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  • Immagine del redattore: Sergio Bianchi
    Sergio Bianchi
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 14 min

In ricordo di Nanni Balestrini


Uliano Balestrini Paolozzi
Uliano Balestrini Paolozzi

In occasione del settimo anniversario della scomparsa di Nanni Balestrini riproponiamo un testo in suo ricordo.


Le scale

Saliamo piano le scale larghe in penombra. Un silenzio irreale rotto all’improvviso da alcuni rimbombi lontani. Due, tre, quattro rampe e siamo nell’ampio corridoio del reparto. Il buio è intervallato da fasci di luce provenienti da alcuni ingressi delle stanze a sinistra e a destra. Si avvicina la sagoma di una giovane infermiera. Ci parla sottovoce con un filo di commozione: – Ero passata e mi pareva tranquillo. Sono ripassata una mezz’ora dopo e non respirava più. Entriamo nella piccola stanza illuminata da un neon basso. È lì, sotto un lenzuolo che lascia scoperti i piedi nudi e la testa. Lei lo bacia sulla bocca con discrezione. Poi appoggia le spalle al muro e recita sottovoce la sua preghiera.Resto ai piedi del letto. Gli prendo i piedi tra le mani. Sono tiepidi. Mi viene in mente una cosa assurda. Che forse non è morto. Muovo due, tre passi. La sua testa immobile mi pare come rimpicciolita. Lo prendo per le spalle e lo scuoto leggermente, due, tre volte. No, non è vivo. Gli chiudo del tutto gli occhi, gli sistemo i capelli, lo bacio sulla fronte. Lei ha gli occhi lucidi. È concentrata su di lui e su se stessa. Penso al lungo e lento strascico divenuto man mano agonia.Usciamo nel corridoio. Mi pare ancora più buio. Si riavvicina l’infermiera. È gentile e premurosa. Ci informa sulla procedura. Lei pare non ascoltarla e sussurra: – Chissà il casino domani. Con la gente e i giornali… L’infermiera ci guarda interrogativa. Potrei non risponderle ma poi le dico: – Era un poeta.


Niente da dire

Dopo la scoparsa di Nanni ho curato e pubblicato un testo: nanni balestrini – millepiani.

Nanni Balestrini è stato poeta, scrittore e artista visivo di fama internazionale. Nella sua figura si riassume un’intera stagione di storia e di cultura, italiana ed europea, di compresenza e reciproca influenza tra avanguardie artistiche e avanguardie politiche: quel magico tempo degli «intellettuali militanti» che hanno agito dentro una temperie di lotte operaie e giovanili che hanno fatto epoca, e che hanno segnato il destino delle successive generazioni. Per oltre sessant’anni Balestrini ha progettato e organizzato un infaticabile lavoro culturale, utilizzando una molteplicità di piani: poesia, narrativa, cinema, audiovisivo, teatro, musica, collage, pittura, scultura, editoria, impegno politico. Balestrini, cioè, uomo-rete dei millepiani. Come epigrafe ho scelto due righe che a mio parere riassumono in modo perfetto tutto ciò che è stato l’operare nella sua vita: «Io, non ho niente da dire. Voglio raccontare e combinare le cose dette da altri, e stare a vedere cosa succede». 

Che cos’è per Balestrini la poesia

La poesia fa male

generazioni di ipocriti di insegnanti di imbecilli di baciapile di pedagoghi di pedofili di perecottari di animebelle puzzolenti

hanno continuamente cercato di in cularci con una visione edificante patetica piagnucolosa buonista di quella cosa

che per sua natura è un affronto all’esistente per mezzo della parola

micidiale e inesorabile indecorosa e sfrontata impudica e corrosiva la poesia è l’apocalisse del linguaggio

