Los Angeles). Cuochi o ristoranti come elementi centrali L’Auberge rouge, Camille de Morlhon (1910), Jean Epstein (1923), Claude Autant-Lara (1951) (adattamento del romanzo di Balzac). La Cuisine au beurre, Gilles Grangier, 1963 (burro contro olio, con Fernandel e Bourvil). Le Grand Restaurant, Jacques Besnard, 1966 (Septime, interpretato da Louis de Funès, è il tirannico capo di un ristorante gourmet). Le Gout du saké, Ozu, 1968 (durante una festa in cui incontra i suoi amici per bere sake, Hirayama, un vedovo, viene spinto a sposare sua figlia) La Grande Cuisine, Ted Kotcheff, 1978 (misteriosi omicidi di grandi chef). Garçon, Claude Sautet, 1983 (Yves Montand, un ragazzo di una grande serie parigina). Tampopo, Juzo Itami, 1985 (la ricerca del proprietario di un ristorante giapponese per la migliore ricetta di noodle del paese). Le Festin chinois, Tsui Hark, 1995 (la preparazione di un banchetto ispirato a una festa imperiale, una vera sfida culinaria). Au Petit Marguery, Laurent Bénégui, 1995 (l’ultima notte di un ristorante parigino). Les Mille et Une Recettes du cuisinier amoureux, Nana Dzhordzhadze, 1997 (un cuoco francese si trasferisce in Georgia e si innamora di una principessa). Cuisine américaine, Jean-Yves Pitoun, 1997 (un giovane cuoco americano arriva a Digione per diventare chef). Woman on Top, Fina Torres, 1999 (l’arte della cucina brasiliana come metafora dell’amore). Vatel, Roland Joffé, 2000 (la storia del famoso chef Vatel – interpretato da Gérard Depardieu – che si suicidò nel 1671 perché pensava che fosse troppo tardi per preparare in tempo una cena per Luigi XIV). La ricostruzione storica dei banchetti La Kermesse héroique, Jacques Feyder, 1935 (all’inizio del XV secolo, l’arrivo dei conquistatori spagnoli in una città delle Fiandre: le donne organizzano una festa per gli invasori). Les Visiteurs du soir, Marcel Carnè, 1942 (con la rievocazione di banchetti medievali, in un film ispirato a Les Très riches heures du due de Berry). Le Souper, Édouard Molinaro, 1992 (l’incontro nel 1815 tra Talleyrand e Fouché a cena, per decidere il destino della nazione). Gohatto, Nafashi Oshima, 1999 (film giapponese ambientato in una scuola di samurai alla fine del XIX secolo). Gli ingredienti: cavolo, ma soprattutto cioccolato La Traversée de Paris, Claude Autant-Lara, 1956 (per l’importanza del maiale). La Soupe aux choux, Jean Girault, 1981 (zuppa di cavoli come cemento di un incontro con un extraterrestre). Merci pour le chocolat, Claude Chabrol, 2000 (suspense in Svizzera, con Isabelle Huppert nel ruolo di Mikka, PDgère dei cioccolatini Muller). Le Chocolat, Lasse Hallstròm, 2001 (1959, l’installazione di una fabbrica di cioccolato in un piccolo villaggio: il cioccolato guarisce l’anima). Charlie and the Chocolate Factory, Tim Burton, 2005 (dal libro di Roald Dahl, La visita di Charlie alla fabbrica di cioccolato Wonka). Intorno al tavolo: dal pasto di famiglia alla commensalità estesa Tom Jones, Toy Richardson, 1963 (Inghilterra del XVII secolo: truculenza e baldoria, festa e libertinaggio). Il fascino discreto della borghesia, Bunuel, 1972 (o il pasto perennemente rimandato). Fanny e Alexander, Ingmar Bergman, 1982 (i pasti strutturano la storia della famiglia Ekdahl). The People of Dublin, John Huston, 1987 (il capodanno della famiglia e l’emergere dei ricordi e del non detto). Lunga vita alla signora, Ermanno Olmi, 1987 (la satira dell’alta società italiana attraverso la messa in scena di una cena). Frankie and Johny, Garry Marshall, 1991 (l’incontro di Frankie e Johnny, che