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Ho solo bisogno di noi Tre magiche autobiografie Ho solo bisogno di noi. Rosso di Mària. Clandestina. Hotel California, di Teresa Zoni Zanetti, Milieu, 2026) Con la pubblicazione dell’ultima parte inedita, Hotel California, la collana settanta/milieu completa e raccoglie in un unico volume l’autobiografia in tre parti di Teresa Zoni Zanetti, iniziata nel lontano 1999 con Rosso di Mària per Castelvecchi e proseguita nel 2000 con Clandestina per DeriveApprodi. Autobiografia limitata a un solo periodo della sua vita, perché l’autrice, classe 1955, racconta nel primo libro la militanza giovanile nel Movimento di quegli anni, Educazione sentimentale di una bambina guerrigliera recitava il sottotitolo, quindi l’appartenenza a gruppi di lotta armata diversi dalle solite Brigate rosse e Prima Linea nel secondo, e infine i primi anni a San Vittore nel terzo, assai più breve dei primi due, a seguito dell’arresto del 18 giugno 1980 a Pontenure (Pc) dopo una fallita rapina, con conseguente condanna a 27 anni di carcere all’esito del noto processo Rosso-Tobagi. Io ho iniziato dal secondo, quando ancora ero agli inizi di un approfondimento sulle tante organizzazioni armate operanti in Italia nel «decennio lungo del secolo breve» che in seguito mi avrebbe portato anche a scriverne. Clandestina mi era talmente piaciuto da averlo voluto rileggere a distanza di anni per meglio inquadrare fatti e persone che nel libro venivano raccontati in forma di romanzo con «nomi di battaglia», perché sin dal primo lavoro, l’intento della Zoni era quello di narrare vite, emozioni, rapporti di solidarietà tra compagni, amori, amicizie, delusioni e fermenti collettivi, più che scrivere l’ennesima biografia della militante armata. Per cui non contavano i nomi, ma le esperienze collettive di vita, nella gioia e nel dolore, come si dice nei matrimoni, perché l’autrice, anche quando si troverà in galera, ha «solo bisogno di noi», tutto il resto non conta. Per questo, del tutto inutile si rivelò il mio goffo tentativo di chiederle un aiuto a identificare alcuni nomignoli meno noti; per farlo ho dovuto rivolgermi a chi ai tempi li aveva direttamente conosciuti, oppure alle varie sentenze che si occuparono di quei fatti, distribuendo anni di galera nel periodo dell’emergenza di un Paese che, a guerra finita, pensò di condensare quel gigantesco conflitto sociale con parole di facile presa mediatica come «terrorismo» e «anni di piombo». Niente di più distante da quello che ci racconta la Zoni, figlia di una famiglia unita e fieramente antifascista del varesotto dove si parlava in dialetto, cresciuta in un ambiente salubre e al riparo dalle contaminazioni tossiche della metropoli dove è costretta ad approdare di malavoglia ancora da ragazzina quando il nome suo e di alcuni compagni diventa oggetto delle attenzioni di Polizia, e da dove, lo dice lei stessa, non vedeva l’ora di scappare, perché, come scrive nel suo ultimo capitolo dal carcere, oltre che la rivoluzionaria il suo sogno era quello di «fare agraria». Fatto che non è sfuggito neppure ai giudici che ai tempi la processarono e condannarono a quasi 30 anni di galera, visto che in un’ordinanza di rinvio a giudizio si leggono parole solitamente assenti in quelle fredde pagine che trasformavano fermenti politici e sociali molto complessi in aridi articoli di codice: «Animata da un interiore sacro furore che la porta ad agire e ad impugnare le armi nella prospettiva di utopistici obbiettivi di giustizia e uguaglianza sociale, nei rari momenti di debolezza e di intimità a cui si lascia andare sogna una vita “normale” condotta allevando bambini e galline in campagna, per poi subito riprendere il controllo di sé e gettarsi nuovamente nella lotta, quasi fosse spinta da una misteriosa forza che la trascina e contro la quale nulla può fare. Questa è la Zoni che porta a messa il Marocco, che si lega al Gemelli o, forse e più esattamente, a ciò che il Gemelli per lei rappresenta, rammaricandosi nel contempo di renderlo uguale a lei, che senza un lamento precipita nel buio della notte per quasi 5 metri incrinandosi le costole, che custodisce nella medesima borsetta la pistola silenziata e il volumetto di meditazioni di ispirazione cattolica dal significativo titolo Voglio soltanto che sia amore». Il maggior pregio che mi preme sottolineare dei libri della Zoni è la scrittura, lo stile narrativo, asciutto in certi punti, ma denso di sentimento in altri, a volte quasi aulico nella descrizione di boschi e laghi e altre persino smaccato nella rabbia, sempre carico di traboccante amore quando si riferisce ad amici e compagni, implacabile verso chi invece ha tradito, e che non fa mistero di raccontarsi senza scudo nelle proprie debolezze, negli errori e negli innamoramenti affrettati talvolta frutto di abbaglio, che iniziano e si concludono con quello che è ancora oggi l’uomo della sua vita, conosciuto quando erano due adolescenti e ritrovato dopo anni di dura galera. «Nel quadro fosco degli “anni di piombo” così come ci è stato consegnato dalla pubblicistica di Stato” – scrive Alunni nella prefazione a Clandestina – quel che manca è l’umanità di cui erano pieni quegli uomini e quelle donne che facevano scelte drammatiche con la morte nel cuore come per esempio la clandestinità». Chi è stata, per il tratto di vita che racconta, perché poi ci sarà molto altro, Teresa Zoni? Militante nei tanti gruppi autonomi di quegli anni, presenti anche nella zona del varesotto, alla fine del 1977 entra nelle Formazioni comuniste combattenti, dopo aver militato in precedenza nelle Brigate comuniste, ennesima sigla che nasce dall’impulso più armato del Movimento, diretta emanazione del settore illegale della rivista milanese «Rosso» di via Disciplini e cofondate da Corrado Alunni, che aveva conosciuto Moretti all’epoca in cui entrambi lavoravano come tecnici alla Siemens, e che aveva da tempo abbandonato le Brigate rosse. La sigla Formazioni comuniste combattenti appare per la prima volta il 18 gennaio 1978 nella rivendicazione di un’azione contro il nucleo dei carabinieri in servizio di guardia esterna al carcere speciale di Novara. A giugno alcuni militanti, unitamente ad altri membri di Prima linea, parteciparono a un campo d’addestramento militare organizzato dall’Eta al confine tra la Francia e la Spagna, come risultò dal materiale ritrovato il 13 settembre nella base milanese di via Negroli in occasione dell’arresto di Corrado Alunni, e che verrà successivamente confermato agli inquirenti da un memoriale redatto in carcere dal pentito Fortunato Balice. Le Fcc verranno smantellate abbastanza in fretta dalle forze dell’ordine, prima con l’arresto nel 1978 del suo fondatore, e quindi, nel maggio del 1979 a Como, di quasi tutti i principali militanti, grazie alle confidenze fatte ai carabinieri dall’infiltrato Rocco Ricciardi. La Zoni nel frattempo era entrata nei Reparti comunisti d’attacco per la cui appartenenza verranno inquisite 24 persone, e tra le azioni militari di questa organizzazione si ricordano il ferimento a Milano del medico di San Vittore Mario Marchetti (13 novembre 1978), del dirigente Mario Miraglia (10 febbraio 1980), e l’assalto a Torino il 5 maggio 1980 della sede Rai. Scrive la Zoni, come si legge nella quarta di copertina: «Eravamo combattenti di una guerra impari, maledetta, sopportata come una malattia, e io stavo imparando che i combattenti non hanno il cuore leggero, ma il polso fermo, lo sguardo liquido e un rimpianto infinito nel cuore. Noi non avevamo dubbi. Credevamo fortemente alla nostra guerra e alle sue profonde ragioni. Il resto era solo conseguenza. Naturale, radicale, logica conseguenza. Ipocrita ci sembrava tutto il resto: chi non aveva avuto il coraggio di stare al nostro fianco, o peggio ancora chi la guerra l’aveva predicata per tanti anni nelle idee e nelle parole e poi non aveva avuto il coraggio di farla, lasciandoci soli a combattere sulla linea del fuoco. Pazienza. Noi c’eravamo, ed eravamo tanti, nonostante tutto». L’amicizia e la comunanza prima di tutto, per questo il tradimento di un compagno le appare ancora più atroce, come la morte di Roberto Serafini, crivellato l’11 dicembre 1980 dai colpi di una pattuglia dei carabinieri in via Varesina fuori dalla bocciofila Cagnola, insieme a Walter Pezzoli, da lei raccontata in poche ma drammatiche righe: «Eppure neanche quell’avvisaglia lo salvò anni dopo da una morte atroce, e ancor più dilaniante perché avvenuta proprio per responsabilità di quella stessa persona che tanto tempo prima, in una sera di brume, di laghi e di mal di pancia, a costo di forzare cento posti di blocco lo avrebbe portato sano e salvo fino all’altra parte del mondo». E a proposito di amicizie e comunanze, sul sito di DeriveApprodi si legge una sua commovente dedica a una ex compagna di militanza mancata nel 2016. «Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, rivoluzionaria quando tutta la sua generazione lo è stata, entusiasmo, speranze, lotte, rigore morale e onestà, cruda e sostanziale onestà verso se stessi e gli altri: come siamo venuti su noi, a vent’anni era impossibile negarsi, far finta di niente, girarsi dall’altra parte, si doveva e si poteva cambiare questo mondo e Francesca non si è certo tirata indietro. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, madre, contro tutto e contro tutti, madre dell’impossibile, madre coraggio, forza e incontenibile gioia insieme. Nell’amore Francesca non si è mai risparmiata, generosa e delicata, eppure presente tutta intera, senza mezze misure, Fabio e le ragazze lo sanno bene. Così nella vita Francesca non si è mai risparmiata, incurante di sé, come se fosse inesauribile, ha provato a vivere senza sconti e senza alcuna scorciatoia una propria etica e una propria intuizione di vita. Una piccola attenta e gentile combattente, discreta, misurata eppure indomabile testa contraria. Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca, per favore, insegnaci lo stesso a diventare vecchi, insieme». Tre libri da leggere tutti insieme per chi si fosse perso i primi due.
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risonanze sonore Sotto la superficie del rumore Christina Kubisch Il testo intreccia memoria personale e analisi critica per introdurre Risonanze sonore, una rubrica dedicata alla musica d’avanguardia. Partendo dalla Taranto degli anni Sessanta e Settanta, l’autore racconta come la musica sia stata per lui un linguaggio di resistenza sociale, sviluppato attraverso collettivi, radio, riviste e una lunga pratica di ascolto e sperimentazione. La riflessione si amplia poi alla trasformazione della musica in prodotto nell’era neoliberista e alla nascita di nuove forme di autonomia come le etichette indipendenti. Nella contemporaneità, la musica sperimentale viene descritta come un ecosistema fluido, rizomatico e tecnologicamente ibrido, capace di creare micro-comunità e spazi critici di relazione. Attraverso esempi come il percorso di Gaspare Sammartano, il testo mostra come il suono possa diventare strumento di lettura del territorio e laboratorio sociale. La sperimentazione sonora emerge così come pratica politica, percettiva e comunitaria, capace di opporsi alla mercificazione culturale e di generare nuove forme di sensibilità e partecipazione. Presentazione della rubrica Risonanze sonore A Taranto, la città in cui vivo, nei gloriosi anni Sessanta e Settanta si respirava un fermento inquieto: una vitalità giovanile attraversata dalla conflittualità operaia e dalle prime proteste studentesche. La musica non era evasione, ma riflesso di quelle tensioni: un modo per dare voce a una realtà che cambiava e pretendeva di essere ascoltata. Lì percepivo che poteva diventare una forma di resistenza, un respiro collettivo capace di raccontare il mondo da un’altra prospettiva.Fin dalla metà degli anni Sessanta ho percepito nella musica una forma di linguaggio capace di opporsi al conformismo del mio tempo. In un’Italia ancora segnata da moralismi borghesi, discriminazioni e retaggi fascisti, quelle musiche altre – spesso confinate nelle radio notturne o in cerchie ristrette di appassionati – mi hanno insegnato a riconoscere l’ingiustizia e a mettere in discussione l’ordine delle cose imposto.A quei tempi ho fatto parte di un collettivo musicale a Taranto, una realtà aperta e sperimentale in cui musicisti diversi si alternavano tra strumenti e sonorità, dando vita a esibizioni sempre nuove. Ho collaborato per qualche mese con una rivista quindicinale di musica di cui non ricordo il nome, (mi pare fosse «Sound Music» o «Sound Flash» su incarico di un impresario nazionale che ne deteneva parte della proprietà) e quest’esperienza mi offrì l’occasione di vivere da vicino il fermento culturale di quegli anni e di respirare l’atmosfera dei concerti, ai quali potevo assistere liberamente. Negli anni successivi ho collaborato anche con alcune radio private cittadine, continuando a mantenere un legame costante con la musica.Collezionista di vinili da decenni, ho espresso questa passione anche in altre forme: realizzando video di concerti dal vivo e, più recentemente, partecipando al recupero di un raro reperto audio poi pubblicato su vinile, testimonianza di una stagione rock progressiva tutta tarantina. M.A.B. – Minestra Affogata In Brodo https://www.discogs.com/release/32570235-MAB-Minestra-Affogata-In-Brodo?srsltid=AfmBOop5Mz47QjE4bB2Wkm2Zcvimj2eLxIJqWLJOl0C2gEVgfl9ge-J- Con il tempo, ho imparato che il suono non è solo estetica, ma esperienza. Attraverso il mio modo di ascoltare e di suonare, ho compreso che la libertà non nasce solo dall’improvvisazione, ma dal modo in cui si percepisce il suono: fuori dalle categorie, dai generi, dalle gerarchie che il mercato e la tradizione impongono. Scoprire il suono in sé, nel suo farsi e disfarsi, significava per me riconoscere un’altra sensibilità, una forma di conoscenza capace di mettere in discussione ciò che ci viene insegnato ad ascoltare. Fu attraverso la musica psichedelica, che mi aveva colpito per la sua capacità di espandere la percezione e aprire spazi interiori inattesi, che arrivai al free jazz e alla musica sperimentale. Entrambe furono per me una rivelazione sonora: frantumavano le strutture, spezzavano i confini, respiravano fuori dal tempo e dalle regole. In quell’ascolto scoprivo non solo una dimensione più umana e consapevole, ma anche un nuovo rapporto con lo spazio circostante – come se il suono, liberandosi, restituisse respiro anche al mondo intorno. Proprio perché la musica iniziò a farsi portavoce di una possibile sovversione sociale – capace di scardinare le gerarchie e di dare voce a nuove forme di libertà – nella seconda metà degli anni Settanta il neoliberismo si insinuò come una forza silenziosa ma profonda, pronta a neutralizzarne il potenziale. Il suono, da linguaggio collettivo e liberatorio, venne progressivamente trasformato in prodotto; l’artista costretto a misurarsi con le regole del mercato, a gestire sé stesso come un bene da vendere, più che come un soggetto creativo. Eppure, da quella stessa contraddizione nacquero nuove forme di resistenza: l’autoproduzione, le etichette indipendenti, il punk hardcore e una scena artistica sorprendentemente fertile che, grazie alle tecnologie emergenti, continuava a esplorare territori sonori inediti, riaffermando una libertà che il mercato ha tentato di inglobare, ma che, in parte, ha continuato a risuonare – ostinata – contro ogni tentativo di controllo. Ascoltare, allora, significava prendere posizione. Ogni suono era un atto di resistenza contro l’omologazione, un invito alla partecipazione, non al consumo. La musica d’avanguardia diventava un gesto di insubordinazione: non solo ricerca formale, ma tentativo di liberare l’ascolto dalla gabbia della forma-merce. Oggi, nonostante le piattaforme digitali abbiano inglobato anche la musica indipendente, resiste una scena viva di artisti e ascoltatori che scelgono di sottrarsi al rumore del mercato. Per loro – e per me – il suono resta un incontro, un gesto critico, un modo di pensare e di costruire comunità. Questa rubrica nasce (per loro:) per chi ancora cerca nella musica un atto di libertà, un gesto di consapevolezza. Sarà uno spazio di ascolto e di racconto, dove le musiche d’avanguardia non siano un’eccentricità da collezionisti, ma una bussola per orientarsi nel rumore del presente. Negli ultimi anni si osserva un rinnovato interesse verso la musica sperimentale elettronica e concreta, un campo artistico complesso e articolato che, pur restando ai margini delle logiche commerciali tradizionali e dei circuiti di mercato convenzionali, continua a esercitare un fascino duraturo e costante su nuove generazioni di musicisti, sound artist, sperimentatori del suono e creativi che intendono esplorare territori sonori non convenzionali. Questo fenomeno non riguarda solamente la produzione musicale in senso stretto, ma coinvolge anche i modi di ascolto, le pratiche di condivisione, la costruzione di reti di scambio, la creazione di comunità temporanee o durature e lo sviluppo di spazi di pratica artistica innovativi, in cui ogni elemento sonoro diventa occasione di riflessione e di interazione. Gli autori coinvolti in queste pratiche sono spesso autodidatti, o provengono da percorsi ibridi e compositi che intrecciano competenze provenienti da diverse discipline creative, tra cui arte visiva, informatica, performance dal vivo, design del suono, installazioni, interazioni multimediali e sperimentazioni tecnologiche. In questo contesto, la rete e le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale, offrendo uno spazio di visibilità e di connessione che, pur essendo limitato e ristretto, permette la nascita di micro-comunità sonore transnazionali, in cui individui e gruppi possono incontrarsi, scambiarsi idee, strumenti, metodologie e pratiche creative, sperimentare collaborazioni a distanza, discutere di progetti comuni e condividere esperienze che altrimenti rimarrebbero isolate. Questi spazi digitali diventano così veri e propri luoghi di aggregazione, dove il suono, l’innovazione e la sperimentazione si intrecciano e si amplificano, creando possibilità di contaminazione e di interazione che travalicano i confini fisici e geografici, pur restando sempre fortemente legati a dinamiche di nicchia. Tali esperienze sfuggono ai modelli di consumo tradizionali e alle categorie di mercato musicale consolidate, mantenendo un carattere sotterraneo, intenso, fertile e creativo, ma al contempo fragile e precario. Il pubblico a cui queste pratiche si rivolgono è spesso limitato, specifico e selettivo; la stampa specializzata riserva loro solo attenzione episodica, intermittente e frammentaria; e le reti di sostegno tra artisti risultano spesso deboli, discontinue, frammentate e poco strutturate. La dimensione indipendente e non convenzionale di queste pratiche le pone in netto contrasto con le cosiddette scene alternative popolari, che pur proclamandosi autonome e indipendenti, finiscono frequentemente per replicare, in modo più o meno consapevole, le stesse logiche di competizione, branding, visibilità e spettacolarizzazione che caratterizzano l’industria culturale mainstream e le pratiche musicali consolidate. Tuttavia, anche all’interno del contesto sperimentale emergono contraddizioni interne, difficoltà e tensioni latenti. Alcune micro-scene rischiano di diventare autoreferenziali, concentrandosi in modo eccessivo su se stesse, sui propri codici interni, sui propri meccanismi di riconoscimento e sugli strumenti di legittimazione interna, pur mantenendo un’apparente autonomia creativa e un’apparente apertura verso l’esterno. Questo paradosso porta talvolta a una progressiva assimilazione delle pratiche radicali e innovative all’interno di un mercato di nicchia, che valorizza soprattutto visibilità limitata, circolazione interna, riconoscimento tra pari e scambi simbolici, a discapito di un impatto reale più ampio e di una relazione diretta e significativa con il pubblico esterno e con la società nel suo complesso. Dinamiche di questo tipo portano inevitabilmente a compromessi, negoziazioni e adattamenti rispetto a istituzioni culturali, fondazioni, finanziamenti pubblici e privati, bandi, residenze artistiche e altre forme di sostegno economico e logistico, introducendo vincoli impliciti che condizionano in modo più o meno evidente il percorso creativo, la libertà espressiva e la possibilità di operare in completa autonomia, senza censure, limitazioni o restrizioni di contenuto e di forma. In questo senso, persino le esperienze più radicali, sperimentali e innovative rischiano di consolidare piccole élite, riprodurre esclusioni interne, generare distanze tra artisti e pubblico e ridurre la possibilità di instaurare relazioni significative e profonde con la realtà sociale, compromettendo in parte la funzione critica, politica e trasformativa della pratica sonora. Le pratiche sonore sperimentali si configurano oggi come reti rizomatiche di relazioni, connessioni, esperienze e flussi comunicativi. Sono organismi fluidi, aperti, mobili e orizzontali, che collegano frammenti, tecniche, sensibilità, approcci e percorsi differenti, senza centro, senza autorità estetica dominante e senza gerarchie imposte dall’alto. Il suono si propaga, si diffonde, si moltiplica e si trasforma attraverso risonanze, interferenze, connessioni transitorie e contaminazioni, attraversando confini disciplinari, generazionali, culturali e geografici. Arte sonora, performance dal vivo, installazioni, interventi ambientali, sperimentazioni elettroniche, manipolazioni tecnologiche e processi di interazione con l’ambiente convivono e si intrecciano senza subordinare una forma all’altra, dando vita a un ecosistema creativo in continuo divenire. È un’organizzazione del pensiero e dell’esperienza che rifiuta rigidità, verticalità, gerarchie e sistemi centralizzati, costruendo spazi di prossimità, contaminazione, scarto e interdipendenza, in cui la creazione artistica si nutre di residui, di interferenze, di imprevisti, di esperimenti, di tentativi falliti e di intuizioni improvvise, generando dinamiche creative in continuo movimento. In questa prospettiva, la musica sperimentale contemporanea non è soltanto ricerca estetica, né esclusivamente esplorazione sonora fine a sé stessa: rappresenta un intreccio complesso e continuo di materia, tecnologia, linguaggio e politica, un entanglement in cui gli elementi umani e quelli tecnici si influenzano reciprocamente, si co-determinano e si trasformano in continuazione, generando un tessuto relazionale complesso, ricco di variazioni, modulazioni e possibilità di interazione. Non esistono più confini netti tra ciò che è umano e ciò che è tecnico: il suono nasce dall’interazione reciproca tra corpi, circuiti elettronici, algoritmi, software, ambienti fisici, spazi architettonici e contesti culturali, generando un processo ininterrotto di co-creazione, di trasformazione e di contaminazione, in cui la tecnologia non è subordinata alla volontà dell’artista, ma diventa parte integrante del gesto creativo. L’atto stesso di produrre suono – manipolare segnali, rumori, interferenze, feedback, distorsioni, glitch, voci e scarti – assume valore critico, percettivo, simbolico e riflessivo, diventando un gesto di disobbedienza e di attenzione alternativa, che scardina i modelli di fruizione, di ascolto e di attenzione imposti dal mercato e dalle modalità di consumo tradizionali. Attraverso la rottura di regole armoniche, ritmiche, temporali e narrative, l’ascolto della musica sperimentale si trasforma in esperienza critica, politica, sensoriale e sociale, non semplice intrattenimento, ma occasione per riflettere sul tempo, sul ritmo, sulla percezione, sulla relazione tra suono, spazio e ambiente, e sulle modalità con cui il suono struttura, modifica e influenza il nostro rapporto con il mondo contemporaneo. In questo territorio fluido, mobile e aperto, il suono diventa strumento di resistenza, reinvenzione del sensibile, costruzione di nuove possibilità di relazione e laboratorio permanente per esperimenti, connessioni inattese e scoperte improvvise. Vibrazione, risonanza, propagazione e interferenza generano interazioni eterogenee e impreviste, creando un rizoma sonoro che funziona come vero e proprio laboratorio di ecologie percettive, politiche e sociali, in cui ogni elemento si intreccia con gli altri, senza gerarchie, senza centro, senza imposizioni, aprendo spazi di esperienza condivisa e relazioni non lineari tra artisti, pubblico e ambiente. La musica sperimentale si configura così come rete aperta e viva di connessioni tra suono, corpo, tecnologia, ambiente, pratiche artistiche e relazioni sociali. Non segue gerarchie, schemi prestabiliti o modelli rigidi, ma cresce, si sviluppa, si espande e si trasforma attraverso contatto, scambio, collaborazione, interdipendenza e cooperazione, collegando stili, tecniche, sensibilità e approcci differenti, creando legami temporanei, duraturi o transitori, tra individui e comunità. Alcune esperienze contemporanee generano un legame diretto e tangibile tra sperimentazione sonora e contesto urbano, sociale e territoriale, trasformando l’ascolto in esperienza di consapevolezza critica e di partecipazione attiva. Considero particolarmente significativo l’esempio dell’evoluzione del percorso musicale di Gaspare Sammartano, dal primo disco Low Pitched Italy (https://sammartano.bandcamp.com/album/low-pitched-italy-2) fino a Waterfront (https://sammartano.bandcamp.com/album/waterfront). Un percorso che, a mio avviso, riflette e accompagna il processo di trasformazione urbanistica della città di Taranto in cui vivo. Nel primo lavoro, di taglio fantascientifico e distopico, Taranto viene immaginata tra cinquant’anni, ridotta a rovine ma ancora abitata, come metafora della crisi culturale e sociale già in atto. Con Waterfront invece c’è un ritorno al presente: il disco diventa una ricerca sul territorio e sulla memoria della città, attraverso luoghi simbolici come l’Arsenale, il Porto, la Città Vecchia e il Ponte Girevole. L’opera invita a osservare Taranto con sguardo critico, riconoscendo le sue ferite e le ripetizioni storiche, e immaginando al tempo stesso un futuro possibile. La sperimentazione sonora è vista come un laboratorio sociale, un modo per ripensare in chiave collettiva le relazioni tra ambiente, politica, economia e comunità. La sperimentazione sonora si configura dunque come piccolo laboratorio sociale, spazio flessibile e collettivo, in cui identità, relazioni e comunità possono essere ripensate, esplorate e ridefinite in modo aperto, creativo, partecipativo e condiviso. La scena sperimentale diventa pratica cyborg, generando comunità fluide, orizzontali e relazionali, non centrate sull’autore, ma sulle connessioni attivate dal suono, sull’esperienza condivisa e sulla contaminazione dei linguaggi, sulle relazioni interpersonali e sulle possibilità offerte dalla tecnologia. In definitiva, questo territorio sonoro rappresenta una forma di resistenza molecolare contro la standardizzazione, la mercificazione e la rigidità imposte dalla cultura globale, dai sistemi di mercato e dalle logiche di consumo dominante. Attraverso la costruzione di mondi sonori condivisi, la musica sperimentale genera micro-comunità sensibili, consapevoli, aperte all’alterità, al divenire e alle trasformazioni, pur mantenendo un equilibrio fragile e precario con le logiche del mercato, la marginalità del pubblico e i vincoli derivanti da istituzioni e finanziamenti, che possono limitare la libertà, la sperimentazione e la creatività degli artisti. Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.
