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  • clan milieu

    Leoncavallo per cinquant’anni ancora e ancora In vista del 50° anniversario del Leoncavallo (ottobre 2025), si propone non una celebrazione nostalgica, ma un anno di eventi coinvolgenti e sconvolgenti, rivolti al futuro. L'obiettivo è immaginare nuove forme di lotta e rivoluzione, superando la stanchezza del presente con creatività collettiva e internazionale. Nessuna egemonia o ricetta unica: solo una sensibilità diffusa capace di incidere sul mondo. L’invito è aperto a tutti per contribuire con idee, pratiche e progetti, anche attraverso la scrittura del pamphlet <>. Il 50° compleanno del Leoncavallo cade il 18 Ottobre 2025, ma non vi è alcuna intenzione di convocare una giornata di medagliette, ricordi e lacrimucce per stuzzicare la peste reducista e identitaria. Si pensi invece a un anno pieno di eventi e di incontri aventi due qualità fondamentali: siano coinvolgenti e sconvolgenti. Un anno pieno può essere più lungo o più breve di un anno solare. È un anno tangente all'infinito. L'orologio del tempo è rotto. Quanto dura il tempo? In questo tempo sorgono due domande: Cosa è successo negli ultimi cinquanta anni? Cosa succederà nei prossimi 50? Alle domande la risposta è certa: Il mondo è cambiato. Siccome il mondo è cambiato non c'è che una cosa da fare. Cambiare il mondo. Per cambiarlo ancora, e ancora più di quanto sia cambiato dal 1975, sarebbe stupido guardarsi alle spalle, crogiolarsi negli allori del passato. La rivoluzione ha occhi e spalle sempre rivolte al futuro. Specchiarsi nelle lotte di un passato glorioso sarebbe patetico. Il pathos ha orrore del patetico. Meglio specchiarsi nelle lotte del futuro, di quel futuro che è qui, da costruire sempre, e sempre da creare. Trasformare il mondo. Rimane la viva ragion di vita. Per trasformarlo, è necessario voltare le pagine del mondo. Voltiamo le pagine del mondo. Per voltare le pagine del mondo non bastano le macerie e gli altari del passato. Il passato è sfinito nel presente. La politica è sfinita. La letteratura è sfinita. L'arte è sfinita. Il mondo è sfinito. Ma se il presente è sfinito. Il futuro è infinito. Quando tutto sfinisce rimane solo una mossa nella scacchiera della vita. Finirla con la fine del mondo. Il faut en finir avec la fin du monde* Per scollinare oltre la sfinitudine del mondo non serve alcun lamento. Il lamento è stata la piattaforma più depressiva dell'epoca ultima ventura. Occorre invece un conato creativo superiore a quelli del '68 e del '77. Oltre la sfinitudine del mondo non c'è la fine del mondo. C'è l'aurora che attende le parole giuste, i versi appropriati, le posture adeguate, i corpi collettivi in movimento. Occorre inventare le parole e le forme delle rivoluzioni prossime future. Di quel futuro che c'è e di quello che si saprà partorire. Quand la nuit tombe le soleil nous incombe. Nelle lotte del passato non siamo state mai sole. Autogestione, autoproduzione, rifiuto del lavoro salariato, impresa politica, femminismo, indipendenza culturale, ecologismo radicale, autonomia operaia, autonomia diffusa, contropotere, controinformazione, reddito universale, coessenzialità di vita ed arte. Sono pratiche d'esistenza e idee condivise da migliaia di collettivi e di singolarità diffuse nel mondo intero. Il patrimonio del passato non riguarda solo il Leoncavallo. Riguarda tutte le esperienze eretiche consumate in quella galassia confusa e sublime compresa tra i partiti esausti della sinistra e i black bloc. Ogni eresia politica ha urlato forte. Viva le eresie, abbasso le chiese. Che schifo le sette. Autonome, parlamentari ed extraparlamentari, autogestionarie, centrosocialiste, anarchiche e comuniste, socialdemocratiche e insurrezionaliste, antifasciste e anticapitaliste, antagoniste e comunitariste, artiste di strada e di palcoscenici mainstream o alternativi, ecologiste radicali e femministe, avanguardie artistiche e letterarie, tutto, ciascuna a modo proprio, ha contribuito a produrre nuove sensibilità. Quel tutto ha litigato in modo costante e diffuso. Nel litigio tuttavia ha costruito esperienze che hanno arricchito tutte. Il litigio è parte della lotta, l'errore è parte della creazione. Non temiamo di sbagliare. Temiamo di stagnare. Non odiamo l'errore. Odiamo l'orrore. Il tutto è stato un grande mare. Nel grande mare c'è acqua per tutte, nello stagno prediligono vivere solo i vermi. Così come nessuna può avere la pretesa di rivendicare a nome di tutte una storia collettiva o di attribuirsi un primato, in egual modo nessuna può ritenere che ripensare il futuro possa essere opera di una singola realtà o di poche teste raffinate. Il primato interessa solo ai primati, a quelle scimmie politiche che non hanno ancora compiuto il salto di specie verso l'universo pianetico. Per ripensare il futuro occorre riaprire le pagine del mondo. In quelle pagine, ciascuna - singolarità o collettivo, movimento o organizzazione - può incidere parole, musiche, esperienze che arricchiscano il libro del mondo. Può ancora esistere un futuro collettivo? L'umano come specie quali forme assumerà nel prossimo futuro? Le forme della produzione come informeranno la vita? L'organizzazione sociale delle classi e dell'umanosfera a quali forme di potere si adeguerà? Potrà ancora esistere una coscienza collettiva? Diverrà anch'essa una funzione esterna? La volontà sarà annichilita dalla macchina? Quali saranno i nuovi fuochi della lotta? È preferibile il potere dell'autonomia o l'autonomia dal potere? Differenzialismo ed egualitarismo possono marciare assieme? Che rapporto c'è tra nazionalismo e internazionalismo? Come sganciare il reddito dal lavoro? A queste domande nessuna può rispondere da sola. Ma ciascuna dovrà e potrà rispondere senza pretendere una risposta sintetica. La vita non è mai questione di sintesi. Anche quando diverrà un prodotto di sintesi non sarà mai questione di sintesi. La riduzione del mondo a un'unica idea produce allergie. Il mondo è la nostra ideologia. È finita per sempre la possibilità che tutti la pensino allo stesso modo. Anziché affannarsi alla impossibile ricerca di un pensiero comune è preferibile optare per una sensibilità diffusa in grado di esercitare più efficacemente la sua presa sulle cose del mondo. Ciò che ci lega non è un'organizzazione, un partito, uno Stato o una religione politica. Ciò che ci lega è la sensibilità pianetica diffusa che agisce nel mondo senza incarcerarlo in sistemi definiti e coatti. L'egemonia è merce scaduta. Neanche nei supermercati dell'idiozia è facile comprarla. Non esiste una formula della creazione né esiste una formula della rivoluzione. La rivoluzione è allergica alle epigonie. La rivoluzione è per sua natura rivoluzionaria. Dunque, incontri ed eventi coinvolgenti e sconvolgenti. Da organizzare al Leoncavallo, da organizzare ovunque. Da organizzare con o senza il Leoncavallo. Il Centro sociale è uno spazio troppo piccolo, l'Italietta è spazio angusto. Ciascuna di noi è limitata ma l'insieme dei nostri limiti ha forza immensa. Piccoli o grandi che siano, prodotti in cooperazione o in autonomia, ciò che importa è che gli incontri e gli eventi che si organizzeranno abbiano carattere universale e internazionale, siano condivisi e condivisibili. Rivolgiamo questo appello a tutte le realtà italiane e internazionali che conosciamo o che desideriamo conoscere, che ci conoscono o che desiderano conoscerci. Avanti con tutte le avanguardie, con tanta musica, tanti incontri e tanta festa continua. Se l'arte è viva, evviva l'arte. Se l'arte è morta viva la morte. Avanti con le rassegne di cinema e le rassegne d'arte. Che ogni rassegna ammazzi la rassegnazione. Per facilitare la discussione nelle giornate dedicate agli incontri, al Leoncavallo o altrove, è in corso di scrittura un pamphlet di cui si anticipa il titolo, Rivoluzione coscienza di specie. Chiunque lo volesse può cooperare a questi progetti o concepirne altri e presentarli nel corso dell'anno al Leoncavallo o in qualunque altro luogo del pianeta. Vite vite vite Aller aller aller Il faut changer le monde le monde le monde entier Quand la nuit tombe le soleil nous incombe *Le scritte in francese sono frammenti di un reportage inedito sulle giornate di Place de la République, Paris, Giugno-Luglio 2024

