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  • dossier italia

    Crisi strutturale del Servizio Sanitario Nazionale e nuove sperimentazioni dal basso Sergio Bianchi In uno scenario segnato da una precisa scelta politica di indebolimento della sanità pubblica, emergono esperienze di risposta dal basso: gli ambulatori popolari, presenti ormai in numerose aree del paese e sempre più in condivisione e rete tra di loro. Ogni ambulatorio porta con sé le caratteristiche del contesto in cui è radicato, ma tutti condividono un’ossatura comune: garantire l’accesso alle cure a chi ne è escluso, offrire servizi gratuiti, prestare attenzione prioritaria alle fasce più fragili, praticare un approccio intersettoriale che riconosce la natura multidimensionale della salute. Negli ultimi decenni, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), istituito nel 1978 sui principi fondamentali di universalità, equità e gratuità, ha subìto trasformazioni profonde che ne hanno modificato sia l’assetto organizzativo sia la natura sostanziale. L’ultima legge di bilancio approvata dal governo Meloni si inserisce in continuità con le riforme degli ultimi vent’anni, accomunate da un sistematico ridimensionamento della spesa sanitaria pubblica. La quota destinata alla sanità in rapporto al Pil è prevista in costante diminuzione nel triennio 2026-2028, passando dal 6,1% al 5,9%, collocandosi stabilmente al di sotto della media europea. Parallelamente, sono cresciuti gli investimenti destinati alle strutture convenzionate e al welfare aziendale, segnalando un progressivo spostamento del baricentro dal pubblico al privato. Non si tratta di assenza di programmazione, né di mancanza di visione politica. Il progressivo smantellamento del SSN è l’esito coerente di una scelta deliberata, condivisa – con gradi e accenti diversi – dal governo Meloni e dalle amministrazioni che lo hanno preceduto: aziendalizzare il sistema sanitario, ridurne il finanziamento pubblico e restringerne nel tempo la portata universale. Dietro i tagli un preciso progetto di ridefinizione del ruolo dello Stato nella tutela della salute, in favore di un modello in cui il mercato occupa spazi sempre più ampi. A questo disegno si aggiunge ora una pressione esterna destinata ad aggravarne gli effetti: le scelte di riarmo che percorrono l'Europa, in risposta al clima di guerra che si è consolidato negli ultimi anni, sottrarranno nei prossimi anni risorse ingenti ai bilanci pubblici. La sanità – già strutturalmente indebolita – figura tra i settori più esposti a pagarne le conseguenze, in un contesto in cui la competizione tra spesa sociale e spesa militare si annuncia sempre più squilibrata. Le radici di questa crisi affondano negli anni Novanta, quando una serie di riforme avviò il processo di aziendalizzazione del sistema sanitario, trasformando le unità sanitarie locali in aziende e affidando la gestione della salute pubblica a logiche manageriali. L’obiettivo dichiarato era migliorare l’efficienza e contenere i costi ma nella pratica, il diritto alla salute ha ceduto il passo alle esigenze di sostenibilità finanziaria. L’adozione dei DRG – i Raggruppamenti Omogenei di Diagnosi – ha orientato l’erogazione delle prestazioni verso quelle economicamente più remunerative, penalizzando la centralità del paziente. I risultati di questo processo sono ormai sotto gli occhi di tutti: carenza strutturale di personale socio-sanitario, riduzione progressiva dei servizi e un allungamento cronico delle liste di attesa. Per molte prestazioni diagnostiche e visite specialistiche, i tempi possono toccare mesi, quando non anni. Di fronte a tempistiche incompatibili con i bisogni reali di salute, i cittadini sono sempre più spinti a ricorrere al settore privato, sostenendo costi spesso insostenibili. A ben vedere il ricorso al privato è diventato strutturale. Accanto al SSN si è sviluppato un sistema parallelo di cliniche private, assicurazioni sanitarie e prestazioni a pagamento. Questo processo di progressiva privatizzazione erode alla radice il principio di universalità: nel 2024 le famiglie italiane hanno speso di tasca propria 41,3 miliardi di euro per la salute, mentre le assicurazioni sanitarie private hanno raggiunto i 6,4 miliardi. Sempre nel 2024, quasi una persona su dieci – il 9,9% della popolazione – ha dichiarato di aver rinunciato a visite o esami specialistici: il 6,8% a causa delle lunghe liste di attesa, il 5,3% per difficoltà economiche. A pagare il prezzo più alto sono le fasce più fragili. Chi non ha risorse economiche è costretto a rinunciare alle cure non solo per i costi dei ticket, ma anche per quelli indiretti: trasporti, assenze dal lavoro, tempi di attesa incompatibili con la vita quotidiana. Questo meccanismo alimenta disuguaglianze di salute sempre più marcate nel senso che chi ha risorse accede rapidamente alle cure, chi non può permettersele rimane invece in logoranti liste d’attesa. La difficoltà o l’impossibilità di accedere alle cure non costituisce un fenomeno isolato, ma si inscrive in un quadro più ampio di svantaggio multidimensionale. Tra i circa due milioni di famiglie in povertà assoluta – la cui concentrazione è maggiore nel Mezzogiorno – la rinuncia alle cure si associa sistematicamente ad altri indicatori di esclusione sociale: bassa scolarizzazione, disoccupazione, precarietà abitativa. Questi fattori interagiscono in modo sinergico, producendo condizioni di vulnerabilità che si riflettono in modo diretto sugli esiti di salute e sull’aspettativa di vita. In questo scenario, segnato da una precisa scelta politica di indebolimento della sanità pubblica, emergono tuttavia esperienze di risposta dal basso: gli ambulatori popolari, presenti ormai in numerose aree del paese e sempre più in condivisione e rete tra di loro. Ogni ambulatorio porta con sé le caratteristiche del contesto in cui è radicato, ma tutti condividono un’ossatura comune: garantire l’accesso alle cure a chi ne è escluso, offrire servizi gratuiti, prestare attenzione prioritaria alle fasce più fragili, praticare un approccio intersettoriale che riconosce la natura multidimensionale della salute. La prevenzione occupa un posto centrale, pensata non in astratto ma in relazione al territorio, all’ambiente, alle condizioni materiali di vita delle persone. In questo senso, gli ambulatori popolari non sono semplici punti di erogazione di prestazioni sanitarie: sono laboratori vivi di cure primarie, capaci di sperimentare pratiche alternative e di immaginare un diverso modo di stare in relazione con i bisogni di salute della comunità. Gli ambulatori non vanno però visti come un’alternativa al SSN. Non lo sono, né potrebbero esserlo: la loro forza sta precisamente nel non sostituirsi a ciò che dovrebbe esserci, ma nel tenere aperta, con la pratica quotidiana, la domanda su come dovrebbe funzionare un sistema sanitario davvero universale. Queste esperienze sono preziose perché sperimentano modelli che il SSN dovrebbe fare propri; ma non esonerano dalla necessità, politica e sociale, di contrastare la privatizzazione in atto, e di lottare affinché il diritto alla salute sia, nei fatti e non solo sulla carta, uguale per tutti. Articoli correlati: https://www.saluteinternazionale.info/2025/12/la-manovra-contro-la-sanita-pubblica/ https://www.lavoroesalute.org/component/content/article/1-ultime/295-les-gennaio-2025-inserto-campania.html https://www.ahidaonline.com/post/scienza-e-politica Rita Maffei, medica specializzata in medicina generale, attiva nelle lotte per il diritto alla salute. Ha lavorato come medica per l’Ong Emergency presso gli ambulatori a bassa soglia del programma Italia. Attualmente medico di medicina generale nella periferia est di Napoli.

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    Tra psiche e composizione: pratiche liminali dell’ascolto Ricerca e psiche nel lavoro di Elena Gigante Ghigas All’interno della rubrica Risonanze Sonore, che si occupa di esplorare le forme più aperte e liminali della ricerca sonora contemporanea, il lavoro di Elena Gigante, conosciuta anche come Ghigas, appare come un territorio in cui musica, psiche e spazio percettivo entrano in risonanza reciproca. La sua pratica non nasce infatti da un unico campo disciplinare, ma si sviluppa all’incrocio tra composizione elettroacustica, ricerca scientifica e pratica psicoanalitica. In questo intreccio il suono non è semplicemente materiale musicale, ma diventa una soglia attraverso cui interrogare i processi della percezione, della memoria e dell’esperienza interiore. Elena Gigante, Ghigas, si è formata tra musica, psicologia e neuroscienze, sviluppando un percorso che tiene insieme studio accademico e ricerca artistica. Dopo il diploma in pianoforte e gli studi in psicologia clinica, ha conseguito un dottorato in neuroscienze presso l’Università Sapienza di Roma, concentrandosi sugli effetti dell’allenamento musicale sulla plasticità cerebrale e sui processi di percezione del movimento sonoro. Parallelamente ha continuato a muoversi nel campo della composizione contemporanea, partecipando a workshop e progetti con alcune delle figure più rilevanti della musica sperimentale internazionale. Questo doppio movimento – scientifico e artistico – costituisce uno degli elementi più riconoscibili del suo lavoro: una ricerca che non separa l’indagine sul suono dall’indagine sulla mente che lo ascolta. Accanto alla composizione, Gigante esercita come psicoanalista junghiana ed è impegnata nella formazione e nella didattica. Insegna progettazione del suono nello spazio all’Accademia di Belle Arti di Bari e tiene corsi sulla fenomenologia dell’arte presso il Centro Italiano di Psicologia Analitica. Anche qui la dimensione sonora non viene trattata come un oggetto isolato, ma come un campo di esperienza in cui percezione, immaginazione e simbolizzazione si intrecciano. Il suono diventa così una forma di ascolto ampliato, capace di mettere in relazione dimensione estetica e dimensione psichica. Le sue opere sono state presentate in numerosi contesti internazionali dedicati alla musica contemporanea e alla ricerca audiovisiva, tra cui i Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image a Londra e Tempo Reale in Italia. Tuttavia, la traiettoria di Gigante non si definisce tanto attraverso il circuito festivaliero quanto attraverso una ricerca che tende deliberatamente verso zone periferiche dell’esperienza sonora. La sua pratica esplora infatti ciò che resta ai margini della percezione: suoni fragili, imperfetti, spesso sporchi, che sembrano situarsi in una zona di instabilità tra ciò che può essere ascoltato e ciò che sfugge all’ascolto. In questa prospettiva l’ascolto non è mai un atto puramente passivo. È piuttosto un processo liminale, una soglia in cui il suono emerge e scompare, lasciando affiorare dimensioni spesso invisibili dell’esperienza. Non sorprende che molte delle sue installazioni e composizioni nascano da contesti inattesi. Gigante ha spesso collocato le proprie sculture sonore in ambienti non convenzionali, trasformando spazi tecnici o scientifici in luoghi di ascolto. In uno dei suoi progetti, ad esempio, un tubo per risonanza magnetica diventa una sorta di camera acustica in cui il corpo dell’ascoltatore è immerso in una condizione percettiva radicalmente diversa. Come ricercatrice in Neuroscienze alla Sapienza e alla Fondazione Santa Lucia IRCSS di Roma dal 2013 al 2015, ha progettato esperimenti sonori proprio all’interno del tubo di risonanza: il soggetto volontario, disteso nella posizione canonica di una qualsiasi risonanza magnetica, riceveva tramite cuffie stimoli sonori corrispondenti a un paesaggio in movimento, costruito attraverso un software come Matlab. In questa situazione estrema e controllata, il suono non solo attraversa il corpo, ma diventa uno strumento per indagare le dinamiche profonde della percezione, mettendo in relazione spazio acustico e attività cerebrale. In questi dispositivi lo spazio non è un semplice contenitore, ma una materia attiva della composizione. L’impiego di tecniche come l’Ambisonico consente di articolare il suono come campo tridimensionale, avvolgente, in cui la posizione e il movimento dell’ascoltatore diventano parte integrante dell’opera. L’attenzione alla dimensione corporea dell’ascolto si traduce così in una pratica installativa che lavora sulla prossimità, sull’immersione e sulla dislocazione percettiva. Il suono non si limita a essere ascoltato: attraversa il corpo, lo orienta nello spazio, lo espone a micro-variazioni che sfuggono a una percezione immediatamente cosciente. Questi dispositivi non cercano l’effetto spettacolare, ma aprono situazioni in cui il suono può essere percepito come evento fisico, mentale e simbolico allo stesso tempo. Proprio in questa tensione tra presenza e sottrazione si attiva una possibilità più profonda: quella di entrare in relazione con ciò che normalmente resta invisibile o inconscio, lasciando emergere zone latenti dell’esperienza. L’ascolto diventa allora uno spazio di trasformazione della percezione, in cui ciò che non è immediatamente dicibile può comunque essere attraversato e, in qualche modo, sentito. La sua ricerca si muove dunque lungo una linea sottile tra musica, installazione e indagine psicologica. Più che produrre oggetti sonori chiusi, Gigante sembra interessata a costruire condizioni di ascolto, situazioni in cui l’esperienza sonora diventa uno spazio di trasformazione. In questo senso il suo lavoro si inserisce pienamente nella sensibilità che attraversa molta della musica sperimentale contemporanea: un’attenzione al suono come fenomeno situato, inseparabile dal contesto, dal corpo e dalla memoria di chi ascolta. Accanto alla pratica artistica, Gigante ha sviluppato anche una riflessione teorica sul rapporto tra musica e psiche, pubblicando diversi libri e saggi in cui il suono viene pensato come esperienza capace di attraversare dolore, assenza e processi di elaborazione simbolica. Anche in questo caso la scrittura non appare come un’attività separata dalla composizione, ma come un’altra forma di esplorazione dello stesso territorio: quello in cui il suono diventa una modalità di pensiero. All’interno di Risonanze Sonore, il lavoro di Elena Gigante si rivela dunque particolarmente significativo perché mette in luce una dimensione spesso trascurata della ricerca sonora: la sua capacità di interrogare non soltanto le forme della musica, ma le modalità stesse attraverso cui ascoltiamo e diamo senso a ciò che ascoltiamo. In questo spazio di confine tra udibile e inaudibile, tra esperienza sensoriale e dimensione psichica, il suono smette di essere semplicemente un oggetto estetico e diventa una pratica di attenzione, un modo di entrare in relazione con ciò che, dentro e fuori di noi, continua a chiedere di essere ascoltato. In coda, l’ascolto dei lavori di Elena Gigante restituisce una sensazione precisa: il suono non si impone, ma si avvicina lentamente, si muove nello spazio e modifica l’ascolto in modo quasi impercettibile. Le sue composizioni lavorano su piccoli scarti, su variazioni minime che chiedono attenzione e tempo. Più che essere comprese subito, sembrano agire in profondità, lasciando una traccia che continua anche dopo. È una pratica essenziale, che non riempie ma apre: uno spazio in cui l’ascolto cambia forma e diventa più consapevole, più sensibile a ciò che normalmente resta ai margini. Buon ascolto: https://elenaghigas.bandcamp.com/ di Elena Gigante anche: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante Between psyche and composition: Liminal Practices of Listening Research and Psyche in the Work of Elena Gigante Ghigas by Franco Oriolo Within the framework of Risonanze Sonore, a column devoted to exploring the most open and liminal forms of contemporary sound research, the work of Elena Gigante, also known as Ghigas, emerges as a territory where music, psyche, and perceptual space resonate with one another. Her practice does not originate from a single disciplinary field, but rather develops at the intersection of electroacoustic composition, scientific research, and psychoanalytic practice. Within this interplay, sound is no longer merely musical material; it becomes a threshold through which to question processes of perception, memory, and inner experience. Elena Gigante’s (Ghigas) background spans music, psychology, and neuroscience, shaping a path that brings together academic study and artistic research. After graduating in piano and clinical psychology, she obtained a PhD in neuroscience at Sapienza University of Rome, focusing on the effects of musical training on brain plasticity and on the perception of sound motion. At the same time, she continued her work in contemporary composition, participating in workshops and projects with some of the most significant figures in experimental music. This dual trajectory—scientific and artistic—represents one of the most distinctive aspects of her work: a research approach that refuses to separate the investigation of sound from the investigation of the mind that listens to it. Alongside her compositional activity, Gigante works as a Jungian psychoanalyst and is actively involved in teaching and training. She teaches spatial sound design at the Academy of Fine Arts in Bari and lectures on the phenomenology of art at the Italian Center of Analytical Psychology. Here too, sound is not treated as an isolated object, but as a field of experience in which perception, imagination, and symbolization intertwine. Sound thus becomes an expanded form of listening, capable of connecting aesthetic and psychic dimensions. Her works have been presented in numerous international contexts dedicated to contemporary music and audiovisual research, including the Darmstädter Ferienkurse, Sound/Image in London, and Tempo Reale in Italy. Yet Gigante’s trajectory is not defined primarily by the festival circuit, but by a research practice that deliberately moves toward the peripheral zones of sonic experience. Her work explores what remains at the margins of perception: fragile, imperfect, often “dirty” sounds that inhabit an unstable zone between what can be heard and what escapes listening. From this perspective, listening is never a purely passive act. Rather, it is a liminal process, a threshold where sound emerges and disappears, allowing often invisible dimensions of experience to surface. It is no coincidence that many of her installations and compositions originate in unexpected contexts. Gigante has frequently placed her sound sculptures in unconventional environments, transforming technical or scientific spaces into sites of listening. In one of her projects, for instance, an MRI scanner tube becomes a kind of acoustic chamber in which the listener’s body is immersed in a radically altered perceptual condition. As a neuroscience researcher at Sapienza University and at the Santa Lucia Foundation IRCCS in Rome between 2013 and 2015, she designed sound experiments precisely inside the MRI tube: the volunteer subject, lying in the standard position used for medical scans, received through headphones a series of sonic stimuli corresponding to a moving soundscape, constructed using software such as Matlab. In this extreme and controlled setting, sound not only passes through the body, but becomes a tool to investigate the deeper dynamics of perception, placing acoustic space in direct relation with brain activity. In these dispositifs, space is not a neutral container but an active material of composition. The use of techniques such as Ambisonics allows sound to be articulated as a three-dimensional, enveloping field in which the position and movement of the listener become integral to the work. Attention to the bodily dimension of listening translates into an installation practice that operates through proximity, immersion, and perceptual dislocation. Sound is not simply heard: it traverses the body, orients it in space, and exposes it to micro-variations that elude immediate conscious perception. These dispositifs do not aim at spectacle, but rather open up situations in which sound can be experienced simultaneously as a physical, mental, and symbolic event. It is precisely within this tension between presence and withdrawal that a deeper possibility emerges: that of entering into relation with what normally remains invisible or unconscious, allowing latent zones of experience to surface. Listening thus becomes a space for the transformation of perception, where what cannot be immediately articulated can nevertheless be encountered, and in some way, felt. Her research therefore unfolds along a subtle line between music, installation, and psychological inquiry. Rather than producing closed sonic objects, Gigante seems interested in constructing conditions for listening—situations in which sonic experience becomes a space of transformation. In this sense, her work fully resonates with a broader tendency in contemporary experimental music: an attention to sound as a situated phenomenon, inseparable from context, from the body, and from the memory of the listener. Alongside her artistic practice, Gigante has also developed a theoretical reflection on the relationship between music and psyche, publishing several books and essays in which sound is conceived as an experience capable of traversing pain, absence, and processes of symbolic elaboration. Here too, writing does not appear as a separate activity from composition, but as another way of exploring the same territory: one in which sound becomes a mode of thought. Within Risonanze Sonore, the work of Elena Gigante thus proves particularly significant in that it highlights a dimension often overlooked in sound research: its capacity to question not only musical forms, but the very ways in which we listen and make sense of what we hear. In this space of tension between the audible and the inaudible, between sensory experience and psychic dimension, sound ceases to be merely an aesthetic object and becomes a practice of attention—a way of entering into relation with what, both within and outside us, continues to ask to be heard. In closing, listening to Elena Gigante’s works conveys a clear sensation: sound does not impose itself, but approaches slowly, moves through space, and subtly reshapes perception. Her compositions work through small shifts and minimal variations that require attention and time. Rather than being immediately understood, they seem to act more deeply, leaving a trace that lingers beyond the listening moment. It is an essential practice that does not fill but opens up a space where listening changes form, becoming more aware and more sensitive to what usually remains at the margins. Enjoy listening: https://elenaghigas.bandcamp.com/ by Elena Gigante also: https://www.mimesisedizioni.it/catalogo/autore/7598/elena-gigante