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La rivista DeriveApprodi (1/2) All’inizio del 1990, tra vecchi e giovani compagni sparsi per l’Italia, si discuteva delle necessità di tentare il riavvio di un percorso di riflessione critica dopo la terribile stagione della desertificazione mentale del decennio Ottanta. A tal fine si riteneva che lo strumento principe fosse ancora quello della «rivista politica». Il primo testo che qui si presenta racconta in sintesi gli antefatti che portarono al varo della rivista «DeriveApprodi» e nello specifico l’esperienza precedente di «Luogo comune». Il testo di Primo Moroni che segue ha contribuito alla fondazione della rivista, il cui numero zero fu pubblicato nel luglio del 1992 con in copertina la frase: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente». A questo testo fa seguito l’editoriale del numero zero di «DeriveApprodi» dal titolo omologazioni resistenze esodi, che non reca firma perché frutto di una discussione collettiva. Gli antefatti [1989] Cadde il Muro e subito dopo arrivò la Pantera. Quel movimento che aspettavamo, che chiuse quei mai abbastanza maledetti Ottanta aprendo insieme orizzonti e scenari nuovi. In un battibaleno rinacquero le riviste: «Futur antérior» a Parigi, «Altre ragioni» e «Millepiani» a Milano e molte altre più effimere. A Roma nacque «Luogo Comune», e lì dentro ci ritrovammo io, Mauro Trotta e Benedetto Vecchi. Una redazione assembleare (troppo assembleare per garantirne la continuità) composta da Paolo Virno, Marco Bascetta, Andrea Colombo, Papi Bronzini, Augusto Illuminati, Lucio Castellano, Franco Piperno, Lanfranco Caminiti, Giorgio Agamben, Massimo De Carolis, Enzo Modugno, Giovanni Giannoli, Franco Lattanzi, Massimo Ilardi e molti altri. Tra il meglio del «pensiero critico» romano. Le donne però erano pochissime: Alessandra Castellani, Bia Sarasini, Angela Scarparo. Quasi una totalità di uomini. Eggià… qualcosa voleva pur dire. «Luogo Comune» fu uno spartiacque, in soli quattro numeri costruì i paradigmi teorici che fecero da base a molto dell’agire dei movimenti nel quindicennio a venire. Seminari, riunioni, presentazioni si susseguivano. Avevamo la netta sensazione di essere finalmente usciti dal pantano, di aver ricostruito delle nuove idee-forza capaci di diffondersi socialmente. Ma dopo tre numeri la macchina si inceppò. L’assemblea redazionale era troppo ampia e i suoi discorsi prendevano direzioni disomogenee che rischiavano di creare confusione annullando la forza dei paradigmi fin lì costruiti. O almeno così pensarono alcuni, i più autorevoli però. Forse la vecchia idea che il partito epurandosi si rafforza li convinse. Così, mentre il grosso della partecipazione andava in dispersione, prepararono il quarto numero. Senz’altro il migliore, ma per paradosso anche l’ultimo. Dopo il terzo numero non passò la proposta di formalizzare una redazione motivata con le ragioni di rendere il lavoro più efficiente e coeso. Benedetto, Mauro e io eravamo i più giovani e in accordo con la proposta della formalizzazione della redazione, pur sapendo ovviamente che non ne avremmo fatto parte, o forse Benedetto sì. Infatti poi lui seguì la fattura del quarto numero, mentre io e Mauro ci mettemmo a delirare sull’ipotesi di una nuova rivista tutta da inventare. Non avevamo il minimo dubbio sul fatto che il punto più alto dell’intelligenza analitica e della conseguente elaborazione teorica stesse nella componente, diciamo così, più omogenea di «Luogo Comune», ma eravamo anche convinti che le altre soggettività in dispersione erano comunque preziose. Inoltre, forse per il semplice fatto di essere più giovani, avevamo un occhio più attento e una qualche concreta internità a quel che il movimento della Pantera aveva prodotto, al fatto che i suoi animatori si stavano riversando nei centri sociali alfabetizzandoli, togliendoli da un difensivismo autoreferenziale che li aveva fin lì obbligati a un isolamento e a una scarsa significanza nei conflitti sociali. In sostanza pensavamo che quel ribollire di nuova soggettività in costruzione era una referenza diretta e di massa a quanto «Luogo comune» aveva elaborato. Certo, esisteva il problema di come organizzare il lavoro progettuale, e poi redazionale, evitando il guazzabuglio assembleare, di come tenere insieme e ricavare ricchezza teorica da una partecipazione larga e anche disomogenea senza che ciò fosse di impedimento alla realizzazione concreta del progetto. Discutemmo per settimane su quel rompicapo finché una sera capimmo che l’uovo di Colombo era lì a portata di mano: non si sarebbe fatta alcuna redazione fissa ma redazioni specifiche numero per numero in base alle tematiche scelte. E quella fu la formula che funzionò per 26 numeri, dal 1992 al 2005 […]. Ci diedero retta Lanfranco Caminiti e Lucio Castellano, insieme a Bifo da Bologna. Ma soprattutto sapevamo di avere l’appoggio concreto di quel placido leone di Nanni Balestrini, che di riviste ne aveva fatte fin dagli anni Cinquanta, e di Primo Moroni che scrisse il testo «fondativo» dal quale venne tratta la frase che comparve nella copertina del n. 0: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente».Mentre tessevamo la rete delle collaborazioni e il recupero dei testi da pubblicare (tra i quali anche quelli di Agamben e di Negri) assistevamo sbigottiti alla velocità con la quale si sbriciolava il sistema dei partiti della prima Repubblica. Stampammo il numero 0 nell’improbabile mese di luglio del 1992. Un classico formato A4 impaginato con uno dei primi programmi di computer grafica da Massimo Kunstler, che fu autore anche del logo della testata DeriveApprodi, nominazione che decisi io col consenso di Mauro, ma che però fece incazzare Bifo che la riteneva, chissà perché, di «sapore cattolico». Riuscimmo a convincere il distributore Joo a mandarne nelle librerie 700 copie. Una roba da matti, a luglio, un prodotto del genere mischiato alle letture da ombrellone. Andarono esaurite in una settimana. Benedetto scrisse poi la recensione alla rivista su «il manifesto» dove sottolineava il fatto che quel progetto nasceva da un ambito collettivo del tutto informale costituto da quella che cominciava a delinearsi come la nuova forza-lavoro cognitiva in formazione. Il progetto consolidò una propria continuità costruendo a ogni numero della rivista una specifica rete che andava a relazionarsi alle altre già esistenti. In quegli anni il movimento era come un aereo che dalla Pantera aveva cominciato a correre sulla pista acquisendo sempre più velocità senza però riuscire a decollare. Finché arrivò la rivolta zapatista e la prospettiva di un nuovo, inedito, internazionalismo. E lì l’aereo, magicamente, si staccò da terra. È possibile pensare che… Primo Moroni Si intende partire dal dato reale che considera il 1990 come massimo zenith dei processi di innovazione e modernizzazione che hanno interessato il paese Italia. I caratteri di mondializzazione delle economie occidentali hanno costretto le forze produttive locali a un processo estremamente accelerato di trasformazioni radicali che hanno sconvolto soprattutto l’universo dei «lavori» con effetti visibili e rilevanti nella sfera del sociale e – per ora – non del tutto avvertiti nella sfera culturale. L’impatto delle nuove tecnologie ha disegnato uno scenario di «innovazione autodistruttiva» che assume sempre più frequentemente i contorni di una metafora di «fine d’epoca». La rapida «decostruzione» della città fordista trasforma la metropoli nel luogo critico del moderno costringendo uomini e donne a continue risposte affermative o negative. Tutto ciò che sembrava solido e convincente si dissolve in continuazione trasformandosi nel suo contrario. L’infinita avventura del presente genera omologazione o – al contrario e insieme – angoscia, inquietudine come forma dell’intelligenza nel moderno. Nello spazio vuoto della perdita di riferimenti, di bisogni post-acquisitivi, il diritto alla felicità viene surrogato dalla «merce eccellente» eroina. La forza innovativa delle trasformazioni materiali si trasforma in geroglifico sociale, diventa linguaggio. I suffissi post (post-moderno, post-industriale ecc.) sono segni vuoti che occultano i processi reali, il «pensiero debole» l’ideologia che legittima il quadro generale. Città dell’eccellenza, città delle regole, città neofondamentalista, città di frontiera, convivono negli spazi della decostruzione. Simulazione e falsificazione, vero o falso, visibile e invisibile possono assumere valenze opposte e rovesciate. Dentro questo universo di segni e significati non esistono nicchie di serenità che non siano – ancor più e in quanto tali – minacciate da eventi rovinosi. L’unica possibilità che individuiamo risiede nell’accettare l’avventura del moderno collocandosi nelle linee (border-line) della frontiera. Marginalità come scelta cosciente – qui e ora – progetto esistenziale che generi culture e nuove intelligenze del mondo nell’epoca della produzione immateriale. Una rivista che da sismografo delle «mutazioni» in corso aspiri a divenire sguardo freddo, ironico e partecipato dei processi reali che non sono mai – particolarmente ora – ne positivi, né negativi, ma appunto processi. Una rivista che si inserisca – come parte del mosaico – in quel vasto anche se minoritario e di esordio, movimento di «marginalità colta» in formazione nelle metropoli europee e americane. Per la prima volta nella storia dell’uomo il nucleo centrale della produzione viene spostato dal corpo alla mente con effetti straordinari sulla vita e l’immaginario collettivi. A fianco dei processi di liberazione dei corpi (ingegneria genetica, body-building, steroidi, transessualità ecc.) non più indispensabili all’igienismo taylor-fordista, si sviluppano nuovi territori di schiavitù o libertà che hanno come obiettivo la mente. La produzione di saperi come «merce di eccellenza direttamente produttiva» domina strategicamente il quadro dei nuovi poteri tecno-imprenditoriali. La scienza – vissuta spesso come dato cieco – abbatte tutti i confini tradizionali della produzione intellettuale: arte e tecnologia, parola scritta e immagine, pensiero umanistico o scientifico non sono più coppie separabili e distinte, ma l’uno sfuma nell’altro e viceversa sconvolgendo la vis-immaginativa e l’universo esistenziale dei soggetti sociali. In questo ultimo decennio intere sezioni di culture sociali, politiche, artistiche sono state spazzate via dai processi alti di modernizzazione. Ciò ha innescato contemporaneamente risposte omologanti e rifiuti nichilistici. Oggi pensiamo che sia in fase di completamento quel segmento di tempo storicamente e socialmente utile ai soggetti per metabolizzare la comprensione dei processi reali. Cogliere la vitalità di queste intelligenze in formazione è l’obiettivo ambizioso e senza soverchie illusioni di questa rivista. Con l’intenzione di diluire queste prime ipotesi sicuramente espresse in forma fredda e necessariamente schematica, si possono indicare alcuni possibili percorsi. È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli europee stia emergendo una nuova percezione del presente? – l’intelligenza tecnico-scientifica dei «grunen» tedeschi? – la sottocultura metropolitana che si trasforma in «cultura altra» dei processi di produzione immateriale? – la frantumazione delle rappresentanze politiche come espressione dell’incapacità di governare i processi reali? – lo sviluppo apparentemente «infinito» del progresso tecnico-scientifico che si sofferma a riflettere su se stesso per non aver contemplato nel piano l’elemento umano? – l’economia criminale come elemento storicamente necessario al ciclo di accumulazione ovvero il paradosso della sfera delle leggi? – la possibilità di leggere la città attraverso i labirinti successivi? – è possibile cioè attingere dal passato per inventare il futuro. Un passato e un futuro che convivano con il moderno? – il sostanziale passaggio del controllo dal corpo alla mente apre spazi di libertà o terribili ipotesi di controllo globale dove il media manipolatorio assume la fisionomia del «grande fratello»? – nelle fasi di transizione si genera la paura prodotta dal vuoto e dal vissuto di perdita delle acquisite culture precedenti. In questo vuoto si inserisce frequentemente l’artista diventando il sismografo delle mutazioni in atto. Chi sono oggi coloro che si muovono in questa direzione? – Nelle fasi di frattura dello sviluppo del moderno esistono solo i processi alti e la loro ricaduta nella sfera dell’esclusione. In mezzo ci sono i «coni d’ombra» della «classe della maggioranza». Vi sono risorse in quei «coni d'ombra»? La «marginalità colta» è l’unica scelta possibile per interagire coscientemente con lo scenario generale? omologazioni resistenze esodi I testi che compongono questo fascicolo non sottendono alcun intento costitutivo di un qualche «organico» progetto di ricerca culturale e politica alternativa, anche se siamo convinti che di qualcosa di simile si avverte sempre di più un diffuso bisogno. Qui si tratta piuttosto di qualcosa di molto più semplice e modesto: un punto di incontro di alcune derive esistenziali e di alcuni percorsi di ricerca, un contributo affinché nuove scoperte maturino, altre avventure comincino. Crediamo che i temi qui trattati, anche se talvolta in forme contraddittorie e confuse, siano comunque importanti e vadano perciò, per quanto possibile, divulgati. Gli interventi che abbiamo raccolto provengono da un’area riconoscibile ma largamente differenziata. In queste pagine la memoria dell’epoca delle rivolte egualitarie non è perduta, ma neppure feticizzata, perché quello che oggi più ci interessa è gettare uno sguardo su quei panorami apparentemente emergenti oltre la densa cortina di banalità che soffoca le intelligenze in questa lenta lunga agonia della modernità. In queste pagine non trovano invece alcun spazio i reiterati psicodrammi altrove messi copiosamente in scena da dirigenti e intellettuali di quel «glorioso popolo comunista» reso orfano dalla dissoluzione dei regimi totalitari dell’est europeo. Radicalmente altra è la cultura a cui si fa qui riferimento, una cultura nata proprio dallo schieramento, in tempi non sospetti, contro quegli stessi regimi la cui dissoluzione rappresenta semmai la fine tardiva di un equivoco. Del panorama culturale italiano non ci sembra ci sia molto da dire: ai laceranti tentativi di elaborazione del lutto da parte dell’intellettualità ex e neo «comunista» fa da contraltare la continuità della chiacchiera insulsa di quell’intellettualità cortigiana nonché mediocre e volgare che, mossa dalle pulsioni della modernizzazione galoppante, negli ultimi dieci anni ha servito con zelo gli interessi del potere d’impresa, somma di tutti gli altri poteri. Immediatamente al seguito di queste due polarità corre con fiato affannoso la marea della piccola intellettualità questuante presso il ceto politico istituzionale: «un popolo di aspiranti al contributo, di subalterni che sgomitano per accaparrarsi le briciole di elargizione lasciate dalle grandi lobby, quelle che succhiano senza pietà le infinite mammelle dell’ente pubblico» (Sergio Bologna, Sulla necessità di creare un polo culturale, inedito). Interloquire in questo panorama né ci piace né ci interessa. D’altronde la cultura dell’aggressività e della competizione al comando nel decennio passato scricchiola vistosamente, seminando il panico nel corteo di quegli squali finanziari, padroni di ferriere televisive, mafiosi e narcotrafficanti di vario genere, che si sono accompagnati in lucrosi affari con buona parte del ceto politico istituzionale. Per quel che ci riguarda non nascondiamo la speranza che la falla si allarghi e che questo funereo barcone affondi con tutto il suo infame carico e la sua ancor più infame ciurma e sotto ciurma comprensiva di lacchè, portaborse, sarti, presentatori televisivi e sedicenti artisti comunque prezzolati. Amen. Alzato lo sguardo oltre questa immediata linea di orizzonte ci si scontra con l’orrida realtà di popoli che ormai quotidianamente si macellano in nome di un’appartenenza etnica, di un fondamentalismo religioso o ideologico. Mentre frotte di incoscienti imbecilli si ostinano a definire queste carneficine «lotte di liberazione nazionale» condotte in nome dell’«autodeterminazione dei popoli», produttori e trafficanti riforniscono di armi agguerrite schiere neonaziste di mezza Europa. E a est la fioritura di nuovi Stati «indipendenti» comporta, ben al di là delle fascinazioni per il libero mercato, una proliferazione nucleare difficilmente controllabile. Il tutto sovradeterminato da quanto va configurandosi sotto il nome di «Nuovo Ordine Mondiale». Piaccia o no, questi, e altri non meno preoccupanti, sono gli scenari con cui un pensiero critico e alternativo deve fare i conti, e nel cominciare a farli crediamo valga il metodo del pensare innanzitutto in maniera libera da ogni compromesso con quegli stessi poteri che hanno concorso a determinare una situazione planetaria di cui non è avventato prefigurare un collasso. Pensare in libertà, dunque, cominciando col porsi delle domande che siano all’altezza della portata delle trasformazioni attivate dalla fine del bipolarismo e dalla terza rivoluzione industriale, avendo a riferimento l’ipotesi che l’intelligenza creativa, la forza produttiva tecnico-scientifica dispiegata nel sociale dà segni sempre più evidenti di insofferenza verso la sua unica finalizzazione economica, verso qualsivoglia gerarchia politica e forma di organizzazione statuale. Da qui l’inizio delle domande e il percorso tutto in salita che può portare alla costruzione di un’alternativa. Sergio Bianchi nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani. È autore dei saggi: Storia di una foto; (con Raffaella Perna) Le polaroid di Moro; Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice (Sellerio).
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La rivista DeriveApprodi (2/2) Vent’anni dopo la nascita della rivista, alcuni di coloro che contribuirono ad animarla scrissero di quella loro esperienza. Ne diamo conto di seguito al testo dell’editoriale. Una rivista di «vela» Mauro Trotta È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente». Queste parole erano scritte sulla copertina del numero Zero della rivista «DeriveApprodi». Era il 1992 e in effetti stavano accadendo tante cose. In Italia crollava la Prima Repubblica e un movimento di lotta si affermava di nuovo nelle università con la Pantera. Fuori, era caduto il Muro di Berlino e, con esso, il cosiddetto «socialismo reale», iniziavano le guerre in Jugoslavia, c’era stata la prima guerra in Iraq, si discettava sul Nuovo ordine mondiale che si andava formando. C’era qualcuno che addirittura teorizzava la fine della Storia. E poi, erano finiti gli anni Ottanta, «gli anni di merda» come li definì Nanni Balestrini in una poesia letta in occasione della prima presentazione della rivista e pubblicata sul numero 1. «DeriveApprodi» è nata allora da un incontro: qualche tempo prima avevo conosciuto Sergio Bianchi che si era appena trasferito a Roma. Ci trovammo subito in sintonia, diventando amici veri, fratelli praticamente. Insieme entrammo a far parte di «Luogo comune», una splendida rivista, realizzata da un gruppo redazionale molto coeso, capace davvero di gettare uno sguardo lucido e critico sugli argomenti e i temi trattati. Ci si riuniva per discutere del numero in cantiere, tutti leggevano ogni contributo, ogni articolo, si decideva collettivamente. Tutto questo, però, aveva un prezzo: la periodicità. Non si riusciva a uscire in libreria con scadenze più o meno regolari.Con Sergio pensammo di metter su qualcosa di diverso. Una rivista di pensiero critico che però non nascesse dal lavoro di una redazione strutturata, ma rappresentasse, come scrivemmo nel primo editoriale «un punto di incontro di alcune derive esistenziali e di alcuni percorsi di ricerca, un contributo affinché nuove scoperte maturino, altre avventure comincino». Una rivista aperta a contributi differenti, di cui saremmo stati responsabili Sergio e io. Una rivista naturalmente autoprodotta – grazie agli abbonamenti preventivi che sottoscrissero parenti e amici e grazie al grande aiuto in questo senso, e non solo, dei compagni di Tradate – che sarebbe uscita tre quattro volte all’anno. Con un altro amico e compagno, che ora purtroppo non c’è più, Paolo Minervini, eravamo i proprietari della testata.Iniziò così il percorso di «DeriveApprodi», che vide coinvolti già nella preparazione del numero 0 tanti amici e compagni. Da Nanni Balestrini, che ci aiutò anche a correggere le bozze di quel numero, a Bifo, da Primo Moroni ai compagni di «Luogo Comune» (Paolo Virno, Giorgio Agamben, Lucio Castellano, Benedetto Vecchi, Lanfranco Caminiti, Andrea Colombo, Marco Bascetta ecc.), a molti altri ancora. Discutemmo del nostro progetto, ricevemmo aiuti, suggerimenti, contributi. Il progetto iniziava a prendere forma.Sergio, che trovò anche il nome DeriveApprodi, e io individuammo i temi generali di cui si sarebbe dovuta occupare la rivista: le trasformazioni nella struttura del lavoro, l’emergere di nuovi soggetti legati alla produzione immateriale, crisi della sovranità e della rappresentanza, la centralità della comunicazione e dell’informazione.Volevamo che anche l’aspetto grafico di «DeriveApprodi» fosse fortemente innovativo e, da questo punto di vista, fu decisivo il contributo di un formidabile grafico che si unì all’impresa: Massimo Kunstler, il quale disegnò la testata, creò le gabbie, realizzò le copertine, insieme a noi (in genere di notte) impaginò la rivista. Trovammo poi la tipografia grazie a Giorgino Boldrin, il distributore (Joo) e un amico giornalista che assumesse la direzione, Antonello Grassi. Così, vent’anni fa partiva l’avventura di «DeriveApprodi», che nel corso degli anni avrebbe vissuto cambiamenti e trasformazioni, sarebbe diventata casa editrice, avrebbe coinvolto tanti altri, a iniziare da Ilaria Bussoni, vera colonna portante sia della rivista (fin quando è uscita) sia della casa editrice. E oggi quella rivista, che fu scambiata da un libraio a cui portai delle copie per un giornale di vela, celebra il ventennale. E il fatto strano è che gran parte dei testi pubblicati nei suoi venticinque numeri mi sembrano ancora attuali. Così come quella frase stampata sulla copertina del numero Zero. Forse, ancora una volta «è possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente». Instabile/possibile Rossana De Simone Alla fine degli anni Ottanta Varese aveva seppellito un ciclo storico iniziato con l’insurrezione delle classi operaie provocate dall’avvento del fascismo, «la città giardino», che Benito Mussolini aveva elevato a capoluogo di provincia con l’ambizione di «italianizzare» il Canton Ticino, era passata dal fascismo al razzismo della Lega. «Abbasso lo Stato e viva l’individuo sociale e il privato» gridava Bossi, tutto poteva essere usato come grimaldello per scardinare il sistema, bisognava legittimarsi e delegittimare perché solo «quando tutti i meccanismi saranno sfasati si dovranno prendere decisioni» avvertiva Miglio.Varese è una città che aveva visto uccidere focolai di socializzazione sovversiva e una volta rimasta senza più un residuo di socialità urbana era tornata a cullarsi nella cultura del narcisismo. Una cultura che pensava di trovare le sue radici nell’ordine della sua piazza principale, piazza Monte Grappa, dove l’architettura fascista ha lasciato un fortissimo segno. Gli anni Novanta cominciavano qui come altrove con lo spazio pubblico interamente occupato dagli organi dei media e della comunicazione, capaci di penetrare stati d’animo che riflettevano l’esaltazione dell’individualismo e della proprietà privata con la diffusione di micro-imprese decentrate dalle medie e grandi fabbriche. È in questo periodo di fuga dell’individuo dal sociale e di disillusioni collettive, che eventi come il crollo del Muro di Berlino, piazza Tien An Men in Cina e il movimento della Pantera nelle università italiane, facevano presupporre che si poteva e doveva voltare pagina, ed è in questa atmosfera che la rivista «DeriveApprodi» mi arriva fra le mani. Un incontro felice non solo perché come si leggeva nella copertina del numero zero era «possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente», ma perché il tempo tornava a suscitare emozioni, la voglia di nuove relazioni affettive e, prima ancora che un sentire comune, un agire comune, rispondeva alla necessità di intercettare nuovi linguaggi che incorporavano l’aspetto immateriale della produzione. Da questo punto di vista «DeriveApprodi» dava voce a interpretazioni diverse provenienti dal corpo sociale produttivo che sperimentava e alimentava l’economia della conoscenza attraverso dinamiche centrifughe e centripete, movimentando il territorio urbano non come ferraglia pensante ma come insubordinati capaci di una autonoma produzione del comune. Elementi chiave di un nuovo progetto costituente non potevano che essere gli intellettuali francesi Deleuze-Guattari. Foucault da coniugare con il pensiero post-coloniale e la riscoperta di Frantz Fanon. Ma poi come non riconoscere che solo il partire da sé del pensiero femminista potesse captare i mutamenti nella percezione del corpo, la sua indisponibilità all’identità unitaria, i tentativi di assoggettamento da parte delle relazioni di potere? Non ancora risolto il problema del rapporto capitale-lavoro e/o capitale-vita risultato della finanziarizzazione dell’economia, che già le frontiere indebolite dallo sgretolamento degli Stati, imponevano l’argomento dello spettacolo mediatico del naufragio, delle migrazioni vissute troppo spesso come avvelenamento di una convivenza sociale già distrutta dalla frammentazione.Viceversa era necessario ci fosse un approdo al naufragio possibile di tutti poiché è la vita di ognuno a rischio di instabilità. Quell’instabilità che provocava le rivolte nei quartieri urbani di grandi metropoli, espresse con violenza da giovani che si rifiutavano di riprodurre il modello di genitori supersfruttati e maltrattati, rivolte che poco si conciliavano con quelle degli intermittenti precari, dell’intellettualità collettiva esposta come altre alla crisi di un sistema in via di decomposizione. Sarà la nuova guerra al terrorismo a svelare la simbiosi tra multinazionali e politici statunitensi, a far emergere i retroscena della deregulation e del sistema dei fondi pensione di quella «nuova economia» degli anni Novanta che si era presentata come la più democratica ma che aveva preso in ostaggio i lavoratori e le loro pensioni. Quando il potere diviene immateriale la rete, sistema nervoso attraverso il quale circola l’informazione, diventa modello organizzativo, ma quando la capacità di dissuasione del potere, e il modello di diplomazia coercitiva mostra la sua inefficacia, arriva il ricorso della forza come accaduto in Iraq o a Genova. I numeri della rivista sui movimenti d’Europa e negli Stati Uniti, Canada e Australia sono piccoli capolavori. Freddi, forse un po’ troppo fitti, ma esuberanti. Quell’esuberanza che si stempera nella malinconia dell’ultimo numero, quello della fine. La malinconia è una passione che rimane costantemente incostante, creatrice perché capace di trasformarsi, di divenire altro. Il tempo, è certo, ha subito una accelerazione. Personalmente ho salutato con simpatia e un sospiro di sollievo la svolta effettuata dalla casa editrice che aveva deciso, più o meno con l’accordo da parte di tutti coloro che la arricchivano, di cessare l’uscita periodica della rivista. Un diverso approccio ai movimenti era cominciato, più riflessivo, di ricongiunzione della memoria che solo i libri possono offrire, senza dimenticare che il tempo, appunto, impone nuove sfide. Ma con quel coso lì che robe si possono fare? Massimo Kunstler Mi vedevo spesso con Sergio, abitavamo talmente vicino che a piedi ci voleva un minuto. Avevo già sentito parlare di lui, ma ci siamo incontrati solo per caso verso la fine degli anni ’80. Sergio condivideva un appartamento con dei miei carissimi amici a Roma. Era il tipo di persona che mancava da tanto nel mio allora esagerato giro di conoscenze, fatto di esagerate frequentazioni e pochi veri amici. Dopo oltre un decennio avevo ritrovato qualcuno con cui poter comunicare, ed essere accettato, per il visionario che ero, al di fuori dei canoni dell’allora imperante edonismo reaganiano, detto tanto per intenderci.Avevo trovato un compagno di merende – forse più di apertivi e cucina. Si parlava con il buon Sergio. Parlavamo in continuazione. Non di ricordi e vecchi tempi, ma di cosa fare. Ora. Passava spesso a trovarmi a fine giornata. A volte mi trovava ancora affaccendato sul mio Mac. Guardava, annusava, pensava. Poi, stappata una bottiglia di buon vino, si decideva il menu della serata e si cominciava a parlare mentre si cucinava. Nel corso del tempo, a tante merende, aperitivi, cene e ottime bottiglie di rosso – quasi sempre rosso, perché le cene erano belle corpose – e tantissime parole, chiacchiere e conversazioni seguirono altrettante merende, aperitivi e cene con parole, chiacchiere e conversazioni, ma vini anche bianchi.Intanto il Bianchi (Sergio) continuava a guardare il mio Mac, annusando e pensando. Fino a quando, una sera, smette di guardare il Mac e guarda me… Ascolta… – dice – ma con quel coso lì che robe si possono fare? Avevo già capito tutto da un bel po’, sapevo dove andava a parare. Di lì a poco uscì il numero zero di DeriveApprodi, della cui veste grafica, Sergio e il sottoscritto, siamo certamente gli unici irresponsabili. Ben scavato vecchia talpa! Franco Berardi (Bifo) Cominciammo a pubblicare questa rivista all’inizio degli anni Novanta per riprendere il filo di una ricerca che nel decennio precedente si era ingarbugliato e perso nelle carceri speciali in cui il potere aveva rinchiuso centinaia di intellettuali. Volevamo riprendere il filo della ricerca autonoma: autonomia della società dal capitale, autonomia del sapere dalla legge del profitto, autonomia della mente e del cuore dall’economia. Gli anni Novanta sono stati un decennio di straordinaria intensità. Crollato il regime statalista autoritario che aveva abusato del nome di comunismo, l’evoluzione del capitalismo conobbe una svolta straordinaria, che prese nome di globalizzazione. L’intelligenza tecno scientifica, sposata alla creatività e sospinta da intensi flussi di capitale dedicati alla ricerca, dispiegò le tecnologie di teletrasmissione simultanea dell’informazione digitale. Questo rese possibile una nuova forma di sfruttamento deterritorializzato del lavoro, e permise di allargare enormemente il mercato del lavoro, togliendo forza di contrattazione al lavoro operaio occidentale. Un arricchimento straordinario e un impoverimento senza precedenti furono resi possibili, nel tempo, da questa nuova condizione. La conoscenza ampliata senza più limiti spaziali, da una parte. Il lavoro precarizzato, frammentato, ridotto in servitù, dall’altra parte. Il pensiero sociale si trovò di fronte a una situazione difficile da interpretare secondo le categorie ereditate dal ventesimo secolo. Occorreva qualcuno che cercasse di collocarsi a questo livello. DeriveApprodi nacque per provarci.Rifiutammo di farci nostalgici difensori della composizione sociale del passato, e delle sue forme di identità e di ideologia. Rifiutammo la nostalgia del comunismo storico. Ma nel far questo ci guardammo bene dal credere nelle illusioni della new economy, che prometteva un’espansione infinta sul piano economico e una nuova felicità nella competizione generalizzata. Cominciammo a studiare le forme emergenti della precarietà e del lavoro cognitivo in rete. Cercammo di affrontare la questione migrante dal punto di vista delle culture post-coloniali e dal punto di vista della composizione del lavoro. La rivista ebbe fin dall’inizio un pubblico per lo più giovane, intelligente, smaliziato. Il pubblico che veniva fuori dal movimento della Pantera, che nel 1990 aveva posto con chiarezza preveggente il problema dell’autonomia della ricerca, e aveva individuato la tendenza pericolosa della politica (di destra e di sinistra) a considerare il campo della conoscenza e della ricerca come un campo riducibile al mercato, alla competizione economica, alla crescita infinita. La rivista non si lasciò catturare dalla nostalgia degli anni Settanta, ma non accettò il cinismo che dominava nella chiacchiera intellettuale. E alla fine incontrò il movimento che dava forma soggettiva di massa alle intuizioni complesse che avevamo cercato di elaborare. Quando esplose l’insurrezione di Seattle, nel novembre del 1999, ci venne voglia di dire: ben scavato vecchia talpa!Il movimento cosiddetto no global, che in realtà era un movimento di critica e trasformazione interna alle forme della globalità culturale e tecnica, tentò di rendere possibile una via d’uscita progressiva, egualitaria, umana, dall’agonia del moderno. Quel movimento riuscì a diffondere una consapevolezza ampia del carattere non naturale, non inevitabile del capitalismo, e riuscì perfino a far comprendere che la globalità della rete poteva funzionare come fattore di liberazione e di autorganizzazione autonoma della ricerca. Ma non riuscì a consolidare quella consapevolezza in istituzioni del sapere e dell’agire solidale, perché la guerra ripiombò sul mondo, dopo l’11 settembre del 2001, e iniziò il processo di smantellamento e sottomissione dell’intelletto generale. Da meno vecchi a più giovani Pino Tripodi Quando vent’anni fa nasce DeriveApprodi eravamo anagraficamente meno vecchi. Convivevano più nidiate sovversive in quell’avventura. I ventenni con le unghie già graffianti del movimento della Pantera, i trentacinquenni sempre più autonomi del movimento 77 e qualche decano delle storie precedenti. Convivevano tutti nel pentolone messo assieme per forza ciclopica dalla cocciuta volontà del Bianchi recalcitrando non poco, però. Ché pochi esclusi – il Sergio, l’io, il Bifo… – avevano doppia tessera in tasca. Quella tosta dell’identità – il simulacro di un’antica forma partito, l’icona di un qualche collettivo politico o centro sociale, la parentela stretta con qualche sparuta micro organizzazione – e quella spuria di DeriveApprodi, una specie di amante disinibita tenuta come carta jolly per fare le porcate che in famiglia non è lecito fare.Con le armate di volta in volta cangianti, si confezionava la rivista (e poi i libri della casa editrice, nelle intenzioni e fors’anche nella realtà una rivista all’ennesima potenza) DeriveApprodi, la più importante assemblea di Movimento prodotta in Italia negli ultimi vent’anni.Chi volesse conoscere le posizioni di una delle tante anime del Movimento italiano può rivolgersi alla relativa parrocchia – se per pura sventura sopravvive ancora; chi invece desiderasse cogliere con uno sguardo il panorama di tutto il Movimento e seguirne le storie, le relazioni, le differenze ontologiche come quelle di lana caprina non può che rivolgersi a DeriveApprodi. Ghigno della storia: DeriveApprodi, per quel carattere di contenitore-assemblea che l’ha contraddistinta, è sempre stata accusata di confusione mentre appare oggi come un elemento di chiarezza. Come ogni assemblea, DeriveApprodi è stata contemporaneamente rappresentazione – ovvero petulante litania delle posizioni, delle identità e delle rappresentanze costituite – ed espressione, ovvero puntellato universo mai sintetizzabile di teoria politica, di discorsività, di pratica sociale. Nel suo nome, DeriveApprodi ha indicata la sua programmatica e sublime condanna: luogo di derive, impossibile e inconosciuto luogo di approdo. Sbrindellato ma preciso e ben orientato legno di naufragio, festoso e desiderante, per tutte le derive singolari e collettive dei movimenti che furono, e assenza genetica e congenita di ogni possibile approdo. Ai movimenti è dato solo di naufragare, sempre, ai suoi becchini – le organizzazioni – può esser dato di approdare, solo. Sull’antagonismo tra movimenti e organizzazioni, sull’insopportabilità di ogni aspetto identitario, sul bigottismo coglione di ogni appartenenza si è costruita l’etica e l’estetica di DeriveApprodi. I pezzi migliori della collezione DeriveApprodi sono infatti quelli da cui emerge ciò, non a caso i medesimi nei quali si dà un cortese vaffa alla zavorra – e alle medaglie – del nostro passato. DeriveApprodi è stata una freccia bidirezionale con il cuore – grande, troppo grande – rivolto al passato e la mente – piccola, troppo piccola come lo è sempre la nostra mente – rivolta al futuro. Vent’anni dopo si assiepano alle nostre porte nuovi ventenni che ci chiedono del passato. È un indizio preciso che i loro movimenti non avranno futuro.Vent’anni dopo si assiepano alle nostre porte nuovi ventenni che ci chiedono del passato. È un indizio preciso che i loro movimenti non avranno futuro. Vent’anni dopo molti di noi hanno superato l’età oltre la quale è una vergogna vivere. Come noi ci siamo lanciati in una ribellione totale verso le sragioni del nostro tempo, così oggi i nostri corpi si vendicano di noi con le medesime modalità di quel giudice che accoglieva nel suo ufficio inquisitorio gli autonomi con il manifesto dell’Autonomia su cui era scritto: Pagherete caro, Pagherete tutto. A questa età rivolgere la mente al proprio passato è un’idiozia su cui possono allignare solo rancore, nostalgia, boria, altri sentimenti tipici di reduci e combattenti. L’unica possibilità per sopportare la vergogna del vivere è quella indicata da Andrea Pazienza che spero di citare con buona memoria: “Chi aveva vent’anni nel 77 ne ha diciotto vent’anni dopo”. Vent’anni fa eravamo meno vecchi, ora siamo più giovani. Non diamo vanto al progressivo rincoglionimento dei corpi – e del passato – siamo legno – sempre più marginale e sempre più discreto – per continuare a naufragare in un mondo nel quale tutti gli approdi che abbiamo conosciuto – paradigmi e organizzazioni, stati e sistemi di rappresentanza – dopo il trionfo dei decenni scorsi, vanno implodendo seppelliti – ironia della storia – non, come avremmo voluto, dalla forza dei movimenti ma dalla propria inconsistenza e miseria. Quando uscì il numero 25, l’ultimo di DeriveApprodi, la prima di copertina aveva una grande x come a dire: basta, chiuso, è finita un’epoca. Oltre il lutto, nella quarta di copertina, mister White pose, dopo averci spaccato i maroni per anni, la festa, ovvero il programma politico del divenire che recitava: freccia tenda cammello. In quel deserto in cui il lutto e la festa si impastavano senza riuscire a coniugarsi provai a scrivere Diario del domani sul potere destituente.Anni dopo non so se c’è ancora qualche freccia nel nostro arco, di certo continuiamo a pensare – un po’ con ironia, un po’ con trattenuta rabbia – cose forse troppo stravaganti o forse troppo folli, cose obbiettivamente fuori dal tempo come cani che abbaiano alla luna non perché attendano dalla luna una conferma. Solo perché avendo scelto di non guidare mandrie, né di star dietro a qualche fottuto carro, la solitudine del cane ci tocca come ci tocca la luna che sola come noi, fa flebile luce ma ci riscalda tanto i cuori. Codici miniati e prediche ai passeri Lanfranco Caminiti Vent’anni fa stavamo attraversando il deserto. Non eravamo diretti verso la terra promessa, quella, semmai, era alle nostre spalle. Il deserto era tutt’intorno a noi, era abitato, sovrappopolato. Una civiltà era andata distrutta, una nuova specie umana emergeva dalle sue rovine, ma noi non riuscivamo a riconoscerne i volti, i corpi: tutto levigato, senza tracce né memoria. Solo noi eravamo pieni di cicatrici. Ma non ci eravamo salvati, eravamo i sommersi. Era successo troppo.Gli anni Ottanta erano stati l’apoteosi delle ideologie liberiste: il thatcherismo e il reaganismo avevano trionfato. In breve: la società non esiste, ci sono solo gli individui; i ricchi sono l’élite sociale e quelli che trainano, spendono e investono, e non vanno certo penalizzati, tassati, ma lasciati liberi di muoversi senza regole, lacci e lacciuoli; la collettività, lo Stato non può farsi carico di chi rimane indietro, ci penserà il mercato, e la disoccupazione e la povertà sono comunque endemiche; ci saranno opportunità e possibilità di arricchimento per tutti, se riusciamo a toglierci di dosso l’eredità di diritti e normative sul lavoro che pesano parassitariamente sulla mobilità del capitale e quindi sullo sviluppo. Questo era successo negli anni Ottanta, gli anni del ritorno dell’ideologia come arma letale, arma di distruzione di massa. L’occidente non può mettere ordine nel mondo, se non mette ordine in casa propria. E il socialismo aveva dimostrato il suo fallimento in termini di utilità e razionalità: aveva preteso di offrire più sicurezze e meno sperperi, invece non funzionava, nonostante un’oppressione bestiale. Aveva dimostrato anche la sua irriformabilità; era condannato a ripetersi sempre uguale (disfunzionalità e oppressione: le disfunzionalità erano sempre colpa di un qualche permissivismo che andava spazzato via). Non c’erano alternative, solo il default. Il 1989 era stato il default del comunismo reale: a Mosca come a Pechino. Un default insanguinato. Ora scoppiavano le crisi a catena dentro il suo mondo, la Jugoslavia, anzitutto, la Cecenia, la Georgia. Una doppia crisi – quella dello sviluppo e quella del progresso –, scoppiata negli anni Settanta e che investe contemporaneamente il capitalismo e il socialismo, cerca una risposta nell’azzeramento della storia. La storia finiva perché ricominciava all’indietro.Insomma, era stato il tempo delle nuove e vecchie geo-ideologie: l’occidente era tornato ai fondamentali del mercato, l’utile, l’interesse individuale; e, prendeva consistenza, si espandeva l’ideologia della religione come guida politica, dopo la rivoluzione khomeinista: l’islam riscopriva il Corano – e le sue versioni – come interpretazione politica del mondo, come nuova soggettività storica. La Cina, come il Brasile, come l’India, possono profittare di questa crisi.Quella che era rimasta stritolata era l’ideologia sociale, il comunismo, la geo-ideologia dell’est europeo e asiatico, del Terzo mondo, dei paesi emergenti. Qui la storia finiva in un vicolo cieco.Gli anni Novanta si trovano in questo passaggio. Ed è qui che prende corpo il clintonismo. Il clintonismo non c’entra niente con l’esperienza europea della socialdemocrazia, del riformismo laburista: questi dovevano far fronte all’incombenza del socialismo, quello sta dentro la crisi del capitalismo.Il clintonismo (e Blair, Prodi, Schroeder, fino a Zapatero) è l’idea di poter governare il passaggio, di poter pragmaticamente fare fronte a quella crisi degli anni Settanta, la crisi del capitale: scarsa produzione, scarsa occupazione. E di poter acconciare in modo meno traumatico la svolta liberista. Il clintonismo è speculare alla svolta cinese, l’idea di poter accomodare la fine del socialismo in modo meno traumatico da quello sovietico. Era questo il deserto. Alla fine degli anni Ottanta, ci ritroviamo nel deserto delle idee in occidente.Nella teorizzazione della fine delle idee. Il conflitto si sposta dal lavoro (che ha subìto la più grande ristrutturazione dall’introduzione ottocentesca delle macchine) e diventa questione marginale: la riduzione del lavoro diventa riduzione della sua soggettività politica; un andamento ciclico. Mentre l’attenzione torna tutta sulla geo-politica, sulla forza, sulla guerra e sulla pace. Anche il capitale si sposta dal conflitto – non solo con il lavoro ma anche con le nuove tecnologie – arrivando sulla finanza. La finanza è ancora appartata, poco visibile. Ma è qui che si gioca la globalizzazione. È qui, e non sulla mobilità delle merci o del lavoro – che già c’erano state nella commercializzazione mondiale dell’impero britannico e nelle nazioni-impero – la differenza sostanziale.Il pensiero politico italiano è il più attrezzato di tutti. Dicono dipenda da una lunga tradizione. Io credo piuttosto dipenda solo dalla straordinaria contingenza degli anni Settanta. Come Lenin riuscì a trasformare un paese industrialmente arretrato – dove mai avrebbe dovuto esserci l’affermazione del proletariato industriale – nell’officina del bolscevismo, nel posto più avanzato della sperimentazione sociale di un ordine nuovo, così l’onda lunga del biennio ’68-69, fino al Settantasette, aveva trasformato il paese più cattolico del mondo nel posto della legislazione più avanzata in termini di divorzio e aborto, e di una tolleranza culturale e sessuale inimmaginabile altrove, il paese con il più forte partito comunista occidentale nel posto dove la critica ai suoi princìpi, ai suoi riferimenti, alle sue politiche era di massa ed era libertaria non reazionaria, il paese più malfermo nei fondamentali dell’economia e dove la distribuzione della ricchezza era ancora ferma al latifondo nel posto del benessere più diffuso ed equo.La dolce vita italiana era iniziata negli anni Settanta, quell’altra era una manfrina per pochi. Ora, nel deserto c’era rimasto solo il pensiero politico. A iosa, strabordante, eccedente. Ma sommerso. Che succede quando hai un patrimonio teorico enorme ma non il tempo storico? Ti chiudi in convento e lo conservi. Ne fai codici, digesti, pandette. Metti i monaci a lavorarci sopra, a arricchire il lascito con miniature e mappe e disegni.Che succede quando hai una religione ma non i fedeli? Predichi ai passeri, sperando che un giorno acquisiscano la parola.Questo erano le riviste degli anni Novanta. Questo era «Derive Approdi», come le altre. Codici miniati e prediche ai passeri. Pochi altri ferventi monaci arrivavano, pronti a perpetuare il lavoro, ma le chiese restavano vuote.Ci si passava l’un l’altro le profezie, come fossero terzine di Nostradamus capaci di indovinare gli accaduti. Era così. Tra le oscure righe, la profezia era chiarissima. Ma restava una pratica di iniziati. Di illuminati. Di massoni. Poi gli anni Novanta finirono.E finirono con Seattle. I passeri arrivavano in stormo e facevano un gran baccano.
