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- Selfie da zemrude
Risonanze sonore Dal ritmo orale al drone: le risonanze sonore di Don Loopis La vera arte è dove nessuno se l'aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. Jean Dubuffet La frase di Jean Dubuffet sembra attraversare in profondità il percorso musicale di Donatello Pisanello, soprattutto nella sua incarnazione più radicale e laterale: Don Loopis. Non semplicemente un alias elettronico, ma un territorio parallelo in cui il suono viene riportato a una dimensione originaria, intuitiva, quasi pre-culturale. Nella prospettiva della rubrica Risonanze Sonore, il lavoro di Pisanello appare come una continua tensione tra memoria e deviazione, tra radice e disgregazione formale. È facile, superficialmente, separare il musicista di Officina Zoé dallo sperimentatore sonoro che costruisce paesaggi dronici, looping minimali e improvvisazioni elettroacustiche. In realtà la continuità è profondissima. Cambiano gli strumenti, cambiano i linguaggi, ma resta intatta una stessa idea di ascolto: il suono non come materiale da controllare, ma come organismo vivo da attraversare. La musica tradizionale salentina, soprattutto nella sua dimensione orale e popolare, nasce infatti dall’improvvisazione, dall’adattamento continuo, dalla variazione intuitiva. Prima ancora della scrittura musicale esiste il gesto, il corpo, la ripetizione ipnotica, la relazione diretta con il ritmo e con la comunità. È qui che il percorso di Don Loopis incontra la tradizione: non nella citazione folklorica, ma nella struttura profonda dell’esperienza sonora. L’improvvisazione libera diventa allora centrale. Non come esercizio tecnico successivo allo studio accademico — secondo l’impostazione tipica dei conservatori, dove si improvvisa quasi sempre entro strutture già concettualizzate — ma come predisposizione primaria all’ascolto. Una forma di composizione intuitiva che nasce nel momento stesso dell’esecuzione. In questo senso il lavoro di Pisanello si avvicina molto di più alle dinamiche della musica orale che non alle rigidità della scrittura colta occidentale. Non è casuale che figure come Marcello Magliocchi, presenti in esperienze legate alla libera improvvisazione e alla direzione artistica di contesti come Osimu (open sound international meeting up), abbiano attraversato territori simili: «l’idea che il suono possa esistere prima della teoria, prima della codificazione, prima persino dell’opera». - https://www.facebook.com/zittizittisoundclub/posts/ed-ecco-pronte-la-registrazione-delle-performance-delledizione-2021-di-osimuosim/1193650075569151 Da questo punto di vista la definizione che Don Loopis dà di sé: imperfezionista, inattuale, indisciplinato, ieratico, non è un vezzo estetico ma una dichiarazione di poetica. L’Art Brut che rivendica non coincide con una semplice ricerca sperimentale o d’avanguardia: è piuttosto il tentativo di sottrarre il gesto artistico alle logiche dell’addestramento culturale, della perfezione tecnica e dell’estetica codificata. Una pratica che cerca nel suono una dimensione primaria, istintiva, irregolare, capace di conservare l’urgenza dell’impulso creativo prima che venga normalizzato, reso consumo o linguaggio riconoscibile. In questo senso errore, rumore, frammentazione e imperfezione non vengono nascosti, ma diventano parte stessa dell’opera e della sua forza espressiva. Dubuffet parlava di opere inventate in tutte le loro fasi dall’autore, fondate sui propri impulsi. È esattamente ciò che accade nei lavori più recenti di Don Loopis: composizioni costruite attraverso stratificazioni istantanee, looping intuitivi, derive elettroniche e improvvisazioni che sembrano emergere da una zona liminale tra coscienza e istinto. Album come Minimalooping, Eeee, e Musiche per Paesaggi Immaginari mostrano chiaramente questa ricerca. Bandcamp di Donatello Pisanello raccoglie una discografia vastissima che attraversa ambient, drone, live looping, onkyōkei e improvvisazione elettroacustica. In Il Crollo della Mente Bicamerale, ispirato alle teorie di Julian Jaynes sull’origine della coscienza, la composizione istantanea attraverso live looping diventa quasi una fenomenologia della mente sonora: voci interne, ripetizioni ossessive, fratture percettive, paesaggi psichici che si costruiscono e si dissolvono continuamente. Anche nei lavori più recenti pubblicati nel 2026 — come Nimu, Nimbusonorum, 8_Koan, Effugit, Vexata Quaestio, e Timore e Tremore — emerge questa tensione verso una musica che non vuole rassicurare né semplificare l’ascolto, ma aprire spazi percettivi. Nell’ultimissimo lavoro Ludo, ergo sum Don Loopis trasforma l’imperfezione in linguaggio sonoro. Rumore, frammentazione, saturazioni ed elettronica non cercano mai equilibrio o pulizia formale, ma conservano qualcosa di istintivo, fisico e quasi rituale. Anche dentro le sperimentazioni più radicali riaffiora una memoria ritmica che non rompe con il passato della musica popolare salentina, ma lo attraversa e lo deforma fino a renderlo materia viva, irregolare e non addomesticata. Parallelamente, il lavoro organizzativo e curatoriale svolto attraverso Zitti Zitti Sound Club assume un’importanza decisiva. Non si tratta soltanto di programmare eventi di musica sperimentale, ma di costruire un ecosistema sonoro alternativo, capace di mettere in relazione esperienze internazionali di ricerca, improvvisazione e sound art con il territorio salentino. Una pratica culturale che rifiuta la marginalizzazione della sperimentazione e la restituisce invece a una dimensione collettiva e viva. In fondo è proprio qui che il percorso di Donatello Pisanello mantiene la sua coerenza più profonda: nella convinzione che il suono non sia mai separato dal luogo, dal corpo, dalla memoria e dalla relazione umana. La pizzica, il bordone elettronico, il feedback, il rumore ambientale, il loop minimale: tutto appartiene allo stesso continuum espressivo. Non c’è quindi una frattura tra tradizione e sperimentazione. C’è piuttosto il tentativo di liberare il suono dalle gerarchie culturali che decidono cosa debba essere considerato musica e cosa no. Ed è forse proprio in questo gesto che la Music Brut di Don Loopis trova il suo significato più autentico: riportare l’ascolto a uno stato originario, imperfetto, intuitivo e radicalmente umano. Buon ascolto https://pisanello.bandcamp.com/album/ludo-ergo-sum From Oral Rhythm to Drone: The Sonic Resonances of Don Loopis by Franco Oriolo The true art is where no one expects it, where no one thinks about it nor even speaks its name Jean Dubuffet Jean Dubuffet’s words seem to resonate deeply through the musical journey of Donatello Pisanello, especially in its most radical and peripheral incarnation: Don Loopis. Not merely an electronic alias, but a parallel territory in which sound is brought back to an original, intuitive, almost pre-cultural dimension. From the perspective of the Risonanze Sonore column, Pisanello’s work appears as a constant tension between memory and deviation, between roots and formal disintegration. Superficially, it may seem easy to separate the musician of Officina Zoé from the sonic experimenter who constructs droning landscapes, minimal looping, and electroacoustic improvisations. In reality, the continuity runs very deep. The instruments change, the languages change, yet the same idea of listening remains intact: sound not as material to be controlled, but as a living organism to move through. Traditional Salento music, especially in its oral and popular dimension, is itself born from improvisation, continuous adaptation, and intuitive variation. Before musical notation there is gesture, the body, hypnotic repetition, and a direct relationship with rhythm and community. This is where Don Loopis’ path encounters tradition: not in folkloric quotation, but in the deep structure of sonic experience. Free improvisation therefore becomes central. Not as a technical exercise following academic training — according to the typical conservatory approach, where improvisation almost always takes place within already conceptualized structures — but as a primary disposition toward listening. A form of intuitive composition born in the very moment of performance. In this sense, Pisanello’s work is far closer to the dynamics of oral music than to the rigidities of Western classical writing. It is no coincidence that figures such as Marcello Magliocchi, active within free improvisation and artistic direction in contexts like Osimu (Open Sound International Meeting Up), have crossed similar territories: «the idea that sound can exist before theory, before codification, even before the very concept of the work».- https://www.facebook.com/zittizittisoundclub/posts/ed-ecco-pronte-la-registrazione-delle-performance-delledizione-2021-di-osimuosim/1193650075569151 From this perspective, the way Don Loopis defines himself: imperfectionist, untimely, undisciplined, hieratic, is not an aesthetic affectation but a poetic statement. The Art Brut he claims does not simply coincide with experimental or avant-garde research; rather, it is an attempt to free artistic gesture from the logic of cultural conditioning, technical perfection, and codified aesthetics. A practice that seeks within sound a primary, instinctive, irregular dimension capable of preserving the urgency of creative impulse before it is normalized, turned into consumption, or reduced to recognizable language. In this sense, error, noise, fragmentation, and imperfection are not concealed, but become part of the work itself and of its expressive force. Dubuffet spoke of works invented in all their phases by the author, grounded in personal impulses. This is precisely what happens in Don Loopis’ most recent works: compositions built through instantaneous layering, intuitive looping, electronic drifts, and improvisations that seem to emerge from a liminal zone between consciousness and instinct. Albums such as Minimalooping, Eeee, or Musiche per Paesaggi Immaginari clearly reveal this research. Donatello Pisanello’s Bandcamp gathers an extensive discography spanning ambient, drone, live looping, onkyōkei, and electroacoustic improvisation. In Il Crollo della Mente Bicamerale, inspired by Julian Jaynes’ theories on the origin of consciousness, instantaneous composition through live looping becomes almost a phenomenology of the sonic mind: internal voices, obsessive repetitions, perceptual fractures, psychic landscapes that continuously form and dissolve. Even in the most recent works released in 2026 — such as Nimu, Nimbusonorum, 8_Koan, Effugit, Vexata Quaestio, or Timore e Tremore — this tension toward a music that refuses to reassure or simplify listening continues to emerge, opening instead perceptual spaces. In the latest work, Ludo, ergo sum, Don Loopis transforms imperfection into sonic language. Noise, fragmentation, saturation, and electronics never seek balance or formal cleanliness, but preserve something instinctive, physical, and almost ritualistic. Even within the most radical experimentations, a rhythmic memory resurfaces — one that does not break with the past of Salento folk music, but moves through it and deforms it until it becomes living, irregular, and untamed matter. At the same time, the organizational and curatorial work carried out through Zitti Zitti Sound Club becomes crucial. It is not merely about programming experimental music events, but about constructing an alternative sonic ecosystem capable of connecting international experiences of research, improvisation, and sound art with the Salento territory. A cultural practice that refuses the marginalization of experimentation and instead restores it to a collective and living dimension. Ultimately, this is where Donatello Pisanello’s path maintains its deepest coherence: in the conviction that sound is never separated from place, body, memory, and human relationship. Pizzica, electronic drones, feedback, environmental noise, minimal loops — all belong to the same expressive continuum. There is therefore no fracture between tradition and experimentation. Rather, there is an attempt to free sound from the cultural hierarchies that decide what should or should not be considered music. And perhaps it is precisely in this gesture that Don Loopis’ Music Brut finds its most authentic meaning: bringing listening back to an original, imperfect, intuitive, and radically human state. Good listening: https://pisanello.bandcamp.com/album/ludo-ergo-sum
- clan milieu
Nel ventre della «bestia Sulla progettazione e fabbricazione del combustibile nucleare Gérard Giachi Il prossimo novembre la casa editrice Milieu, nella sua collana «settanta», sezione «teorie», pubblicherà il libro Il quinto elemento. Viaggio ai confini dell’ecologia politica, di Giorgio Ferrari Ruffino. Ne pubblichiamo qui come anticipazione uno stralcio. Di nucleare, inteso come tecnologia e come fonte di energia, mi è capitato di scriverne e parlarne in molte occasioni e da parecchio tempo, 1 ma senza mai accennare al fatto che la mia esperienza in proposito mi veniva dall’aver lavorato per molti anni in quello che, all’epoca, era considerato il «ventre» di questo settore: il Centro Progettazioni Nucleari dell’Enel. Avevo lasciato il CNR per l’Enel dove trovai un ambiente di lavoro del tutto diverso: risorse ingenti, alta tecnologia, piena finalizzazione del lavoro pur mantenendo, ciascuno nella mansione assegnatagli, un approccio interdisciplinare alle finalità della struttura appositamente concepita per sviluppare e realizzare il primo programma nucleare interamente italiano. Ciononostante non riuscivo a identificarmi in questa nuova impresa forse perché, inconsciamente, desideravo qualcosa che non mi facesse rimpiangere il lavoro di ricerca, qualcosa che mi impegnasse anche da un punto di vista scientifico e fu per questo che scelsi di occuparmi del combustibile nucleare. Materia questa di cui allora non si sapeva abbastanza e che ancora oggi, le rare volte di cui se ne parla, viene menzionata di sfuggita come a voler celare che è proprio dall’uso del combustibile nucleare che discendono le preoccupazioni maggiori per la sicurezza di questi impianti. Non fu per caso che nessuno tra i miei colleghi dell’epoca volle dedicarvisi, ché il mestiere del «combustibilista» (così erano chiamati in gergo coloro che si occupavano di combustibile nucleare) era difficile, solitario e non esente da rischi, tant’è che in tutta Italia i combustibilisti si contavano sulle dita di una mano e io fui l’unico ad occuparmi della fabbricazione del combustibile nucleare di tutte le centrali dell’Enel fino al 1987, quando feci obiezione di coscienza.2 La mia prima missione in tal senso si svolse a Grosswelzheim presso la KRT (Kernreaktorteile GmbH), uno stabilimento impiantato in Baviera nel 1967 dalla General Electric, dove si fabbricava il combustibile nucleare per diverse centrali europee, compresa quella del Garigliano, e io ero lì per controllare la fabbricazione della seconda ricarica. Ero emozionato e anche un po’ teso, ma contavo di cavarmela facendo fede che a un ispettore dell’Enel sarebbe stata riservata l’attenzione che si doveva a un cliente così importante. Ma mi sbagliavo, e di parecchio. Fui ricevuto dal direttore, un prestante americano di mezza età. Capelli molto corti di color biondo cenere, era seduto dietro una opprimente scrivania di legno sulla cui retrostante parete erano affissi trofei di safari africani oltre a due fucili da caccia di grosso calibro. Dopo aver preso visione delle mie credenziali e scambiato parole di circostanza, mi affidò a un foreman (capo settore) augurandomi un buon soggiorno. Il foreman, un ex sergente della Wehrmacht, mi fece capire che non parlava inglese, per cui se avevo delle domande avrei dovuto scriverle su un foglio che lui avrebbe inoltrate al direttore. Furono cinque giorni di inutile sofferenza, dato che mi aggiravo per i reparti dell’area fredda3 (in quella calda non avevo il permesso di entrare) senza uno scopo preciso e, soprattutto, senza avere la possibilità di verificare se le lavorazioni in corso rispondessero ai criteri di fabbricazione e controllo specificati dal progettista del combustibile (la General Electric), dal momento che non disponevo di nessun documento di riferimento (specifiche tecniche, fogli di lavorazione, procedure, piano di controllo qualità, ecc). Nemmeno servì a qualcosa l’elenco di domande che feci pervenire al direttore, perché quando mi recai da lui per le risposte, egli mi pose davanti il contratto di fornitura stipulato dall’ufficio contratti dell’Enel (che io conoscevo bene) dicendomi: questo è ciò che regola i nostri rapporti e qui non c’è scritto che tu hai diritto di conoscere le cose che mi hai chiesto. Ero frustrato perché, nonostante avessi riempito pagine di appunti rubando con gli occhi ogni mossa di ogni singolo operatore, non avevo niente in mano che mi consentisse di stendere uno straccio di rapporto su quella che doveva essere una ispezione! Così, pur di non tornare a casa a mani vuote, feci un ultimo tentativo: chiesi al direttore che mi fossero consegnati gli specimens (campioni) di alcuni componenti del combustibile (tappi, molle, un segmento di guaina) facendogli capire che, stavolta, ciò che chiedevo era scritto nel contratto di fornitura. Ebbe appena un attimo di esitazione prima di liquidarmi con questa semplice e breve frase: I don’t care, non me ne frega niente. Dall’imbarazzo con cui i miei superiori ascoltarono il resoconto della missione – una volta rientrato in sede – capii che in Enel non si sapeva quasi nulla del combustibile nucleare. Certo, il combustibile fresco qualcuno lo aveva pur visto e anche toccato e caricato nel nocciolo durante il primo avviamento degli impianti; ma come fossero fabbricati e testati tutti i singoli componenti (a cominciare dalle pastiglie di uranio) che venivano assemblati insieme per formare gli elementi di combustibile, nessuno lo sapeva. Bisognava concepire per intero un’attività che era di assoluta rilevanza per la sicurezza degli impianti nucleari, un’attività di quality control (controllo di qualità) ma anche di quality assurance (garanzia di qualità) che all’epoca era ai primordi, e questo era il lavoro che faceva per me.Così, mentre seguitavo a fare ispezioni nelle fabbriche che in Italia e all’estero rifornivano l’Enel, mi dedicai a impostare organicamente il lavoro di supervisione del combustibile nucleare con particolare riguardo alla sua fabbricazione la quale presenta caratteristiche molto particolari. A differenza di altri componenti chiave, infatti, il combustibile nucleare viene prodotto in grandi quantità, ma nello stesso tempo deve soddisfare criteri molto rigorosi che altri componenti non richiedono. In definitiva, come mi è capitato di dire anche in ambienti universitari suscitando un certo stupore, la fabbricazione del combustibile nucleare può essere considerata una «produzione di serie con standard qualitativi estremamente elevati, paragonabili a quelli in uso nelle tecnologie spaziali». Questa produzione su larga scala, che nel caso di un reattore ad acqua da 1000 Mwe varia da circa 38.000 a 41.000 barrette di combustibile (che significa centinaia di elementi di combustibile)4, richiede un sistema di controllo estremamente rigoroso e affidabile, insieme a procedure di fabbricazione consolidate che comportano l’esecuzione di 12-13 milioni di test 5 e non è una esagerazione. Basti pensare che in ogni barretta di combustibile vengono inserite circa 250 pastiglie di uranio di forma cilindrica, ognuna della quali andrebbe controllata per dimensioni, composizione chimica e caratteristiche meccaniche, ma dati i tempi e i costi esorbitanti di una simile procedura, se ne controllano solo una ventina (più o meno il 10%) secondo piani di campionamento statistici prestabiliti. Inoltre, a complicare le cose, c’è il fatto che il combustibile nucleare non può essere sottoposto a collaudo preventivo come qualsiasi altro componente, sia pure di elevatissimo pregio. Un alternatore, una turbina, persino i motori più sofisticati possono (e in certi casi devono) essere sottoposti a collaudo, ma per il combustibile nucleare ciò non è possibile perché significherebbe inserirlo nel nocciolo, sottoporlo a irraggiamento neutronico con conseguente contaminazione radioattiva e quindi non più operabile al di fuori del reattore stesso. Di qui l’assoluta importanza dei controlli su ogni singolo componente del combustibile nucleare e sugli addetti alla fabbricazione, perché un difetto non riscontrato in ciascuno di essi può rivelarsi esiziale per il buon funzionamento del prodotto finale e per la sicurezza dell’impianto. Tutti questi controlli e procedure che riguardano i materiali, i metodi di fabbricazione e anche gli operatori, sono integrati in un sistema di qualità operante in tutte le fasi della produzione del combustibile nucleare, la cui progettazione e fabbricazione rappresentano quanto di più complesso si possa immaginare dal punto di vista industriale. Note A parte le collaborazioni con il quotidiano «il manifesto», con i blog di «Pressenza» e «la bottega del Barbieri», ricordo la nuova serie di «rossovivo», con Dario Paccino (1979- 1981) e il libro Scram. La fine del nucleare (Jaca book 2011) scritto con Angelo Baracca. Come spiegai nella lettera inviata nel febbraio del 1987 all’Ufficio personale dell’Enel, la mia militanza nel Comitato Politico Enel comportava atteggiamenti che erano in contrasto con la politica nucleare dell’Ente. Tuttavia fino all’incidente di Chernobil avevo ritenuto di continuare a svolgere le attività di controllo sulla fabbricazione del combustibile proprio per le implicazioni che questo componente aveva dal punto di vista della sicurezza. Il disastro di Chernobil fece saltare questo difficile compromesso e mi indusse a fare obiezione di coscienza. Di seguito il testo della lettera inviata all’Enel. All’Ufficio Personale dell’ENEL Con la presente vi inoltro formale richiesta di non essere più adibito a mansioni inerenti la progettazione, costruzione od esercizio di una centrale nucleare. Questa mia decisione (che intendo rendere pubblica) può forse apparire perentoria, ma al punto il cui è giunta la mia vita lavorativa e sociale, mi trovo di fronte a scelte non più rinviabili. E’ da sedici anni ormai che mi occupo di combustibile nucleare e in tutto questo tempo la mia mansione è stata quella di controllarne la fabbricazione: prima per il Garigliano e Latina, poi Trino e Caorso fino al Cirene ed Alto Lazio. Per questo mio lavoro, pur se abbastanza insolito, non mi sento però né esperto né scienziato: più semplicemente so di essere un tecnico che, al pari di molti suoi colleghi, si sforza di compiere correttamente un compito specialistico. Ma come a voi è noto sono anche un antinucleare che da molti anni si batte per modificare le scelte di politica energetica dell’Enel. Di qui il dilemma che ha accompagnato il mio lavoro e che oggi sento di dover risolvere per necessità di chiarezza verso me stesso e verso tutti coloro con cui ho diviso o l’impegno lavorativo o gli ideali di lotta. Chiarezza a cui del resto ho sempre improntato, pur se da posizioni contrastanti, i miei rapporti con l’Enel a cui intendo tener fede anche in questa difficile scelta. Dico difficile perché se per anni ho convissuto con questo personale compromesso di agire da antinucleare e lavorare come un diligente nuclearista, è anche perché ho creduto di poter mettere qualcosa in più nel mio lavoro che non fosse strettamente contrattuale: la mia diffidenza, la mia scrupolosità (e perché no, anche la mia passione) nel lavorare su un componente così inequivocabilmente nucleare come il combustibile. Se tutto ciò non basta più è perché ho capito che, dopo Chernobyl, contribuire criticamente vuol dire pur sempre collaborare, dare credito a quel paradosso secondo cui gli incidenti nucleari sono tecnologicamente impossibili, ma statisticamente probabili; ma soprattutto vuol dire dimenticare e far dimenticare che i pompieri di Chernobyl, accettando una morte orribile, hanno impedito una catastrofe ancora più grave. Anche se razionalmente sono convinto che la “peste nucleare” –sotto certi aspetti- non è peggiore di quella chimica; anche se intuisco che la nube di Chernobyl viene usata per nascondere altre minacce per l’umanità, non intendo più avallare –neanche con la mia esperienza- scelte tecnologiche che si rivelano sempre più invadenti ed opprimenti; non voglio più soggiacere a quel cinismo ingegneristico che considera la vita un “vuoto a perdere”; non posso più accettare il perbenismo culturale di certi scienziati che inviano al capo dello stato le loro banalità spacciandole per appelli alla ragione. E’ una ragione che non rispetto e non conosco, perché è una ragione che non pensa al pari della scienza di cui è figlia Giorgio Ferrari Ruffino 3. Un impianto per la fabbricazione del combustibile nucleare è suddiviso in due grandi aree di lavorazione denominate area fredda ed area calda. L’area fredda include esclusivamente lavorazioni di componenti metallici che, data l’assenza dell’uranio, non comportano misure di sicurezza radiologiche. Nell’area calda si introduce la lavorazione e manipolazione dell’uranio per cui tutte le operazioni vengono effettuate secondo criteri di sicurezza radiologici e tutta l’area calda è fisicamente separata da quella fredda per evitare possibili contaminazioni. 4. Nel linguaggio mediatico corrente quando ci si riferisce al combustibile nucleare si parla di «barre di uranio». In realtà la configurazione del combustibile è più complessa trattandosi di un insieme di componenti che vengono assemblati secondo una sequenza assolutamente rigida. Il manufatto finale si chiama «elemento di combustibile» ed è composto da un numero fisso di barrette di combustibile, tenute insieme da uno «scheletro» costituito da griglie intermedie e da due terminali finali. Le barrette di combustibile sono costituite da guaine (tubi) del diametro di circa 1 cm, spessore inferiore al mm e di lunghezza prossima ai 4 metri. Queste guaine sono riempite di cilindri di uranio (pastiglie) di altezza intorno ai 2 cm tenuti insieme da una molla e sono saldate alle estremità con dei tappi di chiusura. La configurazione tipica di un elemento di combustibile per reattori ad acqua bollente BWR contiene da 64 a 100 barrette di combustibile (8x8; 9x9; 10x10) mentre quella di un reattore ad acqua in pressione PWR varia da 225 a 289 barrette (15x15; 17x17). 5. Per maggiori dettagli si veda la relazione da me tenuta all’evento Nuclear Italy:An International History of Italian Nuclear Policies during the Cold War svoltosi nel 2017 all’Università di Trieste. https://inis.iaea.org/records/22x9w-bs897 https://eut.units.it/it/catalogo/nuclear-italy-an-international-history-of-italian-nuclear-policies-during-the-cold-war/ 161 Giorgio Ferrari Ruffino (1944), si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1968 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza (caso unico nella storia del nucleare europeo).Successivamente ha lavorato nel campo della cooperazione internazionale, sempre per conto dell’Enel, in qualità di supervisore/controllore dei progetti finanziati dall’Italia in campo energetico, portandolo ad operare in molti paesi del Terzo mondo. Ha concluso la sua attività nel 2005 dopo essersi occupato di ogni tipo di progetto riguardante la produzione e trasmissione di energia elettrica per il settore esteri dell’Enel. La sua formazione politica-culturale inizia nel 1972 con il Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni sviluppa una critica al modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del nascente movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista «rossovivo» e fonda la casa editrice I libri del NO. Insieme a Dario Paccino ha scritto La teppa all’assalto del cielo. I 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto SCRAM: la fine del nucleare, edito da jaca Book, 2011. Con G. Marco D’Ubaldo ha scritto il IV volume de Gli Autonomi edito da DeriveApprodi, 2017.
