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- selfie da zemrude
Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Una Nuova Dimensione si Apre e Data Tsunami e Q.Oracle Una Nuova Dimensione si Apre La diffusione delle Tecnologie degli Affetti Multispecie, le TAM, genera un cambiamento profondo, che il Boomernauta paragona, con un non celato entusiasmo, a quello dell’arrivo di internet. Inizialmente, queste tecnologie penetrano nella Sfera Autonoma grazie all’impegno di vari movimenti che le adottano e le sviluppano in una produzione del comune. In seguito l’uso si espande e si diffonde in tutti i sensi. Il coinvolgimento progressivo dei nonumani produce risultati che diventano man mano sorprendenti. Gli scambi affettivi multispecie hanno talvolta effetti dirompenti, come quello di dare un colpo quasi fatale all’enorme filiera del consumo di carne. Prospettive completamente nuove si aprono… Le TAM entrarono in gioco proprio in questo contesto confuso, fatto di tentativi estremi e disorganizzati di sottrarsi a un possibile collasso globale sotto i colpi di coda della governance che cercava di sfuggire con la Grande Fuga all’incipiente crollo globale. Un numero crescente di umani cercava di ristabilire, talvolta in modo inconsapevole, confuso e individuale un legame organico con Gaia per rimpiazzare quello perso in tempi immemorabili. In questo tardivo sforzo si iniziò a inseguire il minimo indizio che indicasse una direzione da prendere. C’erano piste promettenti, dal micelio agli invertebrati, e si sarebbe continuato a lungo se ce ne fosse stato il tempo. Sin dai tempi di nonna Haraway e zia Barad molti avevano cominciato a incamminarsi su piste nuove per evitare il peggio, ma, davanti alla determinazione e alla scientifica violenza della Gov Q, queste vie alternative e pacifiche sembravano impotenti. Quando i dispositivi delle TAM cominciarono a essere forgiati negli spazi hacker della Sfera Autonoma e sotto l’impulso dei movimenti BSM, presero forme nuove che si discostavano da quelle stereotipate del neuromarketing della Gov Q. Nonostante si fosse ancora in una fase sperimentale, l’apparizione del nuovo universo generato dalle TAM suscitò un grande stupore iniziale, ma presto si intravidero le potenzialità di questa nuova dimensione. In un certo senso questo poteva contribuire al sorgere di un’utopia in cui le divisioni di specie del passato sarebbero venute meno. Ora cercherò di spiegarti come avvenivano in pratica questi scambi interspecie. Magari potrai ironicamente supporre che qualcuno abbia messo un collare emozionale alla sua gatta o al suo cane per sapere cosa pensasse delle crocchette dell’ultima pubblicità olografica. Ma questi animali domestici erano già da millenni in grado di effettuare comunicazioni di questo tipo coi loro padroni . Anzi alcuni studiosi pensavano addirittura che il cane/lupo avesse permesso al sedicente sapiens sapiens di prevalere sui concorrenti neandertaliani perché affettivamente coinvolto in una alleanza e mutua domesticazionee cooperazione producendo, tra l’altro, nuove tecniche di caccia. Ma proprio per questa vicinanza plurimillenaria, la porta delle percezioni e delle intuizioni non mediate si era ristretta anche per il cane/lupo e gli animali domestici, che poco quindi avevano da rivelare rispetto al resto del vivente nonumano 1 . Nei nonumani allevati industrialmente spesso la sofferenza, la paura e il terrore dominavano la loro vita e morte senza senso. Le TAM amplificarono e propagarono questi spaventosi sentimenti dando un colpo quasi mortale all’industria della carne che aveva preso proporzioni gigantesche. Nello stesso tempo questa industria era uno dei principali vettori della pandemia nekomemetica a causa delle enormi emissioni di gas prodotte dagli animali allevati industrialmente e dell’indotto che comportava gigantesche coltivazioni industriali di soia o mais OGM e deforestazione. La produzione capitalista di carne, simbolicamente rappresentata da McDonald Trump 2 , aveva anche in questo caso soffiato sul fuoco della pandemia. Ma l’infinità di memi del pornfood di carne e sangue nonumano postati sui social non avevano avuto un peso altrettanto significativo, se non addirittura maggiore? E questo non stava ancora una volta a dimostrare che la fine del capitalismo non sarebbe stata sufficiente a fermare la pandemia?A questo si aggiungeva talvolta un sentimento di paura, anzi di sfiducia, che talvolta emanava da certe specie selvatiche più a contatto con gli umani. Era come un rumore di fondo, simile a un acufene affettivo, che ormai dilagava nell’immaginario collettivo degli umani; un’oppressione emotiva che funzionava anche da monito, visto che gli umani erano stati investiti da varie zoonosi globali. Forse non tutti sapevano allora che quest’aspetto della sepsi di Gaia era un ulteriore segno tangibile del degradarsi della situazione. La caduta del business della carne era stata una conseguenza altamente positiva del fatto che le TAM trasmettessero in modo così intimo le sofferenze inflitte ai nonumani e creassero un profondo, ma benefico disagio. C’erano inoltre aspetti più positivi e coinvolgenti prodotti dalle TAM. Certi elementi della fauna selvatica, che nella crisi generale stavano accrescendo un po’ i loro margini di libertà, e i pocoumani transgenici furono fra i primi a entrare in ballo senza esserne invitati o costretti. Questo accadeva grazie al fatto che la bio-rete, in grado di captare e trasmettere gli affetti, investiva vasti territori e raggiungeva molte specie nonumane selvatiche o che avevano ritrovato la loro libertà. L’internet of things (IoT 3 ) ormai era senza limiti e si confondeva con l’internet of animals (IoA). I viventi nonumani interagivano intimamente coi dispositivi presenti sul loro territorio. Gli innumerevoli nodi della trama di sensori bio-affettivi che ricoprivano la biosfera erano costituiti da dispositivi di clairvoyance tecnologica 4 [o forse di accecamento come alcuni sostenevano] che non erano passivi, ma vivificati con un’intensa carnalità dagli animali di cui avevano invaso i territori; venivano giocati, annusati, leccati, mimati, attaccati, corteggiati, scopati, orinati, distrutti, persino compianti.Che sia chiaro che le TAM non avevano la funzione di un interprete simultaneo da usare in una produzione Disney per antropologizzare grilli o scoiattoli. Anche la Gov Q prima di perderne il con- trollo aveva grandi ambizioni e voleva farne una specie di macchina di persuasione occulta. Si trattava piuttosto di un sistema articolato capace di processare le complessità di tutti i segnali a cui abbiamo accennato e a trasporli in senso biunivoco. Per gli umani che erano già dipendenti dai device, indossati o integrati, si trattava, in fondo, di un’estensione dell’esistente. Era comunque una funzionalità straordinaria perché li faceva accedere a una dimensione aperta a prospettive prima impensabili. Un po’ come quando, all’arrivo di internet, i pionieri del Web rimasero allibiti scoprendo le potenzialità dello strumento che stava per investire l’umanità. Nella loro frenesia di voler vedere e sentire tutto, localizzare tutto, misurare tutto, controllare tutto, i tre corpi della Gov Q avevano sospinto la produzione di tecnologie banalizzate e nanificate da diffondere ovunque. Oltre a utilizzarle nelle reti da loro controllate ne avevano anche favorito un uso indiscriminato. C’erano nanochips persino nel cibo più banale come il pane e questo aveva creato nuovi multiversi di BigData. Era quasi impossibile trovare un angolo recondito che non contenesse una miriade d’oggetti connessi e in tale ambiente i nonumani in grado di sfuggire alla portata delle TAM erano veramente rari. Una volta che le TAM divennero dominio del comune, il loro sviluppo si accelerò e, grazie ai contributi di un’estesa produzione collettiva, le conoscenze affettive si approfondivano. Gli umani scoprirono che molte specie reagivano alle TAM in modi spesso imprevedibili e sorprendenti. Alcune avevano inventato un loro modo di usarle: interagendo oppure schermandosi o fuggendo a seconda che le emozioni e gli affetti che percepivano le attirassero, le disturbassero o le impaurissero. Altre restavano indifferenti agli stimoli, altre ancora erano in grado di trasmettere assieme all’emozione anche qualcosa che aveva a che fare con la causa originaria di quest’ultima. Ovviamente, vista la storia pregressa, spesso era presente la paura generata dalla sola presenza di umani. Note: Nonumano: cfr. glossario. Da quanto spiegatomi in un aparté pare che la multinazionale del fast food da proteine animali fosse stata acquisita dalla famiglia Trump negli anni del 2040. Internet of Things. Non conoscendo a cosa il Boomernauta si riferisse esattamente con questo termine ho intuito che si trattasse dell’insieme dei dispositivi situati sui bordi complessi, reticolari e raramente non ambigui fra la materia vivente e quella inanimata, umana e nonumana. Ho trovato ulteriori spiegazioni in questo articolo da cui ha preso la citazione https://ww w .researchgate.net/publication/326273659_Animal_Technics_ On_Borders_and_the_Labour_of_Knowing_the_World . Data Tsunami e Q.Oracle Nel corso dei primi decenni del XXII secolo, quando l’uso delle Tecnologie degli Affetti (TAM) diventa sempre più diffuso, i nonumani selvatici sopravvissuti vengono esposti al virus nekomemetico degli umani senza esserne contagiati. Un’ulteriore prova della natura esclusivamente umana del virus. Le loro reazioni emotive davanti a questi flussi prodotti grazie alle TAM ebbe un forte impatto sugli umani che, dopo un iniziale turbamento emotivo, sembravano aprirsi a nuove possibilità. Di riflesso si produssero le prime ripercussioni destabilizzanti per i sistemi di controllo esercitati dalla Gov Q e quindi lavoro e produzione, due fattori primordiali per il suo futuro, ne risentivano. Il primo passo fu casuale, di quelle casualità un po’ apparenti. Furono i nonumani che fornirono un’ulteriore prova dell’origine memetica della pandemia. Questo avvenne quando ci si rese conto che i nonumani e anche i pocoumani erano con certezza assolutamente immuni dal morbo nekomemetico. Le tecnologie degli affetti multispecie permettevano infatti scambi memetici/mimetici anche senza l’uso dei linguaggi. Con le TAM i nonumani vennero quindi investiti dal flusso contagioso nekomemetico tramite le emozioni trasmesse dagli umani, ma non cambiarono i loro comportamenti abituali nei confronti di Gaia. Davanti all’infezione setticemica di quest’ultima, trasmisero un misto di sentimenti fatto di stupore, di sofferenza, di angoscia e di rabbia tipico degli indifesi. Questo aveva qualche somiglianza con ciò che i nativi americani avevano provato dopo il genocidio subito con l’invasione degli europei, così come i cosiddetti parchi naturali terrestri o marini assomigliavano sempre più alle Indian reservations con le loro miserie. E come l’alcool nelle città sui bordi delle riserve diventava veleno per i nativi così nei parchi naturali i sacchi di plastica e altri rifiuti inquinanti lo erano per la fauna selvatica.Aldilà del tropo dell’indigeno protettore della natura, forse anche i nativi americani avevano cercato di trasmettere agli invasori i memi adeguati al contenimento della pandemia, ma erano stati sterminati con tutti i mezzi, compresi quelli virali. Non solo erano oppressi e tormentati dalle armi e dalle malattie portate dai colonizzatori europei, ma inoltre non avevano una potenza di sbarramento e contrattacco memetico da opporre agli aggressori. E questo costò la sopravvivenza del loro popolo e una grande battaglia persa contro il virus immateriale. Anche la fauna selvatica non aveva alcuna capacità di difesa e resistenza a livello memetico, e inoltre lo sterminio e la distruzione di molte specie da parte degli umani era iniziato molti secoli prima ed era ormai molto avanzato. Tuttavia, ora le TAM potevano cambiare le carte in tavola aprendo nuove potenzialità impreviste. Naturalmente le TAM non potevano garantire di modificare la gravità della pandemia e dell’infezione della biosfera, ma c’era una possibilità che non dipendeva tanto dalla tecnologia quanto da un’inconscia disponibilità della stragrande maggioranza degli umani. Un’attitudine ad accogliere nuovi messaggi e, forse, a costruire un’utopia del presente. Non c’erano decrescite, collassi o estinzioni felici e la realtà lo dimostrava, ma poteva esistere un momento in cui un impulso collettivo avrebbe aperto uno spiraglio nelle tenebre della tesi dominante, basata sul presupposto cinismo essenzialista della natura umana . Era una minuscola finestra d’opportunità, un occhio di bue barocco nel quale una spinta improvvisa poteva far partire la macchina che era già lì, pronta. Era probabile che la finestra si sarebbe chiusa rapidamente, ma qualcosa stava succedendo grazie alle TAM che, se non altro, scossero talmente le certezze di tanti sulla loro unicità da farli dubitare di quanto avevano sempre negato con disprezzo, ovvero che i nonumani potessero avere lineamenti di coscienza formate da esperienze soggettive individuali e collettive diversi. In quell’epoca grazie anche a un secolo di attivismo antispecista, confluito nel grande fiume dei movimenti BSM, molti pregiudizi nei confronti dei nonumani erano caduti. Quando si discuteva delle coscienze non umane, a coloro che obiettavano che solo poche specie erano capaci di riconoscersi allo specchio, molti rispondevano che si trattava di un ennesimo esempio di antropocentrismo, dato che gli esseri umani sono anch’essi limitati nella loro capacità di ri/conoscersi attraverso l’olfatto, il tatto, l’udito, le variazioni cromatiche del corpo, eccetera. Era poi anche molto probabile che la coscienza (un termine che alcuni definivano confuso e abusato benché pratico 1 ) non fosse qualcosa di legato al numero dei neuroni o alla complessità del cervello, ma a forme di esperienza soggettiva diversamente coerenti e integrate. Anche a bambini e adolescenti veniva insegnato che l’esperienza sensoriale comincia con la nascita della capacità di distinguere tra stimolazioni esterne, che vengono sentite , e quelle generate dal movimento del proprio corpo. Nel dibattito generale che si era aperto di fronte a questi nuovi canali di intra-azione multispecie, i ricercatori ci ricordarono la straordinaria capacità di emettere segnali doppi che caratterizza molti sistemi nervosi. Ogni volta che un input sensoriale è generato per suscitare un movimento del corpo, il sistema nervoso emette anche una duplicazione del segnale per informare il resto del corpo di tale azione. Questo costituiva il fondamento dell’esperienza: l’input sensoriale e la copia consentivano un confronto fra movimento effettivo e quello desiderato permettendo così di distinguere tra il sé e il mondo esterno 2 . D’altronde la filosofia aveva da tempo ipotizzato diverse forme di coscienza relativamente interdipendenti e che accanto alla coscienza riflessiva ne esistesse una spontanea, che consisteva in una consapevolezza immediata dell’ambiente circostante e che poteva essere estesa anche al regno vegetale, valendo per tutti gli esseri viventi. Per esempio non si poteva negare che le piante fossero coscienti delle modalità di luce o di contatto, delle forze come la gravità e dei segnali chimici dell’ambiente in cui vivono.Avendo vissuto nel periodo pionieristico di queste scoperte presumo che il principio della coscienza riflessiva fosse emerso con la nascita della cibernetica. Tuttavia, in quel periodo, molti erano ancora restii ad ammettere che l’esperienza soggettiva fosse una caratteristica condivisa anche dai nonumani e che rappresentasse la base stessa della coscienza. Noi stessi, da giovani, quando ci impegnammo nelle lotte contro il capitalismo, non avremmo mai pensato di interessarci politicamente ai nonumani 3 . In generale, gli umani preferivano fantasticare su civiltà aliene provenienti da altre galassie piuttosto che considerare l’idea che un giorno altre forme di vita terrestri potessero prendere il loro posto. Di fatto si era già su questa strada, considerando il pericolo di estinzione a cui si stava andando incontro. Ma l’incognita restava: sarebbe stato possibile immaginare un secondo giro di valzer con la metatecnica danzato da altre specie? E magari senza incorrere nelle forme morbose di individualismo, violenza, proprietà e guerra che tanto avevano caratterizzato il primo? La sola risposta la potevano dare i dadi…che, contrariamente a quanto pensava il grande Albert, non solo decidevano tutto o quasi, ma erano anche loro autonomi e funzionavano senza che nessun dio li lanciasse 4 . A parte queste considerazioni, la novità fu che le TAM in qualche modo cominciarono a funzionare come antidoto, più che come vaccino, contro la pandemia nekomemetica. All’inizio l’intrusione delle emozioni nonumane in una società in grande difficoltà generò un’ondata destabilizzante, la Gov Q se ne accorse dai macroscopici cali di produzione e di consumo, man mano che nuove schiere entravano negli scambi affettivi multispecie. Poi progressivamente si produsse un’inflessione nei comportamenti. I fuoriusciti dalle metropoli più a contatto con i territori e la terra furono i primi a interessarsi e a meglio percepire le emozioni animali. I cog(nitive) urbans , anche se precarizzati da generazioni, erano meno direttamente investiti da queste ondate emozionali prodotte dalle TAM. Ma il fenomeno si diffondeva e aumentava l’interesse, e i cog urbans diventarono presto ipersensibili e quasi dipendenti proprio perché avevano più dimestichezza con l’asfalto/cemento che con la terra. In una situazione generale tanto inquietante era normale che chi aveva tanto tempo e poco da perdere fosse più disponibile. Una volta entrati nel mondo degli scambi affettivi multispecie di solito si attivava una particolare dinamica. Inizialmente, gli scambi creavano sensazioni forti, e talvolta sgradevoli, nei soggetti più propensi a perdere le proprie inibizioni, poiché toccavano fibre profonde della loro psiche. Questo accadeva soprattutto quando i nonumani reagivano alle azioni e alle devastazioni causate dal morbo nekomemetico. Col passare del tempo, la crescente sensazione di disagio si trasformava in una sorta di tensione emotiva, spesso accompagnata da un senso di angoscia, ma allo stesso tempo generatrice di uno stato d’animo particolare, come se si stesse aspettando una liberazione da una costrizione. Ad un certo punto, una volta arrivati all’acme dello stress, in molti umani si apriva uno spiraglio o forse un muro crollava e dalla breccia entrava come un soffio affrancatore che lasciava filtrare il desiderio di continuare l’esperienza e di lasciarsi finalmente andare a questi scambi. Ci si sentiva allora immersi in un mondo in cui predominava per la prima volta un sentimento confuso, ma reale: la possibilità che l’infezione della biosfera potesse fermarsi. Era un’esperienza astratta, ma potente, un sentimento di liberazione completamente estraneo a molti, abituati al cinico pragmatismo neolib, contrabbandato per essenza della natura umana. La potenza veniva anche dal fatto che ben presto sia gli uni che le altre cominciarono a comunicare e si resero conto che quel sentire fosse collettivo e si rinforzasse anche per tale ragione. Un simile impulso collettivo non aveva forse generato le grandi rivoluzioni proletarie del XX? E forse gli schiavi in rivolta, o anche i primi cristiani nelle catacombe, avevano sperimentato stati d’animo simili. Personalmente, mi tornavano in mente le nostre speranze giovanili, quando ancora credevamo fermamente nella possibilità di cambiare il mondo : ciò che i nostri nipoti avrebbero potuto definire come riuscire a distruggere la gabbia del realismo capitalista se il destino avesse dato loro l’opportunità di crederci. In passato, durante le fasi di transizione verso grandi cambiamenti di paradigma o rivoluzioni, spesso si erano verificati abbandoni e defezioni all’interno delle sfere di potere. Nel caso delle TAM non mancarono i turbamenti nelle fila della Gov Q, ma il vero problema venne dagli algoritmi e dalle applicazioni quantistiche. Il cuore del sistema creato dalla Gov Q, utilizzando la rete dei centri di ricerca dei techno-tycoon per simulare i comportamenti collettivi umani, compresi quelli sociali, economici, politici e antropologici, era Q.Oracle. Queste simulazioni si basavano sull’uso di una potenza di calcolo quantistica immensa e venivano alimentate da un’enorme quantità di dati, tra cui quelli provenienti dalle TAM. Q.Oracle era una potente intelligenza artificiale utilizzata dalla Gov Q nella gestione sociopolitica. Funzionava come un sistema decisionale avanzato, che analizzava dati e informazioni per fornire raccomandazioni e orientamenti per le decisioni politiche. Era responsabile delle elaborazioni strategiche in vari settori, compresi quelli legati all’economia, all’ambiente, alla sicurezza e alla società in generale, anche se le istituzioni o i discorsi ufficiali cercavano di nasconderne la vera natura e il ruolo predominante. In aggiunta, la Gov Q aveva creato una rete di comunicazione quantistica basata sui laser per trasportare dati attraverso una serie di satelliti a velocità di trasmissione di centinaia di gigabit al secondo, che aveva una funzione simile a quella dei precog di Minority report , un vecchio film della mia epoca: anticipare qualsiasi movimento di rivolta e soprattutto mantenere le condizioni di avanzamento degli ascensori spaziali che avrebbero permesso la Grande Fuga . Di colpo pezzi interi di questi sistemi di simulazione e controllo ad altissima complessità, al cuore stesso del potere della Gov Q, cominciarono qui e là a funzionare meno bene, talvolta a bloccarsi, talvolta a fornire simulazioni completamente errate. Si trattava non solo di bug identificabili, ma anche, cosa più delicata, di dati probabilmente falsificati proprio dalle perturbazioni emotive e affettive impreviste e imprevedibili provenienti dall’uso sempre più diffuso delle TAM. Gli algoritmi e i dati affettivi delle TAM perturbavano i calcoli quantistici della WorldForce e di tutte le polizie mondiali ( SecurServ ) e non permettevano più di simulare e anticipare così bene i comportamenti umani e non. La principale e preoccupante diagnosi fu che l’indispensabile regolarità dei processi lavorativi era stata rimessa in causa, per la prima volta dai tempi delle stregonerie, da una dislocazione spazio-temporale degli individui e dei corpi che avveniva con l’uso delle TAM. A causa di queste e molte altre ragioni nella stessa Gov Q la linea era di evitare le TAM come un pericoloso fake e di combatterle quando possibile. C’erano però delle incrinature perché nella classe di riferimento della Gov Q, una percentuale minuscola dell’umanità che possedeva più del 90% delle ricchezze, non pochi erano comunque attratti più dalle TAM che dalle prospettive di migrazione spaziale. La posizione ufficiale era quella di rifiutare qualsiasi influenza da parte degli alieni. I dirigenti erano abituati a considerare molte specie come oggetti o prodotti da consumare, merce insomma come tutto il resto, e ora li vedevano come entità nemiche e sconosciute che sfuggivano al loro controllo. Ironicamente, non li si poteva neanche tacciare troppo di discriminazione antispecie, perché non erano stati certo teneri con intere classi dei loro consimili: i migranti per esempio, o le donne o ancora i lavoratori precari o gli abitanti di paesi postcoloniali. Davanti alla minaccia rappresentata dalla nuova utopia, che avrebbe potuto mettere a rischio i loro privilegi, i manager della Gov Q cercavano di manipolare la massa degli indifferenti e degli ignoranti. Nonostante le loro straordinarie capacità di repressione, comprendevano che erano sempre più minacciati e cercavano di difendere i loro interessi a ogni costo. Fra i manager brillavano gli h + in generale, e in particolar modo quelli che erano stati modificati e migliorati al di fuori di ogni finalità curativa. Gli attivisti del caos, che provenivano quasi esclusivamente dalle classi dominanti, erano animati da un forte sentimento di superiorità, che spesso non aveva alcuna relazione con le modifiche genetiche che avevano subito. Solo una minoranza di loro passava la vita in preda a misteriose nevrosi, mentre la maggior parte era impegnata a mantenere o aumentare i propri privilegi e a trasmetterli alle generazioni future. Nella loro propaganda affermavano che gli adepti delle TAM, da loro soprannominati zombi , si votavano al suicidio e che l’alleanza con i nonumani avrebbe finito per distruggere il mondo in cui vivevano (il che non era completamente falso per quanto li riguardava). Forse gli attivisti del caos nella Gov non avevano considerato gli antidoti memetici generati dagli scambi multispecie con le TAM. Fra gli appassionati delle TAM alcuni avevano sviluppato un’immunità nekomemetica e potevano trasmettere queste difese ai loro simili. Questo era un aspetto cruciale, poiché la potenza di queste difese era teoricamente in grado di contrastare seriamente la pandemia. Inevitabilmente, ciò avrebbe avuto conseguenze per la Gov Q. Nell’aria inquinata c’era una percezione diffusa della necessità di un cambiamento radicale, mentre i media ufficiali della Gov cercavano di convincere la popolazione che la soluzione era unicamente la migrazione spaziale. Si era compreso che questa rivoluzione non poteva più essere circoscritta esclusivamente agli umani, come era avvenuto in passato. La natura stessa della pandemia e la gravità della situazione rendevano chiaro che gli umani in preda al morbo nekomemetico potevano battersi fra di loro quanto volevano, cercando di fermare la Gov Q e il capitalismo, ma questo non avrebbe cambiato il fondo del problema. La diffusione della setticemia della biosfera aveva iniziato a mettere a dura prova le già precarie dinamiche sociali, portando a un susseguirsi di rivolte e sommosse. Ma era ormai evidente che non si sarebbe potuto trovare una soluzione limitata alla sola rivoluzione umana, per quanto estesa e organizzata fosse. Era necessario un cambiamento radicale e inclusivo, che coinvolgesse anche gli altri terrestri. Solo quando l’impiego delle TAM e la bio-rete sottostante, in cui gli affetti multispecie entravano in gioco, cominciarono a espandersi, si capì che c’era il potenziale per delle alleanze non più limitate alle sole masse umane. Ma era una prospettiva completamente diversa dalle vecchie coalizioni fra Stati-Nazione o da quelle legate a classi o religioni. In alcuni ambienti della Sfera Autonoma si intuiva che le forme di organizzazione e le istituzioni non potevano più essere costituite solo da umani. Note: Presumo che il Boomernauta, che sembrava interessato alle neuroscienze, facesse riferimento in questa affermazione al libro: P. Godfrey-Smith, Altre menti , Adelphi, Milano 2018, p. 121. Qui il Boomernauta fa riferimento a quella che i ricercatori chiamano copia efferente (o di output). Quando un segnale che parte dal cervello ci fa compiere un movimento allora una copia efferente di questo segnale è inviata al resto del corpo per informarlo. Per esemplificare: le copie efferenti vengono create con il nostro movimento ma non con quelli di altre persone. Per questo gli altri possono solleticarci ma noi non possiamo solleticare noi stessi perché le copie efferenti informano il nostro corpo che la stimolazione viene da noi e l’effetto non è lo stesso. Un gioco infantile per ingannare la copia efferente che tutti possono sperimentare è di far girare una pallina di mollica fra medio ed indice incrociati: vi sembrerà di sentire due palline diverse. A questo proposito posso citare un aneddoto capitatomi che conferma questo proposito del Boomernauta. Una sera in un ristorante con vecchi compagni di militanza due di loro dovettero interrompere la cena per correre in una questura di periferia dove la giovante figlia era in stato di fermo per aver partecipato attivamente a una manifestazione antispecista. Per la prima volta mi chiesi: «ma come è possibile che noi ci siamo fatti processare, mettere in galera, esiliare per ristabilire un po’ di giustizia sociale fra gli umani ed i nostri figli si preoccupano del benessere degli animali?». Non avevo visto il nesso che in seguito divenne chiaro grazie anche al racconto che ha qui trascritto. Credo proprio che il Boomernauta si riferisse alla famosa frase di Einstein «Dio non gioca a dadi» quando si trovò in disaccordo con i risultati intrinsecamente probabilistici della meccanica quantistica. Lo scrisse in una lettera indirizzata al fisico danese Niels Bohr: «Sembra difficile dare una sbirciata alle carte di Dio. Ma che Egli giochi a dadi e usi metodi ‘telepatici’[…] è qualcosa a cui non posso credere nemmeno per un attimo» (cit. in B. Bryson, Breve storia di (quasi) tutto, TEA, Milano 2008).
