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dossier guerra e capitale Venti secondi Come l’intelligenza artificiale cancella lo sguardo che trattiene la mano Angela Smyth Venti secondi. Tanto durava, nell’inverno del 2023, il controllo umano su un nome destinato a morire. Un ufficiale dell’intelligence israeliana, indicato con la lettera B., lo ha raccontato ai giornalisti di +972 Magazine e di Local Call, che per primi hanno svelato l’esistenza del programma (Abraham 2024)1. Il suo compito si riduceva a una verifica sola, che il bersaglio scelto dalla macchina fosse un maschio. «Investivo venti secondi per ogni bersaglio, e ne facevo decine al giorno. Come essere umano non avevo alcun valore aggiunto, ero solo un timbro di approvazione. Mi faceva risparmiare un sacco di tempo». Il controllo del sesso era diventato l’unico filtro perché, secondo gli ufficiali, tra le file militari di Hamas non figurano donne, e dunque un bersaglio femminile segnalava soltanto un errore della macchina. «All’inizio facevamo dei controlli per assicurarci che la macchina non si confondesse», spiega B. «A un certo punto ci siamo affidati al sistema automatico, e ci limitavamo a controllare che il bersaglio fosse un uomo. Non ci vuole molto a capire se una voce è maschile o femminile» (Abraham 2024). Il software si chiama Lavender. Analizza i dati raccolti, attraverso una sorveglianza di massa, sui due milioni e trecentomila abitanti di Gaza, e assegna a quasi ciascuno un punteggio da 1 a 100 che misura la probabilità di appartenere all’ala militare di Hamas. Ha imparato a riconoscere i tratti dei miliziani noti per cercarli nella popolazione, dal trovarsi in un gruppo WhatsApp con un militante al cambiare spesso telefono. Nelle prime settimane di guerra ha schedato circa trentasettemila persone come sospette, insieme alle loro case. La definizione di miliziano restava elastica, e uno degli analisti che addestrarono il sistema se ne dichiarò turbato, perché nei dati di addestramento erano finiti anche addetti alla protezione civile, cioè profili di comunicazione civili che la macchina avrebbe poi cercato, e colpito, nella popolazione. Gli ufficiali sapevano che la macchina sbaglia in circa il dieci per cento dei casi, e la trattavano lo stesso, sono parole loro, come se fosse una decisione umana. L’errore più frequente, racconta B., nasceva quando un bersaglio cedeva il proprio telefono a un familiare. «Quella persona verrà bombardata in casa con la sua famiglia. È successo spesso» (Abraham 2024)1. Selezionare i nomi era una procedura che gli operatori chiamavano, con una metafora venatoria, Caccia Larga: «Metti centinaia di bersagli nel sistema e aspetti di vedere chi puoi uccidere. Copi e incolli dalle liste che il sistema produce». La seconda macchina porta un nome che è la domanda di un bambino, Where’s Daddy?, dov’è papà. Seguiva le persone schedate e avvertiva l’esercito quando rientravano a casa, di notte, mentre le famiglie dormivano. Le abitazioni private erano il luogo preferito per colpirle, perché localizzarle là risultava più semplice. L’ufficiale A. lo ha messo a verbale con una franchezza assoluta: «Non eravamo interessati a uccidere i miliziani solo quando si trovavano in un edificio militare. Al contrario, li bombardavamo nelle loro case senza esitazione, come prima opzione. È molto più facile colpire la casa di una famiglia». Lo stesso A. tira la conclusione aritmetica di quella scelta. «Diciamo che calcoli un miliziano di Hamas più dieci civili nella casa. Di solito quei dieci saranno donne e bambini. Così, per assurdo, viene fuori che la maggior parte delle persone che hai ucciso erano donne e bambini». I numeri delle Nazioni Unite danno corpo all’assurdo. Nel primo mese di guerra più della metà dei morti, 6.120 persone, apparteneva a 1.340 famiglie, molte cancellate per intero dentro le loro case. Sui bersagli più piccoli si risparmiava, impiegando le bombe non guidate, le cosiddette dumb bombs, capaci di radere al suolo l’edificio con chi vi abita dentro. L’ufficiale C. descrive il funzionamento a catena di montaggio. «Di solito conducevamo gli attacchi con le bombe stupide, e questo significava distruggere letteralmente l’intera casa sopra i suoi occupanti. Ma anche se un attacco salta, non te ne importa, passi subito al bersaglio successivo. Per via del sistema, i bersagli non finiscono mai. Ne hai altri trentaseimila in attesa». Per ciascun miliziano di basso rango era ritenuto accettabile uccidere fino a quindici o venti civili, un limite che nelle guerre precedenti non veniva mai autorizzato per i bersagli minori. «In pratica, il principio di proporzionalità non esisteva», ammette A., e alla domanda sulla ragione di sicurezza dietro quei numeri risponde con una parola sola, letalità. Per i comandanti di alto grado si autorizzò l’uccisione di centinaia di civili a testa, e perfino un ufficiale come B. percepì un confine. «Nel bombardamento del comandante del battaglione di Shuja’iya sapevamo che avremmo ucciso più di cento civili. Per me, psicologicamente, era inusuale. Più di cento civili, supera una certa linea rossa». La decisione di mettere un nome sotto tracciamento poteva spettare a ufficiali di grado relativamente basso. Uno di loro ha confessato un gesto compiuto di propria iniziativa. «Un giorno, di mia totale iniziativa, ho aggiunto qualcosa come milleduecento nuovi bersagli al sistema, perché il numero di attacchi era calato. Aveva senso, per me. A ripensarci, sembra una decisione grave. E decisioni simili non venivano prese ai livelli alti». Conviene partire da questi venti secondi. Ci raccontano qualcosa che la sola tecnica non spiega. Nel 2021 l’attuale comandante dell’unità di intelligence 8200 aveva pubblicato un libro in cui descriveva l’essere umano come un «collo di bottiglia», un freno alla capacità dell’esercito di produrre abbastanza bersagli al giorno. La macchina nasce per sciogliere quel freno, vale a dire per rimuovere l’uomo dalla decisione di uccidere. Il punto sta tutto in quel che è stato tolto di mezzo affinché un uomo potesse premere un pulsante decine di volte al giorno e poi tornare a casa la sera. La guerra ha sempre lavorato per togliere di mezzo una cosa sola, il volto dell’altro. Emmanuel Lévinas ha fatto del volto l’inizio stesso dell’etica (Lévinas 1961). Il viso altrui, nella sua nudità, prima di qualunque parola, avanza una richiesta e oppone un divieto. La prima parola del volto, scrive, è «non ucciderai». Quel viso resiste al potere che vorrebbe sopprimerlo, e la sua è una resistenza morale prima che fisica. Guardare qualcuno negli occhi rende l’uccisione difficile. Judith Butler ha portato questo pensiero dentro la politica del lutto. Certe vite vengono riconosciute come «degne di lutto», altre no, e la distinzione decide in anticipo chi potrà essere pianto e chi sparirà senza che la sua morte conti (Butler 2004). Il punteggio di Lavender è la forma tecnica di quella selezione. Togliere il volto è il lavoro antico della guerra, e la distanza ne è lo strumento. Lo psicologo militare Dave Grossman8 ha mostrato che la resistenza a uccidere cala con l’aumentare della lontananza dal bersaglio, e che a tu per tu gran parte dei soldati tende a non sparare affatto (Grossman 1995). Stanley Milgram, nei suoi esperimenti sull’obbedienza, aveva osservato qualcosa di simile, la disobbedienza che cresce quando la vittima è vicina e visibile (Milgram 1974). La divisa e la propaganda che riduce l’avversario a sagoma servono da secoli a interporre uno schermo tra la mano e il viso. Il drone e l’algoritmo portano a termine questa lunga opera, e vi aggiungono qualcosa di inedito. Grégoire Chamayou, in Teoria del drone, ha descritto il primo passaggio (Chamayou 2014). Quando l’apparecchio telecomandato diventa una macchina da guerra, scrive, il nemico si trasforma in «un mero materiale pericoloso. Lo si elimina da lontano, guardandolo morire sullo schermo dal caldo bozzolo di una safe zone climatizzata». La guerra asimmetrica si radicalizza fino a farsi unilaterale, dove si muore da una parte sola. Chamayou chiama necroetica il discorso che presenta tutto questo come progresso umanitario, l’arma pulita che risparmia il sangue, almeno il proprio. Al posto del duello, fondato un tempo sul rischio reciproco, subentra la caccia, e il diritto di guerra si piega a fare spazio a un «assassinio mirato» che colpisce una preda incapace di colpire a sua volta. Lo schermo introduce un’asimmetria che riguarda lo sguardo. Antoine Bousquet ha ricostruito la lunga marcia con cui l’occhio militare ha imparato a colpire il bersaglio senza esserne visto, dal cannocchiale fino al sensore del drone (Bousquet 2018). Roger Stahl descrive una visione divenuta essa stessa un’arma, dove si impara a guardare il mondo lungo la linea del mirino (Stahl 2018). Il punto tocca da vicino Lévinas, perché il volto era prima di tutto due occhi capaci di ricambiare lo sguardo e di chiedere conto. Il bersaglio inquadrato dall’alto non vede e viene visto per intero, ridotto a immagine su cui un altro decide. L’occhio che avrebbe potuto fermare la mano viene accecato in partenza. Tutto questo ha una preistoria, la guerra del Novecento aveva già compiuto buona parte del lavoro. Il bombardamento aereo delle città aveva separato chi premeva un pulsante dal corpo che ne moriva a chilometri di distanza. Il controllo coloniale dal cielo, gli inglesi sulle tribù della Mesopotamia negli anni Venti e i francesi sulle campagne algerine, aveva fatto della popolazione un insieme da sorvegliare e colpire dall’alto. Chamayou stesso accosta la strategia del drone a quelle imprese coloniali (Chamayou 2014). Il puntamento algoritmico eredita quella vecchia abitudine a non guardare chi si uccide, e la porta al limite: adesso il colpo parte da una segnalazione che nessuno ha più davvero esaminato. La novità dei sistemi impiegati a Gaza sta in un passaggio ulteriore. Il drone allontanava la mano. L’algoritmo allontana il giudizio. Dietro lo schermo spariva il corpo del bersaglio; con il punteggio sparisce anche la decisione di ucciderlo, uscita dalle mani umane e ridotta a calcolo. Il filosofo Peter Asaro3 sostiene che affidare a una macchina l’avvio della forza letale viola in sé la dignità della persona, perché le sottrae il diritto a essere uccisa, se mai deve esserlo, soltanto dopo il giudizio morale e legale di un altro essere umano, valutato caso per caso (Asaro 2012). Lucy Suchman15 ha mostrato come l’apparente precisione di questi sistemi sia una reinvenzione, una falsa oggettività che li fa apparire esatti mentre restano politicamente e giuridicamente privi di responsabilità (Suchman 2020). Elke Schwarz, sulla scia di Hannah Arendt, vi riconosce una tecnologia che si presenta come morale e produce soggetti incapaci di domandarsi, con le parole di Arendt, «che cosa stiamo facendo» (Schwarz 2018). La sospensione della coscienza davanti alla macchina risponde a un bisogno, prima che a una proprietà della tecnica. Qualcuno ha bisogno che la coscienza taccia, e l’algoritmo offre il pretesto perfetto. Octave Mannoni ha dato una formula al meccanismo del diniego, «lo so bene, ma comunque…», quella per cui un sapere viene riconosciuto e insieme accantonato, così da poter agire come se non lo si possedesse (Mannoni 1969). L’ufficiale sa che la macchina sbaglia una volta su dieci, sa che nella casa segnata dormono dei bambini, e tuttavia il punteggio e l’alibi dell’uomo che resta formalmente al comando gli permettono di proseguire. L’esercito difende il sistema ripetendo che la decisione ultima spetta a «persone in carne e ossa», e che la macchina serve solo ad aiutarle a «superare le proprie barriere» (Abraham 2024). Proprio quelle barriere erano l’ultima difesa del bersaglio, il residuo di esitazione che un volto sa imporre. Uno dei testimoni lo dice con una nitidezza definitiva. «La macchina lo ha fatto a freddo. E questo ha reso tutto più facile». Günther Anders aveva visto il fondo di questa faccenda molto prima dei droni. Lo chiamava scarto prometeico, la sproporzione tra quel che le nostre mani sanno produrre e distruggere e quel che il nostro sentire riesce a immaginare (Anders 1956). Possiamo fabbricare una morte che siamo incapaci di provare. Anders lo scrisse al pilota di Hiroshima, Claude Eatherly, l’unico che dopo il bombardamento non riuscì a riprendere una vita normale e che la stampa prese per pazzo, mentre la sua era forse l’ultima reazione sana rimasta. Il punteggio di Lavender allarga quello scarto fino a renderlo abitabile senza turbamento. Venti secondi bastano, perché in venti secondi un numero non ha volto. Dobbiamo resistere alla tentazione di fare della macchina un destino. Gaza è un laboratorio, come ha documentato Antony Loewenstein, il luogo dove l’industria israeliana della sorveglianza collauda gli strumenti che poi vende al mondo (Loewenstein 2023). Quel che si sperimenta sui palestinesi diventa il modello della guerra che verrà, e già della polizia che sorveglia le nostre città. Zygmunt Bauman4 chiamava adiaforizzazione il procedimento per cui la tecnica e la burocrazia tolgono un atto dal campo del giudizio morale e lo rendono indifferente, una pratica tra le altre (Bauman 1989). Il puntamento algoritmico è la forma più compiuta di questa indifferenza fabbricata, e va nominato come una scelta, con responsabili che hanno un cognome e una firma. Resterebbe una contromossa, e non nasce dalla tecnica. Comincia dove la macchina aveva messo un numero, restituendo un volto e una voce. Amjad Al-Sheikh, sopravvissuto a uno di quegli attacchi, ha cercato la propria famiglia tra le macerie. «Sono corso alla casa della mia famiglia, ma non c’erano più edifici. La gente ha cominciato a cercare nel cemento, con le mani, e così ho fatto anch’io, cercando i segni della casa della mia famiglia». Sotto le macerie trovò undici parenti morti (Abraham 2024)1. Un altro sopravvissuto, Amro Al-Khatib, descrive ciò che resta quando il punteggio si è compiuto. «Non riuscivamo a distinguere un appartamento dall’altro, si erano mescolati tutti nelle macerie, e trovavamo parti di corpi umani dappertutto». Simone Weil leggendo l’Iliade come poema della forza, aveva scritto la frase che andrebbe posta accanto a ciascun punteggio di Lavender. «La forza rende chiunque le è sottomesso pari a una cosa. Esercitata fino in fondo fa dell’uomo una cosa nel senso più letterale del termine, poiché lo rende cadavere. C’era qualcuno e, un istante dopo, non c’è più nessuno». Trasformare una persona in una cosa è il lavoro della forza da Troia a Gaza, l’intelligenza artificiale ne è soltanto l’esecutrice più rapida. Disfare quel lavoro vuol dire restituire un volto e un nome a chi ha cancellato il punteggio e quindi contare i morti uno per uno e scrivere le loro storie, rimettendo lo sguardo dove la macchina ha messo una cifra. Alla domanda del software, «dov’è papà», l’unica risposta che disarma è un’altra domanda, rivolta a chi quella macchina l’ha costruita e venduta. Di chi era il volto, in quei venti secondi? Bibliografia Abraham, Yuval (2024), ‘Lavender’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, +972 Magazine e Local Call, 3 aprile. Anders, Günther (1956), L’uomo è antiquato, Bollati Boringhieri; con Claude Eatherly, Burning Conscience, 1961. Asaro, Peter (2012), On banning autonomous weapon systems: human rights, automation, and the dehumanization of lethal decision-making, International Review of the Red Cross, 94 (886). Bauman, Zygmunt (1989), Modernità e Olocausto, il Mulino. Bousquet, Antoine (2018), The Eye of War. Military Perception from the Telescope to the Drone, University of Minnesota Press. Butler, Judith (2004), Vite precarie. Contro l’uso della violenza in risposta al lutto collettivo, Meltemi. Chamayou, Grégoire (2014), Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere, DeriveApprodi. Grossman, Dave (1995), On Killing Remotely: The Psychology of Killing with Drones, Brown and Company. Lévinas, Emmanuel (1961), Totalità e infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book. Loewenstein, Antony (2023), The Palestine Laboratory, Verso. Mannoni, Octave (1969), Je sais bien, mais quand même…, in Clefs pour l’imaginaire, Seuil. Milgram, Stanley (1974), Obbedienza all’autorità, Einaudi. Schwarz, Elke (2018), Death Machines. The Ethics of Violent Technologies, Manchester University Press. Stahl, Roger (2018), Through the Crosshairs. War, Visual Culture, and the Weaponized Gaze, Rutgers University Press. Suchman, Lucy (2020), Algorithmic warfare and the reinvention of accuracy, Critical Studies on Security. Weil, Simone (1940), L’Iliade o il poema della forza. Lavinia Marchetti è biologa, appassionata di poesia, letteratura e bellezza nell’arte. Lavora in una galleria d’arte Milano. Twenty Seconds How Artificial Intelligence Erases the Gaze That Restrains the Hand Twenty seconds. In the winter of 2023, that was the duration of human oversight permitted for a name destined to die. An Israeli intelligence officer, identified only as B., recounted this to journalists from +972 Magazine and Local Call, who first exposed the existence of the program (Abraham 2024). His task was reduced to a single verification: ensuring that the target selected by the machine was male. «I would invest 20 seconds for each target, and I would do dozens of them every day. As a human being, I had zero added value, except as a stamp of approval. It saved a lot of time». Checking the gender had become the sole filter because, according to officers, women do not figure within the military ranks of Hamas; therefore, a female target merely signaled a machine error. «In the beginning, we used to do checks to make sure the machine didn't get confused», B. explains. «But at some point, we relied on the automatic system, and we only checked that [the target] was a man. It doesn't take long to understand if a voice is male or female» (Abraham 2024). The software is called Lavender. It analyzes mass surveillance data collected on the 2.3 million inhabitants of Gaza, assigning almost every individual a score from 1 to 100 that measures the probability of their belonging to the military wing of Hamas. It learned to recognize the traits of known militants in order to search for them within the broader population—ranging from being in a WhatsApp group with a militant to frequently changing phones. In the opening weeks of the war, it logged approximately 37,000 people as suspects, along with their homes. The definition of a militant remained elastic, troubling one of the analysts who trained the system, because civil defense personnel—civilians working in communications—had been included in the training data. Consequently, the machine would subsequently search for and target them among the population. The officers knew that the machine erred in roughly ten percent of cases, yet they treated its outputs—in their own words—as if they were human decisions. The most frequent error, B. recounts, occurred when a target passed their phone to a family member. «That person will be bombed in their house with their family. It happened often» (Abraham 2024). Selecting names was a procedure operators referred to with a hunting metaphor: Where's Daddy? (or broad hunting): «You put hundreds of targets into the system and wait to see who you can kill. You copy and paste from the lists the system produces». The second machine bears a name that echoes a child's question: Where’s Daddy? It tracked the flagged individuals and alerted the military when they returned home at night, while their families slept. Private residences were the preferred location to strike them, as locating them there proved simpler. Officer A. stated this on the record with absolute candor: «We were not interested in killing [Hamas] operatives only when they were in a military building... On the contrary, we bombed them in homes without hesitation, as a first option. It’s much easier to bomb a family’s home». Officer A. himself draws the arithmetic conclusion of that choice: «Let’s say you calculate one Hamas operative plus ten civilians in the house. Usually, those ten will be women and children. So, absurdly, it turns out that most of the people you killed were women and children». United Nations figures give substance to this absurdity. In the first month of the war, more than half of the dead—6,120 people—belonged to 1,340 families, many of which were entirely wiped out inside their homes. When dealing with lower-ranking targets, expenses were spared by deploying unguided bombs—so-called dumb bombs—capable of flattening an entire building along with those inside it. Officer C. describes this assembly-line operation: «We usually carried out the attacks with dumb bombs, and that meant literally destroying the whole house on top of its occupants... But even if an attack falls through, you don't care—you immediately move on to the next target. Because of the system, the targets never end. You have another 36,000 waiting». For each low-ranking militant, it was deemed acceptable to kill up to 15 or 20 civilians—a threshold never authorized for minor targets in previous wars. «In practice, the principle of proportionality did not exist», A. admits. When asked about the security rationale behind those numbers, he answers with a single word: lethality. For high-ranking commanders, the killing of hundreds of civilians per target was authorized, and even an officer like B. perceived a boundary: «In the bombing of the Shuja’iya battalion commander, we knew we would kill more than a hundred civilians... For me, psychologically, it was unusual. More than a hundred civilians—it crosses a certain red line». The decision to place a name under tracking could fall to relatively low-ranking officers. One of them confessed to an action taken on his own initiative: «One day, entirely on my own initiative, I added something like 1,200 new targets to the system, because the number of attacks had dropped. It made sense to me. Looking back, it seems like a grave decision. And such decisions were not made at high levels». It is worth starting from these twenty seconds. They reveal something that technology alone cannot explain. In 2021, the current commander of the 8200 Intelligence Unit published a book in which he described the human being as a «bottleneck»—a brake on the army's capacity to produce enough targets per day. The machine was born to loosen that brake; that is to say, to remove humans from the decision to kill. The core issue lies entirely in what has been cleared out of the way so that a man could press a button dozens of times a day and then return home in the evening. War has always worked to displace one single thing: the face of the other. Emmanuel Lévinas made the face the very beginning of ethics (Lévinas 1961). The face of the other, in its nakedness, prior to any word, advances a demand and poses a prohibition. The first word of the face, he writes, is «thou shalt not kill». That face resists the power that seeks to suppress it, and its resistance is moral before it is physical. Looking someone in the eyes makes killing difficult. Judith Butler brought this line of thought into the politics of mourning (Butler 2004). Certain lives are recognized as «grievable», while others are not, and this distinction decides in advance who can be mourned and who will vanish without their death registering. The Lavender score is the technical incarnation of that selection. Stripping away the face is the ancient work of war, and distance is its instrument. Military psychologist Dave Grossman demonstrated that the resistance to killing drops as the distance from the target increases, and that when face-to-face, the vast majority of soldiers tend not to fire at all (Grossman 1995). Stanley Milgram, in his experiments on obedience, observed something similar: disobedience grows when the victim is close and visible (Milgram 1974). For centuries, uniforms and propaganda that reduce the adversary to a silhouette have served to interpose a screen between the hand and the face. The drone and the algorithm bring this long endeavor to fruition, while adding something unprecedented. Grégoire Chamayou, in A Theory of the Drone, described the first transition (Chamayou 2014). When the remote-controlled aircraft becomes a machine of war, he writes, the enemy is transformed into «mere dangerous material. They are eliminated from afar, watched as they die on a screen from the warm cocoon of an air-conditioned safe zone». Asymmetric warfare radicalizes to the point of becoming unilateral—where dying occurs on one side only. Chamayou terms necroethics the discourse that presents this as humanitarian progress: a clean weapon that spares blood, or at least one's own. In place of the duel, once grounded in mutual risk, enters the hunt, and the law of war bends to accommodate "targeted killing"—striking a prey incapable of striking back. The screen introduces an asymmetry concerning the gaze. Antoine Bousquet reconstructed the long march by which the military eye learned to strike the target without being seen, from the telescope to the drone sensor (Bousquet 2018). Roger Stahl describes a vision that has itself become a weapon, where one learns to view the world along the line of the crosshairs (Stahl 2018). This point closely touches Lévinas, because the face was, first and foremost, a pair of eyes capable of returning the gaze and demanding accountability. The target framed from above does not see, yet is entirely seen, reduced to an image upon which another decides. The eye that might have stayed the hand is blinded from the outset. All of this has a prehistory; twentieth-century warfare had already accomplished much of the work. The aerial bombardment of cities had separated the person pressing a button from the body dying miles away. Colonial control from the sky—the British over the tribes of Mesopotamia in the 1920s, the French over the Algerian countryside—had turned populations into a collective to be monitored and struck from above. Chamayou himself aligns drone strategy with those colonial enterprises (Chamayou 2014). Algorithmic targeting inherits that old habit of not looking at those one kills, pushing it to the absolute limit: now, the strike originates from a flag that no one has truly examined anymore. The novelty of the systems deployed in Gaza lies in a further transition. The drone distanced the hand. The algorithm distances judgment. Behind the screen, the body of the target vanished; with the algorithmic score, the very decision to kill vanishes too, removed from human hands and reduced to computation. Philosopher Peter Asaro argues that delegating the initiation of lethal force to a machine inherently violates human dignity, because it deprives a person of the right to be killed—if they must be killed at all—only following the moral and legal judgment of another human being, evaluated on a case-by-case basis (Asaro 2012). Lucy Suchman has shown how the apparent precision of these systems is a reinvention, a false objectivity that makes them appear exact while remaining politically and legally devoid of accountability (Suchman 2020). Elke Schwarz, following Hannah Arendt, recognizes them as a technology that presents itself as moral while producing subjects incapable of asking themselves, in Arendt’s words, «what is it we are doing» (Schwarz 2018). The suspension of conscience before the machine answers a need, rather than being an intrinsic property of technology. Someone needs conscience to fall silent, and the algorithm provides the perfect pretext. Octave Mannoni formulated the mechanism of denial as «Je sais bien, mais quand même...» («I know well, but all the same...»), whereby a piece of knowledge is acknowledged yet simultaneously set aside, allowing one to act as if they did not possess it (Mannoni 1969). The officer knows the machine errs one time out of ten, knows that children are sleeping in the marked house, and yet the score and the alibi of the human who formally remains in command allow him to proceed. The military defends the system by repeating that the ultimate decision rests with «flesh-and-blood people», and that the machine merely serves to help them «overcome their bottlenecks» (Abraham 2024). Yet those very bottlenecks were the target's final defense—the residual hesitation that a face knows how to impose. One of the witnesses states this with definitive clarity: «The machine did it coldly. And that made it easier». Günther Anders had seen the bottom of this matter long before drones. He called it the Promethean gap (Primitivismus / Promethean discrepancy): the disproportion between what our hands can produce and destroy, and what our feelings can manage to imagine (Anders 1956). We can manufacture a death that we are incapable of feeling. Anders wrote this to the Hiroshima pilot, Claude Eatherly—the only one who, after the bombing, failed to resume a normal life and whom the press dismissed as mad, though his was perhaps the last sane reaction remaining. The Lavender score widens that gap until it becomes habitable without disturbance. Twenty seconds are enough because, in twenty seconds, a number has no face. We must resist the temptation to turn the machine into destiny. Gaza is a laboratory, as Antony Loewenstein has documented—the place where the Israeli surveillance industry tests the tools it subsequently sells to the world (Loewenstein 2023). What is experimented upon Palestinians becomes the model for the warfare to come, and already for the policing that monitors our cities. Zygmunt Bauman called adiaphorization the process by which technique and bureaucracy remove an action from the realm of moral judgment, rendering it indifferent—a practice among others (Bauman 1989). Algorithmic targeting is the most consummated form of this manufactured indifference, and it must be named as a choice, with individuals responsible who possess a surname and a signature. There remains a countermove, and it does not spring from technology. It begins where the machine had placed a number, by restoring a face and a voice. Amjad Al-Sheikh, a survivor of one of those attacks, searched for his family among the rubble: «I ran to my family’s house, but there were no buildings left. People started digging through the concrete with their hands, and I did too, looking for signs of my family’s home». Beneath the rubble, he found eleven dead relatives (Abraham 2024). Another survivor, Amro Al-Khatib, describes what remains when the score has been fulfilled: «We couldn’t tell one apartment from another, they all mixed up in the rubble, and we were finding parts of human bodies everywhere». Simone Weil, reading the Iliad as the poem of force, wrote the sentence that should be placed alongside every Lavender score: «Force is that x that turns anybody who is subjected to it into a thing. Exercised to the limit, it turns man into a thing in the most literal sense, for it makes him a corpse. There was someone there, and, the next moment, there is nobody there» (Weil 1940). Transforming a person into a thing is the work of force from Troy to Gaza; artificial intelligence is merely its swiftest executor. Undoing that work means restoring a face and a name to those whom the score erased, counting the dead one by one, and writing their stories—returning the gaze to where the machine placed a cipher. To the software's question, «Where's Daddy?», the only disarming answer is another question, directed at those who built and sold that machine: Whose face was it, in those twenty seconds? Bibliography Abraham, Yuval (2024), Lavender: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, +972 Magazine and Local Call, 3 April. Anders, Günther (1956), The Obsolescence of Man [Orig. Die Antiquiertheit des Menschen], Munich: C.H. Beck; with Claude Eatherly, Burning Conscience (1961), New York: Monthly Review Press. Asaro, Peter (2012), On banning autonomous weapon systems: human rights, automation, and the dehumanization of lethal decision-making, International Review of the Red Cross, 94 (886). Bauman, Zygmunt (1989), Modernity and the Holocaust, Ithaca, NY: Cornell University Press. Bousquet, Antoine (2018), The Eye of War: Military Perception from the Telescope to the Drone, University of Minnesota Press. Butler, Judith (2004), Precarious Life: The Powers of Mourning and Violence, London: Verso. Chamayou, Grégoire (2014), A Theory of the Drone, New York: The New Press [Orig. Théorie du drone, Paris: La Fabrique]. Grossman, Dave (1995), On Killing: The Psychological Cost of Learning to Kill in War and Society, Boston: Little, Brown and Company. Lévinas, Emmanuel (1961), Totality and Infinity: An Essay on Exteriority, Pittsburgh, PA: Duquesne University Press [Orig. Totalité et infini: essai sur l'extériorité, The Hague: Martinus Nijhoff]. Loewenstein, Antony (2023), The Palestine Laboratory: How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World, London: Verso. Mannoni, Octave (1969), «I know well, but all the same...», in Clefs pour l’imaginaire [Keys to the Imaginary], Paris: Seuil. Milgram, Stanley (1974), Obedience to Authority: An Experimental View, New York: Harper & Row. Schwarz, Elke (2018), Death Machines: The Ethics of Violent Technologies, Manchester University Press. Stahl, Roger (2018), Through the Crosshairs: War, Visual Culture, and the Weaponized Gaze, Rutgers University Press. Suchman, Lucy (2020), Algorithmic warfare and the reinvention of accuracy, Critical Studies on Security, 8 (2). Weil, Simone (1940), The Iliad, or the Poem of Force [Orig. L'Iliade ou le poème de la force, Cahiers du Sud]. Lavinia Marchetti is a biologist with a passion for poetry, literature, and the beauty of art. She works in an art gallery in Milan.