è un urlo selvaggio che strappa brandelli di cervello ammuffito fa sanguinare i corpi anestetizzati dai soldi trafigge i cuori impotenti cancerizzati

la poesia è un’ interminabile apocalisse

o non è

la poesia è continua esplosione è continua rivoluzione è continuo rifiuto è continua distruzione della merda accumulata dal

perbenismo criminale dell’homo economicus globalizzato

la poesia è sputare parole infuocate avvelenate nei suoi occhietti melensi

la poesia è la pioggia di sangue di fuoco di piscio che sommergerà l’infame razza bastarda del maschio bianco occidentale con le sue bombe le sue banche i suoi culi griffati

la poesia è anche farla finita con tutti i miserabili sciacalli che sulle sofferenze che hanno dato una mano a infliggere intonano inni pietosi agli squartati e ai fuggiaschi mentre li derubano anche dei pacchi dono

la poesia è una roba che non ve l’immaginate nemmeno

La poesia è il giubileo delle energie vitali che dilagano sul pianeta avvelenato

La poesia

fa

malissimo

cagatevi sotto

la bestia dell’apocalisse è arrivata

Nanni B. uomo d’ingegno, non di istituzioni

Letizia Paolozzi

Quando eravamo giovani, quando ci divertivamo a vivere, quando andavamo di qua e di là. Riavvolgere il nastro dell’esistenza? Nei tempi crudeli del virus, l’operazione sa di ridicolo. Non stringi nulla di reale a pescare nei ricordi. Come giocassi in borsa, oppure al lotto, il pensiero magico si impadronisce di te. 

Ma non importa, provi comunque. 

E allora, Nanni B. fu povero, inventivo, protervo. Tacere appartenne al suo stile. Mai imbarazzato dall’inclinazione al silenzio, convinto di non inibire gli altri, ogni volta puntò su qualcuno, qualcuna che funzionasse da ripetitore, capace di ascoltare e apprezzare. 

Lesse i testi di amici poeti, romanzieri, narratori, critici. Non riuscì mai a immaginarsi senza il suo insieme di relazioni, legami, rapporti: Piero Manzoni, Luigi Pestalozza, Luigi Nono, Emilio Vedova, Ingeborg Bachmann, Maria Corti, Emilio Villa; poi gli autori/autrici che leggerete su questo libro di «Machina»; poi ancora i compagni di Potere operaio. Tanti? Pochi in fondo dal momento che la sua visuale si limitò a loro. E con loro progettò, propose, varò leggere imbarcazioni. Sempre agili, sempre adatte a reggere l’urto. Fino a scomparire, improvvisamente, dall’orizzonte. 

Una volta, si scoperse attratto dalla fenomenologia: do you remember la dimensione corporea della coscienza, il linguaggio secondo Maurice Merleau-Ponty? Se la cavò senza rimpianti, eppure, imparò a radicarsi nel cuore del mondo vissuto.

Evitò di puntare su un ego spropositato rifiutando il tono solenne del condottiero sulla statua equestre.

Cominciò ad agire prima del ’68, continuò dopo il ’77. Ebbe scambi con diversi modelli di comunicazione. Non si sognò di negare la tradizione benché preferisse trovarsi in anticipo sui tempi. Si proiettò in avanti navigando tra i generi.

Rimase stretto alla classe operaia nonostante l’avanzare del vetrinismo protestatario di Ai Weiwei, gli strepiti neo-barocchi di Matthew Barney, il postmoderno della coppia Fedez-Ferragni. Sfuggì alla macina della mercificazione. Con il linguaggio provò a cambiare lo stato delle cose presenti. Non da solo, sempre in gruppo. 

Difese i propri ritmi. Non conobbe l’ideologia minoritaria. Si mosse dalla scrittura di un testo alla preparazione di una tela all’esaltazione di un oggetto, simile in questo – forse non solo in questo – agli inuit che saltavano da una struttura sociale all’altra a seconda delle stagioni. 

Ascoltò sino allo sfinimento la canzone Azzurro (Celentano, Pallavicini, Conte). Si affidò all’utopia tuttavia non perse l’aspro profilo della concretezza. La vecchiaia non gli suscitò ansia, disperazione, lamenti. Non prese sul serio il suo corpo. Lo trascurò. Si ritagliò un suo modo di vivere.

Difese per anni i rapporti applicando alla lettera il monito di Adorno: l’infedeltà, l’irriflessività dei sentimenti equivale a sottomettersi alla società dei consumi, dunque, siate fedeli. Non inciampò nel maschilismo, non occhieggiò alla schiera degli uomini prepotenti. Fu d’accordo con le donne del MeToo. Si intrattenne con i discorsi sulla parità. Ci ficcò una determinata quantità di moralismo.