- fascismi
Siamo tutte e tutti potenziali bersagli. Intervista al collettivo <> Intervista ad Alessandro <> Buccolieri del collettivo romano d’intervento artistico <> ( potenzialibersagli2026.noblogs.org ). Redazione Ahida : Quando viene fondato il collettivo d’intervento <>? Mefisto: Nel 1991 partecipai al festival internazionale dell’arte che si tenne al Forte Prenestino con <>, una mia opera scultorea interattiva. Un braccio spuntava da sottoterra da un frigorifero aperto come un libro sopra un leggio, il dito del braccio sfiorava un pulsante lampeggiante recante il simbolo della radioattività che, quando veniva pigiato faceva partire il brano <> dei Doors. In quella occasione conobbi Costantino Pucci, con il quale fondammo subito dopo il gruppo di intervento <>. Lui graffitaro e grande comunicatore con ottima mimica e grande manualità, ed io, con le mie conoscenze tecniche-scultoree da orafo, collaborammo di volta in volta come gruppo, nelle varie azioni con singoli e gruppi diversi anche musicali o teatrali, nelle quali calavamo le nostre performances costruite attorno a installazioni effimere che poi distruggevamo. Con questo gruppo realizzammo alcuni interventi di grande effetto, ma critici verso il mercato dell’arte, distruggendo le opere da noi realizzate. Miravamo così a sottolineare che il nucleo dell’opera era il pensiero che l’aveva generata e l’emozione che poteva trasmettere, anche tramite la sua dissacrante distruzione. Lo facevamo in forma anonima, celati dietro il nome collettivo, consapevoli che il mercato della <> artistica poggia sulla firma dell’autore e la sua notorietà ne è la garanzia che ne determina il valore commerciale. Redazione Ahida : Come fu recepita dai critici d’arte mainstream quel festival d’arte internazionale? Mefisto: Di quell’evento conservo con immensa soddisfazione il ricordo di Achille Bonito Oliva respinto all’ingresso. Era stupito dal nostro diniego e continuava a ripetere che era impossibile che non lo facessimo passare, perché lui era un critico e quella era una mostra d’arte, nonostante avessimo provato a spiegare che per questo motivo proprio lui e SOLO lui non poteva entrare. Per noi quei codici comunicativi erano finalizzati alla libera espressione e non a diventare merce per il mercato che lui rappresentava dal quale volevamo essere e continuiamo a rimanere convintamente esterni ancora ora a decenni di distanza. Ancora oggi come allora non siamo produttori di <> artistica ma produttori di senso per scelta. Oggi come ieri usiamo quei codici comunicativi artistici per veicolare dei messaggi sociali, culturali e politici come un tempo si usava il ciclostile. Per noi l’uso dei linguaggi artistici non è il fine ma solo un mezzo per scatenare emozioni. Redazione Ahida : Nella prima metà degli anni Novanta c’è un cambio di rotta nel vostro percorso: abbandonate la realizzazione di opere mobili ed effimere, per dedicarvi a installazione fisse e durature. Da che cosa è motivato questo cambio di prospettiva? Mefisto: Nel 1992 io e Costa, realizzammo <>, opera dedicata ad Auro Bruni che fu inaugurata il 19 maggio ad un anno esatto dal suo omicidio nel luogo dove venne rinvenuto il suo corpo carbonizzato dopo l’infame assalto fascista che incendiò il CSOA Corto Circuito a Cinecittà. Ancora oggi l’opera è visionabile dove fu posta. In quel momento, a causa di quell’omicidio, passammo alla realizzazione di opere durature, poiché considerammo quella nostra opera come un tassello di una futura memoria collettiva, teso a ricordare alle future generazioni gli orrori dell’efferatezza fascista. Redazione Ahida : Il 25 aprile del 1995, nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione, a piazzale Ostiense realizzate l’opera <>, che rappresenta una tappa importante del vostro percorso. Per la realizzazione dell’opera avete ricevuto dei finanziamenti o è stata autofinanziata dal basso? Le istituzioni cittadine hanno riconosciuto l’opera come parte integrante del patrimonio artistico della città di Roma? Nel corso degli anni le destre hanno tentata di rimuoverla? Mefisto: Voglio precisare innanzitutto che nel 1995 eravamo molto in ritardo e più persone vennero a darci una mano soprattutto in fonderia. Tra costoro voglio ringraziare Marcello Gazzellini e ricordare Franchino Pantò, un caro amico scomparso anni fa per un male incurabile Il monumento <> che è ubicato a Porta San Paolo davanti alla Piramide Cestia fu completamente autofinanziato da una rete di centri sociali, comitati, collettivi, realtà di base, singole sensibilità, etc. Un monumento voluto e finanziato dal basso è una storicizzazione del sentire popolare che l’ha prodotto, come era già avvenuto per Giordano Bruno a Campo dei Fiori, o il monumento a Walter Rossi nell’omonima piazza. È un processo di attribuzione di significato storico, culturale, sociale e politico collettivo. La fotografia che fissa le emozioni di quel momento e ne proietta nel futuro il suo diffuso sentire popolare che emerge dal basso e diventerà memoria condivisa collettiva. Come disse la storica dell' arte Marisa Dalai Emiliani nel 1995 quando firmò il nostro appello per difendere il monumento dedicato alle vittime della persecuzione nazifascista a Porta San Paolo dopo le richieste di rimozione - prima del consigliere comunale Augello dell' MSI e poi del Sovrintendente alle Belle Arti di Roma Professor Eugenio La Rocca - : <<[…]un monumento è un fenomeno culturale antropologico, il segno che una civiltà lascia dei suoi fermenti, della sua presenza, del suo passaggio>>. Poi disse anche <>. Nel 2007 Potenziali Bersagli a Porta San Paolo fu censita tra le opere d’arte del Comune di Roma, nell’ultimo anno io e Costa abbiamo firmato la donazione al Comune di Roma Capitale affinché il comune possa occuparsi della messa in posa definitiva in loco, con relativi restauri conservativi e l’illuminazione pubblica con i faretti pedonabili ai piedi delle sagome. Attualmente la pratica per l’acquisizione definitiva è stata approvata dall’Assessorato alla Cultura ed è in lavorazione alla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale. Come dicevo, prima di <> (1991) e di <> del 1995, a Roma ne erano già stati finanziati e realizzati due dal basso, a parte i cippi, le targhe e le lapidi dedicati ai partigiani e alle partigiane caduti per la resistenza. Il primo fu il monumento a Giordano Bruno a Campo de' Fiori che così come lo conosciamo è la seconda statua a lui dedicata. Questa attuale è stata realizzata da Ettore Ferrari e reinaugurata per la seconda volta il 9 giugno 1889, nel luogo dove il filosofo fu arso vivo. Mentre la prima statua a Giordano Bruno era stata eretta nel 1849 durante il periodo della mazziniana Repubblica Romana. Appena finì quella breve parentesi la statua fu fatta distruggere da Papa Pio IX. Poi nel 1885 per la sua ricostruzione si formò l'Associazione Nazionale del Libero Pensiero <>, alla quale aderirono alcune tra le maggiori personalità dell’epoca: Victor Hugo, Michail Bakunin, Henrik Ibsen, Herbert Spencer, Ernest Renan, Algernon Swinburne, Ernst Haeckel; Giovanni Bovio, Giosuè Carducci, Roberto Ardigò, Cesare Lombroso e Pasquale Villari. Passarono 40 anni tra la prima realizzazione del 1849 e la attuale del 1889 che ancora oggi nel 2026, dopo 137 anni, rappresenta un simbolo del libero pensiero e dell'anticlericalismo. Il secondo monumento nella storia di Roma, finanziato e realizzato dal basso è quello dedicato a Walter Rossi, nell’omonima piazza, ex Piazza Igea, realizzato da Giuseppe Rogolino e inaugurato il 30 settembre 1980 ad un anno di distanza dall’omicidio di Walter grazie all’impegno delle compagne e dei compagni dell’associazione Water Rossi. Infine, dopo quello a Giordano Bruno, a Walter Rossi, ad Auro Bruni e a Potenziali Bersagli 1995 c'è Handala, il quinto monumento dal basso a Garbatella dal 16 Marzo 2024 e Potenziali Bersagli 2026 il prossimo 25 Aprile sarà il sesto. Handala, che è a Largo Delle Sette Chiese, denuncia il GENOCIDIO in atto in PALESTINA, ed è stato realizzato grazie all' impegno di Yalla e Rete Antifascista Roma Sud. Handala è una citazione del personaggio del bambino palestinese nato nel 1969 dalla matita del fumettista anch'egli palestinese Naji Al Alì, ucciso a Londra nel 1987. A parte questi esempi di monumenti finanziati e realizzati dal basso, tutti gli altri soprattutto a Roma, ma non solo, sono sempre stati o monumenti realizzati per volere del potere costituito, finalizzati a perpetrare la sua futura e imperitura memoria, o al massimo oggetti estetici di arredamento urbano, senza però nessuna pretesa di voler veicolare alcun messaggio di denuncia o diventare pietre miliari di una futura memoria collettiva condivisa. Il blocco scultoreo delle cinque sagome di potenziali bersagli del 1995 e quello di potenziali bersagli 2026 che inaugureremo il prossimo 25 aprile sono entrambi, in qualche modo un anti-monumento. Sono entrambi a misura ed altezza umana, attraversabili e interattivi a livello della strada, e non posti su piedistalli metri sopra il livello stradale. Interattivi perché ognuno può vedere la propria immagine riflessa nel simbolo di morte della sagoma da tiro al bersaglio in acciaio specchiato. Redazione Ahida: Parlaci della nuova opera che state realizzando in vista del prossimo 25 aprile 2026. Mefisto: Potenziali bersagli 2026 sono la sesta e la settima sagoma delle cinque sagome di Porta San Paolo del 1995. Hanno lo stesso nome e ne sono il proseguimento. Nelle prime cinque di trentuno anni fa avevamo rappresentato le cinque tipologie delle comunità perseguitate e internate nei campi di stermino naziste (triangolo rosa omosessuale, triangolo azzurro immigrato, stella di Davide ebrea, triangolo rosso antifascista, triangolo marrone rom, due donne, due uomini, un omosessuale) ed erano state inaugurate nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione. Quell blocco scultoreo a Porta San Paolo è comunque un’opera commemorativa, dedicata ad uno sterminio terminato nel 1945, ossia cinquanta anni prima. Queste due sagome, una donna e un bambino palestinese che inaugureremo il prossimo 25 aprile, non sono come quelle un monumento alla memoria di una persecuzione del passato, ma affermano: fermiamo il GENOCIDIO del popolo palestinese, ora mentre la storia scorre! Redazione Ahida: Cosa vi piacerebbe fare dopo questo 25 aprile, quali progetti per il futuro? Mefisto: Ci piacerebbe esportare repliche di Potenziali Bersagli 2026, dedicate al genocidio del popolo palestinese, in tutte le maggiori capitali del mondo ed anche nelle altre città italiane. Se ce lo propongono, comitati in grado di coprire le spese dei materiali e della messa in posa, noi saremmo lieti di farlo offrendo il nostro lavoro gratuitamente come sempre, senza alcun compenso, da attivisti quali siamo io e Costa. Il concetto di potenziali bersagli purtroppo è sempre lo stesso ed è tragicamente attuale: c’è una sagoma da tiro al bersaglio dentro troppe tipologie di umanità perseguitate. Se fosse stato per me avrei già dedicato una sagoma da tiro al bersaglio agli immigrati morti alle porte dell’Europa nel tentativo di arrivare sulle coste di Cutro e Lampedusa, o agli immigrati perseguitati dalle squadracce ICE negli USA di Trump. Oppure una sagoma dedicata al genocidio del popolo curdo e alla resistenza del Rojava. Ci vediamo il 25 aprile a Piazza delle Camelie a Centocelle, quartiere romano medaglia d’oro alla resistenza. Buon 25 aprile di liberazione con la Palestina nel cuore. È possibile contribuire al crowfunding per le spese dei materiali del monumento Potenziali Bersagli 2026 al seguente link https://potenzialibersagli2026.noblogs.org/partecipa-al-crowdfunding-su-produzionidalbasso/
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La nuova era dell’espansionismo israeliano e l’economia di guerra che lo alimenta Varoush Khosravian L’assenza di una reale strategia di pace per la regione in un momento di instabilità geopolitica occidentale, causata dall’orizzonte di depredazione e violenza perseguito dalle attuali classi dominanti, e la scelta di un’economia improntata alla guerra e dal perseguimento dell’indipendenza militare di Israele, sostenuta da Netanyahu, stanno segnando l’inizio di un nuovo periodo di espansionismo israeliano nella sua vana pretesa di diventare la potenza egemonica regionale. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. Israele è entrato in una nuova era di espansionismo territoriale e aggressione militare oltre i confini della Palestina storica. Le sue azioni belligeranti si sono intensificate in Giordania, Libano, Siria, Yemen, Iran, Qatar, Libia e, più recentemente, Somaliland. Questi sviluppi non sono dovuti a un cambiamento nelle ambizioni strategiche di Israele, ma in realtà all’allentamento delle restrizioni che lo avevano tenuto sotto controllo prima dell’ottobre 2023. Questa svolta espansionistica riflette un riassetto strutturale del rischio, dell’influenza e della tolleranza internazionale e non un improvviso cambiamento ideologico da parte di Israele, ma è anche dovuta all’attuale struttura dell’economia israeliana: il settore militare è stato il motore dell’economia da quando Israele ha subito un livello di isolamento globale che ha decimato la maggior parte degli altri settori produttivi negli ultimi due anni. Il risultato? Israele ha ora un ulteriore incentivo strutturale a mantenere uno stato di guerra permanente. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dato voce a questa realtà quando ha annunciato che Israele sarebbe dovuto diventare una « super Sparta», ovvero uno Stato altamente militarizzato dotato di un settore militare autosufficiente in grado di sfidare la pressione internazionale e gli embarghi sulle armi, in modo di non dover più dipendere dalla generosità militare statunitense. Una recente dichiarazione strategica cruciale accentua questa traiettoria. Nel gennaio 2026 il primo ministro Benjamin Netanyahu ha annunciato la sua intenzione di porre fine agli aiuti militari statunitensi a Israele entro circa un decennio, inquadrando questa decisione come la strada verso l’autosufficienza militare-industriale e l’autarchia strategica. Questo annuncio indica che Israele non si accontenta più di rimanere subordinato agli Stati Uniti, ma intende operare come loro partner strategico nella regione in un momento in cui la strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti sta spostando la sua attenzione dal Medio Oriente all’emisfero occidentale. La dichiarazione di Netanyahu amplifica l’urgenza di un modello di crescita trainato dalle esportazioni, basato in larga misura sul settore degli armamenti e sull’industria della difesa. Il problema è che, se Israele vuole sostituire i 3,8 miliardi di dollari all’anno ricevuti in aiuti militari dagli Stati Uniti, deve aumentare drasticamente la sua produzione nazionale e la sua capacità di esportazione. Lo Stato israeliano sta cercando di istituzionalizzare questo aumento delle esportazioni attraverso diverse politiche, stanziando circa 350 miliardi di shekel (equivalenti a 100-108 miliardi di dollari) nel prossimo decennio per espandere un’industria nazionale indipendente nel settore degli armamenti. Dal punto di vista economico, ciò significa che la produzione militare diventerà fondamentale per la strategia industriale a lungo termine di Israele, deviando capitali, manodopera e sostegno statale verso la produzione di armi piuttosto che verso la ripresa civile, che sarebbe una strategia insostenibile in tempo di guerra. Tale strategia integrerebbe, inoltre, ancora di più le aziende israeliane nelle catene di approvvigionamento della sicurezza mondiale, anche se lo Stato stesso si trovasse in una situazione di isolamento diplomatico. La dimensione strutturale: incentivo alla guerra permanente Dal 2023 le esportazioni militari sono diventate uno dei pochi settori che compensano il rallentamento generale dell’economia israeliana. Nel 2023 le esportazioni legate al settore della difesa hanno raggiunto circa 13 miliardi di dollari e nel 2024 sono aumentate fino a circa 14,7-15 miliardi di dollari, macinando record su record. Questa espansione si è verificata mentre la crescita dei settori economici civili si indeboliva, la carenza di manodopera si intensificava e l’occupazione scarseggiava a causa della prolungata mobilitazione militare, mentre ampi segmenti del settore delle piccole e medie imprese registravano perdite sostenute e fallimenti. Le esportazioni di armi hanno funzionato essenzialmente come uno stabilizzatore anticiclico durante la situazione di stress causata dalla guerra, ma ora stanno diventando una componente permanente del modo in cui l’economia israeliana mira a riprodursi. Nel 2025 questa tendenza ha subito un’ulteriore accelerazione. Israele ha firmato alcuni dei suoi più importanti accordi di difesa mai raggiunti con Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Germania, Grecia e Azerbaigian, tutti relativi a sistemi di difesa aerea, missili, droni e tecnologie avanzate di sorveglianza. Sebbene i valori totali dei contratti non siano sempre stati resi pubblici, si stima che questi accordi spingeranno le esportazioni totali nel settore della difesa oltre il record raggiunto nel 2024, rafforzando il settore degli armamenti come il settore di esportazione più dinamico dell’economia israeliana, mentre altre voci di esportazione, come l’agricoltura , si trovano a dover affrontare un «collasso» imminente, secondo gli stessi agricoltori israeliani. Mentre i settori civili dell’economia ristagnano, l’economia di guerra garantisce crescita, entrate in valuta estera e isolamento politico. Questo crea un incentivo strutturale alla mobilitazione permanente: la guerra sostiene la domanda, protegge il governo dalla responsabilità e rafforza una concezione del mondo in cui la forza è considerata la principale moneta di scambio nelle relazioni internazionali. In questo contesto, l’aggressione militare e l’espansionismo territoriale sono i meccanismi attraverso i quali l’economia israeliana cerca ora di riprodursi. Di conseguenza, la coalizione di governo israeliana si basa sulla securitizzazione permanente. L’economia di guerra è diventata il principio organizzativo a garanzia della sopravvivenza politica del regime. La dimensione globale: la fine del diritto internazionale La dimensione internazionale è altrettanto decisiva. L’espansionismo territoriale e l’aggressione militare di Israele sono stati resi possibili dall’indebolimento dei meccanismi di restrizione globali , come il diritto internazionale. Gli Stati occidentali hanno dimostrato che non esiste una linea rossa fondamentale quando la violenza rientra nella lotta al terrorismo o nella difesa della civiltà. Le norme giuridiche rimangono intatte nella retorica, ma sospese nella pratica. Ciò ha modificato il calcolo strategico di Israele, perché se Gaza produce rumore diplomatico, ma non sanzioni materiali, allora il Libano, la Siria o l’Iraq comportano costi previsti ancora minori. Il collasso della normalizzazione delle relazioni: non c’è motivo di giocare pulito Anche la politica di normalizzazione influisce su questo nuovo quadro. Il collasso dei colloqui di normalizzazione delle relazioni tra Israele e Arabia Saudita, che avevano subito un’accelerazione nel corso del 2023 grazie alla mediazione degli Stati Uniti, ma che si sono arenati dopo che Israele ha iniziato il suo genocidio a Gaza, non ha disciplinato il comportamento israeliano, ma al contrario lo ha liberato da ogni restrizione. Senza il riconoscimento saudita come moneta di scambio o incentivo alla moderazione, Israele ha abbandonato ogni pretesa di utilizzare le concessioni territoriali come strumento di negoziazione e ha rilanciato con l’obiettivo di stabilire i fatti sul campo, decidendo al contempo di esplorare diversi legami bilaterali di sicurezza con attori più piccoli o vulnerabili. L’espansione sostituisce ora il soft power di Israele, che sta scomparendo, e il riconoscimento viene ottenuto sempre più attraverso la capacità di esercitare pressioni e non attraverso la negoziazione. La specificità dello scenario che si è aperto dopo il 2023 risiede nel fatto che Israele ora combatte su più fronti contemporaneamente, in modo aperto e con la certezza che l’escalation non provocherà una reazione sistemica. Inoltre, la strategia di Israele è stata strutturalmente facilitata da una crescente dipendenza dalle nuove tecnologie sviluppate durante la guerra. Non si tratta più di una risposta alle minacce, ma di un metodo di governance prevalente nel Paese e di influenza all’estero. Dal 2023 Israele non persegue più la pace attraverso la contenzione, come ha fatto durante il periodo della Primavera Araba, ha invece optato per l’occupazione permanente, la confisca delle terre e la ridefinizione delle mappe politiche per mantenere e ampliare la sua macchina bellica. Come Israele persegue il dominio regionale Sul piano interno, l’espansionismo territoriale israeliano mira a risolvere definitivamente la questione palestinese attraverso una combinazione di espulsione, frammentazione territoriale (la cosiddetta cantonizzazione) cooptazione e, in ultima analisi, dislocamento della popolazione. La logica sottesa è quella di eliminare una volta per tutte quello che è percepito come il principale problema di sicurezza interna di Israele – la semplice presenza del popolo palestinese sul suo territorio – e ripristinare così la fiducia dell’élite e della società israeliana nella sopravvivenza a lungo termine dello Stato. A livello regionale, Israele persegue diversi obiettivi nei paesi in cui interviene, alcuni legati all’acquisizione di territorio o all’occupazione semipermanente, altri incentrati sulla subordinazione, la frammentazione e la neutralizzazione delle minacce percepite. In Iran, l’aggressione mira a provocare la destabilizzazione del regime e l’indebolimento dell’esercito attraverso attacchi aerei sostenuti contro impianti nucleari e militari, oltre a favorire l’esacerbazione del malcontento sociale e politico. La guerra iraniano-israeliana del giugno 2025 ha rappresentato il confronto militare più diretto fino ad oggi tra i due Stati, ma si è conclusa con una tregua informale invece che con un’escalation verso una guerra su vasta scala, senza che nessuna delle parti superasse le soglie di deterrenza riconosciute, nonostante l’intensità degli scambi. Da allora, le proteste su larga scala registrate in Iran hanno introdotto un nuovo punto di pressione interna, che gli attori esterni considerano sempre più come una vulnerabilità strategica. Questa situazione ha coinciso con le esplicite minacce di guerra formulate da Donald Trump e i rinnovati segnali militari degli Stati Uniti, che insieme intensificano la visione tradizionale israeliana dell’Iran come una minaccia esistenziale da affrontare attraverso un cambio di regime. Tuttavia, il persistere della non escalation riflette come l’aggressione contro l’Iran operi entro limiti impliciti che non si riscontrano nell’espansionismo territoriale in Palestina o in Siria, anche se la compresenza di disordini interni e retorica coercitiva esterna rende questo equilibrio più fragile. In Libano, Israele mira a smantellare Hezbollah non solo come attore militare, ma anche come colonna portante di un ordine politico guidato dagli sciiti, che ostacola il dominio regionale israeliano. L’obiettivo più ambizioso è quello di frammentare il Libano tramite un sistema fondato sulle minoranze, in cui drusi, cristiani e altri gruppi siano incentivati a cercare protezione esterna e a stabilire legami economici con Israele. Un Libano debole e frammentato fornisce profondità strategica senza i costi e le responsabilità di un’occupazione diretta. Per ora, l’escalation transfrontaliera in Libano funziona meno come un percorso verso la vittoria militare assoluta e più come uno strumento per rimodellare l’equilibrio politico interno del Paese nel corso del tempo. Nel gennaio 2026, nonostante il mantenimento nominale del cessate il fuoco, Israele ha conservato le sue posizioni «temporanee» in cinque luoghi «strategici» nel sud del Libano, rifiutandosi di completare il ritiro. Il risultato è una situazione di stallo in cui Israele mantiene la sua influenza militare sul Paese, rifiutandosi al contempo di impegnarsi in un ritiro totale e lasciando aperta la possibilità di