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Poesia a Linda Carrara Mi hanno regalato questo sasso. È un sasso diverso dagli altri, è il sasso che mi hanno regalato. Il mio sasso non è liscio. È scabro, è tutto storto. È sbreccato qua e là di nero e di bianco. Pressioni per millenni; magma, gas. Lentissime orografie poi un'infinità di umani e disumani gesti hanno fatto sì che questo sasso arrivasse qui solido, duro, consapevole. Io vorrei prendere questo sasso. Caricare il braccio e con la forza che solo il sasso mi dà scagliarlo, perché distrugga la faccia di ogni male. E che insieme si spacchi questo mio sasso; torni briciole, materia e molecole. Diventi ovunque come l'aria e lo si possa respirare.
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La città Un racconto di Luigi Ananìa Hiroshi Tachibana (particolare) La Città è allo sbando, l’ordine è impazzito. L’armonia è persa e il lavoro è fermo. La società delle acque e l’ente delle energie sono lucenti di sole. Negli uffici fogli stampati volano da una porta all’altra. Fra le polveri delle fabbriche bambini guastano macchine per trarne bobine, ugelli e valvole. Nella popolazione è subentrata la stanchezza del produrre. Confezionare frasi, oggetti e alimenti è venuto a noia. Per le vie brillano imballi di abiti, armadi, cartoni e giuochi. Il popolo vaga nell’asfalto fra mandrie di animali stupiti. Con la produzione si estingue anche l’abitudine. Le parole che risolvevano incontri e contratti risuonano prigioniere dei volti. La gioia segue la melanconia con sorprendente casualità, la benevolenza e la rabbia si alternano senza ragioni. In piazza uno schermo evanescente trasmette lettere e immagini del luogo; una frase si colora in blu e svanisce: La confusione genera orgoglio per il pil che verrà; il suo agire è necessario per future energie. Le immagini sullo schermo mostrano gli abitanti negli atti quotidiani. Chi si riconosce si imita e si assopisce. Qualcuno guarda in alto a cercare il cittadino che risolve contrasti e litigi. Nei giorni passati la sua fronte effervescente luccicava sulle porte dei palazzi. Quando avvertiva tensioni camminava e saliva sugli obelischi e in equilibrio sulle cime preveniva la violenza ideando artifici della ragione, entusiasmi, pasticci di assiomi, deliqui e fou rire tremanti; poi scendeva e passava per la città acclamato come un artista del sentire. La folla lo cerca confusa dallo scirocco che invola finestre, carte e discernimento. Chi mantiene la mente salda è la ragazza che lo ha scelto come amante e lo cerca inclinando il viso ad ogni pensiero; mentre passa da un quartiere all’altro nei suoi occhi verdi passano immagini di quella fronte effervescente; rivede il suo sguardo e le gambe che cavalcano emozioni e crinali; ricorda gli umori e i movimenti, la paura dei pertugi, l’altimetria della sensibilità sulle cupole variopinte, l’allegria che lo sosteneva fra reticoli di antenne paraboliche, le fughe improvvise quando delirava e saltava ai margini dei pulpiti. Dal municipio con un sol grido stillò l’angoscia della pausa postprandiale; dalla voliera con un gemito e un canto calmò turbe di piazza. La ragazza attraversa il corso e riconosce i cittadini maestri delle convenienze; incontra l’uomo dalle gengive rivoltate che prostrava sempre una trafila bianca e conciliante, il ragazzo dal passo largo che effondeva gioia e meraviglia, l’individuo che procedeva lineare suggerendo i gesti e i comportamenti. All’angolo del mercato vede la vecchia obesa il cui scroscio di risa annientava ogni desiderio di superfluo; in ognuno c’è uno sfasamento, un cammino deviato, un’attitudine cangiante. I percorsi più ampi di quando si produceva portano a vie misconosciute e ad incontri inconsueti. Chi aveva movenze invariabili modella un’andatura incosciente e sghemba. Nell’incontro con l’altro spariscono i segni di riconoscimento per la rappresentazione. L’artista del sentire è nel verde di un cedro del Libano; disteso fra i rami coglie sprazzi di realtà e gioisce della frantumazione di propositi e intese. Il cedro oscillando offre prospettive di fiume, piazze e crocevia. Lungo i viali passano gambe, mani e sguardi privi d’intenzione. Le figure si confondono e parti di individui si agitano fra le chiome degli alberi. Al tramonto convengono in miraggi che si frammentano sui vetri dei palazzi. Soltanto la luce lunare compone forme permanenti e vere dilatandole in bianco; cittadini ampliati passano in fila sul lungofiume. A volte un’onda d’ilarità li traversa e gira rinnovando smorfie, scambi e mise di circostanza. Luigi Ananìa scrive e fa vino rosso a Montalcino. È autore di raccolte di molti racconti, l’ultimo delle quali è Condominio aereo, Castelvecchi, Roma 2025.
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Menu di mezza montagna per Ferragosto Sergio Bianchi Spuntino e antipasto: Peperoni alla fiamma e patate alla cenere Innanzitutto all’acquisto scegliete peperoni medi con superfici piane e non bitorzolute di tutti e tre i colori: rosso, giallo e verde. Non fate la bestialità di cuocere i peperoni sulla fiamma del fornello a gas. Per fiamma si intende quella prodotta dal fuoco a legna che non deve essere resinosa. Quindi non va bene l’abete, il larice e qualsiasi tipo di pino. La legna migliore per la cottura alla fiamma è quella di faggio e di quercia. Quindi si sta parlando di fuoco per la griglia per la cui accensione non vanno usate porcherie tipo zollette chimiche come la Diavolina, che vanno invece bene per incendiare le automobili posizionando le tavolette sotto gli pneumatici delle ruote, ma questo è un altro tipo menù. Per l’accensione del vostro fuoco usate se possibile carta per alimenti, quella del pane per esempio. Non occorre fare un fuoco eccessivo, e quindi è bene usare legni del diametro non superiore a 3 cm, cosa che vi renderà più controllabile la gestione dell’impresa. I peperoni, come recita il nome della ricetta, vanno cotti a fiamma viva e non alla brace. Non spaventatevi quindi quando li vedrete neri perché la pelle deve bruciare completamente su tutte le superfici. Girateli sulla griglia con una pinza a bracci lunghi per non scottarvi e non usate forchette o forchettoni bucando le verdure che devono il più possibile conservare la loro acqua. Quando li vedrete un po’ afflosciati significa che sono cotti. Toglieteli con il pinzettone dalla griglia e disponeteli su un tagliere. L’operazione successiva è l’eliminazione della pelle bruciata per la quale si riducono le dita una schifezza. Il trucco è mettere il peperone in un sacchetto di carta per alimenti e scuoterlo forte. In questo modo la maggior parte della pelle si toglie da sola. Mentre i peperoni spellati riposano tornate al braciere, rimuovete la griglia, accatastate la cenere ottenuta dalla brace e metteteci dentro a completa copertura 4 o 5 patate preventivamente ben lavate e asciugate. Inutile dirvi che le patate andrebbero procurate da un orto e non da un supermercato dove si vendono cartoni a forma di patata. Disponete i peperoni cotti sul un tagliere pulito. A lato procuratevi: olio tassativamente extravergine di oliva garantito, sale fino, pepe da macinare al momento, aglio tagliato o rondelle finissime, filetti di acciuga, capperi preventivamente desalati, trito fine di prezzemolo. Ricordatevi però che avete le patate a cuocere nella cenere. Prelevatele con il solito pinzettone e con un panno pulitele accuratamente dalla cenere. Questo è un semplice quanto raffinato spuntino del cuoco o, meglio, dei cuochi. Tagliate le patate ancora calde a piacere la loro pelle e condite solo con un pizzico di sale e una spalmatina di burro. Beveteci in accompagno un bicchiere di bianco fermo e secco, meglio se del Veneto. Tornate ai vostri peperoni. Con un coltello di ceramica a lama lunga si dia avvio al loro taglio che va fatto per il lungo, le fettine devono essere larghe a occhio un centimetro a mezzo. In un piatto di portata piano bianco immacolato disponete le fettine con il componimento visivo a piacere dei tre colori, versateci sopra l’olio fino a ricoprirle e poi aggiungete gli altri ingredienti. Procedete con il componimento degli strati. Coprite il piatto e mettete in dispensa a riposare per qualche ora in modo da far amalgamare tutti i sapori. Il vino di accompagno può essere il medesimo della patata alla cenere. Primo: Zuppa di funghi porcini detta «del Conte» Fate un brodo di carni bianche. Niente verdure, sale ed erbe. In un pentola di terracotta rosolare in olio di oliva extravergine 2 foglie di alloro e 2 spicchi d’aglio. Quando sono dorati toglieteli e aggiungete un trito fino di scalogno, carota e un’idea di sedano. Fate rosolare a fuoco lento. I funghi, che devono essere freschi, vanno tagliati a pezzotti. Ci vogliono i porcini e in aggiunta semmai dei gallinacci o finferli che dir si voglia. Versate i funghi nel trito, aggiungete un pizzico di sale, qualche grano intero di pepe e cominciate a versare con un mestolo il brodo caldo poco a poco. Far cuocere non più di mezz’ora a fuoco moderato rimestando di tanto in tanto. Impiegate il tempo di mezzo per tagliare a fette sottili del pane casareccio che poi va agliato e fatto tostare. Disponete le fette di pane in una zuppiera, versateci sopra la zuppa e aggiungete uno spolvero di prezzemolo fresco tagliato non troppo fine. Accompagnare con rosso non eccessivamente corposo tipo un Grignolino piemontese o Bardolino del Lago di Garda. Secondo: Prosciutto crudo a vapore di Traminer con rafano Procuratevi un prosciuttino crudo di suppergiù un chilo con meno grasso possibile. Sul fondo di una vaporiera versate un litro e mezzo, quindi un paio di bottiglie, di Traminer e fate cuocere a fuoco medio per due ore e mezza. Lasciate raffreddare completamente il prosciutto e poi tagliatelo a fette spessotte da posizionare in un bel piatto piano da portata. In una scodella grattugiate un etto di rafano e un paio di mele renette (che sono acidule, assolutamente da evitare tutti i tipi dolci), poi aggiungete 3 cucchiai di panna e un’idea di sale. Mescolate con vigore fino all’amalgama. Servite il piatto insieme alla salsa dopo aver stappato un altro paio di bocce di Traminer, o se preferite di Gewürztraminer, che è ancora più aromatico. Dessert: Tortino di ricotta, limone e menta Per cinque-sei persone. In uno scodellone versate un paio di uova, un litro di latte e mezzo bicchiere di olio extravergine garantito. Mescolate con sistema fino all’amalgama e poi aggiungere un paio d’etti di farina, 10 grammi di lievito. Rimescolate con sistema. In un secondo scodellone versare mezzo chilo di ricotta freschissima, un etto di zucchero, un terzo uovo, un cucchiaio di fecola di patate, la scorza di un paio di limoni e il succo di uno di questi. Infine aggiungere una mezza manciata le foglioline di menta. Ridate fondo al sistema. Rivestite uno stampo con carta da forno e versateci il contenuto della prima scodella, poi aggiungete il contenuto della seconda. Infilate nel forno che avrete preriscaldato a 170 gradi per tre quarti d’ora. Prima di azzannarla aspettate che sia completamente fredda. Di accompagno un bel Passito di Pantelleria.
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Festina lente. Menu montano di Ferragosto Herbert Boeckl L’amico Silvano Minari ricordava spesso il motto latino, attribuito all’Imperatore Augusto dallo storico Svetonio, che unisce in un ossimoro due concetti apparentemente antitetici, velocità e lentezza, circoscrivendo così, e concentrando, un modo di agire senza indugi, eppur con cautela. Ribadendo anche, sempre Silvano, quanto fossimo entrambi profondamente intrisi di quel doppio, ma vitale, complesso e felice modus operandi: affrettarsi, quando il caso, ma con cura e cautela. Tra gli svariati e prolungati, intensi e lunghi momenti trascorsi con Silvano, spiccano, per esempio, le ore trascorse a pulire e tagliare funghi, prevalentemente porcini e finferli appena colti, con sul tavolo uno straccetto appena appena inumidito, l’apposito spazzolino, coltelli e coltellini, taglieri, bicchieri e una bottiglia di rosso. Alcuni, soprattutto gli esemplari migliori, erano talvolta utilizzati subito in cucina, o in carpaccio, tagliati fini fini e conditi con solo un pizzico di sale e pepe e un filo d’olio, o grattugiati su una pasta fresca… ma ancora calda; la maggior parte erano invece tagliati all’uopo per l’essiccatura, per risotti o piatti in umido con polenta. In tempi di cibi rapidi, qualche ricetta lenta può in effetti permettere di riassaporare i periodi dilatati della preparazione e gli ingredienti dimenticati di una tradizione molto pratica, e al contempo ricca ed essenziale. Certo, le proposte di cucina veloce spopolano e incontrano favori quasi unanimi, i cibi precotti o congelati divengono pressoché normali, il dilagante food delivery e le diete ad personam sono all’ordine del giorno: tuttavia, con moto ostinato e contrario vorrei riandare a preparazioni un po’ elaborate e dilatate nei tempi, in grado di farci riassaporare non solo l’importanza degli elementi principali, ma soprattutto il gusto dei passaggi, dei processi elaborativi e dei momenti ciclici del lavorio culinario. Le materie prime e i tempi sono parte essenziale e costitutiva, insieme al fuoco e al cuoco, di ogni cucina: prendersi tempo per cucinare può esser anche un modo salutare e cosciente per prendersi cura di sé e dei propri commensali, ovvero dei nostri compagni (di coloro, cioè, che «condividono con noi il pane», o, in generale, il cibo). Non sempre, e certo neanche tanto spesso per gran parte di noi, è possibile – o facile – prendersi delle ore, magari distese anche in più giornate, per cucinare: ma riuscire a farlo, anche sporadicamente, può dar luogo a soddisfacenti ritualità autoformative: gusto, sensi, conoscenze, dimenticanze e ricordi, tempi diversi e immagini ne possono uscire ogni volta rinnovati e corroborati da nuove sfumature e nuove scoperte. Pure in questo caso, come in molte altre attività creative e attive, si rivela quanto mai pertinente e pregnante l’accezione francese – a me tanto cara – del verbo conoscere, in cui connaître, arricchita dalla congiuntura di co e naître, può significare al contempo «nascere insieme», rinnovarsi, cioè, ogni volta nel mentre si compiono delle attività, insieme alle componenti stesse e a eventuali soci che vi partecipano. La cucina, del resto, è anche memoria, sia di profumi, gusti e sapori che rimangono impressi a nostra insaputa più di quanto possiamo immaginare, o forzatamente cercare di rievocare, sia di relazioni, processi, economie, necessità, socialità e tempi diversi che risuonano e agiscono molto profondamente. Le seguenti ricette riguardano anche tutto questo, ma pure qualcos’altro: si tratta, in effetti, di piatti che in certo qual modo si potrebbero definire autonomi, nel senso che, soprattutto con gli stili di vita quotidiani, ognuno di essi può già esser sufficiente e completo a sé, come in effetti è. E può rappresentare già, ciascuno di per sé preso, come un viaggio perlustrativo alla scoperta di ulteriori soluzioni ma anche di conferme, di nuove combinazioni ma anche di rievocazioni impreviste, di territori già conosciuti ma anche di terre ignote. Sarde in saor Saor, in dialetto veneto, significa «sapore», e gli ingredienti, semplici e poveri ma magistralmente amalgamati, vedono protagoniste in questa portata d’entrèe le sarde, con cipolle e aceto, per questo piatto che si fa risalire, addirittura, al XIV secolo. La versione veneziana del «saor» si affianca a molte varianti affini elaborate autonomamente (il «carpione» dei laghi di Lombardia, lo «scapece» del mezzogiorno d’Italia, dallo spagnolo «escabeche», il «cisame», ecc. ecc.), accomunate dall’idea fondamentale di trattare il pesce (o le verdure) con aceto, per esaltarne le caratteristiche e allungarne la conservazione; e anche, secondo le antiche prescrizioni della dietetica antica, per compensarne la qualità «fredda» e renderlo più digeribile, e infine, in questo preciso caso, per «sgrassare» e rendere più delicata la caratteristica e per molti versi squisita e apprezzata sapidità delle sarde. Il saor presenta tuttavia, nel nostro piatto, il segno chiaro ed evidente della venezianità sotto diversi punti di vista: la cipolla, che dagli orti delle isole lagunari o di Chioggia, imbiondita e resa dolce da una gentile stufatura, caratterizza con dolcezza e aroma inconfondibile più di una preparazione tipica della cucina lagunare (vedi il fegato di vitello alla veneziana e il baccalà alla cappuccina); le spezie, poi, con uva «sultanina» e pinoli, evocano il ruolo di Venezia di porta d’oriente, richiamando il carattere gentile e il «garbo» che abitano l’anima di questa città; per concludere con la semplicità (da non confondere con immediatezza) della preparazione, e la sobrietà nell’utilizzo degli ingredienti, che dicono della raffinata praticità veneziana. La preparazione del saor si nutre quindi dell’ambiente in cui nasce, impregnandosene proprio come le sarde fritte del loro garbato condimento, fino a farsi, nella versione popolare, decisa e rude, intensa di cipolla e aceto di vino, e nella versione più nobile ed elitaria, ingentilita e profumata di preziose spezie e aromi. Ma queste variazioni non sono certo il saor dei vecchi pescatori veneti, che preparavano questo piatto a bordo delle proprie imbarcazioni utilizzando i prodotti presenti nella stiva, e difficilmente uvetta e pinoli, piuttosto pregiati, ne facevano parte. Ora, le proporzioni tra cipolle e pesce sono oggetto di accese diatribe tra gli stessi veneziani, e pare che 2:1 sia la proporzione classica: 2 kg di cipolle per ogni kg di sarde. Ma questa proporzione, e ulteriori variazioni sul tema, come l’aggiunta dell’uvetta ammollata e/o pinoli, oppure l’uso del vino bianco al posto di tutto o buona parte dell’aceto (per rendere il piatto più delicato e meno aggressivo), seguono un po’ il gusto e la tradizione di chi cucina. Le sarde in saor sono soprattutto l’emblema del Veneto, e fanno parte della sua tradizione gastronomica e storica. La tradizione veneziana vuole anche che, oltre che nelle famiglie venete, questo venga preparato come cibo tradizionale per la Festa del Redentore che si tiene a Venezia, festa estremamente sentita dagli abitanti della laguna, che si festeggia la terza domenica di luglio. Eccone dunque la ricetta da me rielaborata secondo aggiustamenti via via preferiti e affinati, che non segue le proporzioni canoniche (soprattutto per quanto concerne le cipolle), ma che ritengo ottima per l’equilibrio delle parti: le