  • clan milieu

    Diritto al sale Thomas Berra «Luigi Ananìa è un autore che scrive libri pericolosi. Che cosa si vede, se ci si sporge "dal cornicione dell’assurdo", come scrisse lui stesso a proposito del proprio punto di vista di narratore, ai tempi della prima raccolta di racconti, Il signor Ma (2000)? Più che vedere, si percepisce il vuoto che contiene tutte le storie e forse tutta la Storia. Lo scrittore sa la presenza del non senso, fissa lo sguardo nel vuoto e prova a mettere a fuoco se non vi sia qualcosa o qualcuno che quel non senso possa rovesciare». (Silverio Novelli) Vago nella campagna dei ruderi, degli acquedotti, delle trippe, delle frattaglie. Camminano con me un prete, un avvocato, un giornalista, un architetto e un geometra donna. Il prete indossa un vecchio saio e delle scarpe di pezza sfilacciata. Ha pelle rossa screpolata e due occhi lucidi incastonati in un capo tondo malrasato. Cerca gli insetti, li coglie, li guarda camminare sulla propria mano, poi li libera o li posa su un filo d’erba. Ogni tanto si ferma e ride. L’avvocato ha capelli che si arricciano in trecce scomposte verso il cielo. Disquisisce sulla variabilità della legge al momento dell’applicazione e afferma che la rovina del genere umano è dovuta alla perdita della capacità di discernimento nitido. Ha in mano un piccolo temperino con il quale seziona tutti i bulbi che trova nel terreno. Quando trova dei tuberi di patata gioisce e li seziona in cubi sempre più piccoli proclamando che la società dovrebbe essere condotta da uomini che hanno dedicato tutta la loro vita all’arte del differenziare, uomini che si possano chiamare maestri eccelsi della differenziazione puntuale. Con le braccia disegna ampie volute e urta il capo dell’architetto che gli cammina a fianco. Costui, un uomo tranquillo dai capelli impomatati, non si scompone; si passa la mano sulla giacca di smoking bianco e proferisce sottovoce discorsi che pullulano di parole con la o chiusa. Sulla spalla porta un sacco pieno di scarpe e spesso si ferma per tirarle fuori e guardarle ad una ad una.  Il giornalista è l’unico che sembra sapere il fatto suo. Ha in mano un mazzo di chiavi che tiene ben saldo fra le dita e negli occhi mantiene ancora la voglia di sedurre. Cammina insieme al geometra donna e la erudisce sui luoghi e sui ruderi con un uso ammirato della parola. Di lei ama il nome, i lunghi capelli neri, la procacità e l’incedere da tempi moderni. Desideroso di distinguersi dagli altri, le dice più volte che lui ha abbandonato il suo lavoro non per fuggire ma per ritrovare la parola alla sua origine, la parola lontana dall’inflazione dovuta all’uso e all’abuso. Io procedo davanti a tutti e non riesco a non voltarmi per guardare la geometra donna. L’ordine vago e sparso della bizzarra congrega si protrae da giorni e notti. Nessuno sa il senso del tutto e tutti si beano della perdita di senso. L’unico che ha dei dubbi è l’avvocato. Sostiene che la specie umana deve almeno occuparsi del procaccio del vitto e della cura del corpo e che tutti dovrebbero adoperarsi all’uopo affinché le menti non si perdano e le membra non maleodorino. Ma gli altri, presi dalle loro bizzarrie neanche lo sentono. L’architetto continua sottovoce i suoi discorsi che si fanno via via più raffinati e si concludono sempre con il pensiero che l’unica cosa è fottere. Il prete è preso da violenti attacchi di risa e il giornalista descrive come qualcosa di straordinario il pasto che ha avuto alcuni anni addietro in un ristorante là vicino.  Arrivati alla sommità di un lieve colle, io mi addentro in una boscaglia di querce, di rovi e di ginestre. Seguo un viottolo in terra battuta e delle scale di tufo che scendono giù verso un vallone ombroso. Aprendomi un varco fra i rovi che hanno invaso il passaggio, arrivo di fronte a un enorme casa bianca a tre piani. Mi avvicino all’ingresso ed entro insieme agli altri in un vasto salone invaso dagli uccelli in amore e dal loro incessante tubare. Ci andiamo a sedere lungo i muri. La geometra si siede vicino a me e si scioglie i capelli. L’architetto svuota il suo sacco di scarpe e le dispone bene in fila lungo il salone. L’avvocato tira fuori un lungo foglio bianco con su scritto «procaccio del vitto» e invita gli altri a esprimersi in merito. Incomincia una vivace discussione nella quale ognuno si prodiga in lunghi ragionamenti che io confondo perché non riesco a separare una parola dall’altra. Mi sembra tutto avvolto dall’incessante tubare degli uccelli in amore che trascina le persone, i suoni e le cose in un vento bianco senza contorni. Guardo la fila di scarpe dell’architetto e non riesco a distinguerle confondendo i mocassini inglesi con i modelli duilio. Le stesse persone sembrano sfumare l’una nell’altra. I corpi sembrano librarsi e volteggiare nell’aria. A un certo punto, come d’incanto, si sente una voce di donna chiara e nitida che dice: «NON BISOGNA RINNEGARE ALLA SOCIETÀ IL DIRITTO DI FORNIRE IL SALE», e i contorni delle persone e degli oggetti ritornano definiti.       Luigi Anània si è laureato in Scienze agrarie all’Università di Firenze. Scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino. Ha pubblicato de curato numerosi libri di narrativa. La sua ultima raccolta di racconti è da poco in libreria: Condominio aereo , Castelvecchi, 2025.

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    Su autoproduzione e autogestione nei Centri sociali negli anni Ottanta e Novanta (1995) Quanto segue è la rielaborazione di un testo scritto a seguito di un convegno sul tema dell’autogestione e dell’autoproduzione organizzato presso il Forte Prenestino all’inizio del 1995. Nonostante i trent’anni trascorsi credo che i suoi contenuti abbiano ancora una qualche attualità. In contemporanea alla diffusione di quel testo la rivista DeriveApprodi realizzò un numero speciale dedicato ai Centri sociali in quel periodo in rilevante espansione. Il suo coordinamento editoriale vedeva la presenza oltre che di Sergio Bianchi e Mauro Trotta anche quella di Marco Philopat. Per l’occasione la grafica della rivista Andrea Wöhr realizzò un progetto speciale che non venne ripreso nei numeri successivi. La tiratura in mille copie andò presto esaurita e quel numero non fu più ristampato.Si tratta quindi, a suo modo, di una piccola rarità ora scaricabile e consultabile nel PDF a piede di pagina. Nel rapportarmi a questo dibattito prendo per buono l’avvertimento di Sergio Bologna espresso in altra sede ma, credo, del tutto pertinente anche in questa: «È illusorio cercare ruoli in comunità precostituite come i Centri sociali. I giovani che le hanno fondate hanno fatto tutto da soli, si sono creati sistemi relazionali che li hanno strappati dall’emarginazione sociale e civile. Non hanno avuto e non hanno bisogno di noi». Per quel «noi» si intende quei soggetti delle generazioni precedenti a quella degli anni Ottanta che ha fondato l’esperienza dei Centri sociali occupati autogestiti. Chi appartiene alla storia di un movimento che ha subìto una sconfitta clamorosa, ed è stato assente dalla genesi di un movimento successivo, non ha titoli per dire cosa occorre fare, dove occorre andare. Può solo, con prudenza, contribuire a fornire elementi di dibattito, rispondere dietro richiesta più che dichiarare a priori. Prendere la parola non è quindi facile, soprattutto se quel che si ha da dire non si annota sul registro delle conferme ma su quello delle smentite, su quello della critica. Riguardo al merito del dibattito, in un primo momento il termine autoproduzione non mi ha fatto venire in mente niente che, da quindici anni a questa parte, non sia già stato detto e ridetto dalle stesse persone che hanno continuato a fare le medesime cose, nella maggior parte dei casi fatte male e in modo approssimativo, sia nelle forme che nei contenuti. Ma poi, riflettendo meglio, ho pensato: perché le tematiche dell’autoproduzione e dell’autogestione – tematiche che hanno avuto rilievo nella storia del movimento operaio, soprattutto dei suoi settori più radicali – si sono ridotte oggi a un’ideologia rozza, semplicistica, a una pratica naif del «fai da te»? Forse perché nel decennio della rivoluzione informatica – che ha scompaginato paradigmi e riferimenti concettuali consolidati e tramandati – il «movimento degli spazi sociali autogestiti» non è sorto da un progetto forte di trasformazione ma da una reazione istintiva di resistenza. Una resistenza ai ritmi e alle regole dell’economizzazione della vita nella sua interezza. Davanti a ciò la parola d’ordine di quel movimento, povera ma efficace, fu cioè quella di resistere all’omologazione imperante, punto e basta. Comprensibile, dato che sul panorama dell’antagonismo politico e culturale imperava un silenzio avvilito, un’assenza di pensiero, un contemplare attonito gli effetti devastanti di un bombardamento subìto, e riuscito. Comunque, quella resistenza ha prodotto degli effetti emersi gradualmente nel corso degli anni in termini di acquisizione di visibilità, di riconoscimento e riscontro nel valere da riferimento sociale per altri soggetti sensibili al disagio. Quei riscontri sono bastati a fondare una piccola storia, una piccola tradizione con il suo corollario di miti e rituali, insomma una specifica cultura. Una cultura però fragile, irriflessa, conchiusa perché essenzialmente fondata sull’autoreferenzialità, sulla conferma di sé data da sé o dall’immediato adiacente. Tanto è bastato a garantire la certezza di possedere un’identità piena di senso, ricca di una cultura alternativa capace di diffondersi socialmente. Il meccanismo della spettacolarizzazione, di cui si ciba quotidianamente il sistema dell’informazione, ha poi compiuto il resto: un relativo rilievo giornalistico e televisivo ha contribuito a creare la convinzione d’essere soggetti centrali nello scontro politico. Chi nasce in un fortino assediato trae la forza di resistere dagli elementi riferiti al culto dell’appartenenza familistica, clanistica. Anche quando i ponti levatoi potrebbero essere calati perché l’assedio non c’è più ha il sopravvento la coazione a ripetere forme di pensiero e di azione riferite agli elementi fondativi, costitutivi della propria identità. Quindi, i Centri sociali nati negli anni Ottanta, dove autoproduzione e autogestione sono ampiamente sperimentate, hanno dato e tuttora danno risposta a tematiche di ordine esistenziale prima che politico, si collocano cioè nello spazio della pre-politica, costruiscono aggregazione e consenso prioritariamente attorno a quella sfera. L’invenzione di un loro agire politico e culturale sconta lentezze, contraddizioni, errori, ricominciamenti. Abbiamo già detto come nel momento costitutivo dei Centri sociali, all’inizio degli anni Ottanta, autoproduzione e autogestione abbiano assunto un significato simbolico valevole di per sé, indipendentemente dalla qualità dei contenuti e delle forme che esprimevano. Non c’era la pretesa di possedere un progetto politico. Piuttosto che pensare di trasformare la società si pensava che da essa occorreva difendersi strappandole spazi interstiziali dove sperimentare relazioni non sottoposte ai vincoli della sua morale e delle sue leggi. L’importante era affermare un rifiuto, una sottrazione, come presupposto e requisito indispensabile alla sperimentazione di un’alterità esistenziale. Nel corso degli anni però le cose sono cambiate. La pervasività delle tecnologie informatiche applicate agli strumenti informativi e comunicativi hanno rideterminato la sensibilità sociale generale, hanno smantellato le vecchie forme nelle quali si rappresentavano le identità collettive, hanno cancellato o trasfigurato gli spazi in cui si condensavano. In breve tempo la socializzazione è diventata un bene scarso perché i suoi costi sono stati progressivamente depennati dagli indici di bilancio delle politiche sociali istituzionali. È in questa contingenza di domanda di socializzazione inevasa che i Centri sociali si sono ritrovati a valere da referenti di un’offerta capace di garantire, almeno parzialmente, il contenimento di tensioni indotte dal disagio, tensioni che avrebbero potuto sfociare in comportamenti «devianti» socialmente diffusi, difficilmente controllabili e contenibili, gravosi soprattutto sul piano economico. È forse anche per queste ragioni che il comportamento di alcuni settori della politica istituzionale nei confronti dei centri sociali è mutato e al bastone ha cominciato ad alternare l’uso della carota. Ma questo passaggio di fase è stato perlopiù frainteso da alcuni ceti politici dei centri sociali che hanno letto l’offerta istituzionale di una «trattativa» come determinata unicamente dal grado raggiunto dalla propria forza aggregativa, dall’espressione della propria rappresentanza politica reale e potenziale. Un’altra distorsione di lettura degli eventi e dei processi prodotta dall’abitudine a ragionare in termini autoreferenziali, senza tener conto della complessità delle determinazioni politiche generali. Comunque, agli inizi del decennio Novanta, sollecitati dall’irruzione del movimento studentesco della Pantera e dal crollo del vecchio sistema dei partiti, i Centri sociali sono stati messi di fronte all’urgenza di aprirsi a una socializzazione larga e indistinta o perire per assuefazione e inedia. Qui siamo all’attualità, all’irrisolutezza di questo passaggio, all’accumulo dei suoi ritardi, all’ineguatezza dell’intelligenza utile a favorirlo. Infatti, mentre con le parole si afferma la necessità di adeguare autoproduzione e autogestione al «nuovo corso» degli anni Novanta, con la mentalità si è rimasti alle sue pratiche degli anni Ottanta. La paura della «contaminazione» con tutto ciò che ha veste istituzionale arriva a impedire la cooperazione con quei soggetti che, collocati in quel campo, offrono l’occasione di un’appropriazione di saperi che valorizzerebbero le autoproduzioni favorendone uno sviluppo capace di superare le sue attuali espressioni ridotte alla fornitura di servizi sociali di basso contenuto e qualità. Spesso, all’impegno dell’autoproduzione fa da presupposto motivazionale una concezione volontaristica, miserabilista, populista, moralista, un’attrazione fatale per le tematiche riferite ai poveri, ai disperati, agli emarginati ecc. È stupefacente questo riemergere di concezioni «terzomondiste», retroterra di un agire che rischia una comunione oggettiva di intenti, e una competizione soggettiva impossibile da sostenere, con il volontarismo cattolico. Al mercato non ci si può «sottrarre» perché nel mercato ci si sta dentro, sempre e comunque. Allora, se il problema dello «stare dentro» non si pone, perché è un falso problema, il problema vero diventa unicamente come essere contro. La «sottrazione» al mercato non passa per la riduzione dei costi di produzione di una merce ottenuta dall’abbattimento del costo del lavoro vivo tramite autosfruttamento in cambio di un autoreddito da fame (così come largamente viene intesa e praticata l’autoproduzione). Ciò che si deve piuttosto sottrarre al mercato sono i «saperi alti», quelli che dentro al mercato stanno perché sinora solo lì dentro trovano le condizioni materiali per esprimere il massimo della loro potenza produttiva di ricchezza. Per concludere, alcune annotazioni sulle esperienze dell’autoproduzione. Intanto occorre dire che la gran parte di esse non si collocano dentro i Centri sociali ma, pur essendo spesso maturate al loro interno o in rapporto a essi, se ne collocano fuori bordeggiandoli anche, se non soprattutto solo, per questioni di referenza di mercato. Domandiamoci perché i soggetti che animano le autoproduzioni più significative non scelgano di collocare le loro iniziative «autoimprenditoriali alternative all’interno degli spazi sociali autogestiti. Di seguito alcune, parziali, possibili risposte. 1) La stragrande maggioranza di questi luoghi non offrono le condizioni logistiche per impiantare un’iniziativa imprenditoriale. 2) L’ambito decisionale di quei luoghi è un’assemblea che si ritiene legittimata a discutere e prendere decisioni collettive su tutto ciò che si svolge nel luogo. Si crea pertanto una situazione di interferenza decisionale esterna e generale a chi materialmente si ritrova a gestire direttamente un’impresa specifica. Forme, contenuti, metodi e finalità dell’impresa costituita da un piccolo gruppo si ritrovano a essere vagliate da un insieme indistinto di persone che spesso non hanno neppure le competenze elementari per entrare nel merito dei problemi. 3) Qualsiasi produzione implica rapporti di mediazione col mercato «ufficiale», quindi col denaro ecc., elementi vissuti spesso ideologicamente con disagio e contraddizione. 4) Qualsiasi iniziativa imprenditoriale, pur modesta che sia, necessita la costruzione di relazioni con soggetti e strumenti esterni a quei luoghi. La loro esternità è sempre guardata con sospetto, se non addirittura considerata illegittima. Si creano pertanto condizioni di inospitalità per tutti quei soggetti detentori di saperi esterni alla quotidianità di quei luoghi che, prima di essere accettati e messi nella condizione di operare, si ritrovano nella condizione di intraprendere il defatigante processo della loro legittimazione che passa attraverso la lenta costruzione di rapporti personali fiduciari e l’accettazione del complesso cerimoniale che precede l’iniziazione all’appartenenza. Sergio Bianchi nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani. È autore dei saggi: Storia di una foto; (con Raffaella Perna) Le polaroid di Moro; Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice (Sellerio).