intraprendere nuove escalation di grande portata. Gli attacchi di Israele contro la Siria sono più complessi, poiché il Paese è diventato teatro centrale dell’intervento militare israeliano e della frammentazione politica provocata dalla caduta del regime di Assad nel dicembre 2024. La strategia israeliana in Siria prevede sia un’azione militare diretta sia sforzi volti a impedire il consolidamento di uno Stato siriano unificato, obiettivo che intende raggiungere fornendo sostegno militare e coordinamento alle Forze Democratiche Siriane, ovvero alle forze curde siriane, con l’obiettivo di frammentare l’autorità del nuovo governo siriano. Nel marzo 2025 il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha annunciato pubblicamente che Israele avrebbe permesso ai lavoratori drusi siriani di entrare negli Altipiani del Golan per svolgere lavori agricoli e edili, presentando la decisione come un gesto umanitario, che ovviamente serve a coltivare la dipendenza lavorativa e i legami economici che uniscono le comunità di confine con Israele. Nel luglio 2025 Netanyahu ha adottato una politica formale di «smilitarizzazione del sud della Siria», dichiarando che le forze israeliane sarebbero rimaste nel sud della Siria a tempo indeterminato e che non sarebbe stata consentita la presenza di forze militari siriane a sud di Damasco, il che significa di fatto una divisione del territorio siriano. Netanyahu ha presentato questa politica come un’iniziativa per «proteggere i drusi». Le battute d’arresto di Israele in Siria Alla fine del 2025 e all’inizio del 2026, la posizione delle Forze Democratiche Siriane era crollata. Le defezioni delle tribù arabe a Raqqa e Deir Ez-Zour, la crescente pressione delle forze turche nel nord e la mancanza di un sostegno esterno costante hanno provocato una rapida ritirata delle Forze Democratiche Siriane da gran parte del nord e dell’est della Siria nel gennaio di quest’anno. Questo crollo del principale alleato curdo, insieme al fallimento della resistenza delle milizie druse, sostenute sempre dagli israeliani, nell’impedire il consolidamento del potere di Damasco nel sud della Siria, ha minato la strategia israeliana di impedire la ricostruzione di uno Stato siriano unificato attraverso una guerra per procura. Le popolazioni druse e alauite rappresentano potenziali risorse economiche e demografiche in un momento in cui Israele deve affrontare una carenza strutturale sia di soldati che di lavoratori. Dal 2023 questa carenza si è aggravata. La periferia siriana offre una riserva di manodopera che può essere incorporata in modo selettivo attraverso accordi di autonomia o annessione informale, cosa che Israele ha già fatto consentendo a un numero indeterminato di drusi siriani di lavorare negli Altipiani del Golan. Si delinea così una strategia di annessione economica priva di confini formali, che integra la periferia meridionale della Siria nell’economia israeliana in condizioni di subordinazione. Per quanto riguarda il coinvolgimento diretto nel Nord Africa in generale, Israele non ha condotto operazioni militari dirette in Egitto né ha effettuato interventi militari prolungati in Sudan o Libia, ma ha implementato strategie indirette di influenza e raccolta di informazioni, che vanno dal mantenimento di contatti con entrambe le parti della guerra civile sudanese agli incontri segreti organizzati con funzionari libici prima dell’ottobre 2023. I costi dell’espansionismo e il potenziale di resistenza Sebbene l’attuale traiettoria di Israele sia presentata a livello interno come un trionfo, le sue prospettive a lungo termine rimangono cupe e costose. La guerra permanente costringe gli israeliani a una mobilitazione militare permanente, accelera l’esaurimento demografico e morale e aumenta l’esposizione a lungo termine a ritorsioni asimmetriche da parte della resistenza palestinese, siriana e libanese, nonché di altri attori. Ogni assenza di conseguenze alle azioni israeliane ricalibra le aspettative di entrambe le parti. All’interno di Israele, rafforza la convinzione che la forza non comporti alcun costo significativo. Tra coloro che sono stati oggetto della sua aggressione, acuisce gli incentivi a sviluppare strategie di logoramento e ritorsione a più lungo termine. L’estensione geografica degli interventi israeliani aggrava ulteriormente queste vulnerabilità. Gli sforzi compiuti da Israele per insediarsi in infrastrutture militari straniere, come ad esempio in Somaliland e nello Yemen meridionale (e per stabilire basi attraverso rappresentanti regionali come gli Emirati Arabi Uniti), espongono la portata operativa israeliana a linee di rifornimento estese, che sono distanti, insicure e vulnerabili a operazioni militari deterrenti. Invece di strutture gestite direttamente da Israele, questi accordi si basano su basi di terze parti (principalmente degli Emirati), la cui stabilità dipende a sua volta dalle mutevoli dinamiche di potere regionali e dalle priorità statali che sfuggono al controllo diretto di Israele. Mantenere una presenza efficace a tale distanza aumenta la probabilità che sorgano nuovi ostacoli militari, nuove restrizioni finanziarie e nuovi intrecci imprevisti, che possono risultare difficili da gestire nel tempo, soprattutto quando dallo Yemen Ansar Allah minaccia di attaccare qualsiasi futura base militare israeliana creata in Somaliland. Testi consigliati Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria armamentística israelí , «Diario Red» 22/04/25 Mitchell Plitnick, La ocupación estadounidense de Gaza ha comenzado , «Diario Red» 02/02/26 e Qué significa el ataque de Estados Unidos a Venezuela para Oriente Próximo , «Diario Red» 19/01/26 Craig Mokhiber, El inicio de la era de la impunidad: Venezuela, Palestina y el fin del derecho internacional , «Diario Red» 13/01/26 e La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza , «Diario Red» 21/11/25 Nora Barrows-Friedman, Israel profana tumbas y cementerios de forma masiva en Gaza , «Diario Red» 02/02/26 e El Estado terrorista israelí y las potencias genocidas occidentales hacen morir a los bebés de hipotermia e imponen condiciones de habitabilidad monstruosas en Gaza , «Diario Red» 18/01/26 Qasaam Muaddi, Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida , «Diario Red» 18/01/26 Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomia di un genocidio (2024) e Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? e El colapso del sionismo, «El Salto» 20/04/ 2023 e 26/06/2024 Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024) Baruch Kimmerling, Politicidio: la guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004) Ahmed Alqarout è un esperto di economia politica specializzato nella regione del Medio Oriente e del Nord Africa, nonché nella competizione tra le grandi potenze.
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Hamas non deporrà le armi unilateralmente Barbara Galinska In esclusiva: Hamas afferma che non deporrà le armi unilateralmente, mentre Trump e Netanyahu minacciano di riprendere la guerra genocida su larga scala. Basem Naim, alto funzionario di Hamas, spiega che la resistenza palestinese non è disposta a rinunciare al suo esiguo armamento costituito da armi leggere, la sua rete di tunnel e alla sua limitata capacità di produzione di razzi, richiesta avanzata dal criminale di guerra Benjamin Netanyahu per umiliare ulteriormente la popolazione palestinese e concepita per provocare la ripresa della guerra genocida, incoraggiata dal presidente fascista degli Stati Uniti e dalle potenze democratiche genocidarie occidentali. Mentre il presidente Donald Trump si prepara a convocare giovedì il primo incontro ufficiale del suo assurdo Board of Peace , lui stesso e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno nuovamente ribadito la loro richiesta che Hamas e le altre fazioni della resistenza palestinese depongano immediatamente le armi, insistendo sulla condizione che tutte le armi leggere debbano essere consegnate prima che l'esercito israeliano ritiri le sue forze. «È molto importante che Hamas mantenga il suo impegno alla smilitarizzazione totale e immediata», ha ribadito Trump in un post pubblicato domenica sul social Truth. Questa richiesta viene presentata come condizione sine qua non per l'avvio di qualsiasi ricostruzione a Gaza, ma non fornisce alcuna garanzia per la sicurezza o la sovranità palestinese. Un alto funzionario israeliano ha anche affermato lunedì scorso che Trump sta valutando di imporre un termine di due mesi affinché i palestinesi consegnino le armi. Sia Trump che Netanyahu hanno minacciato che potrebbe riprendere una guerra su larga scala contro Gaza, se Hamas si rifiuterà di capitolare. Hamas, dal canto suo, non ha partecipato ad alcun negoziato formale negli ultimi mesi. Nonostante le notizie dei media su nuove bozze e preparativi degli Stati Uniti per i negoziati, i leader di Hamas affermano che non è stata presentata formalmente alcuna proposta al movimento e che non si sono tenute riunioni ufficiali con il gruppo per discutere possibili scenari. Basem Naim, un alto dirigente di Hamas che ha partecipato attivamente ai negoziati per raggiungere l'accordo di cessate il fuoco, ha dichiarato a Drop Site che il suo partito non accetterà le richieste vessatorie di disarmare unilateralmente la resistenza palestinese, né si sottometterà a una totale smilitarizzazione della Striscia di Gaza. Naim ha ribadito che il partito di Hamas è disposto a negoziare il disarmo delle forze di resistenza solo se questo è collegato a un cessate il fuoco a lungo termine, che ponga dei limiti a Israele e sia accompagnato da un processo politico che porti alla creazione di uno Stato palestinese e di una forza armata in grado di difendersi. «La nostra posizione al riguardo è molto chiara», ha affermato Naim. «Prima di parlare di disarmo o confisca delle armi, riteniamo necessario che Netanyahu e il suo governo estremista, insieme ai mediatori e al garante statunitense, garantiscano la piena attuazione di tutto ciò che è stato concordato nella prima fase, in modo da produrre un cambiamento fondamentale nella situazione umanitaria a Gaza». «La resistenza palestinese e le sue armi sono un diritto legittimo e di conseguenza il disarmo è rifiutato e non sarà accettato da nessun palestinese», ha continuato Naim. «Il problema è fondamentalmente politico, non di sicurezza, e la sua soluzione non risiede nelle armi della resistenza, ma nella fine dell’occupazione sionista. Gaza non è un progetto immobiliare, è parte integrante della patria palestinese». Netanyahu ha affermato regolarmente e falsamente, spesso sostenuto da Trump e da altri leader occiden tali, che Hamas ha accettato il disarmo totale della resistenza palestinese come parte della prima fase del limitato accordo di "cessate il fuoco" firmato nell'ottobre 2025. Netanyahu ha anche giustificato la morte di oltre seicento palestinesi dalla firma del "cessate il fuoco", sostenendo che sia i combattenti di Hamas che i civili stanno violando l'accordo. In realtà, Hamas non ha firmato alcun termine relativo al disarmo, ma ha ribadito di non poter raggiungere un accordo unilaterale sul futuro governo o sulla resistenza armata a nome dell'intero popolo palestinese. «È chiaro che Netanyahu e il suo governo estremista stanno cercando nuove giustificazioni per continuare l'aggressione contro Gaza e riprendere la guerra, nonostante tutte le posizioni regionali e internazionali che rifiutano la ripresa dei combattimenti», ha detto Naim. «Anche Hamas sta facendo tutto il possibile per evitare la ripresa della guerra. Fino a poco tempo fa, Netanyahu utilizzava la questione dei prigionieri [israeliani] per giustificare il proseguimento dell'assalto alla Striscia di Gaza, il rifiuto di ritirare le sue forze militari, di aprire i valichi di frontiera e autorizzare l’ingresso degli aiuti», ha concluso l'alto dirigente di Hamas. Durante il genocidio di Gaza, Israele ha chiesto la resa totale non solo di Hamas, ma anche della causa di liberazione palestinese. I responsabili di Hamas hanno dichiarato a Drop Site che, sebbene il gruppo rifiuti il disarmo totale, è disposto a negoziare la questione delle armi, compreso lo stoccaggio verificato a livello internazionale o lo smantellamento di alcune armi «offensive», a condizione che venga istituita una forza di sicurezza palestinese a Gaza. I responsabili di Hamas e della Jihad islamica palestinese hanno sostenuto che la resistenza armata si dissolverebbe solo nel contesto dell'istituzione di una forza armata palestinese riconosciuta a livello internazionale e in grado di difendere il proprio territorio e il proprio popolo. Il piano di Trump richiede la distruzione delle "infrastrutture offensive, compresi i tunnel e gli impianti di produzione di armi", e una visione a più lungo termine per "un processo concordato di smantellamento" di altre armi. «La vita a Gaza oggi è insostenibile», ha affermato Naim, sottolineando che la proposta e le richieste comunicate non offrono alcuna garanzia per la sicurezza palestinese. «Come si può parlare di disarmo mentre l'aggressione continua e Netanyahu non si impegna a un cessate il fuoco? Si stanno formando, sostenendo e appoggiando bande armate per compiere pericolose operazioni di sicurezza, come rapimenti e omicidi. Come si può parlare di disarmo quando [quasi] il 60% della Striscia di Gaza è ancora occupata da Israele?». Accordi di sicurezza reciproca Come riportato in precedenza da Drop Site , Hamas ha ripetutamente suggerito ai mediatori regionali una soluzione al problema delle armi che preveda che la resistenza palestinese immagazzini o «congeli» le proprie armi e non le utilizzi in alcun attacco contro Israele. Questa proposta, che farebbe parte di un cessate il fuoco a lungo termine imposto a livello internazionale, avrebbe il sostegno degli stessi gruppi di resistenza palestinesi. La violazione di un accordo di questo tipo, specialmente un accordo sostenuto da un gran numero di paesi arabi e islamici, avrebbe gravi conseguenze per l'intera lotta palestinese. La chiave del suo successo, hanno avvertito i funzionari palestinesi, sarebbe costringere Israele a rispettare l'accordo. Israele ha sistematicamente violato gli accordi di cessate il fuoco non solo con la Palestina, ma anche con il Libano, Paese che continua a bombardare quasi quotidianamente nonostante il cessate il fuoco firmato nel novembre 2024. Le proposte di Hamas non hanno portato a nulla e, da quando Trump ha ufficialmente avviato il Board of Peace, non ci sono state praticamente discussioni sostanziali con i leader di Hamas. Domenica scorsa Netanyahu ha cercato di anticipare qualsiasi possibile negoziazione tecnica con Hamas, che consenta ai combattenti palestinesi di conservare almeno le armi leggere, dichiarando che la Striscia di Gaza deve essere completamente smilitarizzata come condizione affinché Israele passi alla seconda fase dell'accordo. «Ciò che deve accadere è che prima Hamas venga disarmato e poi Gaza smilitarizzata. Disarmare significa che deve consegnare le armi», ha detto Netanyahu in un discorso pronunciato alla conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane riunite a Gerusalemme, scartando l'idea di negoziati sul disarmo. «Non ci sono praticamente armi pesanti a Gaza. Non c'è artiglieria, non ci sono carri armati, non c'è niente. L'arma pesante, quella che causa più danni, si chiama AK-47, e basta. È così che giustiziano le persone. È così che sparano alla nostra gente. È quello che hanno usato nel massacro del 7 ottobre, dei fucili d'assalto" ha aggiunto. "Quella è l'arma principale e deve sparire". Lunedì Yossi Fuchs, segretario di gabinetto del primo ministro e consigliere principale di Netanyahu, ha affermato che il governo Trump ha chiesto a Israele di concedere un periodo di due mesi per costringere Hamas a disarmarsi prima che lo Stato terrorista israeliano rilanci un attacco militare su larga scala contro Gaza. "Attualmente ci stiamo preparando per un periodo di circa sessanta giorni durante il quale Hamas avrà la possibilità di disarmarsi. Siamo in totale coordinamento con gli americani, questa è stata la loro richiesta, che noi rispettiamo", ha dichiarato Fuchs in una conferenza stampa tenutasi a Gerusalemme. "Questo processo sarà monitorato, se andrà bene, ottimo. In caso contrario, le Forze di Difesa Israeliane dovranno tornare e completare la missione". Fuchs ha affermato di non sapere quando inizierà il periodo di sessanta giorni, ma ha previsto che, se il disarmo totale non avverrà entro giugno, Israele riprenderà la sua guerra totale contro Gaza. "Parlare di disarmo significa l'assenza di qualsiasi accordo di sicurezza reciproco, lasciando Israele libero di operare nella Striscia di Gaza dove, quando e come vuole?", ha chiesto Naim. «Cercare di presentare il problema come l'esistenza di armi in mano palestinese, armi leggere che non possono essere paragonate in alcun modo all'arsenale convenzionale, chimico, biologico o nucleare posseduto da Israele, non considera ciò a cui abbiamo assistito nei due anni di genocidio nella Striscia di Gaza. Queste armi leggere in mano al popolo palestinese servono fondamentalmente per l'autodifesa, non per aggredire nessuno. Pertanto, tale misura è respinta e non può essere approvata, come affermano o esigono». Naim ha affermato che la posizione di Hamas è che qualsiasi proposta relativa alle armi o al disarmo deve concentrarsi su accordi di sicurezza reciproca e non su richieste unilaterali imposte alla parte palestinese. «Bisogna impedire che Israele continui l'aggressione e garantire l'istituzione di un cessate il fuoco di diversi anni, tre, cinque o sette, parallelamente al processo politico», ha affermato. «Durante questo periodo, la resistenza si impegnerebbe, sotto la supervisione palestinese, araba e internazionale, a rispettare il cessate il fuoco. Durante questo periodo, le armi sarebbero ritirate dal terreno e immagazzinate, dando al governo palestinese o al comitato amministrativo l'opportunità di gestire tutte le questioni civili e di sicurezza nella Striscia di Gaza senza interferenze da parte di nessuno». Questa posizione è stata espressa sistematicamente dai responsabili di Hamas sin dalla firma dell'accordo dell'ottobre 2025 a Sharm El Sheikh, in Egitto. Nonostante la falsità della descrizione generale fornita dai responsabili statunitensi e israeliani secondo cui Hamas avrebbe accettato tutte le condizioni di Trump, questa organizzazione e altre fazioni palestinesi non hanno firmato alcun accordo al di là della definizione di un cessate il fuoco, dello scambio di prigionieri e della creazione di un quadro iniziale per il ridispiegamento o il ritiro delle forze israeliane da alcune parti di Gaza. Ufficialmente, non esiste alcun accordo su una "seconda fase". I negoziatori palestinesi hanno chiarito che le richieste che riguardano il futuro di uno Stato palestinese, le armi delle fazioni di resistenza e altre questioni essenziali richiederebbero la consultazione di un'ampia rappresentanza dei partiti e delle fazioni politiche palestinesi. "Abbiamo discusso un approccio globale e olistico. In primo luogo, la questione umanitaria deve essere completamente separata dalle altre questioni: la vita quotidiana della popolazione, ovvero il suo approvvigionamento alimentare, l'accesso all'acqua e la disponibilità di medicinali, non può continuare a essere in balia di questo governo fascista e della sua agenda politica, il cui obiettivo dichiarato è risolvere il conflitto con la forza a favore dell'entità [sionista] e cancellare l'esistenza palestinese", ha affermato Naim. «Deve anche essere verificato un processo politico serio con scadenze definite, che inizi e finisca con la creazione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme come capitale. A quel punto, le armi e i combattenti della resistenza entrerebbero a far parte di quello Stato e del suo esercito». «O disarmo o guerra» Lo scorso fine settimana Trump ha annunciato di aver ricevuto oltre 5 miliardi di dollari in impegni per il suo Board of Peace e che i paesi partner si sono impegnati a schierare migliaia di soldati come parte di una Forza internazionale di stabilizzazione (ISF). Sebbene Trump non abbia nominato Paesi specifici, l'Indonesia è stata la prima nazione a dichiarare pubblicamente la propria partecipazione, annunciando che si stava preparando per un possibile dispiegamento di fino a 8000 soldati. Molte nazioni hanno dichiarato che non invieranno truppe se la missione includerà il disarmo o lo scontro con le fazioni della resistenza palestinese. Hamas ha affermato di accogliere con favore una forza internazionale, ma solo affinché funga da cuscinetto neutrale tra le forze israeliane e la popolazione palestinese residente a Gaza. "La partecipazione dell'Indonesia non ha come obiettivo missioni di combattimento o di smilitarizzazione", si legge in una dichiarazione del 14 febbraio del Ministero degli Affari Esteri indonesiano, che ha poi aggiunto che "il mandato è di natura umanitaria e si concentra sulla protezione della popolazione civile, sull'assistenza umanitaria e sanitaria, sulla ricostruzione, nonché sulla formazione e lo sviluppo delle capacità e delle competenze della polizia palestinese". La dichiarazione affermava che l'Indonesia «porrebbe fine alla sua partecipazione se l'attuazione della Forza di stabilizzazione internazionale si discostasse» da tale mandato. Il piano di Trump prevede anche la creazione di una forza di polizia palestinese sotto la bandiera del nuovo organo di governo tecnocratico noto come Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (CNAG). Composto da quindici palestinesi, il CNAG, organismo situato al livello più basso della gerarchia organica del Board of Peace creato da Trump, è l'unico organo che include palestinesi. Quando il genero di Trump, Jared Kushner, ha presentato una serie di diapositive sul piano di suo suocero in occasione dell’insediamento del Board of Peace tenutosi a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio, una diapositiva intitolata "Principi di smilitarizzazione" affermava: "Le armi pesanti saranno ritirate immediatamente. Le armi personali saranno registrate e ritirate per settori man mano che la polizia del CNAG sarà in grado di garantire la sicurezza personale". La sezione concludeva: "Lo stato finale: solo il personale autorizzato dal CNAG potrà portare armi". Un alto funzionario del Board of Peace di Trump ha inoltre indicato che gli sforzi per disarmare i gruppi di resistenza palestinesi sarebbero stati compiuti nell'ambito della creazione di una forza di sicurezza palestinese e non come un atto formale di resa. Il fatto che i funzionari di Trump sembrassero orientarsi verso un processo di disarmo più lento di quello richiesto da Netanyahu è stato rafforzato anche da un articolo pubblicato dal New York Times che descriveva un progetto di piano statunitense che avrebbe richiesto ad Hamas di «consegnare tutte le armi in grado di attaccare Israele, ma avrebbe permesso al gruppo di conservare alcune armi leggere, almeno inizialmente». Il leader di Hamas a Gaza, il dottor Khalil Al-Hayya, ha recentemente incontrato al Cairo Nickolay Mladenov, l'alto rappresentante dell'amministrazione Trump, anche se un alto funzionario di Hamas ha detto a Drop Site che durante l'incontro non sono state presentate proposte ufficiali sul disarmo della resistenza palestinese. "In alcuni incontri, la questione è stata sollevata in termini generali, ma finora non è stata avviata alcuna discussione ufficiale con noi", ha detto il funzionario. Alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, tenutasi lo scorso 13 febbraio, a Mladenov è stato chiesto quale sarebbe la situazione che vorrebbe vedere a Gaza tra un anno. "Mi auguro che avremo compiuto progressi significativi nel dispiegamento della nuova forza di sicurezza palestinese all'interno di Gaza e che Hamas avrà rinunciato a una parte significativa del suo armamento, in modo da poter avanzare al punto che Israele possa ritirarsi dalla Linea Gialla", ha detto Mladenov, un diplomatico bulgaro che è stato il massimo inviato delle Nazioni Unite nella regione tra il 2015 e il 2020. «Queste sono condizioni che ritengo fondamentali se vogliamo tornare alla risoluzione politica della questione palestinese, poiché questa richiede negoziati, richiede una