- clan milieu
dossier guerra e capitale La normalità della guerra (o della persistenza del «secolo breve») Beata Malewski Si è aperta una nuova fase politica e storica con l’attacco russo all’Ucraina? Presenta caratteristiche inedite il periodo che ci separa dal febbraio 2022 e che ha poi visto in rapida sequenza il massacro di civili israeliani del 23 ottobre 2023 a opera di miliziani di Hamas e la furia sterminatrice di Netanyahu e Ben-Gvir contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania; il blitz del satrapo di Washington a Caracas, le sue pratiche di annientamento contro Cuba e la sua guerra di aggressione contro l’Iran khomeinista? Credo di sì ma non sono sicuro che la vera novità consista in un mutato scenario geopolitico, in una nuova forma dei conflitti armati o in un diverso rapporto tra guerra e conflitto politico, come si verificò trent’anni fa con l’avvio delle «guerre democratiche» di Clinton nei paesi balcanici che avevano orbitato nel sistema di alleanze guidato dall’Unione Sovietica, e con la «guerra infinita contro il terrorismo» scatenata da Bush jr. all’indomani dell’11 settembre. I conflitti armati che si susseguono sotto i nostri occhi e che hanno tutta l’aria di costituire un ingrediente essenziale del paesaggio politico globale (ragion per cui temo che le speranze in una pace estesa e duratura siano destinate a infrangersi contro l’evidenza della normalità della guerra) hanno tutta l’informalità e l’asimmetria caratteristiche delle «nuove guerre» che negli anni Novanta del Novecento (Balcani) e nel primo ventennio di questo secolo (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) videro protagonisti gli Stati Uniti con e senza la zelante complicità della Nato, e delle guerre fratricide che dopo l’affondamento dell’Urss dilaniarono le Repubbliche ex-sovietiche (Nagorno-Karabakh, Transnistria, Tagikistan, Cecenia e Georgia), anche per effetto delle incalzanti pressioni diplomatiche del «mondo libero» e dei programmi di «sostegno economico» volti a contenere l'influenza russa e a favorire l’apertura di nuovi mercati ai capitali occidentali. Anche l’ipotesi del tramonto del bipolarismo est-ovest, apparsa ai più come una certezza dopo l’implosione dell’Urss, dovrebbe essere attentamente riconsiderata, a dispetto delle esibizioni di reciproca cordialità da parte di Trump e Putin (con Xi Jinping, vero contendente della periclitante egemonia statunitense, la messinscena è molto più difficile). Né va dimenticato che l’odierna guerra russo-ucraina è solo la prosecuzione della guerra del Donbass iniziata nel 2014 con l’annessione russa della Crimea, la quale fu a sua volta uno sviluppo del processo di disgregazione dell’Urss promosso e gestito dalle potenze occidentali che subito vollero l’espansione dell’Unione Europea e della Nato fino ai confini russi. Dunque le novità ci sono ma forse non risiedono dove perlopiù si suole vederle. Quando, trentacinque anni fa, implose l’equilibrio bipolare nato dalla guerra dei Trent’anni (1915-1945) che aveva decretato la fine degli Imperi europei (il crollo dell’Impero ottomano, la disintegrazione dell’Impero austro-ungarico, la crisi organica dell’Impero britannico), a sinistra si chiacchierò di un nuovo monopolio «imperiale» della sovranità. Qualcuno scommise sulla nuova sovranità globale degli Stati Uniti, altri sull’unificazione del pianeta sotto l’ombrello della «globalizzazione capitalistica». Senza averne consapevolezza, si ripeteva la filastrocca di Fukuyama, e quando poi anche la Cina entrò nella Wto, nessuno o quasi ebbe più dubbi: la storia era finita, l’incubo – o il sogno – della trasformazione si era dissolto con la catastrofe del «socialismo reale» e col perfezionarsi della mondializzazione capitalistica. Ancora oggi fa impressione ricordare quegli anni ormai lontani, considerare il gran tempo perduto a dibattere sul nulla, a scontrarsi per contestare l’insostenibile pochezza delle “analisi” in base alle quali la (sedicente) «sinistra alternativa» tracciava le proprie “strategie”. Sta di fatto che negli ultimi tre-quattro decenni la guerra è stata un aspetto costante del quadro internazionale, con il susseguirsi di una serie ininterrotta di conflitti armati (mai meno di un centinaio) disseminati in ogni continente sullo sfondo di una struttura multipolare dei poteri sovrani e nel quadro del persistente antagonismo, sotto nuove forme e con nuovi equilibri, tra Oriente e Occidente: tra l’«economia mondo» capitalistica erede dell’egemonia europea e il campo delle nuove potenze «in via di sviluppo», le quali certo partecipano alla riproduzione capitalistica, ma ne investono i profitti (la quota crescente del Pil mondiale sotto il loro controllo) in differenti progetti politici, su altre idee e per la costruzione di altre forme di società. La via dittatoriale al socialismo può non convincere, può senz’altro dispiacere (e pone un gigantesco problema storico e teorico a chi abbia a cuore la prospettiva di una transizione rivoluzionaria non rinviata a un futuro remoto), ma non attesta e non implica il confluire nel sistema capitalistico. E come nei settant’anni di vita dell’Unione Sovietica la contrapposizione est-ovest non cessò mai di essere anche una rivalità politica e ideologica nonostante la degenerazione autoritaria, burocratica e castale del regime sovietico e il connotato imperiale del suo sistema di alleanze (ma non va dimenticato il sostegno militare ed economico che sempre l’Urss fornì ai movimenti di liberazione in tutto il mondo); così oggi la struttura monocratica degli Stati e il controllo oligarchico sul plusvalore non cancellano il fatto che tra i Brics e il «mondo libero» a trazione statunitense – il regno del grande capitale privato, delle vertiginose sperequazioni e delle nuove schiavitù che prosperano all’ombra del «libero mercato» – l’antagonismo è anche di natura politico-ideologica e verte, oltre che intorno alla lotta per il controllo delle materie prime e delle risorse energetiche, anche sulla possibilità di instaurare un altro ordine mondiale e un modello sociale alternativo a quello dominante in Occidente. Ma la persistenza di questi elementi strutturali, che induce a sostenere che dagli anni Novanta in poi la dinamica politica mondiale non si è sostanzialmente modificata, non toglie che in questo primo quarto di secolo – se vogliamo fissare un punto d’avvio: a partire dall’11 settembre del 2001, e con una costante accelerazione – il panorama sociale e politico di questa parte del mondo sia profondamente mutato, coinvolgendo in prima istanza proprio la guerra e lasciando intravedere prospettive inquietanti. Qual è il punto a mio parere? Mi pare consista proprio nella normalizzazione della guerra o, per essere più precisi, nella penetrazione della sua normalità nel senso comune. Questo nuovo stato di cose avvicina il nostro presente al clima ideologico e politico che nel secolo scorso condusse alle guerre mondiali e che, dopo l’ecatombe della Prima e quasi senza soluzione di continuità, favorì lo scoppio della Seconda sulle ali del coinvolgimento «patriottico» di vasti settori di popolazione. Tutta l’Europa, dalla Spagna all’Ungheria, dalla Scandinavia al Regno Unito, ai paesi mediterranei, torna oggi a essere percorsa dai miasmi del nazionalismo corroborati dall’indottrinamento populista, dalla xenofobia (il disprezzo, il risentimento, l’odio verso i migranti) e dal razzismo. La guerra neoliberale contro i poveri e contro il salariato ha spianato la strada spezzando i vincoli della solidarietà, dissolvendo la percezione dei diritti, disgregando la fragile coesione sociale conquistata nei primi decenni del secondo dopoguerra. E una pessima gestione del problema migratorio ha lasciato prosperare ovunque, e soprattutto nei settori sociali più colpiti dal disfacimento dello Stato sociale, la malapianta del razzismo. Mentre gli Stati si riarmano propagandando l’inderogabile primato della «sicurezza nazionale»; mentre l’Unione Europea benedice la spesa in armamenti come unica forma di indebitamento virtuoso; mentre si santifica la russofobia e si alimenta l’antica paura del pericolo giallo, la psicosi dell’invasione dei migranti dilaga e conquista nuovi proseliti tra i giovani, nelle periferie metropolitane e nelle retrovie di un proletariato abbandonato a sé stesso e sempre più disorientato. (Considerare questa del disorientamento politico di massa una questione cruciale, dirimente, è – sia detto qui rapidamente tra parentesi – essenziale, a meno di ignorare la dura lezione del Novecento – il consenso vasto ed entusiastico che a lungo sorresse i regimi fascisti – e il grave deficit di consapevolezza e di capacità di giudizio che, drammaticamente acuitosi con lo smantellamento delle organizzazioni politiche radicate sul territorio, abbandona oggi milioni di persone alla più spregiudicata manipolazione ideologica.) Il migrante non è soltanto lo straniero, colpevole di tutto: dell’«insicurezza» (come se non si fosse insicuri perché senza lavoro o senza reddito o con un reddito da fame, e perché privi di assistenza sanitaria); del diffondersi delle dipendenze (come se in Italia i cartelli del narcotraffico non fossero autoctoni e patriottici); dello scolorirsi delle identità e delle tradizioni, delle fedi e delle appartenenze. È anche e soprattutto un’icona, un’immagine: l’incarnazione di un fantasma che perseguita e dissemina angoscia. Il migrante è l’altro, ogni altro: ogni estraneo, ogni straniero, ogni diverso e ogni nemico contro il quale ci si vede costretti, quindi legittimati, a imbracciare le armi. Nel nostro piccolo, nel nostro minimo (ma non buttiamoci troppo giù, noi che, «brava gente», inventammo il fascismo e lo portammo in dote al mondo intero!), assistiamo proprio in questi giorni a un esperimento molto istruttivo. Come la destra post- e neo-fascista gioca la carta del trasformismo e si traveste da forza moderata nella non vana speranza di rimanere in sella, ecco che subito un piccolo masaniello si erge in difesa dell’italianità tradita. È goffo, improbabile, patetico con quel suo rozzo eloquio casemarle. Ma invoca l’intransigente ristabilimento delle gerarchie (tra sessi, «razze», culture e regioni del pianeta) e, come Trump e i neo-nazisti tedeschi, promette nuove deportazioni. Chiama alle armi, smania dalla voglia di menar le mani e soprattutto liscia il pelo dell’immarcescibile nostalgia del Ventennio, per cui subito riscuote, anche tra i giovani, un largo seguito di massa. Per due motivi la faccenda del generale merita attenzione. Il primo è la nemesi che si abbatte sulla destra post-fascista oggi al governo, capitanata da gente che a suo tempo giocò lo stesso gioco con cui adesso si trova a fare i conti (per cui ben si comprendono il disappunto e la preoccupazione di «’Gnazio» e della «sora Giorgia»). Fratelli d’Italia fu inventato da Meloni, La Russa e Crosetto per impedire che la destra post-fascista italiana si inabissasse nel magma berlusconiano. Fu un’iniziativa identitaria volta a intercettare il consenso dei «camerati» e a preservare radici ben piantate nella storia e nell’ideologia del Movimento sociale italiano di Almirante. Riuscì perfettamente, tanto che nel 2022, a dieci anni dalla fondazione, il partito fu il più votato d’Italia. Ben presto tuttavia e inevitabilmente l’operazione si è scontrata con le esigenze di mediazione, compromesso e dissimulazione derivanti dal ruolo di governo, per cui oggi i duri e puri di ieri – puri, s’intende, fatta salva la possibilità di far soldi con la politica: anche i «camerati» tengono famiglia – si ritrovano scavalcati a destra da chi rinfaccia loro di avere tradito quegli stessi principi e quei valori che avevano giurato di preservare contro ogni tentazione moderata. È dunque una storia che si ripete con poche varianti e che riflette un dilemma al momento, per fortuna, irresolubile: finché l’attuale impianto costituzionale regge (e non per caso si tenta di destrutturarlo), la destra post- e neo-fascista può governare «la Nazione» solo vestendo i panni del conservatorismo liberale e dell’europeismo, quindi soltanto deludendo le aspettative di buona parte dei suoi sostenitori, subito pronti a riconoscersi nel capopopolo di turno. Qui sta in effetti il vero motivo d’interesse della vicenda: nell’esistenza – in Italia come in gran parte dell’Europa – di uno zoccolo duro non marginale di irriducibili simpatizzanti di estrema destra, il che raccomanda di non trascurare le mosse del generaluccio, a dispetto della sua statura. È solo un sintomo, ma di un male cronico, profondo e molto pericoloso. Così come pericolosa è la pervicace, stupefacente cecità di larga parte dell’intelligenza progressista di fronte a questi chiari segnali di malessere. Come negli anni Novanta parlare di razzismo italiano ed europeo sembrava un’eresia (e per qualcuno lo è incredibilmente ancora), così oggi parlare di fascismo appare ai più un’inutile esagerazione. Ho letto in questi giorni un’intervista ad Angelo Bolaffi che non mi ha sorpreso solo perché mi è chiaro che il peggior cieco è chi non vuol vedere. Per Bolaffi – un tempo «comunista», oggi nostalgico del governo tecnocratico di Mario Draghi – il fascismo è solo «uno spauracchio della sinistra», e in Italia non corriamo alcun rischio, visto che la destra è debole e incapace di esprimere leadership forti e carismatiche (come se a decidere della forza di un capo fossero le sue presunte doti naturali – o soprannaturali – e non la configurazione del contesto storico). Passano i decenni, ma evidentemente l’idea è sempre la stessa: che il fascismo sia l’orbace e il passo dell’oca. Non si fa strada nemmeno l’ombra del dubbio che – sradicata dal salariato la coscienza di sé ed eroso anche l’ultimo residuo dell’antifascismo borghese – l’essenza del problema possa risiedere altrove: nella diffusione del razzismo e della xenofobia; nell’intossicazione nazionalistica e bellicista dell’opinione pubblica; nella de-costituzionalizzazione del sistema politico e delle relazioni sociali (a cominciare dai rapporti di lavoro); nella crescita vertiginosa delle sperequazioni; nella polverizzazione sociale e nella cristallizzazione castale delle appartenenze; nell’uso privatistico – «patrimonialistico» – delle istituzioni politiche, oltre che nello sviluppo abnorme della spesa militare e del complesso militare-industriale come fondamentali antidoti contro la stagnazione. (Intanto osservo tra parentesi che in Germania i neonazisti di AfD hanno superato di 5 punti percentuali su base nazionale i cristiano-democratici e doppiato i consensi dei socialdemocratici, il che induce lo storico Eckart Conze a paragonare la situazione attuale alla crisi della Repubblica di Weimar, con quel che ne seguì: «La storia non si ripete, la Germania non è in procinto di trasformarsi in una dittatura – osserva Conze – ma abbiamo di fronte sfide comparabili: la nostra democrazia è minacciata».) I Francofortesi parlarono in proposito di «fascismo democratico» – un ossimoro incomprensibile per chi ragiona mediante stereotipi e tipologie scolastiche – ed è evidente che della loro lezione non rimane traccia. La filosofia politica è in larga parte un discorso sulla guerra: sulla sua natura e ragion d’essere, sulle sue forme e la sua legittimità. È sia un discorso sulla guerra civile – tra pezzi di società: caste o classi sociali – sia un discorso sulla guerra tra i popoli: tra le nazioni e gli Stati; tra «razze», culture, religioni o civiltà. I due ambiti sono strettamente legati tra loro. A volte si intrecciano e si sovrappongono (non di rado le caste o le classi coincidono con le «razze» o con le comunità religiose); a volte, il più delle volte, costituiscono momenti di un processo organico (in questo senso Gramsci suggerì di considerare i «rapporti sociali fondamentali» e i «rapporti internazionali» come «gradi» dialetticamente interconnessi di un unico generale «rapporto di forze»). Nondimeno sembra di poter dire che quando l’uno prevale l’altro retrocede: nelle fasi storiche in cui la guerra civile è all’ordine del giorno, la guerra tra le nazioni slitta in secondo piano, e viceversa. E sembra di poter dire anche che nel nostro passato recente – da un secolo e mezzo a questa parte – il discorso sulla guerra tra le nazioni come necessità, come strumento di difesa o di autoaffermazione, ha prevalso sul discorso della guerra tra le diverse componenti di una stessa società: guerra, quest’ultima, che ha la curiosa e perturbante prerogativa di ignorare i confini tra gli Stati, per cui capita di sentirsi personalmente coinvolti nelle lotte degli sfruttati, degli emarginati, dei sottomessi, ovunque esse si svolgano e qualunque esito lascino intravedere. Questo è vero con una breve eccezione, almeno in ambito europeo: i trent’anni che andarono dal boom economico post-bellico all’avvento del neoliberismo thatcheriano e della reaganomics, durante i quali in seno alle società capitalistiche divampò la lotta di classe e (a torto) ritenemmo possibile la rivoluzione. Oggi quella stagione appare lontana anni-luce. Il salariato è distrutto, polverizzato e immiserito, annientato nei suoi diritti e nella sua stessa identità sociale e politica. La speranza in un altro mondo possibile è perduta, la memoria delle lotte operaie è dannata, mentre sembra ricomporsi, a un secolo di distanza, la stessa costellazione storica che nel Novecento condusse ai conflitti mondiali. Vedremo come questo scenario si evolverà, vedremo se l’inseminazione delle ideologie guerresche nel corpo delle società «avanzate» darà i frutti attesi dagli imprenditori del populismo nazionalista e xenofobo. Di certo c’è che nessuna battaglia politica e culturale per la pace potrà produrre effetti significativi se non muoverà dalla presa d’atto del disastro maturato nell’arco degli ultimi trent’anni e delle immense responsabilità che per esso gravano sui gruppi dirigenti della sinistra in tutto l’Occidente. I quali non hanno soltanto ripudiato la rappresentanza del lavoro sotto padrone cooperando attivamente alla vendetta neoliberista e rinnegando ogni compromissione con le lotte rivoluzionarie del movimento di classe, ma hanno anche abbracciato la dottrina dell’imperialismo democratico – dell’«esportazione della democrazia» – rinnegando l’internazionalismo (cioè l’universalismo politico che è l’anima stessa della resistenza alla dominazione capitalistica) e rinnovando i fasti dell’interventismo socialdemocratico che un secolo fa precipitò la corsa verso la Prima guerra mondiale. Questo ripudio e repentino riposizionamento, che ha visto decine di migliaia di dirigenti politici, di funzionari e di “intellettuali” già comunisti e socialisti trasformarsi, per dir così da un giorno all’altro, in zelanti alfieri del neoliberismo, della mondializzazione capitalistica e dell’imperialismo democratico, ha rappresentato a mio giudizio il più grave scandalo etico-politico del secondo Novecento: uno scandalo che non trova giustificazione alcuna nel modificarsi dei rapporti di forza già evidente negli anni della restaurazione reaganiana e a maggior ragione dopo la scomparsa dell’«Impero del male». Certo, tutto il mondo capitalistico si allineò allora docilmente ai diktat degli «esportatori della democrazia» e viaggiò spedito verso lo smantellamento delle tutele e dei diritti del lavoro subordinato. Ma se i risultati materiali e culturali di decenni di dure lotte operaie furono spazzati via in un batter d’occhio (tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio), ciò non accadde perché una battaglia o una guerra fu onorevolmente perduta. Niente affatto. Quelle conquiste, che nel corso dei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale avevano imposto seri limiti allo strapotere del capitale privato e alle smodate mire di dominio imperialistico degli Stati Uniti: quelle conquiste poterono essere rapidamente e radicalmente cancellate dal corpo e dalla mente delle nostre società perché quella battaglia, quella guerra non fu nemmeno combattuta: perché la quasi totalità di quanti in Europa dirigevano le maggiori organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio semplicemente si arruolarono nell’esercito nemico e – precipitando milioni di persone nella confusione e nella disperazione – presero a predicare le virtù salvifiche della deregulation e delle privatizzazioni, della «flessibilità» e della finanziarizzazione; a teorizzare la necessità di imbracciare le armi per difendere l’Occidente democratico dai nuovi minacciosi totalitarismi; e a fare carte false per ripulire il proprio passato dall’onta delle compromissioni con una storia ormai maledetta. Carte false, anche fuor di metafora: e un caso su tutti mi sembra a questo proposito paradigmatico. Fino agli anni Ottanta a nessuno era saltato in mente di mettere in dubbio che Antonio Gramsci – forse il più originale teorico marxista del Novecento – fosse comunista e leninista: un estimatore entusiasta della rivoluzione bolscevica, un militante disposto a pagare con la vita (come tragicamente avvenne) la battaglia per la liberazione del proletariato e per la costruzione dello «Stato operaio», come ai suoi tempi si diceva. Non solo che lo fosse in gioventù e finché rimase a piede libero, ma anche che lo rimase sino alla fine dei suoi giorni. Poi tutto è cambiato, con una rapidità che ha dell’incredibile. In meno di vent’anni legioni di interpreti e di agguerriti “filologi” hanno demolito, una per una, tutte quelle certezze. Migliaia di pagine limpide e coerenti – monumenti di conoscenza, d’intelligenza, di rettitudine esegetica – hanno mostrato come da giovane Gramsci si sbagliasse sul suo stesso conto (essendo in foro interiore un idealista: un ardente, benché talvolta ignaro, seguace di Croce e soprattutto di Gentile). E hanno svelato – poco importa se i testi dicono tutt’altro – che, senza ombra di dubbio, in carcere l’autore dei Quaderni mutò radicalmente partito, abiurando la malintesa fede e militanza giovanile. Non solo smascherò un infame tradimento ordito a suo danno dai capi del suo stesso partito. Non solo intuì gli «errori e orrori» dello stalinismo, profetizzandone tutte le conseguenze: il «totalitarismo», le purghe, la persecuzione della dissidenza interna; forse persino il pactum sceleris con Hitler e la costruzione di un «sistema imperiale» di alleanze. No, Gramsci comprese anche, tempestivamente (Ernst Nolte ci sarebbe arrivato cinquant’anni dopo), che fascismo e bolscevismo erano in realtà gemelli siamesi: ideologie politiche e sistemi autoritari di potere entrambi afflitti dalla tara tipica della plebaglia – l’idea volgare che tutto ruoti intorno all’economia e alla ricchezza materiale. E per converso scoprì le virtù salvifiche del capitalismo americano e della liberaldemocrazia che giocoforza sorge e si sviluppa sulla base del libero mercato. Profeticamente ravvisò nell’egemonia statunitense il fulcro del nuovo universalismo democratico e, con raro senso dell’opportunità, la scelse senza esitazioni. Del resto perché stupirsi? Non era mica sciocco Antonio Gramsci! Aveva fiuto e buon gusto, sapeva su quali tavoli investire. Era un idealista, certo: ma come filosofo, non come don Chisciotte, e sotto sotto sapeva molto bene (al pari di tanti altri «comunisti» italiani, Togliatti compreso) che da questa parte del mondo si vive incomparabilmente meglio che in quell’altra. Sta di fatto che oggi si è installato un nuovo senso comune e che in Italia nessuno dubita più – potenza dello spirito del tempo – di queste nuove e molto confortanti verità. Ci si è dimenticati delle «assurdità ideologiche» professate tempo fa da una letteratura che oggi non può che apparire faziosa e mendace, complice del nemico (penso, tra i maggiori, a Eugenio Garin e a Nicola Badaloni; a Cesare Luporini, a Valentino Gerratana e a Leonardo Paggi), e si partecipa entusiasti al coro unanime in sintonia coi tempi. Se poi il testo gramsciano resiste, se recalcitra e protesta (può sempre capitare), beh, in questi casi tanto peggio per lui! Non sta forse qui la sapienza dell’interprete, che è affidabile perché riesce a dimostrare che un testo puntualmente afferma ciò che di volta in volta appare tempestivo e profittevole? Anche la filologia può essere piegata a tal fine, al pari dell’arte della citazione ad hoc, dell’omissione, del montaggio e dello smontaggio, del collage. Il punto – per tornare a noi – è che la posta in gioco era ed è in effetti molto alta, e adesso tutto appare chiaro. Gramsci non è soltanto Gramsci, il suo nome abbraccia tutto un capitolo della storia nazionale, coinvolge un’intera comunità politica e di popolo che – così predicava Giorgio Napolitano – dev’essere recuperata alle sfide del riformismo democratico. Gramsci è un fratello (evitiamo epiteti sgradevoli), come i migliori tra noi impegnato anima e corpo nella cruciale battaglia per l’«interdipendenza delle Nazioni libere». Se i fascisti lo considerarono un pericoloso «cervello» comunista e per questo lo fecero marcire anni in galera finché lui ne morì, oggi sappiamo che si trattò di un tragico errore. E che sarebbe lieto, lui per primo, nel sapere che l’Unione Sovietica è stata affondata (abbiamo anche scoperto che fu un ispiratore di Gorbačëv e della perestrojka), che finalmente il comunismo è morto – almeno così pare – e che oggi l’Italia è «un paese normale»: libero, governabile e saldamente inquadrato nell’Occidente democratico. Gramsci, dicevo, è un paradigma, a mio parere il simbolo più chiaro dell’indecente operazione trasformistica alla quale ci è toccato assistere nell’arco degli ultimi trent’anni. – e in questo c’è dell’ironia, considerato che Gramsci vide nel trasformismo una costante della «vita statale italiana» sin dal Risorgimento nonché un ingrediente essenziale delle «rivoluzioni passive», che nel depauperare e inquinare la sinistra politica contribuisce al rafforzamento delle forze centriste e «moderate»: chissà che, riflettendo sulla questione, Gramsci non abbia previsto il suo stesso destino, di oggetto di una mutazione trasformistica, oltre che di acuto analista del fenomeno. (Un caso analogo, in scala minore, concerne uno dei suoi antecedenti, Antonio Labriola – marxista e comunista rivoluzionario tra i primi in Italia, autore di alcuni testi teorici tra i più penetranti – anch’egli puntualmente trasformato nel disilluso teorico della resilienza del capitalismo globale.) Ora, se è importante capire che nemmeno il più rozzo degli schemi deterministici può attenuare la responsabilità di chi, intellettuale o dirigente politico «della sinistra», contribuì e contribuisce tuttora al meticoloso smantellamento di tutte le conquiste ottenute in decenni di aspre lotte sociali e alla dissipazione dell’immenso patrimonio di idee che quelle lotte aveva sostenuto; assolutamente decisivo è comprendere che furono precisamente i tempi e i modi di quella ritirata – non una sconfitta, ma una improvvisa mutazione: una vergognosa metamorfosi che non ha portato con sé soltanto rinunce, privazioni e lutti, ma anche la censura di tutto un passato, la sua denigrazione, la sua riduzione a colpa e a errore – a generare il mondo di oggi: un mondo senza pace né giustizia che, dissolta ogni memoria delle lotte, nega ai giovani anche la possibilità di immaginare un’altra forma di società e una diversa logica delle relazioni tra i popoli. Proprio quest’ultima considerazione racchiude a ben guardare la chiave di un finto dilemma e una prima indicazione di lavoro. Ci si può ingenuamente sorprendere che di tutta questa sconvolgente vicenda nessuno abbia mai parlato né parli: che la si sia subito metabolizzata oppure ignorata, e che ancor oggi, in Italia come in tutta Europa, la si tabuizzi o la si rimuova. Ma forse la ragione è semplice, ed è che il repentino dileguarsi della sinistra «comunista» e «socialista», passata armi e bagagli nelle trincee nemiche, non è affatto dispiaciuto a quanti detengono il monopolio della voce nella sfera pubblica, giornalismo politico e (salve rare eccezioni) ricerca storiografica compresi: perché dunque strapparsi le vesti per la scomparsa di un ospite ingrato? E perché accendere i riflettori su di una vicenda certo ignobile ma andata a buon fine? Se però questo è vero – se è vero anche solo in parte – allora proprio da qui un nuovo ciclo di lotte può prendere avvio: dalla conoscenza dell’accaduto, dal recupero della memoria dispersa, dalla riconquista delle proprie radici e della propria identità storica e politica.
