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  • selfie da zemrude

    La macchina del profitto prosciuga, scava, consuma. Metropolis di Thea von Harbou Roberto Rup Paolini Metropolis (1925) di Thea von Harbou è un romanzo distopico che denuncia la disumanizzazione causata dall’industrializzazione e dal profitto sfrenato. Ambientato in una città futuristica divisa tra una classe dominante che vive in superficie e operai schiavizzati nel sottosuolo, il libro mostra il conflitto tra razionalità meccanica e umanità. Attraverso lo sguardo critico di Freder, figlio del leader della città, emerge un invito alla ribellione e alla consapevolezza sociale. Metropolis, scritto nel 1925, affronta gli effetti disumani dell’industrializzazione e della logica del profitto a tutti i costi. Il libro nasce dalla rielaborazione del copione che la stessa autrice, Thea von Harbou, aveva preparato per l’omonimo film muto del 1927 diretto da suo marito Fritz Lang; in seguito, le strade dei due si divisero: la von Harbou s’iscrisse al Partito nazista diventando una voce della propaganda nazionalsocialista; Lang, invece, che non tollerava il regime, finì per andare via dalla Germania e stabilirsi a Parigi. Metropolis è una città del 2026 in cui vige una forte contrapposizione tra il regno della luce e quello delle ombre che si annida nel suo sottosuolo: nel primo vivono i borghesi, capitalisti, amanti del piacere e del bello, un luogo gradevole fatto di immensi grattacieli, di macchine, aerei e con uno stadio in cui giovani avvenenti e in salute praticano sport e vivono in serenità; nel secondo – il mondo sotterraneo – vive un esercito di operai schiavizzati, ridotti alla stregua di automi, che lavorano incessantemente per alimentare proprio quell’universo luminoso che sta in superficie, a cui non potranno mai accedere. Potere, fama, ricchezza e bellezza sono i valori su cui poggia Metropolis, la città-Stato dove svetta imponente la Nuova Torre di Babele in cui Johann (Joh) Fredersen – Cervello di Metropolis –, padrone e Signore di questa megalopoli, governa e domina dal suo ufficio un mondo in cui la logica del profitto è portata alle sue estreme conseguenze, in cui non viene contemplato il valore di sentimenti, legami e affetti, dove l’unica religione è quella della matematica e dei calcoli, delle regole perfette e scientificamente provate – un mondo di vivi che, però, per sopravvivere, ha bisogno di attingere dal buio di un vasto universo sotterraneo. Ecco chi sono gli esseri che soddisfano questa logica del profitto portata alle sue estreme conseguenze da chi domina: «Freder [unico e amato figlio del Cervello di Metropolis] lasciò vagare lo sguardo sulla città, spingendolo fino a quell’edificio che nel mondo era conosciuto come la Nuova Torre di Babele. Nella calotta della Torre di Babele viveva un uomo, il Cervello di Metropolis. Là sopra l’uomo lavorava senza sosta. Disprezzava il sonno. Mangiava e beveva come un automa e, finché teneva premuto il disco di metallo blu che nessuno aveva toccato all’infuori di lui, la voce di Metropolis, la città delle macchine, continuava a ruggire reclamando cibo, cibo, cibo… Voleva in pasto uomini vivi. Ed ecco che il cibo vivente avanzò in massa. Camminava lungo la strada, lungo la sua strada che non si incrociava mai con altre strade umane. Avanzava snodandosi in tutta la sua ampiezza, un fiume interminabile. Il fiume era largo dodici file. Procedevano a passo uguale. Uomini, uomini, uomini – tutti vestiti allo stesso modo; dal collo fino alle caviglie erano coperti di lino blu scuro, i piedi nudi nelle stesse scarpe rigide, stretti intorno ai capelli gli stessi berretti neri. E tutti sembravano avere gli stessi volti. E tutti sembravano avere la stessa età. Avanzavano con il busto sollevato, ma non diritto. Non alzavano la testa: la spingevano in avanti. Poggiavano i piedi, ma non camminavano. Le porte aperte della Nuova Torre di Babele, del centro macchine di Metropolis, risucchiavano dentro le masse. Incontro a loro, oltrepassandoli, si trascinava un’altra fila: la squadra consumata. Si riversava fuori snodandosi in tutta la sua ampiezza, un fiume interminabile. Il fiume era largo dodici file. Procedevano a passo uguale. Uomini, uomini, uomini – tutti vestiti allo stesso modo; dal collo fino alle caviglie erano coperti di lino blu scuro, i piedi nudi nelle stesse scarpe rigide, stretti intorno ai capelli gli stessi berretti neri. E tutti avevano gli stessi volti. E tutti sembravano avere diecimila anni. I pugni e le teste penzolanti. Non camminavano: appoggiavano i piedi. La porta aperta della Nuova Torre di Babele, il centro macchine di Metropolis risputava fuori le masse, così come le risucchiava dentro. Quando il nuovo cibo vivente scomparve dietro le porte, finalmente la voce ruggente tacque. E si fece nuovamente sentire il ronzio ininterrotto, insistente, della grande Metropolis, quasi che adesso regnassero il silenzio e una profonda quiete. L’uomo che nel cranio della città delle macchine era il forte Cervello, aveva tolto il dito dal disco di metallo blu». Sono esseri che, nel momento in cui non servono più a chi domina, vengono licenziati e pazienza se, perché privati di un’occupazione, decideranno di suicidarsi: «Perché lo hai licenziato, padre?», chiese il figlio. «Non mi serviva più», disse Joh Fredersen, e ancora non aveva guardato il figlio neppure una volta. «Perché no, padre?». «Non possono servirmi persone che si spaventano quando si rivolge loro la parola», disse il Signore di Metropolis. «Forse si sentiva male… Forse era preoccupato per qualcuno che gli è caro…». «È possibile. […] Freder, guardati dal giudicare buone le persone e dal considerarle vittime innocenti solo perché soffrono. Chi soffre si è reso colpevole. Verso di sé e verso gli altri». «Tu non soffri mai, padre?». «No”. «Tu sei del tutto innocente?». «Il tempo della colpa e quello della sofferenza mi stanno alle spalle, Freder». «E se adesso quest’uomo… Non l’ho mai visto prima, ma ne sono convinto: quando è uscito da questa sala aveva proprio l’aspetto di una persona decisa a porre fine alla sua vita…». «Forse». «E se tu domani mattina venissi a sapere che è morto, questa notizia non ti colpirebbe affatto?. «No». Freder tacque. La mano di suo padre scivolò sopra una leva e l’abbassò. In tutti i locali antistanti alla Nuova Torre di Babele le luci si spensero. Il Signore della grande Metropolis aveva fatto capire al mondo circostante che non voleva essere disturbato senza un motivo urgente. «Non posso tollerare – proseguì – che una persona che lavora al funzionamento di Metropolis insieme a me, accanto alla mia mano destra, rinunci all’unica grandezza che possiede in più rispetto alla macchina». «E che cos’è, padre?» «Sentire il lavoro come un piacere», disse il Signore di Metropolis. Sono tutti essere inutili, se non quando sono là dove devono essere, ognuno al proprio posto; sono tutti essere inutili, se non quando sono quello che devono essere, rotelle facilmente sostituibili di un ingranaggio che ti divora il cervello mentre ti fa produrre un profitto di cui non godrai mai: «Padre! Aiuta gli uomini che lavorano alle tue macchine!». «Io non li posso aiutare», disse il Cervello di Metropolis. «Nessuno li può aiutare. Sono là dove devono essere. Sono quello che devono essere. Per tutto il resto sono inutili». «Io non so a che cosa servono», disse Freder con voce spenta. La testa gli cadde sul petto come recisa per metà. «So solo quello che ho visto, ed era terribile […] accanto alle macchine-divinità, i loro schiavi: uomini stritolati tra la socievolezza e la solitudine delle macchine. Non devono trascinare pesi, è la macchina che li trascina. Non devono né sollevare né alzare nulla, è la macchina che alza e solleva. Non devono eseguire che quell’unico compito incessante e sempre uguale: restare ognuno al proprio posto, ognuno accanto alla propria macchina. Dopo pochi secondi la stessa presa allo stesso istante, allo stesso momento. Hanno gli occhi ma sono come ciechi, tranne che per una cosa: le scale dei manometri. Hanno orecchie, ma sono come sordi, tranne che per una cosa: il sibilo della loro macchina. Vigilano continuamente e hanno un solo pensiero: se la loro vigilanza viene meno, la macchina si sveglia dal suo sonno simulato, inizia a muoversi a folle velocità e si riduce in pezzi. E la tensione della vigilanza, l’eterna vigilanza della macchina che non ha né testa né cervello, succhia il cervello del suo custode dal cranio paralizzato, e non lascia la presa finché a quel cranio svuotato non resta appeso un essere nuovo, non più uomo e non ancora macchina, prosciugato, scavato, consumato. E la macchina, che ha risucchiato e divorato tutto il midollo spinale e il cervello dell’uomo, che gli ha ripulito la cavità cranica con la sua lingua morbida e lunga, con il suo sibilo tenero interminabile, la macchina riluce nel suo splendore di argento vellutato, cosparsa di olio santo, bella e infallibile […]. E tu, padre, tu premi il tuo dito sul piccolo disco di metallo blu accanto alla tua mano destra, e la tua grande, splendida, terribile città di Metropolis inizia a ruggire e annuncia che ha di nuovo fame di midollo spinale e di cervello umano, e il cibo vivente si riversa come un fiume nelle sale-macchine simili a templi, e quelli ormai consumati vengono risputati…». La voce gli venne meno. Sbatté insieme con durezza le nocche delle mani e guardò suo padre. «E sono pur sempre uomini, padre!». Freder, il figlio di Johann (Joh) Fredersen, ce la mette tutta per poter dare una mano a questi esseri ai quali la macchina ha ripulito la cavità cranica con la sua lingua morbida e lunga, ma viene visto con sospetto da coloro che abitano sottoterra, in una città pulita e luminosa, ma priva del sole e della pioggia, della luna di notte, del cielo: «Se sei venuto da noi per tradirci, figlio di Fredersen, allora ne trarrai scarso beneficio […] perché porti la divisa di lino blu? Gli uomini condannati a portarla per tutta la vita abitano in una città sotterranea che in tutti e cinque gli angoli della terra è considerata un’autentica meraviglia del mondo. È una meraviglia architettonica, questo è vero! È pulita e luminosa, ed è un modello di ordine. Le manca soltanto il sole e la pioggia, e la luna di notte. Le manca soltanto il cielo. Per questo i bambini che abitano là sotto hanno quelle facce da gnomi. Vuoi scendere nella città sotto terra per poi rallegrarti doppiamente della tua abitazione, lassù in alto sopra la grande Metropolis nella luce del cielo? Ti diverti a indossare per gioco questa divisa?». Ma il figlio del Cervello di Metropolis non è tipo da darsi facilmente per vinto, e arringa così i lavoratori: «Che cos’è più saporito: l’acqua o il vino?». «Il vino è più saporito!». «Chi beve l’acqua?». «Noi!». «Chi beve il vino?». «I padroni! I padroni delle macchine!». «Che cos’è più gustoso: la carne o il pane asciutto?». «La carne è più gustosa!». «Chi mangia il pane asciutto?». «Noi!». «Chi mangia la carne?». «I padroni! I padroni delle macchine!». «Che cos’è più piacevole da indossare: il lino blu o la seta bianca?». «La seta bianca è più piacevole da indossare!». «Chi indossa il lino blu?». «Noi!». «Chi indossa la seta bianca?». «I padroni! I figli dei padroni!». «Dov’è preferibile abitare: sulla terra o sotto terra?». «Sulla terra è preferibile abitare!». «Chi abita sotto la terra?». «Noi! ». «Chi abita sulla terra?». «I padroni! I padroni delle macchine! ». «Come vivono le vostre donne? ». «Nella miseria! ». «Come vivono i vostri bambini? ». «Nella miseria!». «Cosa fanno le vostre donne? ». «Soffrono la fame!». «Cosa fanno i vostri bambini? ». «Piangono!». «E cosa fanno le donne dei padroni delle macchine?». «Gozzovigliano!». «E cosa fanno i bambini dei padroni delle macchine?». «Giocano!». «Chi sono quelli che producono?». «Noi!». «Chi sono quelli che dissipano?». «I padroni! I padroni delle macchine!». «Che cosa siete voi?». «Schiavi!». «No – che cosa siete voi?». «Cani!». «No – che cosa siete voi?». «Diccelo! Diccelo!». «Siete dei folli! Stupidi! Stupidi! In ogni vostra giornata, la mattina, a mezzogiorno, la sera, la macchina grida chiedendo cibo, cibo, cibo! Voi siete il cibo! Voi siete il cibo vivente! La macchina vi divora come paglia tritata e vi risputa fuori! Perché rimpinzate la macchina con i vostri corpi? Perché ungete le sue articolazioni con il vostro cervello? Perché non lasciate che le macchine muoiano di fame, o stolti? Perché date loro da mangiare? Quanto più le nutrite, tanto più le macchine sono avide della vostra carne, delle vostre ossa e dei vostri cervelli. Voi siete diecimila! Voi siete centomila! Perché non vi scagliate come centomila pugni assassini sulle macchine e non le colpite a morte? Voi siete i padroni delle macchine, voi! Non gli altri che se ne vanno in giro vestiti di seta bianca! Ribaltate il mondo! Mettete il mondo con i piedi per aria!». Perché non ci scagliamo come centomila pugni assassini sulle macchine e non le colpiamo a morte? Siamo noi i padroni delle macchine, noi! Non gli altri che se ne vanno in giro vestiti di seta bianca! Ribaltiamo il mondo! Mettiamo il mondo con i piedi per aria! Chiedo troppo? Almeno fuggiamo dal sottosuolo dell’ignoranza, dài! Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com