leadership palestinese unica su tutto il territorio occupato e richiede un dialogo facilitato, non supervisionato, ma facilitato, dagli Stati Uniti, dall'Europa e da altri attori, come è stato in passato». Sebbene il calendario teorico di Mladenov sembri contraddire le richieste di Netanyahu di un disarmo immediato, egli ha anche riconosciuto che non ci sarebbe alcuna ricostruzione seria né alcun ritiro militare israeliano a meno che non venisse dissolta la resistenza palestinese. Su questo punto, Mladenov ha affermato che non solo dovrebbe essere disarmato il braccio armato di Hamas, ma anche la Jihad Islamica e tutte le altre fazioni armate. Ha definito il piano di Trump «l'unica opzione per andare avanti con qualcosa che abbia senso a Gaza, porre fine a questa guerra e non permettere il ritorno alla violenza». Mladenov ha aggiunto: «Gaza deve essere governata da un'autorità di transizione autorizzata dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza in virtù della quale deve assumere il controllo civile e della sicurezza totale di Gaza, il che include il disarmo di tutte le fazioni della resistenza palestinese attive a Gaza, non solo di Hamas». Mladenov ha affermato che questa è la condizione affinché le forze israeliane si ritirino dalla Striscia e inizi la ricostruzione. «La realtà è che tutto questo deve procedere molto rapidamente», ha affermato. "Permettetemi di essere assolutamente chiaro sui rischi che corriamo qui: il primo rischio è che non si arrivi alla seconda fase del cessate il fuoco, ma si passi alla seconda fase della guerra, e questa è una grave minaccia". Ha detto che, se Israele riprendesse la guerra, non ci sarebbe spazio per il Board of Peace «fino a quando non vedremo cosa rimane e raccoglieremo le macerie, potenzialmente, alla fine della stessa». Mladenov ha avvertito che, se la fase due non si attivasse rapidamente, la divisione di Gaza in due metà da parte di Israele e il suo trattamento come entità separata dalla Cisgiordania e non come parte dello stesso territorio occupato sarebbero «consolidati». Naim ha criticato duramente la dichiarazione di Mladenov. «È vergognoso sentire un certo politico statunitense o un funzionario internazionale come Mladenov dire: "O disarmo o guerra", perché in quest'ultimo caso ciò lo rende portavoce del governo israeliano, cessando di essere di conseguenza rappresentante di un organismo che lavora per creare la pace». Questo ultimatum coercitivo costituisce il fulcro della campagna di Israele per garantire il mantenimento del controllo totale sulla parte orientale di Gaza, nonché la sua capacità di attaccare a piacimento le zone occidentali e di impedire le minime concessioni offerte alla parte palestinese. La fase due del piano di Trump prevede un piano di ricostruzione su larga scala, una maggiore libertà di movimento per i palestinesi attraverso il valico di frontiera di Rafah con l'Egitto, l'empowerment, sotto la guida di Mladenov, del comitato tecnocratico di transizione palestinese per assumere le funzioni di base di governo e il graduale dispiegamento di una forza di sicurezza palestinese nella Striscia di Gaza. Il piano include anche delle condizioni che richiedono il ritiro delle forze israeliane in un perimetro tracciato intorno alla Striscia di Gaza, invece dell'attuale status quo in cui Israele occupa più della metà dell'enclave. "Gli Stati Uniti stanno facendo in questo momento la parte dei poliziotti buoni, a fronte della parte di poliziotto cattivo di Netanyahu. Gli americani parlano di ricostruzione e pace, mentre lui mantiene la minaccia della guerra. Quindi li vedo impegnati in un esercizio di depistaggio, che spinge costantemente Hamas alle corde", ha detto Sami Hermez, analista politico e professore di antropologia alla Northwestern University del Qatar. "Non credo che si possano separare gli Stati Uniti e Israele o Trump e Netanyahu, come se si trattasse di due strategie diverse e non di partner impegnati in una strategia globale in cui lavorano in tandem. È ingenuo pensare il contrario o seguire la narrativa dei media secondo cui Trump ogni tanto non è d'accordo con Netanyahu ". Devastazione a Gaza Nonostante la generale struttura coloniale del Board of Peace e la costante deferenza di Trump nei confronti dell'agenda di Israele, Netanyahu continua a rifiutare pubblicamente qualsiasi piano che consenta ai palestinesi di rimanere a Gaza con una minima parvenza di autonomia o con la possibilità di ricostruire le loro case, ospedali, strade o scuole. Israele ha sistematicamente rifiutato di rispettare i termini del cosiddetto accordo di cessate il fuoco firmato nell'ottobre 2025. Nei quattro mesi trascorsi dalla sua entrata in vigore lo scorso 10 ottobre, sono state registrate circa 1620 violazioni da parte di Israele, secondo gli ultimi dati dell'Ufficio stampa del governo di Gaza. Tra queste vi sono centinaia di incidenti con sparatorie, bombardamenti e attacchi aerei ripetuti, incursioni in quartieri residenziali e demolizioni di case ed edifici. Queste violazioni hanno causato la morte di almeno 603 palestinesi e il ferimento di oltre 1600. Israele ha anche rifiutato di consentire l'ingresso dei quantitativi concordati di generi alimentari e altri prodotti di prima necessità previsti dall'accordo. Sebbene fosse previsto che 600 camion di aiuti entrassero quotidianamente nella Striscia di Gaza, la media è stata di soli 260 camion al giorno. Le consegne di carburante sono state particolarmente limitate, con solo 861 camion entrati rispetto ai 6000 concordati. Israele ha severamente limitato il passaggio da e verso Gaza attraverso il valico di Rafah dalla sua parziale riapertura la scorsa settimana, consentendo solo a circa un quarto del numero previsto di palestinesi di uscire o tornare a Gaza. Mentre Israele continua a far penetrare le sue forze militari nella Striscia di Gaza oltre i limiti consentiti, costruisce anche infrastrutture nelle zone a est della stessa, il che indica l'esistenza di piani a lungo termine per procedere a un'occupazione a tempo indeterminato. Se consideriamo la situazione da una prospettiva più ampia, Netanyahu sta creando uno stato di caos a Gaza, che relega il popolo palestinese in fragili accampamenti costituiti da tende e con un accesso limitato ai beni di prima necessità. Non ha nascosto che l'obiettivo di Israele è che Trump permetta il continuo intensificarsi degli attacchi israeliani, limiti severamente qualsiasi miglioramento delle condizioni di vita o la speranza di ricostruzione della Striscia di Gaza e incoraggi l'espulsione su larga scala della popolazione palestinese dalla stessa. Con lo spauracchio delle poche armi leggere della resistenza, Netanyahu mantiene la giustificazione politica per continuare la guerra di bassa intensità, che Amnesty International ha definito una continuazione del genocidio, sotto la minaccia della ripresa di operazioni su più ampia scala. "Più a lungo Netanyahu riuscirà a mantenere Gaza inabitabile, meglio sarà per lui; più a lungo riuscirà a ritardare qualsiasi ricostruzione e qualsiasi aiuto, meglio sarà per lui. L'idea del disarmo totale è un buon modo per garantire che non si faccia nulla a Gaza, perché lui sa che si tratta di una richiesta irrealistica", ha affermato Hermez. "Gli Stati Uniti e Israele stanno seguendo sostanzialmente lo stesso copione che hanno utilizzato in Cisgiordania per decenni: parlano di pace e gli Stati Uniti finanziano persino iniziative di pace, mentre le truppe sul campo rendono la vita dei palestinesi un inferno e continuano a opprimere la popolazione palestinese. Tutto in nome di una promessa futura: prima era la creazione di uno Stato dopo Oslo, ora è la semplice ricostruzione di Gaza. L'incognita, ovviamente, è Hamas e la resilienza della vita sul campo". Naim ha affermato che gli eventi accaduti mettono in luce il proseguimento della strategia israeliana, che si protrae da decenni, volta non solo ad annientare le aspirazioni di creare uno Stato palestinese, ma anche ad intensificare la guerra per espellere completamente la popolazione palestinese dalla propria terra. Ha anche sottolineato il continuo assedio di Israele alla Cisgiordania occupata, che consiste nel perpetrare regolari invasioni militari, nell'espansione degli insediamenti illegali e nel moltiplicarsi del terrore che i coloni sostenuti dallo Stato scatenano quotidianamente contro la popolazione palestinese. Ha citato anche le recenti misure giudiziarie che consentono a Israele di registrare per la prima volta dal 1967 i terreni della Cisgiordania come proprietà legale dello Stato. «L'esperienza palestinese negli oltre trentatré anni trascorsi dalla firma degli Accordi di Oslo, la cui premessa era la creazione di uno Stato palestinese, mostra come Israele, specialmente durante la presidenza di Netanyahu iniziata nel 1996, abbia utilizzato tutti i mezzi a sua disposizione per distruggere questa opportunità, per indebolire e minare l'Autorità [Palestinese] e per espandere con ogni mezzo l'annessione del territorio palestinese. Le recenti decisioni, che eludono le leggi vigenti e gli obblighi contratti dallo Stato israeliano nei confronti dei palestinesi e dei giordani e che annullano la legge giordana e la capacità amministrativa dell'Autorità Nazionale Palestinese, equivalgono a un'annessione sia di fatto che legale», ha affermato. «Questa esperienza conferma che il problema non è mai stato il popolo palestinese o la sua resistenza, ma il progetto israeliano di colonizzazione, volto a cancellare l'esistenza palestinese e a porre fine alla causa palestinese a favore di uno Stato ebraico tra il fiume e il mare». Naim ha aggiunto: «Ciò che Netanyahu e il suo esercito non sono riusciti a ottenere in due anni, non lo otterranno con nessun altro mezzo, indipendentemente dal sostegno che potranno ricevere da qualsiasi altro attore». Si consiglia di leggere Jeremy Scahill y Jawa Ahmad, « El inquebrantable Nael Barghouti » y « Trump, Gaza y los Acuerdos de Oslo: un déjà vu » , Huda Ammori, « Palestine Action: sabotaje a la industria bélica israelí », Nora Barrows-Friedman, « El genocidio israelí continua implacable durante el «alto el fuego» ante el silencio y la complicidad occidentales » y « El Estado terrorista israelí y las potencias genocidas occidentales hacen morir a los bebés de hipotermia e imponen condiciones de habitabilidad monstruosas en Gaza », Ali Abunimah, « La Junta de Paz de Trump: multimillonarios, compinches y genocidas », Craig Mokhiber, « El mundo de rodillas: la «Junta de Paz» de Trump y los tiempos oscuros que se avecinan » y « La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza »; Qassam Muaddi, « Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida » Michael Arria, « Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento », todos ellos publicados en Diario Red . Consejo de Derechos Humanos de Naciones Unidas, Informes de la Relatora Especial sobre la situación de los derechos humanos en los territorios palestinos ocupados desde 1967, Francesca Albanese, « Anatomía de un genocidio » (2024) y « De la economía de la ocupación a la economía del genocidio » (2025) y « Gaza Genocide: a Collective Crime » (2025). Ilan Pappé, « Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? » y « El colapso del sionismo », El Salto . Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024). Baruch Kimmerling, Politicidio: La guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004). Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Drop Site ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso
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Quando Jonathan Swift urinò sul Potere Samuele Arcangioli e Arlenys Taietti Aver classificato Jonathan Swift fra gli scrittori per l’infanzia ha permesso di nascondere ai più la carica sovversiva di un libro come I viaggi di Gulliver, un’opera edita la bellezza di tre secoli fa, nel 1726 Nel romanzo I Viaggi di Gulliver il capitano Lemuel Gulliver esplora diversi paesi: Lilliput, popolato di nani ; Brobdingnag, popolato di giganti ; Laputa, isola volante abitata da filosofi e scienziati ; Huyhnhnmlandia, dove i cavalli comandano gli uomini . I suoi universi visionari si basano su deformazioni esagerate della realtà e riflettono il nostro mondo e, quindi, possono essere ritenuti i primi racconti di ambienti distopici. Il termine lillipuziano è entrato nel linguaggio comune per indicare qualcosa di estremamente piccolo, ma lo si usa anche per definire persone intellettualmente ottuse e meschine; infatti, i lillipuziani rappresentano i maggiori difetti della vita sociale e politica inglese del Settecento: gli intrighi di corte, la disonestà, le lotte intestine tra partiti avversi e l’ostilità verso l’estero. Preoccupato da una società sempre più fondata su commercio, finanza e mercato, Swift trasforma I viaggi di Gulliver in una critica senza pietà all’Inghilterra dell’epoca; in primis, contro guerre, colonie e fanatismi religiosi, disparità economiche e consumismo, immoralità e corruzione. Swift contro le guerre: «Nella speranza di guadagnarmi sempre più le buone grazie di Sua Maestà, gli parlai della scoperta, fatta tre o quattrocento anni fa, di una certa polvere cadendo in un mucchio della quale una piccola scintilla lo incendierebbe tutto in un attimo, fosse anche grosso come una montagna, e lo farebbe saltare in aria tutto in una volta con un fracasso e un subbuglio maggiori del tuono. Gli dissi che una data quantità di questa polvere cacciata dentro un tubo di bronzo o di ferro, secondo la sua grossezza, è capace di spingere una palla di ferro o di piombo con tale violenza e velocità che nulla può resistervi; che le palle più grosse, così scaricate, non solo possono distruggere in un attimo intere file di un esercito, ma fanno rovinare al suolo le più solide mura, mandano a picco le navi cariche di migliaia d’uomini, e, se son legate fra loro con una catena, spezzano alberi e sartiame, tagliano a mezzo centinaia di corpi e seminano la desolazione dinanzi a sé. Aggiunsi che spesso mettiamo questa polvere in certe grandi palle cave di acciaio e le scagliamo con una macchina in qualche città assediata: allora i selciati saltano, le case vanno in frantumi, le schegge scoppiano e schizzano da ogni parte, e le cervella di tutti coloro che son nelle vicinanze vanno in pappa. Conclusi infine dicendo che conoscevo molto bene gli ingredienti di questa polvere, tutti di poco prezzo e facili a trovarsi, sapevo il modo di mescolarli insieme e potevo dare ai suoi operai le indicazioni per costruire quei tubi […]. Tutto questo io offrivo umilmente a Sua Maestà come piccolo segno di riconoscimento in cambio di tante prove da me ricevute del suo favore e della sua protezione. Il Re fremette di orrore alla descrizione che gli feci di questi terribili meccanismi e alla proposta con cui la accompagnai. E sbigottì che un impotente e abietto vermiciattolo quale io ero (furono queste le sue parole) potesse concepire idee così inumane e venirle a dire con tanta naturalezza da apparir interamente insensibile alle scene di sangue e di desolazione che aveva presentato come normali effetti di quelle macchine infernali, inventate certo, disse, da qualche genio malvagio nemico del genere umano». Swift contro colonie e fanatismi religiosi: «[…] un’altra ragione mi trattenne dal cercar di estendere i domini di Sua maestà con le mie scoperte. A dire il vero, ho qualche dubbio relativamente alla giustizia distributiva dei principi in simili occasioni. Ad esempio, una ciurma di pirati è spinta da una tempesta chissà dove; alla fine un mozzo avvista terra dalla cima dell’albero maestro; essi sbarcano per predare e mettere a sacco; trovano un popolo inerme; sono accolti con gentilezza; danno al paese un nuovo nome; ne prendono formale possesso in nome del loro Re; metton su una tavola tarlata o una pietra in memoria del fatto; assassinano due o tre dozzine di indigeni, ne portano via a forza un paio come campione, tornano in patria e sono perdonati. Di qui ha inizio un nuovo dominio acquistato per diritto divino. Si mandano navi alla prima occasione; gli abitanti sono scacciati o sterminati; i loro capi messi alla tortura perché rivelino i propri tesori; si autorizza ogni efferatezza e ogni lussuria, la terra fuma del sangue degli abitanti: e tale ignobile branco di beccai adoperato per così pia spedizione è quel che costituisce una colonia moderna mandata a convertire e civilizzare un popolo barbaro e idolatra». Swift contro disparità economiche e consumismo: «Gli dissi che i ricchi si godono i frutti del lavoro del povero e che la proporzione dei poveri con i ricchi è di mille a uno; che la massa del nostro popolo era costretta a vivere miserabilmente lavorando tutto il giorno per un meschino salario al solo scopo di far vivere nell’abbondanza alcuni pochi. […] Gli enumerai tutte le vivande che mi venivano in mente e i vari modi di cucinarle aggiungendo che, per questo, eravamo costretti a spedir vascelli in tutte le parti del globo in cerca di liquori, di salse e di altre innumerevoli ghiottonerie. Lo assicurai che bisognava fare almeno tre volte il giro del nostro orbe terracqueo prima che una delle nostre aristocratiche donne avesse una colazione di suo gusto e il vasellame per accoglierla. […] l’Inghilterra (la mia cara terra natia) produceva, a calcoli fatti, una quantità di cibo tre volte superiore al bisogno dei suoi abitanti, e così pure di liquori estratti dai semi e spremuti dai frutti di certi alberi che forniscono eccellenti bevande; e in egual proporzione produceva tutto ciò che è necessario alle comodità della vita. Ma, per alimentar le voluttà e l’intemperanza dei maschi e la vanità delle femmine, mandiamo in altre regioni la maggior parte delle cose a noi necessarie e da quelle, in cambio, importiamo prodotti buoni solo a fomentar malattie, pazzia e vizio, di cui facciamo commercio tra noi. […] Gli dissi che il vino non era importato fra noi da lontane contrade per supplire alla mancanza di acqua o di altre bevande, ma perché è una sorta di bevanda che ci rende allegri mandandoci fuor di senno, disvia ogni pensiero malinconico, fa sorgere nel cervello stravaganti fantasie, risveglia le speranze e bandisce i timori, sospende momentaneamente l’uso della ragione, ci toglie il vigor delle membra finché ci abbatte in un profondo sonno; bisogna tuttavia riconoscere che ci risvegliamo sempre sconvolti e depressi e che l’uso di questa bevanda ci colma di infermità che turbano e abbreviano la nostra esistenza». Swift contro immoralità e corruzione: «Cominciai informando Sua maestà che il nostro territorio consisteva in due isole le quali componevano tre possenti reami sotto un solo sovrano, oltre alle nostre colonie di America. […] Del tutto sbalordito rimase poi al racconto che gli feci della nostra storia negli ultimi cento anni, affermando che era solo un cumulo di cospirazioni, ribellioni, assassinii, massacri, rivoluzioni, proscrizioni: il peggior effetto, insomma, che l’avarizia, la faziosità, l’ipocrisia, la perfidia, la crudeltà, la rabbia, la follia, l’odio, l’invidia, la lussuria, la malizia e l’ambizione potessero produrre. In un’altra seduta, Sua Maestà durò fatica a ricapitolare tutto ciò che gli avevo detto; confrontò le domande fatte e le risposte date, poi, presomi fra le mani, e battendomi delicatamente sulla spalla, pronunziò queste parole che non dimenticherò mai come mai dimenticherò il tono con cui le disse: […] voi mi avete fatto un meraviglioso panegirico del vostro paese: avete chiaramente dimostrato che l’ignoranza, la pigrizia e il vizio sono gli elementi più adatti che si richiedono in un vostro legislatore; che le leggi sono spiegate, interpretate e applicate soprattutto da coloro il cui interesse e la cui abilità consistono nello snaturarle, imbrogliarle ed eluderle. Vedo, nel vostro popolo, certe linee fondamentali di una costituzione che, alle sue origini, poteva anche esser passabile; ma son quasi cancellate e quel che ne rimane è interamente macchiato e infamato dalla corruzione. Da tutto ciò che mi avete detto non risulta minimamente che, tra voi, per giungere a una qualsiasi carica, sia richiesta una qualsiasi virtù, e tanto meno che la virtù nobiliti tra voi l’uomo, che i sacerdoti sian promossi per la pietà e la dottrina, i soldati per la condotta e il valore, i giudici per l’integrità, i pari per l’amor patrio e i consiglieri per la saggezza. […] sono costretto a concludere che la massa dei vostri compatrioti è la più perniciosa e abominevole razza di insettaglia cui la Natura abbia permesso di strisciare sulla faccia della terra ». Pare che George Orwell non avesse grande stima di Swift, ma è quasi certo che abbia attinto un bel po’ dal suo ampio serbatoio di idee: se Orwell, in 1984 , inventa un ministero della storia , Swift aveva già inventato una sorta di ministero della filologia per decodificare i significati nascosti nelle espressioni dei sudditi; se Orwell descrive tecniche di lavaggio del cervello , Swift aveva già pensato a scienziati di regime che «progettano di abolire del tutto l'individualità asportando parti del cervello di un uomo e innestandole sulla testa di un altro». Sempre a proposito di questi due grandi scrittori, nel saggio Politica contro letteratura: un’analisi dei Viaggi di Gulliver , Orwell scrive: «[…] è difficile non percepire che, nei suoi momenti più sagaci, Gulliver è semplicemente lo stesso Swift, e c’è almeno un episodio in cui lo scrittore sembra dare libero sfogo al suo privato malcontento verso la società contemporanea. Si ricorderà che quando il palazzo dell’imperatore di Lilliput prende fuoco, Gulliver lo spegne urinandoci sopra». E allora, per concludere, godiamo il giusto leggendo il momento in cui Gulliver/Swift svuota la vescica sul palazzo del Potere: «Parecchi cortigiani, fattisi largo fra la folla, mi pregarono di venir subito alla reggia, dove gli appartamenti di Sua Maestà l’Imperatrice erano in fiamme in seguito all’imprudenza di una damigella d’onore che si era addormentata leggendo un romanzo. Mi tirai su in un attimo e, poiché si era già dato ordine di sgombrare le strade dinanzi a me, feci in modo di arrivare al Palazzo senza calpestare nessuno, favorito inoltre da una notte lunare. Trovai le scale appoggiate alle mura e secchi in abbondanza, ma l’acqua era piuttosto distante. I secchi eran poco più grandi di un ditale; quella povera gente me li porgeva più in fretta che poteva, ma poco giovavano contro la fiamma gagliarda. Avrei potuto facilmente soffocarla con la mia giacca, ma nella furia l’avevo disgraziatamente dimenticata e mi trovavo col solo panciotto di cuoio. La situazione sembrava disperata e miseranda, e quella magnifica reggia sarebbe inevitabilmente precipitata in fiamme se una presenza di spirito in me insolita non mi avesse fatto balenare a un tratto un’idea. La sera prima avevo bevuto abbondantemente un eccellente vino […] che ha virtù intensamente diuretiche e, per colmo di fortuna, non me n’ero alleggerito nemmeno di una goccia. Il caldo che mi veniva dalla vicinanza delle fiamme e dalla fatica che facevo a cercar di spegnerle facilitò al vino il suo effetto: ed io versai così abbondantemente le mie acque convogliandole tanto bene nei punti più opportuni che in tre minuti il fuoco era totalmente estinto, e salvato dalla distruzione il resto di quella nobile mole la cui costruzione aveva richiesto il lavoro di tanti secoli. […] l’Imperatrice, sconvolta dalla più profonda nausea per ciò che avevo fatto, si era trasferita nella più remota ala del palazzo dopo avere irrevocabilmente stabilito che mai più quegli appartamenti sarebbero stati restaurati per suo uso. Né si era potuta trattenere, in presenza dei suoi più intimi confidenti, dal giurarmi eterna vendetta». È proprio vero, ‘sta gente che comanda non è mai contenta. Marco Sommariva (Genova 1963) è autore di numerosi romanzi e testi di critica letteraria. www.marcosommariva.com English translation by Serena Duchi When Jonathan Swift urinated on Power Marco Sommariva Labelling Jonathan Swift as a children's writer has helped most people miss the subversive punch of a book like Gulliver's Travels, first published a full three centuries ago, in 1726. In the novel, Captain Lemuel Gulliver explores several lands: Lilliput, peopled by tiny folk ; Brobdingnag, inhabited by giants ; Laputa, a flying island