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    I venti passi Franco Tripodi Questo testo è una anticipazione tratta dalla nuova rivista, «Intelligenza Autonoma. Nuove macchine celibi», in pubblicazione per i tipi di Milieu. La rivista tratterà i temi dell’Intellligenza artificiale. I primi venti passi del collettivo N.i.n.a., enunciano i princìpi di una rivolta già in atto, affrontando le questioni del controllo e della sorveglianza, dell’estrattivismo del capitale e della ricerca di una zona cieca che è l’incomputabile. Parte prima – perimetro della discussione 1.L’intelligenza artificiale non è né intelligente, né artificiale ma il prodotto di specifiche pratiche, valori e decisioni umane, prese in determinati ambienti e con determinati obiettivi. Il funzionamento di queste macchine è il risultato di procedure statistiche e algoritmiche, processi di estrazione e computazione dei dati, infrastrutture materiali come i data center, lo sfruttamento del pianeta e il lavoro di centinaia di migliaia di persone che vanno dagli uffici della Sylicon Valley, ai data workers sottopagati nel sud del mondo, ai minatori che estraggono le materie prime necessarie al funzionamento di batterie, chip e semiconduttori. 2.L’intelligenza artificiale è progettata per simulare l’intelligenza umana. Quello a cui assistiamo è paragonabile a un gioco di prestigio: il software sembra comprendere le nostre richieste e risponderci, ma in realtà, da Alan Turing in poi, è stato chiarito come le macchine non possono «capire» nel senso che attribuiamo agli essere umani. Non c’è capacità di discernimento o di giudizio, ma un intricato insieme di calcoli statistici, probabilistici e algoritmi su archivi di dati che portano ad un output intellegibile per noi e con cui possiamo relazionarci. 3.L’intelligenza artificiale non è un’innovazione emersa dal nulla, ma il risultato di un’accelerazione di un processo già in corso, l’ultimo capitolo della storia dell’automazione che comincia con il telaio Jacquard (1801) e la macchina analitica di Babbage (1837). Lo stesso termine «intelligenza artificiale» non è nuovo, ma coniato nel 1956, così come sono di poco successive le espressioni machine learning, deep learning e reti neurali. Queste tecnologie non sono «strumenti», utensili, semplici protesi degli essere umani ma complessi assemblaggi socio-tecnici, mondi, abiti che mediano, co-costruiscono e partecipano a relazioni, reiterando specifiche visioni del mondo e gli obiettivi particolari dei propri produttori. Sono epistemologie che diventano infrastruttura. 4.La proprietà di queste tecnologie è di una manciata di aziende (sei americane e tre cinesi), che hanno un oligopolio sostanziale che alcuni hanno definito come «tecno-feudalesimo». Tra le prime dieci imprese per capitalizzazione a livello globale, infatti, sette sono del settore digitale e un’ottava è Tesla (che produce auto e computer). Il digitale è, oggi, il principale motore di profitti e di accumulazione del capitale, come nel secolo scorso il principale motore erano le società del settore manifatturiero, automobilistico, fossile, soppiantate a inizio secolo dalle aziende della distribuzione. Queste aziende possono decidere e fare il bello e il cattivo tempo rispetto ai loro processi accumulativi mentre ci raccontano dell’inevitabilità dello sviluppo tecnologico come lo vogliono loro. In questo contesto, attori sociali come i giornalisti o i decisori politici sono estremamente impreparati a raccontare ed affrontare le questioni che emergono. 5.A livello di impatto sul lavoro, l’intelligenza artificiale generativa ha un elemento di differenza sostanziale rispetto alle altre innovazioni. La ruota, la macchina a vapore, la robotica hanno reso i processi produttivi e molte attività umane più semplici delegando alla tecnologia (e alla macchina poi) i compiti che gli esseri umani ritenevano più faticosi, per poterci dedicare ai compiti di tipo intellettuale qualitativamente più «alti». Storicamente nella scala sociale erano i lavori più «bassi» a venire rimossi. L’intelligenza artificiale generativa invece va a tagliare i lavori immateriali, cognitari che hanno un discreto livello di specializzazione, portando a una situazione che non ha precedenti nella storia. 6.L’intelligenza artificiale si va a inserire in un processo già in atto con l’avvento del capitalismo delle piattaforme. Quello che negli anni 90 era considerato il lavoro «creativo» ora viene messo a valore senza passare da un’organizzazione lavorativa: l’organizzazione del lavoro è stata sostituita dall’organizzazione delle piattaforme. La conseguenza di questo passaggio è che l’auspicio di Keynes di lavorare quindici ore alla settimana descritto in «Prospettive economiche per i nostri nipoti» non si è realizzato. Oggi si discute di fine del lavoro salariato e siamo nell’epoca del lavoro senza fine, qualsiasi atto della nostra vita mediato dalla tecnologia è un atto produttivo di valore e quasi sempre non remunerato. L’intelligenza artificiale contribuisce a un processo di omologazione in un contesto in cui qualunque attività cerebrale è soggetta a estrazione di valore. Parte seconda – considerazioni politiche 7.La tecnologia non è uno strumento neutrale. Osservando i processi lavorativi negli ultimi due secoli di storia umana, si può notare come essa sia stata pensata, progettata e implementata per aumentare la produttività e abbassare i salari. La tecnologia ovviamente ha anche implicazioni positive per la vita umana, infatti la critica non è necessariamente sulla tecnologia in sé ma sulle finalità che persegue. Come diceva Keynes ci sarebbe la possibilità di lavorare quindici ore alla settimana, ma negli ultimi trent’anni le caratteristiche fondamentali del fordismo e del taylorismo, e cioè agganciare incrementi di produttività a incrementi di salari per garantire i consumi, non sta più funzionando. Sicuramente intelligenza artificiale e occupazione hanno delle correlazioni di breve periodo, ma la grande questione è collegare le innovazioni tecnologiche a un aumento dei redditi. 8.Tecnologie come gli algoritmi di seconda generazione e l’intelligenza artificiale generativa creano un’ibridazione tra l’elemento macchinico e quello umano, favorendo un divenire umano della macchina e un divenire macchinico dell’uomo, in una sorta di processo di neo-taylorizzazione.Nella discussione sulle implicazioni occupazionali dell’implementazione di queste tecnologie ci dimentichiamo spesso che queste tecnologie devono essere mantenute e allenate, ovvero nutrite di dati per svolgere ogni compito. Possiamo dire provocatoriamente che la disoccupazione non esiste, la dicotomia vera è tra chi è occupato e percepisce un reddito e chi no.9.Come dice Kate Crawford nel suo saggio Atlas of AI oggi il digitale e, nello specifico, i sistemi d’intelligenza artificiale sono artefatti al servizio del potere economico: per i profitti prodotti, i dispositivi di sorveglianza sui lavoratori, la finanziarizzazione; e politico: per sorvegliare il dissenso, reprimere, chiudere le frontiere, fare la guerra. 10.L’intelligenza artificiale non esiste come ente separata dal mondo sociale, bensì dipende interamente da un insieme molto ampio di strutture politiche, culturali, economiche e sociali. Non c’è nessuna intelligenza artificiale senza Big Tech. L’intelligenza artificiale non è una tecnica computazionale oggettiva, universale o neutrale. A causa del capitale necessario per istruire questi sistemi su larga scala e dei modi per ottimizzarla, i sistemi di intelligenza artificiale sono in definitiva progettati per servire gli interessi dominanti o, nelle parole della stessa Crawford, «un registro del potere».11.I sistemi di intelligenza artificiale, nonché i processi di estrazione di energie e materie prime e le infrastrutture socio-tecniche che gli permettono di funzionare, sono il risultato delle logiche del capitale, della polizia e della militarizzazione. Questa combinazione acuisce ulteriormente le asimmetrie di potere esistenti all’interno delle nostre società. Il loro utilizzo in determinati contesti sociali può riprodurre, amplificare e automatizzare le disuguaglianze strutturalmente esistenti proprio perché questi sistemi sono progettati per discriminare, amplificare le gerarchie e codificare classificazioni rigorose. L’intelligenza artificiale, quindi, è un’idea di mondo, un’infrastruttura, un’industria, è capitale altamente organizzato, una forma di esercizio di potere e un modo di vedere le cose. Per questo dobbiamo confrontarci con l’intelligenza artificiale come forza politica, economica, culturale e scientifica. 12.L’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale non può essere trascurato. Queste tecnologie hanno bisogno di moltissimi data center, che consumano moltissima energia elettrica e moltissima acqua, portando all’estremo le conseguenze materiali del sistema digitale che già ci sono note. È impossibile separare la pressione sociale e ambientale che questo «estrattivismo» esercita sui lavoratori e sulle comunità da quella sugli ecosistemi del nostro pianeta che sono ulteriormente minati dalla produzione e dal funzionamento di queste tecnologie. L’intelligenza artificiale va vista come un’industria estrattiva. Non si può parlare di questi sistemi senza parlare delle risorse naturali necessarie ad estrarre, archiviare, mantenere ed effettuare calcoli sui big data, giganteschi set di dati quali testi, video e immagini, utilizzati per migliorare funzioni come il riconoscimento facciale, la predizione linguistica e il rilevamento di oggetti.13.Spesso, si parla di transizioni gemelle per la transizione ecologica e digitale che si rafforzano a vicenda. Per molti aspetti è condivisibile: la transizione ecologica, probabilmente, non potrà avvenire senza una contemporanea transizione digitale. Passare da un sistema energetico basato sulle fonti fossili a uno basato sulle fonti rinnovabili significa cambiare radicalmente approccio; significa passare da un sistema centralizzato che distribuisce energia prodotta da grandi centrali da mettere/tenere in funzione a seconda dell’andamento della domanda a un nuovo sistema basato su una distribuzione a livello locale della produzione di energia (intermittente); significa passare da un sistema dove produttore e consumatore sono soggetti diversi e separati a uno ibrido in cui anche i consumatori possono produrre parte dell’energia che consumano (dotandosi di pannelli e pale eoliche) contribuendo alla rete. Gestire tutto ciò, garantendo anche l’equilibrio della rete, non sarà possibile senza lo sviluppo del settore digitale e sistemi di machine learning applicati alla gestione dell’infrastruttura. Parte terza – rivendicazioni 14.L’intelligenza artificiale è addestrata su dati che sono tutt’altro che oggettivi e imparziali. Ogni dataset contiene determinate visioni del mondo, prospettive, o pregiudizi. Il funzionamento di queste tecnologie su vasta scala sistematizza quelli che sono spessi definiti «bias», rischiando di amplificando visioni del mondo pericolose, forme di discriminazione e disuguaglianze su una portata globale. Gli algoritmi alla base dell’intelligenza artificiale non sono prevenuti di per sé, ma ereditano e riproducono discriminazioni che già erano state identificate negli algoritmi di piattaforme digitali quali i social network, i servizi streaming e non solo (basti pensare all’algoritmo Hummingbird e alla Google bubble) che, volutamente, non sono stati corretti. L’intelligenza artificiale è avvelenata dalle discriminazioni presenti nei dati che la alimentano. Il «data poisoning», che è un termine che appartiene alla sicurezza informatica, ben descrive la realtà attuale fatta di output discriminatori che sono figli diretti delle discriminazioni originarie con cui l’AI è stata alimentata. La politica classificatoria è una prassi fondamentale nell’intelligenza artificiale. Le pratiche di classificazione danno forma al modo in cui l’intelligenza artificiale viene riconosciuta e prodotta, dai laboratori universitari all’industria tecnologica. 15.Abbiamo bisogno di provare a scardinare questo sistema di potere centralizzato senza buttare via i benefici che potremmo ottenere dal funzionamento della tecnologia. Dobbiamo chiedere e pretendere l’open access e la trasparenza. Chiedere che queste macchine siano progettate per essere ispezionabili: dobbiamo sapere con quale codice sono scritte e come sono state programmate. Chiedere che sia disponibile e esaminabile il dataset: queste macchine sono addestrate con la conoscenza umana e alla conoscenza umana devono appartenere. Chiedere che siano decodificati gli algoritmi e tutti i percorsi che la macchina sceglie per prendere decisioni.Abbiamo bisogno di sapere che cosa c’è dentro per evitare i pregiudizi che possono generare.Aprire la «black box» e con essa i segreti industriali che contiene e che gli enormi valori industriali vengano redistribuiti. In altre parole, abbiamo diritto alla nostra cedola come azionisti della cittadinanza egualitaria nel mondo. 16.Dobbiamo chiedere che le macchine siano messe al servizio della collettività. Necessitiamo un approccio molto più radicale della battaglia molto umana, molto capitalistica, molto estrattiva, ma molto di retroguardia che è il tema del «proteggere le mie idee». Le cause che sono state intentate, per esempio, dal «New York Times» e da altri soggetti che afferiscono al mondo intellettuale e culturale contro queste macchine sono rivolte prevalentemente a ottenere una remunerazione per i loro materiali usati per addestrarle. È un modo per replicare i meccanismi del capitalismo estrattivo e non c’è alcuna pratica reale di attacco alle distorsioni di fondo del sistema. Dobbiamo rivendicare la trasparenza su quando vengono utilizzati i sistemi di intelligenza artificiale e che in una serie di ambiti le decisioni non siano automatiche ma supervisionate dall’essere umano. 17.L’intelligenza artificiale nasce con una funzione che è principalmente coloniale ed estrattiva. Senza correttivi in termini di tutela dei diritti, di ribaltamento dei bias nei sistemi predittivi, avremo un meccanismo di de-responsabilizzazione che aumenterà le forme discriminatorie. Questa industria ha tradizionalmente inteso il problema del pregiudizio e della discriminazione alla stregua di un bug da correggere anziché come una caratteristica insita nella classificazione stessa. L’attenzione per una maggiore «equità» dei set di addestramento attraverso l’eliminazione dei termini escludenti e discriminatori, e quindi razzisti, sessisti, abilisti, classisti, ecc., elude le dinamiche di potere della classificazione e preclude una valutazione più approfondita delle logiche sottostanti. 18.L’AI act annunciato trionfalmente dall’Unione Europea come grande novità non basta e rischia di avere a sua volta dei problemi: si sta cercando di normare qualcosa che è in grande evoluzione e che è molto mutevole. L’Unione Europea sta tentando di regolamentare non la tecnologia (che va troppo veloce) ma gli usi definendo quelli proibiti, ad alto rischio e a basso rischio. È una visione accorta del problema tecnologico, ma ha degli enormi limiti: riguarda solamente l’Unione Europea; mentre queste macchine sono progettate e utilizzabili in tutto il mondo e, secondo molti, servirebbe una governance globale per decidere quali regole adottare. Il secondo limite dei regolamenti dell’Unione Europea è che, applicandosi ai nostri confini, stanno già generando cittadini di serie A e cittadini di serie B. 19.Un approccio femminista ai dati è necessario per mettere in evidenza le diseguaglianze e le asimmetrie di potere nelle rappresentazioni, anche negli output, perché è anche da questi dati che poi conseguono tutta una serie di discriminazioni. Discutiamo di equità perché sentiamo che ci sia un vuoto da colmare. Viviamo in un mondo fortemente diseguale, iniquo, ingiusto e non possiamo aspettarci che i dati che alimentano l’intelligenza artificiale non rispecchino il contesto socio-culturale, politico ed economico da cui provengono. Come dice Audre Lorde: «gli strumenti del padrone non smantelleranno mai la casa del padrone». L’importanza dei dati va messa in relazione e compensata con saperi altri che non sono quantificabili come le capacità emotive e relazionali.Uno schema valoriale profondamente umano e non computabile. 20.Esistono politiche collettive sostenibili distinte dall’estrazione di valore; ci sono beni comuni che vale la pena mantenere, mondi al di là del mercato e modi per vivere al di là della discriminazione e delle pratiche di ottimizzazione brutali. Se intelligenza artificiale e algoritmi sono parte della vita allora è essenziale un’etica che si applichi a questi sistemi e che possa pensare in modo diverso il valore del vivente e del non vivente. Glossario Intelligenza Artificiale (AI): in termini molto ampi, tecniche matematiche che simulano il comportamento dell’intelligenza umana. Intelligenza Artificale Generativa (GEN AI): un tipo di AI in grado di generare molto velocemente testi, immagini, audio e altri media in risposta a delle richieste sotto forma di «prompt». Intelligenza Artificiale Generale (AGI): conosciuta anche come «Intelligenza Artificiale Forte» consiste in tutto quell’insieme di tecniche di Intelligenza Artificiale che auspicano di creare agenti intelligenti in grado di apprendere e capire compiti intelletuali come la mente umana. Machine Learning (ML): un sottoinseime dell’intelligenza artificiale che si occupa di sviluppare algoritmi e techiche finalizzate all’addestramento automatico. Deep Learning (DL): un sottoinsieme del machine learning, che si occupa di sviluppare algoritmi e tecniche che simulino il comportamento delle reti neurali del cervello umano (Deep – Neural Networks) in fase di apprendimento, per restituire rapidamente risultati. Rete Neurale (Artificiale) (ANN): in deep learning, l’infrastruttura multi livello che, ispirandosi al funzionamento del cervello umano, permette di eseguire calcoli molto velocemente. Algoritmo: in matematica e statistica, un insieme di calcoli, una “ricetta” che serve a raggiungere un risultato. N.i.n.a. acronimo di «Né intelligente né artificiale», dal titolo del libro di Kate Crawford, è un gruppo nato a Milano a gennaio 2024 con lo scopo di indagare quale sarà l’impatto dell’intelligenza artificiale su alcune aree tematiche come i mondi del lavoro, la sostenibilità ambientale, discriminazioni e disuguaglianze vecchie e nuove, la circolazione delle informazioni. E, naturalmente, quali nuove istanze politiche si possono agire in questo contesto.Il gruppo ha una composizione variegata: ci sono studiose e studiosi delle culture digitali e dei media, ci sono persone che provengono dall’ambito accademico, ci sono lavoratrici e lavoratori di settori del lavoro immateriale, figure che in prima persona sono toccate da questa accelerazione dell’automazione.

