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Democrazia d’eccezione e post-fascismo, un dialogo con Andrea Russo parte 1 Thomas Berra Il testo che qui presentiamo è la trascrizione di una lunga conversazione con il ricercatore indipendente Andrea Russo che verrà pubblicata in tre episodi. In questa prima parte vengono riprese le fila delle riflessioni sui nuovi fascismi sviluppate dall’autore nella raccolta L’uniforme e l’anima, pubblicata nel 2009 insieme al collettivo <>. Nei prossimi episodi verranno indagate le operazioni di <>, attraverso il caso della teologia di Driecht Bonhoeffer, le riflessioni sul genocidio culturale avanzate da Pasolini, a 50 anni dal suo omicidio, e l’intreccio tra nuovi fascismi e guerra: dalla campagna trumpiana contro l’immigrazione fino al contesto palestinese, dove il progetto di “pace” promosso dagli Stati Uniti si rivela un debole palliativo rispetto al disegno genocidario perseguito dal governo israeliano. PARTE 1 Redazione Ahida: Il collettivo Action30 ha pubblicato L’uniforme e l’anima [1] nel 2009. Pensavamo di cominciare chiedendoti cosa pensavate voi quindici anni fa sulla questione del “ritorno del fascismo” e cosa significa eventualmente oggi? Andrea Russo: In realtà di un “ritorno del fascismo” si era già parlato all’inizio degli anni Novanta. Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, si era assistito all’emergere di violente pulsioni identitarie che avevano preso di volta in volta la forma del nazionalismo, del razzismo, del fondamentalismo religioso. Nel decennio successivo, l’ondata securitaria scatenata dagli attentati dell’11 settembre ha ridato vigore a un’interrogazione sulle nuove forme di razzismo e di fascismo da cui ha preso le mosse il nostro collettivo di ricerca. In più le domande che erano alla base del collettivo sono diventate sempre più urgenti con il clima venutosi a creare in Italia dopo l’insediamento del quarto governo Berlusconi. Per noi era allora evidente che la lunga catena di violenze – contro rom, stranieri, omosessuali – trovava la propria giustificazione nei discorsi politici dei partiti di governo, e in leggi palesemente discriminatorie come il “Pacchetto sicurezza”, che ha introdotto il reato d’immigrazione clandestina. Rispetto alla nostra attualità, non percepisco nessuna grande cesura con quello che scrivevamo nel 2009, tranne che la pandemia e l’inizio della guerra in Ucraina e Palestina hanno dato maggior coerenza sistemica a dei piani finora disgiunti delle nuove forme di fascismo, senza però delineare, per dirla in maniera solenne, un nuovo Nomos della Terra. Redazione Ahida: Quali erano le ipotesi dalle quali avete cominciato la ricerca? Andrea Russo: Una delle nostre ipotesi è che il fascismo non tramonti definitivamente con il progresso della democrazia e dello Stato di diritto, né si ripresenti nella forma di un “cattivo passato” che non passa, ma tenda piuttosto a “trasformarsi”. È evidente che vi sia oggi un problema che riguarda lo Stato di diritto e la democrazia, non solo in Italia, ma in tutto il mondo. Redazione Ahida: Fermiamoci un attimo su questo punto. Noi ci stiamo ponendo il problema di cercare di capire se è possibile, e nel caso in che modo, continuare a utilizzare la categoria di fascismo, dal momento che oggi assistiamo a uno svuotamento, a una banalizzazione del termine stesso [2]. Andrea Russo: Negli ultimi decenni la controversia sul “ritorno del fascismo” – si tratti di usi giornalistici o di manipolazioni politiche del concetto – ha mobilitato due punti di vista speculari. Alcuni vedono il fascismo ovunque. Secondo altri invece continuare a parlare di fascismo sarebbe una forzatura: l’epoca delle camicie nere e dell’olio di ricino si è conclusa a Piazzale Loreto e non tornerà più. Noi con la nostra ricerca abbiamo cercato di rimettere in discussione questa doppia banalizzazione. In fondo, si tratta di capire che non c’è un solo fascismo, ma che infinite forme di fascismo sono possibili, poiché il fascismo è una specie di forma pura a priori capace di adattarsi ai contesti storici più diversi. Il fascismo non è un’entità eterna, fissata una volta per tutte nella sua identità, ma un fenomeno in divenire. Per questo la famosa teoria del “fascismo eterno” di Umberto Eco non funziona. Se pertanto il fascismo è qualcosa che si riadatta continuamente rispetto alla contingenza storica, allora oggi con che forma di fascismo abbiamo a che fare? Direi che ormai già da trent'anni dobbiamo fare i conti con una formula di fascismo completamente integrato nei dispositivi del governo democratico. Direi quindi che oggi abbiamo a che fare con una sorta di fascismo democratico . Intendo dire che la vera “novità” del fascismo democratico contemporaneo consisterebbe in ciò che viene indicato dall’ aggettivo piuttosto che dal sostantivo . Ragion per cui, se è doveroso spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini fascismo e fascista, è forse non solo ugualmente doveroso, ma persino urgente spiegarsi sul perché si continuino a usare i termini democrazia e democratico. Redazone Ahida: Avremmo allora a che fare con un fascismo post-ideologico? Andrea Russo: Si certo. La prima caratteristica del fascismo democratico è di essere, per così dire, volutamente privo del collante ideologico capace di sintetizzare tutti gli elementi che lo compongono in una forma coerente. Dobbiamo aver ben presente che nelle attuali democrazie è egemonico un pragmatismo manageriale che radicalizza in senso gestionale l’arte di governo, infrangendo tutti i vincoli su cui esse si fondano. Per coloro che hanno interesse a governare al di sopra della legge e delle regole, il richiamo all’ideologia fascista è controproducente perché può nuocere al consenso. È indubbiamente un fascismo post-ideologico, o se si preferisce un post-facismo quello con cui abbiamo a che fare. Redazione Ahida: Questa prospettiva rende praticamente inutilizzabile il cliché storiografico tipicamente novecentesco di un’opposizione secca tra democrazia e totalitarismo. La genealogia dello stato di eccezione tracciata da Agamben, che citate diverse volte, disattiva questo falso schematismo, rivelando invece questo stretto rapporto di cui stiamo parlando tra democrazia e totalitarismo [3]. Il fascismo non è un’aberrante creatio ex nihilo , né un accidente che si abbatte dall’esterno sulla società, ma una sorta di tragica “peripezia” tutta interna al funzionamento del diritto nelle democrazie parlamentari. Ritorniamo ad un nodo per noi fondamentale: il fascismo storico non è stato semplicemente una dittatura o uno stato autoritario , ma uno stato di eccezione totale . Quale altro tassello aggiungeresti a questa analisi? Andrea Russo: Direi che le vicende storiche degli anni Venti e Trenta avrebbero dovuto funzionare come un monito. Invece è accaduto che lo stato di eccezione è tornato progressivamente a infiltrarsi nell’intera vita politica delle democrazie occidentali. In tal senso, il problema consisterebbe nel ricorso sempre più frequente dello stato di eccezione come modalità di governo della società. Evidentemente non si tratta più solo di una sospensione temporanea del diritto, né di una restrizione delle libertà fondamentali di determinate categorie di individui, gruppi sociali o organizzazioni, quanto piuttosto dell’affermarsi di un nuovo paradigma di governo della popolazione. Tecnicamente le procedure derogatorie di sospensione del diritto sono la caratteristica precipua dello stato di eccezione [4]. Questa nozione appare quanto mai opportuna, non solo per rendere conto di eventi storici come la sospensione da parte del regime nazista di tutti gli articoli di garanzia delle libertà individuali contenuti nella Costituzione di Weimar, ma anche per descrivere la situazione attuale, caratterizzata dalla moltiplicazione esponenziale dei dispositivi securitari: leggi antiterrorismo, detenzione preventiva, pacchetti sicurezza, campi di internamento, detenzioni amministrative cui bisogna aggiungere le agenzie di sicurezza private, i sistemi di videosorveglianza e di schedatura biometrica, ed oggi la guerra: il dispositivo securitario per eccellenza, che li mette tutti sistematicamente in opera. Redazione Ahida: A proposito di sicurezza, nel vostro libro viene ripresa questa riflessione di Gilles Deleuze: «Tutto un neofascismo si sta installando, in rapporto al quale l’antico fascismo si presenta come mero folklore [...]. Piuttosto che essere una politica e un’economia di guerra, il nuovo fascismo è un’intesa mondiale per la sicurezza, per la gestione di una “pace” non meno terribile, con l’organizzazione concertata di tutte le piccole paure, di tutte le piccole angosce che fanno di noi dei microfascisti, pronti a soffocare ogni volto, ogni parola un po’ forte, nella propria strada, nel proprio quartiere, nel proprio cinema» [5]. Sembra in linea con quello che stiamo dicendo e aggiunge un altro tassello all’analisi, il nesso con la dimensione sicuritaria? Andrea Russo: Qui Deleuze invita a riflettere sul fatto che, invece di preoccuparsi delle vecchie forme di fascismo, bisognerebbe temere la generalizzazione della sicurezza come imperativo assoluto, come diritto che ha sempre più diritto degli altri. È infatti la combinazione dello stato di eccezione con il paradigma securitario che rilancia i fascismi oggi. Nel momento in cui la sicurezza diventa “totalitaria”, nel senso che tende a imporsi sia come paradigma fondamentale dell’azione di governo che come desiderio sociale scatenato dalla paura dell’altro, tutti i principi basilari dello Stato di diritto – libertà, democrazia, diritti dell’uomo, tolleranza religiosa – vengono disattivati. Redazione Ahida: L’uso reiterato dello stato di eccezione e dei dispositivi securitari come tecnologia normale di governo non produce come risultato una democrazia più forte, ma una democrazia blindata che ci sembra avere poche alternative se non sfocia nella guerra, interna o esterna che sia. Andrea Russo: È così. Dalla strada al quartiere, dalla città alle relazioni internazionali, la generalizzazione della sicurezza si è imposta come imperativo assoluto della regolazione della convivenza sociale, alimentata e giustificata a sua volta da quella che Michel Foucault chiamava la “cultura del pericolo”. Ecco ciò che scrive: «Quello che lo Stato propone come patto alla popolazione è: “Sarete protetti”. Protetti da tutto ciò che può essere incertezza, danno, rischio. […] Lo Stato che garantisce la sicurezza è uno Stato obbligato a intervenire in ogni occasione in cui la trama della vita quotidiana è lacerata da un evento singolare, eccezionale. Perciò la legge non è più adatta; perciò, sono necessari questi tipi di interventi, il cui carattere eccezionale, extra-legale, non dovrà più apparire come segno di qualcosa di arbitrario né di un eccesso di potere, ma al contrario come un’attenzione premurosa» [6]. Il nuovo potere si presenta come un genitore onnipresente, pronto a proteggerci dagli imprevisti della vita; un padre premuroso che sa intervenire al momento giusto e con i mezzi più efficaci, perché non tiene conto di quelle vecchie abitudini che sono le leggi e le giurisprudenze. E che, beninteso, fa tutto questo solo per il nostro bene . Il nuovo potere è quello che dice: “Niente paura, risolviamo noi il problema, gestiamo noi la situazione, costi quel che costi, compreso la guerra e lo sterminio”. Vorrei inoltre soffermarmi un istante su ciò che scrive a proposito del tema pace-sicurezza il teologo protestante Dietrich Bonhoeffer, giustiziato nel campo di concentramento di Flossenbürg nell’aprile 1945: «Non c’è via per la pace sulla via della sicurezza. La pace va osata: è l’unico grande rischio e mai e poi mai può essere assicurata. Pace è il contrario di sicurezza. Esigere sicurezza significa essere diffidenti e a sua volta tale diffidenza genera la guerra. Cercare delle sicurezze significa volersi proteggere. Pace significa abbandonarsi completamente al comandamento di Dio […]» [7]. Mi sembra che qui Bonhoeffer riesce a cogliere molto bene l’impasse della situazione attuale: l’intesa mondiale per la sicurezza è fondata sulla diffidenza, ma dalla diffidenza può generarsi solo la guerra. E così il circolo si chiude e, oggi come ieri, si ripete all’infinito, lasciando solo macerie e sangue da tutte le parti. In fondo, il monito del Vangelo su questi temi è lo stesso da duemila anni. «Quando si dirà: “pace e sicurezza”, allora d’improvviso lì colpirà la rovina […] e non scamperanno» (1Ts, 5,3). NOTE [1] P. Di Vittorio, A. Manna, E. Mastropietro, A. Russo, L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo, Action 30, Bari 2009. [2] Cfr. https://www.ahidaonline.com/post/fascisminotepreliminari . [3] Cfr. G, Agamben, Stato di eccezione , Bollati Boringhieri, Torino 2003. [4] Cfr. J. C. Paye, La fine dello Stato di diritto, manifestolibri, Roma 2005. [5] G. Deleuze, L’ebreo ricco , in Id. Due regimi di folli e altri scritti , Einaudi, Torino 2010, p. 106. [6] M. Foucault, La sicurezza e lo Stato , in Id, La strategia dell’accerchiamento. Conversazioni e interventi 1975-1984 , :due punti edizioni, Palermo 2009, pp. 71-72. [7] D. Bonhoeffer, Scritti scelti (1933-1945) , Queriniana, Brescia 2009, p. 64. Andrea Russo è un ricercatore indipendente. Ha pubblicato articoli sul pensiero politico e filosofico con varie riviste e case editrici. Nel 2009 ha collaborato al volume <>, pubblicato dal collettivo Action 30. Recentemente ha curato la riedizione di alcuni saggi del filosofo Nicola Massimo de Feo e pubblicato articoli sull’interpretazione del pensiero del teologo Dietrich Bonhoeffer.