Mai fece parte della classe dirigente, eppure la costeggiò, le passò accanto. Miracolosamente. Senza compromettersi. Votò Pci, Pds, Ds, Pd senza entrare nel merito dei problemi, trattati anzi da questioni di lana caprina. La politica la tagliò con l’accetta: stai di qua o stai di là.

Fu un oppositore da anni Sessanta. Eversivo, con l’aiuto delle parole, poco o niente si appassionò alle lotte per il potere. Quando andò in Cina, ne rimase entusiasta. Anche lui, come Antonio Rezza, appartenne al genere di «persone che amano quello che amano fare». Mai marginale, sempre aggrappato alla concretezza, alla cronaca dei fatti, scelse un modo seriamente giocoso di prendere le cose. Quel modo aiuterebbe, se ancora fosse qui.

 

Ritratto di un poeta

Giosetta Fioroni

Il poeta Nanni Balestrini è bello. Ha gli occhi socchiusi, lievemente strizzati come di fronte a una eccessiva luminosità. Dalle palpebre filtrano circolari raggi azzurri che si allungano tra le ciglia.I capelli biondi e lisci sono spruzzati d’oro.La bocca è atteggiata a un perenne immobile sorriso, anzi un accenno di sorriso.  Il volto soave esprime un sentimento di tenero distacco, di gentile supremazia. I lineamenti sono composti, armonici. Una fredda mobilità anima i gesti misurati che non rivelano nulla. Un velo protegge questo nulla, la decisione del nulla, l’ironia del nulla. Ma, ogni tanto, il velo si solleva e qualcosa di molto ingegnoso, complesso, stratificato e multiplotraspare. Si può intravedere, ma solo intravedere, tutta l’attenzione. La furiosa, capillare attenzione di cui è dotato. Possiede una lente nascosta nelle pieghe, nel drappeggio. Una lente di ingrandimento. La muove da sempre, recondito. La sposta languidamente, in ispirato sonnambulismo, su molteplici forme. La punta su eventi minimi e grandi. Il tempo e la storia non fanno parte del gioco. 

Nanni espatriò in Francia per evitare l’arresto ordinato nel quadro dell’inchiesta denominata 7 aprile. In quel periodo scrisse i 49 sonetti poi pubblicati col titolo Ipocalisse. Di questi qui di seguito Passaggio.


Passaggio

 

pieno di mosche

nel paese immobile

diluita dimentica

la fase precedente

si dividono in

lupi

nella gabbia e

sciacalli

intorno strillano

la fine della

non fa niente

senza attesa

ne che mai più le ri

vedrò

 

anche se sembra

sparita se

nero spenge e

tutto finisce per

perdersi senza

fine ma

quante parole

rifioriscono incessanti

il giardino dipinto

pippoli ad esempio

il melone

vada come vada

indelebile

e soprattutto e

 

lì appoggiato

leggermente senza

toccare ora che

non sono

lunga fila leggera

filamenti lungo le

bruscamente interr

senza l’ombra

tutto passa

senza afferrare

quando ci siamo

l’ultima volta

situazione confusa

nessun contatto

 

l’importante sembrava

cosi mentale mentre

ritagliando tutto

e poi ci siamo

e poi non c’era la

rotolando dal

in fondo alla

azzurro liquefazione

con tracce di

e altre tracce

tutto disfandosi

quando tutto cambia

non la voglia di

o la mia

 

rovesciata

verticale aprendosi

da una parte all’altra

mancava poco

nel paesaggio necessario

mancava molto

nel passaggio possibile

contorni sfocati

movimento

perpendicolare

non è finita

pentiti solo

di non averlo

fatto abbastanza

 

senza lineamenti

passando oltre

appariva ogni tanto

lungo la dove

consunta appena lì così

morti colori

mordi appena

a testa in giù

sempre più forte

attraversando

ma è tutto vero

basta toccare

non trovando altre

parole

 

questo e tutto

per ora

in questo momento

e come se

fossimo già

invece siamo

appena

e ciò che è

più strano è

che uno non se

lo immagina bene

dove potrebbe

essere arrivata

la lunga attraversata



Risolte le questioni giudiziarie tornò in Italia qualche anno dopo e ci vedemmo a Milano con Primo Moroni nella sua libreria Calusca. Nanni aveva combinato con la casa editrice Sugarco la pubblicazione di un libro sul ventennale del ’68. Ci mettemmo al lavoro e ne venne fuori L’orda d’oro, un libro non dimenticato che qui ricordo in un passaggio che ho scritto poco dopo la morte di Primo, nel 1998.