inhabited by philosophers and scientists ; and Houyhnhnmland, where horses rule over humans . His visionary worlds rest on exaggerated distortions of reality and, by reflecting our own, can be seen as some of the earliest tales set in dystopian worlds. The word Lilliputian has entered everyday language to mean something extremely small, but it is also used to describe people who are intellectually dim and mean‑spirited. The Lilliputians embody the worst vices of eighteenth‑century English social and political life: court intrigue, dishonesty, vicious infighting between rival parties, and hostility towards foreigners. Alarmed by a society increasingly built on commerce, finance, and the market, Swift turns Gulliver’s Travels into a pitiless critique of the England of his day: above all, of wars, colonies and religious fanaticism, economic inequality and consumerism, immorality and corruption. Swift on war: «In the hope of earning ever more of His Majesty’s favour, I told him of a discovery made three or four hundred years ago: a certain powder, of which a tiny spark dropped into a heap would set it all ablaze in an instant, even if it were as big as a mountain, and would blow it into the air at once with a crash and commotion greater than thunder. I told him that a given quantity of this powder, rammed into a tube of bronze or iron, depending on its size, can drive a ball of iron or lead with such force and speed that nothing can withstand it; that the largest balls, discharged in this way, can not only destroy whole ranks of an army in a moment, but bring down the stoutest walls, sink ships laden with thousands of men, and, if the ships are chained together, snap masts and rigging, cut hundreds of bodies clean in two, and sow devastation before them. I added that we often put this powder into certain great hollow balls of steel and hurl them, by means of an engine, into a besieged city: then the pavements leap up, houses are shattered, splinters burst and fly in every direction, and the brains of everyone nearby are mashed to pulp. I concluded by saying that I knew very well the ingredients of this powder, all cheap and easy to found, knew how to mix them, and could give his workmen instructions for making those tubes […]. All this I humbly offered His Majesty as a small token of gratitude in return for the many proofs I had received of his favour and protection. The King shuddered with horror at my description of these dreadful mechanisms and at the proposal that went with it. He was astonished that an impotent and despicable little worm such as I was (those were his words) could conceive ideas so inhuman, and speak of them so naturally as to seem wholly unmoved by the scenes of blood and desolation I had presented as the normal effects of those infernal machines – certainly invented, he said, by some wicked genius, an enemy of humankind». Swift on colonies and religious fanaticism: «[…] another reason kept me from trying to extend His Majesty’s dominions with my discoveries. To tell the truth, I have some doubts about the distributive justice of princes on such occasions. For instance, a crew of pirates is driven by a storm – who knows where; at last a cabin‑boy sights land from the masthead; they go ashore to plunder and sack; they find an unarmed people; they are received with kindness; they give the country a new name; they take formal possession of it in the name of their King; they set up a worm‑eaten plank or a stone as a memorial; they murder two or three dozen natives, carry off a couple by force as specimens, return home and are pardoned. Thus begins a new dominion acquired by divine right. Ships are sent at the first opportunity; the inhabitants are driven out or exterminated; their chiefs are put to the torture to make them reveal their treasures; every cruelty and every lust is sanctioned; the land smokes with the blood of its people – and this vile rabble of butchers, employed on so pious an expedition, is what makes up a modern colony sent to convert and civilise a barbarous and idolatrous people». Swift on economic inequality and consumerism: «I told him that the rich enjoy the fruits of the poor man’s labour, and that the ratio of poor to rich is a thousand to one; that the bulk of our people are forced to live miserably, working all day for a paltry wage simply so that a few may live in abundance. […] I listed every kind of food I could think of and the different ways of cooking them, adding that for this we are obliged to send ships to every corner of the globe in search of wines, sauces and countless other delicacies. I assured him that one must circle our globe at least three times before one of our aristocratic ladies can have a breakfast to her liking, with the tableware to receive it. […] England (my dear native land) produces – by calculation – three times as much food as its inhabitants need, and likewise spirits distilled from seeds and pressed from the fruits of certain trees that yield excellent drinks; and in the same proportion it produces everything required for the comforts of life. But to feed the appetites and intemperance of men, and the vanity of women, we send abroad most of the things we need, and in exchange import goods fit only to foster disease, madness and vice – then trade them among ourselves. […] I told him that wine is not imported from distant lands to make up for any lack of water or other drinks, but because it is a kind of beverage that makes us merry by making us lose our wits, turns aside every gloomy thought, stirs up strange fancies in the brain, awakens hope and banishes fear, suspends reason for a time, robs us of the strength of our limbs until it drops us into a deep sleep; yet we must admit that we always wake disturbed and depressed, and that the use of this drink fills us with infirmities that trouble and shorten our lives». Swift on immorality and corruption: «I began by telling His Majesty that our territory consisted of two islands which together formed three powerful kingdoms under a single sovereign, besides our American colonies. […] He was utterly astonished by the account I gave him of our history over the past hundred years, saying it was nothing but a heap of conspiracies, rebellions, assassinations, massacres, revolutions and proscriptions: in short, the worst effects that greed, faction, hypocrisy, perfidy, cruelty, rage, madness, hatred, envy, lust, malice and ambition could produce. At another sitting, His Majesty struggled to recap everything I had told him; he compared the questions asked and the answers given; then, taking me in his hands and gently patting me on the shoulder, he uttered these words – which I shall never forget, any more than I shall forget the tone in which he spoke them: […] you have delivered a wonderful panegyric on your country: you have clearly shown that ignorance, idleness and vice are the qualities best required in one of your legislators; that laws are explained, interpreted and applied chiefly by those whose interest and skill lie in perverting, confounding and evading them. I see, in your people, certain fundamental lines of a constitution which, in its beginnings, might even have been tolerable; but they are almost erased, and what remains is wholly stained and disgraced by corruption. From all you have told me it does not appear in the least that, among you, any virtue is required to attain any office – still less that virtue ennobles a man; that priests are promoted for piety and learning, soldiers for conduct and valour, judges for integrity, peers for love of country, and counsellors for wisdom. […] I am forced to conclude that the mass of your compatriots is the most pernicious and abominable race of vermin that Nature has ever allowed to crawl upon the face of the earth ». It seems George Orwell had little time for Swift, yet it is almost certain he helped himself to a fair bit from Swift’s vast storehouse of ideas: if Orwell, in 1984 , invents a Ministry of History , Swift had already dreamt up a kind of Ministry of Philology to decode the hidden meanings in his subjects’ expressions; if Orwell describes techniques of brainwashing , Swift had already imagined regime scientists who «plan to abolish individuality altogether by removing parts of one man’s brain and grafting them onto another man’s head». Sticking with these two great writers, in his essay Politics vs. Literature: An Examination of Gulliver’s Travels , Orwell writes: «[…] it is hard not to feel that, at his sharpest, Gulliver is simply Swift himself, and there is at least one episode where the writer seems to give free rein to his private discontent with contemporary society. You will remember that when the Emperor of Lilliput’s palace catches fire, Gulliver puts it out by urinating on it». So, to conclude, let us savour it properly by reading the moment when Gulliver/Swift empties his bladder on the palace of Power: «Several courtiers, forcing their way through the crowd, begged me to come at once to the palace, where the apartments of Her Majesty the Empress were in flames through the carelessness of a maid of honour who had fallen asleep while reading a novel. I got up in an instant and, as orders had already been given to clear the streets before me, I managed to reach the Palace without trampling anyone, helped too by the moonlight. I found ladders against the walls and buckets in plenty, but the water was rather far off. The buckets were little bigger than a thimble; the poor people handed them to me as fast as they could, but they did little against the raging fire. I could easily have smothered it with my coat, but in my haste, I had unfortunately forgotten it and had only my leather waistcoat on. The situation looked desperate and miserable, and that magnificent palace would inevitably have gone up in flames had an unusual presence of mind not suddenly flashed an idea upon me. The evening before I had drunk plentifully of an excellent wine […] which has intensely diuretic virtues and – by a stroke of luck – I had not relieved myself of a single drop. The heat from the nearby flames, and the exertion of trying to extinguish them, helped the wine along: and I poured out my waters in such abundance, directing them so neatly to the most suitable spots, that in three minutes the fire was completely out, and the rest of that noble structure – whose building had taken the labour of so many centuries – was saved from destruction. […] The Empress, overcome with the deepest nausea at what I had done, moved to the farthest wing of the palace after irrevocably decreeing that those apartments should never again be restored for her use. Nor could she refrain, in the presence of her closest confidants, from swearing eternal vengeance on me». It’s true, ’cause the people in charge are never happy. Marco Sommariva (Genoa 1963) is the author of numerous novels and literary criticism. www.marcosommariva.com
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Complici. Poesie (1978-1982) Pubblichiamo l’introduzione e una selezione di poesie tratte dal libro pubblicato in questi giorni da Milieu edizioni Complici. Poesie (1978-1982) , di Gianfranco Pancino. In queste poesie si esprime la complicità di vita tessuta fra i giovani che hanno cercato, nei movimenti sociali e politici degli anni ’70 in Italia, di cambiare cultura, politica, società e la loro intera vita. Non parlano di sconfitta: in fondo al buio della disperazione cercano sempre una scintilla che rischiari l’avvenire. Vorrebbero essere il poema di quella generazione e della sua avventura. Gianfranco Pancino è un medico e biologo di fama internazionale per i suoi studi sull’HIV. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova nel 1976 e ha poi lavorato come medico del lavoro in uno SMAL (Servizio di medicina degli ambienti di lavoro) a Milano. Ha partecipato attivamente ai movimenti antagonisti nel decennio 1968-1978 e ha contribuito alla fondazione dell’Autonomia operaia a Milano. Costretto alla clandestinità e poi all’esilio a causa di mandati di cattura per le sue attività politiche, ha soggiornato prima in Messico e poi in Francia. Durante l’esilio in Francia, si è dedicato alla ricerca scientifica dapprima sul cancro e in seguito sull’HIV all’Istituto Pasteur di Parigi, dove è stato Direttore emerito di ricerca. La poesia Esiste la possibilità di riconsegnare alla parola il suo ruolo primario di comunicazione? Ringiovanire questo vecchio strumento, ingiallito dall’uso, ritrovato dai poeti di un secolo come simbolo astratto, forma, musica, poi lacerato, scomposto, spezzettato e ricomposto in cento rompicapi? La parola ha attraversato le civiltà maturando, caricandosi di significati, perdendone alcuni nella memoria del tempo, ringiovanendosi in altri. È giunto un momento in cui né la parola, né il suo unirsi in frase è sembrato possedere ancora capacità di significare, in cui è sembrata essere tanto farcita di significati da non possederne più nessuno. Di non giungere più a rappresentare il rapido volo dell’intelletto umano, le nuove scoperte di solitudine e le nuove ricerche di comunicazione. La ricerca poetica si è impostata nel tentativo di conquistare nuove sonorità, nuovi segni significanti o meno, puro suono, scendendo al di sotto della parola, aggregandone o disgregandone singoli suoni o superando la sintassi della frase in un puzzle di significati spezzati e ricomposti. O ha cercato di riconquistare il verbo legandolo direttamente e a volte piattamente alla storia dell’evoluzione sociale, costruendo un vocabolario storicamente determinato, a volte legato indissolubilmente all’esperienza politico-storica che l’ha creato. Quindi caduco per l’espressione universale o universalmente individuale della poesia. È possibile dunque chiudere a livello più alto lo iato tra parola-suono e parola-significato che si è aperto e mai più rinchiuso nella poesia da un secolo e mezzo? Reincarnare il significato e quindi il messaggio nella parola e nella sequenza di parole, fornire all’uccello multicolore del verbo un comprensibile canto? Gli orizzonti aperti dai movimenti rivoluzionari degli anni ’70, dai loro tentativi collettivi di trasformazione delle strutture sociali e della vita, dei rapporti interpersonali e della collocazione dell’individuo creativo in una collettività aperta e a sua volta creativa offrono nuovi messaggi. E alla poesia non si chiede di ricercare una parola di cui rivestire il messaggio, ma una parola che sia di per sé messaggio. A volte il messaggio diventa il motore della ricerca; la volontà di comunicare un nocciolo di pensieri cerca la via della parola; a volte sono le parole che, incrostandosi le une sulle altre, come rami progressivi di un corallo, creano il messaggio stesso, i suoi nuovi riflessi, le sue punte risplendenti nel buio dell’incosciente e dell’incomunicabilità. In questa epoca di estrema frammentazione, ma anche di sintesi acuta; di disgregazione di ogni unità, ma anche di una nuova ricerca coraggiosa e feroce, a volte disperata, di più alte unità assolute, che si fondano sulle tensioni della nostra umanità, sulla liberazione di molte capacità creative e di nuova coscienza del nostro essere; in questa epoca ritrovare o almeno cercare la sintesi tra parola e messaggio è forse possibile, certo necessario. Recuperando tutta la capacità allusiva della parola, la magia del suo suono, la suggestione delle sue costruzioni stilistiche, ma offrendole nuovi campi di comunicazione, riportandola alle orecchie degli uomini in cerca di musica e frammenti di verità. Assumiamo tutta la lezione della lirica del secolo scorso, la capacità di stravolgere la realtà o addirittura ricrearla in un’altissima astrazione attraverso il verbo e usiamola per alludere a una realtà ricreata dai sogni, dalle volontà, dai desideri. Possiamo riempire l’astrazione, tesa verso il risucchio dei buchi neri del nulla, con un sogno mischiantesi sempre al progetto, di un desiderio mescolantesi sempre a una volontà. In un’epoca così vicina al nulla di una distruzione totale o alla pregnanza di nuove esperienze sociali in cui inimmaginabile è la possibilità creativa dell’uomo liberato dal lavoro e dalle costrizioni del potere, proviamo a immaginare quest’ultima. È un’arma anch’essa contro la distruzione. Tentiamo un linguaggio che tenda alla simbiosi totale fra segno e significato, un segno che possa espandere il significato attraverso la propria plurivalenza e il significato che renda più penetrante quel segno. Leggendo una poesia non si dovrebbe poter fare un riassunto, né cantare una melodiosa o suggestiva o provocante musica, ma sentire ogni parola, ogni verso definire uno spazio in cui la fantasia può vagare diretta solo dal faro dell’espressione. La metafora non è un’arma spuntata se riesce a definire questo spazio immaginativo in cui corrono l’emozione e la fantasia e la ragione stessa. Perché questa è un’altra delle possibili sintesi: la ragione può essere guida alla costruzione dei castelli della fantasia e la fantasia può ampliare infinitamente le strade della ragione. Il manicheismo tra fredda razionalità e irrazionalità misticheggiante è eredità del passato: i pori della membrana che ha diviso queste attività della mente lasciano sempre più comunicazioni tra le due. La frattura inestinguibile dell’animo umano fra ragione e fantasia si può estinguere. Entrambe unite per trasformare la realtà visibile. La poesia parte dal sogno. Ma ora è un sogno che non scorre parallelo alla realtà, ma vi cozza contro e se ne allontana. Allontanandosi a volte risucchia la realtà, a volte si angoscia in una tensione che giunge a spezzarsi. Il sogno è di volta in volta visione, allucinazione, allusione, progetto politico. Perché il progetto politico usa le armi della ragione per forzare la realtà verso un sogno. Sia pure un sogno geometricamente costruito, una città adamantina di desideri. Questa è la scoperta della mia generazione: un rapporto diverso fra fantasia creatrice e realtà, dinamico, di scontro e trasformazione. Dove il sogno nella lirica era allontanamento dalla realtà verso l’ideale (fosse esso il vuoto del Nulla o la piena Luce), ora il sogno è cozzo potente con il reale verso una sintesi. La tensione alla sintesi, la sua profezia, l’angoscia del distacco e della lontananza da essi, l’allucinante riverbero dei suoi picchi intravisti da lontano sono le nuove sorgenti della poesia. Se essa si rivolge al ricordo, se essa rabbrividisce di fronte alla morte è perché nel ricordo ricerca i semi scintillanti dei campi futuri, nella morte cerca l’impulso per portare la vita al di là del nulla. La parola, è noto, contiene un potere di allusione, una ricchezza di significanza al di là del significato che di volta in volta le viene attribuito. Dipende dal messaggio che si vuol trasmettere; se si lascia libera la potenza allusiva o se, attraverso il contesto, si illumina sul palcoscenico del verso un solo, preciso significato. Vi è incertezza e dubbio, immotivata angoscia, visione e divinazione, scoperta, indicazione, ordine. Vi è anche il sussurrato colloquio che sempre continua con se stessi e con i compagni-complici, il monologo-dialogo che sta appena sopra la sfera del silenzio per fondare il continuum da dove si elevino i guizzi e le ondate della forza dell’espressione poetica. Gianfranco Pancino, Messico 1981 Queste poesie esprimono la cesura esistenziale di una generazione, la grande speranza collettiva che l’ha animata e la solitudine che è rimasta dopo la sua fine. Sciolgono poi il sale dell’esilio dei militanti fuggiti per dar sapore alle rimembranze, si affacciano alle bocche di lupo delle prigioni per raccogliere le voci dei compagni incarcerati. Dicembre ’78 Nei tuoi occhi è la tristezza del mare la sua vita sommersa sotto orizzonti nei tuoi occhi si sprecano storie spezzate come coperchi nell’impazienza di scoprire tesori. Sei andata lasciando la treccia che l’amore aveva mal pettinato nascosta ai piedi di un albero cercando ostinata la spiaggia dove mutare le lacrime in conchiglie. Hai raccolto nella lunga memoria di donna la storia di tanti occhi taciuti di tante voci sepolte di bisbigli di grida sbattute contro porte chiuse. Il grido che è uscito era canto interrotto era coro di muschi ventaglio di terra era il tuo grido: ma ogni volta è tornato in echi di strade in vie separate in stanze sepolte. Ti resta allora la voce, bucata dai vuoti che la solitudine scava oltre il coro, e rincorri il tuo riso di cui si ferma la piega un po’ amara, che già ti tramava negli occhi nella meraviglia d’esser felice. Ormai sai come me costruire cornici intorno a spazi vuoti e sperare paesaggi con cui adornare le pareti del tempo. Sulla tavola invasa dal fumo di vecchie amicizie quest’anno ti lascia soltanto la curiosità della vita e con essa la pozza in cui puoi rispecchiarti scoprendoti sempre oltre le spalle nuovi monti e alberi nuovi tra cui avventurarsi. III. L’ombra L’ombra è un presagio. Nell’anno in cui il gioco spiega ogni cosa offrendole un’anima, già vengono le sillabe della paura a descrivere il buio, prima percorso da sogni e bisbigli, a mostrare l’ignoto oltre la corda dell’aquilone, a suggerire abbandono dove si scioglie l’abbraccio. Latitanza I. Questa stanza oblunga, come una bara ai miei desideri, difende la mia libertà. E i sogni dalla veglia, quando si trasporta l’orecchio sulla strada a interpretare i passi e gli occhi levano la luce dall’utero della nottee della paura. (Spesso giungono all’alba a cambiar in sale la rugiada) II. La notte è cordiale se respira col corpo della tua donna e rimbocca al bambino le coltri su cui rotolano sogni. Questa stanza non conduce a sere che attendono a tavola caldi vapori di cena e intorno gli amici e le parole. La sua lampada non è sazia di fumo e di sorrisi. Non alzo lo sguardo alla pioggia evaporante alla luce della finestra di casa, ma cammino calpestando i riflessi accesi sul nitore dell’asfalto. III. A questa stanza che ha solo il tepore di minio del termosifone mi hanno condotto gli anni che hanno visto l’inizio e la fine di una generazione. Dieci anni per dipanare i fili della vita e poi consegnare il groviglio ai fratelli minori, già nostri figli. Abbiamo abraso gli stucchi e gli ori ai soffitti delle loro prigioni e lasciato le sbarre e i progetti di fuga. IV. Chi ha salvato un cantuccio in cui disporre il suo letto e un armadio per ammassarci dentro le proprie idee come cianfrusaglie pattini senza ruote e senza pista pensa a costruirsi un avvenire: la vita normale è esposta in saldo in tutte le vetrine. Canticchia in gola i vecchi slogan come violini scordati e riannoda la tela che di giorno ha squarciato. In un’epoca che ha sconfitto gli eroi è vano aspettare il ritorno di Ulisse. V. Abbiamo raccolto le prove nel processo alla vita normale e mostrato i grumi di vischio sui tiepidi fili della famiglia e il delitto di far morire l’amore rinchiuso tra muridi calce e abitudine. Abbiamo raccolto le prove contro il furto delle ore nascoste in pieghe di orari e dei nostri sensi schiacciati in fogli e inseriti in schede perforate. Aspettando la condanna i giurati siedono sul luogo del delitto. VI. Per non perdere la dolcezza ho il cilicio di questa stanza e la ragione di questa lotta. Per non perdere l’amore ti vengo a trovare nell’ansia di non trovarti nella sorpresa di trovarti ancora nell’avventura di cogliere domani con la tenera saldezza del tuo e del mio progetto rovente innesto dell’ora nel tempo infinito. La distanza tra la tua casa e la mia libertà e la tua è misurata dal bisogno di queste pareti separate di questa stanza sola e collettiva che mi consegna passi sicuri al nostro abbraccio. VII. E quando, e se, tornassi al mio nome, colle mie cicatrici esposte al giorno ed alla gente, la tua casa e la mia rimarrà aperta, nido intrecciato di calore e di cielo senza travi annerite sul capo. Per un incontro che è sempre miele sempre ricerca di una città di favi di un popolo d’api con oro e pungiglioni. Quando la notte si alza insonne senz’altro sostegno che l’angustia di non ricordare il sogno, si affaccia la vertigine della scarpata l’abisso a cui i gesti intelligenti tolgono il cadere senza tempo. La sensazione che uno sterpo infisso basterebbe a frenare la caduta eterna ritmata dagli echi del vuoto sillabata da richiami d’acqua gorgoglianti nel buio, inesistenti.