sarde, in questo rapporto, sono «sgrassate» e debitamente bilanciate dalle cipolle, che però non prevalgono, mentre le ulteriori componenti offrono ulteriori, minime ma sensibili, piacevoli sensazioni. Ingredienti: 1/2 kg di sarde fresche, 500 gr di cipolle (meglio se bianche e rosse in pari misura), farina qb, olio di semi qb, olio evo qb, sale e pepe, 1 cucchiaio di zucchero, 70/80 ml di aceto bianco debitamente corretto con un aceto «aromatico» (per esempio dell’aceto di grignolino, o qualche goccia di balsamico), un pugno di uvetta, 1 pugno di pinoli. Realizzazione: pulire le sarde, avendo cura di togliere la lisca ma lasciando la coda attaccata. Lavarle. Passarle, così aperte, in un piatto nel quale si sarà disposta della farina, dunque friggerle in olio di semi (di girasole va benissimo) girandole delicatamente almeno una volta. Disporle dunque in un piatto intercalando tra i vari strati della carta assorbente che ne trattenga parte dell’olio fritto. A parte, affettare le cipolle a fette sottili e farle appassire abbastanza lentamente in olio evo. Salarle (poco poco), peparle, e unire lo zucchero e l’aceto, mescolando ben bene il tutto e tenendolo sulla fiamma fino a quando non evaporano aceto e acqua contenuta nelle cipolle. Una volta cotte, dopo aver preventivamente ammollata in acqua tiepida l’una, e velocemente scaldati gli altri, aggiungervi uvetta e pinoli e spegnere. Ora, in una teglia anche leggermente alta, alternare qualche strato di sarde a cipolle calde. Lasciar riposare il tutto per un giorno al fresco (anche in frigo, ma non necessariamente), e servire freddo. Abbinamento consigliato:«Terre Silvate» La Distesa, il delizioso bianco d’ingresso di Corrado Dottori, e non si esagera quando lo si definisce un vino dal rapporto qualità/prezzo speciale. Corrado Dottori è indubbiamente uno dei volti più importanti e rappresentativi del vino artigianale, non solo per i suoi liquidi splendidi e cangianti, ma anche per la cultura e la serietà che lo contraddistinguono. Da sempre sostenitore di un approccio non interventista, Corrado è probabilmente il massimo esponente di quella grande uva a bacca bianca che è il Verdicchio, troppo spesso mortificata da interpretazioni impersonali e statiche. Ci ritroviamo di fronte a uno dei migliori bianchisti d’Italia, perciò non resta che godere delle sue creature, partendo da questo spensierato nettare. Il «Terre Silvate» è frutto di un uvaggio costituito in prevalenza da Verdicchio e un piccolo saldo di trebbiano. In vigna non si fa ricorso ad alcuna sostanza chimica o di sintesi, nel rispetto assoluto di vitalità del suolo e della pianta, mentre in cantina si prosegue con fermentazione alcolica spontanea senza che avvenga alcuna chiarifica o filtrazione. Il liquido affina per 6 mesi in vasche di cemento e viene imbottigliato solo con una irrisoria dose di anidride solforosa. Si presenta nel bicchiere con veste gialla, luminosa e vivace. Un naso gentilmente bucolico restituisce note di fieno, fiori di campo, lime e mela verde, in quello che è a tutti gli effetti un profilo schietto, ma di netta definizione. Il sorso è pericolosamente scorrevole e dinamico, mix perfetto tra polpa, acidità e vena salina. Grandiosa bottiglia quotidiana. Risotto col tastasal Il «tastasal» è la pasta di salame fresca: non è facilissimo trovarne di buona qualità, come è un «problema» rintracciare della buona carne di maiale in generale. Si può trovare nei supermercati, anche se, ahimé, non tutti. Va detto che con le ricette tradizionali il problema principale sono spesso gli ingredienti qualitativamente «modificati», rispetto a qualche decennio fa: è da notare poi, nello specifico, che il salame tipico veronese (zona da cui tale ricetta proviene), contiene quasi totalmente carne di maiale, mentre in Lombardia e altre regioni la pasta in commercio ha un maggior contenuto di carne di manzo. Un macellaio di fiducia e di qualità può dunque esserci d’aiuto, oppure si può correggere ciò che si trova in commercio con del capocollo (braciola) di maiale macinato o della soppressa senz’aglio (perché quella con l’aglio, quando si riesce ancora a trovarla, è meglio gustarsela in purezza, magari con del buon pane, tipo quello toscano, senza sale, o tipo la biova). Ingredienti: 350 gr di riso (meglio se Vialone nano, dai chicchi lievemente più piccoli e tondeggianti rispetto al Carnaroli, ma anche quest’ultimo non sfigura), 300 gr di tastasal, 1 lt di brodo bollente (meglio, se possibile, di carne), 30 gr di burro, ½ cipolla finemente tritata, ½ bicchiere di vino bianco secco, parmigiano grattugiato. Realizzazione: far sciogliere a fuoco basso il burro con la cipolla, senza farla imbiondire. Aggiungere il riso e farlo insaporire brevemente, quindi bagnare col vino. Mescolando, e facendo evaporare il vino, aggiungere il tastasal in modo da farlo amalgamare al meglio col riso, sfilacciandolo in piccoli brandelli con le dita. Aggiungere quindi tutto il brodo e mescolare bene a fuoco vivo fino a ebollizione. Quindi coprire la pentola e abbassare la fiamma al minimo, senza più rimestare. A cottura ultimata, intorno ai canonici 18 minuti, aggiungere il parmigiano e una noce di burro. Un paio di minuti di mantecatura e il risotto è pronto da servire. Abbinamento consigliato: «Ampelio», vino rosso toscano di pregio prodotto dalla rinomata azienda agricola La Torre, di Montalcino: viene prodotto con uve di Sangiovese vinificate pure al 100%. Il grappolo del vitigno «Sangiovese grosso», sottovarietà «Brunello di Montalcino», si presenta con due ali laterali. La profumazione è intensa ed è conferita al frutto dall’altitudine che attraverso elevate escursioni termiche sviluppa in particolar modo le sostanze aromatiche delle bucce. La forte esposizione al sole è alla base del grande corpo che si ottiene nella vinificazione. Il vino Ampelio si presenta all’esame organolettico con un intenso colore rosso rubino, l’aroma è intenso e si esprime con sentori di fiori e di spezie della macchia mediterranea. Il gusto è flagrante e speziato, con note di frutta di bosco e retrogusto lungamente persistente. Polenta e baccalà alla… trevisana Certo, la classica e rinomata ricetta del baccalà è quella «alla vicentina»: in questo caso, tuttavia, vorrei riproporre quella a cui sono più concretamente, ovvero affettivamente, tradizionalmente e gustativamente legato, provenendo essa, cioè, da mia madre, e dunque dalla provincia di Treviso, e per esser più precisi da Fagarè della Battaglia (frazione di San Biagio di Callalta), borgata situata sulla riva destra del Piave e ricordata principalmente (e tristemente) per il suo Ossario, dove riposano i resti di oltre diecimila caduti, più della metà dei quali ignoti, e all’esterno del quale, lungo le siepi di cinta, sono esposti i due pezzi di muro, provenienti da una casa posta presso la vecchia stazione, su cu i soldati lasciarono le celebri scritte «È meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora», e «Tutti eroi! O il Piave, o tutti accoppati!». La versione materna, in effetti, non si discosta molto da quella ufficiale, fatta eccezione per la cura e la «raffinatezza» (naturalmente chi scrive gli è evidentemente affezionato) di alcuni particolari, ma soprattutto (forse collegabile alla stessa «raffinatezza»…) per l’accostamento prettamente distintivo (e a me caro) della polenta bianca (tipicamente trevigiana, veneziana e padovana) in luogo di quella gialla, essendo la prima ottenuta dalla macinazione di un mais bianco, chiamato anche Biancoperla, tendenzialmente più delicata e di grana più fine rispetto alla più diffusa polenta gialla, più saporita e grossa. Ma veniamo al baccalà, perché qui le disquisizioni si fanno così particolari (e «campanilistiche»), che solo in queste province, intorno a Venezia, il termine baccalà significa una cosa ben precisa, e cioè stoccafisso, mentre nel resto del mondo (a cominciare da Ravenna, Bologna, Livorno, Brescia, Genova, e Marsiglia, Barcellona, Valencia, Lisbona, Porto, Vigo e finanche in America Latina) esso denota, nel «migliore» dei casi lo stesso merluzzo nordico, o merluzzo bianco, o semplicemente merluzzo (ovvero Gadus morhua), ma nella sua versione salata (e non essiccata), nel «peggiore» (e più diffuso) il nasello (Merluccius merluccius, dunque tutt’altro altro genere di pesce). Il sottilizzare su tali questioni lo motiverei senz’altro, in buona parte, dalla incalcolabile serie di volte in cui ho provato a fidarmi della dicitura baccalà (o bacalao), contando di rigustare, almeno in parte, il baccalà di casa, ma ogni volta «deluso» (persino piacevolmente e quasi sempre con ilarità) da tutt’altra pietanza. Non è comunque che lo stoccafisso sia consumato nel solo Veneto orientale, è che lì è chiamato baccalà, a differenza, appunto, del resto del mondo, dov’è più variamente nominato nelle sue varie accezioni (per esempio in Italia centrale o meridionale è il pescestocco, o semplicemente lo stocco, mentre in Norvegia è stokkfisk, nei paesi di lingua inglese sockfish, e così via) Ingredienti: uno stoccafisso della migliore qualità (tipo Ragno) da ca. 1 kg, una decina di scalogni piccoli, olio evo qb, vino bianco secco qb, 6/7 acciughe, due cucchiai di passato di pomodoro, latte qb, sale qb. burro qb, 500 gr di farina da polenta bianca. Realizzazione: sezionare lo stoccafisso in due tre parti e lasciarlo a bagno per 48 ore circa, cambiando l’acqua una volta, a metà ammollo. Quindi, rilavatolo, pulirlo accuratamente e mondarlo delle lische, delle branchie, della pelle e in generale delle «parti più scure»… in modo da averne soltanto le carni reidratate: lasciarle scolare. Soffriggere quindi con la dovuta delicatezza di fuoco gli scalogni finemente tagliati, in abbondante olio evo, stendere il baccalà mondato in una teglia, e versarci sopra il soffritto. In una ciotola con dentro un bicchiere di vino bianco, frantumare e sciogliere le acciughe e due cucchiai di passata di pomodoro (proprio poca dunque) e versare nella teglia insieme al pesce e al soffritto. Rimestato accuratamente, aggiungere del latte fino a coprire il tutto, ben amalgamato. A seconda delle possibilità o delle preferenze, coperta la teglia, cuocere ora a fuoco molto lento, o in forno intorno ai 100°-120° C, per tre ore e mezza quattro, dopodiché aggiustare di sale alla bisogna e aggiungere due tre noci di burro a mantecare. Un’oretta abbondante prima del termine della cottura del baccalà, si può avviare la polenta: per questa, far bollire 3 litri d’acqua con l’aggiunta di un cucchiaino di sale grosso, e versare la farina a pioggia, poco alla volta, mescolando ben bene con una frusta. Quando la polenta comincia ad addensarsi, continuare a lavorarla e rimestarla con un mestolo di legno, abbassando la fiamma e rigirando sempre, per evitare che si formino grumi. A dire il vero, non è affatto indispensabile girarla continuamente, l’importante è tenerla d’occhio e farla cuocere molto lentamente, e intervenire alla bisogna anche ogni cinque dieci minuti… Dopo circa tre quarti d’ora la polenta è pronta. Rimane il tempo per concludere la cottura del pesce di cui sopra. Portato tutto a termine, non resterebbe che disporsi a tavola, servire e gustare ciò che per ora è solo un’infusione aerea, un vapore profumatissimo: difficile resistere. L’ideale, tuttavia, se se ne hanno la possibilità e la pazienza, sarebbe ora lasciar riposare e asciugare, sia il baccalà che la polenta: poche ore dopo, o il giorno dopo, tagliata a fette e abbrustolita la polenta (alla piastra, in forno o in padella), e riscaldato il baccalà, saranno ancor più gustosi, concentrati e appetitosi. Abbinamento consigliato: Pecorino «Fiobbo» della cantina marchigiana Aurora, un vino intenso e dal profilo aromatico ricco ed espressivo, che nasce nella zona di Offida, quasi al confine con l’Abruzzo. Quest’antico vitigno a bacca bianca, originario del centro Italia, è stato riscoperto grazie a un rinnovato interesse generale per tutte le varietà autoctone e ha subito dimostrato notevoli qualità. Apprezzato da giovane per le sue dense note fruttate, è un bianco capace di invecchiare molto bene, con interessanti evoluzioni aromatiche che ne aumentano la complessità e la profondità gustativa. Si tratta in effetti di un vino armonioso e di buona struttura, particolarmente adatto ad abbinamenti con pietanze saporite, primi piatti, pesce al forno o carni bianche delicate. Al termine della pigiatura, il mosto fiore fermenta con lieviti indigeni in tini d’acciaio e per il 30% in botti di rovere. Prima dell’imbottigliamento, matura per 10 mesi, sempre in acciaio e in legno. Il vino si presenta con un colore giallo dorato piuttosto intenso. Il bouquet sprigiona aromi di frutta matura, susine, cenni di frutta tropicale, sfumature di anice stellato ed erbe officinali. Al palato ha un buon corpo, con un sorso ampio, ricco e profondo. Il finale è persistente, sapido e di vibrante freschezza. Un’etichetta imprescindibile per chi vuole conoscere il vero volto del Pecorino di Offida. Pinsa veneta La pinza è un «dolce» tipico della cultura contadina veneta e trentina, preparato soprattutto durante le festività di inizio anno, per l’Epifania, in occasione del panevin (grande falò per bruciare la «vecchia»… annata, che s’intende lasciarsi alle spalle). Tutto sommato è una polenta arricchita di elementi grassi e dolci… Ingredienti: 250 g di farina per polenta (sia tutta gialla sia, volendo, metà bianca e metà gialla), 100 g di zucchero, 1 l di acqua, 60 g di fichi secchi, 40 g di pinoli, 60 g di uvetta, 120 g di burro fuso, zucchero a velo q.b., semi di finocchio q.b, (volendo anche un paio d’uova, un bicchierino di grappa o un bicchiere di vino bianco forte). Realizzazione: l’inizio è del tutto identico alla preparazione di una polenta, anche se in questo caso la cottura delle farine è preferibile non sia completata: bisogna, in un certo senso, «scottare» la farina al massimo per mezz’ora. Quando la polentina ha comunque assunto una certa consistenza, la si porta, intiepidita, in una capiente ciotola e si aggiungono burro, zucchero, poco sale e la frutta secca e candita: nocciole, noci, mandorle o pinoli, uvetta (fatta rinvenire per tempo, meglio se in ammollo nella grappa), fichi secchi (in parte sostituibili con prugne secche). Si possono anche inserire delle mele tagliate a fette sottili, ammorbidite e poi spadellate in poco burro, e, volendo, uova, grappa o vino bianco di una certa struttura. Alla fine, deve risultare un impasto abbastanza sodo, in grado di restare in forma. La cottura avviene in forno a 180 °C per circa un’ora o poco più, a seconda dell’ampiezza, in uno stampo a sponde alte, imburrato e cosparso di pane grattato. La parte superiore della torta può essere cosparsa di fiocchi di burro per non asciugarsi troppo e fare una bella crosticina dorata. La «pinsa», quindi, va servita tiepida. Potendosi conservare in frigorifero a 4 °C per alcuni giorni, conviene ripassarla in forno prima di servirla. Abbinamento consigliato: «Il Pan del Bric», passito ottenuto da uve stramature di Moscato bianco vendemmiato a mano dall’azienda agricola La Viranda: non contiene additivi chimici e viene preparato con soli lieviti autoctoni. La maturazione avviene in botti di legno per 18 mesi, ciò che garantisce a questo vino dolce di evolversi in modo completo. Roberto Gelini è artista, decoratore e illustratore. Ha scritto testi di carattere filosofico per numerose riviste. È autore di vari saggi e ha tradotto saggi di filosofia e di cultura materiale. È autore del volume Il fuoco e il cuoco. Storia di un legame magico, DeriveApprodi (prima gestione). Con Sergio Bianchi cura l'iconografia della rivista «ahida».
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«Frankenstein» – trimestrale di tecnologia, poesia e mercato «Frankenstein – trimestrale di tecnologia, poesia e mercato», è una pubblicazione di difficile reperibilità archivistica, singolare e dalla vita relativamente breve; da quel che ci risulta ne sono stati stampati – nonostante la promessa del sottotitolo – solo quattro numeri tra il 1971 e il 1973. Il periodo è quello successivo alla missione Apollo 11, quando insieme all’uomo sulla Luna sbarca nell’immaginario collettivo una nuova forma di positivismo, nel quale la tecnologia assume un ruolo centrale. Quelle che nelle pagine di «Frankenstein» vengono definite «scienze e tecniche prasseologiche» diventano un potente strumento ideologico per il nuovo capitalismo, che attraverso esse si rappresenta come oggettivo, razionale e ineluttabile. Parallelamente, a partire dal 1968-1969 si era inaugurata una nuova stagione della lotta di classe in Italia, che vede le fabbriche (e dunque un ambiente fortemente tecnologico) come uno dei terreni principali dello scontro. Tra i collettivi operai si intraprendono discussioni e azioni politiche tematiche che muovono i primi passi dalla contestazione della contiguità delle multinazionali con l’imperialismo – Honeywell e IBM erano tra i produttori di tecnologia bellica per la guerra in Vietnam – per approdare ad analisi e rivendicazioni molto avanzate. Un esempio interessante può essere rintracciato nelle azioni e nelle elaborazioni del Gruppo di studio IBM (un collettivo di operai nato nel 1969 nella IBM Italia di Vimercate), che denotano una grande consapevolezza del ruolo che le tecnologie svolgono in campo scientifico e in tutto l’assetto capitalistico. La rivista «Frankenstein» si muove quindi sul crinale di questi due aspetti: la decostruzione ideologica e un’analisi economica e politica. A rendere il tutto più interessante è l’approccio trasversale tipico delle avanguardie artistiche degli anni Sessanta. Significativamente, l’editore di «Frankenstein» è l’agenzia pubblicitaria Al.Sa., fondata da Sergio Albergoni e Gianni Sassi, un duo (la sigla Al.Sa. sta proprio per Al.bergoni/Sa.ssi) di artisti e agitatori culturali attivi a partire dal 1963 e tra i principali redattori della pubblicazione. Durante il periodo di attività della rivista, i due scriveranno i testi degli Area per il loro primo album Arbeit Macht Frei del 1973, firmandosi con lo pseudonimo Frankenstein. Gianni Sassi, tra le tante cose anche illustratore, è autore delle grafiche per lo stesso album e, con ogni probabilità, per tutti i numeri della rivista. Insieme fonderanno anche la storica etichetta discografica «Cramps», che nel logo riporta proprio l’immagine stilizzata di Frankenstein. Sassi fonderà nel 1979 insieme a Nanni Balestrini la rivista «Alfabeta», di cui sarà anche il direttore. Qui sotto il PDF del primo numero della rivista.