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2 luglio 2026, Nanni Balestrini, alfabeta 2, La scuola delle cose Oggi è il compleanno di Nanni Balestrini, e sicuramente a lui avrebbe fatto piacere festeggiare le sue 91 rivoluzioni attorno al sole ricevendo come dono una doppia buona notizia: il ripristino integrale di tutto l’archivio di «alfabeta2», in rete, all’indirizzo https://alfabetadue.it, e l’uscita di un numero, come sempre monografico, de «La scuola delle cose», dedicato interamente alla sua figura di poeta (https://slowforward.net/2026/07/02/esce-il-n-25-de-la-scuola-delle-cose-nanni-balestrini-poeta/). Nel 2020 «alfabeta2», creazione/reinvenzione balestriniana, dopo dieci anni e circa quattromila post, per un semplice mancato rinnovo del dominio era praticamente scomparsa da Internet; ma grazie al lavoro di recupero dei file di Ludovica Del Castillo e all’intervento di Maria Teresa Carbone e del CentroScritture, oltre che di non pochi sottoscrittori, è ora possibile tornare a consultare e leggerne tutti i materiali. Ulteriori dettagli qui: https://alfabetadue.it/info/. Giunta alla venticinquesima uscita, la rivista cartacea «La scuola delle Cose», pubblicata dall’associazione Lyceum di Gino Di Maggio, offre poi un quadro dell’attività e dell’eredità poetica di Balestrini, in un fascicolo a cura di Luigi Ballerini, con interventi dello stesso curatore e di Gianluca Rizzo, Vincenzo Frungillo, Tommaso Ottonieri, Andrea Cortellessa, Matteo Morea, Ada Tosatti, Giusi Drago, Lorenzo Durante, Michelangelo Coviello, e di chi qui scrive. Tutte le richieste di informazioni possono essere indirizzate alla Fondazione Mudima: info@mudima.net.
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Alcuni testi da Zootropio John Seymour La frase in incipit del secondo frammento qui proposto sembra in qualche modo disegnare con netta fedeltà la natura di Zootropio, suggerendo forse al lettore di vederne le pagine come «piccoli fori di luce [che] illuminano situazioni sparse». Situazioni o soluzioni, o (al contrario) micro-nodi. Le sequenze di prose lavorano – quasi <> – segmenti di cronaca personale e generale, senza nessuna retorica, e il loro semi-gelido sovrapporre schegge diaristiche, minime annotazioni sull’ordinario e l’infra-ordinario, aperture su dimensioni anche ampie di paesaggio (magari tagliate in una specie di collage fotografico) «contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata»: probabilmente, sicuramente, quella in cui siamo. Prima di tutto distingueva le decorazioni granulari in scatole di plastica rotonde, qui la sabbia, qui la ghiaia, qui le rocce. tutto era ridotto alla sua versione infinitesimale. in modo che una polvere finissima fosse la sabbia, la sabbia fosse la ghiaia e la ghiaia fosse la roccia. in una vecchia bustina di filtri ora teneva delle fibre sottili come capelli verdi: erano un’estrema riduzione dei fili d’erba. l’acqua poi, se era mossa come quella di un torrente, era un pezzo di polistirolo tinto di blu e acquamarina. se era una tavola del mare d’agosto, era un cartone dipinto d’azzurro con qualche accenno di bianco lungo la battigia: un piccolo sub dimezzato emerge da una pozza di foglio acetato. pensava alla spiaggia di civitanova nell’estate 2020, al tavolo da quattro attaccato abusivamente alla lunga coda del banchetto battesimale, al photobombing nei ritratti di gruppo e al vino gratis. ricordava il primo incontro con la sacerdotessa. sempre in spiaggia, sempre a una festa. lei era quella che metteva la polvere. ne aveva a secchi in casa, quando usciva se ne riempiva le tasche e andava a metterla in giro, sì, nelle case degli altri. la depositava sulle superfici, aveva un debole per le immagini, le fotografie, da quelle vecchie a quelle più nuove, le cospargeva tutte di uno strato grigino e uniforme. opaco. le davano soddisfazione perché erano facili da controllare e impolverare. le creava invece frustrazione la vastità e varietà di tutte le altre superfici del mondo. uno spazio grande com’è difficile da pulire lo è altrettanto da sporcare. desiderava una grande getta-polvere che le avrebbe facilitato il lavoro. quando vide i modellini di lui finalmente si coronò il suo sogno, poteva impolverare il mondo. bastava cambiarlo di scala. lui avrebbe creato un pezzo di piccolo mondo ogni giorno e lei di seguito lo avrebbe impolverato. piccoli fori di luce illuminano situazioni sparse, simultanee di corpi. il rituale lo prevede, il rituale è celebrativo e senza scopo. si balla sopra al disastro. le lampade si scaldano lentamente, la stanza si tinge di un mattino verde artificiale. fuori è una sagra nella post-industria. fuori è un porto dove a mezzanotte cantano le sirene. fuori si vive in mezzo ai campi attraversati dalle ferrovie. fuori si fa a gara coi treni dal proprio abitacolo in superstrada per essere reciprocamente nell’altrove dell’altro. il giorno dopo, la quiete della dimissione, la risolutezza della diagnosi. lo sfilamento dell’ago. porte automatiche si aprono con delicatezza e volontaria scorrevolezza. il fruscìo delle vie di fuga. un semaforo rosso che ferma nessuno. un semaforo verde che lascia passare nessuno. la segnaletica è un grandissimo accordo tra noi. light impulses, dazzling lights, stroboscopic effects triggers vivid visual patterns in almost everyone. in some subjects it also interfered with their sense of time. mentre saldavi mi dicevi non guardare le scintille. un utero ad accesso collettivo tipo dropbox o airdrop che si schiude come lo sportello di una macchina e ti ci adagi dentro, in posizione fetale, anche se hai quarant’anni, o quattordici. una figlia cattiva fa tutto quello che vuole e non ringrazia e non chiede scusa. hai bisogno di una spina dorsale educata e della capacità di essere un disco rotto con gli spacciatori di confini. sei così testarda, un giorno ti farai male e non dirai niente. su quattro embrioni ne muoiono tre. fuori dalla petri avanza la vita ora esposta alle intemperie. emersa dal liquido amniotico dell’agar agar, si fa strada nell’ambiente atmosferico. prende l’ossigeno e lo trasforma. introduce ed espelle. anidride. l’azoto, l’argon e il pulviscolo adesso ci sono ma non le interessano. nell’aria umida c’è anche l’acqua. si fa così: grammi di vapor d’acqua per chilogramma di aria secca. l’elio invece sta finendo, finirà con la morte del sole ma non le interessa. lei respira e cresce in un barattolo di vetro. al quarto giorno piccola e gialla ha la circolazione doppia e incompleta, mi dorme di fianco. al crescere di tutte e quattro le zampe si sottrae alla mia amicizia che ha il sapore di cattività. salta giù dal letto e sparisce nel buio della casa. continua a non sapere che se si vuole si può liquefare l’aria e che lei è nata da un cilindro di vetro. ma non le interessa, ora gracida la notte dal fondo di un mobile antico. sull’aereo di ritorno elimini i doppioni dalla galleria. il campetto da calcio, la disposizione delle luci nel parcheggio dell’ipermercato. ora sono poco importanti, solo contribuiscono a un grande disegno baluginante di città innervata. palermo punta raisi, palermo campofelice, palermo rottamazioni, palermo terrecotte all’ingrosso. lungo il viaggio sfocare la vista e incrociare gli occhi. trovare un modo per non esserci. indovinare le parole come perline su un filo di nylon, su un cavo dell’alta tensione. prevedere le coincidenze e capire il perché degli incidenti. nel pieno della mia onda verde. un non detto espresso sotto forma di tante piccole somatizzazioni. una massa minuta e dura al tatto, una calcificazione sul retro del collo a ridosso del vago. forse è una ciste di denti e capelli appartenenti a un’altra me su cui io ho prevalso. sono state trovate chiavi con portachiavi a gufetto azzurro chiavi con portachiavi tipo uncinetto a cuore rosso chiavi con portachiavi in pelle, a forma di borsetta chiavi con portachiavi pacman giallo chiavi con portachiavi di metallo metà angelo metà diavoletto sono state perse chiavi con portachiavi a forma di cuore rosa chiavi con portachiavi con cane di peluches chiavi con portachiavi fascetta rossa di as roma chiavi con portachiavi a forma di casetta chiavi con portachiavi con il nome karen chiavi con portachiavi a fiore giallo chiavi con portachiavi raffigurato spiderman chiavi con portachiavi rosa rotto a metà chiavi con portachiavi in gomma joystik della xbox chiavi con portachiavi di mickey mouse chiavi con portachiavi a forma di lupetto stilizzato chiavi con portachiavi vistoso fucsia con degli strass e la scritta hollywood chiavi con portachiavi angioletto e un ossicino chiavi con un elastico di capelli colore rosa chiavi con portachiavi cornetti rossi e un pupazzetto tigre marrone con righe nere chiavi con portachiavi a forma di tartaruga verde chiavi con portachiavi a forma di cane chiavi con un nastro rosso chiavi con portachiavi gucci argento chiavi con portachiavi con scritto los angeles chiavi con portachiavi a ranocchia di peluche chiavi con portachiavi a forma di stella rossa morbida e grande Beatrice Zito (Pescara, 1997) vive a Zurigo. Nel 2025 ha pubblicato la sua prima raccolta Zootropio (Pungitopo Editore). Alcuni suoi testi sono apparsi su Almanacco Murmur (Paint It Black Publishing) e Minima. Il suo lavoro è stato esposto in diverse mostre, tra cui: Look Deeper and Eventually You’ll Find Nothing (Galerie Studiohomeawareness, Milano, 2025); Uncanny Valley (Palazzo Bronzo, Genova, 2024); Double Fictions (SAME Gallery, Tokyo, 2024). Si ringrazia qui l’editore e l’autrice per aver concesso questi estratti dal libro (https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo) (Pungitopo, coll. «remedia», 2025: https://www.pungitopo.com/poesia1.html#zoo)
- scienza e politica
dossier italia Sul recente rapporto capitale/lavoro in Italia Le trasformazioni che hanno attraversato i processi produttivi e il mondo del lavoro in Italia negli ultimi decenni dipendono da fenomeni molteplici e spesso eterogenei. Parlarne, significa rintracciare le tendenze di fondo del capitalismo mondiale e osservarne le declinazioni nel contesto italiano. Il tentativo sarà quello di condurre un’analisi delle tensioni del rapporto capitale/lavoro, delle modalità con cui si è via via delineata una strategia volta a parcellizzare ed esautorare una classe operaia che a cavallo degli anni ’60 e ’70 aveva raggiunto l’apice della sua capacità antagonista. Perché è proprio a partire da questa risposta del capitale, nonché dei suoi successivi sviluppi, che possiamo comprendere lo stato di cose presente. Questo accumulo di potere operaio trovava le sue premesse nella configurazione socio-economica propria del capitalismo industriale: da un lato, l’applicazione dei principi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dall’altro, le politiche di welfare che suggellavano il compromesso fordista. È in questo scenario che emerge dapprima la figura dell’operaio massa e successivamente quella dell’operaio sociale. La prima designa l’operaio dequalificato, anello di una catena di montaggio che ha espropriato il suo sapere incorporandolo nelle macchine. È l’operaio comune che popola in particolare le grandi fabbriche del nord Italia, protagonista dell’autunno caldo del 1969. Per spezzare l’espressione di questa soggettività conflittuale consolidata nell’unità di luogo e tempo che era la fabbrica e che con il rifiuto del lavoro rompe la centralità della stessa, il capitale ristruttura la produzione e estende la propria logica al resto della società alla ricerca di nuove forme di valorizzazione. Alcuni frammenti della produzione vengono delocalizzati, vengono introdotte precarietà e flessibilità, si cercano nuove forme di valorizzazione nel sapere diffuso nella società. Si creano quindi le condizioni di emergenza dell’operaio sociale, figlio della terziarizzazione dell’industria e della proletarizzazione del lavoro intellettuale, nonché del riconoscimento della centralità dei processi di cooperazione e riproduzione sociale (cruciali i contributi del femminismo) nelle pratiche di valorizzazione del capitale1. Se con il concetto di operaio sociale si tentava di dare contezza di una nuova composizione di classe che si stava sviluppando in seno alle contraddizioni del capitalismo italiano (e mondiale), allo stesso tempo questa figura prende forma all’interno della tensione dialettica tra la scomposizione di classe operata dal capitale e la ricomposizione di una classe ormai diffusa in quella disunità di luogo e tempo che è la metropoli. Se parliamo di scomposizione e ricomposizione è proprio perché la composizione tecnica – la classe come forza-lavoro all’interno dei rapporti di produzione capitalistici – e la composizione politica – la soggettività di classe coi suoi bisogni materiali, la sua cultura e i suoi desideri – si ridefiniscono profondamente. Le strutture produttive si ridimensionano (anche a causa della minaccia di recessione dovuta alla crisi petrolifera del ’73) e viene data maggiore importanza alla professionalità operaia creando divisioni all’interno della classe (con la complicità dei sindacati). Risulta, infine e infelicemente, fondamentale il ruolo del Pci nel promuovere un’idea di sviluppo delle forze produttive alleate tra di loro che si riassume in un condensato di austerità e sacrifici, senza perdere incidentalmente l’occasione di criminalizzare il dissenso proveniente dall’area politica della sinistra extra-parlamentare. L’avvento dell’operaio sociale sarà quindi più la prefigurazione di nuove figure del lavoro che si concretizzeranno sociologicamente negli anni a venire che l’emergenza di una forza antagonista in grado di esprimere quella conflittualità operaia a cui si faceva riferimento poc’anzi. Il processo massiccio e duplice di ristrutturazione della produzione e di repressione dei movimenti sociali ci consegna una fase di riflusso in concomitanza con la ridefinizione dei processi di accumulazione del capitale a livello mondiale. È a quest’altezza che, con la crisi del fordismo, si apre la fase cognitiva del capitalismo. Le lotte operaie dei decenni precedenti avevano messo in discussione l’organizzazione rigida e automatizzata del lavoro derivante dal taylorismo, favorendo l’espansione del salario sociale (pensione, indennità ecc.) e dei servizi del welfare, rendendo sempre meno sostenibile – nell’ottica del capitale, beninteso – il costo di riproduzione della forza-lavoro. E mentre il vincolo salariale si allentava, il livello medio della formazione e della qualificazione della popolazione aumentava, creando progressivamente una condizione di intellettualità diffusa all’interno delle società occidentali2. Si creano così le condizioni per cui tanto la conoscenza quanto le capacità cognitive, affettive e relazionali della forza-lavoro si ritrovano sempre più al centro dei processi di valorizzazione e accumulazione capitalistica. È ormai fatto noto che i beni immateriali (dalle competenze ai brevetti passando per database, processi operativi, marchi e metodologie di lavoro) costituiscano una componente critica dei processi produttivi3. Basti pensare che oggi gli asset intangibili rappresentano il 92% della capitalizzazione di mercato delle 500 società più grandi quotate negli Stati Uniti (indice S&P 500)4. Ma la valorizzazione va ben aldilà delle mura aziendali e delle professioni specialistiche, tecniche e intellettuali (quasi il 40% degli occupati in Italia nel 20235). Implica anche una serie di fenomeni del tutto diversi: l’estrazione dei dati degli utenti online (preferenze, utilizzo, interazioni) per fini pubblicitari, l’appropriazione dei digital commons (software libero e open source), il cosiddetto «lavoro del consumatore», la mercificazione di risorse personali e del proprio tempo libero (sharing economy), così come il lavoro di cura non retribuito che in Italia, oltre a poggiare largamente sulle spalle delle donne (71%) e a essere una componente fondamentale del welfare, si stima generi un valore pari a 473,5 miliardi di euro se convertito in termini monetari (equivalente al 26% del Pil nazionale)6. La centralità dei saperi e dei beni immateriali nel processo di creazione di valore rappresenta una nuova sfida per la logica del capitale. Se la catena di montaggio aveva permesso di spossessare l’operaio di mestiere della propria professionalità specifica, la crescente qualità cognitiva della forza-lavoro richiede strategie adatte a tale novità storica. Perché ogni residuo di attività cognitiva in mano alla classe lavoratrice rappresenta una duplice minaccia: a) l’incertezza dell’esecuzione del contratto di lavoro tramite il quale si acquista semplicemente del tempo di messa a disposizione della forza-lavoro, ben diverso è assicurarsi che questa si traduca in un pieno impiego delle proprie capacità fisiche e mentali; e b) la possibilità di un’organizzazione autonoma della classe lavoratrice, ovvero la capacità di liberarsi del comando capitalista nei processi di produzione e riproduzione sociale. Oltre alla sopracitata organizzazione scientifica del lavoro, il capitale ha storicamente risposto (una volta preso atto dell’ineliminabile indocilità del lavoro vivo) a questo pericolo cercando o di fare presa sulla soggettività dell’individuo o di liberarsi dei vincoli del rapporto salariale. A tal proposito, sono stati messi in campo nuove forme di dipendenza e sfruttamento e nuovi dispositivi di estrazione del valore tramite la finanza e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Mantenendo al centro della nostra ricostruzione il rapporto capitale/lavoro in Italia possiamo osservare in particolare due trasformazioni che hanno prodotto nuove strutture organizzative volte a produrre e a catturare valore: l’impresa post-fordista e le piattaforme. L’impresa post-fordista e le pratiche di management delle risorse umane Il passaggio al post-fordismo si iscrive pienamente nell’inaugurazione della stagione neoliberale e delle sue parole d’ordine: fare della concorrenza il perno dell’organizzazione socio-economica e dell’impresa il modello antropologico di riferimento. Dal punto di vista discorsivo, l’affermazione di concetti operativi quali quelli di capitale umano e merito7 ha informato le direzioni prese dalle politiche pubbliche (esemplare la nuova denominazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito), creando contemporaneamente il substrato per nuovi processi di soggettivazione centrati sulla colpa, sulla responsabilità individuale e sull’interpretazione della propria esistenza in termini di investimento continuo su di sé. Rimuovendo chirurgicamente ogni ragionamento sul ruolo delle condizioni socio-economiche di partenza nella definizione delle traiettorie professionali, ha preso il largo una concezione che fa del singolo individuo il solo responsabile della propria riuscita in ambito lavorativo. Se ognuno è portatore sano del proprio capitale umano in quanto insieme di competenze e capacità di ogni tipo (siano esse tecniche o le tanto famigerate soft skills) che è in grado di mettere a disposizione in cambio di una retribuzione, l’esito della propria vita professionale determinerà sempre più il giudizio sulla propria esistenza sociale. L’idea, ormai luogo comune lungo tutto il percorso di formazione scolastico e non, secondo la quale ogni conoscenza ed esperienza è pretesto di valorizzazione di sé – l’idea cioè che si sia tutti in un qualche modo imprenditori di se stessi – costituisce la condizione di possibilità per sollecitare l’implicazione della forza-lavoro e diffondere una cultura del lavoro a tempo determinato mal (o non) retribuito in cambio di opportunità di crescita umana e professionale. L’impresa post-fordista, nella fattispecie, risponde a due esigenze fondamentali. Rendere flessibili i processi produttivi e la forza-lavoro. La ragione? Comprimere i costi e rispondere repentinamente alla competizione su scala globale. La ratio? Il toyotismo8, il cui modello produttivo è il sistema just in time (Jit) che consiste nello sforzo continuo di far combaciare domanda e offerta, di seguire l’andamento del mercato e le preferenze del cliente. Il salto è rilevante e segna la rottura col paradigma taylorfordista, basato sulla produzione di massa che trainava la propria domanda. Ora è la volatilità del mercato a dettare tempi, obiettivi e forma del processo produttivo. Ne consegue l’eliminazione di eccedenze e tempi morti: tutto ciò che è improduttivo va rimosso e la gerarchia si riconfigura verso maggiore collaborazione e polivalenza. È un equilibrio dinamico, fragile, che richiede l’azione corale e qualitativa dei dipendenti. L’obiettivo è disinnescare la conflittualità operaia e promuovere lo spirito d’impresa, così che i lavoratori si sentano parte integrante dell’organizzazione e vi contribuiscano con tempo, creatività ed energie. L’individualizzazione dei rapporti di lavoro e lo smantellamento delle tutele diventano imprescindibili in virtù di dinamiche di mercato imprevedibili che rendono la produzione non più programmabile nel lungo periodo. Ne consegue un’incompatibilità assoluta tra valorizzazione capitalistica e stabilità del quadro normativo del diritto del lavoro. Vanno trovate qui le ragioni delle varie riforme del mercato del lavoro (tra le più note: Pacchetto Treu, Riforma Biagi e Jobs Act) che dagli anni ’90 in Italia hanno tentato di introdurre maggiore flessibilità creando nuove tipologie di lavoro (a contratto, a progetto, interinale ecc.). Si è affidata al mercato l’allocazione ottimale della forza-lavoro, deresponsabilizzando le imprese, con l’intento di proporre prezzi più competitivi sul breve periodo comprimendo il costo del lavoro per unità di prodotto9. Diventa difficile conciliare, da un lato, l’esigenza di disinnescare l’antagonismo operaio e di legare l’individuo all’impresa, e, dall’altro, il progressivo venir meno di garanzie e tutele per il lavoratore costretto ad adeguarsi all’aleatorietà degli andamenti economici e tenere viva la produzione di profitto. Insomma, se il lavoro è sempre più flessibile e precario come far sì che il soggetto aderisca all’impresa dedicandovi la maggior parte del proprio tempo e delle proprie energie? Come rendere possibile una forte implicazione psicologica in una struttura fragile e temporanea da cui si rischia di essere esclusi in qualsiasi momento? Del resto, parliamo pur sempre di un Paese in cui negli ultimi trent’anni le occupazioni a tempo determinato sono passate dal 5 al 17%, l’adesione sindacale dal 39 al 32% e le retribuzioni reali sono diminuite dell’8% se deflazionate con i consumi privati10. L’ambito della gestione delle risorse umane – vero e proprio smooth operator del contrattacco del capitale contro il lavoro – ha sviluppato un ricchissimo arsenale di strumenti, strategie e approcci volti a incardinare la soggettività dell’individuo alla cultura aziendale. La finalità è fare della performance lavorativa il filtro attraverso cui conoscersi e sviluppare la propria personalità. Da cui la panoplia di dispositivi di valutazione, e di pratiche di counseling, mentoring, o coaching. La nozione di contratto psicologico11 rappresenta in tal senso un esempio particolarmente significativo. Se il contratto giuridico vincola formalmente il lavoratore, ciò che in esso non è prescritto sono la volontà, l’attitudine, l’intenzione di adempiere al proprio obbligo sfruttando al meglio le proprie capacità e divenendo così una risorsa significativa per l’impresa: si costringe così l’individuo a costruire un rapporto con se stesso centrato sul proprio capitale umano, sulle proprie motivazioni, a partire da una storia personale e professionale in cui rinvenire l’insieme delle proprie capacità e potenzialità. L’obiettivo? Essere più efficaci, performanti, flessibili. Il mezzo? Lo sviluppo personale nella forma dell’investimento su di sé. Si trova riscontro di ciò, ad esempio, in un volume di recente pubblicazione dedicato alla questione della valorizzazione del capitale umano12. La competenza è innanzitutto «competenza a vivere, cioè la nostra complessiva, complessa, globale abilità cognitiva e affettiva di essere e stare nel mondo, di trovare il nostro posto e fare il nostro cammino». Ma ancor più emblematico è quanto viene affermato poco dopo: non solo «dalla competenza a vivere» si passa alla «competenza manageriale e professionale», ma la prima costituisce «una parte fondamentale di quella teoria del soggetto che è, insieme, necessaria e fondante per dare un senso alla persona come asset fondamentale del successo delle organizzazioni, del loro apprendimento e, in definitiva, del loro sviluppo». Non basta più cedere la propria forza-lavoro, bisogna dimostrare l’inerenza tra le proprie convinzioni, la propria attitudine – uno specifico savoir-faire e savoir-etre – e l’organizzazione aziendale. La risorsa umana e il suo attaccamento diventano le nuove scommesse del capitale per indorare la pillola dello sfruttamento e rilanciare l’estrazione di plus-valore. Le piattaforme e il loro impatto sul mercato del lavoro Dal canto loro, le piattaforme rappresentano l’altra grande novità in termini di organizzazione della produzione e di appropriazione del lavoro altrui ed emergono da una crisi prolungata dell’accumulazione capitalistica. A cavallo degli anni Duemila, i tassi di investimento crollano, i guadagni di produttività ristagnano e gli investimenti tradizionali non rendono più13. I capitali si riversano altrove, verso scommesse più rischiose ma con prospettive di rendimento più elevate: le startup tecnologiche. Il modello economico delle piattaforme presenta alcune caratteristiche (asset intangibili, effetti di rete e costi marginali molto bassi) che favoriscono una crescita estremamente rapida creando spesso situazioni di «winner take all», dove l’attore che riesce a imporsi sulla concorrenza finisce per dominare il mercato imponendo le proprie regole. Da un punto di vista organizzativo, si sfaldano le frontiere tra azienda e mercato: se la teoria economica ha tradizionalmente interpretato la necessità dell’impresa, per ridurre i costi di transazione e coordinare in maniera più efficiente la forza-lavoro tramite la sua integrazione verticale e gerarchica all’interno della produzione, con il modello della piattaforma diventa possibile disciplinare il lavoro senza internalizzarne i costi. Diventa possibile cioè esternalizzare sempre più funzioni e processi liberandosi del fardello del rapporto salariale pur mantenendo il controllo sull’attività. Un controllo sempre più impersonale reso possibile da tutta una serie di dispositivi algoritmici di direzione, notazione e valutazione con un’ulteriore flessibilizzazione del rapporto lavorativo e una compressione delle retribuzioni. In particolare, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha pubblicato nel 2021 un rapporto sulle piattaforme digitali e le condizioni di lavoro nei Paesi del G20. Qualche cifra per dare un’idea delle proporzioni e dell’impatto sull’economia e sul mercato del lavoro: nell’ultimo decennio, il numero delle piattaforme è quintuplicato, e benché ufficialmente il numero dei dipendenti sia sempre abbastanza ridotto rispetto alla cifra d’affari, i prestatori di servizio che hanno svolto una qualsivoglia attività intermediata da una piattaforma si stima siano intorno ai 66,8 milioni. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di giovani lavoratori, a bassa qualificazione e molto spesso appartenenti alla popolazione immigrata. Il rapporto racconta di un orario di lavoro settimanale molto elevato (70 ore) e redditi bassi (tra 1,10 e 5,30 dollari l’ora) e mette in luce condizioni di lavoro precarie e irregolari, con fortissime difficoltà di accesso alla protezione sociale14. L’Italia non fa eccezione. Secondo i dati INAPP del 2024, sono circa 690.000 le persone tra i 18 e i 74 anni che hanno realizzato un guadagno tramite piattaforma, consegnando pacchi o pasti, vendendo beni, affittando case o offrendo servizi di cura15. Tuttavia, questa inclusione nel mercato del lavoro si accompagna a processi di frammentazione, individualizzazione e precarizzazione, dove il management algoritmico sostituisce la cooperazione e la contrattazione collettiva con una pressione continua sulle performance individuali che mette i lavoratori in competizione tra di loro. Non è un caso se la Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl (Glovo Italia) et Deliveroo Italy srl con l’accusa di «caporalato digitale», la formulazione più appropriata per riassumere il sistema di coordinazione e sfruttamento del lavoro delle piattaforme di food delivery. Si contano circa 40 mila fattorini in tutta Italia: la maggior parte lavoratori migranti che, spesso privi di permesso di soggiorno, finiscono per dedicarsi a quest’attività in assenza di alternative accettando paghe inferiori del 76,5% rispetto alla soglia di povertà assoluta e del 90% rispetto alla contrattazione collettiva16. La subordinazione implicata nel sistema di gestione algoritmico viene dissimulata facendo appello all’apparente autonomia dei riders, ma risulta presto evidente che il funzionamento della piattaforma, così come il livello della retribuzione, l’impossibilità di rimediare un impiego migliore e la necessità di trovare una fonte pur minima di reddito creino le condizioni per l’instaurazione di un rapporto di fortissima dipendenza. Le politiche migratorie del governo italiano hanno largamente favorito la demoltiplicazione di situazioni di clandestinità e di marginalizzazione rendendo questi soggetti particolarmente vulnerabili e disposti a integrare segmenti produttivi non regolamentati. L’accettazione forzata di condizioni di lavoro estremamente degradanti ha avuto e continua ad avere un impatto maggiore sulla loro salute psico-fisica. Se ritorniamo per un attimo al fenomeno nella sua generalità possiamo quindi affermare che le piattaforme, spesso presentate come superfici di intermediazione tra due gruppi di clienti (siano essi consumatori o organizzazioni), si strutturano piuttosto come vere e proprie infrastrutture in grado di estrarre e valorizzare dati, attività umane e conoscenze. Attraversano e codificano le interazioni sociali, analizzano le tracce lasciate dagli utenti per trasformarle in un prodotto monetizzabile. Ma non solo: la portata infrastrutturale delle Big Tech può essere compresa anche all’interno di una storia più lunga, in riferimento all’urgenza di ristrutturazione mondiale del capitale che trova nella logistica uno dei suoi vettori principali. Per rompere la centralità operaia diventa necessario accelerare la circolazione di merci e persone e delocalizzare le fabbriche nelle ex colonie frammentando la produzione. È anche a partire da questo processo, quindi, che l’ascesa delle Big Tech ha potuto realizzarsi17 con una compenetrazione sempre più stretta tra infrastruttura materiale e virtuale. Amazon è un caso emblematico: non una semplice piattaforma di e-commerce ma un attore che integra servizi finanziari, di cloud computing (Amazon Web Services) e di crowdsourcing (Amazon Mechanical Turk) i quali permettono di ridefinire la divisione cognitiva del lavoro e la sua articolazione con la divisione tecnica a livello globale. Nella fattispecie, l’esplosione del settore della logistica si evince anche dal fatto che esso rappresenta una buona porzione della domanda di lavoro in Italia (un quinto delle offerte di lavoro nel 202418). Va tenuto conto inoltre che si tratta spesso e volentieri di lavoro temporaneo19, ottenuto tramite agenzie interinali, dalla durata di qualche mese con a volte rinnovi anche solo di una manciata di giorni. Nei magazzini Amazon, ad esempio, un’organizzazione ferrea del lavoro disciplina le azioni dei lavoratori rievocando gli spettri di un taylorismo digitale20 in grado di coordinare capillarmente ogni loro gesto, misurarne il tempo e sorvegliare senza soluzione di continuità la loro attività. Ritroviamo qui un connubio di strategie vecchie e nuove la cui efficacia aumenta esponenzialmente se combinate con la capacità di calcolo e di trattamento in tempo reale delle tecnologie di punta del cloud computing. Abbiamo qui una variazione sul tema del macchinismo e dell’automazione la cui funzione era già stata definita da Marx nel Capitale (Sezione IV, capitolo 11) in termini di direzione, mediazione, sorveglianza e, non da ultimo, profitto. Conclusione Questa ricostruzione ha permesso di evidenziare schematicamente in che modo, negli ultimi decenni, il capitale ha tentato di rilanciare i processi di valorizzazione e accumulazione a partire dalla crisi sociale del fordismo. La controffensiva al lavoro, in quanto unica fonte di plusvalore, ha preso strade via via più sofisticate. In particolare: aggirare il rapporto salariale elaborando forme contrattuali atipiche, incastrare la soggettività della forza-lavoro nel ruolo di imprenditrice di se stessa e di risorsa umana per l’impresa, e infine adoperare le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per affinare l’organizzazione scientifica del lavoro. In tutto cio, lavorare in Italia oggi significa anche rischiare di perdere la vita (solo nel 2025 ci sono stati quasi tre morti sul lavoro al giorno21), finire vittima del caporalato (in particolare la popolazione migrante) e vivere quotidianamente la disuguaglianza di genere che si traduce, tra le altre cose, in un tasso di occupazione femminile e un livello dei salari sensibilmente più bassi (nonostante la percentuale di laureate sia più elevata rispetto a quello dei laureati) e in una maggiore esposizione all’instabilità occupazionale22. Ma come trarre un bilancio da una situazione così composita, da un quadro desolante in cui vecchie e nuove forme di sfruttamento del lavoro convivono, in cui problemi strutturali quali razzismo e sessismo persistono e in cui, quella che un tempo poteva essere definita classe operaia, è a tal punto segmentata da non riuscire più a trovare un terreno comune di lotta al di là di contenute conquiste settoriali? È cercando una risposta a questa domanda che il metodo operaista della conricerca diventa il punto di partenza per ricomporre i frammenti di questa scomposizione di classe. Sono i contributi che fanno dell’inchiesta operaia il metodo privilegiato di conoscenza della condizione della classe lavoratrice a fornire ausilio per una ricomposizione, almeno teorica, di quella stessa classe. E lo sono quelle stesse forme di organizzazione e di lotta che, esprimendosi conflittualmente, producono la realtà della propria capacità politica. Ne sono un esempio le inchieste del collettivo di ricerca Into the Black Box, che ha seguito negli ultimi anni le lotte dei lavoratori della logistica in Italia approfondendo il ruolo dei sindacati di base, il ricorso allo sciopero come pratica di blocco dei flussi di merci nonché la composizione di classe della forza-lavoro. Lo sono altrettanto le analisi del management delle risorse umane, del precariato cognitivo e le prospettive femministe sul lavoro di riproduzione sociale. Sono tutti frammenti di una composizione tecnica e politica a geometria variabile volti a rinvenire un sostrato comune, un piano in cui concatenare figure del lavoro eterogenee. Questo piano è oggi eminentemente sociale, in quanto è già al livello della cooperazione e riproduzione sociale che avviene l’estrazione di valore. Come abbiamo visto, tutta un’impalcatura discorsiva, giuridica, materiale e tecnologica è stata allestita per rendere possibile la sussunzione generalizzata al capitale della vita in società a vari livelli: tracce digitali, abitudini e interazioni sociali, differenze di genere, capacità cognitive e affettive, saperi, competenze personali e relazionali, origini geografiche, valori, idee, produzioni artistiche e culturali. Tutto può essere mercificato o qualificare la forza-lavoro come merce definendone la posizione all’interno della divisione internazionale del lavoro e il contributo specifico ai processi di valorizzazione e accumulazione capitalistici. È l’assiomatica del capitale, cioè l’imperativo della sua riproduzione infinita, che ripartisce ruoli e funzioni e determina le forme di riproduzione della forza-lavoro. In questo senso, integrare al quadro di riferimento operaista la nozione di composizione sociale permette di rendere conto di questa produzione diffusa della classe in quanto classe sociale, non più chiaramente identificabile in riferimento a una composizione tecnica e politica omogenea. Con questo nuovo concetto si intende il modo in cui la classe lavoratrice è prodotta, oggi più che mai, in quanto tale prima di varcare le soglie del posto di lavoro. Questo passaggio avviene in funzione del fatto che essa è costretta a vendere la propria forza-lavoro per una retribuzione che sarà impiegata in tutta una serie di attività riproduttive e di consumo, anch’esse ormai preda di processi estrattivi. Il concetto di composizione sociale può diventare quindi uno strumento utile per «comprendere i lavoratori fuori dal posto di lavoro» 23 e tessere le fila di un discorso di classe, laddove il capitale ha operato per disintegrarne l’unità tecnica e politica. Il trait d’union è in fondo la partecipazione comune alla logica del capitale, una logica globale a cui si è sottoposti secondo gradi anche molto diversi di visibilità e di violenza. Da questo punto di vista, le mobilitazioni per Gaza del più recente autunno italiano evidenziano un fenomeno di più ampio respiro. Nel momento in cui l’economia politica del genocidio si è rivelata totalmente inerente alle dinamiche del capitalismo mondiale e differenti categorie socio-professionali hanno toccato con mano la complessa rete di rapporti sociali di produzione che le lega alle vicende del popolo palestinese, è stato possibile bloccare un paese intero con livelli di partecipazione inediti per la nostra più recente storia politica. La capacità di coordinamento dei sindacati di base (Usb) è stata fondamentale, e la Cgil non ha potuto far altro che accettare il nuovo rapporto di forza tramite la propria adesione, benché tardiva, allo sciopero. Tra studenti, dipendenti pubblici, operai e lavoratori migranti, un ruolo decisivo è stato quello dei lavoratori della logistica, in particolare dei portuali, che con i loro picchetti hanno dato un segnale forte di rottura rifiutandosi di spedire materiale bellico verso Israele. Ognuna di queste soggettività ha trovato nell’esacerbazione delle contraddizioni del capitalismo un terreno comune di lotta. La sua espressione si è fermata a manifestazioni di una coscienza di classe incipiente (il boicottaggio e lo sciopero) senza sfociare finora in una vera e propria forza politica organizzata, e quindi oppositiva, in grado di dare un seguito a quelle giornate. Resta in ogni caso un precedente prezioso in termini di coordinazione e organizzazione dell’Unione sindacale di base e di mobilitazione generale in senso anticapitalista, tanto più che l’imperialismo americano sembra avere ormai definitivamente scelto la via della guerra per rilanciare i processi di accumulazione del capitale. Il fantasma di un’economia di guerra rende sempre più evidente la logica suicidaria del modo di produzione capitalistico e di fronte alla degradazione delle condizioni di vita e di lavoro di una larghissima parte della popolazione lo Stato italiano rafforza la propria svolta autoritaria per reprimere ogni forma di protesta – dal cambiamento climatico all’abolizione dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) passando per la difesa degli spazi occupati. Alla luce di tutto ciò, l’unica diagnosi che in conclusione questo contributo può modestamente proporre è che uno sforzo teorico e politico di ricomposizione di classe è più che mai urgente e necessario. Note 1 A. Negri, Dall’operaio massa all’operaio sociale. Intervista sull’operaismo. Verona, ombre corte, 2024. 2 C. Vercellone e A. Di Stasio, La nuova articolazione tra tempo di lavoro e tempo libero nel capitalismo cognitivo. Un approccio marxo-braudeliano, «Rivista critica di diritto privato», 41 (2023), 3, pp. 363-390. 3 L. Demmou, G. Franco e I. Stefanescu, Productivity and finance: the intangible assets channel - a firm level analysis, OECD Economics Department Working Papers, No. 1596, OECD Publishing, Paris, 2020, https://doi.org/10.1787/d13a21b0-en. 4 https://www.prnewswire.com/news-releases/ocean-tomo-releases-2025-intangible-asset-market-value-study-results-302686446.html. 5 Istat, Rapporto annuale 2024. Capitolo 2: I cambiamenti del lavoro: tendenze recenti e trasformazioni strutturali, https://www.istat.it/wp-content/uploads/2024/05/Capitolo-2.pdf. 6 https://www.repertoriosalute.it/il-valore-nascosto-del-lavoro-di-cura-in-italia-il-rapporto-oil-federcasalinghe-2025/. 7 M. Boarelli, Contro l’ideologia del merito, Bari-Roma, Laterza, 2019. 8 Per chi volesse approfondire si rimanda al volume scritto dal direttore dello stabilimento e ideatore di tale sistema produttivo: T. Ohno, Toyota Production System. Beyond Large-Scale Production, Cambridge, Productivity Press, 1988; trad. it., Lo spirito Toyota, Torino, Einaudi, 1993. Per una delineazione essenziale del modello Toyota si veda l’ottima introduzione all’edizione italiana di Marco Revelli. Precisiamo che il modello toyotista in Italia si è piuttosto affermato nel terziario, e meno nell’industria. 9 G. Travaglini e A. Bellocchi, Il mercato del lavoro italiano 30 anni dopo: più occupati, più precari, più poveri, «Eticaeconomia», 13 maggio 2024, https://eticaeconomia.it/il-mercato-del-lavoro-italiano-30-anni-dopo-piu-occupati-piu-precari-piu-poveri/. 10 Ibidem. 11 M. Nicoli e L. Paltrinieri, Il lavoro come produzione di sé. Per una genealogia del contratto “psicologico”, «Psiche», 2, 2017, pp. 571-588. 12 A. M. Castellano (a cura di), Valorizzare il capitale umano. Persone, team, organizzazioni, Milano, Egea, 2019, p. 9. 13 R. Brenner, The economics of global turbulence: the advanced capitalist economies from Long Boom to Long Downturn, 1945–2005. New York, Stati Uniti, Verso, 2006. Secondo Brenner, la stagnazione odierna nasce dai cambiamenti dell’industria globale seguiti alla Seconda Guerra Mondiale, con la diffusione delle tecnologie americane. L’aumento della capacità produttiva mondiale ha saturato i mercati dei beni manifatturieri e troppa offerta ha fatto crollare prezzi e profitti. Così gli investimenti sono confluiti verso i mercati finanziari, più redditizi. Il dibattito su questa tesi è stato recentemente riacceso da Seth Ackerman e Aaron Benanav. 14 OIT, «Digital platforms and the world of work in G20 countries: Status and Policy Action». Paper prepared for the Employment Working Group under Italian G20 Presidency, 2021. https://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/---dgreports/---cabinet/documents/publication/wcms_814417.pdf. 15 https://www.aise.it/il-paese/nuove-norme-per-gig-economy-e-lavoro-in-piattaforma-inapp-presenta-il-report-platform-work-e-crisi-del-lavoro-salariato/227985/139. 16 A. J. Avelli, Food delivery, il caporalato digitale come incubatore di sfruttamento strutturale. Una vittoria ci salverà?, «Effimera», 7 marzo 2026 https://effimera.org/food-delivery-il-caporalato-digitale-come-incubatore-di-sfruttamento-strutturale-una-vittoria-ci-salvera-di-angelo-junior-avelli/. 17 N. Cuppini, Il paradigma Big Tech. Una genealogia tra contro-rivoluzione, spazi metropolitani e lotte, «Into the Black Box», 2 aprile 2026, https://www.intotheblackbox.com/articoli/il-paradigma-big-tech/. 18 https://www.corriere.it/economia/trasporti/25_ottobre_30/lavoro-un-annuncio-su-5-in-italia-e-nella-logistica-cresce-la-domanda-per-profili-specializzati-e-competenze-green-e-cyber-99094782-f6d8-4c00-ac5f-1080cb560xlk.shtml. 19 https://www.ilsole24ore.com/art/servizi-logistica-e-commercio-settori-cui-arriva-oltre-meta-offerte-lavoro-temporaneo-AHXtyGRB. 20 F. S. Massimo. Spettri del taylorismo. Lavoro e organizzazione nei centri logistici di Amazon, «Quaderni di rassegna sindacale 3», 2019, pp. 85-102, https://www.futura-editrice.it/wp-content/uploads/2019/11/Qrs_3-2019_Francesco-SABATO-MASSIMO.pdf. 21 https://www.ilfattoquotidiano.it/2026/02/03/morti-sul-lavoro-incidenti-dati-inail-2025-studenti-alternanza-news/8278860/. 22 INAPP, Rapporto annuale sul mercato del lavoro e politiche di genere (Gender policy report), dicembre 2025, https://oa.inapp.gov.it/server/api/core/bitstreams/8d79510c-3a61-454f-b794-f8e89e8fd956/content. 23 L. Feltrin, Inchiesta operaia e composizione di classe, «Issue 1: No Politics Without Inquiry», 29 gennaio 2018, https://notesfrombelow.org/article/inchiesta-operaia-e-composizione-di-classe. Filippo Greggi è dottorando in Economia all’Università Sorbonne Paris Nord. Durante le sue ricerche si è occupato della questione della soggettività nel neoliberismo e dell’economia politica del comune. Nella sua tesi studia il ruolo delle piattaforme cooperative e dei digital commons nel settore del cloud computing come modalità di riappropriazione delle infrastrutture digitali da parte di utenti e lavoratori.
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Ho solo bisogno di noi Tre magiche autobiografie Ho solo bisogno di noi. Rosso di Mària. Clandestina. Hotel California, di Teresa Zoni Zanetti, Milieu, 2026) Con la pubblicazione dell’ultima parte inedita, Hotel California, la collana settanta/milieu completa e raccoglie in un unico volume l’autobiografia in tre parti di Teresa Zoni Zanetti, iniziata nel lontano 1999 con Rosso di Mària per Castelvecchi e proseguita nel 2000 con Clandestina per DeriveApprodi. Autobiografia limitata a un solo periodo della sua vita, perché l’autrice, classe 1955, racconta nel primo libro la militanza giovanile nel Movimento di quegli anni, Educazione sentimentale di una bambina guerrigliera recitava il sottotitolo, quindi l’appartenenza a gruppi di lotta armata diversi dalle solite Brigate rosse e Prima Linea nel secondo, e infine i primi anni a San Vittore nel terzo, assai più breve dei primi due, a seguito dell’arresto del 18 giugno 1980 a Pontenure (Pc) dopo una fallita rapina, con conseguente condanna a 27 anni di carcere all’esito del noto processo Rosso-Tobagi. Io ho iniziato dal secondo, quando ancora ero agli inizi di un approfondimento sulle tante organizzazioni armate operanti in Italia nel «decennio lungo del secolo breve» che in seguito mi avrebbe portato anche a scriverne. Clandestina mi era talmente piaciuto da averlo voluto rileggere a distanza di anni per meglio inquadrare fatti e persone che nel libro venivano raccontati in forma di romanzo con «nomi di battaglia», perché sin dal primo lavoro, l’intento della Zoni era quello di narrare vite, emozioni, rapporti di solidarietà tra compagni, amori, amicizie, delusioni e fermenti collettivi, più che scrivere l’ennesima biografia della militante armata. Per cui non contavano i nomi, ma le esperienze collettive di vita, nella gioia e nel dolore, come si dice nei matrimoni, perché l’autrice, anche quando si troverà in galera, ha «solo bisogno di noi», tutto il resto non conta. Per questo, del tutto inutile si rivelò il mio goffo tentativo di chiederle un aiuto a identificare alcuni nomignoli meno noti; per farlo ho dovuto rivolgermi a chi ai tempi li aveva direttamente conosciuti, oppure alle varie sentenze che si occuparono di quei fatti, distribuendo anni di galera nel periodo dell’emergenza di un Paese che, a guerra finita, pensò di condensare quel gigantesco conflitto sociale con parole di facile presa mediatica come «terrorismo» e «anni di piombo». Niente di più distante da quello che ci racconta la Zoni, figlia di una famiglia unita e fieramente antifascista del varesotto dove si parlava in dialetto, cresciuta in un ambiente salubre e al riparo dalle contaminazioni tossiche della metropoli dove è costretta ad approdare di malavoglia ancora da ragazzina quando il nome suo e di alcuni compagni diventa oggetto delle attenzioni di Polizia, e da dove, lo dice lei stessa, non vedeva l’ora di scappare, perché, come scrive nel suo ultimo capitolo dal carcere, oltre che la rivoluzionaria il suo sogno era quello di «fare agraria». Fatto che non è sfuggito neppure ai giudici che ai tempi la processarono e condannarono a quasi 30 anni di galera, visto che in un’ordinanza di rinvio a giudizio si leggono parole solitamente assenti in quelle fredde pagine che trasformavano fermenti politici e sociali molto complessi in aridi articoli di codice: «Animata da un interiore sacro furore che la porta ad agire e ad impugnare le armi nella prospettiva di utopistici obbiettivi di giustizia e uguaglianza sociale, nei rari momenti di debolezza e di intimità a cui si lascia andare sogna una vita “normale” condotta allevando bambini e galline in campagna, per poi subito riprendere il controllo di sé e gettarsi nuovamente nella lotta, quasi fosse spinta da una misteriosa forza che la trascina e contro la quale nulla può fare. Questa è la Zoni che porta a messa il Marocco, che si lega al Gemelli o, forse e più esattamente, a ciò che il Gemelli per lei rappresenta, rammaricandosi nel contempo di renderlo uguale a lei, che senza un lamento precipita nel buio della notte per quasi 5 metri incrinandosi le costole, che custodisce nella medesima borsetta la pistola silenziata e il volumetto di meditazioni di ispirazione cattolica dal significativo titolo Voglio soltanto che sia amore». Il maggior pregio che mi preme sottolineare dei libri della Zoni è la scrittura, lo stile narrativo, asciutto in certi punti, ma denso di sentimento in altri, a volte quasi aulico nella descrizione di boschi e laghi e altre persino smaccato nella rabbia, sempre carico di traboccante amore quando si riferisce ad amici e compagni, implacabile verso chi invece ha tradito, e che non fa mistero di raccontarsi senza scudo nelle proprie debolezze, negli errori e negli innamoramenti affrettati talvolta frutto di abbaglio, che iniziano e si concludono con quello che è ancora oggi l’uomo della sua vita, conosciuto quando erano due adolescenti e ritrovato dopo anni di dura galera. «Nel quadro fosco degli “anni di piombo” così come ci è stato consegnato dalla pubblicistica di Stato” – scrive Alunni nella prefazione a Clandestina – quel che manca è l’umanità di cui erano pieni quegli uomini e quelle donne che facevano scelte drammatiche con la morte nel cuore come per esempio la clandestinità». Chi è stata, per il tratto di vita che racconta, perché poi ci sarà molto altro, Teresa Zoni? Militante nei tanti gruppi autonomi di quegli anni, presenti anche nella zona del varesotto, alla fine del 1977 entra nelle Formazioni comuniste combattenti, dopo aver militato in precedenza nelle Brigate comuniste, ennesima sigla che nasce dall’impulso più armato del Movimento, diretta emanazione del settore illegale della rivista milanese «Rosso» di via Disciplini e cofondate da Corrado Alunni, che aveva conosciuto Moretti all’epoca in cui entrambi lavoravano come tecnici alla Siemens, e che aveva da tempo abbandonato le Brigate rosse. La sigla Formazioni comuniste combattenti appare per la prima volta il 18 gennaio 1978 nella rivendicazione di un’azione contro il nucleo dei carabinieri in servizio di guardia esterna al carcere speciale di Novara. A giugno alcuni militanti, unitamente ad altri membri di Prima linea, parteciparono a un campo d’addestramento militare organizzato dall’Eta al confine tra la Francia e la Spagna, come risultò dal materiale ritrovato il 13 settembre nella base milanese di via Negroli in occasione dell’arresto di Corrado Alunni, e che verrà successivamente confermato agli inquirenti da un memoriale redatto in carcere dal pentito Fortunato Balice. Le Fcc verranno smantellate abbastanza in fretta dalle forze dell’ordine, prima con l’arresto nel 1978 del suo fondatore, e quindi, nel maggio del 1979 a Como, di quasi tutti i principali militanti, grazie alle confidenze fatte ai carabinieri dall’infiltrato Rocco Ricciardi. La Zoni nel frattempo era entrata nei Reparti comunisti d’attacco per la cui appartenenza verranno inquisite 24 persone, e tra le azioni militari di questa organizzazione si ricordano il ferimento a Milano del medico di San Vittore Mario Marchetti (13 novembre 1978), del dirigente Mario Miraglia (10 febbraio 1980), e l’assalto a Torino il 5 maggio 1980 della sede Rai. Scrive la Zoni, come si legge nella quarta di copertina: «Eravamo combattenti di una guerra impari, maledetta, sopportata come una malattia, e io stavo imparando che i combattenti non hanno il cuore leggero, ma il polso fermo, lo sguardo liquido e un rimpianto infinito nel cuore. Noi non avevamo dubbi. Credevamo fortemente alla nostra guerra e alle sue profonde ragioni. Il resto era solo conseguenza. Naturale, radicale, logica conseguenza. Ipocrita ci sembrava tutto il resto: chi non aveva avuto il coraggio di stare al nostro fianco, o peggio ancora chi la guerra l’aveva predicata per tanti anni nelle idee e nelle parole e poi non aveva avuto il coraggio di farla, lasciandoci soli a combattere sulla linea del fuoco. Pazienza. Noi c’eravamo, ed eravamo tanti, nonostante tutto». L’amicizia e la comunanza prima di tutto, per questo il tradimento di un compagno le appare ancora più atroce, come la morte di Roberto Serafini, crivellato l’11 dicembre 1980 dai colpi di una pattuglia dei carabinieri in via Varesina fuori dalla bocciofila Cagnola, insieme a Walter Pezzoli, da lei raccontata in poche ma drammatiche righe: «Eppure neanche quell’avvisaglia lo salvò anni dopo da una morte atroce, e ancor più dilaniante perché avvenuta proprio per responsabilità di quella stessa persona che tanto tempo prima, in una sera di brume, di laghi e di mal di pancia, a costo di forzare cento posti di blocco lo avrebbe portato sano e salvo fino all’altra parte del mondo». E a proposito di amicizie e comunanze, sul sito di DeriveApprodi si legge una sua commovente dedica a una ex compagna di militanza mancata nel 2016. «Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, rivoluzionaria quando tutta la sua generazione lo è stata, entusiasmo, speranze, lotte, rigore morale e onestà, cruda e sostanziale onestà verso se stessi e gli altri: come siamo venuti su noi, a vent’anni era impossibile negarsi, far finta di niente, girarsi dall’altra parte, si doveva e si poteva cambiare questo mondo e Francesca non si è certo tirata indietro. Francesca nel nostro cuore è lì, intensa, madre, contro tutto e contro tutti, madre dell’impossibile, madre coraggio, forza e incontenibile gioia insieme. Nell’amore Francesca non si è mai risparmiata, generosa e delicata, eppure presente tutta intera, senza mezze misure, Fabio e le ragazze lo sanno bene. Così nella vita Francesca non si è mai risparmiata, incurante di sé, come se fosse inesauribile, ha provato a vivere senza sconti e senza alcuna scorciatoia una propria etica e una propria intuizione di vita. Una piccola attenta e gentile combattente, discreta, misurata eppure indomabile testa contraria. Non riesco a pensarci senza di lei, irriducibile e gentile compagna di vita. Francesca, per favore, insegnaci lo stesso a diventare vecchi, insieme». Tre libri da leggere tutti insieme per chi si fosse perso i primi due.