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L’Intelligenza Artificiale, la sua funzione sociale e il suo rapporto con la sfera delle emozioni Roberto Gelini Con l’avvento dell’Intelligenza artificiale, è facile chiedersi se questa sia un bene o un male. In realtà, però, più che demonizzare o esaltare l’IA, sarebbe opportuno domandarsi quale sia il suo uso nel contesto sociale, perché è questo con cui noi dobbiamo fare i conti. Se l’IA è in grado di imparare dalle esperienze e di prendere decisioni in autonomia, allora è lecito chiedersi qual è il suo grado di autonomia. Qual è il rapporto di questa macchina linguistica con la sfera delle umane emozioni? La rivoluzione informatica sembra procedere a passi da gigante con continue innovazioni tecnologiche che stanno trasformando anche le nostre stesse esistenze.Molti processi quotidiani sono ormai governati da algoritmi.Gli algoritmi classici, però, sono strumenti piuttosto rigidi, programmati per rispondere in forma automatica al verificarsi di una sequenza di condizioni, per cui l’imprevisto, non contemplato dalla loro programmazione, rischia di metterli profondamente in crisi.Anche per ovviare a tale limite nasce ciò che noi definiamo «Intelligenza Artificiale».L’IA è uno strumento decisamente più flessibile e dinamico, capace di compiere scelte autonome e soprattutto di apprendere dalle esperienze (Machine Learning, ossia Apprendimento Automatico), imparando, perciò, anche a gestire in autonomia gli imprevisti.Già, ma qual è il grado di autonomia dell’intelligenza artificiale?Quali scelte può compiere?Qual è il suo rapporto con la sfera emozionale?Difficile fornire delle risposte univoche, poiché il comportamento dell’IA è strettamente legato al suo scopo primario (imprinting), ossia alla sua funzione d’uso.Pertanto, vale la pena di provare ad analizzarne la funzione dell’IA in alcuni contesti specifici. L’Intelligenza Artificiale in tuta mimetica Sempre più assistiamo impotenti all’uso dell’intelligenza artificiale nelle guerre e nei genocidi.Per esempio, nella distruzione di Gaza, Israele ha fatto largo uso dell’intelligenza artificiale per individuare e distruggere i target da colpire. In tal caso, lo scopo primario dell’IA era quello di individuare, colpire e distruggere tutto ciò che veniva identificato come bersaglio.Per entrare nel merito, vale la pena di provare a descrivere la funzione delle tre principali IA tuttora utilizzate da Israele. Lavender (Lavanda): viene usata per individuare potenziali bersagli incrociando dati provenienti dai social, dal web, dalle intercettazioni telefoniche e dai rapporti dei servizi.Lo scopo primario dell’IA è chiaro ed il suo grado di autonomia decisionale non contempla né la presunzione di innocenza del soggetto individuato (anche un semplice post critico nei confronti di Israele potrebbe essere considerato sufficiente), né qualunque tipo di empatia con lo stesso, anzi nell’individuazione del bersaglio l’errore non costituisce un problema, ma è considerato accettabile. Habsora (Il Vangelo): consente di individuare e colpire con precisione i bersagli. L’eliminazione dei bersagli a seconda dell’importanza attribuita al target, contempla anche la possibilità di causare decine di vittime innocenti, non legate al soggetto che si intende eliminare.Habsora può imparare a gestire nel migliore dei modi il drone o il missile al fine di superare qualunque ostacolo e raggiungere con precisione il bersaglio, può calcolare il numero di vittime collaterali in funzione dell’importanza del target, ma nessuna supplica delle vittime sacrificali, bambini compresi, ha la possibilità di influenzare la scelta dell’IA nel colpire ed eliminare il bersaglio. Where’s Daddy (Dov'è papà): ha lo scopo di tracciare la posizione dei soggetti che si intende eliminare, mentre, per esempio, rientrano nelle loro abitazioni.Anche in questo caso valgono le stesse considerazioni riferite a Lavender e Habsora.Oltre ad Israele, anche nel conflitto Russia vs Ucraina-Nato si è fatto un gran uso di droni, alcuni dei quali probabilmente guidati dall’IA.Si può anche piangere a dirotto di fronte a un drone governato dall’IA, ma se tu sei il suo bersaglio non si può pensare di suscitare compassione. Il drone potrà pure imparare come superare gli ostacoli che incontra lungo percorso, ma il suo fine rimane quello dell’eliminazione del bersaglio, per cui l’empatia con gli umani e la sfera emozionale rappresenterebbero solo un ostacolo all’esercizio della funzione primaria.E’ del tutto evidente che un simile utilizzo dell’IA in guerra si muove di pari passo con il progressivo smantellamento di qualunque regola internazionale, di qualunque tutela dei diritti umani, in una prospettiva in cui il dominio non riconosce più alcun limite.L’Intelligenza Artificiale in divisa In questo contesto, lo scopo primario dell’IA è quello di operare un controllo ferreo del territorio, con interventi mirati ai soggetti che lo attraversano.Di nuovo, è impossibile non citare Israele come esempio. Per controllare i territori occupati, Cisgiordania in primis, Israele si avvale anche dell’IA connessa a telecamere ad alta risoluzione ed interfacciata con diverse banche dati.L’IA viene usata sia per il riconoscimento facciale di chiunque debba attraversare un checkpoint o una determinata area delle città, sia per definirne un profilo attribuendo ad ognuno un grado di presunta pericolosità. Il passante, pertanto, può essere ritenuto: innocuo (se non è un palestinese); da controllare (anche se abita nell’area, ma i suoi spostamenti nel corso della giornata o il suo comportamento sono ritenuti sospetti); pericoloso (se dalle banche dati risulta: estraneo alla zona, già respinto altre volte; precedentemente fermato; con precedenti penali; ricercato, ecc.).Successivamente alla classificazione operata dall’IA, la persona può essere controllata, fermata per più o meno tempo, respinta con divieto di ingresso nella zona o arrestata.L’unica differenza con l’uso dell’IA in guerra riguarda l’analisi del comportamento umano necessario all’Intelligenza Artificiale per classificare il soggetto. In tal caso, l’apprendimento dell’IA cresce con l’aumentare delle persone controllate ed a tal fine le manifestazioni fisiche delle emozioni vengono interpretate dall’IA per segnalare i comportamenti ritenuti nervosi, aggressivi, minacciosi, ecc.Anche in questo caso è evidente che l’utilizzo dell’IA nel controllo del territorio si muove di pari passo con il progressivo smantellamento del cosiddetto “stato di diritto” sostituito da un crescente autoritarismo senza limiti.Non a caso, i recenti decreti sicurezza approvati dal Governo Meloni istituiscono aree delle città, definite zone rosse, da inibire ad alcuni soggetti.Anche se oggi il controllo di tali zone avviene con l’utilizzo del personale delle cosiddette forze dell’ordine, con lo sviluppo dei progetti di smart city probabilmente entro breve verrà utilizzata l’IA per controllare gli accessi a tali aree ed in un futuro nemmeno troppo lontano anche l’allontanamento delle persone non gradite potrebbe essere effettuato da droni attivati direttamente dall’IA.D’altronde, già durante il lockdown del 2020, in Cina sono stati utilizzati dei droni per “convincere” chi girovagava per le strade a rientrare a casa. L’Intelligenza Artificiale in versione Top Manager Sono sempre più le aziende che ricorrono all’IA per organizzare il lavoro.Le recenti inchieste sul brutale sistema di sfruttamento dei rider operato con l’ausilio di algoritmi, rende l’idea di come funziona l’organizzazione del lavoro in alcune di queste aziende (Glovo, Deliveroo; Amazon).Gli algoritmi scandiscono i tempi di lavoro dei rider, incuranti anche dei più essenziali bisogni fisiologici e distribuiscono le commesse in una sorta di virtuale utilizzo del bastone e della carota.Per esempio, chi si rifiuta di consegnare la merce in località difficili da raggiungere (ricevendo il medesimo compenso), poi viene escluso dalle successive consegne .In ambito lavorativo, l’IA usa la sua capacità di apprendere al fine di incrementare i profitti dell’azienda.Con l’IA non si può trattare, i suoi ordini sono insindacabili. All’IA non importa se sei stanco, se un rider o un corriere deve pisciare prima di consegnare un pacco, l’empatia con chi lavora in questi contesti non è contemplata.D’altronde, tale utilizzo dell’IA si muove di pari passo con la progressiva scomparsa di qualunque mediazione, in cui il comando appare sempre più come un muro invalicabile che riduce il rapporto di lavoro ad un impari confronto con i singoli.Con l’avvento dell’IA, la figura apicale del capo cela le sue sembianze dietro un inarrestabile e indiscutibile automatismo.L’unico modo di attirare l’attenzione dell’IA è il sabotaggio collettivo della struttura organizzativa, poiché tale azione incide sul suo scopo primario, ossia l’incremento del profitto e costringe l’IA ad affrontare e gestire una situazione imprevista.Spesso, però, il lavoro e la cooperazione sociale che ne costituisce le maglie, producono anche un sapere collettivo che il capitale tende a sussumere, inglobare, fare proprio.Pertanto, la capacità dell’IA di leggere e interpretare i comportamenti umani potrebbe anche essere utilizzata per migliorare le forme organizzative e produttive, acquisendo tale sapere al fine di incrementare il profitto.D’altronde l’IA, a differenza degli algoritmi classici, ha la capacità di apprendere e cambiare sfruttando le interazioni con gli umani.Certo si tratta di un’interazione finalizzata al mero profitto, ma è pur sempre qualcosa di diverso da una semplice azione automatica, dato che coinvolge i comportamenti umani in cui anche le emozioni contano.Nulla vieta all’IA, nell’impostare l’organizzazione aziendale, di considerare anche l’aspetto motivazionale e il benessere di chi lavora, affinché la produzione di quel sapere da sussumere possa svilupparsi, ma c’è da chiedersi se e in quali forme oggi tale processo sia auspicato dal capitale. Il limite, in questo contesto, non è dettato dall’IA, ma dal suo attuale utilizzo, ossia dalla sua funzione nell’organizzazione del lavoro attualmente incentrata soprattutto sul comando. L’Intelligenza Artificiale alle prese con la vita messa in produzione Siamo nell’era digitale, dove un click, un like, una faccina possono arricchire a dismisura società o persone.Collezionare follower è la professione preferita dei cosiddetti influencer e rende assai più delle surclassate collezioni di monete o francobolli.Catturare visitatori per le proprie pagine web o utilizzatori del proprio motore di ricerca significa assicurarsi una valanga di commesse pubblicitarie ed enormi ricchezze.Nel mondo dei click, il rapporto tra l’IA e la sfera delle umane emozioni che in altri campi era d’impiccio, qui invece diventa fondamentale.Un esempio? META quando ha introdotto la propria IA, candidamente rivelava all’utente che il suo uso serviva per allenarla.Già, ma allenarla a cosa?A profilare gli utenti, a catalogarne i comportamenti, per catturarli nella propria redditizia rete di relazioni.Per catturare gli utenti, però, bisogna coglierne i desideri, le emozioni, i gusti, i comportamenti e l’IA, un click, un like, un post e una faccina dopo l’altra, traccia un profilo e cerca di predire il tuo comportamento, vendendo, poi, tali dati al miglior offerente.Più tempo passa, più profili vengono tracciati, più l’IA affina la sua capacità di predizione del comportamento.Ecco di quale allenamento blatera META, che gestisce WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger.Spesso, poi, c’è chi usa l’IA per chiedere cosa fare, come comportarsi in una determinata situazione, ecc.Un processo che necessita di una costante interazione tra umano e IA, poiché le risposte non potranno essere generiche ed uguali per tutti, ma dovranno essere calibrate sul richiedente, che ha gusti, desideri ed emozioni proprie.Nonostante ciò, il rischio tutt’altro che residuo è che complessivamente lo scopo nascosto di tale interazione sia quello di lisciare nel tempo i comportamenti, indirizzandoli, seppur nella diversità di approccio che caratterizza la moltitudine, verso la medesima direzione (consumistica, subalterna, ecc.).In un mondo sempre più caratterizzato dalla virtualità, l’IA gioca un ruolo fondamentale, sia per la capacità di realizzare immagini, video, musiche artefatte, sia per la costruzione di luoghi dove la virtualità sostituisce interamente la realtà, fino all’apoteosi del metaverso.Mentre la linea di demarcazione tra virtuale e reale diventa sempre più sottile, l’informazione si confonde sempre più con la propaganda. La possibilità di alterare immagini o video con l’ausilio dell’IA mina fortemente la credibilità delle informazioni, con la conseguenza che ognuno rischia di credere solo alla realtà che preferisce o che più lo convince ed in un simile contesto prevalgono la propaganda di regime o il complottismo funzionale (tipo QAnon) e non la controinformazione.Quando, poi, la virtualità creata dall’IA cattura entro i propri confini i desideri e la vita delle persone, le conseguenze possono divenire devastanti.Recentemente, negli USA, diverse famiglie hanno intentato alcune cause, concluse con un accordo transattivo, in cui sostenevano che le relazioni emotive sviluppate con chatbot di intelligenza artificiale avevano contribuito al suicidio o a gravi forme di autolesionismo dei loro figli adolescenti.Pertanto, prima di attraversare le porte del metaverso, forse sarebbe saggio chiedersi come in Matrix: pillola rossa o pillola blu? A Milano tutt3 mi conoscono come Paolo Punx. Ho iniziato a partecipare al movimento appena arrivato alle superiori, nell'ottobre del 1977, da studente medio di un Istituto Tecnico. Dal movimento all’autonomia il passo è breve! Nei primi anni ’80 uno dei pochi esemplari di punx autonomo. Dalle lotte contro il carcere e l’articolo 90, a quelle contro i missili a Comiso prima e poi il nucleare. Nel 1984 mi trasferisco dalla provincia di Varese a Milano, partecipando attivamente al ciclo di lotte per le occupazioni dei centri sociali, al movimento della pantera, contro le guerre, per il reddito di cittadinanza universale e incondizionato. Pur essendo tornato a vivere in provincia, da allora, in un susseguirsi di iniziative, continuo ostinatamente a volere tutto e subito! Se dovessi scegliere una colonna sonora userei la musica di L’ultimo dei Mohicani... giusto perché ho iniziato proprio mentre il movimento del 77 finiva. Artificial Intelligence, Its Social Function, and Its Relationship with the Sphere of Emotions by Paolo Punx With the advent of artificial intelligence, it is easy to ask whether it constitutes a benefit or a danger. In reality, however, rather than demonising or glorifying AI, the more productive question is what its role is within the social context, because that is the arena in which we must ultimately reckon. If AI can learn from experience and make decisions autonomously, it is legitimate to inquire about the extent of its autonomy. What, then, is the relationship between this linguistic machine and the realm of human emotions? From Rigid Algorithms to Flexible Intelligence The current wave of computerisation proceeds at a breathtaking pace, driven by constant technological innovations that reshape even our own ways of living. Many everyday processes are now governed by algorithms. Classical algorithms, however, are relatively inflexible tools programmed to react automatically to a predefined set of conditions; any unforeseen circumstance that falls outside their programming can throw them into deep crisis. To overcome this limitation we have created what we call artificial intelligence. AI is a markedly more flexible and dynamic instrument, capable of making autonomous choices and, crucially, of learning from experience (machine learning). In this way it can also cope autonomously with the unexpected. Yet the question remains: what is the degree of AI’s autonomy? Which choices can it actually enact? What is its relationship to the emotional sphere? Answers cannot be monolithic, because AI behaviour is tightly bound to its primary purpose (its imprinting), that is, to the function for which it is deployed. Consequently, it is useful to examine AI’s function in a series of concrete contexts. AI in Camouflage We increasingly witness, helplessly, the use of AI in wars and genocides. In the destruction of Gaza, for example, Israel has made extensive use of AI to identify and strike targets. In that case the primary purpose of the AI was to locate, hit and destroy anything designated as a target. Three AI systems currently employed by Israel illustrate this function. Lavande: cross references social media data, web content, phone intercepts and intelligence reports to locate potential targets. No presumption of innocence is built in; a single critical post can suffice for targeting. Errors are tolerated rather than corrected. Habsora (Gospel): provides precise targeting for drones or missiles; calculates collateral casualties based on target importance. Even large numbers of innocent victims may be accepted if the target is deemed valuable; pleas from victims—including children—have no impact on the system’s decision making. Where’s Daddy: tracks the location of individuals slated for elimination, even within their homes. Shares the same lack of empathy and disregard for human suffering as the other two systems. Similar AI driven drone deployments have been reported in the Russia Ukraine–NATO conflict. Regardless of the platform, the algorithmic capacity to overcome obstacles is directed solely toward the elimination of a target; any form of empathy would be treated as an operational hindrance. This use of AI runs parallel to the progressive erosion of international law and human rights safeguards, reflecting a paradigm in which domination recognises no limits. In another context, AI’s primary purpose becomes the tight control of territory. Again, Israel provides a vivid example: the occupied West Bank is monitored through high resolution cameras linked to extensive databases. AI performs facial recognition at checkpoints, assigning each passer by a risk profile (innocent, to be monitored, or dangerous) based on factors such as prior arrests, criminal records, or being a non Palestinian. The classification triggers a range of responses—longer checks, denial of entry, or outright arrest. Unlike the purely lethal logic of warfare, the control oriented use of AI relies on the interpretation of human emotional signals (nervousness, aggression, threat). Nevertheless, it similarly contributes to the dismantling of the rule of law, ushering in an increasingly authoritarian regime. Recent Italian security decrees under the Meloni government have created “red zones” where access is restricted for certain categories of people. While today these zones are policed by human officers, the development of smart city projects suggests that AI driven monitoring and, eventually, AI controlled drones could enforce entry bans in the near future. A comparable precedent occurred in China during the 2020 lockdown, when drones were used to compel wandering pedestrians to return home. AI as Top Management Tool Corporate adoption of AI for organisational planning has grown dramatically. Investigations into the exploitative conditions of gig economy riders (e.g., Glovo, Deliveroo, Amazon) reveal how algorithmic scheduling disregards basic physiological needs, allocating tasks through a virtual carrot and stick system. Workers who refuse deliveries to difficult locations are promptly excluded from future assignments. In such settings AI’s learning capacity is harnessed primarily to maximise profit. The system’s directives are incontestable: fatigue, the need to relieve oneself, or any form of human empathy are irrelevant to its calculations. This creates a labour relationship that is increasingly asymmetrical, with management reduced to an unchallengeable automated authority. Collective sabotage—disrupting the organisational structure—remains the only effective way to force the AI to confront an unforeseen situation, thereby threatening its profit maximising objective. Nevertheless, the very data that AI gathers about human behaviour can, in principle, be employed to improve organisational design, taking into account motivation and well being. Whether contemporary capitalists actually pursue such a humane orientation is a separate question. The limitation, therefore, lies not in AI itself but in the way it is currently deployed: as a tool of command rather than of collaborative facilitation. AI in the Production of Life In the digital era, a single click, a like, or an emoji can generate immense economic value. Influencers turn follower counts into fortunes; attracting traffic to a website or to a search engine translates into massive advertising revenue. In this ecosystem the interface between AI and human emotion moves from peripheral to central. Meta’s recent rollout of its own generative AI openly informs users that their interactions serve to train the system. The objective of this training is to profile users, catalogue their behaviours, and ultimately harvest them within a lucrative relational network. Each click, like, post, or reaction contributes to a continuously refined predictive model that can anticipate and steer user behaviour, later selling that data to the highest bidder. Because AI must tailor its responses to individual emotional states, a constant human AI dialogue emerges. Yet the hidden purpose of this interaction often lies in smoothing behaviour toward a common, consumerist direction, thereby reducing diversity of desire to a homogenised market demand. The blurring line between virtual and physical reality is further accentuated by AI generated images, videos, music, and immersive environments (the metaverse). As the boundary erodes, information increasingly merges with propaganda. AI enabled manipulation of visual media undermines credibility, fostering environments where people accept only the narratives that confirm their pre existing beliefs—whether those are state driven propaganda or conspiratorial discourses such as QAnon. A recent wave of lawsuits in the United States illustrates the emotional stakes: several families have reached settlements after alleging that their adolescents’ emotional attachment to AI chatbots contributed to suicide attempts or severe self harm. Consequently, before stepping through the portal of the metaverse, it may be prudent to ask the Matrix question: red pill or blue pill? I am known throughout Milan as Paolo Punx. I began participating in the movement as soon as I entered secondary school, in October 1977, while attending a technical institute. The transition from the broader movement to autonomy was swift. In the early 1980s I was one of the few autonomous punx—engaging in struggles against the prison system and Article 90, and later opposing the missile installations at Comiso and, subsequently, nuclear projects. In 1984 I moved from the province of Varese to Milan, taking an active role in the wave of occupations of social centres, in the Panther movement, in anti‑war actions, and in campaigns for a universal, unconditional basic income. Although I later returned to live in the province, I have, ever since, pursued a relentless “all‑or‑nothing” approach through a succession of initiatives. If I had to choose a soundtrack for my life, it would be the music of The Last of the Mohicans, simply because I started my activist trajectory at the very moment the 1977 movement was drawing to a close.