lavorano nello stesso ristorante). Mon diner avec André, Louis Malie, 1991 (due amici si incontrano in un ristorante e parlano delle loro vite). Spezie della passione, Alfonso Arau, 1992 (il desiderio d’amore si esprime attraverso surrogati culinari e i piatti emblematici della cucina messicana diventano i simboli di una vita accettata e rifiutata allo stesso tempo). The Age of Innocence, Martin Scorsese, 1993 (una serie di cene nell’alta società newyorkese di fine Ottocento). Un air de famille, Cédric Klapisch, 1996 (una cena di compleanno nel bistrot gestito da uno dei membri della famiglia si trasforma in un regolamento di conti). Soul Food, George Tillman Jr. 1997 (la cena domenicale di una famiglia nera americana). Le Dìner de cons, Francis Veber, 1998 (chi porterà a tavola l’ospite più stupido?). Festen, Thomas Vinterberg, 1998 (il pasto di famiglia e lo svelamento dell’incesto del padre). Il matrimonio, 2000, Pavel Longuine (intorno a un buffet di nozze). Kitchen Stories, Bent Hamer, 2003 (la routine degli uomini single nella loro cucina). Antropofagia e altre perversioni Anche se non specificamente dedicati all'antropofagia, alla coprofagia o ad altre perversioni, questi film ne contengono una o più scene. Aimez-vous les femmes, Roman Polanski, 1964 (una donna come possibile pasto). Como Era Gostoso o Meu Francis, Nelson Pereira dos Santos, 1971 (antropofagia). Soylent Green, Richard Fleischer, 1973 (antropofagia). La Grande Bouffe, Marco Ferreri, 1973 (dove si passa dalla cena all’orgia suicida). Le Fantôme de la liberté, Luis Bunuel, 1974 (sedersi a tavola su un water e mangiare nel water come nuova regola di comportamento sociale). Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pier Paolo Pasolini, 1975 (coprofagia). Diner, Barry Levinson, 1982 (il cibo come oggetto sessuale). Il cuoco, il ladro, sua moglie e il suo amante, Peter Greenaway, 1989 (antropofagia). Delicatessen, Jean-Pierre Jeunet, Marc Caro, 1991 (antropofagia). Il silenzio degli innocenti, Jonathan Demme, 1991 (antropofagia). American Pie, Paul Weitz, 1999 (cibo come oggetto sessuale). Hannibal, Ridley Scott, 2001 (antropofagia). The Green Butchers, Anders-Thomas Jensen, 2004 (antropofagia). Nuova cucina, Fruit Chan, 2006 (ravioli cinesi molto speciali sostituiscono l’Acqua della Giovinezza). Cibo spazzatura e il suo contrario L’Aile ou la cuisse, Claude Zidi, 1976 (gastronomia contro cibo industriale). Le Bonheur est dans le pré, Étienne Chatiliez, 1995 (il buon cibo contro il cibo spazzatura). Super Size Me, Morgan Spurlock, 2004 (sperimentale: come la frequentazione di ristoranti fast-food porta all’aumento di peso). E anche Citiamo anche Voici le temps des assassins di Julien Duvivier, 1956 (per i locali gastronomici e le vedute del mercato delle Halles), 2001, L’odyssée de l’espace, di Stanley Kubrick, 1968 (come mangiare in assenza di gravità), The Matrix, di Andy e Larry Wachowsky, 1999 (l’alimentazione della fantascienza), Ben Hur, William Wyler, 1959 (la scoperta di pratiche straniere legate al mangiare, in particolare i rutti), Une affaire de gout, Bernard Rapp, 2000 (un industriale assume un «assaggiatore», ma anche, perché i loro titoli giocano sulla metafora culinaria o semplicemente sulla menzione di un alimento, Fragole e cioccolato, di Tomas Gutierrez (1993), Fragole selvatiche, di Ingmar Bergman (1957), Riso amaro, di Guiseppe de Santis (1949), Il macellaio, di Claude Chabrol (1970), Cucina e dipendenze, di Philippe Muyl (1993), Il profumo della papaya verde, di Tran Anh Hung (1993).