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Roberto Carcano Comunista, esistenzialista, romantico, lunatico Bob Shmitt Questo testo è in ricordo di Roberto Carcano (1952) che ci ha lasciato il 20 novembre 2023. Nella seconda metà dei Settanta aveva militato nell’area dell’Autonomia milanese di Rosso. A metà del’ 77 aveva aderito alla scissione dalla quale nacquero le Formazioni comuniste combattenti, la cui figura di spicco era Corrado Alunni. Dopo alcuni mesi uscì da quell'organizzazione e partì per il Messico da dove rientrò dopo l’arresto di Alunni, nel settembre 1978. Venne arrestato nel maggio del 1979 con altri e altre militanti durante un incontro in un bar sul lago di Como. Si seppe successivamente che responsabile degli arresti era stato Rocco Ricciardi, un loro compagno passato al servizio dei carabinieri. Dopo il processo e una pesante condanna fu inviato nel carcere speciale di Trani e successivamente in quello di Rebibbia a Roma. Scarcerato nel 1987 si dedicò al giornalismo economico finanziario, alla ricerca storica, alle tossicodipendenze e a molto altro, ma soprattutto alla scrittura, sua grande passione, insieme alla quella per la musica. Riportiamo di seguito una serie di suoi scritti e alcune lettere dal carcere.
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Problematiche dell’autoproduzione editoriale negli anni Novanta Mario Rossetti La documentazione qui proposta si riferisce alla produzione editoriale «di base», o cosiddetta «autogestita», circolante nella prima metà del decennio Novanta nel circuito dei Centri sociali, particolarmente quelli romani. I testi, tranne la scheda della rivista «Infoxoa», sono di Sergio Bianchi. Il primo è composto da note relative a un seminario sul tema delle autoproduzioni editoriali tenuto presso il Centro sociale Brancaleone nel quartiere Montesacro di Roma nel dicembre del 1993. Il secondo, datato gennaio 1994, è una sintesi ragionata di quella esperienza. Il terzo è la proposta, non andata in porto, di realizzazione di una Bollettino autoprodotto da parte di alcuni Centri sociali romani, senza data ma della prima metà del 1993. Il quarto sintetizza l’esperienza della rivista «Infoxoa» interna ai Centri sociali, soprattutto romani. Il quinto è una trascrizione revisionata di un intervento esposto in occasione del convegno Autoproduzione e autogestione nei Centri sociali svoltosi al Centro sociale Forte Prenestino di Roma nell’autunno del 1995. Per l’autoproduzione editoriale di movimento La produzione di riviste extrasistemiche, o antagoniste, dal dopoguerra ad oggi, si dipana, grosso modo, originandosi da cinque grandi ceppi teorici: quello marxista-leninista ortodosso, quello socialista, quello anarchico-libertario, quello operaista e quello situazionista. Escludiamo dal nostro discorso le migliaia di fogli, giornali, bollettini di agitazione e propaganda che i gruppi più o meno organizzati hanno prodotto concentrarci sulle riviste intese come strumenti culturali e teorici, uno strumento cioè che non si fonda sull’immediatezza del quotidiano, dell’attualità ma sui tempi lunghi della riflessione, del ragionamento approfondito. Le aree dell’antagonismo hanno prodotto decine e decine di riviste di questo tipo, la stragrande maggioranza delle quali sono state autoprodotte, cioè non hanno avuto alle spalle alcun editore, ma la stragrande maggioranza ha avuto anche vita effimera. Un numero, qualche numero e poi chiudevano. Questa è stata una costante, un dato statistico, oggettivo. Perché? In parte per le difficoltà materiali che l’autoproduzione storicamente, e ancora oggi, porta con sé: difficoltà finanziarie, volontariato, cioè uso di tempo ed energia, di lavoro non retribuito, di difficolta distributive. Ma oltre a questi problemi di tipo materiale ci sono stati problemi di tipo politico: l’alto grado di sperimentazione e quindi di azzardo culturale, fluttuazione del mercato cioè fluttuazione di interesse dei soggetti destinatari di questi prodotti culturali. Non ultimo il problema della storica litigiosità e della rivalità interne al ceto intellettuale che faceva queste riviste. Perché, appunto, fino ad oggi a fare queste riviste sono stati solo gli intellettuali. Dico fino ad oggi perché credo che oggi qualcosa stia cambiando. Oggi l’intellettualità non è più appannaggio di una casta ristretta ma di una massa di persone. Facciamo l’esempio di me stesso e di Mauro [Trotta]. Noi due non siamo degli intellettuali in senso classico. Non siamo specialisti o professionisti del settore editoriale. Le nostre attività lavorative, pur essendo inerenti la produzione di comunicazione sociale, solo saltuariamente incrociano attività che hanno a che fare con l’editoria in specifico. Eppure noi due abbiamo progettato e realizzato una rivista che è considerata culturale e teorica. Le competenze che ci hanno permesso questo le abbiamo maturate sia nelle occasioni lavorative ufficiali sia nell’impegno politico e culturale negli ambiti del movimento. Voglio dire che le nostre soggettività sono mediamente riscontrabili in quei soggetti che animano gli spazi sociali del movimento. Con questo voglio dire che fare una rivista, contrariamente a quello che si può credere, è virtualmente alla portata di moltissime persone, tra le quali, sono convinto, quelle che sono qui adesso. Ma torniamo al discorso delle riviste in generale. Per quanto riguarda le riviste del passato, le storie di queste riviste, al di la dell’essere state perlopiù effimere, la fortuna che alcune hanno avuto su altre è dipeso dai contenuti che trattavano. Quelle che sono passate alla storia, che sono ricordate, che sono nella memoria, sono riviste che hanno trattato temi fatti propri, durante o dopo, da un movimento di massa. Per gli anni Sessanta è il caso di riviste come «Quaderni rossi», «Classe operaia», «Quaderni piacentini, «Quindici», che hanno trattato temi fatti poi propri dal movimento studentesco del ’68 e da quello operaio del ’69. Negli anni Settanta si possono ricordare «Primo Maggio», «Controinformazione», «Rosso», «aut aut», «Ombre rosse», «Sapere», «Metropoli» e decine di altre. Queste riviste hanno funzionato, in anticipo e/o in contemporanea con i movimenti di massa, da momenti importantissimi di riflessione. Sono state queste riviste a fare da innesco alle centinaia di altri fogli e giornali più propriamente di movimento. Quando un movimento si appropria di una teoria, poi l’articola in mille modi e forme. La porta alle sue estreme conseguenze in termini di verifica pratica attraverso le lotte. Le quali, a loro volta, rigenerano teoria. Sono le lotte a generare la teoria o almeno a stimolarla. Quando non ci sono movimenti di lotta di massa, la teoria ristagna. Basti vedere cosa è successo negli anni Ottanta. Non a caso tutte le riviste degli anni Settanta durante gli anni Ottanta si sono estinte. La ripresa delle riviste non a caso è iniziata da ’90 cioè da dopo la Pantera. Infatti, dal ’90 nascono improvvisamente alcune nuove riviste. Per citarne alcune: «Luogo comune», «La balena bianca», «Riff-Raff», «altre ragioni», «DeriveApprodi», «Millepiani», si rafforza «Decoder»… 1. Il prerequisito fondamentale di qualsiasi progetto editoriale è la soggettività che si attiva, un insieme di soggettività che si attivano per cooperare. 2. La molla che attiva questa soggettività è ovviamente il bisogno di comunicare qualcosa. 3. Parliamo qui della scelta di comunicare questo qualcosa utilizzando il mezzo della scrittura combinata con delle immagini fisse. Il mezzo più vecchio dopo quello orale e gestuale. 4. La scelta successiva è quella di muoversi dentro due prospettive comunicative: - comunicare con intenzioni di interazione. - comunicare con intenzioni di informazione. (fare accenno a quanto è stato detto riguardo la rivista come organo propagandistico di un impianto teorico prestabilito o la rivista forum, la rivista dibattito). 5. Badate bene che questa non è una scelta di poco conto perché rinvia alla concezione di come fare politica, di come concepire l’organizzazione politica e quindi l’organizzazione sociale. 6. Infatti, agire unicamente per informare sottende un modo di fare politica verticale, tipica di tutta la tradizione politica fondata sul rapporto élite/masse, avanguardie/masse. Abbiamo allora, da una parte un comunicare che è informare per convincere, dall’altra un comunicare per contaminare e farsi contaminare. 7. Esiste poi il quesito del target, per usare un termine pubblicitario, cioè dei referenti, dei destinatari, degli interlocutori. Chi si vuole informare e con chi si vuole discutere. Ieri dicevamo che fino ad oggi questa elaborazione teorica è stata esclusivo appannaggio di una élite di intellettuali, ma che oggi, appunto qualcosa sta cambiando. Oggi siamo tutti virtualmente in grado di misurarci su questa questione dell’elaborazione intellettuale, dell’elaborazione teorica. Non esiste mai un destinatario o un interlocutore indefinito, indifferente, indistinto. Nella tradizione culturale della sinistra poi c’è il presupposto che a seconda della fase storica è, di volta in volta, un determinato soggetto sociale, nel suo rapporto con la produzione di ricchezza, ad essere individuato come il motore della trasformazione sociale. È stato così nella fase della produzione pre-fordista, quando il soggetto centrale era l’operaio professionale, l’operaio di mestiere, l’ex artigiano portato forzosamente dentro la grande manifattura; poi, nella fase fordista, l’operaio massa, l’operaio dequalificato, interscambiabile; e ora, nella fase post-fordista, il lavoratore mentale, o almeno alcuni così sostengono. Ecco, tutte le riviste teorico politiche hanno prodotto riflessione e interpretazione attorno al variare storico del soggetto nel suo rapporto con l’organizzazione del lavoro. Gli altri prodotti editoriali, come dicevamo ieri, i fogli, i giornali, i bollettini di propaganda e agitazione, vengono quando una qualche teoria è data, è sistematizzata e si invera nella pratica. dicembre 1993 Sperimentazioni e prototipi «Circa un anno fa, un gruppo di amici e conoscenti interessati, anche in modo generico, a una serie di temi culturali e politici incentrati sulla “crisi della sinistra” ebbero l’idea di dare vita a una pubblicazione autoprodotta: mettere insieme, senza alcuna pretesa di organicità o di osservanza di una linea politica precisa, testi e immagini, preferibilmente di difficile reperibilità, ritenuti utili da segnalare e divulgare. Tanto meglio se poi a questi si fosse aggiunto del materiale di produzione propria. II “contenitore” sarebbe stato molto modesto nella forma: una raccolta di materiali fotocopiati da far circolare “a mano”. L’idea ebbe un primo riscontro negativo, ma non fu abbandonata. Un ristrettissimo nucleo di persone riuscì in pochi mesi a realizzare il n. 0 di “DeriveApprodi”, un progetto più ambizioso di quello originario. Un progetto che è stato reso possibile non solo dal lavoro volontario e gratuito di queste persone, dall’utilizzo delle loro attrezzature e dei loro rapporti personali e di lavoro, ma anche dal risveglio di interesse da parte dell’area inizialmente interpellata che espresse il proprio sostegno con una sottoscrizione capace di garantire la copertura di gran parte delle spese della nuova pubblicazione. Altri hanno inoltre contribuito in modo fattivo con discussioni, suggerimenti, consulenze alla gestazione del n. 0 Premessa Queste prime sommarie note informative sono indirizzate a tutti gli ambiti collettivi di movimento interessati ai processi riguardanti l’elaborazione e la realizzazione di progetti editoriali, in specifico di giornali o di riviste a scadenza periodica. Premettiamo di non essere «specialisti» o «professionisti» del settore in questione, nel senso che le nostre attività lavorative, pur essendo inerenti alla produzione di comunicazione solo saltuariamente incrociano attività che hanno a che fare con l’editoria in specifico. Ciò che intendiamo socializzare sono saperi maturati in parte tramite le occasioni lavorative «ufficiali» e in parte tramite l’impegno politico e culturale negli ambiti del movimento. Le conoscenze accumulate nell’intreccio di questi percorsi ci hanno permesso l’elaborazione e la realizzazione di una rivista a diffusione nazionale che tratta temi teorici e culturali di alcune componenti del movimento. Ciò che motiva questa nostra proposta è proprio il fatto che, considerandoci soggettività con caratteri mediamente riscontrabili nell’insieme delle soggettività che animano gli ambiti di movimento, riteniamo possibile una incentivazione di queste pratiche quanto mai utili ai fini di una radicale trasformazione dell’esistente. Nell’operare la socializzazione di quanto noi stessi abbiamo appreso nell’esperienza che ci ha portato all’autoproduzione della rivista «DeriveApprodi» cercheremo di dare un ordine espositivo dei problemi da affrontare il più possibile razionale. A tal fine crediamo sia utile partire con un primo generale schema in forma di scaletta. Prima fase - Come si elabora la formula editoriale di un giornale o di una rivista periodica di movimento. - Chi sono i soggetti promotori dell’intento. - Quali sono gli elementi che fanno da supporto e che li costituiscono in ambito collettivo. - In quale ambito sociale il collettivo vive e agisce, quali sono cioè gli altri soggetti o collettivi più prossimi. - Qual è il contesto territoriale nel quale vive e agisce il collettivo. - Quali saperi, competenze, esperienze i vari soggetti del collettivo hanno riguardo la creazione e la produzione di comunicazione sociale, in specifico di quella a carattere editoriale. - Cosa si vuole comunicare. - A chi si vuole comunicare. - In che modo si vuole comunicare. Per dare risposta a questi elementi preliminari di carattere più politico e culturale che tecnico è utile il metodo dell’autoinchiesta. La quantità e qualità delle risposte accumulate permetteranno una prima sommaria definizione del grado delle proprie forze utile a definire le caratteristiche e i limiti del progetto. Si passerà così a confrontare questo grado delle proprie forze ai problemi di carattere più specificatamente tecnico e organizzativo. Seconda fase Approssimazione di un primo ambito di impegno redazionale. - Apprendimento generale delle voci che compongono un preventivo di spese per la realizzazione del progetto: 1) Spese di costituzione giuridica associativa o societaria editoriale: compenso notaio, registrazione testata preso tribunale, tasse. 2) Spese redazionale: telefono, fax, cancelleria, corrispondenza, eventuali macchinari, esempio fotocopiatrice, macchina da scrivere, computer ecc., rimborsi per eventuali viaggi, eventuali compensi ai redattori. 3) Spese di impaginazione: videoimpaginazione o fotocomposizione; ricerca-realizzazione-sviluppo-stampa-trattamento delle immagini. 4) Spese tipografiche: sviluppo pellicole, fotoincisione, lastre, carta, stampa, confezionamento. Terza fase Definizione dell’ambito redazionale e suddivisione dei compiti. Definizione della periodicità di uscita della pubblicazione. Definizione di un preventivo dei costi almeno del primo numero della pubblicazione. Definizione di un piano finanziario (mezzi di reperimento del capitale iniziale, preventivi di bilancio entrate-uscite). Ricerca e definizione di un’area di autori e relativi accordi. Ricerca di uno o più grafici e accordi per la realizzazione del progetto grafico. Ricerca e accordi con il tipografo. Dopo la realizzazione del primo numero della pubblicazione, ricerca del distributore e relativi accordi. Definizione e organizzazione di altre forme di distribuzione. Ciascuno dei punti elencati nella scaletta si articola in sottopunti la cui specificazione e trattamento si rimanda agli eventuali incontri che seguiranno. Appunti di metodo 1) Diffondere e fare circolare questo primo scritto tra il maggior numero di persone potenzialmente interessate all’argomento. 2) Creare un punto di riferimento per la raccolta delle adesioni. 3) Valutare (in base alla consistenza delle adesioni raccolte) l’opportunità di avviare il progetto di esposizione. 4) Organizzare un metodo razionale di esposizione che preveda: a) una serie di incontri a partire dai temi generali passando gradualmente a quelli più specifici. b) La produzione di dispense a supporto delle esposizioni verbali. c) Il coinvolgimento di «tecnici» che espongano con esempi concreti i vari passaggi del «processo produttivo» di una pubblicazione editoriale (per esempio come si fa il trattamento dei testi, quali tecnologie e competenze occorrono per la videoimpaginazione ecc.). gennaio 1994 Progetto di «Bollettino» dei Centri sociali romani L’idea che si propone è la realizzazione di un giornale autoprodotto e autodistribuito da alcuni dei Centri sociali romani. La formula editoriale del giornale sarebbe quella del Bollettino di informazione delle elaborazioni teoriche e pratiche espresse all’interno dei Centri. Tendenzialmente, quindi, una «casella postale» che riceve e procura documentazione scritta e visiva prodotta all’interno Centri e che successivamente ordina per temi. Per esempio: I) calendari informativi delle iniziative previste in ogni Centro; 2) rendiconti delle iniziative svolte; 3) esposizioni di iniziative culturali: progettate o realizzate: musica, teatro, cinema, audiovisivi, poesia, letteratura etc.; 4) informazione sulle lotte; 5) produzioni teoriche. La periodicità prevista è mensile. L’intenzione e di realizzare una cosa utile, nuova, bella che abbia una referenza «interna» (gli animatori e i frequentatori dei Centri) e una «esterna» (la citta). A tal fine occorrono competenze reali e non pressapochismi dilettantistici che farebbero immediatamente naufragare il progetto. Vanno scartate in partenza illusioni volontaristiche. Al di la di considerazioni di carattere politico il buon senso obbliga a pensare che chi si farebbe carico di organizzare questa iniziativa lo dovrebbe fare a tempo pieno e a ritmi massacranti. Un reddito a riguardo è quindi da mettere preventivamente nei costi. Le fasi di realizzazioni del progetto dovrebbero prevedere: 1. Versamento da parte di ogni Centro disponibile della propria quota di capitale per l’avviamento (acquisto strumentazione tecnica, compenso redattore, costi vivi del primo numero). Laddove un Centro mettesse a disposizione una parte di strumentazione tecnica già in suo possesso questa sarebbe sostitutiva della quota in danaro. La strumentazione tecnica consisterebbe in: computer, stampante laser, scanner, fotocopiatrice, fax, modem, linea telefonica. Il passaggio successivo potrebbe essere la costituzione di una qualche forma di associazione editoriale. Verrebbe quindi l’elaborazione di un progetto grafico. La messa in conto di un minimo di spese per un lancio pubblicitario. Per evitare altri costi occorrerebbe pensare di ricavare lo spazio redazionale all’interno di una struttura autogestita. Come punti distributivi si possono pensare i Centri sociali stessi, le piccole librerie e i centri di documentazione del movimento, le librerie Feltrinelli e Rinascita, alcune edicole cittadine collocate in punti strategici e previa opportuna pubblicizzazione, la vendita militante tramite banchetti