- selfie da zemrude
L’uomo dal doppio sguardo In memoria di Edgar Morin Philips Motta Quando, alla soglia dei cento anni, Edgar Morin si mise a scrivere della guerra in Ucraina, non descrisse soltanto ciò che vedeva in televisione. Vide riemergere tutto il resto: le città sventrate, le carcasse degli edifici, i profughi in fuga, i crimini, il manicheismo assoluto, le menzogne. La guerra del 2022 gli riportò alla memoria la Seconda guerra mondiale, l’Algeria, la Jugoslavia, l’Iraq, la Palestina. Da quella sovrapposizione nacque Di guerra in guerra (Raffaello Cortina, 2023), un libretto breve e tagliente che è insieme un testamento civile e una lezione di metodo. È da qui che conviene partire, ora che il suo autore è morto a Parigi il 29 maggio, a centoquattro anni, per capire che cosa abbiamo perso e per risalire all’indietro, fino al punto in cui tutto era cominciato. La grammatica di ogni guerra La tesi del libro è semplice e scomoda. Ogni guerra, al di là delle sue cause specifiche, parla la stessa lingua. Criminalizza non solo l'esercito nemico ma l’altro popolo, come se fosse colpevole dei crimini dei suoi governanti. Produce isteria di guerra, complotti di spie, propaganda unilaterale, il delirio della colpa collettiva. Diffonde la menzogna e la peggiore delle menzogne è attribuire all'avversario i propri crimini. Innesca radicalizzazioni che trasformano in nemici i vicini, gli amici, i parenti. Morin lo aveva visto in Bosnia, dove musulmani, ortodossi e cattolici avevano convissuto per secoli prima che l'odio fratricida bruciasse ogni cosa. C'è di più: nessuna guerra, nemmeno la più giusta, è pura. Morin lo aveva imparato da partigiano. La guerra contro il nazismo e i suoi massacri razziali era giusta, eppure i bombardamenti alleati sulle città tedesche furono anch'essi una carneficina di civili. La guerra del Bene, ripeteva, porta il Male dentro di sé. È un'idea che disturba chi cerca narrazioni rassicuranti e proprio per questo Morin la considerava indispensabile: senza di essa, ogni causa giusta scivola nella propria barbarie. Lo aveva visto in Algeria, dove la radicalizzazione del conflitto produsse il colpo di Stato dei generali, la tortura eretta a sistema e, dall'altra parte, decenni di dittatura. Lo aveva visto in Jugoslavia, una guerra durata quasi quanto le due mondiali, ha lasciato odi non ancora sopiti. Riconoscere questa grammatica non significa rinunciare a giudicare. Morin è netto: la Russia di Putin è l'autrice dell'aggressione e l'Ucraina va sostenuta nella sua indipendenza. Ma l'aggressione è il punto d'arrivo di un processo di radicalizzazione reciproca che va contestualizzato (la Crimea, il Donbass, l'allargamento della NATO, l'influenza crescente degli Stati Uniti su Kiev) pena l’incapacità di vedere. La sua arma è una parola che ricorre come un'ossessione: contestualizzazione. Quando l'isteria bellica diventa sovrana, scrive, essa odia ogni conoscenza complessa, ogni lettura del contesto. La propaganda di guerra ci chiede di odiare un popolo e la sua cultura: la messa al bando di Puškin, Tolstoj, Dostoevskij nelle biblioteche ucraine lo allarmava come un sintomo, non come un dettaglio. Su questa base Morin avanzava una proposta di pace concreta e su alcuni punti volutamente provocatoria: neutralità o ingresso dell'Ucraina nell'Unione con garanzia militare; il destino del Donbass affidato a un referendum sotto controllo internazionale; la Crimea, a maggioranza russofona, riconosciuta per ciò che storicamente è. Sono posizioni che fecero scandalo. Ma vanno lette come il ragionamento di un uomo che a vent'anni era entrato insieme nel Partito comunista e nella Resistenza gollista, prima di rompere con lo stalinismo. La sua Autocritica del 1959 resta uno dei documenti più lucidi sulla disillusione comunista del Novecento. Nato Edgar Nahoum nel 1921 a Parigi, in una famiglia ebraica sefardita originaria di Salonicco, aveva assunto il nome di Morin proprio entrando in clandestinità, anche per sottrarsi alle persecuzioni antisemite. Non un pacifista ingenuo, dunque, ma un partigiano che aveva combattuto il nazismo con le armi e che, proprio per questo, sapeva distinguere fra il giudizio sul carnefice e l'odio verso un popolo. Nei suoi volantini clandestini antinazisti, ha raccontato, non fu mai antitedesco. È la differenza che segna un divario e che oggi quasi nessuno ha più la pazienza di scavare. Respingere l’odio La stessa grammatica Morin l’ha applicata al 7 ottobre 2023 e alla rappresaglia su Gaza. Nel commento Respingere l'odio, uscito su La Repubblica, condanna senza attenuanti i massacri di Hamas e, allo stesso tempo, rifiuta di lasciare che l'orrore cancelli la causa palestinese. Anche qui la chiave è la contestualizzazione: il lungo martirio del popolo ebraico (vittima dell'antigiudaismo cristiano prima e dello sterminio nazista poi) e la Nakba, la catastrofe palestinese, parola gemella della Shoah. Israele, scrive con un'immagine fulminante, non è stato un'oasi di rifugio ma una cittadella in guerra. Al fondo c'è uno scontro fra due sacralizzazioni antagoniste della stessa terra. La conclusione non è equidistanza, è un compito. La missione dell'intellettuale, per Morin, non è solo respingere l'odio in sé, ma fare di tutto perché cominci una comprensione reciproca: fra israeliani e palestinesi, fra i sostenitori dell'uno e dell'altro popolo, senza abbandonare all'oblio una causa giusta. Resistere ai deliri: questo chiedeva, prima di tutto, alle nostre menti. Il filo che porta allo schermo Da dove viene questo sguardo capace di tenere insieme il giudizio e la complessità, il torto evidente e il contesto intricato? Qui sta la sorpresa e il filo conduttore di tutta la sua opera. Non dalla filosofia politica. Viene dal cinema. Fra il 1945 e il 1965 Morin dedicò due decenni al cinema, un periodo che gli studiosi collocano oggi all'origine stessa del suo pensiero. Non era una scelta scontata. Entrato al CNRS nel 1950 come sociologo, avrebbe voluto lavorare sul comunismo, ma si trovava – sono parole sue – «sul fondo della pattumiera della storia», escluso al tempo stesso dal mondo borghese e da quello staliniano. Cercò allora un soggetto-rifugio, qualcosa che piacesse al suo protettore Georges Friedmann, il sociologo delle macchine. Pensò all'estetica della macchina nella società contemporanea. Finì per scrivere, nel 1956, Le Cinéma ou l'Homme imaginaire (Éditions de Minuit), sottotitolo Essai d'anthropologie sociologique, seguito l'anno dopo da Le Star, studio sul divismo. Con il cinema, scriveva nelle prime pagine, entriamo nelle tenebre di una grotta artificiale: una polvere di luce si proietta e danza su uno schermo, prende corpo e vita, ci trascina in un'avventura errante attraverso tempi e spazi. Dietro l'immagine quotidiana dell'andare al cinema, Morin scorgeva un processo arcaico: la magia del doppio, la proiezione e l'identificazione con cui da sempre l'uomo popola il mondo di presenze. Attingeva a Sartre, L'immaginario; a Otto Rank, Il doppio; per mostrare che la sala buia non è un'evasione dal reale ma il rivelatore di una «realtà semi-immaginaria dell'uomo»: un'espressione di sapore eracliteo che dà il titolo a un capitolo del libro. Il divo, oggetto del saggio gemello Le Star, è il punto d'arrivo di questo meccanismo: una divinità laica fabbricata dalla cultura di massa, in cui il pubblico riversa il proprio bisogno di sogno e di mito. Il libro è ciò che Morin stesso definì «un aerolito»: parla di cinema ma non parla né dell'arte né dell'industria del film. Parla dell'uomo. La sua intuizione è che il cinema non sia uno specchio del vero, ma la rivelazione di una verità antropologica più profonda: l'essere umano vive sempre del rapporto fra reale e immaginario, è insieme homo sapiens e homo demens, ragione e mito, logica e affettività. Lo schermo è il luogo dove questa doppia natura si disvela. Il film, scriveva, funziona come una macchina che integra atteggiamenti e comportamenti, abitudini e proiezioni. Non uno strumento per rappresentare il mondo, ma un dispositivo che ci mostra come lo abitiamo. Quando, nel 1961, mise la teoria alla prova girando con Jean Rouch Chronique d'un été, e inventando di fatto il cinéma vérité, fece esattamente questo: usò la macchina da presa non per riprodurre la realtà, ma per provocarla, per far emergere la verità nella relazione tra chi guarda e chi è guardato. Fu un'opera a lungo sottovalutata, in Italia ancor più che in Francia. Quando uscì, la cultura cinematografica italiana ragionava di estetica, pedagogia, politica culturale; il ricorso sistematico di Morin alla sociologia e alla psicologia suonava estraneo, persino curioso. Toccò a Francesco Casetti, con la prefazione all'edizione Feltrinelli del 1982, riconoscerne la portata. Perché lì, in quel saggio marginale, c'era già tutto. C'era la parola che sarebbe diventata il marchio di una vita: complexus, ciò che è tessuto insieme, intrecciato. Non a caso una recente raccolta dei suoi scritti cinematografici giovanili porta un titolo che è una dichiarazione retrospettiva: Le cinéma, un art de la complexité. Dal cinema Morin passò all'analisi della cultura di massa con Lo spirito del tempo (1962), studio pionieristico su come l'industria culturale plasma l'immaginario collettivo: un libro che Pierre Bourdieu e Jean-Claude Passeron proposero addirittura di bandire dall’universo scientifico tanto era inclassificabile rispetto agli steccati accademici dell'epoca. Era il prezzo della sua libertà: Morin attraversava le discipline come se le frontiere fra sociologia, antropologia, psicologia e filosofia fossero illusioni da smontare. Il cinema fu il primo laboratorio del pensiero complesso. Studiando come lo spettatore proietta sé stesso nelle ombre danzanti sullo schermo, Morin imparò che separare la ragione dal mito, l'oggettivo dal soggettivo, il fatto dall'immaginario, significa mutilare la realtà umana. E che la conoscenza che mutila è la stessa che, in tempo di guerra, fabbrica il nemico. Il metodo contro l’errore Da quel seme nacque la cattedrale. Il metodo, sei volumi pubblicati fra il 1977 e il 2004, è il tentativo di costruire una conoscenza all'altezza della complessità del mondo: contro il sapere compartimentato, riduzionista, di matrice cartesiana, che isola gli oggetti dal loro contesto e così li falsifica. Non è un caso che Morin abbia eletto a nemico permanente non l'avversario ideologico ma l'errore. La lotta all'errore e all'illusione è il vero asse etico della sua opera, ribadito fino agli ultimi scritti. L'errore più insidioso del nostro tempo, ammoniva, è quello ideologico: attraverso un'ideologia introiettata, gli intellettuali riproducono gli sbagli più fatali credendo di combatterli. Da qui una vigilanza costante, che non è demistificazione (eliminare il mito è esso stesso un'illusione) ma il riconoscere il carattere leggendario dei nostri miti, chiamarli per nome, far dialogare la ragione con essi. È la stessa chiave di lettura di Le lezioni della storia, uscito in Italia nel 2025: il risultato di un'azione può rovesciarsi nel suo contrario; le cause degli eventi sono sempre molteplici e intricate; l'improbabile può avvenire; il mito ha sulla storia un potere enorme. Sono le stesse sorprese dell'inatteso, gli stessi errori e illusioni che ritornano, capitolo dopo capitolo, in Di guerra in guerra. La storia, il cinema, la guerra: tre topoi per un'unica indagine sulla mente umana e sui suoi obnubilamenti. L'optipessimista Non era un profeta di sventura. Si definiva optipessimista: «Ho speranza in un contesto di disperazione», ripeteva forse ricordando il suo amore per il surrealismo. Era convinto che quanto più gravi sono i rischi di crisi, tanto maggiori siano le possibilità di trovare soluzioni. La sua diagnosi sul presente era spietata: la cecità di un pensiero meccanicista incapace di concepire la complessità della pandemia, della crisi ecologica, del collasso delle democrazie. Alla fine, però, sfociava sempre in un programma. La «politica di civiltà» di Svegliamoci: la decrescita del superfluo, l'economia solidale, la umanizzazione delle tecniche e delle amministrazioni, una scuola che formi menti capaci di dubitare e di criticare. E la Terra-Patria, l'unica comunità realmente universale rimasta a una specie che continua a dividersi fra etnie e religioni. Su tutto questo Morin innestava la battaglia che gli stava più a cuore di ogni altra: la riforma del pensiero e dell'educazione. La testa ben fatta, I sette saperi necessari all'educazione del futuro scritto per l'UNESCO, Insegnare a vivere: non manuali, manifesti per una scuola che insegni a contestualizzare, a collegare i saperi separati, a riconoscere l'errore e l'incertezza come parte della conoscenza. È il programma di tutta una vita tradotto in pedagogia: se la conoscenza che mutila, fabbrica il fanatismo, allora educare al pensiero complesso è un atto politico. Forse è per questo che, pur restando in patria un'autorità morale e pur essendo doctor honoris causa in decine di università del mondo, Morin è stato letto con più passione in America Latina e nell’Europa mediterranea che nel mondo anglosassone: dove più brucia il bisogno di tenere insieme i frammenti, più la sua voce ha trovato ascolto. Negli ultimi anni la sua parola si era fatta intima senza ammorbidirsi. In Ancora un momento, l'ultimo dei diari, raccontava la fatica di alzarsi dal letto a cento anni e, nella pagina accanto, salutava la rivolta delle donne iraniane come il grande fenomeno rivoluzionario del secolo. La stessa mente che misurava il proprio declino tracciava ancora la mappa delle speranze del mondo. Rileggerlo adesso, mentre le guerre che lo ossessionavano non si sono spente e l'isteria che descriveva domina i nostri schermi più di quanto dominasse i suoi, ha qualcosa di urgente. Morin ci ha lasciato uno strumento prima ancora che un pensiero: l'abitudine a guardare doppio. A non separare mai il giudizio dal contesto, la ragione dal mito, l'avversario dal popolo, la condanna del crimine dal rifiuto dell'odio. È un esercizio difficile, faticoso, impopolare. Lo aveva imparato nel buio di una sala cinematografica, fissando una polvere di luce che prendeva corpo sullo schermo. Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). The Man with the Double Gazeby In memory of Edgar Morin by Paolo Butturini When, on the threshold of one hundred years, Edgar Morin began to write about the war in Ukraine, he did not just describe what he saw on television. He saw everything else re-emerge: the gutted cities, the carcasses of buildings, the fleeing refugees, the crimes, the absolute Manichaeism, the lies. The 2022 war brought to his memory the Second World War, Algeria, Yugoslavia, Iraq, and Palestine. From that superposition was born From War to War (Raffaello Cortina, 2023), a short and sharp booklet that is both a civil testament and a lesson in method. It is from here that we should start, now that its author died in Paris on May 29, at one hundred and four years old, to understand what we have lost and to go back to the point where it all began. The Grammar of Every War The book's thesis is simple and uncomfortable. Every war, beyond its specific causes, speaks the same language. It criminalizes not only the enemy army but the other people, as if they were guilty of the crimes of their rulers. It produces war hysteria, spy plots, unilateral propaganda, the delirium of collective guilt. It spreads lies, and the worst of lies is to attribute one's own crimes to the adversary. It triggers radicalizations that turn neighbors, friends, and relatives into enemies. Morin had seen it in Bosnia, where Muslims, Orthodox, and Catholics had lived together for centuries before fratricidal hatred burned everything. There's more: no war, not even the most just, is pure. Morin had learned this as a partisan. The war against Nazism and its racial massacres was just, and yet the Allied bombings of German cities were also a carnage of civilians. The war of Good, he repeated, carries Evil within itself. It is an idea that disturbs those who seek reassuring narratives and for this very reason Morin considered it indispensable: without it, every just cause slips into its own barbarism. He had seen it in Algeria, where the radicalization of the conflict produced the generals' coup d'état, torture established as a system and, on the other hand, decades of dictatorship. He had seen it in Yugoslavia, a war that lasted almost as long as the two world wars, has left hatreds not yet subsided. Recognizing this framework does not mean giving up judgment. Morin is clear: Putin's Russia is the author of the aggression and Ukraine must be supported in its independence. But the aggression is the culmination of a process of mutual radicalization that must be contextualized (Crimea, Donbas, the expansion of NATO, the growing influence of the United States on Kyiv), otherwise risking the inability to see. His weapon is a word that recurs like an obsession: contextualization. When war hysteria becomes sovereign, he writes, it hates all complex knowledge, every reading of the context. The propaganda of war asks us to hate a people and its culture: the banning of Pushkin, Tolstoy, Dostoevsky in Ukrainian libraries alarmed him as a symptom, not as a detail. On this basis Morin advanced a concrete and, on some points, deliberately provocative peace proposal: neutrality or Ukraine's entry into the Union with military guarantees; the fate of Donbass entrusted to a referendum under international control; Crimea, with its Russian-speaking majority, recognized for what it historically is. These are positions that caused a scandal. But they should be read as the reasoning of a man who at twenty had joined both the Communist Party and the Gaullist Resistance, before breaking with Stalinism. His Autocritique of 1959 remains one of the most lucid documents on twentieth-century communist disillusionment. Born Edgar Nahoum in 1921 in Paris, to a Sephardic Jewish family from Thessaloniki, he took the name Morin just as he went into hiding, also to escape anti-Semitic persecution. Not a naive pacifist, therefore, but a partisan who had fought Nazism with weapons and who, for this very reason, knew how to distinguish between judgment of the perpetrator and hatred for a people. In his clandestine anti-Nazi leaflets, he recounted, he was never anti-German. It is the difference that marks a divide and that today almost no one has the patience anymore to explore. Rejecting Hatred Morin applied the same grammar to October 7, 2023, and the reprisal on Gaza. In the commentary Reject Hatred, published in La Repubblica, he condemns without mitigation the massacres of Hamas and, at the same time, refuses to let the horror erase the Palestinian cause. Here too, the key is contextualization: the long martyrdom of the Jewish people (victim first of Christian anti-Judaism and then of the Nazi extermination). and the Nakba, the Palestinian catastrophe, a word twin to the Shoah. Israel, he writes with a striking image, has not been an oasis of refuge but a citadel at war. At the bottom lies a clash between two antagonistic sacralizations of the same land. The conclusion is not equidistance, it is a task. The mission of the intellectual, for Morin, is not only to reject hatred in itself, but to do everything so that a mutual understanding begins: between Israelis and Palestinians, between the supporters of both peoples, without abandoning a just cause to oblivion. To resist delusions: this is what he asked, first of all, of our minds. The thread that leads to the screen Where does this gaze come from, capable of holding together judgment and complexity, the obvious wrong and the intricate context? Herein lies the surprise and the common thread of all his work. Not from political philosophy. It comes from cinema. Between 1945 and 1965 Morin dedicated two decades to cinema, a period that scholars now place at the very origin of his thought. It was not an obvious choice. After joining the CNRS in 1950 as a sociologist, he wanted to work on communism, but he found himself — in his own words — «at the bottom of the dustbin of history», simultaneously excluded from the bourgeois and Stalinist worlds. He then sought a refuge-subject, something that would please his patron Georges Friedmann, the sociologist of machines. He thought about the aesthetics of the machine in contemporary society. He ended up writing, in 1956, Le Cinémaou l'Hommeimaginaire (Éditions de Minuit), subtitled Essai d'anthropologiesociologique, followed the next year by Le Star, a study on stardom. With cinema, he wrote in the first pages, we enter the darkness of an artificial cave: a dust of light is projected and dances on a screen, takes form and life, and drags us into a wandering adventure through time and space. Behind the everyday image of going to the cinema, Morin perceived an archaic process: the magic of the double, the projection and identification with which man has always populated the world with presences. He drew from Sartre, The Imaginary; from Otto Rank, The Double; to show that the dark theater is not an escape from the real but the revealer of a man's semi-imaginary reality: a Heraclitean-flavored expression that gives the title to a chapter of the book. The star, the subject of the twin essay Le Star, is the culmination of this mechanism: a secular divinity fabricated by mass culture, into which the public pours its need for dreams and myths. The book is what Morin himself called «a meteorite»: it speaks of cinema but speaks neither of the art nor the industry of film. It speaks of man. His intuition is that cinema is not a mirror of the real, but the revelation of a deeper anthropological truth: the human being always lives on the relationship between the real and the imaginary, and is at once homo sapiens and homo demens, reason and myth, logic and affectivity. The screen is the place where this double nature is revealed. The film, he wrote, functions like a machine that integrates attitudes and behaviors, habits and projections. Not an instrument for representing the world, but a device that shows us how we inhabit it. When, in 1961, he put the theory to the test by filming with Jean RouchChronique d'un été, and in fact inventing the cinémavérité, he did exactly this: he used the camera not to reproduce reality, but to provoke it, to bring out the truth in the relationship between the one who watches and the one who is watched. It was a work long underestimated, in Italy even more so than in France. When it came out, Italian film culture reasoned in terms of aesthetics, pedagogy, and cultural politics; Morin's systematic recourse to sociology and psychology sounded alien, even curious. It fell to Francesco Casetti, with the preface to the 1982 Feltrinelli edition, to recognize its scope. Because there, in that marginal essay, everything was already there. There was the word that would become the hallmark of a lifetime: complexus, that which is woven together, intertwined. It is no coincidence that a recent collection of his youthful cinematic writings bears a title that is a retrospective declaration: Le cinéma, un art de la complexité. From cinema, Morin moved on to the analysis of mass culture with The Spirit of the Time (1962), a pioneering study on how the culture industry shapes the collective imagination: a book that Pierre Bourdieu and Jean-Claude Passeron even proposed to ban from the scientific universe, so unclassifiable was it compared to the academic fences of the era. It was the price of his freedom: Morin crossed disciplines as if the boundaries between sociology, anthropology, psychology, and philosophy wereillusions to be dismantled. Cinema was the first laboratory of complex thought. By studying how the spectator projects himself onto the dancing shadows on the screen, Morin learned that separating reason from myth, the objective from the subjective, fact from the imaginary, means mutilating human reality. And that the knowledge that mutilates is the same that, in time of war, manufactures the enemy. The method against error From that seed, the cathedral was born. The method, six volumes published between 1977 and 2004, is the attempt to build knowledge worthy of the world's complexity: against the compartmentalized, reductionist, Cartesian-based knowledge that isolates objects from their context and thus falsifies them. It is no coincidence that Morin chose as his permanent enemy not the ideological adversary but error. The fight against error and illusion is the true ethical axis of his work, reaffirmed in his latest writings. The most insidious error of our time, he warned, is the ideological one: through an introjected ideology, intellectuals reproduce the mistakes most fatal, believing they are fighting them. Hence a constant vigilance, which is not demystification(eliminating the myth is itself an illusion) but recognizing the legendary character of our myths, calling them by name, and having reason enter into dialogue with them. It is the same interpretation as inThe Lessons of History, published in Italy in 2025: the result of an action can turn into its opposite; the causes of events are always multiple and intricate; the improbable can happen; myth holds enormous power over history. They are the same surprises of the unexpected, the same errors and illusions that return, chapter after chapter, in From War to War. History, cinema, war: three topoi for a single investigation into the human mind and its obfuscations. The optipessimist He was not a prophet of doom. He called himself an opti-pessimist: «I have hope in a context of despair», he would repeat, perhaps recalling his love for surrealism. He was convinced that the more serious the risks of crisis, the greater the chances of finding solutions. His diagnosis of the present was ruthless: the blindness of mechanistic thought, incapable of conceiving the complexity of the pandemic, the ecological crisis, and the collapse of democracies. In the end, however, it always led to a program. The "politics of civilization" of Svegliamoci: the degrowth of the superfluous, the solidarity economy, the humanization of techniques and administrations, a school that forms minds capable of doubting and criticizing. And the Homeland Earth, the only truly universal community left to a species that continues to divide itself among ethnicities and religions. Upon all this, Morin grafted the battle that was closer to his heart than any other: the reform of thought and education. A Well-Made Head, The Seven Knowledges Necessary for the Education of the Future written for UNESCO, Teaching to Live: not manuals, but manifestos for a school that teaches how to contextualize, to connect separate fields of knowledge, and to recognize error and uncertainty as part of knowledge. It is a life's program translated into pedagogy: if knowledge that mutilates, breeds fanaticism, then educating for complex thought is a political act. Perhaps this is why, despite remaining a moral authority in his homeland and being doctor honoris causa at dozens of universities around the world, Morin has been read with more passion in Latin America and in Mediterranean Europe than in the Anglo-Saxon world: where the need to hold the fragments together burns brightest, his voice has found a greater audience. In recent years his word had become intimate without softening. In One More Moment, his last diary, he recounted the effort of getting out of bed at one hundred years old and, on the next page, hailed the revolt of Iranian women as the great revolutionary phenomenon of the century. The same mind that measured its own decline was still mapping out the world's hopes. Rereading him now, while the wars that obsessed him have not died out and the hysteria he described dominates our screens more than it dominated his, has a certain urgency. Morin left us a tool before even a thought: the habit of double vision. To never separate judgment from context, reason from myth, the adversary from the people, the condemnation of the crime from the refusal of hatred. It is a difficult, tiring, unpopular exercise. He had learned it in the darkness of a movie theater, staring at a dust of light that took shape on the screen.