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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: L’ascesa dell’Altasfera; Dalla Cina con amore gR_55_I5_4_GrE3n_XP_TeT-R4_P-0-D Il Boomernauta fa un suo compendio politico dell’epoca della Gov Neolib descrivendone la genesi e il funzionamento basati sul meccanismo di base Stato-capitale. In seguito il nucleo economico finanziario, rappresentato da Ecofin (il capitale), è determinato a cogliere l’occasione al volo per cominciare a prendere le distanze dalla Terra e trasformarsi in AltaSfera Ecofin 1 (alias il capitale spazializzato). Tuttavia, consapevoli del rischio di apparire come un semplice controllo a distanza o una fuga delle élite, le autorità diffondono prospettive di una migrazione di massa verso altri pianeti. Nel capitolo successivo, durante una delle sue prime avventure nel tempo, il Boomernauta si ritrova in Cina nei primi anni del decennio 2030. In quel paese, che era ormai il più avanzato nell’integrazione di tecnologie e vita, il governo, molto più interessato a egemonizzare la produzione mondiale che a calmare le convulsioni della biosfera, decide di sfruttare un incredibile dispositivo che piega il tempo per far lavorare tutti di più… ma i corpi si ribellano… L ’ascesa dell’Altasfera Nella Gov Neolib, lo Stato e il capitale erano profondamente interconnessi, formando un sistema complesso in cui le sfere di governo e di potere economico convergevano sempre di più. La relazione tra Stato e capitale era intrinseca, come le due fasi di un dispositivo fisico, in cui l’una non poteva esistere senza l’altra. Questo legame totalizzante era presente in ogni Paese, sebbene la gestione di tale relazione potesse variare da una nazione all’altra. Le macchine a due teste Stato-capitale esercitavano la sovranità politica, economica e militare adattandosi ai mezzi e agli obiettivi di ogni istanza nazionale. Incentivavano produzione, consumo e, talvolta, distruzione attraverso conflitti e guerre. All’interno di ogni macchina bicefala, non esisteva sempre un equilibrio armonioso e frequentemente si manifestavano tensioni significative: non essendo allineati, l’esercizio del governo e l’accumulazione del capitale generavano spesso conflitti di interesse e divergenze. La tendenza globale di fondo era di uno spostamento del potere verso il capitale, il quale tendeva a globalizzarsi. Ma ben presto si evidenziarono le contraddizioni poiché il capitale non poteva prescindere dagli Stati. Durante la prima Grande Crisi finanziaria del XXI secolo 2 , gli Stati erano infatti risultati essenziali nel salvataggio del capitale, attraverso prelievi di risorse dalle classi subalterne e povere; questa era stata un’ulteriore conferma dell’indissolubilità delle due fasi, pena la caduta del sistema binomiale. Ma ora, di fronte al profilarsi d’un collasso ecologico globale, non ci si sarebbe trovati davanti a un si salvi chi può generale? E chi avrebbe avuto i mezzi per salvarsi e abbandonare la nave che affondava se non i techno-tycoon? La crisi economica non aveva frenato, ma anzi accelerato il processo di privatizzazione dei servizi e dei beni pubblici, che era diventato uno dei principali elementi caratterizzanti della Gov Neolib. Questo fenomeno, insieme alla deregolamentazione dei flussi finanziari, aveva contribuito alla concentrazione del potere economico nelle mani di una ristretta oligarchia. Nei media ufficiali questo insieme era denominato Ecofin, un termine che si voleva liscio e neutro usato per evitare la definizione troppo marxisteggiante di capitale o capitalismo. Ecofin comprendeva i potenti techno-tycoon, che rappresentavano dei veri e propri pezzi da novanta nel sistema. L’entità (o piuttosto la fase ) Ecofin era animata dalla classica razionalità capitalista dell’accumulo senza limiti e nel passaggio verso la globalizzazione e aveva tendenza e interesse a fare del mondo un grande e unico mercato. Al top delle valorizzazioni borsistiche c’erano ovviamente le imprese dei techno-tycoon (Grandi Piattaforme, Tecnologie dell’informazione o della vita ecc.) che conferivano a questa sfera una dimensione immateriale e bio-neurale. Nonostante tutto Ecofin sarebbe stata incapace di gestire territori e sicurezza ed era costretta a mantenere una relazione complessa e contraddittoria con gli Stati. Da un lato gli Stati-Nazione con la loro territorialità spesso egoista e bellicosa rappresentavano un ostacolo alla volontà di espansione globale di Ecofin . Dall’altra parte, però, Ecofin beneficiava di monopoli sull’estrazione di risorse fondamentali e delle privatizzazioni di servizi pubblici e sociali, amputando organi essenziali del corpo vivente degli Stati A causa di questo groviglio inestricabile di interessi comuni e conflitti fra Stati e capitale, man mano che si avanzava nell’epoca Neolib, ad alcuni sembrava che si fosse sulla strada di un ritorno al feudalesimo. Questa percezione poteva essere giustificata dalla crescente disuguaglianza di diritti e tutele legali tra le classi subordinate e la nobiltà ovvero le élite, nonché dalle incoerenze evidenti, come il fatto che Paesi in guerra mantenessero flussi finanziari e rapporti commerciali fra di loro. Anche sotto la Gov Neolib, come era successo in precedenti fasi del capitalismo, le strategie di conquista delle grandi entità Stato-capitale, intrinsecamente imperialiste, generavano profonde contraddizioni che sfociavano inevitabilmente in conflitti distruttivi. L’identità stessa della razionalità capitalista era caratterizzata dalla triade produzione-consumo-distruzione. Durante la guerra, si produceva per distruggere e, alla fine, per ricostruire. Tuttavia, in questo periodo, iniziarono a sorgere dubbi sulla possibilità che questa successione ciclica di produzione e distruzione potesse continuare a riprodursi eternamente. Il preoccupante stato di malessere della biosfera si presentava come l’anomalia che minacciava il futuro della Gov Neolib. In tale frangente fu proprio in seno all’oligarchica mondiale Ecofin che ci si ricordò del mito di Mont Pèlerin 3 da cui tutti loro erano discesi, e ci si propose di riprendere dell’altitudine, politica e fisica, sfruttando proprio la sfera logistica spaziale che i techno-tycoon stavano preparando in vista del loro futuro movimento verso la High Frontier: una destinazione che sarebbe servita per cominciare a trasferire progressivamente certi centri di comando di Ecofin verso una sfera di postazioni geostazionarie di cui erano incaricati i techno-tycoon. Questa operazione sarebbe stata mediatizzata come la fase preparatoria di una futura grande colonizzazione dello spazio denominata Migrazione Spaziale di Massa , o Massive Spatial Migration (MSM) 4 . In seguito si sarebbe trattato di sperimentare la vita in colonie spaziali con volontari scelti all’interno della Gov, poi di realizzare una base logistica sulla Luna e infine di trasferire massicciamente verso Marte le risorse umane e tecnologiche (cosiddette) strategiche . C’erano diversi vantaggi in questo approccio progressivo, detto delle tre fasi. Innanzitutto avrebbe sottratto da sabotaggi e distruzioni tutte le infrastrutture tecnologiche determinanti, che potevano essere trasferite nello spazio dove sarebbero state alimentate direttamente dall’energia solare. Inoltre, esso costituiva un primo passo nel distanziamento e nella lunga preparazione del grande salto per i privilegiati che avrebbero potuto far uso degli ascensori spaziali. Ecco come nacque la denominazione di AltaSfera Ecofin 5 : essa formalizzava il termine alte sfere economiche-finanziarie comunemente utilizzato nei media mainstream, che andava oltre la semplice designazione delle nuove forme di organizzazione del capitale, ed era un modo di suggerire la possibilità di una presa di distanza dalla Terra stessa. Un capitale spazializzato insomma. C’era una lunga storia di osmosi tra Ecofin , che ora puntava alla conquista dell’High Frontier, e le sfere del potere politico degli Stati sovrani, anzi questo faceva proprio parte del funzionamento delle macchine Stato-capitale. In questa fase, però, i ruoli si scambiavano più apertamente che nel passato. L’AltaSfera Ecofin poteva esercitare ogni tipo di lobbying in ogni Stato Sovrano e spesso piazzava i suoi membri nei rispettivi governi nazionali 6 o nelle istanze della Gov globale. Inversamente il personale politico si poteva riciclare con una certa libertà nelle istanze globali di Ecofin. In questa complessità che vedeva in gioco l’imperialismo delle grandi macchine Stato-capitale e l’AltaSfera Ecofin , gli Stati di media e bassa potenza erano oltrepassati nella loro condizione di entità politiche tradizionali, diventando in gran parte soggetti alle direttive e agli interessi di agenti esterni. Quando questo percorso neanche tanto sotterraneo arrivò al suo apice essi divennero post, i Post-Stati (PoSt/ati). Questo termine sottolineava che tali Stati, spesso semplici simulacri delle democrazie rappresentative o neo-autocrazie, disponevano di una sovranità limitata. I PoSt/ati mantenevano il monopolio dell’uso della forza e della violenza per il controllo delle popolazioni e dei territori. Questo ruolo era suddiviso tra la polizia, responsabile del controllo interno, e l’esercito, responsabile della difesa esterna. Anche in questo campo arrivarono le privatizzazioni e già prima che l’entropia della biosfera accelerasse, in molti dei PoSt/ati l’emergenza, ormai divenuta norma, aveva indotto gli ADN militari e polizieschi a diventare ricombinanti. I tratti distintivi e le funzioni associate di questi corpi si mescolarono e si sovrapposero, modificando e potenziando la filiera già esistente di milizie, polizie ed eserciti privati. Un nuovo e potente filone di servizi, detto dei Security Service Providers (SecurServ), si sviluppò come la principale componente dell’industria della sicurezza, affiancandosi a quella dell’armamento e rafforzando questo settore strategico, senza il quale la Gov Neolib sarebbe crollata. Naturalmente tutto il settore era sotto la cupola dell’AltaSfera Ecofin che ne traeva profitti impensabili in altri compartimenti economici. Oltre all’eterna questione delle guerre territoriali, i SecurServ erano essenziali per la repressione delle popolazioni visto il declino che aveva caratterizzato il controllo soft del neurocapitalismo neolib. Questo declino era facilmente spiegabile: le condizioni di vita stavano decadendo. Quando le persone lottavano per soddisfare i loro bisogni primari, non c’era neuro-persuasione di alcuna platform che tenesse, e tale situazione creava un terreno fertile per sommosse e rivolte di vario genere. Nel timore di non riuscire a contenere questi sfoghi effimeri, ma violenti, i SecurServ vennero dotati, dai fondi pubblici che garantivano gli interessi privati, di capacità tecnologiche e operative di dissuasione e distruzione assolutamente sproporzionate rispetto alle popolazioni esasperate. I SecurServ intervenivano anche nelle guerre locali tra i PoSt/ati, alimentando ulteriormente il ciclo di violenza e conflitto. Ora però torniamo alle problematiche della High Frontier. Le limitazioni per sfuggire in massa all’attrazione terrestre erano uno dei grandi quesiti dei techno-tycoon nel preparare la fuga verso lo spazio. E non si trattava di una metafora dell’affetto che i techno-tycoon e i loro fedeli provavano per il pianeta, come alcuni potrebbero pensare, ma della cocciuta forza newtoniana. A partire dal XIX secolo, l’idea di un ascensore spaziale cominciò a prendere forma, e quando le tecnologie dei nanomateriali resero fattibile tale progetto, le industrie dei techno-tycoon iniziarono a sperimentare questa nuova possibilità. Avevano il progetto di costruirne diversi, ed eventualmente di combinare questa tecnologia con quella delle catapulte elettromagnetiche, per sostituire progressivamente i costosi e inefficienti vettori a combustibile fossile. Gli ascensori spaziali erano il veicolo indispensabile per realizzare il programma delle Tre Fasi di cui ti accennavo: le colonie umane nello spazio, la base logistica lunare e la colonizzazione di Marte. Un fondamento iniziale per l’esplorazione spaziale e la colonizzazione sarebbe stato costituito da una rete di basi in orbita geostazionaria, supportate da uno o più ascensori spaziali. Si sarebbe poi affrontata la fase di costruzione delle colonie spaziali per intraprendere la grande avventura del nuovo e immenso far west. In un primo tempo solo pochi tecnici avrebbero potuto accedere alla High Frontier per effettuare i test e garantire la robustezza del sistema. Si promettevano, in seguito, molte opportunità per coloro che desiderassero partecipare e lasciare la Terra (a condizione di meritarlo). Solo pochi decenni più tardi, quando certe istallazioni spaziali della High Frontier erano state messe in opera e le condizioni di vita sulla Terra erano divenute sempre più precarie, si iniziò veramente a lavorare su un progetto di migrazione su larga scala riservato alle élite. Come accennato, l’iniziativa della Massive Spatial Migration proveniva principalmente dai techno-tycoon del Nord, con un’attenzione particolare da parte dell’ Impero di Sbieco , il più grande Stato imperialista durante l’era neolib. L’idea di marketing dietro la Massive Spatial Migration , alias Grande Fuga , era quella di presentarla come l’inizio della colonizzazione umana dello spazio. I techno-tycoon avevano creato un’immagine mediatica che enfatizzava l’importanza dei punti stazionari lagrangiani come punti di partenza per questa colonizzazione. La narrativa alimentata dai techno-tycoon suggeriva che la Massive Spatial Migration sarebbe stata il primo passo di tale colonizzazione con prospettive di futura terraformazione di Marte e di altri pianeti. Questo mito, in teoria, aveva lo scopo di catturare l’immaginazione delle masse, creando una visione romantica e avventurosa di un futuro in cui l’umanità avrebbe conquistato nuovi mondi. Tuttavia, il contesto di deterioramento della Terra e l’impotenza dell’umanità nel trovare soluzioni efficaci erano in contrasto con i discorsi democratic i, ottimistici e visionari della Massive Spatial Migration . Questa contraddizione aveva generato diffidenza nelle moltitudini subordinate, dando origine al termine caricaturale della Grande Fuga , che personalmente preferisco rispetto alla definizione ufficiale pomposa e falsa. Era evidente che gli ostacoli per la realizzazione del progetto non si limitavano alla sfera tecnologica, ma coinvolgevano anche la sfida di gestire e controllare la complessità sociopolitica di un’umanità fortemente colpita dai crescenti collassi ecologici. Effettivamente, nonostante i travestimenti marketing, era difficile mascherare che la MSM fosse veramente una Grande Fuga delle élite, anche se questo termine venne messo al bando. Nel contesto della Gov Neolib, la Cina e gli Stati Uniti, noti rispettivamente come l’Impero di Mezzo e l’Impero di Sbieco, erano le due grandi macchine imperialiste che, nonostante l’incipiente apocalisse ambientale, si contendevano potere e influenza. In realtà molti dei loro dirigenti (specie i dignitari dell’ Impero di Sbieco ) volevano solo assicurarsi un posto nella Grande Fuga . Nondimeno, la situazione in entrambi i Paesi era caratterizzata da un’instabilità interna crescente e per una bizzarra coincidenza entrambi incapparono in strani e straordinari incidenti di percorso che ridussero considerevolmente il loro peso e portarono a una nuova fase di Governance. Note: AltaSfera Ecofin: cfr. glossario. Il Boomernauta si riferisce alla Grande Crisi che ebbe inizio nel 2008 conosciuta anche come crisi dei mutui subprime che ebbe origine negli Stati Uniti nel settore immobiliare, in particolare nel mercato dei mutui ipotecari a rischio ( subprime ). La crisi si diffuse rapidamente a livello globale, poiché i prodotti finanziari legati ai mutui subprime erano stati venduti e distribuiti in tutto il mondo. I fallimenti delle istituzioni finanziarie, come la Lehman Brothers, e la conseguente crisi di fiducia portarono a una grave recessione economica a livello mondiale. Il Mont Pèlerin è una montagna situata in Svizzera, vicino alla città di Montreux. Il Boomernauta qui si riferisce al Colloquio di Mont Pèlerin, organizzato dall’economista Friedrich Hayek, che ebbe luogo nel 1947. Fu un incontro di economisti, politici e intellettuali di orientamento liberale e conservatore dove si costituì la piattaforma ideologica del neoliberalismo. MSM: cfr. glossario. Per il Boomernauta è chiaro che in generale fa riferimento al capitale/capitalismo nelle sue varianti post-industriali e poi, come vedremo, quantistica utilizzando i termini AltaSfera Ecofin, o semplicemente Ecofin o AltaSfera . AltaSfera ha il doppio significato di designare le oligarchie e la spazializzazione man mano che si avvicina il tempo della Grande Fuga. Si veda anche il glossario. D’altronde nei primi decenni del XXI, in piena fase neolib, la finanza, che aveva ancora i piedi su terra e non si era trasformata in AltaSfera , aveva già imposto le proprie istanze di gestione ed i propri governatori a vecchi Paesi scalcagnati quali l’ormai crollante culla della democrazia o la penisola del Vitello. Dalla Cina con amore Nell’Impero di Mezzo già dai primi decenni del XXI secolo la penetrazione delle tecnologie nella vita era la più avanzata ed era letteralmente impossibile viverci senza essere immersi nel bioipermedia. Ma nella débâcle ecologica che minacciava da vicino la Gov Neolib, la Cina, che pure era coinvolta, restava per certi versi un indecifrabile continente disciplinare. Per chi stava in basso sembrava che il Paese facesse un po’ banda a parte e non fosse completamente integrato, specie dal punto di vista finanziario, al resto del mondo anche se questa si sarebbe rivelata una prospettiva illusoria. Al punto che i techno-tycoon locali, fra i più ricchi del mondo, avevano difficoltà a emanciparsi dal PoSt/ato gestito dal Partito. I dirigenti del Partito, si dicevano molto più preoccupati