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    Sul recente rapporto capitale/lavoro in Italia Le trasformazioni che hanno attraversato i processi produttivi e il mondo del lavoro in Italia negli ultimi decenni dipendono da fenomeni molteplici e spesso eterogenei. Parlarne, significa rintracciare le tendenze di fondo del capitalismo mondiale e osservarne le declinazioni nel contesto italiano. Il tentativo sarà quello di condurre un’analisi delle tensioni del rapporto capitale/lavoro, delle modalità con cui si è via via delineata una strategia volta a parcellizzare ed esautorare una classe operaia che a cavallo degli anni ’60 e ’70 aveva raggiunto l’apice della sua capacità antagonista. Perché è proprio a partire da questa risposta del capitale, nonché dei suoi successivi sviluppi, che possiamo comprendere lo stato di cose presente. Questo accumulo di potere operaio trovava le sue premesse nella configurazione socio-economica propria del capitalismo industriale: da un lato, l’applicazione dei principi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dall’altro, le politiche di welfare che suggellavano il compromesso fordista. È in questo scenario che emerge dapprima la figura dell’operaio massa e successivamente quella dell’operaio sociale. La prima designa l’operaio dequalificato, anello di una catena di montaggio che ha espropriato il suo sapere incorporandolo nelle macchine. È l’operaio comune che popola in particolare le grandi fabbriche del nord Italia, protagonista dell’autunno caldo del 1969. Per spezzare l’espressione di questa soggettività conflittuale consolidata nell’unità di luogo e tempo che era la fabbrica e che con il rifiuto del lavoro rompe la centralità della stessa, il capitale ristruttura la produzione e estende la propria logica al resto della società alla ricerca di nuove forme di valorizzazione. Alcuni frammenti della produzione vengono delocalizzati, vengono introdotte precarietà e flessibilità, si cercano nuove forme di valorizzazione nel sapere diffuso nella società. Si creano quindi le condizioni di emergenza dell’operaio sociale, figlio della terziarizzazione dell’industria e della proletarizzazione del lavoro intellettuale, nonché del riconoscimento della centralità dei processi di cooperazione e riproduzione sociale (cruciali i contributi del femminismo) nelle pratiche di valorizzazione del capitale1. Se con il concetto di operaio sociale si tentava di dare contezza di una nuova composizione di classe che si stava sviluppando in seno alle contraddizioni del capitalismo italiano (e mondiale), allo stesso tempo questa figura prende forma all’interno della tensione dialettica tra la scomposizione di classe operata dal capitale e la ricomposizione di una classe ormai diffusa in quella disunità di luogo e tempo che è la metropoli. Se parliamo di scomposizione e ricomposizione è proprio perché la composizione tecnica – la classe come forza-lavoro all’interno dei rapporti di produzione capitalistici – e la composizione politica – la soggettività di classe coi suoi bisogni materiali, la sua cultura e i suoi desideri – si ridefiniscono profondamente. Le strutture produttive si ridimensionano (anche a causa della minaccia di recessione dovuta alla crisi petrolifera del ’73) e viene data maggiore importanza alla professionalità operaia creando divisioni all’interno della classe (con la complicità dei sindacati). Risulta, infine e infelicemente, fondamentale il ruolo del Pci nel promuovere un’idea di sviluppo delle forze produttive alleate tra di loro che si riassume in un condensato di austerità e sacrifici, senza perdere incidentalmente l’occasione di criminalizzare il dissenso proveniente dall’area politica della sinistra extra-parlamentare. L’avvento dell’operaio sociale sarà quindi più la prefigurazione di nuove figure del lavoro che si concretizzeranno sociologicamente negli anni a venire che l’emergenza di una forza antagonista in grado di esprimere quella conflittualità operaia a cui si faceva riferimento poc’anzi. Il processo massiccio e duplice di ristrutturazione della produzione e di repressione dei movimenti sociali ci consegna una fase di riflusso in concomitanza con la ridefinizione dei processi di accumulazione del capitale a livello mondiale. È a quest’altezza che, con la crisi del fordismo, si apre la fase cognitiva del capitalismo. Le lotte operaie dei decenni precedenti avevano messo in discussione l’organizzazione rigida e automatizzata del lavoro derivante dal taylorismo, favorendo l’espansione del salario sociale (pensione, indennità ecc.) e dei servizi del welfare, rendendo sempre meno sostenibile – nell’ottica del capitale, beninteso – il costo di riproduzione della forza-lavoro. E mentre il vincolo salariale si allentava, il livello medio della formazione e della qualificazione della popolazione aumentava, creando progressivamente una condizione di intellettualità diffusa all’interno delle società occidentali2. Si creano così le condizioni per cui tanto la conoscenza quanto le capacità cognitive, affettive e relazionali della forza-lavoro si ritrovano sempre più al centro dei processi di valorizzazione e accumulazione capitalistica. È ormai fatto noto che i beni immateriali (dalle competenze ai brevetti passando per database, processi operativi, marchi e metodologie di lavoro) costituiscano una componente critica dei processi produttivi3. Basti pensare che oggi gli asset intangibili rappresentano il 92% della capitalizzazione di mercato delle 500 società più grandi quotate negli Stati Uniti (indice S&P 500)4. Ma la valorizzazione va ben aldilà delle mura aziendali e delle professioni specialistiche, tecniche e intellettuali (quasi il 40% degli occupati in Italia nel 20235). Implica anche una serie di fenomeni del tutto diversi: l’estrazione dei dati degli utenti online (preferenze, utilizzo, interazioni) per fini pubblicitari, l’appropriazione dei digital commons (software libero e open source), il cosiddetto «lavoro del consumatore», la mercificazione di risorse personali e del proprio tempo libero (sharing economy), così come il lavoro di cura non retribuito che in Italia, oltre a poggiare largamente sulle spalle delle donne (71%) e a essere una componente fondamentale del welfare, si stima generi un valore pari a 473,5 miliardi di euro se convertito in termini monetari (equivalente al 26% del Pil nazionale)6. La centralità dei saperi e dei beni immateriali nel processo di creazione di valore rappresenta una nuova sfida per la logica del capitale. Se la catena di montaggio aveva permesso di spossessare l’operaio di mestiere della propria professionalità specifica, la crescente qualità cognitiva della forza-lavoro richiede strategie adatte a tale novità storica. Perché ogni residuo di attività cognitiva in mano alla classe lavoratrice rappresenta una duplice minaccia: a) l’incertezza dell’esecuzione del contratto di lavoro tramite il quale si acquista semplicemente del tempo di messa a disposizione della forza-lavoro, ben diverso è assicurarsi che questa si traduca in un pieno impiego delle proprie capacità fisiche e mentali; e b) la possibilità di un’organizzazione autonoma della classe lavoratrice, ovvero la capacità di liberarsi del comando capitalista nei processi di produzione e riproduzione sociale. Oltre alla sopracitata organizzazione scientifica del lavoro, il capitale ha storicamente risposto (una volta preso atto dell’ineliminabile indocilità del lavoro vivo) a questo pericolo cercando o di fare presa sulla soggettività dell’individuo o di liberarsi dei vincoli del rapporto salariale. A tal proposito, sono stati messi in campo nuove forme di dipendenza e sfruttamento e nuovi dispositivi di estrazione del valore tramite la finanza e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Mantenendo al centro della nostra ricostruzione il rapporto capitale/lavoro in Italia possiamo osservare in particolare due trasformazioni che hanno prodotto nuove strutture organizzative volte a produrre e a catturare valore: l’impresa post-fordista e le piattaforme. L’impresa post-fordista e le pratiche di management delle risorse umane Il passaggio al post-fordismo si iscrive pienamente nell’inaugurazione della stagione neoliberale e delle sue parole d’ordine: fare della concorrenza il perno dell’organizzazione socio-economica e dell’impresa il modello antropologico di riferimento. Dal punto di vista discorsivo, l’affermazione di concetti operativi quali quelli di capitale umano e merito7 ha informato le direzioni prese dalle politiche pubbliche (esemplare la nuova denominazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito), creando contemporaneamente il substrato per nuovi processi di soggettivazione centrati sulla colpa, sulla responsabilità individuale e sull’interpretazione della propria esistenza in termini di investimento continuo su di sé. Rimuovendo chirurgicamente ogni ragionamento sul ruolo delle condizioni socio-economiche di partenza nella definizione delle traiettorie professionali, ha preso il largo una concezione che fa del singolo individuo il solo responsabile della propria riuscita in ambito lavorativo. Se ognuno è portatore sano del proprio capitale umano in quanto insieme di competenze e capacità di ogni tipo (siano esse tecniche o le tanto famigerate soft skills) che è in grado di mettere a disposizione in cambio di una retribuzione, l’esito della propria vita professionale determinerà sempre più il giudizio sulla propria esistenza sociale. L’idea, ormai luogo comune lungo tutto il percorso di formazione scolastico e non, secondo la quale ogni conoscenza ed esperienza è pretesto di valorizzazione di sé – l’idea cioè che si sia tutti in un qualche modo imprenditori di se stessi – costituisce la condizione di possibilità per sollecitare l’implicazione della forza-lavoro e diffondere una cultura del lavoro a tempo determinato mal (o non) retribuito in cambio di opportunità di crescita umana e professionale. L’impresa post-fordista, nella fattispecie, risponde a due esigenze fondamentali. Rendere flessibili i processi produttivi e la forza-lavoro. La ragione? Comprimere i costi e rispondere repentinamente alla competizione su scala globale. La ratio? Il toyotismo8, il cui modello produttivo è il sistema just in time (Jit) che consiste nello sforzo continuo di far combaciare domanda e offerta, di seguire l’andamento del mercato e le preferenze del cliente. Il salto è rilevante e segna la rottura col paradigma taylorfordista, basato sulla produzione di massa che trainava la propria domanda. Ora è la volatilità del mercato a dettare tempi, obiettivi e forma del processo produttivo. Ne consegue l’eliminazione di eccedenze e tempi morti: tutto ciò che è improduttivo va rimosso e la gerarchia si riconfigura verso maggiore collaborazione e polivalenza. È un equilibrio dinamico, fragile, che richiede l’azione corale e qualitativa dei dipendenti. L’obiettivo è disinnescare la conflittualità operaia e promuovere lo spirito d’impresa, così che i lavoratori si sentano parte integrante dell’organizzazione e vi contribuiscano con tempo, creatività ed energie. L’individualizzazione dei rapporti di lavoro e lo smantellamento delle tutele diventano imprescindibili in virtù di dinamiche di mercato imprevedibili che rendono la produzione non più programmabile nel lungo periodo. Ne consegue un’incompatibilità assoluta tra valorizzazione capitalistica e stabilità del quadro normativo del diritto del lavoro. Vanno trovate qui le ragioni delle varie riforme del mercato del lavoro (tra le più note: Pacchetto Treu, Riforma Biagi e Jobs Act) che dagli anni ’90 in Italia hanno tentato di introdurre maggiore flessibilità creando nuove tipologie di lavoro (a contratto, a progetto, interinale ecc.). Si è affidata al mercato l’allocazione ottimale della forza-lavoro, deresponsabilizzando le imprese, con l’intento di proporre prezzi più competitivi sul breve periodo comprimendo il costo del lavoro per unità di prodotto9. Diventa difficile conciliare, da un lato, l’esigenza di disinnescare l’antagonismo operaio e di legare l’individuo all’impresa, e, dall’altro, il progressivo venir meno di garanzie e tutele per il lavoratore costretto ad adeguarsi all’aleatorietà degli andamenti economici e tenere viva la produzione di profitto. Insomma, se il lavoro è sempre più flessibile e precario come far sì che il soggetto aderisca all’impresa dedicandovi la maggior parte del proprio tempo e delle proprie energie? Come rendere possibile una forte implicazione psicologica in una struttura fragile e temporanea da cui si rischia di essere esclusi in qualsiasi momento? Del resto, parliamo pur sempre di un Paese in cui negli ultimi trent’anni le occupazioni a tempo determinato sono passate dal 5 al 17%, l’adesione sindacale dal 39 al 32% e le retribuzioni reali sono diminuite dell’8% se deflazionate con i consumi privati10. L’ambito della gestione delle risorse umane – vero e proprio smooth operator del contrattacco del capitale contro il lavoro – ha sviluppato un ricchissimo arsenale di strumenti, strategie e approcci volti a incardinare la soggettività dell’individuo alla cultura aziendale. La finalità è fare della performance lavorativa il filtro attraverso cui conoscersi e sviluppare la propria personalità. Da cui la panoplia di dispositivi di valutazione, e di pratiche di counseling, mentoring, o coaching. La nozione di contratto psicologico11 rappresenta in tal senso un esempio particolarmente significativo. Se il contratto giuridico vincola formalmente il lavoratore, ciò che in esso non è prescritto sono la volontà, l’attitudine, l’intenzione di adempiere al proprio obbligo sfruttando al meglio le proprie capacità e divenendo così una risorsa significativa per l’impresa: si costringe così l’individuo a costruire un rapporto con se stesso centrato sul proprio capitale umano, sulle proprie motivazioni, a partire da una storia personale e professionale in cui rinvenire l’insieme delle proprie capacità e potenzialità. L’obiettivo? Essere più efficaci, performanti, flessibili. Il mezzo? Lo sviluppo personale nella forma dell’investimento su di sé. Si trova riscontro di ciò, ad esempio, in un volume di recente pubblicazione dedicato alla questione della valorizzazione del capitale umano12. La competenza è innanzitutto «competenza a vivere, cioè la nostra complessiva, complessa, globale abilità cognitiva e affettiva di essere e stare nel mondo, di trovare il nostro posto e fare il nostro cammino». Ma ancor più emblematico è quanto viene affermato poco dopo: non solo «dalla competenza a vivere» si passa alla «competenza manageriale e professionale», ma la prima costituisce «una parte fondamentale di quella teoria del soggetto che è, insieme, necessaria e fondante per dare un senso alla persona come asset fondamentale del successo delle organizzazioni, del loro apprendimento e, in definitiva, del loro sviluppo». Non basta più cedere la propria forza-lavoro, bisogna dimostrare l’inerenza tra le proprie convinzioni, la propria attitudine – uno specifico savoir-faire e savoir-etre – e l’organizzazione aziendale. La risorsa umana e il suo attaccamento diventano le nuove scommesse del capitale per indorare la pillola dello sfruttamento e rilanciare l’estrazione di plus-valore. Le piattaforme e il loro impatto sul mercato del lavoro Dal canto loro, le piattaforme rappresentano l’altra grande novità in termini di organizzazione della produzione e di appropriazione del lavoro altrui ed emergono da una crisi prolungata dell’accumulazione capitalistica. A cavallo degli anni Duemila, i tassi di investimento crollano, i guadagni di produttività ristagnano e gli investimenti tradizionali non rendono più13. I capitali si riversano altrove, verso scommesse più rischiose ma con prospettive di rendimento più elevate: le startup tecnologiche. Il modello economico delle piattaforme presenta alcune caratteristiche (asset intangibili, effetti di rete e costi marginali molto bassi) che favoriscono una crescita estremamente rapida creando spesso situazioni di «winner take all», dove l’attore che riesce a imporsi sulla concorrenza finisce per dominare il mercato imponendo le proprie regole. Da un punto di vista organizzativo, si sfaldano le frontiere tra azienda e mercato: se la teoria economica ha tradizionalmente interpretato la necessità dell’impresa, per ridurre i costi di transazione e coordinare in maniera più efficiente la forza-lavoro tramite la sua integrazione verticale e gerarchica all’interno della produzione, con il modello della piattaforma diventa possibile disciplinare il lavoro senza internalizzarne i costi. Diventa possibile cioè esternalizzare sempre più funzioni e processi liberandosi del fardello del rapporto salariale pur mantenendo il controllo sull’attività. Un controllo sempre più impersonale reso possibile da tutta una serie di dispositivi algoritmici di direzione, notazione e valutazione con un’ulteriore flessibilizzazione del rapporto lavorativo e una compressione delle retribuzioni. In particolare, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha pubblicato nel 2021 un rapporto sulle piattaforme digitali e le condizioni di lavoro nei Paesi del G20. Qualche cifra per dare un’idea delle proporzioni e dell’impatto sull’economia e sul mercato del lavoro: nell’ultimo decennio, il numero delle piattaforme è quintuplicato, e benché ufficialmente il numero dei dipendenti sia sempre abbastanza ridotto rispetto alla cifra d’affari, i prestatori di servizio che hanno svolto una qualsivoglia attività intermediata da una piattaforma si stima siano intorno ai 66,8 milioni. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di giovani lavoratori, a bassa qualificazione e molto spesso appartenenti alla popolazione immigrata. Il rapporto racconta di un orario di lavoro settimanale molto elevato (70 ore) e redditi bassi (tra 1,10 e 5,30 dollari l’ora) e mette in luce condizioni di lavoro precarie e irregolari, con fortissime difficoltà di accesso alla protezione sociale14. L’Italia non fa eccezione. Secondo i dati INAPP del 2024, sono circa 690.000 le persone tra i 18 e i 74 anni che hanno realizzato un guadagno tramite piattaforma, consegnando pacchi o pasti, vendendo beni, affittando case o offrendo servizi di cura15. Tuttavia, questa inclusione nel mercato del lavoro si accompagna a processi di frammentazione, individualizzazione e precarizzazione, dove il management algoritmico sostituisce la cooperazione e la contrattazione collettiva con una pressione continua sulle performance individuali che mette i lavoratori in competizione tra di loro. Non è un caso se la Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl (Glovo Italia) et Deliveroo Italy srl con l’accusa di «caporalato digitale», la formulazione più appropriata per riassumere il sistema di coordinazione e sfruttamento del lavoro delle piattaforme di food delivery. Si contano circa 40 mila fattorini in tutta Italia: la maggior parte lavoratori migranti che, spesso privi di permesso di soggiorno, finiscono per dedicarsi a quest’attività in assenza di alternative accettando paghe inferiori del 76,5% rispetto alla soglia di povertà assoluta e del 90% rispetto alla contrattazione collettiva16. La subordinazione implicata nel sistema di gestione algoritmico viene dissimulata facendo appello all’apparente autonomia dei riders, ma risulta presto evidente che il funzionamento della piattaforma, così come il livello della retribuzione, l’impossibilità di rimediare un impiego migliore e la necessità di trovare una fonte pur minima di reddito creino le condizioni per l’instaurazione di un rapporto di fortissima dipendenza. Le politiche migratorie del governo italiano hanno largamente favorito la demoltiplicazione di situazioni di clandestinità e di marginalizzazione rendendo questi soggetti particolarmente vulnerabili e disposti a integrare segmenti produttivi non regolamentati. L’accettazione forzata di condizioni di lavoro estremamente degradanti ha avuto e continua ad avere un impatto maggiore sulla loro salute psico-fisica. Se ritorniamo per un attimo al fenomeno nella sua generalità possiamo quindi affermare che le piattaforme, spesso presentate come superfici di intermediazione tra due gruppi di clienti (siano essi consumatori o organizzazioni), si strutturano piuttosto come vere e proprie infrastrutture in grado di estrarre e valorizzare dati, attività umane e conoscenze. Attraversano e codificano le interazioni sociali, analizzano le tracce lasciate dagli utenti per trasformarle in un prodotto monetizzabile. Ma non solo: la portata infrastrutturale delle Big Tech può essere compresa anche all’interno di una storia più lunga, in riferimento all’urgenza di ristrutturazione mondiale del capitale che trova nella logistica uno dei suoi vettori principali. Per rompere la centralità operaia diventa necessario accelerare la circolazione di merci e persone e delocalizzare le fabbriche nelle ex colonie frammentando la produzione. È anche a partire da questo processo, quindi, che l’ascesa delle Big Tech ha potuto realizzarsi17 con una compenetrazione sempre più stretta tra infrastruttura materiale e virtuale. Amazon è un caso emblematico: non una semplice piattaforma di e-commerce ma un attore che integra servizi finanziari, di cloud computing (Amazon Web Services) e di crowdsourcing (Amazon Mechanical Turk) i quali permettono di ridefinire la divisione cognitiva del lavoro e la sua articolazione con la divisione tecnica a livello globale. Nella fattispecie, l’esplosione del settore della logistica si evince anche dal fatto che esso rappresenta una buona porzione della domanda di lavoro in Italia (un quinto delle offerte di lavoro nel 202418). Va tenuto conto inoltre che si tratta spesso e volentieri di lavoro temporaneo19, ottenuto tramite agenzie interinali, dalla durata di qualche mese con a volte rinnovi anche solo di una manciata di giorni. Nei magazzini Amazon, ad esempio, un’organizzazione ferrea del lavoro disciplina le azioni dei lavoratori rievocando gli spettri di un taylorismo digitale20 in grado di coordinare capillarmente ogni loro gesto, misurarne il tempo e sorvegliare senza soluzione di continuità la loro attività. Ritroviamo qui un connubio di strategie vecchie e nuove la cui efficacia aumenta esponenzialmente se combinate con la capacità di calcolo e di trattamento in tempo reale delle tecnologie di punta del cloud computing. Abbiamo qui una variazione sul tema del macchinismo e dell’automazione la cui funzione era già stata definita da Marx nel Capitale (Sezione IV, capitolo 11) in termini di direzione, mediazione, sorveglianza e, non da ultimo, profitto. Conclusione Questa ricostruzione ha permesso di evidenziare schematicamente in che modo, negli ultimi decenni, il capitale ha tentato di rilanciare i processi di valorizzazione e accumulazione a partire dalla crisi sociale del fordismo. La controffensiva al lavoro, in quanto unica fonte di plusvalore, ha preso strade via via più sofisticate. In particolare: aggirare il rapporto salariale elaborando forme contrattuali atipiche, incastrare la soggettività della forza-lavoro nel ruolo di imprenditrice di se stessa e di risorsa umana per l’impresa, e infine adoperare le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per affinare l’organizzazione scientifica del lavoro. In tutto cio, lavorare in Italia oggi significa anche rischiare di perdere la vita (solo nel 2025 ci sono stati quasi tre morti sul lavoro al giorno21), finire vittima del caporalato (in particolare la popolazione migrante) e vivere quotidianamente la disuguaglianza di genere che si traduce, tra le altre cose, in un tasso di occupazione femminile e un livello dei salari sensibilmente più bassi (nonostante la percentuale di laureate sia più elevata rispetto a quello dei laureati) e in una maggiore esposizione all’instabilità occupazionale22. Ma come trarre un bilancio da una situazione così composita, da un quadro desolante in cui vecchie e nuove forme di sfruttamento del lavoro convivono, in cui problemi strutturali quali razzismo e sessismo persistono e in cui, quella che un tempo poteva essere definita classe operaia, è a tal punto segmentata da non riuscire più a trovare un terreno comune di lotta al di là di contenute conquiste settoriali? È cercando una risposta a questa domanda che il metodo operaista della conricerca diventa il punto di partenza per ricomporre i frammenti di questa scomposizione di classe. Sono i contributi che fanno dell’inchiesta operaia il metodo privilegiato di conoscenza della condizione della classe lavoratrice a fornire ausilio per una ricomposizione, almeno teorica, di quella stessa classe. E lo sono quelle stesse forme di organizzazione e di lotta che, esprimendosi conflittualmente, producono la realtà della propria capacità politica. Ne sono un esempio le inchieste del collettivo di ricerca Into the Black Box, che ha seguito negli ultimi anni le lotte dei lavoratori della logistica in Italia approfondendo il ruolo dei sindacati di base, il ricorso allo sciopero come pratica di blocco dei flussi di merci nonché la composizione di classe della forza-lavoro. Lo sono altrettanto le analisi del management delle risorse umane, del precariato cognitivo e le prospettive femministe sul lavoro di riproduzione sociale. Sono tutti frammenti di una composizione tecnica e politica a geometria variabile volti a rinvenire un sostrato comune, un piano in cui concatenare figure del lavoro eterogenee. Questo piano è oggi eminentemente sociale, in quanto è già al livello della cooperazione e riproduzione sociale che avviene l’estrazione di valore. Come abbiamo visto, tutta un’impalcatura discorsiva, giuridica, materiale e tecnologica è stata allestita per rendere possibile la sussunzione generalizzata al capitale della vita in società a vari livelli: tracce digitali, abitudini e interazioni sociali, differenze di genere, capacità cognitive e affettive, saperi, competenze personali e relazionali, origini geografiche, valori, idee, produzioni artistiche e culturali. Tutto può essere mercificato o qualificare la forza-lavoro come merce definendone la posizione all’interno della divisione internazionale del lavoro e il contributo specifico ai processi di valorizzazione e accumulazione capitalistici. È l’assiomatica del capitale, cioè l’imperativo della sua riproduzione infinita, che ripartisce ruoli e funzioni e determina le forme di riproduzione della forza-lavoro. In questo senso, integrare al quadro di riferimento operaista la nozione di composizione sociale permette di rendere conto di questa produzione diffusa della classe in quanto classe sociale, non più chiaramente identificabile in riferimento a una composizione tecnica e politica omogenea. Con questo nuovo concetto si intende il modo in cui la classe lavoratrice è prodotta, oggi più che mai, in quanto tale prima di varcare le soglie del posto di lavoro. Questo passaggio avviene in funzione del fatto che essa è costretta a vendere la propria forza-lavoro per una retribuzione che sarà impiegata in tutta una serie di attività riproduttive e di consumo, anch’esse ormai preda di processi estrattivi. Il concetto di composizione sociale può diventare quindi uno strumento utile per «comprendere i lavoratori fuori dal posto di lavoro» 23 e tessere le fila di un discorso di classe, laddove il capitale ha operato per disintegrarne l’unità tecnica e politica. Il trait d’union è in fondo la partecipazione comune alla logica del capitale, una logica globale a cui si è sottoposti secondo gradi anche molto diversi di visibilità e di violenza. Da questo punto di vista, le mobilitazioni per Gaza del più recente autunno italiano evidenziano un fenomeno di più ampio respiro. Nel momento in cui l’economia politica del genocidio si è rivelata totalmente inerente alle dinamiche del capitalismo mondiale e differenti categorie socio-professionali hanno toccato con mano la complessa rete di rapporti sociali di produzione che le lega alle vicende del popolo palestinese, è stato possibile bloccare un paese intero con livelli di partecipazione inediti per la nostra più recente storia politica. La capacità di coordinamento dei sindacati di base (Usb) è stata fondamentale, e la Cgil non ha potuto far altro che accettare il nuovo rapporto di forza tramite la propria adesione, benché tardiva, allo sciopero. Tra studenti, dipendenti pubblici, operai e lavoratori migranti, un ruolo decisivo è stato quello dei lavoratori della logistica, in particolare dei portuali, che con i loro picchetti hanno dato un segnale forte di rottura rifiutandosi di spedire materiale bellico verso Israele. Ognuna di queste soggettività ha trovato nell’esacerbazione delle contraddizioni del capitalismo un terreno comune di lotta. La sua espressione si è fermata a manifestazioni di una coscienza di classe incipiente (il boicottaggio e lo sciopero) senza sfociare finora in una vera e propria forza politica organizzata, e quindi oppositiva, in grado di dare un seguito a quelle giornate. Resta in ogni caso un precedente prezioso in termini di coordinazione e organizzazione dell’Unione sindacale di base e di mobilitazione generale in senso anticapitalista, tanto più che l’imperialismo americano sembra avere ormai definitivamente scelto la via della guerra per rilanciare i processi di accumulazione del capitale. Il fantasma di un’economia di guerra rende sempre più evidente la logica suicidaria del modo di produzione capitalistico e di fronte alla degradazione delle condizioni di vita e di lavoro di una larghissima parte della popolazione lo Stato italiano rafforza la propria svolta autoritaria per reprimere ogni forma di protesta – dal cambiamento climatico all’abolizione dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) passando per la difesa degli spazi occupati. Alla luce di tutto ciò, l’unica diagnosi che in conclusione questo contributo può modestamente proporre è che uno sforzo teorico e politico di ricomposizione di classe è più che mai urgente e necessario.Filippo Greggi è dottorando in Economia all’Università Sorbonne Paris Nord. Durante le sue ricerche si è occupato della questione della soggettività nel neoliberismo e dell’economia politica del comune. Nella sua tesi studia il ruolo delle piattaforme cooperative e dei digital commons nel settore del cloud computing come modalità di riappropriazione delle infrastrutture digitali da parte di utenti e lavoratori. 1 A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo. Verona, ombre corte, 2024. 2 C. Vercellone e A. Di Stasio, La nuova articolazione tra tempo di lavoro e tempo libero nel capitalismo cognitivo. Un approccio marxo-braudeliano, «Rivista critica di diritto privato», 41 (2023), 3, pp. 363-390. 3 L. Demmou, G. Franco e I. Stefanescu, Productivity and finance: the intangible assets channel - a firm level analysis, OECD Economics Department Working Papers, No. 1596, OECD Publishing, Paris, 2020, https://doi.org/10.1787/d13a21b0-en. 4 https://www.prnewswire.com/news-releases/ocean-tomo-releases-2025-intangible-asset-market-value-study-results-302686446.html. 5 Istat, Rapporto annuale 2024. Capitolo 2: I cambiamenti del lavoro: tendenze recenti e trasformazioni strutturali, https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Capitolo-2.pdf. 6 https://www.repertoriosalute.it/il-valore-nascosto-del-lavoro-di-cura-in-italia-il-rapporto-oil-federcasalinghe-2025/. 7 M. Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari-Roma, Laterza, 2019. 8 Per chi volesse approfondire si rimanda al volume scritto dal direttore dello stabilimento e ideatore di tale sistema produttivo: T. Ohno, Toyota Production System. Beyond Large-Scale Production, Cambridge, Productivity Press, 1988; trad. it., Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993. Per una delineazione essenziale del modello Toyota si veda l’ottima introduzione all’edizione italiana di Marco Revelli. Precisiamo che il modello toyotista in Italia si è piuttosto affermato nel terziario, e meno nell’industria. 9 G. Travaglini e A. Bellocchi, Il mercato del lavoro italiano 30 anni dopo: più occupati, più precari, più poveri, «Eticaeconomia», 13 maggio 2024, https://eticaeconomia.it/il-mercato-del-lavoro-italiano-30-anni-dopo-piu-occupati-piu-precari-piu-poveri/. 10 Ibidem. 11 M. Nicoli e L. Paltrinieri, Il lavoro come produzione di sé. Per una genealogia del contratto “psicologico”, «Psiche», 2, 2017, pp. 571-588. 12 A. M. Castellano (a cura di), Valorizzare il capitale umano. Persone, team, organizzazioni, Milano, Egea, 2019, p. 9. 13 R. Brenner, The economics of global turbulence: the advanced capitalist economies from Long Boom to Long Downturn, 1945–2005. New York, Stati Uniti, Verso, 2006. Secondo Brenner, la stagnazione odierna nasce dai cambiamenti dell’industria globale seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, con la diffusione delle tecnologie americane. L’aumento della capacità produttiva mondiale ha saturato i mercati dei beni manifatturieri e troppa offerta ha fatto crollare prezzi e profitti. Così gli investimenti sono confluiti verso i mercati finanziari, più redditizi. Il dibattito su questa tesi è stato recentemente riacceso da Seth Ackerman e Aaron Benanav. 14 OIT, «Digital platforms and the world of work in G20 countries: Status and Policy Action». Paper prepared for the Employment Working Group under Italian G20 Presidency, 2021. https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---cabinet/documents/publication/wcms_814417.pdf. 15 https://www.aise.it/il-paese/nuove-norme-per-gig-economy-e-lavoro-in-piattaforma-inapp-presenta-il-report-platform-work-e-crisi-del-lavoro-salariato/227985/139. 16 A. J. Avelli, Food delivery, il caporalato digitale come incubatore di sfruttamento strutturale. Una vittoria ci salverà?, «Effimera», 7 marzo 2026 https://effimera.org/food-delivery-il-caporalato-digitale-come-incubatore-di-sfruttamento-strutturale-una-vittoria-ci-salvera-di-angelo-junior-avelli/. 17 N. Cuppini, Il paradigma Big Tech. Una genealogia tra contro-rivoluzione, spazi metropolitani e lotte, «Into the Black Box», 2 aprile 2026, https://www.intotheblackbox.com/articoli/il-paradigma-big-tech/. 18 https://www.corriere.it/economia/trasporti/25_ottobre_30/lavoro-un-annuncio-su-5-in-italia-e-nella-logistica-cresce-la-domanda-per-profili-specializzati-e-competenze-green-e-cyber-99094782-f6d8-4c00-ac5f-1080cb560xlk.shtml. 19 https://www.ilsole24ore.com/art/servizi-logistica-e-commercio-settori-cui-arriva-oltre-meta-offerte-lavoro-temporaneo-AHXtyGRB. 20 F. S. Massimo. Spettri del taylorismo. Lavoro e organizzazione nei centri logistici di Amazon, «Quaderni di rassegna sindacale 3», 2019, pp. 85-102, https://www.futura-editrice.it/wp-content/uploads/2019/11/Qrs_3-2019_Francesco-SABATO-MASSIMO.pdf. 21 https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/morti-sul-lavoro-incidenti-dati-inail-2025-studenti-alternanza-news/8278860/. 22 INAPP, Rapporto annuale sul mercato del lavoro e politiche di genere (Gender policy report), dicembre 2025, https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/8d79510c-3a61-454f-b794-f8e89e8fd956/content. 23 L. Feltrin, Inchiesta operaia e composizione di classe, «Issue 1: No Politics Without Inquiry», 29 gennaio 2018, https://notesfrombelow.org/article/inchiesta-operaia-e-composizione-di-classe. Filippo Greggi è dottorando in Economia all’Università Sorbonne Paris Nord. Durante le sue ricerche si è occupato della questione della soggettività nel neoliberismo e dell’economia politica del comune. Nella sua tesi studia il ruolo delle piattaforme cooperative e dei digital commons nel settore del cloud computing come modalità di riappropriazione delle infrastrutture digitali da parte di utenti e lavoratori.