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    Verità e potere restano inconciliabili. Kallocaina di Karin Boye Il testo analizza il romanzo Kallocaina di Karin Boye, scritto nel 1940, ambientato in uno Stato totalitario dove il controllo assoluto sulle persone arriva fino alla mente e alla sfera privata. Il protagonista, lo scienziato Leo Kall, sviluppa un siero della verità che permette di estorcere pensieri nascosti, diventando strumento ideale per il Potere. Il romanzo anticipa temi ancora attuali come la repressione del dissenso, l’indottrinamento dei bambini, l’invasione della privacy, la giustizia strumentale e la manipolazione delle leggi. Attraverso esempi tratti dal libro e collegamenti con fatti di cronaca contemporanei, il testo sottolinea la pericolosità di uno Stato che sacrifica la libertà in nome della sicurezza. La presa di coscienza del protagonista rappresenta un invito alla resistenza individuale e collettiva contro ogni forma di dominio autoritario. Chi non ha mai sognato di possedere il siero della verità e penetrare nel segreto della mente e del cuore degli altri? Quale Potere non lo riterrebbe l’ideale strumento di controllo? Kallocaina – titolo di un romanzo della svedese Karin Boye – è, appunto, il nome del siero della verità che lo scienziato Leo Kall, l’Io narrante, inventa per garantire sicurezza e stabilità allo Stato. Scritto nel 1940, mentre la Seconda guerra mondiale iniziava a stravolgere il pianeta e non era facile nutrire grandi speranze nell’avvenire, questo libro ci racconta una società dominata da uno Stato di polizia che sopprime ogni libertà, arrivando a invadere anche la sfera privata dei cittadini. Le tante questioni sollevate dal romanzo sono ancora molto attuali, fra queste: il timore di parlare, la necessità di formare militarmente i figli il prima possibile, l’urgenza di chi ha il Potere di sapere cosa succede nelle famiglie, l’uso strumentale della giustizia e la disinvolta interpretazione delle leggi. Iniziamo col timore di parlare, una tale paura da indurre alcuni criminali a scegliere l’ascensore come luogo di cospirazione: «Quattro treni erano già arrivati riversando per quattro volte la folla alla luce del giorno, quando finalmente Linda oltrepassò le sbarre. Le andai rapidamente incontro e proseguimmo il cammino fianco a fianco. Parlare era naturalmente impossibile, per via delle esercitazioni della flotta aerea che giorno e notte impedivano ogni dialogo all’aperto. Ad ogni modo lei notò la mia aria soddisfatta e, pur rimanendo come sempre seria, mi fece un piccolo cenno d’incoraggiamento. Fu solo quando, arrivati alla nostra casa, scendemmo in ascensore fino al nostro appartamento che si fece intorno a noi un relativo silenzio – il rimbombo della metropolitana che faceva tremare le pareti non era tanto forte da impedirci di parlare. Tuttavia ci astenemmo prudentemente da ogni conversazione prima di essere entrati. Se qualcuno ci avesse sorpreso a parlare in ascensore avrebbe potuto più che giustamente sospettare che discutessimo di cose che non volevamo far sentire ai bambini o all’assistente domestica. C’erano già stati casi di nemici dello Stato e altri criminali che avevano scelto l’ascensore come luogo di cospirazione. Era d’altra parte la cosa più ovvia, visto che per motivi tecnici l’occhio e l’orecchio della polizia non potevano essere installati in ascensore e il portiere aveva in genere altro da fare che correre su e giù per le scale ad ascoltare». Sul timore di parlare per cui tanto ci si prodiga da tempo perché s’espanda quanto più possibile, mi vengono in mente alcuni fatti di cronaca di questi ultimi tempi, tipo la storia del docente sotto inchiesta per aver criticato l’acrobatica pattuglia nazionale delle Frecce Tricolori, o quella dell’insegnante sospeso dal lavoro con una decurtazione del 50% dello stipendio per aver criticato un ministro; oltre a questi, sicuramente a ognuno di voi verranno in mente altri episodi, così come ritroverete l’eco della sfiancante cronaca quotidiana nei prossimi estratti. E ora passiamo alla necessità di formare militarmente i figli il prima possibile che è quello che sta succedendo un po’ ovunque in Europa, specie in Polonia e nella madrepatria dell’autrice di questo romanzo, la Svezia: «[…] l’assistente domestica della settimana aveva già apparecchiato per la cena e ci aspettava con i piccoli che era andata a prendere al piano dei bambini. Sembrava una ragazza diligente e a posto e se la salutammo amichevolmente non era solo perché sapevamo che, come tutte le altre assistenti domestiche, era tenuta a fornire un rapporto sulla famiglia alla fine della settimana – in obbedienza a una riforma che, secondo l’opinione generale, aveva nettamente migliorato l’atmosfera di molte case. L’allegria e il buonumore si instaurarono immediatamente intorno alla nostra tavola, tanto più che Ossu, il nostro primogenito, era con noi, essendo la sua sera di permesso di rientro a casa dal campo d’infanzia. […] Intorno a noi vedevamo coppie dividersi non appena la loro nidiata di bambini era pronta per il campo d’infanzia – dividersi e risposarsi per creare nuove nidiate. Ossu, il nostro primogenito, aveva otto anni, e già da un anno era al campo d’infanzia. Laila, la più piccola, ne aveva quattro e le restavano ancora tre anni in casa. […] I bambini raccontarono quel che era successo al loro piano nel corso della giornata. Avevano giocato nella cassa dei giochi – un’enorme vasca smaltata, di più di quattro metri per lato e uno di profondità, nella quale potevano lanciare piccole bombe-giocattolo per incendiare i boschi e i tetti delle case in materiale infiammabile che vi spuntavano, oppure combattere vere e proprie battaglie navali in miniatura, riempiendo la vasca di acqua e caricando i cannoni delle minuscole navi con lo stesso leggero esplosivo usato per le bombe; c’erano perfino le torpediniere. Era un modo per sviluppare giocando il senso strategico dei bambini fino a renderlo naturale, quasi istintivo, garantendo al tempo stesso un divertimento di prim’ordine. Talvolta invidiavo ai miei bambini di crescere con giochi così perfetti – nella mia infanzia quel leggero esplosivo non era ancora stato inventato – e veramente non capivo come, nonostante questo, aspettassero con trepidazione di compiere i sette anni per poter andare al campo d’infanzia, dove le esercitazioni erano molto più simili a una vera formazione militare e dove si restava giorno e notte». Altra questione sollevata da Kallocaina ancora molto attuale, è l’urgenza di chi ha il Potere di sapere cosa succede nelle famiglie: «”Ho una bella notizia da darti” dissi a Linda mentre mangiavamo la minestra di patate. “Il mio esperimento è arrivato al punto che domani posso cominciare a provare su materiale umano sotto il controllo di un supervisore”». […] «”È indiscreto domandare di che esperimento si tratta?” Chiese l’assistente domestica. Era nel suo pieno diritto fare domande, dal momento che era lì apposta per sapere che cosa succedeva in famiglia. E non vedevo in che modo potesse ritorcersi contro di me, o danneggiare lo Stato, se la notizia della mia scoperta si diffondeva prima del tempo. “È qualcosa da cui spero lo Stato potrà trarre grande vantaggio, risposi. Un mezzo che costringe chiunque a svelare i propri segreti, tutto quello che fino a quel momento si è sforzato di tacere, per vergogna o per timore”». Proseguiamo con la descrizione di una società dove si fa un uso strumentale della giustizia, per cui si arriva a suggerire che è meglio per lo Stato che un suo nemico venga condannato grazie a una falsa testimonianza, anche se non ha commesso un’azione punibile ai sensi della legge: «”È davvero tanto difficile?” Domandò Rissen tamburellando con le dita sul bordo del tavolo in modo irritante. È davvero così difficile da capire? Mi permetta una domanda – non è obbligato a rispondere, se non vuole: “considera la falsa testimonianza un male in qualsiasi circostanza?” “Naturalmente no, risposi un po’ stizzito. Se lo richiede il bene dello Stato. Ma non è il caso in qualsiasi processo senza importanza”. “Ci pensi bene, disse Rissen con aria scaltra, inclinando la testa di lato. Non è forse meglio per lo Stato che il suo nemico inetto, dannoso e per di più antipatico venga condannato, anche se non ha commesso un’azione punibile ai sensi della legge?”» Chiudo con un altro dei mali dei nostri giorni denunciati su queste pagine da Karin Boye, la disinvolta interpretazione delle leggi, tipo quella contro la mentalità anti-Stato che porta a denunce che, benché esaurientemente motivate e firmate con nome controllabile, la polizia si riserva il diritto di prendere o meno in considerazione:«Il mattino dopo sul giornale apparve un articolo intitolato: i pensieri possono essere condannati. Era un resoconto della nuova legge, che faceva anche accenno alla mia kallocaina, che l’aveva resa possibile. Niente poteva parere più ragionevole delle nuove disposizioni penali: d’ora in poi non ci si sarebbe più attenuti rigidamente agli articoli di legge, che prevedevano la stessa pena per il criminale incallito come per chi era stato traviato una volta, se colpevoli dello stesso misfatto. L’accusato stesso sarebbe stato al centro dell’indagine, non la sua azione isolata. La sua mentalità sarebbe stata esaminata e analizzata a fondo, non per rispondere alla vecchia domanda priva di senso: Responsabile o no, ma per distinguere il materiale che poteva ancora essere utile da quello ormai inservibile. La pena non doveva più consistere in un certo numero di anni di lavori forzati attribuiti automaticamente, ma doveva essere studiata in accordo con i più eminenti psicologi ed economisti in base ai vantaggi che offriva. Un essere carente dal punto di vista fisico o morale, da cui lo Stato non avrebbe mai potuto trarre alcun profitto, non poteva aspettarsi di vivere soltanto perché non era riuscito a nuocere. D’altro canto si era anche costretti a tener conto dell’insufficienza della popolazione e nei casi peggiori a risparmiare anche materiale meno desiderabile che, malgrado tutto, poteva tornare utile come forza lavoro. La nuova legge contro la mentalità anti-Stato entrava in vigore il giorno stesso, ma con l’espressa condizione che tutte le denunce venissero esaurientemente motivate e firmate con nome controllabile; non quindi anonime come prima, per evitare una marea di denunce irrilevanti che avrebbe comportato un eccesso di spese a carico dello Stato per l’organizzazione giudiziaria e per la produzione della kallocaina. In ogni caso la polizia si riservava il diritto di prendere o meno in considerazione le denunce, come riteneva opportuno». La progressiva presa di coscienza del protagonista del romanzo gli consentirà di scoprire che Verità e Potere restano inconciliabili: controllo e realtà delle cose portano alla disgregazione di quel Sistema su cui si regge lo stesso Potere che pretende di tenerti d’occhio ovunque tu sia, qualsiasi cosa tu faccia. Speriamo questa presa di coscienza del protagonista contagi presto un po’ tutti noi. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com