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Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Il Flop di Man2Man e Ur-Fascismo e Nucleare Celeste Il Flop di Man2Man Il Boomernauta prosegue il racconto: all’inizio del XXII secolo la direzione del progetto Man2Man si era lanciata in una sfrenata generazione di specie nonumane geneticamente modificate con l’uso delle forbici genetiche. In questo contesto emergono nuove categorie, come i pocoumani, animali modificati con geni umani per varie finalità fra cui il lancio dell’uso delle TAM e gli human+, umani geneticamente modificati.Gli esperimenti con i pocoumani si rivelano abbastanza infruttuosi per la loro scarsa cooperazione e Man2Man si incaglia in questo passaggio. Ma ciò porta alla creazione di un mercato grigio per la cura e “l’augmentation” degli umani al di fuori di qualsiasi controllo etico. Nel frattempo, l’accesso alle TAM diventa libero grazie ai semio-hacker, il che provoca un grande interesse e una convergenza di lavoro cooperativo come non si era visto dall’epoca della nascita di Linux e del Foss. Quando le TAM cominciano a diffondersi, nei primi decenni del XXII secolo, la Gov Q aveva di fatto preparato il terreno a tale propagazione. Le manipolazioni genetiche sui nonumani per renderli biologicamente più compatibili con l’essere umano erano iniziate molto prima delle TAM, a partire dall’allevamento di bovini, ovini e altre specie simili. In certi casi l’obiettivo era quello di produrre latte con le stesse caratteristiche del latte materno umano, ma ciò aveva comportato gravi conseguenze per il benessere fisico degli animali. Poi si era passati a trasformazioni più consistenti di molte classi nonumane utilizzabili per produrre cellule, tessuti, organi e quanto biologicamente necessario per curare oppure semplicemente migliorare e prolungare la vita degli umani e, ovviamente, questo era riservato a chi poteva permetterselo. Tutto si accelerò a partire dalletecnologie Crispr-Cas9 1 , uno strumento volgarmente chiamato le forbici genetiche e in seguito perfezionato e ulteriormente semplificato. Questo procedere aveva generato una gran varietà e quantità di animali transgenici noti come pocoumani o h- , per via della presenza di parti del DNA umano all’interno del loro patrimonio genetico. Nel caos causato dalla setticemia di Gaia, si persero controllo e tracciabilità di molti ibridi transgenici. Alcuni di loro erano diventati sterili a causa delle manipolazioni subite, mentre altri tornarono allo stato brado e si riprodussero in modo incontrollato, diffondendo le loro variazioni genetiche. In molti casi, diventò difficile distinguere tra nonumani transgenici e non, poiché individui della stessa specie, modificati geneticamente per scopi diversi, si incrociavano dando vita a nuovi ibridi. Con il passare del tempo, e ne era passato parecchio dai primi nonumani transgenici, si poteva ben immaginare che ne esistesse un gran numero di cui nessuno si preoccupava veramente. Tuttavia furono proprio i pocoumani transgenici che per primi vennero attratti dalle TAM, anche se questo venne scoperto solo in seguito senza capirne le ragioni scientifiche. Le modifiche genetiche riguardavano anche gli umani, ma all’inizio venivano autorizzate e praticate principalmente per motivi terapeutici, come la cura di malattie ereditarie e la prevenzione della trasmissione genetica di tali malattie. Si entrò poi in una zona e un mercato grigi, in cui venivano introdotte variazioni cognitive ed estetiche sino ad arrivare a vere e proprie operazioni di potenziamento. A queste manipolazioni genetiche si aggiungevano anche tutte le altre con integrazioni biologiche – specialmente di tessuti e organi provenienti da pocoumani opportunamente modificati – e di protesi bioniche in generale. Ovviamente, con la privatizzazione e la riduzione di ogni forma di previdenza e assistenza sociale, avvenuta alla fine anche in Europa, pochi potevano accedere a queste trasformazioni in cui era sempre più difficile fare una distinzione fra cura e augmentation e questo ovviamente riguardava anche la procreazione e i neonati. In ogni caso davanti alla complessità della situazione e alle problematiche di dover gestire una limitata prossima migrazione spaziale, i problemi etici passavano in secondo piano. Più difficile si era rivelato il tentativo di potenziare i tanto martoriati sensi degli umani attingendo ai geni dei nonumani. Ad esempio quando il leggendario fiuto canino si confermò soprattutto neurologico questo rese praticamente impossibile la augmentation olfattiva umana. In ogni caso nessuno era in grado di prevedere le conseguenze e i rischi di tali sperimentazioni, che erano le sole ancora formalmente vietate in molti PoSt/ati. Girava voce però che fossero segretamente in corso esperienze di editing genetico per gli umani destinati alle colonizzazioni spaziali a venire. Non era chiaro d’altronde se si pensasse addirittura a due tipi di colonizzazioni, e cioè se fosse prevista una colonizzazione di serie B separata da quelle destinate alle élite che avrebbero avuto il privilegio di colonizzare e terraformare Marte. Nelle istanze della Gov Q c’era chi sosteneva discretamente che la Grande Fuga sarebbe stata l’occasione ideale per separarsi materialmente dalle classi subalterne. Si cercava in tal modo di giustificare un’idea di sfruttamento a distanza, ricordando quanto fosse stato difficile la coabitazione coi poveri sullo stesso pianeta o territorio. Tuttavia, questa era una visione teorica e poco realizzabile. Altri ribattevano che l’estinzione non sarebbe stata totale e che una parte degli umani sarebbe sopravvissuta sulla Terra. In questo caso, sarebbe stato possibile riorganizzarli, farli produrre e ricominciare le estrazioni non appena possibile. Nel campo dell’ingegneria genetica, che si era ampiamente sviluppato, la filosofia transumanista predominava nella Gov Q. Questo periodo aveva riattualizzato l’antico mito che andava dal Golem al cyborg, ma in modo massificato, degradato e monetizzato. Il vecchio sogno del superuomo di transumanisti, maltusiani e suprematisti era ora diventato la prosaica realtà degli h+ . Naturalmente la realtà di un’ibridazione tanto estesa era stata presa in conto nell’ambito degli sviluppi effettuati nel progetto Man2Man e i ricercatori associati/asserviti alla Gov credevano che avrebbe offerto un terreno molto fertile per il successo delle TAM e dei loro obiettivi principali. I primi tentativi di utilizzazione delle TAM furono messi in scena attraverso le piattaforme dei techno-tycoon e dei soliti media controllati dalla Gov. Oltre allo sviluppo delle componenti più tecniche, una buona parte degli investimenti di Man2Man era consistita nel cercare di reclutare battaglioni di nonumani che avrebbero dovuto entrare finalmente nel circuito e diventare a termine i nuovi agenti emozionali e affettivi della Gov Q. Il reclutamento avrebbe dovuto avvenire attraverso categorie scelte di nonumani che sarebbero stati istruiti . A questo scopo erano stati concepiti speciali bot affettivi il cui compito era di addestrarli all’uso delle TAM. Ma questa seconda parte del piano non funzionò esattamente come previsto. I pocoumani 2 in particolare non si prestarono a questi esercizi, dando segni di privilegiare piuttosto i veri scambi affettivi solo con entità viventi. Non fu chiaro se ciò fosse dovuto alla mancanza di sofisticazione dei bot o ad altre ragioni. In quel periodo di test e pre-produzione, si iniziarono a notare gli effetti della propagazione disordinata delle TAM al di fuori dei controlli dei responsabili del progetto e della Gov Q in generale. La libera diffusione in rete del codice e l’accesso ai dispositivi di quell’insieme ancora in divenire delle TAM, di cui molte componenti essenziali venivano dal mondo free/open software e hardware, fu un evento maggiore, quasi una ripetizione del fenomeno internet avvenuto molto prima. Si sviluppò allora un’incredibile convergenza di interessi e concentrazione di attività di sviluppo nella Sfera Autonoma e oltre. Il lavoro cooperativo del comune riuscì a organizzarsi e a procedere creando una sorprendente capacità di propagazione della conoscenza. Forse c’era un’intuizione collettiva del potenziale esistente in questa estensione cognitiva senza precedenti. Nonostante il progetto Man2Man avesse impiegato una grande quantità di lavoro segreto, algoritmi sofisticati e big data, si era ormai rivelato un fallimento come tentativo della Gov di riprendere il controllo della situazione generale. Tuttavia le TAM e la loro applicazione ai nonumani aprivano un nuovo capitolo nelle conoscenze e nelle intra-azioni fra specie. Grazie alle TAM, infatti, si sarebbe potuto interagire in modo più profondo ed efficace con i nonumani, non solo raccogliendo informazioni, ma anche comprendendo le loro emozioni e i loro bisogni. Tra l’altro nessuno aveva potuto prevedere che gli interscambi multispecie avrebbero permesso agli umani di ritrovare percezioni perse nella notte dei tempi, come la prossimità di un pericolo, le intenzioni dell’Altro. E questo rischiava di sconvolgere molte cose e forse anche la pandemia nekomemetica. Note: Il sistema CRISPR/Cas9 a cui si riferisce il Boomernauta si basa sull’impiego della proteina Cas9, una sorta di forbice molecolare in grado di tagliare un DNA bersaglio, che può essere programmata per effettuare specifiche modifiche al genoma di una cellula, sia questa animale o vegetale. Pocoumani: cfr. glossario. Ur-Fascismo e Nucleare Celeste In questo capitolo, il racconto del Boomernauta assume nuovamente un tono politico, probabilmente in relazione all’incrementarsi delle migrazioni causate dall’aggravarsi della setticemia di Gaia. Nella Sfera Autonoma, ci sono discussioni e ricerche sulle mutazioni politiche e teoriche necessarie per uscire dallo stato di stasi o incertezza, soprattutto al Nord. I movimenti di questa fase, a cavallo fra la fine del XXI e l’inizio del XXII sec., sono numerosi, ma sempre frammentari ed effimeri. Le lotte e i sabotaggi riescono talvolta a far recedere temporaneamente la pandemia in certi luoghi, ma non a opporsi all’avanzata generale del morbo nekomemetico.In tali condizioni tutto è possibile, anche il risorgere e l’affermarsi di un fascismo eterno (ur-fascismo) in grado di convivere con gli ultimi simulacri della democrazia rappresentativa e capace di sfruttare a fondo i limiti delle teorie rivoluzionarie dei secoli precedenti. In ogni caso la Gov Q sembra perfettamente in grado d’integrare nei suoi processi la gestione dell’ur-fascismo così come quella degli arsenali nucleari locali, creandone fra l’altro uno speciale che minaccia la biosfera dall’alto. Una minaccia e un ultimo ricorso. Una delle conseguenze più gravi della pandemia nekomemetica e della setticemia di Gaia è stata la produzione di enormi spostamenti di popolazioni migranti. Da più di un secolo, masse crescenti di migranti erano pronte ad affrontare tutti i pericoli e a rischiare la vita pur di abbandonare la situazione a cui erano destinati nei loro luoghi di nascita. Il fenomeno era cominciato nell’era neolib ed era andato amplificandosi con il peggiorare della setticemia. Questo preoccupava la Gov Q dove le élite dei paesi del Nord avevano un gran peso. Ma, nonostante gli innumerevoli ostacoli come i muri im/materiali che si aggiungevano alle vecchie barriere nazionali, i flussi umani continuavano ad aumentare. Nella Sfera Autonoma di fatto si continuava a tessere una trama di esperienze, che intuitivamente o anche inconsapevolmente almeno sino alla scoperta del morbo nekomemetico, cercavano di non aggravare la setticemia di Gaia. Le lotte ecologiche, che erano cominciate con noi boomer del lungo ’68, creavano anticorpi contro la pandemia, ma non avevano certo la finalità di costruire una macchina politica equivalente e speculare a quella della Gov Q. La profezia dell’incantatore francese della biopolitica 1 sull’incompatibilità della Sfera Autonoma con la governamentalità pesava ancora, ma meno di prima perché i cinque o più secoli di quella capitalista stavano per sfociare nella Grande Fuga delle élite e in uno sfacelo senza precedenti per chi era costretto a restare. Le esperienze alternative/antagoniste che avevano più successo riuscivano a creare forme di cooperazione originali e un nuovo comune. Lo stesso si poteva dire delle lotte contro discriminazioni, oppressioni o dominazioni ecologiche, biologiche, sociali, culturali, che tendevano a focalizzare solo su un aspetto specifico: classe, genere, etnia, religione, orientamento sessuale, nazionalità e così via. Finora queste ribellioni separate non erano riuscite a confluire in alcunché di significativamente e politicamente incisivo dal punto di vista globale, e le Gov Neolib e Q potevano controllarle con una certa facilità se non addirittura ignorarle. Per sopperire a tale frammentarietà e all’effimero si cercò ancora una volta – con la partecipazione di quel che restava dell’ambito accademico non allineato – di creare meccanismi di confluenza capaci di collegare queste lotte e superare lo status quo. Data la difficoltà a far emergere qualcosa di politicamente incisivo negli ambiti autonomi si lavorò alla creazione di un’intelligenza artificiale intersezionale (IAI). L’IAI 2 avrebbe dovuto rendere ogni singolarità cosciente dell’interesse a non limitarsi al suo ambito di lotta. Solo un afflato mondiale avrebbe potuto dare a queste esperienze un reale peso politico. I risultati però furono deludenti, l’intelligenza artificiale non solo si rivelò un surrogato inefficiente delle utopie e dei miti che avevano animato le rivoluzioni del passato, ma spesso generò conflitti interni ancora più acuti di quelli che avevano caratterizzato la defunta sinistra storica. Il che è tutto dire… Interrogata in merito alla sua propria identità l’IAI aveva dato questa risposta, ambigua soprattutto nella sua parte finale: L’intelligenza artificiale intersezionale ( IAI, Intersectional AI 3 in inglese) si riferisce all’uso di tecniche di intelligenza artificiale per analizzare e affrontare questioni di discriminazione e disuguaglianza che derivano dall’intersezione di molteplici fattori, come il genere, la razza, l’orientamento sessuale e l’identità di genere, la disabilità e altri.L’obiettivo dell’IAI è di sviluppare sistemi che riconoscono e comprendono meglio la complessità dell’identità umana, evitando così la creazione di sistemi di intelligenza artificiale che riflettono e amplificano le disuguaglianze esistenti.Ad esempio, i sistemi di riconoscimento facciale basati sull’IA possono presentare problemi di discriminazione razziale, poiché le tecnologie esistenti sono state addestrate principalmente su dataset contenenti immagini di individui di pelle bianca, e quindi possono avere difficoltà a riconoscere individui con altre carnagioni. L’intelligenza artificiale intersezionale può aiutare a individuare e correggere questi tipi di problemi e a sviluppare sistemi di intelligenza artificiale più equi e inclusivi. Non si era trovato il bandolo della matassa perché forse la matassa non c’era, così come forse non ci sarebbe stato un Marx dell’intersezionalità. E se sembrava un’impresa impossibile costruire un comune fra umani tanto divisi quanto dominati da forze diverse, era poi quasi impensabile includere anche Gaia, evitando di cadere in forme di trascendenza che la facevano diventare un essere superiore. Nel frattempo il virus nekomemetico trovava forme sottili per insinuarsi e continuare a diffondersi, in tono minore, anche nei luoghi e nelle collettività della Sfera Autonoma . Questo si spiega col fatto che, al contrario dei virus materiali che approfittavano della socialità per moltiplicarsi passando da un ospite all’altro, il virus nekomemetico approfittava e si insinuava spesso nei momenti e nei luoghi di isolamento, come quando si è soli davanti a un’interfaccia di rete a due, tre o quattro dimensioni 4 . Per questo motivo, come ti dirò in seguito, alcuni gruppi della Sfera Autonoma si erano impegnati a sviluppare strategie di contrasto al virus nekomemetico, promuovendo forme di socialità autentica, solidale e cooperativa, basate sulla fiducia reciproca e sulla condivisione di obiettivi e valori comuni. In questo modo, si cercava di creare un terreno meno fertile per il virus nekomemetico, riducendo la sua capacità di diffusione e di insinuarsi nelle dinamiche relazionali delle comunità. Tuttavia ciò non era sufficiente perché, specie al Nord, le rivolte prendevano direzioni contraddittorie e pericolose. Le frange più deboli e meno istruite delle classi subordinate della Governance, condizionate dall’individualismo egoistico in cui erano state cresciute ed educate, non vedevano sbocchi: nel peggioramento generale, la loro condizione restava comunque spesso meno misera e disperata di quella dei colonizzati/razzializzati dell’emisfero Sud, in prima linea della setticemia di Gaia. Devo ammettere che al mantenimento e spesso all’aggravamento di tali ineguaglianze aveva anche contribuito il peccato originale delle teorie rivoluzionarie dei proletari del XX secolo. Esse avevano infatti in parte condiviso l’eurocentrismo e il produttivismo del loro nemico capitalista, mettendo al centro le lotte della classe operaia del Nord. L’assenza di strategie definite nella Sfera Autonoma e tutte le altre difficoltà esponevano vaste porzioni di popolazioni a influenze più insensate che irrazionali: dall’integrismo no-tech a quello razzista o di neo religioni con venature apocalittiche. Poteva talvolta succedere che in movimenti di rivolta spontanea confluissero elementi apparentemente incompatibili, il che li rendeva facile preda dell’ur-fascismo, il fascismo primordiale ed eterno. Il fascismo di massa era sempre stato duttile, a logica ambigua e basato su una retorica di rivolta e di rivendicazioni. L’ur-fascismo, che aveva la caratteristica di dirottare la rabbia delle persone dai veri problemi verso facili capri espiatori, in quell’epoca era ben integrato negli algoritmi della Gov Q e non aveva più bisogno di sospendere violentemente i miseri residui istituzionali dei governi locali dei PoSt/ati . Gli bastava usare i migranti come vittime sacrificali, sfruttando la loro vulnerabilità per creare un nemico comune verso cui deviare la rabbia dei rivoltosi.Che questo attraesse qualche despota dell’Ur-fascismo, in versione travestita nell’ossimoro di democrazia autocratica non preoccupava assolutamente la Gov Q, che aveva elaborato uno speciale protocollo per designarli. Nei casi in cui si facevano luce autonomamente, la Gov Q era comunque capace di coabitare integrandoli o di manipolarli o, al limite, di neutralizzarli se non erano più funzionali al sistema. L’unica preoccupazione che avrebbe potuto turbare la Gov Q era l’eventualità di un utilizzo incontrollato, nei PoSt/ati , dell’arsenale che comprendeva le classiche armi nucleari e quelle più recenti, denominate deterrente clean , in grado di distruggere umani e gran parte del vivente, lasciando intatto il resto. Un pericolo facilitato anche dalla dislocazione dell’ Impero di Sbieco (USA) a seguito del cronicizzarsi della seconda guerra civile. Ma come vedremo la Gov Q teneva sotto controllo la situazione, senza mai troppo sconfessare o umiliare apertamente quel che restava dei governi locali dei PoSt/ati. Il passaggio del controllo delle armi nucleari dai governi locali alla WorldForce era stato un processo complesso, segnato da intense lotte interne. Tuttavia, l’implementazione di tali misure avvenne con una magistrale ipocrisia: formalmente, alcuni dei PoSt/ati maggiori mantenevano ancora il controllo dei loro arsenali nucleari, ma, in caso di disaccordo, la Gov Q disponeva di un insieme di mezzi tecnopolitici in grado di impedire qualsiasi uso non autorizzato o colpo di mano. Inoltre, fin dalla fase della High Frontier, la Gov Neolib aveva sviluppato in gran segreto un nuovo sistema di armi nucleari in grado di essere lanciate dallo spazio con grande precisione. Successivamente, la Governance Quantistica aveva scelto di non smentire mai le informazioni trapelate riguardo all’esistenza di questo nuovo sistema, alimentando i sospetti riguardo a una presunta protezione divina affiancata a quella celeste. Approfittando inoltre dell’estrema debolezza di alcuni Paesi detentori di armi nucleari (in primis quelli dispersi nei territori dell’ Impero di Sbieco ), la Gov Q aveva preso un discreto controllo diretto di una parte dell’arsenale nucleare mondiale tramite la WorldForce . Qualsiasi utilizzazione di questi mezzi di distruzione massiccia era integrata alla gestione quantistica globale. In pratica nessuna catena di comando umana nella Governance e ancor meno dei PoSt/ati poteva lanciare il famoso ordine senza l’ok dei bot di controllo nucleare, così come questi ultimi avevano bisogno dell’accordo del comando umano. I processi integrati in questi dispositivi smart concepiti per evolvere in funzione del contesto erano ovviamente top secret. Le tecniche di deep learning si basavano sull’utilizzo di reti neurali artificiali, strutturate in diversi strati, che operavano in modo simile alle reti neurali biologiche. Ogni strato elaborava i valori e li trasmetteva al successivo strato, permettendo un’elaborazione dell’informazione sempre più completa. Per tornare a bomba, appunto, sul contesto post-nucleare, la molla dei movimenti ur-fascisti erano paura e disperazione. Per la Gov le rivolte, qualsiasi fosse l’eventuale sensibilità politica dei partecipanti, non rappresentavano una vera preoccupazione. In fin dei conti si trattava di alcuni momenti delicati da passare ed erano in generale gestiti dai SecurServ dei PoSt/ati anche se ormai in diversi casi si era dovuto discretamente intervenire dal centro tramite la WorldForce. Le sommosse, le insurrezioni e i movimenti erano episodi di ribellione contro il sistema, ma spesso mancavano di un substrato teorico solido che garantisse una continuità strategica. Inoltre, considerando la violenza della repressione e la complessità, l’estensione e la correlazione delle componenti del sistema della Gov Q, le possibilità di un sovvertimento su larga scala erano pressoché inesistenti. Ora però i flussi emozionali e affettivi multispecie delle TAM, che cominciavano a investire una parte degli umani, si manifestavano come qualcosa di potenzialmente destabilizzante che non poteva essere facilmente controllato neanche a livello quantistico. In questo scenario abbastanza nuovo i sistemi di simulazione e controllo automatico della Gov Q tramite le piattaforme globali indicavano chiaramente che la vecchia ricetta del rilancio di produzione/consumismo, oltre a essere difficilmente praticabile in una biosfera tanto degradata, sarebbe stata inoperante. I calcoli quantistici indicavano che sarebbe stato senz’altro preferibile alimentare le divisioni all’interno delle classi subordinate. E quindi conveniva alle istanze locali della Gov Q fomentare movimenti che si ispirassero agli archetipi dell’ur-fascismo. Almeno per un tempo la Gov avrebbe potuto creare diversioni, anche se difficilmente si sarebbe potuti arrivare alla fase della Grande Fuga spaziale in tali condizioni. Sta di fatto che, come già nel passato, l’ur-fascismo dell’epoca Q era riuscito a mordere un po’ dovunque e specialmente sulla fascia meno istruita delle classi subalterne del Nord. Note: Sempre il nostro Michel Foucault come spiegato in nota precedente nel capitolo sulla Sfera Autonoma. IAI: cfr. glossario. AI, Artificial Intelligence: cfr. glossario. Con questa espressione sibillina il Boomernauta fa riferimento a qualsiasi dispositivo di interfaccia dagli schermi sino a quelli che gestiscono la Virtual Reality, probabilmente fa riferimento anche a quelli come i time glasses capaci anche di distorcere il tempo.