ecc. 2. Note sull’eventuale redattore-organizzatore. All’inizio potrebbe essere una persona sola, più avanti, con il consolidarsi dell’iniziativa, altri potrebbero aggiungersi. Costui dovrebbe avere alcune qualità e requisiti quali: competenze tecniche redazionali, di videoimpaginazione, di stampa, di distribuzione, una reale internità al circuito dei Centri sociali, dovrebbe godere della fiducia, della stima di tutti o quasi. Un po’ di conti Materiale tecnico: computer MC Centris con monitor colori 14 pollici on lettore cd e hard disk a 16 ram: 5.100.00; (230 mega) datapak id 45: 960.000; scanner: 2.600.000 (con programma photoshop, stampante laser 300 punti 2 MB ram: 1.800.000; fotocopiatrice buona: 3.000.000; fax: 1.000.000, modem: 300.000; linea telefonica: 200.000; Totale: circa 15.000.000. Siccome si pensa a una cosa bella, con buona grafica, buona carta ecc., indichiamo queste cifre del tutto approssimative ma utili per farsi un’idea.Tiratura: 5.000 Costo a copia: 2.000* Prezzo di copertina: 5.000 (in fondo poco più di un pacchetto di sigarette). Compenso redattore: 2.000.000 Telefono, fax, cancelleria, rimborso spere vive collaboratori, varie, imprevisti ecc.: 500.000 Totale costo di un numero 12.500.000 La copertura dei costi si otterrebbe vendendo 2.500 copie. Da qui in su sarebbe tutto ricavo netto che andrebbe ad ammortizzare il capitale originario investito con le quote e a potenziare il progetto. Il calcolo di 2.000 a copia prevede una rivista molto lussuosa, addirittura a colori, se non tutta almeno in parte. Questo è dovuto all’alta tiratura, poiché più è alta la tiratura più basso è il costo della singola copia. Prima generica proposta di prospetto di formula editoriale: - Ipotesi formato: A4 (cm. 2Ix29) - Numero pagine: 62 - Copertine con immagine a pagina piena ed elenco dei Centri sociali che collaborano al numero Al posto del classico «editoriale», improponibile perché implicherebbe la realizzazione di un punto di vista comune e omogeneo tra tutti i Centri, si propone la «rubrica» di apertura Evento e mutazione: un fatto accaduto in città, piccolo o grande che sia, comunicato o non comunicato dai grandi media, offre lo spunto, l’aggancio, per la segnalazione, la registrazione di una mutazione in atto nelle relazioni sociali metropolitane di volta in volta sui vari piani: culturali, produttivi, comunicazionali ecc. La rubrica è affidata per ciascun numero a un singolo Centro con il criterio della rotazione: 3 pagine. - I calendari dei centri: per quanto è possibile la programmazione delle attività dei Centri con schede informative molto curate su musica, cinema, audiovisivi, teatro, letteratura, conferenze, dibattiti ecc.: 12 pagine. - Lavori in corso: i progetti in cantiere nei Centri con qualche concessione all’immaginario e all’utopia: 12 pagine. - Avvisi vicini: informazioni ritenute utili su attività e progetti di uno o più Centri sociali italiani: 5 pagine. - Avvisi lontani: idem ma dai Centri sociali del panorama internazionale, riprendendo magari «pezzi» della loro produzione editoriale: 5 pagine. - Mon amie: il mio amico, l’«intellettuale eretico» complice e partecipe: il regista, lo scrittore, il pittore, il musicista che interviene direttamente sui temi dei Centri sociali: 5 pagine. – Immagini: disegni, foto, fotomontaggi, collage, fumetti ecc. a grandi dimensioni o a pagina piena: 10 pagine. Note sulle possibili forme di organizzazione redazionale Una o due persone dovrebbero coordinare il lavoro redazionale complessivo funzionando quindi da «centralizzazione». I problemi di decisionalità e di discrezionalità nella scelta di cosa pubblicare verrebbero eliminati o fortemente limitati dalla rigorosa definizione degli spazi del giornale, sia per quanto riguarda la lunghezza delle sezioni che la lunghezza dei singoli articoli. Si eviterebbe cioè la necessità di operare dei «tagli» che comporterebbero inevitabilmente criteri di discrezionalità soggettiva. Sarebbe ottimale la formazione all’interno di ogni Centro sociale di un ambito redazionale o l’assunzione di funzioni redazionali, all’inizio, anche da parte di una sola persona che farebbe da cerniera tra l’assemblea del Centro sociale e l’ambito di coordinamento complessivo. All’assemblea di ogni Centro sociale verrebbero sottoposti per l’approvazione gli articoli realizzati anche da un solo soggetto, da più soggetti, da gruppi o collettivi. Il redattore provvederà quindi a centralizzarli ai coordinatori. Per le immagini sarebbe auspicabile la formazione di un ambito di progettazione e realizzazione specifico composto da soggetti possibilmente appartenenti a più Centri sociali promotori dell’iniziativa. La rivista «Infoxoa» «Infoxoa» nasce come rivista nel 1997 dall’esperienza dei Centri sociali e dell’area autogestita di Roma. In 10 anni di attività sono usciti 20 numeri, che si trovano in versione cartacea e anche telematica in una versione solo testo sul sito www.infoxoa.org. Infoxoa si dota così, a partire dal numero 0, di un nodo redazionale che funge da collegamento, stimolo al dibattito e produzione del numero, la redazione non è mai «fissa», ma per scelta, si è aperta agli interventi più vari cercando di far parlare diverse esperienze in movimento. La rivista si auto-finanzia, non fa pubblicità e ama essere distribuita tramite canali non ufficiali, dai Centri sociali, dai collettivi politici, dai singoli giramondo, dalle librerie indipendenti. La rivista cartacea e la webzine, si occupano in particolare di alcune tematiche politiche, sociali e culturali dei movimenti di massa e radicali, facenti parte della lunga esperienza dei movimenti legati al comunismo, sociali, rivoluzionari degli ultimi anni del Novecento. Infoxoa sta per informazione (info) e per csoa, Centri sociali occupati autogestiti, (xoa), ma la x sta anche a significare più cose, ovvero la molteplicità dei soggetti e delle lotte, la diffusione di idee e sperimentazioni, nonché l’incognita della domanda e della problematizzazione delle esperienze di conflitto e di movimento, in particolare dei Centri sociali. In 10 anni vi hanno scritto centinaia di persone e decine di realtà in movimento, dai Centri sociali ai sindacati di base, dalle realtà ambientaliste a chi si occupa di media indipendenti. I 20 numeri della rivista: estate 1997: n. 0, ottobre n. 00, dicembre n. 3. 1998: marzo n. 4, maggio n. 5, settembre n. 6. 1999: gennaio n. 7, aprile n. 8, luglio n. 9, ottobre n. 10. 2000: marzo n. 11, dicembre n. 12, 2001: aprile n. 13, giugno n. 14. 2002-2003: n. 15, n. 16, n. 17. 2004: giugno n.18. 2005: marzo n. 19. 2006: ottobre n. 20. (da www.edueda.net) s.d. ma secondo semestre 1993 Su autoproduzione e autogestione nei Centri sociali negli anni Ottanta e Novanta* Nel rapportarmi a questo dibattito prendo per buono l’avvertimento di Sergio Bologna espresso in altra sede ma, credo, del tutto pertinente anche in questa: «È illusorio cercare ruoli in comunità precostituite come i Centri sociali. I giovani che le hanno fondate hanno fatto tutto da soli, si sono creati sistemi relazionali che li hanno strappati dall’emarginazione sociale e civile. Non hanno avuto e non hanno bisogno di noi». Per quel «noi» si intende quei soggetti delle generazioni precedenti a quella degli anni Ottanta che ha fondato l’esperienza dei Centri sociali occupati autogestiti. Chi appartiene alla storia di un movimento che ha subìto una sconfitta clamorosa, ed è stato assente dalla genesi di un movimento successivo, non ha titoli per dire cosa occorre fare, dove occorre andare. Può solo, con prudenza, contribuire a fornire elementi di dibattito, rispondere dietro richiesta più che dichiarare a priori. Prendere la parola non è quindi facile, soprattutto se quel che si ha da dire non si annota sul registro delle conferme ma su quello delle smentite, su quello della critica. Riguardo al merito del dibattito, in un primo momento il termine autoproduzione non mi ha fatto venire in mente niente che, da quindici anni a questa parte, non sia già stato detto e ridetto dalle stesse persone che hanno continuato a fare le medesime cose, nella maggior parte dei casi fatte male e in modo approssimativo, sia nelle forme che nei contenuti. Ma poi, riflettendo meglio, ho pensato: perché le tematiche dell’autoproduzione e dell’autogestione – tematiche che hanno avuto rilievo nella storia del movimento operaio, soprattutto deisuoi settori più radicali – si sono ridotte oggi a un’ideologia rozza, semplicistica, a una pratica naif del «fai da te»? Forse perché nel decennio della rivoluzione informatica – che ha scompaginato paradigmi e riferimenti concettuali consolidati e tramandati – il «movimento degli spazi sociali autogestiti» non è sorto da un progetto forte di trasformazione ma da una reazione istintiva di resistenza. Una resistenza ai ritmi e alle regole dell’economizzazione della vita nella sua interezza. Davanti a ciò la parola d’ordine di quel movimento, povera ma efficace, fu cioè quella di resistere all’omologazione imperante, punto e basta. Comprensibile, dato che sul panorama dell’antagonismo politico e culturale imperava un silenzio avvilito, un’assenza di pensiero, un contemplare attonito gli effetti devastanti di un bombardamento subìto, e riuscito. Comunque, quella resistenza ha prodotto degli effetti emersi gradualmente nel corso degli anni in termini di acquisizione di visibilità, di riconoscimento e riscontro nel valere da riferimento sociale per altri soggetti sensibili al disagio. Quei riscontri sono bastati a fondare una piccola storia, una piccola tradizione con il suo corollario di miti e rituali, insomma una specifica cultura. Una cultura però fragile, irriflessa, conchiusa perché essenzialmente fondata sull’autoreferenzialità, sulla conferma di sé data da sé o dall’immediato adiacente. Tanto è bastato a garantire la certezza di possedere un’identità piena di senso, ricca di una cultura alternativa capace di diffondersi socialmente. Il meccanismo della spettacolarizzazione, di cui si ciba quotidianamente il sistema dell’informazione, ha poi compiuto il resto: un relativo rilievo giornalistico e televisivo ha contribuito a creare la convinzione d’essere soggetti centrali nello scontro politico. Chi nasce in un fortino assediato trae la forza di resistere dagli elementi riferiti al culto dell’appartenenza familistica, clanistica. Anche quando i ponti levatoi potrebbero essere calati perché l’assedio non c’è più ha il sopravvento la coazione a ripetere forme di pensiero e di azione riferite agli elementi fondativi, costitutivi della propria identità. Quindi, i Centri sociali nati negli anni Ottanta, dove autoproduzione e autogestione sono ampiamente sperimentate, hanno dato e tuttora danno risposta a tematiche di ordine esistenziale prima che politico, si collocano cioè nello spazio della pre-politica, costruiscono aggregazione e consenso prioritariamente attorno a quella sfera. L’invenzione di un loro agire politico e culturale sconta lentezze, contraddizioni, errori, ricominciamenti. Abbiamo già detto come nel momento costitutivo dei Centri sociali, all’inizio degli anni Ottanta, autoproduzione e autogestione abbiano assunto un significato simbolico valevole di per sé, indipendentemente dalla qualità dei contenuti e delle forme che esprimevano. Non c’era la pretesa di possedere un progetto politico. Piuttosto che pensare di trasformare la società si pensava che da essa occorreva difendersi strappandole spazi interstiziali dove sperimentare relazioni non sottoposte ai vincoli della sua morale e delle sue leggi. L’importante era affermare un rifiuto, una sottrazione, come presupposto e requisito indispensabile alla sperimentazione di un’alterità esistenziale. Nel corso degli anni però le cose sono cambiate. La pervasività delle tecnologie informatiche applicate agli strumenti informativi e comunicativi hanno rideterminato la sensibilità sociale generale, hanno smantellato le vecchie forme nelle quali si rappresentavano le identità collettive, hanno cancellato o trasfigurato gli spazi in cui si condensavano. In breve tempo la socializzazione è diventata un bene scarso perché i suoi costi sono stati progressivamente depennati dagli indici di bilancio delle politiche sociali istituzionali. È in questa contingenza di domanda di socializzazione inevasa che i Centri sociali si sono ritrovati a valere da referenti di un’offerta capace di garantire, almeno parzialmente, il contenimento di tensioni indotte dal disagio, tensioni che avrebbero potuto sfociare in comportamenti «devianti» socialmente diffusi, difficilmente controllabili e contenibili, gravosi soprattutto sul piano economico. È forse anche per queste ragioni che il comportamento di alcuni settori della politica istituzionale nei confronti dei centri sociali è mutato e al bastone ha cominciato ad alternare l’uso della carota. Ma questo passaggio di fase è stato perlopiù frainteso da alcuni ceti politici dei Centri sociali che hanno letto l’offerta istituzionale di una «trattativa» come determinata unicamente dal grado raggiunto dalla propria forza aggregativa, dall’espressione della propria rappresentanza politica reale e potenziale. Un’altra distorsione di lettura degli eventi e dei processi prodotta dall’abitudine a ragionare in termini autoreferenziali, senza tener conto della complessità delle determinazioni politiche generali. Comunque, agli inizi del decennio Novanta, sollecitati dall’irruzione del movimento studentesco della Pantera e dal crollo del vecchio sistema dei partiti, i Centri sociali sono stati messi di fronte all’urgenza di aprirsi a una socializzazione larga e indistinta o perire per assuefazione e inedia. Qui siamo all’attualità, all’irrisolutezza di questo passaggio, all’accumulo dei suoi ritardi, all’ineguatezza dell’intelligenza utile a favorirlo. Infatti, mentre con le parole si afferma la ne- cessità di adeguare autoproduzione e autogestione al «nuovo corso» degli anni Novanta, con la mentalità si è rimasti alle sue pratiche degli anni Ottanta. La paura della «contaminazione» con tutto ciò che ha veste istituzionale arriva a impedire la cooperazione con quei soggetti che, collocati in quel campo, offrono l’occasione di un’appropriazione di saperi che valorizzerebbero le autoproduzioni favorendone uno sviluppo capace di superare le sue attuali espressioni ridotte alla fornitura di servizi sociali di basso contenuto e qualità. Spesso, all’impegno dell’autoproduzione fa da presupposto motivazionale una concezione volontaristica, miserabilista, populista, moralista, un’attrazione fatale per le tematiche riferite ai poveri, ai disperati, agli emarginati ecc. È stupefacente questo riemergere di concezioni «terzomondiste», retroterra di un agire che rischia una comunione oggettiva di intenti, e una competizione soggettiva impossibile da sostenere, con il volontarismo cattolico. Al mercato non ci si può «sottrarre» perché nel mercato ci si sta dentro, sempre e comunque. Allora, se il problema dello «stare dentro» non si pone, perché è un falso problema, il problema vero diventa unicamente come essere contro. La «sottrazione» al mercato non passa per la riduzione dei costi di produzione di una merce ottenuta dall’abbattimento del costo del lavoro vivo tramite autosfruttamento in cambio di un autoreddito da fame (così come largamente viene intesa e praticata l’autoproduzione). Ciò che si deve piuttosto sottrarre al mercato sono i «saperi alti», quelli che dentro al mercato stanno perché sinora solo lì dentro trovano le condizioni materiali per esprimere il massimo della loro potenza produttiva di ricchezza. Per concludere, alcune annotazioni sulle esperienze dell’autoproduzione. Intanto occorre dire che la gran parte di esse non si collocano dentro i Centri sociali ma, pur essendo spesso maturate al loro interno o in rapporto a essi, se ne collocano fuori bordeggiandoli anche, se non soprattutto solo, per questioni di referenza di mercato. Domandiamoci perché i soggetti che animano le autoproduzioni più significative non scelgano di collocare le loro iniziative «autoimprenditoriali alternative all’in- terno degli spazi sociali autogestiti. Di seguito alcune, parziali, possibili risposte. 1) La stragrande maggioranza di questi luoghi non offrono le condizioni logistiche per impiantare un’iniziativa imprenditoriale. 2) L’ambito decisionale di quei luoghi è un’assemblea che si ritiene legittimata a discutere e prendere decisioni collettive su tutto ciò che si svolge nel luogo. Si crea pertanto una situazione di interferenza decisionale esterna e generale a chi materialmente si ritrova a gestire direttamente un’impresa specifica. Forme, contenuti, metodi e finalità dell’impresa costituita da un piccolo gruppo si ritrovano a essere vagliate da un insieme indistinto di persone che spesso non hanno neppure le competenze elementari per entrare nel merito dei problemi. 3) Qualsiasi produzione implica rapporti di mediazione col mercato «ufficiale», quindi col denaro ecc., elementi vissuti spesso ideologicamente con disagio e contraddizzione. 4) Qualsiasi iniziativa imprenditoriale, pur modesta che sia, necessita la costruzione di relazioni con soggetti e strumenti esterni a quei luoghi. La loro esternità è sempre guardata con sospetto, se non addirittura considerata illegittima. Si creano pertanto condizioni di inospitalità per tutti quei soggetti detentori di saperi esterni alla quotidianità di quei luoghi che, prima di essere accettati e messi nella condizione di operare, si ritrovano nella condizione di intraprendere il defatigante processo della loro legittimazione che passa attraverso la lenta costruzione di rapporti personali fiduciari e l’accettazione del complesso cerimoniale che precede l’iniziazione all’appartenenza. autunno 1995 * Questo testo è stato pubblicato anche in: Sergio Bianchi, Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo, Milieu edizioni, Milano 2016. Sergio Bianchi ha lavorato per il cinema e la televisione. È stato tra i fondatori della rivista e poi della casa editrice DeriveApprodi, di cui è stato amministratore e direttore editoriale per 25 anni. Ha curato diversi saggi sui movimenti politici degli anni Settanta.
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Telestreet Giornale interattivo Nel marzo del lontano 2003 DeriveApprodi (prima gestione) pubblicò il primo e unico numero del «giornale mediattivo» «Telestreet». Purtroppo si trattò di un fuoco fatuo, come fatuo fu l’agitarsi mediattivo che si era creato attorno al progetto di mettere in rete la sessantina di «televisioni di strada» nate un po’ ovunque in Italia. Erano gli anni della piena affermazione governativa berlusconiana che faceva perno sul suo impero televisivo. Buona parte dei contenuti del giornale furono pensati da Franco Berardi Bifo e dai sopravvissuti di quella fantastica esperienza che fu Radio Alice e il giornale «A/traverso», a partire da Ambrogio Giancarlo Vitali. Alla realizzazione di «Telestreet» collaborarono in forme diverse: Nanni Balestrini, Federico Beliz, Franco Berardi (Bifo), Sergio Bianchi, Monia Cappuccini, Fiammetta Ghedini, Naomi Klein, Marco Magagnoli, Daniele Ongaro. Graphic design: Andrea Wöhr. Per visionare la rivista scaricare il pdf di seguito.