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risonanze sonore Sotto la superficie del rumore Christina Kubisch Il testo intreccia memoria personale e analisi critica per introdurre Risonanze sonore, una rubrica dedicata alla musica d’avanguardia. Partendo dalla Taranto degli anni Sessanta e Settanta, l’autore racconta come la musica sia stata per lui un linguaggio di resistenza sociale, sviluppato attraverso collettivi, radio, riviste e una lunga pratica di ascolto e sperimentazione. La riflessione si amplia poi alla trasformazione della musica in prodotto nell’era neoliberista e alla nascita di nuove forme di autonomia come le etichette indipendenti. Nella contemporaneità, la musica sperimentale viene descritta come un ecosistema fluido, rizomatico e tecnologicamente ibrido, capace di creare micro-comunità e spazi critici di relazione. Attraverso esempi come il percorso di Gaspare Sammartano, il testo mostra come il suono possa diventare strumento di lettura del territorio e laboratorio sociale. La sperimentazione sonora emerge così come pratica politica, percettiva e comunitaria, capace di opporsi alla mercificazione culturale e di generare nuove forme di sensibilità e partecipazione. Presentazione della rubrica Risonanze sonore A Taranto, la città in cui vivo, nei gloriosi anni Sessanta e Settanta si respirava un fermento inquieto: una vitalità giovanile attraversata dalla conflittualità operaia e dalle prime proteste studentesche. La musica non era evasione, ma riflesso di quelle tensioni: un modo per dare voce a una realtà che cambiava e pretendeva di essere ascoltata. Lì percepivo che poteva diventare una forma di resistenza, un respiro collettivo capace di raccontare il mondo da un’altra prospettiva.Fin dalla metà degli anni Sessanta ho percepito nella musica una forma di linguaggio capace di opporsi al conformismo del mio tempo. In un’Italia ancora segnata da moralismi borghesi, discriminazioni e retaggi fascisti, quelle musiche altre – spesso confinate nelle radio notturne o in cerchie ristrette di appassionati – mi hanno insegnato a riconoscere l’ingiustizia e a mettere in discussione l’ordine delle cose imposto.A quei tempi ho fatto parte di un collettivo musicale a Taranto, una realtà aperta e sperimentale in cui musicisti diversi si alternavano tra strumenti e sonorità, dando vita a esibizioni sempre nuove. Ho collaborato per qualche mese con una rivista quindicinale di musica di cui non ricordo il nome, (mi pare fosse «Sound Music» o «Sound Flash» su incarico di un impresario nazionale che ne deteneva parte della proprietà) e quest’esperienza mi offrì l’occasione di vivere da vicino il fermento culturale di quegli anni e di respirare l’atmosfera dei concerti, ai quali potevo assistere liberamente. Negli anni successivi ho collaborato anche con alcune radio private cittadine, continuando a mantenere un legame costante con la musica.Collezionista di vinili da decenni, ho espresso questa passione anche in altre forme: realizzando video di concerti dal vivo e, più recentemente, partecipando al recupero di un raro reperto audio poi pubblicato su vinile, testimonianza di una stagione rock progressiva tutta tarantina. M.A.B. – Minestra Affogata In Brodo https://www.discogs.com/release/32570235-MAB-Minestra-Affogata-In-Brodo?srsltid=AfmBOop5Mz47QjE4bB2Wkm2Zcvimj2eLxIJqWLJOl0C2gEVgfl9ge-J- Con il tempo, ho imparato che il suono non è solo estetica, ma esperienza. Attraverso il mio modo di ascoltare e di suonare, ho compreso che la libertà non nasce solo dall’improvvisazione, ma dal modo in cui si percepisce il suono: fuori dalle categorie, dai generi, dalle gerarchie che il mercato e la tradizione impongono. Scoprire il suono in sé, nel suo farsi e disfarsi, significava per me riconoscere un’altra sensibilità, una forma di conoscenza capace di mettere in discussione ciò che ci viene insegnato ad ascoltare. Fu attraverso la musica psichedelica, che mi aveva colpito per la sua capacità di espandere la percezione e aprire spazi interiori inattesi, che arrivai al free jazz e alla musica sperimentale. Entrambe furono per me una rivelazione sonora: frantumavano le strutture, spezzavano i confini, respiravano fuori dal tempo e dalle regole. In quell’ascolto scoprivo non solo una dimensione più umana e consapevole, ma anche un nuovo rapporto con lo spazio circostante – come se il suono, liberandosi, restituisse respiro anche al mondo intorno. Proprio perché la musica iniziò a farsi portavoce di una possibile sovversione sociale – capace di scardinare le gerarchie e di dare voce a nuove forme di libertà – nella seconda metà degli anni Settanta il neoliberismo si insinuò come una forza silenziosa ma profonda, pronta a neutralizzarne il potenziale. Il suono, da linguaggio collettivo e liberatorio, venne progressivamente trasformato in prodotto; l’artista costretto a misurarsi con le regole del mercato, a gestire sé stesso come un bene da vendere, più che come un soggetto creativo. Eppure, da quella stessa contraddizione nacquero nuove forme di resistenza: l’autoproduzione, le etichette indipendenti, il punk hardcore e una scena artistica sorprendentemente fertile che, grazie alle tecnologie emergenti, continuava a esplorare territori sonori inediti, riaffermando una libertà che il mercato ha tentato di inglobare, ma che, in parte, ha continuato a risuonare – ostinata – contro ogni tentativo di controllo. Ascoltare, allora, significava prendere posizione. Ogni suono era un atto di resistenza contro l’omologazione, un invito alla partecipazione, non al consumo. La musica d’avanguardia diventava un gesto di insubordinazione: non solo ricerca formale, ma tentativo di liberare l’ascolto dalla gabbia della forma-merce. Oggi, nonostante le piattaforme digitali abbiano inglobato anche la musica indipendente, resiste una scena viva di artisti e ascoltatori che scelgono di sottrarsi al rumore del mercato. Per loro – e per me – il suono resta un incontro, un gesto critico, un modo di pensare e di costruire comunità. Questa rubrica nasce (per loro:) per chi ancora cerca nella musica un atto di libertà, un gesto di consapevolezza. Sarà uno spazio di ascolto e di racconto, dove le musiche d’avanguardia non siano un’eccentricità da collezionisti, ma una bussola per orientarsi nel rumore del presente. Negli ultimi anni si osserva un rinnovato interesse verso la musica sperimentale elettronica e concreta, un campo artistico complesso e articolato che, pur restando ai margini delle logiche commerciali tradizionali e dei circuiti di mercato convenzionali, continua a esercitare un fascino duraturo e costante su nuove generazioni di musicisti, sound artist, sperimentatori del suono e creativi che intendono esplorare territori sonori non convenzionali. Questo fenomeno non riguarda solamente la produzione musicale in senso stretto, ma coinvolge anche i modi di ascolto, le pratiche di condivisione, la costruzione di reti di scambio, la creazione di comunità temporanee o durature e lo sviluppo di spazi di pratica artistica innovativi, in cui ogni elemento sonoro diventa occasione di riflessione e di interazione. Gli autori coinvolti in queste pratiche sono spesso autodidatti, o provengono da percorsi ibridi e compositi che intrecciano competenze provenienti da diverse discipline creative, tra cui arte visiva, informatica, performance dal vivo, design del suono, installazioni, interazioni multimediali e sperimentazioni tecnologiche. In questo contesto, la rete e le piattaforme digitali giocano un ruolo centrale, offrendo uno spazio di visibilità e di connessione che, pur essendo limitato e ristretto, permette la nascita di micro-comunità sonore transnazionali, in cui individui e gruppi possono incontrarsi, scambiarsi idee, strumenti, metodologie e pratiche creative, sperimentare collaborazioni a distanza, discutere di progetti comuni e condividere esperienze che altrimenti rimarrebbero isolate. Questi spazi digitali diventano così veri e propri luoghi di aggregazione, dove il suono, l’innovazione e la sperimentazione si intrecciano e si amplificano, creando possibilità di contaminazione e di interazione che travalicano i confini fisici e geografici, pur restando sempre fortemente legati a dinamiche di nicchia. Tali esperienze sfuggono ai modelli di consumo tradizionali e alle categorie di mercato musicale consolidate, mantenendo un carattere sotterraneo, intenso, fertile e creativo, ma al contempo fragile e precario. Il pubblico a cui queste pratiche si rivolgono è spesso limitato, specifico e selettivo; la stampa specializzata riserva loro solo attenzione episodica, intermittente e frammentaria; e le reti di sostegno tra artisti risultano spesso deboli, discontinue, frammentate e poco strutturate. La dimensione indipendente e non convenzionale di queste pratiche le pone in netto contrasto con le cosiddette scene alternative popolari, che pur proclamandosi autonome e indipendenti, finiscono frequentemente per replicare, in modo più o meno consapevole, le stesse logiche di competizione, branding, visibilità e spettacolarizzazione che caratterizzano l’industria culturale mainstream e le pratiche musicali consolidate. Tuttavia, anche all’interno del contesto sperimentale emergono contraddizioni interne, difficoltà e tensioni latenti. Alcune micro-scene rischiano di diventare autoreferenziali, concentrandosi in modo eccessivo su se stesse, sui propri codici interni, sui propri meccanismi di riconoscimento e sugli strumenti di legittimazione interna, pur mantenendo un’apparente autonomia creativa e un’apparente apertura verso l’esterno. Questo paradosso porta talvolta a una progressiva assimilazione delle pratiche radicali e innovative all’interno di un mercato di nicchia, che valorizza soprattutto visibilità limitata, circolazione interna, riconoscimento tra pari e scambi simbolici, a discapito di un impatto reale più ampio e di una relazione diretta e significativa con il pubblico esterno e con la società nel suo complesso. Dinamiche di questo tipo portano inevitabilmente a compromessi, negoziazioni e adattamenti rispetto a istituzioni culturali, fondazioni, finanziamenti pubblici e privati, bandi, residenze artistiche e altre forme di sostegno economico e logistico, introducendo vincoli impliciti che condizionano in modo più o meno evidente il percorso creativo, la libertà espressiva e la possibilità di operare in completa autonomia, senza censure, limitazioni o restrizioni di contenuto e di forma. In questo senso, persino le esperienze più radicali, sperimentali e innovative rischiano di consolidare piccole élite, riprodurre esclusioni interne, generare distanze tra artisti e pubblico e ridurre la possibilità di instaurare relazioni significative e profonde con la realtà sociale, compromettendo in parte la funzione critica, politica e trasformativa della pratica sonora. Le pratiche sonore sperimentali si configurano oggi come reti rizomatiche di relazioni, connessioni, esperienze e flussi comunicativi. Sono organismi fluidi, aperti, mobili e orizzontali, che collegano frammenti, tecniche, sensibilità, approcci e percorsi differenti, senza centro, senza autorità estetica dominante e senza gerarchie imposte dall’alto. Il suono si propaga, si diffonde, si moltiplica e si trasforma attraverso risonanze, interferenze, connessioni transitorie e contaminazioni, attraversando confini disciplinari, generazionali, culturali e geografici. Arte sonora, performance dal vivo, installazioni, interventi ambientali, sperimentazioni elettroniche, manipolazioni tecnologiche e processi di interazione con l’ambiente convivono e si intrecciano senza subordinare una forma all’altra, dando vita a un ecosistema creativo in continuo divenire. È un’organizzazione del pensiero e dell’esperienza che rifiuta rigidità, verticalità, gerarchie e sistemi centralizzati, costruendo spazi di prossimità, contaminazione, scarto e interdipendenza, in cui la creazione artistica si nutre di residui, di interferenze, di imprevisti, di esperimenti, di tentativi falliti e di intuizioni improvvise, generando dinamiche creative in continuo movimento. In questa prospettiva, la musica sperimentale contemporanea non è soltanto ricerca estetica, né esclusivamente esplorazione sonora fine a sé stessa: rappresenta un intreccio complesso e continuo di materia, tecnologia, linguaggio e politica, un entanglement in cui gli elementi umani e quelli tecnici si influenzano reciprocamente, si co-determinano e si trasformano in continuazione, generando un tessuto relazionale complesso, ricco di variazioni, modulazioni e possibilità di interazione. Non esistono più confini netti tra ciò che è umano e ciò che è tecnico: il suono nasce dall’interazione reciproca tra corpi, circuiti elettronici, algoritmi, software, ambienti fisici, spazi architettonici e contesti culturali, generando un processo ininterrotto di co-creazione, di trasformazione e di contaminazione, in cui la tecnologia non è subordinata alla volontà dell’artista, ma diventa parte integrante del gesto creativo. L’atto stesso di produrre suono – manipolare segnali, rumori, interferenze, feedback, distorsioni, glitch, voci e scarti – assume valore critico, percettivo, simbolico e riflessivo, diventando un gesto di disobbedienza e di attenzione alternativa, che scardina i modelli di fruizione, di ascolto e di attenzione imposti dal mercato e dalle modalità di consumo tradizionali. Attraverso la rottura di regole armoniche, ritmiche, temporali e narrative, l’ascolto della musica sperimentale si trasforma in esperienza critica, politica, sensoriale e sociale, non semplice intrattenimento, ma occasione per riflettere sul tempo, sul ritmo, sulla percezione, sulla relazione tra suono, spazio e ambiente, e sulle modalità con cui il suono struttura, modifica e influenza il nostro rapporto con il mondo contemporaneo. In questo territorio fluido, mobile e aperto, il suono diventa strumento di resistenza, reinvenzione del sensibile, costruzione di nuove possibilità di relazione e laboratorio permanente per esperimenti, connessioni inattese e scoperte improvvise. Vibrazione, risonanza, propagazione e interferenza generano interazioni eterogenee e impreviste, creando un rizoma sonoro che funziona come vero e proprio laboratorio di ecologie percettive, politiche e sociali, in cui ogni elemento si intreccia con gli altri, senza gerarchie, senza centro, senza imposizioni, aprendo spazi di esperienza condivisa e relazioni non lineari tra artisti, pubblico e ambiente. La musica sperimentale si configura così come rete aperta e viva di connessioni tra suono, corpo, tecnologia, ambiente, pratiche artistiche e relazioni sociali. Non segue gerarchie, schemi prestabiliti o modelli rigidi, ma cresce, si sviluppa, si espande e si trasforma attraverso contatto, scambio, collaborazione, interdipendenza e cooperazione, collegando stili, tecniche, sensibilità e approcci differenti, creando legami temporanei, duraturi o transitori, tra individui e comunità. Alcune esperienze contemporanee generano un legame diretto e tangibile tra sperimentazione sonora e contesto urbano, sociale e territoriale, trasformando l’ascolto in esperienza di consapevolezza critica e di partecipazione attiva. Considero particolarmente significativo l’esempio dell’evoluzione del percorso musicale di Gaspare Sammartano, dal primo disco Low Pitched Italy (https://sammartano.bandcamp.com/album/low-pitched-italy-2) fino a Waterfront (https://sammartano.bandcamp.com/album/waterfront). Un percorso che, a mio avviso, riflette e accompagna il processo di trasformazione urbanistica della città di Taranto in cui vivo. Nel primo lavoro, di taglio fantascientifico e distopico, Taranto viene immaginata tra cinquant’anni, ridotta a rovine ma ancora abitata, come metafora della crisi culturale e sociale già in atto. Con Waterfront invece c’è un ritorno al presente: il disco diventa una ricerca sul territorio e sulla memoria della città, attraverso luoghi simbolici come l’Arsenale, il Porto, la Città Vecchia e il Ponte Girevole. L’opera invita a osservare Taranto con sguardo critico, riconoscendo le sue ferite e le ripetizioni storiche, e immaginando al tempo stesso un futuro possibile. La sperimentazione sonora è vista come un laboratorio sociale, un modo per ripensare in chiave collettiva le relazioni tra ambiente, politica, economia e comunità. La sperimentazione sonora si configura dunque come piccolo laboratorio sociale, spazio flessibile e collettivo, in cui identità, relazioni e comunità possono essere ripensate, esplorate e ridefinite in modo aperto, creativo, partecipativo e condiviso. La scena sperimentale diventa pratica cyborg, generando comunità fluide, orizzontali e relazionali, non centrate sull’autore, ma sulle connessioni attivate dal suono, sull’esperienza condivisa e sulla contaminazione dei linguaggi, sulle relazioni interpersonali e sulle possibilità offerte dalla tecnologia. In definitiva, questo territorio sonoro rappresenta una forma di resistenza molecolare contro la standardizzazione, la mercificazione e la rigidità imposte dalla cultura globale, dai sistemi di mercato e dalle logiche di consumo dominante. Attraverso la costruzione di mondi sonori condivisi, la musica sperimentale genera micro-comunità sensibili, consapevoli, aperte all’alterità, al divenire e alle trasformazioni, pur mantenendo un equilibrio fragile e precario con le logiche del mercato, la marginalità del pubblico e i vincoli derivanti da istituzioni e finanziamenti, che possono limitare la libertà, la sperimentazione e la creatività degli artisti. Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.
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La rivista DeriveApprodi (1/2) All’inizio del 1990, tra vecchi e giovani compagni sparsi per l’Italia, si discuteva delle necessità di tentare il riavvio di un percorso di riflessione critica dopo la terribile stagione della desertificazione mentale del decennio Ottanta. A tal fine si riteneva che lo strumento principe fosse ancora quello della «rivista politica». Il primo testo che qui si presenta racconta in sintesi gli antefatti che portarono al varo della rivista «DeriveApprodi» e nello specifico l’esperienza precedente di «Luogo comune». Il testo di Primo Moroni che segue ha contribuito alla fondazione della rivista, il cui numero zero fu pubblicato nel luglio del 1992 con in copertina la frase: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente». A questo testo fa seguito l’editoriale del numero zero di «DeriveApprodi» dal titolo omologazioni resistenze esodi, che non reca firma perché frutto di una discussione collettiva. Gli antefatti [1989] Cadde il Muro e subito dopo arrivò la Pantera. Quel movimento che aspettavamo, che chiuse quei mai abbastanza maledetti Ottanta aprendo insieme orizzonti e scenari nuovi. In un battibaleno rinacquero le riviste: «Futur antérior» a Parigi, «Altre ragioni» e «Millepiani» a Milano e molte altre più effimere. A Roma nacque «Luogo Comune», e lì dentro ci ritrovammo io, Mauro Trotta e Benedetto Vecchi. Una redazione assembleare (troppo assembleare per garantirne la continuità) composta da Paolo Virno, Marco Bascetta, Andrea Colombo, Papi Bronzini, Augusto Illuminati, Lucio Castellano, Franco Piperno, Lanfranco Caminiti, Giorgio Agamben, Massimo De Carolis, Enzo Modugno, Giovanni Giannoli, Franco Lattanzi, Massimo Ilardi e molti altri. Tra il meglio del «pensiero critico» romano. Le donne però erano pochissime: Alessandra Castellani, Bia Sarasini, Angela Scarparo. Quasi una totalità di uomini. Eggià… qualcosa voleva pur dire. «Luogo Comune» fu uno spartiacque, in soli quattro numeri costruì i paradigmi teorici che fecero da base a molto dell’agire dei movimenti nel quindicennio a venire. Seminari, riunioni, presentazioni si susseguivano. Avevamo la netta sensazione di essere finalmente usciti dal pantano, di aver ricostruito delle nuove idee-forza capaci di diffondersi socialmente. Ma dopo tre numeri la macchina si inceppò. L’assemblea redazionale era troppo ampia e i suoi discorsi prendevano direzioni disomogenee che rischiavano di creare confusione annullando la forza dei paradigmi fin lì costruiti. O almeno così pensarono alcuni, i più autorevoli però. Forse la vecchia idea che il partito epurandosi si rafforza li convinse. Così, mentre il grosso della partecipazione andava in dispersione, prepararono il quarto numero. Senz’altro il migliore, ma per paradosso anche l’ultimo. Dopo il terzo numero non passò la proposta di formalizzare una redazione motivata con le ragioni di rendere il lavoro più efficiente e coeso. Benedetto, Mauro e io eravamo i più giovani e in accordo con la proposta della formalizzazione della redazione, pur sapendo ovviamente che non ne avremmo fatto parte, o forse Benedetto sì. Infatti poi lui seguì la fattura del quarto numero, mentre io e Mauro ci mettemmo a delirare sull’ipotesi di una nuova rivista tutta da inventare. Non avevamo il minimo dubbio sul fatto che il punto più alto dell’intelligenza analitica e della conseguente elaborazione teorica stesse nella componente, diciamo così, più omogenea di «Luogo Comune», ma eravamo anche convinti che le altre soggettività in dispersione erano comunque preziose. Inoltre, forse per il semplice fatto di essere più giovani, avevamo un occhio più attento e una qualche concreta internità a quel che il movimento della Pantera aveva prodotto, al fatto che i suoi animatori si stavano riversando nei centri sociali alfabetizzandoli, togliendoli da un difensivismo autoreferenziale che li aveva fin lì obbligati a un isolamento e a una scarsa significanza nei conflitti sociali. In sostanza pensavamo che quel ribollire di nuova soggettività in costruzione era una referenza diretta e di massa a quanto «Luogo comune» aveva elaborato. Certo, esisteva il problema di come organizzare il lavoro progettuale, e poi redazionale, evitando il guazzabuglio assembleare, di come tenere insieme e ricavare ricchezza teorica da una partecipazione larga e anche disomogenea senza che ciò fosse di impedimento alla realizzazione concreta del progetto. Discutemmo per settimane su quel rompicapo finché una sera capimmo che l’uovo di Colombo era lì a portata di mano: non si sarebbe fatta alcuna redazione fissa ma redazioni specifiche numero per numero in base alle tematiche scelte. E quella fu la formula che funzionò per 26 numeri, dal 1992 al 2005 […]. Ci diedero retta Lanfranco Caminiti e Lucio Castellano, insieme a Bifo da Bologna. Ma soprattutto sapevamo di avere l’appoggio concreto di quel placido leone di Nanni Balestrini, che di riviste ne aveva fatte fin dagli anni Cinquanta, e di Primo Moroni che scrisse il testo «fondativo» dal quale venne tratta la frase che comparve nella copertina del n. 0: «È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente».Mentre tessevamo la rete delle collaborazioni e il recupero dei testi da pubblicare (tra i quali anche quelli di Agamben e di Negri) assistevamo sbigottiti alla velocità con la quale si sbriciolava il sistema dei partiti della prima Repubblica. Stampammo il numero 0 nell’improbabile mese di luglio del 1992. Un classico formato A4 impaginato con uno dei primi programmi di computer grafica da Massimo Kunstler, che fu autore anche del logo della testata DeriveApprodi, nominazione che decisi io col consenso di Mauro, ma che però fece incazzare Bifo che la riteneva, chissà perché, di «sapore cattolico». Riuscimmo a convincere il distributore Joo a mandarne nelle librerie 700 copie. Una roba da matti, a luglio, un prodotto del genere mischiato alle letture da ombrellone. Andarono esaurite in una settimana. Benedetto scrisse poi la recensione alla rivista su «il manifesto» dove sottolineava il fatto che quel progetto nasceva da un ambito collettivo del tutto informale costituto da quella che cominciava a delinearsi come la nuova forza-lavoro cognitiva in formazione. Il progetto consolidò una propria continuità costruendo a ogni numero della rivista una specifica rete che andava a relazionarsi alle altre già esistenti. In quegli anni il movimento era come un aereo che dalla Pantera aveva cominciato a correre sulla pista acquisendo sempre più velocità senza però riuscire a decollare. Finché arrivò la rivolta zapatista e la prospettiva di un nuovo, inedito, internazionalismo. E lì l’aereo, magicamente, si staccò da terra. È possibile pensare che… Primo Moroni Si intende partire dal dato reale che considera il 1990 come massimo zenith dei processi di innovazione e modernizzazione che hanno interessato il paese Italia. I caratteri di mondializzazione delle economie occidentali hanno costretto le forze produttive locali a un processo estremamente accelerato di trasformazioni radicali che hanno sconvolto soprattutto l’universo dei «lavori» con effetti visibili e rilevanti nella sfera del sociale e – per ora – non del tutto avvertiti nella sfera culturale. L’impatto delle nuove tecnologie ha disegnato uno scenario di «innovazione autodistruttiva» che assume sempre più frequentemente i contorni di una metafora di «fine d’epoca». La rapida «decostruzione» della città fordista trasforma la metropoli nel luogo critico del moderno costringendo uomini e donne a continue risposte affermative o negative. Tutto ciò che sembrava solido e convincente si dissolve in continuazione trasformandosi nel suo contrario. L’infinita avventura del presente genera omologazione o – al contrario e insieme – angoscia, inquietudine come forma dell’intelligenza nel moderno. Nello spazio vuoto della perdita di riferimenti, di bisogni post-acquisitivi, il diritto alla felicità viene surrogato dalla «merce eccellente» eroina. La forza innovativa delle trasformazioni materiali si trasforma in geroglifico sociale, diventa linguaggio. I suffissi post (post-moderno, post-industriale ecc.) sono segni vuoti che occultano i processi reali, il «pensiero debole» l’ideologia che legittima il quadro generale. Città dell’eccellenza, città delle regole, città neofondamentalista, città di frontiera, convivono negli spazi della decostruzione. Simulazione e falsificazione, vero o falso, visibile e invisibile possono assumere valenze opposte e rovesciate. Dentro questo universo di segni e significati non esistono nicchie di serenità che non siano – ancor più e in quanto tali – minacciate da eventi rovinosi. L’unica possibilità che individuiamo risiede nell’accettare l’avventura del moderno collocandosi nelle linee (border-line) della frontiera. Marginalità come scelta cosciente – qui e ora – progetto esistenziale che generi culture e nuove intelligenze del mondo nell’epoca della produzione immateriale. Una rivista che da sismografo delle «mutazioni» in corso aspiri a divenire sguardo freddo, ironico e partecipato dei processi reali che non sono mai – particolarmente ora – ne positivi, né negativi, ma appunto processi. Una rivista che si inserisca – come parte del mosaico – in quel vasto anche se minoritario e di esordio, movimento di «marginalità colta» in formazione nelle metropoli europee e americane. Per la prima volta nella storia dell’uomo il nucleo centrale della produzione viene spostato dal corpo alla mente con effetti straordinari sulla vita e l’immaginario collettivi. A fianco dei processi di liberazione dei corpi (ingegneria genetica, body-building, steroidi, transessualità ecc.) non più indispensabili all’igienismo taylor-fordista, si sviluppano nuovi territori di schiavitù o libertà che hanno come obiettivo la mente. La produzione di saperi come «merce di eccellenza direttamente produttiva» domina strategicamente il quadro dei nuovi poteri tecno-imprenditoriali. La scienza – vissuta spesso come dato cieco – abbatte tutti i confini tradizionali della produzione intellettuale: arte e tecnologia, parola scritta e immagine, pensiero umanistico o scientifico non sono più coppie separabili e distinte, ma l’uno sfuma nell’altro e viceversa sconvolgendo la vis-immaginativa e l’universo esistenziale dei soggetti sociali. In questo ultimo decennio intere sezioni di culture sociali, politiche, artistiche sono state spazzate via dai processi alti di modernizzazione. Ciò ha innescato contemporaneamente risposte omologanti e rifiuti nichilistici. Oggi pensiamo che sia in fase di completamento quel segmento di tempo storicamente e socialmente utile ai soggetti per metabolizzare la comprensione dei processi reali. Cogliere la vitalità di queste intelligenze in formazione è l’obiettivo ambizioso e senza soverchie illusioni di questa rivista. Con l’intenzione di diluire queste prime ipotesi sicuramente espresse in forma fredda e necessariamente schematica, si possono indicare alcuni possibili percorsi. È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli europee stia emergendo una nuova percezione del presente? – l’intelligenza tecnico-scientifica dei «grunen» tedeschi? – la sottocultura metropolitana che si trasforma in «cultura altra» dei processi di produzione immateriale? – la frantumazione delle rappresentanze politiche come espressione dell’incapacità di governare i processi reali? – lo sviluppo apparentemente «infinito» del progresso tecnico-scientifico che si sofferma a riflettere su se stesso per non aver contemplato nel piano l’elemento umano? – l’economia criminale come elemento storicamente necessario al ciclo di accumulazione ovvero il paradosso della sfera delle leggi? – la possibilità di leggere la città attraverso i labirinti successivi? – è possibile cioè attingere dal passato per inventare il futuro. Un passato e un futuro che convivano con il moderno? – il sostanziale passaggio del controllo dal corpo alla mente apre spazi di libertà o terribili ipotesi di controllo globale dove il media manipolatorio assume la fisionomia del «grande fratello»? – nelle fasi di transizione si genera la paura prodotta dal vuoto e dal vissuto di perdita delle acquisite culture precedenti. In questo vuoto si inserisce frequentemente l’artista diventando il sismografo delle mutazioni in atto. Chi sono oggi coloro che si muovono in questa direzione? – Nelle fasi di frattura dello sviluppo del moderno esistono solo i processi alti e la loro ricaduta nella sfera dell’esclusione. In mezzo ci sono i «coni d’ombra» della «classe della maggioranza». Vi sono risorse in quei «coni d'ombra»? La «marginalità colta» è l’unica scelta possibile per interagire coscientemente con lo scenario generale? omologazioni resistenze esodi I testi che compongono questo fascicolo non sottendono alcun intento costitutivo di un qualche «organico» progetto di ricerca culturale e politica alternativa, anche se siamo convinti che di qualcosa di simile si avverte sempre di più un diffuso bisogno. Qui si tratta piuttosto di qualcosa di molto più semplice e modesto: un punto di incontro di alcune derive esistenziali e di alcuni percorsi di ricerca, un contributo affinché nuove scoperte maturino, altre avventure comincino. Crediamo che i temi qui trattati, anche se talvolta in forme contraddittorie e confuse, siano comunque importanti e vadano perciò, per quanto possibile, divulgati. Gli interventi che abbiamo raccolto provengono da un’area riconoscibile ma largamente differenziata. In queste pagine la memoria dell’epoca delle rivolte egualitarie non è perduta, ma neppure feticizzata, perché quello che oggi più ci interessa è gettare uno sguardo su quei panorami apparentemente emergenti oltre la densa cortina di banalità che soffoca le intelligenze in questa lenta lunga agonia della modernità. In queste pagine non trovano invece alcun spazio i reiterati psicodrammi altrove messi copiosamente in scena da dirigenti e intellettuali di quel «glorioso popolo comunista» reso orfano dalla dissoluzione dei regimi totalitari dell’est europeo. Radicalmente altra è la cultura a cui si fa qui riferimento, una cultura nata proprio dallo schieramento, in tempi non sospetti, contro quegli stessi regimi la cui dissoluzione rappresenta semmai la fine tardiva di un equivoco. Del panorama culturale italiano non ci sembra ci sia molto da dire: ai laceranti tentativi di elaborazione del lutto da parte dell’intellettualità ex e neo «comunista» fa da contraltare la continuità della chiacchiera insulsa di quell’intellettualità cortigiana nonché mediocre e volgare che, mossa dalle pulsioni della modernizzazione galoppante, negli ultimi dieci anni ha servito con zelo gli interessi del potere d’impresa, somma di tutti gli altri poteri. Immediatamente al seguito di queste due polarità corre con fiato affannoso la marea della piccola intellettualità questuante presso il ceto politico istituzionale: «un popolo di aspiranti al contributo, di subalterni che sgomitano per accaparrarsi le briciole di elargizione lasciate dalle grandi lobby, quelle che succhiano senza pietà le infinite mammelle dell’ente pubblico» (Sergio Bologna, Sulla necessità di creare un polo culturale, inedito). Interloquire in questo panorama né ci piace né ci interessa. D’altronde la cultura dell’aggressività e della competizione al comando nel decennio passato scricchiola vistosamente, seminando il panico nel corteo di quegli squali finanziari, padroni di ferriere televisive, mafiosi e narcotrafficanti di vario genere, che si sono accompagnati in lucrosi affari con buona parte del ceto politico istituzionale. Per quel che ci riguarda non nascondiamo la speranza che la falla si allarghi e che questo funereo barcone affondi con tutto il suo infame carico e la sua ancor più infame ciurma e sotto ciurma comprensiva di lacchè, portaborse, sarti, presentatori televisivi e sedicenti artisti comunque prezzolati. Amen. Alzato lo sguardo oltre questa immediata linea di orizzonte ci si scontra con l’orrida realtà di popoli che ormai quotidianamente si macellano in nome di un’appartenenza etnica, di un fondamentalismo religioso o ideologico. Mentre frotte di incoscienti imbecilli si ostinano a definire queste carneficine «lotte di liberazione nazionale» condotte in nome dell’«autodeterminazione dei popoli», produttori e trafficanti riforniscono di armi agguerrite schiere neonaziste di mezza Europa. E a est la fioritura di nuovi Stati «indipendenti» comporta, ben al di là delle fascinazioni per il libero mercato, una proliferazione nucleare difficilmente controllabile. Il tutto sovradeterminato da quanto va configurandosi sotto il nome di «Nuovo Ordine Mondiale». Piaccia o no, questi, e altri non meno preoccupanti, sono gli scenari con cui un pensiero critico e alternativo deve fare i conti, e nel cominciare a farli crediamo valga il metodo del pensare innanzitutto in maniera libera da ogni compromesso con quegli stessi poteri che hanno concorso a determinare una situazione planetaria di cui non è avventato prefigurare un collasso. Pensare in libertà, dunque, cominciando col porsi delle domande che siano all’altezza della portata delle trasformazioni attivate dalla fine del bipolarismo e dalla terza rivoluzione industriale, avendo a riferimento l’ipotesi che l’intelligenza creativa, la forza produttiva tecnico-scientifica dispiegata nel sociale dà segni sempre più evidenti di insofferenza verso la sua unica finalizzazione economica, verso qualsivoglia gerarchia politica e forma di organizzazione statuale. Da qui l’inizio delle domande e il percorso tutto in salita che può portare alla costruzione di un’alternativa. Sergio Bianchi nel 1992 ha fondato (con Mauro Trotta) la rivista «DeriveApprodi». Nel 1998 è stato cofondatore della casa editrice DeriveApprodi nella quale ha assunto le cariche di direttore editoriale e amministratore unico fino al 2023. In quei 25 anni la casa editrice ha pubblicato un migliaio di titoli. Nel 2020 ha progettato e realizzato la rivista on line di dibattito politico-culturale «Machina». Ha curato i saggi: L’Orda d’oro a firma di Nanni Balestri e Primo Moroni; La sinistra populista; (con Lanfranco Caminiti) Settantasette. La rivoluzione che viene e Gli autonomi. Le storie, le lotte, le teorie, voll. I, II, III; nanni balestrini – millepiani. È autore dei saggi: Storia di una foto; (con Raffaella Perna) Le polaroid di Moro; Figli di nessuno. Storia di un movimento autonomo. È inoltre autore del romanzo La gamba del Felice (Sellerio).