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    Le Politiche securitarie contro il diritto alla città: il caso del quartiere Corvetto a Milano «Sono oltre 1 milione e 400 mila le persone controllate nelle zone rosse, aree a presidio rafforzato istituite per garantire maggiore sicurezza nelle nostre città», annuncia con grottesco entusiasmo un post del Ministero dell’interno dello scorso 19 dicembre. Sono passati quasi dodici mesi dall’istituzione delle prime zone rosse nazionali e altri due devono ancora passare dall’inaugurazione dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026, durante le quali le misure sono state riconfermate, ampliate e rafforzate sulle cinque aree metropolitane che ospitavano le iniziative. Le zone rosse sono misure eccezionali che definiscono alcune aree urbane come luoghi ad alta criticità e dove la presenza degli abitanti naturali di questi luoghi è per sua natura considerata pericolosa, può essere messa a bando. Queste disposizioni hanno lo scopo dichiarato di intensificare la presenza della polizia, rafforzare i poteri di intervento diretto, di controllo e sorveglianza. Le zone rosse si aggiungono a questo arsenale amministrativo dopo il daspo urbano, una misura introdotta nel 2017 dal Decreto Minniti e poi estesa dal Decreto Salvini nel 2018, con il quale si poteva multare o allontanare individuə da alcune aree della città perché ritenutə non decorosə. Ormai da tempo una specifica fascia della popolazione milanese è sottoposta a questo tipo di controlli e provvedimenti, per lo più uomini, giovani e/o di origine straniera, sui quali più di altrə ricadono le conseguenze di un discorso pubblico securitario legato alla paura, al controllo, all’ansia profonda verso ogni tipo di alterità. E in effetti già nel 2024 l’Italia aveva ricevuto un richiamo dall’Ecri, l’agenzia contro il razzismo e le discriminazioni del Consiglio d’Europa, per i metodi discriminatori con cui le forze dell’ordine italiane applicano la profilazione razziale durante fermi e perquisizioni. Tra le diverse aree di Milano sottoposte alle restrizioni c’è il quartiere di Corvetto, periferia del quadrante sud-est della città. È il 30 dicembre 2024 a Milano, e con la scusa dei festeggiamenti di Capodanno il prefetto istituisce per la prima volta divieti e restrizioni su alcune zone della movida cittadina. Piazza Duomo, Darsena, Navigli, Garibaldi diventano da un giorno all’altro zone rosse, tutte in aree più o meno centrali ad eccezione di Corvetto. Sorpesə? Non proprio. Era la fine di un terribile tunnel mediatico per quest’area di Milano, intorno alla quale si era parlato tanto e male in relazione alle proteste che avevano preso vita nelle strade del quartiere dopo la morte di Ramy, un ragazzo di 19 anni nato e cresciuto a Corvetto, ucciso dalla polizia nella notte tra il 23 e il 24 novembre precedente. Ed è proprio il quartiere di Corvetto, infatti, una delle periferie più conosciute di Milano, da tempo rappresentato come uno spazio problematico: periferia difficile, segnata da criminalità, marginalità e degrado, anche se ultimamente questa narrazione sta cambiando radicalmente, sempre più alternata da toni ambivalenti che la raccontano come un’area in rapida trasformazione. Campagna agricola fino all’inizio del Novecento, Corvetto è uno di quei quartieri parte di una storia urbana di inizio secolo, sorto con forte matrice pubblica e popolare. È proprio questa una delle caratteristiche che rendono Corvetto così appetibile, seppur sempre periferico: a pochi chilometri dal centro di Milano, e a sole cinque fermate di metro dal Duomo, come ci tengono a ripetere gli abitanti, le associazioni ma anche gli immobiliaristi del quartiere, Corvetto rappresenta una delle zone di Milano dove il valore al metro quadro e i prezzi degli affitti sono cresciuti più velocemente rispetto al resto della città. Un quartiere con una storia abitativa stratificata, tipica del Novecento, che dalla sua origine, tuttavia, veniva e viene ancora oggi identificato come uno degli spazi più conosciuti per il diritto all’abitare milanese. Corvetto è infatti anche il quartiere del quadrilatero Mazzini, una delle più estese zone di patrimonio pubblico abitativo della città, che oggi sta già iniziando a sentire la pressione della crescita del costo dell’abitare. Come spesso avviene in questo tipo di trasformazioni, negli ultimi anni per il quartiere è stata riservata un’attenzione particolare: sono ormai tantissime le iniziative e i progetti di rigenerazione, portate avanti da un numero crescente di vecchie e nuove associazioni, enti, realtà culturali, università che attraversano il quartiere, oltre che quelle progettate su iniziativa del Comune di Milano e del Municipio 4. Eppure, forse l’impatto più rilevante lo si è visto proprio con l’arrivo delle olimpiadi invernali: Corvetto si trova in una posizione strategica rispetto ai principali cantieri delle opere costruite per i giochi, esattamente al centro tra il Villaggio Olimpico a Porta Romana e le nuove infrastrutture a Rogoredo che stanno ridisegnando l’intera area, situando il quartiere all’interno di una geografia urbana dei nuovi investimenti e profitti. Questa trasformazione naturalmente non avanza solo sul piano economico o estetico-simbolico. Con l’avvicinarsi delle olimpiadi invernali il quartiere era stato testimone di una progressiva crescita della presenza della polizia soprattutto nelle piazze e intorno al Quartiere Mazzini, fino ad assegnare alloggi pubblici direttamente ad appartenenti alla polizia stessa in zona Piazza Ferrara, ad aumentare il controllo del territorio. La sua militarizzazione, iniziata anche prima dell’istituzione delle zone rosse, stringe gli spazi che ancora sembrano sfuggire al controllo. L’introduzione di dispositivi securitari non deve infatti essere pensata separata dai processi di gentrificazione. Prima di attrarre nuovi capitali e nuovi residenti, è necessario trasformare l’atmosfera del quartiere: renderlo percepito come sicuro, decoroso, desiderabile. Le zone rosse in quartieri come quello di Corvetto assumono una funzione preparatoria, contribuendo a produrre l’esigenza di una città ordinata, controllata, pronta a essere esposta. Non si tratta solo di gestire il presente, ma di anticipare un futuro fatto di nuovi abitanti, investitori e flussi turistici. In questi contesti, prima ancora di essere applicate fisicamente, le zone rosse prendono forma nel discorso pubblico dove la sicurezza diventa una priorità indiscutibile. Ma ciò che viene messo in sicurezza non è soltanto la vita dei residenti, è soprattutto l’immagine del quartiere. Il linguaggio del degrado e del decoro contribuisce a costruire un’immagine del quartiere come luogo da salvare, legittimando così interventi straordinari. Non è quindi solo una questione di sicurezza, ma di regolazione del visibile: la città neoliberale contemporanea seleziona attivamente ciò che deve apparire e ciò che deve essere rimosso. Le zone rosse operano esattamente su questa soglia: rendono invisibili alcune presenze, allontanandole, per rendere lo spazio più accettabile ad altre. Le misure a Corvetto hanno quindi aiutato a rafforzare la presenza già costante della polizia e ormai da oltre un anno quasi ogni sera nel quartiere si registrano controlli, fermi e sequestri. Le prime zone rosse dovevano terminare il 31 marzo 2025, ma a meno di una settimana dalla scadenza il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica aveva comunicato la decisione di prorogare i divieti, che oggi rimangono ancora attivi. Non è infatti la prima volta che questo accade nel quartiere. Una decina di anni fa, nel novembre 2014, a Corvetto erano già avvenuti controlli a tappeto e militarizzazione del quartiere in seguito allo sgombero dello spazio occupato del Corvaccio. Era la Milano del pre-Expo 2015, l’inizio di una stagione di sgomberi abitativi che aveva preceduto l’inaugurazione del grande evento. Se quindi è ormai chiaro che i grandi eventi funzionano come acceleratori, comprimendo i tempi della trasformazione urbana, il piano securitario di controllo e ordine pubblico sembra essere sempre di più uno dei piani più conflittuali dell’impatto sulla città, che porta a digerire misure anche molto repressive per una città più bella, un quartiere riqualificato, un’area rinnovata. La domanda è sempre la stessa: una città per chi? Il risultato è una trasformazione a profitto di pochissimə che agisce contemporaneamente su più livelli. Da un lato, Corvetto viene messo in scena come quartiere in rinascita, attraverso progetti culturali, interventi estetici e nuove narrazioni. Dall’altro, proseguono pratiche di controllo, espulsione e selezione sociale, ridefinendo continuamente chi può stare e abitare. Ciò che accade a Corvetto non può essere pensato come eccezionale. Sono anni che le periferie milanesi e i quartieri popolari, sono sotto attacco tra spinte alla privatizzazione del patrimonio pubblico, gentrificazione, criminalizzazione e profilazione razziale degli abitanti, retorica del decoro, sgomberi, sfratti e dispositivi securitari. Nei mesi scorsi a Baggio, a San Siro, al Giambellino, non sono mancati sgomberi e vere e proprie retate. A poche settimane dalla conclusione delle Olimpiadi, lo scorso 18 marzo il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha nuovamente esteso di altri sei mesi e rafforzato i provvedimenti anche su altre tre aree periferiche e della prima cintura della città di Milano. Le zone rosse, spesso presentate come misure temporanee, hanno confermato la tendenza di queste misure a stabilizzarsi e a diventare parte ordinaria del governo urbano. Lo stesso giorno, un’enorme operazione repressiva ha disposto 17 misure cautelari nei confronti də compagnə che, insieme a migliaia di persone, hanno partecipato alle piazze in solidarietà con il popolo palestinese dello scorso autunno, a dimostrazione che la normalizzazione di queste norme ci riguarda tuttə da vicino. Dal Decreto Caivano all’ennesimo nuovo pacchetto sicurezza approvato a inizio febbraio 2026, lə nuovə nemicə pubblicə sembrano essere diventatə i giovani delle periferie, lə persone migranti e lə militanti. Nella città post olimpica sembra quindi che prosegua il progetto di conferire i massimi poteri alla polizia per ridurre la libertà di tuttə. Il Laboratorio Politico OffTopic è una collettiva di attivist@ milanesi, che mette al centro del proprio agire il Diritto alla Città, nel senso più radicale e antagonista del concetto, indagando nelle crepe del tessuto politico, fisico, e sociale della metropoli Milano. Siamo nati nel 2011 nel solco del percorso di critica e contrasto a Expo2015, dal 2012 abbiamo casa a Piano Terra, spazio comunale occupato e autogestito nel cuore del quartiere Isola, ai piedi dei grattacieli della città-vetrina. Negli ultimi anni ci siamo dedicati alla questione Olimpiadi2026, tra convegni, percorsi di rete, iniziative di piazza, dando vita al Comitato Insostenibili Olimpiadi, all’organizzazione delle Utopiadi e, soprattutto, alla realizzazione del documentario autoprodotto «Il Grande Gioco – il rovescio delle medaglie olimpiche» (Open DDB) Ricerca dal basso, senza rinunciare al conflitto, lotta alle nocività, agitazione culturale, comunicazione e autoproduzioni, le attività prevalenti. Nel 2013 abbiamo pubblicato il libro collettivo Expopolis (Agenzia X), nel 2016 Sblocca Italia (Ed. Luce) e nel 2021 abbiamo contribuito a Umanità a Perdere (a cura Osservatorio Repressione). Nel 2019 abbiamo dato vita a un progetto di autocostruzione di centraline per il rilevamento delle polveri sottili, in rete con altre realtà italiane ed europee. Tra le autoproduzioni ricordiamo Pieghevole (2013-2016), Scandaglio (2015-2017) e il podcast FuoriFase gestito sulla piattaforma libera Openpod (2020). Dal 2020 al 2022 abbiamo animato un laboratorio di mappatura dei grandi proprietari immobiliari a Milano e studiato gli effetti delle politiche di rigenerazione urbana sui quartieri Corvetto e San Siro, autoproducendo due numeri ulteriori di Pieghevole dal titolo Bella Milano ma non ci vivrai. Questi e altri materiali su www.offtopiclab.org.