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La pietà? Ridicola. La fantasia? Una malattia Fabio Rosso (particolare) La censura colpì duramente Noi, questo avveniristico e lungimirante atto d’accusa contro la spietata e progressiva diffusione dell’organizzazione scientifica del lavoro nella società sovietica. Scritto in forma di diario tra il 1919 e il 1921 e pubblicato nel ’24 in inglese, questo romanzo costò all’autore, Evgenij Ivanovič Zamjatin, la condanna a essere privato della possibilità di scrivere; pena che lo stesso autore chiese a Stalin di commutare in esilio, visto che la situazione pesava sul suo animo come una pena di morte. NOI verrà pubblicato per la prima volta in Unione Sovietica solo nel 1988. Nella città di vetro e di acciaio dello Stato Unico dove l’organizzazione statale ha individuato nel libero arbitrio la causa della tristezza, le persone sono ridotte a numeri e vivono nel rigoroso rispetto dell’autorità del Benefattore, garante di una felicità matematicamente calcolata: «Trascrivo semplicemente – parola per parola – quel che è stato pubblicato oggi nel Giornale Statale: Tra 120 giorni sarà portata a termine la costruzione dell’Integrale. È vicino il grande momento storico, in cui il primo Integrale si lancerà nello spazio dei mondi. Mille anni fa i vostri eroici antenati piegarono al potere dello Stato Unico tutta la sfera terrestre. Un’impresa ancor più gloriosa vi attende: integrare la sconfinata equazione dell’universo per mezzo dell’Integrale elettrico di vetro, dal respiro di fuoco. Toccherà a voi piegare al benefico giogo della ragione gli esseri ignoti che abitano sugli altri pianeti, forse ancora nel selvaggio stato di completa libertà. Se essi non comprenderanno che noi portiamo loro la felicità matematicamente esatta, è nostro dovere costringerli ad essere felici. Ma prima dell’arma noi sperimentiamo la parola». Ovviamente, nello Stato Unico tutti votano per il Benefattore: «Domani è il giorno delle elezioni annuali del Benefattore. Domani affideremo di nuovo al Benefattore le chiavi dell’incrollabile tesoro della nostra felicità. Si capisce che queste elezioni non assomigliano in nulla e per nulla alle disordinate e disorganizzate elezioni degli antichi, quando – fa ridere dirlo – non si sapeva neanche in anticipo quello che sarebbe stato il loro risultato. Costruire uno stato su casualità non calcolate, alla cieca – che cosa ci può essere di più insensato? […] Noi non abbiamo nulla da nascondere e nulla di cui vergognarci: festeggiamo le elezioni apertamente, onestamente, alla luce del giorno. Vedo che tutti votano per il Benefattore e tutti vedono che anche io voto per il Benefattore – e come potrebbe, del resto, essere diversamente, dal momento che tutti ed io siamo un unico Noi? Questa procedura è molto più nobilitante, più sincera e più alta del mistero timoroso da delinquenti, degli antichi! E poi, essa è molto più conforme allo scopo. E poi, anche ammettendo l’impossibile, cioè una qualsiasi dissonanza nella comune monofonia, dal momento che i Guardiani Invisibili sono qui tra le nostre file, sarebbe loro facile stabilire subito i numeri caduti in tentazione, salvandoli da ulteriori passi falsi e salvando lo Stato Unico da loro». Nello Stato Unico si fanno figli come bestie: «Mi è capitato di leggere o ascoltare molte cose inverosimili sui tempi in cui gli uomini vivevano allo stato selvaggio, libero, cioè non organizzato. Ma proprio questa m’è sembrata la cosa più inverosimile, come era possibile che il potere statale di allora, fosse pure stato un potere embrionale, ammetteva che gli uomini vivessero senza nulla di simile alle nostre Tavole della legge, senza passeggiate obbligatorie, senza un preciso regolamento delle ore dei pasti e che si alzassero e andassero a dormire quando passava loro in mente; alcuni storici dicono perfino che a quei tempi nelle strade per tutta la notte c’erano lampioni accesi e tutta la notte la gente si spostava a piedi o con i mezzi. […] Non è assurdo che uno stato (e aveva il coraggio di chiamarsi stato!) potesse lasciare senza alcun controllo la vita sessuale? Chi, quando e quanto voleva… Del tutto ascientificamente, come bestie. E come bestie, facevano figli alla cieca». Nello Stato Unico la poesia è un servizio dello Stato: «Io pensavo: come è potuto succedere che agli antichi non sia saltato agli occhi tutta l’assurdità della loro letteratura e poesia? L’enorme e magnifica forza della parola artistica andò perduta per niente. È semplicemente ridicolo: ognuno scriveva quel che gli passava per la testa. Ridicolo e assurdo come il fatto che il mare presso gli antichi per giorni e notti batteva la riva passivamente e i milioni di chilogrammetri contenuti nelle onde servivano solo a riscaldare i sentimenti degli innamorati. Noi dal bisbiglio amoroso delle onde abbiamo ricavato l’elettricità, della furiosa belva muggente e bavosa abbiamo fatto un animale domestico; alla stessa maniera anche l’elemento della poesia una volta selvaggio è stato addomesticato e soggiogato. Adesso la poesia non è più un invadente fischio di usignolo: la poesia è un servizio dello Stato; la poesia è utilità. Nello Stato Unico le pareti degli edifici sono trasparenti, non esistono né vita privata né intimità e anche fare l’amore è regolato da orari e modalità inflessibili: «Arrivato a casa, andai alla cancelleria, mostrai al guardiano il mio biglietto rosa e ricevetti l’autorizzazione ad abbassare le tendine. Questa autorizzazione l’abbiamo soltanto per i giorni sessuali. Di solito nei nostri muri trasparenti, che sembrano tessuti di aria scintillante noi viviamo sempre in bella vista, eternamente lavati dalla luce. Non abbiamo da nasconderci nulla l’un l’altro. Ciò facilita il pesante ed elevato compito dei Guardiani. Altrimenti, chissà cosa potrebbe succedere! Forse sono state proprio le strane, opache abitazioni degli antichi a generare in loro la miserabile psicologia cellulare». Nello Stato Unico la pietà è ridicola: «Alla prima esplosione sotto il tubo del motore c’erano una decina di curiosi del nostro cantiere – non c’è rimasto assolutamente nulla, soltanto qualche briciola e della fuliggine. Annoto qui con orgoglio che il ritmo del nostro lavoro in questa occasione non si è arrestato nemmeno per un secondo e nessuno si è spaventato: noi e le nostre macchine abbiamo continuato il nostro movimento rettilineo e circolare con la stessa identica precisione come se non fosse successo nulla. Dieci numeri – si tratta soltanto della centomilionesima parte della massa dello Stato Unico, secondo i calcoli pratici un infinitamente piccolo di terz’ordine. Solo gli antichi conoscevano la pietà a causa della scarsa conoscenza dell’aritmetica: noi la consideriamo ridicola». Nello Stato Unico la fantasia è una malattia: «[…] voi siete malati. Il nome di questa malattia è: Fantasia. Ed è un verme che scava rughe nere sulla fronte. È una febbre che vi spinge a correre sempre più lontano – nonostante che questo più lontano cominci là dove finisce la felicità. È l’ultima barricata sulla via della felicità. Ma rallegratevi: è già stata fatta saltare in aria. Via libera. L’ultima scoperta della Scienza Statale è che il centro della fantasia è un misero nodo cerebrale nel campo del ponte di Varoliev. Con una triplice applicazione di raggi X a questo nodo voi sarete liberati dalla fantasia. Per sempre. Voi siete perfetti, siete uguali alle macchine, la via alla felicità è libera al cento per cento. Affrettatevi tutti – vecchi e giovani – affrettatevi a sottoporvi alla Grande Operazione. Correte agli auditori dove eseguono la Grande Operazione. Evviva la Grande Operazione! Evviva lo Stato Unico, evviva il Benefattore!». Nello Stato Unico ogni mattina milioni di persone si alzano come un essere solo. Alla stessa unica ora milioni di persone cominciamo il lavoro e alla stessa unica ora lo terminano. Nello stesso secondo indicato dalla Tavola, nello Stato Unico milioni di mani portano il cucchiaio alla bocca, e nello stesso secondo escono per fare una passeggiata o per andare all’uditorio o per andare a dormire. Nello Stato Unico s’è finalmente realizzato il sogno di chiunque ha avuto, ha e avrà il Potere in mano, quello di spegnere la fiaccola che arde nell’unicità dell’individuo riducendo popolazioni intere in uno spaventoso Unico enorme che non solo nessuno contesta ma da cui, addirittura – equi sta il capolavoro di chi comanda –, il singolo trae persino coraggio: «Una campanella squillante, cristallina al capezzale: le sette, alzarsi. A destra e a sinistra, attraverso le pareti di cristallo mi sembra di vedere me stesso, la mia camera, il mio vestito, i miei movimenti, ripetuti migliaia di volte. Ciò dà coraggio: ti vedi come la parte di un Unico enorme, imponente. Di una tale bellezza, perfetta: nessun gesto superfluo, nessuna sfumatura, nessuna rottura». Marco Sommariva (Genova 1963) èautore di numerosiromanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com Pity? Ridiculous. Imagination?A Disease Censorship struck We with particular force, this futuristic, far-sighted indictment of the ruthless and ever-expanding spread of the scientific organisation of labour within Soviet society. Written in diary form between 1919 and 1921, and published in English in 1924, the novel earned its author, Yevgeny Ivanovich Zamyatin, a sentence depriving him of the possibility of writing; a punishment he himself asked Stalin to commute to exile, since it weighed on his spirit like a death sentence. We would not be published in the Soviet Union until 1988. In the glass-and-steel city of the One State, where the state has identified free will as the root of unhappiness, people are reduced to numbers and live in strict obedience to the authority of the Benefactor, guarantor of a mathematically calculated happiness. I simply transcribe — word for word — what was published today in the State Newspaper: «In 120 days the construction of the Integral will be completed. The great historic moment is near, when the first Integral will launch itself into the space of worlds. A thousand years ago your heroic ancestors brought the whole globe under the power of the One State. An even more glorious task awaits you: to integrate the boundless equation of the universe by means of the glass electric Integral, breathing fire. It will fall to you to bend, to the beneficent yoke of reason, the unknown beings who live on other planets, perhaps still in the wild state of complete freedom. If they do not understand that we bring them mathematically exact happiness, it is our duty to force them to be happy. But before the weapon we try the word». Naturally, in the One State everyone votes for the Benefactor: «Tomorrow is the day of the Benefactor’s annual election. Tomorrow we shall once again entrust to the Benefactor the keys to the unshakeable treasure of our happiness. It goes without saying that these elections bear no resemblance whatsoever to the chaotic, disorganised elections of the ancients, when — absurd as it is to say — no one even knew in advance what their outcome would be. To build a state blindly, on uncalculated chance — what could be more senseless? […] We have nothing to hide and nothing to be ashamed of: we celebrate the elections openly, honestly, in the light of day. I see that everyone votes for the Benefactor, and everyone sees that I vote as well for the Benefactor — and how could it be otherwise, after all, when everyone and I are a single We? This procedure is far nobler, more sincere and more elevated than the criminals’ fearful secret of the ancients! Besides, it is far more suited to its purpose. And besides, even if one were to admit the impossible — that some dissonance might arise in the common monophony — since the Invisible Guardians are here among us, it would be easy for them at once to identify the numbers who had fallen into temptation, saving them from further missteps and saving the One State from them». In the One State, children are conceived like animals: «I have read or heard many implausible things about the times when men lived in a savage, free state — that is, unorganised state. But this seemed to me the most implausible of all: how was it possible that the state power of that time, however embryonic, allowed people to live without anything resembling our Tables of the Law, without compulsory walks, without a precise regulation of mealtimes, and to get up and go to bed whenever they pleased? Some historians even claim that in those days the streets were lit all night long and people moved about throughout the night, on foot or by transport. […] Is it not absurd that a state (and it dared to call itself a state!) could leave sexual life entirely without control? Whoever wanted, whenever they wanted, as much as they wanted… Entirely unscientifically, like animals. And like animals, they had children blindly». In the One State, poetry is a service to the state: «I thought: how could it be that the ancients never noticed the utter absurdity of their literature and poetry? The immense and magnificent force of the artistic word was squandered for nothing. It is simply ridiculous: everyone wrote whatever came into their head. Ridiculous and absurd, like the fact that in ancient times the sea beat passively against the shore day and night, and the millions of kilogrammetres contained in its waves served only to stir the feelings of lovers. We have drawn electricity from the amorous whisper of the waves; from the furious, roaring, slavering beast we have made a domestic animal; and in the same way the once-wild element of poetry too has been tamed and subjugated. Now poetry is no longer the intrusive whistle of a nightingale: poetry is a service to the State; poetry is utility». In the One State, buildings have transparent walls, there is no privacy, no intimacy, and even lovemaking is governed by rigid schedules and procedures: «When I got home, I went to the office, showed the guard my pink ticket, and received permission to lower the blinds. We are granted this permission only on our designated sexual days. Normally, within our transparent walls, which seem woven from glittering air, we live always in full view, eternally bathed in light. We have nothing to hide from one another. This lightens the Guardians’ heavy and exalted task. Otherwise, who knows what might happen! Perhaps it was precisely the ancients’ strange, opaque dwellings that gave rise to their miserable cell-like psychology». In the One State, pity is ridiculous: «At the first explosion beneath the engine tube there were about a dozen curious onlookers from our construction site — absolutely nothing remained of them, only a few fragments and some soot. I note here with pride that on this occasion the rhythm of our work did not stop for even a second and no one was frightened: we and our machines continued our rectilinear and circular motion with exactly the same precision as if nothing had happened. Ten numbers — that is only one hundred-millionth part of the mass of the One State, according to practical calculations an infinitesimal of the third order. Only the ancients knew pity, because of their poor understanding of arithmetic: we consider it ridiculous. In the One State, imagination is a disease: «[…] you are ill. The name of this illness is: Imagination. It is a worm that carves black wrinkles into the forehead. It is a fever that drives you to run farther and farther away — even though this farther away begins where happiness ends. It is the last barricade on the road to happiness. But rejoice: it has already been blown up. The road is clear. The latest discovery of State Science is that the centre of imagination is a miserable cerebral node in the region of the pons Varoliev. With a triple application of X-rays to this node you will be freed from imagination. Forever. You are perfect, you are equal to machines, the road to happiness is one hundred per cent clear. Hurry, all of you — old and young — hurry to submit yourselves to the Great Operation. Run to the auditoriums where the Great Operation is performed. Long live the Great Operation! Long live the One State, long live the Benefactor!». In the One State every morning millions of people rise as a single being. At one and the same hour millions begin work, and at one and the same hour they finish it. At the exact second indicated by the Table, in the One State millions of hands lift a spoon to the mouth, and at that same second they go out for a walk, or to the auditorium, or to sleep. In the One State the dream has finally been realised of all those who have held, hold, or will hold Power in their hands: to extinguish the flame that burns in uniqueness of the individual, reducing entire populations to a terrifying single enormous Whole that not only no one contests, but from which — and here lies the rulers’ true masterstroke — the individual even draws courage: «A clear, crystalline bell at the bedside: seven o’clock, wake up. To right and left, through the glass walls, it seems to me that I see myself, my room, my clothes, my movements, repeated thousands of times. It gives you courage: you see yourself as part of an enormous, imposing Whole. Of such beauty, such perfection: no superfluous gesture, no nuance, no rupture. Translate by Serena Duchi Marco Sommariva, (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com
- clan milieu