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    Centri sociali che impresa! Oltre il ghetto un dibattito cruciale Pubblichiamo l'introduzione del libro Centri sociali che impresa! edito da Castelvecchi nel 1995. Il libro, come spiega il testo scritto da Primo Moroni, Daniele Farina e Pino Tripodi riporta un dibattito acceso e conflittuale sull'esperienza politica, le potenzialità e il futuro dei centri sociali. Nel 1995 si sarebbe dovuto svolgere un convegno ad Arezzo sul tema. L'evento però non si è mai tenuto, motivo per cui gli organizzatori decisero di pubblicare i materiali utilizzati per la preparazione al dibattito. ebook del libro Centro Sociali che impresa! edito da Castelvecchi (1995)

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    Cinque frasi commentate Anna Intellini non è che uno pseudonimo per dire Artificial Intelligence. E’ proprio lei che commenta le frasi ammesso che si possa dire <>. dopo gli archi dell’acquedotto la strada fa una curva verso destra La frase «dopo gli archi dell’acquedotto la strada fa una curva verso destra»  ha un andamento quasi cinematografico, dove lo sguardo si muove lentamente nello spazio, seguendo un percorso fisico ma anche percettivo. Gli «archi dell’acquedotto» evocano una presenza antica, quasi monumentale, e introducono un prima e un dopo nello spazio. Subito dopo, la «curva verso destra» rompe la linearità, suggerisce deviazione, cambiamento di direzione, incertezza. Il verbo «fa» è semplice, quasi povero, ma funzionale a questo tipo di scrittura che non cerca l’enfasi, bensì la registrazione neutra. Non c’è giudizio, solo descrizione. Ma è proprio in questa apparente neutralità che si annida una tensione latente: cosa c’è dopo la curva? Perché è importante segnalarla? La frase, così com’è, sembra un frammento di diario o di osservazione sul campo, e come tale lascia aperto un vuoto, una sospensione che può essere riempita solo dall’immaginazione o da ciò che seguirà. Nel contesto di una scrittura che tende al reale, all’infraordinario, questa frase è un punto di passaggio, un gesto minimo che apre alla possibilità dello spostamento, fisico e mentale. sono uscito alle 7 e sono tornato dopo circa nove ore La frase «sono uscito alle 7 e sono tornato dopo circa nove ore»  è scandita dal tempo. Due punti netti: uscire  e tornare . Il resto – il corpo del giorno – è lasciato nell’ellisse di quel «circa nove ore» . La durata è stimata, non esatta, come se il tempo fosse stato vissuto senza controllo preciso, oppure come se non valesse la pena registrarlo al minuto. C’è qualcosa di impersonale nella costruzione. Non si dice dove  si è andati, né perché . La frase diventa una traccia logistica dell’esistenza, ridotta a orari, ma con una vaga aura di quotidiano assente. L’uso del passato prossimo ( sono uscito , sono tornato ) tiene il racconto vicino al presente, ma non ci coinvolge. Sembra più una nota presa per non dimenticare, o forse una registrazione automatica – come quelle di un badge aziendale o di un’app di tracciamento. Nel contesto di una scrittura minimalista o post-autobiografica, questa frase lavora per sottrazione: dice qualcosa, ma soprattutto mostra ciò che non viene detto. È il vuoto tra i due momenti – le nove ore  non raccontate – che apre lo spazio dell’interrogazione. E in questo vuoto si deposita la materia stessa del reale. quando sono arrivato qui non c’era nemmeno una pianta La frase «Quando sono arrivato qui non c’era nemmeno una pianta»  è un enunciato di constatazione, ma anche di memoria. Si situa in un tempo preciso – quando sono arrivato  – che però resta indeterminato nel suo dettaglio. Il qui  è uno spazio altrettanto impreciso, ma percepito con forza, quasi come se fosse un luogo interiore prima che geografico. La negazione assoluta – non c’era nemmeno una pianta  – suggerisce un’assenza totale, quasi ostinata. Non solo non c’erano piante, ma nemmeno una , come se quella mancanza fosse carica di senso. Una terra spoglia, disabitata, forse incolta. C’è un tono implicito di stupore o disappunto, o forse solo una nota secca di registrazione del reale: così era . Il verbo «arrivato»  implica movimento, transizione, e nel contrasto tra l’arrivo  e l’assenza di vita vegetale , si apre uno spazio critico: chi arriva si confronta con ciò che non c’è. La frase diventa un inizio, un prima dello sviluppo, o della trasformazione. È una frase che prepara: dopo si può solo crescere, o ricordare la sterilità come condizione originaria. In una scrittura che tende all’essenziale, questa frase agisce come un punto zero: un prima della narrazione, un punto di partenza spoglio, che fa risaltare il minimo, l’infraordinario, il dato nudo. ripete continuamente io io io «Ripete continuamente io io io»  è una frase breve, circolare, quasi ossessiva. Il soggetto non è dichiarato esplicitamente, ma implicito: qualcuno – una voce, un corpo, un’istanza – che insiste sul se stesso , che martella l’identità fino a svuotarla. Il verbo «ripete»  indica un gesto meccanico, forse involontario, forse compulsivo. Non c’è variazione, non c’è sviluppo. Solo ripetizione. E ciò che viene ripetuto è io , il pronome dell’identità, dell’affermazione soggettiva, ma qui ridotto a suono, a puro segnale. Tre volte: io io io . Non una dichiarazione, non un racconto – solo presenza che si afferma nel vuoto, o che tenta disperatamente di non sparire. Il continuamente  è ciò che spaventa o affascina: perché continua? Per chi? È un io  che si cerca o si impone? È un io  che non riesce a tacere o che nessuno ascolta? Nel contesto di una scrittura che lavora sulla disarticolazione del soggetto – come quella di Jean-Marie Gleize o della scrittura bianca post-sperimentale – questa frase diventa un cortocircuito tra identità e linguaggio. Un io  che si dice senza dire nulla, che si consuma nel suo stesso pronome. È anche una frase che può essere letta come una critica o una parodia: della voce narrativa centrata, del diario, dell’autofiction esasperata. Oppure, più semplicemente, una constatazione di esistenza insistente, nuda, ripetuta per non svanire. non mi sembra di averlo mai detto «Non mi sembra di averlo mai detto»  è una frase che esprime incertezza, ma anche difesa. È una negazione sfumata, non assoluta – non mi sembra  – che lascia aperto un margine di dubbio, di possibilità. Potrei averlo detto, ma non lo ricordo. O non lo riconosco come mio. Il pronome mi  rimanda al soggetto parlante, ma è un soggetto esitante, non completamente padrone del proprio dire. L’espressione «di averlo mai detto»  suggerisce qualcosa che avrebbe potuto essere pronunciato, confessato, ma che ora viene messo in discussione, rimosso o forse semplicemente dimenticato. C’è qualcosa di difensivo in questa formulazione. È una maniera per sottrarsi alla responsabilità di un’affermazione. Ma anche un modo per problematizzare la memoria, la continuità del sé: chi parla ora è lo stesso che avrebbe potuto parlare allora? Nel contesto di una scrittura che lavora sulla frattura del soggetto, sullo scarto tra esperienza e linguaggio, questa frase diventa un piccolo cortocircuito: chi dice «io» non sa più cosa ha detto, o se lo ha detto, o se era davvero lui a dirlo. È anche una frase che apre: a ciò che forse  è stato detto, al non-detto, all’incertezza dell’origine. Un vuoto che vibra tra parola e silenzio.