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dossier guerra e capitale Le tracce di Maidan Una ricostruzione indiziaria (2/2) Laura Matteoli Il potere non passa dalle urne Un reparto dell’esercito ucraino porta sulle uniformi due simboli che vengono da lontano: il Wolfsangel, l’uncino del lupo che varie divisioni delle SS usarono come insegna, e il Sole Nero, il sigillo esoterico caro a Heinrich Himmler. Il reparto si chiama Azov. Oggi è una brigata della Guardia Nazionale ucraina. A definire Azov un reparto neonazista, anni prima di Mosca, fu il Congresso degli Stati Uniti, cioè il parlamento del paese che dell’Ucraina è il principale armatore e finanziatore. Nel giugno 2015 la Camera dei rappresentanti approvò all’unanimità un emendamento alla legge di spesa militare: nessun fondo americano, recitava, «per armi, addestramento o altra assistenza al battaglione Azov». Nel dibattito, il deputato che lo presentò lo definì una milizia neonazista. Poi accadde una cosa curiosa: prima del voto definitivo l’emendamento scomparì. Riproposto l’anno dopo, di nuovo rimosso. E ancora l’anno successivo. Il divieto entrò in vigore solo nel marzo 2018. Nello stesso anno il Dipartimento di Stato americano, nel rapporto annuale sui diritti umani, inseriva l’ala politica di quel movimento e un gruppo a esso collegato, C14, tra le organizzazioni definite hate group (gruppi che fomentano l’odio).Insomma, il governo che arma l’Ucraina, non il Cremlino, certifica per anni e con fatica, tornandoci sopra tre volte, la natura neonazista di un reparto integrato nelle forze armate ucraine. Ma se per il Congresso americano Azov era neonazista, come è finito nella Guardia Nazionale? E come ha fatto la galassia dell’estrema destra ucraina a contare tanto, se nelle urne era vicina allo zero? Perché questo è il paradosso: nelle elezioni quei partiti racimolano poco o niente, eppure ottengono simboli ufficiali, nomine, divise dello Stato. È un potere che non passa dal voto. Per capire da dove viene bisogna tornare indietro. Ma attenzione, perché su questi fatti si combattono due miti speculari: quello russo dell’Ucraina nazista, e quello ucraino di un’estrema destra inesistente, pura invenzione dei servizi di Mosca. Noi, invece, seguiamo le tracce. Le radici Azov attinge da quasi un secolo a un preciso serbatoio. Nel 1929, nella Galizia allora polacca, nasce l’Oun, l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini. La storiografia accademica, non schierata, ha accertato tre fatti. Primo: la collaborazione col nazismo. La fazione di Stepan Bandera, l’Oun-B, proclamò uno Stato ucraino a Leopoli il 30 giugno 1941, subito dopo l’invasione tedesca. In quei giorni prese parte ai pogrom antiebraici della città. Il battaglione Nachtigall, comandato da Roman Shukhevych (futuro capo militare degli insorti) era stato organizzato dall’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco. Secondo: quando fu chiaro che Berlino non avrebbe concesso alcuna indipendenza, l’Oun-B ruppe con i tedeschi; i suoi dirigenti, Bandera compreso, finirono nei campi di concentramento nazisti. L’esercito clandestino (l’Upa, l’Esercito insurrezionale ucraino) che prese forma nel 1942, combatté i sovietici e, in fasi diverse, anche i tedeschi. Terzo: tra il 1943 e il 1945, in Volinia e Galizia, l’Upa condusse il massacro sistematico della popolazione civile polacca. Una vera pulizia etnica. Sull’ultimo punto i numeri sono argomento di diatriba. La storiografia accademica (Grzegorz Motyka, il maggiore studioso polacco del tema, e con lui storici non polacchi come Grzegorz Rossoliński-Liebe e il canadese John-Paul Himka) converge su circa centomila morti polacchi per l’intero teatro Volinia-Galizia. Il Sejm polacco l’ha qualificata genocidio nel 2016. Ivan Katchanovski, il politologo critico del Maidan, si attesta su un limite più basso: trentacinquemila per la sola Volinia. La forbice, in realtà, nasce dal perimetro geografico e dal metodo di conteggio (morti accertati versus archivi anagrafici). Due documenti, a distanza di pochi anni, raccontano gli stessi fatti cancellandone ciascuno la metà che lo smentisce. Nel febbraio 2022 Vladimir Putin annuncia la denazificazione dell’Ucraina: sottolinea la collaborazione del 1941, occulta la rottura coi nazisti e la deportazione di Bandera. Nel giugno 2026 un articolo della piattaforma filo-ucraina Unis pour l’Ukraine, a firma della storica Oxana Melnychuk, compie l’operazione inversa: presenta l’Oun-Upa come una resistenza paragonabile a quella di de Gaulle, attribuisce gran parte dei morti di Volinia a falsificazioni sovietiche, riduce il bilancio a «trentamila documentati», cioè il numero delle vittime accertate per nome. Mosca tiene solo la collaborazione; Kyiv solo la resistenza. Da quel serbatoio vengono la bandiera rossa e nera, il saluto «Gloria all’Ucraina - gloria agli eroi», il culto di Bandera: la lingua simbolica che ritroveremo intatta, settant’anni dopo, nelle piazze. Il debito che spiega il silenzio C’è un secondo fronte e riguarda l’Occidente. È il pezzo di storia che salda questa indagine alla seconda puntata, quella sulle ingerenze straniere in Ucraina. Finita la guerra, mentre l’Unione Sovietica integrava i territori a Occidente, i servizi americani e britannici reclutarono ciò che restava della rete dell’Oun-B in funzione anticomunista. Tra gli uomini messi a libro paga ci fu Mykola Lebed, che dei pogrom del 1941 era stato tra gli organizzatori. La Cia lo portò negli Stati Uniti nel 1949, lì visse indisturbato fino alla morte, nel 1998, senza che un tribunale lo sfiorasse. Nel 1991 la Cia lo considerava ancora un asset di valore. Lo certificano i documenti della stessa Centrale, declassificati negli anni Novanta, in quelle carte il reclutamento è giustificato come una necessità della Guerra Fredda. Massima affidabilità indiziaria. È la radice di un riflesso che vedremo operare anche nel 2014. Chi ha usato quegli uomini coprendoli per decenni, ha un motivo forte per non riconoscerne gli eredi quando ricompaiono. È la sedimentazione di una relazione vecchia di settant’anni. La scuola come incubazione Lo Stato ucraino nasce nel 1991 e con esso il primo partito di questa famiglia: il Partito social-nazionale dell’Ucraina, sigla Snpu, fondato a Leopoli da due uomini che ritroveremo più avanti, Oleh Tyahnybok e Andriy Parubiy. Per tutto il decennio resta un fenomeno regionale e minuscolo, sotto il due per cento su scala nazionale, qualche seggio nei consigli locali della Galizia. Sul piano elettorale, in quegli anni, l’estrema destra ucraina semplicemente non esiste. Ma c’è un altro piano da indagare. Il sistema scolastico dell’Ucraina occidentale, fin dai primi anni novanta, costruisce un canone nazionale in cui l’Oun e l’Upa sono gli eroi della resistenza; mentre restano in ombra i rapporti coi nazisti e i massacri di ebrei e polacchi. Il processo è a geografia variabile: vistoso in Galizia e Volinia, debole a Kharkiv o a Odessa. La destra radicale non vince elezioni. Costruisce l’immaginario dentro cui una metà del paese impara a pensarsi nazione. È un investimento più lento del voto, ma più profondo. Una facciata nuova e una scissione Il 2004 la famiglia dell’estrema destra si divide nei due rami che saranno protagonisti. Primo ramo. Lo Snpu cambia nome e diventa Svoboda, Libertà. Tyahnybok ne ammorbidisce la facciata: espelle i militanti più apertamente neofascisti, modera il linguaggio pubblico, conserva l’ossatura ideologica etno-nazionalista. È la stessa operazione che in quegli anni compiono altre destre europee per rendersi presentabili. E pagherà: Svoboda diventerà l’unico soggetto di questa storia con un consenso elettorale reale. Secondo ramo. Quando Svoboda si ripulisce, scioglie la propria ala paramilitare giovanile, che si chiamava Patriot of Ukraine, ed era nata nel 1999 sotto la guida di Andriy Parubiy. Ma la sezione di Kharkiv rifiuta lo scioglimento. Nel 2005 un giovane del posto la rifonda per conto suo, indipendente dal partito: si chiama Andriy Biletsky, lo chiameranno il comandante bianco. Nel 2007 rompe ufficialmente con Svoboda; nel 2008 federa il suo gruppo con altri in un cartello, l’Assemblea social-nazionale, sigla Sna. Biletsky è l’uomo che chiude il cerchio di questa storia. È di Kharkiv, città russofona dell’Est: il che già scardina l’idea che l’estrema destra ucraina sia solo un fenomeno galiziano. Teorizza per iscritto quello che chiama social-nazionalismo razziale: l’espressione compare già in un suo articolo del 2007 come ideologia ufficiale di Patriot of Ukraine. In un discorso del 2009 identifica il nemico negli ebrei dietro gli oligarchi. A lui è attribuita anche una frase del 2010 (riportata dal «Guardian» e da molte altre testate) secondo cui la missione storica dell’Ucraina sarebbe «guidare le razze bianche del mondo in un’ultima crociata contro i subumani guidati dai semiti». Userà come simbolo il Wolfsangel, lo stesso di Azov. Nel 2015 negherà di aver mai scritto quella frase, attribuendola a una macchinazione dei servizi russi. A oggi la frase non è riferibile a un documento rintracciabile. Mentre questo ramo si radicalizza nell’ombra, Svoboda emerge alla luce. Nel 2012 il salto: alle parlamentari ottiene il 10,4 per cento e trentasette seggi. È il picco storico, ed è la cifra che la propaganda di Mosca esibirà come prova dei nazisti al potere. È una lettura sbagliata: quel voto misura soprattutto la frustrazione verso il governo di Yanukovych, raccolta anche da elettori moderati dell’Ovest in cerca dell’unica opposizione che si mostrasse compatta e decisa. Tredici mesi più tardi, arrivano gli scontri di Maidan. Pochi ma nei posti che contano Tra il novembre 2013 e il febbraio 2014 le due direttrici, la politica e quella militare, si intrecciano. Sul piano dei numeri, l’estrema destra al Maidan è una minoranza. Lo dice il sondaggio dell’istituto Dif, condotto in piazza nel dicembre 2013: la motivazione principale del 70% dei manifestanti era l’indignazione per i pestaggi del 30 novembre, non l’ideologia nazionalista. La gente del Maidan, in larghissima parte, non era lì per Bandera. Sul piano operativo, però, il quadro si rovescia. Perché in una crisi di piazza non conta il numero: conta quanto sei organizzato e quanto sei predisposto alla violenza. E qui una minoranza diventa decisiva. A fine novembre 2013 nasce, come coalizione-ombrello di gruppi nazionalisti, il Settore Destro (in ucraino Pravyj Sektor) guidato da Dmytro Yarosh: una struttura di combattimento senza storia elettorale, che prende il controllo delle sezioni più dure. I suoi capi vantavano diecimila uomini; gli osservatori dell’epoca ne stimavano fra trecento e cinquecento. Accanto, il gruppo giovanile neonazista C14, legato a Svoboda, guida l’unità di autodifesa che il 1° dicembre occupa con la forza il municipio di Kyiv. Le strutture di autodifesa della piazza, nel loro insieme, sono inquadrate e comandate da uomini dell’estrema destra. Lo documentano, indipendentemente l’uno dall’altro, due studiosi che stanno su sponde opposte: Katchanovski, critico del Maidan, e Volodymyr Ishchenko, sociologo ucraino di sinistra, critico dell’estrema destra ma certo non filorusso. L’indizio è questo: il ruolo operativo della destra radicale fu molto maggiore rispetto al suo peso numerico. Da qui anche i simboli. Le bandiere rosse e nere dell’Oun, il saluto Gloria all’Ucraina. Accanto spuntarono, nelle zone controllate dall’autodifesa del Maidan, insegne che con la tradizione ucraina non c’entrano nulla: svastiche, sigle delle SS, il codice 14/88 della galassia suprematista. Tutto documentato dai video e dalle ricerche sul campo. Non erano l’ideologia della folla. Erano la lingua di chi controllava le strutture armate. Qui ci fermiamo, siamo sulla soglia degli scontri del 20 febbraio, che saranno il cuore del prossimo articolo. L’integrazione senza voti Torniamo al punto di partenza e chiudiamo il cerchio. Resta da spiegare come la galassia che crolla alle urne sia entrata nelle istituzioni dello Stato. La risposta sta in una sequenza di mesi e l’uomo che la incarna è Biletsky. Mentre il Maidan si svolge, Biletsky è in carcere a Kharkiv: è dentro dal dicembre 2011 con accuse di rapina e tentato omicidio. Ci resta per ventotto mesi. Il 24 febbraio 2014, il giorno dopo la fuga di Yanukovych, la Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) vota un decreto per la liberazione dei prigionieri politici. L’indomani Biletsky e i suoi escono, prosciolti. Lo segnala, con una sfumatura che le ricostruzioni celebrative tacciono, il progetto Reporting Radicalism, monitoraggio dell’estremismo legato a Freedom House, non sospettabile di simpatie russe. Tra i soggetti scarcerati c’erano anche persone già condannate, non solo in attesa di giudizio. Il nuovo potere, nelle sue prime ore, riqualificò come prigioniero politico, e rimise in libertà, il teorico del social-nazionalismo razziale. Il 28 febbraio Biletsky guida a Kharkiv l’occupazione della sede di un gruppo anti-Maidan; il 12 marzo è a capo dell’ala orientale del Settore Destro; il 14 marzo i suoi uomini ingaggiano in centro città uno scontro a fuoco che lascia due morti tra i filorussi. Il 5 maggio, a Berdyansk, fonda il battaglione Azov, col sostegno del ministro dell’Interno Arsen Avakov. L’11 novembre 2014 Azov entra nella Guardia Nazionale, tenendosi stretti i suoi simboli. Il suo vice, Vadym Troyan, anche lui proveniente da Patriot of Ukraine, viene nominato capo della polizia della regione di Kyiv. Dal carcere alla guida della sicurezza di un oblast. Qui le tracce si sovrappongono. Victoria Nuland, in missione per conto del Dipartimento di Stato Usa, veniva intercettata il 6 febbraio 2014, mentre disegnava il governo che sarebbe nato tre settimane dopo. La diplomatica chiede esplicitamente di tenere fuori dall’esecutivo, in panchina, Tyahnybok di Svoboda. Su quel punto fu accontentata. Ma mentre Washington maneggiava la facciata politica, la struttura operativa prendeva i posti che contano: Parubiy (cofondatore dello Snpu e comandante delle autodifese del Maidan) diventava segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa nazionale, con Yarosh del Settore Destro come vice. Due letture restano aperte senza escludersi: forse Washington non controllava l’ala militare (il che contraddice e ridimensiona la tesi della regia); forse era consapevole e scelse di non ostacolarla. Il quadro, a questo punto è completo. Nell’ottobre 2014 Svoboda raccoglie il 4,7 per cento e resta fuori dal parlamento; alle presidenziali Yarosh si era fermato all’uno per cento. Negli stessi mesi, però, il presidente Petro Poroshenko adotta Gloria all’Ucraina come saluto ufficiale delle forze armate, l’inno dell’Oun diventa canto dell’esercito, Azov indossa la divisa dello Stato con i suoi simboli intatti. Il crollo elettorale e l’integrazione istituzionale corrono paralleli. È la risposta alla domanda di partenza: un reparto che il Congresso americano dichiarava neonazista è finito nella Guardia Nazionale non vincendo le elezioni, ma col controllo militare delle piazze. Quello che le tracce non rivelano Resterebbe da illuminare il retroscena con le domande alle quali le tracce che abbiamo disegnato non sanno rispondere. L’integrazione del 2014 è frutto di un patto esplicito, di un debito contratto in piazza, o di un assorbimento spontaneo? E la normalizzazione dei simboli dell’Oun da parte di Poroshenko prima e di Zelensky poi (nessuna di quelle decisioni è mai stata revocata) nasce da convinzione ideologica o da calcolo politico? Una forza che ha perso quasi ogni elezione ha vinto la sola battaglia che le premeva: quella dei simboli e delle armi. Il consenso le è stato negato. Il potere, no. Nota sulle fonti Le radici (Oun-Upa) e le cifre di Volinia. Grzegorz Motyka, Od rzezi wołyńskiej do akcji «Wisła» (Cracovia, 2011). Grzegorz Rossoliński-Liebe, Stepan Bandera: The Life and Afterlife of a Ukrainian Nationalist (ibidem, 2014). John-Paul Himka, Ukrainian Nationalists and the Holocaust (ibidem, 2021). Riconoscimento come genocidio: Sejm della Repubblica di Polonia, risoluzione dell’11 luglio 2016. Per la stima inferiore relativa alla sola Volinia: Ivan Katchanovski, The Russia-Ukraine War and its Origins (Palgrave Macmillan, 2026). Le vittime documentate per nome rinviano al censimento di Władysław ed Ewa Siemaszko. I due reperti speculari. Vladimir Putin, discorso del 24 febbraio 2022 sull’avvio dell’operazione militare. Oxana Melnychuk, articolo su «Unis pour l’Ukraine», 24 giugno 2026. Lebed e la Cia. Richard Breitman e Norman J. W. Goda, Hitler’s Shadow: Nazi War Criminals, U.S. Intelligence, and the Cold War, National Archives and Records Administration (Nara), 2010, che documenta i file declassificati del progetto AERODYNAMIC. Il Congresso e il Dipartimento di Stato. Congressional Record, emendamento Conyers-Yoho alla legge di spesa per la difesa, giugno 2015, e successiva entrata in vigore nella legge omnibus del marzo 2018.U.S. Department of State, Country Reports on Human Rights Practices 2018 (sezione Ucraina), per la qualifica di C14 e National Corps come hate group; lettera congiunta degli ambasciatori del G7, 2019. La genealogia dei gruppi e Biletsky. Reporting Radicalism (Freedom House), che richiama la risoluzione della Verkhovna Rada sulla liberazione dei prigionieri politici del 24 febbraio 2014; Volodymyr Ishchenko per l’analisi del fenomeno. Nationalities Papers (Cambridge University Press) e Atlantic Council per le stime numeriche di Pravyj Sektor. La frase attribuita a Biletsky (2010) è riportata da The Guardian, 13 marzo 2018, e non risulta ancora ancorata a un documento primario. Il Maidan e l’integrazione. Sondaggio della Fondazione iniziative democratiche (Dif), dicembre 2013; telefonata Nuland-Pyatt, registrazione pubblica del 6 febbraio 2014; per nomine e simboli post-2014, Katchanovski (op. cit.) e atti della Verkhovna Rada. Dati elettorali: Commissione Elettorale Centrale ucraina. Gli spari nel buio «C’est le temps qui compose ce qu’on nomme proprement le fil de l’Histoire. Car la Chronologie est un filet plus necessaire à se démeller d’une narration historique, que ne fut iamais à Thesée celuy qui le tira de tous les détours du Labyrinthe». F. La Mothe Le Vayer, Discours sur l’histoire Il 26 febbraio 2014, sei giorni dopo i sanguinosi scontri di Kyiv, il ministro degli Esteri estone Urmas Paet telefona a Catherine Ashton, capa della diplomazia dell’Unione Europea. È appena tornato dall’Ucraina. La telefonata verrà intercettata e poi diffusa il 5 marzo; l’autenticità della registrazione sarà confermata dal Ministero degli Esteri estone e dall’ambasciatore estone a Kyiv. A un certo punto del colloquio, dieci minuti per lo più su pacchetti finanziari e riforme, Paet dice una cosa che sorprende: «So that there is now stronger and stronger understanding that behind snipers, it was not, you know, Yanukovych, but it was somebody from the new coalition.» («Ora si sta diffondendo sempre più la convinzione che dietro ai cecchini non ci fosse, sai, Yanukovych, ma qualcuno della nuova coalizione»). Ashton risponde: «I think we do want to investigate. I mean, I didn’t pick that up. That’s interesting. Gosh.» («Credo che vorremo approfondire la questione. Insomma, non me ne ero resa conto. È interessante. Accidenti.»). E cambia argomento. Che cosa prova questa telefonata? Soltanto che un ministro europeo, sei giorni dopo i fatti, riferiva ai massimi livelli dell’Unione un sospetto di responsabilità interna alla nuova coalizione. Nessuna pistola fumante. La fonte di Paet, la dottoressa Olga Bohomolets, coordinatrice dei medici di piazza Maidan, smentirà pubblicamente di aver detto ciò che le viene attribuito: preciserà di aver visto solo manifestanti feriti, mai i corpi dei poliziotti, non ha potuto comparare le ferite. E l’attribuzione «qualcuno della nuova coalizione» era un’ipotesi di Paet, non una conclusione della dottoressa. Insomma, una congettura riferita. Partiamo da qui non perché la telefonata sveli l’arcano, ma perché fotografa la tesi di questa ricostruzione: nessuno la racconta giusta. Non la versione russa, per cui una polizia aggredita reagì a una rivolta armata e i manifestanti furono ammazzati dai propri compagni: quella polizia è stata condannata per omicidio. Non la versione occidentale, per cui uno Stato autoritario massacrò una piazza inerme: perché il fuoco non fu unilaterale, e da edifici controllati dalle organizzazioni armate della piazza arrivò parte del piombo che uccise. In mezzo stanno i morti, poliziotti e dimostranti, vittime di una violenza decisa sopra le loro teste. Un disegno che non emerge da ciò che si vede, ma da ciò che qualcuno si è preoccupato di occultare. Le fonti su cui poggiamo sono i documenti che la parte vincitrice ha prodotto (contro il proprio interesse in senso ginzburghiano): la sentenza del tribunale di Kyiv del 2023, le perizie dell’accusa, il rapporto di un organismo voluto dal presidente ucraino Poroshenko. Come si arriva al 20 febbraio La vulgata comprime l’origine della crisi in un gesto solo: «Yanukovych tradisce l’Europa». I fatti mostrano un percorso diverso. Il 21 novembre 2013 il governo di Mykola Azarov sospende, non rifiuta, i preparativi per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea. Forse spera di portare a casa qualcosa in più nel lasso di tempo che lo separa dal vertice di Vilnius, previsto per il 28-29 novembre. Forse cede alle pressioni della Russia. La sera stessa del 21, poche ore dopo l’annuncio, il giornalista Mustafa Nayyem lancia su Facebook l’appello alla piazza: qualche centinaio di persone si raduna a Maidan Nezalezhnosti. È il primo Euromaidan, filo-europeo, pacifico, che si esaurisce in fretta. Poi, il 28 e 29 novembre a Vilnius, Yanukovych non firma e la protesta riparte. Ciò che la trasforma in movimento di massa, però, non è la geopolitica. È la violenza. All’alba del 30 novembre la Berkut (polizia antisommossa) disperde con brutalità gli studenti rimasti in piazza. Il sondaggio dell’istituto Dif, condotto in dicembre, certifica: la motivazione principale dei manifestanti diventa l’indignazione per i pestaggi, non l’adesione all’Europa. Il primo dicembre la piazza è oceanica. Il C14, gruppo giovanile neonazista legato al partito Svoboda, guida l’occupazione violenta del municipio di Kyiv. La composizione della piazza e quella di chi si candida a guidarla militarmente cominciano a divergere. A gennaio la crisi precipita. Il 16, la Rada, il parlamento ucraino, approva in seduta ordinaria (ma con voto irregolare per alzata di mano) un pacchetto di leggi che criminalizza le proteste. Saranno abrogate dodici giorni dopo, una decisione che aumenta nella piazza la sensazione di essere più forte. Tra il 18 e il 22 gennaio esplodono gli scontri di via Hrushevsky: il Settore Destro (Pravyj Sektor), coalizione di gruppi nazionalisti nata durante la protesta e guidata da Dmytro Yarosh, attacca la polizia con bottiglie molotov, questa risponde con proiettili di gomma e, secondo più fonti, munizioni vere. Il 22 gennaio si contano i primi morti: Serhiy Nihoyan, armeno-ucraino; Mykhailo Zhyznevsky, bielorusso, militante del gruppo nazionalista Una-Unso; Roman Senyk, che morirà tre giorni dopo. La vulgata li attribuisce alla polizia. Nel 2015 il capo dell’unità indagini speciali dichiarerà che i primi due furono colpiti da una distanza di non meno di tre metri, mentre le forze dell’ordine erano a circa trenta, e che i responsabili «potevano essere provocatori o poliziotti travestiti». Nel 2017 la stessa Procura Generale definirà l’indagine mal condotta e non conclusa. L’attribuzione non è certa nemmeno per i primi morti. Sempre il 22 gennaio, le bande pro-governative rapiscono l’attivista Yuriy Verbytsky da un ospedale. Viene trovato torturato a morte in un bosco. Il 18 e 19 febbraio il conflitto è già bilaterale e letale. La sentenza del tribunale di Kyiv accerta il bilancio di quei due giorni: centocinquantasei attivisti feriti e sei morti (tre dei quali uccisi da colpi da arma da fuoco); centocinque agenti feriti e uno morto (colpo di arma da fuoco). Si sparava da entrambe le parti già prima del 20. Sempre il 18 e il 19, nella notte, un reparto speciale della polizia si trasferisce nel piazzale del Palazzo d’Ottobre (Zhovtnevyi), su via Instytutska, ci resta di riserva fino al mattino del 20. Sul versante opposto, dentro il Conservatorio e l’Hotel Ukraina sono già operative compagnie armate legate al Settore Destro e a Svoboda, coordinate da Volodymyr Parasyuk. Il 19 pomeriggio gli scontri si attenuano, si stabilisce una tregua informale, il governo annuncia una giornata di lutto nazionale per il giorno 20. A Khmelnytsky, trecentoquaranta chilometri da Kyiv, alle 12:36, centinaia di manifestanti assaltano la sede locale del servizio di sicurezza. Lo scopo è impedire l’invio di rinforzi nella capitale. Una raffica di mitra, dall’interno, uccide un’anziana, altri tre dimostranti restano feriti. Assalti simili a Lviv, Ivano-Frankivsk, Ternopil negli stessi giorni. Il tribunale di Khmelnytsky, nel 2025, accerterà che quell’assalto fu reale, non una percezione errata della polizia. Il 20 febbraio, ora per ora Dalle 05:30 alle 09:00 vengono uccisi tre agenti e feriti altri trentanove. I primi spari della giornata colpiscono i poliziotti. Vengono dagli edifici sotto il controllo delle formazioni armate della piazza. È accertato dalla sentenza del tribunale di Kyiv. In quella finestra temporale, precisa il tribunale, la milizia non usa armi da fuoco, ma risponde con proiettili traumatici e idranti. La ricostruzione della Procura Generale, durante il processo, colloca alle 05:30 la morte del primo agente, ucciso con un fucile da caccia, il colpo viene da uno degli edifici controllati dagli attivisti. Il tribunale accerta nella sentenza sia la direzione del tiro che il controllo dell’edificio; non identifica chi impugna l’arma. Nelle ore successive i colpi arrivano in prevalenza dagli edifici controllati dalle organizzazioni armate presenti fra i contestatori. In questa fase le sentenze non registrano morti tra i manifestanti. Tra le 8 e le 9, diverse fonti riferiscono spari dall’Hotel Ukraina; un oratore dal palco della piazza avverte: «qualcuno sta sparando dall’Hotel Ukraina» e chiede: «ai nostri ragazzi, che erano nell’hotel fino a poco fa, di verificare». La sentenza conferma che l’hotel è «territorio controllato dalle milizie della protesta», con «persone armate nei suoi locali», all’interno c’è una compagnia di attivisti legata all’estrema destra. Chi parla dal palco non attribuisce gli spari al governo: chiede ai propri uomini di controllare l’edificio da cui si spara. Verso le 8:50 le comunicazioni radio delle truppe interne registrano ordini di ritirata. Tra le 8:50 e le 9:01, i filmati sincronizzati e la sentenza documentano il ripiegamento del Berkut e delle altre forze dell’ordine. È lo spartiacque: il controllo passa alle formazioni armate della piazza, e il reparto speciale, rimasto di riserva a Zhovtnevyi da trentasei ore, entra in azione. Intorno alle 9 due comandanti del Berkut vengono uccisi da colpi di arma da fuoco. Su questo episodio esiste una confessione pubblica: Ivan Bubenchyk, attivista di Leopoli, ha dichiarato più volte, in un’intervista televisiva del 2014, poi alla rivista «Bird in Flight» nel 2016, poi in un documentario, di aver sparato quella mattina ai poliziotti dal Conservatorio uccidendone due. Ma la sentenza del 2023 non assolve il Berkut e non lo condanna per un episodio marginale. Al contrario: punisce due imputati del reparto per omicidio doloso di più persone, con pene a quindici anni, e un terzo imputato per abuso d’ufficio. Il fuoco del reparto speciale sui dimostranti è accertato. La responsabilità dello Stato per la morte dei manifestanti è una sentenza. Ma quella stessa sentenza fa altre due cose. Assolve tutti gli imputati dall’accusa di terrorismo e di atto pianificato dall’alto: la giuria non ha ritenuto provato che il massacro fosse una strategia di Stato ordinata da Yanukovych, come chiedeva l’accusa. E per alcune vittime tra i dimostranti esclude la responsabilità del reparto di polizia. Un manifestante, che fonti esterne identificano come Oleh Ushnevych, secondo il verdetto ricevette le ferite mortali al torace e all’addome con colpi provenienti «dal lato dell’hotel Ukraina e dall’area davanti a esso, che non erano sotto il controllo delle forze dell’ordine, e quindi il coinvolgimento degli imputati e degli agenti del reparto è escluso». In un altro caso la balistica dei frammenti estratti dal corpo esclude i Kalashnikov in dotazione alla Berkut e indica un colpo proveniente «dall’alto di via Instytutska», zona controllata dagli attivisti. E ancora, il tribunale annota che lo sparo «era diretto verso una folla di persone». Tre accertamenti in un solo documento: a) il Berkut uccise dolosamente dei manifestanti; b) non lo fece per ordine dello Stato; c) una parte degli spari mortali venne da posizioni controllate dai gruppi armati del Maidan. Il disegno delle assenze Se ci fermassimo qui, resterebbero aperte due domande: chi sparò dai palazzi del Maidan? Perché la giustizia non lo ha stabilito? Al primo interrogativo, per ora, non c’è risposta. Sul secondo c’è una traccia più solida e più inquietante, perché ci porta a elencare tutto ciò che è sparito. Sono spariti quasi tutti gli scudi e gli elmetti dei dimostranti uccisi e feriti, oggetti i cui fori di proiettile avrebbero indicato la posizione degli sparatori. Sono spariti molti dei proiettili estratti dai corpi, dagli alberi, dal terreno, dalle fioriere. Alcuni alberi furono abbattuti, in parte su richiesta della Procura. La raccolta dei proiettili dai muri dell’Hotel Ukraina fu ordinata solo nel 2018, quattro anni dopo. Insomma, svanisce ciò che avrebbe permesso di rispondere alla domanda «da dove partì il colpo?». Che le sottrazioni siano intenzionali è un’ipotesi; che siano selettive è un fatto. Ma non basta. Un testimone, Volodymyr Pastushok, dichiarò al processo che quando riferì agli inquirenti di aver visto cecchini delle organizzazioni di protesta nell’Hotel Ukraina, «risero di lui» e la sua deposizione sparì dai fascicoli. Le indagini sui poliziotti e sui dimostranti, morti nello stesso luogo e nello stesso momento, furono condotte separatamente, senza mai un confronto balistico tra i proiettili estratti dai due gruppi di corpi. E le armi? Filmati mostrano il Settore Destro che evacua l’Hotel Dnipro, poche settimane dopo, con armi dentro custodie per strumenti musicali, sotto la supervisione di Andriy Parubiy, comandante dell’autodifesa del Maidan e futuro segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa. Il leader del Settore Destro, Yarosh, lo ha ammesso. Quelle armi non furono mai esaminate. Persino nel caso più documentato di tutti (un uomo che confessa in tre sedi diverse, senza mai ritrattare) la giustizia procede con lo stesso passo incerto. Nel 2018 l’accusa di omicidio contro Bubenchyk fu derubricata a reato minore. Secondo quanto dichiarato dai procuratori del caso all’agenzia di stampa statale ucraina, alla fine del 2022, un’accusa di omicidio per l’uccisione dei due agenti (pena massima l’ergastolo) risultava comunque pendente in tribunale. Nel novembre 2023 il processo era ancora in corso. Come si sia arrivati da un’accusa derubricata a un’imputazione di omicidio di nuovo pendente, nessuna fonte lo spiega. Non è stato possibile verificare se il processo si sia concluso. Ma c’è, invece, un elemento che il tribunale ha approfondito: la perizia balistica su cui si poggia, in parte, la sentenza del 2023. La difesa dei poliziotti l’ha spesso citata. Il verdetto si serve, fra l’altro, dell’esame sui proiettili effettuato nel 2019 che il tribunale preferì ai precedenti motivando la scelta con la loro obsolescenza tecnica: le prime analisi erano state condotte con microscopi ottici e con un sistema di comparazione bidimensionale (Abis-Tais) che gli stessi periti a processo hanno definito superato, tanto più davanti a un numero enorme di reperti. La perizia è complessa e articolata. Collega molti proiettili ad armi Kalashnikov, ma segnala che ne furono sparati anche dall’interno dell’Hotel Ukraina controllato dagli attivisti, altri risultarono provenire da armi diverse da quelle in dotazione al Berkut. Il tribunale affronta le contraddizioni e in parte le scioglie: un errore materiale corretto nel secondo referto, una ferita che a un primo esame era stata attribuita a un’arma da caccia usata a distanza ravvicinata si rivelò di natura diversa. Resta agli atti un solo rebus che un perito, interrogato, non seppe chiarire: perché il secondo referto non elencasse le difformità rispetto al primo. Ciò che si seppe e ciò che non si volle sapere Torniamo alla telefonata di Paet. Da sola dice poco o nulla. Ma c’è dell’altro. Il 31 marzo 2015 il Consiglio d’Europa pubblica il rapporto del suo Panel Consultivo Internazionale (organismo voluto dal presidente ucraino Petro Poroshenko), lo guida Nicolas Bratza, ex presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il documento rileva le carenze e l’ostruzione delle indagini. Riferisce, inoltre, che secondo la Procura Generale ucraina le prove indicavano almeno tre manifestanti uccisi da colpi provenienti dall’Hotel Ukraina o dal Conservatorio, sembrerebbero anche esserci prove, non confermate, che dieci persone siano cadute sotto colpi sparati dai tetti. Nel 2017 le Nazioni Unite constatano l’assenza di progressi significativi nel portare i responsabili davanti alla giustizia. Tre tracce che registrano: sospetto, ostruzione, impunità. Nessuna nomina il colpevole. Tutte indicano che si seppe presto, ma non si volle sapere fino in fondo. Il confine Riassumendo. È accertato, da tribunali e organismi che hanno sostenuto il campo pro-Maidan che:a) il Berkut uccise dei manifestanti il 20 febbraio;b) non furono provati quel giorno né un ordine di Yanukovych né la presenza di cecchini russi;c) il conflitto armato, non la protesta, era bilaterale e mortale già dal 18 febbraio;d) i primi a morire il 20 furono tre poliziotti, e almeno il primo colpo venne da edifici controllati dalle formazioni armate della piazza;e) alcuni dimostranti furono uccisi con spari provenienti da posizioni controllate dalle formazioni militarizzate;f) prove utili a stabilire chi sparò da quegli edifici sono state selettivamente distrutte. Restano non provati: l’identità dei cecchini che tirarono dagli edifici del Maidan e, soprattutto, se qualcuno abbia ordinato di mirare ai manifestanti per incolparne il regime. Nessuna sentenza lo accerta. Il tappeto che le tracce hanno disegnato è dunque questo. Il 20 febbraio furono sparati colpi mortali da più parti. Alcuni dal reparto speciale di polizia alle dipendenze del Governo; altri da edifici controllati dalle organizzazioni armate della piazza. Qui operavano uomini dell’estrema destra poi assorbiti nelle strutture di sicurezza dello Stato. Quello stesso Stato che ha reso impossibile accertarne l’identità. I morti, poliziotti e manifestanti, furono in larga parte vittime innocenti di una violenza governata sopra le loro teste. La traccia più evidente che rimane non è il rumore degli spari, ma il silenzio che è venuto dopo. Un silenzio avvolto in un buio che ha inghiottito le prove. Non resta che augurarci che, prima o poi, qualcuno ci restituisca, almeno in parte, la luce della verità. Fonti primarie Sentenza del tribunale distrettuale di Sviatoshyn (Kyiv). 18 ottobre 2023, procedimento n. 759/3498/15-k, registro delle decisioni giudiziarie ucraine, reyestr.court.gov.ua/Review/114304164 (2235 pagine). Sentenza del tribunale distrettuale-cittadino di Khmelnytsky. 11 marzo 2025 (pubblicata 11 aprile), registro n. 126543286. Rapporto del Comitato Consultivo Internazionale del Consiglio d’Europa (Panel Bratza). 31 marzo 2015, testo francese, 125 pagine. Registrazione della telefonata Paet-Ashton. 26 febbraio 2014, trascrizione integrale dell’audio diffuso il 5 marzo 2014. Fonti giornalistiche indipendenti, verificate direttamente Human Rights Watch. Dispatches: In a Leaked Call, Where’s the Truth in Ukraine?, 5 marzo 2014 — hrw.org/news/2014/03/05/dispatches-leaked-call-wheres-truth-ukraine. StopFake. Urmas Paet Did Not Confirm That Snipers Were Hired by Leaders of Maidan — stopfake.org/en/urmas-paet-dit-not-confirm-that-snipers-were-hired-by-leaders-of-maidan. «KyivPost». Estonian Foreign Minister, in Leaked Phone Call, Raises Suspicions About Ukraine’s New Government and Sniper Killings, 5 marzo 2014 — kyivpost.com/post/10357. Interrogazione parlamentare europea. E-003239/2014 — europarl.europa.eu/doceo/document/E-7-2014-003239_EN.html. Fondazione Iniziative Democratiche (Dif). Sondaggio sui manifestanti del Maidan, dicembre 2013. «Bird in Flight». Intervista a Ivan Bubenchyk, 19 febbraio 2016. «Ukrainska Pravda». Розслідування вбивств силовиків на Майдані: від публічних зізнань, вкрадених томів і до затримання в Іспанії, 24 maggio 2021 — pravda.com.ua/articles/2021/05/24/7294569. «KyivPost». Self-Admitted ‘Maidan Sniper’ Released, 5 aprile 2018 — kyivpost.com/ukraine-politics/self-proclaimed-euromaidan-sniper-arrested-waits-court-ruling. Unian. Ukraine’s Nabu Summons Chief Prosecutor for Questioning, 2019 — unian.info/politics/10615971. Radio Svoboda (Rfe/Rl). П’ять запитань та відповідей про справу Івана Бубенчика, aprile 2018 — radiosvoboda.org/a/29145554.html. Radio Svoboda. Екстрадиція «майданівця», maggio 2021 — sull’arresto in Spagna del secondo sospettato, Dmytro Lypovyi. «Ukrinform». intervista ai procuratori Ivan Babenko e Denys Ivanov, 30 novembre 2023 — ukrinform.ua/rubric-society/3793583. Fonti secondarie Ivan Katchanovski. The Russia-Ukraine War and its Origins e capitoli correlati (Springer Nature, Palgrave). commons.com.ua (Спільне). The Maidan Shooting: Conspiracy Theories and Unanswered Questions. Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). The traces of Maidan: an evidentiary reconstruction – part 2/2 Power Does Not Pass Through the Ballot Box A unit of the Ukrainian army wears two symbols on its uniforms that come from afar: the Wolfsangel, the wolf’s hook used as an insignia by various SS divisions, and the Black Sun, the esoteric seal dear to Heinrich Himmler. The unit is called Azov. Today, it is a brigade of the Ukrainian National Guard.Defining Azov as a neo-Nazi unit years before Moscow did was the United States Congress—the parliament of the very country that serves as Ukraine’s primary supplier of arms and funding. In June 2015, the House of Representatives unanimously approved an amendment to the military spending bill stating that no American funds could be used «to provide arms, training, or other assistance to the Azov Battalion». During the debate, the representative who introduced it defined it as a neo-Nazi militia. Then, a curious thing happened: before the final vote, the amendment vanished. Reintroduced the following year, it was removed once again. And the same occurred the year after that. The ban only came into effect in March 2018. In the same year, the US State Department, in its annual human rights report, included the political wing of that movement and a linked group, C14, among organizations defined as hate groups. Thus, the very government that arms Ukraine — not the Kremlin — certified for years, with difficulty and by revisiting the issue three times, the neo-Nazi nature of a unit integrated into the Ukrainian armed forces. But if the US Congress considered Azov neo-Nazi, how did it end up in the National Guard? And how did the Ukrainian far-right galaxy manage to carry so much weight, when its support at the ballot box was close to zero? For this is the paradox: in elections, these parties scrape together little to nothing, yet they obtain official symbols, appointments, and state uniforms. This is a power that does not pass through the vote. To understand where it comes from, one must turn back the clock. But caution is required, because two mirror-image myths clash over these facts: the Russian myth of a Nazi Ukraine, and the Ukrainian myth of a non-existent far-right, a pure invention of Moscow’s intelligence services. We, instead, follow the traces. The Roots For nearly a century, Azov has drawn from a specific reservoir. In 1929, in what was then Polish Galicia, the OUN (Organization of Ukrainian Nationalists) was born. Non-aligned academic historiography has established three facts. First: Collaboration with Nazism. Stepan Bandera’s faction, the OUN-B, proclaimed a Ukrainian state in Lviv on June 30, 1941, immediately following the German invasion. During those days, it took part in the anti-Jewish pogroms in the city. The Nachtigall Battalion, commanded by Roman Shukhevych (the future military leader of the insurgents), had been organized by the Abwehr, the German military intelligence service. Second: When it became clear that Berlin would not grant independence, the OUN-B broke with the Germans; its leaders, including Bandera, ended up in Nazi concentration camps. The underground army that took shape in 1942, the UPA (Ukrainian Insurgent Army), fought the Soviets and, at various stages, the Germans as well. Third: Between 1943 and 1945, in Volhynia and Galicia, the UPA carried out the systematic massacre of the Polish civilian population. A true ethnic cleansing. On this last point, the numbers are a subject of contention. Academic historiography — Grzegorz Motyka, the leading Polish scholar on the topic, along with non-Polish historians such as Grzegorz Rossoliński-Liebe and the Canadian John-Paul Himka — converges on approximately one hundred thousand Polish deaths for the entire Volhynia-Galicia theater. The Polish Sejm classified it as genocide in 2016. Ivan Katchanovski, a political scientist critical of Maidan, sets a lower threshold: thirty-five thousand for Volhynia alone. The variance, in reality, stems from the geographical perimeter and the counting methodology (verified deaths versus vital statistics archives). Two documents, produced a few years apart, recount the same facts, each erasing the half that contradicts its narrative. In February 2022, Vladimir Putin announced the denazification of Ukraine: he highlighted the 1941 collaboration while concealing the break with the Nazis and Bandera’s deportation. In June 2026, an article on the pro-Ukrainian platform Unis pour l’Ukraine, written by historian Oxana Melnychuk, performed the inverse operation: it presented the Oun-Upa as a resistance movement comparable to de Gaulle’s, attributed most of the Volhynia deaths to Soviet falsifications, and reduced the toll to «thirty thousand documented», meaning the number of victims verified by name. Moscow keeps only the collaboration; Kyiv keeps only the resistance. From that reservoir come the red and black flag, the salute «Glory to Ukraine – Glory to the heroes», and the cult of Bandera: the symbolic language that we would find intact, seventy years later, in the public squares. The Debt That Explains the Silence There is a second front, and it concerns the West. It is the piece of history that links this investigation to the second installment on foreign interference in Ukraine. Once the war ended, while the Soviet Union integrated the western territories, American and British intelligence recruited what remained of the Oun-B network for anti-communist purposes. Among the men put on the payroll was Mykola Lebed, who had been one of the organizers of the 1941 pogroms. The Cia brought him to the United States in 1949, where he lived undisturbed until his death in 1998, untouched by any court of law. In 1991, the Cia still considered him a valuable asset. This is certified by the Agency’s own documents, declassified in the 1990s, in which the recruitment is justified as a Cold War necessity. This carries maximum evidentiary reliability. This is the root of a reflex that we would see operating in 2014 as well. Those who used these men, covering for them for decades, have a powerful motive not to recognize their heirs when they reappear. It is the sedimentation of a seventy-year-old relationship. The School as an Incubator The Ukrainian state was born in 1991, and with it came the first party of this family: the Social-National Party of Ukraine (Snpu), founded in Lviv by two men we will encounter later, Oleh Tyahnybok and Andriy Parubiy. Throughout the decade, it remained a tiny, regional phenomenon, hovering under 2% on a national scale, holding just a few seats in the local councils of Galicia. On an electoral level, during those years, the Ukrainian far-right simply did not exist. But there is another level to investigate. Since the early 1990s, the education system of western Ukraine constructed a national canon in which the Oun and Upa were heroes of the resistance, while relations with the Nazis and the massacres of Jews and Poles remained in the shadows. The process varied by geography: conspicuous in Galicia and Volhynia, weak in Kharkiv or Odesa. The radical right was not winning elections. It was building the imaginary within which one half of the country learned to think of itself as a nation. It was an investment slower than the vote, but deeper. A New Facade and a Split In 2004, the far-right family split into the two branches that would become the main protagonists. First branch: The Snpu changed its name to Svoboda (Freedom). Tyahnybok softened its facade: he expelled the most overtly neo-fascist militants, moderated public language, but preserved the ethno-nationalist ideological backbone. This was the same operation undertaken during those years by other European right-wing parties to make themselves presentable. And it paid off: Svoboda would become the only actor in this history with real electoral support. Second branch: When Svoboda cleaned up its image, it dissolved its youth paramilitary wing, Patriot of Ukraine, which had been founded in 1999 under the leadership of Andriy Parubiy. However, the Kharkiv section refused to dissolve. In 2005, a local youth refounded it on his own, independent of the party: his name was Andriy Biletsky, and he would be called the White Leader. In 2007, he officially broke with Svoboda; in 2008, he federated his group with others into a cartel, the Social-National Assembly (Sna). Biletsky is the man who closes the loop of this story. He is from Kharkiv, a Russian-speaking city in the East—a fact that already shatters the idea that the Ukrainian far-right is solely a Galician phenomenon. He theorized in writing what he called racial social-nationalism: the expression appeared as early as a 2007 article of his as the official ideology of Patriot of Ukraine. In a 2009 speech, he identified the enemy as the Jews behind the oligarchs. He is also attributed a 2010 phrase (reported by the «Guardian» and many other outlets) according to which Ukraine’s historic mission would be to «lead the white races of the world in a final crusade against the Semite-led Untermenschen (subhumans)». He would use the Wolfsangel as a symbol, the same one later adopted by Azov. In 2015, he denied ever writing that phrase, attributing it to a machination by Russian intelligence. To date, the phrase has not been traced to a verifiable primary document. While this branch radicalized in the shadows, Svoboda emerged into the light. In 2012, it made a leap: in the parliamentary elections, it obtained 10.4% and thirty-seven seats. This was its historical peak, and it is the figure Moscow’s propaganda would exhibit as proof of Nazis in power. It is an incorrect reading: that vote primarily measured frustration with the Yanukovych government, gathered even from moderate voters in the West looking for the only opposition that appeared compact and resolute. Thirteen months later, the clashes of Maidan arrived. Few, but in Key Positions Between November 2013 and February 2014, the political and military tracks intertwined. In terms of numbers, the far-right at Maidan was a minority. This is shown by a survey by the DIF institute, conducted in the square in December 2013: the main motivation for 70% of the demonstrators was indignation over the police beatings of November 30, not nationalist ideology. The people of Maidan, for the vast majority, were not there for Bandera. On an operational level, however, the picture is reversed. In a street crisis, numbers do not matter as much as organization and a predisposition to violence. And here, a minority became decisive. In late November 2013, Right Sector (Pravyj Sektor) was born as an umbrella coalition of nationalist groups, led by Dmytro Yarosh: a combat structure with no electoral history that took control of the hardest factions. Its leaders boasted ten thousand men; observers at the time estimated between three hundred and five hundred. Alongside them, the neo-Nazi youth group C14, linked to Svoboda, led the self-defense unit that forcibly occupied the Kyiv city hall on December 1. The self-defense structures of the square, as a whole, were organized and commanded by men of the far-right. This is documented, independently of each other, by two scholars on opposing sides: Katchanovski, a critic of Maidan, and Volodymyr Ishchenko, a Ukrainian leftist sociologist who is critical of the far-right but certainly not pro-Russian. The clue is this: the operational role of the radical right was far greater than its numerical weight. Hence also the symbols. The red and black flags of the Oun, the Glory to Ukraine salute. Alongside these, in areas controlled by Maidan self-defense, insignias appeared that had nothing to do with Ukrainian tradition: swastikas, SS symbols, and the 14/88 code of the white supremacist galaxy. All of this is documented by videos and field research. These did not represent the ideology of the crowd; they were the language of those who controlled the armed structures. We stop here, on the threshold of the clashes of February 20th, which will be the core of the next article. Integration Without Votes Let us return to the starting point and close the circle. It remains to be explained how a galaxy that collapsed at the ballot box entered the institutions of the state. The answer lies in a sequence of months, and the man who embodies it is Biletsky. While Maidan unfolded, Biletsky was in a Kharkiv prison; he had been inside since December 2011 on charges of robbery and attempted murder. He remained there for twenty-eight months. On February 24, 2014, the day after Yanukovych fled, the Verkhovna Rada (the Ukrainian parliament) voted on a decree for the release of political prisoners. The following day, Biletsky and his men walked free, with all charges dropped. This is noted, with a nuance that celebratory reconstructions omit, by the Reporting Radicalism project — an extremism monitoring initiative linked to Freedom House, which cannot be suspected of Russian sympathies. Among those released were individuals who had already been convicted, not merely those awaiting trial. The new authorities, in their very first hours, reclassified the theorist of racial social-nationalism as a political prisoner and set him free. On February 28, Biletsky led the occupation of the headquarters of an anti-Maidan group in Kharkiv; on March 12, he was at the head of the eastern wing of Right Sector; on March 14, his men engaged in a firefight in the city center that left two pro-Russians dead. On May 5, in Berdyansk, he founded the Azov Battalion, with the backing of Interior Minister Arsen Avakov. On November 11, 2014, Azov entered the National Guard, keeping its symbols intact. His deputy, Vadym Troyan, also hailing from Patriot of Ukraine, was appointed chief of police for the Kyiv region. From prison to the head of security for an entire oblast. Here, the traces overlap. Victoria Nuland, on a mission on behalf of the US State Department, was intercepted on February 6, 2014, outlining the government that would be born three weeks later. The diplomat explicitly asked to keep Tyahnybok of Svoboda out of the executive, on the sidelines. On that point, she was accommodated. But while Washington managed the political facade, the operational structure took the positions that mattered: Parubiy (co-founder of the Snpu and commander of the Maidan self-defense forces) became Secretary of the National Security and Defense Council, with Yarosh of Right Sector as his deputy. Two interpretations remain open without excluding one another: perhaps Washington did not control the military wing (which contradicts and downsizes the thesis of an external director); or perhaps it was aware and chose not to obstruct it. The picture, at this stage, is complete. In October 2014, Svoboda gathered 4.7% of the vote and remained outside parliament; in the presidential elections, Yarosh had stopped at 1%. In those same months, however, President Petro Poroshenko adopted Glory to Ukraine as the official salute of the armed forces, the Oun anthem became the army’s song, and Azov wore the uniform of the state with its symbols intact. Electoral collapse and institutional integration ran parallel. This is the answer to our initial question: a unit that the US Congress declared neo-Nazi ended up in the National Guard not by winning elections, but through the military control of the squares. What the Traces Do Not Reveal It remains to illuminate the background with questions that the traces we have outlined cannot answer. Was the 2014 integration the result of an explicit pact, a debt contracted in the square, or a spontaneous absorption? And did the normalization of Oun symbols by Poroshenko first and Zelensky later (none of those decisions have ever been revoked) arise from ideological conviction or political calculation? A force that lost almost every election won the only battle that mattered to it: the battle over symbols and weapons. Consensus was denied to them. Power was not. Note on sources The Roots (Oun-Upa) and the Volhynia Figures. Grzegorz Motyka, Od rzezi wołyńskiej do akcji «Wisła» (Krakow, 2011).Grzegorz Rossoliński-Liebe, Stepan Bandera: The Life and Afterlife of a Ukrainian Nationalist (Krakow, 2014).John-Paul Himka, Ukrainian Nationalists and the Holocaust (Krakow, 2021).Recognition as genocide: Sejm of the Republic of Poland, resolution of July 11, 2016.For the lower estimate relative to Volhynia alone: Ivan Katchanovski, The Russia-Ukraine War and its Origins (Palgrave Macmillan, 2026).The victims documented by name refer to the census by Władysław and Ewa Siemaszko. The Two Mirror-Image Records. Vladimir Putin, address of February 24, 2022, on the launch of the military operation.Oxana Melnychuk, article in Unis pour l’Ukraine, June 24, 2026. Lebed and the Cia. Richard Breitman and Norman J. W. Goda, Hitler’s Shadow: Nazi War Criminals, U.S. Intelligence, and the Cold War, National Archives and Records Administration (NARA), 2010, documenting the declassified files of the AERODYNAMIC project. Congress and the State Department. Congressional Record, Conyers-Yoho amendment to the defense spending bill, June 2015, and subsequent entry into force in the omnibus bill of March 2018.U.S. Department of State, Country Reports on Human Rights Practices 2018 (Ukraine section), for the classification of C14 and National Corps as hate groups; Joint letter of G7 ambassadors, 2019. Group Genealogy and Biletsky. Reporting Radicalism (Freedom House), referencing the Verkhovna Rada resolution on the release of political prisoners of February 24, 2014; Volodymyr Ishchenko for the analysis of the phenomenon; Nationalities Papers (Cambridge University Press) and Atlantic Council for the numerical estimates of Pravyj Sektor.The phrase attributed to Biletsky (2010) is reported by «The Guardian», March 13, 2018, and is not yet anchored to a primary document. Maidan and Integration. Survey by the Democratic Initiatives Foundation (DIF), December 2013.Nuland-Pyatt telephone call, public recording of February 6, 2014; for post-2014 appointments and symbols, Katchanovski (op. cit.) and acts of the Verkhovna Rada.Electoral data: Central Election Commission of Ukraine. Shots in the Dark C’est le temps qui compose ce qu’on nomme proprement le fil de l’Histoire. Car la Chronologie est un filet plus necessaire à se démeller d’une narration historique, que ne fut iamais à Thesée celuy qui le tira de tous les détours du Labyrinthe» — F. La Mothe Le Vayer, Discours sur l’histoire On February 26, 2014, six days after the bloody clashes in Kyiv, Estonian Foreign Minister Urmas Paet called Catherine Ashton, the head of European Union diplomacy. He had just returned from Ukraine. The phone call would be intercepted and later leaked on March 5; the authenticity of the recording would be confirmed by the Estonian Ministry of Foreign Affairs and the Estonian ambassador to Kyiv. At one point during the conversation — ten minutes dealing mostly with financial packages and reforms — Paet said something startling: «So that there is now stronger and stronger understanding that behind snipers, it was not, you know, Yanukovych, but it was somebody from the new coalition» Ashton responded: «I think we do want to investigate. I mean, I didn’t pick that up. That’s interesting. Gosh». Then, she changed the subject. What does this phone call prove? Only that a European minister, six days after the events, was reporting a suspicion of internal responsibility within the new coalition to the highest levels of the Union. No smoking gun. Paet’s source, Dr. Olga Bohomolets — coordinator of the medical services in Maidan Square — would publicly deny having said what was attributed to her: she clarified that she had only seen wounded demonstrators, never the bodies of policemen, and thus could not compare the wounds. Furthermore, the attribution to "somebody from the new coalition" was a hypothesis made by Paet, not a conclusion drawn by the doctor. In short, it was a reported conjecture. We start here not because the phone call solves the mystery, but because it captures the central thesis of this reconstruction: no one is telling the story straight. Not the Russian version, according to which an assaulted police force reacted to an armed uprising and demonstrators were killed by their own comrades — that police force has been convicted of murder. Nor the Western version, according to which an authoritarian state massacred a defenseless square — because the gunfire was not unilateral, and part of the lead that killed came from buildings controlled by the armed organizations of the square. In the middle lie the dead, policemen and demonstrators alike, victims of a violence decided far above their heads. A pattern that emerges not from what is visible, but from what someone took pains to conceal. The sources we rely upon are documents produced by the winning side itself (against its own interest, in a Ginzburgian sense): the 2023 Kyiv court ruling, the prosecution’s expert reports, and the report of a body established by Ukrainian President Poroshenko. The Run-Up to FebruaThe Run-Up to February 20ry 20 The popular narrative compresses the origin of the crisis into a single gesture: «Yanukovych betrays Europe». The facts show a different path. On November 21, 2013, the government of Mykola Azarov suspends — rather than rejects — preparations for signing the Association Agreement with the European Union. Perhaps it hopes to extract a better deal in the timeframe separating it from the Vilnius summit, scheduled for November 28–29. Perhaps it yields to pressure from Russia. That very evening, a few hours after the announcement, journalist Mustafa Nayyem launches an appeal on Facebook calling people to the streets: a few hundred individuals gather at Maidan Nezalezhnosti. This is the first Euromaidan — pro-European and peaceful — which quickly fizzles out. Then, on November 28 and 29 in Vilnius, Yanukovych fails to sign, and the protest reignites. What transforms it into a mass movement, however, is not geopolitics. It is violence. At dawn on November 30, the Berkut (riot police) brutally disperses the students remaining in the square. A survey by the DIF institute, conducted in December, certifies the shift: the primary motivation for the demonstrators becomes indignation over the beatings, not European integration. By December 1, the crowd in the square is immense. C14, a neo-Nazi youth group linked to the Svoboda party, leads the violent occupation of the Kyiv city hall. The composition of the square and the composition of those positioning themselves to lead it militarily begin to diverge. In January, the crisis escalates. On the 16th, the Rada, the Ukrainian parliament, passes a package of laws criminalizing protests during a regular session (but through an irregular show-of-hands vote). These laws are repealed twelve days later — a decision that heightens the square’s perception of its own power. Between January 18 and 22, clashes erupt on Hrushevsky Street: Right Sector (Pravyj Sektor), a coalition of nationalist groups born during the protest and led by Dmytro Yarosh, attacks the police with Molotov cocktails. The police respond with rubber bullets and, according to multiple sources, live ammunition. On January 22, the first deaths are recorded: Serhiy Nihoyan, an Armenian-Ukrainian; Mykhailo Zhyznevsky, a Belarusian and activist of the nationalist group Una-Unso; and Roman Senyk, who would die three days later. Popular narrative attributes them to the police. In 2015, the head of the special investigations unit would state that the first two were shot from a distance of no less than three meters, while law enforcement forces were about thirty meters away, adding that the perpetrators "could have been provocateurs or police officers in disguise." In 2017, the Prosecutor General’s Office itself would describe the investigation as poorly conducted and inconclusive. Attribution remains uncertain even for these first casualties. Also on January 22, pro-government gangs kidnap activist Yuriy Verbytsky from a hospital; he is later found tortured to death in a forest. By February 18 and 19, the conflict is already bilateral and lethal. The ruling of the Kyiv court establishes the toll of those two days: 156 activists wounded and 6 dead (three of whom were killed by gunfire); 105 officers wounded and 1 dead (from gunfire). Shooting was coming from both sides even before the 20th. During the night of February 18–19, a special police unit relocates to the grounds of the October Palace (Zhovtnevyi) on Instytutska Street, remaining there in reserve until the morning of the 20th. On the opposite side, inside the Conservatory and the Hotel Ukraina, armed companies linked to Right Sector and Svoboda are already operational, coordinated by Volodymyr Parasyuk. On the afternoon of the 19th, the clashes subside, an informal truce is established, and the government announces a day of national mourning for the 20th. In Khmelnytsky, 340 kilometers from Kyiv, at 12:36 PM, hundreds of demonstrators storm the local headquarters of the security service. The objective is to prevent reinforcements from being sent to the capital. A burst of submachine gun fire from inside kills an elderly woman and wounds three other demonstrators. Similar assaults take place in Lviv, Ivano-Frankivsk, and Ternopil during the same days. In 2025, the Khmelnytsky court would establish that this assault was real, not an erroneous perception by the police. February 20, Hour by Hour From 5:30 AM to 9:00 AM, three officers are killed and another thirty-nine are wounded. The first shots of the day hit the police. They come from buildings under the control of the square’s armed factions. This is verified by the verdict of the Kyiv court. During this time window, the court specifies, the militia does not use firearms but responds with traumatic projectiles and water cannons. The Prosecutor General’s reconstruction during the trial places the death of the first officer at 5:30 AM, killed with a hunting rifle, with the shot originating from one of the buildings controlled by the activists. In its ruling, the court confirms both the direction of the gunfire and the control of the building; it does not identify the individual wielding the weapon. In the following hours, shots arrive predominantly from buildings controlled by the armed organizations present among the protesters. At this stage, the rulings record no deaths among the demonstrators. Between 8:00 AM and 9:00 AM, multiple sources report gunfire from the Hotel Ukraina; a speaker from the stage in the square warns: «someone is shooting from the Hotel Ukraina» and asks «our guys, who were in the hotel until recently, to check».The ruling confirms that the hotel is «territory controlled by the protest militias»,with «armed individuals on its premises», and that a company of activists linked to the far-right is inside. The speaker on stage does not attribute the gunfire to the government: he asks his own men to check the building from which shots are being fired. Around 8:50 AM, radio communications of the internal troops record orders to retreat. Between 8:50 AM and 9:01 AM, synchronized footage and the court ruling document the fallback of the Berkut and other law enforcement forces. This is the watershed moment: control shifts to the armed factions of the square, and the special unit, which had been held in reserve at Zhovtnevyi for thirty-six hours, enters into action. Around 9:00 AM, two Berkut commanders are killed by gunfire. A public confession exists regarding this episode: Ivan Bubenchyk, an activist from Lviv, stated multiple times — in a 2014 television interview, then to the magazine «Bird in Flight» in 2016, and later in a documentary — that he had shot at policemen from the Conservatory that morning, killing two.Yet the 2023 ruling does not acquit the Berkut, nor does it convict it over a marginal episode. On the contrary: it punishes two defendants from the unit for the intentional murder of multiple individuals, handing down fifteen-year sentences, and a third defendant for abuse of office. The special unit’s gunfire directed at demonstrators is judicially established. State responsibility for the deaths of the demonstrators is a matter of a court sentence. However, that same ruling does two other things. It acquits all defendants of the charges of terrorism and of an act planned from above: the jury did not find it proven that the massacre was a state strategy ordered by Yanukovych, as the prosecution had argued. Furthermore, for certain victims among the demonstrators, it excludes the responsibility of the police unit. One demonstrator, identified by external sources as Oleh Ushnevych, received fatal wounds to the chest and abdomen from shots coming «from the side of the Hotel Ukraina and the area in front of it, which were not under the control of law enforcement forces, and therefore the involvement of the defendants and officers of the unit is excluded»,according to the verdict. In another instance, the ballistics of fragments extracted from a body rule out the Kalashnikovs issued to the Berkut and point to a shot coming «from the upper section of Instytutska Street»,an area controlled by the activists. Moreover, the court notes that the shot «was directed toward a crowd of people». Three findings within a single document: a) The Berkut intentionally killed demonstrators; b) It did not do so by order of the State; c) A portion of the fatal shots came from positions controlled by Maidan’s armed groups. The Pattern of Absences If we were to stop here, two questions would remain open: who shot from the Maidan buildings? And why has justice failed to determine it? To the first question, for now, there is no answer. On the second, there is a more solid and unsettling trace, because it leads us to catalog everything that has vanished.Nearly all the shields and helmets of the killed and wounded demonstrators have disappeared—objects whose bullet holes would have indicated the position of the shooters. Many of the bullets extracted from bodies, trees, the ground, and flower beds have vanished. Some trees were cut down, partly at the request of the Prosecution. The retrieval of bullets from the walls of the Hotel Ukraina was ordered only in 2018, four years after the fact. In short, everything that would have allowed an answer to the question «where did the shot come from?» disappeared. That the removals were intentional is a hypothesis; that they were selective is a fact. But that is not all. A witness, Volodymyr Pastushok, testified at the trial that when he told investigators he had seen snipers from the protest organizations in the Hotel Ukraina, «they laughed at him» and his deposition vanished from the case files. The investigations into the police officers and the demonstrators, who died in the same place at the same time, were conducted separately, without ever performing a ballistic comparison between the bullets extracted from the two groups of bodies. And the weapons? Video footage shows Right Sector evacuating the Hotel Dnipro a few weeks later carrying weapons inside musical instrument cases, under the supervision of Andriy Parubiy — commander of the Maidan self-defense and future Secretary of the National Security and Defense Council. The leader of Right Sector, Yarosh, has admitted this. Those weapons were never examined. Even in the most documented case of all — a man who confesses in three different venues without ever recanting — justice proceeds with the same faltering step. In 2018, the murder charge against Bubenchyk was downgraded to a minor offense. According to statements made by the case prosecutors to the Ukrainian state news agency in late 2022, a murder charge for the killing of the two officers (carrying a maximum penalty of life imprisonment) nevertheless appeared to be pending in court. In November 2023, the trial was still ongoing. How the case moved from a downgraded charge to a pending murder indictment once more is something no source explains. It has not been possible to verify whether the trial has concluded. However, there is one element that the court examined thoroughly: the ballistic report upon which the 2023 ruling partly relies. The defense of the police officers frequently cited it. The verdict utilizes, among other things, a 2019 examination of the bullets, which the court preferred over previous ones, citing their technical obsolescence. The initial analyses had been conducted using optical microscopes and a two-dimensional comparison system (Abis-Tais) that the forensic experts themselves at trial termed outdated, particularly when dealing with an enormous number of exhibits. The ballistic report is complex and detailed. It links many bullets to Kalashnikov rifles, but notes that shots were also fired from inside the activist-controlled Hotel Ukraina, while others were found to originate from weapons different from those issued to the Berkut. The court addresses these contradictions and partially resolves them: a material error corrected in the second report; a wound initially attributed to a hunting rifle used at close range turned out to be of a different nature. Only one riddle remains on the record, which an expert, when questioned, could not clarify: why the second report failed to list the discrepancies relative to the first. What Was Known and What They Did Not Wish to Know Let us return to Paet’s phone call. On its own, it says little to nothing. But there is more. On March 31, 2015, the Council of Europe publishes the report of its International Advisory Panel (a body established at the behest of Ukrainian President Petro Poroshenko), chaired by Nicolas Bratza, former president of the European Court of Human Rights. The document notes the deficiencies and obstruction of the investigations. It further reports that, according to the Ukrainian Prosecutor General’s Office, the evidence indicated at least three demonstrators were killed by shots originating from the Hotel Ukraina or the Conservatory; there also appeared to be unconfirmed evidence that ten people fell to shots fired from rooftops. In 2017, the United Nations notes the absence of significant progress in bringing those responsible to justice. Three distinct traces recording suspicion, obstruction, and impunity. None names the culprit. All indicate that the facts were known early on, but there was no desire to know them fully. The Line To summarize. It is established, by courts and bodies that supported the pro-Maidan camp, that: a) The Berkut intentionally killed demonstrators on February 20; b) Neither an order by Yanukovych nor the presence of Russian snipers was proven that day; c) The armed conflict — as distinct from the protest — was bilateral and deadly as early as February 18; d) The first to die on the 20th were three police officers, and at least the first shot came from buildings controlled by the square’s armed factions; e) Certain demonstrators were killed by gunfire originating from positions controlled by the militarized factions; f) Evidence useful for establishing who shot from those buildings was selectively destroyed. The following remain unproven: the identity of the snipers who shot from the Maidan buildings and, above all, whether anyone ordered them to target demonstrators in order to blame the regime. No court ruling establishes this. The tapestry woven by these traces is therefore this. On February 20, fatal shots were fired from multiple sides. Some came from the special police unit under the government’s authority; others came from buildings controlled by the armed organizations of the square. Operating here were men of the far-right who were later absorbed into the security structures of the state. The very state that has made it impossible to establish their identities. The dead, both policemen and demonstrators, were for the most part innocent victims of a violence directed above their heads. The most evident trace that remains is not the sound of the gunfire, but the silence that followed. A silence wrapped in a darkness that has swallowed the evidence. One can only hope that, sooner or later, someone will restore to us, at least in part, the light of truth. Primary Sources Judgment of the Sviatoshyn District Court (Kyiv). October 18, 2023, Proceeding No. 759/3498/15-k, Ukrainian Register of Judicial Decisions, reyestr.court.gov.ua/Review/114304164 (2,235 pages). Judgment of the Khmelnytsky District-City Court. March 11, 2025 (published April 11), Register No. 126543286. Report of the International Advisory Panel of the Council of Europe (Bratza Panel). March 31, 2015, French text, 125 pages. Recording of the Paet-Ashton Phone Call. February 26, 2014, full transcript of the audio leaked on March 5, 2014. Indipendent journalistic sources (directly verified) Human Rights Watch. Dispatches: In a Leaked Call, Where’s the Truth in Ukraine?, March 5, 2014 — hrw.org/news/2014/03/05/dispatches-leaked-call-wheres-truth-ukraine. StopFake. Urmas Paet Did Not Confirm That Snipers Were Hired by Leaders of Maidan — stopfake.org/en/urmas-paet-dit-not-confirm-that-snipers-were-hired-by-leaders-of-maidan. «KyivPost». Estonian Foreign Minister, in Leaked Phone Call, Raises Suspicions About Ukraine’s New Government and Sniper Killings, March 5, 2014 — [kyivpost.com/post/10357](https://kyivpost.com/post/10357). European Parliamentary Question. E-003239/2014 — europarl.europa.eu/doceo/document/E-7-2014-003239_EN.html Democratic Initiatives Foundation (Dif). Survey of Maidan demonstrators, December 2013. Bird in Flight. Interview with Ivan Bubenchyk, February 19, 2016. Ukrainska Pravda. Розслідування вбивств силовиків на Майдані: від публічних зізнань, вкрадених томів і до затримання в Іспанії, May 24, 2021 — pravda.com.ua/articles/2021/05/24/7294569. «KyivPost». Self-Admitted ‘Maidan Sniper’ Released, April 5, 2018 — [kyivpost.com/ukraine-politics/self-proclaimed-euromaidan-sniper-arrested-waits-court-ruling](https://kyivpost.com/ukraine-politics/self-proclaimed-euromaidan-sniper-arrested-waits-court-ruling). Unian. Ukraine’s Nabu Summons Chief Prosecutor for Questioning, 2019 — unian.info/politics/10615971. Radio Svoboda (RFE/RL). П’ять запитань та відповідей про справу Івана Бубенчика, April 2018 — radiosvoboda.org/a/29145554.html Radio Svoboda. Екстрадиція «майданівця», May 2021 (regarding the arrest in Spain of the second suspect, Dmytro Lypovyi). Ukrinform. Interview with prosecutors Ivan Babenko and Denys Ivanov, November 30, 2023 — ukrinform.ua/rubric-society/3793583. Secondary sources Ivan Katchanovski. The Russia-Ukraine War and its Origins and related chapters (Springer Nature, Palgrave). commons.com.ua (Спільне). The Maidan Shooting: Conspiracy Theories and Unanswered Questions. Paolo Butturini is a journalist. He has covered crime and legal news, entertainment, sports, and politics. Alongside his professional career, he has been active in the labor movement, serving as Secretary of the Roman Press Association and as Deputy Secretary of the National Press Federation. In 2019, he made his debut as an author with Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Together with a group of professionals, he founded the “A mano disarmata” Association (an international and multimedia forum for information against the mafia).