- guerre
La nuova strategia di finanziamento Usa a Israele Denis Smith Lo Stato israeliano, la lobby statunitense filoisraeliana e il blocco sionista intendono sostituire gli aiuti economici e finanziari diretti concessi ogni anno allo Stato di Israele dagli Stati Uniti con un nuovo modello di finanziamento. Invece di inviare denaro da spendere poi presso aziende americane, si tratterebbe di stanziare fondi destinati a progetti di collaborazione nelle politiche di ricerca, sviluppo, innovazione e cooperazione imprenditoriale, militare e informatica finanziati dagli Stati Uniti. In questo modo Israele potrebbe continuare ad assorbire fondi pubblici in modo più opaco e continuare a rafforzare il proprio potere militare e di polizia nell’ottica del progetto di espansione coloniale e sterminio in Medio Oriente. A breve si prevede che Israele e gli Stati Uniti avviino i negoziati sul nuovo memorandum d’intesa (MOU) che delineerebbe i piani della potenza statunitense per sostenere lo Stato israeliano dopo la scadenza di quello attuale nel 2028. È probabile che questi colloqui siano molto diversi da quelli del passato. Negli ultimi mesi si è parlato molto dell’idea di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele. È un’idea che da tempo viene sostenuta dagli attivisti solidali con la Palestina e che in passato è stata avanzata anche dalla destra israeliana e dai suoi sostenitori, i quali ritenevano che gli aiuti non valessero la pena se limitavano la «libertà d’azione» di Israele. Ma, sorprendentemente, l’attuale proposta di porre fine alla sovvenzione annuale del Foreign Military Financing (FMF) a Israele, che costituisce la maggior parte, sebbene non la totalità, del pacchetto di aiuti annuali ricevuti dallo Stato israeliano, proviene nientemeno che dal primo ministro Benjamin Netanyahu ed è sostenuta a Washington dal senatore repubblicano della Carolina del Sud Lindsey Graham, il falco filoisraeliano più accanito del Senato Come si spiega tutto questo? A gennaio, l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project ha pubblicato un rapporto esaustivo e molto dettagliato su ciò che sta realmente accadendo al riguardo. Ciò che emerge è un piano per continuare ad aiutare Israele ma in una forma diversa. Invece di inviare denaro a Israele, che poi deve essere speso presso aziende statunitensi, il Congresso destinerebbe fondi a progetti congiunti di sviluppo e produzione. Questo potrebbe essere presentato come un investimento in posti di lavoro statunitensi effettuato in collaborazione con Israele, piuttosto che come aiuti concessi dai contribuenti a un governo straniero. Il momento di compiere questo passo è ora. La popolarità di Israele è crollata e il pacchetto di aiuti militari annuali, che prima era un dato di fatto, ora è oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso intenda continuare a finanziare l’incessante flusso di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro immediato di tali aiuti. Un primo assaggio dei contorni di questa nuova «relazione speciale» tra Stati Uniti e Israele si è potuto intravedere recentemente in una fiera tecnologica tenutasi a Washington DC, dove le autorità militari israeliane si sono unite a un ex alto funzionario dell’amministrazione Biden per spiegare come il sostegno statunitense concesso all’esercito israeliano possa continuare immutato in un’era in cui Israele ha perso praticamente tutto il sostegno di cui godeva negli Stati Uniti dopo il genocidio perpetrato a Gaza. La «relazione speciale 2.0» Sebbene Netanyahu e Graham difendano politicamente questa trasformazione degli aiuti statunitensi concessi a Israele, è necessario che esista un programma di collaborazione con il settore privato, e non semplicemente la presenza di un gruppo di singole aziende, affinché il nuovo modello possa funzionare per Israele. I meccanismi di questo modello stanno iniziando a prendere forma. All’AI+ Expo tenutasi a Washington DC dal 7 al 9 maggio, l’ex capo dell’intelligence militare israeliana Amos Yadlin e l’ex ambasciatore di Joe Biden in Israele, Thomas Nides, hanno presentato l’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact. Questo Patto è un progetto congiunto del think tank statunitense Special Competitive Studies Project (SCSP), organizzatore della suddetta esposizione, e dell’organizzazione israeliana nonprofit dedicata alla sicurezza MIND Israel, diretta da Yadlin. Il progetto prevede che sia gli Stati Uniti che Israele destinino rispettivamente 1 miliardo di dollari a joint venture, gran parte delle quali saranno orientate al campo dell’IA, della guerra cibernetica e di altre nuove forme di uccisione, molte delle quali sono state testate in combattimento a Gaza, in Cisgiordania e in Libano. Questo progetto non è che l’inizio; senza dubbio gli investimenti saranno maggiori, se il programma avrà successo e ci sono tutti i motivi per pensare che lo avrà. Uno sguardo ai principali attori che vi partecipano chiarisce il loro obbiettivo: intensificare la collaborazione militare tra Stati Uniti e Israele in modo tale che possa resistere a cambiamenti politici nei confronti di Israele. Infatti, MIND Israel concentra le proprie attività direttamente sulla transizione del partenariato di Israele con gli Stati Uniti verso un nuovo modello, in grado di durare nel nuovo contesto politico. La sua missione è incentrata sul dare forma alla politica di sicurezza nazionale di Israele, ma la sua attenzione si concentra sugli Stati Uniti e in particolare sull’amministrazione di Donald Trump. In un documento che offriva raccomandazioni su come utilizzare l’India-Middle East-Europe Corridor (IMEC) per ampliare la portata militare ed economica di Israele, MIND Israel affermava: «Per ottenere il sostegno del governo Trump al fine di promuovere questa iniziativa, Israele e i suoi partner devono introdurre cambiamenti che garantiscano il loro allineamento con la particolare visione del mondo del presidente, sia nella sostanza che nella narrativa, in modo che il nuovo modello generi chiari benefici economici per gli Stati Uniti, coinvolga il settore privato di quel paese, metta in evidenza i guadagni a breve termine per entrambi e costruisca sostegno politico all’interno della cerchia ristretta del presidente». Questo modo di pensare si allinea perfettamente con l’idea di Israele di allontanarsi dagli aiuti finanziari diretti per passare a un modello che aumenti considerevolmente il finanziamento di progetti congiunti: la missione dello Special Competitive Studies Project si inserisce perfettamente in un campo che Israele intende promuovere: la guerra condotta tramite l’intelligenza artificiale. La mission dello Special Competitive Studies Project è la seguente: «Formulare raccomandazioni per rafforzare la competitività a lungo termine degli Stati Uniti, mentre l’intelligenza artificiale e altre tecnologie emergenti stanno rimodellando la nostra sicurezza nazionale, la nostra economia e la nostra società. Vogliamo assicurarci che gli Stati Uniti siano posizionati e organizzati per vincere la competizione tecno-economica da qui al 2030, che costituisce il periodo critico per plasmare il futuro». Il suo mandato, quindi, si inserisce perfettamente in ciò che Israele vuole fare e questa partnership può essere venduta all’opinione pubblica statunitense come un investimento, che contribuirà a creare più posti di lavoro nel settore tecnologico. Infatti, questo è esattamente ciò che l’ex ambasciatore Nides ha sostenuto parlando dell’iniziativa con «The Times of Israel»: «Gli Stati Uniti dispongono di un’enorme quantità di tecnologia. Siamo leader in tecnologia, IA e innovazione. È evidente a tutti che Israele è la nazione delle startup. Questi due paesi hanno lavorato insieme per creare innovazioni e progressi tecnologici. Il fatto che queste due nazioni lavorino insieme è positivo sia per gli americani, per l’americano medio, sia per l’israeliano medio». Ciò che Nides non dice, ma che risulta evidente dalla descrizione tratta dalla bozza della proposta dell’US-Israel Technology Alliance–Strategic Technology Compact, è che i benefici unilaterali ottenuti da Israele rimangono in gran parte gli stessi. Sebbene i sostenitori di Israele negli Stati Uniti abbiano cercato di sostenere che gli aiuti concessi a questo paese siano un investimento, tra l’altro vantaggioso per gli Stati Uniti, sempre meno persone ci credono, che si tratti di difensori dei diritti dei palestinesi o di sostenitori dell’«America First». Lo stesso si può dire dell’argomentazione esposta nella bozza della proposta. «Gli Stati Uniti acquisiscono un alleato tecnologico affidabile e collaudato sul campo di battaglia, che rafforza la leadership statunitense nell’IA, nella sicurezza informatica, nell’energia, nella tecnologia quantistica e nella resilienza industriale. Israele ottiene un accesso duraturo all’ecosistema tecnologico più importante del mondo, inclusi programmi federali, laboratori, vie di finanziamento, canali di approvvigionamento e opportunità di espansione». Israele, in altre parole, ottiene benefici importanti e tangibili. Gli Stati Uniti, che, secondo la stessa formulazione della proposta, hanno ben poco bisogno di un alleato che si limiti a imitare i punti di forza statunitensi su scala ridotta, non guadagnano nulla in più di quanto già abbiano: un paese, Israele, coinvolto nei conflitti ben noti a tutti e che ha il mandato della propria popolazione per testare sul campo la nuova tecnologia militare sia contro i militanti combattenti che contro i civili. Nessun aiuto per i crimini di Israele Tutto ciò ci riporta al prossimo negoziato sul nuovo memorandum d’intesa, che sta per iniziare, sul futuro degli aiuti statunitensi a Israele. La popolarità di Israele è crollata, la guerra contro l’Iran ha acuito le preoccupazioni di Israele riguardo alla sua posizione politica, e il pacchetto di aiuti militari annuali è ora oggetto di dibattito. Sebbene l’attuale Congresso sia ancora propenso a finanziare un flusso ininterrotto di armi e denaro verso Israele, la crescente opposizione in entrambi i partiti rende incerto persino il futuro prossimo di tali aiuti. Detto senza mezzi termini, gli aiuti statunitensi a Israele, un tempo sacrosanti, non sono più intoccabili e la guerra con l’Iran potrebbe avergli dato il colpo di grazia. Yadlin ne è consapevole, motivo per cui ha dichiarato a «The Times of Israel»: «Il modello in cui gli Stati Uniti aiutano Israele e Israele riceve aiuti ha pochissime possibilità di continuare sotto qualsiasi futuro governo, e forse anche durante il mandato di Trump; per questo motivo dobbiamo trovare una nuova base per mantenere l’attuale relazione, che comporti la transizione dagli aiuti al partenariato». Passando a questo modello di «joint venture/partnership» invece di mantenere quello attuale basato sulla concessione di aiuti economico-finanziari, si invalidano alcuni degli argomenti addotti contro quest’ultimo. Principalmente, l’argomento secondo cui Israele, un paese relativamente ricco, non ha bisogno di ricevere alcun aiuto, ma può permettersi di acquistare ciò che desidera. Inoltre, sebbene questo nuovo modello continui a offrire pochi benefici agli Stati Uniti, può essere venduto come un programma che «crea occupazione». Questo argomento è stato utilizzato anche a difesa degli aiuti economico-finanziari concessi a Israele, ma quando il denaro è destinato a joint venture che esplorano «nuove tecnologie», ciò suona più redditizio rispetto alla concessione di una sovvenzione per l’acquisto di armi già esistenti, che molto probabilmente verrebbero vendute ad altri paesi se non fossero destinate a Israele. Anche le forze filoisraeliane a Washington DC riconoscono le realtà politiche in questo ambito e hanno raccolto la sfida. L’Israel Policy Forum, filoisraeliano e anti-Netanyahu, ha recentemente suggerito che «potrebbero esserci anche ambiti in cui entrambi i paesi trarrebbero beneficio da diversi tipi di collaborazione, come la coproduzione, gli investimenti condivisi o la ricerca e lo sviluppo congiunti», facendo eco alla strategia seguita dall’estrema destra di proteggere gli aiuti statunitensi concessi a Israele cambiandone la forma ma non la sostanza. Naturalmente, tutti questi argomenti sono semplicistici e falsi. Come sottolinea l’Institute for Middle East Understanding’s Policy Project: «Sebbene la riduzione o l’eliminazione degli stanziamenti di Finanziamento Militare Estero concessi allo Stato israeliano possa sembrare una diminuzione dei finanziamenti dei contribuenti statunitensi a questo paese, aumentando contemporaneamente lo sviluppo congiunto e la coproduzione di armi con Israele, il contribuente statunitense rimane intrappolato e coinvolto in tale finanziamento […]. I contribuenti statunitensi pagherebbero affinché i produttori di armi israeliani sviluppino sistemi d’arma che avvantaggino prevalentemente Israele, non gli Stati Uniti». E tutto ciò si basa sul più freddo dei calcoli, una mera questione di profitti e perdite. Se consideriamo anche i costi umani, ben più significativi, derivanti dal rafforzamento delle capacità aggressive di Israele, dal suo totale diniego dei diritti dei palestinesi e dalla continua pratica israeliana di testare sul campo le proprie tecnologie su vittime prevalentemente civili in Palestina, Libano e altrove, i costi diventano incalcolabili. È quindi fondamentale andare oltre le argomentazioni secondo cui Israele non ha più bisogno di ricevere aiuti statunitensi e attuare azioni molto più significative come le recenti Joint Resolutions of Disapproval (strumenti legislativi concepiti per bloccare in determinati casi la vendita di armi) proposte da Bernie Sanders: Israele ha dimostrato di essere un paese che utilizzerà le armi per commettere i crimini più atroci fino al punto di arrivare al genocidio. Non ci devono essere aiuti, né vendite, né cooperazione con Israele in questioni militari di alcun tipo. Qualsiasi violazione di questo principio ci rende tutti complici dei crimini di Israele. Testi consigliati Mitchell Plitnick, Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida, Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano, Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes, tutti pubblicati su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, El genocidio como supresión colonial (2024), Anatomía de un genocidio (2024), From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025), Gaza Genocide: a Collective Crime (2025), Torture and Genocide (2026). Euro-Med Human Rights Watch, Another genocide behind walls: Sexual violence in Israeli prisons and detention centers and engineered impunity, October 2023-October 2025, Mitchell Plitnick è presidente di ReThinking Foreign Policy. È coautore di Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics e cura la newsletter «Cutting Through» su «Substack» all’indirizzo mitchellplitnick.substack.com/. Tra i suoi precedenti incarichi figurano quello di vicepresidente della Foundation for Middle East Peace, direttore dell’ufficio statunitense di B’Tselem (Centro d’informazione israeliano per i diritti umani nei territori occupati) e co-direttore di «Jewish Voice for Peace». ● Questo articolo è stato originariamente pubblicato su «Mondoweiss» ed è ripubblicato qui con l’esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Mauro Trotta
- graphic journalism
Ex Ilva. Acciao, operai e cittadini
- post-poetica
Tre testi da Lumina ex Ade Lumina ex Ade, di Silvia Tripodi, è appena uscito da Aragno nella collana «i domani»: del libro qui si pubblicano tre frammenti che possono solo tratteggiarne vettori tematici, linguaggio piano, meccanismi del non detto, svolte emotive. È taciuto e indefinito ma non impercorribile, per esempio, nel primo testo, il riferimento a «questi tre» (oggetti? cospiratori? persone di trinità?) e l’oscillazione tra singolare e plurale delle forme verbali. È poi inquietante, nel secondo brano presentato, la menzione del missile russo RS-28 Sarmat associata alla natura fantasmatica delle parole dall’Amleto shakespeariano. Così come l’estinzione che abita il terzo testo, dove daccapo troviamo un fantasma, oltre a una chiusa memorabile in sorriso. Anche solo queste tre poesie prefigurano, di tutto il libro, alcune più o meno piccole spie che fanno immaginare l’opera nella sua interezza come qualcosa di simile a un diario non ottuso bensì obliquo, che – quasi ossessivamente e senza troppo obbedire a sintassi e cronologie – raccoglie indizi su storia, percezioni e identità contemporanee, in forma allucinatoria sì, ma «come si prova a illuminare un oggetto / mettendosi di sbieco». Come si rigira un oggetto tra le dita per vedere se da qualche parte che cosa sono questi tre resiste alla classificazione non è un tre di sedie non è un tre di pietre che cosa hanno in comune qui è uno solo e non si moltiplica non entra in questa filiazione non si lascia declinare al plurale senza rompersi quando si voltano gli uni verso gli altri non funzionano come nomi comuni non sono un genere sotto cui i tre si allineano e allora proviamo dal lato della creatura come si prova a illuminare un oggetto mettendosi di sbieco ma anche qui non si lascia ingannare ciò che accade a qualcosa sono certe qualità come il colore nero delle piume del corvo o dei capelli dell’uomo * Costruire un RS-28 Sarmat morire per dormire e con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore le offese naturali di cui è erede la carne prima dell’alba essere un fantasma vuoi forse consigliarmi di farmi suora vuoi portare al mondo la tua capacità di intermediazione di interpolazione e a seconda di come è disposto il vettore nello spazio allora lo spettro si muove per trarre il massimo vantaggio dalla paura il suo moto in una o due dimensioni descrive l’andamento armonico del serpente * In principio metti la spunta al mio cuore ricorda ci troviamo ancora su un piano di immanenza potenzialmente già estinti nel mi fai impazzire ultra vivi nel vorrei stare dentro di te un minimo spazio per il transito ti intervisterò come fossi un fantasma rallegriamoci Silvia Tripodi nel 2014 ha vinto il Premio Lorenzo Montano (poesia inedita) e nel 2015 la prima edizione del Premio Elio Pagliarani con la silloge Voglio colpire una cosa (Zona, 2016). I suoi libri: Punu (Arcipelago Itaca, 2018), La più recente fine di un racconto (Tic, 2020), Ellora (ikonaLíber, 2020), Le bocche (Zacinto, 2021) e Totem (Tic, 2022). Suoi testi sono presenti nell’antologia Voci della poesia italiana contemporanea 2000-2025 (Carocci, 2026).
- selfie da zemrude
Rubrica Ombre Rosse Opposizione Consensuale: Pillon – amore senza freni Marco Morosini Una volta tanto la distribuzione italiana non può essere troppo biasimata per la sua storica inclinazione a estendere (e spesso modificare) i titoli originali. Pillion, dell'esordiente inglese Harry Lighton, anche sceneggiatore, diventa così Pillion – amore senza freni: i doppi sensi conseguenti e le immagini di lancio ci portano a farci scoprire che «pillion» è il termine che identifica il sellino posteriore di una motocicletta, su cui siede il passeggero. Il divieto ai minori di 18 anni e le clip del trailer (che Mymovies, uno dei principali motori di informazione cinematografica, ha prontamente rimosso) sembrano obbedire a ragioni di mercato, suggerendo la possibilità che la relazione tra lo statuario motociclista e l'introverso assistente del traffico possa essere bene corroborata da congiungimenti ad alto tasso di erotismo. Per nostra fortuna le cose non stanno esattamente così. Quando ho iniziato a scrivere non ero mai stato realmente innamorato Harry Lighton Lighton, che ha impiegato cinque anni a realizzare il suo primo lungometraggio, era rimasto folgorato dal romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones ambientato negli anni'70, il fondale quello dei gay bikers britannici. Storia dura dall'esito tragico. Ha trascorso una settimana prima delle riprese correndo tutto il giorno in motocicletta. Seduto dietro. Le emozioni, diverse da quelle che prova il pilota, sono arrivate. Portandolo a confezionare questa che è comunque in qualche modo una declinazione della commedia romantica, attraversandone ogni obbligatoria prescrizione. Ray è il motociclista alfa Nudo sotto la pelle (qualcuno ricorda il film del '68 con Alain Delon e Marianne Faithfull?) di poche parole e di imperscrutabili sentimenti. Colin dopo gli insulti dei proprietari delle auto che ha multato canta a cappella col padre in quartetto, in un pub sufficientemente malinconico. Nello stesso locale però appare Ray e tra i due scatta quel cortocircuito che li porta velocemente in un angolo di strada. Si può filmare un rapporto orale senza volgarità? Si può. Quando Colin si ritrova per la prima volta seduto sul pillion avvinghiato al suo pilota, con sotto la sella i 210 cavalli di una BMW RR, gli occhi che bucano la visiera del casco si illuminano di felicità. Ray e Colin incarnano perfettamente le due polarità dell'universo BDSM: bondage, dominazione, sadismo, masochismo. Uno è un beneducato dominatore naturale, l'altro un introverso sottomesso per vocazione. Il loro è di conseguenza un rapporto sano e consensuale. E forse Colin non è poi così timido. La sua famiglia appoggia con partecipazione la sua omosessualità ancora acerba, la madre mettendo pacatamente in campo le preoccupazioni che ogni madre nutre in ordine al destino dell'unico figlio. La famiglia di Ray sono i veri componenti del Gay Bikers Motorcycle Club: sfrontati, allegri, affettuosi con il nuovo arrivato. Hanno delle regole, hanno un'etica. Lighton mette in scena un racconto stratificato che ci spinge a scavare oltre la superficie della commedia queer politicamente corretta anche nelle immagini di impatto. Riesce ad attraversare i frangenti più performativi aggirandone tutti i trabocchetti, privilegiando la spinta a cercare di decifrare le ragioni di una relazione (come tutte) asimmetrica. Che (come tutte) deve attraversare le forche caudine del salto di qualità. Ci lascia indagare sugli sguardi: in quello di Ray sprazzi di solitudine e tormento interiore, in quello di Colin lo stupore della crescita e della scoperta di sé. Riesce a spostarci in un attimo da coordinate dai perfetti tempi comici a imprevedibili affondi nell'intimità. Impartendo una significativa lezione su come sia possibile raccontare liberamente una materia complessa, sfidando senza nessuna rinuncia pregiudizi e pruderie. Mantenendo saldamente la barra del rispetto e della libertà di scelta mette in evidenza che il baricentro di tutta la narrazione ha un nome: consenso. Con ciò rendendo estendibile la lezione a tutti coloro che in epoca recente ritengono che la definizione consenso libero e attuale possa essere egregiamente sostituita da volontà contraria. A fronte di 6 milioni e 400 mila donne che dai 16 ai 75 anni (Istat 2025) almeno una volta nella vita hanno subito una violenza sessuale. Consigliata la visione all'avv. Bongiorno1. Nota 1. Presidente della Commissione Giustizia del Senato e relatrice della Legge contro la violenza sulle donne, art. 609bis c.p. Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni '70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna, Manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste Duel, ZeroNetwork, Global Magazine e sulle testate online Global Project e DinamoPress. Consensual Opposition: Pillion by Marco Rigamoenglish version by Matilde Moro For once, Italian distributors cannot be blamed too much for their tendency to extend (and often modify) original titles. Pillion, by british debutant Harry Lighton, who also wrote the screenplay, thus becomes Pillion – amore senza freni (litt: Pillion – Love Without Brakes): the resulting wordplays and promotional materials lead us to discover that Pillion is the term used to describe the rear seat of a motorcycle - where the passenger sits. The 18+ rating and the trailer clips (which Mymovies, one of the italian leading film information engines, promptly removed) seem to obey market rules, suggesting the possibility that the relationship between the statuesque motorcyclist and the introverted traffic assistant may be well corroborated by highly erotic encounters. Fortunately for us, this is not exactly the case. When I started writing, I had never really been in love Harry Lighton Lighton - who took five years to make his first feature film - was struck by Adam Mars-Jones' novel Box Hill, set in the 1970s, against the backdrop of British gay bikers. It is a harsh story with a tragic ending. He spent a week before filming riding a motorcycle all day long. Sitting behind. The emotions - different from those felt by the riderm - came flooding in. This led him to create what is, in some ways, a variation on the romantic comedy, fulfilling all the necessary requirements. Ray is the alpha biker, Naked Under the Skin (does anyone remember the 1968 film with Alain Delon and Marianne Faithfull?), a man of few words and inscrutable feelings. After being insulted by the owners of the cars he has fined, Colin sings a cappella with his father in a quartet. The venue is a suitably melancholic pub. Yet, Ray shows up in the same pub – and the second their eyes lock, it’s like a live wire snapping. The world glitches out, and next thing you know we find them again a shadowy street corner. Can oral sex be filmed without vulgarity? Yes, it can. When Colin finds himself sitting on the pillion for the first time, clinging to his rider, with the 210 horsepower of a BMW RR beneath the seat, his eyes - piercing through the visor of his helmet - light up with pure happiness. Ray and Colin perfectly embody the two poles of the BDSM universe: bondage, domination, sadism, masochism. One is a well-mannered, natural dominator, the other an introverted, submissive by vocation. Their relationship is therefore healthy and consensual. And perhaps, Colin is not so shy after all. His family actively supports his still-developing homosexuality, with his mother calmly expressing the concerns that every mother has about the fate of her only child. Ray's family are the real members of the Gay Bikers Motorcycle Club: bold, cheerful, affectionate towards the newcomer. They have rules, and they have ethics. Lighton stages a layered story that pushes us to dig beyond the surface of politically correct queer comedy, even in the striking images. He manages to navigate the most performative moments, avoiding all the pitfalls, favoring the urge to try to decipher the reasons behind an asymmetrical relationship (like all relationships). Which (like all relationships) must go through the gauntlet of a quantum leap. He lets us investigate the characters' gazes: in Ray's, flashes of loneliness and inner torment; in Colin's, the wonder of growing up and discovering oneself. He manages to shift us in an instant from perfectly timed comic moments to unpredictable plunges into intimacy. The movie ends up teaching a significant lesson on how it is possible to freely discuss a complex subject, challenging prejudice and prudery without compromise. By firmly maintaining respect and freedom of choice, it highlights that the center of gravity of the entire narrative has a name: consent. This makes the lesson applicable to all those who, in recent times, believe that the definition of free and current consent can be admirably replaced by contrary will. This is in the face of 6.4 million women between the ages of 16 and 75 (Istat 2025) who have suffered sexual violence at least once in their lives. Recommended viewing for lawyer Bongiorno1. Note 1. Chair of the Senate Judiciary Committee and rapporteur for the Law against violence against women, Art. 609-bis of the Italian Penal Code. Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the '70s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals Duel, ZeroNetwork, and Global Magazine, as well as on the online platforms Global Project and DinamoPress.