dal benessere dei lavoratori, dall’organizzazione di produzione e consumo e dall’affermarsi del Paese come la più grande potenza tecnologica che da un’egoistica salvezza spaziale o marziana. La simbolica nave ammiraglia tecnologica era Grande Balzo , il più potente computer quantistico mondiale. Ma come tutte le potenti corazzate anche Grande Balzo avrebbe trovato il suo siluro hacker. E quando venne craccato ci si accorse che al suo interno girava un modulo software che per comodità chiameremo time machine . Benché il laboratorio nazionale di informatica quantistica di Hefei 1 , che lo aveva progettato, rivendicasse per Grande Balzo una potenza di calcolo miliardi di volte superiore a quella dei supercomputer tradizionali, in realtà questa manna restava teorica e non completamente utilizzata. Nonostante la prodezza tecnologica della sua architettura e i suoi 127K qubits, i cinesi si erano Free Software Foundation, anche se certo non ne gradivano la trasparenza e le regole FOSS 2 . Tutto ciò era di dominio pubblico, nessuno però sapeva che in una start-up della Innoway di Pechino, la Silicon Valley cinese, era stato sviluppato un software capace di cambiare la percezione del tempo dandogli una piega diversa. Questo flusso veniva trasmesso a un utente tramite una app e un dispositivo mobile denominato time glasses 3 , una speciale versione di occhiali smart . Il sistema richiedeva però una grande potenza di calcolo per ogni singolo utente e solo un megacomputer quantistico avrebbe potuto pilotare una moltitudine di utenti simultanei. Intuendo le prospettive biopolitiche dei time glasses , l’amministrazione cinese prese il controllo della start-up e lanciò il progetto Lunga primavera . L’obiettivo ufficiale era il miglioramento della qualità di vita delle maestranze e quello ufficioso, l’aumento della produttività. Indossando i time glasses connessi, ogni maestranza poteva lavorare perlomeno dieci o dodici ore al giorno, avendo l’impressione che ne fossero trascorse solo sette od otto, nonostante il suo corpo restasse ancorato all’UTC 4 . Per la fase sperimentale vennero scelte delle volontarie nelle grandi fabbriche della Rabbitconn a Shenzhen; si trattava perlopiù di giovani donne addette alla catena di assemblaggio degli smartphones a cui era stato promesso il premio di un giorno off. Nel periodo di test si limitarono le durate delle giornate lavorative e fu un successo. Le partecipanti alla fine del loro turno erano più distese e di buon umore, anche se poi, bene o male, la stanchezza fisica riaffiorava. Quando alla Rabbitconn si sparse la voce di questa app straordinaria i volontari si moltiplicarono, tanto che fu difficile accontentare tutti subito. Rari erano quelli che restavano piuttosto riservati perché intuivano che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, si trattasse di far passare la pillola di giornate eterne e di ore straordinarie non pagate. Ed infatti andò proprio così: il governo lanciò in gran pompa il progetto Lunga primavera , integrandolo al programma dei Crediti Sociali (SCS) 5 . Ogni lavoratore che aderiva avrebbe ricevuto 50 punti nella red list dei meriti, mentre il pagamento delle ore straordinarie fu rimesso in causa. Come previsto, i manager allungarono le giornate di lavoro e regolarono la time machine al massimo quando c’erano periodi di punta della produzione in fabbrica Negli stabilimenti, le timide proteste vennero subito messe a tacere dai sindacati governativi, in modo che il sistema potesse essere allargato ad altri settori. Il vero obiettivo del governo, infatti, non erano solo gli operai delle grandi fabbriche già in via di robotizzazione, ma tutti i lavoratori di qualsiasi condizione e non solo i salariati. Nel mirino c’erano le attività cognitive, che includevano anche il telelavoro. Precari e free lance potevano usufruirne e nella Innoway dove fra gli startupper ormai vigeva la regola 996: lavoro dalle 9 di mattina alle 9 di sera, 6 giorni alla settimana, il sistema avrebbe funzionato alla grande. Il governo contava su questo dispositivo così disrupting per consolidare l’egemonia cinese che si stava affermando, mentre gli Stati Uniti stavano in una guerra civile cronica che li stava indebolendo e paralizzando. In realtà c’erano parecchi problemi dello stesso tipo anche in Cina, fra l’altro causati dalle grandi opere di modifica del territorio fra i quali l’immensa Diga delle Tre Strozze . Tuttavia il governo cinese e il suo gigante distaccamento di SecurServ strettamente controllati dal Partito, poco integrati all’AltaSfera Ecofin e al suo progetto High Frontier (o forse legati da un entanglement quantistico 6 ), facevano del loro meglio per tenere la situazione sotto controllo e nascondere al massimo i problemi. Quello che interessava ai dirigenti cinesi era il previsto grande balzo in avanti della produzione. Poi, esportando il sistema nel resto del globo grazie agli accordi con i techno-tycoon, il controllo mondiale delle nuove modalità di quel che resterebbe della produzione sarebbe stato assicurato. Dopo un periodo di espansione quasi geometrica dei time glasses in ogni settore produttivo, emersero i primi rumori su qualche scompenso sociale. Le giovani operaie con famiglia si lamentavano, per esempio, che restando per gli straordinari non si rendevano più conto di quando era l’ora di andare a far la spesa e che spesso arrivavano a casa troppo tardi per preparare la cena. E le fidanzate non riuscivano a spiegare al partner come avevano potuto bucare l’appuntamento amoroso. Negli startupper della Innoway si diffondeva invece la cultura del materasso 7 , messo sotto la scrivania e su cui stendersi un momento prima di crollare mantenendo la ormai consolidata tradizione del no sleep, no sex, no life . Una maledizione che li perseguiva con lo stesso accanimento con cui loro correvano dietro al miraggio di Jack But il mitico fondatore di Aladdin, il più famoso dei techno-tycoon cinesi. La perturbazione dei ritmi biologici fondamentali prodotta dalla distorsione quotidiana del tempo stava producendo però un altro tipo di disturbo ancora più inquietante. Dopo brevi momenti di catatonia i soggetti tenevano propositi a prima vista incoerenti o deliranti che, però, se si faceva attenzione, rivelavano una forma di reazione lucida a una vita quotidiana di quattordici ore di lavoro. Forze disorganizzate e sotterranee esplodevano in modo incontenibile in reazione a un sistema che nel processo di produzione generava una forte carica schizofrenica contro cui il sistema stesso avrebbe poi scatenato tutto il peso della sua repressione 8 . Queste crisi erano un tentativo d’uscire dall’insostenibile spaesamento temporale, volontariamente accettato per aderire al sogno collettivo a cui erano stati esortati negli ultimi discorsi della compagna Guo segretaria dell’ufficio politico del Comitato Centrale del Partito. Ma ora, il sogno si era trasformato in incubo. Gli specialisti governativi avevano assimilato il fenomeno a una nuova forma di burn-out che era già molto diffuso in Cina a quell’epoca. Avevano comunque raccomandato di ridurre gli sbalzi eccessivi e improvvisi nei cambiamenti di percezione del tempo per cercare di mantenere l’essenziale degli aumenti di produttività. Ma ancora una volta gli esperti si sbagliarono. Non si trattava di burn-out, ma di un processo schizo che solo l’attività rivoluzionaria impedisce di trasformarsi in produzione reale di schizofrenia 9 . E fu questo il pulsante che fece scattare l’improvviso passaggio fra i due poli, ordine e caos, che fanno parte di un’alternanza storica per i cinesi. E quando grande fu la confusione sotto il cielo: la situazione divenne eccellente . In un primo momento più che di una ribellione si era trattato di un rifiuto talmente totale e biologico che aveva provocato un aumento vertiginoso di suicidi, ma soprattutto un’ondata di schizofrenia come reazione alla modifica della percezione del tempo a fini di aumento della produttività. Che fosse una forma schizo era stata la prima diagnosi del Ministero della Sanità cinese che però nello stesso tempo era impotente tanto a contenerla che a curarla. Non si potevano trattare gli schizo-tempestosi 10 come si faceva con i normali pazzi o come il PCC (Partito Comunista Cinese) faceva con certi avversari politici, cioè rinchiudendoli negli ospedali psichiatrici. Erano veramente troppi e fare un tentativo in questo senso avrebbe portato al risultato inverso di quello desiderato. Gli schizo-tempestosi erano agitati e farneticanti. Sentivano voci che suggerivano loro di volere tutto e subito. Soprattutto subito visto che dopo il trattamento ricevuto, il tempo non aveva più la valenza a cui erano stati educati nell’infanzia. Il tempo era una dimensione fondamentale, immaginatevi se per esempio mediante un artificio foste costretti a vivere, o anche semplicemente a lavorare con una dimensione in meno, magari in due dimensioni come in un fumetto o su uno schermo. Non sareste traumatizzati anche voi? Erano ufficialmente considerati malati gravi dalle istituzioni, ma la stessa cosa non avveniva nelle interazioni con il resto della popolazione. Nonostante l’emarginazione a cui erano sottoposti, in realtà le loro allucinazioni si muovevano nel profondo, e intorbidavano le acque sociali. Ed i primi segnali di esasperazione cominciarono a manifestarsi. Né il governo cinese né il resto della governance mondiale, visto che molti Paesi per non perdere terreno nei confronti della Cina avevano aderito al franchising di Lunga Primavera , pur rendendosi conto dell’impasse, non volevano rinunciare ai benefici che la distorsione del tempo apportava loro in termini molto concreti di profitto. Secondo loro il Progetto avrebbe smentito anche Marx: non ci sarebbero state cadute del saggio di profitto! Non poterono o non vollero vedere che gli schizo-tempestosi , pur non avendo le facoltà di organizzare le masse con le loro allucinazioni desideranti, erano inconsciamente riusciti a compattare classi che erano divise e che ormai si ribellavano un po’ dovunque. Una specie di avanguardia schizofrenica e caotica nello stesso tempo. Nel frattempo, grandi masse appoggiarono l’avanguardia delirante in un modo imprevisto: il movimento Tang Ping , ispirato al rifiuto del lavoro rivendicato dagli autonomi europei e diretto erede dei giapponesi Hikikomori e dei partecipanti alla Great Resignation 11 , entrò magicamente in non-azione. Tutto si fermò all’improvviso e nulla più funzionò mentre cominciò a scatenarsi il combattimento degli schizo-tempestosi . Delirante e confusa fu la lotta, ma anche fulminea e selvaggia. Gli schizo-tempestosi , che vi si erano gettati a corpo morto, sembravano tanto insensibili al dolore e alle amputazioni che la repressione infliggeva loro, che sia il governo cinese che la finanza mondiale dovettero cedere prima che il caos li travolgesse. Tutti furono liberati da quel giogo immateriale della manipolazione del tempo. La malattia schizo-temporale cessò come per incanto e anche una parte delle malattie autoimmuni che da essa dipendevano. Note: Credo che il Boomernauta facesse riferimento al fatto che la Cina avesse continuato a investire in questo settore. Già per quanto riguarda la nostra epoca pare che si trattasse di un miliardo di dollari nel laboratorio nazionale di Hefei per le scienze dell’informazione quantistica con esperti provenienti da una serie di discipline come la fisica, l’ingegneria elettrica e la scienza dei materiali .S. Pieranni, Red Mirror , Laterza, Bari, 2020 p. 138. Free & Open Source Software. Si veda anche il glossario. Time glasses : cfr. glossario. Il tempo coordinato universale o tempo civile, abbreviato con la sigla UTC. Social Credit System, sistema dei crediti sociali un’iniziativa creata dal Governo cinese al fine di sviluppare un sistema nazionale per classificare la reputazione dei propri cittadini . https://it.wikipedia.org/wiki/Sistema_di_credito_sociale . Qui il Boomernauta utilizza questo termine che poi ricorrerà spesso in seguito. Eccone una breve spiegazione. L’ entanglement quantistico è un fenomeno che descrive la correlazione quantistica tra due o più particelle. In un sistema entangled, la descrizione quantistica delle proprietà di ogni particella non può essere descritta in modo indipendente, ma solo come parte di un sistema globale Questo significa che quando due particelle quantistiche sono entangled, le proprietà quantistiche di una particella possono essere istantaneamente influenzate dalle proprietà dell’altra particella, anche se le particelle sono fisicamente separate l’una dall’altra a una qualsiasi distanza. Qui il Boomernauta forse si esprime in senso ironico sul fatto che comunque esisteva un legame fra la finanza cinese e la Gov Neolib. Espressione derivata dalla sottocultura d’impresa della multinazionale delle telecom Huawey. Qui il Boomernauta fa riferimento a due intellettuali della sua epoca: G. Deleuze, F. Guattari, L’Anti-Œdipe , Editions de minuit, Parigi 1973 p. 42. Il Boomernauta aveva letto G. Deleuze, Pourparlers 1972-1990 , Editions de Minuit, Parigi 1990, p. 38 Dall’inglese Stormy-schizo . Il Boomernauta fa riferimento a una tendenza socio-economica in cui i lavoratori si dimettono volontariamente in massa dai loro posti di lavoro. La prima ondata iniziò attorno al 2020 negli Stati Uniti durante la pandemia di COVID-19 e poi diffusasi in Europa e in particolare in Italia. Non riuscendo a ottenere protezioni ed aumenti mentre aumentava il costo della vita, molti lavoratori della giovane generazione preferiscono abbandonare tutto: qualcosa che includeva una rassegnazione pessimistica ed una difesa della propria dignità.
- konnektor
La tempesta Alternative für Deutschland è appena cominciata – e perché la lawfare non funzionerà Laurent Degonville La crisi dei sistemi politici liberali, frutto della pressione incessante e brutale della struttura di potere della classe neoliberista, sta facendo scivolare il campo politico, nominalmente democratico, verso modelli nettamente autoritari, il cui funzionamento concentra il potere nelle mani delle classi dirigenti attuali, tanto corrotte quanto inutili, come dimostra la loro gestione del genocidio di Gaza, l'imposizione di un livello folle di spesa militare e di tassi sempre più insopportabili di disuguaglianza e povertà, nonché il loro cretinismo nella gestione dell'attuale crisi climatica. L'austerità fiscale tedesca può aver mantenuto basso il debt service e calmato – al momento – i mercati dei capitali. Ci sono stati degli inconvenienti, tuttavia, molti dei quali sempre più evidenti a livello locale e chiaramente percepibili nella vita quotidiana della persone comuni. I governi locali in affanno di risorse non sono stati in grado di far fronte al rapido decadimento dei servizi pubblici, né di manutenere le strade o gli impianti sportivi comunitari. I trasporti pubblici sono peggiorati, c'è carenza di alloggi a prezzi accessibili e le scuole locali non sono in grado di affrontare i nuovi scenari, come tenere lezioni in classi di cui solo una minima parte capisce la lingua nazionale. Con l'affastellarsi di questi problemi, è cresciuto anche il malcontento nei confronti delle politiche pubbliche. Il risultato è stata la crescente frammentazione del sistema partitico della Repubblica federale tedesca in vigore dal dopoguerra; il declino delle coalizioni tradizionali di ambo le parti, insieme alla sfida "populista" da destra si è concretizzata nell' Alternative für Deutschland (AfD). Poca attenzione è stata prestata se e come il calo di fiducia nelle istituzioni federali attagli le amministrazioni locali, il cui governo è stato tradizionalmente meno politicizzato e in cui le famiglie e le reti territoriali favoriscono una politica meno ideologica, meno conflittuale e più radicata socialmente, basata sul consenso e sul pragmatismo cooperante. Le recenti elezioni nello stato della Renania Settentrionale-Vestfalia (NRW) lo scorso settembre possono dunque rivestire un interesse che vada oltre l'ambito puramente locale. Con 18 milioni di abitanti – di cui 14 milioni aventi diritto di voto – la Renania Settentrionale-Vestfalia è il più grande land della Repubblica federale tedesca. Ogni cinque anni, gli elettori designano i consigli delle città e delle contee ed i rispettivi Landrat (amministratori) e Bürgermeister, Oberbürgermeister (sindaci). Se nessun candidato alle dette cariche ottiene più del 50% dei voti, si tiene un secondo turno alla francese. Le elezioni tenutesi nel land il 14 e il 28 settembre scorsi, sono state l’ultimo appuntamento elettorale in Germania per il 2025, oggetto di un intenso studio da parte degli osservatori politici. Al primo turno, si osserva un aumento considerevole dell'affluenza, passata dal 51,9 al 56,8% – come accade quando i nuovi sfidanti "populisti" mobilitano sia gli amici che i nemici. Più sorprendente è stata la stabilità registrata nel sostegno sia alla CDU che alla SPD, che con il 33,3% e il 22,1% dei voti ottenuti – rispettivamente – hanno perso solo 1,0 e 2,2 punti percentuali, con esiti di gran lunga superiori sia a quelli ottenuti da entrambe alle elezioni del Bundestag del febbraio 2025, che a quelli di un sondaggio nazionale condotto dal Forschungsgruppe Wahlen sulla tornata in Renania Settentrionale-Vestfalia (vedi tabella). I Verdi hanno ottenuto risultati in calo rispetto alla SPD, perdendo 6,5 punti percentuali e scendendo al 13,5%, nonostante siano parte con la CDU della coalizione a capo del land . Rispetto al 2020 ci sono stati due vincitori: il partito populista di sinistra Die Linke – passato dal 3,8% al 5,6% – e soprattutto l'AfD, che ha quasi triplicato il suo precedente risultato, passando dal 5,1% a un sorprendente 14,5%. La Renania Settentrionale-Vestfalia, che comprende le popolose città di Colonia, Dortmund, Essen e Düsseldorf, da sempre si configura socialmente e politicamente conservatore, il che può spiegare perché partiti tradizionali come la CDU e la SPD abbiano mantenuto una posizione relativamente