- scienza e politica
dossier guerra e capitale Le guerre fossili, la geopolitica del dollaro e la transizione energetica Emilio Lopez Gelcich La «connessione energetica» nella guerra tra Usa-Israele e Iran – così come l’operazione contro Maduro in Venezuela – è stata esplorata in un precedente intervento su queste pagine [1]. Riassumendo: la linea dell’amministrazione Trump – al di là delle sue incoerenze e della chiara influenza subita dal governo Netanyahu – ha l’obiettivo primario di rimanere dominante nel sistema energetico fossile. E per questo che l’amministrazione Trump attacca la transizione verso le rinnovabili, promuovendo una linea negazionista sul clima: nel nuovo ciclo tecnologico che porta alla transizione energetica è la Cina, considerato il principale avversario, a primeggiare. I due paradossi di Hormuz Quello che però è accaduto in questi mesi è che la soluzione militare (convenzionale) non ha a oggi ottenuto gli obiettivi strategici dichiarati. Nel corso del conflitto è stato utilizzato quasi la metà del (costosissimo) arsenale americano, per ricostruire il quale occorreranno diversi anni [2]. Di fatto, l’Iran appare sostanzialmente rafforzato: l’utilizzo dello stretto di Hormuz come arma geopolitica, non solo appare più efficace dell’improbabile e futuribile arma nucleare, ma mette in crisi un concetto base della globalizzazione come la conosciamo: la libertà assoluta di movimento per le merci. E, in specifico, quella delle fonti fossili, petrolio e gas liquefatto in primis. Ancora non è chiaro se allo stretto di Hormuz verranno imposti pedaggi da parte di Iran e Oman: se ciò accadesse, la stessa cosa potrebbe essere applicata altrove. Chi controlla le rotte marittime controlla la circolazione delle merci, e dunque la globalizzazione. Così il ruolo americano ne esce quantomeno incrinato, e questo è un primo paradosso evidente. Peraltro, l’Iran ha inferto colpi alle infrastrutture fossili nel Paesi dell’area del Golfo, per cui ci vorranno mesi o anni per le riparazioni. La produzione di gas liquefatto in Qatar, che interessa anche l’Italia, è stata ridotta di quasi il 20% e, da quello che emerge, non arriverà nulla fino a settembre. Dunque, la soluzione militare convenzionale a oggi è fallita. E, questo il secondo paradosso, la guerra e la conseguente crisi di Hormuz ha spinto ulteriormente gli investimenti nella transizione rinnovabile [3] e ne ha evidenziato il valore di sicurezza energetica. Tanto che persino il presidente di Confindustria in Italia se ne è reso conto, chiedendo al governo lo sblocco delle centinaia di progetti rinnovabili in attesa di autorizzazione. I «perdenti» della globalizzazione La globalizzazione dei mercati e della finanza ha avuto come motore principale gli Usa e un’ideologia neoliberista che ha creduto che la liberalizzazione dei mercati avrebbe in qualche modo «democratizzato» o «occidentalizzato» le altre aree del pianeta. Dario Fabbri, direttore di Domino, descrive questa ingenuità come la convinzione di americani e occidentali che anche altri Paesi volessero davvero occidentalizzarsi; e che la scoperta che questo non è vero sia stata, almeno negli Usa, uno shock. Ma, al di là delle interpretazioni di tipo «antropologico», alla base del movimento Maga c’era la richiesta (peraltro non nuova) di smettere di finanziare guerre e pretendere di essere i «guardiani del mondo» e di occuparsi invece di tornare grandi e investire risorse negli Usa. La globalizzazione, spostando masse di investimenti in altre aree del pianeta perché più redditizi, ha creato enormi sacche di povertà sia negli Usa che nel Regno Unito. Meno in un’Europa dove il welfare, pur in declino, ha però retto almeno finora. In questo senso, l’elezione di Trump è stata una reazione come, per altri versi, lo è stata la Brexit: pur essendo entrambe basate su falsità, hanno incrociato un forte malessere e paure di strati importanti della popolazione. Se si guarda alla produzione di Pil negli Usa si vede come le aree più ricche corrispondano a quelle dove elettoralmente i Democratici sono più forti, mentre le aree più povere sono tutte repubblicane, anche se nel 2024 con qualche differenza rispetto all’elezione del 2016 [4]. In sostanza ci sono «due Americhe» sempre più polarizzate; e, con la seconda presidenza Trump, si registra anche una netta riduzione della libertà di espressione [5]. I «perdenti occidentali» della globalizzazione, dunque, sono stati la base elettorale che ha fatto vincere Trump, con tutto l’armamentario razzista, sessista e suprematista che l’ha accompagnato. Salvo poi veder tradire la promessa di non investire più in nuove guerre: del resto, «un impero non può dimettersi da sé stesso» (Dario Fabbri). Geopolitica del (petro)dollaro Fallita l’opzione militare convenzionale, tradita la base Maga e in difficoltà crescenti con l’economia (anche) per la nuova situazione a oggi irrisolta dello Stretto di Hormuz, cosa dobbiamo aspettarci (a parte, un possibile esito sfavorevole a Trump alle elezioni di mid-term)? La visita di Trump in Cina dello scorso maggio ha mostrato come i rapporti tra Cina e Stati Uniti siano cambiati, se non quasi capovolti. Per una ragione semplice: con tutti i punti critici che esistono in Cina (sovrapproduzione, questione demografica, fragilità del mercato interno) gli Usa non possono fare a meno del gigante asiatico. Se, con la creazione (ancora allo stadio embrionale) dei Brics [6], è stata apertamente posta la questione di iniziare a sganciare le economie emergenti dalle transazioni in dollari e se già oggi alcune transazioni sono trattate in Remimbi (come tra Cina e Russia), il dollaro rimane tuttora al centro del sistema finanziario. Ma una certa de-dollarizzazione dell’economia globale è già in corso. Già lo scorso gennaio, Guglielmo Forges Davanzati sottolineava il rischio di dover «difendere con le armi» il predominio del dollaro, che ha visto calare il suo ruolo nelle riserve monetarie da oltre il 75% del 2001 al 57,8% del 2024: «La de-dollarizzazione procede di pari passo con il declino relativo dell’economia Usa. Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, il peso del Pil americano su quello globale si è, infatti, significativamente contratto: era circa pari al 40% nel 1945, è pari al 25% a fine 2025. Il tasso di crescita dell’economia Usa è passato da un valore medio del 4,5% del periodo 1950-1970 al più contenuto 2,3% dell’ultimo ventennio. Questo esito è in larga misura dipendente dall’elevata crescita economica cinese e, sul piano monetario, è da questa (e dall’ascesa dei Brics) che gli analisti fanno discendere il peso sempre relativamente minore della valuta statunitense negli scambi internazionali». [7] Va ricordato che, dopo la cessazione della convertibilità in oro decisa da Nixon nel 1971, l’accordo nel 1974, un anno dopo la prima crisi energetica, con l’Arabia Saudita di fare le transazioni in dollari aveva di fatto ancorato la valuta americana all’economia del petrolio: il «petrodollaro». La stessa valuta dell’Arabia Saudita è strettamente legata al dollaro. Questo ruolo della moneta americana ha consentito di finanziare il debito pubblico a tassi finora relativamente bassi; ma quest’epoca sembra poter declinare [8]. Il debito Usa è esploso a quasi 40 mila miliardi di dollari con circa 1200 miliardi all’anno di interessi sul debito. La quota di debito americano detenuta dalla Cina si è dimezzata dal 2013, fino a circa 651 miliardi di dollari, mentre le riserve cinesi in valuta americana sono ancora consistenti, circa 3400 miliardi. Il vero rischio della situazione attuale – come ha evidenziato l’economista Alessandro Volpi in un commento sulla sua pagina FB – è proprio questo: la difficile tenuta del dollaro come valuta di riferimento, per ragioni (anche) economiche, bilancia dei pagamenti, dipendenza dall’estero per diverse materie prime strategiche, indebolimento del ruolo dopo il fiasco militare. A parziale rafforzamento del ruolo del dollaro, commenta sempre Volpi sulla sua pagina FB, si registra l’esplosione delle stable coins, particolari criptovalute ancorate al dollaro, che hanno registrato tassi di incremento fortissimo in questi ultimi anni. Così come, ad esempio, la finanziarizzazione delle (futuribili) tecnologie nucleari va anch’essa nella direzione di «sostenere» la bolla finanziaria [9]. Bolla finanziaria e rischi di stabilità internazionale In tutto questo, infatti, la Borsa di Wall Street è ampiamente «drogata» da una bolla finanziaria legata oggi soprattutto all’Intelligenza Artificiale. La corsa verso l’IA generativa – diversamente dalla strategia cinese, molto più concreta alla ricerca di applicazioni operative a breve – sta assorbendo notevolissime risorse finanziare, generando utili minimi, ma l’aspettativa tiene alto il valore delle Big Tech. Secondo molti osservatori, questa bolla è destinata a scoppiare con conseguenze importanti. Così sintetizza sulla sua pagina FB l’economista Volpi: «In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno giganteschi debiti, dipendono in maniera determinante dai prestiti fatti dai risparmiatori e dagli investitori mondiali, non possono più stampare nuovi dollari per coprire il debito e producono sempre meno. Per questo il dollaro sta perdendo terreno. A fronte di ciò registrano una gigantesca bolla finanziaria, sganciata dalla realtà e sorretta, di nuovo, dal trasferimento dei risparmi globali verso i titoli Usa in larga misura per la mediazione decisiva dei grandi gestori, a cominciare da BlackRock». Se, dunque, l’opzione militare convenzionale si rivela una ulteriore inconcludente e sanguinosa distruzione e se il declino dell’egemonia (anche monetaria) americana può accelerare per «cause oggettive», l’emergere di un nuovo assetto globale passerà per un conflitto che utilizzi armi nucleari? Se questa opzione appare poco probabile, non è, purtroppo, del tutto impossibile. Un nuovo ordine globale senza una guerra mondiale? Quali siano le possibili vie d’uscita, non è semplice da dire. E, data l’imprevedibilità delle decisioni dell’amministrazione Trump, siamo anche di fronte a una difficoltà di lettura. Sembra di aver a che fare con una sorta di «impazzimento» legato alla consapevolezza che, in un mondo in forte evoluzione, il ruolo degli Usa viene, di fatto, progressivamente ridimensionato. In questa dinamica, cruciale è il rapporto con la Cina. C’è una sostanziale nuova «guerra fredda»[10] tra l’impero fossile rappresentato da Trump e il gigante asiatico che vuole diventare un primo «elettro-stato» che punta sulle rinnovabili e la transizione energetica. Ma al momento, e credo ancora per diverso tempo, la Cina non può fare a meno di un qualche appeasement con gli Usa. Se sono finiti i tempi della relazione Cina-Usa come il G2 – dell’epoca Obama – né la Cina né gli Usa sembrano poter fare a meno gli uni degli altri, pena un’instabilità pericolosissima, instabilità che il governo cinese non vuole, pena contraccolpi interni. Un secondo aspetto, auspicabile, è che esiste una base oggettiva che renderebbe necessario un (nuovo?) multilateralismo, ed è la necessità per tutti di combattere la crisi climatica. Trump è ovviamente fuori da questa prospettiva, ma non lo sono, ad esempio, due delle più forti economie statunitensi, la democratica California e il repubblicano Texas, entrambe impegnate nella transizione energetica, con il Texas in testa. Va ricordato che una politica lungimirante dell’amministrazione Biden-sussidiare le produzioni verdi negli Usa per tornare a produrre persino i pannelli solari – è ricaduta (soprattuto) negli Stati repubblicani. Dunque, anche per mero interesse economico e industriale, è forse possibile ancora riprendere il filo della transizione energetica negli Usa in un auspicabile post-Trump. La transizione è mirata a ridurre, in prospettiva, il mercato dell’economia fossile e dunque solo un’azione concordata tra le grandi aree del pianeta può consentirlo. È necessario, cioè, tornare in qualche modo allo spirito dell’Accordo di Parigi del 2015. Questa è la direzione per i movimenti ecopacifisti: battersi per la transizione delle rinnovabili, anche a livello nazionale e locale, non solo è un’azione per combattere la crisi climatica ma è anche battersi per ridurre il rischio di guerre. Chi, invece, ostacola la transizione è oggettivamente dalla parte dei signori delle fossili, da Trump fino agli interessi petroliferi di casa nostra. E delle guerre per il controllo delle aree di produzione. In un quadro internazionale di conflitto permanente, la lotta alla crisi climatica diventa difficilissima: per questa ragione, le politiche che servono alla pace (o anche solo a evitare una possibile guerra nucleare) sono la base per poter avere anche politiche per combattere la crisi climatica. L’Europa, come timidamente forse ha iniziato a fare, deve rompere la logica della terza guerra mondiale, e promuovere un dialogo – per quanto complicato – con la Cina (e con l’India come sta già facendo). Anche se su molti versanti il continente europeo è in declino relativo – industriale e tecnico-scientifico – come ha notato Francesco Sylos Labini [11], è anche vero che su diversi settori delle tecnologie necessarie alla transizione verde l’Europa, non solo produce per il mercato interno, ma è anche esportatrice di tecnologie [12]. Un futuro possibile – un orizzonte su cui ricostruire un nuovo multilateralismo – sarà solo nella transizione e lotta alla crisi climatica, nella quale alla fine siamo tutti coinvolti. Da questo punto di vista, va ribadito, Trump e Putin rimangono due facce della stessa medaglia. Fossile. Note 1 G. Onufrio, Le guerre per il petrolio e la transizione energetica, ahida, 20 aprile 2026. https://www.ahidaonline.com/post/dossier-italialeguerreperilpetrolioelanuovatransizioneenergetica 2 M.F. Cancian, C.H. Park, Rebuilding U.S. Missile Inventory: A Multiyear Project, may 27, 2026 https://www.csis.org/analysis/rebuilding-us-missile-inventory-multiyear-project 3 H. Zaremba, Clean Energy Investment Hits $2.2 Trillion, Nearly Double Fossil Fuels. OilPrice.com, June 17, 2026. https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Clean-Energy-Investment-Hits-22-Trillion-Nearly-Double-Fossil-Fuels.html 4 M. Muro and S. Methkupally, Trump again won counties representing a minority share of national GDP, but with notable gains. December 19, 2024. https://www.brookings.edu/articles/trump-again-won-counties-representing-a-minority-share-of-national-gdp-but-with-notable-gains/ 5 Matteo Villa di Aspi ha pubblicato su X un grafico per rappresentare questi aspetti. https://x.com/emmevilla/status/2073307450816503946?s=20 6 BRICS: originariamente Brasile, Russia India Cina e SudAfrica. Cui si sono andati aggiungendo Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Arabia Saudita. 7 G. Forges Davanzati, Quelle relazioni tra l’imperialismo e la fuga dal dollaro, «Domani», 7 gennaio 2026. 8 G. Gagliano, Il petrodollaro, pilastro invisibile della potenza USA. Notizie Geopolitiche, 18 marzo 2026. https://www.notiziegeopolitiche.net/il-petrodollaro-pilastro-invisibile-della-potenza-usa/ 9 A. Volpi, Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla. «Altreconomia», 28 maggio 2026. https://altreconomia.it/il-nucleare-diventa-il-terminale-di-destinazione-del-risparmio-globale-per-far-reggere-la-bolla/ 10 F. Sylos Labini, La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico, Fuori Collana.it, 29 giugno 2026. 11 F. Sylos Labini, Tecnologie, ora l’Europa è segnata dal tramonto. Il Fatto Quotidiano, 29 giugno 2026. 12 Ember, A clean break: leaving fossil volatility for clean tech security, 10 June 2026. https://ember-energy.org/app/uploads/2026/06/Report-A-clean-break-leaving-fossil-volatility-for-clean-tech-security.pdf Giuseppe Onufrio, fisico, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell’Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.
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i libri di ahida Benedetto Vecchi Un intellettuale dai piedi scalzi Scritti (1990-2020) Nel gennaio del 2020 ci lasciava Benedetto Vecchi. In questo libro abbiamo raccolto alcuni suoi testi selezionandoli tra le centinaia che ha scritto nel corso del suo quotidiano impegno come responsabile delle pagine culturali de «il manifesto» e militante in altri ambiti culturali e politici. Abbiamo qui privilegiato ciò che ha pubblicato sulle riviste «Luogo Comune», «DeriveApprodi», il numero unico de «Il Tallone del Cavaliere», «Machina». A ciò abbiamo aggiunto una sua intervista sul tema della militanza e testi tratti sia dal suo libro La rete dall’utopia al mercato, manifestolibri 2015, che da Tecnoutopie, DeriveApprodi (prima gestione). Non abbiamo insomma la pretesa di rendere qui conto, anche lontanamente, della quantità e qualità della produzione culturale espressa da Benedetto, piuttosto di esemplificare in un arco temporale trentennale alcuni passaggi cruciali della sua ricerca sul tema della rete, del quale era appassionato cultore sin dai tempi del suo ingresso nell’impresa de «il manifesto», non come giornalista ma, appunto, come tecnico informatico. Da lì prese avvio la sua avventura di «intellettuale dai piedi scalzi». Il pdf le libro è qui scaricabile.
- selfie da zemrude
dossier guerra e capitale Le tracce di Maidan Una ricostruzione indiziaria (1/2) Brigitte Tye Ucraina, un Paese diviso. Bastille, Haymarket Square, Tienanmen, Alimonda, Tahrir: nomi di piazze che hanno valicato il loro significato topografico assumendo quello di luoghi della Storia mondiale. Anche noi parleremo di una piazza che, ancora oggi, a distanza di dodici anni, indica un punto di svolta irreversibile nella vita di una nazione, l’Ucraina. Maidan è diventata un simbolo, oggi si direbbe divisivo: una parte la addita come la piazza del martirio per la libertà, l’altra come l’epicentro di un colpo di Stato. Adottando, senza presunzione di storici, il modello del paradigma indiziario di Ginzburg (così come lo storico lo formulò nel saggio Spie. Radici di un paradigma indiziario, 1979) e traducendolo in un reportage dal passato, proveremo a seguire le tracce che dalla dichiarazione di indipendenza del 1991 portano a piazza Maidan e agli avvenimenti che vi si svolsero. Due Ucraine 1991-2013 Cominciò con un sì quasi unanime e questo è il primo fatto che chiunque voglia capire l’Ucraina deve tenere a mente. Il 1° dicembre 1991, chiamati a confermare con un referendum la dichiarazione di indipendenza votata dal Parlamento tre mesi prima, gli ucraini risposero SI al 92%. Era una percentuale che oltrepassava ogni regione, ogni lingua, ogni storia. Votarono sì i contadini cattolici della Galizia occidentale e gli operai russofoni delle acciaierie di Donetsk. Per un momento, un momento solo, l’Ucraina si presentò come un Paese unito. Chi rilegge oggi quei numeri sa già come andò a finire. Ma all’epoca nessuno lo poteva immaginare. Vale la pena chiedersi: che cosa accadde in quei ventidue anni? Perché un paese che era nato con il 92% di consensi finì spaccato in due metà che si guardavano come nemiche? La frattura che c’era già La risposta andava ritracciata nel passato. Perché lo Stato che nacque nel 1991 era un’entità politica nuova, ma costruita sopra fratture vecchie di secoli. A occidente c’era la Galizia: austro-ungarica fino al 1918, poi polacca, mai parte dell’impero degli zar. Lì l’identità nazionale ucraina si era forgiata in opposizione agli occupanti (Vienna prima, Varsavia poi, Mosca per ultima). La chiesa era greco-cattolica. Gli eroi erano i nazionalisti dell’Oun (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, quella di Stepan Bandera) e il loro braccio armato, l’Upa (l’Esercito Insurrezionale Ucraino) che negli anni Quaranta avevano combattuto i sovietici, spesso alleandosi coi nazisti. La lingua era l’ucraino e basta. A oriente e a sud c’era un’altra Ucraina. Industrializzata dai piani quinquennali di Stalin, popolata da chi parlava russo per nascita o per convenienza, ortodossa di rito, legata a Mosca dalle rotte del gas e dai mercati dell’acciaio. Le sue città (Donetsk, Luhansk, Kharkiv) guardavano a est come la cosa più naturale del mondo. In mezzo stava Kyiv (o Kiev nella grafia russa, divisi anche in quello) e con la capitale il centro del paese: indeciso, oscillante, contendibile. Non era un’invenzione della propaganda russa. Era la stratificazione di duecento anni di storie diverse vissute sullo stesso suolo. Nessuno dei governi nazionali che si succedettero riuscì mai a saldarle. Russi e ucraini: un confine che sfugge ai numeri Qui conviene fermarsi, perché è il punto dove si annida il luogo comune più resistente: quello delle due etnie, i russi da una parte e gli ucraini dall’altra, come se bastasse un cognome o un cromosoma a stabilire l’identità personale. La realtà, a guardarla da vicino, è molto più sfuggente, e smonta sia la retorica di Mosca che quella di Kyiv. Quando i censimenti parlano di ucraini etnici e russi etnici usano una categoria che viene dall’Unione Sovietica, e che con l’identità vissuta ha poco a che fare. Nella tradizione sovietica la natsionalnost’ non era una libera autodichiarazione: era una classificazione burocratica, ereditaria, scritta nel passaporto interno. Se i due genitori erano della stessa nazionalità, quella diventava per legge la tua. Se erano di nazionalità diverse, a sedici anni, al momento del primo passaporto, potevi scegliere tra le due, e quella scelta restava per sempre. In un paese dove nel 1989 un quarto delle famiglie aveva coniugi di nazionalità diversa, questo sistema produceva etichette che dicevano più di un calcolo anagrafico che di un sentimento. Cosa succede allora quando l’Ucraina indipendente fa il suo primo censimento, nel 2001, dopo che i nuovi passaporti hanno cancellato la casella dell’etnia? Accade una cosa rivelatrice: una porzione consistente di chi nel 1989 si era dichiarato russo si dichiara ora ucraino. Non perché sia cambiata la popolazione, ma perché è cambiato il contesto della domanda. Lo studioso Cherviakov ha quantificato il fenomeno: il 73,1% del guadagno ucraino e il 78,8% della perdita russa tra i due censimenti derivano da spostamento identitario nel corso della vita, non da nascite, morti o migrazioni (che spiegano appena il 15-17% del totale). È la stessa gente che si riposiziona, una volta caduto il vincolo del passaporto. Le persone non erano cambiate: era caduto l’obbligo burocratico che le incasellava. E poi c’è la lingua, che è la vera linea di faglia, quella che conta davvero. Perché la lingua che parli a tavola dice molto più dell’etichetta scritta su un documento. Una parte larga degli ucraini etnici dell’Est era e rimase russofona: già nel 2001 il 14,8% di chi si dichiarava ucraino indicava il russo come prima lingua, e nelle regioni orientali la percentuale saliva molto più in alto. Specularmente, una quota di russi etnici votava fin dal 2004 per candidati pro-occidentali. Ridurre l’Ucraina allo scontro tra russi e ucraini è perciò un errore di metodo prima che di merito, un errore che entrambe le propagande commettono con entusiasmo simmetrico: perché a Mosca serve l’idea di un popolo russo da proteggere, e a Kyiv quella di un popolo ucraino da emancipare. La realtà sul terreno è un continuum di parlate, fedeltà e memorie che nessuna delle due cartoline riesce a contenere. Su questo continuum lo Stato non restò neutrale. Il curriculum scolastico dell’Ucraina occidentale, fin dagli anni Novanta, costruì sistematicamente un pantheon nazionale in cui l’Oun e l’Upa erano gli eroi, tacendo dei rapporti col Nazismo e dei genocidi di ebrei e polacchi. Due ragazzi cresciuti a Leopoli e a Donetsk ricevevano due versioni opposte e incompatibili della stessa storia. Sul versante della lingua il movimento fu di segno opposto, ma di pari forza: le scuole con il russo come lingua d’insegnamento, che nel 1989 erano 4.633, nel 2001 si erano già più che dimezzate, ridotte a 2.001 (un calo del 57%). Nel 1994, intanto, un referendum a Donetsk e Luhansk aveva chiesto di fare del russo una seconda lingua ufficiale: vinse il sì con circa il 90%. Kyiv annullò il risultato. Si tenga a mente quel gesto: a una metà del paese si stava dicendo che la sua voce, anche quando era schiacciante, non sarebbe stata ascoltata. Quanti e dove erano Le percentuali, da sole, restano astratte. Per capire il peso reale della frattura bisogna tradurle in teste, e i numeri della popolazione al 2013 (gli ultimi prima che la guerra cambiasse tutto) danno al nostro indizio una consistenza particolare. Alla vigilia della crisi l’Ucraina contava circa 45,4 milioni di abitanti, Crimea inclusa. Le sette regioni occidentali (l’area galiziana e quelle contigue: Leopoli, Ivano-Frankivsk, Ternopil, Rivne, Volyn, Zakarpattia, Chernivtsi) contavano circa 9,4 milioni: il 20,7% del totale, poco più di un ucraino su cinque. Kyiv e il blocco centrale del paese arrivavano a circa 13,6 milioni, il 29,9%. L’Est e il Sud insieme (Donetsk e Luhansk del bacino carbonifero, Kharkiv, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhia, Odessa, Mykolaiv, Kherson, Sumy, più Crimea e Sebastopoli) sfioravano i 22,5 milioni: il 49,5%, quasi metà della Nazione. Il dato va fissato perché è il contrappeso quantitativo a tutto ciò che verrà dopo. La macroregione che fornirà al movimento del Maidan il suo nucleo identitario, simbolico e organizzativo (l’Ovest, dove il consenso alle proteste toccherà punte dell’80%) pesava per un quinto del paese. La metà che guardava a Est, che del Maidan sarà spettatrice diffidente quando non ostile, era più del doppio. Tenere insieme questi due numeri (un quinto contro una metà) è la chiave per leggere senza ingenuità tutto quello che accadde a partire dal novembre 2013: una minoranza geografica intensamente mobilitata, e una maggioranza silenziosa che si sentiva esclusa dal racconto. Nessuno dei due gruppi, da solo, era l’Ucraina. Ed è precisamente questo il problema che nessun governo seppe risolvere. Il decennio del collasso Il primo presidente fu Leonid Kravchuk, già segretario del partito comunista ucraino, convertitosi al nazionalismo nel giro di poche settimane. Ereditò un’economia in caduta libera. La produzione industriale crollò del 40% in tre anni. L’iperinflazione del 1993 bruciò i risparmi di un’intera generazione. Nel 1994 gli ucraini lo punirono alle urne e scelsero Leonid Kuchma, ingegnere missilistico di Dnipropetrovsk, che aveva promesso due cose: rimettere in piedi l’economia e riavvicinarsi a Mosca. Kuchma rimase al potere dieci anni e la sua eredità va osservata da vicino, perché è in quel lasso di tempo e in quello spazio che molti dei nodi vennero al pettine. Sul terreno economico fu l’uomo delle grandi privatizzazioni: quelle che consegnarono l’industria pesante, le banche e le televisioni a una manciata di uomini che il mondo avrebbe imparato a chiamare oligarchi: Akhmetov, Pinchuk, Kolomoisky. Sul terreno geopolitico inventò la formula che gli sopravvisse: la politica multivettoriale, abbastanza filorussa da garantirsi il gas a prezzo d’amico, abbastanza filooccidentale da incassare aiuti e rispettabilità. Sul terreno interno non fece nulla per ricucire la frattura del Paese. Un conto rimandato. Poi ci fu il caso che ne segnò la fine. Nel 2000 il giornalista Georgiy Gongadze, autore di varie inchieste sulla corruzione in cui compariva anche il nome del premier, sparì; il suo corpo decapitato fu ritrovato in un bosco fuori Kyiv. Alcune registrazioni clandestine (i nastri di Melnichenko, dal nome della guardia del corpo che le aveva fatte) parevano collegare Kuchma all’ordine di togliere di mezzo quel giornalista scomodo. Non si arrivò mai a una condanna definitiva. Ma agli occhi dell’opposizione e, quel che più conta, dell’Occidente, la legittimità di Kuchma fu cancellata per sempre. Tre settimane di arancione Si arrivò così alle presidenziali del novembre 2004, il primo vero spartiacque. Da una parte Viktor Yanukovych, delfino di Kuchma, uomo del Partito delle Regioni, figlio di Donetsk, con alle spalle due condanne giovanili per reati minori e beniamino dell’elettorato russofono dell’Est. Dall’altra Viktor Yushchenko, ex governatore della banca centrale diventato volto dell’opposizione liberale e nazionalista. Il secondo turno, il 21 novembre, proclamò vincitore Yanukovych. Ma i conti non tornavano: gli osservatori internazionali non riuscivano a far quadrare i risultati ufficiali con i dati che uscivano dai seggi. I brogli c’erano, ed erano grossolani (schede moltiplicate in alcune regioni dell’Est, intimidazioni, registri manomessi). È qui che, nella nostra storia, compare per la prima volta Maidan. Kyiv si tinse di arancione. Per tre settimane, sotto il gelo di novembre, centinaia di migliaia di persone occuparono la piazza. La Corte Suprema annullò il voto e ordinò di ripeterlo. Al terzo turno vinse Yushchenko. L’Occidente lo raccontò come il trionfo della democrazia ucraina. Mosca lo bollò come un colpo di Stato pilotato da Washington. Tutte e due le versioni mancavano il bersaglio. Il punto, la traccia che fu nascosta, stava nei numeri che vennero dopo. Il sostegno all’Unione Europea, che prima del 2004 era maggioritario perfino nelle regioni orientali e meridionali, crollò sotto il 50%. In quelle regioni non sarebbe mai più risalito. In Crimea l’onda separatista, fino ad allora un’inclinazione sottotraccia, montò raggiungendo il 73% nei rilevamenti del 2008. L’est e il sud non avevano vissuto la Rivoluzione Arancione come una vittoria della democrazia. L’avevano introiettata come la conquista del loro territorio da parte dell’altra metà, per di più con l’aiuto di mani straniere. E quella percezione, registrata da istituti di sondaggio che non avevano alcun interesse a costruirla, avrebbe segnato la politica ucraina per dieci anni. La Rivoluzione Arancione non aveva sanato la frattura. L’aveva approfondita e, per la prima volta, l’aveva portata al punto di rottura. Il pendolo torna indietro Yushchenko governò male. La coalizione arancione si disfece in pochi mesi tra rivalità personali e veleni. L’economia non ripartì. Nel 2010 gli elettori imboccarono una strada che la narrazione occidentale tende a passare sotto silenzio: rimisero al potere l’uomo che avevano cacciato sei anni prima. Alle presidenziali di febbraio Viktor Yanukovych vinse con il 48,95% contro il 45,47% di Yulia Tymoshenko, l’eroina arancione. Yushchenko, il presidente uscente, il simbolo stesso della rivoluzione del 2004, si fermò sotto il 6%, quinto al primo turno. Stavolta gli osservatori dell’Osce non ebbero nulla da eccepire: parlarono di elezioni condotte in modo «professionale e trasparente». Il verdetto delle urne era inequivocabile. I sei anni del campo pro-occidentale erano stati bocciati. Nel febbraio 2010, insomma, Yanukovych non era ancora il corrotto filorusso della vulgata successiva. Era il presidente legittimamente eletto di un Paese diviso, che gli aveva concesso una seconda possibilità. La scelta impossibile Fu negli anni seguenti che scattarono le trappole. Tra il 2010 e il 2013 Yanukovych portò avanti, in parallelo, due trattative che non potevano stare insieme. Con la UE negoziava un Accordo di Associazione e di libero scambio (Dcfta, Deep and Comprehensive Free Trade Area) che, secondo Bruxelles, avrebbe agganciato l’economia ucraina agli standard europei, aperto i mercati, spinto verso una modernizzazione del sistema giuridico. La prospettiva era seducente: l’Unione Europea era il primo partner commerciale dell’Ucraina e una firma avrebbe segnato senza equivoci la direzione del paese. Ma nessuno parlava di adesione. Era un accordo di associazione, non un biglietto d’ingresso nel club. Con Mosca, intanto, il governo Yanukovych trattava l’ingresso nell’Unione Doganale (il blocco che riuniva Russia, Bielorussia e Kazakistan). Sul tavolo c’erano un prestito da quindici miliardi di dollari e uno sconto sul gas, di cui l’Ucraina era importatrice vorace a prezzi già calmierati. I vantaggi erano immediati, concreti e in contanti. Le condizioni quasi inesistenti. Il guaio era che le due strade si escludevano a vicenda. L’Unione Europea lo aveva messo nero su bianco: un paese dentro l’Unione Doganale russa non poteva firmare il libero scambio con l’Europa. Bisognava scegliere. E qui entrava in scena il terzo soggetto: il Fondo Monetario Internazionale. Perché l’accordo europeo, da solo, non bastava a tenere in piedi i conti ucraini durante la transizione: serviva un sostegno finanziario. L’Fmi, nel novembre 2013, dettò le sue condizioni. Immediato aumento del 40% delle tariffe del gas domestico. Tagli agli organici del pubblico impiego. Salari statali congelati. Riforma delle pensioni con l’età pensionabile delle donne portata da 55 a 60 anni — la stessa misura che il Parlamento ucraino aveva già bocciato nel 2011. Sussidi energetici, che valevano il 7,5% del Pil, da sforbiciare. Settore del gas da privatizzare. Tradotto dalla lingua dei tecnici a quella di una famiglia di Kharkiv o di Dnipropetrovsk, significava una cosa sola: bollette del gas quasi raddoppiate in pieno inverno e pensioni che si allontanavano di cinque anni. In una regione dove lo stipendio medio era già magro e il riscaldamento una voce pesante del bilancio domestico, non era un’astrazione contabile: era il timore concreto di non arrivare a fine mese. Ecco perché metà del Paese guardava la corsa verso Bruxelles non come una promessa, ma come un conto da pagare in prima persona. Il premier Mykola Azarov definì in pubblico quelle condizioni estremamente severe. Yanukovych, in una conversazione di cui rimane testimonianza, disse al vicepresidente americano Biden che se le condizioni restavano quelle, di quei prestiti l’Ucraina poteva fare a meno. Il 21 novembre 2013 sospese i negoziati con l’Unione Europea. L’Occidente lesse la mossa come una resa alla pressione del Cremlino. Mosca come una libera scelta sovrana. Tutt’e due, ancora una volta, dicevano ciascuna la propria mezza verità. La pressione russa era reale e documentata. Ma era altrettanto reale una crisi economica che mordeva e un pacchetto di condizioni che chiedeva agli ucraini più poveri di pagare subito il conto della transizione, in bollette più care e pensioni più magre, in cambio di benefici che, semmai, sarebbero arrivati anni dopo. L’Ucraina era un paese di quarantacinque milioni di abitanti, dei quali quasi la metà viveva nell’Est e nel Sud. Quella metà aveva già ingoiato la sconfitta del 2004. Osservava la corsa verso Bruxelles con una diffidenza che cresceva di mese in mese. Quello che venne dopo il mese di novembre l’avrebbe vissuto come un vero e proprio tradimento, ma lo vedremo più avanti. La piazza stava per riempirsi di nuovo. Ma questa volta non sarebbe finita con un terzo turno elettorale. Fonti primarie Referendum 1° dicembre 1991: Verkhovna Rada dell’Ucraina, atti ufficiali; Commissione Elettorale Centrale ucraina, risultati regionali (risultati per oblast disponibili negli archivi della Commissione e riportati in letteratura politologica standard: la percentuale del 92% è accertata su base primaria).Censimento ucraino 2001: State Statistics Committee of Ukraine, All-Ukrainian Population Census 2001, dati su composizione etnica, linguistica e distribuzione regionale. Cherviakov V. — Post-Soviet Affairs, 2002: quantificazione dello spostamento identitario inter-censimentare 1989-2001 (73,1% guadagno ucraino / 78,8% perdita russa da riposizionamento nel corso della vita). Scuole con lingua russa d’istruzione: Ministero dell’Istruzione ucraino, dati storici 1989-2001 (da 4.633 a 2.001, calo del 57%); citati in Katchanovski e in Razumkov Center. Osce/Odihr — Election Observation Mission Final Report, Ukrainian Presidential Election 2004: documentazione dei brogli al secondo turno, annullamento della Corte Suprema. Osce/Odihr — Election Observation Mission Final Report, Ukrainian Presidential Election 2010: giudizio di elezioni condotte professionalmente e con trasparenza. Risultati presidenziali 2010: Commissione Elettorale Centrale ucraina — Yanukovych 48,95%, Tymoshenko 45,47%, Yushchenko quinto con meno del 6%. Fmi — Condizioni novembre 2013: Imf Country Report No. 14/106 (aprile 2014); Imf Press Release Imf Executive Board Concludes 2013 Article IV Consultation, settembre 2013. Dichiarazione pubblica di Azarov (estremamente severe): Interfax-Ukraine, novembre 2013. Yanukovych-Biden: Dichiarazione di Yanukovych riportata da Interfax-Ukraine, dicembre 2013; citata anche in Jamestown Foundation, novembre 2013. Razumkov Center — Sondaggio 2008 su separatismo in Crimea (73%). Fonti secondarie di riferimento Katchanovski, Ivan — The Russia-Ukraine War and its Origins, Palgrave Macmillan, 2026 (capp. 1, 2, 4, 7): analisi dei dati sondaggistici regionali e del quadro politico 1991-2014. Rapawy, S. — Ethnic Reidentification in Ukraine, US Bureau of the Census, IPC Staff Paper No. 90, 1997: previsione del riposizionamento identitario inter-censimentare. Foreign Policy, 21 febbraio 2014 (The Loan That Launched a Crisis): analisi comparativa delle condizioni Ue/Fmi vs. offerta russa. La nazione come campo di battaglia C’è una frase, o per meglio dire una spia, che illumina il percorso di questo articolo. La pronuncia un uomo che non aveva ragione di mentire. Settembre 1991: il muro di Berlino è caduto da due anni, l’Unione Sovietica sta per dissolversi. Sul «Washington Post» esce un articolo dal titolo curioso - Innocence Abroad: The New World of Spyless Coups, firmato da David Ignatius, all’epoca responsabile esteri del giornale. Fra le righe, una citazione di Allen Weinstein, co-autore della legge che nel 1983 aveva istituito la National Endowment for Democracy (Ned): «Molto di ciò che facciamo oggi veniva fatto di nascosto venticinque anni fa dalla Cia». Il fondatore di un’istituzione statunitense ne descrive la funzione con la franchezza di chi non immagina che, trent’anni dopo, quella frase diventerà un indizio. E qui torna in gioco il paradigma di Ginzburg. La traccia è tanto più significativa se un soggetto ammette qualcosa contro il proprio interesse. Mosca che accusa Washington è scontato; Washington che si denuncia da sola pesa moltissimo. La regola del gioco Scopriamo subito le carte. Non vogliamo dimostrare l’equivalenza morale tra le due potenze che hanno agito sul terreno ucraino, sarebbe un giudizio non un’indagine. Cerchiamo la simmetria delle prove: le stesse domande poste all’ingerenza occidentale e a quella russa, lo stesso scetticismo applicato alle due narrative. Quella occidentale dipinge il 1991-2013 come la lenta maturazione democratica di un popolo; quella russa come un complotto pluridecennale ordito a Langley (sede della Cia). Cominceremo prendendo sul serio entrambe e le metteremo alla prova. Le due ipotesi di lavoro Come Ginzburg con il quadro, con la cartella clinica, con l’impronta: due ipotesi di partenza, una per versante, che vengono via via corrette dalle tracce rinvenute sul percorso. Prima ipotesi, lato americano: esisteva una strategia chiara e continuativa, in cui l’Ucraina non era il fine ma la leva, la pedina il cui spostamento determinava la statura e la forza della Russia. Seconda ipotesi, lato russo: dal 2000, con l’arrivo di Putin, anche Mosca, dopo un percorso a zig-zag, smette di subire e si dà una strategia: ritornare a essere una superpotenza con uno spazio il più ampio possibile su cui esercitare influenza e controllo. Si potrebbe obiettare subito: «gli Stati Uniti non sono una mente sola; il Pentagono, il Dipartimento di Stato, la Ned, le diverse amministrazioni avevano gradi diversi di ambizione». È vero, ma riguarda gli strumenti, i tempi, la soglia di rischio, non la direzione e l’obiettivo finale. Una nazione delibera in modo plurale e agisce in modo unitario: alla fine vota un bilancio, firma un comunicato di vertice, muove un’ambasciata. Quella sintesi è esattamente l’oggetto della nostra indagine: leggere l’impronta e non l’intenzione. Quando quattro soggetti istituzionali diversi (un sottosegretario alla Difesa, un consigliere per la sicurezza nazionale, il presidente di una fondazione, un diplomatico) indicano lo stesso fine, che attraversa quattro amministrazioni e due partiti, quella convergenza è strategia nazionale. Lo stesso metro lo applicheremo a Mosca. Parte prima: La traccia occidentale Il telaio permanente Marzo 1992: il «New York Times» pubblica stralci di un documento di pianificazione del Pentagono, la Defense Planning Guidance redatta sotto Paul Wolfowitz, sottosegretario alla difesa dell’amministrazione George H. W. Bush. Il primo obiettivo strategico è formulato con chiarezza: impedire «il riemergere di un nuovo rivale», e dissuadere qualunque potenza dall’aspirare a un ruolo regionale o globale maggiore. Non parla di Ucraina, parla di Eurasia, ma è il puzzle di cui l’Ucraina diventerà la tessera fondamentale. Il puzzle lo completa, cinque anni dopo, l’uomo che più di ogni altro ha pensato lo spazio post-sovietico come una scacchiera. Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, 1997: l’Ucraina è un «perno geopolitico», e, questa è la tesi che conta, senza l’Ucraina la Russia «cessa di essere un impero eurasiatico». La frase è pubblica, stampata, citata mille volte. L’’Ucraina non interessa per sé stessa, interessa come grandezza che, sottratta o aggiunta, ridimensiona o ingrandisce la Russia. Con Kyiv nel campo occidentale, Mosca resta una potenza nazional-regionale; senza, può tornare impero. Ma, attenzione, ridimensionare non è dissolvere. L’investimento paziente L’articolo di Ignatius contiene, già nel 1991, un dettaglio che allora nessuno notò: la Ned, scrive il giornalista del «Washington Post», finanziava «il movimento per l’indipendenza ucraina noto come Rukh». Prima dell’indipendenza, dentro l’Unione Sovietica ancora in piedi. Lo confermerà, trent’anni dopo, il presidente della stessa Ned, Damon Wilson: partner dell’Ucraina «dal 1989, prima dell’indipendenza». Due fonti, due epoche, lo stesso fatto: l’indizio si concretizza. Quindi la natura dell’operazione non è quella del colpo di mano, piuttosto quella della semina. Per tutto il primo decennio gli strumenti sono tre e lavorano in parallelo. C’è l’apparato istituzionale: Usaid (United States Agency for International Development, l’agenzia statunitense per la cooperazione internazionale), la Ned, gli istituti dei due partiti statunitensi che formano i quadri politici filo-occidentali. C’è il condotto culturale: borse di studio, scambi, la formazione di una generazione di giornalisti grazie a strutture come Internews, attiva dal 1995. E c’è il canale economico attraverso il quale si ridefiniscono le norme: il Fmi (Fondo monetario internazionale) e la Banca Mondiale, che legano i prestiti a privatizzazioni e liberalizzazioni, cioè a riforme che riducono, passo dopo passo, la dipendenza strutturale dall’economia russa. Nessuno di questi canali è clandestino. Sono visibili, rendicontati con tanto di bilanci. Weinstein l’aveva teorizzato: la trasparenza non è neutralità. Finanziare selettivamente una metà di un paese diviso è una forma di ingerenza, anche quando il bonifico è tracciabile. Anzi, diceva Weinstein, la visibilità «è la sua stessa protezione». La leva Nato A questo si aggiunge una leva strutturale che a Mosca pesa più di ogni finanziamento: l’allargamento dell’Alleanza atlantica. I cicli del 1999 e del 2004 portano il confine Nato fin alle porte della Russia; il vertice di Bucarest del 2008 dichiarerà che Ucraina e Georgia «diventeranno» membri, senza però offrire un percorso d’adesione reale. È la formula peggiore possibile dal punto di vista della stabilità: abbastanza per allarmare definitivamente Mosca, non abbastanza per proteggere Kyiv. Teniamo a mente questa data, 2008, perché sarà uno snodo anche sull’altro versante. Il collaudo Poi arriva il 2004, e la semina sembra produrre i suoi frutti. La Rivoluzione Arancione non nasce dal nulla: è l’ultimo anello di una catena che gli stessi protagonisti hanno raccontato. Serbia 2000, il gruppo Otpor, Resistenza, abbatte Milošević con tecniche apprese da Gene Sharp (teorico della disobbedienza civile e della nonviolenza strategica) e dal colonnello Robert Helvey, ex preside della scuola d’intelligence militare americana; Georgia 2003, il modello è replicato da Kmara, Basta; Ucraina 2004, tocca a Pora, È ora, i cui attivisti vanno a imparare il mestiere dai veterani serbi. Il trasferimento è documentato e ammesso dai formatori stessi. E qui Helvey lascia la traccia più rivelatrice. Interrogato sulla natura di quella formazione nonviolenta, risponde: «Le rivoluzioni nonviolente sono anch’esse una forma di azione militare e vanno considerate tali». Il suo manuale insegnava a individuare i «pilastri di sostegno» del regime (controllo dei media, fedeltà delle forze di sicurezza) e a pianificare la «campagna» con lessico clausewitziano. Nonviolenta negli strumenti, militare nell’architettura: la falsa dicotomia tra protesta spontanea e operazione si scioglie qui. In realtà sono la stessa cosa. I limiti di una strategia A questo punto l’ipotesi forte (Ucraina come pedina di una strategia destinata a un altro soggetto) sembrerebbe confermata. Infatti, lo è con un limite da sottolineare: la sua fallibilità. Cosa produsse, davvero, il 2004? Prima della Rivoluzione Arancione il sostegno all’integrazione europea era maggioritario perfino nelle regioni orientali e meridionali, fra il 60 e l’80 per cento; dopo, crolla sotto il 50 e non risale più. Il separatismo in Crimea, misurato dal Razumkov Center, sale al 73 per cento nel 2008. E Yushchenko, l’uomo della riscossa Arancione, nel 2010 raccoglie il 5,5 per cento: viene battuto, in elezioni che l’Osce (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) certifica regolari, proprio da quel Yanukovich che la piazza aveva rovesciato sei anni prima. L’intervento occidentale non integrò né unì l’Ucraina: la spaccò più a fondo. Se la strategia era così padrona della scacchiera, perché produsse l’opposto del suo scopo? La risposta è istruttiva: la direzione era unitaria, ma il controllo dell’esito no. Una strategia esisteva; l’onniscienza no. Lo conferma anche ciò che accadrà nel 2008 in Georgia e nel 2014 in Crimea, dove Washington verrà còlta di sorpresa dalla reazione russa. E chi pianifica il crollo dell’avversario non viene sorpreso dalla sua difesa. Semmai questi inciampi lasciano emergere un’altra traccia che completa il quadro. L’obiettivo documentato è il ridimensionamento della Russia, non la sua crisi terminale o la sua frammentazione; quella retorica apparterrà a un’altra stagione, dopo il 2022. Retrodatarla al nostro arco temporale sarebbe un falso. Il premio Il sigillo lo mette, nel settembre 2013, Carl Gershman, presidente della Ned, in un editoriale sul Washington Post: l’Ucraina è «il premio più grande». È l’esplicitazione pubblica, a tre mesi dal Maidan, di una strategia ventennale. Gershman aggiunge che la scelta europea di Kyiv potrebbe mettere Putin «dalla parte dei perdenti» non solo nell’Eurasia, ma «dentro la Russia stessa». Qui le parole vanno pesate bene: «dentro la Russia» significa erosione del sistema Putin, la sua delegittimazione, non lo smembramento dello Stato russo. La differenza è fra ciò che dicono le fonti e quello che la propaganda avversaria fa dire loro. Parte seconda: La traccia russa Ora lo stesso metro, sull’altro versante geopolitico. E qui la prima cosa da dire è che, per quasi un decennio, una strategia russa semplicemente non esiste. O almeno non è rintracciabile. La fase del vuoto (1991-1999) Negli anni Novanta la Russia non poteva competere, perché era essa stessa in disfacimento: crollo del Pil, iperinflazione, privatizzazioni predatorie, prima guerra cecena, uno Stato che si stava liquefacendo. La sua influenza sull’Ucraina era più un’eredità che un disegno: dipendenze economiche sovietiche, lingua condivisa, reti personali e, soprattutto, il gas. Mentre l’Occidente costruiva reti attive, Mosca si appoggiava a dipendenze passive. Uno squilibrio che smonta in partenza la simmetria pigra delle «due potenze che fanno la stessa cosa»: nel primo decennio non la fanno e basta. Una progetta il futuro, l’altra sperpera un’eredità che si consuma. La cesura del 2000 Poi, al Cremlino, arriva Putin, e qui collochiamo la seconda supposizione. Ipotizziamo cioè, e dovremo verificarlo perché mancano i documenti che avevamo sul versante americano, che dal 2000 Mosca punti via via a ritornare a essere una superpotenza che controlla lo spazio ai suoi confini e determina le scelte di un’area nevralgica per il mondo: l’Eurasia. Ma il disegno non è lineare, anzi, avanza a zig-zag. Il partner deluso Il primo Putin non è antioccidentale. Nel marzo 2000, in un’intervista alla Bbc, arriva a non escludere un ingresso nella Nato, «a condizione che la Russia sia trattata come un partner alla pari». Apertura tattica, certo; ma è il segno di un’epoca in cui quella frase era ancora pronunciabile. Dopo l’11 settembre 2001 è il primo leader a telefonare a Bush; offre sostegno logistico alla guerra in Afghanistan, acconsente di fatto alle basi americane in Asia centrale, il cortile di casa russo. Questo atteggiamento smentisce l’ipotesi del revisionismo congenito: chi ha un piano di sfida non apre il proprio fianco meridionale all’avversario. Il Putin dei primi anni cerca un posto al tavolo, non il suo rovesciamento. La maturazione interna Lo sguardo di Putin, all’inizio, si concentra su altro. Sulla ricostruzione dell’autorità dello Stato all’interno della Russia. La seconda guerra cecena ripristina con la forza il dominio dei territori; il caso Yukos, con l’arresto dell’oligarca Khodorkovsky nel 2003, riporta sotto il controllo del Cremlino il settore energetico e rimette in riga gli oligarchi. Da qui in avanti il gas non è più solo una materia prima: diventa uno strumento di pressione, una leva di politica estera che le crisi del 2006 e del 2009 (quest’ultima lasciò mezza Europa orientale senza riscaldamento in pieno inverno) mostreranno al mondo. È la differenza tra possedere un’arma e decidere di usarla. Le rotture percepite Tra il 2003 e il 2007 si accumula, dal punto di vista di Mosca, una sequenza di sgarbi. L’allargamento Nato del 2004 fino ai Baltici; le rivoluzioni colorate in Georgia e in Ucraina, lette dal Cremlino non come moti spontanei ma come operazioni occidentali condotte sull’uscio di casa (la nostra prima parte dimostra che quella lettura, sia pure parziale, non era infondata); il progetto di scudo antimissile in Polonia e Repubblica Ceca; sullo sfondo, il precedente del Kosovo del 1999, la secessione strappata con i bombardamenti Nato che Mosca rinfaccerà come prova del doppio standard occidentale. Una ragnatela di nodi che, alla fine, disegna il tappeto della strategia. Monaco 2007 Il 10 febbraio 2007, alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Putin pronuncia il suo discorso-manifesto: denuncia il mondo unipolare, «un solo padrone, un solo sovrano», bolla l’espansione Nato come «una seria provocazione», rivendica un ordine internazionale a più poli, dove la Russia abbia lo spazio che le compete. È una dichiarazione. Dice quello che Putin vuole far sapere. Nel nostro percorso vale meno di un gesto sfuggito, ma resta un fatto di cui prendere atto. Collocato al suo posto nella cronologia, rivela una cosa: Monaco non è l’origine della strategia russa, è il suo punto di arrivo. È il momento in cui, dopo sette anni di delusioni, l’aspirante partner si trasforma in sfidante. La strategia si è delineata strada facendo, reattiva e cumulativa, cristallizzando a Monaco ciò che una serie di rotture avevano sedimentato. Quale strategia? Letta dalle tracce non è la ricostruzione dell’URSS né la conquista dell’Europa: è un revisionismo difensivo. Tenere il vicino estero fuori dalle alleanze avversarie (la neutralità dell’Ucraina); resistere all’ordine unipolare; usare le leve disponibili (il gas, i media, gli oligarchi e, più in là nel tempo, la forza) per impedire che la linea rossa ucraina venga superata. Gli strumenti russi sono asimmetrici rispetto a quelli occidentali: meno politici e più economici, meno civili e più militari, meno trasparenti perché passano per canali privati e non rendicontati. Il finanziamento al Partito delle Regioni, quello di Yanukovich, stimato da fonti occidentali fra i 50 e i 300 milioni di dollari, è il caso esemplare. La forbice enorme della stima ci dice che quel denaro non lascia impronte. Asimmetria di trasparenza, non di intensità. E un nome, in Ucraina, riassume alla perfezione il metodo russo: Viktor Medvedchuk, capo dell’amministrazione presidenziale di Kuchma fra il 2002 e il 2005. Legato personalmente a Putin, le sue reti televisive presidiavano l’informazione nell’est russofono. Mentre l’Occidente formava giornalisti, Mosca comprava emittenti. Due modi di influenzare la stessa opinione pubblica. L’epilogo annunciato Le due traiettorie convergono nel novembre 2013. Yanukovich, eletto regolarmente, con un programma non antieuropeo, si trova stretto in una tenaglia. Da un lato il Fmi: prestito legato all’aumento del 40 per cento delle tariffe del gas, tagli alla spesa, riforma delle pensioni. Yanukovich lo dice esplicitamente: «Biden mi assicura che il prestito è quasi fatto, ma se le condizioni restano queste, non ci servono quei soldi». Dall’altro lato la Russia: 15 miliardi, senza condizioni e sconto di un terzo sul prezzo del gas. Il presidente ucraino sospende l’accordo con Bruxelles; le piazze si riempiono. Ciò che accadrà dopo (il Maidan, i cecchini, il governo di transizione e, molto più avanti, l’invasione, il tavolo di Istanbul fatto saltare ecc.) appartiene alle puntate successive. Ci fermiamo sulla soglia, qui si chiude questa parte del percorso. Nota sulle fonti La Rivoluzione Arancione e il modello Otpor-Canavas. Per la catena Serbia-Georgia-Ucraina e la formazione di Pora: bilanci pubblici della National Endowment for Democracy (Ned); Anders Åslund, How Ukraine Became a Market Economy and Democracy (Peterson Institute for International Economics, 2009).Sulle dichiarazioni di Robert Helvey e l’impianto strategico della nonviolenza: Peace Magazine, v19n2 (2003); Robert Helvey, On Strategic Nonviolent Conflict: Thinking About the Fundamentals (Albert Einstein Institution, 2004); Gene Sharp, From Dictatorship to Democracy (Albert Einstein Institution, 1993).Sul paradosso degli effetti (polarizzazione anziché integrazione): sondaggi del Razumkov Center, 2002-2008. Le condizioni Fmi e la sospensione dell’accordo UE, International Monetary Fund, Country Report No. 14/106 (aprile 2014) e No. 15/69 (marzo 2015); comunicato FMI del 20 dicembre 2013.Dichiarazioni pubbliche di Mykola Azarov e Viktor Yanukovych, «Interfax-Ukraine», dicembre 2013.Jamila Trindle, The Loan That Launched a Crisis, «Foreign Policy», 21 febbraio 2014. Nrd, Usaid e il livello istituzionale. Carl Gershman, Former Soviet States Stand Up to Russia. Will the U.S.?, «Washington Post», 26 settembre 2013; discorso di Victoria Nuland alla «US-Ukraine Foundation», Washington, 13 dicembre 2013 (i 5 miliardi). La telefonata Nuland-Pyatt e le ammissioni americane. Registrazione resa pubblica il 6 febbraio 2014 (autenticità mai contestata).Chris Murphy, dichiarazione su C-SPAN, 25 febbraio 2014; Barack Obama, intervista a Fareed Zakaria, Cnn, 1° febbraio 2015; Jeffrey Sachs, intervista pubblica, 2023. La Defense Planning Guidance e il quadro strategico. Stralci pubblicati dal «New York Times», marzo 1992 (documento redatto sotto Paul Wolfowitz).Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, Basic Books, 1997. L’espansione Nato e il contesto. «National Security Archive», Nato Expansion: What Gorbachev Heard, briefing book del 12 dicembre 2017; dichiarazione del vertice Nato di Bucarest, aprile 2008. La traiettoria di Putin. Intervista alla Bbc (David Frost), marzo 2000; discorso alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, 10 febbraio 2007.Per il caso Yukos e l’arresto di Khodorkovsky (2003): cronaca contemporanea. Le ingerenze russe: gas, media, finanziamenti. Crisi del gas russo-ucraine del 2006 e 2009 (contratti Gazprom-Naftogaz).Per i finanziamenti al Partito delle Regioni (stima 50-300 milioni di dollari) e il ruolo di Viktor Medvedchuk: stime di fonti occidentali, riprese in Katchanovski, The Russia-Ukraine War and its Origins (Palgrave Macmillan, 2026). Dati elettorali e sondaggi. Osce/Odihr, rapporti finali delle missioni di osservazione elettorale (Ucraina 2004 e 2010). Sondaggi Razumkov Center, 2001-2011.«Pew Research Center», Indagine sulla Crimea, aprile 2014. Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). The traces of Maidan: an evidentiary reconstruction – part 1/2 Ukraine, a Divided Country Bastille, Haymarket Square, Tiananmen, Alimonda, Tahrir: names of squares that have transcended their topographical meaning, transforming into landmarks of world history. We too shall speak of a square that, today, twelve years later, still marks an irreversible turning point in the life of a nation, Ukraine. Maidan has become a symbol—one might today call divisive: one side points to it as the square of martyrdom for freedom, the other as the epicenter of a coup d’état.Adopting, without historical pretense, the model of Ginzburg’s evidentiary paradigm (as the historian formulated it in his 1979 essay Clues: Roots of an Evidentiary Paradigm) and translating it into a reportage from the past, we will attempt to follow the traces that lead from the 1991 declaration of independence to Maidan Square and the events that unfolded there. Two Ukraines: 1991–2013 It began with a nearly unanimous yes, and this is the first fact that anyone wishing to understand Ukraine must keep in mind.On December 1, 1991, called upon to confirm via referendum the declaration of independence voted by Parliament three months prior, Ukrainians responded YES by 92% It was a percentage that transcended every region, every language, every history. The Catholic peasants of western Galicia and the Russian-speaking workers of the Donetsk steel mills both voted yes. For a moment, a single moment, Ukraine presented itself as a united country.Anyone re-reading those numbers today already knows how it ended. But at the time, no one could have imagined it. It is worth asking: what happened in those twenty-two years? Why did a country born with 92% consensus end up split into two halves that viewed each other as enemies? The Pre-existing Fracture The answer had to be retraced in the past. For the state born in 1991 was a new political entity, but one built upon fractures centuries old.To the west lay Galicia: Austro-Hungarian until 1918, then Polish, never part of the Tsarist empire. There, the Ukrainian national identity had been forged in opposition to occupiers (Vienna first, Warsaw next, Moscow last). The church was Greek-Catholic. Its heroes were the nationalists of the Oun (Organization of Ukrainian Nationalists, that of Stepan Bandera) and their armed wing, the Upa (the Ukrainian Insurgent Army), who in the 1940s had fought the Soviets, often allying with the Nazis. The language was Ukrainian, and Ukrainian alone.To the east and south lay another Ukraine. Industrialized by Stalin’s five-year plans, populated by those who spoke Russian by birth or convenience, Orthodox by rite, tied to Moscow by gas routes and steel markets. Its cities (Donetsk, Luhansk, Kharkiv) looked east as the most natural thing in the world.In the middle-stood Kyiv (or Kiev in the Russian spelling, divided even in that) and with the capital, the center of the country: hesitant, oscillating, contestable.This was no invention of Russian propaganda. It was the stratification of two hundred years of different histories lived on the same soil. None of the successive national governments ever managed to weld them together. Russians and Ukrainians: A Border Eluding Numbers Here it is worth pausing, for this is where the most resilient cliché nests: that of two ethnicities, Russians on one side and Ukrainians on the other, as if a surname or a chromosome were enough to establish personal identity. Reality, when looked at closely, is far more elusive, dismantling the rhetoric of both Moscow and Kyiv.When censuses speak of ethnic Ukrainians and ethnic Russians, they employ a category inherited from the Soviet Union, one that has little to do with lived identity. In the Soviet tradition, natsionalnost’ was not a free self-declaration: it was a bureaucratic, hereditary classification stamped into the internal passport. If both parents were of the same nationality, that became yours by law. If they were of different nationalities, at age sixteen, upon receiving your first passport, you could choose between the two, and that choice remained permanent. In a country where, by 1989, a quarter of families consisted of spouses of different nationalities, this system produced labels that spoke more of vital statistics than of sentiment.What happened, then, when an independent Ukraine conducted its first census in 2001, after the new passports erased the ethnicity box? A revealing phenomenon occurred: a substantial portion of those who had declared themselves Russian in 1989 now declared themselves Ukrainian. Not because the population had changed, but because the context of the question had. The scholar Cherviakov quantified the phenomenon: 73.1% of the Ukrainian gain and 78.8% of the Russian loss between the two censuses derived from life-course identity shifts, not from births, deaths, or migration (which accounted for a mere 15-17% of the total). It was the same people repositioning themselves once the passport constraint fell. The people had not changed; the bureaucratic obligation that pigeonholed them had vanished.And then there is language, which is the true fault line—the one that actually matters. Because the language spoken at the dinner table says far more than the label written on a document. A large segment of ethnic Ukrainians in the East was, and remained, Russian-speaking: as early as 2001, 14.8% of those who declared themselves Ukrainian indicated Russian as their first language, and in the eastern regions, that percentage soared much higher. Mirroring this, a portion of ethnic Russians had been voting for pro-Western candidates since 2004. To reduce Ukraine to a clash between Russians and Ukrainians is therefore a methodological error before a substantive one—an error both propagandas commit with symmetrical enthusiasm. Moscow needs the idea of a Russian people to protect, and Kyiv needs that of a Ukrainian people to emancipate. The reality on the ground is a continuum of dialects, loyalties, and memories that neither postcard can contain.On this continuum, the state did not remain neutral. Since the 1990s, the school curriculum of western Ukraine systematically constructed a national pantheon in which the OUN and UPA were heroes, remaining silent on their ties to Nazism and the genocides of Jews and Poles. Two children growing up in Lviv and Donetsk received two opposite and incompatible versions of the same history.On the language front, the movement was in the opposite direction but of equal force: schools with Russian as the language of instruction, which numbered 4,633 in 1989, had already been more than halved by 2001, reduced to 2,001 (a 57% decline). Meanwhile, in 1994, a referendum in Donetsk and Luhansk asked to make Russian a second official language: the "yes" vote won with approximately 90%. Kyiv annulled the result. Keep that gesture in mind: one half of the country was being told that its voice, even when overwhelming, would not be heard. How Many and Where They Were Percentages alone remain abstract. To understand the true weight of the fracture, they must be translated into headcounts, and the population figures for 2013 (the last before the war changed everything) give our clue a particular solidity.On the eve of the crisis, Ukraine had approximately 45.4 million inhabitants, Crimea included. The seven western regions (the Galician area and adjacent ones: Lviv, Ivano-Frankivsk, Ternopil, Rivne, Volyn, Zakarpattia, Chernivtsi) counted about 9.4 million: 20.7% of the total, just over one Ukrainian out of five. Kyiv and the central bloc of the country reached about 13.6 million, or 29.9%. The East and South together (Donetsk and Luhansk of the coal basin, Kharkiv, Dnipropetrovsk, Zaporizhzhia, Odesa, Mykolaiv, Kherson, Sumy, plus Crimea and Sevastopol) approached 22.5 million: 49.5%, nearly half the nation.This datum must be fixed because it is the quantitative counterweight to everything that followed. The macro-region that would provide the Maidan movement with its identity-based, symbolic, and organizational core (the West, where support for the protests would peak at 80%) carried the weight of one-fifth of the country. The half that looked East, which would be a distrustful if not hostile spectator of Maidan, was more than double that size. Holding these two numbers together (one-fifth versus one-half) is the key to reading everything that occurred from November 2013 onward without naivety: an intensely mobilized geographical minority, and a silent majority that felt excluded from the narrative. Neither group alone was Ukraine. And that is precisely the problem no government knew how to solve. The Decade of Collapse The first president was Leonid Kravchuk, a former secretary of the Ukrainian Communist Party who converted to nationalism in a matter of weeks. He inherited an economy in free fall. Industrial production collapsed by 40% in three years. The hyperinflation of 1993 wiped out the savings of an entire generation. In 1994, Ukrainians punished him at the ballot box and chose Leonid Kuchma, a missile engineer from Dnipropetrovsk, who had promised two things: to get the economy back on its feet and to draw closer to Moscow.Kuchma remained in power for ten years, and his legacy must be observed closely, because it is within that timeframe and space that many knots came to a head.In the economic sphere, he was the man of large-scale privatizations—those that handed heavy industry, banking, and television networks over to a handful of men the world would learn to call oligarchs: Akhmetov, Pinchuk, Kolomoisky. In the geopolitical arena, he invented the formula that outlived him: the multi-vector policy, pro-Russian enough to guarantee discounted gas, pro-Western enough to collect aid and respectability. Domestically, he did nothing to heal the country’s fracture. A deferred bill.Then came the case that marked his end. In 2000, journalist Georgiy Gongadze, author of several investigations into corruption in which the prime minister’s name appeared, vanished; his decapitated body was found in a forest outside Kyiv. Clandestine recordings (the Melnichenko tapes, named after the bodyguard who made them) appeared to connect Kuchma to the order to eliminate the inconvenient journalist. A definitive conviction never materialized. But in the eyes of the opposition and, more importantly, the West, Kuchma’s legitimacy was permanently erased. Three Weeks of Orange This led to the presidential elections of November 2004, the first true watershed.On one side was Viktor Yanukovych, Kuchma’s handpicked successor, a man of the Party of Regions, a son of Donetsk, with two youth convictions for minor offenses behind him and the darling of the Russian-speaking electorate of the East. On the other was Viktor Yushchenko, a former central bank governor who became the face of the liberal and nationalist opposition.The second round, on November 21, proclaimed Yanukovych the winner. But the math did not add up: international observers could not reconcile official results with the data emerging from polling stations. Fraud was present, and it was crude (ballots multiplied in several eastern regions, intimidation, tampered registries).It is here that, in our story, Maidan appears for the first time. Kyiv was tinged with orange. For three weeks, in the freezing November cold, hundreds of thousands of people occupied the square. The Supreme Court annulled the vote and ordered a rerun. In the third round, Yushchenko won.The West framed it as the triumph of Ukrainian democracy. Moscow branded it a coup d’état engineered by Washington. Both versions missed the mark. The point—the trace that remained hidden—lay in the numbers that followed.Support for the European Union, which prior to 2004 had held a majority even in the eastern and southern regions, plummeted below 50%. In those regions, it would never recover. In Crimea, the separatist wave, hitherto an undercurrent, surged to reach 73% in 2008 surveys. The East and South had not experienced the Orange Revolution as a victory for democracy. They had internalized it as the conquest of their territory by the other half, moreover aided by foreign hands. And that perception, recorded by polling institutes with no interest in manufacturing it, would shape Ukrainian politics for ten years.The Orange Revolution had not healed the rift. It had deepened it and, for the first time, pushed it to the breaking point. The Pendulum Swings Back Yushchenko governed poorly. The Orange coalition dissolved within months amid personal rivalries and vitriol. The economy failed to take off. In 2010, voters took a path that the Western narrative tends to gloss over: they returned to power the very man they had ousted six years earlier.In the February presidential elections, Viktor Yanukovych won with 48.95% against 45.47% for Yulia Tymoshenko, the Orange heroine. Yushchenko, the incumbent president and the very symbol of the 2004 revolution, finished below 6%, coming in fifth in the first round. This time, OSCE observers found no fault: they spoke of elections conducted in a "professional and transparent" manner. The verdict of the ballot box was unequivocal. The six years of the pro-Western camp had been rejected.In February 2010, in short, Yanukovych was not yet the corrupt pro-Russian figure of subsequent popular lore. He was the legitimately elected president of a divided country that had granted him a second chance. The Impossible Choice It was in the following years that the traps sprung.Between 2010 and 2013, Yanukovych pursued parallel negotiations that were mutually incompatible.With the EU, he negotiated an Association Agreement and a Deep and Comprehensive Free Trade Area (DCFTA) which, according to Brussels, would anchor the Ukrainian economy to European standards, open markets, and drive a modernization of the legal system. The prospect was alluring: the European Union was Ukraine’s primary trading partner, and a signature would clearly signal the country’s direction. Yet no one spoke of accession. It was an association agreement, not an entry ticket to the club.Meanwhile, with Moscow, the Yanukovych government was negotiating entry into the Customs Union (the bloc uniting Russia, Belarus, and Kazakhstan). On the table were a fifteen-billion-dollar loan and a discount on gas, of which Ukraine was a voracious importer at already subsidized rates. The benefits were immediate, concrete, and in cash. The conditions were nearly non-existent.The trouble was that the two paths were mutually exclusive. The European Union had put it in black and white: a country within the Russian Customs Union could not sign a free trade agreement with Europe. A choice had to be made.And here, a third actor entered the stage: the International Monetary Fund. For the European agreement alone was insufficient to sustain Ukrainian public finances during the transition; financial backing was required. In November 2013, the IMF dictated its terms: an immediate 40% increase in domestic gas tariffs; headcount cuts in the public sector; frozen state salaries; pension reform raising the retirement age for women from 55 to 60—the very measure the Ukrainian Parliament had already rejected in 2011; energy subsidies, worth 7.5% of GDP, to be slashed; and the gas sector to be privatized.Translated from technocratic parlance into the language of a family in Kharkiv or Dnipropetrovsk, this meant one thing: gas bills nearly doubling in the dead of winter and retirement pushed five years further away. In a region where the average salary was already meager and heating constituted a heavy burden on the household budget, this was no accounting abstraction: it was the concrete fear of not making it to the end of the month. This is why half the country viewed the rush toward Brussels not as a promise, but as a bill to be paid personally.Prime Minister Mykola Azarov publicly described those conditions as extremely severe. Yanukovych, in a recorded conversation, told US Vice President Biden that if the conditions remained unchanged, Ukraine could do without those loans.On November 21, 2013, he suspended negotiations with the European Union.The West read the move as a surrender to Kremlin pressure. Moscow read it as a free, sovereign choice. Both, once again, told their own half-truth. Russian pressure was real and documented. But equally real was a biting economic crisis and a package of conditions asking the poorest Ukrainians to foot the bill for the transition immediately—in higher utility bills and meager pensions—in exchange for benefits that would arrive years later, if at all.Ukraine was a country of forty-five million people, nearly half of whom lived in the East and South. That half had already swallowed the defeat of 2004. It observed the rush toward Brussels with a distrust that grew month by month. What followed the month of November would be experienced by them as an outright betrayal, but we shall see that further along. The square was about to fill once more. But this time, it would not end with a third electoral round. Primary Sources December 1, 1991 Referendum: Verkhovna Rada of Ukraine, official acts; Ukrainian Central Election Commission, regional results (oblast-level data available in the Commission archives and reported in standard political science literature: the $92\%$ figure is verified on a primary basis). 