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L’animalità come misura standard per la disumanizzazione del nemico La fabbrica psicologica della disumanizzazione dei palestinesi nella società israeliana Cheryl Kass Tel Aviv, 9 ottobre 2023. Due giorni dopo l’attacco di Hamas, il ministro della Difesa Yoav Gallant si presenta in conferenza stampa e annuncia l’assedio totale alla Striscia. La formula con cui motiva l’ordine resterà negli atti di guerra e nei fascicoli giudiziari dell’Aia: «Ho ordinato un assedio completo della Striscia di Gaza. Niente elettricità, niente cibo, niente carburante, tutto è chiuso. Stiamo combattendo animali in forma umana e agiremo di conseguenza» (Cfr. Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Roma 2024, p. 56). Quattro parole, animali in forma umana, bastano per riassumere ciò che a Gaza accadrà nei mesi successivi: la formula colloca due milioni e trecentomila persone fuori dal cerchio della specie. Nelle stesse ore l’ex ambasciatore di Israele alle Nazioni Unite Dan Gillerman descrive i palestinesi come: «animali orribili e disumani» (Ivi). Il presidente dello Stato, Isaac Herzog, dichiara qualche giorno più tardi che «è un’intera nazione che è responsabile; questa retorica sui civili non consapevoli, non coinvolti, non è assolutamente vera», prima di firmare a pennarello i proiettili d’artiglieria diretti su Gaza (Ivi). Il premier Benjamin Netanyahu ricorre al passo biblico di Amalek, che ordina lo sterminio che include bambini e lattanti (Ivi). La Corte internazionale di giustizia, nell’ordinanza cautelare del 26 gennaio 2024, citerà proprio le parole di Herzog e Gallant fra gli indizi seri di incitamento al genocidio (Cfr. Gideon Levy, citato in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59). Nulla di tutto ciò è un’esplosione improvvisa di rancore. La possibilità che un ministro pronunci pubblicamente la formula animali in forma umana senza essere espulso dalla vita pubblica appartiene a un percorso lungo, depositato negli anni nei manuali scolastici come nei sermoni rabbinici, nei talk show come nei regolamenti militari. Lo storico Raz Segal, su Jewish Currents del 13 ottobre 2023, parla per Gaza di «un caso da manuale di genocidio» (Cfr. R. Segal, A Textbook Case of Genocide, in Jewish Currents, 13 ottobre 2023, cit. in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); pochi giorni dopo lo storico israelo-americano Omer Bartov, sul New York Times, parla di intento genocida riconoscibile (Ibid.). Quel che interessa qui è il piano psicologico del consenso. Come ha potuto, una società democratica e altamente scolarizzata (ma ideologicamente indirizzata), accogliere senza scandalo la negazione dell’umanità di un intero popolo? Otto modi di disimpegnare la coscienza Lo psicologo sociale Albert Bandura, in Disimpegno morale. Come facciamo del male continuando a vivere bene (Erickson, Trento 2017), ha elaborato il quadro più preciso per rispondere a questa domanda. Bandura parte da un’osservazione che apre il primo capitolo: «Una comprensione esauriente della moralità deve spiegare non solo come le persone riescano a comportarsi moralmente, ma anche come possano comportarsi in modo inumano e tuttavia continuare a nutrire rispetto per se stesse e sentirsi a posto» (Albert Bandura, Disimpegno morale, Erickson, Trento 2017, p. 13). Lo psicologo di Stanford individua otto meccanismi attraverso i quali le autosanzioni morali vengono selettivamente disattivate dall’autore di una condotta lesiva, raggruppati in quattro punti del processo di autoregolazione. Sul versante del comportamento agisce un primo grappolo di operazioni psichiche. La giustificazione morale legittima un mezzo lesivo investendolo di un fine sacro, come l’autodifesa o la sopravvivenza del popolo; il confronto vantaggioso, sua parente stretta, fa apparire l’azione un male minore rispetto a un male temuto: «la convinzione che le proprie azioni lesive impediranno una sofferenza umana maggiore di quella che causano fa apparire altruistico il proprio comportamento» (Ibid., p. 15). Il linguaggio eufemistico completa l’opera: «Le formule eufemistiche, nelle loro forme addolcite e contorte, dissimulano un comportamento nocivo con un linguaggio innocuo riuscendo così a spogliarlo di qualunque umanità» (Ivi). Quando l’esercito israeliano parla di intelligence-based strikes o di zone umanitarie sta facendo precisamente questo lavoro: rivestire di lessico tecnico un macello quotidiano. Vale ricordare che il 10 ottobre 2023 il portavoce delle IDF dichiarava, riguardo alle operazioni in atto, che «l’enfasi è sui danni, non sulla precisione», mentre Gallant scandiva: «Ho ridotto tutte le restrizioni: uccideremo tutti coloro contro cui combattiamo; useremo ogni mezzo» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). Il linguaggio si addolcisce verso l’esterno, mentre verso l’interno la formula si fa ferina. Sul piano dell’agency operano lo spostamento e la diffusione della responsabilità. Il primo trasferisce la colpa sull’autorità superiore, lungo una catena per cui il soldato eseguiva un ordine ricevuto dall’ufficiale, e l’ufficiale obbediva al gabinetto di guerra collegialmente responsabile. La seconda spalma la responsabilità su un collettivo così ampio da rendere indistinguibili gli autori del danno. Già a metà Novecento Hannah Arendt aveva osservato in La banalità del male (Feltrinelli, Milano 1992) come il regime burocratico nazista avesse perfezionato proprio questa dispersione: il funzionario diventa un anello e l’anello scompare nella catena. La macchina militare israeliana, con i suoi protocolli automatizzati di targeting e con sistemi come Lavender o Where’s Daddy? che algoritmizzano la scelta dei bersagli, porta questa dispersione a un grado nuovo. La colpa si dilata in un’infrastruttura statistica. Quanto al risultato, compare la minimizzazione del danno, per cui il conteggio dei morti viene contestato o ricondotto al Ministero di Hamas. Sulla figura della vittima agiscono infine l’attribuzione del biasimo e la disumanizzazione vera e propria. L’attribuzione del biasimo afferma che i palestinesi si sono attirati la rappresaglia con il loro voto del 2006 e, in fondo, con la loro mera presenza dentro un perimetro proibito. La disumanizzazione è il cuore di tutto: «I perpetratori escludono coloro che maltrattano dal proprio concetto di umanità, spogliandoli delle qualità umane o attribuendo loro caratteristiche animalesche. Il fatto di rendere subumane le proprie vittime indebolisce gli scrupoli morali legati al fatto di trattarle duramente» (A. Bandura, op. cit., p. 16). Bandura aggiunge altrove un’osservazione decisiva per chi voglia spiegare la normalizzazione della violenza: «La deumanizzazione indebolisce le autocostrizioni morali minando la prosocialità (cooperazione, aiuto verso l’altro senza richiesta di ricompensa), riducendo l’empatia per le sofferenze altrui ed escludendo le persone svalutate dal concetto di umanità» (Ibid., p. 61). La frase di Gallant, dunque, non è la radice del processo: ne è il sigillo pubblico, il momento in cui la macchina psicologica viene legittimata dal vertice politico. La vittima eterna e il suo doppio Per quanto coerente, lo schema di Bandura va innestato su una storia specifica. Lo ha mostrato la storica israeliana Idith Zertal in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge University Press, Cambridge 2005). Zertal descrive come la Shoah sia stata progressivamente trasformata in una risorsa politica permanente, capace di immunizzare lo Stato di Israele rispetto alla critica del mondo: «Attraverso Auschwitz [...] Israele si è reso immune alla critica e impermeabile a un dialogo razionale con il mondo circostante» (Idith Zertal, Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood, Cambridge University Press, Cambridge 2005, p. 4). Auschwitz, scrive Zertal, è stata invocata per: «questioni che la società israeliana ha rifiutato di affrontare, risolvere e pagare, trasformando così Israele in una zona crepuscolare astorica e apolitica, dove Auschwitz cessa di appartenere al passato e diviene un presente minaccioso e una possibilità costante» (Ivi). Il meccanismo psicologico è quello che lo psicoanalista turco-americano Vamik Volkan definisce chosen trauma: il trauma fondatore di un gruppo, trasmesso di generazione in generazione, diviene cifra identitaria e licenza preventiva di violenza (Cfr. Vamik D. Volkan, Transgenerational Transmissions and Chosen Traumas. An Aspect of Large-Group Identity, in Group Analysis, vol. 34, n. 1, 2001). La conseguenza, sul piano interno, è una siege mentality costantemente coltivata, descritta dallo psicosociologo Daniel Bar-Tal come uno dei capisaldi del socio-psychological repertoire degli israeliani in un conflitto intrattabile (Cfr. Daniel Bar-Tal, Intractable Conflicts. Socio-Psychological Foundations and Dynamics, Cambridge University Press, Cambridge 2013). Bar-Tal ha mostrato come il vittimismo collettivo percepito, anche quando il rapporto reale di forza è sbilanciato a proprio favore, rafforzi il senso morale di sé e abbatta nello stesso movimento l’empatia per l’avversario, legittimando preventivamente le azioni offensive che si compiono (Cfr. Daniel Bar-Tal, Lily Chernyak-Hai et al., A sense of self-perceived collective victimhood in intractable conflicts, in International Review of the Red Cross, vol. 91, n. 874, 2009). Il volume scritto con Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict. Representations of Arabs in Israeli Jewish Society (Cambridge University Press, Cambridge 2005), documentava già due decenni or sono come l’arabo, e in particolare il palestinese, fosse rappresentato in larga parte del materiale scolastico israeliano come minaccia indistinta, quasi mai dotata di un volto individuale. La preparazione lunga: scuola, schermi, divise Sui banchi di scuola, la sociolinguista Nurit Peled-Elhanan ha analizzato un campione di manuali in uso nel sistema pubblico israeliano in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris, London 2012), rilevando come il palestinese vi compaia quasi esclusivamente come rifugiato indistinto o come terrorista latente, raramente come soggetto storico. Lo storico Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi, Roma 2017), ha ricostruito come quel quadro educativo sia il prodotto di una costruzione mitologica del 1948 che ha rimosso la pulizia etnica e fissato la storia secondo l’asse terra senza popolo, popolo senza terra: «la disinformazione storica [...] ha permesso l’oppressione di un popolo e legittimato un regime coloniale e di occupazione» (Ilan Pappé, Dieci miti su Israele, Fazi, Roma 2017, p. 9). Sui media, gli studi del politologo Neve Gordon raccolti in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury, London 2024) hanno mostrato come la stampa e la televisione israeliane lavorino su una metafora che lo stesso Ehud Barak rese celebre nel 1996: Israele come villa nella giungla. La metafora produce due effetti simultanei. Riconferma la propria appartenenza al mondo civile e relega il fuori, gli arabi, in una zona selvaggia e indistinta. La metafora coloniale incontra la psicoanalisi: in I dannati della terra (Einaudi, Torino 2000) Frantz Fanon aveva descritto questa operazione come la prima necessità del colono, zoologizzare il nativo per giustificare la propria violenza pacificatrice. Il meccanismo si è semplicemente trasferito sui canali digitali. Una ricerca pubblicata da Sivan Givon-Benjio su Political Psychology nel 2026 mostra che, dal 7 ottobre, la suscettibilità degli adulti israeliani alle informazioni propagandistiche è risultata significativamente più elevata fra chi era esposto a media nazionali rispetto a chi consultava fonti internazionali, e che il livello di disumanizzazione esplicita dei palestinesi si correlava in modo robusto con l’esposizione a hasbara digitale (Cfr. Sivan Givon-Benjio et al., Susceptibility to misinformation and propaganda during wartime. Evidence from the Israeli–Palestinian conflict, in Political Psychology, 2026). Nell’esercito, infine, la macchina educativa del tohar ha-neshek, la purezza delle armi, funziona da fronte interno: garantisce al soldato lo specchio di una soggettività morale anche mentre compie azioni che la negano. È la tesi di James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge University Press, Cambridge 2017), il quale osserva che: «anziché fornire uno strumento per limitare la violenza militare, l’etica è diventata parte di un assetto che rende più facile per l’esercito commettere violenza» (James Eastwood, op. cit., p. 3). L’esercito più morale del mondo è una formula che opera producendo il consenso al proprio operato mentre lo certifica. Dall’analogia nazi al diniego del genocidio Sul piano del lessico pubblico, dal 7 ottobre 2023 si è imposta in Israele un’altra mossa decisiva. Hamas è stato denominato, in modo ricorrente e in sede istituzionale, nazista. La giurista Smadar Ben-Natan, su Journal of Palestine Studies, ha mostrato come questa analogia faccia un lavoro doppio. La prima funzione è rievocare l’unica esecuzione capitale legalmente compiuta dallo Stato di Israele, quella di Adolf Eichmann nel 1962, riaprendo oggi la strada a una pena di morte specifica per palestinesi. La seconda, e qui sta il punto, è teorica: «fondere terrorismo e nazismo proietta Hamas come nemico assoluto per legittimare la pena di morte e, nello stesso tempo, funziona come mezzo di negazione del genocidio» (Smadar Ben-Natan, The New Nazis. The Changing Discourse on the Death Penalty in Israel Since October 7, in Journal of Palestine Studies, vol. 55, n. 1, 2026, p. 6). Chiamare nazista il proprio nemico permette di proseguire un genocidio chiamandolo legittima difesa. La proiezione, in senso psicoanalitico, è completa: si attribuisce all’altro l’identità del proprio passato persecutore e si guadagna così la licenza dell’azione totale. L’effetto su Israele come collettività si misura nei sondaggi. Un’indagine dell’Israel Democracy Institute del marzo 2024 rilevava che il 68 per cento degli ebrei israeliani considerava troppo limitato il quantitativo di forza usato a Gaza, mentre il 36 per cento dichiarava di accettare l’idea di un’arma nucleare contro la Striscia. La giornalista Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori, Milano 2024), riporta una conversazione con due coloni di Hebron rappresentativa del clima: «tutti vogliono la distruzione di Hamas e sempre più israeliani vogliono anche la distruzione dei palestinesi. Mi dicono: gli abitanti della Striscia di Gaza hanno votato per Hamas e quindi sarebbero corresponsabili dei crimini di Hamas» (Cecilia Sala, I figli dell’odio, Mondadori, Milano 2024, p. 14). Bandura riconoscerebbe qui, sovrapposti, l’attribuzione del biasimo alla vittima e la diffusione della responsabilità collettiva. Il bambino di Gaza che ha votato Hamas nel 2006, quando aveva tre anni o non era ancora nato, ne è oggetto. La spaccatura interna e la guarigione mancata Una società simile non è monolitica. Esiste un Israele che resiste alla disumanizzazione. Lo testimoniano le confessioni dei soldati raccolte da Breaking the Silence, le mobilitazioni dei riservisti contro la riforma giudiziaria del 2023, l’attivismo intellettuale di Ilan Pappé e Gideon Levy, le inchieste di organizzazioni come B’Tselem. Chi sceglie quella via paga però un prezzo in termini di rottura politica e di esilio interno. Lo stesso Pappé scrive che siamo di fronte al: «inizio della fine del progetto sionista come lo conosciamo» (Ilan Pappé, La fine di Israele, Fazi, Roma 2024, p. 11). La voce critica resta minoritaria e oggi viene marchiata dentro Israele come tradimento. La radicalizzazione descritta da Cecilia Sala, con il kahanismo armato di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich entrato nel governo, è la versione attiva del processo psicologico descritto da Bandura: «il disimpegno morale, quando è promosso dal vertice, smette di essere un meccanismo individuale e diventa programma di Stato». Lo psicoanalista Erich Fromm, in Anatomia della distruttività umana (Mondadori, Milano 1975), aveva chiamato necrofilia sociale l’incanto collettivo verso l’annientamento dell’altro come via di guarigione del proprio dolore. Quel che si verifica a Gaza dal 7 ottobre 2023 è la versione contemporanea di quella diagnosi. Il trauma reale del massacro di Hamas viene curato attraverso l’inflizione di un danno smisuratamente più grande sul popolo palestinese, e la cura prende forma pubblica nei discorsi dei ministri come nei talk show notturni, nei manuali scolastici come nei cori delle curve da calcio descritti in Israeli football clubs and the post-October 7 2023 national emotional ecology (Sport in Society, 2025). Una chiusura perturbante Animali in forma umana. La formula del 9 ottobre 2023 ha avuto la fortuna di tutte le definizioni autorizzate dal potere: ha autorizzato ciò che si voleva fare già prima di pronunciarla. Bandura osserva che il disimpegno morale: «non modifica i criteri morali. Fornisce piuttosto, a coloro che si disimpegnano moralmente, i mezzi per eludere i criteri morali, sottraendo alla moralità i comportamenti lesivi e alleggerendo la propria responsabilità» (A. Bandura, op. cit., p. 17). Il cittadino israeliano medio, dopo il 7 ottobre, non ha cessato di amare i propri figli o di considerarsi parte di una democrazia. Ha solo escluso, dal proprio concetto di umanità, due milioni e trecentomila palestinesi. La sospensione selettiva è il vero meccanismo del genocidio in atto. Riconoscere quella sospensione e restituire i nomi a chi è stato sottratto al genere umano è il primo gesto critico possibile. Da qui occorre ricominciare a contare i morti uno per uno, con i loro nomi e i loro luoghi. Da lì, e da nessun’altra parte, ricomincia la possibilità di pensare la pace. Animality as a Standard Measure for the Dehumanization of the Enemy The Psychological Factory of the Dehumanization of Palestinians in Israeli Society By Lavinia Marchetti Tel Aviv, 9 October 2023. Two days after Hamas’s attack, Defense Minister Yoav Gallant appeared at a press conference and announced a total siege of the Gaza Strip. The formula he used to justify the order will remain in war records and International Court of Justice files: «I have ordered a complete siege of the Gaza Strip. No electricity, no food, no fuel—everything is closed. We are fighting animals in human form and will act accordingly» (Roberto Iannuzzi, Il 7 ottobre tra verità e propaganda, Eurilink University Press, Rome 2024, p. 56). Four words—animals in human form—summarise what will happen in Gaza in the following months: the expression places two million three hundred thousand people outside the circle of the species. In the same hours former Israeli UN ambassador Dan Gillerman described Palestinians as «horrible and inhuman animals» (Ibid.). President Isaac Herzog declared a few days later that «an entire nation is responsible; this rhetoric about unaware, uninvolved civilians is absolutely false» before signing artillery shells aimed at Gaza (Ibid.). Prime Minister Benjamin Netanyahu invoked the biblical passage on Amalek, ordering extermination that includes «children and infants» (Ibid.). The International Court of Justice, in its provisional measures order of 26 January 2024, will cite Herzog’s and Gallant’s words among the serious indications of incitement to genocide (Gideon Levy, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 59). Nothing of this is a sudden explosion of rancor. The possibility that a minister could publicly utter the phrase animals in human form without being expelled from public life belongs to a long‑term trajectory, deposited over years in school textbooks, rabbinic sermons, talk‑show discourse, and military regulations. Historian Raz Segal, in Jewish Currents of 13 October 2023, called the Gaza case «a textbook case of genocide» (R. Segal, A Textbook Case of Genocide, Jewish Currents, 13 Oct 2023, cited in R. Iannuzzi, op. cit., p. 58); days later Israel‑American historian Omer Bartov wrote in the «New York Times» about recognizable genocidal intent (ibid.). What matters here is the psychological plan of consensus: how could a democratic, highly educated (yet ideologically directed) society accept, without scandal, the denial of humanity to an entire people? Eight Mechanisms for Moral Disengagement Social psychologist Albert Bandura, in Moral Disengagement: How We Do Harm While Living Well (Erickson, Trento 2017), offers the most precise framework for this question. He opens the first chapter with an observation that frames the whole analysis: «A comprehensive understanding of morality must explain not only how people behave morally, but also how they can act inhumanely while still maintaining self‑respect and feeling okay about themselves» (Bandura, p. 13). Bandura identifies eight mechanisms through which moral self‑sanctions are selectively switched off by perpetrators of harm, grouped into four stages of self‑regulation. On the behavioural side, a first cluster of psychic operations works. Moral justification invests a harmful means with a sacred end—self‑defence or the survival of the people; advantageous comparison makes the action appear a lesser evil compared with a feared greater evil: «the belief that one’s harmful actions will prevent a larger human suffering makes the behaviour appear altruistic» (Bandura, p. 15). Euphemistic language completes the work: «euphemistic formulas, in their softened and twisted forms, conceal a harmful behaviour with innocuous language, thereby divesting it of any humanity» (ibid.). When the Israeli army talks of intelligence‑based strikes or humanitarian zones it performs precisely this job: technical jargon dresses up daily slaughter. It is worth recalling that on 10 October 2023 the IDF spokesperson, regarding ongoing operations, said «the emphasis is on damage, not on precision» while Gallant declared: «I have lifted all restrictions: we will kill everyone we fight; we will use every means» (R. Iannuzzi, op. cit., p. 57). The language sweetens outwardly, while internally the formula becomes feral. On the agency level, displacement and diffusion of responsibility operate. The former transfers blame to a higher authority along a chain—soldier follows officer’s order, officer obeys the collegially responsible war cabinet. The latter spreads responsibility over a collective so vast that the perpetrators become indistinguishable. Already in the mid‑20th century Hannah Arendt observed in The Banality of Evil (Feltrinelli 1992) how the Nazi bureaucratic regime perfected this dispersion: the official becomes a link, and the link disappears in the chain. The Israeli military, with its automated targeting protocols and systems such as Lavender or Where’s Daddy? that algorithmically select targets, takes this dispersion to a new degree. Guilt dilates into a statistical infrastructure. Regarding outcomes, minimisation of harm appears, with casualty counts contested or attributed to Hamas. On the victim’s figure act attribution of blame and outright dehumanisation. Attribution of blame states that Palestinians attracted the retaliation with their 2006 vote and, ultimately, with their mere presence in a prohibited perimeter. Dehumanisation is the core: «perpetrators exclude those they mistreat from their concept of humanity, stripping them of human qualities or attributing animal traits. Making victims sub‑human weakens moral scruples about treating them harshly» (Bandura, p. 16). Bandura adds elsewhere a decisive observation for those who wish to explain the normalisation of violence: «Dehumanisation weakens self‑imposed moral constraints by undermining prosociality (cooperation, help without expectation of reward), reducing empathy for others’ suffering and excluding the devalued from the concept of humanity» (p. 61). Gallant’s phrase, therefore, is not the root of the process; it is the public seal, the moment when the psychological machine is legitimised by the political apex. The Eternal Victim and Its Double For the scheme to function, it must be embedded in a specific historical story. Israeli historian Idith Zertal, in Israel’s Holocaust and the Politics of Nationhood (Cambridge UP 2005), shows how the Shoah has been progressively transformed into a permanent political resource that immunises the State of Israel against external criticism: «By means of Auschwitz … Israel rendered itself immune to criticism, and impervious to rational dialogue with the world around her» (Zertal, p. 4). Auschwitz, Zertal writes, is invoked for «issues which Israeli society has refused to confront, resolve, and pay the price for, thus transmuting Israel into an ahistorical and apolitical twilight zone, where Auschwitz is not a past event but a threatening present and a constant option» (Ibid.). The psychological mechanism is what Turkish‑American psychoanalyst Vamik Volkan calls chosen trauma: the founding trauma of a group, transmitted generation after generation, becomes an identity marker and a preventive licence for violence (Volkan 2001). The internal consequence is a constant siege mentality, described by sociopsychologist Daniel Bar‑Tal as one of the pillars of the «socio‑psychological repertoire» of Israelis in an intractable conflict (Bar‑Tal 2013). Bar‑Tal has shown how perceived collective victimhood, even when the real balance of force is skewed in one’s favour, strengthens a moral self‑image and simultaneously erodes empathy for the opponent, pre‑legitimising offensive actions (Bar‑Tal et al. 2009). The volume co‑authored with Yona Teichman, Stereotypes and Prejudice in Conflict (Cambridge UP 2005), already documented how, two decades ago, the Arab—especially the Palestinian—was represented in most Israeli school material as an indistinct threat, rarely given an individual face. The Long‑Term Preparation: Schools, Screens, Uniforms On school desks, sociolinguist Nurit Peled‑Elhanan analysed a sample of textbooks used in the Israeli public system in Palestine in Israeli School Books. Ideology and Propaganda in Education (I.B. Tauris 2012), finding that Palestinians appear almost exclusively as indistinct refugees or latent terrorists, rarely as historical subjects. Historian Ilan Pappé, in Dieci miti su Israele (Fazi 2017), reconstructed how this educational picture is the product of a mythological 1948 construction that erased ethnic cleansing and fixed history on the axis land without a people, people without a land: «historical misinformation … has allowed the oppression of a people and legitimised a colonial and occupying regime» (Pappé, p. 9). In the media, the studies of political scientist Neve Gordon collected in A Villa in the Jungle. The Arab Awakening through the Lens of the Israeli Media (Bloomsbury 2024) have shown how Israeli press and television work on a metaphor that Ehud Barak popularised in 1996: Israel as a villa in the jungle. The metaphor produces two simultaneous effects. It reconfirms Israel’s belonging to the civilised world and relegates the outside, the Arabs, to an indistinct wilderness. The colonial metaphor meets psychoanalysis: in I dannati della terra (Einaudi 2000) Frantz Fanon described this operation as the first necessity of the coloniser—to zoologise the native in order to justify his peaceful violence. The mechanism has simply transferred to digital channels. A research article by Sivan Givon‑Benjio in Political Psychology (2026) shows that, from 7 October onward, Israeli adults’ susceptibility to propagandistic information was significantly higher among those exposed to national media than among those consulting international sources, and that explicit dehumanisation of Palestinians correlated robustly with exposure to digital hasbara (Givon‑Benjio et al., 2026). In the army, finally, the educational machine of tohar ha‑neshek (purity of weapons) functions as an internal front: it guarantees the soldier a mirror of moral subjectivity even while he performs actions that deny it. This is the thesis of James Eastwood in Ethics as a Weapon of War. Militarism and Morality in Israel (Cambridge UP 2017), which observes that «rather than providing a means for easier for the military to commit» (p. 3). The claim of possessing the world’s most moral army is therefore a formula that operates by producing consent for its own deeds while certifying them. From Nazi Analogy to Genocide Denial On the level of public lexicon, since 7 October 2023 Israel has repeatedly called Hamas Nazi. Jurist Smadar Ben‑Natan, in Journal of Palestine Studies, has shown how this analogy performs a double work. The first function is to revive Israel’s only legally executed capital punishment case—the 1962 execution of Adolf Eichmann—re‑opening today the road to a death penalty specifically for Palestinians. The second, and here lies the point, is theoretical: «conflating terrorism with Nazism casts Hamas as an absolute enemy to legitimize the death penalty while serving as a means of genocide denial» (Ben‑Natan, p. 6). Labeling the enemy as Nazi allows the continuation of genocide under the banner of legitimate self‑defence. The psycho‑analytic projection is complete: the other is assigned the identity of the group’s historic persecutor, thereby gaining a licence for total action. The effect on Israel as a collective is measurable in polls. A March 2024 survey by the Israel Democracy Institute recorded that 68 % of Israeli Jews considered the amount of force used in Gaza far too limited, while 36 % said they accepted the idea of a nuclear weapon against the Strip. Journalist Cecilia Sala, in I figli dell’odio (Mondadori 2024, p. 14), reports a conversation with two Hebron settlers that captures the climate: «Everyone wants the destruction of Hamas and increasingly also the destruction of the Palestinians. They tell me: the residents of the Gaza Strip voted for Hamas and therefore would be co‑responsible for Hamas’s crimes». Bandura would recognise here the overlapping attribution of blame to the victim and the diffusion of collective responsibility. The Gaza child who voted for Hamas in 2006, when he was three years old or not yet born, becomes the object of that attribution. The Internal Split and the Unhealed Wound A society of this kind is not monolithic. There is an Israel that resists dehumanisation. It is testified by the soldiers’ testimonies collected by Breaking the Silence, the reservists’ mobilisations against the 2023 judicial‑reform bill, the intellectual activism of Ilan Pappé and Gideon Levy, and the investigations of organisations such as B’Tselem. Those who choose this path, however, pay a price in political rupture and internal exile. Pappé himself writes that we are facing the «beginning of the end of the Zionist project as we know it» (Ilan Pappé, The End of Israel, Fazi, Rome 2024, p. 11). The critical voice remains a minority and today is labelled within Israel as treason. The radicalisation described by Cecilia Sala—armed Kahanism represented by Itamar Ben‑Gvir and Bezalel Smotrich entering the government—is the active version of the psychological process outlined by Bandura: when moral disengagement is promoted from the top, it ceases to be an individual mechanism and becomes a state programme. The psychoanalyst Erich Fromm, in Anatomy of Human Destructiveness (Mondadori, Milan 1975), called social necrophilia the collective enchantment with the annihilation of the other as a way of healing one’s own pain. What is happening in Gaza from 7 October 2023 is the contemporary manifestation of that diagnosis. The real trauma of Hamas’s massacre is “cured” through the infliction of a vastly larger damage on the Palestinian people, and the cure takes public form in ministers’ speeches, late‑night talk shows, school textbooks and even in the chants of football‑club crowds described in Israeli Football Clubs and the Post‑October 7 2023 National Emotional Ecology («Sport in Society», 2025). A Disturbing Closure Animals in human form. The 9 October 2023 formula benefitted from every definition authorised by power: it authorised what had already been intended before it was uttered. Bandura notes that moral disengagement «does not alter moral criteria. Rather, it provides those who disengage morally with the means to evade moral standards, stripping harmful behaviour of moral weight and lightening one’s own responsibility» (A. Bandura, op. cit., p. 17). The average Israeli citizen, after 7 October, did not cease loving his children or seeing himself as part of a democracy. He simply excluded, from his concept of humanity, two million three hundred thousand Palestinians. Selective suspension is the real mechanism of the genocide in progress. Recognising that suspension and restoring the names of those stripped of the human genus is the first possible critical act. From that moment, the dead must be counted one by one, with their names and locations. Only then, and nowhere else, does the possibility of imagining peace begin again.