  • fascismi

    Fuoco e ghiaccio: lezioni dalla battaglia di Los Angeles M Ismet Arca Il testo analizza l’esplosione del movimento contro le deportazioni di massa negli Stati Uniti, con epicentro a Los Angeles, dove proteste e scontri con la polizia si sono intensificati in risposta ai raid dell’ICE. Le proteste si sono rapidamente diffuse in decine di città, coinvolgendo diversi settori sociali. Vengono delineate ventuno lezioni strategiche derivate da questi eventi, evidenziando l’importanza della disobbedienza di massa, dell’espansione territoriale, del blocco delle infrastrutture logistiche e della spontaneità organizzata. Il documento sostiene che solo attraverso una mobilitazione ampia, radicale e determinata sarà possibile fermare la macchina delle deportazioni e aprire spazi di insorgenza. Il testo è apparso sulla rivista <>. Pubblichiamo dietro gentile concessione dell'editore. <> Diane Di Prima, <> Il momento stava crescendo nel movimento contro le deportazioni di massa. Da San Diego a Martha’s Vineyard, erano già scoppiati scontri spontanei con agenti dell’ICE. Parallelamente, c’erano state azioni coordinate da parte di attivisti e reti di risposta rapida, tra cui tentativi di bloccare i furgoni dell’ICE nel centro di Manhattan. Tutti sapevano che stava per esplodere. Poi, a Los Angeles, è successo davvero. Folle si sono radunate in risposta ai raid dell’ICE in diversi quartieri. A ciò sono seguite proteste notte dopo notte fuori dal Metropolitan Detention Center, dove erano detenuti i migranti arrestati. I tentativi di bloccare i raid e il centro di detenzione hanno portato a scontri con la polizia. Le folle si sono diffuse nel centro e in altri quartieri. I manifestanti hanno bloccato strade e autostrade, hanno lanciato pietre e fuochi d’artificio contro la polizia, costruito barricate e incendiato diverse auto. La domenica sera, il capo della polizia ha annunciato che il LAPD [Los Angeles Police Department] era sopraffatto. Trump aveva già deciso di inviare la Guardia Nazionale e, poco dopo, i Marines. L’esplosione sarebbe iniziata comunque a Los Angeles. Ma ora che l’incendio è divampato, sta iniziando a espandersi. Le proteste si sono diffuse in decine di città in tutto il paese. Oltre mille arresti, e il numero continua a salire. Texas e Missouri hanno schierato la Guardia Nazionale. I disordini si sono estesi anche all’interno dei centri di detenzione per immigrati. Una rivolta al Delaney Hall Detention Facility a Newark, New Jersey, ha portato alcuni migranti ad abbattere un muro e fuggire. Il centro, appena riaperto, potrebbe ora essere chiuso. Ecco alcune lezioni dalla battaglia di Los Angeles che potrebbero essere utili oggi, mentre il movimento contro la macchina delle deportazioni inizia a espandersi e consolidarsi: I. Le proteste sono efficaci solo se sono dirompenti. Il movimento contro l’ICE è stata la sfida più importante alla nuova amministrazione Trump. Interrompendo il funzionamento della macchina delle deportazioni, il movimento rivela l’unica vera fonte di potere che ha la gente comune. II. Per continuare ad essere efficace, la protesta deve espandersi. I disordini si sono diffusi da un quartiere all’altro a Los Angeles, poi in decine di città. Ma ora le proteste sono in gran parte contenute nei centri urbani. Per avere successo, il movimento deve continuare a espandersi in ogni città e in tutto il paese, coinvolgendo strati sociali più ampi. III. Bloccare tutto. Durante la battaglia di Los Angeles, i blocchi si sono diffusi dai quartieri al centro di detenzione, poi alle autostrade e alle linee ferroviarie. Le barricate si sono moltiplicate in tutta la città. Mentre il movimento si espande, i blocchi devono continuare a diffondersi dai quartieri ai centri di detenzione, alle autostrade e le linee di trasporto pubblico, fino agli aeroporti e altre infrastrutture in tutto il paese. IV. Il potere è logistico: risiede nelle infrastrutture. La macchina delle deportazioni si basa su infrastrutture e un vasto apparato logistico. Questa logistica può essere studiata e le infrastrutture mappate. Questo rivelerà i punti deboli e aprirà la strada a nuove tattiche. V. Un ritmo costante dà al movimento un orientamento, consentendo una più ampia auto-organizzazione. I centri di detenzione e gli edifici federali sono simbolici e infrastrutturali. Protestare ogni sera davanti a questi luoghi può aprire spazio a un movimento diversificato e auto-organizzato. Ma questo ha i suoi limiti. Può facilmente intrappolare i partecipanti in un’estenuante guerra di logoramento con rendimenti decrescenti. VI. L’intera città è un terreno di lotta. Diffondere i disordini in tutta la città interromperà il funzionamento della macchina delle deportazioni, anche quando non si colpiscono direttamente le sue infrastrutture. VII. La spontaneità è spesso già organizzata. I movimenti mobilitano le persone sulla base delle reti esistenti nella vita quotidiana. Dietro la spontaneità delle rivolte ci sono livelli di organizzazione invisibile: gruppi Whatsapp, famiglie, associazioni di inquilini, gang. VIII. Sostenere il momento richiede organizzazione. Le rivolte iniziano spesso in modo spontaneo. Ma l’organizzazione può contribuire alla loro diffusione, estensione e intensità. A Los Angeles le folle si sono radunate spontaneamente in risposta ai raid; poi i gruppi attivisti hanno convocato proteste al centro di detenzione. Questo ha contribuito a mantenere lo slancio e a diffondere l'attività in tutta la città. Le proteste continueranno a emergere come risposta spontanea alle retate. Ma il movimento dovrà imparare a prendere l'iniziativa e a stabilire il proprio ritmo. IX. Gli attivisti possono aiutare la diffusione del movimento. Canali di comunicazione chiari, affidabili e coerenti sono essenziali. Servono per aumentare i partecipanti e creare un’ecologia dove molteplici iniziative e forme di auto-organizzazione siano possibili. X. È emersa una nuova generazione militante. Secondo il capo del LAPD, le folle erano piene di <> che si spostano tra diversi momenti di disordini sociali. Una generazione a Los Angeles e altrove ha fatto esperienza nelle tattiche di strada difendendo gli accampamenti studenteschi lo scorso anno. XI. Una folla determinata può sopraffare la polizia. Il LAPD è stato sopraffatto da una folla combattiva, ma anche eterogenea, creativa, imprevedibile, decentralizzata e dispersa. XII. La repressione può far espandere le proteste. A volte l’invio della Guardia Nazionale reprime i disordini. Altre volte, rende le proteste più ampie e intense, spingendo più persone a scendere in strada. XIII. Una situazione rivoluzionaria si apre quando le forze armate vengono schierate nelle strade. Non siamo ancora a quel punto. Ma è il momento di iniziare a riflettere sulle domande che questo comporta. XIV. L’infrastruttura per le deportazioni di massa non esiste ancora. Sta venendo costruita pezzo per pezzo. Per ora, l’obiettivo è creare uno spettacolo. Ma proprio su quel palcoscenico, possono essere sconfitti. XV. La strategia dell’amministrazione Trump è aumentare polarizzazione e disordine. Trump sta rendendo ingovernabili le città americane. Questo può ritorcersi contro di lui. Spesso, gli aspiranti autocrati cadono per i loro stessi errori. Le rivolte portano sempre a una maggiore polarizzazione: è inevitabile, ma diventerà un limite. XVI. Le tensioni tra governi locali e l’amministrazione Trump hanno creato spazi per le rivolte di George Floyd. Il movimento attuale può trarre vantaggio da queste contraddizioni. Ma bisogna evitare che la lotta venga risucchiata nel voto. I Biden, le Kamala, i Newsom di questo mondo non hanno nulla da offrire. XVII. Le rivolte spesso iniziano da un gruppo sociale specifico, ma devono espandersi. La lotta contro l’ICE è nata nelle comunità migranti. Ma per vincere dovrà coinvolgere settori molto più ampi della società. XVIII. I governi imparano dai successi e fallimenti delle rivolte. Gli insorti dovranno fare lo stesso. Trump si è spesso lamentato per non aver inviato prima la Guardia Nazionale a Minneapolis. Se il governo federale agirà più rapidamente e con più decisione nei disordini locali, le rivolte avranno meno tempo per agire. Gli insorti dovranno imparare ad agire con sicurezza e decisione. XIX. Il futuro appartiene a chi osa. Il movimento deve prendere e mantenere l’iniziativa, imponendo il proprio ritmo agli eventi. Una volta iniziata una rivolta, bisogna agire con la massima determinazione e, con ogni mezzo, passare all’offensiva. Cogliere il nemico di sorpresa, approfittare del momento in cui le sue forze sono disperse. Cercare successi quotidiani, anche minimi, e mantenere il morale superiore a ogni costo. XX. Nessun metodo da solo è sufficiente. Ci vorranno tutte e tutti noi, spingendo da ogni lato, per abbattere il sistema. XXI. <>. Servirà aprire nuovi fronti e diffondere tattiche sempre più dirompenti per tirare il freno d’emergenza alla macchina delle deportazioni. La scelta è chiara: deportazione o insurrezione.

  • post-poetica

    Due testi da Gli insetti Roberto Rup Paolini I testi sono <> La loro operazione di scomposizione e ricombinazione dei materiali consente di trattare delle fonti di natura filosofica o informativo-scientifica come pagine da manipolare, disintegrando l’ordine logico e formale originario per generare dei cortocircuiti, delle sfasature del senso. I testi si comportano come meccanismi che si inceppano, che decostruiscono i diversi linguaggi settoriali in quanto strumenti di potere e di controllo tramite cui le istituzioni (siano esse politiche, legali, educative o religiose) esercitano una forma di autorità che può risultare opaca o pervasiva. Gli insetti è lo spin-off inedito di Animali domestici (e non), che uscirà nel 2026. A maggio, un estratto è stato pubblicato sul blog di Gorilla Sapiens. In estrema sintesi, l’idea di elemento fluttuante nasce congiuntamente al suo sciame potenziale nell’aria, e cioè il libero insetto pensante, spesso pensante contro il suo stesso sciame della maggioranza dei membri. È il caso, ad esempio, delle locuste migratorie. Parecchi insetti si sentono partecipi di una posizione proprio scomoda perché ritengono di prendere la sorte del proprio sciame. Spesso, nel loro sciame, prendono atto che, dal fatto che le radici non sono le loro, si estendono nel terreno, e sono anzi ben altre. Come sempre, alla fine gli insetti fanno ciò che gli è stato ordinato di fare e pensano ciò che gli è stato ordinato di pensare. Il non aver paura di essere vivace e indipendente, dunque, l’essere in minoranza, purché venga vissuto, il tratto distintivo, però, con disagio e insoddisfazione, ogni insetto è in minoranza. * In seguito all’interesse della domanda di fonti alternative, di alimenti crescenti, all’aumento di insetti commestibili, che possono essere cucinati, con le unghie e con i denti, da parte di chi lo subisce. Ad esempio, i grilli dal sapore delicato e nocciolato si preparano alla griglia, sono squisiti se bolliti o tostati al forno con spezie tipo paprika e lime, simile ai popcorn. Le cavallette, le larve della farina fritte o essiccate in padella e poi saltate. I bachi da seta, cotti al vapore, dal gusto forte e la consistenza morbida, o le camole del miele che vanno messe, prima di mangiare, simili a nocciole, a digiuno in un contenitore pulito, per circa 24 ore a svuotare l’intestino, lavate più volte sotto acqua corrente, per rimuovere i residui del freddo, le parti non digeribili, il latte condensato, i rimasugli, come ali, zampe e esoscheletri duri, possono essere snack, mescolate come topping per insalate o zuppe, mangiate con la frutta secca, o frullate per ottenere farine o essere conservate in barattoli o, per lunghi periodi, sottovuoto e surgelate, a chiusura ermetica. Andrea Piccinelli (1980) è laureato in storia dell’arte. Quattro raccolte di poesie: Aporie spurie (Oedipus, 2016), Degenza autoptica (Sigismundus, 2017), Note sul funzionamento di una macchina gigante (Transeuropa, 2019), Diverse congiunzioni (Oedipus, 2020). In rete ha pubblicato su Nazione Indiana, Poesia del nostro tempo, Utsanga, la morte per acqua, slowforward, il cucchiaio dell’orecchio, Blogorilla sapiens, Esiste la ricerca, Poesia ultracontemporanea. Nel 2024 il testo Desideri e ragionamenti è stato incluso nell’antologia L’ordine sostituito, curata da Carlo Sperduti per déclic edizioni. Si occupa anche di ricerca nel campo delle scritture asemantiche e verbo-visive. Una sua opera originale è stata inclusa nel numero 19 del contenitore di cultura contemporanea <>.