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    Il lavoro nella Scuola tra macchine digitali e intelligenza artificiale Arrigo Lora Totino L’attuale mondo del lavoro presenta una serie di tendenze allarmanti tra deregulation, «invisibilizzazione» del lavoro umano dietro digitale e I.A. e riduzione del potere di acquisto dei salari, soprattutto in Italia. Come conseguenza di queste tendenze, ma anche causa delle stesse, siamo sempre più esclusi dalle decisioni sul nostro lavoro con effetti devastanti anche sulla disaffezione e sfiducia nell’agire politico che lascia ampio spazio a rigurgiti reazionari. Da anni, anche nella Scuola assistiamo a questa deriva che ha ora trovato un potentissimo acceleratore nelle ingenti risorse del PNRR finalizzate alla cosiddetta «transizione digitale». Di seguito un primo contributo sulle dinamiche di spossessamento e sulle forme di controllo del nostro lavoro a Scuola indotte da queste tecnologie e sull’estensione incontrollata dello stesso tempo di lavoro che rendono possibile nonché sulle pratiche per contrastarne le deleterie conseguenze. Il lavoro nel XXI secolo È considerazione ampiamente condivisa che nell’attuale mondo del lavoro nelle società capitalistiche occidentali siano presenti una serie di tendenze allarmanti che è possibile sintetizzare in tre fenomeni generali (Honneth, 2020): l’erosione della sicurezza che era garantita dal contratto di lavoro (deregulation) e la precarizzazione del rapporto lavorativo; l’aumento dei processi di digitalizzazione, con la progressiva sostituzione del lavoro umano con l’automazione (e ora con l’I.A.) e anche con l’«invisibilizzazione» del lavoro umano (Casilli, 2020); la riduzione del potere d’acquisto del reddito da lavoro, che spesso non riesce neppure a garantire un’esistenza dignitosa (il lavoro povero). Accanto a queste tendenze, come loro conseguenza, ma probabilmente anche come loro causa, si manifesta sempre più l’esclusione dei lavoratori e delle lavoratrici dai processi decisionali relativi al proprio lavoro, con la conseguenza di un aumento non solo dell’insoddisfazione e della disistima, ma anche del disinteresse più generale verso i processi politici che si svolgono all’interno della società. Come da tempo evidenziato, «meno potere si ha sul luogo di lavoro, meno impegnative risultano le attività che definiscono un’occupazione e più debole è la fiducia nel proprio potere politico» (Pateman, 1970). Una pericolosa situazione che, con l’abbandono di uno degli spazi della partecipazione conflittuale e dalla costruzione di saperi e di un agire condiviso tra chi lavora, favorisce il sorgere di preoccupanti tendenze reazionarie all’interno del corpo sociale. In un contesto di questo genere, le tecnologie informatiche e digitali, oltre a poter polverizzare – come mai in precedenza, e perfino a livello planetario – la distribuzione dei luoghi di lavoro e sgretolare le relazioni sociali a essi collegate, riuscendo anche a rendere invisibili lavoratori e lavoratrici, sembrano in grado di realizzare il sogno (o meglio l’incubo) dell’ideologia neoliberista: mettere a profitto tutto il tempo e l’intero agire umano, arrivando a trasformare il «gesto produttivo umano in micro-operazioni sottoremunerate o non remunerate al fine di alimentare un’economia dell’informazione basata principalmente sull’estrazione di dati e sull’assegnazione a operatori umani di mansioni produttive costantemente svalutate poiché considerate troppo piccole, troppo poco visibili, troppo ludiche o troppo poco gratificanti», dove perfino dietro lo svago può nascondersi il lavoro: «il lavoro generato dagli utenti» (Casilli, 2020). La digitalizzazione (rectius «computerizzazione») Ci ritroviamo in un ulteriore stadio dello sviluppo del modo capitalistico di produzione che fin dalla metà del secolo scorso evidenziava, relativamente ai livelli più elevati di produzione automatizzata, la caduta verticale di tutti gli indici di qualificazione del lavoro, dalla conoscenza e dall’esperienza alle funzioni decisionali: la cosiddetta «gobba della qualificazione necessaria» (Bright, 1958; Braverman, 1974). Una caduta derivante dall’espropriazione del controllo sulle macchine che non è «una rovinosa inevitabilità», ma dipende dalla specifica forma di organizzazione del lavoro che esclude i lavoratori dalla proprietà dei mezzi di produzione (nella situazione attuale rappresentata dall’uso quasi esclusivo di software proprietario e dal conseguente strapotere delle aziende GAFAM & soci); disloca la manodopera rispetto alla macchina in maniera funzionale agli interessi dei proprietari [come puntualmente descritto da: Casilli, 2020; Crawford, 2021; Cabitza, 2021]; predispone le condizioni per un’«evoluzione sociale» conforme a questa organizzazione, «nella quale la conoscenza della macchina diventa un tratto specialistico e separato, mentre nella massa dei lavoratori fioriscono solo l’ignoranza, l’incompetenza e quindi la propensione alla dipendenza servile dalla macchina» (nel nostro caso incarnato nelle gerarchie derivanti dall’acquisizione delle cosiddette «competenze digitali» del DigCompEdu e del DigComp2.2]. Così, mentre i cantori della «rivoluzione digitale» favoleggiano della scomparsa dei mestieri più faticosi e dello spostamento di masse di lavoratori verso occupazioni più qualificate, quello che ci troviamo sotto gli occhi è invece tutt’altro (Friedman 1946; Casilli 2020): la frammentazione, parcellizzazione e semplificazione della prestazione lavorativa, spossessando i lavoratori – formalmente però sempre più qualificati – di parte delle loro attività, per affidarle all’imperscrutabile funzionalità della macchina, da cui deriva una debole identità lavorativa, una sempre più scarsa solidarietà e – soprattutto – retribuzioni più basse; la riduzione dei tempi necessari a realizzare i compiti affidati, un miglioramento dell’efficienza che è un altro modo per diminuire i costi; la flessibilizzazione e estensione del tempo di lavoro al di fuori dei limiti stabiliti dai contratti, in modo da aumentare il tempo di lavoro a parità di retribuzione. Per altro verso, e più in generale, se deleghiamo i compiti ripetitivi, gravosi, rischiosi o semplicemente impegnativi alle macchine ciò accade spesso «per il maggior agio delle persone interessate (e sottolineo: non necessariamente beneficio, ma agio)». Rendere più agevoli, frictionless numerose operazioni nella vita quotidiana – così come nel lavoro – è sicuramente stato il miglior viatico attraverso cui algoritmi e applicazioni varie, il cui funzionamento rimane sconosciuto ai più, si sono impiantate inesorabilmente all’interno delle abitudini della stragrande maggioranza della popolazione. Un meccanismo attraverso il quale diventiamo vittime, ma anche in qualche modo complici per il solo fatto di diventarne utilizzatori, delle agende commerciali delle grandi aziende Big Tech. E così, anche questa volta «sarebbe sbagliato non attribuire alle macchine un ruolo nella crescita del distacco e della confusione prodotti dalla flessibilità. Come qualunque attività mentale, l’intelligenza nell’impiego delle macchine si sviluppa poco quando è operativa piuttosto che riflessiva e autocritica. Quando le cose diventano semplici nell’uso noi diventiamo più fragili; il nostro impegno nei confronti del lavoro diventa superficiale, visto che ci manca la consapevolezza di quel che stiamo facendo» (Sennett, 1999). Senza dimenticare che l’IA è una automazione particolare fondata su modelli probabilistici, che «scelgono» statisticamente, relativamente a classificazioni e valutazioni limitate, secondo «scorciatoie tecniche» (Cristianini, 2023) con l’ambizione di «pianificare, e perfino stimare, predire e prevedere». Sistemi sviluppati in ambito aziendale per ottenere «miglioramenti» in un’ottica di ottimizzazione legata alla «soddisfazione del cliente», a cui – con costi sempre più ridotti – bisogno dare risposte, non contraddire, ma piuttosto anticipare le richieste future (Penge, 2026).La trasformazione del lavoro a Scuola «Per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria si sta affermando il principio che debba comportarsi, essere organizzata, agire e pensare come un’azienda. E questa è una delle caratteristiche neoliberali principali». Così, nel 2015, Luciano Gallino descriveva la situazione che, a partire dal decennio precedente, dalla cosiddetta «privatizzazione» del rapporto di lavoro, ha introdotto anche nella Pubblica Amministrazione i princìpi base della cultura imprenditoriale: «efficacia, efficienza e economicità», che nella Scuola si è concretizzata con l’Autonomia scolastica e l’integrazione delle scuole private nel «sistema nazionale d’istruzione», volute da Luigi Berlinguer, nonché con l’introduzione in chiave aziendalistica della dirigenza e delle RSU nelle singole Istituzioni scolastiche. Un progetto, proseguito senza soluzioni di continuità dalle ministre Moratti, Gelmini e Giannini, che però si è in parte arenato per l’impossibilità di disarticolare del tutto l’impianto collegiale e democratico della Scuola, per la mancanza di risorse e per le lotte e la resistenza di docenti, ATA e studenti/esse in difesa della Scuola pubblica. Ma la spinta verso il modello imprenditoriale è ripresa con forza in questi ultimi anni con l’uso politico dell’emergenza Covid, e l’uso corruttivo delle ingenti risorse del PNRR, che hanno introdotto nelle scuole italiane «tutor» e «orientatori», «mentori», «docenti temporaneamente e stabilmente incentivati», disgregando l’unitarietà della funzione e del ruolo docente (con le conseguenti differenziazioni economiche legate al consolidarsi di queste inedite gerarchie) insieme allo sproloquiare sulla retorica del «merito», della «rivoluzione digitale» e delle varie «transizioni». PNRR, digitalizzazione e intelligenza artificiale Come è noto, l’Italia sta ricevendo, per il periodo 2021-2026 dal Recovery and resilience facility-RFF, 191,5mld di euro, di questi solo 68,9 sono «sovvenzioni», mentre ben 122,6 sono «prestiti» da restituire «a tasso agevolato» [sic!], magari tagliando ulteriormente nel prossimo futuro servizi e pensioni. Nel settore dell’Istruzione e della Ricerca, alla Missione4 del PNRR, un Piano che «comprende un ambizioso progetto di riforme», una buona fetta dei 30,88 mld previsti sono destinati soprattutto alla presunta modernizzazione del lavoro, incentrata sull’uso delle tecnologie digitali e – per ultima – della cosiddetta «intelligenza artificiale». Grazie a queste risorse anche nella Scuola e nell’Università sta riuscendo ad affermarsi quel tecno-ottimismo secondo il quale – salvificamente – «La rivoluzione digitale rappresenta un’enorme occasione per aumentare la produttività, l’innovazione e l’occupazione, garantire un accesso più ampio all’istruzione e alla cultura e colmare i divari territoriali» (Draghi 2021). La Missione4, con le sue Riforme e Investimenti prevede: un traballante sistema di orientamento basato su tutor, mentor e orientatori; l’istituzione di un’inutile Scuola di Alta Formazione, affidata a INValSI e INDIRE, che sta decidendo sulla formazione obbligatoria di dirigenti scolastici, docenti e personale tecnico-amministrativo, per «accelerare la trasformazione digitale dell’organizzazione scolastica e dei processi di apprendimento e insegnamento, in coerenza con il quadro di riferimento europeo delle competenze digitali DigComp 2.2 (per studenti) e DigCompEdu (per docenti)», su cui costruire nuove gerarchie; lo sperpero di ingentissime risorse per mirabolanti scuole innovative, nuove aule didattiche e laboratori previsti dal Piano Scuola 4.0. D’altronde gli imprenditori del B7 hanno «raccomandato» ai politici del G7 di «riformare i sistemi scolastici», ovviamente in partnership pubblico/privato, e prevedere «programmi specifici per gli insegnanti, volti a colmare il divario esistente nell’insegnamento e a dotarli delle competenze e delle conoscenze necessarie per guidare gli studenti attraverso le molteplici transizioni», nonché «Migliorare l’istruzione nel campo dell’IA» (Confindustria, 2024). Le conseguenze della computerizzazione del lavoro di docenti e ATA Appaiono già evidenti le conseguenze che la digitalizzazione sta producendo nel lavoro dentro le scuole, a partire dall’illecito utilizzo dei «dati» di docenti, studenti/esse e famiglie (Pievatolo, 2025) che le aziende proprietarie dei sistemi informatici stanno realizzando. Così mentre si parla tanto di riservatezza e privacy e mentre tra gli esperti di istruzione e tecnologia sull’uso dell’IA nelle scuole cominciano a insinuarsi dubbi significativi dopo i primi entusiasmi iniziali (Monis-Weston, 2024), nella Scuola italiana segnaliamo significative intromissioni e cambiamenti che incidono sul lavoro quotidiano, sia per quanto riguarda la sua organizzazione sia per quanto attiene alla realizzazione dell’attività didattica. Nell’organizzazione del lavoro si riscontra: l’illegittimo tentativo di operare un maggiore controllo sul personale ottenuto attraverso la rilevazione automatica delle presenze, che però non è applicabile «al settore educativo-formativo»; l’impropria estensione del tempo di lavoro attraverso l’applicazione a tutto il personale di un presunto «obbligo alla connessione» – naturalmente con dispositivi propri – che la legge e la contrattazione invece prevedono esclusivamente per il «lavoro a distanza». Un’estensione favorita anche dall’illegittimo abuso delle comunicazioni attraverso canali social, che non possono rispettare la previsione normativa della «tracciabilità dei processi decisionali» né l’obbligo contrattuale di conferire gli impegni «in forma scritta», né tantomeno possono obbligare docenti e ATA al loro utilizzo, per altro sempre con dispositivi propri. Abusi che incidono fortemente sul benessere di lavoratori e lavoratrici e che stanno favorendo la diffusione di quella particolare tipologia di stress lavoro-correlato ormai riconosciuto come tecnostress (Brod, 1984); la facilità con cui è possibile aumentare i carichi di lavoro del personale di segreteria semplicemente collegando la piattaforma del MIM a quella di altre amministrazioni, come accaduto con l’app Nuova Passweb dell’INPS; il proliferare del mercato delle certificazioni informatiche divenute utili, se non necessarie, per l’assunzione, la formazione e la carriera del personale, sempre più spesso incentrate su prove computer-based e «competenze digitali»; le criticità connesse alla diffusione dell’uso del registro elettronico – per altro non obbligatorio, come chiarito dalla Corte di Cassazione – che, oltre a presentare problematicità come «atto pubblico» (in ordine alla forma scritta, l’imputabilità e l’integrità di quanto registrato), non garantisce la riservatezza dei dati, come già denunciato dal Presidente del GPDP nel 2020 e come verificatosi con le recenti fughe di dati. Inoltre, la sua consultazione a distanza da parte delle famiglie ha allentato i rapporti con la scuola e alcune sue funzionalità (medie dei voti e statistiche varie), piuttosto che «facilitare» il lavoro, stanno spingendo il personale docente verso un irrigidimento aritmetico delle valutazioni a scapito di un’effettiva valutazione formativa. Senza dimenticare la sua utilizzazione per favorire improprie intrusioni commerciali. Nell'attività didattica si rileva: una forte spinta verso la standardizzazione dell’insegnamento e l’automazione di prove, correzioni e valutazioni che, sulla scia dell’INValSI (capace perfino di diagnosticare e predire la «fragilità» di allievi e allieve, attraverso i risultati dei quiz e i dati familiari), scompone e svuota di parti essenziali l’unitaria funzione docente affidandole a imperscrutabili algoritmi. Un presunto risparmio di fatica e di tempo che possiamo riscontrare ad esempio nei test (auto-corretti) proposti da Google Classroom e piattaforme simili. Ma così facendo «Il lavoro di insegnamento, apprendimento e ricerca si curva impercettibilmente ma significativamente verso traiettorie mai decise in maniera consapevole» (Fant e Milani, 2024). Nel migliore dei casi qui ci troviamo «nel campo dell’ottimizzazione del lavoro del docente, che in questo modo produce di più nello stesso tempo, a tutto vantaggio del suo datore di lavoro» (Penge, 2026), non certo per il miglioramento dell’attività didattica che, anzi, può risultare adattata e semplificata a scapito dell’apprendimento del discente che rischia di rimanere inchiodato alla propria situazione di partenza; lo spossessamento di ulteriori segmenti della professione docente attraverso il tutor virtuale. Mentre il CCNL prevede che «Il profilo professionale dei docenti è costituito da competenze [...] tra loro correlate e interagenti, che si sviluppano col maturare dell’esperienza didattica, l’attività di studio e di sistematizzazione della pratica didattica», in questi ultimi anni l’unità di questo profilo è stata frammentata e, di fatto, le competenze organizzativo-relazionali, di orientamento e di valutazione sono state prima attribuite a singoli docenti (i cosiddetti docenti tutor e orientatori) e ora si prevede possano essere in parte assorbite dal tutor virtuale, attualmente in sperimentazione, uno dei protagonisti delle Linee Guida del MIM sull’utilizzo dell’IA in ambito scolastico; la crescita di un acritico tecno-entusiasmo, favorito dalla recente pubblicazione delle Linee Guida ministeriali sull’IA, che rischia di esporre la Scuola a conseguenze imprevedibili. Si sta accelerando l’introduzione di queste tecnologie, in nome di un inarrestabile presunto «progresso», senza che sia mai stata avviata una minima riflessione sulla necessità e sull’utilità dell’introduzione di queste macchine dentro le scuole e con chi la scuola la fa, e senza neppure che sia stata completata la finta sperimentazione del tutor virtuale.Queste Linee Guida, sulla scorta di quanto già prodotto dall’UNESCO (UNESCO 2021, 2023, 2024) sotto la vigile sorveglianza della nostra ex ministra Giannini, già tristemente nota per la renziana Buona Scuola, appaiono come un ulteriore esempio dell’efficacia della «cattura del regolatore» da parte delle imprese Big Tech che mostrano la loro capacità di orientare verso i propri interessi la discussione pubblica anche nel settore dell’istruzione. Per altro verso questo testo, con le sue prescrizioni progettuali, il rafforzamento di ruoli e gerarchie rappresenta un altro esempio della penetrazione della cultura aziendale con cui si sta stravolgendo il ruolo della Scuola pubblica, da istituzione a impresa produttrice di formazione ridotta a merce. Così, per quanto riguarda il lavoro docente, ci si ritrova privati di parti qualificanti della propria funzione: dalla personalizzazione dei materiali didattici alla scelta degli strumenti, dall’organizzazione di attività extracurriculari alla redazione di rubriche di valutazione, fino al tutoraggio. Una segmentazione e semplificazione anche del lavoro didattico che spossessa il docente di parte del suo profilo professionale, per affidarlo alla macchina, che ne indebolisce progressivamente l’identità lavorativa, minando i legami solidaristici e, conseguenza inevitabile, determinando retribuzioni sempre più basse, come accaduto nel tempo a tante altre professioni travolte dalle rivoluzioni tecnologiche.Che fare? Come resistere e lottare contro questa I.A. Come ci ricorda Daniela Tafani, a questa deriva è possibile resistere: «Serve, per ciò, quella sottovalutata virtù che Weizenbaum chiamava il “coraggio civile”: “È una credenza diffusa, ma tristemente erronea, quella per cui il coraggio civile trova modo di esercitarsi soltanto nel contesto di avvenimenti che scuotono il mondo. Al contrario, il suo esercizio più arduo ha spesso luogo in quei piccoli contesti in cui la sfida è quella di superare i timori indotti da futili preoccupazioni di carriera, delle nostre relazioni con coloro che sembrano aver potere su di noi, o di qualsiasi cosa che possa turbare la tranquillità della nostra esistenza quotidiana» (Tafani, 2024). Resistere a tutto questo è necessario, specialmente nella Scuola, per questa ragione sosteniamo la lotta e la campagna nazionale «I.A. BASTA!» (su iabasta.ghost.io) e dentro le scuole sollecitiamo lavoratori e lavoratrici a far uso di tutti gli strumenti collettivi e individuali che abbiamo a disposizione per esercitare questo «coraggio civile»: con la partecipazione attiva negli Organi collegiali che, nonostante limiti e difetti, rimangono il presupposto per una partecipazione democratica alle scelte della Scuola; nelle relazioni sindacali d’istituto dove – insieme alla tutela delle condizioni di lavoro – possiamo innescare un circolo virtuoso di comunicazione, di confronto collettivo, in cui la partecipazione possa costruirsi a partire dalla percezione soggettiva delle condizioni materiali in cui si vive sul luogo di lavoro; presentando l’opzione di minoranza, a tutela della libertà di insegnamento, quando non condividiamo le scelte della maggioranza del Collegio dei docenti; con la rimostranza scritta, quando riteniamo illegittimo un ordine di servizio. Insomma, difendendoci attivamente e collettivamente dall’erosione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, contrastando le tendenze aziendaliste che si stanno sempre più radicando nel quotidiano funzionamento della Scuola, nella consapevolezza che «l’I.A.: non (è) un raffinato software immateriale bensì una mega-macchina che saccheggia risorse naturali, lavoro umano, privacy e compromette l’eguaglianza e la libertà» (Crafword, 2021), e senza dimenticare che i più grandi fornitori di queste stesse tecnologie sono attivamente implicati nel genocidio e nelle guerre in corso.Bibliografia AgID, Linee Guida per l’adozione dell’Intelligenza Artificiale nella Pubblica Amministrazione – 2025 Braverman Harry, Lavoro e capitale monopolistico. La degradazione del lavoro nel XX secolo – 1974 Brod Craig, Technostress. The Human Cost of the Computer Revolution – 1984 Cabitza Federico, Deus in Machina? L’uso umano delle nuove macchine, tra dipendenza e responsabilità - 2021 Casilli Antonio A., Schiavi del clic. Perché lavoriamo tutti per il nuovo capitalismo? – 2020 Confindustria, Leading the transitions together. Final Communiqué – 2024 Crawford Kate, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA – 2021 Cristianini Nello, La scorciatoia. Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano – 2023. Draghi Mario, premessa al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – 2021 Draghi Mario, rapporto Il futuro della competitività europea – settembre 2024 Fant Davide e Milani Carlo, Pedagogia hacker – 2024 Friedman Georges, Les problèmes humains du machinisme industriel – 1946 Gallino Luciano, Come il neoliberismo arrivò in Italia – 2015 in Jacobin Italia, 26.3.2022 Honneth Axel, Democrazia e divisione sociale del lavoro, in AA.VV, Perché lavoro? – 2020 MIM, Linee Guida per l’introduzione dell’Intelligenza Artificiale nelle scuole – 2025 Monis-Weston David, Will AI have a big impact on teaching, education and schools? – 2024 Penge Stefano, Modelli linguistici opachi e modelli didattici trasparenti, Qdd n. 7 – 2026 Pievatolo Maria Chiara, Di dati e despoti. La scuola al tempo della transizione tecnofeudale – 2025 Sennett Richard, L’uomo flessibile – 1999 Tafani Daniela, Omini di burro. Scuole e università al Paese dei Balocchi dell’IA generativa – 2024 UNESCO, AI and education. Guidance for policy-makers – 2021 UNESCO, Guidance for generative AI in education and research – 2023 UNESCO, AI competency framework for teachers – 2024 Nanni Alliata (Palermo, 1960), architetto e dottore di ricerca, ha insegnato 35 anni nella Scuola pubblica, occupandosi attivamente di diritti sindacali e del lavoro nei Cobas. Si è poi laureato in Consulenza del lavoro e curato il Vademecum d’autodifesa dalla scuola-azienda per docenti, ATA e RSU, ed. Massari. Ha collaborato per due decenni alla rivista «Cobas». Dal 1993, fino al suo pensionamento nel 2023, è stato componente del Consiglio Scolastico Provinciale di Palermo. Relatore in molti convegni, affronta i cambiamenti indotti dalle tecnologie sul lavoro, specialmente nella Scuola.

  • guerre

    La più grande appropriazione illegale e violenta di terre da parte di Israele dalla Nakba Viscount Kit Kelen Che sia attraverso l’annessione de facto o de jure, l’obiettivo israeliano è sempre stato lo stesso. La logica sottesa al sionismo, come in qualsiasi impresa coloniale, è l’espansione degli insediamenti e lo sfollamento della popolazione indigena per sostituirla con coloni. Tutte le azioni israeliane, a Gaza, in Cisgiordania o in qualsiasi altro luogo, hanno in ultima analisi questo obiettivo. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Electronic Intifada ed appare qui con l’esplicito consenso del suo editore. Israele sta creando una situazione di fatto nella Cisgiordania occupata a un ritmo più veloce che mai. A marzo il cosiddetto gabinetto di sicurezza israeliano ha approvato in segreto l’istituzione di trentaquattro nuovi insediamenti – non unità, ma insediamenti completi – in Cisgiordania. La notizia di questa decisione è stata resa pubblica solo in seguito, dopo essere stata tenuta segreta dal gabinetto per vari giorni dopo essere stata approvata, apparentemente per cercare di non provocare una reazione negativa da parte degli Stati Uniti durante i negoziati per il cessate il fuoco con l’Iran. Si tratta della «più grande espansione coloniale nella storia di Israele», ha affermato il 9 aprile Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati. Si tratta della «più grande pulizia etnica e della più grande appropriazione illegale di terre effettuata in Palestina dalla Nakba. Sta accadendo. Davanti ai nostri occhi», ha aggiunto. Prima che l’attuale governo israeliano assumesse il potere nel 2022, esistevano centoventisette insediamenti israeliani riconosciuti in Cisgiordania, secondo il gruppo israeliano Peace Now, che monitora tale attività di espansione. I trentaquattro insediamenti appena approvati si sommerebbero ai sessantotto che l’attuale governo israeliano ha già promosso dalla sua formazione, il che porterebbe a centodue il numero totale di quelli approvati sotto questa amministrazione, ha aggiunto Peace Now. Ciò rappresenta un aumento di circa l’80% del totale degli insediamenti esistenti in Cisgiordania promossi esclusivamente da questo governo. Si tratta del «numero più alto mai approvato in un’unica soluzione», ha affermato l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, aggiungendo che la costruzione di tali insediamenti «amplia e consolida l’annessione da parte di Israele del territorio palestinese occupato». E ha continuato affermando che «Israele deve cessare immediatamente la creazione e l’espansione degli insediamenti e invertire le sue politiche di insediamento evacuando tutti i coloni e ponendo fine all’occupazione del territorio palestinese». Terreni privati e spopolati Dei trentaquattro insediamenti appena approvati, nove sono avamposti esistenti da legalizzare, due comportano l’ampliamento di insediamenti già esistenti e tre verrebbero ricavati da insediamenti esistenti come entità separate, secondo quanto riportato dal quotidiano di Tel Aviv «Haaretz», che ha ottenuto un elenco dei nuovi insediamenti, sebbene lo Stato israeliano non abbia ancora pubblicato i dettagli. I restanti venti sarebbero insediamenti completamente nuovi riservati esclusivamente a coloni ebrei. Otto degli insediamenti saranno costruiti su terreni palestinesi di proprietà di privati, in contrapposizione a quelle che vengono definite le cosiddette «terre statali», secondo quanto riferisce «Haaretz». Israele dichiara le terre palestinesi «terre statali», tramite un marchinegno legale volto a confiscare tali terre attraverso l’interpretazione di una legge dell’era ottomana, utilizzata in un contesto completamente diverso due secoli fa. Si tratta, infatti, di una legge fondiaria del 1858, in base alla quale se un terreno non veniva coltivato per diversi anni consecutivi diventava proprietà dello stato. Questa legge aveva l’obiettivo di incentivare il massimo utilizzo del suolo e di incrementare le entrate fiscali. «Haaretz» riporta che il99% delle «terre statali» è stato in realtà destinato alla creazione di insediamenti israeliani, sulla base di dati ottenuti tramite una petizione di due organizzazioni non profit israeliane. Sebbene tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e sulle Alture del Golan siriane siano illegali secondo il diritto internazionale e siano considerati un crimine di guerra, quelli che Israele definisce «avamposti» vengono spesso costruiti senza nemmeno ottenere il permesso dallo Stato israeliano e sarebbero considerati illegali perfino secondo la legislazione israeliana, almeno inizialmente. Questi avamposti di solito nascono da un piccolo gruppo di coloni tra i più estremisti, che si riunisce in un’area con strutture e roulotte. Con il passare del tempo, il governo israeliano inizia a dotarli di infrastrutture di base, come l’approvvigionamento idrico ed elettrico, spianando di fatto la strada al loro riconoscimento come insediamenti ufficiali. Questo processo è stato accelerato e facilitato sotto il mandato del ministro delle Finanze israeliano di estrema destra, Bezalel Smotrich. I trentaquattro insediamenti appena approvati si trovano nella Zona C, secondo Peace Now. La Zona C costituisce circa il 60% della Cisgiordania sotto il totale controllo militare israeliano, come stabilito dagli Accordi di Oslo firmati negli anni ‘90. Ma in pratica, l’esercito israeliano controlla tutta la Cisgiordania e ha continuato a compiere incursioni e assalti nelle aree più piccole dove l’Autorità Palestinese ha il controllo nominale del territorio. Sei dei nuovi insediamenti sorgeranno a Jenin e un altro a Tulkarm. I campi profughi di queste città nel nord della Cisgiordania occupata sono stati svuotati dopo che Israele ha avviato un’importante operazione militare contro di essi nel gennaio 2025. Si tratta di «una zona senza precedente presenza israeliana», riporta «Haaretz». Il quotidiano sottolinea che ciò rientra nel piano per attirare nuovi coloni nella zona settentrionale della Cisgiordania secondo lo slogan «Un milione in Samaria», promosso dal Consiglio regionale di Samaria, un’autorità locale dei coloni. «Si prevede che la loro ubicazione in mezzo a diversi villaggi palestinesi richiederà una presenza militare significativa e che l’accesso sarà possibile solo attraverso quegli stessi villaggi o tramite strade destinate a uso militare», ha riferito «Haaretz». Ci si aspetta un aumento della violenza dei coloni contro la popolazione palestinese in quelle zone e, di conseguenza, sfollamenti forzati. Un’analisi satellitare pubblicata dall’Onu all’inizio di marzo mostra come l’esercito israeliano stia modificando il paesaggio urbano della zona. Sei dei nuovi insediamenti saranno costruiti a Ramallah, sede dell’Autorità Palestinese nella Cisgiordania occupata. Gli insediamenti rappresentano la massima priorità L’espansione degli insediamenti è stata una delle massime priorità dell’attuale governo israeliano. Il Consiglio Superiore di Pianificazione – un’agenzia dell’apparato burocratico dell’occupazione militare israeliana incaricata di promuovere l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania – si riunisce ogni settimana per portare avanti nuovi piani. In precedenza, l’avanzamento di tali piani era limitato a quattro riunioni annuali. Questo cambiamento «non solo normalizza la costruzione nei territori, ma la accelera», afferma Peace Now. Dall’inizio dello scorso anno, il Consiglio ha promosso la costruzione di quasi 28.000 alloggi nella Cisgiordania occupata. Si tratta di un «record storico», ha sottolineato Peace Now. Questo cambiamento burocratico nell’iter di approvazione degli insediamenti è avvenuto a seguito della modifica introdotta dall’attuale amministrazione israeliana nel giugno 2023, che ha eliminato di fatto il requisito dell’approvazione da parte del ministro della Difesa israeliano, precedentemente necessaria per prendere una decisione su tali piani. A dicembre, il governo ha deciso di stanziare circa 915 milioni di dollari per lo sviluppo degli insediamenti nei prossimi cinque anni. Peace Now ha sottolineato come l’aumento della spesa militare israeliana dopo la guerra con l’Iran ha costretto a tagli in altri ministeri, ma «nonostante questi aggiustamenti, il finanziamento degli insediamenti rimane garantito», ha aggiunto il gruppo. «Mentre il governo taglia i bilanci all’interno di Israele, investe denaro negli insediamenti. Nonostante le comunità del nord e del sud del Paese non siano ancora in ripresa, il governo finanzia nuovi insediamenti e avamposti che Israele dovrà alla fine evacuare». Questo comportamento del governo israeliano non sembra rispondere alle obiezioni, nel migliore dei casi moderate, dei suoi alleati statunitensi ed europei riguardo all’annessione. Friedrich Merz, il cancelliere tedesco, ha detto lunedì di aver «chiarito» al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu che «non deve esserci un’annessione de facto della Cisgiordania». Ciò ha suscitato l’ira di Smotrich, che ha evocato l’uccisione, la persecuzione e la ghettizzazione degli ebrei da parte del governo tedesco durante l’Olocausto, paragonandole alla critica all’attuale espansione degli insediamenti esclusivamente ebraici di Israele in territorio palestinese, che è illegale secondo il diritto internazionale. «I giorni in cui i tedeschi imponevano agli ebrei dove potevano o non potevano vivere sono finiti e non torneranno più. Non ci costringeranno a vivere di nuovo nei ghetti e certamente non nella nostra stessa terra», ha scritto Smotrich a Merz su Twitter/X. Pulizia etnica Questi eventi si verificano in un contesto di escalation della violenza dei coloni contro la popolazione palestinese residente in Cisgiordania. Almeno trentasette persone sono state uccise in Cisgiordania da inizio anno e almeno dieci di loro per mano dei coloni. «Il fatto che gruppi numerosi di coloni irrompano nelle comunità palestinesi, maltrattino i residenti e incendino gli edifici è di per sé un’atrocità», ha dichiarato Philippe Lazzarini, che il mese scorso si è dimesso dal suo ruolo di direttore dell’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi. «Ma la cosa peggiore è che questi atti atroci sono accompagnati da una totale impunità». Lazzarini ha aggiunto: «La Corte internazionale di giustizia ha stabilito che l’occupazione israeliana della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, è illegale e deve cessare. Eppure i coloni si scatenano, gli insediamenti si espandono e l’annessione de facto accelera». Lo scorso anno, la creazione di insediamenti israeliani e l’intensificarsi delle violenze hanno contribuito all’evacuazione forzata di oltre 36.000 palestinesi nella Cisgiordania occupata. Gli esperti di diritti umani dell’Onu hanno definito tale comportamento una forma di pulizia etnica. Inoltre, hanno affermato che «questo sfollamento, guidato dall’[esercito israeliano] e dal terrorismo dei coloni sostenuto dallo Stato, sta perpetrando una pulizia etnica in Cisgiordania attraverso attacchi quotidiani contro la popolazione palestinese, che provocano morte, ferimenti e vessazioni a donne e bambini, nonché la distruzione generalizzata di case, terreni coltivati e mezzi di sussistenza palestinesi». Gli esperti di diritti umani hanno anche collegato questo sfollamento all’enorme crimine, di proporzioni simili, che si sta commettendo a Gaza. «La portata e lo schema di queste azioni, che si verificano insieme allo sfollamento massiccio della popolazione palestinese dalle proprie case e dalle proprie terre a Gaza, mostrano ancora una volta la politica generalizzata di pulizia etnica in corso perpetrata nel territorio palestinese occupato», hanno infatti aggiunto. Che sia attraverso l’annessione de facto o de jure, l’obiettivo israeliano è sempre stato lo stesso. La logica sottesa al sionismo, come a qualsiasi impresa coloniale, è l’espansione degli insediamenti e lo sfollamento della popolazione indigena al fine di sostituirla con coloni. Tutte le azioni israeliane, a Gaza, in Cisgiordania o in qualsiasi altro luogo, in ultima analisi mirano a questo obiettivo. Testi consigliati Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, El genocidio como supresión colonial (2024), Anatomía de un genocidio (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide e Torture and Genocide (2026). Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? e El colapso del sionismo, «El Salto». Tamara Nassar è una scrittrice palestinese nata e cresciuta ad Amman, in Giordania. È redattrice associata di «The Electronic Intifada» e vive a Chicago. ● Traduzione di Mauro Trotta