- konnektor
Regno unito: Starmer, con le spalle al muro La parabola politica di Keir Starmer costituisce la media distopica di ciò che oggi è un leader politico nel panorama europeo e occidentale. Si tratta, infatti, del tipico esponente di una classe dirigente caratterizzata dall’assoluta mancanza di idee di fronte alla crisi sistemica del capitalismo storico e di prospettive intelligenti di uguaglianza e giustizia per affrontare il futuro non solo delle classi lavoratrici, ma direttamente del genere umano. Una classe dirigente assetata di potere e asservita a interessi privati, minoritari e classisti. Ferocemente aggrappata alla poltrona e determinata a impedire ogni alternativa reale e ogni opzione di cambiamento. Questo testo è stato pubblicato su «Sidecar», il blog della «New Left Review». Le elezioni locali e regionali tenutesi di recente nel Regno Unito hanno fatto da barometro delle tensioni politiche in atto in una Gran Bretagna scontenta. Si tratta dei peggiori risultati mai registrati in elezioni di medio termine da parte del partito al governo. Hanno stretto la morsa attorno al primo ministro laburista in difficoltà a meno di due anni dal ritorno al potere del partito a Westminster con un programma vacuo presentato sotto lo slogan «Change». È quasi certo che Starmer se ne andrà, che sia entro i prossimi giorni, settimane o mesi. Salvo imprevisti, il Partito Laburista, nonostante la sua enorme maggioranza alla Camera dei Comuni, non andrà da nessuna parte, in tutti i sensi, fino alle elezioni generali del 2029. Anche il Partito Conservatore, ora all’opposizione, ha registrato perdite consistenti. In queste elezioni comunali i due partiti di governo del sistema politico britannico hanno pareggiato al terzo posto, avendo ottenuto il 17% della quota di voto nazionale proiettata dalla BBC, perché gli elettori scontenti hanno optato per i partiti rivali emergenti. Apparentemente, si tratta di un altro tassello lungo la strada verso una politica a cinque (o sei, o sette) partiti, adattata al sistema di Westminster progettato solo per due. Finora, l’attuale destra ricostituita sta traendo il massimo vantaggio dall’instabilità politica, sia in Gran Bretagna che altrove, ma l’incertezza offre a chiunque l’opportunità di sorprendere. Sul campo e nelle intenzioni di voto, Reform UK, di Nigel Farage, è in ascesa (26%); così come, un gradino più in basso, i Verdi populisti di sinistra di Zach Polanski (18%), che stanno mettendo in ombra il Your Party di Corbyn, in difficoltà; mentre, in Scozia e Galles, i nazionalisti civici hanno sferrato il colpo di grazia al laburismo celtico. Erano in palio circa cinquemila seggi di consigliere comunale in centotrentasei dei trecentodiciassette comuni dell’Inghilterra. La maggior parte delle grandi aree urbane era in fase di rinnovo — tutta Londra, le West Midlands, l’area tra il Merseyside e il West Yorkshire, così come il Tyneside e il Wearside nel nord-est — oltre ai consigli di contea nelle zone rurali dell’East Anglia e sulla costa meridionale. In totale, il Partito Laburista ha perso 1.500 dei 2.500 seggi che difendeva e il controllo di 38 consigli comunali, compresa la città in bancarotta di Birmingham, che è il comune più popolato d’Europa, dove Reform è ora il partito di maggioranza, sebbene si siano registrate anche vittorie per i Verdi e gli indipendenti sostenitori di Gaza. Il fatto che in molte zone fosse in gioco solo un terzo dei seggi ha evitato al Partito Laburista una sconfitta ancora più pesante. Nella Grande Manchester, roccaforte municipale di Andy Burnham che aspira alla leadership laburista, Reform ha conquistato ventiquattro dei venticinque seggi di consigliere in palio a Wigan, e i Verdi diciotto dei trentadue nella città di Manchester, ma il Partito Laburista continua a detenere maggioranze (ridotte) in entrambi i comuni. Gli strateghi laburisti saranno più preoccupati per Londra, l’attuale vero bastione del partito. Prima delle elezioni la mappa elettorale della capitale era tinta di rosso laburista, con un’enclave conservatrice isolata a Kensington e Chelsea, macchie di blu tory e arancione liberaldemocratico nelle aree suburbane e il fastidio di un partito dissidente a Tower Hamlets, il comune più povero di Londra. Ma giovedì, più della metà dei consigli comunali laburisti sono rimasti in grigio, con il cosiddetto “no overall control”, ovvero senza nessun partito che abbia conquistato più della metà dei seggi, in gran parte a causa dei progressi dei Verdi. Con una campagna incentrata sulla crisi abitativa, i Verdi hanno conquistato Hackney, Waltham Forest e Lewisham con la maggioranza assoluta e hanno vinto anche due elezioni alla carica di sindaco. La solidarietà del leader dei Verdi Polanski a Gaza ha attirato una valanga mediatica di accuse di antisemitismo, nonostante sia l’unico leader ebreo di un importante partito politico britannico e abbia lui stesso subito abusi antisemiti. Dopo il voto, Polanski ha dichiarato «morto» il sistema bipartitico e ha affermato che «la nuova politica è Verdi contro Reform». Reform ha ottenuto poco meno di mille e cinquecento seggi e quattordici amministrazioni comunali. Prima delle elezioni, il portavoce per gli Affari interni, Zia Yusuf, ha affermato che un governo guidato da Reform avrebbe costruito nuovi centri di detenzione – nelle aree che votano per i Verdi – per ospitare fino a ventiquattromila migranti privi di documenti. Proprio come i conservatori di Johnson nel 2019 con il loro «Get Brexit Done», hanno ottenuto buoni risultati nelle zone che avevano votato a favore dell’uscita dall’Unione Europea un decennio fa, ovvero le ex roccaforti regionali della classe operaia un tempo fedeli al Partito Laburista, il cosiddetto «Red Wall» [Muro Rosso], nonché le contee conservatrici dell’Inghilterra orientale. Un voto di protesta a metà legislatura? Sì, ma i sondaggi di opinione per le prossime elezioni generali puntano nella stessa direzione. L’ultimo sondaggio MRP condotto a livello di circoscrizione da Electoral Calculus colloca Reform a 188 seggi (in forte aumento rispetto ai 5 del 2024), il Partito Conservatore a 159 (+38), il Partito Laburista a 86 (-326), i Verdi a 71 (+67) e i liberaldemocratici centristi a 61 (-11). Sarebbe una straordinaria inversione di tendenza per il Partito Laburista, che passerebbe da una schiacciante vittoria nel 2024 (412 dei 650 seggi della Camera dei Comuni) al suo peggior risultato dalla Grande Depressione (86 seggi). I seggi londinesi di Starmer e del vice primo ministro David Lammy, così come quello di Shabana Mahmood a Birmingham, passerebbero ai Verdi. Diversi altri ministri dell’attuale governo, tra cui la ministra degli Esteri Yvette Cooper nel West Yorkshire, sarebbero sconfitti da Reform. Risultati del genere rappresenterebbero ovviamente anche una scossa sismica per la destra britannica. Il partito Reform si troverebbe a 138 seggi dalla maggioranza alla Camera dei Comuni, e dovrebbe quindi formare una coalizione con i conservatori. I Verdi dovrebbero unirsi ai liberaldemocratici e ai nazionalisti scozzesi per costituire una «terza forza» nel Parlamento che uscirà dalle urne, ma sembra che il prossimo Parlamento apparterrà a una destra ricostituita. Ciononostante, Reform ha perso terreno nei sondaggi dallo scorso autunno, quando sembrava che avrebbe ottenuto la maggioranza alla Camera dei Comuni, riducendo i conservatori ad appena due dozzine di seggi. La percentuale di voti prevista per Reform è scesa da circa il 35% al 24%, contro il 21% assegnato ai conservatori, il 17% ai laburisti, il 15% ai Verdi, il 13% ai liberali, il 3% allo SNP [Scottish National Party] e l’1% al Plaid Cymru. Ciò significa il 45% per la destra di Reform e i conservatori e il 49% per il resto dei partiti, il che comporta margini davvero stretti a tre anni dalle elezioni generali, soprattutto tenendo conto dei capricci del voto tattico in un sistema maggioritario a turno unico in cui il vincitore prende tutto. In Scozia e Galles le difficoltà del Partito Laburista si sono rivelate una benedizione per i partiti nazionalisti civici. Il Partito Nazionale Scozzese, indipendentista, ha conquistato un quinto mandato nel Parlamento scozzese, mentre il Plaid Cymru ha spezzato la lunga egemonia laburista in Galles. Ha vinto infatti le elezioni ottenendo 43 seggi nel Parlamento gallese, mentre Reform si è aggiudicato il secondo posto conquistandone 34, in base al nuovo sistema proporzionale. Il Partito Laburista è rimasto con meno di dieci seggi. Il primo ministro Eluned Morgan, sconfitta nella circoscrizione di Ceredigion Penfro, all’estremità occidentale del Galles, ha affermato che il partito deve «tornare ad essere il partito della classe operaia». In Scozia l’SNP ha ottenuto 58 seggi, mentre il Partito Laburista e Reform 17 ciascuno. Vedendo come stavano andando le cose, il leader del Partito Laburista scozzese, Anas Sarwar, ha chiesto le dimissioni di Starmer settimane prima delle elezioni, quando si è riaccesa la polemica su Mandelson. La nomina di Mandelson, ex «uomo di fiducia» di Blair nel New Labour, a ambasciatore del Regno Unito a Washington è saltata all’inizio di quest’anno a seguito di nuove rivelazioni sui suoi legami con Jeffrey Epstein. Mandelson è indagato dalla polizia per le accuse di aver divulgato a Epstein informazioni governative sensibili per i mercati, mentre ricopriva la carica di ministro del Commercio sotto il governo di Gordon Brown. Morgan McSweeney, stretto alleato di Mandelson, è stato costretto a dimettersi dalla carica di capo di gabinetto di Starmer l’8 febbraio. Successivamente, il 16 aprile, «The Guardian» ha riferito che Mandelson non aveva superato l’indagine volta a verificare il corretto trattamento da parte sua di informazioni riservate, ma era stato scagionato dal Ministero degli Esteri. Starmer, un ex procuratore generale con un senso esagerato della propria rettitudine, aveva precedentemente insistito sul fatto che fosse stata seguita la procedura corretta. Ha risposto alle prove che indicavano il contrario licenziando l’alto funzionario del Ministero degli Affari Esteri che le aveva presentate, il quale ha immediatamente reagito in un’audizione televisiva davanti a una commissione parlamentare, denunciando pressioni da parte del governo. Le azioni di Starmer hanno fatto infuriare gli alti funzionari dell’amministrazione, le stesse persone che hanno dato il via all’uscita di scena di Johnson nel 2022. Sfortunato e ipocrita, Starmer ha i peggiori indici di gradimento di qualsiasi primo ministro britannico da quando questi sono stati utilizzati per la prima volta, negli anni ’70. Il Partito Laburista va alla deriva in un paese in cui l’economia ristagna sotto l’austera ortodossia del ministro del Tesoro, Rachel Reeves, i salari sono cronicamente bassi, gli alloggi sono vertiginosamente costosi e l’inflazione è di nuovo in aumento a causa dell’attacco statunitense-israeliano contro l’Iran. (Il Partito Laburista ha autorizzato i bombardieri pesanti statunitensi a utilizzare la base della RAF situata a Fairford, nel Gloucestershire, nonché la base congiunta di Stati Uniti e Regno Unito situata a Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, per quello che Starmer ha descritto uno «scopo difensivo specifico e limitato»). I prezzi sono aumentati notevolmente alle stazioni di servizio e nei supermercati e le compagnie aeree hanno cancellato centinaia di voli per razionare il carburante. La società di sondaggi Ipsos afferma che gli elettori sono più pessimisti riguardo all’economia rispetto alla crisi finanziaria del 2008 o alla ripresa dell’inflazione del 2022-2023. La reazione di Starmer alla sconfitta elettorale è consistita in una breve dichiarazione davanti alle telecamere, in cui ha affermato che «giorni come questo non indeboliscono la mia determinazione a realizzare il cambiamento che ho promesso», e in un’intervista concessa a «The Observer», in cui ha dichiarato di voler guidare il Paese per i prossimi dieci anni. Sabato il suo team ha organizzato dei servizi fotografici con due veterani del New Labour, ora assunti con funzioni di consulenza. Gordon Brown, artefice della «morbida» regolamentazione del Partito Laburista sulla City, ha portato il partito alla sconfitta nell’umiliante periodo successivo alla crisi finanziaria del 2008. La veterana Harriet Harman ha costretto i deputati laburisti a non opporsi ai tagli alle politiche di welfare proposti dai conservatori e dai liberaldemocratici nel 2015 per dimostrare agli elettori che il partito stava «ascoltando». Starmer ha insistito sul fatto che le loro nomine fossero «davvero orientate al futuro». In un discorso pronunciato lunedì, ha lanciato l’esca di legami più stretti con l’Unione Europea al suo partito filoeuropeista, promettendo «un grande balzo in avanti» nelle relazioni con l’Unione, pur escludendo una nuova adesione al mercato unico o all’unione doganale. Martedì ha comunicato con tono aspro al suo governo che non era stata avviata alcuna procedura formale per destituirlo dalla guida del Partito Laburista, per cui sarebbe rimasto in carica. Gli ostacoli normativi, per non parlare della mancanza di idee, hanno finora dissuaso chi è scontento di Starmer dal lanciare una vera e propria sfida alla sua leadership, ma nel fine settimana è emersa una potenziale candidatura e oltre 80 deputati laburisti, tra cui un ministro senza portafoglio, hanno chiesto a Starmer di dimettersi. E adesso? A differenza dei conservatori, i cui deputati di base agiscono spesso come un club per soli uomini e possono avviare un voto di sfiducia e rimuovere un candidato dalla lista che viene inviata ai membri del partito, le barriere burocratiche del Partito Laburista sono progettate per tenere a bada i potenziali rivali di chi è alla guida dello stesso. Nel 2021 Starmer e la destra laburista hanno imposto una modifica al regolamento del partito, che raddoppiava la soglia delle nomine dei deputati che un candidato deve raccogliere, dal 10 al 20 per cento del gruppo parlamentare, una delle misure incluse in un pacchetto volto a impedire qualsiasi recrudescenza del corbynismo. I sostenitori dell’ex segretaria del partito Angela Rayner e del segretario alla Salute blairiano Wes Streeting hanno riferito in forma anonima ai media che il loro candidato dispone degli 81 deputati necessari per lanciare una candidatura, ma non si è ancora verificato niente di coerente in tal senso. Rayner deve ancora saldare un debito in sospeso con le autorità fiscali e potrebbe finire per sostenere Burnham, un ex ministro del New Labour che ha perso contro Corbyn nel 2015. Burnham ha bisogno che i deputati guadagnino tempo dopo che il Comitato Esecutivo Nazionale (NEC) del partito gli ha impedito di tentare il ritorno in Parlamento attraverso le recenti elezioni suppletive a Manchester. Nel frattempo, Streeting è penalizzato dal suo legame con Mandelson. «The Sunday Times» di Murdoch, portavoce del centrismo neoliberista, ha messo in guardia contro una contesa per la leadership nel Labour. Il giornale ammette che Starmer è stato una «delusione disperante», ma ritiene che le alternative sarebbero peggiori. Tuttavia, sembra che non ci sia futuro per l’«incorruttibile» Starmer e il suo grigiore, mentre il governo laburista e i deputati di base aspettano che l’altra parte faccia la prima mossa. Il Partito Laburista non ha mai destituito un leader contro la sua volontà mentre era alla guida del governo e nessuno vuole sporcarsi le mani. Ma si troverà un modo per sbarazzarsi di Starmer. Testi consigliati Tom Hazeldine, El Nuevo Laborismo al timón, «Diario Red/New Left Review» 148. Perry Anderson, ¿Ukania Perpetua?, «NLR» 125. Daniel Finn, Contracorrientes: Corbyn, el Partido Laborista y la crisis del Brexit, «NLR» 118; El mismo filo de la navaja: Starmer contra la izquierda, Torturar la evidencia, lawfare y mediafare en Reino Unido, e Starmer vs. Corbyn: de los usos políticos del antisemitismo, tutti pubblicati su «El Salto». Tom Hazeldine è editor presso la testata «New Left Review», dove tiene inoltre una rubrica per il blog «Sidecar». Scrive per «The Guardian», «Red Pepper» e «Tribune». ● Traduzione di Mauro Trotta
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Il racconto del Boomernauta Epilogo Quello che la Gov Q non aveva previsto PARROT-52 Secondo il Boomernauta, l’aggravarsi del morbo nekomemetico era correlato alle convulsioni finali della Gov Q. Nonostante Q.Oracle avesse previsto la catastrofe ecologica, la Gov Q non aveva voluto riconoscere l’esistenza del morbo nekomemetico, e questa fu la causa principale della sua la caduta. Durante questo periodo critico i nonumani, coinvolti dalle moltitudini della Sfera Autonoma nel disperato tentativo di salvare l’umanità, trassero vantaggio dalla situazione. L’immersione nei sistemi avanzati della bio-rete era stata la scintilla che aveva portato i nonumani a immettersi in un processo di evoluzione autonoma verso la metatecnica. Dopo l’incredibile visione scaturita dalla mia caduta nel wormhole, ho avuto un’intuizione e ora vorrei tornare al racconto delle vicende finali della Gov Q. Durante il breve periodo della loro storia, gli umani avevano costruito una vasta gamma di macchine, sia materiali che cognitive. Sin dall’inizio, utilizzando le tecnologie disponibili in ogni epoca, avevano creato imponenti megamacchine tecno-sociopolitiche. Quella quantistica, messa in funzione dalla Gov Q e costruita sulle esperienze delle epoche capitaliste precedenti, ambiva a governare Gaia, digitalizzando e controllando la sua complessità con poteri che si espandevano proporzionalmente all’espansione stessa dell’umanità. Nelle convulsioni irrefrenabili dovute alla malattia di Gaia la megamacchina quantistica si era trasformata in un irrefrenabile moltiplicatore esponenziale del contagio nekomemetico. Q.Oracle aveva previsto la fase caotica, dovuta alla setticemia di Gaia, ufficialmente definita alla COP 137 come «il rapido e irreversibile degradarsi della biosfera incompatibile con la presenza di miliardi di umani». Tuttavia, secondo gli algoritmi quantistici, a quel punto le élite, e il loro indispensabile seguito, avrebbero dovuto già aver massicciamente abbandonato la Terra per le colonie spaziali e iniziato l’occupazione di Marte. Secondo i piani della Grande Fuga era previsto che milioni di umani avrebbero colonizzato il pianeta rosso nel XXIII secolo, mentre la totalità delle moltitudini subordinate, salvo i pochi prescelti dell’aristocrazia tecno-operaia destinati a servire le élite in fuga, sarebbe rimasta sulla Terra. Neanche Q.Oracle sarebbe stato in grado di prevedere l’evoluzione del succedersi dei collassi e le conseguenze sulla perennità della presenza umana. La Gov Q avrebbe comunque lasciato sulla Terra molti bot-manager, net-manager e presidi di management umano, di cui il maggiore, a prova di cataclismi e di attacchi di qualsiasi tipo (anche nucleare pareva), era situato in un’ampia zona attorno all’incavo da cui partiva l’ascensore spaziale. L’obbiettivo delle élite era di mantenere una loro presenza minima, continuando a monitorare dallo spazio le evoluzioni, mentre il grosso dell’umanità avrebbe subito lo sconvolgimento climatico tropical/infernale e sarebbe entrata in un caos le cui dimensioni e caratteristiche erano impossibili da calcolare. Per la Gov Q era inoltre essenziale mantenere il cavo intatto e l’ascensore spaziale in funzione per continuare a estrarre, dov’era ancora possibile, gli elementi vitali necessari al realizzarsi della Grande Fuga, che sarebbe durata a lungo, se non indefinitamente. All’interno della Gov c’era una non troppo segreta speranza di potere invertire la rotta e tornare un giorno sulla Terra, una volta che l’effetto della setticemia di Gaia si fosse attenuato a causa della drastica riduzione delle popolazioni. Per poi ricominciare forse un altro ciclo consumistico-pandemico… La IA Q.Oracle non aveva però saputo prevedere tutta la terribile sequenza dei collassi. Io non saprei darti delle ragioni oggettive di una tale svista da parte di un dispositivo così potente, che per un secolo e in condizioni difficili aveva gestito la Grande Fuga, il più grande progetto nella storia dell’umanità1. L’insufficienza degli algoritmi era probabilmente dovuta al rifiuto della Gov Q di ammettere l’ipotesi del morbo nekomemetico, pur riconoscendo la responsabilità umana nella degradazione biosferica. Sono certo che tale rifiuto fosse dettato da motivi politici. Quando nella Sfera Autonoma si comprese che la lotta contro il morbo nekomemetico era una priorità superiore rispetto alla lotta contro il capitalismo, l’AltaSfera Ecofin della Gov Q riconobbe il pericolo intrinseco in questa strategia. Il capitalismo, e la Gov Q che ne era l’ultimo avatar, sapeva benissimo difendersi dai suoi nemici e recuperarne a suo vantaggio le idee, ma era anche consapevole che una lotta vaccino contro il morbo nekomemetico condotta dal 90% dell’umanità le sarebbe stata fatale. Aveva quindi deciso di negare completamente l’esistenza del virus e il conseguente aspetto patologico del degrado delle reti della vita e dell’ambiente (la setticemia di Gaia). Questa fu la cantonata politica della Gov Q che anche l’IA la più sofisticata integrata in Q.Oracle non aveva potuto correggere. Con la caduta della Gov Q, avvenuta in un anno imprecisato del XXIII secolo, il progetto MSM, ideato per attuare la Grande Fuga delle élite, si arrestò bruscamente. A quel punto L5, la prima colonia spaziale, era ormai abitata ed entrata in una fase realmente operativa mentre la colonizzazione di Marte era ancora a uno stadio embrionale. La prospettiva per L5 a quel punto sembrava incerta, poiché si temeva che potesse rimanere sospesa nello spazio senza un destino chiaro. La possibilità di un imprevisto bombardamento meteorico o la disgregazione interna, che era già iniziata, rappresentavano due minacce che potevano portare alla sua distruzione. Quest’ultima ipotesi sembrava particolarmente probabile, considerando che gli abitanti di L5 facevano parte di un’élite completamente impreparata a gestire una situazione così imprevista. Q.Oracle aveva ormai raggiunto HAL 90002 nel limbo macchinico, ma, in ogni caso, neanche la più avanzata IA avrebbe potuto prevedere che la bio-rete avrebbe fornito un terreno fertile per l’evoluzione dei nonumani. Questi ultimi, sfruttando le esperienze acquisite attraverso le TAM e i Games Transp, erano riusciti a trarre vantaggio da queste conoscenze e a integrarle nel loro sviluppo. Tali tecnologie, benché inizialmente nate dai tentativi infruttuosi della Gov Q di approfondire i livelli di influenza sui corpi delle moltitudini (il progetto Man2Man), erano poi state prese in mano e utilizzate nella Sfera Autonoma. Questa svolta aveva suscitato la speranza di un’utopia concreta: un’alleanza multispecie contro il morbo nekomemetico che affliggeva l’umanità. Nonumani e pocoumani, stimolati dalle esperienze della bio-rete, sembrava che stessero pragmaticamente facendo della caduta della civilizzazione un’opportunità per aprire l’era in cui altre specie avrebbero varcato le soglie della metatecnica. E probabilmente stavano riuscendo là dove tutti i movimenti della Sfera Autonoma avevano fallito a più riprese: arrestare il morbo nekomemetico senza dover rinunciare alla metatecnica. I nonumani avevano quindi istintivamente interiorizzato che, se la contaminazione nekomemetica avesse allentato la presa allora la setticemia di Gaia, che li minacciava direttamente, avrebbe cominciato a entrare in remissione. E da lì, utilizzando, tra l’altro, le tecnologie lasciate in eredità dagli umani e in cui erano stati profondamente coinvolti, avevano iniziato ad assicurarsi che i cicli vitali, la riproduzione, le migrazioni, le catene alimentari e le competizioni fra specie non fossero più corrotte da umani infetti. Questo avveniva non senza fluttuazioni nelle colonizzazioni dei biotopi. La competizione continuava a esistere, ma i nonumani, profondamente segnati dagli orrori inflitti dalla cosiddetta civilizzazione, temevano più di ogni altra cosa che un’ennesima variante del morbo nekomemetico li contagiasse. Avevano quindi orientato le tecnologie della bio-rete per fare in modo che i reduci della specie umana fossero protetti da loro stessi senza accorgersi di nulla o quasi. Quello che ho osservato e intuito durante il mio viaggio al seguito della caduta nel wormhole, conferma che avessero sviluppato una metatecnica che non solo era immateriale, ma anche invisibile per i sopravvissuti. Sembrava che procedessero in modo antitetico rispetto all’approccio umano basato sull’esibizione di potenza e dominio. Avevano anche evitato lo scoglio della dipendenza tecnologica con un movimento globale di decostruzione selettiva, mostrando grande abilità nel fare in modo che gli umani non se ne rendessero troppo conto come era apparso evidente nel mio incontro con il clan di neo-primitivi. Nel volgere di un tempo sufficientemente lungo3 i nonumani erano riusciti a controllare la bio-rete, trasformandola progressivamente, per costruirne una propria che alimentavano con le loro energie. Con questa macchina, indecifrabile per gli umani, sembravano riuscire a mantenere una certa omeostasi all’interno dei loro biomi (le zone della biosfera in cui vivevano). Attraverso l’interazione con i fattori biotici e la complessità del sistema, miravano a migliorare lo stato di Gaia e prevenire ulteriori crisi. Ti stai chiedendo se in fondo in tal modo non si era tornati a un lontano passato preistorico, visto che la situazione non sembrava poi molto diversa da quella naturale che esisteva prima dell’emergere di una famiglia di primati in grado di possedere la metatecnica. Comunque, anche ammesso che questo ritorno a delle non meglio definite origini fosse stato un fine, il che era improbabile, esso non sarebbe stato possibile senza la messa in opera di nuove capacità metatecniche necessarie per impedire agli umani sbandati e nel caos di riorganizzarsi, e di ricominciare un nuovo ciclo pandemico-distruttivo. Perseverare humanum est… Potrei definire le modalità del movimento dei nonumani verso la loro metatecnica con la figura retorica grazie-contro4 gli umani. Grazie perché fu grazie ai movimenti della Sfera Autonoma, che in un ultimo disperato tentativo di sottrarsi a un orizzonte distruttivo li coinvolsero nell’avventura della bio-rete, che furono spinti all’uso delle tecnologie. Contro perché una volta entrati nell’ingranaggio, per sopravvivere avevano dovuto, per prima cosa, utilizzarlo contro gli umani. Ora, questo secondo termine della figura retorica può prestarsi a false interpretazioni. Non si trattava di combattere gli umani come nemici, ma piuttosto di evitare che si ripetesse la tragedia della setticemia di Gaia i cui postumi sarebbero durati millenni. Da quello che ho potuto capire nella mia breve e unica incursione in quel futuro distante le tecnologie nonumane sembravano essere soprattutto immateriali ed emozionali. Sebbene fossero temute non sembravano avere le finalità di un genocidio della specie umana. Al contrario di quanto aveva fatto quest’ultima, il loro scopo non era di usare la tecnologia per distruggere, ma per permettere a Gaia, se non una guarigione immediata, perlomeno una recessione della setticemia che la stava minando. Note 1. Superiore, pare, anche a quello del ponte sullo stretto di Messina…;-) 2. Hal 9000 è un supercomputer dotato di intelligenza artificiale che controlla la nave spaziale Discovery One in 2001: Odissea nello spazio (libro di A. Clarke e film di S. Kubrick). Venne drammaticamente eutanasiato dopo aver cercato di uccidere l’equipaggio. Il Boomernauta mi ricordò che all’epoca girava voce che HAL fosse l’acronimo, sfasato di una lettera, di IBM. 3. Qui il Boomernauta non riuscì a essere più preciso, ma mi assicurò che secondo lui certe specie nonumane riuscirono ad arrivare a capacità meta-tecniche in tempi molti più brevi degli umani. 