  • konnektor

    The other side of the moon # 1 Assenza, negazioni e spessore di Xi Jinping Chip Codella Il testo analizza il ruolo crescente della Cina nei Brics e sulla scena globale, guidata dall’ambiziosa politica estera di Xi Jinping. Pur assente al vertice di Rio, Xi ha influenzato le linee guida dell’organizzazione, sempre più alternativa all’Occidente. La Cina punta a rafforzare la propria posizione economica e politica con prudenza, attraverso iniziative come la Belt and Road e una crescente centralizzazione del potere interno. Il modello cinese, efficace nel suo contesto, non è esportabile nei paesi democratici. Xi rappresenta il volto di un esperimento unico di sviluppo e affermazione globale. «the other side of the moon» è una rubrica del reparto konnektor a cura di Romeo Orlandi. L’Asia è lontana, si mantiene invisibile, si conferma differente. Proprio come l’altra faccia della luna: non la vediamo mai. Eppure cresce, ritrova l’orgoglio, rimette a posto le lancette della storia. La «rotazione sincrona» non funziona più, è tempo di conoscere l’oscurità, la diversità, anche il pericolo. L’Asia vista con lenti disincantate; senza orientalismi, esotismi, paure, tentativi di imitazione. Realismo nell’analisi, analisi prima dello schieramento. Il Presidente cinese non è andato a Rio de Janeiro il 6-7 giugno per il 17° vertice dei Brics Plus. La sua assenza è stata notata, non più di quanto avrebbe fatto la sua partecipazione. Il summit si è svolto senza di lui – sostituito dal Primo Ministro Li Qiang – ma le sue conclusioni risultano allineate con quanto Xi Jinping auspicava. Il comunicato di chiusura è stato dettato da posizioni prudenti. Il cemento dell’organizzazione si è rafforzato, l’unità dei partecipanti estesa, la contrapposizione agli Usa, all’Ue e a Israele contenuta. I dieci paesi membri hanno riaffermato la loro alterità all’Occidente sulle questioni di fondo – dialogo, crescita, multilateralismo, transizione verde – pur evitando toni bellicosi. Era esattamente quello che voleva Xi. Dalla loro nascita nel 2009 l’organizzazione dei Brics – ora sempre meno informale – ha visto numerosi sviluppi. Da semplice acronimo (Brasile, Russia, India, Cina e successivamente Sudafrica) ha raddoppiato i partecipanti, con l’inclusione di Egitto, Etiopia, Emirati Arabi, Iran e Indonesia. Tiene meeting annuali, si è dotata di una segreteria, ha una lunga lista di attesa per nuovi membri, e soprattutto ha fondato una Banca multilaterale – la New Development Bank con sede a Shanghai – che finanzia progetti di sviluppo. Se l’Istituto è considerato alternativa alla World Bank, per analogia i paesi Brics sono classificati come concorrenti del G7. Pochi numeri confermano la validità di tale suggestione: rappresentano quasi la metà della popolazione, più del 30% del Pil mondiale. La differenza in valore assoluto con quello del G7 si va assottigliando speditamente. Se calcolato con il metodo PPP (Purchasing Power Parity, a parità di potere d’acquisto) i paesi Brics hanno superato in totale quelli del G7 da alcuni anni. Questa combinazione di prestazioni e di dimensioni è dovuta in larga parte alla Cina, che ne rappresenta approssimativamente la metà del peso totale. La evidente eterogeneità dei paesi Brics non costituisce un ostacolo alle ambizioni cinesi. Paradossalmente, proprio la mancanza di unità ideologica rende inutile e probabilmente dannosa la necessità dello schieramento. La supremazia di Pechino è nei fatti; non va imposta ai partner ed esposta come minaccia ai paesi industrializzati. Il nemico per i Brics continua a essere il sottosviluppo, non necessariamente il capitalismo. Più del Sol dell’Avvenire, conta raggiungere migliori condizioni di vita per popolazioni immense che finora non hanno intercettato i vantaggi della globalizzazione. Nel rispetto delle forme in un’Associazione tra pari, Pechino guida un nuovo schieramento, variamente chiamato Global South, Paesi Emergenti, Nuovo Terzo Mondo. Anche se le transazioni intra Brics in renminbi (la valuta cinese) sono in aumento, Xi e gli altri leader sono consapevoli che una partita decisiva si giocherà sulla capacità di creare una moneta comune accettata dalla comunità internazionale. Ancora oggi la grande maggioranza degli scambi avviene in dollari e la moneta statunitense continua a essere accettata nel mondo perché considerata sicura. Questa supremazia concede a Washington la possibilità di finanziare i propri disavanzi con margini inesistenti per gli altri paesi. La Cina svolge un ruolo conosciuto nei twin deficit statunitensi. Da un lato aggrava quello commerciale, con un suo attivo che negli ultimi anni ha variato da 300 a 500 miliardi di dollari. Dall’altro – si potrebbe dire con gli stessi soldi – finanzia il deficit di bilancio americano. Più prosaicamente: con i ricavi delle biciclette vendute a WalMart la Cina compra titoli di Stato, cioè porzioni di Stati Uniti. Si tratta di una situazione oggettivamente insostenibile e che sta dando luogo alle reazioni di Trump. Tuttavia su questo squilibrio, su questa credit card mentality americana, si basano molte delle fortune economiche della Cina e degli altri paesi esportatori. Ogni variazione di questo assetto provocherebbe – lo sta già facendo – crisi potenzialmente incontrollabili. Per la Casa Bianca il problema viene acuito dalle dimensioni della Cina, che inoltre, al contrario di Giappone, Germania, Italia e Corea del Sud, non ha truppe di Washington sul proprio territorio. Infine, è tra le potenze vittoriose della Seconda guerra mondiale, siede permanentemente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, possiede un arsenale nucleare. Cosa accadrebbe se Pechino smettesse di acquistare Treasury Bond statunitensi, se ne richiedesse la restituzione, se gli Stati Uniti disattendessero la richiesta? Gli scenari sono ovviamente preoccupanti, si tratterebbe – affermano gli analisti più acuti – di una financial nuclear option. Ugualmente, la nascita di una nuova moneta controllata dai Brics sarebbe un’accelerazione probabilmente non tollerata. Ecco perché la Cina sceglie di procedere con prudenza, senza clamore, come se la sua avanzata appartenesse all’ordine naturale delle cose. L’intera politica estera che Xi ha impresso alla Cina è ambiziosa. Si dirige verso ovest con la Belt and Road Initiative, un immenso reticolo di tragitti e progetti che tendono al decollo economico. Ne sono interessati 140 paesi nei quali verranno costruite infrastrutture per facilitare gli scambi. Il pragmatismo è la matrice di questa impresa gigantesca; non sfuggono ovviamente le implicazioni politiche che renderanno la Cina più forte e inattaccabile. L’altro versante dell’assertività cinese risiede invece nel Mar Cinese meridionale dove Pechino rivendica con forza alcune isole, atolli, scogli che ne sposterebbero i confini marittimi migliaia di chilometri più a sud. Si tratta in entrambi i casi di una politica estera inedita per la Cina. La timidezza di un paese impegnato a sconfiggere il passato e a calamitare gli investimenti internazionali è ormai al tramonto. La Cina è diventata forte da rivendicare il suo ruolo storico: riscuotere cioè i dividendi politici dei successi economici. Tutto ciò ha bisogno contemporaneamente di continuare la crescita e di mantenere il controllo. Il timone in mano a Xi è la conseguenza dell’inasprirsi della situazione politica. La Cina factory of the world sta esaurendo il suo compito. La povertà è stata sconfitta e l’immenso opificio mondiale dove si produce tutto per tutti a prezzi bassi è ormai platealmente insufficiente per Pechino. Per rialzare la testa, per evitare un altro «secolo delle umiliazioni» è necessaria una guida forte e autorevole. Non ci sono spazi – l’Occidente avrebbe dovuto capirlo prima – per riforme democratiche, partecipazione dei cittadini alla vita politica, dissenso, autonomia delle minoranze, dialettica sociale o parlamentare. Pechino svela il suo Chinese dream of rejuvenation e propone il suo volto nazionalista, peraltro mai nascosto. Risfodera l’orgoglio, mette da parte la sua titubanza, smentisce l’aspettativa che si sarebbe omologata agli standard del liberismo. Non è più timida o defilata per non intimorire governi e multinazionali, quando le era vitale attrarre investimenti stranieri. Ora la Cina, seppur ancora un paese di reddito medio, mette in gioco la sua stazza, la sua storia, la sua omogeneità culturale. La politica, le scelte di Xi Jinping ne sono la conseguenza. Il Presidente rappresenta per il suo paese la migliore guida verso un percorso pressoché obbligato. Certamente la sua impronta non è marginale, le sue caratteristiche non irrilevanti. Accetta volentieri un compito rischioso e difficile. La sua biografia è costellata di trionfi e sofferenze, il suo pedigree è impeccabile. Princeling, cioè figlio principino di un alto dirigente del Pcc poi tormentato dalla Rivoluzione Culturale, Xi ha conosciuto l’asprezza di condizioni di vita spartane, di umiliazioni, di una lunga penitenza prima di essere ammesso nel Partito. È ingegnere, ideologo, propagandista, perfetto conoscitore della macchina politica. La sua intelligenza è brillante, la competenza è indiscutibile. Dopo una lunga carriera in diverse Province, conquista la carica di Segretario generale (ben più importante di quella di Presidente della Repubblica) nel 2012. Da allora modella senza esitazione il suo Partito: elimina gli oppositori, usa la lotta alla corruzione come strumento politico, non pone limiti ai suoi mandati, accentra alla sua Segreteria compiti che normalmente attengono all’Esecutivo. Ottiene quello a cui ambiva: rafforzare la Cina e il proprio ruolo. In campo internazionale suscita timore, riceve minacce, riscuote ammirazione. Si tratta di una miscela ineliminabile per chi governa la transizione di un paese così importante. Di fronte a successi finora indubbi, almeno tre interrogativi sorgono nell’Occidente industrializzato. 1) È possibile – o addirittura auspicabile – trarre esempio dall’esperienza politica cinese, cioè dal suo imprinting ideologico? La risposta è negativa, senza alcun dubbio. Il controllo, il pensiero unico, la storia intrisa di nazionalismo, l’assenza di un dibattito plurale sono tutti incompatibili con società moderne, avanzate, dove anche gli antagonismi non rinunciano alla dinamica sociale. La Cina rimane un paese di eccezione. 2) È applicabile un modello di sviluppo che conduca ai risultati economici conseguiti dalla Cina? No, ugualmente. Il comando sulla forza lavoro è totale, i sindacati non sono antagonisti, il dissenso in fabbrica viene confinato a rivendicazioni secondarie. Siamo lontani anni luce dal fordismo e dal post-fordismo. La lotta di classe come motore dello sviluppo è una sofisticazione ancora irraggiungibile per Pechino. 3) Su un versante marcatamente anticapitalista, può la Cina raccogliere l’opposizione al liberismo, unificare teoricamente le nuove soggettività, costituire la sintesi per condurre le istanze di lotta e di liberazione verso l’uguaglianza e la liberta? Certamente no, e a distanza di 60 anni queste suggestioni vetero marxiste dovrebbero veramente essere archiviate come ricordi singolari. E poi, infine, Pechino non è minimamente interessato a sventolare questa bandiera. Rimane in conclusione, dentro la Grande Muraglia, un esperimento titanico e originale di progresso, un impegno che ha condotto fuori dalla povertà centinaia di milioni di persone, il riscatto sociale e politico – avvenuto pacificamente – di una civiltà millenaria. Di questo percorso, la figura imponente e complessa di Xi Jinping – serio, rigoroso, inflessibile – rappresenta sia l’approdo che la ripartenza. Non meraviglia che la sua barca che si appresta a salpare sia sempre più affollata di seguaci. Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

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    La vittoria di Zohran Mamdani segna la fine del ruolo centrale di Israele nella politica statunitense Viscount Kit Kellen La vittoria di Mamdani su Cuomo segna una svolta storica per la Palestina nella politica statunitense. Riflette una crescente stanchezza per il ruolo di Israele nella vita americana e la lenta implosione del sionismo sotto il peso dei suoi stessi eccessi. A prima vista può sembrare irrilevante, persino assurdo, che una corsa a sindaco di New York o il destino elettorale di una consigliera di Brooklyn debbano dipendere dalla propria posizione sulla Palestina. Dopo tutto, che cosa ha a che fare la governance municipale – la zonizzazione, i servizi igienici, l'accessibilità delle abitazioni – con la devastazione di Gaza, la fame di un popolo, lo spettacolo a ralenti della morte sotto i bombardamenti? Eppure, questo apparente scollamento tra la vicinanza delle questioni locali e l'enormità della violenza geopolitica è proprio la condizione in cui opera la politica statunitense. È anche in questa disgiunzione tra scala e intensità, tra distanza geografica e prossimità ideologica, che diventa visibile qualcosa di fondamentale. In questo contesto, la vittoria di Zohran Mamdani su una figura emblematica della continuità istituzionale e del potere dinastico come Andrew Cuomo non è un semplice dettaglio elettorale. È un evento politico, che deve essere interpretato non attraverso il filtro del carisma della persona ovvero i meccanismi della campagna elettorale, ma attraverso la grammatica simbolica di ciò che è ora esprimibile, rappresentabile ed elettoralmente praticabile. Il trionfo di Mamdani segnala un cambiamento di orizzonte in cui la Palestina – a lungo trattata nella politica statunitense come una questione letale per chiunque ne voglia affrontare la condizione – non fulmina più chi osi toccarla. Forse non è ancora un consenso morale maggioritario, ma neanche più una garanzia di suicidio politico. Chiaramente, Mamdani non si è presentato come un agitatore per un antisionismo impenitente. Ha ceduto, simbolicamente e retoricamente, alle preoccupazioni di una parte dell'elettorato sionista liberale. Ha cercato una via di mezzo, temperando i propri impegni morali con gesti di rassicurazione e adottando una posizione che non si allontanasse dalla propria biografia di solidarietà con la Palestina né abbracciasse in solido la chiarezza intransigente che la Palestina spesso richiede. E anche questo è significativo, perché è stata proprio questa calibrata ambivalenza – questa oscillazione tra l'affermazione senza mezzi termini e la calma riparatrice – a suscitare critiche anche tra i membri dello staff di Mamdani e tra coloro che hanno lavorato con lui per costruire e diffondere il movimento palestinese. L’irresolutezza della campagna sulla questione del "diritto all'esistenza" di Israele e l’esitante invocazione di una lunga storia di politica pro-Pal hanno provocato disagio. Per alcuni assomigliava alla nota mise-en-scène della ritirata morale: un gesto di concessione che rischia di diventare postura, poi posizione e infine principio. Il timore – espresso non per cinismo ma per pura memoria storica – è che una concessione porti a un'altra e che, nel tempo, il peso accumulato di queste aperture finisca per piegare Mamdani a quello stesso establishment che la sua vittoria sembrava sfidare. In altre parole, c'è una profonda ansia che la dialettica dell'incorporazione sia già in corso: che nell’incapacità di neutralizzare completamente la Palestina come questione politica, la assorba invece come discorso, sterilizzato, privato della forza e leggibile solo attraverso la grammatica dell'"equilibrio", dell'equidistanza e della mancanza di empatia per la Palestina. Il successo elettorale di Mamdani può segnare la fine della Palestina come tema venefico per coloro che la affrontino, ma solleva anche la preoccupante possibilità che questa normalizzazione avvenga a costo della radicalità. Entrare nel mainstream politico significa anche l’azzardo di venirne sfibrato e di cedere troppo terreno. La vittoria alle primarie, quindi, non è solo un'approvazione della Palestina come causa, ma una testimonianza del cambiamento dello status della questione palestinese: non è più una linea che non può essere oltrepassata, ma è diventata un terreno conteso, in cui i candidati possono impegnarsi, aggirare, affermare o eludere senza essere automaticamente squalificati. Questo è un cambiamento monumentale. Parla della forza accumulata in decenni di organizzazione, della ricaduta morale dell'insopportabile visibilità di Gaza e della stanchezza degli elettori più giovani e di molti progressisti nei confronti delle fredde evasioni procedurali dei loro predecessori. In questo senso, l’outcome di Mamdani non è dovuto solo a ciò che ha detto, ma a ciò che non deve più essere taciuto. I silenzi imposti si stanno sfaldando, non con una rottura rivoluzionaria ma con il lento ed estenuante logorio del consenso imperiale. Ciò che un tempo doveva essere celato ora può essere nominato, anche se accompagnato da concessioni formali. Ciò che un tempo segnava il limite di ciò che era accettabile si è ora intrecciato – in modo goffo, cauto, ma inesorabile – al regno del politico. Per evitare ogni ambiguità, bisogna riconoscere a questa vittoria delle contingenze, molte: il trionfo di Mamdani non può essere astratto dalle particolarità di questa corsa pre-elettorale. Dopotutto, si è scontrato con un ex governatore il cui nome – un tempo sinonimo di dominio incontrastato a New York – ora è caratterizzato dall'odore stantio dello scandalo e dalla teatralità esausta della redenzione del potere. Inoltre, la campagna di quello che sembrava giocare da sfidante è stata insolitamente precisa nella sua architettura. Si è mossa con chiarezza, disciplina e con un ritmo comunicativo distintivo: serio ma sereno, chiaro ma tatticamente agile. Il suo fascino non è stato coltivato attraverso la demagogia o il carisma settario, ma attraverso una fedeltà quasi anacronistica al programma: autobus pubblici gratuiti, assistenza all'infanzia ampliata, stabilizzazione degli affitti. Non richieste politiche isolate, ma parte di un più ampio immaginario morale e politico plasmato dall’impegno socialista. Il fatto che questo messaggio abbia risuonato e risuoni non solo nelle enclave progressiste, ma anche in circoscrizioni urbane disparate – giovani, immigrati, inquilini, operatori culturali, disillusi dalla politica – è di per sé un segno. Non una candidatura messianica, ma una fame più profonda. Una fame di coerenza, di principi e di una politica che non abbia paura di nominare il potere, ma anche abbastanza disciplinata da parlare di ciò che possa essere costruito. Sempre più palpabile, anche se in toni sommessi e impliciti, è una crescente stanchezza negli Stati Uniti. Una sorta di sfiancamento politico e psichico emergente – all'inizio flebile, ma ora innegabile – ha iniziato ad agitarsi intorno al ruolo di Israele nella vita pubblica americana. Tra gli opinionisti, i podcaster e la costellazione di figure mediatiche che orbitano attorno ai centri d’informazione alternativi, si avverte un crescente disagio, se non addirittura un'irritazione, per l'ossessiva centralità di Israele nell'identità americana, nei suoi rituali politici e nelle asfissianti manifestazioni di fedeltà che richiede. Non si tratta solo dello scontro prevalente a destra tra un "America First" che esclude Israele dal suo seminato ed uno che lo include. Non è solo il crescente numero di voci che si concentrano sulla Palestina, ancora marginali ma sempre più stentoree. È anche nell'emergere stesso della questione – il "diritto all'esistenza" di Israele, la fedeltà obbligatoria dei politici, le dichiarazioni rituali di sostegno – che si manifesta un disagio più profondo. Ciò che un tempo era considerato assodato, assiomatico, sacro, ora è appesantito dalla sua stessa carica performativa. Queste domande non fluttuano più come verità auto-evidenti, ma cadono sotto il peso del loro stesso esaurimento. L'atto stesso di sollevarle ora significa riconoscere che qualcosa è cambiato, che queste affermazioni, ripetute ad nauseam, sono diventate significanti non di chiarezza morale, ma di bancarotta ideologica. Sempre più spesso, l'insistenza su Israele come ultima cartina di tornasole non è più percepita come un segno di serietà morale, ma come il riflesso logoro di una classe dirigente politica, mediatica e istituzionale le cui coordinate etiche stanno franando sotto il peso delle proprie contraddizioni. La ripetizione della lealtà funziona ormai meno come indicatore di convinzione che come sintomo: di paura, di decadenza ideologica, di un disperato aggrapparsi a un ordine i cui miti fondativi cominciano a sgretolarsi. Basta esaminare l'implicito appoggio del «New York Times» ad Andrew Cuomo e la sua antipatia poco velata nei confronti di Zohran Mamdani, un gesto che denota non un disaccordo politico ma una dimostrazione di disprezzo vendicativo per il solo fatto di essere a favore della Palestina. Oppure possiamo rivolgerci, senza illusioni, a personaggi come Tucker Carlson, le cui osservazioni sull'ossessiva centralità di Israele nella vita politica americana al senatore Ted Cruz non nascono dalla solidarietà con la Palestina, ma dalla stanchezza…che è comunque sintomatica. Sia chiaro che non si tratti dell'emergere di una corrente filo-palestinese coerente. Tutt'altro. Ma comincia a erodersi la sacralità del posto di Israele nella vita morale americana. Il passaggio – in questa fase – non è dalla marginalità della Palestina alla sua centralità, ma del peso specifico d’Israele – sinora indiscusso – al suo scomodo depotenziamento. Dobbiamo resistere alla tentazione di supporre che l'incessante dispiegamento di accuse di antisemitismo da parte dell'hasbara israeliano sia principalmente finalizzato a mettere a tacere le critiche. Al contrario, stiamo assistendo a qualcosa di molto più interessante: l'eccesso osceno di questa strategia retorica sta iniziando a ritorcersi contro, non perché le persone siano diventate improvvisamente più pro-Pal, ma perché si stanno disgustando di compiere il rituale dell'eccezionale preoccupazione per il primato simbolico di Israele. Fuor di metafora, non stiamo assistendo ad un risveglio decoloniale. È, piuttosto, il risultato inevitabile di una sovrapproduzione ideologica. Quando ogni critica diventa in nuce crimine d'odio, quando ogni appello al cessate il fuoco viene etichettato come incitamento all’odio e quando ogni protesta viene presentata come un raduno antisemita, qualcosa inizia a cambiare nell'ordine discorsivo. La stessa macchina progettata per preservare la posizione egemonica del popolo eletto nella vita morale americana inizia a sgretolarsi. Più Israele insiste sulla propria unicità, più la violenza che agisce diventa visibile. Più accusa, più rivela. Più chiede silenzio o lealtà, più si indebolisce. Ed ecco il colpo di scena: l'attuale dislocazione di Israele nell'immaginario americano non è solo il risultato dell'attivismo a favore della Palestina. È anche – e forse soprattutto – il risultato della sottolineatura incessante dell’eccezionalità israeliana, il genocidio in corso a Gaza e il tentativo di trascinare gli USA in una guerra nella regione. Il cambiamento a cui stiamo assistendo non è in definitiva il trionfo di una narrazione alternativa, ma la lenta implosione di quella dominante sotto il peso dei suoi stessi eccessi. Non è solo una crisi di legittimità, ma una crisi di leggibilità, un momento in cui le coordinate che un tempo facevano sembrare naturale, ineccepibile – persino inevitabile – il sostegno a Israele cominciano a sfumare. Non è il discorso antisionista ad aver prodotto questa rottura, ma il sionismo stesso, la saturazione dello spazio simbolico, la sua pretesa di essere unità di misura della qualità morale, la sua coazione a parlare anche quando nessuno lo chiede. Sovrapproduzione ideologica: accade quando un sistema non può più sostenere le proprie finzioni, non perché siano state confutate, ma perché sono state ripetute troppo spesso, troppo forte e con troppo poco pudore. L’ideologia quindi cessa di funzionare come dogma e inizia a cedere alla farsa. Forse è proprio qui che ci troviamo: non di fronte a una contro-egemonia vittoriosa, ma tra le macerie di una mitopoiesi consumata dai propri eccessi. Consigli di lettura. R. Khalidi - T. Ali, The neck and the sward, in «NLR» n. 147. A. Zevin, Gaza and New York, in «NLR» n. 144. P. Anderson, The house of Zion, in «NLR» n. 96. I. Pappé, The Collapse of Zionism, in «NLR» n. 147; Can Zionism Survive the Current War in Gaza? in «Middle East Eye», 4 novembre 2024. O. Barghouti, Why I Believe the BDS Movement Has Never Been More Important than Now, in «The Guardian», 16 ottobre 2023. Abdaljawad Omar è uno studioso e ricercatore palestinese il cui lavoro si concentra sulle politiche di resistenza, decolonizzazione e lotta palestinese. Questo articolo è stato pubblicato originariamente su «Mondoweiss» e viene qui riproposto con l'espresso consenso del suo editore.