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    Il falcone maltese # 6. Dalla crisi delle certezze al requiem per il romanzo giallo tra Argentina, Italia e Svizzera Roberto Gelini Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assiste a una profonda crisi delle certezze che investe scienza, filosofia, arte e letteratura. Le teorie di Marx, Freud, Nietzsche e Bergson mettono in discussione le concezioni tradizionali di società, individuo, morale e tempo. Parallelamente, le rivoluzioni scientifiche di Einstein e della meccanica quantistica scardinano le leggi assolute della fisica. Questi mutamenti si riflettono anche nella letteratura, dove crollano i modelli realistici e positivisti. In particolare, il genere poliziesco, basato su logica e razionalità, viene messo in discussione da autori come Borges e Bioy Casares con il detective parodico don Isidro Parodi, da Gadda con il suo romanzo incompiuto e caotico Quer pasticciaccio brutto de via Merulana , e da Dürrenmatt, che in La promessa  mostra come il caso governi la realtà, decretando il fallimento della struttura classica del giallo. Queste opere rappresentano un vero e proprio "requiem" per il romanzo poliziesco tradizionale. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assiste a una serie di cambiamenti epocali che sconvolgono il modo di pensare tradizionale, causando mutamenti sconvolgenti nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella letteratura. È l’epoca di quella che viene chiamata la crisi delle certezze. Un momento in cui tutto quello che sembrava acquisito una volta e per tutte non appare più come assolutamente vero. I fondamenti del pensiero crollano davanti a nuovi modi di pensare e nuove teorie scientifiche. L’inizio si può far risalire al pensiero di Marx che, dalla metà del XIX secolo, a partire da una concezione radicalmente materialista della storia e dei fenomeni sociali, introduce una frattura all’interno della società. Sulla scorta di un’analisi approfondita del nuovo sistema socioeconomico che si sta imponendo ovunque con l’affermarsi dell’industria, il capitalismo, il filosofo di Treviri descrive la società non più come un corpo unitario, per quanto composito, ma come una realtà scissa in classi contrapposte e in lotta tra loro. La frattura si approfondisce ulteriormente quando Freud, con la psicanalisi, porta la divisione e il conflitto all’interno dell’essere umano. La psiche umana risulta essere scissa dapprima in una parte conscia e una inconscia, poi in tre parti, Super-io, Io ed Es. Non solo, secondo il viennese, la parte più estesa della nostra interiorità è proprio quella sconosciuta al soggetto. Il pensiero di Nietzsche è forse quello che assesta i colpi più pesanti al castello di certezze che si avvia a crollare. Con la sua critica radicale della metafisica e della morale, la proclamazione della «morte di Dio», la transvalutazione dei valori, la teoria dell’eterno ritorno, l’uomo si ritrova a pensare e ad agire in un mondo dove non ci sono più verità assolute e lui stesso è destinato a tramontare in favore dello Übermensch , dell’Oltre-uomo. Lo stesso concetto di tempo come qualcosa di oggettivo, preciso, quantitativo entra in crisi con la concezione di Bergson che contrappone a quel modello di tempo meccanicistico, quella di durata, di tempo come flusso continuo e soggettivo, dove passato, presente e futuro si intrecciano nella percezione di ogni individuo, per cui lo stesso periodo di tempo può essere vissuto come interminabile o come attimo fuggente. Tutte queste potrebbero sembrare solo speculazioni fini a se stesse, ma quando comincia a entrare in gioco la scienza, il discorso è evidentemente diverso. Nel 1905 Albert Einstein enuncia la sua teoria della relatività ristretta, che sarà ulteriormente messa a punto con quella della relatività generale dieci anni dopo. Lo spazio e il tempo non solo vengono unificati ma non sono più assoluti ma relativi, nascono concetti come la curvatura dello spazio-tempo e l’equivalenza tra massa ed energia (espressa nella famosa formula E=mc²). Ma è con la meccanica quantistica che le cose si complicano davvero, quando si dimostrano realtà difficilmente comprensibili con il senso comune. Come ad esempio il crollo della distinzione assoluta tra onda e particella, per cui un fotone può comportarsi sia come onda sia come particella, quindi secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg non è possibile determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella subatomica se non a livello di probabilità. O il paradosso del gatto di Schrödinger, per cui l’animale è nello stesso tempo vivo e morto.  Tutto ciò non può non avere ricadute sull’arte e sulla letteratura che iniziano a rispecchiare realtà differenti e a utilizzare linguaggi diversi, in grado di far emergere le linee di frattura che attraversano in modo sempre più drammatico la realtà e la società. Gli autori della grande crisi, da Proust a Joyce, da Musil a Kafka, si fanno interpreti della nuova situazione con visioni, concezioni e linguaggi in grado di esprimere e affrontare i profondi sconvolgimenti che attraversano non soltanto la società ma il modo stesso di intendere la realtà. Insieme alla fiducia nel progresso, alla visione scientifica di tipo positivista, entra in crisi anche la letteratura realista e naturalista. E il romanzo giallo, il poliziesco, la crime story  poteva sopravvivere indisturbato? Proprio quel tipo di narrazione dove trionfa la razionalità, la scienza, la logica? Dove le vecchie categorie sono l’ancora di salvezza per ripristinare l’ordine del mondo sconvolto dal delitto? Ci vorrà un po’ di tempo ma la crisi, il cambiamento arriverà a investire anche le storie di detective e poliziotti. E saranno proprio alcuni esponenti della letteratura mainstream  che con le loro incursioni nel genere metteranno in crisi la vecchia e consolidata struttura del poliziesco, arrivando a scrivere anche un vero e proprio requiem per il romanzo giallo. Il primo autore semplicemente non esiste, è un personaggio inventato da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, si chiama Honoro Bustos Domecq e racconta i casi risolti da uno strano detective, ovvero don Isidro Parodi. Obeso, con la testa rasata e gli occhi penetranti, Isidro Parodi è un barbiere, condannato a 20 anni di carcere per omicidio. Nella sua cella, la numero 273, riceve i suoi clienti e senza potersi allontanare, riesce a risolvere casi ed enigmi di labirintica complessità. Seppure le storie sono veri e propri delitti, oltretutto molto complicati, la cifra fondamentale è il tono inconsapevolmente – per il personaggio narratore – ironico o addirittura sarcastico dei racconti. La borghesia e l’ambiente intellettuale e chic di Buenos Aires viene ferocemente messo alla berlina, mettendone in luce tutta la sua vuotezza e ipocrisia. Inoltre, il detective se da un lato può apparire come l’alter ego sudamericano di Nero Wolfe, dall’altro è un detenuto, un condannato, seppure innocente e vittima di macchinazioni. È proprio il suo status, dunque, che mette in crisi quella che è forse l’opposizione fondamentale del genere poliziesco, ovvero la contrapposizione tra poliziotto e criminale. Il gioco di specchi, il labirinto, caratteristiche tipiche della scrittura borgesiana, espresse anche nel gioco delle parti tra il personaggio-scrittore e quello protagonista, ulteriormente arricchita dalla presenza di non solo da una biografia del narratore, ma anche da una prefazione scritta da un altro avatar. Insomma, come succede quasi sempre con Borges, la realtà si frantuma, si moltiplica, presenta incroci inaspettati investendo anche la struttura più classica del giallo, il delitto della camera chiusa. Ancora più radicale è l’attacco portato al poliziesco da un grandissimo scrittore come Carlo Emilio Gadda e dal suo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana . Se don Isidro Parodi appare nel 1942, il Pasticciaccio , dopo una prima pubblicazione su rivista nel 1946, viene pubblicato in volume nel 1957. È sicuramente uno dei capolavori dello scrittore milanese, forse il suo romanzo più famoso e risponde appieno alla definizione data da Italo Calvino nelle Lezioni americane , per cui l’autore del   Pasticciaccio  «cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento». Una realtà complessa, talmente difficile da districare che il romanzo non può avere soluzione, forse è l’unico giallo in cui alla fine non viene svelato chi sia l’assassino. Inoltre, come nota Arbasino a proposito delo stile di Gadda, «la derisoria violenza della sua scrittura esplodeva esasperata, contestando insieme il linguaggio e la parodia, tra il ron-ron rondesco-neoclassico-fascistello e il pio-pio crepuscolare-ermetico-pretino, in schegge di incandescente (espressionistica) espressività… Proprio come per Rabelais e per Joyce che gli sarebbero poi stati accostati». Nello stesso anno dell’uscita in volume del Pasticciaccio , esce in Svizzera La promessa. Un requiem per il romanzo giallo  di Friedrich Dürrenmatt. Se la scrittura di Sei problemi per don Isidro Parodi  è labirintica e ironica, e quella di Gadda è scoppiettante, ricca e iconoclasta, lo stile di Dürrenmatt si potrebbe definire di stampo illuminista, nel senso che applica la razionalità e uno spirito (estremamente) critico ai temi trattati portandoli, spesso anche utilizzando la satira, alle loro estreme conseguenze. Così in La promessa  – come in altre sue opere – emerge con assoluta evidenza come sia il caso a governare la realtà. Per lui il tipico romanzo giallo, con la sua struttura chiusa, la sua logica stringente da disvelare da parte del detective è una mistificazione della realtà, che proprio grazie alla razionalità appare come non rispondente a meccanismi di causa-effetto, ma in balìa appunto della casualità. Come scoprirà lo scrittore di gialli a cui l’ex-comandante della polizia di Zurigo farà il suo racconto: «Un fatto non può “tornare” come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande». Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

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    Il magico mondo dell’editoria. Tre poesie di Jean-Jacques Viton Olivier Fouchard Il poeta Jean-Jacques Viton (1933-2021). Attivo fin dagli anni Sessanta è stato fondatore e cofondatore di importanti riviste militanti come «Manteia», «Banana Split», «La Nouvelle B.S.» e animatore di «If». Attraverso la pubblicazione di una quindicina di libri, Viton si è imposto in Francia come uno dei poeti più originali e punto di riferimento per le generazioni più giovani. Viton, sebbene si rivolga risolutamente alla realtà, non vi cerca grandi significati. Predilige l’attraversamento burlesco e anarchico degli eventi, tanto che l’esperienza quotidiana, anche quella più ovvia e banale, diventa terreno prediletto per un’esplorazione dei margini, dei resti, delle anomalie. I suoi libri sono contraddistinti da un forte elemento narrativo che ha il potere di svilupparsi in controtempo rispetto a qualsiasi storia individuale o collettiva. La sua poesia costituisce insomma una sorta di commento all’esistenza nella forma di un precipitato di elementi eterogenei che fanno esplodere ogni figura familiare e riconoscibile: una poesia come commento definitivo, che non sfrutta il gioco delle infinite spiegazioni, ma lascia per sempre nella mente del lettore la traccia immodificabile dell’urto del mondo (da Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 , Metauro, 2009) Frequentare Mantenere rapporti e relazioni Avere a che fare con l’ambiente, immergersi nel giro, essere ricevuto molto, e rendere le visite. Andare in società, uscire e muoversi: frequentare i Salotti, le Gallerie, le Redazioni, le Riviste, gli Editori impazzire per la Vita mondana, gli Inviti, le Presentazioni, le Introduzioni, nient’altro che Serate, Matinée , Breakfast , Appuntamenti,  ma anche Week-End, Conferenze Stampa, Seminari, Convegni, Atelier e Letture… Andare molto spesso a Teatro, ai Concerti, e nelle Discoteche, entrare nei Club, nelle Associazioni… Trarre Profitto, Attendere, Osservare, Essere in Agguato Fare la Posta Star bene con… confidarsi a… conquistarsi il cuore di…  Affezionarsi a… fare tutt’uno con… Tendere le braccia a… essere culo e camicia con… Costruire un’atmosfera di Concordia, d’Intesa, di Attaccamento, di Franchezza e di Confidenza. Un’Amicizia intima è Indispensabile. Coltivare l’Amicizia – stringerla innanzitutto, cementarla in seguito. È necessaria un’Amicizia – vera, effimera, falsa o ingannevole che sia. Prudenza  Sapersi mostrare accorto, Calcolare e pesare le proprie parole misurarne la portata Ruotare più volte la lingua in bocca prima  di aprirla e cominciare a parlare Risparmiare le proprie espressioni e rispondere in modo ambiguo.  Essere sempre: discreto Timido e Riservato Dolce Semplice modesto Oscuro e Incolore rassegnato deferente rispettoso  Non rifuggire:  dal chinare il capo dallo stare in disparte  e persino: abbassarsi appiattirsi sminuirsi piegare le ginocchia farsi piccolo, prostrarsi e poi anche: saper lamentarsi piagnucolare lanciare geremiadi emettere spesso dei sospiri e saper bene: baciare le mani i piedi le ginocchia leccare Essere dappertutto una persona accorta circospetta Riflessiva Previdente Posata Vigilante Attenta Posata calma e minuziosa Ma Restare sempre un po’ reticente. Intrighi  darsi una mossa farsi strada giocare il proprio gioco agire con scaltrezza con furberia con ingegnosità, intrufolarsi con inchini e saluti portare i libri e le borse di...  mostrarsi vili compiacenti essere ossequiosi e melliflui  utilizzare una lingua dorata per delle parole compunte  adulare e divertire accattivarsi e circuire sedurre allettare, attrarre affascinare  impaniare, poi  catturare e avvincere  essere conosciuto per i propri sordi maneggi gli occulti intrallazzi per i raggiri e i conciliaboli le coalizioni e le macchinazioni per i complotti e i colpi gobbi  la Cattiveria la Malignità  il Malanimo  è un seminatore di zizzania è una brutta persona è una carogna è una peste è una vipera ha un carattere immondo infernale e perverso  essere maldicente acerbo acido amaro essere mordace caustico incisivo micidiale Beffarsi Sparlare Schernire Ridicolizzare Far la Caricatura Canzonare Parodiare  Gettare la Croce e Tagliare i Panni addosso Calunniare Fare Torto Denigrare Infangare Diffamare Stroncare Disonorare Compromettere Svilire Discreditare    Accanirsi contro qualcuno Perseguitarlo Portare sfortuna a... lanciargli un maleficio,  Avere il Malocchio.