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La rivista DeriveApprodi (2/2) Vent’anni dopo la nascita della rivista, alcuni di coloro che contribuirono ad animarla scrissero di quella loro esperienza. Ne diamo conto di seguito al testo dell’editoriale. Una rivista di «vela» Mauro Trotta È possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente». Queste parole erano scritte sulla copertina del numero Zero della rivista «DeriveApprodi». Era il 1992 e in effetti stavano accadendo tante cose. In Italia crollava la Prima Repubblica e un movimento di lotta si affermava di nuovo nelle università con la Pantera. Fuori, era caduto il Muro di Berlino e, con esso, il cosiddetto «socialismo reale», iniziavano le guerre in Jugoslavia, c’era stata la prima guerra in Iraq, si discettava sul Nuovo ordine mondiale che si andava formando. C’era qualcuno che addirittura teorizzava la fine della Storia. E poi, erano finiti gli anni Ottanta, «gli anni di merda» come li definì Nanni Balestrini in una poesia letta in occasione della prima presentazione della rivista e pubblicata sul numero 1. «DeriveApprodi» è nata allora da un incontro: qualche tempo prima avevo conosciuto Sergio Bianchi che si era appena trasferito a Roma. Ci trovammo subito in sintonia, diventando amici veri, fratelli praticamente. Insieme entrammo a far parte di «Luogo comune», una splendida rivista, realizzata da un gruppo redazionale molto coeso, capace davvero di gettare uno sguardo lucido e critico sugli argomenti e i temi trattati. Ci si riuniva per discutere del numero in cantiere, tutti leggevano ogni contributo, ogni articolo, si decideva collettivamente. Tutto questo, però, aveva un prezzo: la periodicità. Non si riusciva a uscire in libreria con scadenze più o meno regolari.Con Sergio pensammo di metter su qualcosa di diverso. Una rivista di pensiero critico che però non nascesse dal lavoro di una redazione strutturata, ma rappresentasse, come scrivemmo nel primo editoriale «un punto di incontro di alcune derive esistenziali e di alcuni percorsi di ricerca, un contributo affinché nuove scoperte maturino, altre avventure comincino». Una rivista aperta a contributi differenti, di cui saremmo stati responsabili Sergio e io. Una rivista naturalmente autoprodotta – grazie agli abbonamenti preventivi che sottoscrissero parenti e amici e grazie al grande aiuto in questo senso, e non solo, dei compagni di Tradate – che sarebbe uscita tre quattro volte all’anno. Con un altro amico e compagno, che ora purtroppo non c’è più, Paolo Minervini, eravamo i proprietari della testata.Iniziò così il percorso di «DeriveApprodi», che vide coinvolti già nella preparazione del numero 0 tanti amici e compagni. Da Nanni Balestrini, che ci aiutò anche a correggere le bozze di quel numero, a Bifo, da Primo Moroni ai compagni di «Luogo Comune» (Paolo Virno, Giorgio Agamben, Lucio Castellano, Benedetto Vecchi, Lanfranco Caminiti, Andrea Colombo, Marco Bascetta ecc.), a molti altri ancora. Discutemmo del nostro progetto, ricevemmo aiuti, suggerimenti, contributi. Il progetto iniziava a prendere forma.Sergio, che trovò anche il nome DeriveApprodi, e io individuammo i temi generali di cui si sarebbe dovuta occupare la rivista: le trasformazioni nella struttura del lavoro, l’emergere di nuovi soggetti legati alla produzione immateriale, crisi della sovranità e della rappresentanza, la centralità della comunicazione e dell’informazione.Volevamo che anche l’aspetto grafico di «DeriveApprodi» fosse fortemente innovativo e, da questo punto di vista, fu decisivo il contributo di un formidabile grafico che si unì all’impresa: Massimo Kunstler, il quale disegnò la testata, creò le gabbie, realizzò le copertine, insieme a noi (in genere di notte) impaginò la rivista. Trovammo poi la tipografia grazie a Giorgino Boldrin, il distributore (Joo) e un amico giornalista che assumesse la direzione, Antonello Grassi. Così, vent’anni fa partiva l’avventura di «DeriveApprodi», che nel corso degli anni avrebbe vissuto cambiamenti e trasformazioni, sarebbe diventata casa editrice, avrebbe coinvolto tanti altri, a iniziare da Ilaria Bussoni, vera colonna portante sia della rivista (fin quando è uscita) sia della casa editrice. E oggi quella rivista, che fu scambiata da un libraio a cui portai delle copie per un giornale di vela, celebra il ventennale. E il fatto strano è che gran parte dei testi pubblicati nei suoi venticinque numeri mi sembrano ancora attuali. Così come quella frase stampata sulla copertina del numero Zero. Forse, ancora una volta «è possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente». Instabile/possibile Rossana De Simone Alla fine degli anni Ottanta Varese aveva seppellito un ciclo storico iniziato con l’insurrezione delle classi operaie provocate dall’avvento del fascismo, «la città giardino», che Benito Mussolini aveva elevato a capoluogo di provincia con l’ambizione di «italianizzare» il Canton Ticino, era passata dal fascismo al razzismo della Lega. «Abbasso lo Stato e viva l’individuo sociale e il privato» gridava Bossi, tutto poteva essere usato come grimaldello per scardinare il sistema, bisognava legittimarsi e delegittimare perché solo «quando tutti i meccanismi saranno sfasati si dovranno prendere decisioni» avvertiva Miglio.Varese è una città che aveva visto uccidere focolai di socializzazione sovversiva e una volta rimasta senza più un residuo di socialità urbana era tornata a cullarsi nella cultura del narcisismo. Una cultura che pensava di trovare le sue radici nell’ordine della sua piazza principale, piazza Monte Grappa, dove l’architettura fascista ha lasciato un fortissimo segno. Gli anni Novanta cominciavano qui come altrove con lo spazio pubblico interamente occupato dagli organi dei media e della comunicazione, capaci di penetrare stati d’animo che riflettevano l’esaltazione dell’individualismo e della proprietà privata con la diffusione di micro-imprese decentrate dalle medie e grandi fabbriche. È in questo periodo di fuga dell’individuo dal sociale e di disillusioni collettive, che eventi come il crollo del Muro di Berlino, piazza Tien An Men in Cina e il movimento della Pantera nelle università italiane, facevano presupporre che si poteva e doveva voltare pagina, ed è in questa atmosfera che la rivista «DeriveApprodi» mi arriva fra le mani. Un incontro felice non solo perché come si leggeva nella copertina del numero zero era «possibile pensare che un lungo periodo di distruzione delle intelligenze collettive cominci a volgere al termine e che nelle metropoli stia emergendo una nuova percezione del presente», ma perché il tempo tornava a suscitare emozioni, la voglia di nuove relazioni affettive e, prima ancora che un sentire comune, un agire comune, rispondeva alla necessità di intercettare nuovi linguaggi che incorporavano l’aspetto immateriale della produzione. Da questo punto di vista «DeriveApprodi» dava voce a interpretazioni diverse provenienti dal corpo sociale produttivo che sperimentava e alimentava l’economia della conoscenza attraverso dinamiche centrifughe e centripete, movimentando il territorio urbano non come ferraglia pensante ma come insubordinati capaci di una autonoma produzione del comune. Elementi chiave di un nuovo progetto costituente non potevano che essere gli intellettuali francesi Deleuze-Guattari. Foucault da coniugare con il pensiero post-coloniale e la riscoperta di Frantz Fanon. Ma poi come non riconoscere che solo il partire da sé del pensiero femminista potesse captare i mutamenti nella percezione del corpo, la sua indisponibilità all’identità unitaria, i tentativi di assoggettamento da parte delle relazioni di potere? Non ancora risolto il problema del rapporto capitale-lavoro e/o capitale-vita risultato della finanziarizzazione dell’economia, che già le frontiere indebolite dallo sgretolamento degli Stati, imponevano l’argomento dello spettacolo mediatico del naufragio, delle migrazioni vissute troppo spesso come avvelenamento di una convivenza sociale già distrutta dalla frammentazione.Viceversa era necessario ci fosse un approdo al naufragio possibile di tutti poiché è la vita di ognuno a rischio di instabilità. Quell’instabilità che provocava le rivolte nei quartieri urbani di grandi metropoli, espresse con violenza da giovani che si rifiutavano di riprodurre il modello di genitori supersfruttati e maltrattati, rivolte che poco si conciliavano con quelle degli intermittenti precari, dell’intellettualità collettiva esposta come altre alla crisi di un sistema in via di decomposizione. Sarà la nuova guerra al terrorismo a svelare la simbiosi tra multinazionali e politici statunitensi, a far emergere i retroscena della deregulation e del sistema dei fondi pensione di quella «nuova economia» degli anni Novanta che si era presentata come la più democratica ma che aveva preso in ostaggio i lavoratori e le loro pensioni. Quando il potere diviene immateriale la rete, sistema nervoso attraverso il quale circola l’informazione, diventa modello organizzativo, ma quando la capacità di dissuasione del potere, e il modello di diplomazia coercitiva mostra la sua inefficacia, arriva il ricorso della forza come accaduto in Iraq o a Genova. I numeri della rivista sui movimenti d’Europa e negli Stati Uniti, Canada e Australia sono piccoli capolavori. Freddi, forse un po’ troppo fitti, ma esuberanti. Quell’esuberanza che si stempera nella malinconia dell’ultimo numero, quello della fine. La malinconia è una passione che rimane costantemente incostante, creatrice perché capace di trasformarsi, di divenire altro. Il tempo, è certo, ha subito una accelerazione. Personalmente ho salutato con simpatia e un sospiro di sollievo la svolta effettuata dalla casa editrice che aveva deciso, più o meno con l’accordo da parte di tutti coloro che la arricchivano, di cessare l’uscita periodica della rivista. Un diverso approccio ai movimenti era cominciato, più riflessivo, di ricongiunzione della memoria che solo i libri possono offrire, senza dimenticare che il tempo, appunto, impone nuove sfide. Ma con quel coso lì che robe si possono fare? Massimo Kunstler Mi vedevo spesso con Sergio, abitavamo talmente vicino che a piedi ci voleva un minuto. Avevo già sentito parlare di lui, ma ci siamo incontrati solo per caso verso la fine degli anni ’80. Sergio condivideva un appartamento con dei miei carissimi amici a Roma. Era il tipo di persona che mancava da tanto nel mio allora esagerato giro di conoscenze, fatto di esagerate frequentazioni e pochi veri amici. Dopo oltre un decennio avevo ritrovato qualcuno con cui poter comunicare, ed essere accettato, per il visionario che ero, al di fuori dei canoni dell’allora imperante edonismo reaganiano, detto tanto per intenderci.Avevo trovato un compagno di merende – forse più di apertivi e cucina. Si parlava con il buon Sergio. Parlavamo in continuazione. Non di ricordi e vecchi tempi, ma di cosa fare. Ora. Passava spesso a trovarmi a fine giornata. A volte mi trovava ancora affaccendato sul mio Mac. Guardava, annusava, pensava. Poi, stappata una bottiglia di buon vino, si decideva il menu della serata e si cominciava a parlare mentre si cucinava. Nel corso del tempo, a tante merende, aperitivi, cene e ottime bottiglie di rosso – quasi sempre rosso, perché le cene erano belle corpose – e tantissime parole, chiacchiere e conversazioni seguirono altrettante merende, aperitivi e cene con parole, chiacchiere e conversazioni, ma vini anche bianchi.Intanto il Bianchi (Sergio) continuava a guardare il mio Mac, annusando e pensando. Fino a quando, una sera, smette di guardare il Mac e guarda me… Ascolta… – dice – ma con quel coso lì che robe si possono fare? Avevo già capito tutto da un bel po’, sapevo dove andava a parare. Di lì a poco uscì il numero zero di DeriveApprodi, della cui veste grafica, Sergio e il sottoscritto, siamo certamente gli unici irresponsabili. Ben scavato vecchia talpa! Franco Berardi (Bifo) Cominciammo a pubblicare questa rivista all’inizio degli anni Novanta per riprendere il filo di una ricerca che nel decennio precedente si era ingarbugliato e perso nelle carceri speciali in cui il potere aveva rinchiuso centinaia di intellettuali. Volevamo riprendere il filo della ricerca autonoma: autonomia della società dal capitale, autonomia del sapere dalla legge del profitto, autonomia della mente e del cuore dall’economia. Gli anni Novanta sono stati un decennio di straordinaria intensità. Crollato il regime statalista autoritario che aveva abusato del nome di comunismo, l’evoluzione del capitalismo conobbe una svolta straordinaria, che prese nome di globalizzazione. L’intelligenza tecno scientifica, sposata alla creatività e sospinta da intensi flussi di capitale dedicati alla ricerca, dispiegò le tecnologie di teletrasmissione simultanea dell’informazione digitale. Questo rese possibile una nuova forma di sfruttamento deterritorializzato del lavoro, e permise di allargare enormemente il mercato del lavoro, togliendo forza di contrattazione al lavoro operaio occidentale. Un arricchimento straordinario e un impoverimento senza precedenti furono resi possibili, nel tempo, da questa nuova condizione. La conoscenza ampliata senza più limiti spaziali, da una parte. Il lavoro precarizzato, frammentato, ridotto in servitù, dall’altra parte. Il pensiero sociale si trovò di fronte a una situazione difficile da interpretare secondo le categorie ereditate dal ventesimo secolo. Occorreva qualcuno che cercasse di collocarsi a questo livello. DeriveApprodi nacque per provarci.Rifiutammo di farci nostalgici difensori della composizione sociale del passato, e delle sue forme di identità e di ideologia. Rifiutammo la nostalgia del comunismo storico. Ma nel far questo ci guardammo bene dal credere nelle illusioni della new economy, che prometteva un’espansione infinta sul piano economico e una nuova felicità nella competizione generalizzata. Cominciammo a studiare le forme emergenti della precarietà e del lavoro cognitivo in rete. Cercammo di affrontare la questione migrante dal punto di vista delle culture post-coloniali e dal punto di vista della composizione del lavoro. La rivista ebbe fin dall’inizio un pubblico per lo più giovane, intelligente, smaliziato. Il pubblico che veniva fuori dal movimento della Pantera, che nel 1990 aveva posto con chiarezza preveggente il problema dell’autonomia della ricerca, e aveva individuato la tendenza pericolosa della politica (di destra e di sinistra) a considerare il campo della conoscenza e della ricerca come un campo riducibile al mercato, alla competizione economica, alla crescita infinita. La rivista non si lasciò catturare dalla nostalgia degli anni Settanta, ma non accettò il cinismo che dominava nella chiacchiera intellettuale. E alla fine incontrò il movimento che dava forma soggettiva di massa alle intuizioni complesse che avevamo cercato di elaborare. Quando esplose l’insurrezione di Seattle, nel novembre del 1999, ci venne voglia di dire: ben scavato vecchia talpa!Il movimento cosiddetto no global, che in realtà era un movimento di critica e trasformazione interna alle forme della globalità culturale e tecnica, tentò di rendere possibile una via d’uscita progressiva, egualitaria, umana, dall’agonia del moderno. Quel movimento riuscì a diffondere una consapevolezza ampia del carattere non naturale, non inevitabile del capitalismo, e riuscì perfino a far comprendere che la globalità della rete poteva funzionare come fattore di liberazione e di autorganizzazione autonoma della ricerca. Ma non riuscì a consolidare quella consapevolezza in istituzioni del sapere e dell’agire solidale, perché la guerra ripiombò sul mondo, dopo l’11 settembre del 2001, e iniziò il processo di smantellamento e sottomissione dell’intelletto generale. Da meno vecchi a più giovani Pino Tripodi Quando vent’anni fa nasce DeriveApprodi eravamo anagraficamente meno vecchi. Convivevano più nidiate sovversive in quell’avventura. I ventenni con le unghie già graffianti del movimento della Pantera, i trentacinquenni sempre più autonomi del movimento 77 e qualche decano delle storie precedenti. Convivevano tutti nel pentolone messo assieme per forza ciclopica dalla cocciuta volontà del Bianchi recalcitrando non poco, però. Ché pochi esclusi – il Sergio, l’io, il Bifo… – avevano doppia tessera in tasca. Quella tosta dell’identità – il simulacro di un’antica forma partito, l’icona di un qualche collettivo politico o centro sociale, la parentela stretta con qualche sparuta micro organizzazione – e quella spuria di DeriveApprodi, una specie di amante disinibita tenuta come carta jolly per fare le porcate che in famiglia non è lecito fare.Con le armate di volta in volta cangianti, si confezionava la rivista (e poi i libri della casa editrice, nelle intenzioni e fors’anche nella realtà una rivista all’ennesima potenza) DeriveApprodi, la più importante assemblea di Movimento prodotta in Italia negli ultimi vent’anni.Chi volesse conoscere le posizioni di una delle tante anime del Movimento italiano può rivolgersi alla relativa parrocchia – se per pura sventura sopravvive ancora; chi invece desiderasse cogliere con uno sguardo il panorama di tutto il Movimento e seguirne le storie, le relazioni, le differenze ontologiche come quelle di lana caprina non può che rivolgersi a DeriveApprodi. Ghigno della storia: DeriveApprodi, per quel carattere di contenitore-assemblea che l’ha contraddistinta, è sempre stata accusata di confusione mentre appare oggi come un elemento di chiarezza. Come ogni assemblea, DeriveApprodi è stata contemporaneamente rappresentazione – ovvero petulante litania delle posizioni, delle identità e delle rappresentanze costituite – ed espressione, ovvero puntellato universo mai sintetizzabile di teoria politica, di discorsività, di pratica sociale. Nel suo nome, DeriveApprodi ha indicata la sua programmatica e sublime condanna: luogo di derive, impossibile e inconosciuto luogo di approdo. Sbrindellato ma preciso e ben orientato legno di naufragio, festoso e desiderante, per tutte le derive singolari e collettive dei movimenti che furono, e assenza genetica e congenita di ogni possibile approdo. Ai movimenti è dato solo di naufragare, sempre, ai suoi becchini – le organizzazioni – può esser dato di approdare, solo. Sull’antagonismo tra movimenti e organizzazioni, sull’insopportabilità di ogni aspetto identitario, sul bigottismo coglione di ogni appartenenza si è costruita l’etica e l’estetica di DeriveApprodi. I pezzi migliori della collezione DeriveApprodi sono infatti quelli da cui emerge ciò, non a caso i medesimi nei quali si dà un cortese vaffa alla zavorra – e alle medaglie – del nostro passato. DeriveApprodi è stata una freccia bidirezionale con il cuore – grande, troppo grande – rivolto al passato e la mente – piccola, troppo piccola come lo è sempre la nostra mente – rivolta al futuro. Vent’anni dopo si assiepano alle nostre porte nuovi ventenni che ci chiedono del passato. È un indizio preciso che i loro movimenti non avranno futuro.Vent’anni dopo si assiepano alle nostre porte nuovi ventenni che ci chiedono del passato. È un indizio preciso che i loro movimenti non avranno futuro. Vent’anni dopo molti di noi hanno superato l’età oltre la quale è una vergogna vivere. Come noi ci siamo lanciati in una ribellione totale verso le sragioni del nostro tempo, così oggi i nostri corpi si vendicano di noi con le medesime modalità di quel giudice che accoglieva nel suo ufficio inquisitorio gli autonomi con il manifesto dell’Autonomia su cui era scritto: Pagherete caro, Pagherete tutto. A questa età rivolgere la mente al proprio passato è un’idiozia su cui possono allignare solo rancore, nostalgia, boria, altri sentimenti tipici di reduci e combattenti. L’unica possibilità per sopportare la vergogna del vivere è quella indicata da Andrea Pazienza che spero di citare con buona memoria: “Chi aveva vent’anni nel 77 ne ha diciotto vent’anni dopo”. Vent’anni fa eravamo meno vecchi, ora siamo più giovani. Non diamo vanto al progressivo rincoglionimento dei corpi – e del passato – siamo legno – sempre più marginale e sempre più discreto – per continuare a naufragare in un mondo nel quale tutti gli approdi che abbiamo conosciuto – paradigmi e organizzazioni, stati e sistemi di rappresentanza – dopo il trionfo dei decenni scorsi, vanno implodendo seppelliti – ironia della storia – non, come avremmo voluto, dalla forza dei movimenti ma dalla propria inconsistenza e miseria. Quando uscì il numero 25, l’ultimo di DeriveApprodi, la prima di copertina aveva una grande x come a dire: basta, chiuso, è finita un’epoca. Oltre il lutto, nella quarta di copertina, mister White pose, dopo averci spaccato i maroni per anni, la festa, ovvero il programma politico del divenire che recitava: freccia tenda cammello. In quel deserto in cui il lutto e la festa si impastavano senza riuscire a coniugarsi provai a scrivere Diario del domani sul potere destituente.Anni dopo non so se c’è ancora qualche freccia nel nostro arco, di certo continuiamo a pensare – un po’ con ironia, un po’ con trattenuta rabbia – cose forse troppo stravaganti o forse troppo folli, cose obbiettivamente fuori dal tempo come cani che abbaiano alla luna non perché attendano dalla luna una conferma. Solo perché avendo scelto di non guidare mandrie, né di star dietro a qualche fottuto carro, la solitudine del cane ci tocca come ci tocca la luna che sola come noi, fa flebile luce ma ci riscalda tanto i cuori. Codici miniati e prediche ai passeri Lanfranco Caminiti Vent’anni fa stavamo attraversando il deserto. Non eravamo diretti verso la terra promessa, quella, semmai, era alle nostre spalle. Il deserto era tutt’intorno a noi, era abitato, sovrappopolato. Una civiltà era andata distrutta, una nuova specie umana emergeva dalle sue rovine, ma noi non riuscivamo a riconoscerne i volti, i corpi: tutto levigato, senza tracce né memoria. Solo noi eravamo pieni di cicatrici. Ma non ci eravamo salvati, eravamo i sommersi. Era successo troppo.Gli anni Ottanta erano stati l’apoteosi delle ideologie liberiste: il thatcherismo e il reaganismo avevano trionfato. In breve: la società non esiste, ci sono solo gli individui; i ricchi sono l’élite sociale e quelli che trainano, spendono e investono, e non vanno certo penalizzati, tassati, ma lasciati liberi di muoversi senza regole, lacci e lacciuoli; la collettività, lo Stato non può farsi carico di chi rimane indietro, ci penserà il mercato, e la disoccupazione e la povertà sono comunque endemiche; ci saranno opportunità e possibilità di arricchimento per tutti, se riusciamo a toglierci di dosso l’eredità di diritti e normative sul lavoro che pesano parassitariamente sulla mobilità del capitale e quindi sullo sviluppo. Questo era successo negli anni Ottanta, gli anni del ritorno dell’ideologia come arma letale, arma di distruzione di massa. L’occidente non può mettere ordine nel mondo, se non mette ordine in casa propria. E il socialismo aveva dimostrato il suo fallimento in termini di utilità e razionalità: aveva preteso di offrire più sicurezze e meno sperperi, invece non funzionava, nonostante un’oppressione bestiale. Aveva dimostrato anche la sua irriformabilità; era condannato a ripetersi sempre uguale (disfunzionalità e oppressione: le disfunzionalità erano sempre colpa di un qualche permissivismo che andava spazzato via). Non c’erano alternative, solo il default. Il 1989 era stato il default del comunismo reale: a Mosca come a Pechino. Un default insanguinato. Ora scoppiavano le crisi a catena dentro il suo mondo, la Jugoslavia, anzitutto, la Cecenia, la Georgia. Una doppia crisi – quella dello sviluppo e quella del progresso –, scoppiata negli anni Settanta e che investe contemporaneamente il capitalismo e il socialismo, cerca una risposta nell’azzeramento della storia. La storia finiva perché ricominciava all’indietro.Insomma, era stato il tempo delle nuove e vecchie geo-ideologie: l’occidente era tornato ai fondamentali del mercato, l’utile, l’interesse individuale; e, prendeva consistenza, si espandeva l’ideologia della religione come guida politica, dopo la rivoluzione khomeinista: l’islam riscopriva il Corano – e le sue versioni – come interpretazione politica del mondo, come nuova soggettività storica. La Cina, come il Brasile, come l’India, possono profittare di questa crisi.Quella che era rimasta stritolata era l’ideologia sociale, il comunismo, la geo-ideologia dell’est europeo e asiatico, del Terzo mondo, dei paesi emergenti. Qui la storia finiva in un vicolo cieco.Gli anni Novanta si trovano in questo passaggio. Ed è qui che prende corpo il clintonismo. Il clintonismo non c’entra niente con l’esperienza europea della socialdemocrazia, del riformismo laburista: questi dovevano far fronte all’incombenza del socialismo, quello sta dentro la crisi del capitalismo.Il clintonismo (e Blair, Prodi, Schroeder, fino a Zapatero) è l’idea di poter governare il passaggio, di poter pragmaticamente fare fronte a quella crisi degli anni Settanta, la crisi del capitale: scarsa produzione, scarsa occupazione. E di poter acconciare in modo meno traumatico la svolta liberista. Il clintonismo è speculare alla svolta cinese, l’idea di poter accomodare la fine del socialismo in modo meno traumatico da quello sovietico. Era questo il deserto. Alla fine degli anni Ottanta, ci ritroviamo nel deserto delle idee in occidente.Nella teorizzazione della fine delle idee. Il conflitto si sposta dal lavoro (che ha subìto la più grande ristrutturazione dall’introduzione ottocentesca delle macchine) e diventa questione marginale: la riduzione del lavoro diventa riduzione della sua soggettività politica; un andamento ciclico. Mentre l’attenzione torna tutta sulla geo-politica, sulla forza, sulla guerra e sulla pace. Anche il capitale si sposta dal conflitto – non solo con il lavoro ma anche con le nuove tecnologie – arrivando sulla finanza. La finanza è ancora appartata, poco visibile. Ma è qui che si gioca la globalizzazione. È qui, e non sulla mobilità delle merci o del lavoro – che già c’erano state nella commercializzazione mondiale dell’impero britannico e nelle nazioni-impero – la differenza sostanziale.Il pensiero politico italiano è il più attrezzato di tutti. Dicono dipenda da una lunga tradizione. Io credo piuttosto dipenda solo dalla straordinaria contingenza degli anni Settanta. Come Lenin riuscì a trasformare un paese industrialmente arretrato – dove mai avrebbe dovuto esserci l’affermazione del proletariato industriale – nell’officina del bolscevismo, nel posto più avanzato della sperimentazione sociale di un ordine nuovo, così l’onda lunga del biennio ’68-69, fino al Settantasette, aveva trasformato il paese più cattolico del mondo nel posto della legislazione più avanzata in termini di divorzio e aborto, e di una tolleranza culturale e sessuale inimmaginabile altrove, il paese con il più forte partito comunista occidentale nel posto dove la critica ai suoi princìpi, ai suoi riferimenti, alle sue politiche era di massa ed era libertaria non reazionaria, il paese più malfermo nei fondamentali dell’economia e dove la distribuzione della ricchezza era ancora ferma al latifondo nel posto del benessere più diffuso ed equo.La dolce vita italiana era iniziata negli anni Settanta, quell’altra era una manfrina per pochi. Ora, nel deserto c’era rimasto solo il pensiero politico. A iosa, strabordante, eccedente. Ma sommerso. Che succede quando hai un patrimonio teorico enorme ma non il tempo storico? Ti chiudi in convento e lo conservi. Ne fai codici, digesti, pandette. Metti i monaci a lavorarci sopra, a arricchire il lascito con miniature e mappe e disegni.Che succede quando hai una religione ma non i fedeli? Predichi ai passeri, sperando che un giorno acquisiscano la parola.Questo erano le riviste degli anni Novanta. Questo era «Derive Approdi», come le altre. Codici miniati e prediche ai passeri. Pochi altri ferventi monaci arrivavano, pronti a perpetuare il lavoro, ma le chiese restavano vuote.Ci si passava l’un l’altro le profezie, come fossero terzine di Nostradamus capaci di indovinare gli accaduti. Era così. Tra le oscure righe, la profezia era chiarissima. Ma restava una pratica di iniziati. Di illuminati. Di massoni. Poi gli anni Novanta finirono.E finirono con Seattle. I passeri arrivavano in stormo e facevano un gran baccano.