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    oltre il giardino # 3 American Fiction contro il kitsch redentivo: Il cinema che consola e quello che libera Il saggio confronta American Fiction e The Holdovers come simboli di due estetiche opposte: una critica e dissacrante, l’altra consolatoria e rassicurante. American Fiction smonta la retorica woke e la mercificazione del trauma, mentre The Holdovers offre un racconto emotivamente calibrato ma poco sovversivo. L'autore invita a riscoprire un cinema che interroga e disturba, invece di confortare. Introduzione Nel confronto tra American Fiction e The Holdovers si gioca una partita estetica e politica che va ben oltre il cinema: riguarda la retorica della rappresentazione, la mercificazione del trauma, il bisogno di verità scomode in un’epoca anestetizzata dalla correttezza. American Fiction non è solo un film, è un dispositivo critico che smonta l’intero impianto simbolico della Woke Era. In questa analisi, attraverso i due film e i rispettivi protagonisti, Jeffrey Wright e Paul Giamatti, interroghiamo il senso stesso del racconto oggi: a chi serve, chi lo autorizza, e soprattutto se ha ancora la forza di liberare. Dove brucia il linguaggio C’è qualcosa di estremamente liberatorio nel vedere American Fiction dopo anni di cinema moraleggiante, pedagogico, annegato nel miele della rappresentazione corretta. Un film che riesce a ridere del feticcio identitario senza negare l’identità, che smonta il trauma come capitale simbolico e rifiuta l’idea che un artista debba produrre “libri neri” per risultare nero abbastanza. Monk, il protagonista, scrittore nero intellettuale e disilluso, è uno di quei personaggi rari che mettono in crisi chi guarda, ma anche chi scrive, perché pongono una domanda centrale: «che cosa vogliamo davvero dall’arte? Verità o consolazione» ? La risposta implicita nel film è brutale. Come si scrive in un articolo uscito su The Free Press (“American Fiction Is a Masterpiece”, gennaio 2024): «White people think they want the truth, but they don’t. They just want to feel absolved». Frase che andrebbe incisa sulla porta d’ingresso di ogni casa di produzione Europea, perché American Fiction, come nota quel articolo con lucidità rara, è un film che ci mostra cosa sia stata davvero l’estetica woke nel cinema: «un grande dramma evangelico di redenzione, più che una reale rappresentazione di complessità». È un film satirico e insieme profondamente etico, che mette a confronto due approcci alla narrazione nera. Da un lato Monk, che rivendica il diritto a scrivere un romanzo su Eschilo senza ambientarlo nel ghetto, dall’altro Sintara, la scrittrice diventata famosa con un libro intitolato “We’s Lives in Da Ghetto”, che, pur con intelligenza, accetta di nutrire il mercato con ciò che il mercato si aspetta. Tra i due si gioca una partita che è anche una domanda al pubblico: «quando il sistema ti chiede di trasformare il dolore in intrattenimento, vendi, resisti o lo prendi per il culo?» Passando da American Fiction a The Holdovers, il salto è netto, quasi coreografico, si passa dal cinema critico all’estetica della carezza. The Holdovers è un film gentile, tenero, ambientato in un interno congelato dove si confrontano un professore scorbutico e un ragazzo problematico che si scoprono simili, imparano ad accettarsi, e si stringono la mano alla fine. È il tipo di cinema che, per usare una formula forse ingiusta ma efficace, scalda il cuore senza scaldare l’intelletto. Anche qui, però, qualcosa non torna. Come già accadeva nel mio saggio su Emilia Perez, dove affrontavo il doppio vincolo tra rappresentazione LGBTQ+ e appetibilità di mercato, ci troviamo davanti a un’estetica che apparentemente include, ma che in realtà filtra tutto secondo ciò che può essere digerito. I neri saggi, i professori scorbutici, le trans col cuore d’oro, tutti perfettamente ottimizzati per commuovere senza disturbare. Anche The Holdovers ha il suo personaggio nero strategico, Mary, la cuoca della scuola, figura materna, saggia, piena di dolore e dignità. Il figlio è morto in Vietnam, unico ragazzo nero tra tanti bianchi. Messaggio chiaro, forte, ma anche compresso in una struttura stereotipica. Come scrive in The Free Press, persino i line cooks neri in cucina sembrano migliori dei bianchi. È l’altra faccia del razzismo sistemico; la beatificazione dell’altro come espiazione estetica. Eppure The Holdovers ha un piccolo sussulto etico, un guizzo che quasi lo salva: quando Paul, il professore, mente su Harvard e al ragazzo che chiede «perché?», risponde «Quella storia è mia».Lì, il film tocca un punto potente, non tutto va detto, non tutto va convertito in spettacolo, il trauma può restare muto, privato. E proprio lì, come scrivevo nel mio precedente articolo (Il cinema come volontà di rappresentazione), si riattiva per un attimo la possibilità di un montaggio che fa inciampare, un cinema che non accompagna, ma interroga. Jeffrey Wright, in American Fiction, costruisce un personaggio refrattario alla simpatia, sarcastico, frustrato, lucido e sgradevole. Non chiede al pubblico di amarlo. Giamatti, in The Holdovers, fa il contrario: ti porta per mano, ti consola. Il confronto tra i due attori, entrambi candidati all’Oscar, è anche il confronto tra due estetiche politiche, quella che si fa amare e quella che ti costringe a scegliere. Il centro emotivo di American Fiction non è Monk, ma sua sorella Lisa. Il suo testamento è una bomba quieta «Non piangete troppo. Ho amato e sono stata amata. Ho fatto il possibile». È la voce di un’etica perduta: vivere bene, senza audience. Cliff, il fratello queer e squilibrato, è l’unico che non cerca di farsi perdonare. Non fa la morale. Non vende niente. Tagliare di nuovo C’è un momento in cui bisogna smettere di parlare di cinema e iniziare a parlare di potere.Non solo cosa raccontano i film, ma chi li autorizza a parlare, chi viene escluso, cosa ci permette di sentirci giusti guardandoli. La Woke Era ha costruito una montagna di storie corrette, ma raramente necessarie. Ha preferito rassicurare, ripulire, e poi vendere. Abbiamo scambiato la rappresentazione per giustizia, l’empatia per soluzione, il kitsch per liberazione. In questo panorama, The Holdovers non è un film dannoso. È solo pavido. È una carezza ben recitata, capace qua e là di un brivido vero. Ma rimane dentro la gabbia. Racconta, ma non disobbedisce, se non in un gesto minimo, quando Paul rivendica il diritto al silenzio, lascia passare un soffio di disordine. È poco, ma è qualcosa. American Fiction invece spacca. Non ti vuole amico. Non ti accompagna alla morale. Ti guarda e ti dice che stai sbagliando tutto. Che il dolore non è un prodotto. Che l’identità non è una concessione. Che la verità non si impacchetta. In fondo, è qui che si gioca la posta già aperta nell’articolo precedente, ossia che non si tratta più di scegliere che immagini produrre, ma di quali fratture semanticamente riattivare. Perché se l’immagine non fa più male, il potere può dormire tranquillo, e noi continuiamo a raccontare non per mostrare, ma per non vedere. Ecco perché oggi servono film come American Fiction, non per insegnare a piangere meglio, ma per ricominciare a guardare come se il montaggio fosse ancora un atto politico. Franco Bocca Gelsi è un produttore cinematografico e di documentari. E’ diplomato E.A.V.E. ed Eurodoc, networks Internazionali di Europa Creativa. Svolge principalmente il ruolo di Creative Producer seguendo gli sviluppi dei progetti, di cui per alcuni è anche co-autore della sceneggiatura. Tra i film più famosi prodotti ci sono Fame Chimica, L'Estate d'Inverno, Fuga dal Call Center, La Festa, Blind Maze, e in post-produzione Rumore e Gli Assenti. Tra i documentari, L’importanza di essere scomodo - Gualtiero Jacopetti, Linea Rossa, La via del Ring, l’Ultimo Pastore, Treno di Parole, La Nuova Scuola Genovese e in preparazione E’ la vita che sogna. Ha insegnato in diverse scuole di cinema tra cui civica scuola Luchino Visconti di Milano, Centro Sperimentale Lombardo, N.AB.A., IULM, Accademia 09. E’ ideatore, e membro del comitato scientifico, dell’Alta Scuola per la Serialità Ecipa/CNA. Si occupa di Alta Formazione per professionisti del mondo dell’Audiovisivo. E' stato tra i primi italiani soci dell’European Producer Club, membro dell’European Film Academy, e fondatore di CNA Cinema e Audiovisivo, di cui è Presidente della sessione Milano Lombardia.

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    Il falcone maltese # 4: La grande letteratura morale della nostra epoca Roberto Gelini Il nuovo giallo americano, sviluppato da autori come Dashiell Hammett e Raymond Chandler, si distingue dal poliziesco classico per il suo realismo crudo e per una visione profondamente pessimista della società. Nei romanzi noir, il crimine non viola un ordine giusto da ripristinare, ma avviene in un contesto sociale già corrotto e dominato dal male. Il detective privato, figura centrale del genere, agisce da outsider cinico e disilluso, consapevole dell’impossibilità di una vera giustizia. Il noir assume così un valore simbolico e morale, raccontando una società segnata dalla sconfitta delle masse e dal trionfo del capitalismo. La lotta di classe non è negata, ma rappresentata come una battaglia persa, rendendo questi romanzi espressione della crisi politica e sociale tra le due guerre mondiali — una condizione che riecheggia ancora nel presente. L’elemento fondamentale del nuovo giallo all’americana, creato da Dashiell Hammett e Raymond Chandler non è, però, soltanto il suo insistere sul realismo, presentando delitti e situazioni in qualche modo più veri, più sporchi e più neri rispetto al classico romanzo poliziesco. Quello che forse meglio esprime il suo carattere di novità rivoluzionaria è il discorso simbolico che è sotteso alla struttura delle sue storie. Il delitto della stanza chiusa, con i suoi personaggi, i suoi eroi, i suoi riti e i suoi modi di presentarsi e di essere risolto allude a un mondo che viene sconvolto, ferito dall’omicidio e alla necessità improrogabile di ristabilire l’ordine violato, risolvendo il mistero ed eliminando – punendo – l’assassino per ritornare alla situazione, di benessere, di partenza. Tutto questo muta radicalmente, invece, nel caso del nuovo filone romanzesco americano. Qui tutto cambia. L’ordine garantito dalle leggi, violato dal delitto, è presentato in contraddizione con se stesso. Non c’è giustizia, il male domina tutto. La società viene presentata come marcia, corrotta, un luogo in cui il potere è in mano a capitalisti senza scrupoli, per niente differenti dai gangster e dalle organizzazioni criminali, con cui, anzi, spesso si ritrovano a essere alleati. Non è, dunque, possibile alcun risarcimento di un ordine violato. Si può soltanto combattere il male, ma essendo drammaticamente consapevoli che ogni vittoria può essere al massimo parziale, senza che avvenga nessun cambiamento profondo. Siamo, insomma, totalmente all’interno di quello che già nel cinema di quegli anni e, più tardi, con il polar  francese, sarà chiamato noir . È da questa situazione sociale e politica, descritta in questi romanzi, che deriva il carattere principale, più evidente dell’eroe del nuovo romanzo, ovvero il cinismo. Sam Spade o Marlowe non sono soltanto detective privati – quindi estranei alle istituzioni, se non in aperto contrasto con esse – sono soprattutto uomini cinici, amareggiati e disillusi, fondamentalmente perché sono consapevoli di combattere una guerra che, da soli, non potranno mai vincere. Ma il fatto che l’eroe si alzi a combattere il male, pur sapendo di non poterlo mai sconfiggere – come ha notato in maniera acuta Jean-Patrick Manchette, praticamente il «papà» del noir  francese – rende il giallo, questo tipo di crime , un genere morale, «la grande letteratura morale della nostra epoca». Inoltre – nota sempre Manchette – nel giallo americano non avviene che sia assente o venga mistificata la lotta di classe, come invece accade nel poliziesco tradizionale, dove pure sono narrati conflitti e rivalità anche forti, ma mai nell’ottica dello scontro di classe. Succede semplicemente che il conflitto sociale risulti come infiacchito, perché oppressi e sfruttati hanno subito una pesante sconfitta e sulla scena dominano sfruttatori e criminali. Eppure soltanto pochi anni prima la rivoluzione aveva trionfato in Russia. Cosa è successo per giungere a questa situazione? L’epoca d’oro del noir , secondo l’analisi di Manchette, coincide con gli anni che vanno dal 1920 al 1950. Sono gli anni in cui Dashiell Hammett e Raymond Chandler producono i loro libri, rinnovando quello che fino al quel momento era stato il poliziesco classico. Violenza, realismo, visione morale e lotta disperata al Male che domina la società sono le caratteristiche del nuovo giallo all’americana. La lotta a gangster e a sfruttatori senza scrupoli risulta essere disperata perché viene portata avanti dal singolo individuo, il detective privato, e non da un’azione di classe. È possibile, allora, portare rimedio a singole situazioni, raddrizzare qualche torto, ma non cambiare il quadro generale, abbattendo un sistema fondato sullo sfruttamento. Da qui nasce il cinismo degli eroi hammettiani e chandleriani, che possiedono una visione morale – sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato – se non addirittura politica del mondo, ma sono in una situazione oggettiva in cui il Male domina. Il tutto, per di più, ambientato in quello che è il paese ormai all’avanguardia per quel che concerne la struttura sociale ed economica: gli Stati Uniti d’America, dove il capitalismo appare in tutta la sua forza dirompente. Dall’altra parte della barricata, dopo la vittoria della rivoluzione in Russia, siamo nella fase, per citare ancora Manchette, della «controrivoluzione trionfante», che arriverà al suo culmine negli anni del nazifascismo e della guerra. L’ondata rivoluzionaria appare ormai conclusa, la sconfitta appare tangibile in vari paesi e anche la repubblica socialista sovietica non è che se la passi troppo bene sotto il dominio dello stalinismo. Il noir , dunque, nel suo sviluppo appare naturalmente legato – come del resto avviene sempre per l’arte e la letteratura – a quelli che sono i processi storici e politici dell’epoca. Non evita, perciò, di occuparsi della lotta di classe, come fa, per scelta politica, il romanzo poliziesco a enigma, quello classico, in genere ambientato in Inghilterra e che, negli stessi anni, continua il suo percorso. Il nuovo romanzo giallo, così, si trova a narrare storie ambientate nell’epoca in cui le classi dominanti appaiono vittoriose, il sistema capitalista sembra trionfare e, volendo ancora una volta citare Manchette, «il proletariato, battuto dal nemico e sodomizzato dai suoi stessi capi, ha cessato di opporgli resistenza (ma ci riproverà, è già successo)». È il tempo in cui la resistenza, l’opposizione sono appannaggio di individui singoli o, al massimo, di piccoli gruppi scollegati tra loro. Gli sfruttati, le masse non appaiono più come il Soggetto della Storia, ma soltanto come vittime dei potenti. Situazione, questa, registrata anche all’interno dei romanzi, ricchi di figure come disoccupati, vagabondi, operai, sempre soggetti a soprusi e angherie da parte di boss, criminali e padroni. Sembra quasi di trovarsi in un periodo storico sorprendentemente somigliante a quello attuale, un tentativo precedente di quella rivoluzione dall’alto, di quella lotta di classe vinta dai ricchi che, secondo vari intellettuali caratterizza i nostri tempi. E forse questo potrebbe anche contribuire a spiegare il successo del poliziesco ai nostri giorni. Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