dossier guerra e capitale “Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera” Viscount Kit Kelen Fin dall’inizio dell’invasione di terra di Gaza nel novembre 2023, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era prefissato almeno due obiettivi: prolungare la guerra come tattica per rimanere al potere e avviare una campagna genocida. Fin dall’inizio dell’invasione di terra di Gaza nel novembre 2023, il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era prefissato almeno due obiettivi: prolungare la guerra come tattica per rimanere al potere e avviare una campagna genocida. Per Netanyahu era arrivato il momento di superare la strategia “Mowing the Grass”, ovvero ripristinare gradualmente la deterrenza, per centrare la risposta sulla popolazione. A dicembre, nel nel corso di una visita in una base militare nel sud di Israele, aveva dichiarato ai militari che lo circondavano : “Abbiamo più obiettivi per questa guerra: eliminare Hamas, liberare tutti gli ostaggi e garantire che Gaza non rappresenti più una minaccia per lo Stato di Israele. Continueremo fino alla fine, fino alla vittoria. Nulla ci fermerà e siamo convinti di avere la forza, la volontà e la determinazione necessarie per raggiungere tutti gli obiettivi della guerra, e ci riusciremo”. La risposta iniziale di Israele all’attacco di Ḥamās del 7 ottobre è stata quella di interrompere elettricità, cibo, medicine e acqua nell’intera area. Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant l’aveva detto: “niente elettricità, niente cibo, niente carburante, tutto sarà chiuso. Ho ordinato un assedio completo alla Striscia di Gaza” a cui si aggiungerà anche l’acqua. Poi aggiunge: “Stiamo combattendo animali umani, ci comportiamo di conseguenza’”. Le forze IDF intensificano la risposta militare espandendo le attività di terra nel nord della Striscia di Gaza impedendo alle di ambulanze di raggiungere i pazienti negli ospedali, evacuarli dalle strutture mediche sotto attacco e trovare un rifugio sicuro. “Gaza è diventato un cimitero per migliaia di bambini” dichiara il portavoce dell’Unicef James Elder”, l’ONU denuncia che la conta dei morti si fa sempre più difficile. L’Oms parla di "Catastrofe sanitaria". Il 26 ottobre l’Italia si astiene alla prima risoluzione dell’ONU che chiedeva una tregua umanitaria. In seguito Italia e Germania dimostreranno la loro piena fedeltà e solidarietà a Israele anche in presenza, sin dal 2024, di due mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità e crimine di guerra verso Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant: entrambi hanno agito consapevolmente per l’impedimento deliberato dei soccorsi violando il diritto internazionale umanitario. Mustafā Barghūthī, fondatore del partito Iniziativa Nazionale Palestinese e parente di Marwān Barghūthī, simbolo di resistenza in carcere dal 15 aprile 2002, riprendendo la frase del giornalista israeliano Gideon Levy, “Netanyahu non vuole la pace”, in un intervento su France 24 del 5 febbraio 2024 ha sostenuto che “Israele non sta cercando di distruggere Hamas, sta cercando di distruggere il popolo palestinese”. Per quanto il presidente americano Joe Biden, dopo l’attacco del 7 ottobre, abbia cercato di assumere un ruolo di mediatore nel conflitto, ha continuato a inviare armi permettendo a IDF di colpire Hamas in aree densamente popolate, e a chiedere il cessate il fuoco continuando contemporaneamente a sostenere il diritto di Israele all’autodifesa. Di fronte alle manifestazioni e alle occupazioni nei campus universitari contro Israele, agli sgomberi con la forza delle tendopoli e agli arresti, Biden ha affermato “Non siamo una nazione autoritaria in cui mettiamo a tacere le persone o reprimiamo il dissenso, ma non siamo nemmeno un paese senza legge. Siamo una società civile e l’ordine deve prevalere". Tuttavia sebbene vi sia una legge federale, la Foreign Assistance Act (FAA), che vieta l’assistenza e la vendita di armi leggere (fucili, pistole mitragliatrici, ecc.) a qualsiasi governo che si renda responsabile di violazioni dei diritti umani, è certo che armi americane sono finite in mano ai coloni israeliani. I movimenti contro un genocidio annunciato Sin dai primi bombardamenti su Gaza, l’onda della contestazione ha riempito le strade di tutto il mondo, Italia compresa. Bisognava quindi prepararsi tenendo separati due piani: uno teorico, ricostruire la storia della resistenza palestinese, e uno più pratico, ogni realtà si sarebbe autorganizzata per decidere come aiutare a porre fine al genocidio in atto. Per avere una forza e una visibilità maggiore sono state organizzate, dal 2024 ad oggi, giornate mondiali con manifestazioni, scioperi, dibattiti e iniziative come le missioni della Global Sumud Flotilla via mare e via terra (Land Convoy). Accanto a questi momenti o percorsi unitari, per evitare lo sfaldamento che pure è stato intermittente, le diverse modalità di intervento e di analisi hanno permesso una certa continuità. I governi che si sono resi complici del governo israeliano hanno reagito alle proteste del movimento usando la tattica dello screditamento e criminalizzazione. La maggioranza dei media occidentali hanno fatto la loro parte creando una narrazione a favore di Israele fornendo un quadro della realtà parziale e di parte. Un ruolo importante nella conoscenza degli accadimenti effettivi, e contro la manipolazione dei fatti, l’hanno avuto (e hanno ancora) figure importanti come Omar Barghouti, intellettuale palestinese difensore dei diritti umani, co-fondatore del movimento internazionale BDS e impegnato a parlare della resistenza palestinese, e Francesca Albanese, giurista e Relatrice Speciale ONU sui Territori Palestinesi Occupati, che ha denunciato l’uso dei doppi standard nell’applicazione del diritto internazionale, e l’occupazione israeliana trasformata in un sistema di "economia del genocidio". Preziosissimo è stato il lavoro svolto dai coraggiosi giornalisti palestinesi. Sono stati i testimoni delle atrocità compiute dalla IDF (Israel Defense Forces) e dai coloni a Gaza e in Cisgiordania. Gli attacchi israeliani sono stati i più mortali anche per loro. Secondo il rapporto del Committee to Protect Journalists (CPJ) dall’inizio dell’invasione dell’ottobre 2023, il bilancio ha superato le 200 vittime. Al-Kheetan, portavoce dell’OHCHR, ha ricordato che colpire giornalisti e strutture mediche è vietato dal diritto internazionale umanitario. Al Washington Post IDF ha risposto che non colpisce intenzionalmente i giornalisti o i loro familiari: “Qualsiasi accusa di danno intenzionale ai civili, compresi i familiari dei giornalisti a causa della loro attività professionale, è completamente falsa”. L’impegno testardo di chi continua a testimoniare la realtà di Gaza e della Cisgiordania e le complicità dei governi nel genocidio in atto, ha spinto ambiti del movimento a produrre dossier e bollettini finalizzati alla ricostruzione delle collaborazioni, iniziando dal proprio contesto. È stata questa capacità di realizzare inchieste, organizzare manifestazioni e azioni mirate, a muovere la macchina da guerra di Israele nella sua specializzazione più invasiva e redditizia: la tecnologia militare e di controllo. Israele è un luogo dove la sorveglianza è capillare e riguarda sia il popolo israeliano sia quello dei Territori occupati. Inoltre l‘esportazione di sistemi d’arma in questi ultimi anni è aumentata. Il tema inerente la colonizzazione e la politica della sorveglianza in Israele è stato ampiamente studiato dal sociologo palestinese Elia T. Zureik. In “Strategies of Surveillance: The Israeli Gaze”. Il sociologo ha sostenuto che il colonialismo faccia perno su violenza, territorio e controllo della popolazione. Prendendo in considerazione anche tutto il dibattito teorico intorno agli studi di Foucault, ha analizzato l’intreccio tra sicurezza, territorio e popolazione come terreno della biopolitica. La descrizione delle pratiche di sorveglianza israeliane spazia da quelle tradizionali con l’utilizzo di reti di spionaggio, collaboratori e informatori palestinesi, alla sorveglianza tecnologica. Strumenti utilizzati sempre e comunque contro il dissenso organizzato e contro l’opposizione al dominio coloniale. Da sottolineare che per gli individui ritenuti pericolosi dallo Stato, non era previsto alcun giusto processo. Situazione che è peggiorata negli anni stando alle denunce di più organizzazioni. La cooperazione fra Italia e Israele sul tema in materia di pubblica sicurezza e intelligence, terrorismo, cybercrimine e tecnologie di sicurezza, è regolata da accordi bilaterali. In occasione delle manifestazioni del 22 settembre 2025 l’Unione europea ha criticato Italia e Israele perché "La Commissione si oppone a qualsiasi tentativo di minaccia o intimidazione straniera sul territorio sovrano degli Stati membri", e Israele non fa eccezione”. Nel report, pubblicato dal ministero per gli Affari della diaspora e per la Lotta all’antisemitismo, sono indicati dettagli di luoghi, orari, livello di pericolosità dei presidi e le manifestazioni di Milano, Venezia, Napoli e Roma come quelle con il più alto livello di pericolosità. Fra i collettivi schedati vi sono quelli universitari, giovani palestinesi, Global Movement to Gaza, reti di città per la Palestina, lavoratori ex Gkn, ecc. Il tema della repressione diventa necessariamente centrale non solo nel dibattito politico-giuridico: Sicurezza o ordine pubblico ideale?, ma anche nel movimento per capire come tutelarsi. Per documentare la repressione attuata nei confronti dei manifestanti è nato The European Legal Support Center (ELSC) perché sempre di più attivisti, lavoratori, studenti o semplicemente appartenenti alla società civile, hanno bisogno di un supporto legale. Studentə per la Palestina Sono stati fra i primi a organizzarsi svolgendo un lavoro di informazione sulla storia del popolo palestinese. Privilegiando voci palestinesi, hanno rifiutato la narrazione che enfatizza la data del 7 ottobre 2023 come l’inizio di una guerra definita spartiacque nel conflitto israelo-palestinese. Piuttosto viene presa la Nakba del 1948 come elemento di inizio del genocidio. Con i bombardamenti emerge l’esigenza di mobilitarsi. A novembre in concomitanza di uno sciopero generale della scuola sulla legge di bilancio, scendono in piazza studenti medi e universitari, docenti e ricercatori, anche in solidarietà con il popolo palestinese e contro il governo italiano complice di stragi continue a Gaza. Giornali e televisioni hanno descritto le proteste dei manifestanti scegliendo immagini e titoli allarmanti per orientare l’opinione pubblica a favore del governo italiano e dello Stato di Israele. I primi ad essere colpiti dalla violenza poliziesca sono i giovanissimi. Durante i cortei di Firenze e Pisa le forze dell’ordine hanno manganellato soprattutto i minorenni. Con modalità diverse anche il corpo docente viene intimidito e censurato se esprime solidarietà al popolo palestinese attraverso ispezioni e circolari Valditara. È stato il ministro dell’istruzione e del merito Valditara, in piena sintonia con Meloni, a far capire velocemente che il governo avrebbe affidato alle istituzioni disciplinari (reclusione e formazione) e agli apparati di polizia, il ruolo centrale nelle attività di sicurezza, ordine e moralità. Un momento particolarmente significativo per le Università di tutto il mondo è stato l’inizio dell’intifada studentesca: non solo occupazioni e scioperi, ma la decisione di piantare tende, le Acampade, luoghi aperti dove studenti, docenti e sindacati di base (principalmente) potevano avviare dibattiti e decidere di chiedere ai Rettori la fine degli accordi con le Università israeliane e con le aziende belliche. Negli incontri che hanno coinvolto anche i ricercatori (sempre più precari), sono emersi più elementi: accordi fra università e aziende belliche hanno un vincolo di segretezza, il termine dual-use viene usato per nascondere la natura militare di una ricerca, la centralità delle nuove tecnologie (intelligenza artificiale, calcolo quantistico, ecc.) nei nuovi sistemi d’arma e nelle nuove guerre. È poi emersa l’urgenza di mobilitarsi contro il riarmo europeo e per la difesa dei fondi pubblici all’istruzione. Tutti fattori che concorrono a peggiorare il clima di crisi globale che non esclude la possibilità di uno scontro nucleare anche solo regionale. Vi sono stati anche momenti di incontro fra studenti e lavoratori, avendo l’obiettivo comune di mettere in discussione non solo l’ingerenza delle aziende della difesa nelle Università, ma anche la strategia di Leonardo Spa e Fincantieri di far crescere il settore della difesa a scapito di quello civile. La pratica di incrociare inchiesta e azione politica ha coinvolto più campi. A partire dai portuali, che a febbraio 2026 hanno proclamato una giornata internazionale di azione nei porti europei, tappa della campagna basta rifornimenti e in ultimo con il sostegno alla Global Sumud Flotilla. Dai ferrovieri che nei loro bollettini si spingono oltre il confine nazionale per percorre le vie e i punti nevralgici di una Europa che si prepara alla guerra. E dalla necessità di capire l’importanza strategica della logistica per la guerra, che sta militarizzando l’intero territorio per agevolare lo spostamento di militari via terra e via mare in Europa, e il materiale bellico, che deve partire per arrivare laddove verrà usato. Reti, coordinamenti, spazi sociali, sindacati, ong e partiti propal Dalla Nakba ad oggi sono 78 anni di resistenza palestinese. L’alleanza Trump-Netanyahu non poteva tollerare che la terra palestinese, Gaza e Gisgiordania, avesse una legittimità estranea ai loro valori. La loro visione del nuovo ordine mondiale prevede alleanze stabili e reciprocamente vantaggiose, ma possono avvenire solo fra Stati-nazione che abbiano una reale entità politica e autonoma. Secondo questa teoria, la distruzione del territorio palestinese deve essere totale e l’azione militare divenire misura di sicurezza radicale, preventiva. Tuttavia i Giovani Palestinesi sono un esempio eccezionale di resistenza (sumud), rivendicazione e capacità di agire in grado di sfidare la narrazione che vuole disumanizzare e demonizzare un popolo. Ci hanno documentato lo stato della popolazione a Gaza e in Cisgiordania, la devastazione, gli attentati e i crimini di guerra. Ciononostante vogliono anche comunicarci la speranza di “persone che si aggrappano ancora a frammenti: condividono il cibo, pregano insieme, scrivono a lume di candela. Anche nello sfollamento e nel dolore, c’è una forte volontà di vivere e di resistere aggrappandosi a quel poco di normalità che rimane” (Noi non siamo numeri. Le voci dei giovani di Gaza). Èiniziata nei social media e in più ambienti la possibilità di vedere filmati e leggere testimonianze, superando quella che si può chiamare guerra digitale messa in atto da Netanyahu e Trump. Il Centro arabo per la promozione dei social media, ha denunciato nel rapporto “Cancellati e soppressi: testimonianze palestinesi sulla censura di Meta” una censura che Meta ha messo in atto verso i contenuti palestinesi mentre ha lasciato passare contenuti d’odio nei loro confronti. A Gaza, dopo aver tagliato le reti idriche, i valichi per l’importazione di merci e carburanti, sono stati bombardati ospedali e strutture mediche. La rete internazionale dei Sanitari per Gaza, operatori sanitari partiti dalla Palestina, è diventata una realtà indispensabile per testimoniare la distruzione del sistema sanitari, componente essenziale per attuare il genocidio dei palestinesi. Una miriade di reti locali e nazionali hanno attivato iniziative e campagne di solidarietà e supporto umanitario dedicate ai rifugiati. In particolare la scuola per la pace piemontese si è impegnata, accogliendo la proposta di Mosbah Al-Halabi, a sostenere il progetto del Campo Bambini Orfani nel Nord di Gaza. Un nuovo rapporto dell’ONU ha denunciato che “i bambini palestinesi sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi dalle forze di sicurezza israeliane”. Ai morti e ai feriti si devono sommare i bambini vittime di separazioni, sfollamenti forzati, fame e mancanza di accesso all’istruzione e alla sanità. Al peggioramento delle condizioni dei gazawi costretti a sfollamenti forzati di massa, si è vista una estremizzazione del linguaggio della stampa e media italiani per descrivere le manifestazioni in Italia. In quella organizzata a Roma il 5 ottobre 2024 ci sono stati tafferugli tra manifestanti e polizia con l’arresto, dopo una carica delle forze dell’ordine, di uno studente di 24 anni accusato di aver aggredito un funzionario della Digos. Per sostenere l’accusa, gli agenti hanno prodotto una serie di screenshots estratti da un video, mentre una contro-inchiesta di Index, ong indipendente che pubblica inchieste e rapporti sulle violenze di Stato, ha smentito tale versione dopo una accurata analisi dei video. Una azione definita radicale è quella messa in atto dagli attivisti di Extinction Rebellion nel marzo 2025: saliti sulla ciminiera della sede di Leonardo in corso Francia, hanno realizzato una grande scritta, “Life Not War” e srotolato uno striscione: “La guerra parte da qui”. L’azienda è accusata dal movimento di essere responsabile, insieme al governo, della vendita di armi impiegate in aree di conflitto. Oggi quella azione denunciata dall’azienda è stata archiviata perché non c’era violenza e “il messaggio veicolato era positivo e volto a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla pace e il disarmo”. Peraltro il 26 gennaio 2024 la Corte internazionale di giustizia aveva ordinato a Israele di prevenire atti di genocidio a Gaza. Nella relazione viene inoltre ritenuto qualificabile come complicità e concorso nel delitto, il sostegno non solo materiale agli autori del genocidio. Su questa base, il gruppo Giuristi e Avvocati per la Palestina ha presentato una denuncia alla Corte Penale Internazionale con la richiesta di indagare il ruolo del Governo italiano perché continua a mantenere una cooperazione militare, economica e diplomatica con Israele. “In nome della legge giù le armi, Leonardo” è invece una causa civile intentata al Tribunale civile di Roma. Più associazioni hanno deciso di portare in tribunale Leonardo Spa e lo Stato italiano per chiedere di dichiarare nulli i contratti di vendita e fornitura d’armi stipulati con Israele. Iniziative che hanno avuto un grande supporto dalla deputata Stefania Ascari, più volte indicata dalla destra come antisemita, e vicina a presunti terroristi, perché troppo attiva e vicina alla causa palestinese. La prima con i Fabio Marcelli, Domenico Gallo e Gianluca Vitale, la seconda con la presenza del responsabile embargo del BDS per presentare un dossier su Leonardo e le sue relazioni con Israele. Nell’estate del 2025 c’è stata la partenza della Global Sumud Flotilla, missione che ha unito 44 paesi con circa 50 barche, allo scopo di portare aiuti e rompere il blocco navale e l’assedio su Gaza. È in questo clima di immobilismo totale dei governi occidentali, di Israele che continua a uccidere giornalisti e impedire l’ingresso degli aiuti umanitari, che comincia l’ennesima denigrazione della stampa con l’accusa alla Flotilla di essere finanziata da Hamas. Il 22 agosto, pochi giorni prima della partenza, l’ONU aveva dichiarato ufficialmente lo stato di carestia a Gaza: più di mezzo milione di persone si trovavano in uno stato “catastrofico a causa dell’ostruzionismo israeliano”. A Genova i lavoratori del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp), insieme al sindacato di base USB, proclamano uno sciopero generale nazionale per il 22 settembre 2025 a sostegno della missione umanitaria Global Sumud Flottilla. In circa 80 città centinaia di migliaia di persone partecipano ai cortei, blocchi stradali, ferroviari e portuali in maniera pacifica. Eppure le principali testate giornalistiche si soffermeranno sugli scontri avvenuti nella stazione di Milano accusando i centri sociali e i giovani arabi appellandoli delinquenti per Gaza. La premier Meloni parlerà di scene indegne, di violenze e distruzioni e di 60 (numero magico) agenti feriti. Non manca di definire la missione umanitaria della Global Sumud Flotilla una “iniziativa pericolosa e irresponsabile finalizzata a creare problemi al governo”. È d’accordo con l’amico Netanyahu quando afferma che il riconoscimento della Palestina di vari Paesi occidentali è un “premio al terrorismo”. E non riconoscere lo Stato di Palestina. Nel maggio 2026, di fronte all’assalto di 22 barche al largo dell’isola di Creta da parte delle Forze IDF e alle torture subite dagli attivisti della Flotilla, la premier insieme alla Germania chiede a Israele “un gesto di buona volontà”. In una intervista il filosofo Étienne Baribar parla della dicotomia che divide le posizioni della Flotilla e degli Stati di fronte al genocidio di Gaza: la prima ha fatto vedere ciò che è intollerabile a Gaza, i secondi l’ipocrisia degli Stati che invocano l’apertura di Gaza agli aiuti internazionali d’urgenza e poi si rifiutano di agire in coerenza con le proprie parole. Convergere – Salpare – Insorgere La stupenda opera che la street artist Laika ha donato al Collettivo di Fabbrica ex GKN per i loro 5 anni di lotta, racconta la convergenza delle lotte tra terra e mare: tra chi difende il lavoro dignitoso e costruisce un’alternativa ecologica dal basso, chi salva vite nel Mediterraneo e chi rompe l’assedio di Gaza con la Flotilla. Esperienze accomunate dallo stesso principio: il mutuo soccorso. Scrivono i lavoratori: “L’opera è stata proiettata sui palazzi istituzionali, sulla ex Gkn che è occupata dagli affari immobiliari, sulla Leonardo, lungo il nostro fiume, sulla nostra storia. La convergenza è il nostro spazio ed è l’unico modo per affrontare il nostro tempo. Non è un caso che chi salva vite in mare venga criminalizzato, così come chi presidia una fabbrica per difendere il lavoro e costruisce una alternativa che farebbe vacillare il modello capitalista dominante”. A settembre 2026 salpa il progetto di reindustrializzazione: “Salpiamo contro il riarmo!” Il Collettivo di fabbrica, i tecnici e gli esperti solidali, i soci finanziatori riuniti in assemblea hanno deciso di non aspettare più l’aiuto di un intervento pubblico, mai arrivato.