stabile, nonostante le imminenti riduzioni della spesa sociale previste a livello federale dalla coalizione dei due, ormai non più così solida. Il risultato dell'AfD alla luce di ciò appare ancora più clamoroso, soprattutto se si considera che, alla vigilia delle elezioni non vantasse cariche politiche nelle comunità locali, i cui network sono importanti almeno quanto i programmi dei partiti. Inoltre, dato che l' Alternative für Deutschland non ha potuto o voluto presentare candidati in circa il 40% dei collegi elettorali, il risultato – spalmato su tutti i collegi – ne sottostima inevitabilmente il sostegno reale di un margine considerevole. Dove l'AfD ha deciso di non partecipare si deve forse al fatto che i potenziali candidati temessero l'ostracismo sociale che avrebbero potuto subire una volta identificati come membri del partito. Ovvero, che questo abbia deliberatamente evitato i collegi elettorali in cui non fosse sicuro di ottenere un minimo di preferenze. In ogni caso, entrambe le variabili sono suscettibili di cambiare nelle prossime tornate, il che spiega la soddisfazione della dirigenza dopo il primo turno. Tuttavia, nonostante i progressi compiuti, l'AfD non è riuscita a conquistare nessuno dei posti chiave in palio in queste elezioni: i 52 seggi regionali di Landrat e Oberbürgermeister . Ma è riuscita a modificare le prassi: come risultato dell'avanzata populista di destra, 36 delle 52 elezioni – di più rispetto alle elezioni precedenti – sono andate al ballottaggio anche se l’AfD è rimasta tra i due contendenti del ballottaggio solo in tre di queste elezioni con gli altri partiti sono uniti in coalizione contro il candidato dell'AfD. Il Brandmauer (firewall) è rimasto intatto. È possibile che tra cinque anni non sarà più così, dato che l Alternative für Deutschland è attualmente presente in tutte le assemblee locali ed è in grado di stringere alleanze con altri partiti e gruppi di elettori. I Verdi in definitiva sono stati i perdenti, con l'eccezione di Münster, dove il candidato sindaco del partito ambientalista ha sconfitto con un vantaggio risicato il candidato della CDU al secondo turno. Münster è una bella e prospera città universitaria, che per lungo tempo è stata governata, e bene, da cristiano-democratici sul modello di Merkel, in una coalizione informale con i Verdi, che ha costituito di fatto un'alleanza tra la borghesia liberale-cattolica benestante e la grande comunità studentesca internazionale presente in città. A Colonia, il quarto centro urbano della Germania – che conta un milione di abitanti ed è senza dubbio in sofferenza amministrativa – i Verdi hanno perso, dopo essere stati in coalizione formale con la CDU per un decennio. Al secondo turno, il loro candidato, di origini turche e vicepresidente dell'Assemblea legislativa dello Stato, ha perso contro un socialdemocratico sostenuto dalla CDU, solo terzo al primo turno. I Verdi pertanto hanno pagato il prezzo della politica sul cambiamento climatico adottata dall'ultimo governo federale, ingiungendo ai proprietari di immobili di installare nuovi sistemi di riscaldamento, che potevano costare più delle loro stesse case, ad acquistare auto elettriche a prezzi eccessivi. Ancora, a far sì che le comunità locali accogliessero un numero illimitato di rifugiati e richiedenti asilo assegnati dai governi dei Länder . Dei due partiti tradizionali maggioritari, la CDU e la SPD, il primo ha ottenuto risultati migliori del secondo, nonostante il minimo storico di sostegno nazionale accordato alla CDU e al suo cancelliere, Friedrich Merz (vedi tabella precedente), dopo appena sei mesi in carica. Ciò può essere in parte dovuto al ministro-presidente della Renania Settentrionale-Vestfalia,Hendrik Wüst – principale rivale di Merz all'interno della CDU – capace di irradiare una competenza e una calma affabile di cui Merz è palesemente privo. E, fattore cruciale, la CDU può convivere più facilmente con l'AfD rispetto alla SPD, non necessariamente per ragioni programmatiche, ma perché il proprio ambiente elettivo – le comunità cattoliche della classe media e piccola, comuni in Renania e Westfalia – è più resistente alla retorica dell'AfD rispetto alla classe operaia della SPD. Che può spiegare perché a Dortmund, un ex centro industriale che la SPD aveva governato negli ultimi ottant'anni, l'AfD le abbia inflitto perdite così gravi che il candidato della CDU ha vinto al ballottaggio. Che pochi elettori dell'SPD abbiano optato per Die Linke come alternativa può essere dovuto alla tradizionale scarsa presenza del primo nella politica locale ed dall’età degli elettori dell'SPD, troppo avanti con gli anni per essere attratti dall'immagine giovanile dei radicali. In definitiva, il risultato delle elezioni locali non farà altro che incoraggiare gli sforzi volti a dichiarare illegale l'AfD dinanzi alla Corte costituzionale da parte di quei membri del gruppo parlamentare dell'SPD che considerano la Kampf gegen rechts (lotta contro la destra) “la” missione politica. Ai sensi della Costituzione tedesca, un partito può essere dichiarato incostituzionale se ritenuto ostile all'«ordine liberale-democratico fondamentale». Esiste un'ampia bibliografia giuridica su ciò che ciò potrebbe significare. In passato, due partiti hanno ricevuto un verdetto di incostituzionalità per poi essere formalmente sciolti: il Sozialistische Reichspartei Deutschlands nel 1952 – un'organizzazione che si autoproclamava successore del NSDAP, il partito nazista fondato da Hitler – e il Kommunistische Partei (Partito comunista) nel 1956. I fondi vengono confiscati ed i tentativi di continuarne i lavori o di surrogarne la persona giuridica sono puniti con pene detentive che vanno da sei mesi a cinque anni o da uno a dieci anni, «quando l'imputato agisce come capo o istigatore di entrambi i comportamenti [...]. È punibile anche il tentativo» (art. 84 del codice penale tedesco). Ci sono buone ragioni politiche per cui l'SPD desideri che l'AfD venga dichiarata illegale il prima possibile. Se il declino che ha subito negli ultimi decenni dovesse continuare, l'SPD potrebbe finire sotto il 10% alle prossime elezioni federali del 2029. Dato che la Corte avrà bisogno di tempo per indagare e deliberare, i membri dell'SPD promotori della messa al bando dell’ Alternative für Deutschland dovranno assicurarsi che il caso sia portato immediatamente in giudizio, poiché l’organo competente potrebbe nicchiare a deliberare nel pieno della campagna elettorale federale, che inizierà all'incirca nella primavera del 2028. Sebbene due nuovi giudici costituzionali – in quota SPD – potrebbero sostenere in tempo la causa, altri giudici di area della CDU non è detto che lo facciano. Se la sentenza arrivasse dopo le elezioni, che l'AfD possa essere dichiarata incostituzionale ne danneggerebbe gli orizzonti elettorali; c'è da aspettarsi che i procedimenti giudiziari siano orchestrati professionalmente dalla macchina delle pubbliche relazioni del governo e drammatizzati diligentemente dai media pubblici e privati. I potenziali candidati potrebbero non iscriversi per paura di essere interdetti dall'occupare posti di lavoro nel settore pubblico dopo il divieto del partito. Infine, ma non meno importante, la Kampf gegen rechts dinanzi alla Corte potrebbe anche contribuire a nascondere l'incapacità del nuovo governo federale di promuovere una svolta di 180 gradi a favore della generosità fiscale per affrontare la risoluzione dei problemi di decenni di austerità e distogliere l'attenzione dai tagli previsti alla spesa sociale causati dal finanziamento alla guerra in Ucraina. Una decisione a favore dei partiti tradizionali – e difficilmente sarebbe al contrario nel mezzo di una campagna elettorale altamente polarizzata – gli enormi problemi politici e giuridici che deriverebbero dalla delegittimazione di un partito che rappresenta almeno un terzo dell'elettorato non scomparirebbero. Dichiarare illegale un partito politico non può destituirne i deputati dai seggi – a livello federale, regionale o locale. Se l'AfD fosse dichiarata tale, un terzo – se non di più – di tutti i seggi del nuovo Bundestag potrebbero essere occupati da deputati dalle sue fila che sarebbero al sicuro per il resto della legislatura, a meno che non ne venisse scoperta la partecipazione ad attività che i pubblici ministeri considerassero una "continuazione" o una "sostituzione" del soggetto fuorilegge. Ci si potrebbero aspettare accuse in tal senso da parte dei concorrenti politici. (Ai sensi dell'art. 46 della legge sul Tribunale costituzionale, i dettagli su come viene eseguita la messa al bando di un partito sono determinati dal governo federale mediante una disposizione regolamentare, il che implica che non sia necessaria una normativa con rango di legge e quindi il coinvolgimento del Bundestag ). L’istruzione, poi, di nuove elezioni anticipate nello scenario di un verdetto di incostituzionalità non potrebbe scongiurare che gli ex deputati dell'AfD corrano come singoli o nelle liste di eventuali nuovi partiti di destra, a meno che non fossero esclusi dalla candidatura corrispondente dalle commissioni elettorali dei Länder o, ovviamente, fossero in carcere per aver tentato di prolungare o sostituire l'attività del partito dichiarato illegale. Le controversie legali prolifererebbero e in campagna elettorale la Procura federale ( Bundesanwaltschaft) sarebbe impegnata h24 ad osservare ogni mossa dei candidati sospetti per determinare se la condotta violi i termini del dispositivo applicato al partito, il che costituirebbe un reato. Se così fosse, sarebbero immediatamente interdetti dalla candidatura con il rischio di pene detentive. Uno show da prima serata. Dello stesso autore: Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico , Feltrinelli, 2013; How will capitalism end? , «NLR» n. 87, 2017; Return of the King , «Sidecar», 4 maggio 2022; La Unión Europea en guerra: dos años después , «Diario Red », 22 giugno 2024; El bellicismo suicida de las democracias autoritaria occidentale , «El Salto», 19 febbraio 2023; Carta desde Europa: La Unión Europea, la OTAN y el próximo nuevo orden mundial , «El Salto», 10 ottobre 2023; Los peligros de la lealtad inquebrantable a Estados Unidos , «El Salto», 26 febbraio 2024. Questo testo è stato originariamente pubblicato su «UnHerd» ed è riprodotto qui con il permesso espresso dell'autore. Wolfgang Streeck è un sociologo ed economista tedesco, direttore emerito del Max Planck Institute for the Study of Societies con sede a Colonia.
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Qui New York, a voi studio
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Ceto medio che casca Brusatore Un racconto inedito di Luigi Anània per «ahida» In una terrazza sulla costa ionica il blu del mare si riflette negli sguardi della variegata famiglia Pinna. La sera s’alza la brezza e la madre Clara con i tre figli e gli ospiti si riuniscono, tacciono, ridono, parlano, ritacciono e deflagrano in interminabili risate contagiose. C’è il fratello maggiore Nicola radiologo anestesista che sentenzia che nel paese dell’inconcludenza la sua idea di imprenditoria benefica al di sopra delle piccole cose del mondo resta un’idea fluttuante fra la terra e il cielo: L’imprendoria come un altrove – dice guardando il mare – l’utopia messianica che porta a una comunità paradiso a tempo indeterminato è un’idea applicata in altre parti del globo. E poi c’è Carlo, il fratello grasso con il tronco sciolto che gli consente di disarticolare le spalle per seguire l’andamento dei suoi ragionamenti; lui sa come va il mondo perché frequenta i ministeri abitati da angeli previdenti che coordinano quel che avviene in ambedue gli emisferi; mentre parla solleva la spalla all’altezza di un orecchio e a ogni cambio di argomento l’abbassa seguendo l’idea che ha in testa. Accanto a Carlo c’è Chantal, una donna soave sognata da tutti; Nicola e Carlo gioiscono dicendo il suo nome perché nel momento che lo pronunciano si sentono parte del gran mondo e così a volte dicono Chantal anche nel mezzo di un discorso di statistica. Chantal partecipa alle conversazioni, è intelligente e ha un gran voglia di tutte le cose belle della vita; si rivolge a tutti, si commuove, e ogni tanto si estranea e contempla il mare. La sera quando arriva nella terrazza bacia Clara, che giace immensa su una poltrona reclinabile, e la sera sorride a tutti, anche a Edoardo, il terzo figlio che in un angolo della terrazza irradia il senso di non considerazione di se stesso. Clara ormai novantanovenne non partecipa più alle conversazioni della famiglia; ogni tanto ride per gli scherzi dei figli e poi torna in lei e si stringe in una grande maglia di lana; poi si passa una mano sulla fronte per nascondere lo sguardo. Dopo tanti anni sul terrazzo ha la stessa mole di quando sposò il fu Egisto, gli stessi occhi neri che nel grande ovale del viso sviano dagli altri occhi e nascondono i sentimenti. È appena tornata in aereo da un matrimonio a Milano e non sembra stanca, anzi a chi le chiede se è stanca dice che vuole passare la serata ad ascoltare le conversazioni della famiglia. II figlio Nicola le dice che al prossimo matrimonio la caleranno da un elicottero al centro della festa e con lo stesso elicottero la riporteranno sulla terrazza la sera stessa. A volte i discorsi sono inframezzati da attacchi di risa che si ripetono e sospendono in pause lunghe, poi qualcuno riprende a ridere e smette fin quando qualcuno riparla. Carlo con il giornale fra le mani si rallegra facendo le lodi di grandi capitani d’industria ma d’improvviso si adombra quando il fratello Nicola ricorda che tutte le vette da cui si comanda il mondo sono occupate. Ambedue vorrebbero essere su quelle vette e non essendoci passano dalla risata spavalda a uno sguardo malinconico e infine a un livore che annuncia l’arrivo del cameriere Antonio con una somministrazione immediata di pillole per l’acidità dello stomaco e della psiche. Il piccolo Edoardo si sente non visto dai suoi due fratelli e allora balbettando urla di smetterla di parlare di vette sociali perché non conoscono la sociologia, non conoscono nemmeno le quattro libertà di Frank Delano Roosvelt, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la libertà dal bisogno, la libertà dalla paura. I due fratelli ridono del suo balbettio e del sudore che gli ha inondato il viso e gli dicono ridendogli in faccia che sembra un gallo nano tirato fuori dalla broda dei maiali; Chantal gli sorride e Clara dice al capocameriere Antonio di asciugare il viso di Edoardo. Nel tardo pomeriggio arriva sempre Eddy Mantovani, un mobiliere dallo stomaco prominente, gli occhi azzurri e una zazzera grigia; quando arriva sente qualche frase e dice di non capire la necessità di quei ragionamenti, lui ha un amico pilota che lo porta all’altezza del cielo da cui vede la sfericità del mondo e questo gli basta. Dall’ora del caffè a notte si susseguono discorsi senza alcun nesso intercalati da attacchi di risa, silenzi e sospiri in cui ogni senso si perde. Clara ascolta, ride alle battute dei figli ma a volte sbaglia i tempi del ridere e ride nei momenti di silenzio o in quei tratti di conversazione in cui affiora la frustrazione del ceto medio e i tre fratelli si avviliscono. A quell’ora, ogni anno, sentono di essere lontani dalle vette del mondo, guardano l’inabissarsi del sole nel mare e pensano che il ceto medio con tutta la famiglia Pinna scomparirà nel nulla. Ma ogni volta, appena prima che si parli del ceto medio, il capocameriere Antonio, seguito da tre robuste cameriere russe e da quattro servitori nostrani, ritorna sulla terrazza e dispone i suoi sottoposti lungo i bordi della terrazza per evitare incidenti. Qualche anno fa al calar del buio i discorsi diventarono così animati che Carlo precipitò dalla terrazza continuando a parlare. Non è giusto – dice Carlo – che ogni volta che c’è una crisi ci si accanisca sul ceto medio, non è giusto, il ceto medio ha tenuto in piedi l’economia con il suo lavoro costante, invisibile e senza ambizioni, senza l’individualismo iconoclasta che si è diffuso ovunque, e mentre parla guarda il fratello Nicola che annuisce con il volto livido. C’è chi va nei paradisi fiscali, chi riceve flussi d’oro d’altri parti del mondo e intanto nei momenti di difficoltà il ceto medio cade, il ceto medio, il ceto medio, è sempre il ceto medio che cade..., aggiunge Nicola con gli occhi disperati. Negli animi dei tre fratelli, anche in quello del silenzioso Edoardo, il ceto medio si trasforma in qualcosa che casca o scompare, una meteorite che precipita, un’autostima che si disintegra, una coscienza che si dissolve, un essere che svanisce nell’abisso, una stella che si spegne. La mamma Clara ride mentre il mobiliere e Chantal guardano gli occhi spaventati dei tre fratelli. A un certo punto Carlo si alza e comincia a girare intorno al terrazzo; il capocameriere Antonio e la servitù si allertano ma Carlo non si ferma proclamando che lui conosce ministri, segretari, amministratori delegati, procuratori, agenti segreti e finanzieri che salveranno la famiglia Pinna dal baratro e intanto piega una spalla sulla ringhiera e come tre anni fa cade. La servitù arriva quando lui e già caduto nel giardino tra gli alberi di frutta di diversi colori, fontane gorgoglianti, cervi e pavoni. Piantato a terra continua a parlare volteggiando le spalle mentre un cervo che si era allontanato per lo spavento del tonfo gli torna vicino e lo guarda. Il capocameriere Antonio lo raccoglie, lo porta sul terrazzo e lo ripone sul pavimento mentre lui si dimena come un grosso insetto rivoltato sulla schiena che declamnomi di grandi personalità di tutto il mondo. Donna Clara dice alla servitù di portarlo così, spasmodico e urlante, nel suo letto. L’anno seguente, lo stesso giorno al tramonto, si ripetono gli stessi discorsi, gli stessi scherzi e le stesse malinconie. Luigi Anània scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino
- scienza e politica