  • post-poetica

    Oil, Gas & Tapes_ (core sampling) Il testo di Antonio Syxty, che tiene insieme (e prende spunto dalla complessità e le vicende di quarant'anni di storia, si confronta con le radici del contemporaneo peggiore: petrolio, denaro, mezzi militari, distruzione e in sostanza morte altrui. E, questo, non senza mescolare il male con frammenti, più o meno apparentemente irrelati, di pseudo vita e banalità (un discorso funebre, un museo delle auto, un diario personale, una sorta di canovaccio sospeso tra soggetto e sceneggiatura, con varie schegge di azioni). Le pagine funzionano così come un rapido costante cambio di canale o affaccendarsi di interferenze su una sequenza di 'frame' tratti da quel ben noto film horror che l'occidente è. Antonio Syxty nasce a Buenos Aires e vive a Milano dove si dedica all’arte visiva, alla performance e alla regia. Nel 1978 fonda Oh-ART! , manifesto concettuale, e crea l’ Antonio Syxty Fan Club , progetto autobiografico volutamente fittizio. Alla fine degli anni ’70 si afferma come performer in gallerie e spazi underground, collaborando con figure di rilievo dell’arte, del design e della musica. Negli anni ’80 espone opere su carta e tela nei circuiti artistici milanesi, con un linguaggio influenzato dall’arte concettuale, comportamentale, con richiami alla body art. Parallelamente realizza scritture visive e intrattiene carteggi con Ugo Carrega, Arrigo Lora-Totino, Emilio Isgrò, Adriano Spatola, Nanni Balestrini, Edoardo Sanguineti, Antonio Porta. Il suo lavoro di scrittura rimane principalmente inedito con rare eccezioni. Negli anni ’90 si concentra sulla regia teatrale e multimediale. Collabora con RAI e Mediaset per progetti di regia facendo cinema, televisione, pubblicità, moda, concerti, eventi live e installazioni. Ha pubblicato Syxty sorriso & altre storie  (Yard Press, 2017), Il pacco  (Zacinto/Biblion, 2021), Antonio Syxty Fan Club  (Tic, 2023), NZ  (ikonaLíber, 2025), The Forty Years Later Project  ([dia•foria, 2025). È coordinatore artistico di MTM – Manifatture Teatrali Milanesi della Fondazione Palazzo Litta per le Arti e svolge attività di content creator su canali digitali. Il suo sito è  https://antoniosyxty.com

  • konnektor

    Notifiche a Trump dalla destra conservatrice Brigitte Tye L’articolo analizza l’uso politico dei dazi da parte di Donald Trump, inserendolo in una più ampia genealogia del protezionismo nella storia americana. Lungi dall’essere una misura puramente economica, la tariffa doganale assume nei secoli una funzione identitaria e simbolica, strumento di coesione o frattura all'interno delle coalizioni politiche. Con Trump, il dazio diventa gesto sovrano, slegato da ogni coerenza strategica, ma carico di significato politico: è espressione di una volontà di rottura con l’ordine internazionale basato sulle regole. Tuttavia, la sua applicazione solleva tensioni non solo con le élite economiche, ma anche all’interno della destra conservatrice, dove settori legati al diritto e al capitalismo giudiziario – sostenuti da figure come Charles Koch e Leonard Leo – si mobilitano per limitarne i poteri. La questione tariffaria si rivela così sintomo di una più profonda crisi di rappresentanza e di equilibrio tra i poteri dello Stato, segnando il ritorno del protezionismo come campo di battaglia politica e ideologica nell’America contemporanea. Questo articolo è comparso su <> il blog di <>. «Tariffa – ha detto Donald Trump – è la parola più bella del dizionario». Chissà se ne sarebbe ancora convinto una volta conosciutane l’origine. Dall'arabo. Ta'rīf è una notifica; 'arrafa significa rendere noto. Nonostante le numerose sortite, Trump non ha realmente reso noto il motivo per cui stia imponendo le tariffe o perché le abbia tanto velocemente sospese. I trumpologi credono di avere una risposta. Il Presidente odia l'ordine internazionale basato sulle regole. Ama la “virilità” dell'industria manifatturiera. Spera di scambiare l'accesso ai mercati americani con la svalutazione del dollaro. Ha bisogno di entrate per pagare i tagli fiscali. Vuole accordi migliori e deficit commerciali più bassi. La crudeltà è il pivot. Con Trump tutto è possibile, quindi tutto è plausibile. Quello che è innegabile è che abbia toccato una vena – a lungo ritenuta sepolta – che può ancora tracimare con una forza senza pari. I dazi occupano un posto sproporzionato nell'immaginario a stelle e strisce. La prima proposta accolta dal neonato Congresso fu un dazio. Il Sud schiavista meditò per la prima volta la secessione, nel 1832, a causa di un dazio. Dopo la guerra civile, i repubblicani dichiararono la politica dei tributi “la pietra angolare” della crociata contro i democratici. Nel 1896, William McKinley si candidò con lo slogan “protezione e prosperità”. Nel 1930, Herbert Hoover distrusse ogni chance di rielezione per amore delle tariffe doganali. Teddy Roosevelt colse la folle deriva del paese quando dichiarò – in merito ai dazi – «non sto rispondendo a un'esigenza materiale, ma a un atteggiamento mentale», surrogato dell’altrui veleno. Dipendenti fatalmente dall'esportazione di prodotti agricoli verso un mercato globale, gli schiavisti del Sud vedevano in tali misure una “guerra di sterminio” alla proprietà ed al proprio stile di vita. Durante la Golden Age – ha scritto il politologo Richard Bensel – i dazi erano uno strumento di coesione politica per i repubblicani che non una strategia di sviluppo industriale. Le élite repubblicane erano economicamente impegnate a favore del gold standard e di un mercato interno non regolamentato. Entrambe le misure ridistribuivano la ricchezza verso l'alto, sia socialmente che geograficamente. E nessuna era popolare tra i legislatori che dovevano conquistare voti al di fuori dei centri urbani del Nord-est e dei poli manifatturieri dell'alto Midwest. I gravami, in special modo sullo zucchero ed i capi ovini, garantirono ai repubblicani quei voti: i produttori dell'ovest apprezzavano le tariffe sulla lana; i veterani dell'Unione – che vivevano per lo più nelle zone rurali – si beavano delle pensioni della guerra civile finanziate dalle tariffe sullo zucchero. Prima del New Deal, la politica doganale articolava il conflitto tra i due partiti. Poi scomparvero. Dopo aver perso ripetutamente contro Roosevelt, i repubblicani persero la febbre tariffaria. Ogni presidente – democratico o repubblicano che fosse – era fautore del libero scambio. Sebbene il protezionismo potesse suscitare occasionali lamentele da parte di qualche Congressman, la questione dei dazi era diventata, secondo le parole del politologo David Mayhew, «l’arto contorto di un rettile smembrato». E così rimase, anche quando i sindacati americani – colpiti dalle importazioni – si rivoltarono contro il libero scambio negli anni '70, portando con sé gli alleati eletti nel Partito Democratico. La base invertì la propria posizione sul protezionismo: i democratici a favore, i repubblicani contrari. Accadeva che si riaprisse il confronto al riguardo, come fecero i democratici al congresso sul NAFTA all'inizio degli anni '90. Complice tuttavia la Guerra Fredda – e la posizione egemone degli Stati Uniti a garante della stabilità monetaria a spese della Gran Bretagna – le élite dei partiti e i presidenti rimasero fedeli al libero scambio. Fino ad oggi. I trumpologi paragonano il Presidente a McKinley. Mentre McKinley però utilizzava i dazi come strumento di coesione sociale, Trump – e i mercati che sta sconvolgendo – minaccia di creare una frattura nella propria coalizione, separando i sostenitori del Make America Great Again – MAGA – dagli elettori afroamericani indecisi e le élite del Partito Repubblicano che lo hanno sostenuto per il secondo mandato. Wall Street ed i CEO non gradiscono i dazi. E nemmeno Walmart o Elon Musk. I politici Con – tra cui il senatore del Texas Ted Cruz – hanno iniziato a criticarle. Sette senatori repubblicani stanno sponsorizzando un dispositivo normativo per limitare il potere presidenziale di imporre dazi. Potrebbero unirsi alla causa fino a una dozzina di repubblicani alla Camera. Negli USA, ha osservato con rammarico il politologo Louis Hartz, la legge prospera “sui cadaveri” dell'immaginazione politica. Ogni antagonismo sociale viene alimentato dalle fauci della Costituzione o dei tribunali. Ogni testo di legge e ogni tribunale contiene una scintilla di attrito sociale, pronta a incendiare il campo politico. Il trucco sta nel trovarla. Il giorno dopo il “Liberation Day”, un'azienda di articoli di cancelleria della Florida, di proprietà di gruppo di donne con un debole per il design floreale (!) e l'approvvigionamento dalla Cina, ha intentato una causa contro Trump e le misure protezionistiche. Prendendo di mira la base giuridica dei dazi sulla Cina – imposti tra febbraio e marzo e da allora aumentati in modo muscolare, senza alcun segno di pausa o tregua – Emily Ley Paper (questo il nome della società, N.d.T.) sostiene che Trump abbia ecceduto la sua autorità ai sensi dell'International Emergency Economic Powers Act del 1977. Sebbene dalla presidenza si dichiari di rispondere in tal modo ad una “emergenza nazionale” – la «minaccia straordinaria rappresentata dagli immigrati clandestini e dalle droghe, compreso il fentanyl letale» – nessun presidente ha mai utilizzato la citata norma per imporre strozzature doganali, per il semplice motivo che il testo non ne fa menzione. Trump dispone di altre fonti di autorità legale che ha largamente invocato durante il primo mandato. Ma queste richiedono che si segua un processo di deliberazione e progettazione “poco trumpiano”: nessuna conferisce a Trump i poteri di emergenza che ama tanto esercitare. Dietro Emily Ley Paper c'è una piccola no profit poco conosciuta chiamata New Civil Liberties Alliance (NCLA). Avvocati specializzati in cause civili nell'ecosistema conservatore, la NCLA ha silenziosamente assunto un ruolo di primo piano nella decostruzione dello “Stato amministrativo”. L'anno scorso, la NCLA ha convinto la Corte suprema a ribaltare il suo precedente Chevron, che garantiva alle agenzie esecutive ampia libertà di interpretazione delle leggi ambigue e limitava il potere dei giudici di invalidarne la lettura. La Corte ha stabilito che non solo i tribunali di grado inferiore possano decidere autonomamente il significato delle leggi a maglie larghe che il Congresso spesso approva, ma possono anche ribaltare il giudizio degli esperti funzionari incaricati dell’applicazione. D'ora in poi saranno i giudici Con – piuttosto che i tecnocrati liberali – a guidare la struttura amministrativa. Dietro la NCLA – ancora – ci sono il miliardario Charles Koch e Leonard Leo, probabilmente il più influente broker della destra legale dai tempi di Edwin Meese. Leo è il principia mechanica della magistratura di Trump, non solo alla Corte Suprema, ma in tutta l’articolazione federale. Attraverso la sua rete di donatori, avvocati, giudici e docenti di diritto, Leo ha pilotato la nomina di cinque dei nove attuali membri della Corte suprema – dal conservatore Samuel Alito al più cauto John Roberts, compresi i giudici nominati da Trump – e di oltre 200 giudici federali durante il primo mandato di Trump. In altre parole, un potente settore della destra sta parlando attraverso Emily Ley Paper. Dicendo cosa? Che schiererà le medesime truppe contro Trump e i suoi repubblicani pro-dazi. Già in questa causa, la destra legale sta usando le stesse armi – la dottrina delle questioni importanti, la dottrina della “non delegabilità” – già affilate contro l'Agenzia per la protezione dell'ambiente e il programma di condono dei prestiti studenteschi di Joe Biden. Se il Congresso vuole avallare al presidente di prendere «decisioni di vasta portata economica e politica – come l'imposizione di dazi – [dovrà prima] esprimersi chiaramente». Ad oggi non ha detto nulla. Inoltre, qualsiasi atto che deleghi all’autorità presidenziale i poteri costituzionalmente attribuiti al Congresso senza linee guida o restrizioni è incostituzionale. I tribunali di cui Leo si è circondato negli ultimi vent'anni possono pronunciarsi contro Trump in due modi: invocando l’illegalità ovvero l’incostituzionalità. Se il caso dovesse arrivare alla Corte suprema, gli osservatori, compresi quelli vicini a Trump, prevedono che perderà. L'unica alea è di quanto. Al culmine dell’Età dell'oro, uno dei “partiti del capitale” amava dileggiare la parte avversa dando ai suoi dei “cospiratori confusi”, riconducendo ogni male politico ed economico degli States al protezionismo. «Con lui tutte le strade portano alla tariffa», disse il repubblicano dell'Ohio John Sherman del democratico del Kentucky James Beck. Oggi, nella nuova Golden Age, la questione delle tariffe – e la sua derisione – è tornata agli allori della politica. Solo che tocca ora ai democratici a punzecchiare i repubblicani che – invece di usare i dazi per consolidare la propria coalizione – stanno permettendo che, piuttosto, la facciano saltare. Cosa comporterà per il rapporto tra politica partitica ed economia politica – e le questioni di politica monetaria e potere nazionale che vi si celano – è difficile a dirsi. Corey Robin è professore emerito di Scienze politiche al Brooklyn College e al CUNY Graduate Center. È autore di The Enigma of Clarence Thomas (2019), The Reactionary Mind (2011) e Fear: The History of a Political Idea (2004). Attualmente sta lavorando al suo prossimo libro, King Capital, in cui discute una possibile teoria politica del capitalismo.