4. Credo, senza esserne certo che grazie-contro fosse un occhiolino un po’ sarcastico al dentro-contro (il capitalismo) del movimento operaista della sua gioventù. La Biomacchina neghentropica Il Boomernauta racconta come il tentativo dei Gamartivist di ribaltare la situazione critica alleandosi coi nonumani si fosse concluso con un fallimento nonostante la massiccia partecipazione della Sfera Autonoma. Era ormai troppo tardi riguadagnare la fiducia dei nonumani, poiché questi percepivano il pericolo imminente che si avvicinava da ogni parte. Ma queste esperienze tecnologiche intime avevano dato ai nonumani un’opportunità unica di avvicinamento alle soglie della metatecnica. Riuscirono finalmente a varcarle e ad assemblare, in tempi e spazi sconosciuti, una nuova biomacchina neghentropica. Questa megamacchina aveva il compito principale di ridurre il disordine e il caos (entropia), offrendo così una speranza di sopravvivenza per molte reti della vita all’interno di Gaia. Allo stesso tempo, il passaggio tecnologico compiuto dai nonumani avrebbe generato nuovi livelli di comunicazione e cooperazione all’interno del sistema. In questo contesto, con il miglioramento dello stato di Gaia e il rapido declino della civilizzazione umana, si assiste alla nascita di nuove forme di organizzazione del vivente. Nonostante gli apici tecnologici raggiunti nella bio-rete con le TAM e i Games T, il tentativo di creare un’alleanza multispecie intrapreso dai movimenti della Sfera Autonoma era fallito per ragioni politiche e non tecniche. Ancora una volta, la tecnologia aveva mostrato i suoi limiti, la sua perenne sussidiarietà. Quali che fossero le intenzioni dei Gamartivist, era ormai l’intera umanità che era stata privata della fiducia da parte del resto di Gaia. Nonostante le iniziative dei movimenti antispecisti o i memi dei salvataggi di animali intrappolati da rifiuti plastici, era ormai troppo tardi per riconquistare la fiducia e il rispetto perduti nel corso di millenni. Gli sforzi estremi compiuti per ricostruire il legame con il comune di Gaia, di cui ti ho raccontato, si rivelarono altrettanto insoddisfacenti. Per quanto riguarda la mia esperienza la tecnologia è sempre stata sussunta alla politica, ma può essere sorprendente e nell’imprevedibilità dei suoi usi e dei suoi utenti ogni tanto può farci dubitare della sua subordinazione. Nello stesso tempo (ri)diventando autonomi, i nonumani non si opposero mai frontalmente alla testardaggine umana nel credere che la loro metatecnica sarebbe stata la chiave di ogni soluzione. Depotenziarono la bio-rete e le altre tecnologie, esautorando gli umani e lasciando che le contraddizioni esistenti facessero il loro lavoro o, al limite, si aggravassero. Due furono i fattori che entrarono in gioco nella costruzione della loro biomacchina neghentropica nonumana, capace di una forma di auto-organizzazione. Primo fattore La bio-rete e le sue applicazioni avanzate, come le app faro, le TAM e i Games T, avevano offerto ai nonumani un’opportunità senza precedenti di comunicare con l’umanità divisa partendo dai propri istinti, emozioni e comportamenti. Forse, cominciando a esercitare la loro influenza, avevano preso consapevolezza di possedere capacità oggettivamente in grado di superare tutti gli strumenti del neuromarketing, delle neuroeconomie e dei nudge che teste d’uovo o premi Nobel potessero aver ideato per mantenere il dominio sulle classi subalterne. Le loro straordinarie capacità di sentire, in certi casi superiori a quelle umane, avevano finalmente trovato un modo per essere messe in pratica, agendo direttamente sull’umanità attraverso canali di comunicazione che permettevano loro di intervenire con pertinenza e precisione assolute sulle menti umane. L’umanità intera subì l’impatto di queste nuove influenze che la destabilizzavano, agendo sia a livello individuale che collettivo. Tuttavia, in un’epoca caratterizzata da un caos dilagante, è difficile determinare con precisione come e quando le conseguenze di tali flussi perturbanti si diffusero. Nessuno ebbe una chiara coscienza di questo potenziale dei nonumani, salvo qualche caso isolato di persone particolarmente sensibili che erano marginalizzate quando non addirittura prese per folli. Non ho idea delle modalità e dei tempi che occorsero ai nonumani per metabolizzare la bio-rete, le TAM, i Games Transp, le interfacce e il resto delle tecnologie lasciate dagli umani. Comunque, partendo da questa base e dalle loro esperienze, riuscirono a creare una biomacchina neghentropica che si contrapponeva alla tendenza naturale all’entropia, il disordine, e modificava un sistema rendendolo più ordinato. La principale funzione di questa biomacchina, creata dai nonumani, era contrastare la diffusione incontrollata della setticemia di Gaia, che minacciava l’equilibrio del pianeta. Per raggiungere questo obiettivo, era necessario intervenire sui Grandi Malati e sugli umani più infettati, che agivano come principali agenti dell’entropia. È forse così che si spiegano gli strani fenomeni di controllo e cattura di cui mi avevano parlato i neo-primitivi, incontrati all’uscita dal wormhole. È comprensibile che per gli umani, in un momento di regressione e vulnerabilità come quello in cui si trovavano, l’azione della biomacchina neghentropica fosse misteriosa e non identificabile anche quando metteva in gioco la loro sopravvivenza. Le interferenze e le influenze che ne derivavano potevano renderli deboli, indifesi e impotenti, senza che avessero una chiara comprensione di ciò che stava accadendo. Ai tempi della Grande Fuga erano circolati rumori che la Gov Q, a partire dalla colonia spaziale o da qualche base segreta sulla Luna, si stesse preparando a esercitare un controllo a distanza sulle popolazioni terrestri per opporsi all’azione neghentropica dei nonumani. In realtà si trattava di fake perché la Gov Q si era già praticamente dissolta con il fallimento della Grande Fuga e la colonia spaziale L5 era lei stessa in gran difficoltà. I nonumani invece, pur agendo attivamente, riuscivano a nascondere l’origine dei flussi che emanavano per rendere invisibili le loro nuove capacità tecnosemiotiche. Questa sarebbe stata la condizione per guarire gli umani accompagnandoli nel loro declino relativo o assoluto… Secondo fattore Il secondo fattore non era meno importante del primo. Nel passaggio alla metatecnica del grazie-contro l’altro aspetto fondamentale era costituito dall’apertura di nuovi canali di comunicazione fra nonumani. Salvo rari casi questo non aveva sconvolto gli equilibri e la convivenza o la competizione fra specie, ma aveva aggiunto una forma di coscienza collettiva di un comune in pericolo. Molti percepivano collettivamente la gran minaccia della malattia di Gaia. Sembrava che i nonumani avessero sviluppato una percezione più acuta del morbo nekomemetico anche rispetto ai Gamartivist e a tutti quelli, numerosi ormai, che ne avevano preso coscienza. Per affrontare questa minaccia comune avevano iniziato a utilizzare le tecnologie della bio-rete. Tuttavia non posso dirti esattamente come questa cooperazione fosse cresciuta e si fosse sviluppata nel corso di numerose generazioni1, né di come i nonumani fossero stati in grado di sostituire la base tecnologica da cui erano partiti per costruire la loro. È certo che questo contatto intimo e questo appropriarsi delle tecnologie della bio-rete aveva senz’altro influito sulla loro evoluzione. Ma la rivelazione di questa mia unica escursione in un lontanissimo futuro mi aveva permesso di assistere a qualcosa che rappresentava una seconda e forse dernière chance della metatecnica di emergere con l’evoluzione del vivente sulla Terra. Non si sarebbe potuta definire una civilizzazione, termine del passato umano che aveva come radice la città (civitas), e per comodità l’ho chiamata biocenizzazione2. Mi sembra importante sottolineare che la biocenizzazione sembrava essere il risultato di una lotta vinta contro la sepsi di Gaia anche se, nel lungo periodo del suo emergere nelle reti della vita, tante specie, generi e famiglie si erano spente o fortemente indebolite come era successo per quella umana. Anche le più violente rivoluzioni che avevano cambiato il corso della storia, erano pranzi di gala3 se confrontate a quanto successe per arrivare alla biocenizzazione. Forse perché questa volta non c’era di mezzo solo l’avvenire dell’umanità, ma quello di Gaia. Era stata una rivoluzione in cui l’umanità aveva perso ogni supremazia continuando a indebolirsi sino a (ri)diventare solo una delle tante componenti della biosfera. Nonostante il passato umano fosse ancora rilevante, l’aspetto cruciale era la formazione di alleanze multispecie che aprissero la strada alla biocenizzazione. Le drammatiche origini della situazione di collasso erano meno importanti della direzione verso cui si stava dirigendo un futuro in cui la biomacchina neghentropica si sarebbe occupata delle popolazioni umane rimaste. Nella dinamica che aveva portato alla nascita della biocenizzazione, la parte più rivoluzionaria degli umani aveva sinceramente tentato di abbandonare la posizione di dominio per cercare un’alleanza con il resto di Gaia. Qualcosa di simile alle rotture di schieramenti di classe avvenute nelle precedenti rivoluzioni del XX secolo, in cui una parte dell’intellighenzia si era unita alle classi oppresse ribelli. Paragonare la biocenizzazione agli ultimi sussulti delle rivoluzioni umane ne avrebbe però sminuito la portata, si era trattato piuttosto di una svolta epocale di lungo periodo. Nella caduta della civilizzazione qualcosa richiamava alla mente le fantasie sugli sbarchi alieni su cui la fantascienza aveva ampiamente speculato nel suo periodo di massima popolarità, verso la metà del XX secolo. In quel periodo, molte persone in tutto il mondo erano convinte di avvistare dischi volanti e UFO alieni solcare i cieli terrestri. Quel fenomeno era così diffuso che persino Carl Gustav4 scrisse un saggio sulle visioni archetipiche scatenate dai traumi dell’epoca, come i devastanti bombardamenti alla fine della Seconda Guerra Mondiale e le migliaia di esplosioni nucleari. Quindi, non dovrebbe sorprendere che, durante le convulsioni di Gaia sofferente, si sia cercata la salvezza attraverso il contatto con alieni terrestri. Il periodo successivo alla caduta dell’Impero Romano, in cui la civilizzazione retrocedette di secoli, potrebbe dare una pallida idea di ciò che accadde dopo il fallimento della Grande Fuga pianificata dalle oligarchie globali e di quello della rivoluzione multispecie guidata dai movimenti antagonisti delle Sfera Autonoma. Le differenze erano enormi, ma al di là del contesto storico delle invasioni barbariche, che certamente non erano paragonabili al caos causato dalla patologia di Gaia, era sorprendente notare che altri aspetti corrispondevano: il decadimento urbano, la scomparsa dell’amministrazione centrale, le crisi economiche con conseguenti carestie ed epidemie, l’analfabetismo e la perdita di conoscenze scientifiche, filosofiche e artistiche, l’instabilità politica e i conflitti. E poi anche in quella lontana epoca il crollo dell’Impero Romano era avvenuto anche per la «perdita di coesione sociale dovuta all’enorme squilibrio nella distribuzione della ricchezza: lusso eccessivo per pochissimi privilegiati e povertà estrema per la grande massa dei contadini e del proletariato urbano e la mancanza di consenso nei confronti del governo centrale, causata anche dalla degenerazione burocratica: da una parte corruzione sistematica, dall’altra eccessivo peso fiscale che finiva per gravare sui ceti meno abbienti»5. Note 1. Il Boomernauta qui non specifica di quali generazioni di nonumani si tratti perché tra la vita dell’effimera che dura 1 minuto e mezzo e quella di una cozza artica, fino a 220 anni, la differenza è grande. Ma quando gliel’ho fatto notare ha sorriso e non mi ha risposto. 2. Biocenizzazione: cfr. glossario. 3. Ovviamente il Boomernauta faceva riferimento alla famosa frase di Mao «La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza…» uno dei suoi riferimenti di gioventù anche se diceva di non aver mai militato nei movimenti maoisti. 4. Come era evidente il Boomernauta, che a suo tempo aveva letto C.G. Jung, conferma che si trattava di Un mito moderno, un saggio del 1958 che CGJ aveva dedicato ad aspetti psicologici onirici archetipali sull’apparizione di Oggetti Volanti Non identificati (OVNI o UFO in inglese). Più recentemente un altro libro – WU MING, UFO 78, Einaudi, Torino 2022 - sembra confermare in pieno una delle tesi di CGJ: quella della relazione fra l’aumentare degli avvistamenti e particolari contingenze. La guerra fredda per CGJ e il 1978 italiano, l’anno chiave della tragedia politica del rapimento Moro che chiude il lungo ’68 italiano. 5. Ho messo le virgolette perché il Boomernauta, per dimostrarmi che quello che era avvenuto all’epoca antica calzava con quello che sarebbe accaduto a quella contemporanea, mi aveva fatto leggere questa descrizione su Wikipedia. Cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Caduta_dell%27Impero_romano_d%27Occidente. Il cerchio si chiude Il Boomernauta conclude il suo racconto sottolineando la determinazione dei nonumani nel facilitare il declino della civilizzazione, al fine di prevenire una potenziale rinascita del morbo nekomemetico. La caduta della Gov Q aveva causato ulteriori disastri, compresi conflitti e l’uso di armi nucleari. La decadenza degli umani sembrava irreversibile e persino la loro abilità linguistica rischiava di indebolirsi. La strategia dei nonumani era infatti di riportare gli umani a uno stato quasi primordiale per ridurne la pericolosità. E probabilmente con l’intenzione di farceli rimanere. A meno che… Senza l’intervento dei nonumani probabilmente i collassi di tante reti della vita sarebbero stati ancora più terrificanti, ma in ogni caso il loro interferire e poi la loro lunga marcia verso la metatecnica non facilitò la vita agli umani rimasti. La mia ipotesi è che i nonumani avessero concentrato i loro sforzi su due aspetti. Il primo era consistito nel depotenziare la metatecnica esistente. Questo era avvenuto molto lentamente a partire dall’uso delle bio-reti. Ci vollero molte generazioni per integrare progressivamente, distorcendolo e modificandolo, l’apparato tecnologico ereditato dagli umani. Questo percorso non era paragonabile all’inizio della storia umana, ma aveva piuttosto l’aspetto di un’evoluzione derivata da un nuovo orientamento dei flussi abitualmente scambiati sulla bio-rete che diventavano progressivamente indipendenti dalle tecnologie umane. Il secondo aspetto consisteva nell’evitare i comportamenti che avevano generato e diffuso il morbo nekomemetico tra gli umani. Ciò implicava un processo evolutivo che mirasse a prevenire l’attivazione dei meccanismi e delle contaminazioni che avevano scatenato la pandemia. E questa era forse la sfida più ardua; nell’accedere alla metatecnica i nonumani sarebbero stati in grado di non lasciarsi andare coscientemente a quegli usi impropri che, generando il morbo nekomemetico, avevano condotto al declino della civilizzazione?In tutte queste difficoltà i nonumani avevano perlomeno il vantaggio di sviluppare, sperimentare e mettere in opera le loro nuove capacità tecnologiche in una situazione favorevole al loro agire. Nelle ultime convulsioni, prima di scomparire nel vuoto siderale, la Gov Q aveva scatenato l’acme del contagio nekomemetico e, nel tentativo disperato di mantenere la Grande Fuga e di difendere l’ascensore spaziale, aveva autorizzato l’uso della forza nucleare da parte della WorldForce e dei SecurServ. Questi ultimi ricorsero all’uso di questa forza di cui facevano parte le micro-testate a fusione impiegate senza restrizioni. Queste armi colpivano principalmente regioni, città e insediamenti considerati potenzialmente ribelli o pericolosi. A quel punto le popolazioni si erano comunque già ridotte, l’umana in particolar modo, per l’aumento vertiginoso della mortalità come conseguenza diretta della setticemia di Gaia. Inoltre, si verificava un crollo delle natalità a causa delle condizioni sfavorevoli che scoraggiavano la procreazione e dei fattori biologici legati alla diminuzione della fertilità. Ma soprattutto, dominavano il caos e la guerra. La restrizione delle tecnologie umane da parte della nuova agency nonumana avvenne in modo graduale, attraverso un movimento costante che nel corso dei mesi, degli anni e dei decenni le rendeva progressivamente meno efficienti. Ho potuto constatare personalmente che sin dai primi collassi dovuti alla setticemia di Gaia l’innovazione aveva subito un brusco rallentamento. Il declino della metatecnica umana era evidente, poiché la capacità di inventare nuove tecniche e far evolvere quelle esistenti andava gradualmente perduta. Nel contesto di deterioramento globale a livello sociale, ecologico ed economico, l’attenzione si concentrava principalmente sulla conservazione delle tecnologie esistenti. L’obiettivo principale era preservare la sopravvivenza, concentrandosi sulle tecniche necessarie per far fronte alla situazione critica. Intanto nel corso di una lunga fase i nonumani, grazie anche all’apporto dei pocoumani, cominciarono a sviluppare attitudini alla metatecnica diventando sempre più autonomi rispetto all’uso della bio-rete. Mentre la presenza umana continuava a rarefarsi, le residue tecnologie umane seguirono questo andamento di declino. E poi toccò alle tecnologie elettrotecniche e termodinamiche e altre delle epoche precedenti. Divenne difficile riparare oggetti semplici come motori, caldaie, pompe e altri dispositivi termodinamici e a combustione. Tutto ciò accompagnava il caos in cui viveva l’umanità in cui conflitti, catastrofi ambientali e altri flagelli conseguenti continuavano a decimare i superstiti. Le peggiori distopie cinematografiche della mia gioventù, come Mad Max, avrebbero potuto dare solo una pallida idea della caduta della civilizzazione. Ebbi solo qualche informazione piuttosto vaga su questo periodo, ma pare che i tempi fossero abbastanza lunghi almeno sul piano della storia umana e contrassegnati da improvvisi salti verso il basso. Per uno strano caso, in una delle mie peregrinazioni temporali, mi ritrovai in prossimità di quello che rimaneva della Silicon Valley quando tutte le reti improvvisamente smisero di funzionare quasi contemporaneamente. Né elettricità, né qualsiasi altro fluido materiale o meno cessò di scorrere nelle reti. Anche se, qui e là, famiglie o piccole comunità disponevano di generatori o sistemi autonomi di produzione di energia, il crollo fu comunque pesante e portò un ulteriore colpo ai sopravvissuti di quella regione, in cui paradossalmente solo i marginali riuscivano a cavarsela alla meno peggio. Oltre alla setticemia di Gaia, sospetto fortemente che anche i nonumani contribuissero a completare l’opera in modo meno appariscente con le loro misteriose tecniche lente à la gutta cavat lapidem. La specie umana non era forse nell’irresistibile fase discendente della parabola della civilizzazione? Una situazione che ricordava un vecchio racconto di FS: Fiori per Algernon1 dove il protagonista, Charlie, una persona mentalmente limitata, accetta di subire un procedimento sperimentale per aumentare la sua intelligenza. La sua mente progredisce rapidamente al punto di superare quella dei ricercatori che lo avevano indotto su quella strada. In seguito si verifica però che gli effetti della cura erano solo temporanei, e di lì a poco Charlie inizia a perdere le sue capacità intellettuali, tornando al suo stato iniziale ed entrando in depressione. Questa sembrava essere la parabola dell’umanità: si era sottoposta alla cura della metatecnica senza saperla utilizzare. Partiti da una condizione simile a quella di altre specie, gli umani erano arrivati a un apice in cui erano ebbri di una metatecnica creduta onnipotente al punto da rendere irresistibile il morbo nekomemetico, che si impossessava delle loro menti. A partire da quel momento era cominciata la regressione inesorabile in cui tutto si disfaceva con cadute vertiginose. Alla fine probabilmente, com’era avvenuto per il povero Charlie, le loro capacità erano decadute. Il complesso tecnologico che aveva permesso l’espansione della specie andava a pezzi, non essendoci più la capacità di mantenerlo in funzione. Pare addirittura che, in certe zone, la scrittura fosse usata da pochi e si stesse tornando alla tradizione orale. Molto, molto tempo dopo, con un ulteriore diradarsi delle popolazioni, anche le capacità di esprimersi col linguaggio cominciavano a restringersi, come avevo potuto constatare durante la mia esperienza del wormhole. Infatti quando incontrai Chan e il suo gruppo, l’IA del mio traduttore universale di tutte le lingue parlate nel corso della storia umana, ebbe qualche difficoltà2. Non ho potuto ricostruire tutto il processo utilizzato dai nonumani per gestire il decadimento degli umani, ma ti ripeto che sono convinto che intervennero. All’inizio continuarono a servirsi autonomamente delle TAM e dei Games T e furono facilitati in questo dalle interfacce Transpecie e dalle capacità di Intelligenza Artificiale Multispecie introdotte dai Gamartivist. Da lì a capire che in tal modo avrebbero potuto contenere la setticemia di Gaia, limitando la presenza e l’intelletto umani, il passo fu breve. Questo avveniva soprattutto nelle aree territoriali o meno, dove la carica virale era altissima. Molto spesso si trattava del NORD dove la Gov Q aveva difeso i suoi presidi sino agli ultimi istanti della sua esistenza. Ciononostante non si poteva dire che questa iniziativa dei nonumani fosse animata da un qualsiasi spirito vendicativo. Successivamente alla fase di caos iniziale, caratterizzata dai collassi e dalla caduta della Gov Q e dal forte declino demografico, l’azione regolatrice sugli umani iniziò a prendere forma. Le cose accadevano in modo che non saprei se definire, non senza un’involontaria ironia, naturale, anche se avevano conseguenze spiacevoli o tragiche. Questa era la straordinaria efficacia della tecnica nonumana/pocoumana, che funzionava così perfettamente da sembrare magica.Durante quella fine dei tempi, che in realtà non era tale, pochi umani conservavano una vaga memoria dell’epoca in cui avevano creduto di essere i padroni assoluti di Gaia. Forse, questa mancanza di consapevolezza rendeva la loro situazione meno deprimente ed era un modo per sfuggire alla triste realtà che li circondava. Poi, una volta trascorso un periodo abbastanza lungo dalla un’epoca ormai considerata mitologica come quella del diluvio, tutto venne quasi dimenticato dalla scarsa discendenza umana. La debolezza delle popolazioni era così estrema che il mito di Noè era stato ribaltato: non erano più gli umani a preparare e guidare l’arca salvatrice. Era come se la speranza di un riscatto provenisse da una fonte esterna, da forze misteriose che agivano al di là del loro controllo. Non sapevano neanche come i nonumani, che loro stessi avevano involontariamente istradato verso la metatecnica, se la fossero cavata e avessero traghettato anche loro. Ma di fatto erano guariti dalla pandemia nekomemetica. La specie, che nel suo periodo più buio era arrivata a memificare il reale, aveva perso ogni controllo dei memi e viveva senza nostalgie in un limbo in cui anche la religione sembrava per incanto svanita, liberandoli da un ulteriore incubo. I nonumani avevano comunque fatto in modo che la specie da loro sfiduciata potesse ritrovare le origini. Con le loro tecnologie raffinate e trasparenti avevano ricreato perfettamente la rete dei luoghi e momenti primordiali per gli umani che avevano lasciato in libertà. L’avevano fatto per (ri)dare a questi neo-primitivi la possibilità di sentirsi parte di Gaia, un senso di appartenenza che avevano perso durante i millenni della pandemia nekomemetica. Esercitando questo sottile controllo, i nonumani cercavano di impedire che quella strana specie tanto pericolosa, fosse tentata di ripetere il fatal error di un’altra avventura metatecnica. A meno che in una notte di tempesta un fulmine inducesse a rompere l’incantesimo. Note: 1. Il Boomernauta mi aveva poi confessato di aver letto Fiori per Algernon (Flowers for Algernon) è un racconto di fantascienza del 1959 di Daniel Keyes, https://it.wikipedia.org/wiki/Fiori_per_Algernon 2. Il Boomernauta poi mi disse che riuscì a superare le difficoltà e ricorrendo traduttore multispecie inventato al tempo delle interfacce Transp dai Gamartivist
- selfie da zemrude