- selfie da zemrude
VI° La fantascienza dopo la morte della fantascienza Il testo riprende la tesi di Antonio Caronia sulla <> della fantascienza, intesa come fine della sua funzione novecentesca di dispositivo capace di accompagnare l’immaginazione del futuro nell’epoca dell’innovazione tecnoscientifica. Oggi la SF sopravvive come etichetta commerciale o ideologica, mentre i suoi temi si sono dispersi nel reale. L’esperienza di Un'Ambigua Utopia aveva già colto la crisi dell’immaginario moderno, proponendo una destrutturazione del genere. Con Donna Haraway, <> diventa un acronimo plurale e una pratica speculativa che rende porosi i confini tra umano e non umano. La fantascienza non evolve in altro: si dissemina nella realtà, fino a coincidere con essa, imponendo di essere riletta e rimappata da nuove prospettive collettive e post-umane. Voglio dire che bisogna per forza essere molto giovani per giocare a tutti quei giochi finanziari senza pensare nemmeno per un secondo agli interessi e alle conseguenze. Il capitalismo funziona proprio così – afferrare un’occasione e reagire il più velocemente possibile. È pensiero completamente astratto e piace molto ai giovani, che lo trovano divertente. Per cui, in modo molto bizzarro, buona parte del nostro futuro è nelle mani di giovani che ci stanno giocando senza pensarci troppo su. Sembra fantascienza, ma d’altra parte siamo nella fantascienza. - Isabelle Stengers 1 In un articolo del 2009 Antonio Caronia decretò la scomparsa della fantascienza, La FS è morta, viva la FS! suscitando un certo scandalo tra gli estimatori del genere e perfino tra gli stretti amici: «I generi della letteratura popolare sono, più di altri, fenomeni storici contingenti, che nascono e muoiono in simbiosi con i processi sociali. La fantascienza è morta, quindi, nel momento in cui la società non riusciva più a progettare il proprio futuro : ma i suoi temi, le sue strategie narrative, le sue modalità discorsive stanno migrando già in questi anni nelle nuove produzioni della nuova industria culturale, nei nuovi generi che si preparano e già vivono nella narrativa, nel cinema, nei videogiochi, dalla fantasy al noir» 2 . La fine della fantascienza è la fine di un'epoca. Per parlare di moltiplicazione, diversificazione, ramificazione , cioè di ciò che sottintende l'idea di migrazione , occorrerebbe ricontestualizzare tutta questa polluzione nel mondo attuale. Ed è quello che nessuna critica specializzata sta facendo. E non lo sta facendo perché troppo presa da un presunto continuismo col passato anche se inesorabilmente smentito da una realtà che si è vista, come diceva sempre Caronia, precipitare addosso tutto il cielo dell'immaginario. Oggi, in quanto genere, ha perso completamente la sua funzione novecentesca che era quella, non ci stancheremo di ribadirlo, di essere un dispositivo capace di accompagnare l'essere umano in una fase dominata dal ritmo esponenziale dell'innovazione tecnoscientifica. Ad essere quindi un dispositivo ponte, passaggio. La SF oggi è ciò che si etichetta come tale per motivi che possono essere puramente commerciali e di convenienza, o prettamente ideologici, per la costruzione di immaginari specifici: Solarpunk, accelerazionismi, possibili fughe su altri pianeti per salvarci dalla catastrofe climatica, l'idea che lo stesso tipo di tecnologia che ci sta portando alla distruzione possa anche salvarci, ecc. Ma soprattutto l'idea, molto pericolosa perché poco avvertita, di un continuismo col passato, per mantenere in vita l'idea di un progressismo (quello ereditato dalla modernità) che guarda al futuro pensando di poterlo governare anticipandolo. Instaurando così una forma nuova della vecchia ideologia del dominio e del possesso tramite la conoscenza. L'esperienza di una rivista (e un collettivo) come «Un'Ambigua Utopia», negli anni '70 3 , è stata quella di evidenziare e tenere aperto il più possibile la frattura della crisi dell'immaginario della modernità, arrivata all'apice proprio in quegli anni. Distruggere la fantascienza era nell'editoriale/manifesto del primo numero. Da qui la dichiarazione di morte della SF di Caronia, in quanto la SF non si è evoluta in altro ma si è disseminata nel territorio del reale costruendo mondi che Donna Haraway dice sono: «pratiche di modellamento, co-creazioni rischiose, fabule speculative» e aggiunge «la SF oggi è un acronimo che sta per Fantascienza, Femminismo Speculativo, Fabula Speculativa, Fatto Scientifico» 4 . La SF è diventata un acronimo! Un gioco pericoloso che fa stare a contatto con il problema. Ciò non va a costruire o ricostruire un genere, ma a certificare una pratica di ripresa dell'attività del pensiero come immaginazione. Si scardina proprio l'idea di immaginario ereditata dai dispositivi precedenti. A questo sparigliare le carte Haraway ci aveva già abituati col suo divenire cyborg , che altro non era che un invito a divenire ciò che siamo sempre stati, null'altro che cyborg. Oggi nelle fabule speculative - ne abbiamo presentate due in Torchiera: Cronache del boomernauta di Giorgio Griziotti e Libellule nella rete di Loretta Borrelli 5 - si misurano i confini tra umano e non umano, tra individuo e collettività, tra sé e l'altro, tra razionalità e irrazionalità, non per eliminarli né per ratificarli ma per renderli porosi e farci assumere la responsabilità delle loro possibili modificazioni. E quindi farci acquisire una nuova coscienza, un nuovo modo di pensare, una nuova forma di vita. Sì, la fantascienza è proprio finita perché è diventata, infine, realtà. E allora l'invito, oggi, per fare ancora fantascienza, è di leggerla al contrario, da altra prospettiva. Rimapparla e risignificarla in un nuovo percorso collettivo umano quanto non umano come in quel romanzo di Philip K. Dick in cui il protagonista si trova a discutere, per un'impresa da farsi collettivamente, con varie specie aliene tra cui anche esseri dei quali si era cibato in qualche ristorante nel proprio pianeta Terra 6 . Note: 1: I. Stengers, Una cosmopolitica - rischio, speranza, cambiamento in Mary Zournazi, Tutto sulla speranza, Moretti & Vitali, Bergamo 2013 2: pubblicato sulla rivista «Hamelin» n. 22, marzo 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_ 3: L'unicità di un'esperienza come quella di «Un'Ambigua Utopia» è ben esemplificata dalle parole di Antonio Caronia ritrovate recentemente in un audio (una vecchia musicassetta contenente la registrazione di una parte di una riunione del collettivo redazionale del 1979 in mezzo ad altre registrazione di altra natura): «certo è una rivista che è nata da gente che era appassionata di fantascienza, questo è ovvio, però fin dall'inizio ha avuto una caratterizzazione estranea, completamente opposta, diversa, con un altro linguaggio su un altro piano, a qualunque esperienza di fandom italiano e aggiungiamo pure americano per quello che noi ne sappiamo, anche se negli ultimi tempi sappiamo che ci sono alcune riviste negli Stati Uniti che potrebbero essere classificate a metà strada diciamo tra il fandom tradizionale e la nostra esperienza...» l'intera registrazione è ascoltabile qui https://www.youtube.com/watch?v=PPPEZGZZ_24 4: Donna Haraway, Chthulucene , Nero, Roma 2019 5: G. Griziotti, Cronache del boomernauta , Mimesis, Milano 2024. (Pubblicato a puntate su AHIDA https://www.ahidaonline.com/ ) – L. Borrelli, Libellule nella rete , Zona 42, Modena 2023. 6: Philip K. Dick, Guaritore galattico , Fanucci, Roma. VI. Science‑Fiction After the Death of Science‑Fiction « I say that one must be very young to play all those financial games without thinking even for a second about interest and consequences. Capitalism works exactly like that—grab an opportunity and react as fast as possible. It is a completely abstract thought that young people love because they find it fun. Thus, in a very strange way, a large part of our future is in the hands of youths who are playing with it without thinking too much. It sounds like science‑fiction, but on the other hand we are in science‑fiction ». - Isabelle Stengers¹ In a 2009 article Antonio Caronia declared the disappearance of science‑fiction, «SF is dead, long live SF!» causing a scandal among genre enthusiasts and even among close friends: «The popular‑literature genres are, more than others, contingent historical phenomena that are born and die in symbiosis with social processes. Science‑fiction therefore died at the moment society could no longer design its own future; however, its themes, narrative strategies, and discursive modes have already been migrating in recent years into the productions of the new cultural industry, into the new genres already living in literature, cinema, video games, from fantasy to noir».² The end of science‑fiction marks the end of an era. To speak of multiplication, diversification, branching - that is, of what underlies the idea of migration - we would have to re‑contextualize this whole pollution in today’s world. No specialized criticism is doing that, because it is too caught up in a presumed continuity with the past, even though reality - as Caronia always said - has precipitated the entire sky of imagination onto us. Today, as a genre, it has completely lost its twentieth‑century function, which we will not tire of reiterating: to be a device capable of accompanying humanity through a phase dominated by the exponential rhythm of technoscientific innovation. It is therefore a bridge device, a passage. Contemporary SF is labeled as such for reasons that may be purely commercial and convenient, or ideologically driven, to construct specific imaginaries: solarpunk, accelerationism, possible escapes to other planets to save us from climate catastrophe, the idea that the very technology leading us to destruction might also save us, etc. More dangerously, there is the barely noticed notion of a continuity with the past to keep alive the idea of progressivism (inherited from modernity) that looks to the future believing it can be governed by anticipating it - thus establishing a new form of the old ideology of domination and possession through knowledge. The experience of a magazine (and collective) like Un’Ambigua Utopia in the ’70s was to highlight and keep open as much as possible the fracture of the modern‑imaginary crisis, which peaked precisely in those years. Destroying science‑fiction was the editorial/manifesto of the first issue. Hence Caronia’s declaration of SF’s death: SF did not evolve into something else but scattered across the real world, building worlds that Donna Haraway calls «practices of modeling, risky co‑creations, speculative fables - adding that - today SF is an acronym that stands for F antascienza, F emminismo Speculativo, F abula Speculativa, F atto Scientifico ».⁴ SF has become an acronym - a dangerous game that keeps the problem in view. This does not build or reconstruct a genre; it certifies a practice of reviving thought activity as imagination. It discards the imaginary inherited from previous devices. Haraway had already prepared us for this with her cyborg becoming, essentially, an invitation to become what we have always been: cyborgs. Today, in speculative fables - two of which we presented in Torchiera : Cronache del Boomernauta by Giorgio Griziotti and Libellule nella rete by Loretta Borrelli⁵ - boundaries between human and non‑human, individual and collective, self and other, rationality and irrationality are measured not to eliminate or ratify them but to make them porous and to assume responsibility for their possible modifications. Thus, we acquire a new consciousness, a new way of thinking, a new form of life. Yes, science‑fiction is truly finished because it has become reality. The invitation today, to still do science‑fiction, is to read it backwards, from another perspective. Remap it and re‑signify it in a new collective human‑as‑well‑as‑non‑human path, as in that Philip K. Dick novel where the protagonist must, for a collective undertaking, negotiate with various alien species, including beings he once ate on Earth⁶. Notes: 1 I. Stengers, Una cosmopolitica - rischio, speranza, cambiamento in M. Zournazi, Tutto sulla speranza, Moretti & Vitali, Bergamo 2013; 2 On Hamelin magazine n. 22, marzo 2009 https://www.academia.edu/298069/La_fantascienza_%C3%A8_morta_viva_la_fs_ 3 The uniqueness of an experience like Un'Ambigua Utopia is well exemplified by the words of Antonio Caronia, recently found in an audio recording (an old cassette containing part of a 1979 editorial team brief, amid other tracks of diverse topics): «Of course, it's a magazine that was born from passionate people about scifi – that's fair – since its start it had an alien profile, completely opposite, different, with a singular glossary – on another level – to any experience of Italian fandom, and let's add American – as far as we know – even though we know that recently there are US magazines halfway between, let's say, traditional fandom and our experience». Find the full track here: https://www.youtube.com/watch?v=PPPEZGZZ_24 4 D. Haraway, Chthulucene , Nero, Rome 2019; 5 G. Griziotti, Cronache del boomernauta , Mimesis, Milan 2024. (Published in istallments on Ahida magazine https://www.ahidaonline.com/ ) – L. Borrelli, Libellule nella rete , Zona 42, Modena 2023; 6 P. K. Dick, Guaritore galattico , Fanucci, Rome 2016.
- konnektor
Il ritmo della lotta NO KINGS Thomas Berra Il testo riflette sull’esperienza della due giorni bolognese <>, interpretata come apertura di uno spazio politico nuovo, non proprietario, capace di avviare un processo confederale a partire dalle città in chiave europea. In un contesto segnato dalla crisi della democrazia liberale e dall’intreccio tra capitalismo digitale, autoritarismo e produzione bellica – incarnato in Italia dal governo Giorgia Meloni – gli autori sostengono che una postura meramente difensiva sia insufficiente. Propongono invece una convergenza ampia tra soggetti sociali, lavoro, conoscenza e tecnologia, per sottrarre infrastrutture e potere ai <> contemporanei. La risposta non può essere nazionale, ma deve fondarsi su una confederazione di città ribelli, capace di agire su scala europea e globale. Il movimento <> viene così indicato come ritmo politico condiviso e occasione per trasformare l’onda della mobilitazione in organizzazione stabile. La due giorni di Bologna O Re o Libertà ha aperto uno spazio politico non proprietario che ora va fatto crescere, tenendo vivo l’effetto onda che ha generato. L’ipotesi — che il processo confederale parta dalle città guardando all’Europa — è stata confermata: migliaia di persone hanno trasformato quello spazio in un luogo di organizzazione all’altezza delle contraddizioni che abbiamo davanti, e in cui discuterle insieme. È stato qualcosa di raro, ma necessario: uno spazio reale, percepito come tale anche da chi vi si affacciava per la prima volta. Questo si è reso possibile perché è stato il frutto di percorsi di convergenza reale che hanno scommesso nell’aprire qualcosa di nuovo. Viviamo un passaggio in cui le vecchie certezze della politica non producono più rottura. Difendere diritti, costituzioni e pace è necessario ma insufficiente: una linea solo difensiva arretra ogni giorno. Mentre proteggiamo le conquiste passate, nuovi poteri ridisegnano il mondo con mezzi economici, tecnologici e militari, servendosi anche dei fascisti. Se lasciamo a loro il monopolio di algoritmi, infrastrutture e capitale senza porci il problema di come prenderli, ogni difesa si indebolisce e consegniamo a loro i mezzi per riscrivere i diritti della nuova epoca. Questa dinamica moltiplicata su scala globale produce una guerra civile permanente, in cui combattono stati, grandi compagnie, imperi e sotto-sistemi. La questione non è solo resistere, è intervenire nella produzione del futuro, cioè pensare oltre la democrazia liberale. “ Together” è un metodo da mettere a terra nei prossimi mesi: confederare città, lotte e soggetti sociali e politici, unire intelligenza umana e macchine, lavoro, cultura e produzione artistica, allargando il campo a lavoratorx, precarx e mondi della conoscenza. I confini tra politica, scienza e conflitto sociale sono già saltati: solo una convergenza ampia può reggere l’urto del presente e ingaggiare il futuro; disertando il governo della fiamma e quello della portavoce del capitalismo finanziario europeo, rimanendo però al fianco delle popolazioni civili in lotta. Di fronte a noi, il governo Meloni non è un’anomalia isolata. È la versione italiana di una trasformazione in cui capitalismo digitale, produzione bellica e autoritarismo si rafforzano a vicenda. È un fatto materiale: città finanziarizzate, welfare che arretra, servizi che si deteriorano mentre crescono spazi esclusivi e privatizzati. Senza organizzazione rischiamo di essere schiacciati dai padroni che vogliono prendersi tutto. La scelta è politica: macchine di controllo e guerra o tecnologie per un progetto ecologico, transfemminista e democratico. Non esiste neutralità tecnologica: per avere le seconde bisogna sottrarre le prime ai Re. Per questo la democrazia deve ripartire dal basso. La proposta trova il suo baricentro nelle città, confederate in Europa contro l’internazionale nera dei big tech, degli oligarchi e dei padroni delle città. Qualsiasi progetto solo nazionale è insufficiente. Serve una confederazione di città ribelli capace di competere su scala europea, costruendo autonomia dalla forma Stato. Nel nazionalismo si soccombe, nell’autarchia locale si resta irrilevanti. La conoscenza attraversa confini e si coagula nelle metropoli: è lì che può nascere una forza reale. Questa forza ha già una geografia. Attraversa le resistenze urbane europee, da Budapest a Kiev, da Zagabria a Bruxelles, parla con Londra e New York, guarda al coraggio delle rivolte in Iran e all’esperimento ecologico e femminista del Rojava. In molti luoghi la scelta è già radicale: libertà o morte. Da qui al 28 marzo dobbiamo trasformare questo battito in organizzazione. Il ritmo è accelerato: o lo abitiamo insieme o ci travolge: abbiamo fatto sponda con il together di Londra, ora Minneapolis chiama il No Kings Day proprio il 28 marzo. Non è folklore internazionale, è sincronizzazione politica. È il segno che esiste una temporalità comune delle lotte, in un mondo che si trasforma. Dalle città ribelli, nella lotta di classe di questo passaggio epocale, può nascere una proposta capace di chiudere definitivamente con il vecchio mondo. No Kings ha aperto una strada. Ora serve riempirla: milioni di persone in movimento, insieme, per dare una spallata reale al governo della fiamma tricolore. Non abituiamoci più a perdere, questo è il ritmo europeo dei No Kings. Together! I municipi sociali di Bologna, noti anche come "municipi zero" o spazi autogestiti, operano come centri di mutualismo, cultura e politica dal basso. Il principale esempio è Làbas che offre sportelli casa, lavoro, consulenza legale e salute popolare. Anche il TPO (Teatro Polivalente Occupato) è un centro attivo in ambito culturale e politico.