- clan milieu
Complici: Gianfranco Pancino tra poesia e rivoluzione Lettura critica in dialogo con l’autore (2/2) Antonio Brech Se il titolo-tema Complici fa da stratificato fil rouge alla raccolta di Gianfranco Pancino, vi sono alcune altre parole su cui è necessario porre l’attenzione, proprio in forza del manifesto di poetica che apre il libro. Le parole della poesia «Noto che abbiamo una sensibilità poetica molto vicina, perché i miei due riferimenti della poesia italiana, a parte Dante, che rimane un fulcro essenziale, sono Leopardi e Montale». Malgrado una lettura (anche) politica di Complici sia quasi un passaggio obbligato, la qualità che rende viva la parola di Pancino è la scelta di parole immortali, che vengono dai grandi temi della vita e non direttamente dalla tradizione della poesia civile, che spesso si storicizza e, per così dire, scade. A occupare la pagina con rinnovato vigore sono parole come libertà, rabbia, amore, vita, infinito, tempo, tutto, nulla... In questo i modelli hanno sicuramente giocato un ruolo strategico: sono i classici, e su tutti la terna Dante-Leopardi-Montale. Il primo, ghibellin fuggiasco, è d’altronde l’esule per eccellenza in cui rispecchiarsi, nonché il poeta più creativo nel riformare la lingua; il secondo è il poeta della Natura nel senso più alto, tanto poetico quanto scientifico e filosofico, in Complici se ne sente fortemente l’eco; il terzo – «mio amato poeta», (1) scrive ricordandolo nell’autobiografia Ricordi a piede libero, che in limine presenta proprio una citazione montaliana – è stato oggetto di una conferenza tenuta da Pancino quando, in Messico, è stato professore di italiano e linguistica al Dipartimento di Italiano della Facoltà di Lingue dell’Universidad Nacional Autónoma de México. Oltre ai classici della letteratura patria, nella raccolta vi sono più o meno espliciti richiami a Baudelaire e a Neruda, ma si sente vibrare anche una vena mediterranea (si è già parlato di grecità nella nostra 1^ parte) che va dall’Omero dell’Odissea fino al Kavafis di Itaca (e proprio Itaca era il titolo che Pancino avrebbe voluto dare alla propria autobiografia). Sono poi citati, inevitabilmente affratellati, i poeti esuli: il francese Saint-John Perse (1887-1975, Nobel nel 1960), il guatemalteco Miguel Asturias (1899-1974, Nobel nel 1967), l’uruguaiano Mario Benedetti (1920-2009). Questo florilegio di modelli e il piacere della parola insito nella sua poesia confermano una dichiarazione che Pancino fa nei Ricordi a piede libero: «A me piace l’armonia. Sono piuttosto di gusti classici». (2) Eppure ciò non gli vieta, poco dopo, di fare un «elogio dell’eccesso» citando d’obbligo Dostoevskij: «Si può cercare l’armonia, quando le disuguaglianze creano un profilo difforme del mondo? (...) Non è possibile. “Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità”: Ivan Karamazov ha ragione». (3) In coerenza con questo spirito, che è lo stesso che soggiace al carattere di Gianfranco Pancino, che si riflette in ogni snodo della sua vita o, meglio, delle sue «tre vite», (4) anche la poesia di Complici oscilla tra armonia ed eccesso. Come nel bel gioco verticale dell’ultima strofa di Palenque, titolo-toponimo che riassume un’esperienza panica dentro le viscere più profonde del paesaggio messicano: «Palenque rovinata in un groviglio di cuori verdi ci mostri i parassiti lussureggianti intorno ai tronchi più alti e sopra sempre più presso al sole i liberi rami dalle libere foglie». (5) Non è poi, questa oscillazione, una proprietà fondamentale di tutto ciò che chiamiamo “natura”? E infatti il protagonismo della natura è pervasivo nelle poesie: «La natura c’è perché io mi sono sempre sentito parte della natura, dalle poesie più giovanili, adolescenziali; inoltre la metafora, che è il mio strumento poetico maggiore, quale migliore materiale può trovare di tutte le sfumature sia dolci sia violente che ci sono nella natura?». Un connubio esemplare di rapporto con la natura e i suoi elementi, compreso l’umano, e la potenza allusiva di un linguaggio metaforico ma mai astratto, si trova in una bellissima poesia della sezione Corrispondenze: «Non ci libera il mare coi suoi suburbi lussuriosi d’allusioni e di silenzi e l’anfiteatro aperto della sua voce. Non ci libera il marené la stradaaperta dalle stelle tra le palme. Attorno al fuocosi smagliano le reti di parole e di silenzi. Non ci salva la nottecon i suoi campi vuotie l’inquietante abbraccio che ci appressa intornoal calore dei nostri sguardi. Né la poesia ci salva dal seguire sghembi sui nostri cammini quando l’anima ha le ali bagnate e vola rasente al gorgo al cui fondo il vuoto macina il tempo» (6). Io, Ulisse Uno dei bacini metaforici più solidi di Complici attinge dal mito greco, filtrato attraverso l’Inferno dantesco e la propria esperienza autobiografica, in molta parte mossa dal sentimento che pervade l’Odissea, la nostalgia (e Canti della nostalgia è proprio il titolo del Secondo volume della raccolta, quello scritto in esilio): «Ulisse è un personaggio centrale nella mia storia, nella mia coscienza, nella mia cultura, e infatti il titolo sul manoscritto della mia autobiografia non era Ricordi a piede libero: era Itaca. Ulisse l’ho anche usato in una poesia, quando dico che “in un’epoca che ha sconfitto gli eroi / è vano aspettare il ritorno di Ulisse”. Il mio Ulisse è l’Ulisse dantesco: è l’eroe che affronta qualsiasi pericolo per aumentare la sua conoscenza, per capire il mondo e gli uomini, ed è quindi una figura che mi ha inseguito per tutta la mia vita.» La poesia citata da Pancino è, non a caso, Latitanza, contenuta nella seconda sezione del libro, La ragnatela dei giorni: una riflessione lucida a dieci anni dal ’68, mentre vive nella solitudine, in «questa stanza oblunga, / come una bara ai miei desideri» che però «difende la mia libertà». (7). Nella dedica iniziale del libro – «A Luciano e ai complici del folle volo» – il rimando all’Ulisse di Dante era già esplicito e il sapore dolceamaro delle sue annose peregrinazioni ritornava anche in quelle atmosfere respirate in una delle prime poesie della raccolta, Tinos (di cui scrivevo nella 1^ parte). Il canto XXVI dell’Inferno era stato citato da Pancino anche in un luogo notevole dei Ricordi a piede libero: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», (8) si legge sulla soglia della parte dedicata alla “terza vita” quando, dopo la parentesi in Messico, inizia l’esilio in Francia (1982-2008). La terzina celeberrima – tra le citazioni più usate e abusate di sempre, spesso con un fraintendimento che deriva dalla sua estrapolazione dal contesto originale – fa parte della «orazion picciola» per cui Dante accusa il persuasore Ulisse di avere ingannato i propri «compagni», che potremmo erroneamente interpretare come sinonimo di «complici». In tal senso, si potrebbe ipotizzare che anche le parole contenute in Complici abbiano le tonalità, specie in alcune poesie del Secondo volume, di una «orazion picciola»: andando a guardare l’esito della rivoluzione – di cui l’autore è fin da subito consapevole, se lo ritiene un «folle volo» – allora Pancino potrebbe considerarsi un consigliere fraudolento? «I compagni in prigione sono stati un fardello quasi insopportabile da portare per tutti i primi anni di esilio: io ero libero al contrario di alcuni compagni di lotta (quelli con cui cerchi di sviluppare un progetto rivoluzionario), tra cui ci sono anche gli amici (quelli con cui hai un’affinità elettiva, un’affinità di sensibilità per cui ti sono particolarmente cari), con gli uni condividi il progetto e con gli altri condividi la vita. Molti di questi miei amici erano in prigione: l’idea che me ne ero andato dall’Italia, che loro fossero in prigione e così via mi era quasi insopportabile, e per questo ho scritto varie poesie su questo o rivolte a loro, come Su una lettera dalla prigione che parla di serenità, che ho scritto dopo che ci è arrivata una lettera di un compagno, un amico che era in prigione e che stranamente aveva delle parole di speranza, di serenità. Quindi io ho continuato con la mia poesia il dialogo con queste persone che non potevo più vedere». La risposta all’interrogativo è no. La differenza tra Pancino e Ulisse è qui sostanziale: lo status dei compagni di lotta è da intendere in senso comunista, dunque si tratta di un rapporto tra pari, in cui la parola compagno, amico o complice non nasconde alcun artificio retorico, ma restituisce il suo significato più vero; diversamente, Ulisse non è un pari dei suoi compagni di viaggio, e quando usa termini come frati (fratelli) o compagni è per persuaderli con quegli artifici della retorica che la poesia di Pancino, fin dal testo programmatico introduttivo, dichiara con forza di volere scalfire. Odi et amo: Venezia C’è infine un luogo che da qualche secolo, nella letteratura di ogni tempo e di ogni dove, è metafora per eccellenza: Venezia. E quando sulla pagina di Complici appare il nome di questa città, torna immediato il discorso sull’amore, scandito già nel titolo: Canzone d’amore per Venezia. E se Venezia è la regina del mare, e il mare riflette quello stesso azzurro che in altre poesie è, col mare, negli occhi di Loredana, il gioco metaforico, e metamorfico, è fatto. Ma l’amore per Venezia è più antico dell’incontro con Loredana: sono per Pancino gli anni degli studi e delle prime esperienze di lavoro come medico, sono gli anni dell’amore giovanile con Kit. Una parentesi felice, che solletica il sentimento di Ulisse, la nostalgia, quando Pancino è un esule e Venezia-azzurro-amore prende forma di poesia: «Hai mai guardato in alto sopra i panni stesi e i muri nelle calli di Venezia scrostate tra gli archi di marmo? C’è un lembo di cielo, un azzurro incredibile posato sugli intonaci grigi. Il passante distratto, il turista può credere siano due mondi. Non chi vi è nato o chi ama». (9) La sensibilità straordinaria che Pancino esprime in relazione alla città lagunare cela già, in questo ricordo da lontano, una ulteriore oscillazione cui è destinato il suo pensiero – in quel pendolo armonia-eccesso che è cifra profonda del rapporto sé- mondo – ed è una oscillazione che s’innesta proprio nel rapporto con Venezia, constando di tre fasi: la città amata in gioventù con Kit nei primi anni ’70; quella nostalgicamente ricordata in versi con “amor de lonh”; quella riabbracciata a trent’anni di distanza nel 2008. (10) «La Venezia più bella che ho conosciuto è quella di quand’ero medico all’ospedale Ca’ Giustinian, e l’ho amata, ne ho amato le luci, i riflessi, le ombre – non avevo mai voglia di tornare a casa – e poi l’ho amata nel ricordo: infatti questa poesia è nata in Messico, credo dopo rievocazioni fatte con mia sorella, come un bisogno nostalgico di ritrovare uno dei punti d’attacco che ho avuto quand’ero in Italia. Il ritorno è stato scioccante, perché non ho più trovato la Venezia che conoscevo: ho trovato una Venezia completamente commercializzata, invasa dai turisti; dopodiché poco per volta mi sono riappacificato con la città, però ora non è più quel grande amore, ora è una città in cui mi piace, quando posso, andare a passeggiare, a vedere qualche soffitto di qualche chiesa, ma soprattutto passeggiare nei rioni che non sono ancora invasi dai turisti. Però è un amore che è diventato una simpatia». Venezia, forse per la sua natura anfibia, tra terra e acqua, è sempre stata un termometro dei cambiamenti epocali, e oggi lo è quanto mai: basti pensare al riscaldamento del pianeta e a come Venezia lo subisca in anticipo, nello squilibrio di un delicatissimo ecosistema lagunare, su cui l’uomo è sempre intervenuto chirurgicamente, mantenendone l’armonia: ma oggi è l’eccesso a prevalere, e dunque sono squilibrati anche i provvedimenti che (forse) si dovranno prendere. Nello stesso senso va la vorace erosione della Venezia-città, destinata a farsi sempre più Venezia-museo, Venezia-vetrina, Venezia-parco giochi: la fine della cittadinanza per fare largo al turista, al consumo: allora, la gloriosa capitale della Serenissima subisce una nuova umiliazione peggiore di quella napoleonica, forse anch’essa conseguenza di quella che Paolo Virno chiamava «rivoluzione sconfitta», scrivendo nel 2021 in riferimento alla stessa lotta politica combattuta da Pancino: «Ogni autentica sconfitta, nella guerra civile più o meno latente tra le moderne classi sociali, si traveste in gran fretta da errore, anzi da colpa, dei vinti. (...) sarebbe una sciocchezza, per giunta assai meschina, raffigurare gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso come una collezione di violenze subite, un cocktail di soprusi e persecuzioni, una disperata resistenza all’offensiva di padroni arrembanti. È vero il contrario. Furono gli anni in cui ebbe luogo il primo e unico tentativo di rivoluzione comunista in seno al capitalismo maturo». (11) Con la fine ingloriosa di questa lotta e di qualunque possibilità, anche solo pensata, di alternativa al sistema capitalista occidentale, viviamo oggi la sconfitta di un’idea di bene comune, che vediamo affondare, come Venezia, sotto i nostri occhi, silenziosi e impotenti di fronte a quello che è forse il vero tema. Eppure la poesia di Pancino ci può restituire le priorità con versi che restano, trafiggendo con le sue parole piene il vacuo drago dell’indifferenza: «Ho scoperto così, dopo tanti,che lo sforzo di vivere si chiama amore non so dare per ora altra risposta. Non so dare risposta che non sia ancora amore, che non sia ancora lotta con altre mani per portare il presente verso il futuro, che non sia il risveglio che si conforta nella dolcezza di un altro risveglio». (12) Note 1. G. Pancino, Ricordi a piede libero. L’Autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV, Mimesis, 2024, p. 249 2. Ivi, p. 145. 3. Ibidem. 4. F. Visentin, Da Autonomia Operaia al Nobel per la Medicina: le tre vite di Pancino, «Corriere di Verona», 29 marzo 2024. 5. G. Pancino, Complici. Poesie (1978-1982), Milieu, 2026, p. 83. 6. Ivi, p. 114. 7. Ivi, p. 49. 8. G. Pancino, Ricordi a piede libero, cit., p. 275 9. Id., Complici, cit., pp. 76-77. 10. Cfr. Id., Ricordi a piede libero, cit., p. 57. 11. P. Virno, Mattarella e il passato oppresso. Se le lotte del presente riscattano una rivoluzione sconfitta, «DinamoPress», 5 luglio 2021, https://www.dinamopress.it/news/mattarella-e-il-passato-oppresso-se-le- lotte-del-presente-riscattano-una-rivoluzione-sconfitta/ 12. G. Pancino, Complici, cit., p. 32. Pubblicato su finnegans.it il 13 luglio 2026. Paolo Steffan è poeta e critico letterario.