Primo… mi piacevano i nostri appuntamenti perché avevano sempre il sapore complice e furtivo di chi progetta e costruisce, sia pur contro i mulini a vento. E mi ricordo questa complicità disperata, negli anni della prima stesura de L’orda d’oro. Già, gli anni Ottanta, anni maledetti di solitudine, circondati dal deserto, dall’esilio, dalla galera, dall’eroina, dal tradimento. In quelle stanze piene di libri trasportati con grandi valigie, automobili, furgoni, e ammucchiati alle pareti fino al soffitto. I nostri libri, salvati dai roghi dell’odio e della paura dei nemici, dalla dimenticanza derivata dal sentimento di una irreparabile sconfitta dei nostri vecchi compagni. Io, ragazzo di bottega, a catalogare, selezionare, predisporre il materiale grezzo. Tu a scrivere incessantemente con una scalcinata macchina meccanica con il tasto della a rotto, che dovevi risollevare dal rullo con il dito quasi a ogni parola. E Nanni, silenzioso, in fondo al grande tavolo, alla regia, a leggere, correggere, aggiungere, tagliare, spostare, rimontare, segnalare lacune e incongruenze, suggerire migliorie. Così per ore, giorni, settimane e mesi tra Roma e Milano. Una catena di montaggio come disse Sergio Bologna che per alcuni giorni ci ospitò nella sua casa. Già con Gli invisibili, e poi con L’orda d’oro, avevamo contribuito a riaprire faticosamente dei pertugi in quell’industria culturale che era stata complice del massacro del movimento. Occorreva insistere, e Nanni in questo era segugio ostinato, tenace.


In occasione del ventennale della morte di Primo Moroni Nanni gli dedicò questa poesia.


A Primo


Prima non c’era niente

le parole volavano via

i fogli appassivano

i libri s’impolveravano

 

poi Primo ha aperto

i grandi occhi

sulle pagine gonfie

di visioni e verità

 

con Primo le voci

rimbalzano compagne

da cori lontani

sempre più vicine

 

con Primo nessuno era

più solo nella lotta

tutti si parlavano

tutti ascoltavano tutti

 

con Primo la storia

del movimento è adesso

il mito moderno

di un mondo che cambia

 

senza fine con Primo

l’orda d’oro galoppa

l’orizzonte lontano

illumina e splende

 

Di seguito una poesia che Nanni ha dedicato agli anni Ottanta


C’è chi loda il letamaio


Qual è il segno culturale del nostro tempo

il bello di cattivo gusto

cioè la merda

le belle pubblicità di merda i bei abiti


di merda il bell’erotismo di merda

le belle barche di merda i bei romanzi

di merda il bel giornalismo di

i bei talk show di merda insomma


tutti i belli super professionali

di merda prodotti dalla cultura spettacolo

di merda con quella incancellabile e richiesta

vena di cattivo gusto cioè di merda


diciamo la cultura dei professionisti di massa

di merda che lavorano per le masse di merda

è difficile diciamo noi

disobbedire al proprio tempo


ci sono tempi che danno licenza di buon gusto

e tempi di merda che la tolgono

e chi contravviene alla merda se va bene

sarà apprezzato dai posteri


oggi i buoni professionisti della merda

selezionati dai grandi media di merda

sanno mettere insieme colori immagini di merda

luci effetti di merda tridimensionali


belli bellissimi sanno organizzare i bei

dibattiti sado-maso di merda le belle

inchieste tutte ritmo e suspense

ma mettendoci quel tanto di cattivo gusto


cioè di merda che hanno coltivato invece che soffocare

per piacere allo spettatore massa di merda

e senza un po’ di cattivo gusto

cioè di merda oggi si campa male


a noi tocca vivere nella cultura spettacolo

di merda del bello di cattivo gusto

cioè di merda ben retribuiti e puniti

ogni giorno dalla fama di merda


è difficile disobbedire al proprio tempo di merda

non curarsi del suo segno culturale di merda

oggi uno che non ha successo

perché guarda in alto e comunque non nel letamaio


non viene guardato dalla merda

come un’intelligenza esigente

come il portatore di una grande ambizione

ma come un corpo estraneo alla merda


vivere in sintonia con la cultura di massa

di merda è vivere nel migliore dei mondi

di merda oggi possibile

è quasi impossibile sottrarsi


alla cultura del proprio tempo di merda

i compensi agli intelligenti perché producano

merda per i rozzi e volgari sono ottimi

e tutti più o meno ci siamo adeguati alla merda.