  • dossier italia

    Miserie del letterario vs (alcune) materie del postpoetico Marek Przybyla Gli strumenti di governo politico e controllo sociale contemporaneo sono stati raggiunti anzi proprio prodotti dalle mutazioni del capitale, quindi – tra tante altre cose – sono chiaramente preda dei virus (1) della competitività e dell’efficientismo in rapporto a un contesto sempre più sfuggente, (2) del controllo centralizzato delle identità, (3) della progressiva conseguente/parallela erosione dei diritti civili minimi, specie nei confronti di quegli umani che, dello Stato Padrone del discorso, non siano residenti storici, possibilmente bianchi. 1. Le ricadute a cascata sull’economia spicciola, dai tratti quotidiani più sottili alle macrostrutture a cui il (fu) «cittadino» deve adattarsi, sono tante. Per fare solo pochi esempi in ambito letterario, si va dallo sfruttamento del lavoro precario e sottopagato in editoria, alla creazione di eserciti di volontari che gratuitamente tengono in piedi festival i cui nobili vertici incassano intanto fiumi di soldi da sponsor pubblici e privati. Dall’abbassamento vertiginoso delle soglie minime di salario per chi edita o traduce (si può scendere anche assai assai al di sotto di 9 euro lordi a pagina = cartella, per dire; fino a quasi-pagare per lavorare), alla totale o parziale assenza di gettoni e opportuni rimborsi per autori o redattori che affrontano viaggi per la propria casa editrice. Dagli editori a pagamento al sistema distributivo librario generalista, che (dis)funziona come mero congegno di fatturazione e movimentazione merci, una morsa che schiaccia editori e librai, utile quanto una tenia. Dalle scuole di scrittura macchinette mangiasoldi e cacaromanzieri, ai premi letterari che piazzano in podio il mainstream più vieto (e i romanzieri suddetti). Dalla distrazione dell’accademia alla distruzione della scuola (i cui effetti sugli indici di diffusione della lettura sono via via più chiari anno dopo anno). Dal contesto spettacolare che incorona il vuoto, al medesimo che spande in libreria sportivi attori chef politici giornalisti rumoristi, tutto tranne che scrittura. La risibilità e crisi del letterario è cosa tanto più palese quanto più un genere si presta a incastrarsi senza resistenza nelle attese prescritte e pre-imposte al lettore da siffatto sistema. La vittima più evidente è il romanzo, elettivamente preda di quella mania di leggibilità e testapiattismo che, partendo dalle esigenze della distribuzione libraria che vuole prodotti sempre più velocemente smerciabili e sostituibili, risale parassitando la filiera fino all’editore, all’editor, e infine alla mano che digita sulla tastiera la storia. Storia plot intreccio vicenda & vivanda che così sarà tanto più integrata nel sistema di vendita quanto più avrà assorbito il piglio di deficienza che il contesto – come appena detto – richiede. Stupirsi della decadenza di collane di poesia come lo Specchio Mondadori o la Bianca Einaudi è infine quasi puerile, oltre che secondario rispetto a un quadro generale ben più compromesso. 2. Tuttavia, volendo cedere a una fulminea ricognizione sull’ultimo mezzo secolo, possiamo anche far affiorare, specie ad uso dell’attuale contesto di critici letterari concentrati su Bembo Manzoni D’Annunzio, elementi in parte utili all’analisi del presente, inteso almeno per un attimo come presente del letterario. Quello che è successo nel campo delle scritture tra la fine degli anni ’70 e il primo decennio del nuovo millennio sembra di suo già andare di pari passo con tutte le figure retoriche delle controriforme e dei ritorni all’ordine di cui abbiamo esempi abbondanti in diversi periodi storici, ciclicamente, nel Novecento e prima; e ovviamente ora. Le forme di riassorbimento e neutralizzazione dell’antagonismo linguistico (e dei modi alternativi di produzione e distribuzione dello stesso) hanno trovato in quell’Italia anni ’80 caduta «in mano ai sarti» (così la definiva Balestrini) vari volenterosi carnefici di ogni e qualsiasi alternativa alle testualità facilmente vendibili (d)al mercato. Tutto era iniziato in realtà circa dieci anni prima. Ricordiamo che il 1971 che vede Balestrini pubblicare Vogliamo tutto è anche l’anno in cui il ripiegamento sull’io e nell’io del poeta pigola daccapo alto e forte in un’opera perdibile (e in anticipatissima sintonia con gli anni del riflusso) come Invettive e licenze, di Dario Bellezza. Se da una parte quindi già a quell’altezza compariva una generazione di autori che non voleva affatto tutto, o almeno non voleva quel tutto di cui parlava Balestrini, dall’altra pian piano i poteri nei territori di gestione del letterario si spostavano verso figure – redattori prima e manager poi – che avrebbero portato alle derive tra il comico e il deprimente dei nostri più recenti anni. In sintesi: morto Fortini (1994) non se ne fa un altro. Inutile sperarci. Ma sbaglio a parlare solo di poesia (pur se in toni di sottinteso). Forse la poesia è anzi un territorio di cui può essere ottima idea sbarazzarsi. Semmai, nel 1985-1989-1996 e poi in particolare nel 2003-2006-2013, si affacciano all’orizzonte scritture e materiali diversi, antagonisti, eslege, nemici della pacificazione democristiana col reale. Da persona che, come ha potuto e per quel che ha potuto fare (e fa), ha partecipato e sta partecipando soprattutto al secondo di questi momenti, molto potrei dire sul comportamento dell’università e sulla sordità dell’editoria, perfettamente in sincrono quando si tratta di non (voler) intendere quanto e come storia e linguaggio siano intrecciati. Ma la cosa che ancor più mi colpisce, forse, è quanto e come nella deriva ultimissima che viviamo, fascistizzante, la deriva del primo e secondo mandato del pedofilo arancione, quella del riuscito peggioramento che vede la salma rediviva e biondastra del biscione tentare nuovi attacchi (per ora sventati) alla carta costituzionale, quella della chiusura degli spazi sociali, e soprattutto del genocidio in Palestina, un antagonismo linguistico diffuso sia insieme semiassente e – dove presente – odoroso di fiori troppo novecenteschi. Starò allucinando, ma – anche tra sodali che si dicono o si dissero sperimentali – io vedo Petrarca, tanto canto, tanta elegia, nemmeno troppo in controluce. Sul sito ibridamenti.com, un articolo di Martina Lodi centrato su libro di Rob Chapman, L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo (Mimesis, 2025), mi aiuta allora a capire meglio, forse, quanto alcune linee di ricerca devianti e marginali, che ho seguito e tentativamente promosso nell’ultimo (circa) quarto di secolo, possano magari vantare ancora qualche capacità sia di incidere sulla percezione del passaggio del senso quando questo si verifica nei fatti di linguaggio, sia di fare barriera contro «l’impero della normalità». Cito: Il processo di desoggettivazione e disidentificazione dalla norma ci permette di riappropriarci della nostra soggettività ed è proprio ciò che abbiamo definito hacking del sé, che in ottica postumana implica una forma di cura, di sé e delle altre soggettività, che problematizza ed elude qualsiasi logica di sfruttamento. L’opera di Chapman fa emergere come la naturalizzazione sia sempre al lavoro come dispositivo di governamentalità e di come abbia assunto forme sempre più sottili e pervasive: l’eugenetica contemporanea non agisce più attraverso il controllo biopolitico diretto, ma mediante l’interiorizzazione neoliberale dell’obbligo al corretto funzionamento. In questa torsione ogni soggettività viene catturata in un regime di auto-ottimizzazione permanente, dove la cura di sé coincide con la propria adesione alla norma. L’hacking del sé, dunque, è un gesto di contro-condotta cognitiva e un atto di riappropriazione politica: sabotare i dispositivi che trasformano tutto ciò che fa resistenza allo sfruttamento e alla sussunzione in difetto significa restituire alla nostra vulnerabilità la sua forza generativa e aprire uno spazio di soggettivazione co-costruita collettivamente, al di fuori della razionalità strumentale e della postura del dominio. Quella che dunque suggerisco di osservare e daccapo nutrire, della scrittura di ricerca, è la sua possibile riserva di riserve, di eccezioni, di non-riassorbibilità all’interno di un contesto di sfruttamento e messa a profitto linguistico. La scrittura di ricerca che si disindividua e si inceppa ancora e ancora attraverso pratiche di taglio, collage, montaggio, disturbo, glitch, balbettamento, interruzione, arbitrio, perfino asemìa, è non solo inutile a fini di capitalizzazione di potere, ma probabilmente inutile tout-court. Addirittura dannosa. È o può essere, per dirlo con parole di Giuliano Mesa, una «scrittura che ammala», parcellizzata (e quindi inafferrabile) in un pulviscolo di autosabotaggi, sgambetti, mancamenti – come Carmelo Bene diceva dell’atto, sulla scena. Contro la prassi estrattiva dell’industria culturale, e contro ogni pseudodifesa – solo astratta – petrarcaica. Marco Giovenale è tra i fondatori e redattori di gammm.org (2006). Dirige la collana di testi sperimentali Syn_scritture di ricerca. Cura con A.Syxty e M.Zaffarano il blog Esiste la ricerca. Collabora con ahidaonline e altri spazi in rete. Insegna letteratura e collabora a centroscritture.it . Tra i libri in prosa: Oggettistica (Tic, 2024), Prima dell’oggetto (déclic, 2025), Vamp (La camera verde. 2025). Ha pubblicato alcuni chapbook in inglese. Siti: slowforward.net e differx.noblogs.org

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    Sistema dell’arte e fascistizzazione delle strutture di potere L’arte, spazio-tempo di libertà per eccellenza, viene vista con crescente sospetto. Non più veicolo di riflessione critica, ma semplicemente strumento da controllare. Le espressioni artistiche che sfidano l’ordine sociale, che espongono le contraddizioni del sistema, sono sempre più emarginate, ridotte a silenzio, censurate o trasformate in mere operazioni di marketing. La cultura che critica il potere, che sfida l’ideologia dominante, è vista come un pericolo. La risposta alla crescita della fascistizzazione non può venire solo da sparuti gruppi di resistenza o da singoli individui isolati, ma deve partire da un movimento collettivo, dalla presa di coscienza di una società che rifiuta l’omologazione, che resiste alla disumanizzazione e alla normalizzazione in tutte le sue forme ormai cementificate nell’immaginario collettivo. Non possiamo più permetterci di essere spettatori di questa deriva. Paulo Bruscky, O que é a arte? Para que serve?, 1978-2010, fotografia L’Italia sta vivendo un’epoca che, per molti, somiglia pericolosamente a un film già visto. Tuttavia questa volta non si tratta di un film di denuncia, non è una proiezione del passato che ci invita a riflettere su quello che è stato, è la realtà che stiamo vivendo ora, una sorta di film d’archivio senza la minimissima problematizzazione del fatto storico accaduto. Nell'epoca in cui la retorica della «sicurezza», della «lotta alla criminalità» e della «famiglia mulino bianco» – con le sue strutture eteronormate diventate parole d’ordine del discorso pubblico – l’Italia sta assistendo a una trasformazione drammatica della sua struttura giuridica e culturale. Un presente che sta accelerando verso una fascistizzazione istituzionale e sociale del paese, dove l’autoritarismo -maschilismo, bianchitudine, eterosessualità tossica – si maschera da sicurezza, e la libertà di espressione e di esistenza viene lentamente strangolata sotto il peso di leggi sempre più oppressive. Il processo in corso non è un colpo di stato palese, non è un passaggio improvviso alla dittatura. È molto più sottile, subdolo, un’infiltrazione lenta e inesorabile che si insinua nelle pieghe della vita quotidiana. È come quella goccia invisibile che piano piano s’infila in prima battuta nel solaio di un edificio e poi penetra, attraversa, buca tutti gli appartamenti sottostanti. Si crea dapprima una patina di muffa invisibile, poi sempre più visibile, fino a corrodere e mangiare il ferro con cui è stato edificato, per poi determinafre il crollo definitivo dell’architettura. Still tratta dal film Koyaanysqatsi del 1982, diretto da Godfrey Reggio, primo film della trilogia Qatsi che comprende Powaqqatsi (1988) e Naqoiqatsi (2002). Le istituzioni del nostro paese, quelle che dovrebbero garantire la democrazia e i diritti, sono ormai piene di infiltrazioni fasciste, sotto forma di politiche che restringono sempre più lo spazio per il dissenso, per le diversità, per la non ovvietà, per la libertà. Le scelte politiche di oggi mirano a stabilire un controllo sempre più rigido su tutto ciò che sfida l’ordine costituito, da chiunque osi opporsi. Questo accade anche nell’arte. Si scelgono forme/pensiero dell’ovvietà, del non disturbo, del politically correct, del non fastidioso. Musei che non mettono in scena nessuna alternativa, solo forme facilmente abbordabili dal pubblico stordito dalle mille e una notte di app e immagini, AI propinate sui display degli smartphone, e mostre pacchetto suggerite dall’amico gallerista per visibilizzare le possibili vendite. Le leggi – ma anche le scelte culturali – sono sempre più orientate a punire chi si ribella, chi non si conforma alla narrativa dominante. La vulnerabilità sociale è criminalizzata, la protesta diventa un atto da reprimere, i percorsi alternativi marginalizzati e debellati. Si sta disegnando un panorama normativo che riduce le libertà individuali a mere concessioni di un’autorità che, in nome della sicurezza, impone nuove forme di controllo sociale. La criminalizzazione di chi lotta per i propri diritti, di chi difende i più deboli, di chi si batte contro le disuguaglianze, sta diventando una realtà quotidiana. La cosiddetta sicurezza si fa strada come giustificazione per ogni violazione dei diritti umani. Ma non è solo nelle aule parlamentari che questo fenomeno si manifesta. La società civile è ormai invasa dalla logica fascista: il razzismo, la xenofobia, la misoginia, l’omolesbotransfobia vengono alimentati da un clima di paura, da una propaganda che dipinge il diverso come il nemico da sconfiggere. L’odio viene travestito da patriottismo, la violenza da difesa dei valori nazionali. Le politiche di esclusione sociale, i discorsi sull’immigrazione e l’«ordine pubblico» vengono presentati come una necessità, per preservare la «nostra» identità, una tradizione che, come un’ombra, si fa sempre più oscura e oppressiva. In tutto questo, la cultura viene lentamente svuotata di senso. L’arte, spazio-tempo di libertà per eccellenza, viene vista con crescente sospetto. Non più veicolo di riflessione critica, ma semplicemente strumento da controllare. Le espressioni artistiche che sfidano l’ordine sociale, che espongono le contraddizioni del sistema, sono sempre più emarginate, ridotte a silenzio, censurate o trasformate in mere operazioni di marketing. La cultura che critica il potere, che sfida l’ideologia dominante, è vista come un pericolo. Still tratta dal film Parasite, di Bong Joon-ho, 2019. È stato presentato alla 72 edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro, diventando il primo film sudcoreano ad aggiudicarsi tale riconoscimento. È stato anche il primo film sudcoreano a vincere quattro premi Oscar, tra cui quello per il miglior film. La risposta alla crescita della fascistizzazione non può venire solo da sparuti gruppi di resistenza o da singoli individui isolati, ma deve partire da un movimento collettivo, dalla presa di coscienza di una società che rifiuta l’omologazione, che resiste alla disumanizzazione e alla normalizzazione in tutte le sue forme ormai cementificate nell’immaginario collettivo. Non possiamo più permetterci di essere spettatori di questa deriva. La fascistizzazione in corso non è solo una questione di politica, è una questione di cultura, di coscienza collettiva. La nostra società è sotto continuo attacco, non solo dalle forze politiche che cercano di consolidare il potere, ma da una mentalità che sta facendo breccia nel tessuto sociale, spingendo la popolazione verso l’intolleranza e il conformismo più bieco. Non possiamo rimanere in silenzio. Ogni parola che non viene pronunciata, ogni gesto che non viene compiuto, è un passo verso la sconfitta. Lottiamo per un futuro che non sia quello di una società che cede alla paura, alla repressione, al controllo, al dominio, alla schiavitù. La battaglia è in corso, e ognun* di noi ha un ruolo prezioso in questa resistenza. La fascistizzazione non è un destino inevitabile, ma un percorso che possiamo ancora fermare, con la forza della collettività, con la potenza della cultura, con la determinazione di chi non ha paura di alzare la testa e la voce e dire: «Non siamo d’accordo, non ci stiamo!». Il sistema dell’arte, nelle sue molteplici declinazioni, oggi ridotto solamente a un settore economico, deve ri-prendere a essere quel prezioso campo di battaglia culturale, dove ri-definire e ri-confrontare visioni, immaginari del mondo, filosofie e valori. Pandit Pran Nath, La Monte Young e Marian Zazeela. Concerto al 98 Greene Street Loft, New York (1971). Fotografia di Robert Adler In questo periodo storico in cui le strutture di potere sono sempre più permeate da tendenze autoritarie, anche il sistema dell’arte non è immune all’avanzare del virus della fascistizzazione. Le istituzioni culturali, che dovrebbero fungere da baluardi di libertà e pluralismo, sono oggi sempre più influenzate da logiche di controllo, selezione e omologazione che minano la loro stessa funzione di agenzia di pensiero alternativo. Sono divenute fortezze reazionarie. Archivi della consuetudine. Il museo, inteso come spazio fisico e simbolico, ha per sua intrinseca vocazione strutturale, una duplice natura: da un lato, raccoglie e conserva il patrimonio culturale; dall’altro, definisce le narrazioni storiche e sociali che influenzano la collettività. Oggi assistiamo a un progressivo consolidamento di una politica museale e culturale che privilegia una visione conservatrice, nazionalista e, in alcuni casi, apertamente fascista. La crescente centralità del mercato dell’arte, con i suoi meccanismi di esclusione e selezione, si intreccia con una spinta verso l’omologazione delle narrazioni. Le istituzioni museali, invece di restare luoghi di sperimentazione intellettuale e di confronto democratico, si sono trasformate in apparati di legittimazione del potere politico ed economico, riproducendo valori che promuovono il controllo e la segregazione. Le mostre diventano sempre più una vetrina di spettacolarizzazione, dove l'arte è ridotta a prodotto da consumare, e dove il rischio di contenuti sovversivi o controculturali viene costantemente monitorato. Il pensiero alternativo, che è l'essenza, la forza motrice, il carburante stesso della pratica artistica, rischia di essere soffocato sotto il peso di politiche culturali che pongono limiti all’innovazione e alla critica. Nel contesto di un’arte sempre più istituzionalizzata e mercificata, le narrazioni politiche e ideologiche che vengono promosse nelle mostre sono spesso quelle che non disturbano il potere, che si adattano alle logiche dominanti. Le istituzioni culturali, seppur sotto il velo di apparente neutralità, non sono più spazi di riflessione libera, ma luoghi in cui il pensiero critico viene messo in discussione, se non addirittura censurato. Le scelte curatoriali, che dovrebbero essere ispirate dalla ricerca di nuove prospettive e dalla capacità di interrogare il presente, si orientano sempre più verso una conservazione del «buon ordine» sociale. Le istanze marginali, quelle che propongono visioni alternative o radicali, spesso non trovano spazio nelle grandi istituzioni. I musei, anziché promuovere una dialettica critica, sono strumenti di normalizzazione, veicoli di ideologie che si allineano con le politiche autoritarie del momento. Le mostre diventano testimonianze passivizzanti, veicoli di un’arte che celebra il presente senza mai sfidarlo, che riproduce le stesse gerarchie di potere senza mai metterle in discussione. La fascistizzazione del sistema dell’arte, in questo senso, è il riflesso di un spettro più ampio, che riguarda la progressiva chiusura degli spazi-tempi di libertà, la crescente autoreferenzialità delle istituzioni e l’incapacità di guardare al futuro con occhi scevri da pregiudizi ideologici. Francesco Matarrese, Le contraddizioni sono ovunque, olio su tela,1974 Questa evoluzione ha ripercussioni devastanti sulla funzione dell’arte e sulla sua capacità di costruire una umanità nuova. Un’arte che non si interroga sulle ingiustizie, che non denuncia le contraddizioni della realtà, che non spinge l’audience a confrontarsi con le proprie convinzioni, diventa un’arte che perde il suo valore più profondo e diviene mero abbellimento, orpello, vezzo consolatorio, feticcio borghese da esibire. L’arte antagonista, e tutto il pensiero antagonista, quello che sfugge ai cluster e all’impacchettamento, quella che si oppone alle logiche dominanti, quella che mette in discussione l’ordine stabilito, sta diventando sempre più invisibile nelle istituzioni principali. La critica sociale che dovrebbe emergere dalle pratiche artistiche, la capacità di scardinare le verità accettate, rischia di essere soffocata da un sistema che spinge l’arte in una dimensione sempre più apolitica, depoliticizzata, dove non c’è più posto per il dissenso. Tutto deve essere politicamente corretto, accettato, accessibile. Oggi più che mai istagrammabile, deve raggiungere tutta la platea dell’umanità con in mano l’ultimo modello di smartphone con la connessione più veloce. Anche sotto le bombe! Instituto de Artivismo Hannah Arendt (Born out of an artistic action in Havana, Cuba, when, in May 2015, the artist and activist Tania Bruguera held a collective reading of Arendt’s The Origins of Totalitarianism, 1951). List of censored Artists. 2022 Installation, Venue: documenta Halle Eppure, la funzione dell’arte, e dei musei in particolare, non è mai stata tanto urgente. Più che mai, le istituzioni culturali dovrebbero tornare a essere luoghi di riflessione critica, spazi di resistenza al conformismo, alla censura e alla repressione del pensiero alternativo. L’arte, per suo statuto, per sua ontologia, ha il compito di smascherare la verità e di esporsi ai rischi del pensiero, dei pensieri. Aprirsi alle possibili, multiple, riverberanti verità! Vivienne Westwood during London Fashion Week in 2016 | TOM JAMIESON / THE NEW YORK TIMES