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    Stati canaglia: l’illegalità degli attacchi isreliani contro l’Iran con il sostegno degli Stati Uniti Thomas Berra L’ attacco contro l’Iran è solo l’ultimo crimine nella traiettoria distruttiva del regime israeliano nel Medio Oriente. L’impunità connivente dell’Occidente si è declinata in una minaccia globale. Questo articolo è stato tradotto e adattato dall’inglese. Pubblicato originariamente su <> viene qui riprodotto con il consenso esplicito del suo editore. Il regime israeliano – inebriato dall'impunità complice dell'Occidente, carico di armi fornite dall'Occidente e spinto da un'ideologia razzista violenta figlia dell’Occidente – sta devastando il Medio Oriente, lasciando dietro di sé una scia di sangue e distruzione. Il flagrante atto di aggressione contro l'Iran è solo l'ultimo crimine perpetrato nella attuale orgia di violenza, che da venti mesi devasta la regione. Ma Israele non è un canaglia solitaria. Non potrebbe sfuggire alla sanzione per i propri crimini se non avesse il sostegno di un attore potente. Gli Stati Uniti hanno dato il via libera per l’attacco a sorpresa, hanno ordito il diversivo di conversazioni diplomatiche (forse false) per facilitarlo, hanno speso i dollari dei contribuenti per finanziare l'operazione, hanno fornito l'intelligence necessaria per individuare gli obiettivi, hanno consegnato armi e munizioni per uccidere, hanno offerto la copertura diplomatica dalle misure del Consiglio di sicurezza, hanno mobilitato le forze armate per intercettare la risposta difensiva dell'Iran, hanno certificato la promessa di sostegno militare diretto – se Israele lo richiedesse – e hanno dispiegato la copertura mediatica delle testate complici. Ora, gli USA sembrano disposti a entrare direttamente in agone. Ancora una volta sono complici dei crimini di Israele. L'impunità che ne discende, principale sottoprodotto della collaborazione con Israele, non solo minaccia l'autodeterminazione palestinese e la sovranità dei paesi della regione, ma anche la pace e la sicurezza mondiali. 
 La minaccia globale dell'impunità israeliana Negli ultimi mesi, Israele ha perpetrato il crimine di genocidio e la condizione di apartheid in Palestina; ha compiuto un attacco terroristico transnazionale attraverso cercapersone esplosivi in Libano, ha lanciato ordigni contro Beirut, Siria, Yemen e Iran, ha intensificato l'occupazione illegale di territori palestinesi, libanesi e siriani, ha operato esecuzioni extragiudiziali in territorio straniero. Ancora, ha proceduto all'assalto e alla requisizione della nave della flottiglia umanitaria Madleen, ha attaccato innumerevoli volte il personale e le strutture delle Nazioni Unite. Ha mobilitato i propri delegati nei paesi occidentali per intralciare i difensori dei diritti umani e corrompere i governi. 
 Israele possiede arsenali di armi convenzionali ad alta tecnologia, nucleari, chimiche e biologiche, non ne consente ispezioni internazionali e si rifiuta di ratificare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP). Inoltre, è governato da un regime di estrema destra, profondamente razzista e fondamentalmente violento, non soggetto ad alcuna norma del diritto ovvero della diplomazia internazionale. Nemmeno della morale comune. L’impunità è l’ingrediente principale nella ricetta per un disastro globale. Quella garanzia di immunità dall'Occidente di cui ha goduto ne ha favorito la criminalità seriale, minacciando l'intera regione e – potenzialmente – il mondo intero. 
 Peggio, per proteggere ulteriormente Israele, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno corrotto, catturato o schiacciato sistematicamente i governi della regione e colpito gli attivisti del Libano (Hezbollah) e dello Yemen (Ansar Allah), che ancora sfidano il violento progetto egemonico israeliano. Rimane solo l'Iran in piedi. Un elemento intollerabile: la possibile deterrenza. 
 Una guerra per l'egemonia dell'asse USA-Israele 
 Pertanto, l'Iran è nel mirino, ultimo stato indipendente nella regione dopo la corruzione e la cooptazione della maggior parte dei governi arabi da parte degli Stati Uniti e l’annientamento sistematico di quelli che inizialmente si sono rifiutati di calare il capo – Iraq, Libia e Siria, ad esempio –. L'essenza di questo piano è stata rivelata più di due decenni fa dal generale statunitense ed ex comandante della NATO Wesley Clarke, quando descrisse i piani degli Stati Uniti per «attaccare sette paesi musulmani in cinque anni». Nella lista figuravano Iraq, Libia, Siria, Libano, Somalia, Sudan e – naturalmente – Iran. 
 Anche dopo decenni di sanzioni, sabotaggi, aggressioni, sforzi di destabilizzazione e l'intromissione delle intelligence occidentali, l'Iran si è rifiutato di inchinarsi agli USA. Nonostante la pressione costante, la Repubblica Islamica non ha abbandonato il popolo palestinese, né ha inteso normalizzare il colonialismo e l'apartheid israeliano, o girare lo sguardo dall'altra parte mentre “il popolo eletto” perpetra un genocidio. Ha negato all'impero statunitense il controllo delle proprie risorse naturali – comprese importanti riserve di petrolio e gas –. E, come è ben noto, non rinunciare al diritto, come stato sovrano, di sviluppare energia nucleare pacifica a beneficio della propria economia in via di sviluppo. 
 Poiché i decenni di sforzi dell'asse USA-Israele nello strangolare e destabilizzare il paese – con grande sofferenza per la popolazione civile – non sono riusciti a sottomettere l'Iran, si passa ora ad un'aggressione militare su larga scala, riesumando le vecchie e false giustificazioni delle "armi di distruzione di massa", che tanto bene servirono a sostenere la necessità dell’attacco nel vicino Iraq più di venti anni fa. 
 Oggi, tuttavia, l'argomento è portato al parossismo: non che l'Iran possieda armi di distruzione di massa, ma che possa acquisirle un giorno. Un'accusa che risulta ancora più ridicola dato che gli stessi aggressori – sia gli Stati Uniti che Israele – possiedano tali arsenali e siano colpevoli di atti di aggressione continuati, l'Iran no. 
 Ius ad bellum: il reato di aggressione 
 L'attacco non provocato contro l'Iran per mano d’Israele con il sostegno americano, è un reato secondo il diritto internazionale: un atto sleale, durante le trattative in corso con gli States e persino diretto contro il funzionario iraniano incaricato delle negoziazioni. (E, per inciso, proprio dopo che Israele ha sospeso i servizi di rete a Gaza, innalzando un bastione digitale attorno al genocidio incrementale in quei territori). 
 L'Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite riconosce il diritto alla legittima difesa solo in risposta ad un <> o quando specificamente autorizzato dal Consiglio di sicurezza. Diversamente, costituisce reato di aggressione ai sensi del diritto internazionale. Quindi il regime israeliano sta utilizzando la forza contro l'Iran in violazione dell’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite, che proibisce la minaccia o l'uso della forza, commettendo reato di aggressione. Giuridicamente, dunque, il diritto all'autodifesa appartiene all'Iran e, decisamente, non a Israele (né agli Stati Uniti). Inoltre, contrariamente a quanto asserito dai portavoce israeliani in Occidente, il diritto internazionale non consente una <> né i cosiddetti <>. 
 Il governo Bush – nel periodo precedente all'aggressione contro l'Iraq – ha cercato di sostenere che la legittima difesa anticipata fosse ammissibile. Argomento ampiamente respinto, poiché l'intento della Carta delle Nazioni Unite era quello di proibire le petizioni di legittima difesa a meno che non si fosse verificato un attacco armato, ovvero che il Consiglio di sicurezza avesse autorizzato l'uso della forza militare. Neppure l'idea di legittima difesa anticipata del diritto internazionale consuetudinario del XIXsimo secolo, sostenuta da alcuni studiosi prima dell'adozione della Carta delle Nazioni Unite, arrivava così lontano come la torsione operata da Bush. Prima dell'adozione della Carta, il Caroline test consentiva una sorta di legittima difesa anticipata, ma solo se la minaccia si fosse configurata «immediata, schiacciante e non lasciava altra opzione né tempo per deliberare», cosa insussistente nel caso contro l'Iran. Altri analisti hanno cercato di trovare un compromesso, affermando che l'azione anticipata possa ammettersi purché si consideri che l'attacco sia "imminente". Argomento dubbio, poiché non c'è traccia di tale eccezione nel diritto internazionale. 
 Naturalmente, Israele – il regime canaglia per eccellenza, schermato dall'armatura dell'impunità garantita dagli Stati Uniti – si preoccupa poco della legalità. Rappresentanti e delegati non rinunciano tuttavia a costruirne un'apparenza di legalità, quale parte degli sforzi propagandistici nei media occidentali. Così l’istituto della legittima difesa anticipata si flette a favore dei <>, insieme al diritto di attaccare chiunque possa decidere di colpire il paese in futuro. Dichiarano che l'Iran possa un giorno sviluppare armi nucleari, usarle contro Israele e che – pertanto – quest’ultimo non abbia altra scelta che attaccare la Repubblica Islamica ora. Se questa fosse la norma, qualsiasi stato potrebbe legalmente attaccane altri in ogni momento, semplicemente sostenendo una potenziale minaccia futura. E ciò annullerebbe effettivamente la Carta delle Nazioni Unite. 
 Per Israele ha senso. Israele è, essenzialmente, uno stato annientatore. Creato con la violenza, si è espanso attraverso la violenza e si mantiene attraverso l’esercizio costante della violenza. L’ideologia ufficiale si basa su una concezione militarizzata della sicurezza che, in sostanza, postula che chiunque non soggiaccia debba essere distrutto affinché non tenti di difendersi un giorno. Così, tutta la storia del regime israeliano è stata definita dalla militarizzazione, dalla conquista, dalla colonizzazione, dall'espansione e dall'aggressione. In termini pratici, ciò ha significato il genocidio del popolo indigeno della Palestina e attacchi costanti contro i territori vicini. Ma anche nella slabbratura più audace dell’istituto della legittima difesa anticipata – che, giova ancora una volta ripetere, è respinta da quasi tutta la professione e la disciplina del diritto internazionale – . L’uso della forza contro l'Iran rimarrebbe illegale. 
 Non è difficile da dirimere: 1) l’Iran non possiede armi nucleari; 2) non ci sono prove che le stia sviluppando; 3) non ci sono prove che le utilizzerebbe contro il regime israeliano, anche se le ottenesse; 4) non esisteva una minaccia imminente; 5) il regime israeliano non ha esaurito i mezzi pacifici. In sintesi, si tratta di un'aggressione par excellence – reato supremo nel diritto internazionale – dallo stesso regime che sta commettendo il crimine dei crimini, il genocidio. In questo contesto, la complicità dagli Stati Uniti li rende altrettanto colpevoli. 
 Jus in bello: attacchi contro civili e infrastrutture 
 Oltre al crimine di aggressione, gli attacchi contro l'Iran hanno incluso altre gravi violazioni. Al momento della redazione di questo articolo, Israele ha già ucciso centinaia di iraniani, per la maggior parte civili. Ha attaccato edifici residenziali, sedi dei media e almeno un ospedale. E ha assassinato diversi scienziati iraniani. È superfluo dire che tali atti violino il principio di distinzione e il divieto di attaccare persone e infrastrutture civili protette. 
 La strage di scienziati è esemplare. Qualora uno di questi fosse membro dell'esercito – non un civile – allora, in alcune circostanze, può considerarsi un obiettivo legittimo. Ma la maggior parte, anche in Iran, sono professionisti non graduati, prestati a questioni di armamento…e gli scienziati iraniani neanche lavorano su questo, ma solo sull'energia nucleare. Pertanto, attaccarli è illegale. E, superfluo dirlo, è inammissibile dal punto di vista giuridico attaccare persone nelle proprie case perché possiedano competenze che un giorno forse possano applicarsi su questioni militari. Più semplicemente: si tratta di omicidio. Allo stesso modo, gli attacchi di Israele contro infrastrutture civili – residenziali, ad esempio – per annientare professionisti del nucleare, siano questi civili o militari, non potrebbero superare i criteri del diritto internazionale umanitario in materia di «precauzione, distinzione o proporzionalità». Pertanto, illegali. Accettare gli scandalosi argomenti del regime israeliano equivarrebbe ad adottare una norma secondo la quale sarebbe permesso sparare a qualsiasi essere umano, semplicemente perché un giorno potrebbe diventare soldato. È superfluo sottolineare che non sia consentito? 
 Gli attacchi contro l'infrastruttura energetica sono comunque illeciti. Simili impianti sono generalmente protetti dal diritto internazionale umanitario, poiché essenziali per la sopravvivenza della popolazione civile. Su ciò concorda anche l'Agenzia internazionale per l’energia atomica. Anche in questo caso, in via speculativa, possono esserci circostanze in cui tali azioni siano consentite: nella pratica sarebbe quasi impossibile per una parte belligerante soddisfare le condizioni necessarie per attaccare di diritto tali impianti. Solo in casi molto circoscritti possono considerarsi obiettivi militari, ad esempio quando dei soldati vi si acquartierino con intenti offensivi. Condizioni che qui non sussistono. Riguardo poi i criteri di «precauzione, distinzione e proporzionalità»…in un impianto nucleare – con il rischio di fuoriuscite e diffusione di radiazioni e danni alla popolazione civile – sono insussistenti. Il diritto di neutralità richiede che le parti in conflitto non causino poi danni trans-frontalieri ad uno stato neutrale per l’impiego di un'arma da parte di uno stato belligerante, il che sarebbe inevitabile se si verificasse il rilascio di emissioni da atomica. 
 Fermare le canaglie 
 La spudorata illegalità di Israele e dei suoi rooters ha causato devastazione sia nei paesi e nei popoli del Medio Oriente che alla stessa legittimità del diritto internazionale. Denunciarne i crimini e chiedere di risponderne è essenziale per la causa della giustizia. L’Occidente si ossessiona con i rischi dei programmi nucleari pacifici mentre la vera minaccia per la sicurezza mondiale oggi non risiede nei reattori e nelle centrifughe iraniane, ma nell'aggressione, nel genocidio e nell'impunità. Contenere queste minacce è un imperativo globale. Consigli di lettura: C. Mokhiber, The People vs. The Abyss: The Sarajevo Declaration of the Gaza Tribunal, in «Mondoweiss». T.Ali, Conquered Lands, in «NLR», n. 151 e Los caminos a Damasco, in «Diario Red». E. Sadeghi-Boroujerdi, Iran e Israel al borde del abismo, in «Diario Red»; Control de daños en la República Islámica de Irán e Las reglas del juego, in «El Salto». S. Mourad, Hezbolá embridado, in «Diario Red». S. Watkins, The Nuclear Non-Protestation Treaty, in «NLR», n. 54. Craig Gerard Mokhiber è un attivista per i diritti umani e avvocato. Attivo come militante negli anni ’80, ha poi prestato servizio per oltre trent’anni presso le Nazioni Unite che ha lasciato nell’ottobre 2023 scrivendo una lettera ampiamente diffusa in cui ha criticato i fallimenti dell’ONU nella difesa dei diritti umani in Medio Oriente, lanciando l’allarme sul genocidio in corso a Gaza e invocando un nuovo approccio alla questione israelo-palestinese basato sul diritto internazionale, sui diritti umani e sull’uguaglianza.