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dossier guerra e capitale Le tracce di Maidan Una ricostruzione indiziaria (2/2) Laura Matteoli Il potere non passa dalle urne Un reparto dell’esercito ucraino porta sulle uniformi due simboli che vengono da lontano: il Wolfsangel, l’uncino del lupo che varie divisioni delle SS usarono come insegna, e il Sole Nero, il sigillo esoterico caro a Heinrich Himmler. Il reparto si chiama Azov. Oggi è una brigata della Guardia Nazionale ucraina. A definire Azov un reparto neonazista, anni prima di Mosca, fu il Congresso degli Stati Uniti, cioè il parlamento del paese che dell’Ucraina è il principale armatore e finanziatore. Nel giugno 2015 la Camera dei rappresentanti approvò all’unanimità un emendamento alla legge di spesa militare: nessun fondo americano, recitava, «per armi, addestramento o altra assistenza al battaglione Azov». Nel dibattito, il deputato che lo presentò lo definì una milizia neonazista. Poi accadde una cosa curiosa: prima del voto definitivo l’emendamento scomparì. Riproposto l’anno dopo, di nuovo rimosso. E ancora l’anno successivo. Il divieto entrò in vigore solo nel marzo 2018. Nello stesso anno il Dipartimento di Stato americano, nel rapporto annuale sui diritti umani, inseriva l’ala politica di quel movimento e un gruppo a esso collegato, C14, tra le organizzazioni definite hate group (gruppi che fomentano l’odio).Insomma, il governo che arma l’Ucraina, non il Cremlino, certifica per anni e con fatica, tornandoci sopra tre volte, la natura neonazista di un reparto integrato nelle forze armate ucraine. Ma se per il Congresso americano Azov era neonazista, come è finito nella Guardia Nazionale? E come ha fatto la galassia dell’estrema destra ucraina a contare tanto, se nelle urne era vicina allo zero? Perché questo è il paradosso: nelle elezioni quei partiti racimolano poco o niente, eppure ottengono simboli ufficiali, nomine, divise dello Stato. È un potere che non passa dal voto. Per capire da dove viene bisogna tornare indietro. Ma attenzione, perché su questi fatti si combattono due miti speculari: quello russo dell’Ucraina nazista, e quello ucraino di un’estrema destra inesistente, pura invenzione dei servizi di Mosca. Noi, invece, seguiamo le tracce. Le radici Azov attinge da quasi un secolo a un preciso serbatoio. Nel 1929, nella Galizia allora polacca, nasce l’Oun, l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini. La storiografia accademica, non schierata, ha accertato tre fatti. Primo: la collaborazione col nazismo. La fazione di Stepan Bandera, l’Oun-B, proclamò uno Stato ucraino a Leopoli il 30 giugno 1941, subito dopo l’invasione tedesca. In quei giorni prese parte ai pogrom antiebraici della città. Il battaglione Nachtigall, comandato da Roman Shukhevych (futuro capo militare degli insorti) era stato organizzato dall’Abwehr, il servizio segreto militare tedesco. Secondo: quando fu chiaro che Berlino non avrebbe concesso alcuna indipendenza, l’Oun-B ruppe con i tedeschi; i suoi dirigenti, Bandera compreso, finirono nei campi di concentramento nazisti. L’esercito clandestino (l’Upa, l’Esercito insurrezionale ucraino) che prese forma nel 1942, combatté i sovietici e, in fasi diverse, anche i tedeschi. Terzo: tra il 1943 e il 1945, in Volinia e Galizia, l’Upa condusse il massacro sistematico della popolazione civile polacca. Una vera pulizia etnica. Sull’ultimo punto i numeri sono argomento di diatriba. La storiografia accademica (Grzegorz Motyka, il maggiore studioso polacco del tema, e con lui storici non polacchi come Grzegorz Rossoliński-Liebe e il canadese John-Paul Himka) converge su circa centomila morti polacchi per l’intero teatro Volinia-Galizia. Il Sejm polacco l’ha qualificata genocidio nel 2016. Ivan Katchanovski, il politologo critico del Maidan, si attesta su un limite più basso: trentacinquemila per la sola Volinia. La forbice, in realtà, nasce dal perimetro geografico e dal metodo di conteggio (morti accertati versus archivi anagrafici). Due documenti, a distanza di pochi anni, raccontano gli stessi fatti cancellandone ciascuno la metà che lo smentisce. Nel febbraio 2022 Vladimir Putin annuncia la denazificazione dell’Ucraina: sottolinea la collaborazione del 1941, occulta la rottura coi nazisti e la deportazione di Bandera. Nel giugno 2026 un articolo della piattaforma filo-ucraina Unis pour l’Ukraine, a firma della storica Oxana Melnychuk, compie l’operazione inversa: presenta l’Oun-Upa come una resistenza paragonabile a quella di de Gaulle, attribuisce gran parte dei morti di Volinia a falsificazioni sovietiche, riduce il bilancio a «trentamila documentati», cioè il numero delle vittime accertate per nome. Mosca tiene solo la collaborazione; Kyiv solo la resistenza. Da quel serbatoio vengono la bandiera rossa e nera, il saluto «Gloria all’Ucraina - gloria agli eroi», il culto di Bandera: la lingua simbolica che ritroveremo intatta, settant’anni dopo, nelle piazze. Il debito che spiega il silenzio C’è un secondo fronte e riguarda l’Occidente. È il pezzo di storia che salda questa indagine alla seconda puntata, quella sulle ingerenze straniere in Ucraina. Finita la guerra, mentre l’Unione Sovietica integrava i territori a Occidente, i servizi americani e britannici reclutarono ciò che restava della rete dell’Oun-B in funzione anticomunista. Tra gli uomini messi a libro paga ci fu Mykola Lebed, che dei pogrom del 1941 era stato tra gli organizzatori. La Cia lo portò negli Stati Uniti nel 1949, lì visse indisturbato fino alla morte, nel 1998, senza che un tribunale lo sfiorasse. Nel 1991 la Cia lo considerava ancora un asset di valore. Lo certificano i documenti della stessa Centrale, declassificati negli anni Novanta, in quelle carte il reclutamento è giustificato come una necessità della Guerra Fredda. Massima affidabilità indiziaria. È la radice di un riflesso che vedremo operare anche nel 2014. Chi ha usato quegli uomini coprendoli per decenni, ha un motivo forte per non riconoscerne gli eredi quando ricompaiono. È la sedimentazione di una relazione vecchia di settant’anni. La scuola come incubazione Lo Stato ucraino nasce nel 1991 e con esso il primo partito di questa famiglia: il Partito social-nazionale dell’Ucraina, sigla Snpu, fondato a Leopoli da due uomini che ritroveremo più avanti, Oleh Tyahnybok e Andriy Parubiy. Per tutto il decennio resta un fenomeno regionale e minuscolo, sotto il due per cento su scala nazionale, qualche seggio nei consigli locali della Galizia. Sul piano elettorale, in quegli anni, l’estrema destra ucraina semplicemente non esiste. Ma c’è un altro piano da indagare. Il sistema scolastico dell’Ucraina occidentale, fin dai primi anni novanta, costruisce un canone nazionale in cui l’Oun e l’Upa sono gli eroi della resistenza; mentre restano in ombra i rapporti coi nazisti e i massacri di ebrei e polacchi. Il processo è a geografia variabile: vistoso in Galizia e Volinia, debole a Kharkiv o a Odessa. La destra radicale non vince elezioni. Costruisce l’immaginario dentro cui una metà del paese impara a pensarsi nazione. È un investimento più lento del voto, ma più profondo. Una facciata nuova e una scissione Il 2004 la famiglia dell’estrema destra si divide nei due rami che saranno protagonisti. Primo ramo. Lo Snpu cambia nome e diventa Svoboda, Libertà. Tyahnybok ne ammorbidisce la facciata: espelle i militanti più apertamente neofascisti, modera il linguaggio pubblico, conserva l’ossatura ideologica etno-nazionalista. È la stessa operazione che in quegli anni compiono altre destre europee per rendersi presentabili. E pagherà: Svoboda diventerà l’unico soggetto di questa storia con un consenso elettorale reale. Secondo ramo. Quando Svoboda si ripulisce, scioglie la propria ala paramilitare giovanile, che si chiamava Patriot of Ukraine, ed era nata nel 1999 sotto la guida di Andriy Parubiy. Ma la sezione di Kharkiv rifiuta lo scioglimento. Nel 2005 un giovane del posto la rifonda per conto suo, indipendente dal partito: si chiama Andriy Biletsky, lo chiameranno il comandante bianco. Nel 2007 rompe ufficialmente con Svoboda; nel 2008 federa il suo gruppo con altri in un cartello, l’Assemblea social-nazionale, sigla Sna. Biletsky è l’uomo che chiude il cerchio di questa storia. È di Kharkiv, città russofona dell’Est: il che già scardina l’idea che l’estrema destra ucraina sia solo un fenomeno galiziano. Teorizza per iscritto quello che chiama social-nazionalismo razziale: l’espressione compare già in un suo articolo del 2007 come ideologia ufficiale di Patriot of Ukraine. In un discorso del 2009 identifica il nemico negli ebrei dietro gli oligarchi. A lui è attribuita anche una frase del 2010 (riportata dal «Guardian» e da molte altre testate) secondo cui la missione storica dell’Ucraina sarebbe «guidare le razze bianche del mondo in un’ultima crociata contro i subumani guidati dai semiti». Userà come simbolo il Wolfsangel, lo stesso di Azov. Nel 2015 negherà di aver mai scritto quella frase, attribuendola a una macchinazione dei servizi russi. A oggi la frase non è riferibile a un documento rintracciabile. Mentre questo ramo si radicalizza nell’ombra, Svoboda emerge alla luce. Nel 2012 il salto: alle parlamentari ottiene il 10,4 per cento e trentasette seggi. È il picco storico, ed è la cifra che la propaganda di Mosca esibirà come prova dei nazisti al potere. È una lettura sbagliata: quel voto misura soprattutto la frustrazione verso il governo di Yanukovych, raccolta anche da elettori moderati dell’Ovest in cerca dell’unica opposizione che si mostrasse compatta e decisa. Tredici mesi più tardi, arrivano gli scontri di Maidan. Pochi ma nei posti che contano Tra il novembre 2013 e il febbraio 2014 le due direttrici, la politica e quella militare, si intrecciano. Sul piano dei numeri, l’estrema destra al Maidan è una minoranza. Lo dice il sondaggio dell’istituto Dif, condotto in piazza nel dicembre 2013: la motivazione principale del 70% dei manifestanti era l’indignazione per i pestaggi del 30 novembre, non l’ideologia nazionalista. La gente del Maidan, in larghissima parte, non era lì per Bandera. Sul piano operativo, però, il quadro si rovescia. Perché in una crisi di piazza non conta il numero: conta quanto sei organizzato e quanto sei predisposto alla violenza. E qui una minoranza diventa decisiva. A fine novembre 2013 nasce, come coalizione-ombrello di gruppi nazionalisti, il Settore Destro (in ucraino Pravyj Sektor) guidato da Dmytro Yarosh: una struttura di combattimento senza storia elettorale, che prende il controllo delle sezioni più dure. I suoi capi vantavano diecimila uomini; gli osservatori dell’epoca ne stimavano fra trecento e cinquecento. Accanto, il gruppo giovanile neonazista C14, legato a Svoboda, guida l’unità di autodifesa che il 1° dicembre occupa con la forza il municipio di Kyiv. Le strutture di autodifesa della piazza, nel loro insieme, sono inquadrate e comandate da uomini dell’estrema destra. Lo documentano, indipendentemente l’uno dall’altro, due studiosi che stanno su sponde opposte: Katchanovski, critico del Maidan, e Volodymyr Ishchenko, sociologo ucraino di sinistra, critico dell’estrema destra ma certo non filorusso. L’indizio è questo: il ruolo operativo della destra radicale fu molto maggiore rispetto al suo peso numerico. Da qui anche i simboli. Le bandiere rosse e nere dell’Oun, il saluto Gloria all’Ucraina. Accanto spuntarono, nelle zone controllate dall’autodifesa del Maidan, insegne che con la tradizione ucraina non c’entrano nulla: svastiche, sigle delle SS, il codice 14/88 della galassia suprematista. Tutto documentato dai video e dalle ricerche sul campo. Non erano l’ideologia della folla. Erano la lingua di chi controllava le strutture armate. Qui ci fermiamo, siamo sulla soglia degli scontri del 20 febbraio, che saranno il cuore del prossimo articolo. L’integrazione senza voti Torniamo al punto di partenza e chiudiamo il cerchio. Resta da spiegare come la galassia che crolla alle urne sia entrata nelle istituzioni dello Stato. La risposta sta in una sequenza di mesi e l’uomo che la incarna è Biletsky. Mentre il Maidan si svolge, Biletsky è in carcere a Kharkiv: è dentro dal dicembre 2011 con accuse di rapina e tentato omicidio. Ci resta per ventotto mesi. Il 24 febbraio 2014, il giorno dopo la fuga di Yanukovych, la Verkhovna Rada (il parlamento ucraino) vota un decreto per la liberazione dei prigionieri politici. L’indomani Biletsky e i suoi escono, prosciolti. Lo segnala, con una sfumatura che le ricostruzioni celebrative tacciono, il progetto Reporting Radicalism, monitoraggio dell’estremismo legato a Freedom House, non sospettabile di simpatie russe. Tra i soggetti scarcerati c’erano anche persone già condannate, non solo in attesa di giudizio. Il nuovo potere, nelle sue prime ore, riqualificò come prigioniero politico, e rimise in libertà, il teorico del social-nazionalismo razziale. Il 28 febbraio Biletsky guida a Kharkiv l’occupazione della sede di un gruppo anti-Maidan; il 12 marzo è a capo dell’ala orientale del Settore Destro; il 14 marzo i suoi uomini ingaggiano in centro città uno scontro a fuoco che lascia due morti tra i filorussi. Il 5 maggio, a Berdyansk, fonda il battaglione Azov, col sostegno del ministro dell’Interno Arsen Avakov. L’11 novembre 2014 Azov entra nella Guardia Nazionale, tenendosi stretti i suoi simboli. Il suo vice, Vadym Troyan, anche lui proveniente da Patriot of Ukraine, viene nominato capo della polizia della regione di Kyiv. Dal carcere alla guida della sicurezza di un oblast. Qui le tracce si sovrappongono. Victoria Nuland, in missione per conto del Dipartimento di Stato Usa, veniva intercettata il 6 febbraio 2014, mentre disegnava il governo che sarebbe nato tre settimane dopo. La diplomatica chiede esplicitamente di tenere fuori dall’esecutivo, in panchina, Tyahnybok di Svoboda. Su quel punto fu accontentata. Ma mentre Washington maneggiava la facciata politica, la struttura operativa prendeva i posti che contano: Parubiy (cofondatore dello Snpu e comandante delle autodifese del Maidan) diventava segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa nazionale, con Yarosh del Settore Destro come vice. Due letture restano aperte senza escludersi: forse Washington non controllava l’ala militare (il che contraddice e ridimensiona la tesi della regia); forse era consapevole e scelse di non ostacolarla. Il quadro, a questo punto è completo. Nell’ottobre 2014 Svoboda raccoglie il 4,7 per cento e resta fuori dal parlamento; alle presidenziali Yarosh si era fermato all’uno per cento. Negli stessi mesi, però, il presidente Petro Poroshenko adotta Gloria all’Ucraina come saluto ufficiale delle forze armate, l’inno dell’Oun diventa canto dell’esercito, Azov indossa la divisa dello Stato con i suoi simboli intatti. Il crollo elettorale e l’integrazione istituzionale corrono paralleli. È la risposta alla domanda di partenza: un reparto che il Congresso americano dichiarava neonazista è finito nella Guardia Nazionale non vincendo le elezioni, ma col controllo militare delle piazze. Quello che le tracce non rivelano Resterebbe da illuminare il retroscena con le domande alle quali le tracce che abbiamo disegnato non sanno rispondere. L’integrazione del 2014 è frutto di un patto esplicito, di un debito contratto in piazza, o di un assorbimento spontaneo? E la normalizzazione dei simboli dell’Oun da parte di Poroshenko prima e di Zelensky poi (nessuna di quelle decisioni è mai stata revocata) nasce da convinzione ideologica o da calcolo politico? Una forza che ha perso quasi ogni elezione ha vinto la sola battaglia che le premeva: quella dei simboli e delle armi. Il consenso le è stato negato. Il potere, no. Nota sulle fonti Le radici (Oun-Upa) e le cifre di Volinia. Grzegorz Motyka, Od rzezi wołyńskiej do akcji «Wisła» (Cracovia, 2011). Grzegorz Rossoliński-Liebe, Stepan Bandera: The Life and Afterlife of a Ukrainian Nationalist (ibidem, 2014). John-Paul Himka, Ukrainian Nationalists and the Holocaust (ibidem, 2021). Riconoscimento come genocidio: Sejm della Repubblica di Polonia, risoluzione dell’11 luglio 2016. Per la stima inferiore relativa alla sola Volinia: Ivan Katchanovski, The Russia-Ukraine War and its Origins (Palgrave Macmillan, 2026). Le vittime documentate per nome rinviano al censimento di Władysław ed Ewa Siemaszko. I due reperti speculari. Vladimir Putin, discorso del 24 febbraio 2022 sull’avvio dell’operazione militare. Oxana Melnychuk, articolo su «Unis pour l’Ukraine», 24 giugno 2026. Lebed e la Cia. Richard Breitman e Norman J. W. Goda, Hitler’s Shadow: Nazi War Criminals, U.S. Intelligence, and the Cold War, National Archives and Records Administration (Nara), 2010, che documenta i file declassificati del progetto AERODYNAMIC. Il Congresso e il Dipartimento di Stato. Congressional Record, emendamento Conyers-Yoho alla legge di spesa per la difesa, giugno 2015, e successiva entrata in vigore nella legge omnibus del marzo 2018.U.S. Department of State, Country Reports on Human Rights Practices 2018 (sezione Ucraina), per la qualifica di C14 e National Corps come hate group; lettera congiunta degli ambasciatori del G7, 2019. La genealogia dei gruppi e Biletsky. Reporting Radicalism (Freedom House), che richiama la risoluzione della Verkhovna Rada sulla liberazione dei prigionieri politici del 24 febbraio 2014; Volodymyr Ishchenko per l’analisi del fenomeno. Nationalities Papers (Cambridge University Press) e Atlantic Council per le stime numeriche di Pravyj Sektor. La frase attribuita a Biletsky (2010) è riportata da The Guardian, 13 marzo 2018, e non risulta ancora ancorata a un documento primario. Il Maidan e l’integrazione. Sondaggio della Fondazione iniziative democratiche (Dif), dicembre 2013; telefonata Nuland-Pyatt, registrazione pubblica del 6 febbraio 2014; per nomine e simboli post-2014, Katchanovski (op. cit.) e atti della Verkhovna Rada. Dati elettorali: Commissione Elettorale Centrale ucraina. Gli spari nel buio «C’est le temps qui compose ce qu’on nomme proprement le fil de l’Histoire. Car la Chronologie est un filet plus necessaire à se démeller d’une narration historique, que ne fut iamais à Thesée celuy qui le tira de tous les détours du Labyrinthe». F. La Mothe Le Vayer, Discours sur l’histoire Il 26 febbraio 2014, sei giorni dopo i sanguinosi scontri di Kyiv, il ministro degli Esteri estone Urmas Paet telefona a Catherine Ashton, capa della diplomazia dell’Unione Europea. È appena tornato dall’Ucraina. La telefonata verrà intercettata e poi diffusa il 5 marzo; l’autenticità della registrazione sarà confermata dal Ministero degli Esteri estone e dall’ambasciatore estone a Kyiv. A un certo punto del colloquio, dieci minuti per lo più su pacchetti finanziari e riforme, Paet dice una cosa che sorprende: «So that there is now stronger and stronger understanding that behind snipers, it was not, you know, Yanukovych, but it was somebody from the new coalition.» («Ora si sta diffondendo sempre più la convinzione che dietro ai cecchini non ci fosse, sai, Yanukovych, ma qualcuno della nuova coalizione»). Ashton risponde: «I think we do want to investigate. I mean, I didn’t pick that up. That’s interesting. Gosh.» («Credo che vorremo approfondire la questione. Insomma, non me ne ero resa conto. È interessante. Accidenti.»). E cambia argomento. Che cosa prova questa telefonata? Soltanto che un ministro europeo, sei giorni dopo i fatti, riferiva ai massimi livelli dell’Unione un sospetto di responsabilità interna alla nuova coalizione. Nessuna pistola fumante. La fonte di Paet, la dottoressa Olga Bohomolets, coordinatrice dei medici di piazza Maidan, smentirà pubblicamente di aver detto ciò che le viene attribuito: preciserà di aver visto solo manifestanti feriti, mai i corpi dei poliziotti, non ha potuto comparare le ferite. E l’attribuzione «qualcuno della nuova coalizione» era un’ipotesi di Paet, non una conclusione della dottoressa. Insomma, una congettura riferita. Partiamo da qui non perché la telefonata sveli l’arcano, ma perché fotografa la tesi di questa ricostruzione: nessuno la racconta giusta. Non la versione russa, per cui una polizia aggredita reagì a una rivolta armata e i manifestanti furono ammazzati dai propri compagni: quella polizia è stata condannata per omicidio. Non la versione occidentale, per cui uno Stato autoritario massacrò una piazza inerme: perché il fuoco non fu unilaterale, e da edifici controllati dalle organizzazioni armate della piazza arrivò parte del piombo che uccise. In mezzo stanno i morti, poliziotti e dimostranti, vittime di una violenza decisa sopra le loro teste. Un disegno che non emerge da ciò che si vede, ma da ciò che qualcuno si è preoccupato di occultare. Le fonti su cui poggiamo sono i documenti che la parte vincitrice ha prodotto (contro il proprio interesse in senso ginzburghiano): la sentenza del tribunale di Kyiv del 2023, le perizie dell’accusa, il rapporto di un organismo voluto dal presidente ucraino Poroshenko. Come si arriva al 20 febbraio La vulgata comprime l’origine della crisi in un gesto solo: «Yanukovych tradisce l’Europa». I fatti mostrano un percorso diverso. Il 21 novembre 2013 il governo di Mykola Azarov sospende, non rifiuta, i preparativi per la firma dell’Accordo di Associazione con l’Unione Europea. Forse spera di portare a casa qualcosa in più nel lasso di tempo che lo separa dal vertice di Vilnius, previsto per il 28-29 novembre. Forse cede alle pressioni della Russia. La sera stessa del 21, poche ore dopo l’annuncio, il giornalista Mustafa Nayyem lancia su Facebook l’appello alla piazza: qualche centinaio di persone si raduna a Maidan Nezalezhnosti. È il primo Euromaidan, filo-europeo, pacifico, che si esaurisce in fretta. Poi, il 28 e 29 novembre a Vilnius, Yanukovych non firma e la protesta riparte. Ciò che la trasforma in movimento di massa, però, non è la geopolitica. È la violenza. All’alba del 30 novembre la Berkut (polizia antisommossa) disperde con brutalità gli studenti rimasti in piazza. Il sondaggio dell’istituto Dif, condotto in dicembre, certifica: la motivazione principale dei manifestanti diventa l’indignazione per i pestaggi, non l’adesione all’Europa. Il primo dicembre la piazza è oceanica. Il C14, gruppo giovanile neonazista legato al partito Svoboda, guida l’occupazione violenta del municipio di Kyiv. La composizione della piazza e quella di chi si candida a guidarla militarmente cominciano a divergere. A gennaio la crisi precipita. Il 16, la Rada, il parlamento ucraino, approva in seduta ordinaria (ma con voto irregolare per alzata di mano) un pacchetto di leggi che criminalizza le proteste. Saranno abrogate dodici giorni dopo, una decisione che aumenta nella piazza la sensazione di essere più forte. Tra il 18 e il 22 gennaio esplodono gli scontri di via Hrushevsky: il Settore Destro (Pravyj Sektor), coalizione di gruppi nazionalisti nata durante la protesta e guidata da Dmytro Yarosh, attacca la polizia con bottiglie molotov, questa risponde con proiettili di gomma e, secondo più fonti, munizioni vere. Il 22 gennaio si contano i primi morti: Serhiy Nihoyan, armeno-ucraino; Mykhailo Zhyznevsky, bielorusso, militante del gruppo nazionalista Una-Unso; Roman Senyk, che morirà tre giorni dopo. La vulgata li attribuisce alla polizia. Nel 2015 il capo dell’unità indagini speciali dichiarerà che i primi due furono colpiti da una distanza di non meno di tre metri, mentre le forze dell’ordine erano a circa trenta, e che i responsabili «potevano essere provocatori o poliziotti travestiti». Nel 2017 la stessa Procura Generale definirà l’indagine mal condotta e non conclusa. L’attribuzione non è certa nemmeno per i primi morti. Sempre il 22 gennaio, le bande pro-governative rapiscono l’attivista Yuriy Verbytsky da un ospedale. Viene trovato torturato a morte in un bosco. Il 18 e 19 febbraio il conflitto è già bilaterale e letale. La sentenza del tribunale di Kyiv accerta il bilancio di quei due giorni: centocinquantasei attivisti feriti e sei morti (tre dei quali uccisi da colpi da arma da fuoco); centocinque agenti feriti e uno morto (colpo di arma da fuoco). Si sparava da entrambe le parti già prima del 20. Sempre il 18 e il 19, nella notte, un reparto speciale della polizia si trasferisce nel piazzale del Palazzo d’Ottobre (Zhovtnevyi), su via Instytutska, ci resta di riserva fino al mattino del 20. Sul versante opposto, dentro il Conservatorio e l’Hotel Ukraina sono già operative compagnie armate legate al Settore Destro e a Svoboda, coordinate da Volodymyr Parasyuk. Il 19 pomeriggio gli scontri si attenuano, si stabilisce una tregua informale, il governo annuncia una giornata di lutto nazionale per il giorno 20. A Khmelnytsky, trecentoquaranta chilometri da Kyiv, alle 12:36, centinaia di manifestanti assaltano la sede locale del servizio di sicurezza. Lo scopo è impedire l’invio di rinforzi nella capitale. Una raffica di mitra, dall’interno, uccide un’anziana, altri tre dimostranti restano feriti. Assalti simili a Lviv, Ivano-Frankivsk, Ternopil