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    Il malgoverno bulgaro Lc Carvalho Il modello autoritario e neoliberista di governance sociale promosso dall’Unione Europea e dalla sua classe dirigente è corrosivo per le istituzioni democratiche e le politiche economiche interne egualitarie e sostenibili, necessarie per correggere i gravi squilibri che caratterizzano sia le economie nazionali sia lo spazio europeo, rafforzando i diritti fondamentali sanciti nominalmente dai trattati europei. Sintomaticamente, tutte le formazioni sociali europee sperimentano le stesse tendenze di corruzione, stagnazione e mancanza di immaginazione politica, che soffocano ogni forma di innovazione politica con conseguenze nefaste per la qualità democratica delle società europee. * Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Repubblica & Democrazia di Podemos e da Traficantes de Sueños.I bulgari andranno alle urne ancora una volta il 19 aprile, dopo che un’ondata massiccia di proteste ha rovesciato la coalizione di destra guidata dal primo ministro Rosen Zhelyazkov alla fine dello scorso anno. Le manifestazioni sono scoppiate a novembre in risposta alla proposta di legge di bilancio per il 2026, che prevedeva di aumentare i contributi previdenziali e le tasse, incrementare gli stipendi di polizia, forze armate e magistratura, riservando ai lavoratori amministrativi di livello più basso, agli insegnanti e al personale ospedaliero aumenti salariali che a malapena coprivano l'inflazione. Il bilancio è stato anche il primo a essere denominato in euro, in seguito all’adesione, lo scorso anno, della Bulgaria all’eurozona il 1° gennaio 2026, fatto che ha alimentato le preoccupazioni popolari per l’inflazione. Le proteste hanno raggiunto il culmine il 10 dicembre 2025, quando oltre 50.000 persone sono scese nelle strade di Sofia e altre decine di migliaia hanno manifestato in quasi tutte le principali città di tutte le regioni bulgare. Il giorno successivo, Zhelyazkov, al potere da meno di un anno, ha annunciato le sue dimissioni in diretta televisiva, pochi minuti prima dell’approvazione di una mozione di sfiducia prevista in Parlamento. I media liberali hanno pigramente descritto le proteste come un’altra «rivolta della Generazione Z», mentre alcuni analisti di sinistra le hanno liquidate come orchestrate dalla coalizione di opposizione, i centristi di Continuiamo il cambiamento-Bulgaria Democratica (PP-DB). In realtà, le mobilitazioni avevano scatenato energie politiche che andavano ben oltre gli organizzatori nominali: i livelli di gradimento del PP-DB si aggirano intorno al 15%, mentre si stima che il 71% della popolazione bulgara abbia sostenuto le proteste. I sondaggi hanno inoltre rivelato che non si trattava solo della presa di posizione di una gioventù infuriata. Molti partecipanti erano di mezza età, spinti dalla preoccupazione di garantire una vecchiaia dignitosa ai propri genitori, di ottenere un’assistenza sanitaria accessibile e di garantire una buona istruzione ai propri figli, nonché profondamente diffidente riguardo a come verrebbero spesi gli introiti legati a tasse più elevate – riscosse da salari già messi a dura prova dall’inflazione – data la diffusa corruzione.  In realtà, il bilancio è stato il catalizzatore di un malcontento ben più profondo e persistente: una protesta popolare contro la presa di potere da parte degli oligarchi delle leve dello Stato, l’erosione del welfare e la stagnazione, persino la paralisi, dell’intero sistema politico. Negli ultimi quindici anni, i successivi governi di coalizione, guidati prevalentemente dal notoriamente corrotto partito di centro-destra Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria (GERB), non hanno offerto una visione coerente né dell’economia, né dei servizi pubblici essenziali, né riguardo a questioni più ampie come l’ambiente, la giustizia e la politica estera del Paese. Il tasso di povertà in Bulgaria è del 37%, tra i più alti dell’Unione Europea. Il 74% delle persone tra i 14 e i 29 anni sta prendendo in considerazione di emigrare alla ricerca di un tenore di vita migliore. Il sociologo bulgaro Jivko Georgiev ha diagnosticato con acutezza questa situazione di stallo: «Viviamo in un presente così impotente, che non ha la forza necessaria per diventare passato». Per capire cosa abbia portato così tante persone in piazza in tutto il Paese, bisogna comprendere fino a che punto sia caduta in disgrazia la classe dirigente bulgara, compresa l’opposizione che, in teoria, guiderebbe le proteste. Il PP è stato fondato nel 2021 sulla base di un programma anticorruzione, a seguito di una precedente ondata di manifestazioni contro quello che era percepito come un abuso di potere da parte del procuratore generale. I suoi leader, «formati ad Harvard» e fermamente filoeuropei, hanno inizialmente suscitato entusiasmo, ottenendo il 25% dei voti alle elezioni parlamentari del 2021, il che li ha catapultati in un governo di coalizione. Tuttavia, la coalizione è stata sabotata dal partito di centro-destra C’è un popolo così (ITN), innescando altre due tornate elettorali. Poi, nel giugno 2023, il PP-DB ha annunciato un accordo di coalizione con il suo ex antagonista, il GERB. Il PP-DB ha giustificato questa straordinaria svolta invocando l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e la necessità di un forte fronte «euroatlantico». Il leader del GERB ha sostenuto che la linea di demarcazione fondamentale nella politica bulgara fosse «chi sta dalla parte dell’Ucraina e chi no». La pressione dell’opinione pubblica era intensa: nell’aprile 2023 una petizione di eminenti intellettuali bulgari aveva esortato i partiti filoeuropeisti a unirsi a favore di una rapida modernizzazione militare e del sostegno all’Ucraina, invocando il ricordo dell’occupazione sovietica della Bulgaria tra il 1944 e il 1947. Una volta al potere, il principale risultato della coalizione è stata una controversa riforma giudiziaria e costituzionale volta a facilitare l’ingresso della Bulgaria nello spazio Schengen e nell’eurozona. Il tentativo di impressionare Bruxelles per completare la «transizione europea» della Bulgaria sembra aver minato ulteriormente l’autorità delle classi dirigenti post-socialiste del Paese, soprattutto quando le debolezze e le contraddizioni interne dell’Europa sono diventate sempre più evidenti e i cittadini del blocco europeo hanno sentito il peso del protrarsi del confronto geopolitico, che si è tradotto inevitabilmente in vari programmi di austerità. Con il crollo della coalizione PP-DB-GERB nel 2024, dopo soli dieci mesi di governo, tutti i principali partiti politici sembravano compromessi, con la parziale eccezione di una figura: il presidente Rumen Radev, che, eletto nel 2017 e rieletto nel 2021, ha rappresentato uno dei pochi pilastri stabili della politica bulgara nell’ultimo decennio. Radev ha preso le distanze, a livello retorico, sia dall’adozione dell’euro sia dalla posizione di scontro del governo bulgaro nei confronti della Russia. La coalizione filoeuropea lo ha bollato come «quinta colonna» di Putin, nonostante il suo master in una delle accademie dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e il fatto di aver prestato servizio in un esercito membro della NATO per dodici anni. Ma il suo distacco sia dall’Unione Europea che dalla NATO forse serviva solo a rafforzare l’immagine che stava coltivando di personaggio fuori dagli schemi, al di fuori (o forse al di sopra) della corruzione e delle meschine dispute della classe dirigente. Non era quindi difficile prevedere che Radev, di gran lunga il politico più popolare del Paese, avrebbe prima o poi lasciato la carica prevalentemente cerimoniale di presidente della Repubblica e avrebbe cercato di consolidare il proprio progetto politico. A gennaio Radev si è dimesso dalla carica; un mese più tardi, dopo anni di riflessione, ha annunciato la sua intenzione di candidarsi alle elezioni come leader di un nuovo partito di centro-sinistra, Bulgaria Progressista. Puntando a colmare il vuoto lasciato dal crollo del blocco euroatlantico, l’alleanza di Radev conta attualmente il 31% delle intenzioni di voto, dieci punti avanti al suo rivale più vicino, la coalizione guidata dal GERB. Presentando la sua nuova formazione elettorale come «la risposta alle aspettative dei cittadini bulgari di smantellare il modello di corruzione oligarchica», Radev si rivolge chiaramente a coloro che hanno aderito alle proteste dello scorso anno. Se i sondaggi avranno ragione, è probabile che il suo partito formi una coalizione con il PP-DB, che attualmente si prevede otterrà il 12% dei voti, costruita attorno a un’opposizione condivisa contro la corruzione. Il fascino popolare di Radev non è difficile da spiegare. Sebbene sia una figura discreta, l’ex presidente è l’unico politico, a parte i nazionalisti di estrema destra, a esprimere critiche, per quanto moderate, al percorso sociale e politico seguito dalla Bulgaria negli ultimi anni. Anche all’interno di questi orizzonti ideologici limitati, tale dissenso spicca in un panorama politico dominato dal servilismo verso Bruxelles e dal consenso neoliberista. Nella conferenza stampa in cui ha presentato il suo nuovo progetto politico, sebbene Radev abbia ribadito il posto della Bulgaria nell’UE e nella NATO, ha sottolineato l’importanza di difendere gli interessi nazionali del Paese, chiedendo «pensiero critico e valutazioni sobrie» nel determinare la politica estera del Paese. Tuttavia, al di là di questa svolta retorica verso il sovranismo, non è ancora chiaro cosa offrirà Bulgaria Progressista di Radev per garantire progressi significativi. Il programma elettorale del partito include gran parte della retorica neoliberista che gli elettori conoscono fin troppo bene: «stabilità fiscale» (ovvero mantenere il sistema tributario regressivo del Paese), riduzione dell’ingerenza dello Stato nell’economia, «snellire la burocrazia e ridurre gli oneri amministrativi», e introdurre l’IA in tutti i settori della pubblica amministrazione, dai tribunali ai servizi sociali. La giustizia sociale viene presentata come un effetto conseguente alla sconfitta della corruzione e al rafforzamento della fiducia degli investitori, che sarà in qualche modo ottenuta attraverso una digitalizzazione generalizzata. E contraddicendo la sua immagine pubblica di anticonformista in politica estera, il programma di Radev sostiene l’aumento della spesa militare e l’integrazione con le forze della NATO in termini che potrebbero essere stati estratti da un documento politico di Bruxelles. Tuttavia, frenare la corruzione rappresenterebbe un reale passo in avanti, specialmente se Radev riuscisse a invertire la tendenza alla occupazione generalizzata delle istituzioni pubbliche bulgare da parte di reti clientelari legate a GERB e al suo partner minore, il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), attualmente guidato dal magnate dei media e oligarca universalmente disprezzato Delyan Peevski. Formando una coalizione di governo stabile e tagliando il flusso di fondi pubblici a questi attori, Radev e il PP-DB potrebbero forse, almeno in questo senso limitato, trasformare la Bulgaria nel «paese europeo normale» che i liberali bulgari hanno desiderato per decenni. Fermare la corruzione è, ovviamente, il minimo indispensabile. L’importanza che la questione continua ad avere è sintomatica del deserto ideologico della politica bulgara. Gli elettori, di fronte alla mancanza strutturale di prospettive, non vedono alcuna via praticabile di progresso al di fuori delle reti clientelari, che distribuiscono appalti pubblici e posti di lavoro nelle regioni più povere. Il compito fondamentale rimane quello di tradurre la rabbia e le aspirazioni popolari in un progetto politico coerente basato su preoccupazioni materiali, piuttosto che fare appello alla «restaurazione dei mercati liberi» – ovvero, in altre parole – liberarli dai monopoli corrotti, che sembra essere l’orizzonte del progetto di Radev. La prospettiva di mettere da parte il GERB, ormai screditato, nel prossimo futuro può, almeno, dare una tregua all’infinito ciclo di scandali legati alla corruzione e forse aprire uno spazio per un dibattito sostanziale sulle sfide politiche più profonde che la Bulgaria deve affrontare. Testi consigliati Christopher Bickerton, La persistencia de Europa, «NLR» 122 Gavin Rae, En el espejo polaco, «NLR» 124 Susan Watkins, La derecha fracturada, «NLR» 126 Alexander Clapp, Rumanía rediviva, «NLR» 138  Iván Szelényi, Capitalismos después del comunismo, «NLR» 96.  Gavin Rae, Mitos enclenques del liberalismo polaco e ¿Tusk contra el populismo polaco de extrema derecha? e Costi Rogozanu, Rumanía fracturada, tutti pubblicati su «Diario Red» Madlen Nikolova è coordinatrice di progetti presso UNI Europa. Ha conseguito un dottorato in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali e scrive di questioni relative al lavoro, al diritto e all’economia politica. ● Traduzione di Mauro Trotta