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    La G di Giovenale: Statue linee Dominique Evrard Statue linee  di Marco Giovenale, analizzato da Gian Luca Picconi, è un esempio di « prosa in prosa » che decostruisce la rappresentazione letteraria attraverso ironia, autocontraddizione e linguaggio minimo. L’opera mette in crisi i confini tra letterario e non-letterario, linguaggio e metalinguaggio, rivelando la natura politica e antimercantile della scrittura sperimentale. In un frammento dedicato alla prosa in prosa, Jean-Marie Gleize utilizza, per caratterizzare questo fenomeno, l’aggettivo antirappresentativo . Ora, in che senso la prosa in prosa può essere considerata antirappresentativa? Per dare una risposta a questa domanda, proviamo a prendere in esame un’opera come Statue linee , di Marco Giovenale. Fin dal titolo, il libro giustappone, senza virgole, dimensioni estetiche incompossibili: il riferimento alle linee riporta infatti a un paradigma bidimensionale, contraddetto dalla tridimensionalità della rappresentazione statuaria. Ma l’assenza di coesione del titolo è anche figlia di un refuso, poi promosso a chiave d’accesso comica: Statue li g nee. In questo senso non si può dire che la possibilità della rappresentazione sia assente, ma piuttosto che sia posta in crisi attraverso strategie antinomiche. Per meglio individuare alcune di queste strategie, conviene citare integralmente almeno uno dei brevi testi che compongono la silloge: «questa prosa non contiene glutine, può essere mangiata e digerita agevolmente da persona intollerante al glutine, non contiene poesie, è una prosa, si è già premesso, è anche senza lattosio e senza lieviti, così non può crescere più di tanto, e non contiene soia né tracce di frutta a guscio, né arachidi né olio, né burro di arachidi, è completamente libera da olio di palma, frumento, farro, miglio, avena, brassicacee, riso, non ci sono fave, chi è malato di favismo può stare tranquillo, questa prosa è senza parabeni, non è assolutamente insolubile, si scioglie in un momento, tuttavia è insolvente, non paga, non può pagare, non ha i soldi, è rettangolarmente povera, fatta con mezzi molto poveri, può essere esposta all’acqua, anche al sole, non scotta, può essere toccata anche senza guanti perché non sporca, non va in giro per casa lasciando inopportuni escrementi, neanche fuori casa, questa prosa è capace di grande ritegno addirittura ritenzione così non emette liquidi, non contiene elementi radioattivi o infiammabili, questa prosa è semplice, non contiene complessità, non ha in mente alcuna complessità, non ha mente, non pensa, non contiene, in assoluto, non ha un contenuto» In questo esempio di parlar disgiunto e oratio soluta , l’autore presenta una sequenza di asserti giustapposti tali che definirebbero, in una chiave parodicamente metatestuale, i caratteri precipui del testo stesso. È indubbiamente significativo che anche un autore di per sé allergico alla metatestualità ne fornisca un campione così evidente. L’operazione consiste nell’attribuire alla prosa una serie di prerogative normalmente connesse con l’etichettatura dei prodotti alimentari. Nella conclusione, la evidente irrelatezza dei predicati di natura commerciale che vengono attribuiti alla prosa (quasi tutti significativamente espressi in forma negativa) torna, ancora metatestualmente, a trovare una sua forma di coerenza: «questa prosa è semplice, non contiene complessità, non ha in mente alcuna complessità, non ha mente, non pensa, non contiene, in assoluto, non ha un contenuto». Ma questa coerenza, in forza di una serie ulteriore di slittamenti semantici, per una deriva letteralista, sprofonda il testo nuovamente in una serie di contraddizioni che lo rendono nonsensical . Risultano infatti equiparate le caratteristiche che devono contrassegnare il cibo per poterlo vendere a un certo pubblico di consumatori, e quelle che deve avere la prosa di ricerca per poter attivare l’interesse del proprio pubblico di fruitori. Ecco che la metatestualità confluisce in questo testo autorizzata dalla sua funzione comica. Che il comico e l’(auto)ironico rivestano un ruolo non di secondo piano nel libro, è cosa evidente e insieme da discutere. Che significato (anche politico) ha, infatti, questa curiosa operazione comica e autoironica? La prima cosa che si potrebbe dire, è che in un’opera caratterizzata da un apparentemente debole livello di organizzazione macrotestuale, l’elemento comico realizzato attraverso una gamma disparata di incoerenze e inappropriatezze, fa sì che Statue linee  possa comunque essere letto come una totalità di senso. Giovenale gioca non solo a lenire i confini tra oggetto letterario e oggetto non letterario, intervenendo a modificare gli elementi che consentono la distinzione tra i due oggetti; riduce anche o trasforma le modalità di delibazione dello statuto aletico dell’opera, attraverso l’ostensione di autocontraddizioni che l’ironia non basta a riscattare completamente: è l’applicazione di questa strategie lungo tutto il libro a conferirgli una sua consistenza macrotestuale. Ma se l’autore di un testo che si confronta indubbiamente con l’orizzonte d’attesa della poesia si rivela autocontraddittorio, se l’opera dunque non contiene una sua verità lirica, questo è evidentemente un atto politico, anche perché ciò che si sottolinea è la natura mercantilistica, solo finzionalmente disinteressata, della poesia. Questa critica viene espressa non su un piano di immediata assertività, quanto su un piano di costruzione testuale, e quindi a livello metapoetico. È quindi probabilmente in questa dimensione dell’autocontraddizione che si annida la antirappresentatività del libro di Giovenale: si tratta di un libro che rinuncia a curare gli assi cartesiani della testualità, ossia coesione e coerenza; ma – in modo uguale e contrario –  è d’altro canto la sua successione di microelementi di incoerenza, situabili a livello di ogni singola prosa, a dare una sorta di coerenza (e quindi di chiusura) al libro. Il che significa che il volume di Giovenale ha per lo meno il non piccolo merito di farci scoprire che, in qualche modo, la coerenza e la coesione non sono nient’altro che una forma della clôture . Ma non si tratta solo di questo. È soprattutto questa clôture recuperata a forza di infrazioni alle regole che consente, in combinazione con l’ampia instabilità nell’uso delle persone dell’enunciazione, la proiezione di simulacri di soggettività: ed è proprio nella produzione di soggettività che il testo si rivela rappresentativo. Clôture e intenzionalità sono strettamente legati all’idea di rappresentazione. Ma la rappresentazione viene messa in crisi e insieme continuamente riattivata dagli effetti di slittamento nell’autocontraddizione che l’autore dissemina nel testo. Questa tecnica dello slittamento torna anche nel seguente frammento: « Marco Giovenale scrive testi che non li capiscono. Vede dei video su youtube e dicono che sono lo stesso, ma non sono lo stesso. Non lo credete. Se vedo un video lo capisco, se vedo Giovenale non lo capisco. Se lo leggo. Scrive che tutti fanno su twitter ma se io faccio twitter lo ascolto e lo capisco, ma Giovenale io non lo capisco. Scrive delle parole astruse nei libri, ma anche le parole semplici non si capiscono, e questo è un modo speciale di scrivere che ha lui. Anche quando parla non si capiscono. Allora sono andato da Marco Giovenale e gli ho detto: Marco Giovenale, volevo sapere, ma perché parli così? Lui non ha capito la mia domanda, allora finalmente siamo pari » Naturalmente, l’elemento di scarto in cui ci si imbatte dapprima è l’uso incoerente del plurale. Ma la sua vera spina dorsale è il riferimento alla figura autoriale da parte di una piattaforma enunciativa che si rivela ideologicamente a lui contraria. Proprio da questo – ossia dal fatto che la piattaforma enunciativa proietta come simulacro di soggettività la voce di un detrattore dell’autore – consegue un testo dal marcato carattere comico. La temperatura comica – una proprietà del testo, si direbbe, intensiva – è tutta data da singoli elementi continuamente rilevabili, di cui la boutade  finale – «siamo pari» –, orchestrata secondo la tecnica classica del fulmen in clausula , mentre ritornando sul verbo « capire »  dà forma a una Ringkomposition , costituisce la divisa che si riverbera mnesticamente su tutto il resto del testo. Si può poi ravvisare nell’impasto lessicale uno degli elementi cruciali di unitarietà del volume: lessemi da italiano dell’uso medio e strutture che linguisticamente tendono all’oralità producono una sensazione totalizzante di grado zero del linguaggio. Questa sensazione di un grado zero – che non è la stessa cosa di una tabula rasa – pare giustificare – comicamente – l’andamento autocontraddittorio del libro. Il lettore, nel riconoscere gli effetti di intenzionalità di questo dispositivo, giustifica allora in base a principi che trascendono la compagine testuale, le infrazioni alla coerenza individuabili nel testo. Quello che il buon vecchio Garroni chiamava «costellazioni semantiche primitive» qui produce, anziché i più consueti effetti emotivi di identificazione, disidentificazioni comiche a mezzo di minime incoerenze, anche e soprattutto per l’uso di lessemi che non sono collocabili nella tradizione del testo lirico. Del resto, l’unico problema di ogni linguaggio poetico è la determinazione della sua separatezza rispetto al linguaggio fattuale. Ma questa separatezza può essere di due tipi: per intensificazione, o per deintensificazione; e, ovviamente, alla deintensificazione segue la disidentificazione. Qui, pare prodursi seguendo il principio dettato dal suffisso de- , inducendo il fruitore al riadattamento continuo delle proprie metarappresentazioni. Il grado zero, in questo modo, come forma primitiva di straniamento, produce un effetto ulteriore: la continua trasformazione del linguaggio in metalinguaggio, o, per dir meglio, un lavoro costante di messa in rilievo della funzione metalinguistica anche quando risulta in qualche modo implicita. L’idea di rappresentazione che in qualche modo è postulata all’interno di questa prosa, attraverso una piattaforma di enunciazione che promuove l’idea di un locutore polemico con  l’autore, l’idea di personaggi, una struttura potenzialmente finzionale dai confini chiusi, viene appunto messa in crisi attraverso l’ embedding  del metalinguaggio. Grado zero più metalinguaggio però, cosa produce? Si direbbe che la piattaforma pragmatico-enunciativa allestita dalla prosa in prosa produca non solo la trasformazione ma l’identificazione di funzione poetica e funzione metalinguistica (per usare le ben note categorie jakobsoniane), la neutralizzazione della loro differenza. È allora in questo senso che si realizza la crisi della dimensione rappresentazionale del testo: nell’indistinzione tra letterario e non-letterario combinata con l’indistinzione tra linguaggio e metalinguaggio. Di questo grado zero dell’espressività, della finzionalità, della rappresentazionalità, di questa distruzione dei confini tra linguaggio poetico e metalinguaggio, testimoniano programmaticamente frammenti come i seguenti: « chiesero al Maestro: Maestro, come com-patire? rispose: evitando la mimesi, forma debole dell’irrisione » o, altrove: « la sintassi è meno importante dei vocaboli, che sono meno importanti degli spazi che li separano » Ne risulta un libro che oggi ha un carattere di necessità: nella misura in cui Statue linee  è anche un’opera didascalicamente impegnata a mostrare quali confini può avere la cosiddetta prosa in prosa. Confini che, poiché il linguaggio della prosa in prosa ha natura intensionale e non estensionale, sono, come ben sa Giovenale, interni al testo stesso: «Sulla pellicola la seconda immagine dell’incendio si sovrappone alla prima e la brucia». Statue linee  insomma dimostra che realtà e testualità letteraria non sono mondi separati e separabili, ma si coimplicano continuamente e la loro interrelazione funziona, in modo paradossale, come una sorta di nastro di Möbius. Proprio questa peculiarità di funzionamento della testualità letteraria non-assertiva è capace però allora di revocare in causa un concetto così in voga nella cultura odierna come quello di patto, quando sia applicato alla dimensione della letterarietà: il principio della coimplicazione mostra che, in fin dei conti, in letteratura, non c’è patto più di quanto non vi sia patto tra predatore e preda. Trarre le debite conseguenze teoriche  da questa impostazione sarà la sfida che la critica dovrà affrontare, se il mercato simbolico e materiale della letteratura glielo consentirà, nei prossimi anni. Gian Luca Picconi ha conseguito nel 2010 il dottorato di ricerca in Filologia, interpretazione e storia dei testi italiani e romanzi presso l’Università degli Studi di Genova con una tesi dal titolo  Poesia in forma di rosa di Pasolini: saggio di commento . Ha pubblicato il volume La cornice e il testo. Pragmatica della non-assertività (Tic edizioni, 2020), e saggi sulla letteratura contemporanea in volumi collettanei, riviste scientifiche e militanti.