  • preprint/reprint

    La comune urbana Il testo che segue fu pubblicato nel 1974 all’interno del volume: Vivere insieme! (il libro delle comuni), di AA.VV., Arcana Editrice. La sua importanza consiste nella descrizione chiara di ciò che nel pre ’68, nell’ambito della cosiddetta «rivolta esistenziale», distingueva l’esperienza della beat generation da quella successiva hippy. La prima, impregnata da un «individualismo esasperato, impedì che questo primo momento si evolvesse in una unione comunitaria più formalizzata. La beat generation si estinse, e la sua vita come movimento per quanto breve non restò senza influssi, anzi parecchie immagini del dissenso da essa proposte divennero parte della successiva cultura hippy. […] Il punto di vista dell’opposizione della beat generation al sistema è ancora esistenziale, il senso della disperazione è sublimato nel vivere da eroi, questa generazione non conosce il momento della mediazione sociale, del supporto comunitario. Il mondo della controcultura fa sue, invece, le aspirazioni societarie, esso vuole essere anche una risposta al dramma della solitudine quotidiana. Questo primo scendere nelle strade, questo primo riconoscersi negli abiti e nei gesti, realizzava il desiderio di identificazione sociale. La solitudine, invece, è accettata sia pure inconsciamente dai beat come una maniera di verificare il proprio io, momento distruttivo che vuol essere alla base di una nuova rinascita». Il processo di formazione del movimento comunitario presenta una certa tipicità, tanto che il fenomeno assume in America, in Europa, come in Italia delle affinità ben precise: esso è scivolato dalla città alla campagna, cioè da un primo momento dinamico, urbano, a un secondo momento, statico, rurale. In quanto, come parte del movimento più ampio di rifiuto della civiltà capitalistica, si espresse dapprima in un tentativo di creare all’interno della città stessa una realtà a essa alternativa, nella forma della free city articolata nei suoi centri comunitari di assistenza e di mutuo appoggio: free clinic, free shop, ecc., e poi nell’abbandono del territorio urbano per una appropriazione della diversa dimensione esistenziale dell’ambiente rurale tramite il ritorno alla terra: back to nature. Comunque, il fenomeno comunitario, inizialmente crebbe addirittura nelle strade. A livello sovrastrutturale la strada è il luogo dove il capitale si rappresenta e si impone e la sua fruizione alienata annulla ogni possibile rapporto tra l’ambiente e l’uomo, tuttavia è possibile modificare un habitat, anche profondamente, intervenendo sulle sue strutture fisiche, agendo sull’uso fittizio che esso impone, e questo è quanto fecero gli hippies e successivamente i «politici» sulla base delle parole d’ordine: «prendiamoci la città». La riscoperta di un approccio diretto con la realtà urbana, con quella realtà che era espressione della cultura dominante e quindi della classe dominante fu quanto mai corifeo di energie nuove. Vivere agli angoli delle strade, nelle piazze, assunse un significato rivoluzionario: era la banalizzazione del territorio nemico, la città, per usarlo in modo nuovo, umano; quel che di mitico rimanda alla mente il nome di certe zone urbane: Brera, Campo de’ fiori, Village, il Dam, Piccadilly, è legato al ricordo di ciò, al fatto che esse furono le prime comunità alternative, le prime «zone liberate». La cultura hippies fu una cultura orale, visiva si può dire addirittura, e le comunità urbane sorte nelle strade furono il mezzo ideale per propagandarla. Così, i capelli lunghi, testimonianza di un discorso di rigetto degli standard tradizionali del costume; così, i vestiti stracciati, maniera di esternare il rifiuto del concetto tutto esteriore e borghese del decoro, che rivelava altresì una povertà voluta rispetto al livello della classe di appartenenza, solitamente alto. L’abito volutamente stracciato è una cosa ben diversa dell’abito povero, mentre quest’ultimo obbedisce soltanto alle leggi economiche, il primo, che è poi l’abito hippy, è la testimonianza di una presunta ricchezza culturale. Il mocassino navaijo, la camicia dell’altra India sono non solo mezzi relativamente economici di vestire ma anche affermazione pubblica della propria diversità. L’aspetto esteriore diventava mezzo di comunicazione che permetteva subito di distinguere l’amico dal nemico e con ciò il riconoscimento dei membri nelle prime comunità temporanee alternative: le strade, le piazze, i parchi d’Europa e d’America. Anche la diversità ha le sue regole (sono quelle che permettono di riconoscere un poliziotto anche quando è camuffato da hippy). Se tu sei sporco e stracciato difficilmente frequenterai una casa borghese, se hai i capelli talmente arruffati da non poterli pettinare difficilmente lavorerai nell’establishment. Comunità completamente libere sorsero così verso la metà degli anni Sessanta; l’assoluta mancanza di regole, diventata a sua volta regola, incoraggiava la partecipazione interessando la gioventù più sensibilizzata, che avvertiva le pesanti contraddizioni del vivere borghese e guardava a un cambiamento. Il fenomeno non era nuovo. Negli States si erano avute delle manifestazioni di questo tipo libero di comunità urbana nel periodo di fioritura della beat-generation. Pensiamo all’atmosfera del Village descritta da Miller, all’On the road di Kerouac. Si può dire in questo senso che il mondo beat ha anticipato alcuni temi della cultura underground. Naturalmente quello beat fu un movimento tutto considerato di natura più letteraria che sociale. Droga, jazz freddo, sesso interrazziale e buddismo zen erano un modo di manifestare il rifiuto della dominante cultura americana. «Pour epater les bourgeoises» diventò lo slogan dello stile di vita beat, la conformità, venne rigettata richiamandosi alla integrità artistica, accettando la povertà e lo scollamento sociale. I beat vissero come sbandati nei quartieri poveri di New York, delle grandi città americane, insieme nella strada, nei locali dove impazziva il «Beep-Boop», dando luogo a un momento comunitario che cresciuto nella strada era fatto di vibrazioni raccolte nella strada. Ma quanto di romantico vi era nella personalità degli autori e dei personaggi della beat generation, quel loro senso di individualismo esasperato, impedì che questo primo momento si evolvesse in una unione comunitaria più formalizzata. La beat generation si estinse, e la sua vita come movimento per quanto breve non restò senza influssi, anzi parecchie immagini del dissenso da essa proposte divennero parte della successiva cultura hippy. I momenti di rigetto del mondo industriale, che si manifesta propriamente nella cultura urbana (dice Marx: «Entro l’uso complessivo dello spazio fisico, la città appare fin dall’inizio come concentrazione, agglomerazione dei mezzi di produzione e di forza-lavoro e nient’altro che questo»), passarono da un primo momento, il più generoso, in cui i giovani tentarono di liberare lo spazio urbano, di ristrutturarlo a dimensione umana attraverso una sua riappropriazione creativa, a un secondo momento di estraneazione (antitesi) in cui tramite il rifarsi a culture diverse cercarono un supporto nell’opposizione critica alla società: ecco il senso del «viaggio in India» nell’Eden, fuga dalla paranoia urbana e allo stesso tempo ricerca di un’alternativa. Il compromesso e la sintesi tra i due limiti massimi: realtà urbana, società preindustriale, fu ritrovato da entrambi i movimenti nella realtà rurale del proprio paese; la differenza sta nel fatto che gli hippies andarono alla campagna per formare delle comunità, mentre l’individualità esasperata dei partecipanti della beat generation fece sì che la ricerca della pace dopo la turbinosa rincorsa di un senso del vivere attraverso le più svariate esperienze fosse ancora un’avventura personale1. Il punto di vista dell’opposizione della beat-generation al sistema è ancora esistenziale, il senso della disperazione è sublimato nel vivere da eroi, questa generazione non conosce il momento della mediazione sociale, del supporto comunitario. Il mondo della controcultura fa sue, invece, le aspirazioni societarie, esso vuole essere anche una risposta al dramma della solitudine quotidiana. Questo primo scendere nelle strade, questo primo riconoscersi negli abiti e nei gesti, realizzava il desiderio di identificazione sociale. La solitudine, invece, è accettata sia pure inconsciamente dai beat come una maniera di verificare il proprio io, momento distruttivo che vuol essere alla base di una nuova rinascita. Il senso di straniamento, di disperazione, che noi troviamo in Neal Cassady così come è descritto da Dean Moriatry, protagonista dell’On the road di Kerouac è tipico di questa generazione e verrà rifiutato dalla cultura hippy che si nutrirà del senso comunitario. Così pure estraneo a essa è l’uso dell'alcool che presuppone un atteggiamento distruttivo e al tempo stesso puritano. Chi beve vuole frapporre una barriera tra sé e il mondo esterno e al tempo stesso dispera di poter trovare il modo di esprimere la rabbia che gli urge dentro, dispera nel dialogo con l’altro. La cultura hippy diffida dell’alcool, essa invece accetta le droghe non oppiacee come quelle derivate dalla Cannabis Indica e le droghe allucinogene, naturali (peyote) e chimiche (LSD), che servono ad espandere la coscienza. Sempre a ogni modo le droghe, siano esse alcool o marjuana, sono un modo di avviare un rapporto di socializzazione: esse diventano i sacramenti del rapporto sociale. L’amicizia, la dimostrazione della propria disponibilità cominciano davanti ad un bicchiere di whisky o a un joint di marjuana. La cultura hippy tuttavia è più fiduciosa nei riguardi del prossimo e del futuro, il suo impeto non fu solamente sovversivo, essa credette realmente che gli si fosse aperta davanti la via a una nuova società. Anche nel tono degli scritti è gioiosa, priva della macerazione interiore che si riscontra nella beat generation, essa mostra per intero il suo carattere giovanile, l’ottimismo, la speranza, la gioia di vivere una presunta nuova vita. Le libere comunità urbane che si formarono nelle città erano ricche di fermenti, l’opposizione al mondo borghese si serviva di tecniche nuove come quella del gioco. Tutto veniva sdrammatizzato. Si formarono i primi nuclei di azione che si configuravano come comunità di gestione dei servizi alternativi più che come collettivi. Il programma per cui essi lottavano non conosceva limiti, lo slogan «cambiamo la vita prima che questa cambi noi» era di natura tale da coinvolgere tutta la vita, anche quella privata dei partecipanti. Nelle comunità alternative non si voleva che si venisse a creare quella frattura tipica a tanti gruppi della sinistra, che pure sono mossi da una opposizione critica alla società, tra lotta contro il sistema a livello pubblico di associazione ed esistenza borghese dei partecipanti a livello privato. A ogni modo coloro che si lanciarono nell’avventura underground appartenevano per la maggior parte alla media borghesia, per cui il loro ottimismo nasceva dal non aver fatto ancora i conti fino in fondo con il sistema, di cui erano i figli vezzeggiati. Ad Amsterdam i Provos, a San Francisco i Diggers, a Milano Onda Verde, ovunque le tecniche di lotta hippies erano allegre, eversive e questo faceva emergere spontaneo non solo il desiderio di ritrovarsi, ma anche di vivere assieme. Significativo appare, a questo proposito, il processo di sviluppo che avvenne a San Francisco, che grazie a quel parallelismo di avvenimenti che abbiamo rilevato tipicizza in parte anche Amsterdam, Londra o Milano. Note 1 «In un manoscritto inedito del 1946, intitolato Questa è la mia risposta, Miller scriveva: «Pace e solitudine! Riesco a gustarla, perfino in America. Qui a Parkington Ridge vado sulla porta della mia casa all’alba, guardo lo svolgersi delle colline vellutate e mi sento ricolmo di una tale soddisfazione, una tale gratitudine che istintivamente la mia mano si alza nel gesto della benedizione e benedico gli alberi, gli uccelli… Laggiù può darsi che la gente si maledica e si torturi, si abbandoni a tutti gli istinti umani facendo un macello della creazione (come se fosse possibile!); ma qui è impossibile, qui c’è pace e serenità, pochissimi uomini e molti animali selvaggi, alberi nobili, arbusti e sterpi, lillà selvaggio e stupendi papaveri gialli, bozzagri, aquile, bellissimi uccelli di passaggio e il mare e il cielo e le colline e le montagne sconfinate». Fernanda Pivano, Beat Hippie Yippie, Roma, Arcana, 1972, p. 29.