2001 Ukrainian Census: State Statistics Committee of Ukraine, All-Ukrainian Population Census 2001, data on ethnic and linguistic composition and regional distribution. Cherviakov V. — Post-Soviet Affairs, 2002: Quantification of inter-censal identity shifts 1989–2001 ($73.1\%$ of the Ukrainian gain / $78.8\%$ of the Russian loss derived from life-course repositioning). Schools with Russian as the Language of Instruction: Ukrainian Ministry of Education, historical data 1989–2001 (from 4,633 to 2,001, a $57\%$ decline); cited in Katchanovski and by the Razumkov Center. Osce/Odihr — Election Observation Mission Final Report, Ukrainian Presidential Election 2004: Documentation of fraud during the second round, Supreme Court annulment. Osce/Odihr — Election Observation Mission Final Report, Ukrainian Presidential Election 2010: Assessment of elections conducted professionally and transparently. 2010 Presidential Election Results: Central Election Commission of Ukraine — Yanukovych $48.95\%$, Tymoshenko $45.47\%$, Yushchenko fifth with less than $6\%$. Imf — November 2013 Conditions: IMF Country Report No. 14/106 (April 2014); Imf Press Release Imf Executive Board Concludes 2013 Article IV Consultation, September 2013. Public statement by Azarov (extremely severe): Interfax-Ukraine, November 2013. Yanukovych–Biden: Statement by Yanukovych reported by Interfax-Ukraine, December 2013; also cited by the Jamestown Foundation, November 2013. Razumkov Center: 2008 survey on separatism in Crimea ($73\%$). Secondary Reference Sources Katchanovski, Ivan: The Russia-Ukraine War and its Origins, Palgrave Macmillan, 2026 (Chapters 1, 2, 4, 7): analysis of regional polling data and the political framework 1991–2014. Rapawy, S.: Ethnic Reidentification in Ukraine, US Bureau of the Census, IPC Staff Paper No. 90, 1997: forecast of inter-censal identity repositioning. Foreign Policy, February 21, 2014 (The Loan That Launched a Crisis): comparative analysis of EU/IMF conditions versus the Russian offer. The Nation as a Battlefield There is a sentence—or rather, a clue—that illuminates the path of this article. It was uttered by a man who had no reason to lie. September 1991: the Berlin Wall had fallen two years prior, and the Soviet Union was on the verge of dissolution. An article with a curious title appeared in the «Washington Post» - Innocence Abroad: The New World of Spyless Coups, penned by David Ignatius, then the paper’s foreign editor. Between the lines lay a quote from Allen Weinstein, co-author of the 1983 legislation that established the National Endowment for Democracy (NED): «A lot of what we do today was done covertly 25 years ago by the CIA».The founder of an American institution thus described its function with the candor of someone who did not imagine that, thirty years later, that very sentence would become a piece of evidence. Here, Ginzburg’s paradigm comes back into play. A trace is all the more significant when a subject admits to something against their own interest. Moscow accusing Washington is to be expected; Washington denouncing itself carries immense weight. The Rules of the Game Let us lay our cards on the table immediately. We do not seek to demonstrate a moral equivalence between the two powers that acted on Ukrainian soil; that would be a judgment, not an investigation. We seek a symmetry of evidence: applying the same questions to both Western and Russian interference, and the same skepticism to both narratives. The Western narrative depicts the 1991–2013 period as the slow democratic maturation of a people; the Russian narrative frames it as a decades-long conspiracy hatched in Langley (the headquarters of the CIA). We will begin by taking both seriously, putting them to the test. Two Working Hypotheses Much like Ginzburg dealing with a painting, a medical record, or a fingerprint, we establish two initial hypotheses—one for each side—which will be progressively refined by the traces uncovered along the way.First hypothesis, the American side: There existed a clear and continuous strategy in which Ukraine was not the end but the lever—the pawn whose movement determined the stature and strength of Russia.Second hypothesis, the Russian side: From 2000 onward, with the arrival of Putin, Moscow also abandoned its reactive posture after a zigzagging path and committed to a strategy: returning to superpower status with the widest possible sphere of influence and control over its neighborhood.One might immediately object: «The United States is not a single mind; the Pentagon, the State Department, the Ned, and various administrations possessed differing degrees of ambition». This is true, but it concerns the tools, the timing, and the threshold of risk, not the overall direction and ultimate objective. A nation deliberates plurally but acts unitarily: ultimately, it votes on a budget, signs a summit communiqué, or moves an embassy. That synthesis is precisely the object of our investigation—reading the print rather than the intention. When four distinct institutional actors (a Under Secretary of Defense, a National Security Advisor, a foundation president, and a diplomat) point to the same end, spanning four administrations and two political parties, that convergence constitutes a national strategy.We shall apply the exact same metric to Moscow. Part One: The Western Trace The Permanent Framework March 1992: The «New York Times» published excerpts from a Pentagon planning document, the Defense Planning Guidance, drafted under Paul Wolfowitz, Under Secretary of Defense in the George H. W. Bush administration. The primary strategic objective was formulated with absolute clarity: to prevent «the re-emergence of a new rival» and to dissuade any power from aspiring to a greater regional or global role. It did not explicitly mention Ukraine; it spoke of Eurasia, but this was the puzzle of which Ukraine would become the fundamental piece.The puzzle was completed five years later by the man who, more than any other, conceptualized the post-Soviet space as a chessboard. Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, 1997: Ukraine is a «geopolitical pivot», and — this is the thesis that matters — without Ukraine, Russia «ceases to be a Eurasian empire». The sentence is public, printed, and cited a thousand times. Ukraine is not of interest for its own sake, but as a variable that, when subtracted or added, diminishes or magnifies Russia. With Kyiv in the Western camp, Moscow remains a national-regional power; without it, it can return to empire. But, take note: to diminish is not to dissolve. The Patient Investment Ignatius’s 1991 article contained a detail that no one noticed at the time: the Ned, the «Washington Post» journalist wrote, was funding «the Ukrainian independence movement known as Rukh». This was before independence, while the Soviet Union was still standing. Thirty years later, the president of the Ned itself, Damon Wilson, would confirm this: they had been partners of Ukraine «since 1989, prior to independence». Two sources, two eras, the exact same fact: the clue solidifies.Thus, the nature of the operation was not that of a coup, but rather of a long-term sowing of seeds. Throughout the first decade, three mechanisms worked in parallel. There was the institutional apparatus: Usaid (United States Agency for International Development), the Ned, and the institutes of the two major US political parties forming pro-Western political cadres. There was the cultural conduit: scholarships, exchange programs, and the training of a generation of journalists through structures like Internews, active since 1995. And there was the economic channel through which structural norms were redefined: the Imf (International Monetary Fund) and the World Bank, which tied loans to privatizations and liberalizations — reforms that reduced, step by step, Ukraine’s structural dependence on the Russian economy.None of these channels were clandestine. They were visible, fully accounted for in public budgets. Weinstein had theorized this: transparency is not neutrality. Selectively funding one half of a divided country is a form of interference, even when the bank transfer is traceable. In fact, as Weinstein argued, visibility «is its own protection». The Nato Lever To this was added a structural lever that weighed more heavily on Moscow than any financial funding: the enlargement of the Atlantic Alliance. The rounds of 1999 and 2004 brought the Nato border to Russia’s doorstep; the 2008 Bucharest Summit would declare that Ukraine and Georgia «will become» members, without, however, offering a concrete membership pathway. It was the worst possible formula from the standpoint of stability: enough to permanently alarm Moscow, but insufficient to protect Kyiv. Let us keep this date, 2008, in mind, as it will prove a critical turning point on the other side as well. The Proving Ground Then came 2004, and the sowing of seeds seemed to bear fruit. The Orange Revolution did not emerge from a vacuum: it was the final link in a chain that the protagonists themselves have detailed. Serbia 2000: the Otpor group (Resistance), toppled Milošević using techniques learned from Gene Sharp (the theorist of civil disobedience and strategic nonviolence) and Colonel Robert Helvey, former dean of the US Defense Intelligence School. Georgia 2003: the model was replicated by Kmara (Enough!). Ukraine 2004: it was the turn of Pora, (It’s Time!), whose activists went to learn the trade from Serbian veterans. This transfer of knowledge is thoroughly documented and admitted by the trainers themselves.Here, Helvey leaves the most revealing trace. Questioned on the nature of that nonviolent training, he replied: «Nonviolent revolutions are also a form of military action and must be considered as such». His manual taught how to identify the «pillars of support» of a regime (media control, the loyalty of security forces) and to plan the «campaign» using Clausewitzian lexicon. Nonviolent in its tools, military in its architecture: the false dichotomy between spontaneous protest and engineered operation dissolves here. In reality, they are the same thing. The Limits of a Strategy At this stage, the strong hypothesis (Ukraine as a pawn in a strategy directed at another subject) would seem confirmed. Indeed it is, but with a crucial limitation to underline: its fallibility. What did 2004 actually produce? Prior to the Orange Revolution, support for European integration was in the majority even in the eastern and southern regions, tracking between 60% and 80%; afterward, it plummeted below 50% and never recovered. Separatism in Crimea, as measured by the Razumkov Center, rose to 73% in 2008. Furthermore, Yushchenko, the hero of the Orange resurgence, garnered a mere 5.5% of the vote in 2010: he was defeated, in elections certified as regular by the Osce (Organization for Security and Co-operation in Europe), by the very Yanukovych whom the streets had ousted six years prior.Western intervention did not integrate or unite Ukraine: it split it deeper. If the strategy was so dominant on the chessboard, why did it produce the opposite of its intended purpose? The answer is instructive: the direction was unitary, but control over the outcome was not. A strategy existed; omniscience did not. This is confirmed by what would happen in Georgia in 2008 and in Crimea in 2014, where Washington would be caught completely by surprise by the Russian reaction. A planner of an adversary’s collapse is not caught off guard by that adversary’s defense. If anything, these missteps expose another trace that completes the picture. The documented objective was the curtailment of Russia, not its terminal crisis or fragmentation; that rhetoric would belong to a later season, post-2022. To backdate it to our timeframe would be historically inaccurate. The Prize The final seal was applied in September 2013 by Carl Gershman, president of the Ned, in an op-ed for the «Washington Post»: Ukraine is «the biggest prize». This was the public, explicit articulation of a twenty-year strategy, coming just three months before Maidan. Gershman added that Kyiv’s European choice could put Putin «on the losing end» not just in Eurasia, but «within Russia itself». Here, the words must be weighed carefully: «within Russia» implied the erosion of the Putin system and its delegitimization, not the dismemberment of the Russian state. The distinction lies between what the sources actually state and what adversarial propaganda forces them to mean. Part Two: The Russian Trace We must now apply the exact same metric to the opposing geopolitical side. Here, the first point to clarify is that, for nearly a decade, a Russian strategy simply did not exist. Or, at the very least, it is untraceable. The Vacuum Phase (1991–1999) During the 1990s, Russia was in no position to compete, as it was undergoing its own internal unraveling: a collapsing Gdp, hyperinflation, predatory privatizations, the First Chechen War, and a liquefying state apparatus. Its influence over Ukraine was an inherited legacy rather than a strategic design: Soviet-era economic interdependencies, a shared language, personal networks, and, above all, natural gas. While the West was actively building networks, Moscow was relying on passive dependencies. This imbalance dismantles from the outset the lazy symmetry of «two powers doing the exact same thing»: during the first decade, they simply were not. One was planning for the future; the other was squandering a wasting inheritance. The Turning Point of 2000 Then, Putin arrived at the Kremlin, and here we position our second working hypothesis. We hypothesize — and we must verify this, given the lack of documented frameworks available on the American side — that from 2000 onward, Moscow progressively aimed to return to superpower status, controlling the space along its borders and dictating choices within a globally critical region: Eurasia. Yet this design was not linear; rather, it advanced in a zigzag fashion. The Disappointed Partner The early Putin was not inherently anti-Western. In a March 2000 «Bbc» interview, he went so far as to not rule out joining Nato, «provided Russia is treated as an equal partner». While certainly a tactical opening, it remains the sign of an era in which such a phrase could still be uttered. Following September 11, 2001, he was the first foreign leader to call Bush; he offered logistical support for the war in Afghanistan and effectively consented to American military bases in Central Asia — Russia’s own backyard. This posture contradicts the hypothesis of an innate revisionism: an actor planning a strategic challenge does not open their southern flank to their opponent. The Putin of those early years was seeking a seat at the table, not to overturn it. Internal Consolidation Initially, Putin’s focus lay elsewhere: on reconstructing the authority of the state within Russia. The Second Chechen War forcibly re-established territorial control; the Yukos affair, culminating in the 2003 arrest of oligarch Mikhail Khodorkovsky, brought the energy sector back under Kremlin control and brought the oligarchs to heel. From this point forward, gas was no longer merely a commodity: it became an instrument of pressure, a foreign policy lever that the crises of 2006 and 2009 (the latter leaving half of Eastern Europe without heating in the dead of winter) would demonstrate to the world. This marks the difference between possessing a weapon and deciding to deploy it. Perceived Fractures Between 2003 and 2007, a sequence of perceived slights accumulated from Moscow’s perspective. The 2004 Nato expansion up to the Baltic states; the color revolutions in Georgia and Ukraine — viewed by the Kremlin not as spontaneous movements but as Western operations conducted on its doorstep (a reading that our first part demonstrates was not entirely groundless); the proposed missile defense shield in Poland and the Czech Republic; and, in the background, the 1999 Kosovo precedent, a secession secured through Nato bombings that Moscow would repeatedly cite as proof of a Western double standard. This web of grievances eventually formed the fabric of Russia’s strategy. Munich 2007 On February 10, 2007, at the Munich Security Conference, Putin delivered his manifesto speech: he denounced the unipolar world of «one master, one sovereign», branded Nato expansion «a serious provocation», and demanded a multipolar international order where Russia held its rightful space. This was a declaration. It stated exactly what Putin wanted the world to know. For our purposes, it carries less weight than an unintended gesture, yet it remains a historical milestone. Placed chronologically, it reveals one thing: Munich was not the origin of Russia’s strategy, but its destination. It was the moment when, after seven years of frustration, the aspiring partner transformed into a challenger. The strategy had crystallized along the way — reactive and cumulative — solidifying at Munich what a series of systemic ruptures had deposited over time. What Kind of Strategy? Read through the available traces, Russia’s strategy was neither the reconstruction of the USSR nor the conquest of Europe: it was a defensive revisionism. Its goals were to keep the near abroad out of adversarial alliances (ensuring Ukraine’s neutrality); to resist the unipolar order; and to utilize available levers (gas, media, oligarchs, and, later, military force) to prevent the Ukrainian red line from being crossed. Russian instruments were asymmetrical compared to Western ones: less political and more economic, less civic and more military, and less transparent as they flowed through private, unaccounted channels. The funding of the Party of Regions — Yanukovych’s party — estimated by Western sources to be anywhere between 50 and 300 million dollars, serves as a textbook example. The massive variance in the estimate underscores that this money left no paper trail. It was an asymmetry of transparency, not of intensity.One name in Ukraine perfectly encapsulates the Russian method: Viktor Medvedchuk, head of Kuchma’s presidential administration between 2002 and 2005. Personally linked to Putin, his television networks dominated information in the Russian-speaking East. While the West trained journalists, Moscow bought broadcasting stations. These were two different ways of influencing the exact same public opinion. The Foretold Epilogue The two trajectories converged in November 2013. Yanukovych, regularly elected on a platform that was not anti-European, found himself caught in a pincer movement. On one side was the Imf: a loan conditioned on a 40% increase in gas tariffs, spending cuts, and pension reform. Yanukovych explicitly stated: «Biden assures me that the loan is almost a done deal, but if these are the conditions, we don’t need that money». On the other side was Russia: 15 billion dollars without structural conditions and a one-third discount on the price of gas. The Ukrainian president suspended the agreement with Brussels; the squares began to fill. What followed next (Maidan, the snipers, the transition government, and, much later, the invasion, the collapsed Istanbul talks, etc.) belongs to subsequent chapters. We stop here, on the threshold, where this part of the journey concludes. Note on source The Orange Revolution and the Otpor-Canvas Model. For the Serbia-Georgia-Ukraine chain and the formation of Pora: Public financial reports of the National Endowment for Democracy (NED); Anders Åslund, How Ukraine Became a Market Economy and Democracy (Peterson Institute for International Economics, 2009).On Robert Helvey’s statements and the strategic framework of nonviolence: Peace Magazine, v19n2 (2003); Robert Helvey, On Strategic Nonviolent Conflict: Thinking About the Fundamentals (Albert Einstein Institution, 2004); Gene Sharp, From Dictatorship to Democracy (Albert Einstein Institution, 1993).On the paradox of effects (polarization rather than integration): Surveys by the Razumkov Center, 2002–2008. Imf Conditions and the Suspension of the EU Agreement. International Monetary Fund, Country Report No. 14/106 (April 2014) and No. 15/69 (March 2015); IMF Press Release, December 2013.Public statements by Mykola Azarov and Viktor Yanukovych, «Interfax-Ukraine», December 2013.Jamila Trindle, The Loan That Launched a Crisis, «Foreign Policy», February 21, 2014. Ned, Usaid, and the Institutional Tier. Carl Gershman, Former Soviet States Stand Up to Russia. Will the U.S.?, «Washington Post», September 26, 2013.Address by Victoria Nuland at the «US-Ukraine Foundation», Washington, December 13, 2013 (the 5 billion). The Nuland-Pyatt Call and American Admissions. Intercepted recording made public on February 6, 2014 (authenticity never contested).Chris Murphy, statement on C-SPAN, February 25, 2014.Barack Obama, interview with Fareed Zakaria, Cnn, February 1, 2015.Jeffrey Sachs, public interview, 2023. The Defense Planning Guidance and the Strategic Framework. Excerpts published by the New York Times, March 1992 (document drafted under Paul Wolfowitz).Zbigniew Brzezinski, The Grand Chessboard, Basic Books, 1997. Nato Expansion and Context. «National Security Archive», Nato Expansion: What Gorbachev Heard, briefing book, December 12, 2017.Bucharest Nato Summit Declaration, April 2008. Putin’s Trajectory. Interview with the «Bbc» (David Frost), March 2000.Address at the Munich Security Conference, February 10, 2007.For the Yukos case and the arrest of Khodorkovsky (2003): Contemporary news reports. Russian Interference: Gas, Media, and Funding. Russian-Ukrainian gas crises of 2006 and 2009 (Gazprom-Naftogaz contracts).For the financing of the Party of Regions (estimated at 50–300 million dollars) and the role of Viktor Medvedchuk: Western source estimates, cited in Katchanovski, The Russia-Ukraine War and its Origins (Palgrave Macmillan, 2026). Electoral Data and Polling. Osce/Odihr, final reports of the election observation missions (Ukraine 2004 and 2010).Surveys by the Razumkov Center, 2001–2011.«Pew Research Center», Survey on Crimea, April 2014. Paolo Butturini is a journalist. He has covered crime and legal news, entertainment, sports, and politics. Alongside his professional career, he has been active in the labor movement, serving as Secretary of the Roman Press Association and as Deputy Secretary of the National Press Federation. In 2019, he made his debut as an author with Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Together with a group of professionals, he founded the “A mano disarmata” Association (an international and multimedia forum for information against the mafia).
- comp-art
dossier italia L’Arte Contemporanea e la Testa del Maiale Pablo Mesa Capella e Gonzalo Orquin La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate. Impera la testa mozzata del maiale: marcia, impalata, circondata da insetti lucidi e lussuriosi. È la testa del signore delle mosche, il trofeo sacrificale dei bambini diventati assassini su quell’isola deserta, immaginata da William Golding nel suo celebre romanzo Il signore delle mosche, scritto l’indomani della Seconda guerra mondiale. La testa putrefatta governa il mondo: il piccolo mondo di quella comunità immaginaria e il mondo attuale della comunità globale. Ed è sempre presente, in tutti i centri di potere, tra le giacche blu, le telecamere, i fotografi, i sepolcri imbiancati, i talk show e le notti insonni. Domina l’isola di Epstein dove i protagonisti dell’élite mondiale sfogarono i loro indicibili istinti sbranando l’innocenza e la vita di centinaia di giovanissime vittime. Il signore delle mosche sovrintende ogni immagine mediatica, l’ordine militare delle divise eleganti e ben stirate e le tute, tutte uguali, delle serie televisive Netflix che raccontano storie distopiche, tra dominanti e dominati, come Squid Game che ha come simbolo un grosso maiale-salvadanaio, appeso, pieno di monete d'oro che aumentano man mano che muoiono i giocatori espulsi. Il signore delle mosche è sempre esistito e sempre esisterà. Perché abita nella tua mente e nella mia, non solo in quella del piccolo Jack che diventa il capo dei bambini dispersi sull’isola, il più violento e dispotico del gruppo, al quale la maggioranza si affida scartando la razionalità e la saggezza di Ralph e Simon. È sempre una questione di scelta. Il sorriso di Joaquin Phoenix, nella sua fredda e disperata crudeltà, è il simbolo della vendetta che avanza, dell’incendio, della devastazione contagiosa e insensata. È una danza irresistibile, quella del Joker, che discende negli inferi, con la musica di Hildur Guðnadóttir, percorrendo lentamente, con gusto e macabra allegria, la lunga, interminabile scalinata, nel film di Todd Philips. Non c’è scampo nella fissità dello sguardo del protagonista che all’inizio ci è persino simpatico. Poi, ogni limite si rompe, ogni tabù cade, ogni morale si frantuma in un’orgia di sadismo. La sua espressione somiglia in modo impressionante ai quella dei soldati dell’IDF, a Netanyahu e Ben-Gvir, ai coloni assetati di morte, agli agenti dell’ICE, ai soldati russi e ucraini, ai membri di Hamas e di Al Qaeda e alla soldataglia di tutto il globo che fa appello a Dio e alla patria. Hanno lo sguardo vuoto, vitreo, impassibile, dal quale non traspare alcuna vitalità, alcuna scintilla, alcuna emozione. Sono gli stessi occhi delle SS, di Eichmann, Himmler, Goebbels e dei Khmer Rossi, e tutti portano nel petto la testa di maiale con lucidi mosconi che le ronzano attorno. Quando la violenza diventa legge, chi compie il male non prova alcun sentimento. Il giornalista americano Chris Hedges scrive, in Lettera a Refaat Alareer, a proposito del genocidio in corso a Gaza: «Gli assassini sono intrappolati in un mondo letterale. La loro immaginazione è calcificata. Hanno chiuso le porte all’empatia. Conoscono il potere della poesia ma non comprendono da dove derivi quella forza (…) E ciò che non capiscono lo distruggono. Non hanno la capacità di sognare. I sogni li terrorizzano». Noi siamo in mezzo a questa mistica politica che domina i giorni e addomestica gli sguardi. Gli uomini-macchina, come li definiva Georges Ivanovič Gurdjieff, obbediscono banalmente agli ordini e spargono sangue, sperma, arti e macerie sulle terre contese. «L’uomo è una macchina: tutto ciò che fa, tutte le sue parole, convinzioni, opinioni e abitudini sono i risultati di influenze e impressioni esterne», afferma Gurdjieff all’inizio del secolo scorso. Emblema del presente è lo stato di massima agitazione, il principio entropico che porta il vivente alle estreme conseguenze. Secondo gli Indù, questa è l’era del Kaly Yuga: materialismo e decadenza, menzogna, egotismo e forever war. Nel 1964, in Noi figli di Eichmann (Giuntina), Günter Anders, scrive: «Pertanto se parlo di pericolo, non è perché io fiuti qua e là totalitarismi politici, ma perché dappertutto incombe su di noi il totalitarismo tecnico, tecnico appunto, attorno al quale quello politico risulta essere solo un fenomeno secondario. Insomma quel che vedo è che il nostro mondo, e veramente nella sua interezza, tende verso il regno “chiliastico della macchina”; e che la nostra metamorfosi in pezzi di macchina co-procede continuamente attraverso questo sviluppo». Se è vero che – come affermava Fabio Mauri nelle sue ricerche sull’estetica fascista – un pensiero è una cosa fisica e può intossicare un’intera stanza, ci si chiede quale sia il pensiero collettivo dominante. Quale sia l’immaginario di una società alla quale vengono costantemente somministrati corpi perfetti in scenari da incubo. Siamo tutti pezzi di una macchina assoluta che sottomette la vita organica al proprio potere? Sullo sfondo, il signore delle mosche non batte ciglio. L’umanità è mantenuta in un’oscurità tale che nessuno si accorge più della dark age che la circonda. Israele ha dimostrato quanto il capitalismo della sorveglianza hi-tech possa, in tutto il mondo, operare la distruzione dei corpi senza rischiare la propria, con una semplice telefonata. Ma non c’è bisogno di arrivare a tanto, la privazione delle libertà personali è legittimata da qualsiasi minaccia venga costruita e paventata nell’era delle emergenze. Quale sottrazione di immaginario è necessaria ai popoli per poter accogliere e digerire meglio il veleno quotidiano? Per accettare, da voyeur, crudeltà inaudite come fossero normali? «Tuttavia per i poeti che scrivono da Gaza sembra non ci sia tempo neppure per l’odio. Quanto raccontano Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer non somiglia affatto a una guerra. La morte non si trova in trincea ma attende al mercato, sui marciapiedi, cade dal cielo e irrompe nell’intimità domestica. Così tra le loro pagine non troveremo soldati ma proiettili, non volti spietati ma bagliori di razzi: nella distruzione più totale anche l’immagine del nemico sembra disperdersi». Scrive Ilan Pappè nella prefazione al libro Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi). Non è un caso che l’arte, nella sua dimensione multidisciplinare, sia invisa a tutti i regimi totalitari. La letteratura, il pensiero critico, la visione, vengono sistematicamente censurate e rigettate da ogni governo autoritario e falsamente democratico. Al contrario, invece, la banalità, la ripetizione, la messa in scena immagini kitsch – ridondanti, messianiche, nauseanti come quelle prodotte da Trump – vengono date in pasto ai mentecatti. La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate. Richieste di censura, resistenze, proteste, boicottaggi, affermazioni, si sono rincorse sino allo scioglimento della Commissione Internazionale della Biennale che rifiutava di includere Russia e Israele tra i padiglioni da premiare. Da mesi si parla di tutto tranne che di arte e il panorama è una terra desolata sulla quale spiccano assenze e presenze forzate. Tra le assenze, il Padiglione del Sudafrica rimasto chiuso piuttosto che esporre Elegy, di Gabrielle Goliath, un’installazione performativa che commemora, tra femminicidi e genocidi, la morte della poetessa palestinese Heba Abu Nada. Questa edizione, che è l’istantanea dello stato del mondo, è iniziata sotto un auspicio funesto con la morte della curatrice camerunese Koyo Kouoh, avvenuta esattamente un anno fa, alla quale sono seguite le morti dell’artista Henrike Naumann, che rappresenta il Padiglione della Germania e del regista Alexander Kluge invitato al Padiglione della Santa Sede. Il progetto originale, intitolato In Minor Keys (in chiave minore), portato a termine dal team della curatrice, si rivela profetico. Non ci sarà l’inaugurazione, non ci sarà la giuria e i premi verranno assegnati, alla chiusura della manifestazione, direttamente dal pubblico che voterà i propri artisti preferiti. L’invito ai non addetti ai lavori a conferire i Leoni d’Oro alle opere, ridotte a canzonette come per il Festival di Sanremo, appare quantomeno sconcertante. In questo ballo nazional popolare, pasticciato e improvvisato, l’arte è senza dubbio in chiave minore. Oggi [mentre scriviamo] la Russia – che sembrava definitivamente fuori gioco dopo l’invio degli ispettori del governo alla Fondazione della Biennale e la minaccia di definanziamento dell’UE – presenta 30 artisti che cantano. Per contro, Israele – pur essendo accusato come la Russia di crimini contro l’umanità – occuperà indisturbato il proprio spazio (iper-protetto dall’esercito) all’Arsenale. Il depotenziamento dell’arte e la sua riduzione a mera questione geopolitica e burocratica è funzionale all’oscuramento della ragione. Tuttavia, proprio in questo il momento sarebbe vitale un’analisi attenta e rigorosa, nutrita di visioni contagiose e coraggiose da parte di poeti, artisti, musicisti e scrittori. Figure vive nonostante la vulnerabilità e la cupezza di una società morente. Il rischio è invece di incontrare opere condiscendenti, formali e decorative che – come nel caso dell’artista americano Alma Allen – «ben rappresentino i valori degli Stati Uniti». Mentre è in corso la Vernice dell’evento più discusso al mondo, un artista vestito di nero, Nicola Mette, attraversa Venezia trascinando un sacco mortuario. Un corpo vivo trasporta il peso dei corpi assenti. «Il sacco, afferma, non è una metafora, ma un fatto: Venezia, luogo di spettacolarizzazione globale, viene attraversata da un’immagine che non si può consumare». Una volta giunto alla Biennale, Mette, s’introdurrà nel sacco, in prossimità dei padiglioni di Usa, Israele, Russia, disponibile a essere contato tra le vittime. La definizione, data dai nazisti, alle avanguardie di arte degenerata, Entartete Kunst, sembra riverberare ancora nell’aria. Accanto a quella mostra inauguratasi a Monaco del 1937, su idea di Joseph Goebbels, se ne aprì un’altra, Große Deutsche Kunstausstellung, la Grande Mostra dell’Arte Tedesca. La prima, con opere sequestrate ai musei tedeschi, servì a dileggiare e screditare l’arte moderna e fu visitata da oltre due milioni di persone; mentre la seconda, che dettava i canoni neoclassici e decorativi dell’arte del Terzo Reich ebbe un quinto dei visitatori. Novant’anni dopo, il Signore delle Mosche, al quale vengono eretti continuamente totem, si è moltiplicato e serializzato. Ha occupato tutto lo spazio, prendendosi il corpo di tutti i maiali del mondo. «Ho notato – afferma il Joker del film di Christopher Nolan – che nessuno va nel panico quando le cose vanno secondo i piani, anche se i piani sono mostruosi». Non so se c’è poesia nella discarica dello spirito, ma vorrei chiudere questo affresco iper-contemporaneo con l’immagine che Maurizio Torchio conferisce a un tipo di allevamento intensivo nel suo romanzo La peggior specie (Sellerio) «Sono le macchine, in Cina, a stabilire se una bestia sta male. I palazzi per maiali sono pieni di telecamere, microfoni, termoscanner, e appena le macchine notano che qualcuno mangia di meno, o ha una temperatura alterata, o non reagisce quando viene morso… Le macchine ricordano i volti, le voci e le abitudini di ciascuno e ciascuna. Sanno quanto dorme e quanto sogna di solito. Tutte le aziende che producono maiali si occupano anche di edilizia e intelligenza artificiale. Si dice guadagnino più coi dati che con la carne. Quei milioni di maiali sono, prima che cibo per gli umani, addestratori di macchine. Cibo per cervelli sintetici. Gli anatomisti impararono il corpo umano sezionando maiali. Adesso tocca alle macchine. Finché non si riuscirà a ingegnerizzare maiali incapaci di ammalarsi, toccherà alle macchine decidere quando è arrivato il momento di ucciderli per contenere il contagio. Solo loro sono abbastanza veloci».