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    Hugh Roberts, la storia e la politica araba nel cuore Donata Vanerio Il saggio ricorda la figura di Hugh Roberts, uno dei più acuti studiosi della politica araba contemporanea, scomparso nel 2023. Tracciando la sua biografia intellettuale e politica, Tom Hazeldine ne evidenzia l’approccio critico, indipendente e profondamente anti-conformista, dalla militanza nella Ernest Bevin Society alla critica radicale delle politiche occidentali in Medio Oriente. Dopo un legame iniziale quasi casuale con l’Algeria, Roberts si è dedicato a una lunga ricerca sulla Cabilia e sull’eredità politica berbera, sfidando paradigmi accademici dominanti. I suoi interventi sulla Primavera araba, raccolti nell’ultimo libro Loved Egyptian Night (2024), offrono una lettura lucida e disillusa delle rivolte in Egitto, Libia e Siria, viste come movimenti rivoluzionari incompiuti, ostacolati dall’intervento esterno e da strutture di potere locali. Il saggio ne celebra l’eredità intellettuale, il rigore analitico e la fedeltà al principio gramsciano secondo cui <>. Questo articolo è apparso su «Sidecar», la rivista di «New Left Review». Pubblichiamo per concessione dell'editore. Con la morte di Hugh Roberts, il mondo ha perso uno dei massimi studiosi della politica e della storia araba contemporanea. Il suo ultimo libro, Loved Egyptian Night (2024) – una retrospettiva sulle rivolte della Primavera araba in Egitto, Libia e Siria – mostrava la lucidità adamantina che ha caratterizzato il suo lavoro: «Se la politica – nel senso della pratica politica – è, come dichiarava Bismarck, un'arte e non una scienza, lo studio della politica deve essere una branca della critica», esordiva. Quindi, si richiedeva che fosse intellettualmente rigorosa e indipendente. A suo avviso, i commenti sulla politica internazionale somigliavano troppo spesso ad un coro. E Roberts non aveva tempo per i cori. Nato nel 1950 in una famiglia laburista di Hull, figlio di un docente universitario, si trasferì con la famiglia nel Middlesex e frequentò la St Paul's School come borsista. Poi, dopo un anno sabbatico a Parigi presso la rivista L'Express, che gli permise di imparare il francese, andò a Oxford, sempre con una borsa di studio. L'approccio di Hugh al mondo arabo fu quasi casuale. La sorella maggiore Ceridwen ottenne di recarsi in Algeria per una ricerca sulla gestione industriale cooperativa. Si ammalò e chiese se il fratello fosse potuto andare al suo posto. Erano i primi anni Settanta e fu l'inizio di un legame che sarebbe durato tutta la vita. Per la tesi di dottorato Roberts aveva progettato di studiare la rivoluzione agraria intrapresa dal regime di Boumédienne; si poi appassionò allo sviluppo politico della ribelle regione della Cabilia – nelle montagne del Tell Atlas e iniziò a indagare le relazioni tra le popolazioni berbere ed i conterranei di lingua araba. Roberts vi individuò la sopravvivenza di istituzioni politiche pre-coloniali, il che lo portò a mettere in discussione l'applicabilità locale del modello di Ernest Gellner in Saints of the Atlas (1969) di un «popolo senza governo». Trascorse un anno insegnando inglese a Bouïra, all'estremità meridionale della regione, ottanta miglia a sud-est di Algeri, e un altro anno conducendo ricerche sul campo durante le lunghe vacanze universitarie. Ai Kabyles – cruciali nel Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) durante la guerra – Roberts, che ne ammirava la chiarezza strategica nella lotta armata contro il colonialismo francese (1954-1962), dedica le parole a seguire. «[…] abbandonando l'agitazione nel quadro della legalità francese perché ritenuta inutile e dichiarando invece guerra alla Francia, il FLN dava prova di un realismo spietato, traendo insegnamento dalle ripetute delusioni, riconoscendo che si trattava di un vicolo cieco e ri-posizionandosi su un terreno molto diverso, quello della guerriglia, il maquis o, come lo chiamano gli algerini, al-jebel («la montagna»). In questo modo, i fondatori del FLN rivoluzionarono la loro prassi e se stessi, trasformando il nazionalismo algerino da movimento rivendicativo a movimento che creava fatti, e i suoi attivisti da supplicanti ad agenti di liberazione». Posizione, questa, in contrasto con la politica laburista di Roberts nel proprio paese, dove era membro della Ernest Bevin Society, un'emanazione del marxismo anglo-irlandese filo-unionista che prendeva il nome, in onore retrospettivo, dal Ministro degli esteri di Attlee durante la Guerra Fredda. Roberts esaltava quella che considerava il pragmatismo, la forza e i valori della classe operaia di Bevin. Ne discutemmo a pranzo a Soho, dove ci incontrammo nel 2022 mentre stavo curando Loved Egyptian Night. Era un punto su cui dissentivamo, educatamente ma con fermezza. Kenneth Morgan, che non era certo un à outrance di sinistra, aveva da tempo richiamato l'attenzione – in Labour in Power (1984) – sull'anticomunismo grossolano di Bevin, che – «cupamente soddisfatto» dal discorso di Churchill a Fulton – era un uomo dalle «opinioni forti ma senza grandi riserve di conoscenza». «Istintivamente impegnato» nell'intervento militare britannico in Medio Oriente, il suo atteggiamento nei confronti del mondo coloniale era «praticamente indistinguibile da quello delle amministrazioni conservatrici o imperialiste del passato». D'altra parte, Roberts vedeva chiaramente attraverso le banalità mediatiche di Kinnock. Più tardi, scrivendo su Prospect verso la fine del mandato di Blair nel 2006, critica aspramente il New Labour definendolo «un guscio vuoto, svuotato, disorientato, compromesso, corrotto, abbandonato nella disperazione e nel disgusto». Mi disse che un vero partito teneva le grandi truppe sulle ali e si lanciava al centro per la battaglia, non per la triangolazione. Quello fu il nostro unico incontro. Roberts aveva opinioni salde eppure uno slancio curioso, e la conversazione fu molto ampia, pronta ad intraprendere qualsiasi direzione. Disse che scriveva racconti per svago e mi diede un'idea del suo background. Il primo incarico da insegnante lo ebbe alla School of Development Studies dell'Università dell'East Anglia dal 1976 al 1988. Aveva legami familiari con King's Lynn e il nord-ovest del Norfolk e un affetto duraturo per quei luoghi, ma trovava la vita universitaria a Norwich opprimente. Come scrisse in seguito: «Non riuscivo a impedirmi di pensare in termini politici alle materie della mia ricerca accademica, e non ero disposto a limitare il mio pensiero o i miei scritti ai parametri mentali e ai protocolli terminologici di nessuna delle scuole di pensiero esistenti che avevo incontrato nel mondo accademico. Di conseguenza, ho scoperto che era molto difficile pubblicare i miei pensieri in forma accademica e che le mie prospettive di una carriera accademica soddisfacente erano nulle. Quando mi sono reso conto che era così, ho lasciato l'insegnamento e sono andato alla scoperta del mondo». Prima a Londra come scrittore freelance e consulente per la BP – colosso del petrolio – , quindi curatore della rivista Labour and Trade Union Review della Bevin Society, seguì da vicino la crisi in Algeria, dove fece ritorno numerose volte dal 1992, pubblicando le riflessioni su quegli sguardi ravvicinati in diverse testate. Poco dopo l'11 settembre, Tariq Ali ha commissionato a Hugh un libro per i tipi della Verso durante una cena a Il Cairo. The Battlefield (2003) – sottotitolato Studies in a Broken Polity – raccoglie i suoi puntuali scritti sull'Algeria per International Affairs, Middle East International, Times Literary Supplement, tra gli altri, dalle rivolte del 1988 scatenate dalle misure di liberalizzazione capitalista di Bendjedid fino alle elezioni legislative del maggio 2002, quando il FLN ha riconquistato il primato. Roberts rifiutava di classificare questo «terribile dramma» come«guerra civile», poiché non erano emersi nuclei opposti nella costruzione di una forma di governo. Lo definiva piuttosto una «tracimazione» di conflitti tra fazioni distorta dai poteri forti coloniali, a seguito dell'esaurimento intellettuale del FLN, del crollo del nazionalismo come forza politica organizzata e della sua eclissi da parte dell'islamismo. Né una democrazia tantomeno un governo all’insegna della legalità sarebbero stati imposti dall'esterno, ha insistito. «La pressione esterna è servita solo a indurre le autorità algerine a fare bella figura o a concedere ulteriori concessioni sul fronte economico». Tornato alla vita accademica nel 1997 come ricercatore senior presso la London School of Economics and Political Science (LSE), quattro anni dopo si trasferisce a Il Cairo occupandosi di public advocacy come direttore per il Nord Africa dell'International Crisis Group (ICG), una ong atlantista per la «prevenzione dei conflitti». Il suo primo briefing per il Crisis Group valutava la Primavera nera in Cabilia, un enorme movimento di protesta scatenato dalla brutalità della Gendarmeria nazionale algerina nella peggiore repressione dall'indipendenza. Il rapporto formulava una ventina di raccomandazioni, di cui solo un paio erano rivolte a una potenza esterna, l'Unione Europea. L'onere di trovare l'immaginazione e la determinazione necessarie per risolvere i propri problemi doveva ricadere sulle forze politiche algerine. In privato Roberts era molto critico nei confronti dell'ICG, che a volte sosteneva le operazioni militari offensive degli USA, a partire dalla Jugoslavia negli anni Novanta. Nel 2007 si risolve infatti a rimettere l’incarico dedicandosi nuovamente alle ricerche sulla storia della Cabilia. Quattro anni dopo, con l'accelerazione della Primavera araba, torna brevemente nell'ICG ponendo la condizione che non avrebbe raccomandato un intervento militare occidentale in Nord Africa. Ben Ali fugge da Tunisi il 14 gennaio 2011 e Mubarak è costretto a dimettersi l'11 febbraio, accelerando l’escalation dei disordini contro Gheddafi a Bengasi. (Per quanto riguarda l'Algeria a ovest, Roberts ipotizza che le prime proteste di piazza siano state istigate dall’intelligence di regime «per farle sgonfiare al momento giusto»). Il 22 febbraio viene licenziato il dossier Riflessioni sulla crisi libica – per uso interno alla ong: «1. Ieri è stato il mio primo giorno di ritorno al lavoro come direttore del progetto Nord Africa. Ho avuto molto da fare, da qui la mia lentezza nel reagire alla situazione libica. Ora mi sento come se stessi guardando un treno in corsa. Potrebbe essere troppo tardi per me per convincere l'ICG a fermarsi prima di agire, ma ci proverò. 2. Con le notizie delle violenze in Libia, e in particolare della risposta repressiva del regime alle proteste, i colleghi sembrano molto agitati, il che è naturale. Ma l'agitazione – e l'orrore è ovviamente una forma di agitazione – non è uno stato d'animo che favorisce decisioni politiche sagge. Condivido la lamentela di Rob [Malley] riguardo alla «cacofonia». 3. Sia all'interno che all'esterno dell'ICG sembra esserci un forte sostegno a favore di un intervento internazionale serio e di tipo più pesante, che comporti una violazione piuttosto esplicita della sovranità nazionale libica (ad esempio, zone di interdizione al volo) per ragioni essenzialmente (o almeno dichiaratamente) umanitarie. Prima che l'ICG si schieri apertamente a favore di questa posizione, suggerisco di riflettere un attimo sul risultato che desideriamo ottenere e che è realisticamente possibile ottenere con la politica, sulla base delle informazioni affidabili (e non di quelle inaffidabili) a nostra disposizione.» Sebbene abbia tratto energia dalle rivolte nei vicini Tunisia ed Egitto, l'ondata di proteste in Libia si è «scagliata contro uno scoglio di tutt'altro tipo». Il regime del Colonnello era una struttura personalista e improvvisata, nettamente diversa dallo stato-esercito egiziano, non riducibile al mandato di Mubarak. «La minaccia di Mubarak «o me o il caos» poteva essere considerata un bluff – osserva Roberts – ma c'è un pericolo molto reale che la Libia precipiti in un caos reale, prolungato ed estremamente violento se il regime di Gheddafi cade in questo momento». Profetico. Sarkozy e Cameron hanno sostenuto con entusiasmo la guerra di bombardamenti della NATO contro la Libia, rovesciando Gheddafi – catturato e ucciso il 20 ottobre – consegnando il paese all'anarchia dei signori della guerra e delle milizie. Roberts ha scritto un memorabile articolo e un'esposizione storica per la London Review of Books. «Quindi Gheddafi è morto e la NATO ha combattuto una guerra in Nord Africa per la prima volta dal 1962, quando il FLN sconfisse la Francia – esordisce, chiedendo provocatoriamente – cosa ha ottenuto la Libia in cambio di tutta la morte e la distruzione che le sono state inflitte negli ultimi sette mesi e mezzo?». Sempre per la LRB, riconosce ai giovani dietro le prime proteste a Tahrir uno stato di «rivoluzionari nello spirito». Tuttavia, la destituzione di Mubarak recava i segni di un rimpasto militare, non di un rovesciamento rivoluzionario. Che la politica egiziana fosse ancora vincolata alla logica dello stato dei Liberi Ufficiali – istituito nel 1952 – è stato chiarito dal golpe del generale Abdel Fattah al-Sisi contro il successore eletto di Mubarak, Mohamed Morsi dei Fratelli Musulmani, il 3 luglio 2013. Roberts ha poi affrontato la guerra civile per procura in Siria, «terminale della Primavera araba», criticando aspramente il Segretario di Stato Clinton e i suoi tirapiedi europei per aver cercato di riciclare a Damasco la politica di cambio di regime già attuata in Libia, chiudendo la porta a qualsiasi tentativo di negoziare una soluzione prima che il Paese fosse in gran parte distrutto: «La politica occidentale è stata una vergogna e il contributo della Gran Bretagna dovrebbe essere motivo di vergogna nazionale». Alla fine del 2011 Roberts lascia l'ICG un’ultima volta per assumere una cattedra alla Tufts University. Nel 2014 sono stati pubblicati due libri, Berber Government: The Kabyle Polity in Pre-Colonial Algeria e Algérie-Kabylie, études et interventions. Il primo costituisce un ampliamento della sua ricerca di dottorato, che cercava di cogliere i meccanismi interni della politica cabila nel tardo periodo ottomano. Il secondo è una raccolta di saggi che coprono il periodo dal 1994 al 2010, molti già editi per la rivista algerina Insaniyat, insieme a interviste, conferenze e riflessioni su Gellner e Bourdieu. Nel 2021, prossimo alla pensione, è pronto a rileggere la Primavera araba a dieci anni di distanza – «Il gufo di Minerva vola al tramonto» – offrendone alla Verso il progetto di indagini approfondite su due momenti cruciali, Tahrir Square nel gennaio-febbraio 2011 e Bengasi nel febbraio-marzo. Voleva inoltre rivedere criticamente il lavoro di altri commentatori, tra cui Marc Lynch a Washington, Gilbert Achcar a Londra e Jean-Pierre Filiu a Parigi. Cos’era stata la Primavera araba? Il movimento di protesta tunisino si era configurato come una rivoluzione, perché aveva superato il quadro politico-costituzionale del regime autoritario tracciando una via verso la democrazia. Oltre le somiglianze formali, secondo Roberts le rivolte in Egitto, Libia e Siria non hanno superato l’adolescenza della rivolta, nonostante l’enorme simpatia riconosciuta ai manifestanti e la sincera ammirazione del loro coraggio. Un fattore decisivo è stato il fatto che in ciascuno di questi casi attori esterni hanno influenzato il corso degli eventi. L'amministrazione Obama ha sollecitato la destituzione sommaria di Mubarak, abbandonando l’alleato quando il gioco sembrava ormai finito, senza mostrare alcun interesse a facilitare una transizione democratica. Era ridicolo aspettarsi che le potenze occidentali sponsorizzassero autentiche rivoluzioni democratiche in qualsiasi parte del mondo, men che mai in Medio Oriente. «L'estrema desolazione in cui è stato ridotto il Medio Oriente arabo – sosteneva Roberts – [era la conseguenza della] neutralizzazione immediata e della sconfitta finale delle aspirazioni rivoluzionarie ovunque a est della Tunisia». Nel 2023 torna a Londra, più vicino alla figlia Leila, complici le condizioni di salute che lo obbligano a ripetuti soggiorni ospedalieri per le cure del cancro. A parte una recensione critica sul TLS, Loved Egyptian Night è stato ignorato dalla stampa britannica all’uscita, lo scorso anno. Penso che Hugh avesse ragione nella valutazione del silenzio: «Il mio libro formula critiche estremamente severe alla politica britannica, fornendo al contempo una storia politica dettagliata e coerente di ciò che è realmente accaduto […] Ci aspettiamo davvero che ciò che resta dell'establishment britannico, sempre più disperato, apprezzi tutto questo o reagisca in modo corretto?» È perciò entusiasta per l’invito del Middle East Studies Group della LSE – di cui era membro dal 1978 – a tenere una conferenza a novembre: «sembra che qualcuno abbia visto il mio libro e voglia discuterne. È una svolta incoraggiante». La conversazione lo lasciò di buon umore, anche se poco dopo la salute peggiorò ulteriormente. Mi scrisse «Mi rendo conto che Gaza oscura completamente le preoccupazioni persistenti sulla Primavera araba, ma la cinica realtà e la brutalità del potere occidentale in Medio Oriente, ora così pienamente smascherata, è un tema centrale del mio libro». Le conclusioni erano cupe, ma l'intelletto che le sosteneva era irriducibile. Ancora: «Con la mia interpretazione cupa dei veri scopi e obiettivi della politica che ha effettivamente determinato i risultati, sto cercando di fare luce, non di deprimere, e di salvare ciò che può essere salvato. Il motto di Gramsci, «la verità è rivoluzionaria», è stato il mio motto in tutto ciò che ho scritto per molti anni». Stava scrivendo di Gaza quando è mancato. Tom Hazeldine è editor presso la testata «New Left Review», dove tiene inoltre una rubrica per il blog «Sidecar». Scrive per «The Guardian», «Red Pepper» e «Tribune».

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