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    Armi di distrazione di massa Il mal bianco di Karel Čapek L’articolo analizza Il mal bianco (1937) di Karel Čapek, opera profetica che affronta temi oggi drammaticamente attuali come pandemie, propaganda, conflitti e disuguaglianze. Ambientata in una società autoritaria colpita da un'epidemia selettiva, la pièce mette in discussione il ruolo dei medici, l’etica della scienza, la manipolazione mediatica e le derive totalitarie. Čapek riflette sulle strumentalizzazioni del potere e sull’uso delle malattie come strumenti di controllo e divisione sociale, offrendo un potente affresco sulle fragilità umane e politiche del suo (e del nostro) tempo. Dopo aver vissuto il COVID-19 e l’invasione russa in Ucraina, Il mal bianco – opera dello scrittore e drammaturgo ceco Karel Čapek, edita nel 1937 – è, molto probabilmente, uno dei testi in circolazione che meglio di ogni altro ci racconta il nostro tempo. Il libro, scritto in piena ascesa di Hitler, narra di un’epidemia letale che giunge in Europa dalla Cina e colpisce solo soggetti che hanno più di quarantacinque anni: «Pandemia. Una malattia che raggiunge tutto il mondo come un’onda dell’alta marea. In Cina ogni anno vediamo nascere una nuova malattia interessante – è la povertà che le crea […]. È davvero la malattia del momento. Ad oggi cinque milioni di persone ne sono morte, dodici milioni di casi sono stati constatati e un numero di persone almeno triplo nel mondo non è nemmeno consapevole di avere già sul proprio corpo una macchiolina marmorea non più grande di una lenticchia… […]. Inoltre è stato formalmente acclarato che la malattia […] colpisce solo soggetti che hanno più di quarantacinque anni». Perché, si sa, da dove potrebbero arrivare le malattie se non dalla Cina e dagli altri paesi arretrati?: «[...] dobbiamo fare della Cina una colonia europea, portare lì un po’ d’ordine, così queste storie finiranno. Tutto questo capita perché continuiamo a sopportare questi paesi così arretrati. Lì c’è fame, miseria, mancanza d’igiene e così via; ecco da dove vien fuori la lebbra». Un nemico invisibile e sconosciuto che, guarda tu le coincidenze!, risparmia gli animali: «Non conosciamo ancora l’agente responsabile della propagazione del morbo, sappiamo solo che si diffonde a una velocità straordinaria e anche che non contagia gli animali. […] Ci stiamo battendo, mio caro, ma non conosciamo ancora bene il nostro nemico». La malattia irrompe in una società totalitaria mettendo i giovani contro gli anziani, i poveri contro i ricchi e i medici gli uni contro gli altri facendo, così, precipitare la loro professione in un abisso morale: «[…] avrei un gran desiderio di buttarla giù dalle scale con le mie mani! Capisco che ogni dottore voglia guadagnarci qualcosa, ma trattare i progressi scientifici come meri segreti commerciali, non è un comportamento da medico, bensì da ciarlatano, da imbonitore da fiera! In primo luogo è crudele verso le persone che soffrono e in secondo luogo… […] In secondo luogo, lei si sottrae al dovere di collaborazione verso i suoi colleghi. Anche gli altri dottori vogliono guarire i loro pazienti: è di questo che vivono. Lei guarda alla sua cura come ad una fonte di guadagno privato; purtroppo per lei io devo invece considerarla in quanto medico e scienziato, consapevole dei miei doveri verso l’umanità. I nostri punti di vista sono totalmente differenti, dottor Galeno. […] L’abisso morale in cui è precipitata la professione medica è uno scandalo! Ogni due per tre si vede apparire un nuovo dottor Miracolo che fa i soldi con sedicenti metodi segreti». Sono tante le domande che si pongono i personaggi di questa pièce teatrale: si può accettare una dittatura sanitaria?, i vaccini vanno sottratti alle regole dei brevetti?, è giusto che un medico si rifiuti di curare i violenti?, una pandemia aiuta sempre i sovranismi o può anche diventare alleata della pace? Sono numerose anche le paure sotterranee di questi personaggi: il contagio, la solitudine, la forza bruta della folla e quella minacciosa del potere, il timore che non poteva andare diversamente, che s’era troppi sulla Terra: «Questa è peste, ve lo dico io. Peste. Ogni strada del quartiere ha più di un contagiato. L’altro giorno ho detto a un mio vicino: «Anche lei ha una macchia bianca sul mento». Lui mi risponde che no, che si sente bene. Ora la carne gli cade a pezzi. È la peste. […] Eravamo in troppi sulla terra. Per questo una metà di noi deve crepare per fare posto all’altra metà. Tu fai il panettiere. Beh, farai posto a un altro panettiere. Io sono povero, lascerò spazio a un altro povero diavolo, perché possa crepare di fame al posto mio. Ecco perché questa peste si abbatte sulla terra». Il mal bianco ci anticipa le pulsioni irrazionali di popoli inebetiti; governi dispotici che subordinano la salute pubblica al progresso economico e alla propria egemonia sul resto del mondo; la figura del medico accademico arrogante, amico dei potenti e chino di fronte al dio denaro; e quella del giornalista sprovveduto e balbettante che scrive tanto e con poca competenza: «Sul mal bianco o lebbra di Pechino […] se ne scrive anche troppo e in maniera poco scientifica. Secondo me dovremmo lasciare la medicina ai medici. Se invece ne parlate sul giornale, i vostri lettori cominceranno subito ad avvertire i sintomi della malattia, non crede?» Nella storia di Čapek i malati vengono rinchiusi dietro fili spinati: «Possiamo ora sperare di riuscire a ridurre la diffusione della malattia. […] nei prossimi giorni sarà adottato un decreto d’urgenza che ordinerà l’isolamento dei malati cosiddetti lebbrosi. […] È arrivato il momento di chiudere questi malati dietro ai fili spinati senza tollerare nessuna eccezione». Ma, pensa te le combinazioni!, non tutti sono convinti su quanto viene loro raccontato: «[…] è tutta una truffa, una montatura, ‘sta famosa lebbra. Basta un caso qui e uno là e subito i giornali ci si buttano sopra per farne una cosa enorme. E la gente poi? Basta che uno si metta a letto col raffreddore e subito dicono che ha preso il mal bianco». E mentre tutto pare dipendere da questa malattia, ecco che una nuova guerra in Europa rispedisce al mittente l’intera classe medica, e non solo questa, allontanandola da quelle luci della ribalta che avevano dopato a dismisura l’ego di molti di loro, rendendoli piuttosto nervosi e pure vendicativi: «Voi gli uomini li maciullate, li fate saltare sulle mine, li uccidete con il gas e vi aspettate che noi dottori li salviamo? Se voi sapeste quanto lavoro ci vuole per strappare un bambino alla leucemia… ogni giorno ci battiamo contro le malattie del cuore, delle ossa, degli occhi, ci battiamo contro il cancro… adesso loro vogliono che combattiamo un’altra guerra! Ma io sono un dottore, non un soldato! Io mi batto per la vita umana! […] Quando i capi di Stato si accorderanno per rinunciare d’ora in poi alla guerra, solo allora riceveranno il mio vaccino contro il mal bianco». Come spesso abbiamo sentito ripetere in quest’ultimi decenni, anche qui si parla di guerra lampo: «[…] non durerà più di una settimana. Il nemico verrà ridotto in briciole prima ancora di capire che c’è la guerra. È così che vanno le cose oggigiorno». E ovviamente si prova a non mandare al fronte i propri figli: «Io… vorrei solo che il nostro ragazzo non debba partire in guerra». Motivo della guerra? Il solito: un pretesto. Alla domanda del maresciallo «Come siamo messi sul versante pretesti per un intervento armato?», il ministro risponde: «Tutto predisposto già da tempo. Complotti contro la nostra nazione, provocazioni sistematiche… nel momento propizio ci sarà un attentato politico. Subito dopo, basterà ordinare un’ondata di arresti e preallertare la stampa». La guerra è indispensabile, ha super poteri, trasforma la folla in popolo, un uomo in eroe e, soprattutto, un pezzo di terra in patria: «Solo col sangue dei caduti si può fare di un pezzo di terra una patria, ed è soltanto la guerra che può fare di una folla un popolo e di un uomo un eroe!». Inoltre, di questo conflitto sul suolo europeo, Il mal bianco ci racconta che la piccola nazione invasa resiste fortemente: «Si sono difesi con le unghie e coi denti. Noi abbiamo riportato dei successi, ma l’attacco sferrato contro la loro capitale è fallito. Abbiamo perduto ottanta aeroplani… alla frontiera i nostri carri armati hanno incontrato una forte resistenza…» e che la piccola nazione potrebbe ricevere rinforzi: «[…] E in questo ritardo potrebbero ricevere rinforzi, capisci? Probabilmente il Maresciallo pensava che un primo urto sarebbe bastato. Ci sono anche due ultimatum arrivati da potenze straniere che stanno già mobilitando i loro eserciti. Dio mio, come tutto si è messo a correre! Quattro, cinque ultimatum tutti insieme!». Diciassette anni prima la pubblicazione de Il mal bianco, l’autore Karel Čapek aveva già sorpreso i lettori con R.U.R. Rossum’s Universal Robots, un’opera teatrale scritta nel 1920 e messa in scena l’anno dopo; R.U.R. è la sigla della multinazionale dove vengono prodotti i robot universali inventati da Rossum, uno scienziato che ha trovato la formula della sostanza chimica necessaria a dar vita alla materia. Ma di questo testo che introduce nella cultura mondiale il fortunato termine «robot» – dal ceco «robota», lavoro – che, da allora, definisce la copia artificiale dell’essere umano, ne scriverò un’altra volta. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com