Geopolitica delle risorse e crisi climatica Hilde Vandenhout Il saggio analizza le intersezioni tra geopolitica delle risorse fossili e transizione energetica in un contesto internazionale segnato dalla crisi climatica. La COP30 di Belém evidenzia ancora la pressione dei lobbisti delle fossili, mentre la politica statunitense sotto Trump — descritta come espressione di un <> — ostacola la transizione verde e alimenta tensioni con paesi ricchi di petrolio come il Venezuela. L’autore mostra come il passaggio alle rinnovabili stia ridefinendo gli equilibri globali: la Cina domina le filiere tecnologiche della transizione, mentre Russia e altri esportatori di combustibili fossili restano marginali. Negli USA emergono contraddizioni profonde, con stati come California e Texas che avanzano nella decarbonizzazione nonostante la leadership federale contraria. Il testo sottolinea che l’economia delle rinnovabili richiede meno estrazioni e offre maggiore riciclabilità dei materiali rispetto ai combustibili fossili, mentre l’innovazione continua ad accelerare (batterie al sodio, ferro, tecnologie di accumulo termico). In conclusione, la transizione energetica è descritta come un processo ormai inarrestabile, benché rallentato dagli interessi fossili, compresi quelli italiani, che continuano a ostacolare lo sviluppo di un sistema energetico pienamente rinnovabile. A Belem in Brasile la trentesima Conferenza delle Parti sul Clima Globale (COP30) vede come sempre attivi un foltissimo gruppo di lobbisti delle fonti fossili che, come ha dichiarato il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres, <>. Se alla COP30 gli Stati Uniti di Trump, che hanno abbandonato per la seconda volta l’Accordo di Parigi sul clima, non sono presenti, una nuova crisi potrebbe sfociare in un conflitto armato, quella tra gli USA e il Venezuela. Gli analisti di geopolitica hanno, credo giustamente, indicato in una <> delle aree di influenza, questa mossa del declinante impero americano, in coerenza con la linea aggressiva già espressa nei confronti del Messico, del Brasile, del Canada: come se nel nuovo ordine mondiale che si va delineando, venendo meno il ruolo di unica superpotenza americana, si stia tornando alla politica di potenze più regionali. Non si vuole qui entrare in questo dibattito ma ricordare quello che quasi nessun osservatore ha notato nella crisi creata da Trump nei confronti del Venezuela: questo Paese ha le più grandi riserve petrolifere del pianeta (1). Se, nel caso del Messico, la linea di aggressione trumpiana ha utilizzato il tema del narcotraffico (per le importazioni illegali di fentanyl, droga che miete migliaia di morti negli USA), il Venezuela col narcotraffico non ha nulla da spartire, come ha recentemente ricordato il giudice Gratteri, tra i massimi esperti in materia. Nella fase, delicatissima, di transizione storica cui stiamo assistendo, governata certamente da dinamiche politiche e tensioni tra le diverse aree del mondo, c’è una dimensione che va esplicitata: gli USA di Trump rappresentano un <>. I rinnovati accordi con l’Arabia Saudita di questi giorni, l’intenzione serissima di controllare le risorse del Venezuela e i reiterati attacchi di Trump alla transizione rinnovabile nel suo stesso Paese – anche a colpi di decreti presidenziali (parte dei quali poi bloccati dai giudici) – hanno un motivo fondamentale: nell’economia energetica dominata dalle fossili (e specialmente dal petrolio e dal gas) la primazia americana è indiscussa. Non è così, com’è noto, per le tecnologie della transizione verde e della mobilità elettrica (e digitale: c’è una certa sovrapposizione tra queste filiere industriali) nel cui campo è chiaramente la Cina a guidare il mondo. Che la transizione verde avrebbe riscritto la <> è noto da tempo. Da segnalare le diverse analisi sul tema dell’Agenzia internazionale per le fonti rinnovabili (IRENA) diretta da Francesco la Camera (2). Già in un rapporto del 2019, sulla base del numero di brevetti tecnologici legati alla transizione verde, IRENA mostrava come, in termini di sviluppo delle nuove tecnologie, la Cina fosse avanti agli Stati Uniti e, un po’ più indietro, l’Europa e il Giappone. Mentre i Paesi completamente <> coincidevano con i principali esportatori di petrolio e gas: dalla Russia all’Arabia Saudita, dall’Indonesia al Sudafrica. In Russia il primo (e finora unico) impianto eolico industriale è entrato in funzione nel 2021, costruito da una azienda italiana, il primo in Europa era stato in Danimarca nel 1987. Sempre nel 2021 il governo federale tedesco aveva aperto un ufficio per l’idrogeno verde a Mosca: in futuro anziché importare gas si potrebbe importare idrogeno prodotto da eolico, la Russia è tra le aree del mondo con un potenziale enorme. Ma la sua oligarchia – prevalentemente petrolchimica - non è interessata a sviluppare le rinnovabili, come confermato dai responsabili dell’azienda italiana. È quella russa un’economia basata sull’esportazione di petrolio, gas e carbone (e combustibile nucleare di cui domina il mercato). Un’economia rinnovabile prevederebbe la creazione di una nuova classe imprenditoriale, un diverso rapporto col territorio e una capacità tecnologica mentre, persino nel settore petrolifero, la Russia dipende dalle tecnologie occidentali. Dunque, nel rivolgimento complessivo dell’ordine internazionale di questa fase storica, c’è anche una dinamica specifica legata alla transizione verde, con diverse contraddizioni come abbiamo visto nel caso russo. E questa dinamica è uno degli elementi di vero conflitto strategico tra Stati Uniti e Cina, Paese che non dispone di risorse petrolifere e di gas, ma solo di carbone (il cui peso geopolitico è decisamente minore). E questa dinamica è basata su un apparente paradosso: molte delle tecnologie rilevanti per la transizione verde sono nate e sono state sviluppate negli Stati Uniti. Che però, allo stesso tempo, sono diventati i più grandi esportatori di petrolio e gas grazie alla tecnica – ambientalmente molto distruttiva - del fracking . Così, se l’industrializzazione dell’auto elettrica è stata realizzata per prima dalla Tesla di Musk, oggi a dominare il mercato (sia in termini quantitativi che, ed è una novità recente, qualitativi) sono i marchi cinesi. Se oggi le tecnologie rinnovabili rappresentano, e di gran lunga, le forme di produzione di elettricità a minor costo, lo si deve al combinato disposto di politiche europee lungimiranti (e incentivanti), seguite da alcuni degli Stati americani, e dal colossale investimento nelle filiere produttive che ha fatto la Cina. E, se all’inizio il costo del lavoro era un fattore determinante, oggi è proprio l’assetto tecnologico cinese e la qualità a fare la differenza. Certo, in un contesto in cui domina la politica sul mercato e in cui i sussidi statali giocano un ruolo decisivo. Ma, del resto, i sussidi diretti e indiretti giocano un ruolo decisivo anche nell’economia fossile del gas e del petrolio. Dunque, l’economia di mercato nel settore energetico è <> fino a un certo punto: fattori politici e di cartello, sussidi e politiche statali a sostegno diretto e indiretto hanno un grande ruolo. La contraddizione statunitense è dunque questa: molte delle tecnologie hanno avuto origine in quel Paese, ma il loro sviluppo è stato più lento che in Cina e per una ragione precisa: lo scontro con gli interessi dominanti in campo fossile. Alla COP30, assenti gli USA è però andato il governatore della California Gavin Newsom, che si profila anche come lo sfidante di Trump per il 2028, quasi a sopperire l’assenza del governo federale. La quarta economia del mondo, la California, infatti è in piena transizione verde, tra i Paesi più interessanti nello sviluppo di un sistema basato sulle rinnovabili e sulle batterie industriali che, assorbendo l’eccesso di produzione in certe ore, garantiscono in modo crescente la stabilità della rete elettrica. Ed è interessante vedere come nella corsa alla transizione verde la California debba confrontarsi con il Texas, stato fortemente repubblicano, che in termini di consumi elettrici è il doppio della California. Lo stato già <> è oggi infatti la capitale dell’eolico e, per certi versi, la sua transizione va meglio di quella della California che invece sull’eolico è indietro. Solare ed eolico, infatti, per ragioni tecniche e di natura delle fonti si integrano a vicenda, come si vede in tutti Paesi attivi nella transizione verde come Australia, Germania, Spagna e, in piccolo, persino in Italia. Una differenza sostanziale tra un mondo dominato dalle fonti fossili e quello che si delinea in un assetto dominato dalle rinnovabili – necessario per evitare la catastrofe climatica – è che i materiali necessari ai cicli produttivi hanno generalmente una minore concentrazione rispetto ai giacimenti di petrolio e gas. In particolare, le <> sono elementi chimici rari ma distribuiti nella crosta terrestre e anche il litio, che non fa parte delle terre rare ma importante per le batterie delle auto e industriali a servizio delle reti elettriche, la stessa Cina deve importarlo (ad esempio dall’Australia). Il dominio cinese nella produzione delle tecnologie verdi, infatti, non dipende affatto da un <> diretto o indiretto dei giacimenti, ma pressoché esclusivamente dalla sua capacità industriale e tecnologica di controllo della catena produttiva. Anche in termini di quantità di materiali da estrarre c’è una differenza sostanziale tra l’economia basata sulle fossili e quella basata sulle rinnovabili. Ogni anno si estraggono qualcosa come 15 miliardi di tonnellate di combustibili fossili, mentre l’estrazione di metalli ed elementi chimici per la transizione verde è dell’ordine di 10 milioni di tonnellate l’anno, più di mille volte in meno in termini quantitativi. E anche in termini economici la rilevanza dell’industria estrattiva è ben diversa nei due casi: il valore delle fonti fossili estratte nel 2021 era di 2 mila miliardi di dollari, contro i 96 miliardi dei metalli e materiali <>. E, differenza più importante di tutte, i combustibili fossili una volta estratti e lavorati vengono bruciati e impattano sull’ambiente locale e sul clima globale; i <> rimangono invece largamente disponibili anche dopo che le tecnologie sono andate a fine vita. Il litio lo si può recuperare ad alte percentuali dalle batterie a fine vita, come già si comincia a fare, è solo una questione di costi (e di politiche). Il miglioramento tecnologico oggi cerca di incorporare l’obiettivo di massimizzare la <> di questi materiali strategici. E non è finita. L’innovazione tecnologica nel campo delle rinnovabili e dei materiali innovativi procede. Nuovi elementi chimici sono già emersi, ad esempio, nel campo delle batterie, campo essenziale per la transizione energetica. Batterie al sodio sono già disponibili, sia per i servizi di rete elettrica che per le auto a minor costo; batterie al ferro per l’uso industriale sono già nel mercato. E, novità persino in Italia, hanno già debuttato batterie a base di sabbia e acciaio, che convertono l’elettricità rinnovabile in calore a media temperatura per essere usato nelle industrie (buona parte dei consumi industriali infatti è di calore fino a 400°C). La possibilità di progressivamente <> gli usi energetici oggi coperti dalle fonti fossili è consistente e nel campo della produzione elettrica le rinnovabili sono ormai l’opzione più economica (e che genera più posti di lavoro in proporzione). Per chiudere questa breve rassegna, necessariamente sintetica, l’attacco alla scienza di Trump, citato da Gianfranco Pancino in queste pagine , è parte di una strategia complessiva di <> alla transizione verde. Una buona parte delle conoscenze che abbiamo sulla crisi climatica si deve proprio a istituzioni scientifiche statunitensi oggi sotto attacco: il rischio climatico è un rischio esistenziale per l’umanità e negarlo al livello di un Presidente degli USA è semplicemente criminale. Se Elon Musk, in soccorso di Trump, ha minimizzato la rilevanza della crisi climatica, non è così per Grok4, l’intelligenza artificiale promossa dallo stesso Musk (3) che ha proprio usato l’espressione <>. In conclusione, nelle dinamiche internazionali c’è uno scontro esistenziale tra gli interessi fossili oggi ancora dominanti e l’emergenza di una transizione che nonostante gli evidenti conflitti è in corso e appare non arrestabile: il progresso delle tecnologie non lo si può fermare per volontà politica (4). Ma lo si può rallentare e di molto, come accade in Italia dove gli interessi dell’Oil&Gas sono largamente dominanti. Sostenuti in modo bipartizan da tutti i governi succedutisi e aiutati da assurde moratorie regionali (come in Sardegna) e pseudoambientalisti anti-rinnovabili la cui azione aiuta a mantenere il gas fossile, importato a caro prezzo, al centro del sistema energetico, mentre una strategia 100% rinnovabile sarebbe possibile (5). Note Le riserve principali petrolifere https://energy-oil-gas.com/news/6-countries-with-the-largest-crude-oil-reserves-in-the-world/ I rapporti geopolitici di Irena si possono scaricare da questa pagina web: https://www.irena.org/How-we-work/Collaborative-frameworks/Geopolitics Si veda il mio scambio su X (Twitter) proprio con l’intelligenza artificiale Grok4 in cui a domanda risponde tra l’altro che: <> https://x.com/gonufrio/status/1983422781669966036?s=20 Si veda, ad esempio, la sintesi del rapporto EMBER: https://ember-energy.org/app/uploads/2025/09/Slidedeck-The-Electrotech-Revolution-PDF.pdf Esiste ampia letteratura sulla fattibilità di un sistema energetico basato solo sulle rinnovabili; per l’Italia veda il documento promosso da 100% Rinnovabili Network e firmato da una quindicina di ricercatori e accademici italiani: https://www.100x100rinnovabili.net/wp-content/uploads/2025/03/Report-Verso-la-neutralita-climatica_100x100-rinnovabili-network.pdf Giuseppe Onufrio , fisico, ricercatore nel campo dell'energia e dell'ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell'Agenzia nazionale per la protezione dell'ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell'Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.
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2025 La bomba bikini e Rita
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Omicidi ai Caraibi Colli J Rae Incapace di offrire un modello di sviluppo globale in grado di integrare minimamente le variabili della complessità dell’attuale crisi sistemica del capitalismo storico, la potenza statunitense ricorre a una strategia di guerra multidimensionale, che inevitabilmente semina morte e distruzione, limitando al contempo le opzioni coerenti, eque e sostenibili per uscirne. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review », rivista pubblicata a Madrid dall’Istituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. «L’abbiamo fatta saltare in aria. E lo rifaremo», ha affermato il segretario di Stato americano Marco Rubio. «Non me ne frega niente di come la chiamate», ha aggiunto il vicepresidente J. D. Vance. Entrambe le dichiarazioni si riferiscono al primo dei dieci attacchi letali effettuati nell’ultimo mese dagli Stati Uniti contro imbarcazioni nelle acque internazionali dei Caraibi (sette attacchi) o del Pacifico (tre attacchi) nelle vicinanze del Venezuela o della Colombia, che, secondo le informazioni disponibili, hanno causato finora la morte di quarantatre persone. Washington ha affermato che le navi trasportavano carichi di droga destinati alle coste statunitensi, ma non ha fornito alcuna prova al riguardo; quelle disponibili indicano che le vittime del primo attacco, perpetrato il 2 settembre, potrebbero essere stati solo dei pescatori. L’operazione è stata accompagnata da un aumento della presenza militare statunitense nei Caraibi, che comprende otto navi da guerra, una squadriglia di F-35, un sottomarino nucleare e oltre 10.000 soldati. Trump ha definito il governo di Maduro un «cartello narcoterrorista» e le informazioni disponibili indicano che i tentativi di raggiungere un accordo diplomatico sono stati interrotti dal governo statunitense all’inizio di questo mese. Il 9 ottobre il governo venezuelano ha richiesto una sessione di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, citando «minacce crescenti» e l’aspettativa di un imminente «attacco armato» contro il proprio Paese. Come bisogna interpretare questa drammatica escalation della politica statunitense? Washington ha considerato a lungo l’America Latina il proprio «cortile di casa», come affermato nella famosa dottrina Monroe del 1823, e avvertiva le potenze europee di lasciare la regione nelle sue mani e non, ovviamente, in quelle dei latinoamericani stessi. Nel corso del XIX e XX secolo, gli Stati Uniti hanno ripetutamente interferito negli affari latinoamericani. Tra i casi recenti più noti, in cui il coinvolgimento statunitense ha oscillato dal sostegno dietro le quinte e dall’appoggio politico all’intervento diretto, vi sono il colpo di Stato del 1954 contro Jacobo Arbenz in Guatemala, il colpo di Stato del 1973 contro Salvador Allende in Cile, l’invasione di Panama nel 1989 – che, come molti hanno sottolineato, presenta sorprendenti parallelismi con le attuali azioni di Trump contro il Venezuela, – il rovesciamento del presidente haitiano Jean-Bertrand Aristide nel 1991 e poi di nuovo nel 2004, e il colpo di Stato perpetrato in Honduras nel 2009. Negli ultimi venticinque anni, tuttavia, il Venezuela ha subito più tentativi di provocare un cambio di regime istigati dagli Stati Uniti rispetto a qualsiasi altro paese latinoamericano. L’ossessione di Washington al riguardo è iniziata pochi anni dopo l’elezione di Hugo Chávez alla presidenza della Repubblica nel 1998, in seguito alla quale gli americani hanno sostenuto numerose iniziative per destituirlo, tra cui il colpo di Stato militare del 2002 e il blocco petrolifero del 2002-2003, che ha colpito il settore economico più importante del Paese. Sia il governo Bush che quello Obama hanno destinato milioni di dollari a esponenti dell’opposizione