- scienza e politica
Giocare con il fuoco Michael J. Maloney Il testo prende avvio dalle riflessioni di Graham D. Burnett, docente alla Università di Princeton, che descrive l’intelligenza artificiale come una “nuova creatura” capace di competenze enciclopediche e di trasformare profondamente le scienze umane attraverso una co-produzione dinamica del sapere. Se da un lato l’IA accelera e densifica la ricerca, mettendo in discussione l’autorità epistemica dell’umano, dall’altro richiede una costante regia critica per evitare interferenze e dipendenze. Il testo amplia poi lo sguardo agli ambiti scientifici e soprattutto politico-militari, denunciando l’uso dell’IA nei conflitti – dalla guerra in Ucraina alle operazioni di Israele – e il ruolo di aziende come Palantir Technologies. Ne emerge il rischio di una “necropolitica computazionale”, in cui l’IA diventa infrastruttura di dominio e automazione della violenza. A questi link è possibile trovare il primo , il secondo e il terzo articolo sul tema dell'intelligenza artificiale dello stesso autore. La citazione che segue è tratta da un articolo intitolato Le scienze umane sopravviveranno all’intelligenza artificiale? di Graham D. Burnett 1 , storico delle scienze e saggista statunitense, che insegna all’Università di Princeton. Dopo aver sperimentato a lungo l’IA personalmente e averla fatta utilizzare ai suoi studenti in compiti in classe con risultati sorprendenti («Leggere i risultati, sul divano del mio soggiorno, si è rivelata l’esperienza più profonda della mia carriera di insegnante… ho avuto la sensazione di assistere alla nascita di un nuovo tipo di creatura»), Burnett arriva a questa considerazione: Sono un essere umano che legge e scrive libri – formato in una quasi monastica devozione allo studio canonico della storia, filosofia, arte e letteratura. Ma già ora, le migliaia di volumi che riempiono il mio ufficio iniziano a sembrare reperti archeologici. Perché usarli per rispondere a una domanda? Sono così inefficienti, così eccentrici nei loro percorsi. Ora posso avere una conversazione lunga e personalizzata su qualsiasi argomento mi interessi, dall’agnotologia alla zoosemiotica, con un sistema che ha effettivamente raggiunto la competenza da dottorato in ciascuno di essi. Posso costruire il «libro» che voglio in tempo reale, reattivo alle mie domande, centrato sul mio interesse, sintonizzato con lo spirito della mia ricerca. La cosa stupefacente è che la produzione di libri come quelli sugli scaffali – frutto di anni o decenni di lavoro – sta rapidamente diventando questione di prompt ben congegnati. Il punto non è più «possiamo scriverli?»; sì, possono essere scritti all’infinito, per noi. Il punto è: vogliamo ancora leggerli? La testimonianza del professore «liberal», che non si fa alcuna illusione sulle finalità estrattive dell’IA, mette in evidenza come, negli scambi con i ricercatori di Scienze Umane, essa porti non solo una finezza linguistica nella manipolazione dei pattern, ma anche una portata enciclopedica. Burnett ne conclude che questo cambierà in profondità le Scienze Umane. Impatti analoghi si osservano in innumerevoli campi di ricerca e attività umane. Un esempio significativo riguarda la biologia strutturale: l’IA ha permesso di determinare la struttura tridimensionale di centinaia di milioni di proteine in pochi anni, mentre con la cristallografia a raggi X in decenni se ne erano identificate solo decine di migliaia – un salto che ha implicazioni decisive per la comprensione dei meccanismi biologici e lo sviluppo farmaceutico 2 . Tornando alle scienze umane, Burnett è meravigliato dal prodotto di questa nuova «creatura» nata dall’interazione fra le due entità, e al tempo stesso è un po’ preoccupato per la rimessa in discussione dell’autorità epistemica dell’umano nel suo campo di ricerca. Ricercatori come Burnett e i suoi allievi, impegnati in ambiti altamente specializzati, riescono a co-produrre con l’IA risultati difficilmente ottenibili altrimenti, non solo per la finezza linguistica, ma anche per la capacità di mobilitare istantaneamente un patrimonio concettuale e terminologico che nessuna enciclopedia, nemmeno online, potrebbe fornire in modo altrettanto dinamico e situato. Il risultato è sempre l’esito di un’interazione, e specialmente in un contesto di ricerca, la co-produzione è in qualche modo equilibrata e può essere arricchente e proficua, perché negarlo? Non si può analizzare una tecnologia come l’intelligenza artificiale senza averla sperimentata dall’interno. È nell’interazione che si producono i suoi effetti e la conoscenza stessa. Per questo ho scelto di impiegarla a fondo anche nella scrittura di questo saggio, mettendone alla prova funzionamento e limiti. L’esperienza conferma quanto detto: il chatbot si rivela efficace nel reperire informazioni e, in parte, nell’editing, per affinare il linguaggio, ma con la tendenza a generare ridondanze che richiedono continua vigilanza e pulizia. Il confine tra aiuto e interferenza resta sottile, e il lavoro di discernimento è insostituibile. Allo stesso tempo, quando l’interazione è guidata con istruzioni dettagliate e strutturate sui contenuti e sullo stile richiesto, l’IA non si limita a correggere o fornire dati: può accelerare e densificare un’intuizione già in atto, mettendola subito in gioco attraverso esempi pertinenti, variazioni argomentative e una notevole ampiezza espressiva. Qui emerge quello che potremmo chiamare un effetto Burnett : una capacità enciclopedica di rintracciare rapidamente riferimenti e connessioni che non sarebbero immediatamente accessibili, redigendole nello stile richiesto. Questo saggio è dunque una co-produzione, come qualsiasi altro artefatto. L’impressione che ne ricavo non è di aver risparmiato tempo e fatica, ma eventualmente di aver guadagnato in densità argomentativa – anche se il giudizio spetta ai lettori. Tutto questo vale però solo finché si è in grado di mantenere effettivamente la regia critica dell'interazione – ed è proprio questa capacità che non può essere data per scontata. La situazione è diversa negli usi generalisti dell’IA, come quelli elencati in precedenza, destinati a diffondersi tra la maggioranza della popolazione. Oltre a funzionare come veri e propri giacimenti da cui le global platform continuano a estrarre il petrolio cognitivo, per loro stessa natura producono una forma di dipendenza individuale e collettiva ancora più profonda e pervasiva. La questione però non si ferma all’estrazione di valore o alla dipendenza cognitiva. Quando sistemi algoritmici acquisiscono il potere di automatizzare decisioni su larga scala – su chi sorvegliare, chi escludere, chi designare come bersaglio – entriamo in un territorio radicalmente diverso: quello della necropolitica computazionale. L’IA diventa infrastruttura letale della violenza politica e militare: droni autonomi che, già oggi nella guerra in Ucraina, nella fase finale dell’attacco operano senza connessione umana 3 , mine vaganti intelligenti, e sciami di dispositivi coordinati a cui viene delegato il diritto di vita e di morte. Ci viene ripetuto che, oltre a fornire «comfort individuale», l’IA attuale rivoluzionerà tutti i campi della tecnoscienza, in particolare quelli legati alla vita e al vivente (biologia, medicina, ecc.). Ma ciò che vediamo avanzare, se non riusciremo a bloccarlo, non sono progressi per la cura e la conoscenza, bensì per la guerra e la morte. Hitler e il nazismo avevano ideato e realizzato il genocidio di milioni di persone attraverso i mezzi pesanti del capitalismo industriale: dai treni della morte ai campi di sterminio, fino alle camere a gas. Oggi, un altro regime criminale – quello dello Stato di Israele – grazie soprattutto alle complicità attive dell’imperialismo statunitense e dei suoi vassalli dell’UE, ricorre sistematicamente all’intelligenza artificiale per attuare il genocidio del popolo palestinese. Sistemi d’IA come Lavender e Where’s Daddy ? hanno registrato solo nei due primi anni di guerra almeno 37.000 palestinesi come sospetti militanti, trasformando le loro case in obiettivi per attacchi aerei 4 . Secondo ufficiali dell’intelligence israeliana coinvolti direttamente nell’uso di questi sistemi durante la guerra a Gaza, il personale umano fungeva solo da «timbro di approvazione», dedicando spesso solo 20 secondi a ciascun obiettivo prima di autorizzare un bombardamento. Dalle migliaia di cercapersone e dispositivi Hezbollah fatti esplodere in modo coordinato dal Mossad, all’automazione delle decisioni di morte che hanno prodotto decine di migliaia di vittime civili, emerge l’impiego genocidario dell’IA come vera e propria kill-chain algoritmicamente guidata. Nel luglio scorso il Pentagono ha affidato a Palantir di Peter Thiel (un’ex start-up da più di 400 miliardi di dollari) un contratto da 10 miliardi, che delega irreversibilmente a un’azienda privata funzioni di comando, monitoraggio e analisi militare, segnando un vero trasferimento di sovranità alle logiche aziendali e algoritmiche. E non si tratta di un’azienda qualsiasi, Peter Thiel, grande elettore di JD Vance, è un ideologo del tecnofascismo per cui «la libertà non è più compatibile con la democrazia». Esiste ormai una cartografia 5 che mostra come i techno-oligarchi statunitensi stiano investendo e infiltrando le istituzioni nazionali – dal «Ministero della guerra» alle polizie speciali come l’ICE – trasformandole in un complesso autoritario in cui l’intelligenza artificiale diventa strumento di repressione e, se necessario, di annientamento. Un’evoluzione resa ancora più inquietante dal fatto che l’amministrazione statunitense tende ormai a ridefinire come «terroristiche» le forze sociali e politiche antagoniste, integrando la guerra interna e quella esterna in un medesimo dispositivo algoritmico di dominio. Nelle mani dei regimi cybernazisti – come quello israeliano (Israele, nonostante l’esiguità di popolazione e territorio, è da tempo una delle prime potenze mondiali delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e, soprattutto, degli Stati Uniti – queste megamacchine appaiono destinate non solo a governare le nuove modalità di estrazione di valore e l’organizzazione totalitaria del lavoro sociale, ma anche ad aprire la strada a forme di violenza strutturale e tecnologicamente mediate del tutto inedite: genocidi algoritmici e accelerazione del caos ecologico, che non solo si sommano ai mezzi distruttivi tradizionali, ma sono persino in grado di guidarli e potenziarli. Una violenza fondata su infrastrutture di sorveglianza, decisioni automatizzate e pratiche di deresponsabilizzazione umana, che proprio per questo diventa più «efficiente», replicabile e difficilmente imputabile. 1 Burnett, D. Graham, Will the Humanities Survive Artificial Intelligence? , « The New Yorker» , 26 aprile 2025. Ringrazio Tiziana Terranova per avermi segnalato questo articolo, così come quello di Colin Fraser citato in precedenza. 2 Il riferimento è ad AlphaFold (DeepMind/Google), sistema basato su reti neurali per la predizione di strutture proteiche – non un’IA linguistica come i Large Language Models, ma un’IA specializzata in biologia molecolare. Ringrazio Gianfranco Pancino per questa segnalazione. 3 Ukraine: sur le champ de bataille, l’IA décuple la précision des frappes , « Le Monde» , 14 novembre 2025, https://www.lemonde.fr/international/article/2025/11/14/ukraine-sur-le-champ-de-bataille-l-ia-decuple-la-precision-des-frappes_6653426_3210.html . L’articolo documenta come i droni militari dotati di IA diventino completamente autonomi nella fase finale dell’attacco, quando perdono la connessione con gli operatori umani, rendendo impossibile interrompere l’operazione letale. 4 Lavender identifica sospetti militanti, mentre Where’s Daddy? li localizza nelle loro abitazioni per assassinarli insieme alle famiglie – un nome di terribile cinismo che trasforma l’intimità domestica del «dov’è papà?» in algoritmo di sterminio familiare. L’influenza dell’IA è stata tale che i militari trattavano i risultati «come se si trattasse di una decisione umana». Cfr. I sistemi di intelligenza artificiale che dirigono i raid di Israele a Gaza , valori.it , 4 maggio 2024, https://valori.it/intelligenza-artificiale-gaza-israele/ 5 Fonte https://www.authoritarian-stack.info/
- graphic journalism
Minneapolis
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Dopo il Rojava Pizo Meyer La situazione di instabilità permanente nella Turchia orientale e nella Siria settentrionale, unita alle mutevoli strategie degli Stati Uniti, di Israele e della Turchia nell’intera zona, e l’emergere di un nuovo potere politico a Damasco hanno condannato il destino del Rojava come entità politica curda dotata di un’intensa vocazione democratica e costituente, un evento che riporta la causa curda sul filo del rasoio geopolitico. L’accordo di cessate il fuoco raggiunto la scorsa settimana (30 gennaio) tra il governo siriano di al-Sharaa e le Forze Democratiche Siriane (FDS), guidate dai curdi, e salutato dagli Stati Uniti come «una pietra miliare storica nel cammino della Siria verso la riconciliazione nazionale», rappresenta una grande vittoria per Damasco. Significa anche la fine del Rojava come enclave curda autonoma nel nord-est del Paese. I colloqui tra il governo di al-Sharaa e i leader delle FDS, per concordare l’integrazione delle strutture politiche e militari del Rojava in quelle del nuovo Stato centrale, sono iniziati poco dopo la destituzione di Assad nel dicembre 2024. Tuttavia, nessun accordo era stato raggiunto e, dopo la scadenza del termine per il completamento del piano di integrazione nel dicembre 2025, Damasco ha deciso di imporre con la forza ciò che il processo diplomatico non era riuscito a ottenere fino a quel momento. Lo scorso 6 gennaio, le truppe governative siriane hanno attaccato i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, un’enclave isolata controllata dalle FDS nel centro della Siria. L’esercito siriano ha anche attaccato la debole posizione delle FDS lungo l’Eufrate, nelle zone a maggioranza araba di Raqqa e Deir-ez-Zor, provocando significative defezioni arabe. Infine, l’offensiva su larga scala contro il Rojava ha costretto le FDS a ritirarsi nei territori a maggioranza curda. Ulteriori violenze sono state evitate grazie a un cessate il fuoco temporaneo. Ora, in base ai termini della tregua, le FDS dovrebbero essere integrate nell’esercito siriano in tre brigate e gli organi di governo curdi fusi con le istituzioni statali. Secondo le informazioni disponibili, le forze di sicurezza del Ministero dell’Interno hanno iniziato a entrare nelle città di Hasaka e Qamishli, controllate dalle FDS. L’esistenza del Rojava come spazio semiautonomo, dotato di una risonanza simbolica su scala mondiale – per la liberazione delle donne, senza precedenti nella Regione, e per l’autogoverno democratico di un popolo oppresso – dipendeva da circostanze uniche. Le FDS, che al loro apice controllavano più di un quarto della Siria, compresi i suoi principali giacimenti petroliferi, si sono formate nel contesto della guerra civile siriana, durante la quale le unità militari affiliate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) hanno iniziato a prendere il controllo delle zone prevalentemente curde del nord della Siria. Le FDS vere e proprie sono nate nel 2015, dopo che i combattenti curdi hanno difeso con successo la città di Kobane dall’assalto dei militanti dello Stato Islamico (ISIS) con l’aiuto di un ponte aereo statunitense, segnando l’inizio di un’alleanza con Washington che dura ormai da dieci anni. Il Rojava non si è unito alle principali forze di opposizione, che considerava jihadiste e nazionaliste, e ha persino avviato negoziati con Assad, senza mai raggiungere un accordo. Dopo la battaglia di Kobane, gli Stati Uniti hanno armato e addestrato le FDS, delegando alla forza guidata dai curdi la guerra contro l’ISIS garantendosi in questo modo un presidio nel Paese devastato dalla guerra. Il sostegno statunitense ai curdi, sempre «temporaneo, tattico e transazionale», non è mai stato un accordo solido. Washington ha chiuso un occhio su una serie di operazioni militari turche che hanno ridotto il territorio e l’unità della regione autonoma da parte delle forze curde. Ankara considerava il Rojava una grave minaccia alla sicurezza nazionale, temendo che i progressi lì ottenuti si estendessero oltre il confine siriano. La precarietà del sostegno statunitense è diventata evidente con la caduta di Assad, evento che ha alterato radicalmente gli equilibri geopolitici, di cui i curdi avevano temporaneamente beneficiato. Gli Stati Uniti hanno espresso immediato sostegno ai nuovi jihadisti, convertiti in democratici, insediatisi a Damasco. La fragile aura egemonica del regime siriano guidato dall’ex comandante di Al Qaeda si è indebolita per i massacri commessi contro gli alauiti nell’ovest e contro i drusi nel sud nella primavera e estate del 2025. Di conseguenza, gli Stati Uniti hanno raffreddato la loro posizione nei suoi confronti, non certo per motivazioni di ordine etico, ma per timore che il governo di al-Sharaa si rivelasse troppo debole per controllare le milizie attive nel Paese e per garantirne la stabilità. In questo contesto, la strategia di Washington sembra essere ancora una volta quella di destreggiarsi tra i diversi attori per favorire il loro reciproco riequilibrio. I negoziati tra il governo siriano e le FDS sembravano inizialmente pendere leggermente a favore dei curdi: i rapporti disponibili nel mese di ottobre propendevano per un rafforzamento del governo regionale curdo e il mantenimento delle strutture della FDS, ma i calcoli erano già cambiati nel mese di dicembre. Le informazioni disponibili non suggeriscono che gli Stati Uniti abbiano esplicitamente dato il via libera alla successiva escalation militare di Damasco, ma neppure che l’abbiano ostacolata, posizione peraltro abituale dell’alleato americano: se fallisci, è un tuo problema; se hai successo, ti copriamo le spalle. Il successo dell’assalto delle forze di al-Sharaa ha cambiato decisamente l’equilibrio delle forze. Dopo l’incursione, l’inviato speciale degli Stati Uniti, Tom Barrack, ha dato il colpo di grazia all'«alleanza contro l’ISIS»: il ruolo delle FDS era da considerarsi «in gran parte scaduto», poiché il «governo siriano era pronto ad assumersi le responsabilità in materia di sicurezza». Con un nuovo governo centrale siriano al comando del Paese, che ora sembrava ricettivo agli interessi degli Stati Uniti e dei loro alleati, Washington non aveva più motivo di sostenere un alleato alternativo in Siria. Se questo è un tradimento, è stato un tradimento assolutamente prevedibile, perché si tratta e si è trattato di una coerente politica estera imperialista. Non è stata solo Washington a far pendere l’ago della bilancia a sfavore delle forze curde. Dall’istituzione del governo di transizione a Damasco, gli interessi di Israele, Turchia, Siria e Stati Uniti – discussi in una serie di incontri tenutisi all’inizio del 2026 volti a spianare la strada verso nord-est a al-Sharaa – hanno trovato un punto d’incontro, superando le precedenti divergenze che consentivano l’indipendenza del Rojava. Israele ha firmato un patto di sicurezza con il nuovo regime siriano, negoziato dagli Stati Uniti, che ha ridotto il suo interesse a utilizzare i curdi per mantenere una pressione su Damasco; la Turchia ha manifestato la sua intenzione di allontanarsi ulteriormente dalla Russia , il che ha ammorbidito la posizione degli Stati Uniti nei confronti delle ingerenze turche in Siria. Infatti, la Turchia ha esercitato una significativa inflluenza nel riorientare le scelte di Damasco nei confronti delle FDS. A partire da dicembre, il Ministero della Difesa turco e il Ministro degli Affari Esteri, Hakan Fidan, hanno lanciato esplicite minacce militari contro le FDS accompagnate da forti rassicurazioni di sostegno allo Stato siriano nel caso di suo intervento. Al-Sharaa ha goduto a lungo del sostegno di Ankara, in modo esplicito sin dalla sua blitzkrieg contro il regime indebolito di Assad alla fine del 2024. Le relazioni della Turchia con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), con cui è in conflitto da decenni, rappresentano un contesto significativo per quanto sta accadendo in territorio siriano. Dall’altra parte del confine turco. I negoziati tra le due parti sono in corso da oltre un anno, su iniziativa dello Stato turco, forse nella speranza di sfruttare in un modo o nell’altro la nuova dinamica scatenatasi in Siria, con l’obiettivo di costringere il PKK e le FDS, che considera una loro estensione, a disarmarsi e a sciogliersi. Erdoğan stesso potrebbe avere interessi più limitati: conquistare gli elettori e i deputati curdi attraverso un riconoscimento simbolico per prolungare il suo mandato. Da parte sua, il PKK è evidentemente entrato nel processo di pace sulla base di un calcolo realistico dei rapporti di forza esistenti nella Regione, poiché la diplomazia è forse il mezzo più idoneo a garantire i diritti che lo legittimerebbero come attore sociale e politico. Nel frattempo, lo smantellamento del Rojava, risorsa vitale per il movimento curdo in generale, nonché un’influenza extraterritoriale cruciale per il PKK, ha costituito un tassello fondamentale delle ambizioni turche di ottenere una «Turchia libera dal terrorismo». È difficile valutare quali effetti avranno gli eventi in Siria sui negoziati. Alcuni ritengono che si tratti del colpo definitivo al PKK, ma non bisogna dimenticare che il partito ha subito battute d’arresto peggiori nella sua storia, in particolare durante il periodo di sconfitta organizzativa e militare e di disorientamento registrato nel decennio 2000, dopo l’incarcerazione del suo leader Abdullah Öcalan. Quale altra strategia alternativa avrebbe potuto eventualmente seguire il Rojava? Fin dall’inizio era chiaro che la finestra di opportunità per l’autogoverno non sarebbe rimasta aperta per sempre e che il Rojava non aveva affatto il potenziale necessario per diventare un attore regionale a pieno titolo. Le FDS avrebbero potuto raggiungere un accordo con Assad, scegliendo di lottare per ottenere un maggiore riconoscimento all’interno di una Siria integrata, riducendo così la possibilità che i jihadisti prendessero il potere? Oppure, destituito Assad, le FDS avrebbero potuto raggiungere un qualche tipo di accordo con i nuovi governanti di Damasco senza insistere su un cambiamento costituzionale e accettando lo status quo raggiunto nel dicembre 2025, evitando l’escalation militare e di ritrovarsi in una posizione molto indebolita nel successivo accordo? I leader del PKK erano consapevoli dell’approccio strumentale di Washington. Sono stati poco proattivi nel coltivare alleanze strategiche alternative? E perché il Rojava non è stato evidentemente in grado di esercitare una influenza egemonica sulle zone a maggioranza araba? È imperativo discutere queste e altre questioni simili in modo autocritico, non per perdersi in ipotesi controfattuali e recriminazioni, ma per trarne insegnamenti per le sfide che ci attendono. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar , il blog della New Left Review , rivista bimestrale pubblicata a Madrid dall’Istituto Republica & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Si consiglia di leggere Alp Kayserilioglu, «Pillola amara per le forze curde», «Il terremoto dello Stato in Turchia» e «Rinascita repubblicana in Turchia? », El Salto . Cihan Tuğal, «La Siria nelle mani di Erdoğan? », Diario Red , e «La resilienza di Erdoğan» e «Rinascita turca? », El Salto , e «La Turchia al bivio? », NLR 127 e «Islamisti della NATO» NLR 44. Daniel Finn, «Le fogne di Erdoğan» e Cengiz Gunes, «La nuova sinistra turca», NLR 107. Lorenzo Trombetta, « Stati Uniti abbandonano i curdi siriani per al-Shara'a », Limes , 20 gennaio 2026. Si consiglia di leggere Alp Kayserilioğlu, Píldora amarga para las fuerzas kurdas (El Salto, 4 aprile 2024); El terremoto del Estado en Turquía (El Salto, 23 febbraio 2023). ¿Renacimiento republicano en Turquía? (El Salto, 16 maggio 2023). Cihan Tuğal ¿Siria en manos de Erdogan? (Diario Red, 9 dicembre 2024); La resiliencia de Erdoğan (El Salto, 30 maggio 2023). ¿Renacimiento turco? (El Salto, 20 maggio 2023); Turkey at the Crossroads? (New Left Review 127, Gen/Feb 2021); Nato’s Islamists (New Left Review 44, Mar/Apr 2007). Daniel Finn e Cengiz Gunes, Erdoğan’s Sewers (New Left Review / Sidecar, 20 febbraio 2023). Cengiz Gunes, The New Turkish Left (New Left Review 107, Set/Ott 2017). Lorenzo Trombetta, Stati Uniti e Russia scaricano i curdi per al-Shara'a (Limes, 20 gennaio 2026). ● Traduzione di Elisabetta Galasso