Il racconto del Boomernauta Epilogo Il racconto del Boomernauta torna sul progetto di abbandono della Terra da parte delle élite. Tempi che si accorciano. L’entrata in funzione dell’ascensore aveva permesso di cominciare la costruzione della prima colonia spaziale. Nel contempo, nonostante il peggioramento di Gaia causato da tutte queste attività, la Gov decide di mantenere in qualche modo una sua presenza sulla Terra. L’affluenza attorno al grande incavo che accoglie la stazione dell’ascensore aumenta… Lasciando per un momento da parte le disillusioni di quanti puntavano su un’alleanza coi nonumani per superare la madre di tutte le crisi, vorrei ora tornare alla realtà della Grande Fuga. Nei decenni di sviluppo e diffusione delle TAM e dei Games T la setticemia di Gaia, a parte certi parziali rallentamenti locali, non si era fermata. Anzi. E poi era arrivata la gran mazzata del fallimento del tentativo dei Gamartivist e del loro movimento autonomo, di bloccare il morbo nekomemetico, che continuava imperterrito la sua corsa. Si era entrati in una spirale in cui i collassi, in termini di clima, abitabilità e stabilità sociale, si alimentavano a vicenda creando l’impressione di una fase completamente fuori controllo. Questo scenario era stato previsto anche dagli algoritmi della Gov Q, che addirittura avevano tentato di determinare con una certa precisione le date della perdita di controllo di alcune regioni importanti. Le sfere di comando della Gov Q si rendevano conto che la Grande Fuga era diventata una questione di vitale importanza a breve termine. Non c’era più il lusso di avere decenni per mettere in atto il piano di salvataggio delle élite e dei suoi vassalli. Era evidente che la Gov Q doveva concentrarsi su un grande sforzo produttivo per raggiungere l’obiettivo di costruire e mettere in funzione la prima colonia spaziale in L5, il punto stazionario lagrangiano di cui abbiamo già discusso in precedenza.Mi astengo dal raccontare i dettagli delle operazioni militari speciali condotte dalla WorldForce per mantenere o riprendere il controllo di territori con risorse vitali per la Grande Fuga. Queste azioni venivano svolte nel tentativo di ottenere le risorse necessarie in modo discreto, evitando di attirare troppa attenzione. Nel mentre, erano in corso intense campagne mediatiche volte a far credere che la Grande Fuga fosse un’azione benefica per l’umanità, finalizzata a stabilizzare una nuova situazione. Eravamo rimasti alle sperimentazioni dei climber e, intanto, nonostante le condizioni sempre più avverse, i manager erano riusciti a raggiungere la fase cruciale della messa in opera del loro progetto. L’ascensore spaziale era diventato operativo dopo un periodo di rodaggio e funzionava a pieno regime. Questo mezzo di trasporto rivestiva un ruolo fondamentale nel trasferimento di materiali e componenti verso la Colonia L5. C’era inoltre un intenso flusso di tecnici e squadre addette alla costruzione e al montaggio dell’infrastruttura necessaria. Una parte significativa dei metalli e delle materie prime necessarie venivano estratte direttamente dall’asteroide di destinazione dell’ascensore spaziale, dove erano presenti officine robotizzate in grado di fabbricare i componenti richiesti. L’asteroide era ricco di minerali e terre rare fondamentali per numerose produzioni. Da lì partivano cargo spaziali di grandi dimensioni, che, grazie alla bassa gravità, richiedevano quantità di energie relativamente basse per decollare. I cargo trasportavano componenti prefabbricati e manufatti di varie dimensioni verso la Colonia L5. Qui era stato inizialmente assemblato un modulo di servizio in cui erano alloggiati gli operatori di turno. Era una situazione lavorativa simile a quella delle vecchie piattaforme offshore di estrazione di combustibili fossili, dove squadre di tecnici specializzati si avvicendavano ogni tre o quatto settimane. A ritmi estremamente accelerati con turni 24/24 7X7 e spingendo al massimo l’automazione (i robot facevano una buona parte del lavoro), il montaggio della prima grande struttura a doppio cilindro lunga una sessantina di chilometri e con un diametro di sette venne terminata in un tempo record ed era in attesa dei primi coloni spaziali. Sulla Terra c’era uno stato di crisi e complessità estreme per la Gov Q. Da una parte, la necessità di gestire i pochi candidati ufficiali per la Grande Fuga e assicurare il loro trasferimento sicuro verso la colonia spaziale rappresentava una sfida senza precedenti. Dall’altra, era essenziale mantenere un certo controllo sulla popolazione rimanente per garantire il funzionamento continuo del sistema di evacuazione delle élite. Nonostante le difficoltà, la Gov Q si trovò di fronte a una decisione cruciale: stabilire una presenza significativa e un management operativo delle tre sfere principali (politica, finanziaria/economica e di sicurezza) sulla Terra anche dopo la partenza delle élite. Questa scelta era guidata dalle indicazioni degli algoritmi quantistici, che sottolineavano l’importanza di mantenere un presidio strategico per affrontare gli scenari sempre più oscuri e incerti. Tuttavia, l’operazione si rivelava estremamente complessa e impegnativa, poiché la situazione globale si degradava. La situazione attorno alla grande conca dell’astroporto e dell’ascensore spaziale era caratterizzata da una tensione palpabile. Nonostante la militarizzazione completa della zona e il controllo esercitato dalla WorldForce, la regione dell’Africa equatoriale che ospitava l’infrastruttura sembrava avere un’attrazione magnetica su umani e non provenienti da diverse parti, sia vicine che lontane. La Gov Q aveva lanciato progetti di costruzione d’un secondo e un terzo cavo spaziale lungo la linea equatoriale in Sudamerica e in Asia e anche lì le regioni circostanti stavano diventando poli di grande attrazione. Se ricordi quanto dicevo all’inizio del mio racconto sulle scene di fuga già molto complesse e che riguardavano semplicemente la caduta di regimi fantoccio in paesi periferici come il Vietnam e l’Afghanistan, ti puoi ben immaginare cosa ci si poteva aspettare da un segnale di abbandono dell’intero pianeta, che veniva proprio dalla classe che aveva detenuto il potere negli ultimi secoli. Questo sembrava essere un ulteriore problema che la Gov Q doveva affrontare. Nel Far Far West si spara L’accelerazione dei preparativi per la Grande Fuga porta alla rapida operatività e popolazione di L5, la prima colonia umana nello spazio. La composizione sociale di L5, sviluppata da Q.Oracle, includeva anche una presenza significativa di rappresentati dell’ex-aristocrazia operaia per gestire la robotistica e l’automazione necessarie per l’autosufficienza produttiva. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, la situazione si deteriora. I peggioramenti sulla Terra generano su L5 timori riguardo alla possibile interruzione dei legami con il pianeta madre. L’idea dell’isolamento spaziale mina il clima sociale e politico all’interno della colonia… Non sto ora a raccontarti nel dettaglio come, oltre alla costruzione di ascensori e alla progettazione di colonie spaziali, la Gov Q avesse pianificato la costruzione di una base logistica sulla Luna che sarebbe stata essenziale per proiettarsi verso Marte. Diverse missioni avevano già visitato il pianeta rosso per raccogliere tutte le informazioni necessarie a un progetto di terraformazione. La Gov e le élite avevano come obiettivo finale quello di possedere un intero pianeta da utilizzare, riducendo al minimo la loro presenza rimanente sulla Terra. Successivamente avrebbero lasciato che la setticemia di Gaia facesse il suo lavoro purificatore come sostenuto da vari movimenti ur-fascisti e Deep Green, ciascuno con le proprie motivazioni. Questo processo, naturalmente, si sarebbe esteso su una scala temporale lunga, spaziando attraverso diverse generazioni umane. Una volta completata la presunta purificazione e con una popolazione ridotta a uno stato in cui non sarebbe più stata una minaccia per Gaia, avrebbero potuto risbarcare sulla Terra secondo le loro convenienze, forse con il supporto dei discendenti dei loro avamposti. Secondo le proiezioni di Q.Oracle1, una serie di catastrofi imminenti, principalmente di natura climatica, ma con conseguenze sociali difficili da calcolare anche per le IA quantistiche, avrebbe reso gran parte dei territori inabitabili per molte specie viventi. Sembrava l’annuncio d’una apocalisse, ma in fondo era una forma di reazione di Gaia per far retrocedere la setticemia. Nel frattempo, la migrazione verso L5, la prima colonia spaziale, era ormai quasi completata, suscitando grandi festeggiamenti per il successo di questa impresa. I nuovi abitanti, in gran parte membri dell’élite, manifestarono un senso di sollievo e sicurezza dopo aver vissuto a lungo in una situazione di pericolo e paura, trovandosi finalmente in un luogo protetto.Dopo un periodo iniziale di adattamento, il funzionamento della colonia iniziò a entrare in una fase di routine, o quanto meno di stabilità. Fu proprio allora che cominciarono a manifestarsi i primi scricchiolii sociali, nonostante le nuove modalità di gestione politica prevista per le colonie umane nello spazio. Non c’era dubbio che quelle comunità avrebbero dovuto essere amministrate in modo completamente diverso da quello terrestre. Tuttavia né Q.Oracle né alcun centro di studi e ricerca avrebbe mai immaginato di trovarsi di fronte a situazioni tanto paradossali. Gli algoritmi e i dirigenti presumevano che in una comunità sospesa nello spazio la coesione sarebbe sorta naturalmente. Tuttavia, il mondo delle disuguaglianze sociali e delle discriminazioni, che si erano intensificate durante i secoli di dominazione capitalistica sulla Terra, non poteva essere cancellato istantaneamente dalla mente delle élite coinvolte nella Grande Fuga. La capacità di mantenere privilegi e proprietà era ormai appesa a un filo: il cavo dell’ascensore spaziale. L’isolamento della colonia e l’omogeneità politica dei suoi abitanti non favorivano divisioni o conflitti di classe. Per garantire il futuro funzionamento di L5, su indicazione di Q.Oracle, furono reclutati gli elementi più meritevoli e affidabili dell’aristocrazia tecno-operaia globale. La selezione si basò sulla competenza professionale e sull’adesione politica, valutando l’attaccamento alla tradizione e il servilismo verso il potere che caratterizzava storicamente tale classe. Attraverso procedure informatiche mirate, si cercò di formare e omogeneizzare una collettività in grado di servire le élite fuggite verso il loro paradiso astrale surrogato. Forse i manager della Gov Q non si resero conto che questa operazione, prevista per la colonizzazione di un pianeta come Marte, non avrebbe avuto la stessa efficacia in un ambito così ristretto come L5. Ma è anche verosimile che, se la colonizzazione di Marte fosse stata effettivamente realizzata come previsto da visionari autori di fantascienza quasi due secoli prima2, la Gov Q avrebbe dovuto affrontare anche in questo caso sgradevoli sorprese e difficoltà addirittura maggiori. Gli equilibri all’interno della colonia si rivelarono subito difficili. I tecno-servitori, per quanto salvati dal caos, trattati meglio che sulla Terra e assistiti nel loro quotidiano da una panoplia di robot e servo-meccanismi funzionali semi-autonomi, non sembravano soddisfatti del loro ruolo. Aspiravano a uscire dal ghetto dorato in cui si sentivano confinati per arrivare a co-dirigere la sfera Ecofin. L’aumento delle minacce al cavo spaziale da parte del caos in crescita sulla Terra alimentava la loro inquietudine e agitazione. In fin dei conti il potere delle sfere della Gov Q in L5 si manteneva solo nella prospettiva di riuscire a gestire la colonia come stato transitorio, prima di stabilirsi su Marte e poi magari un giorno tornare sulla Terra. Quando sulla Terra tutto si aggravava, su L5 i periodi di fibrillazione cominciarono a infittirsi. Iniziò a diffondersi fra i coloni spaziali il timore che la loro permanenza non sarebbe stata più transitoria, ma definitiva. Questo era quanto mai destabilizzante. La Gov Q aveva riprodotto su L5 le stesse strutture di comando terrestri, ma senza prospettive future questo non sarebbe bastato ad assicurare l’ordine locale. Se anche L5 avesse potuto sopravvivere autonomamente nel caso in cui i collegamenti con la Terra si fossero definitivamente interrotti, né la WorldForce né alcun SecurServ mercenario sarebbero potuti intervenire dall’esterno, e i principi stessi di accumulazione e proprietà sarebbero diventati caduchi. Si entrò da quel momento in un nuovo contesto dove le gerarchie precedentemente stabilite sulla Terra non avevano più ragione d’essere. Cominciarono periodi di turbolenze che si placavano solo quando si intuiva che la struttura stessa della colonia era messa in pericolo, ma poi riprendevano. Gli shuttle che collegavano la colonia con la stazione d’arrivo del cavo spaziale situata sull’asteroide in posizione geostazionaria si erano ridotti e la loro perennità non sembrava più assicurata. Fra l’altro, i nuovi arrivati portavano notizie sempre più inquietanti sullo stato della Terra e delle difficoltà della Gov Q nel proseguire il programma spaziale e completare la costruzione delle colonie gemelle a L5 e della base lunare destinata al progetto della colonizzazione marziana. Tuttavia il pericolo di sopravvivenza di L5 non sembrava immediato, le auto-produzioni industriali e alimentari che erano state previste nell’anello agricolo esterno della colonia erano quasi completamente automatizzate e i tecno-operatori dovevano solo supervisionare e intervenire in caso di manutenzione eccezionale. Si confermava che il funzionamento generale era più o meno conforme a quanto progettato inizialmente. Sembrava quindi che i coloni di L5 potessero disporre di cibo più che sufficiente e di beni durevoli. Grazie agli shuttle continuavano anche a ricevere materie prime dall’asteroide dell’astroporto di arrivo dell’ascensore spaziale. Avevano inoltre una capacità di poter catturare altri piccoli asteroidi da cui poter estrarre metalli e altri materie prime in caso di bisogno. I sistemi di produzione di energia solare e quelli di riciclaggio erano stati previsti per assicurare per diverse generazioni la sopravvivenza dei coloni, l’apparato industriale avrebbe inoltre permesso una capacità di manutenzione e assicurato il miglioramento e un certo sviluppo delle strutture. Ma nonostante ciò, l’ansia si diffondeva man mano che l’esistenza stessa del cavo dell’ascensore spaziale era minacciata dal peggioramento della setticemia di Gaia. Quale sarebbe stata la durata di vita reale di L5? Che prospettive si sarebbero potuti dare per continuare la specie altrove se le interazioni con la Terra si fossero interrotte? Che senso avrebbe avuto la vita e la riproduzione in queste condizioni che parevano senza prospettive a medio termine? Le voci che si diffondevano nella colonia spaziale, portate dai nuovi arrivati, riguardo ai nonumani, che stavano evolvendo sulla Terra e acquisendo un potere alieno, generavano timore e incertezza per il loro destino. Se queste voci fossero state vere, ci si chiedeva quale sarebbe stata la sorte dei futuri abitanti della colonia spaziale, abbandonati a un potere sconosciuto e imprevedibile. L’esistenza di altri esseri viventi capaci di competere sul piano della metatecnica era una prospettiva inquietante, che gettava ulteriori ombre sul futuro della colonia spaziale e suscitava preoccupazioni sulla sopravvivenza e l’autonomia delle generazioni successive. Note 1. Q.Oracle: cfr. glossario. 2. Qui immagino che il nostro facesse soprattutto riferimento a opere come la Trilogia di Marte di K.S. Robinson (Fanucci editore), dove i marziani – e cioè gli umani nati su Marte – a un certo punto si ribellano alla dominanza terrestre. Wormhole Il Boomernauta racconta di quando cadde in un tunnel spazio-temporale e fu catapultato in una terra e in un’epoca sconosciuta. Si trova quindi in un futuro imprecisato in cui incontra un clan di umani tornati quasi a una vita primitiva. Questi individui gli spiegano che forze misteriose e immateriali, da cui cercano di sfuggire, governano parte del territorio. Secondo il Boomernauta queste forze erano generate da nonumani terrestri, attraverso tecnologie con cui controllavano gli umani restanti, in modo da impedire di (ri)diventare una minaccia per Gaia. In questa prospettiva, solo un numero limitato di umani veniva lasciato in una sorta di libertà, mentre la maggioranza era concentrata in zone di estrazione e sfruttamento totale. Nel sortilegio che mi costrinse a viaggiare nel tempo mi capitò un giorno la s/ventura di cadere in un tunnel spaziale, uno di quei wormhole che collegano due diverse regioni dello spaziotempo. La caduta, oltre a sottoporti alla sgradevole sensazione del precipitare nel vuoto tipica di certi incubi, ti lascia alla fine nella perfetta incoscienza dell’epoca e del luogo in cui sei stato trasportato. Dopo l’indescrivibile turbamento provocato dal passaggio nel tunnel mi trovai improvvisamente in una radura rischiarata da una luce mattutina dove si respirava un’aria pura. L’unico segno di un’eventuale presenza umana era un filo di fumo non molto distante. Poco dopo emerse una figura femminile dai tratti asiatici sommariamente vestita. Sembrava che Chan, questo era il suono che pareva corrispondere al suo nome come mi sembrò di capire in seguito, avesse l’aria di chi si è appena svegliata. Con cautela, si mise alla ricerca di legna, probabilmente per ravvivare un fuoco che stava spegnendosi. Tuttavia, appena notò la mia presenza, fu presa da una paura che la spinse a fuggire immediatamente. La scena mi lasciò perplesso perché, osservando attentamente l’ambiente circostante, non riuscivo a capire in quale epoca mi trovassi. Se avessi basato la mia interpretazione solo sulla vista, avrei potuto credere di essere finito in un’era preistorica del cosiddetto Homo sapiens. Tuttavia, con sforzo, riuscii ad avvicinarmi agli altri individui accampati vicino al fuoco e, in qualche modo, intuii che erano nostri lontani discendenti che vivevano in una condizione simile a quella dei nostri antenati più remoti. Lo dedussi notando degli oggetti e utensili che non potevano appartenere all’epoca preistorica. Erano fatti di materiali e presentavano lavorazioni che non esistevano all’epoca dei nostri antichi progenitori. Intravidi gadget che somigliavano a torce LED con pannelli solari, evidenziando tecnologie che erano state sviluppate solo successivamente al XX secolo. Altri oggetti, quasi irriconoscibili, venivano utilizzati come amuleti, mentre alcuni utensili meccanici sembravano mantenere ancora la loro funzione originale. Osservando l’abbigliamento delle persone, notai che indossavano un misto di abiti rudimentali e di altri fatti con tessuti industriali e forse sintetici. Mi resi conto che Chan e gli altri membri del clan mostravano una marcata incertezza riguardo ai confini del territorio sicuro intorno al loro accampamento. Pareva che questi limiti fossero aleatori rendendo difficile determinare fino a dove si potessero spingere per procacciarsi un sostentamento con modalità che ricordavano quelli dei cacciatori-raccoglitori. Per qualche ragione misteriosa, che proprio non saprei spiegarti, il periodo a mia disposizione in questo spaziotempo fu abbastanza limitato. Non saprei più dire se fossero passate ore o giorni quando senza apparente motivo o spiegazione, fui risucchiato indietro verso il punto da cui ero venuto. Grazie all’UBT1 ebbi lunghi scambi con questi discendenti, tornati a una condizione quasi primitiva e riuscii ad avere una percezione approssimativa, ma abbastanza completa della loro storia ed esistenza che mi lasciò stupefatto. Avevano gli atteggiamenti tipici di chi vive un’angoscia permanente per la propria sopravvivenza immediata. Tuttavia non era né l’antica paura degli Hominini verso animali feroci o situazioni pericolose, né lo stress che la fine dell’era capitalista e la setticemia di Gaia avevano indotto nelle moltitudini dei dominati. Da quello che riuscii a capire si trattava piuttosto del timore di incappare in zone-trappola in cui ogni individuo perdeva la propria identità e la propria essenza. Queste zone erano caratterizzate da un’iper-sollecitazione dell’attenzione, con visioni vorticose di dettagli insignificanti che rendevano impossibile concentrarsi. Le persone venivano sopraffatte da emozioni sconosciute, di origine indeterminata, che le confondevano e le destabilizzavano e infine la loro volontà veniva prima indebolita e poi si affievoliva sino a quasi scomparire. Una volta penetrati in queste zone-trappola perdevano ogni controllo ed erano in balìa di forze indescrivibili, di invisibili entità a cui erano incapaci di resistere. I membri del clan di Chan mi fecero confusamente capire che erano sottomessi all’azione di flussi immateriali, animali e organici: olfattivi, feromonici, visivi, uditivi, tattili, vibratori, coreografici, ipnotici ed elettromagnetici. Smarrivano la loro autonomia e non erano più padroni di loro stessi e della loro vita individuale e collettiva. In questo stato diventavano inclini a subire sfruttamenti, coercizioni, cancellazioni parziali o totali di memoria o trattamenti talvolta letali, di cui non conoscevano le logiche. Mi resi conto che le condizioni di vita erano profondamente diverse rispetto al passato. La popolazione umana era drasticamente ridotta, e i sopravvissuti si trovavano ad affrontare una realtà completamente trasformata Sembrava che solo una piccola percentuale di individui prigionieri delle zone-trappola, che erano sfere d’influenza pervase dalle tecnologie nonumane, fosse poi rilasciata previo cancellazione parziale della memoria per reintegrare Gaia e vivere in un’apparenza di libertà. Sono certo che dietro questa libertà controllata esistessero forme nascoste di regolazione e di controllo destinate a prevenire qualsiasi riapparizione del morbo nekomemetico. Chi non veniva rilasciato nella natura pare fosse trasferito in zone speciali che potrebbero essere definite città estrattive. Erano agglomerati in cui venivano concentrati per l’estrazione fluidi organici, lavoro, energia e quant’altro si potesse ottenere dai loro corpi e dalle loro menti utilizzando forme di cooperazione forzata. Anche se io non riuscii a vedere tutto ciò, i miei interlocutori sostenevano che probabilmente le tecnologie nonumane avevano bisogno di tali contributi e di tali energie per far funzionare i misteriosi dispositivi delle zone-trappola. Alla ricerca di una decifrazione razionale cercai di farmi spiegare come tutto ciò potesse accadere. Chiesi chi potessero essere i soggetti responsabili di queste zone d’inibizione di volontà e sentimenti quali fossero tutte le loro finalità. Tuttavia non furono in grado di fornire una risposta chiara e sembravano non avere piena coscienza della loro condizione: erano come in balìa di elementi di cui sapevano poco o nulla. In ogni caso i miei neo-primitivi interlocutori erano probabilmente un caso anomalo. Non erano stati rilasciati dopo aver subito i trattamenti che avvenivano nelle zone-trappola perché in questo caso non sarebbero stati consapevoli del controllo dei nonumani. Sembra proprio che fossero fuggiti e scampati da un campo estrattivo e che temessero di esserne reintegrati. Anche se nessuno sembrava dar loro la caccia direttamente, i miei interlocutori intuivano che l’ingresso in una zona-trappola avrebbe significato una condanna a essere nuovamente sottomessi a questo ciclo opprimente di coercizione estrattiva, da cui molti non uscivano vivi. Dalla tua espressione intuisco che mi vorresti chiedere quale fosse la differenza fra questa condizione delle zone-trappola e delle città estrattive e quella del sistema capitalista, specie quello della fase neoliberista, nel quale tu vivi tuttora? Non so se si tratti di una domanda ironica, (il Boomernauta ride) effettivamente da un certo punto di vista il paragone tiene… Ciononostante, in quel mondo il condizionamento e lo sfruttamento aveva origini diverse da quelle umane. Poiché non riuscivo a spiegarmi chiaramente cosa stesse accadendo, ho formulato un’ipotesi per cercare di comprendere la situazione. Secondo la mia teoria, quei nonumani terrestri che erano ormai dotati di capacità metatecniche le utilizzavano per il controllo e il contenimento precauzionale degli umani. Dall’insieme di informazioni raccolte mi sembrava, infatti, che avessero concepito e implementato una macchina ciclica il cui fine fosse di controllare e organizzare gli umani in un limbo privo di morbo nekomemetico. Questa macchina si autoalimentava con le energie, i fluidi e i flussi estratti dagli umani stessi ed era molto diversa da quella di produzione-distruzione del capitalismo. Era piuttosto un modo di utilizzare gli umani per contenere il loro potere e la loro demografia e per evitare che diventassero di nuovo contagiati e pericolosi per Gaia. Questa logica era profondamente diversa dalla razionalità capitalista, che spesso aveva dimostrato una mancanza di scrupoli nel far scomparire sia le specie “utili” che quelle considerate inutili nel perseguimento del profitto. Mentre il capitalismo si concentrava sull’accumulazione e sullo sfruttamento illimitati delle risorse, sembrava che i nonumani adottassero una prospettiva più olistica, mettendo al centro la guarigione di Gaia. Il wormhole in cui ero stato risucchiato mi aveva spinto in un lontano futuro, impedendomi di seguire con continuità quanto successo nello spaziotempo, ma nonostante questo non mi sembrava proprio che sulla Terra fossero arrivati invasori spaziali. L’ipotesi più verosimile restava quella che i nonumani avessero (ri)preso il controllo della biocenosi2, il comune della vita nella biosfera, grazie al raggiungimento di metatecniche incomprensibili e invisibili per i pochi umani rimasti. Sembrava che, una volta allentatosi il giogo umano a causa della setticemia di Gaia e del caos susseguente, i nonumani, fossero entrati in una fase d’evoluzione, accelerata dall’ingegneria genetica che avevano subito e dalla full immersion nella bio-rete di TAM e Games T. Mi era sembrato che avessero trovato, nell’utilizzo delle tecnologie ereditate dagli umani, modalità che permettevano loro di continuare a evolversi senza sconvolgere nessun equilibrio dentro Gaia, neanche quelli chimici e fisici della materia inorganica e inanimata. In altre parole, pareva fossero riusciti a evitare il contagio nekomemetico. Note: 1. Secondo quello che poi mi ha spiegato si trattava dell’implant Universal Bionic Translator che gli era stato fatto in uno dei suoi viaggi temporali e che agiva direttamente permettendogli di capire qualsiasi linguaggio umano e di parlare direttamente in quella lingua. 2. Il termine usato dal Boomernauta era derivato dal greco antico βίος (bíos = vita) e κοινός (koinós = comune).