venezuelana, tra cui l’ultima vincitrice del Premio Nobel per la pace, María Corina Machado, da decenni ardente sostenitrice del rovesciamento violento del governo venezuelano, nonché dei recenti omicidi perpetrati dagli Stati Uniti, fatti convenientemente ignorati dal comitato incaricato di assegnare il premio. Il sostegno di Washington all’opposizione è continuato dopo la morte di Chávez nel 2013 e l’elezione del suo successore, Nicolás Maduro. Obama ha supportato un’ondata di proteste, spesso violente, nel 2014, che ha causato almeno quarantatre morti, e Maduro ha affrontato nel 2017 un’altra ondata di proteste dell’opposizione, a volte anche violente, anch’esse sostenute dagli Stati Uniti. Nel 2015 Obama dichiarò che il Venezuela rappresentava una «minaccia straordinaria e insolita per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», un’accusa talmente ridicola che fu respinta persino dai leader dell’opposizione venezuelana quando fu inizialmente pronunciata. Tuttavia, questa dichiarazione fu utilizzata per giustificare l’imposizione di sanzioni al Paese da parte degli Stati Uniti, che contribuirono in modo decisivo alla distruzione dell’economia venezuelana. Come dimostra Francisco Rodríguez in The Collapse of Venezuela: Scorched Earth Politics and Economic Decline, 2012-2020 (2025), sebbene le politiche governative siano state una delle ragioni principali del collasso economico del Venezuela, sono state le sanzioni a rendere praticamente impossibile la ripresa. L’ostilità verso il regime ha poi raggiunto un nuovo livello durante il primo mandato di Trump, che ha applicato una politica di «massima pressione» per rovesciare Maduro. Oltre alle sanzioni punitive, che venivano applicate all’industria petrolifera venezuelana, Trump ha sostenuto la farsa dell’autoproclamazione di Juan Guaidó come presidente del Venezuela nel gennaio 2019. Negli anni successivi, i sostenitori di Guaidó hanno chiesto un intervento umanitario nel Paese guidato dagli Stati Uniti, hanno apertamente sostenuto la coercizione economica statunitense (così come ha fatto la maggior parte dei leader dell’opposizione), hanno esortato l’esercito a ribellarsi contro Maduro e nel maggio 2020 hanno finanziato l’Operazione Gideon, consistente in un’invasione via mare del Venezuela, spettacolarmente mal concepita, da parte di mercenari sostenuti dagli Stati Uniti, che sono riusciti a sopravvivere solo dopo essere stati salvati dai pescatori venezuelani e consegnati alle autorità. Pertanto, le recenti azioni di Trump devono essere intese come parte di un modello di aggressione statunitense di lunga data nei confronti del regime socialista bolivariano. Tuttavia, esistono anche notevoli differenze rispetto al passato. Da un lato, il governo statunitense ha effettivamente abbandonato la copertura retorica della «democrazia» e dei «diritti umani», utilizzata a lungo, anche durante il primo mandato di Trump, come scusa per la belligeranza contro il Venezuela. Oltre a questa retorica, in precedenza si era insistito notevolmente su un’apparenza di multilateralismo: la «presidenza ad interim» di Guaidó, ad esempio, ha ricevuto il sostegno di decine di paesi in tutto il mondo. Sebbene Argentina, Paraguay e Perù si siano allineati con gli Stati Uniti e la Repubblica Dominicana di Abinader abbia partecipato a operazioni congiunte nei Caraibi, l’attuale governo statunitense sembra considerare il sostegno internazionale come qualcosa da utilizzare in un secondo momento, dopo aver agito. La supervisione di Washington sulla regione è sempre stata esercitata all’interno di uno spettro che oscilla tra la forza e il consenso, l’amministrazione Trump ha chiaramente privilegiato la prima: la tendenza sembra orientarsi verso ciò che Ranajit Guha ha definito «dominio senza egemonia». Il secondo mandato di Trump è stato caratterizzato da una chiara opzione per la forza bruta, come dimostra il suo uso della politica commerciale per costringere i paesi a piegarsi alla sua volontà, come nel caso dell’imposizione di dazi del 50% al Brasile per l’offesa di aver messo sotto processo Bolsonaro. Si considerino anche, tra l’altro, il cambio del nome del Dipartimento della Difesa, ora denominato Dipartimento della Guerra, il dispiegamento della guardia nazionale in diverse città statunitensi, la persecuzione dei suoi nemici politici attraverso i tribunali, nonché il rifiuto di fingere una fittizia unità a seguito dell’omicidio di Charlie Kirk (Trump ha risposto alla dichiarazione di Erica Kirk di aver perdonato l’assassino di suo marito con la frase: «Io odio i miei nemici»). Il bombardamento delle imbarcazioni venezuelane rientra in questo schema. L’unica giustificazione offerta per la perpetrazione di queste esecuzioni extragiudiziali è la necessità di combattere l’indefinito fantasma del narcoterrorismo, categoria che unisce la guerra alla droga e la guerra al terrorismo, e rispetto alla quale il governo Trump non ha fornito alcuna prova a sostegno di tale accusa. Come sostiene Miguel Tinker-Salas, storico venezuelano e professore al Pomona College di Claremont, in California, il governo statunitense ha agito come giudice, giuria e boia. Il messaggio trasmesso dall’uccisione di non combattenti da parte del governo statunitense è: «Faremo ciò che vogliamo e quando vogliamo e non dobbiamo dare spiegazioni né giustificarci davanti a nessuno». L’operazione sembra essere in linea con la nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, che sarà pubblicata a breve e che, secondo le informazioni disponibili, sostiene un ripensamento della sicurezza emisferica, attribuendo particolare importanza alle relazioni con l’America Latina, alla migrazione e ai cartelli della droga. Tuttavia, l’idea che i bombardamenti di imbarcazioni avranno un impatto significativo sul flusso di droga verso gli Stati Uniti è assurda per il semplice motivo che la stragrande maggioranza della droga proveniente dall’America Latina arriva attraverso il corridoio del Pacifico orientale, non dai Caraibi. Va anche notato che, sebbene il Venezuela sia una rotta di transito per il 10-13% della cocaina mondiale (secondo le agenzie statunitensi), non fornisce assolutamente il fentanil, che causa il 70% dei decessi per droga negli Stati Uniti. L’affermazione del governo guidato da Donald Trump secondo cui Maduro è il capo del Cartel de los Soles è altrettanto inverosimile; gli esperti di criminalità organizzata in Venezuela negano l’esistenza di tale cartello. Se gli Stati Uniti non stanno bombardando i natanti venezuelani per fermare il traffico di droga, perché lo stanno facendo? Un motivo è il tentativo di Rubio di imporsi sugli altri membri della cerchia ristretta di Trump. L’ossessione del Segretario di Stato per la destituzione di Maduro risale alla sua carriera politica nel sud della Florida e al ruolo cruciale che vi hanno svolto per decenni gli esuli venezuelani e cubani, affiliati all’estrema destra e nettamente anticomunisti. Ci sono altre figure importanti presenti nella cerchia ristretta di Trump che condividono la sua posizione, come il direttore della CIA John Ratcliffe e Stephen Miller. Come sottolinea Greg Grandin, la posizione bellicista di Rubio nei confronti del Venezuela contrasta con quella dell’inviato speciale di Trump, Richard Grenell, che ha sostenuto la necessità di raggiungere accordi con Maduro. Secondo un recente articolo del New York Times, Grenell è riuscito a ottenere concessioni straordinarie dal governo venezuelano, tra cui un accordo che avrebbe dato alle aziende statunitensi un controllo significativo sulle risorse del Venezuela, compreso il petrolio. Trump, tuttavia, ha respinto l’accordo e, secondo tutte le fonti, attualmente favorisce la posizione intransigente sostenuta da Rubio. Potrebbero anche esserci in gioco una serie di incentivi interni. Il conflitto con il Venezuela fornirebbe una giustificazione per ricorrere all’Alien Enemies Act del 1798, che consentirebbe di espellere i venezuelani, come ha cercato di fare il governo americano. Se si verificasse uno scontro militare, è probabile che i tribunali adottino una posizione più favorevole, consentendo l’espulsione dei venezuelani in quanto considerati una minaccia alla sicurezza nazionale. Tale conflitto distoglierebbe anche l’attenzione da altri problemi rispetto ai quali Trump è vulnerabile, come i documenti di Epstein, che lo hanno tormentato per mesi e che sembrano sul punto di esplodere dopo la vittoria di Adelita Grijalva nelle elezioni speciali in Arizona, che garantisce ai membri democratici della Camera dei Rappresentanti voti sufficienti per obbligare il governo a pubblicare i documenti rimanenti, anche se finora lo speaker repubblicano della Camera, Mike Johnson, si è rifiutato di far prestare giuramento a Grijalva affinché possa occupare il suo seggio (Grijalva ha minacciato azioni legali). Maduro sostiene che l’offensiva nei Caraibi faccia parte di un nuovo tentativo per un cambio di regime in Venezuela. Trump lo ha negato pubblicamente, ma ci sono indicazioni che stia prendendo sul serio l’idea. Secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero preparando un’azione militare in Venezuela. Gli attacchi aerei contro obiettivi nel continente, che costituirebbero un’escalation significativa, potrebbero iniziare entro poche settimane, e Trump ha autor izzato la CIA a compiere azioni sotto copertura nel Paese. Non si può escludere la possibilità che il presidente cambi improvvisamente idea, data la sua storia di capricci e di disinteresse per le operazioni che non procedono senza intoppi. Indipendentemente dall’esistenza o meno di un piano coerente per rovesciare Maduro, sembra chiaro che il governo statunitense spera di provocarlo affinché reagisca. Finora, il presidente venezuelano non ha abboccato. Al di là della mobilitazione delle milizie popolari, la risposta militare del Venezuela si è limitata al volo di due F-16 armati su una nave della Marina statunitense nel sud dei Caraibi. In seguito alla minaccia di un intervento statunitense, sono aumentate le domande sulla preparazione militare del Venezuela. Si sa poco al riguardo, ma recenti articoli pubblicati su media statunitensi specializzati in questioni militari suggeriscono che le difese del Venezuela, sebbene disomogenee, rappresenterebbero un ostacolo importante. Finora, sembra che l’aggressione statunitense abbia rafforzato Maduro sul piano interno. Si consideri, ad esempio, la dichiarazione del Partito Comunista Venezuelano, ferocemente critico nei confronti di Maduro e che considera il suo governo autoritario, illegittimo e anti-operaio, in cui si afferma che, in caso di invasione statunitense, la posizione del partito subirebbe un «cambiamento radicale» in nome della difesa della sovranità del Venezuela. Per ora, l’amministrazione Trump sembra intenzionata a proseguire la sua politica di affondamento delle imbarcazioni venezuelane. I tentativi del Congresso di ostacolare questa politica sono stati finora infruttuosi: c’è stata una votazione sulla «War Powers Resolution to End Unauthorized Hostilities in Venezuela», presentata dalla deputata Ilhan Omar, ma è stata respinta per tre voti. Per lo più, l’opposizione dei Democratici si è avvalsa di ragioni procedurali, riassunte dalla senatrice del Michigan Ellisa Slotkin, che si è lamentata del fatto che «se il governo Trump vuole entrare in guerra contro un’organizzazione terroristica, deve rivolgersi al Congresso, informarci e chiedere la nostra approvazione», aggiungendo: «Io, in realtà non ho alcun problema a combattere i cartelli». A livello internazionale, il presidente colombiano di sinistra Gustavo Petro ha definito i bombardamenti dei natanti un «atto di tirannia», e nella riunione del Consiglio di sicurezza dell’ONU del 10 ottobre, Russia e Cina hanno condannato con forza le azioni di Trump; altri diplomatici europei e africani si sono guardati bene dall’esprimere critiche. Se la guerra sia davvero all’orizzonte rimane una questione aperta, ma Caracas ha buoni motivi per temere il peggio. Testi consigliati Lautaro Rivaro, Gli Stati Uniti rafforzano la militarizzazione dei Caraibi e si avvicinano a un punto di svolta , William Serafino: «Il Venezuela è un campo di battaglia centrale nella guerra geopolitica globale» , Gli Stati Uniti interverranno in Venezuela? Un’ipotesi basata su diversi indizi, (I) , Gli Stati Uniti interverranno in Venezuela? Un’ipotesi basata su diversi indizi, (II) , «Diario Red» 25/10/25, 20/10/25, 15/10/25, 17/10/25 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka America Latina: la prossima transizione , «Diario Red/NLR» 149 Juan Carlos Monedero, Cecchini in cucina , «NLR» 120 André Singer, Lulismo 3.0: una diagnosi a metà mandato , «Diario Red/NLR» ew 150, Il ritorno di Lula , «NLR» 85139 e Ribellione in Brasile, «NLR» 85 Tony Wood, Il Messico in fase di cambiamento , «Diario Red/NLR» 147 Ernesto Teuma, Una nuova sinistra a Cuba, «Diario Red/NLR» 150 Julia Buxton, Il Venezuela dopo Chávez», «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, La Colombia al bivio , NLR 99 Mauricio Velásquez, La battaglia di Bogotá , «NLR» 91 Camila Vergara, La battaglia per la Costituzione del Cile , «NLR» 135 Rafael Correa, La via dell’Ecuador , «NLR» 77 Maria Stella Svampa, La fine del kirchnerismo , «NLR» 55 Gabriel Hetland è professore associato presso l’Università di Albany, State University of New York, specializzato in Studi latinoamericani e caraibici. Autore di Democracy on the Ground.Local Politics in Latin America’s Left Turn (2023).
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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: La High Frontier e i Techno-Tycoon Krain Zapor «Alcuni vedono il presente come un’epoca di disastri e di catastrofi. C’è una politica della paura. Ma, per me, ci troviamo sul punto di vivere il crollo del capitalismo. È la posizione più ottimista che si possa abbracciare. Non si deve aver paura del collasso. Bisogna accettarlo. Non è il collasso delle persone e non è il crollo degli edifici, ma delle relazioni di potere che hanno trasformato gli esseri umani e il resto del mondo in oggetti messi gratuitamente al lavoro per il capitalismo.» Jason W. Moore, Stiamo vivendo il crollo del capitalismo . Intervista di Joseph Confavreux e Jade Lindgaard su “Mediapart” 2015. 1 « Non è affatto impossibile che una forma in cui l’essere umano si è espresso anche attraverso un immenso periodo di tempo, scompaia quasi senza traccia, come non è impossibile che forme nuove, quasi non preannunciate, si costituiscano in una determinata fase dell’evoluzione della coscienza. » Angelo Brelich, Il cammino dell’umanità , Bulzoni, Roma, 1985, p. 208. Note: https://jasonwmoore.com/wp-content/uploads/2017/08/Moore-Stiamo-vivendo-il-crollo-del-capitalismo-Ital-trad-of-Mediaparte-interview-2016.pdf . La High Frontier e i Techno-Tycoon Il racconto del Boomernauta comincia nel tempo del nostro incontro, nei primi anni 20 del XXI secolo. In quell’epoca i tech- no-tycoon – signori delle piattaforme globali e mercenari del neurocapitalismo – di fronte a una situazione che si annuncia caotica si lanciano nella conquista dello spazio. Animati dal credo transumanista, cercano vie di fuga e vagheggiano di creare nuovi mondi da sfruttare: una nuova High Frontier, destinata a pochi privilegiati… Il 4 novembre del 1980 il cielo ci cadde sulla testa 1 . Per noi boomer rivoluzionari, reduci da una sconfitta che capita una volta sola nella vita, da quel giorno era materialmente cominciata l’era della controrivoluzione della Governance Neoliberista 2 o Gov Neolib. Quasi mezzo secolo dopo la Gov Neolib entrava in una nuova fase che l’avrebbe condotta alla dirittura finale. Fu allora che nei media mainstream, come li chiamavamo noi all’epoca, apparve una campagna preoccupatissima sull’inquinamento spaziale come se, nel caos terrestre che aumentava di giorno in giorno per il degrado senza precedenti della vivibilità della biosfera, quella fosse una grossa preoccupazione. Sostenevano che i detriti avrebbero aumentato il rischio che l’orbita terrestre potesse diventare impraticabile a causa dei pericoli di collisione. Attorno al pianeta giravano probabilmente milioni di oggetti disparati. C’erano vecchi satelliti, stadi di razzi esauriti, frammenti derivanti da collisioni o addirittura da esplosioni di stazioni spaziali incendiate e abbandonate e una miriade di piccoli rottami. Si diceva che ci fosse anche qualche corpo di astronauta più o meno conservato e questo era il risultato di quasi un secolo di invasione dello spazio orbitale anche se ora il servizio sperimentale di nettezza e funeraria spaziale prometteva di porre rimedio a questa situazione. In realtà, coloro che erano maggiormente preoccupati erano proprio i techno-tycoon, che negli ultimi anni avevano contribuito in modo significativo all’inquinamento della Terra, pur essendo anche i più interessati alle vie di fuga dal pianeta. I techno-tycoon, che alcuni denominavano anche tecno-oligarchi , erano una ristretta cerchia di individui tra i più ricchi del mondo, che avevano inizialmente costruito il proprio potere sulle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, e che poi erano diventati i signori delle piattaforme globali e più in generale delle multinazionali dell’innovazione. In origine erano concentrati negli Stati Uniti 3 , la grande nazione imperialista che dominava l’Occidente 4 , ma successivamente erano emersi anche altrove. All’inizio del XXI secolo, la decisione dei techno-tycoon di intraprendere attività spaziali apparve a molti come un’originalità tipica dei miliardari, specialmente considerando che alcuni di loro avevano inaugurato personalmente il turismo spaziale. Era invece una mossa riflettuta, complessa e con molteplici sfaccettature e implicazioni. L’aspetto economico era sicuramente presente, ma era anche una sorta di copertura: nell’epoca pioneristica della guerra fredda l’industria spaziale aveva simboleggiato la potenza dei due blocchi dominanti in un mondo