Cip ciop


Negli ultimi anni io e Nanni facevamo il Natale insieme, a casa mia. Solo noi due.

All’inizio cucinavamo insieme, poi, ci ho pensato io.

Cucinavo sempre pesce e apparecchiavo col meglio che avevo. Lui arrivava puntuale.

Posteggiava la sua auto rossa in divieto di sosta e saliva con lo champagne.

Dopo aver parlato come al solito di lavoro ci buttavamo sui piatti, in silenzio.

Arrivati al secondo io gli dicevo: Cip. E lui mi rispondeva: Ciop.

Ridevamo e facevamo un brindisi.



L’ultimo aprile


Era l’ultimo suo aprile. Era a casa, in una pausa tra un ospedale e l’altro. 

Seduto sul divano del salottino guardava fisso dalla finestra socchiusa le foglie fresche del vecchio platano.

Sbottò di colpo: «Non se ne può più di questi leghisti, fascisti, razzisti. Dobbiamo fare qualcosa di più duro di quel che abbiamo fatto finora. Non ce ne facciamo niente di questi vecchi intellettuali decotti di sinistra. Abbiamo visto come è andata a finire con «alfabeta 2». Tempo sprecato. E questi giovani intellettuali? Quasi tutti professorini presi solo dai loro interessi di carriera accademica, sono solo dei piccoli individualisti narcisisti. Niente. C’ho pensato su: rifacciamo «Compagni,». Non devo chiedere il permesso a nessuno, l’ho fatta io, la testata è mia».

Rimasi un attimo interdetto. «Compagni,» – conosciuta e denominata «Compagni virgola» – era una rivista che Nanni aveva fatto nel 1970 con il supporto economico di Giangiacomo Feltrinelli, e dell’editore aveva pubblicato una lunga intervista in concomitanza con la sua entrata in clandestinità. Ne erano usciti solo due numeri. Un grande formato e una grafica elegante e austera, in bianco e nero. Di fatto era una rivista ascrivibile all’area politica di Potere operaio. Rifarla oggi? Con una testata dal sapore così desueto? Sembrava un’idea del tutto inattuale, commercialmente fuori target. Glielo dissi. Ma lui era convintissimo del contrario: «Proprio perché le cose stanno come stanno bisogna fare un’operazione di schieramento culturale militante, non opinionistico. Basta con le buone maniere. E bisogna fare un prodotto cartaceo, non in elettronica. Dobbiamo tornare e stare nelle edicole, e con una proposta non effimera. Fai fare subito dalla tipografia dei preventivi per una tiratura minima di 30.000 copie. Stesso formato e fogliazione della testata originale. Io chiamo subito Toni, Piperno e gli altri. Intendeva i vecchi di Potere operaio, quelli rimasti».

Mah… mi incammino verso l’ufficio con un unico pensiero in testa: e adesso? dove si trovano i soldi? Mentre faccio i preventivi lui fa il giro dei siti internet e compra per 300 euro le uniche due copie della rivista disponibili. 

Il giorno dopo vado a trovarlo. Si alza dal divano, va in cucina e torna con una bottiglia di champagne e due flute. 

– Ma Nanni… non puoi bere… 

– Ti immagini… due dita… Ho sentito tutti, e ci stanno tutti… Brindiamo a «Compagni,». Sarà un rivistone.