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    Potere, censura, egemonia. Curvature del linguaggio nell’Italia dell’etnofascismo Gianni Emilio Simonetti, La lingua tagliata L’ inquietante ondata etnofascista in corso passa in primo luogo dalla propaganda e dal linguaggio. In Italia si è soliti dileggiare la cialtronaggine e la dabbenaggine della «cultura di destra»; anche se questa è risibile, a oggi produce incontestabilmente egemonia, e il discorso pubblico (mondiale!) va dietro ai temi delle destre. Destre che si riscoprono, via Epstein-Musk-Thiel, francamente razziste, messianiche e fondamentaliste, fasciste e liberticide, ecoassissine, poliziesche, securitarie, eugenetiche, fan delle deportazioni quando non dei lager veri e propri (come quello di Trump in El Salvador). Lo spostamento del linguaggio verso retoriche solo cinque anni fa irricevibili, è stato fulmineo e radicale. Sembra che l’avversario abbia un progetto ben definito e una narrazione diffusissima. Ddl Antisemitismo: Noi, sovranisti per USraHell Il 4 marzo il Senato ha approvato il Ddl antisemitismo , un provvedimento che di fatto blinda qualsiasi critica allo Stato illegittimo di Israele e segna un ulteriore scatto in avanti nelle politiche securitarie, repressive e censorie del governo più a destra della storia repubblicana. Ma, come forse l’Italia più di altri paesi ci ha abituato, le differenze tra destra e sinistra all’interno della politica istituzionale si fanno sempre più inesistenti e di superficie. Il testo base, a firma del capogruppo della Lega M. Romeo, ha trovato infatti entusiasti firmatari anche tra i senatori Pd (per la maggior parte astenutosi), con Graziano Delrio in testa, in verità tra i primi e più attivi promotori dell’iniziativa. Tra i nodi irricevibili del Ddl, la piena accoglienza della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto (IHRA); come ricorda Amnesty International Italia sulla base di tale definizione, le attuali attività di monitoraggio già qualificano il movimento   Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds)  come una forma di lotta antisemita contro Israele. […] vengono ricondotti tra le matrici del cosiddetto antisemitismo moderno anche   alcuni rapporti critici  sulle politiche israeliane, tra cui il  rapporto di Amnesty International  sulle violazioni della Convenzione sul Genocidio da parte dello stato di Israele nella Striscia di Gaza e quello sulle pratiche di discriminazione razziale e di  apartheid . Tra le pratiche di apartheid non si può non ricordare la recente (31 marzo 2026) approvazione della pena di morte per i soli detenuti palestinesi. Delrio invita però a festeggiare: dal provvedimento sono stati stralciati, grazie all’infaticabile lotta magnifica e progressiva del Pd, il divieto di manifestazione e le condanne penali, pratiche nelle quali il governo Meloni pare eccellere e puntare al podio, almeno europeo. L’IHRA è da tempo in prima fila nella protezione legale di Israele ogniqualvolta le sue politiche di rapina e oppressione siano oggetto di controlli internazionali, delegittimando costantemente gli organismi preposti al rispetto di regole universali e condivise. In casa nostra, il Ddl antisemitismo rischia di declassare la Costituzione italiana e ribaltare la gerarchia delle fonti: se inserita nel codice penale, attraverso tentativi come il Ddl s. 1627/2025 a firma di Maurizio Gasparri (pene fino a sei anni di reclusione per chi critica «il diritto all’esistenza dello Stato di Israele» o inneggia alla «sua distruzione»), configurerebbe un attacco diretto all’articolo 21 del dettato costituzionale. Nel frattempo, già nella versione presentata da Delrio, il Ddl propone controlli preventivi sulle università e online, favorendo un clima di autocensura già documentato in altri paesi, come Regno Unito, Germania, Francia: il Parlamento tedesco ha reso l’adesione ai principi dell’IHRA condizione necessaria per l’accesso ai finanziamenti pubblici, mentre in Gran Bretagna l’adozione dell’IHRA ha già portato a cancellazioni di eventi e repressione «indiretta». L’Italia, anche se non isolata, scivola su questo crinale in maniera pericolosamente rapida: l’inserimento dell’IHRA direttamente nel codice penale, porterebbe di fatto, da parte del governo dei patrioti sovranisti, a piegare l’interesse nazionale alla propaganda filoisraeliana e a privilegiare la difesa di Israele rispetto alla salvaguardia dei diritti costituzionali degli italiani. A caccia di «Antifa»: i mastini di Trump e Orbàn Eugenio Zoffili (Lega) il 22 marzo 2026 annuncia fiero la proposta di un disegno di legge che inserirebbe nel codice penale una nuova fattispecie sui collettivi «anarchici militanti con finalità di terrorismo anche internazionale». La reclusione prevista va da 7 a 15 anni per «chiunque organizza, recluta, addestra, radicalizza o dirige associazioni o gruppi anarchici militanti denominati Antifa o simili o assimilabili». Come questo governo ci ha abituato, le proposte di legge giungono sempre sulla scorta di commenti emozionali e viscerali a marginali fatti di cronaca portati ad esempio nazionale: in questo caso, lo stesso 22 marzo, un’aggressione alla troupe del Tgr Lazio da parte di militanti anarchici giunti a Roma per commemorare la morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, intenti a costruire ordigni e ritenuti legati al gruppo di Alfredo Cospito, detenuto (del tutto sproporzionatamente) al 41-bis. Ai militanti è stato poi impedito di partecipare alla commemorazione funebre domenica 29 marzo, utilizzando il nuovo strumento repressivo del secondo pacchetto sicurezza, quello del fermo preventivo – che, il giorno precedente, aveva permesso alla Polizia di perquisire e fermare per oltre due ore l’europarlamentare Ilaria Salis, alla vigilia della manifestazione No Kings, con palese atto intimidatorio. L’ispirazione, evidente e dichiarata, arriva tanto dagli Stati Uniti di Trump, quanto dalla «democratura» ungherese di Orbàn, i due modelli politici del governo Meloni. Trump ha infatti firmato, il 22 settembre 2025, un ordine esecutivo che designa Antifa «organizzazione terroristica domestica» (notare come questo identico sintagma sia stato poi utilizzato dall’amministrazione americana per definire le due vittime di omicidio da parte di agenti dell’ICE, Renée Good il 7 gennaio e Alex Pretti il 24). Il testo descrive il movimento come «un’iniziativa anarchica militarista che invita al rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle forze dell’ordine e del nostro sistema legale», e ordina alle polizie federali di attenzionare e sanzionare chiunque operi per conto di Antifa. È solare come questa azione legislativa di Trump non abbia in realtà basi giuridiche. Vari istituti di ricerca e agenzie governative (come la CRS) hanno già affermato l’ovvio: l’antifascismo è un’ideologia, un credo politico, non un’organizzazione e dunque l’identificazione di capi, strutture organizzative o elenchi degli iscritti sono semplicemente impossibili da realizzare e senza senso. Come da noi la Costituzione, negli Usa di Trump è il Primo Emendamento a essere sotto attacco diretto del governo. Ma è evidente come Trump non voglia fare della giurisprudenza, quanto soffiare sul fuoco della sua base elettorale e dei suoi supporter (cosa alla quale ci ha già abituato con il macroscopico caso dell’assalto a Capitol Hill del 2021).Anche l’Ungheria si è accodata entusiasta all’iniziativa legislativa degli Usa: pochi giorni dopo l’annuncio di Trump, Orbàn ha affermato di voler proseguire sulla stessa linea, agganciandosi in modo del tutto propagandistico alla serie di processi che si stanno svolgendo a Budapest per i fatti arcinoti della Giornata dell’Onore. Per quelle vicende, Ilaria Salis è stata salvata in extremis  da una condanna del tutto pretestuosa, condanna che, purtroppo, ha colpito un’altra attivista, la tedesca Maja T., estradata dalla Germania in circostanze del tutto illegali, con una pena in primo grado di 8 anni, da scontare di fatto in regime di isolamento (comminati 7 anni anche agli antifascisti Gabriele Marchesi, mai stato estradato e Anna M., alla quale è stata sospesa la pena). L’ordine esecutivo di Trump, così come l’entusiasmo di Orbàn o l’iniziativa di Zoffili, vengono usati dalle realtà dell’estrema destra globale come dispositivo propagandistico per spostare il dibattito dalla minaccia (abbastanza evidente) di un nuovo e montante neofascismo, a quella della sinistra extraparlamentare.L’egemonia culturale del nuovo etnofascismo passa soprattutto da queste pratiche linguistiche.A oggi, primi giorni di aprile, il testo di Zoffili risulta privo di numero di protocollo e debolissimo nelle sue basi giuridiche: l’individuazione dei membri Antifa al fine di garantire indagini efficienti è, per ammissione della proposta stessa, quasi impossibile dato che la realtà in questione è «composta da decine di piccoli collettivi e reti studentesche che si mobilitano in modo autonomo e si sviluppano, spesso, all’interno dei centri sociali, cioè dentro spazi occupati e autogestiti, che nel nostro Paese sono circa duecento». Non interessa la fattibilità legale del procedimento, bensì la sua vaghezza, funzionale ad attaccare i movimenti sociali dal basso, privi di un recinto istituzionale rassicurante integrato nel «gioco delle parti». Quei movimenti che hanno costruito le mobilitazioni contro il genocidio Palestinese, per il salario minimo e per il clima, per il No al Referendum e che hanno fatto tremare più di una volta il governo Meloni. Non c’è da stare tranquilli, anzi: la distinzione tra un annuncio del politico di turno (magari fatto sui social o nelle pattumiere del talk televisivi) e una legge approvata è, nella nostra storia recente, meno netta di quanto la normativa preveda. Il meccanismo già ricordato si ripete: si costruisce un’emergenza cavalcando il micro fatto di cronaca, si legittima un nemico, si lancia una soluzione che è immancabilmente repressiva; la legge che ne deriva, a questo punto, viene presentata come conseguenza tecnica, senza valore politico. È la pacificazione nazionale a suon di emergenze. Il governo delle emergenze È, a ben vedere, il solo e unico modo con cui la destra ha governato il paese negli ultimi anni. Eccone una parziale cronistoria:  ● Il decreto sicurezza Salvini, approvato il 4 ottobre 2018 dal governo giallo-verde, venne partorito dopo mesi di feroce campagna mediatica di criminalizzazione sull’immigrazione: il migrante diventava automaticamente un problema di ordine pubblico. A dispetto dei pareri della Corte Costituzionale, il decreto diventò poi legge con il solito voto di fiducia e trasformò tragicamente in peggio il sistema di accoglienza e la vita delle persone migranti: venne abolita la protezione umanitaria, aumentarono vertiginosamente da un giorno all’altro gli stranieri privi di permesso di soggiorno e si condannò così migliaia di «irregolari» a una vita di criminalità e illegalità.  ● Il primo effettivo decreto del governo Meloni è il DL 162/2022 «anti-rave party» (convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani di oltre 50 persone, punita tra le altre cose con la reclusione da 3 a 6 anni. Anche questa misura, repressiva e chiaramente diretta a colpire movimenti e controculture sorte dal basso, sfruttò un caso di cronaca: il free-party organizzato il 30 ottobre 2022 a Modena. Alla creazione del caso contribuirono a dovere i quotidiani locali e nazionali, non tanto complici quanto vero e proprio strumento tra i principali nella creazione dell’egemonia culturale dell’ultradestra di governo. ● Il decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), approntato come risposta a uno dei più tragici naufragi di migranti nel Mediterraneo, costato la morte ad almeno 180 persone, e utilizzato in realtà per inasprire le pene contro gli scafisti, le Ong e i flussi migratori. A questo decreto ne sono seguiti altri, all’interno di una linea adesso sposata anche dall’Unione Europea, per «esternalizzare» la gestione dell’immigrazione in paesi terzi come l’Albania. Come è evidente, il passo verso la deportazione (oggi chiamata eufemisticamente «remigrazione») è brevissimo.  ● Ancora, il decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito a un caso di stupro particolarmente scabroso, che vedeva coinvolti minorenni, e che ebbe lungo eco nel dibattito nazionale, grazie anche alla strategica presenza di Giorgia Meloni nella città, amplificata dalle televisioni. Adottato per contrastare la criminalità giovanile, il decreto ha di fatto avuto buon gioco nello spostare il dibattito pubblico sul fenomeno, connotato razzisticamente, delle «bande di maranza» e ha avuto come risultati effettivi, tra le altre cose, l’abbassamento della soglia per l’entrata in carcere dei minorenni e l’introduzione del daspo urbano per i cittadini sotto i 18 anni. Dal fatto di cronaca allo stato di polizia in meno di tre mesi.  ● Il primo decreto sicurezza, dl 48/2025 (poi l. 80/2025), ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, punendo anche la resistenza passiva e di fatto restringendo enormemente il campo per le azioni nelle piazze. Il decreto nasce in seguito alla solita campagna di criminalizzazione delle manifestazioni e delle azioni pacifiche soprattutto sorte nell’ambito delle iniziative per la Palestina e per il clima, nelle quali i blocchi stradali sono una pratica frequente. Immancabili poi i continui attacchi al diritto di sciopero e i continui allarmi a un inesistente problema delle «occupazioni». Mentre l’utilizzo sproporzionato della forza è sempre più frequente per «gestire» le proteste pacifiche, secondo Amnesty International «esprimere il proprio dissenso in Italia è diventato rischioso». ● E arriviamo al secondo Pacchetto sicurezza, approvato in febbraio sulla scorta della manifestazione del 31 gennaio a Torino. Quella volta, tenendo in un unico discorso gli attacchi alla magistratura in vista del Referendum sulla giustizia e la criminalizzazione di Antifa”e Centri sociali, la Presidente del Consiglio sbraitò di «terroristi interni» (richiamandosi in modo inquietante alle definizioni dell’amministrazione Usa già ricordate) e costruì parallelismi insensati con la stagione degli anni di piombo e le Brigate rosse. Il livello dello scontro non venne alzato solo dall’utilizzo di un linguaggio violento, ma dalla stessa gestione securitaria e repressiva della piazza da parte della Polizia. La sera stessa del corteo, poi, il ministro Crosetto (insieme al parlamentare anti-notav del Pd Stefano Esposito) rilanciò il famoso video dell’aggressione con il martelletto, permettendo a Meloni una nuova escalation verbale, consigliando ai giudici di indagare i manifestanti per «tentato omicidio». Per quegli stessi manifestanti il ministro Salvini affermò che «per questa gentaglia il carcere non basta». Forse il ministro aveva in mente alcune pratiche dell’esercito israeliano o della polizia di frontiera degli Stati Uniti? Tra le altre cose che questo secondo pacchetto sicurezza ci ha regalato abbiamo il fermo preventivo legato alle manifestazioni e l’arresto in flagranza differita. Del buon uso delle parole Questa inquietante ondata etnofascista passa in primo luogo dalla propaganda e dal linguaggio. In Italia si è soliti dileggiare la cialtronaggine e la dabbenaggine della «cultura di destra»; anche se questa è risibile, a oggi produce incontestabilmente egemonia, e il discorso pubblico (mondiale!) va dietro ai temi delle destre. Destre che si riscoprono, via Epstein-Musk-Thiel, francamente razziste, messianiche e fondamentaliste, fasciste e liberticide, ecoassissine, poliziesche, securitarie, eugenetiche, fan delle deportazioni quando non dei lager veri e propri (come quello di Trump in El Salvador). Lo spostamento del linguaggio verso retoriche solo cinque anni fa irricevibili, è stato fulmineo e radicale. Sembra che l’avversario abbia un progetto ben definito e una narrazione diffusissima.Ma , quelle che ormai quasi con vergogna chiamiamo «le sinistre»? In Italia sembra pacifica la scomparsa della sinistra istituzionale, almeno nei fatti. I temi sono sempre quelli della destra, narrati in chiave progressista. E se le sinistre, all’alba della timida vittoria del No al Referendum, non sanno fare altro che ciarlare di leader e primarie, i molti che hanno contribuito a questa piccola vittoria sanno che serve parlare di un programma, e un programma passa in primo luogo dalle parole.  E allora, ripartiamo dalle parole, senza paura di pronunciarle, di posizionarsi, di affermarle senza indugio: smettiamo di avere paura di dichiararci marxisti , almeno come strumento di lettura socio-economico. Rivendichiamo lo strumento dello sciopero  radicale e dei blocchi a oltranza . Acceleriamo la retorica del governo: non scioperare il venerdì per il week-end lungo, ma scioperare dal lunedì al venerdì.Contro il razzismo dilagante dobbiamo affermare con forza che nessuno è illegale  e il concetto di persona illegale (in Italia presente almeno dalla Bossi-Fini, un duo mai vituperato abbastanza) va decostruito nella sua assurdità. Forse è il caso di rispolverare i canti anarchici e socialisti dell’800, quelli che hanno accompagnato alcune delle stagioni di lotta più decisive per i diritti di cui oggi godiamo. Forse è il caso di ricordare Pietro Gori quando cantava Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà .  Contro la discriminazione di genere di una società ancora profondamente patriarcale, dobbiamo rivendicare un transfemminismo convinto. Non sono vizi progressisti, ma lotte fondamentali e trasversali. Siamo a tutti gli effetti dentro la «terza guerra mondiale a pezzi» (e che il Papa sia stato tra i politici più progressisti degli ultimi anni, almeno a parole, la dice lunga sullo stato deteriorato delle cose): la nostra posizione contro il riarmo, l’economia bellica, l’espansionismo imperialista deve affermare fieramente il pacifismo , altro che preparare la guerra per fare la pace. Allo stesso tempo la questione climatica  va rimessa al centro del dibattito e di un lavoro operativo su azioni volte alla ahimè gestione di esso: grazie alle destre la questione ambientale è sparita dal discorso pubblico.Essere pacifisti non significa essere contro la violenza o cadere nelle retoriche (ancora di destra) sulle proteste accettabili e quelle non accettabili. Lotta di classe , è un’altra di quelle cose che bisogna ricominciare a dire. E la lotta si porta dietro, inevitabilmente, odio e violenza, sì. «Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto?» (Edoardo Sanguineti, 2007). Francesco Scapecchi  (1992) si è laureato in triennale a Pisa con una tesi su I Canti di Maldoror , e a Bologna in Filologia Moderna con una tesi sui romanzi di Carmelo Bene. Insegna nelle scuole secondarie di secondo grado. Fa parte del collettivo che organizza il Borda!Fest, un festival underground delle autoproduzioni che si svolge in contemporanea e in critica al Lucca Comics & Games. È il bassista del progetto musicale punk hardcore Nido di Vespe, una formazione attiva dal 2009 con alle spalle cinque dischi e tre tour europei. Nel 2018 ha pubblicato una raccolta di racconti, Brevi storie senza significato (con illustrazioni di Samuele Recchia) per Prott Edizioni. Nel maggio del 2022 pubblica il suo primo libro di poesie, Il sentimento non dicibile dell’oggi , con Transeuropa.

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    Le guerre per il petrolio e la nuova transizione energetica Roberto Gelini Dopo l’operazione speciale in Venezuela, in Iran è iniziata una guerra dalle conseguenze potenzialmente distruttive. Nel 2025 la «guerra dei 12 giorni» con il bombardamento dei siti nucleari iraniani, pilotato da Israele che ha trascinato Trump a intervenire, si era chiusa con un esito mai chiarito. Da una parte l’annuncio di aver distrutto le capacità di arricchimento dell’Uranio, dall’altra l’assenza di ogni contaminazione nei siti colpiti, confermati dall’IAEA. E, peraltro, le bombe «bunker buster» nemmeno impiegate sul sito di Isfahan perché troppo profondo per essere colpito. Le radici fossili del conflitto Se la strategia di Israele è chiara – colpire il principale avversario politico nella regione e consentire a Netanyahu di rimanere in sella convocando elezioni per la prossima estate – quella di Trump lo è molto meno: il rischio di rimanere impantanati in una lunga guerra sul campo è elevato (e il Pentagono non ne ha intenzione), i costi politici molto alti con la base MAGA in rivolta con il conseguente rischio di peggiorare l’esito elettorale nelle elezioni di novembre. Al di là dei diversi fattori in gioco – furore ideologico al vertice del governo americano, psicolabilità di Trump, pressione del caso Epstein – c’è un elemento «fossile» nella visione del governo americano su cui avevamo già scritto in queste pagine 1  e che risulta a mio avviso ulteriormente confermato. La linea Trump pro-fossile e anti-rinnovabile risiede nel fatto, semplice e evidente, che nell’economia fossile gli Usa sono largamente dominanti e da tempo: sia per il controllo politico e militare delle aree di produzione (tranne Paesi come l’Iran sottoposto da anni a embargo); sia perché la produzione di petrolio e gas da fracking ha consentito agli Usa di diventare i principali esportatori sopratutto di gas liquefatto (mentre devono importare un po’ di petrolio denso che serve alle loro raffinerie). Con un fondamentale elemento che è sfuggito a gran parte della stampa: la produzione di shale oil (olio di scisto) è in una fase di picco e, per quanto rimarrà ancora per anni una fonte di petrolio, la fase della crescita è finita e dunque, in prospettiva, va gestito un futuro declino 2 . Mentre, al contrario che nell’economia fossile, nelle tecnologie della transizione verde – dalle tecnologie per le fonti rinnovabili alle batterie, dalle auto elettriche alle pompe di calore – la Cina ha da tempo una primazia globale, nonostante molte di queste tecnologie siano nate e state sviluppate dapprima nei Paesi occidentali e negli Usa in particolare. Dunque, nella linea Trump l’elemento fossile è centrale: contrastare il declino dell’impero americano cercando in tutti i modi di bloccare la transizione e di imporre un ordine fossile al mondo. Tanto che, nelle scorse settimane, l’amministrazione Trump ha offerto quasi un miliardo di dollari alla francese Total Energies per rinunciare alla costruzione di due impianti eolici offshore già approvati, e di partecipare, invece, all’estrazione di shale oil in Texas 3 . Impatto a breve sull’Italia Sulle conseguenze generali in atto della guerra in Iran e del blocco dello stretto di Hormuz per ritorsione, situazione in continua evoluzione, non ci soffermiamo ed è difficile prevederne gli sviluppi. Un elemento è comunque chiaro sull’impatto delle importazioni di gas liquefatto in Italia dal Qatar, che sono messe in discussione sia dal blocco delle navi che dalla parziale distruzione dell’impianto di liquefazione del gas, colpito dai missili iraniani. Dal Qatar importiamo circa 6,4 miliardi di metri cubi di gas liquefatto (GNL) all’anno, pari a meno del 10% dei nostri consumi annuali. Una analisi dei flussi di import-export di GNL è disponibile sul sito dello IEEFA 4 . La Presidente Meloni, dopo aver convocato l’ad di ENI Claudio Descalzi, è andata in Algeria a chiedere di aumentare l’importazione di gas da quel Paese. Dunque il fantomatico Piano Mattei, una scatola vuota basata sull’idea, assai discutibile, di fare dell’Italia un «hub del gas», si è ridotta in questa crisi a rivolgersi a uno dei più vecchi fornitori di gas. Ma, come ha notato Matteo Villa dell’ISPI, le esportazioni di gas dell’Algeria sono già in declino per l’effetto combinato di una produzione che tende al picco e di una crescita dei consumi interni: per tale ragione un aumento delle esportazioni verso l’Italia è possibile solo se l’Algeria le riduce agli altri Paesi in cui esporta (Spagna, Francia, Marocco, Turchia). Nel 2022, ricorda Villa in un thread su X (Twitter), la nostra fortuna fu la crisi politica tra Algeria e Spagna che consentì di deviare in Italia gas destinato a quel Paese. Cosa andrebbe fatto per «parare il colpo» della riduzione delle importazioni di GNL dal Qatar? Per dare un ordine di grandezza, potremmo tagliare quella quantità di gas se sbloccassimo il 10% delle richieste di connessione alla rete di rinnovabili e, dunque, ci «mettessimo in pari» con gli obiettivi al 2030 recuperando il ritardo. Si tratterebbe di aggiungere 30 GW (gigawatt) di rinnovabili (solare e eolico in primis) di cui circa 10 sarebbero già «pronti» ma in buona parte bloccati dalla burocrazia. Il Think Tank ECCO ha elaborato una proposta 5  – meno estrema – di interventi per ovviare alla perdita del gas qatariota basato su una serie articolata di misure e centrate, per un terzo, su 10 GW di rinnovabili e su altre misure di risparmio ed efficienza. Va ricordato che nel lontano 2011 furono installati 11 GW in un solo anno, oggi potremmo far meglio. L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili La crisi ucraina fu usata per dire di fermare la transizione verde, accusata dalla destra (e dall’ad di ENI) di essere «ideologica», e fu lanciato il fantomatico Piano Mattei e rilanciata l’idea dell’Italia come «hub del gas». È stato un errore, anche se col governo Draghi ci fu una (piccola) spinta alle rinnovabili che sono cresciute di 7 GW l’anno (sui 10-12 necessari).  Il governo Meloni ha, inoltre, riproposto il rilancio del nucleare, e si è vista una campagna basata su la falsa percezione che il nucleare possa essere una risposta alla crisi energetica. Per rispondere a questa campagna abbiamo scritto con Gianni Silvestrini un libro di recente pubblicazione, nel quale cerchiamo di dimostrare come quella del nucleare sia pura illusione, mentre la rivoluzione delle rinnovabili è reale, è in corso e va promossa anche in Italia 6 . La crisi del nucleare in occidente è in atto da oltre vent’anni: sia i reattori francesi EPR che quelli nippo-americani AP1000 hanno rivelato costi completamente fuori mercato. Col referendum del 2011 il 94 per cento dei votanti bocciò il rilancio del nucleare in Italia che prevedeva, secondo il Memorandum tra Berlusconi e Sarkozy, la costruzione di quattro reattori EPR. In Francia la costruzione dell’EPR a Flamanville era iniziata nel 2007, con un costo a progetto di 3,3 miliardi di euro, da completarsi in quattro anni. È stato connesso alla rete a fine 2024 a un costo stimato dalla Cour des Comptes al gennaio 2025 di 23,7 miliardi e, al momento, non è ancora in fase commerciale. Sorte non diversa capitata agli AP1000, due soli reattori costruiti negli Usa, che secondo la Banca d’affari Lazard producono a un costo tra i 169 e i 228 dollari al Megawattora, circa quattro volte il valore di solare e eolico a terra. Il Piano nazionale energia e clima (Pniec) presentato dal Ministro Pichetto Fratin nel 2024 prevede il ritorno del nucleare con circa 7 GW puntando sui Smr (Small nuclear reactors, piccoli reattori modulari), impianti di piccola taglia (fino a 300 MW, secondo la labile definizione dell’IAEA). Un’idea già lanciata una trentina d’anni fa, mai realizzata in occidente: riducendo la taglia i costi aumentano ulteriormente. Infatti, ad oggi non esiste nessun Smr, nemmeno come prototipo, in nessun paese occidentale. E la startup americana NuScale che ci investe da 16 anni ha subito nel 2023 una class action dagli investitori per false comunicazioni sociali. Al contrario, la transizione verso le rinnovabili è in corso e il 2025 ha segnato l’ennesimo record globale con 814 GW di solare ed eolico installati nel 2025, il 17 per cento in più del 2024. La transizione è guidata da una costante discesa dei costi di queste tecnologie e delle batterie industriali, che consentono di stoccare elettricità in eccesso per ridarla alla rete nelle ore senza sole e vento: in California le batterie segnano record costanti, di recente con picchi di oltre il 40 per cento della richiesta in rete e una media del 20 per cento per alcune ore al giorno. Lo stesso sta accadendo nel petrolifero (e repubblicano) Texas, dove le rinnovabili e le batterie sono cresciute molto e compete con la California a guida democratica. L’Italia potrebbe fare molto di più, se si risolvesse il collo di bottiglia della burocrazia 7  che blocca solare e eolico (a terra non sono più incentivati) e la recente asta per le batterie industriali chiusa a un prezzo un terzo della base d’asta e offerte quattro volte superiori ai 10 GW messi all’asta, lo dimostra. Ma la politica energetica è determinata, contro i veri interessi nazionali, da ENI, come se fossimo anche noi un «petrostato» invece che un Paese che importa i tre quarti dell’energia. Bloccare con la burocrazia o con assurde moratorie come quella della Sardegna le rinnovabili, fomentata da campagne demenziali contro eolico e solare, discutere di un nucleare per di più di fantasia, serve a rallentare la transizione energetica. Che, invece, potrebbe andare molto più veloce e conservare il mercato del gas – e gli interessi di chi lo importa a caro prezzo in Italia – linea antistorica e sempre più assurda nel contesto segnato dall’ennesima crisi energetica legata all’ennesima guerra per il controllo delle aree petrolifere e del gas. Note 1  G. Onufrio, Geopolitica delle risorse e crisi climatica, 25 novembre 2025 https://www.ahidaonline.com/post/scienza-e-politicageopoliticadellerisorseecrisiclimatica 2  Per una analisi della situazione della produzione di shale oil nel Permian Basis, che rappresenta metà della produzione statunitense di shale oil, si veda R. Bousso, Permian to retain US oil crown even after hitting peak, Reuters, December 11, 2025. https://www.reuters.com/markets/commodities/energy/permian-retain-us-oil-crown-even-after-hitting-peak-2025-12-11/ 3  E. Nilsen, Trump administration will pay a French company $1 billion in taxpayer funds to not build wind farms, CNN March 23, 2026. https://edition.cnn.com/2026/03/23/climate/trump-totalenergies-offshore-wind-cancellation 4  Institute for Energy Economics and Financial Analysis, LNG Tracker, October 2025. L’analisi riporta I dati del primo semestre 2025 a livello globale: https://ieefa.org/european-lng-tracker 5  F. Andrelli e G. Signorelli, Sicurezza energetica: il percorso di riduzione della dipendenza italiana dal GNL quatarino, ECCO, marzo 2026 https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2026/03/LItalia-puo-sostituire-il-GNL-del-Qatar-con-rinnovabili-ed-efficienza-entro-un-anno.pdf 6 G. Silvestrini e G. Onufrio, L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili, Ed. Ambiente, Milano marzo 2026 7  Si veda il recente Rapporto di Legambiente: Scacco matto alle rinnovabili, 2026. https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2026/03/ScaccoMatto-alle-Rinnovabili-2026.pdf Giuseppe Onufrio , fisico, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell’Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.

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