bipolare e sarebbe stato impensabile, persino in Occidente, di subappaltarne l’essenziale a imprese private. Ma ormai questi limiti non avevano più senso. Nonostante lo stato precario della biosfera e la crescente densità di spazzatura spaziale, era consentito ai techno-tycoon e alle multinazionali di mettere in orbita numerose costellazioni di migliaia di satelliti. Il loro obbiettivo era di migliorare internet per rendere connesso, e quindi controllabile, ogni metro quadro della superficie terrestre. Il lancio di un turismo spaziale riservato a una piccola élite, visto l’assurdo costo ecologico per passeggero, non era considerato un’originalità, ma un serio progetto business. Non sorprende quindi che, nonostante la storica impresa di inviare un equipaggio umano sulla Luna più di mezzo secolo prima, la NASA non fosse più in grado di inviare astronauti su una stazione spaziale in orbita a soli 300 chilometri di altezza senza affidarsi a società private. Era in questo senso che i techno-tycoon 5 rivendicavano la loro diversificazione verso i profitti spaziali. Ci si poteva fidare di loro quanto a profitti, per il modo fulmineo con cui avevano accumulato le loro fortune. Non si trattava solo di capitale finanziario ma anche del potere personale che questi personaggi avevano acquisito, raggiungendo un livello di influenza paragonabile a quello dei rappresentanti politici di grandi Stati. Tale era la loro influenza che presidenti e capi di governo li accoglievano come pari, riconoscendo implicitamente il loro potere e la loro importanza. Era evidente che la loro permanenza al potere e la loro ricchezza fossero spesso più limitate rispetto a quella dei techno-tycoon. In effetti le grandi piattaforme erano diventate ingranaggi essenziali di regolazione e controllo neurale delle popolazioni e avevano una portata infinita- mente più estesa dei confini degli Stati-Nazione. I vincitori di questa spietata competizione nel colonizzare il pluriverso del bioipermedi a 6 diventarono poi techno-tycoon. Il loro modo di agire nell’ambiente del bioipermedia ebbe molto in comune con i Conquistadores che saccheggiarono e massacrarono le reti del vivente nel continente americano. Ma Colombo e i Conquistadores , al soldo di monarchie e poteri economici della loro epoca, dipendevano da questi ultimi, mentre i techno-tycoon ebbero buon gioco nell’invocare la lentezza e l’inadeguatezza delle vecchie istituzioni statali nelle loro campagne di conquista ed estrazione di valore dai comportamenti umani. Con la scusa della disruption tecnologica fecero del controllo neurale esercitato dalle loro piattaforme il perno di una nuova fase che si apriva: il neurocapitalismo. Tuttavia non sapevano che probabilmente erano i protagonisti di una delle ultime season del capitale. Ovviamente, l’autonomia con cui i techno-tycoon cercavano di stabilire nuove norme e la loro ambizione di assumere ruoli di governatori globali dell’informazione e del consumismo generavano attriti occasionali con alcuni poteri statali. Talvolta dopo anni di controversie legali in cui impiegavano schiere di professionisti, potevano essere costretti a pagare multe che, per quanto salate, non scalfivano i loro imperi finanziari. Erano ormai lontani i tempi in cui con le leggi anti-trust gli Stati avevano ancora il potere politico di disfare i monopoli tecnologici 7 . Si poteva quindi facilmente sospettare che attività e progetti spaziali dei tech- no-tycoon sottintendessero scopi più ambiziosi, ben al di là dell’abituale ricerca di profitto. Coscienti della gravità della situazione globale cominciavano la ricerca di altri universi materiali – asteroidi, satelliti, pianeti ecc. – come potenziali fonti di risorse estrattive o destinazioni per la migrazione umana; un modo per continuare a esercitare la loro influenza, come era successo in precedenza per il bioipermedia. Il turismo spaziale, la capacità di condurre voli abitati o quella di sparare satelliti a raffica, non erano quindi che la parte emersa dei loro obiettivi. In quel periodo, era ormai chiaro da tempo che l’umanità stava affrontando una grande crisi, il cui principale fattore scatenante era il disastro ecologico causato dalle proprie azioni. Nonostante non vi fosse ancora una conoscenza approfondita di tutte le cause e gli effetti, questa consapevolezza era diventata un tema centrale nelle narrazioni e riflessioni sulla situazione globale. I techno-tycoon cominciarono allora a vagheggiare una fuga da una Terra divenuta inabitabile. Questa trovata non era nuova, la fantascienza l’aveva spesso accarezzata e anche qualche grande agenzia spaziale dell’era bipolare. Ma ora si trattava di esorcizzare in qualche modo il destino mortale della biosfera, conformemente al loro credo transumanista di potenziamento dell’umano ormai simboleggiato dal geniale logo h+ per human+. Non a caso il transumanesimo si era diffuso proprio nei ristretti ambiti della Silicon Valley da cui provenivano i primi techno-tycoon, come un paradossale sincretismo fra tecnologia e religione che cercava vie d’uscita di fronte alla temuta crisi finale. Anche se ci si guardava bene dal dirlo, la sopravvivenza e il potenziamento promessi dai transumanisti erano riservati a un ristretto numero di privilegiati e in particolare all’élite tecnologica che poteva permetterselo. Per camuffare questa terribile prospettiva i techno-tycoon sollecitarono le loro divisioni marketing. Ne venne fuori la trovata vintage 8 del nome di una nuova High Frontier da conquistare grazie all’innovazione tecnologica sfuggendo in un tempo all’attrazione e all’apocalisse terrestre. Insomma la High Frontier sarebbe stata una metafora inversa del mito della corsa verso l’Ovest dei tanti proletari pionieri del Far West; al loro posto questa volta l’élite delle classi dirigenti avrebbe partecipato alla conquista della High Frontier allontanandosi dalla Terra. Ovviamente avrai capito che questa allusione alla Frontier era dovuta ai techno-tycoon statunitensi. Ma pare che, sotto sotto, altri in Occidente e nell’Impero di Mezzo 9 ne condividessero segretamente le ambizioni. Nei racconti e film di fantascienza spesso si doveva far fronte a un improvviso avvenimento apocalittico che avrebbe distrutto l’umanità. Tuttavia per techno-tycoon e transumanisti non c’era nulla di imprevisto anche se la loro soluzione finale avrebbe rischiato di trasformarsi in un gigantesco incubo in cui sarebbe apparsa la famosa immagine dell’ultimo elicottero sul tetto dell’ambasciata del Bias Empire o Impero di Sbieco 10 (gli Stati Uniti) il giorno della caduta di Saigon o a quella un po’ meno vetusta della fuga in massa da Kabul sempre su un aereo da trasporto militare ex-imperiale… Note : Credo che qui il Boomernauta faccia riferimento al giorno dell’elezione di Ronald Reagan a presidente USA. Pare che quella data lo avesse particolar- mente marcato perché per una strana coincidenza proprio in quei giorni la polizia politica del suo Paese in una grande retata di attivisti era andata a cercarlo ma non l’aveva trovato. Dò qui una mia interpretazione storica approssimativa di quanto esposto dal Boomernauta: l’epoca neoliberista (aggettivo che lui sceglie al posto di neo- liberale) è da lui definita Gov Neolib a controllo neurale (neurocapitalismo). Avendo viaggiato nel futuro ci dice che durò circa dal 1980 al 2070. Un po’ meno di un secolo. Il precedente secolo breve, anche se poi non tutti erano d’accordo, secondo l’illustre storico Eric Hobsbawm era durato dal 1914 al 1991 ed era stato caratterizzato dal passaggio dalle società disciplinari a quel- le del controllo. Il piccolo periodo di accavallamento fra i due, è un punto di vista sull’inizio della controrivoluzione: io preferisco il 4 novembre 1980 con la salita al trono di Reagan mentre EH l’aveva datato con la caduta del blocco sovietico. Cfr. anche Gov Neolib glossario. Il Boomernauta talvolta chiamava ironicamente gli Stati Uniti “Impero di Sbieco” in sarcastico riferimento a un altro grande e ben più antico impero che era la stella montante e riemergente da periodi bui: l’Impero di Mezzo e cioè la Cina. Come il Boomernauta spiegherà in seguito, dando per scontata la convenzione che l’Asia fosse situata all’Est e le Americhe all’Ovest, l’Occidente, contrariamente a quanto indica il suo nome non era costituito solo da Paesi geograficamente situati all’Ovest. Techno-tycoon: cfr. glossario. «Con mio grande compiacimento mi accorsi che il Boomernauta nonostante le sue peregrinazioni aveva letto Neurocapitalismo ed anzi per un momento mi illusi che fosse per questo che mi aveva fatto visita. In ogni caso riporto qui il passo del libro relativo al concetto di bioipermedia che nasce per definire l’insieme delle continue interconnessioni e interazioni dei sistemi nervosi e dei corpi con il mondo tramite il complesso dei dispositivi, delle applicazioni e delle infrastrutture reticolari. Per estensione la sfera bioipermediatica diventa l’ambito in cui la compenetrazione delle coscienze umane con queste tecnologie diventa talmente intima da generare una simbiosi in cui avvengono modificazioni e simulazioni reciproche ».G. Griziotti, Neurocapitalismo , Mimesis, 2016, Milano, p. 120. Si veda anche il glossario. Il Boomernauta si riferisce all’impossibilità che ci fossero grandi procedure anti-trust come per esempio quella che nel 1982 aveva portato allo scorpora- mento della gigantesca AT&T, allora detentrice del monopolio statunitense delle telecomunicazioni. Penso che il Boomernauta facesse riferimento a un vecchio saggio della sua epoca:G.K. O’Neill, The High Frontier , Bantham Books 1977. Tradotto in italiano:G.K. O’Neill, Colonie umane nello spazio , Arnoldo Mondadori Editore, Mi- lano 1979. La Cina. Come quasi ogni ribelle della sua epoca, che aveva avuto la sua iniziazione politica nelle manifestazioni contro la guerra del Vietnam, il Boomernauta aveva un dente avvelenato contro gli Stati Uniti o meglio i suoi governi e quindi chiama di solito gli Stati Uniti Impero di Sbieco come parafrasi dell’Impero di Mezzo (Cina) e forma dispregiativa.Impero di Sbieco: cfr. anche glossario.
- post-poetica
Due prose inedite Sophie Durand Molti e differenti sono i modi di affrontare contemporaneità, storia e microstoria, facendo scrittura di ricerca. Uno di questi affiora nei due inediti di Francesca Perinelli proposti qui. Il primo legato al nodo necessario e insieme problematico (talvolta... inaccettabile) che lega le immagini, il "film", all'ingiustizia - anche laddove è solo con le immagini che si pensa di poter 'restituire' alcuni dati. Il secondo testo, diversamente/analogamente, applica la tecnica dell'allargamento di campo della macchina da presa: dalla quotidianità all'orrore, includendo questo in quella; così facendoci riflettere su quanto il flusso delle figure ci investa senza interne soluzioni di continuità. montare un caso – istruzioni e un esempio pratico lo sfratto era stato rinviato un centinaio di volte una lunga serie di ciak a volte ripetuti in gran numero è stato fondato a Milano nel 1975 il materiale è costituito da varie scene venne sgomberato nel 1994 l'ordine delle riprese non è cronologico era stato nuovamente notificato per il 9 settembre si è però deciso negli ultimi giorni un colpo secco - era stata avviata una raccolta fondi per resistere durante le riprese aveva presentato una manifestazione d'interesse al comune per un immobile un colpo secco, durante le riprese, viene battuto da un membro della troupe - le operazioni sono iniziate intorno alle 7.30 per comprendere l'importanza di questo momento poco conosciuto, facciamo un esempio concreto. consideriamo una scena di dialogo dove, in fase di ripresa, siano state girate una serie di inquadrature secondo uno schema classico giovane : - lei chi è? ministro : - il ministro dell'interno giovane : - dopo quarant'anni di nuovo uno sgombero ad agosto. non mi pare una buona idea ripetere il passato. avevano richiesto l'uso della forza pubblica per il 9 settembre, è vero? ministro : - oggi finalmente viene ristabilita la legalità. tolleranza zero. - tira fuori un video e lo porge al giovane il giovane lo guarda incredulo e rimane in silenzio: sullo schermo una donna afferma: "in uno stato di diritto non possono esistere zone franche o aree sottratte alla legalità. le occupazioni abusive sono un danno per la sicurezza, per i cittadini e per le comunità che rispettano le regole” ministro : - la conosceva? giovane : - la verità... perché non dice la verità, cosa vuole nascondere? è in questo momento che il montatore inizia a tessere la sua tela e a realizzare il film * l’osservatore il tavolo ha struttura e piano di legno verniciato di marrone scuro lucido. attorno e sopra, odore di frittata alle verdure consumata da poco sul tavolo su cui sta una lampada di produzione cinese con stelo e base in plastica argentata e un coperchietto, sempre in plastica, di colore bianco. è accesa e manda una luce fioca di tonalità calda. accanto alla lampada stanno due fogli stampati e commentati e matita con grafia irregolare a larga. poco oltre, la copia di una rivista e un gatto che vi dome sopra e sussulta ogni tanto per il baccano dei vicini proveniente dalle finestre aperte per il caldo anche a tarda ora. sopra l’altra porzione di tavolo stanno un telefono nero collegato a un cavo bianco che termina con una presa nel muro e un pc acceso con sopra due mani e relativi avambracci di un’entità umana con occhi fissi su un uomo giovane dai capelli corti, la barba di qualche giorno e una maglietta grigia, steso supino su un pavimento a scacchi bianco e rosso. è in preda a convulsioni per i lacrimogeni lanciati poco prima nel supermercato. alcune mani cercano di calmarlo passando ripetutamente sul suo torace. scuote la testa da un lato all’altro, dietro di lui sono incolonnati pacchi di bottiglie d’acqua e di coca cola incellofanati. ora è inquadrato un uomo di mezza età con una camicia bianca e il simbolo della mezzaluna rossa stampata sulla manica visibile. l’operatore allontana a gesti le altre persone, ferma la testa dell’uomo con le proprie mani, gli parla in arabo. l’uomo sembra comprendere quello che gli viene detto ma non smette di tremare. i suoi occhi sono aperti. la fine del video blocca il suo sguardo mentre trapassa lo schermo. il tavolo scompare, l’osservatore si scopre creato dall’uomo
- konnektor
Rivolta sull’Himalaya Enzo Patti L’irruzione di nuove masse popolari sulla scena politica ha scatenato una crisi irreversibile del sistema politico nepalese, la cui trasformazione strutturale dipende tuttavia dalla capacità di questi nuovi soggetti politici di diventare forze realmente antisistemiche e veramente costituenti. Questo testo è stato pubblicato su « Sidecar » , il blog della « New Left Review » , rivista pubblicata a Madrid dall’Istituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. Quando migliaia di adolescenti e ventenni nepalesi si sono riuniti l’8 settembre scorso nel quartiere degli edifici governativi di Kathmandu, per la maggior parte di loro si trattava della prima esperienza politica. Il fattore scatenante immediato delle proteste, che già da diversi giorni stavano prendendo piede, è stato la mesa al bando da parte del governo di oltre due dozzine di social media. Ma i manifestanti della «Generazione Z», come sono stati soprannominati, avevano obiettivi più ampi: l’élite politica cleptocratica del Nepal, con i suoi stili di vita opulenti esibiti sui profili social dei propri figli, ignari delle difficoltà affrontate dai nepalesi comuni. Gli eventi hanno presto preso una piega violenta e sorprendente, quando la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti disarmati, dopo che alcuni di loro avevano abbattuto le barriere di protezione erette vicino al Parlamento. Diciannove persone sono morte in poche ore e centinaia sono state ricoverate in ospedale. Proiettili di gomma e proiettili veri hanno continuato a fischiare fino a notte fonda. La violenza ha catalizzato la più grande rivolta urbana nella storia moderna di Kathmandu. Il 9 settembre, folle inferocite hanno incendiato la capitale, dando fuoco a ministeri, tribunali, case di politici e di magnati dell’industria, stazioni di polizia e aziende. Scene simili si sono ripetute in tutto il Paese, col risultato di ridurre in cenere i simboli locali dell’autorità. La rivolta ha attirato molti più partecipanti rispetto al numero di coloro che erano stati attaccati il giorno prima, compresi sostenitori di partiti politici e gruppi di sottoproletari alleati con monarchici e nazionalisti indù. Il ministro degli Affari esteri e suo marito (un ex primo ministro) sono stati aggrediti nella loro casa. Il primo ministro K. P. Sharma Oli si è dimesso e si è rifugiato in una caserma dell’esercito; il presidente del Paese è stato messo in isolamento. Ad eccezione delle truppe che pattugliavano le strade, lo Stato sembrava essere scomparso. Il numero finale dei morti ha superato i settanta, mentre il numero dei feriti è salito a duemila. Poco dopo la caduta del governo, l’esercito, che ha assunto un ruolo politico attivo per la prima volta nella storia moderna del Paese, ha invitato il movimento di protesta a nominare un rappresentante per formare un governo. Sushila Karki, una giudice in pensione di 73 anni, nota per la sua integrità professionale, è stata scelta con una sorta di sondaggio fatto in una chat dell’applicazione di messaggistica istantanea Discord. Il Parlamento è stato sciolto e il governo provvisorio di Karki, formato da tecnocrati e funzionari senza affiliazione partitica e sostenuto dal movimento, ha avuto l’incarico di indire elezioni entro sei mesi. Questi eventi segnano una rottura senza precedenti nella politica nepalese. A prima vista, questa rivolta ha provocato il rovesciamento del governo apparentemente più forte degli ultimi anni, una coalizione guidata dal Partito Comunista Nepalese (Marxista-Leninista Unificato) di K. P. Oli e sostenuta dal Congresso Nepalese di tendenza liberale, che godeva di una