Nessuno si ribella


Nessuno si ribella

ci infangano la vita

ci mordono le budella

ci strappano il futuro

 

i ricchi ci rubano tutto

la scuola l’ospedale

la scienza anche il mangiare

e nessuno che si ribella

 

la vita non era bella

ma qualcosa ci restava

adesso i ricchi vogliono tutto

ma nessuno qui si ribella

 

ci lasciano miseria

fame tristezza e vuoto

se crepiamo tanto meglio

proprio nessuno che si ribella

 

a furia di lasciarli fare

ci dovremo tutti suicidare

per farli ancora più ingrassare

perché nessuno qui si ribella

 

non c’è proprio più niente da fare

per non farci più massacrare

come pecore mandate al macello

non c’è n’è una che si ribella

 

bisognerà proprio aspettare

che ci portino via proprio tutto

anche la voce per protestare

tanto nessuno qui si ribella



Una delle ultime poesie di Nanni, secondo me tra le più belle e di straordinaria attualità.


Istruzioni preliminari

il nostro mondo sta scomparendo

i tramonti succedono ai tramonti

si può sentirne lo strappo silenzioso

scorrere il sangue la vita che fugge

su fogli di carta corrosi sbiaditi

accarezzando le parole ancora visibili


accarezzando le parole ancora visibili

supreme famose finzioni si dissolvono

su fogli di carta corrosi sbiaditi

i tramonti succedono ai tramonti

in una realtà caotica ostile immensa

non sappiamo chi siamo né dove andiamo


non sappiamo chi siamo né dove andiamo

le vecchie certezze se ne vanno

in una realtà caotica ostile immensa

supreme famose finzioni si dissolvono

la nostra urgenza di ordine si annulla

in un reticolato di possibilità infinite


in un reticolato di possibilità infinite

proviamo ogni volta con parole diverse

la nostra urgenza di ordine si annulla

le vecchie certezze se ne vanno

tutto si ramifica si scompone si mescola

gli esperimenti non producono un sì o un no


gli esperimenti non producono un sì o un no

ma un continuo flusso di probabilità

tutto si ramifica si scompone si mescola

proviamo ogni volta con parole diverse

nessuna ricerca di risposte assolute

poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità


poiché ogni sviluppo è segnato dalla discontinuità

rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo

nessuna ricerca di risposte assolute

ma un continuo flusso di probabilità

il punto è dove la catena può essere spezzata

la contraddizione principale muta continuamente


la contraddizione principale muta continuamente

nella violenza che stravolge la quotidianità

il punto è dove la catena può essere spezzata

rottura radicale e definitiva con l’evoluzionismo

teoria materialista della contingenza

il tempo in cui l’uno si spacca in due


il tempo in cui l’uno si spacca in due

guardando l’evento da prospettive parziali

teoria materialista della contingenza

nella violenza che stravolge la quotidianità

nella durata mutevole delle congiunture

forze eterogenee si compongono su una linea comune


forze eterogenee si compongono su una linea comune

secondo una relazione non predeterminata

nella durata mutevole delle congiunture

guardando l’evento da prospettive parziali

scomporre e ricomporre in equilibri alternativi

la scrittura come un flusso non come un codice


la scrittura come un flusso non come un codice

costruzioni associative e accumulative

scomporre e ricomporre in equilibri alternativi

secondo una relazione non predeterminata

arricchisce il significato rendendolo plasmabile

la forma liberata dalla palude delle sintassi


la forma liberata dalla palude delle sintassi

sequenza di immagini sparate come slogan

arricchisce il significato rendendolo plasmabile

costruzioni associative e accumulative

rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio

contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso


contro l’abuso la convenzione lo svuotamento di senso

non più dominanti e dominati ma forza contro forza

rendere partecipe il lettore azzerando il linguaggio

sequenza di immagini sparate come slogan

l’attacco va minuziosamente preparato

secondo una prospettiva rivoluzionaria


secondo una prospettiva rivoluzionaria

un altro mondo sta apparendo

l’attacco va minuziosamente preparato

non più dominanti e dominati ma forza contro forza

si può sentirne lo strappo sonoro

correre il sangue la nuova vita che arriva


Sergio Bianchi ha fondato e poi codiretto il progetto editoriale DeriveApprodi. Ha curato numerosi saggi. È inoltre autore di due romanzi: La gamba del Felice (Sellerio) e il recente Aggrappàti al cielo (Milieu). Ha ideato e realizzato le riviste online «Machina» e «ahida». Attualmente è curatore della collana «settanta» per Milieu.



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