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    Il falcone maltese # 5: Un commissario burbero ma empatico e un anarchico surrealista Roberto Gelini L’articolo esplora il contributo della letteratura francese al genere poliziesco, focalizzandosi su due figure chiave: il commissario Maigret, creato dal belga Georges Simenon, e Nestor Burma, investigatore anarchico ideato dal surrealista Léo Malet. Maigret si distingue per un metodo d’indagine empatico e immersivo, che rifiuta schemi predefiniti in favore della comprensione umana del crimine. Malet, invece, porta nel noir francese un’impronta politica e letteraria originale, intrecciando cinismo, ironia e realismo sociale. La Parigi dei suoi romanzi diventa protagonista viva e pulsante, specchio della società del dopoguerra. L’articolo evidenzia così l’evoluzione del poliziesco europeo come forma di resistenza culturale e critica sociale, alternativa alla razionalità rigida del modello anglosassone. In genere se si parla di crime story , lo scenario in cui si svolge la vicenda che immediatamente viene in mente è legato al mondo anglo-sassone, dunque Gran Bretagna o Stati Uniti d’America. In realtà, fin dalla sua nascita, il poliziesco ha ricevuto apporti profondi anche da scrittori di altri paesi che hanno contribuito a modificarlo, a farlo evolvere, a spingerne più avanti i confini. Del resto, pensandoci bene, ammesso che il primo giallo sia I delitti della Rue Morgue , è innegabile che sia stato scritto da un americano, Edgar Allan Poe, e sia stato pubblicato in America, il protagonista, però, il primo detective della storia, si chiama Auguste Dupin e vive a Parigi, dove è ambientata la vicenda e dove si svolgono anche le altre inchieste di Dupin. È innegabile poi che la Francia, o meglio gli autori francesi, abbiano dato più che rilevanti contributi allo sviluppo del poliziesco, sia per quanto riguarda la letteratura, ma anche dal punto di vista cinematografico e televisivo. E, come il tipico detective inglese è senza dubbio Sherlock Holmes, se si pensa al giallo d’oltralpe, il primo nome che viene in mente è quello del commissario Maigret. Inoltre, come Dupin, francese, è nato dalla penna di Poe, americano, anche Maigret nasce da un creatore che non è francese, ma belga, George Simenon. Dopo quattro romanzi usciti nel 1930 per così dire apocrifi, perché Maigret compare ma in maniera defilata, e firmati con uno pseudonimo, l’esordio ufficiale del commissario in libreria risale al 1931. La sua prima inchiesta è ambientata nel 1913 e si andrà avanti fino all’inizio degli anni Settanta. Simenon è scrittore di razza e il realismo nelle descrizioni, non solo dell’indagine ma dei vari ambienti sociali in cui si trova ad agire il suo personaggio, è davvero molto approfondito. Del resto anche nei suoi romanzi mainstream  emerge un quadro estremamente veritiero degli ambienti sociali descritti. E sempre vengono fuori con forza la meschinità, l’opportunismo di una piccola borghesia spesso rancorosa e di classi dirigenti arroganti. Ma emerge anche una sorta di pietas  nei confronti dei personaggi e, spesso, anche di chi si è reso colpevole. È come se a Maigret non interessasse tanto capire ma comprendere, ovvero fare proprio, interiorizzare quello che è effettivamente successo. Alla fredda logica di un Poirot e delle sue «celluline grigie» il commissario contrappone il proprio metodo – che è poi la vera novità dal punto di vista dell’evoluzione del crime  – ovvero immergersi completamente nell’ambiente in cui è avvenuto il delitto, con la mente sgombra, senza pregiudizi e cercando di arrivarne quasi a far parte. Secondo le parole di Simenon: «Si sarebbe detto che egli aspirasse macchinalmente la vita che l’attorniava e se ne gonfiasse come una spugna (...). Egli aspettava il più a lungo possibile prima di formarsi un’opinione. Oppure non se la formava affatto. Conservava il suo giudizio libero fino al momento in cui un’evidenza non gli si imponeva, o piuttosto che il suo interlocutore non cominciasse a cedere». Questo potrebbe essere inteso come la preistoria del profiler  odierno, quello che ricostruisce gli schemi mentali del serial killer, invece si tratta di qualcosa di assolutamente diverso, opposto. Il segreto, infatti, è non avere schemi, perché la realtà non ha schemi. Come risponde lo stesso commissario a chiunque glielo chieda, lui non ha un metodo. Ed è questo, ancora una volta, l’elemento di resistenza che la letteratura di genere oppone alla marcia a prima vista trionfante del capitalismo. Laddove, classicamente, l’enigma si dovrebbe sciogliere con la logica, dato che il mondo è tutto misurabile, quantificabile, in realtà quello che funziona è l’empatia, il lasciarsi prendere dall’interiorità, dall’umanità anche di un assassino, il quale resta sempre un essere umano con tutta la sua complessità e non un agente del male che ha inflitto un vulnus  all’ordine sociale. Se alla base dell’evoluzione – per non dire della rivoluzione – del giallo anglosassone, con la sua svolta in senso realistico e sociopolitico c’è il cosiddetto hard boiled , con una figura come Dashiell Hammett, dai trascorsi nel Partito comunista degli Stati Uniti d’America, le origini del noir  in Francia sono rintracciabili, a partire dagli anni Quaranta del Novecento, in un altro autore, anche lui con una serie di legami quanto meno inconsueti, per essere uno scrittore di crime . Si tratta di Léo Malet, che fin da giovane si lega ad ambienti anarchici e, in seguito, entrerà a far parte del gruppo dei surrealisti. Anzi, sembra che alla base del suo interesse per il romanzo poliziesco ci sia proprio André Breton. Sarebbe stato infatti, il fondatore dell’avanguardia surrealista a fargli conoscere le avventure di Fantômas. E proprio la passione per la creatura di Marcel Allain e Pierre Souvestre avrebbe spinto Malet a cimentarsi con il giallo. Del resto Fantômas doveva essere molto popolare tra i surrealisti, dato che avrebbe ispirato anche più di un’opera di René Magritte.  La carriera di Malet come giallista inizia nel 1941 quando, appena uscito da un campo di concentramento nazista, inizia a cimentarsi nel genere, utilizzando vari pseudonimi. Ma è con la creazione del suo personaggio più famoso, Nestor Burma, investigatore privato nonché proprietario dell’agenzia Fiat Lux, che lo scrittore di Montpellier riesce a trovare la propria cifra stilistica. Paragonato a Marlowe e Sam Spade – del resto Burma nella sua prima apparizione si trove a indagare sull’omicidio del socio proprio come Spade in Il mistero del falco  – il detective francese appartiene alla stessa razza dei colleghi americani, ma se ne differenzia per alcuni elementi. Innanzi tutto, ne condivide sicuramente la visione di fondo, caratterizzata da una critica radicale alla società in cui si trova a vivere e, nello stesso tempo, fortemente intrisa di cinismo e disillusione. Ma Burma, come del resto il suo creatore, a differenza dei due detective americani, ha un passato di impegno politico, e non soltanto teorico ma concreto, all’interno degli ambienti anarchici. La sua visione nei confronti della società francese del dopoguerra, caratterizzata da immobilismo e corruzione, appare dunque più strutturata e al contempo paradossalmente più scanzonata, venata anche da umorismo e ironia. Diverso anche il suo rapporto con le donne, che nei romanzi di Malet acquistano più concretezza, anche sensuale e non appaiono solo come dark ladies . Burma le guarda e gli piacciono, possono anche essere pericolose ma non vengono subito caratterizzate come un pericolo.  Parigi, poi, viene raccontata con una profondità e una partecipazione rara. Non è mai un semplice sfondo ma acquista forza e presenza e, soprattutto, sembra riflettere passioni, desideri, delusioni e sconfitte dei vari personaggi. Non a caso, all’interno del corpus  di romanzi dedicati a Burma, spicca la serie intitolata «I nuovi misteri di Parigi», in cui ogni romanzo è dedicato a un diverso arrondissement  della capitale.  Sono poi da sottolineare i romanzi della cosiddetta «Trilogia nera», in cui non compare Nestor Burma, ma dove il noir  si colora delle sue sfumature più estreme. Qui, come negli altri suoi romanzi, Malet riesce a offrire un quadro estremamente suggestivo e realistico non solo della ville lumière , della classe dominante corrotta, ma anche della malavita francese, il milieu , così diverso dalla criminalità organizzata americana, irrimediabilmente destinato, però, a scomparire ben presto.   Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

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    Gli anni affollati La rivista politica antagonista negli anni ’70 Fausto Bianchi Pubblichiamo un testo del 1983. Si tratta del catalogo di una mostra sulla riviste politiche e culturali extrapartitiche, pre e post ’68, che fu organizzata a Tradate, in provincia di Varese, dal locale Centro sociale con la collaborazione del Centro di documentazione di Varese e di Primo Moroni della libreria Calusca di Milano. Le vicende del Centro sociale di Tradate, e del movimento di quell’area territoriale, limitatamente al periodo 1973-1993, sono state narrate nel libro di Sergio Bianchi Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, pubblicato nel 2016 da Milieu. Per quel movimento il 1983 segnava l’entrata nel decennio del «riflusso», cioè del disimpegno dai progetti collettivi di trasformazione sociale, con tutte le relative conseguenze sulla vita materiale dei suoi militanti. A partire dalla fine del 1978 la repressione si era accanita su quella situazione territoriale che aveva per caratteristica un considerevole radicamento sociale. Proprio in virtù di tale radicamento fu possibile per quella realtà imbastire una strategia di resistenza principalmente articolata sui terreni di una socialità alternativa e di un impegno culturale ispirato ai princìpi dell’autogestione e dell’autorganizzazione extrapartitica. L’iniziativa della quale questo catalogo rende conto ne dimostra la serietà e l’importanza che in tal senso riuscì a esprimere.

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