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Complici: Gianfranco Pancino tra poesia e rivoluzione Lettura critica in dialogo con l’autore (1/2) Sergio Bianchi Complici è il titolo di un libro pubblicato a febbraio 2026 per Milieu edizioni da Gianfranco Pancino, che, come si legge sulla bandella, è noto alle cronache come «medico e biologo di fama internazionale per i suoi studi sull’HIV», oltre che per avere «partecipato attivamente ai movimenti antagonisti nel decennio 1968-78», quando «ha contribuito alla fondazione dell’Autonomia operaia a Milano», esperienza a seguito della quale è stato «costretto alla clandestinità e poi all’esilio a causa di mandati di cattura per le sue attività politiche». Cosa ha a che vedere tutto ciò con la poesia? «La poesia ha abitato nelle mie dita prolungandole in riflessi di salici in correnti d’anima e perspicaci ali di piccione» (1) Proprio nei duri anni spesi tra la clandestinità e la prima fase di un lungo esilio – il sottotitolo del libro è Poesie (1978-1982), chiara esplicitazione del lasso temporale in cui la scrittura ha avuto luogo – Pancino ha dato infatti forma ai due ampli cicli di versi di cui la raccolta Complici si struttura: Primo volume: diviso in tre sezioni ─ Dove finisce l’arcobaleno (8 testi), La ragnatela dei giorni (7 testi), La città e la poesia (8 testi) ─ ospita le poesie della latitanza; Secondo volume: diviso in due sezioni – I Canti della nostalgia (8 testi) e Corrispondenze (14 testi) – ospita le poesie dell’esilio; Maria: prosimetro collocato in appendice alla raccolta, è un testo autonomo ma nato nel periodo messicano e datato 1-3 febbraio 1980. Anteposta ai due volumi c’è una prosa introduttiva, La poesia, uno scritto di poetica coevo ai versi (Messico 1981), prezioso nel tracciare la linea di un pensiero che si fa parola, in un periodo di grandi cambiamenti per la poesia italiana, in un’evoluzione che porta i poeti contemporanei a collocarsi, secondo Enrico Testa, «dopo la lirica»: mentre grandi rivolgimenti cambiano la cultura, la società, la politica, la poesia viene rivoluzionata «soprattutto sul piano linguistico» (2). Ed è proprio sulla lingua che subito s’incentra la questione fondamentale, quasi scientifica, che pone Gianfranco Pancino nell’incipit della sua prosa: «Esiste la possibilità di riconsegnare alla parola il suo ruolo primario di comunicazione?». (3) La dimostrazione che questa possibilità c’è sembra essere nella natura stessa della sua scrittura in versi, che è attuazione delle sue linee- guida, nelle quali Pancino prende atto di quanto la parola abbia perso di significato, perché a forza di caricarsene se ne è trovata svuotata: sembra così denunciare la deriva capitalistica della parola stessa, e di quella poetica in particolare, esposta a un consumo che la mette in forte crisi, smentendo implicitamente la definizione che Pasolini aveva dato della poesia pochi anni prima: «Non possiamo parlare, in realtà, di poesia come di merce, cioè io produco (...) ed è vero, ma io produco una merce che è in realtà inconsumabile». (4) Pancino allora rivendica la necessità che, in sintonia coi movimenti rivoluzionari di cui è animatore di spicco, si arrivi a conquistare l’obiettivo di «una parola che sia di per sé messaggio», perché «cercare la sintesi tra parola e messaggio è forse possibile, certo necessario». (5) Ed è in fondo ciò che, negli stessi anni, stavano riuscendo a fare poeti italiani mai antologizzati, del tutto esclusi dal canone di quel periodo, ma che col tempo hanno crescentemente mosso il mio interesse, proprio per un principio che vige all’interno della loro produzione, così vicina alla necessità pronunciata da Pancino. Penso al poeta-operaio Ferruccio Brugnaro, con poesie ciclostilate che sono voce senza filtri del suo «corpo collettivo». (6) Penso alla poesia di Primo Levi, materia viva di un corpo-psiche che non la compone, ma la secerne come un’urgenza biologica. (7) Penso a Edith Bruck, così «istintiva e piena, tanto nel vivere che nello scrivere» dei «versi vissuti». (8) Non so se questi autori si collochino «dopo la lirica» (questione forse di relativo interesse), certamente si collocano dentro la vita: «Tentiamo un linguaggio che tenda alla simbiosi totale fra segno e significato, ─ aggiunge ancora Pancino ─ un segno che possa espandere il significato attraverso la propria plurivalenza e il significato che renda più penetrante quel segno. Leggendo una poesia non si dovrebbe poter fare un riassunto, né cantare una melodiosa o suggestiva o provocante musica, ma sentire ogni parola, ogni verso definire uno spazio in cui la fantasia può vagare diretta solo dal faro dell’espressione». (9) Mettere la ragione alla guida della fantasia, ponendo fine a un conflitto tra scienza e arte, tra logica e passione: arrivando dunque a una sintesi tra sogno e realtà, tanto nell’agire politico che in quello poetico, perché in fondo sono due volti del medesimo problema. Di tutto ciò danno prova le poesie contenute in Complici, talvolta con ulteriori dirette dichiarazioni di poetica, come nell’ultimo testo del Primo volume, intitolato Discorso sulla poesia, di cui cito una strofe significativa, che le riconosce una natura sociale, comunitaria e non elitaria: «La poesia non è dei poeti ma degli uomini che raccolgono la pioggia per viverne i riflessi e la declamano nei giorni di sole, degli uomini che si sbracciano per farsi udire nel gran rumore della vita, nell’unico silenzio della morte: è degli uomini!». (10) Sulla scorta di questi indizi, dedico a Complici un percorso tematico in due puntate, nel quale interverrà (tra virgolette e in corsivo) la voce fresca dello stesso Gianfranco Pancino, con cui ho avuto il piacere di conversare in video il 17 giugno 2026. Questione di complicità Complici non è solo il titolo: è il tema profondo di tutto il libro. La dedica stessa è «a Luciano e ai complici del folle volo». Il termine – specie se si conosce la vita di Pancino, che l’ha raccontata nella poderosa autobiografia Ricordi a piede libero (Mimesis, 2024) – fa pensare inevitabilmente ai compagni della lotta politica, chi morto chi incarcerato chi esiliato; ma sarebbe una prospettiva esteriore, un punto di vista viziato da trame giudiziarie complesse e controverse, così distanti dalla sostanza di cui si anima lo spirito dell’autore. E difatti, non appena si leggono i primi versi della raccolta, si scopre che questa complicità è il motore – o l’esito – dell’amicizia, della solidarietà, dell’amore. «Complici come titolo di questa raccolta non ha alcun nesso con la legge e con la giurisprudenza: sono i complici di vita. Di fatto, negli anni ’70, nel grande movimento che si era sviluppato, soprattutto di giovani, c’era un grande afflato per cambiare non solo la società, ma il nostro modo di vita, le relazioni fra di noi, e si era sviluppata una simbiosi, una complicità di vita nel compiere questo passaggio esistenziale, perché nello stesso tempo tentavamo di scardinare l’ordine costituito e costruire una nuova società, ma anche cambiare noi stessi e costruire nuove relazioni». Perché allora è così difficile per noi, oggi, afferrare quell’idea di complicità? Che periodo è stato davvero? «È difficile parlare di quel periodo, di cui non c’è una ricostruzione positiva, ragionata, e questo ha delle ragioni storiche ben precise. Quel periodo è stato probabilmente l’unico tentativo rivoluzionario di massa in un paese occidentale dopo la guerra, e lo sviluppo di quel movimento, cominciato come comunicazione tra movimento degli operai e degli studenti, è diventato un enorme movimento che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone e che ha messo in crisi non solo l’autoritarismo, il paternalismo, la scuola, ma il sistema Stato e il sistema dei partiti: quindi ha costituito un reale pericolo per il sistema politico del tempo. Rispetto a questa sollevazione, il Partito comunista invece di tentare di incanalare e di recuperare le rivendicazioni dei giovani, ha deciso di escluderli, ha lanciato una vera campagna contro i movimenti rivoluzionari e ha partecipato attivamente alla loro repressione. Si è formato a livello istituzionale un blocco unito, il sistema di partiti, in cui, a partire dalla teoria del compromesso storico, Democrazia cristiana e Partito comunista hanno riunito intorno a sé gli altri partiti per eliminare questa frangia antagonista importante: in questo conflitto, da parte del movimento si è sviluppato tutto il processo di armamento e, dal ’75 in poi, molti di noi pensavano che non ci fosse più lo spazio politico di confronto, occupato dalla repressione, dai carabinieri, dalla polizia, dai partiti e quindi che l’unica via per sviluppare il nostro progetto rivoluzionario fosse prima quella di difenderci, poi di attaccare con le armi. Questa evoluzione è stata fatale anche al movimento, col senno di poi: perché si sono sviluppate delle frange armate che erano determinate a portare lo scontro – come dicevano le Brigate rosse – al cuore dello Stato, e queste hanno spostato il baricentro da un antagonismo di massa a uno scontro armato tra una piccola minoranza. Una volta che il movimento stesso è entrato in crisi per una fuga in avanti di molti militanti e per la repressione sempre più feroce (con leggi speciali, dalla legge Reale in poi, che hanno aumentato le pene), ci sono stati molti morti e ─ una volta che il movimento è stato militarmente sconfitto, che tra 14 e 16 mila persone sono finite in prigione, che centinaia se non migliaia sono partite in esilio ─ l’establishment, cioè partiti e media, hanno rivisto la storia e l’hanno etichettata “gli anni di piombo”, storcendo completamente quella che era la nostra storia, perché gli anni di piombo erano al limite gli anni ’80-’82, quando il movimento non esisteva più, ma esistevano ancora i residui delle organizzazioni combattenti. Abbiamo cercato in seguito, a varie riprese, di ripensare insieme quel tempo: ma era necessario che non ci fossero i processi di massa e le condanne che ci sono stati: per esempio io ho avuto 5 processi diversi, spesso sugli stessi fatti, sono arrivato ad accumulare 56 anni di condanne e poi si sono ridotte, col processo in appello, fino a diventare 13, comunque moltissimi, e sono durati tutti gli anni Ottanta, le ultime condanne addirittura del ’94, credo, dunque quasi un quindicennio: era estremamente difficile trovare un modo di ricostruire, di rilanciare, di far chiarire la nostra storia. D’altra parte avevamo sviluppato una campagna per l’amnistia o almeno per l’indulto, secondo noi era l’unico modo per tornare a confrontarsi e parlare serenamente della nostra storia: questa via si è rivelata impossibile per l’opposizione strenua del Partito comunista, per cui in effetti, fino agli anni 2000, la storia è stata seppellita nelle prigioni o sotto i fascicoli processuali e nessuno poteva far sentire una voce diversa. E non è un caso che solo da una quindicina d’anni hanno cominciato a uscire testimonianze e libri che ricostruiscono la storia dal nostro punto di vista». I nomi dei complici Ed è grazie ad alcuni complici, parenti amici compagni, se oggi possiamo materialmente leggere il libro di Pancino, quasi mezzo secolo dopo la sua scrittura: «La storia di queste poesie è la storia di questi quarant’anni che sono passati. Riguardano due anni e mezzo di latitanza e i primi due anni di esilio in Messico: nell’81, quando soffrivo i primi gravissimi traumi della sconfitta e dell’esilio, desideravo ardentemente pubblicarle. Io ero ospite di mia sorella e mio cognato con Loredana, mia moglie, e mio figlio Gualtiero, e mia sorella Graziella le ha portate in Italia, a un intellettuale molto conosciuto, più o meno vicino ideologicamente, almeno alle nostre origini, e quest’uomo ha apprezzato molto le poesie e le ha proposte a un editore di poesia, il quale gli ha detto: È assolutamente assurda la tua richiesta, è impossibile pubblicare oggi un libro di qualcuno che è accusato di organizzazione di banda armata, che è latitante e così via. Quindi sono tornate in Messico e me le sono sempre portate con me. Ma, poi è venuta la Francia, lì io e mia moglie, allora mia compagna, abbiamo fatto un enorme sforzo per ricostruire la nostra vita, abbiamo fatto molti lavori diversi, lei ha cambiato lavoro rispetto a quello che faceva a Milano, io sono riuscito a entrare nella ricerca e poi a sviluppare la mia professione di ricercatore, e così le poesie sono rimaste nel cassetto. Quando ho deciso di scrivere la mia autobiografia, nel 2022, i ricordi si affastellavano e soprattutto quello che temevo era di non riuscire a ricostruire quello che io ero all’epoca, di scrivere un libro a posteriori: a questo punto ho tirato fuori queste poesie e quelle che avevo scritto prima, e ho visto che rappresentavano tutti i momenti sia di speranza, sia di sconforto, sia di amore, sia di delusione che avevo vissuto». Pancino temeva tuttavia che, al di là del valore autobiografico, le sue poesie potessero essere inattuali, datate; ma dopo averne pubblicate alcune in Ricordi a piede libero il riscontro positivo è stato decisivo nel confermarne la vitalità: così, ha deciso di riordinarle, con l’aiuto dell’amico Miro Graziotin, e ha trovato nell’editore Milieu la giusta collocazione, a conferma della originaria scaturigine di tutti i vissuti che stanno alla base dei testi: «Come avrai notato, l’editore che ho scelto non è un editore di poesie, ma è un editore politico». Tutto ciò che attiene alla questione fondamentale della complicità e le declinazioni che essa prende di verso in verso nella poesia di Pancino, specie nell’interpellare compagne e compagni, amiche e amici, vivi in spirito anche quando morti nella carne, rinnova la sostanza di una strofe bellissima di Poema del Che Guevara di Manuel Vàsquez Montalbàn, lirica che centona numerose parole del rivoluzionario argentino, resa celebre in Italia nella riduzione e adattamento che ne hanno fatto Flaco Biondini e Francesco Guccini nell’album Ritratti del 2004: «dejadme decirlo el revolucionario verdadero está guiado por grandes sentimientos de amor tiene hijos que no aprenden a llamarle, mujeres que deben ser parte de su sacrificio sus amigos son sus compañeros de la revolución». (11) «Lasciate che lo dica / ma il rivoluzionario quando è vero / è guidato da un grande / sentimento d’amore, / ha dei figli che non riescono a chiamarlo, / mogli che fan parte di quel sacrificio / suoi amici sono compañeros de revolución». (12) Proprio il «sentimento d’amore» è onnipervasivo in Complici, a partire dai versi delicati che Pancino dedica a Loredana, moglie amatissima che «fa parte di quel sacrificio» condiviso: «Quando erano onde i canneti e fremito verde il mare e tu inseguivi l’amore tra i canti del vento, nei tuoi occhi un’isola c’era e un mare e un cielo sempre vicini e sempre al di là di ogni spazio». (13) La poesia da cui cito ha titolo Tinos, un’isola greca delle Cicladi, ed è sottotitolata a Loredana. Ogni volta, o quasi, che Loredana entra in scena appare nei versi anche il mare e sembra improvvisamente che l’io poetante sia abitato dall’azzurro, un azzurro che ha sostanza opposta a quella ossessiva di una celebre lirica di Mallarmé («Je suis hanté. L’Azur! l’Azur! l’Azur! l’Azur!»), (14) perché è un azzurro che salva: e azzurri, ne ero certo già prima che l’autore me ne desse conferma, sono anche gli occhi di Loredana. «Per quanto riguarda il mare e Loredana, le due cose nella mia coscienza vanno insieme perché, nel periodo della latitanza, quando non ci si poteva trovare pubblicamente, abbiamo passato due brevi periodi di vacanze in Grecia: io avevo evidentemente i documenti falsi e così via, e quel periodo è stato molto difficile dal punto di vista psicologico, perché non sono fatto per essere clandestino, sono una persona che ha sempre vissuto con gli altri, quindi quei brevi periodi in Grecia sono stati un’oasi: infatti molte delle immagini mi ritornano da quell’esperienza, c’è ad esempio una poesia che s’intitola La spiaggia, che non è una poesia dedicata a Loredana, però le immagini sono tratte direttamente da una spiaggia che abbiamo visto in Grecia, poi ce n’è un’altra intitolata Tinos, che è ispirata direttamente da un nostro momento d’amore in Grecia». Tinos e La spiaggia sono due testi particolarmente riusciti, nei quali la complicità in amore trae un risalto luminoso. Nella prima, gli occhi e ciò che vedono si unificano, così come «il desiderio e la meta» quando due corpi si fondono, in una dimensione temporale che cerca pienezza e sospensione e sembra sfiorarle, in quell’istante finale: «quando il mio corpo / è giunto a tutto e a nulla». Nei versi di La spiaggia, il gioco ancora panico di Tinos, pur tenendo al centro l’elemento naturale, si eleva, facendosi interrogativo e filosofico: «In quale occulto varco di aria e di tristezza è scritto l’armonioso codice del vento che conduce oltre i confini? Al di qua di pareti nel percorso scritto dal tempo è contenuto il senso del pianto di pelle che mi scende addosso e la pietà struggente per chi nascendo al tempo ha perso il segno dell’infinito». (15) E l’esposizione al lavorio del tempo è anche esposizione alla morte, al lutto di coloro che la clandestinità e l’esilio rendono estranei al desiderio di un incontro, di una parola, di un abbraccio, come nel caso dei fratelli Luciano e Marcello: «Luciano è mio fratello, con cui ho vissuto tutta la prima parte della mia vita, aveva otto anni più di me (che sono nato per sbaglio) ed è stata la persona che ho forse amato più profondamente nella mia vita, e quindi, quando è morto, per me è stata una frattura terribile. Sono riportate alla fine del Secondo volume tre delle poesie che avevo scritto per lui. Mentre io ero clandestino sono morti due fratelli: uno è appunto Luciano, che sono stato a Londra ad assistere negli ultimi due mesi di vita; e l’altro è Rajco, il maestro Marcello che tutti a Valdobbiadene conoscevano, e quando sono tornato nel 2008 e mi presentavano come Pancino, dicevano: Ah, il fratello del maestro Pancino! Gli rivolgo la poesia La seconda morte». La poesia resta dunque come uno dei pochi mezzi per tenere vivo il dialogo interrotto, per la clandestinità prima, per la perdita poi. È allora lo strumento per dire la perfetta simbiosi tra l’anima di Gianfranco e quella di Luciano: «Fratello mio figlio amante non ho ricordo di te perché non so perderti o cambiare in memoria il nostro amore. Camminiamo insieme Luciano dolce nome ripassiamo la nostra vita...». (16) È anche il linguaggio eletto per piangere «la seconda morte» di Rajco-Marcello, ma brindando alla vita sulle colline pampinose di Valdobbiadene: «Fratello ti porti un altro lembo della mia giovinezza fatto di passi per le colline di terra rossa e sole, di nostalgie di rivolta consegnate alle mie speranze (...) La tua vita è finita con l’appassirsi della rosa e con i suoi petali sei tornato alla terra. A te e ai fiori che su te cresceranno, Rajco, levo il bicchiere». (17) Le dimensioni dell’amore, dell’amicizia, della condivisione degli ideali confluiscono nella figura di Kit, a cui è dedicato un testo omonimo nella Seconda parte, il cui sottotitolo è reclusa in un carcere argentino: «Kit è stata la mia prima compagna, poi siamo andati insieme a Milano, in Francia, abbiamo lavorato insieme come medici del lavoro; ci siamo separati già in Italia prima che incontrassi Loredana, ma rimane la persona di cui io ho più fiducia e io sono quella di cui lei ha più fiducia: quando è stata anche lei in esilio, in Argentina, prima arrestata e poi torturata, ho scritto la poesia Kit». «Io so che più che il dolore ti scoppia gli occhi la tristezza la crocifissa nudità di ritrovarti sola con ricordi lungo le spalle con rimpianti». (18) Pur nella tensione, talvolta nel dolore venato di disperazione, la poesia di Complici sa restituire una sensazione di leggerezza nei momenti di abbandono alla bellezza delle cose, nelle parole che sanciscono una inscalfibile certezza di credere negli ideali per i quali si è consumata tanta vita e tanta vita è stata rubata, ma in nome di un noi, cui si rimane legati fino alla morte, oltre la morte. Perciò questa complicità è valsa un tempo degno comunque di essere vissuto, anche dentro la latitanza, anche esiliato oltreoceano: «Ho vissuto intensamente anche in quel periodo per almeno tre ragioni: la prima è che comunque, almeno nel primo anno di clandestinità, perseguivo il progetto rivoluzionario, facendo politica anche da clandestino. Sono stato a Torino un anno, ho partecipato all’organizzazione della rete dell’Autonomia di «Rosso» con operai della Fiat e con studenti di Torino; mantenevo contatti con tutta la rete nazionale, ero convinto di continuare il percorso rivoluzionario in altri modi, nella clandestinità. Queste certezze si sono incrinate nel secondo anno e ci sono parecchie poesie su questo, per esempio Latitanza e Inverno ’78, che mostrano come la crisi del movimento mi colpisse profondamente, cioè fossero dei terribili colpi di frusta o, peggio, dei terremoti che incrinavano il senso di quello che stavo facendo: perché, se io accettavo la clandestinità per fare la rivoluzione e se la rivoluzione non si poteva più fare, a questo punto che senso aveva rimanere nascosto, non vedere i compagni, gli amici, vedere Loredana e il bambino una volta ogni tanto di sotterfugio? Che senso aveva? E quindi la seconda parte della latitanza l’ho vissuta effettivamente in modo angosciato e le ultime poesie lo dimostrano. Le altre due ragioni per cui ho vissuto intensamente quel periodo sono state l’affetto, la vicinanza, il sostegno morale dei compagni di lotta, gli amici, e soprattutto la storia d’amore che stava nascendo e che è fiorita durante la latitanza con Loredana». Note 1. G. Pancino, Complici. Poesie (1978-1982), Milieu, 2026, p. 65. 2. Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a c. di E. Testa, Einaudi, 2005, p. VI. 3. Pancino, op. cit., p. 5. 4. Pasolini Teorema TV. III B facciamo l’appello: Biagi intervista Pasolini, Rai, 1975, consultabile al link: https://www.raiplay.it/video/2022/01/Pasolini-e-la-TV—III-B-facciamo-lappello-Biagi-intervista- Pasolini-4fb80926-9a69-42d4-96c4-f5acc19638cf.html 5. Pancino, op. cit., p. 6. 6. P. Steffan, «Niente mi ha fiaccato». Conversazione con Ferruccio Brugnaro, «Poetarum Silva», 16 marzo 2017, https://poetarumsilva.com/2017/03/16/ferruccio-brugnaro-conversazione-paolo-steffan/ 7. Cfr. P. Levi, Ad ora incerta, Garzanti, 2004, p. 7. 8. P. Steffan, «In agonia in amore», in E. Bruck, Versi vissuti. Poesie (1975-1990), a c. di M. Meschini, EUM, 2018, p. 29. 9. Pancino, op. cit., p. 7. 10. Pancino, op. cit, p. 68. 11. M. Vàsquez Montalbàn, Poema del Che Guevara in Poemas al Che, Instituto del Libro La Habana, Cuba, 1969, p. 79. 12. F. Guccini, Stagioni. Tutte le canzoni, a c. di V. Pattavina, Einaudi, 2000, 2007, p. 327. 13. Pancino, op. cit., p. 17. 14. S. Mallarmé, Tutte le poesie, a c. di M. Grillandi, Newton Compton, 2008, p. 102. 15. Pancino, op. cit., pp. 73-74. 16. Ivi, p. 117. 17. Ivi, pp. 121-122. 18. Ivi, p. 116. Paolo Steffan, è poeta e critico letterario. Pubblicato su finnegans.it il 12 luglio 2026