maggioranza di due terzi nel Parlamento nazionale. Ma le ultime settimane suggeriscono che sono in atto cambiamenti più profondi nella politica nepalese: due generazioni di politici, che hanno dominato la vita pubblica dall’inizio degli anni ‘90, sono state emarginate, almeno per il momento, ed è stato messo in crisi l’ordine politico in vigore dal trionfo del movimento democratico nel 2006. Lo smantellamento della monarchia autocratica indù del Nepal e il processo di inclusione dei maoisti, un tempo ribelli, come forza legittima nella politica democratica sono stati supervisionati dai principali partiti nepalesi, il Congresso Nepalese e il Partito Comunista Nepalese (Marxista-Leninista Unificato), entrambi ora screditati ed emarginati. In realtà, questo accordo post-2006 – ufficialmente fondato sul trittico secolarismo, federalismo e repubblicanesimo – ha sempre rispecchiato le divisioni irrisolte di tipo regionale, etnico, di casta e di classe. La Costituzione del 2015, andata in porto dopo un decennio di false partenze, ha rappresentato un compromesso inadeguato. Da allora, i principali partiti nepalesi hanno iniziato in pratica a convergere, diventando oligopoli politici praticamente indistinguibili, senza praticamente alcuna opposizione e apparentemente impermeabili agli scandali sempre più gravi che affliggono il Paese. Il potere ruota tra coalizioni intercambiabili formate dai tre partiti principali, mentre la carica di primo ministro passa da uno all’altro degli stessi tre leader (K. P. Oli ricopriva la carica di primo ministro per la quarta volta). La rivolta non solo ha spazzato via questo sistema, almeno temporaneamente, e con esso le vecchie strutture di clientelismo politico organizzate finora dai quadri dei rispettivi partiti; altrettanto inequivocabile è il crollo di un’intera grammatica ideologica, che stava a fondamento del pensiero e del dibattito politico in Nepal fin dagli anni '60. Si trattava di un linguaggio di diritti, redistribuzione e status, portato avanti dai gruppi liberali e di sinistra, che perseguivano la democrazia parlamentare e intendevano affrontare le divisioni di classe e regionali realmente esistenti nel Paese. L’istituzione di una repubblica laica è stato il grande successo ideologico di questo linguaggio politico. I suoi principali sostenitori – i partiti politici, le ONG e la stampa – sono oggi, tuttavia, tra le istituzioni più screditate del Nepal. Offuscate dal loro legame con un ordine politico corrotto, questi ideali hanno lasciato il posto a slogan contro la corruzione – forse il motto del movimento – e a favore del buon governo e del merito. Il Nepal è il terzo Paese della regione in cui una rivolta popolare ha rovesciato il governo negli ultimi anni: le proteste nepalesi seguono le rivolte che hanno rovesciato la dinastia Rajapaksa in Sri Lanka nel 2022 e il regime di Sheikh Hasina in Bangladesh nel 2024. I tre movimenti erano guidati da una popolazione urbana, spesso composta da migranti recentemente arrivati nelle città, che non erano stati integrati nelle rispettive economie nazionali, tutte caratterizzate da una grande disuguaglianza. Tuttavia, i manifestanti dello Sri Lanka e del Bangladesh hanno sfruttato strategicamente le reti di attivisti e le formazioni politiche esistenti, sia quelle di recente creazione che quelle già consolidate. L’Aragalaya , nome dato al movimento di protesta dello Sri Lanka, ha unito sindacati, federazioni studentesche e vari collettivi di attivisti; in Bangladesh la mobilitazione guidata dagli studenti ha ricevuto il sostegno del partito di opposizione Bangladesh Nationalist Party e dell’Islamic Assembly of Bangladesh. La rivolta in Nepal, al contrario, è stata caratterizzata da una profonda ostilità nei confronti dei partiti politici ed è stata in gran parte estranea ad altre istituzioni tradizionali di azione collettiva, come sindacati, gruppi studenteschi e associazioni professionali. Tali istituzioni non sono riuscite a offrire spazio alla popolazione giovane del Nepal, ma hanno spesso fatto da porta d’accesso al lucroso mercato della fornitura di servizi pubblici, monopolizzato dai tre grandi partiti, un sistema che ha alimentato la corruzione tra le élite e il risentimento tra i giovani emarginati. In questo contesto, la messa al bando dei social media, fatto che ha scatenato la protesta, è stata vista come un attacco all’unico spazio collettivo su cui i giovani nepalesi sentivano di avere un certo controllo. Il rifiuto dei vecchi modelli politici è stato alimentato da diversi processi ed eventi. Il Nepal non ha subito un collasso economico debilitante né un’inflazione galoppante, come invece è accaduto in Sri Lanka, né una repressione governativa prolungata, come è avvenuto in Bangladesh. Tuttavia, il reddito pro capite è di 1400 dollari all’anno, uno dei più bassi della regione, e i nepalesi hanno visto scarsi miglioramenti nelle loro prospettive economiche negli ultimi anni, nonostante la riforma costituzionale del 2015 e la sua retorica inclusiva. Circa l’80% della popolazione lavora nel settore informale del Paese, spesso in condizioni precarie e con salari bassi, e oltre il 20% dei giovani è disoccupato. Negli ultimi tre decenni, la principale valvola di sfogo per questa pressione demografica di sottoccupazione giovanile è stata l’emigrazione di manodopera su larga scala, che l’accordo post-2006 non è riuscito a frenare. Tra il 2008 e il 2022, 4,7 milioni di nepalesi, in un Paese di 30 milioni di abitanti, hanno ottenuto nuovi permessi di lavoro per emigrare. Le rimesse inviate dall’estero al Nepal rappresentano un terzo del PIL nepalese, superando il totale degli aiuti e degli investimenti stranieri. (Casi di corruzione, che coinvolgono ministri del governo, hanno riguardato il rilascio di visti o programmi di reinsediamento di rifugiati legati al traffico di lavoratori). La destinazione principale della classe rurale, spesso proveniente da famiglie che abbandonano l’agricoltura, sono le economie emergenti del Golfo e del Sud-Est asiatico. Nel 2023 oltre 770.000 nepalesi hanno ottenuto permessi di lavoro per lavorare in queste regioni. Si parla meno del numero considerevole di membri della piccola borghesia e della classe media di estrazione urbana che sono emigrati in Occidente, di solito con il pretesto di proseguire gli studi superiori. In realtà, una parte importante dei manifestanti era costituita da studenti, molti dei quali speravano che un titolo universitario e un passaporto garantissero loro una posizione migliore all’interno della forza lavoro di reserva globale. Da notare, d’altra parte, l’esodo molto più consistente di nepalesi verso l’India, sia per motivi di lavoro che di istruzione, nonché la massiccia emigrazione attraverso reti illegali. Il movimento di protesta – all’interno del quale molti dei partecipanti provenivano da contesti provinciali e spesso da caste inferiori – rappresenta un luogo di convergenza di questi segmenti socialmente eterogenei. Il loro modus operandi spontaneo e orizzontale è in parte il risultato della loro esperienza generazionale. La loro memoria di un’azione collettiva non si richiama all’insurrezione maoista dei primi anni ‘90 e 2000, ma al volontariato di base in risposta ai terremoti del 2015. Grazie all’economia globale delle donazioni e alla diffusione della cultura delle ONG in Nepal, le organizzazioni non profit gestite dai giovani sono proliferate, affrontando problemi di ogni tipo, dalla carenza di cibo alle molestie sessuali fino alla discriminazione di casta. Tra i coordinatori delle proteste dello scorso settembre c’era una di queste ONG, Hami Nepal, nata dopo il terremoto e cresciuta durante la pandemia di Covid-19. Per chi è lontano dalla politica convenzionale, queste mobilitazioni decentralizzate sono diventate un modo per essere politici senza fare politica in modo tradizionale. Ideologicamente, l’immaginario di coloro che hanno guidato le proteste è stato anche formato da un’ecologia dell’informazione radicalmente trasformata. Un uso maggiore dei telefoni cellulari e un acceso più semplice ed economico ai dati hanno eroso il dominio del giornalismo e dell’analisi tradizionali, dando vita a uno spazio mediatico alternativo, che tende al reazionario e devia facilmente verso il complottistico. Le piattaforme che diffondono voci contrarie all’establishment eclissano i media tradizionali in termini di influenza e partecipazione. In questi spazi, la politica nazionale è spesso considerata un’estensione della competizione tra le grandi potenze, mentre i politici e i giornalisti sono visti come servitori delle agenzie di intelligence straniere. È interessante notare che gli immobili della più grande azienda mediatica del Nepal erano tra gli edifici incendiati il 9 settembre. Cresciuti in questa sfera pubblica trasformata, i giovani nepalesi sono spesso profondamente scettici nei confronti della politica tradizionale. Dato che la politica non è più considerata un mezzo per mediare tra gli interessi e le idee in conflitto nella società, prevale una sorta di demonologia politica fatta di «agenti», «infiltrati» e «traditori». Le teorie un po’ confuse che spiegano il mondo ed esagerano la posizione del Nepal nelle questioni globali mantengono un fascino seducente per settori importanti della popolazione. Il risultato della transizione politica in corso, sebbene impossibile da prevedere con certezza, dipenderà in parte dall’interazione delle forze e dei gruppi di interesse che competono per ottenere influenza. Un angolo dell’arena politica è occupato dal governo provvisorio di Karki, i cui funzionari mantengono legami segreti con i manifestanti; in un altro siedono, screditati, ma anche scontenti e potenzialmente poco collaborativi, i tre principali partiti. A causa dei fallimenti mortali dei loro vecchi leader, c’è da aspettarsi che si verifichino lotte interne per il loro controllo. Tuttavia, nonostante la loro impopolarità, la loro capacità organizzativa rimane ineguagliabile. Un terzo blocco chiave è costituito dai sindaci indipendenti recentemente eletti, alcuni dei quali sono arrivati a raccogliere un seguito su scala nazionale, e da una manciata di partiti di recente creazione, la cui fama sui social media compensa la loro mancanza di organizzazione e di struttura ideologica coerente. Sebbene questi attori siano in contrasto tra loro, condividono un obiettivo comune: la caduta del vecchio sistema. Anche i monarchici e i nazionalisti indù aspettano dietro le quinte. Sostenuti da provocatori ben finanziati, hanno cercato di trasformare la crisi in caos nella speranza di minare la fiducia dell’opinione pubblica nella repubblica laica. Infine, ci sono diversi partiti di livello regionale che affermano di rappresentare comunità etniche emarginate. Nati dalla promessa di decentralizzazione fatta dopo la guerra civile, queste forze, un tempo potenti, continuano a diffidare di qualsiasi minaccia alla struttura federale del Nepal. E, infine, c’è l’esercito, pronto a intervenire nuovamente se l’ordine pubblico dovesse crollare. Sebbene il governo di Karki goda di una buona dose di fiducia da parte dell’opinione pubblica, è fragile, il che è in parte dovuto alla natura del movimento senza leader che, in teoria, lo guida. Nessuno sa se coloro che affermano di rappresentarlo tengano presente le tendenze espresse dalle chat, leggano lo stato d’animo della strada o semplicemente prendano le loro decisioni tra di loro. Il governo è anche gravato da aspettative divergenti, e talvolta contraddittorie. Sebbene il suo obiettivo principale sia quello di indire le elezioni, ci si aspetta anche che il governo indaghi sugli omicidi dell’8 settembre scorso e sui disordini del 9. Molti si aspettano che avvii indagini sui principali scandali di corruzione e persegua i colpevoli. Tuttavia, il fattore decisivo è forse la posizione del governo rispetto alla Costituzione del 2015. Creata dai tre partiti oggi destituiti, la solidità delle sue disposizioni fondamentali è sempre più messa in discussione e alcuni sostengono che tale Costituzione dovrebbe essere completamente abrogata. L’uso del sistema proporzionale nelle elezioni parlamentari e l’istituzione di governi provinciali nell’ambito di una struttura federale sono stati oggetto di critiche specifiche. Da parte loro, i rappresentanti del movimento chiedono che un esecutivo eletto dal popolo sostituisca il primo ministro espressione della volontà del Parlamento, presupponendo così che il governo sarebbe meno prigioniero della politica dei partiti. Queste iniziative costituzionali potrebbero aprire nuove divisioni, anche tra il governo ad interim e i protagonisti delle proteste. Anche le attività di attori non statali possono rappresentare delle difficoltà. Dall’inizio delle proteste, i media tradizionali, gli opinion leader e le persone influenti della regione e dall’estero si sono impegnati a fondo per attribuire il cambiamento di regime, di volta in volta agli Stati Uniti, all’India o alla Cina, a seconda di chi si esprime. Il conduttore televisivo di estrema destra Arnab Goswami, ad esempio, preoccupato per il deterioramento delle relazioni dell’India con gli Stati Uniti, suggerisce che quest’ultimo Paese abbia avuto un ruolo nelle proteste, vedendole come un’ulteriore prova – dopo Colombo e Dacca – dell’accerchiamento e dell’isolamento strategico dell’India. Non va sottovalutato il potere di questi discorsi nell’influenzare la politica in Nepal. I militanti nazionalisti indù degli Stati settentrionali dell’India, che hanno cercato attivamente partner nella politica nepalese, pongono minacce concrete di altro tipo. Ma il futuro politico immediato del Nepal dipende in gran parte dall’evoluzione della sua «Generazione Z», un’espressione che crea confusione più di quanto spieghi. L’8 settembre, era incentrato su un gruppo informale di studenti delle scuole superiori e universitari, alcuni online, altri nelle strade. Il giorno dopo, con il Paese in fiamme, l’espressione «8 settembre» era diventata una categoria politica e le folle di giovani che manifestavano contro il divieto dei social media si sono ritrovate improvvisamente al centro di una rivolta esistenziale. Tuttavia, con il placarsi del fervore della ribellione e in assenza delle strutture organizzative e del bagaglio ideologico dei movimenti più convenzionali, la coalizione dei giovani nepalesi potrebbe andare incontro a dispersione o addirittura a fratture, soprattutto se le vie per emigrare si restringono. Dallo scoppio delle proteste, gli Emirati Arabi Uniti hanno smesso di rilasciare visti di lavoro e di viaggio ai cittadini nepalesi, mentre Australia, Canada e Stati Uniti hanno inasprito le loro politiche, che colpiscono sia gli studenti internazionali che i potenziali migranti. La riduzione delle opportunità economiche può mettere a dura prova la solidarietà politica in un momento in cui la sua necessità è sempre più sentita. La calma è tornata nelle strade di Kathmandu, ma è una calma che esprime sia la disperazione collettiva che il raggiungimento di un risultato trionfale. Il disincanto da solo è qualcosa di rischioso su cui costruire alleanze. Tuttavia, il fatto che giovani di origini e background sociali molto diversi si siano decisamente lanciati nel campo della politica può essere un segnale di un futuro migliore, o almeno così sperano molti. Saranno i prossimi sei mesi a dirlo. Testi consigliati Achin Vanaik, La nuova Repubblica dell’Himalaya , «NLR» 49 Luca Mangiacotti, In Nepal, la Generazione X sta facendo una rivoluzione , «Diario Red» 04/10/25 Naoami Hossain Luglio sanguinoso in Bangladesh , «Diario Red» 04/08/24 Shubhanga Pandey è dottoranda presso il Dipartimento di Storia dell’UCLA ed ex redattrice capo di « Himal Southasian » .
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Presentazione libro: La logistica in Italia di Andrea Bottalico Martedì 11 novembre la redazione di ahida ha presentato il libro di Andrea Bottalico presso la Casa del Municipio I in via Galilei 53. Moderati da Alberto Violante, erano presenti l'autore Andrea Bottalico , Marco Verruggio di puntocritico.info , Pedretti di Usb, Musso Sicobas, Petrarolo di Usb Porti di Civitavecchia e Amoroso di Cub Trasporti. Grazie allo studio di Bottalico, il dibattito si è inizialmente concentrato sul bilancio delle lotte sindacali nel settore della logistica negli ultimi quindici anni. Oggi, però, il panorama è cambiato. Parallelamente all’avanzamento delle battaglie operaie e al miglioramento delle condizioni di lavoro e salariali, le aziende del comparto hanno investito in innovazione. La logistica continua a rappresentare un nodo centrale nella produzione capitalista contemporanea, ma è un settore in rapida trasformazione. Resta dunque aperta una domanda: la componente operaia e sindacale sarà in grado di raccogliere questa sfida? Al seguente link potete trovare la recensione del volume La Logistica in Italia di Andrea Bottalico (Carocci) ne mette in luce la duplice natura: un’indagine empirica rigorosa sul settore logistico nazionale e, insieme, un contributo che si inserisce nella tradizione dell’inchiesta sociale militante. Bottalico analizza la logistica non come semplice infrastruttura tecnica o comparto produttivo, ma come dispositivo centrale di riorganizzazione del rapporto tra capitale e lavoro. L’autore collega l’evoluzione tecnologica — dal container all’e-commerce — alle trasformazioni nella composizione della forza lavoro e alle scelte politiche e infrastrutturali che hanno plasmato l’economia italiana. La recensione sottolinea inoltre la capacità del libro di intrecciare analisi storica e teoria critica, riprendendo l’eredità del pensiero operaista per leggere le dinamiche contemporanee della produzione e delle relazioni industriali. Buon ascolto! Podcast: https://www.ahidaonline.com/podcast/episode/19bc0ab4/presentazione-libro-la-logistica-in-italia-di-andrea-bottalico Spotify: https://open.spotify.com/episode/4YnQwqWlp1DM4o4tRFMCap?si=-SxtZfnWS8SbhieS2mgiTA