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dossier italia Le politiche securitarie contro il diritto alla città: il caso del quartiere Corvetto a Milano «Sono oltre 1 milione e 400 mila le persone controllate nelle zone rosse, aree a presidio rafforzato istituite per garantire maggiore sicurezza nelle nostre città», annuncia con grottesco entusiasmo un post del Ministero dell’interno dello scorso 19 dicembre. Sono passati quasi dodici mesi dall’istituzione delle prime zone rosse nazionali e altri due devono ancora passare dall’inaugurazione dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026, durante le quali le misure sono state riconfermate, ampliate e rafforzate sulle cinque aree metropolitane che ospitavano le iniziative. Le zone rosse sono misure eccezionali che definiscono alcune aree urbane come luoghi ad alta criticità e dove la presenza degli abitanti naturali di questi luoghi è per sua natura considerata pericolosa, può essere messa a bando. Queste disposizioni hanno lo scopo dichiarato di intensificare la presenza della polizia, rafforzare i poteri di intervento diretto, di controllo e sorveglianza. Le zone rosse si aggiungono a questo arsenale amministrativo dopo il daspo urbano, una misura introdotta nel 2017 dal Decreto Minniti e poi estesa dal Decreto Salvini nel 2018, con il quale si poteva multare o allontanare individuə da alcune aree della città perché ritenutə non decorosə. Ormai da tempo una specifica fascia della popolazione milanese è sottoposta a questo tipo di controlli e provvedimenti, per lo più uomini, giovani e/o di origine straniera, sui quali più di altrə ricadono le conseguenze di un discorso pubblico securitario legato alla paura, al controllo, all’ansia profonda verso ogni tipo di alterità. E in effetti già nel 2024 l’Italia aveva ricevuto un richiamo dall’Ecri, l’agenzia contro il razzismo e le discriminazioni del Consiglio d’Europa, per i metodi discriminatori con cui le forze dell’ordine italiane applicano la profilazione razziale durante fermi e perquisizioni. Tra le diverse aree di Milano sottoposte alle restrizioni c’è il quartiere di Corvetto, periferia del quadrante sud-est della città. È il 30 dicembre 2024 a Milano, e con la scusa dei festeggiamenti di Capodanno il prefetto istituisce per la prima volta divieti e restrizioni su alcune zone della movida cittadina. Piazza Duomo, Darsena, Navigli, Garibaldi diventano da un giorno all’altro zone rosse, tutte in aree più o meno centrali ad eccezione di Corvetto. Sorpesə? Non proprio. Era la fine di un terribile tunnel mediatico per quest’area di Milano, intorno alla quale si era parlato tanto e male in relazione alle proteste che avevano preso vita nelle strade del quartiere dopo la morte di Ramy, un ragazzo di 19 anni nato e cresciuto a Corvetto, ucciso dalla polizia nella notte tra il 23 e il 24 novembre precedente. Ed è proprio il quartiere di Corvetto, infatti, una delle periferie più conosciute di Milano, da tempo rappresentato come uno spazio problematico: periferia difficile, segnata da criminalità, marginalità e degrado, anche se ultimamente questa narrazione sta cambiando radicalmente, sempre più alternata da toni ambivalenti che la raccontano come un’area in rapida trasformazione. Campagna agricola fino all’inizio del Novecento, Corvetto è uno di quei quartieri parte di una storia urbana di inizio secolo, sorto con forte matrice pubblica e popolare. È proprio questa una delle caratteristiche che rendono Corvetto così appetibile, seppur sempre periferico: a pochi chilometri dal centro di Milano, e a sole cinque fermate di metro dal Duomo, come ci tengono a ripetere gli abitanti, le associazioni ma anche gli immobiliaristi del quartiere, Corvetto rappresenta una delle zone di Milano dove il valore al metro quadro e i prezzi degli affitti sono cresciuti più velocemente rispetto al resto della città. Un quartiere con una storia abitativa stratificata, tipica del Novecento, che dalla sua origine, tuttavia, veniva e viene ancora oggi identificato come uno degli spazi più conosciuti per il diritto all’abitare milanese. Corvetto è infatti anche il quartiere del quadrilatero Mazzini, una delle più estese zone di patrimonio pubblico abitativo della città, che oggi sta già iniziando a sentire la pressione della crescita del costo dell’abitare. Come spesso avviene in questo tipo di trasformazioni, negli ultimi anni per il quartiere è stata riservata un’attenzione particolare: sono ormai tantissime le iniziative e i progetti di rigenerazione, portate avanti da un numero crescente di vecchie e nuove associazioni, enti, realtà culturali, università che attraversano il quartiere, oltre che quelle progettate su iniziativa del Comune di Milano e del Municipio 4. Eppure, forse l’impatto più rilevante lo si è visto proprio con l’arrivo delle olimpiadi invernali: Corvetto si trova in una posizione strategica rispetto ai principali cantieri delle opere costruite per i giochi, esattamente al centro tra il Villaggio Olimpico a Porta Romana e le nuove infrastrutture a Rogoredo che stanno ridisegnando l’intera area, situando il quartiere all’interno di una geografia urbana dei nuovi investimenti e profitti. Questa trasformazione naturalmente non avanza solo sul piano economico o estetico-simbolico. Con l’avvicinarsi delle olimpiadi invernali il quartiere era stato testimone di una progressiva crescita della presenza della polizia soprattutto nelle piazze e intorno al Quartiere Mazzini, fino ad assegnare alloggi pubblici direttamente ad appartenenti alla polizia stessa in zona Piazza Ferrara, ad aumentare il controllo del territorio. La sua militarizzazione, iniziata anche prima dell’istituzione delle zone rosse, stringe gli spazi che ancora sembrano sfuggire al controllo. L’introduzione di dispositivi securitari non deve infatti essere pensata separata dai processi di gentrificazione. Prima di attrarre nuovi capitali e nuovi residenti, è necessario trasformare l’atmosfera del quartiere: renderlo percepito come sicuro, decoroso, desiderabile. Le zone rosse in quartieri come quello di Corvetto assumono una funzione preparatoria, contribuendo a produrre l’esigenza di una città ordinata, controllata, pronta a essere esposta. Non si tratta solo di gestire il presente, ma di anticipare un futuro fatto di nuovi abitanti, investitori e flussi turistici. In questi contesti, prima ancora di essere applicate fisicamente, le zone rosse prendono forma nel discorso pubblico dove la sicurezza diventa una priorità indiscutibile. Ma ciò che viene messo in sicurezza non è soltanto la vita dei residenti, è soprattutto l’immagine del quartiere. Il linguaggio del degrado e del decoro contribuisce a costruire un’immagine del quartiere come luogo da salvare, legittimando così interventi straordinari. Non è quindi solo una questione di sicurezza, ma di regolazione del visibile: la città neoliberale contemporanea seleziona attivamente ciò che deve apparire e ciò che deve essere rimosso. Le zone rosse operano esattamente su questa soglia: rendono invisibili alcune presenze, allontanandole, per rendere lo spazio più accettabile ad altre. Le misure a Corvetto hanno quindi aiutato a rafforzare la presenza già costante della polizia e ormai da oltre un anno quasi ogni sera nel quartiere si registrano controlli, fermi e sequestri. Le prime zone rosse dovevano terminare il 31 marzo 2025, ma a meno di una settimana dalla scadenza il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica aveva comunicato la decisione di prorogare i divieti, che oggi rimangono ancora attivi. Non è infatti la prima volta che questo accade nel quartiere. Una decina di anni fa, nel novembre 2014, a Corvetto erano già avvenuti controlli a tappeto e militarizzazione del quartiere in seguito allo sgombero dello spazio occupato del Corvaccio. Era la Milano del pre-Expo 2015, l’inizio di una stagione di sgomberi abitativi che aveva preceduto l’inaugurazione del grande evento. Se quindi è ormai chiaro che i grandi eventi funzionano come acceleratori, comprimendo i tempi della trasformazione urbana, il piano securitario di controllo e ordine pubblico sembra essere sempre di più uno dei piani più conflittuali dell’impatto sulla città, che porta a digerire misure anche molto repressive per una città più bella, un quartiere riqualificato, un’area rinnovata. La domanda è sempre la stessa: una città per chi? Il risultato è una trasformazione a profitto di pochissimə che agisce contemporaneamente su più livelli. Da un lato, Corvetto viene messo in scena come quartiere in rinascita, attraverso progetti culturali, interventi estetici e nuove narrazioni. Dall’altro, proseguono pratiche di controllo, espulsione e selezione sociale, ridefinendo continuamente chi può stare e abitare. Ciò che accade a Corvetto non può essere pensato come eccezionale. Sono anni che le periferie milanesi e i quartieri popolari, sono sotto attacco tra spinte alla privatizzazione del patrimonio pubblico, gentrificazione, criminalizzazione e profilazione razziale degli abitanti, retorica del decoro, sgomberi, sfratti e dispositivi securitari. Nei mesi scorsi a Baggio, a San Siro, al Giambellino, non sono mancati sgomberi e vere e proprie retate. A poche settimane dalla conclusione delle Olimpiadi, lo scorso 18 marzo il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha nuovamente esteso di altri sei mesi e rafforzato i provvedimenti anche su altre tre aree periferiche e della prima cintura della città di Milano. Le zone rosse, spesso presentate come misure temporanee, hanno confermato la tendenza di queste misure a stabilizzarsi e a diventare parte ordinaria del governo urbano. Lo stesso giorno, un’enorme operazione repressiva ha disposto 17 misure cautelari nei confronti də compagnə che, insieme a migliaia di persone, hanno partecipato alle piazze in solidarietà con il popolo palestinese dello scorso autunno, a dimostrazione che la normalizzazione di queste norme ci riguarda tuttə da vicino. Dal Decreto Caivano all’ennesimo nuovo pacchetto sicurezza approvato a inizio febbraio 2026, lə nuovə nemicə pubblicə sembrano essere diventatə i giovani delle periferie, lə persone migranti e lə militanti. Nella città post olimpica sembra quindi che prosegua il progetto di conferire i massimi poteri alla polizia per ridurre la libertà di tuttə. Il Laboratorio Politico OffTopic è una collettiva di attivist@ milanesi, che mette al centro del proprio agire il Diritto alla Città, nel senso più radicale e antagonista del concetto, indagando nelle crepe del tessuto politico, fisico, e sociale della metropoli Milano. Siamo nati nel 2011 nel solco del percorso di critica e contrasto a Expo2015, dal 2012 abbiamo casa a Piano Terra, spazio comunale occupato e autogestito nel cuore del quartiere Isola, ai piedi dei grattacieli della città-vetrina. Negli ultimi anni ci siamo dedicati alla questione Olimpiadi2026, tra convegni, percorsi di rete, iniziative di piazza, dando vita al Comitato Insostenibili Olimpiadi, all’organizzazione delle Utopiadi e, soprattutto, alla realizzazione del documentario autoprodotto «Il Grande Gioco – il rovescio delle medaglie olimpiche» (Open DDB) Ricerca dal basso, senza rinunciare al conflitto, lotta alle nocività, agitazione culturale, comunicazione e autoproduzioni, le attività prevalenti. Nel 2013 abbiamo pubblicato il libro collettivo Expopolis (Agenzia X), nel 2016 Sblocca Italia (Ed. Luce) e nel 2021 abbiamo contribuito a Umanità a Perdere (a cura Osservatorio Repressione). Nel 2019 abbiamo dato vita a un progetto di autocostruzione di centraline per il rilevamento delle polveri sottili, in rete con altre realtà italiane ed europee. Tra le autoproduzioni ricordiamo Pieghevole (2013-2016), Scandaglio (2015-2017) e il podcast FuoriFase gestito sulla piattaforma libera Openpod (2020). Dal 2020 al 2022 abbiamo animato un laboratorio di mappatura dei grandi proprietari immobiliari a Milano e studiato gli effetti delle politiche di rigenerazione urbana sui quartieri Corvetto e San Siro, autoproducendo due numeri ulteriori di Pieghevole dal titolo Bella Milano ma non ci vivrai. Questi e altri materiali su www.offtopiclab.org.
- preprint/reprint
dossier italia Il pdf con tutti i testi Rendiamo disponibile il pdf che raccoglie tutti i testi del Dossier Italia pubblicato nelle scorse settimane. Dalla Introduzione Sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia. Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne.
- scienza e politica
dossier italia Venti di guerra e chiusure sistemiche Brevi note sull’attuale governance del penitenziario School of Shodo È evidente che i dispositivi autoritari non riescono a gestire le crisi strutturali del sistema, non sono capaci di interpretare i conflitti quotidiani che destabilizzano costantemente la vita dei penitenziari, avendo l’esclusiva missione di incrementare lo stato di guerra interna. «Escucharon? Es el sonido de su mundo viniéndose abajo» scriveva la Comandancia dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale… Questo mondo sta crollando, la sfida delle forze che si sono sprigionate contro questa ondata di sofferenza e guerra è immaginare e organizzare la trasformazione radicale dell’esistente per costruire un nuovo orizzonte di relazioni umane. Tale obiettivo politico è di massima urgenza. Una pioggia nera Scriviamo queste poche righe mentre lo stato di Israele approva con 62 voti a favore e 48 contrari l’introduzione della pena di morte esclusivamente per i detenuti palestinesi giudicati colpevoli dei reati a sfondo terroristico che negano l’esistenza dello Stato ebraico. La ferocia mostrata in questi decenni nei confronti del popolo palestinese, verificata anche nella pianificazione e realizzazione scientifica del genocidio in questi ultimi anni, è anche la base ideologica ed emotiva di questa scelta di politica criminale che aumenta l’indice di violenza del sistema di esecuzione penale israeliano (non più esclusivamente fondato sulla reclusione e sulla tortura) includendo l’eliminazione fisica dei condannati. Non è l’unico scenario negativo che proviene dal fronte internazionale. L’attacco armato illegittimo realizzato dalle forze militari americane e israeliane nei confronti dell’Iran e del Libano sta determinando un irrigidimento progressivo degli equilibri tra paesi aderenti alla Nato. L’ipotesi di un coinvolgimento di altri paesi dell’Alleanza atlantica non rappresenta un’ipotesi peregrina. Il piano internazionale influisce direttamente sulle condizioni interne all’Italia. Secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di disoccupazione giovanile sale al 20,5%, in calo anche il tasso di occupazione generale rispetto all’anno precedente. Al contempo, i conflitti in corso provocano un rincaro notevole dei costi delle risorse energetiche – a oggi il costo del petrolio è di 107 dollari al barile – e di conseguenza una perdita del potere di acquisto dei salari (stabilmente sotto la media dei paesi europei). In opposizione alla gestione dell’emersione di nuove forme di povertà, l’attuale governo con l’ultima legge di bilancio (l. 31 dicembre 2025, n. 199, in particolare si tenga presente il dispositivo di cui all’art. 38) ha preferito operare tagli significativi ai fondi di sviluppo e coesione di circa 300 milioni di euro per l’anno 2026 e 200 milioni di euro per gli anni 2027 e 2028. In linea con quanto accaduto nelle precedenti legislazioni (a eccezione di una fase straordinaria provocata dal collasso pandemico che ha visto ingenti iniezioni di capitali – PNRR – nei piani economici), il governo di questa povertà crescente è attuato mediante le classiche forme «dell’esclusione, della sofferenza e della guerra», riprendendo le parole di Sergio Piro. Vecchie idee e nuovi dispositivi L’impianto del nostro codice penale è costruito con categorie giuridiche e ideologiche di matrice fascista e questo caratterizza il tipo di controllo penale che abbiamo ereditato da quell’esperienza di governo. Inoltre, la decretazione emergenziale che si è abbattuta sul nostro ordinamento dagli anni ’80, ripetuta nel tempo e divenuta ormai «eccezione-permanente», ha acuito fortemente il carattere repressivo del sistema, colpendo soprattutto la marginalità in diverse forme. Gli ultimi due decreti sicurezza sono l’esemplificazione del diritto penale dell’autore, difatti ampliano le forme di criminalizzazione della povertà, strumenti della violenza penale funzionali alla guerra contro la miseria e le opposizioni politiche. Non è il luogo per un’analisi attenta dell’intero panorama autoritario introdotto dalle nuove normative, quello che ci interessa è isolare alcune fattispecie che riguardano il mondo delle prigioni, ma prima di concentrarci sui nuovi dispositivi è necessario quanto meno definire il «gorgo» delle carceri. Infatti, questo scenario di tensioni sociali attraversa anche l’ambito dell’esecuzione penale che si trova a fronteggiare numeri crescenti difficilmente assorbibili dagli apparati incaricati alla gestione delle pene (Magistratura, amministrazione e polizia penitenziaria, Uffici dell’esecuzione penale esterna, distretti sanitari locali). Le persone recluse in Italia a oggi sono 63.939 su 51.264 posti regolamentari e 46.326 posti disponibili, i detenuti in Campania, la seconda regione dopo la Lombardia per numero di reclusi, si attestano a 7820 (su 5500 posti realmente disponibili a dicembre 2025) con una crescita tendenziale da settembre 2025 di circa 60 detenuti ogni mese; i soggetti in detenzione domiciliare (difficile scorporare il dato di chi sconta una pena definitiva da quelli che sono in misura cautelare) sono 1650 circa; quelli sottoposti a programmi di messa alla prova sono 3555. All’interno di questo scenario, il dato maggiormente critico è rappresentato dalla gestione della detenzione cosiddetta comune, la popolazione più numerosa dei 15 penitenziari regionali. Spesso le persone che vengono recluse in questo circuito sono tossicodipendenti e soffrono una condizione psichiatrica complessa e comportano una difficile gestione. L’ultima riorganizzazione del circuito della media sicurezza è stata disposta con la circolare n. 3693/6143 del 18 luglio 2022 che ridisegna la geografia degli istituti con differenti tipologie di sezioni: stanze per l’accoglienza, destinate ad alloggiare le persone detenute provenienti dalla libertà o da altro istituto, ove non sia possibile l’inserimento immediato nelle sezioni ordinarie; sezioni ordinarie per coloro i quali sono ritenuti incompatibili con «margini di maggiore libertà e autodeterminazione nella vita comunitaria»; sezioni ordinarie a trattamento intensificato, destinate all’assegnazione dei detenuti idonei a essere ammessi ad attività che implicano maggiori esigenze di movimento e di permanenza fuori dai reparti detentivi; sezioni ex art. 32 d.P.R. n. 230 del 2000, riservate ai detenuti il cui comportamento richiede standard di sorveglianza e sicurezza elevati; sezioni di isolamento ex art. 33 o.p. per isolamento giudiziario, sanitario o disciplinare. Il principio che regola l’allocazione dei detenuti è di tipo premiale (criterio che è stato costruito nella storia penitenziaria repubblicana con l’esperienza della «detenzione politica»), polarizzando la riorganizzazione dei circuiti tra sezioni squisitamente custodiali, per le quali è prevista l’apertura delle celle per 8 ore al giorno – ma il detenuto è di fatto sottoposto a un regime chiuso non avendo la possibilità di muoversi liberamente o stazionare all’interno della sezione – e sezioni improntate al trattamento, all’interno delle quali al detenuto è data maggiore autonomia di movimento ed è consentita una permanenza maggiore fuori dalle celle, pari a non meno di 10 ore al giorno. La circolare prevede, inoltre, la stabilizzazione nel circuito della media sicurezza delle sezioni di cui all’art. 32 o.p., all’interno delle quali vengono collocati – per almeno sei mesi – i detenuti per i quali l’amministrazione ritiene necessario adottare particolari cautele connesse al pericolo di atti (agiti o subiti) di sopraffazione o aggressione. Quest’ultimo segmento penitenziario spesso si è trasformato in un vero e proprio ghetto in cui confluivano i casi la cui gestione si presenta particolarmente difficile. Al fine di razionalizzare questo spazio, solo in Campania è cominciata una sperimentazione (allo stato sembra essersi progressivamente stabilizzata) in cui le sezioni istituite sono gestite congiuntamente dall’ASL e dalla direzione penitenziaria. La sperimentazione in sostanza prevede che a seguito di segnalazione (dell’amministrazione penitenziaria o sanitaria) per ogni persona allocata in sezione dovrà riunirsi il GOT (gruppo osservazione e trattamento), al fine di predisporre un percorso trattamentale integrato. Periodicamente si dovranno valutare tutti gli interventi intrapresi e gli obiettivi raggiunti. Una équipe multidisciplinare (composta da operatori sanitari, amministrazione penitenziaria, terzo settore, ecc.) definisce i contorni della storia individuale del detenuto, le strategie da perseguire e il progetto specifico da offrire. L’Accordo programma non è a costo zero: gli stanziamenti dell’Amministrazione penitenziaria e dell’ASL possono coprire un minimo di cinquanta e un massimo di cento progetti annui per ogni sezione. Lo sforzo in positivo di delineare una detenzione che abbia in carico i bisogni di cura è evidente; tuttavia, la capacità di contribuire all’effettiva realizzazione degli obiettivi individuati dalla sperimentazione dipendono dai flussi in ingresso: con risorse esigue e personale non proporzionale ai tassi di sovraffollamento, lo spettro del carcere-manicomio rappresenta sempre una via di uscita concreta. L’altro elemento che impatta in modo considerevole sulla vita interna dei reparti è l’aumento della violenza generale. In tal senso, le poche risorse amministrative, le dipendenze da sostanze, l’invivibilità degli istituti, la miseria crescente dei soggetti che rientrano nel circuito intramurario, contribuiscono a creare un sottobosco opaco in cui i soggetti maggiormente vulnerabili si indebitano legandosi patologicamente alle economie informali interne agli istituti. In queste zone grigie quotidiane, i soggetti si indebitano per comprare un telefonino in modo da sentire più spesso i propri familiari, per recuperare una dose di sostanze stupefacente ovvero per avere una porzione maggiore di psicofarmaci. Sono scenari che restituiscono le tensioni e i conflitti che pervadono il sistema penitenziario. In tale contesto si inseriscono le nuove fattispecie introdotte dai decreti sicurezza che rispondono in modo muscolare alle tensioni esistenti non offrendo alcuna soluzione se non l’inasprimento dei conflitti attraverso ulteriori e inutili chiusure autoritarie. Tralasciando i molteplici profili di costituzionalità della legislazione emergenziale, ampiamente esposti dalla letteratura di settore e (rispetto al d.l. 11 aprile 2025 convertito con legge 9 giugno 2025, n. 80) dall’Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte di Cassazione (rel. n. 33/2025), ci concentriamo brevemente sugli articoli che riguardano il mondo della reclusione. All’art. 415 c.p. (istigazioni a disobbedire alle leggi) si aggiunge un nuovo comma: «La pena è aumentata se il fatto è commesso all’interno dell’istituto penitenziario ovvero a mezzo di scritti o comunicazioni diretti a persone detenute». È evidente l’uso in chiave simbolica del diritto penale per criminalizzare le forme di dissenso interno agli istituti, difatti, l’ipotesi di reato è in chiaro contrasto con il principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, ma anche con il principio di determinatezza delle norme penali che dovrebbe riguardare il nostro sistema. Si realizza, quindi, un irragionevole arretramento della soglia di punibilità, superando quella già prevista nei reati di pericolo, identificando il momento consumativo con la manifestazione di una critica ovvero di un’idea, il che comporta la necessità da parte degli organi inquirenti di effettuare un giudizio di valore, piuttosto che rilevare l’esistenza di una condotta concretamente suscettibile di realizzare una lesione dell’ordine pubblico (bene giuridico già di per sé problematico ed estremamente evanescente). Stesso tenore punitivo si denota nella nuova norma introdotta con l’art. 415 bis c.p. «Rivolta all’interno di un istituto penitenziario» che dispone: «Chiunque, all’interno di un istituto penitenziario, partecipa ad una rivolta mediante atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, commessi da tre o più persone riunite, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Ai fini del periodo precedente, costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza...». La punibilità della mera disobbedienza è un’aberrazione, non in linea con i principi di materialità e offensività del nostro ordinamento. Difatti, non si comprende come si possa realizzare una «rivolta» (sostantivo prima assente nel codice penale) con atti di disobbedienza. Bensì, con tale indeterminatezza il legislatore ha voluto punire un tipo di autore di reato: il detenuto «disubbidiente e/o rivoltoso». Questi sono i reati specificamente previsti per il contesto penitenziario introdotti con la legge di conversione del 9 giugno 2025, n. 80. Il nuovo decreto sicurezza (dl. 24 febbraio 2026, n. 23 Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale) introduce con l’art. 15, «Operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari», nuove modalità con cui si compiranno le funzioni investigative. Verrà istituito un corpo di investigazione specializzato che formerà gli «infiltrati» per compiere le operazioni sotto copertura. La norma avvelena un ambiente già fortemente teso con una tremenda cultura del sospetto e, se consideriamo gli ampissimi attuali poteri investigativi delle Procure, appare con evidenza l’inutile profilo autoritario. La strumentazione punitiva di nuovo conio non facilita in alcun modo l’amministrazione della pena, ma inasprisce il conflitto offrendo maggiori sponde per l’esercizio arbitrario del potere da parte dell’autorità. Affreschi penitenziari Le immagini proveniente dalla microfisica del mondo carcerario possono essere molteplici e interpretate con le dovute accortezze per cogliere gli aspetti sistemici, come ogni qualvolta si cerca di passare dalla dimensione micro alle analisi macroscopiche. In tale ambito non abbiamo potuto emarginare ciò che stiamo registrando nei processi in cui gli agenti di polizia penitenziaria e il personale dell’amministrazione sono imputati per tortura (e altri reati significativi come il depistaggio nel caso del maxiprocesso per il fatti della Mattanza nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere), ma siamo dell’idea che il materiale accumulato negli anni consentirebbe di tracciare un catalogo dell’esercizio della violenza istituzionale nei contesti reclusivi. Ma questo non può essere trattato nell’ambito di questo breve lavoro. Questa breve premessa ci serve soltanto per dare il giusto peso alle storie individuali, perché all’interno dei frammenti di vita quotidiana è possibile individuare delle fotografie delle «disfunzioni fisiologiche» della macchina penale. Le lasciamo come tracce: a) nella casella della posta dell’Associazione Antigone Campania è arrivata la richiesta di Andrei: «Alla cortese attenzione di Antigone Campania, Mi chiamo Andrei, ho 49 anni, e mi rivolgo a Voi in uno stato di totale disperazione. Vi scrivo perché so che la Vostra associazione tutela i diritti di chi, come me, rischia il carcere a causa dell’indigenza. In data 25 maggio 2025, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli ha rigettato la mia istanza di misura alternativa per scontare una pena residua (fatti del 2016) esclusivamente perché non dispongo di un domicilio. Attualmente sono senza fissa dimora, non ho risorse economiche e mi trovo temporaneamente in Romania, impossibilitato a rientrare in Italia senza la garanzia di un tetto dove poter scontare la pena onestamente. Il mio avvocato non riesce a individuare una soluzione abitativa e le associazioni da me contattate dichiarano di non avere posti disponibili. Vi chiedo umilmente un aiuto per: Individuare una struttura di accoglienza o una comunità in Campania (o zone limitrofe) che possa rilasciarmi una “Dichiarazione di disponibilità” all’ospitalità. Ricevere orientamento su come attivare i canali della Cassa delle Ammende (Linea di Azione 3) per i detenuti senza fissa dimora, affinché io possa accedere a un posto finanziato dallo Stato. Desidero sinceramente riparare al mio debito con la giustizia, lavorare e rifarmi una vita, ma la povertà sta diventando una barriera insormontabile che mi nega il diritto alla riabilitazione. Vi prego di non abbandonarmi. Resto in attesa di un Vostro riscontro e sono pronto a fornire tutta la documentazione necessaria. Con profonda speranza, Andrei». b) Indicativa delle «fragilità recluse» è la storia di Roberto. Un uomo di 34 anni, proveniente da a una famiglia napoletana che, perdendo potere di acquisto, dal capoluogo regionale si è trasferita sul litorale Domizio da una decina di anni. Da circa 5/6 anni sono nati dei seri problemi tra Roberto e la sua famiglia per l’uso massiccio di crack. Le richieste insistenti di denaro finivano sempre in litigi violenti. Inoltre, Roberto soffre di un disturbo psicotico e una volta al mese gli veniva somministrata una fiala di trevicta dal personale del Dipartimento di Salute Mentale, dove era in cura già da anni. Tale terapia è stata interrotta definitivamente nel mese di aprile 2025 scorso per il rifiuto netto del ragazzo di continuare le cure. Nel periodo in cui era in cura farmacologica la situazione non è comunque migliorata in quanto, abbinando i farmaci alle sostanze stupefacenti, Roberto appariva ancora più aggressivo e violento ed è anche stato sottoposto in due occasioni a trattamento sanitario obbligatorio e ricoverato per alcuni giorni presso l’ospedale. I genitori stanchi delle violenze hanno denunciato Roberto più di una volta, rimettendo successivamente la querela. Il ragazzo in passato ha lavorato come receptionist in vari hotel di Napoli ma lo stipendio veniva speso completamente per acquistare le sostanze… Dopo l’ennesima violenza compiuta nei confronti dei genitori dal dicembre 2025 è recluso in misura cautelare presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dopo un primo periodo di detenzione in reparto ordinario, per le manifestazione di acuzie psichiatriche è stato spostato in nell’articolazione di salute mentale dell’istituto (sezione gestita interamente dal personale medico). Le contestazioni mosse dalla Procura della Repubblica competente sono di maltrattamenti in famiglia, lesioni gravi, tentata estorsione aggravata perché commessa ai danni dei familiari. Rischia circa 10 anni di carcere. Questi brevissimi richiami ai percorsi personali sono indicativi delle marginalità che vengono raccolte all’interno degli istituti penitenziari e che contribuiscono a ingolfare l’esecuzione penale destinata principalmente a rinchiudere nello spazio detentivo le anormalità esistenti. Luigi Romano è avvocato penalista e assegnista di ricerca in Diritto romano presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. È membro dell’Osservatorio selle condizioni carcerarie dell’Associazione Antigone e collabora con l’Ufficio del contenzioso della stessa associazione. Da anni collabora alle attività della redazione di Napoli Monitor e de Lo Stato delle città.