negli stessi giorni. Il tribunale di Khmelnytsky, nel 2025, accerterà che quell’assalto fu reale, non una percezione errata della polizia. Il 20 febbraio, ora per ora Dalle 05:30 alle 09:00 vengono uccisi tre agenti e feriti altri trentanove. I primi spari della giornata colpiscono i poliziotti. Vengono dagli edifici sotto il controllo delle formazioni armate della piazza. È accertato dalla sentenza del tribunale di Kyiv. In quella finestra temporale, precisa il tribunale, la milizia non usa armi da fuoco, ma risponde con proiettili traumatici e idranti. La ricostruzione della Procura Generale, durante il processo, colloca alle 05:30 la morte del primo agente, ucciso con un fucile da caccia, il colpo viene da uno degli edifici controllati dagli attivisti. Il tribunale accerta nella sentenza sia la direzione del tiro che il controllo dell’edificio; non identifica chi impugna l’arma. Nelle ore successive i colpi arrivano in prevalenza dagli edifici controllati dalle organizzazioni armate presenti fra i contestatori. In questa fase le sentenze non registrano morti tra i manifestanti. Tra le 8 e le 9, diverse fonti riferiscono spari dall’Hotel Ukraina; un oratore dal palco della piazza avverte: «qualcuno sta sparando dall’Hotel Ukraina» e chiede: «ai nostri ragazzi, che erano nell’hotel fino a poco fa, di verificare». La sentenza conferma che l’hotel è «territorio controllato dalle milizie della protesta», con «persone armate nei suoi locali», all’interno c’è una compagnia di attivisti legata all’estrema destra. Chi parla dal palco non attribuisce gli spari al governo: chiede ai propri uomini di controllare l’edificio da cui si spara. Verso le 8:50 le comunicazioni radio delle truppe interne registrano ordini di ritirata. Tra le 8:50 e le 9:01, i filmati sincronizzati e la sentenza documentano il ripiegamento del Berkut e delle altre forze dell’ordine. È lo spartiacque: il controllo passa alle formazioni armate della piazza, e il reparto speciale, rimasto di riserva a Zhovtnevyi da trentasei ore, entra in azione. Intorno alle 9 due comandanti del Berkut vengono uccisi da colpi di arma da fuoco. Su questo episodio esiste una confessione pubblica: Ivan Bubenchyk, attivista di Leopoli, ha dichiarato più volte, in un’intervista televisiva del 2014, poi alla rivista «Bird in Flight» nel 2016, poi in un documentario, di aver sparato quella mattina ai poliziotti dal Conservatorio uccidendone due. Ma la sentenza del 2023 non assolve il Berkut e non lo condanna per un episodio marginale. Al contrario: punisce due imputati del reparto per omicidio doloso di più persone, con pene a quindici anni, e un terzo imputato per abuso d’ufficio. Il fuoco del reparto speciale sui dimostranti è accertato. La responsabilità dello Stato per la morte dei manifestanti è una sentenza. Ma quella stessa sentenza fa altre due cose. Assolve tutti gli imputati dall’accusa di terrorismo e di atto pianificato dall’alto: la giuria non ha ritenuto provato che il massacro fosse una strategia di Stato ordinata da Yanukovych, come chiedeva l’accusa. E per alcune vittime tra i dimostranti esclude la responsabilità del reparto di polizia. Un manifestante, che fonti esterne identificano come Oleh Ushnevych, secondo il verdetto ricevette le ferite mortali al torace e all’addome con colpi provenienti «dal lato dell’hotel Ukraina e dall’area davanti a esso, che non erano sotto il controllo delle forze dell’ordine, e quindi il coinvolgimento degli imputati e degli agenti del reparto è escluso». In un altro caso la balistica dei frammenti estratti dal corpo esclude i Kalashnikov in dotazione alla Berkut e indica un colpo proveniente «dall’alto di via Instytutska», zona controllata dagli attivisti. E ancora, il tribunale annota che lo sparo «era diretto verso una folla di persone». Tre accertamenti in un solo documento: a) il Berkut uccise dolosamente dei manifestanti; b) non lo fece per ordine dello Stato; c) una parte degli spari mortali venne da posizioni controllate dai gruppi armati del Maidan. Il disegno delle assenze Se ci fermassimo qui, resterebbero aperte due domande: chi sparò dai palazzi del Maidan? Perché la giustizia non lo ha stabilito? Al primo interrogativo, per ora, non c’è risposta. Sul secondo c’è una traccia più solida e più inquietante, perché ci porta a elencare tutto ciò che è sparito. Sono spariti quasi tutti gli scudi e gli elmetti dei dimostranti uccisi e feriti, oggetti i cui fori di proiettile avrebbero indicato la posizione degli sparatori. Sono spariti molti dei proiettili estratti dai corpi, dagli alberi, dal terreno, dalle fioriere. Alcuni alberi furono abbattuti, in parte su richiesta della Procura. La raccolta dei proiettili dai muri dell’Hotel Ukraina fu ordinata solo nel 2018, quattro anni dopo. Insomma, svanisce ciò che avrebbe permesso di rispondere alla domanda «da dove partì il colpo?». Che le sottrazioni siano intenzionali è un’ipotesi; che siano selettive è un fatto. Ma non basta. Un testimone, Volodymyr Pastushok, dichiarò al processo che quando riferì agli inquirenti di aver visto cecchini delle organizzazioni di protesta nell’Hotel Ukraina, «risero di lui» e la sua deposizione sparì dai fascicoli. Le indagini sui poliziotti e sui dimostranti, morti nello stesso luogo e nello stesso momento, furono condotte separatamente, senza mai un confronto balistico tra i proiettili estratti dai due gruppi di corpi. E le armi? Filmati mostrano il Settore Destro che evacua l’Hotel Dnipro, poche settimane dopo, con armi dentro custodie per strumenti musicali, sotto la supervisione di Andriy Parubiy, comandante dell’autodifesa del Maidan e futuro segretario del Consiglio di Sicurezza e Difesa. Il leader del Settore Destro, Yarosh, lo ha ammesso. Quelle armi non furono mai esaminate. Persino nel caso più documentato di tutti (un uomo che confessa in tre sedi diverse, senza mai ritrattare) la giustizia procede con lo stesso passo incerto. Nel 2018 l’accusa di omicidio contro Bubenchyk fu derubricata a reato minore. Secondo quanto dichiarato dai procuratori del caso all’agenzia di stampa statale ucraina, alla fine del 2022, un’accusa di omicidio per l’uccisione dei due agenti (pena massima l’ergastolo) risultava comunque pendente in tribunale. Nel novembre 2023 il processo era ancora in corso. Come si sia arrivati da un’accusa derubricata a un’imputazione di omicidio di nuovo pendente, nessuna fonte lo spiega. Non è stato possibile verificare se il processo si sia concluso. Ma c’è, invece, un elemento che il tribunale ha approfondito: la perizia balistica su cui si poggia, in parte, la sentenza del 2023. La difesa dei poliziotti l’ha spesso citata. Il verdetto si serve, fra l’altro, dell’esame sui proiettili effettuato nel 2019 che il tribunale preferì ai precedenti motivando la scelta con la loro obsolescenza tecnica: le prime analisi erano state condotte con microscopi ottici e con un sistema di comparazione bidimensionale (Abis-Tais) che gli stessi periti a processo hanno definito superato, tanto più davanti a un numero enorme di reperti. La perizia è complessa e articolata. Collega molti proiettili ad armi Kalashnikov, ma segnala che ne furono sparati anche dall’interno dell’Hotel Ukraina controllato dagli attivisti, altri risultarono provenire da armi diverse da quelle in dotazione al Berkut. Il tribunale affronta le contraddizioni e in parte le scioglie: un errore materiale corretto nel secondo referto, una ferita che a un primo esame era stata attribuita a un’arma da caccia usata a distanza ravvicinata si rivelò di natura diversa. Resta agli atti un solo rebus che un perito, interrogato, non seppe chiarire: perché il secondo referto non elencasse le difformità rispetto al primo. Ciò che si seppe e ciò che non si volle sapere Torniamo alla telefonata di Paet. Da sola dice poco o nulla. Ma c’è dell’altro. Il 31 marzo 2015 il Consiglio d’Europa pubblica il rapporto del suo Panel Consultivo Internazionale (organismo voluto dal presidente ucraino Petro Poroshenko), lo guida Nicolas Bratza, ex presidente della Corte europea dei diritti dell’uomo. Il documento rileva le carenze e l’ostruzione delle indagini. Riferisce, inoltre, che secondo la Procura Generale ucraina le prove indicavano almeno tre manifestanti uccisi da colpi provenienti dall’Hotel Ukraina o dal Conservatorio, sembrerebbero anche esserci prove, non confermate, che dieci persone siano cadute sotto colpi sparati dai tetti. Nel 2017 le Nazioni Unite constatano l’assenza di progressi significativi nel portare i responsabili davanti alla giustizia. Tre tracce che registrano: sospetto, ostruzione, impunità. Nessuna nomina il colpevole. Tutte indicano che si seppe presto, ma non si volle sapere fino in fondo. Il confine Riassumendo. È accertato, da tribunali e organismi che hanno sostenuto il campo pro-Maidan che:a) il Berkut uccise dei manifestanti il 20 febbraio;b) non furono provati quel giorno né un ordine di Yanukovych né la presenza di cecchini russi;c) il conflitto armato, non la protesta, era bilaterale e mortale già dal 18 febbraio;d) i primi a morire il 20 furono tre poliziotti, e almeno il primo colpo venne da edifici controllati dalle formazioni armate della piazza;e) alcuni dimostranti furono uccisi con spari provenienti da posizioni controllate dalle formazioni militarizzate;f) prove utili a stabilire chi sparò da quegli edifici sono state selettivamente distrutte. Restano non provati: l’identità dei cecchini che tirarono dagli edifici del Maidan e, soprattutto, se qualcuno abbia ordinato di mirare ai manifestanti per incolparne il regime. Nessuna sentenza lo accerta. Il tappeto che le tracce hanno disegnato è dunque questo. Il 20 febbraio furono sparati colpi mortali da più parti. Alcuni dal reparto speciale di polizia alle dipendenze del Governo; altri da edifici controllati dalle organizzazioni armate della piazza. Qui operavano uomini dell’estrema destra poi assorbiti nelle strutture di sicurezza dello Stato. Quello stesso Stato che ha reso impossibile accertarne l’identità. I morti, poliziotti e manifestanti, furono in larga parte vittime innocenti di una violenza governata sopra le loro teste. La traccia più evidente che rimane non è il rumore degli spari, ma il silenzio che è venuto dopo. Un silenzio avvolto in un buio che ha inghiottito le prove. Non resta che augurarci che, prima o poi, qualcuno ci restituisca, almeno in parte, la luce della verità. Fonti primarie Sentenza del tribunale distrettuale di Sviatoshyn (Kyiv). 18 ottobre 2023, procedimento n. 759/3498/15-k, registro delle decisioni giudiziarie ucraine, reyestr.court.gov.ua/Review/114304164 (2235 pagine). Sentenza del tribunale distrettuale-cittadino di Khmelnytsky. 11 marzo 2025 (pubblicata 11 aprile), registro n. 126543286. Rapporto del Comitato Consultivo Internazionale del Consiglio d’Europa (Panel Bratza). 31 marzo 2015, testo francese, 125 pagine. Registrazione della telefonata Paet-Ashton. 26 febbraio 2014, trascrizione integrale dell’audio diffuso il 5 marzo 2014. Fonti giornalistiche indipendenti, verificate direttamente Human Rights Watch. Dispatches: In a Leaked Call, Where’s the Truth in Ukraine?, 5 marzo 2014 — hrw.org/news/2014/03/05/dispatches-leaked-call-wheres-truth-ukraine. StopFake. Urmas Paet Did Not Confirm That Snipers Were Hired by Leaders of Maidan — stopfake.org/en/urmas-paet-dit-not-confirm-that-snipers-were-hired-by-leaders-of-maidan. «KyivPost». Estonian Foreign Minister, in Leaked Phone Call, Raises Suspicions About Ukraine’s New Government and Sniper Killings, 5 marzo 2014 — kyivpost.com/post/10357. Interrogazione parlamentare europea. E-003239/2014 — europarl.europa.eu/doceo/document/E-7-2014-003239_EN.html. Fondazione Iniziative Democratiche (Dif). Sondaggio sui manifestanti del Maidan, dicembre 2013. «Bird in Flight». Intervista a Ivan Bubenchyk, 19 febbraio 2016. «Ukrainska Pravda». Розслідування вбивств силовиків на Майдані: від публічних зізнань, вкрадених томів і до затримання в Іспанії, 24 maggio 2021 — pravda.com.ua/articles/2021/05/24/7294569. «KyivPost». Self-Admitted ‘Maidan Sniper’ Released, 5 aprile 2018 — kyivpost.com/ukraine-politics/self-proclaimed-euromaidan-sniper-arrested-waits-court-ruling. Unian. Ukraine’s Nabu Summons Chief Prosecutor for Questioning, 2019 — unian.info/politics/10615971. Radio Svoboda (Rfe/Rl). П’ять запитань та відповідей про справу Івана Бубенчика, aprile 2018 — radiosvoboda.org/a/29145554.html. Radio Svoboda. Екстрадиція «майданівця», maggio 2021 — sull’arresto in Spagna del secondo sospettato, Dmytro Lypovyi. «Ukrinform». intervista ai procuratori Ivan Babenko e Denys Ivanov, 30 novembre 2023 — ukrinform.ua/rubric-society/3793583. Fonti secondarie Ivan Katchanovski. The Russia-Ukraine War and its Origins e capitoli correlati (Springer Nature, Palgrave). commons.com.ua (Спільне). The Maidan Shooting: Conspiracy Theories and Unanswered Questions. Paolo Butturini è giornalista. Si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, spettacolo, sport e politica. Alla storia professionale ha affiancato l’impegno sindacale ricoprendo il ruolo di Segretario dell’Associazione Stampa Romana e quello di vicesegretario della Federazione Nazionale della Stampa. Nel 2019 ha esordito come narratore con Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Insieme a un gruppo di professionisti ha fondato l’Associazione A mano disarmata (Forum Internazionale e multimediale dell’informazione contro le mafie). The traces of Maidan: an evidentiary reconstruction – part 2/2 Power Does Not Pass Through the Ballot Box A unit of the Ukrainian army wears two symbols on its uniforms that come from afar: the Wolfsangel, the wolf’s hook used as an insignia by various SS divisions, and the Black Sun, the esoteric seal dear to Heinrich Himmler. The unit is called Azov. Today, it is a brigade of the Ukrainian National Guard.Defining Azov as a neo-Nazi unit years before Moscow did was the United States Congress—the parliament of the very country that serves as Ukraine’s primary supplier of arms and funding. In June 2015, the House of Representatives unanimously approved an amendment to the military spending bill stating that no American funds could be used «to provide arms, training, or other assistance to the Azov Battalion». During the debate, the representative who introduced it defined it as a neo-Nazi militia. Then, a curious thing happened: before the final vote, the amendment vanished. Reintroduced the following year, it was removed once again. And the same occurred the year after that. The ban only came into effect in March 2018. In the same year, the US State Department, in its annual human rights report, included the political wing of that movement and a linked group, C14, among organizations defined as hate groups. Thus, the very government that arms Ukraine — not the Kremlin — certified for years, with difficulty and by revisiting the issue three times, the neo-Nazi nature of a unit integrated into the Ukrainian armed forces. But if the US Congress considered Azov neo-Nazi, how did it end up in the National Guard? And how did the Ukrainian far-right galaxy manage to carry so much weight, when its support at the ballot box was close to zero? For this is the paradox: in elections, these parties scrape together little to nothing, yet they obtain official symbols, appointments, and state uniforms. This is a power that does not pass through the vote. To understand where it comes from, one must turn back the clock. But caution is required, because two mirror-image myths clash over these facts: the Russian myth of a Nazi Ukraine, and the Ukrainian myth of a non-existent far-right, a pure invention of Moscow’s intelligence services. We, instead, follow the traces. The Roots For nearly a century, Azov has drawn from a specific reservoir. In 1929, in what was then Polish Galicia, the OUN (Organization of Ukrainian Nationalists) was born. Non-aligned academic historiography has established three facts. First: Collaboration with Nazism. Stepan Bandera’s faction, the OUN-B, proclaimed a Ukrainian state in Lviv on June 30, 1941, immediately following the German invasion. During those days, it took part in the anti-Jewish pogroms in the city. The Nachtigall Battalion, commanded by Roman Shukhevych (the future military leader of the insurgents), had been organized by the Abwehr, the German military intelligence service. Second: When it became clear that Berlin would not grant independence, the OUN-B broke with the Germans; its leaders, including Bandera, ended up in Nazi concentration camps. The underground army that took shape in 1942, the UPA (Ukrainian Insurgent Army), fought the Soviets and, at various stages, the Germans as well. Third: Between 1943 and 1945, in Volhynia and Galicia, the UPA carried out the systematic massacre of the Polish civilian population. A true ethnic cleansing. On this last point, the numbers are a subject of contention. Academic historiography — Grzegorz Motyka, the leading Polish scholar on the topic, along with non-Polish historians such as Grzegorz Rossoliński-Liebe and the Canadian John-Paul Himka — converges on approximately one hundred thousand Polish deaths for the entire Volhynia-Galicia theater. The Polish Sejm classified it as genocide in 2016. Ivan Katchanovski, a political scientist critical of Maidan, sets a lower threshold: thirty-five thousand for Volhynia alone. The variance, in reality, stems from the geographical perimeter and the counting methodology (verified deaths versus vital statistics archives). Two documents, produced a few years apart, recount the same facts, each erasing the half that contradicts its narrative. In February 2022, Vladimir Putin announced the denazification of Ukraine: he highlighted the 1941 collaboration while concealing the break with the Nazis and Bandera’s deportation. In June 2026, an article on the pro-Ukrainian platform Unis pour l’Ukraine, written by historian Oxana Melnychuk, performed the inverse operation: it presented the Oun-Upa as a resistance movement comparable to de Gaulle’s, attributed most of the Volhynia deaths to Soviet falsifications, and reduced the toll to «thirty thousand documented», meaning the number of victims verified by name. Moscow keeps only the collaboration; Kyiv keeps only the resistance. From that reservoir come the red and black flag, the salute «Glory to Ukraine – Glory to the heroes», and the cult of Bandera: the symbolic language that we would find intact, seventy years later, in the public squares. The Debt That Explains the Silence There is a second front, and it concerns the West. It is the piece of history that links this investigation to the second installment on foreign interference in Ukraine. Once the war ended, while the Soviet Union integrated the western territories, American and British intelligence recruited what remained of the Oun-B network for anti-communist purposes. Among the men put on the payroll was Mykola Lebed, who had been one of the organizers of the 1941 pogroms. The Cia brought him to the United States in 1949, where he lived undisturbed until his death in 1998, untouched by any court of law. In 1991, the Cia still considered him a valuable asset. This is certified by the Agency’s own documents, declassified in the 1990s, in which the recruitment is justified as a Cold War necessity. This carries maximum evidentiary reliability. This is the root of a reflex that we would see operating in 2014 as well. Those who used these men, covering for them for decades, have a powerful motive not to recognize their heirs when they reappear. It is the sedimentation of a seventy-year-old relationship. The School as an Incubator The Ukrainian state was born in 1991, and with it came the first party of this family: the Social-National Party of Ukraine (Snpu), founded in Lviv by two men we will encounter later, Oleh Tyahnybok and Andriy Parubiy. Throughout the decade, it remained a tiny, regional phenomenon, hovering under 2% on a national scale, holding just a few seats in the local councils of Galicia. On an electoral level, during those years, the Ukrainian far-right simply did not exist. But there is another level to investigate. Since the early 1990s, the education system of western Ukraine constructed a national canon in which the Oun and Upa were heroes of the resistance, while relations with the Nazis and the massacres of Jews and Poles remained in the shadows. The process varied by geography: conspicuous in Galicia and Volhynia, weak in Kharkiv or Odesa. The radical right was not winning elections. It was building the imaginary within which one half of the country learned to think of itself as a nation. It was an investment slower than the vote, but deeper. A New Facade and a Split In 2004, the far-right family split into the two branches that would become the main protagonists. First branch: The Snpu changed its name to Svoboda (Freedom). Tyahnybok softened its facade: he expelled the most overtly neo-fascist militants, moderated public language, but preserved the ethno-nationalist ideological backbone. This was the same operation undertaken during those years by other European right-wing parties to make themselves presentable. And it paid off: Svoboda would become the only actor in this history with real electoral support. Second branch: When Svoboda cleaned up its image, it dissolved its youth paramilitary wing, Patriot of Ukraine, which had been founded in 1999 under the leadership of Andriy Parubiy. However, the Kharkiv section refused to dissolve. In 2005, a local youth refounded it on his own, independent of the party: his name was Andriy Biletsky, and he would be called the White Leader. In 2007, he officially broke with Svoboda; in 2008, he federated his group with others into a cartel, the Social-National Assembly (Sna). Biletsky is the man who closes the loop of this story. He is from Kharkiv, a Russian-speaking city in the East—a fact that already shatters the idea that the Ukrainian far-right is solely a Galician phenomenon. He theorized in writing what he called racial social-nationalism: the expression appeared as early as a 2007 article of his as the official ideology of Patriot of Ukraine. In a 2009 speech, he identified the enemy as the Jews behind the oligarchs. He is also attributed a 2010 phrase (reported by the «Guardian» and many other outlets) according to which Ukraine’s historic mission would be to «lead the white races of the world in a final crusade against the Semite-led Untermenschen (subhumans)». He would use the Wolfsangel as a symbol, the same one later adopted by Azov. In 2015, he denied ever writing that phrase, attributing it to a machination by Russian intelligence. To date, the phrase has not been traced to a verifiable primary document. While this branch radicalized in the shadows, Svoboda emerged into the light. In 2012, it made a leap: in the parliamentary elections, it obtained 10.4% and thirty-seven seats. This was its historical peak, and it is the figure Moscow’s propaganda would exhibit as proof of Nazis in power. It is an incorrect reading: that vote primarily measured frustration with the Yanukovych government, gathered even from moderate voters in the West looking for the only opposition that appeared compact and resolute. Thirteen months later, the clashes of Maidan arrived. Few, but in Key Positions Between November 2013 and February 2014, the political and military tracks intertwined. In terms of numbers, the far-right at Maidan was a minority. This is shown by a survey by the DIF institute, conducted in the square in December 2013: the main motivation for 70% of the demonstrators was indignation over the police beatings of November 30, not nationalist ideology. The people of Maidan, for the vast majority, were not there for Bandera. On an operational level, however, the picture is reversed. In a street crisis, numbers do not matter as much as organization and a predisposition to violence. And here, a minority became decisive. In late November 2013, Right Sector (Pravyj Sektor) was born as an umbrella coalition of nationalist groups, led by Dmytro Yarosh: a combat structure with no electoral history that took control of the hardest factions. Its leaders boasted ten thousand men; observers at the time estimated between three hundred and five hundred. Alongside them, the neo-Nazi youth group C14, linked to Svoboda, led the self-defense unit that forcibly occupied the Kyiv city hall on December 1. The self-defense structures of the square, as a whole, were organized and commanded by men of the far-right. This is documented, independently of each other, by two scholars on opposing sides: Katchanovski, a critic of Maidan, and Volodymyr Ishchenko, a Ukrainian leftist sociologist who is critical of the far-right but certainly not pro-Russian. The clue is this: the operational role of the radical right was far greater than its numerical weight. Hence also the symbols. The red and black flags of the Oun, the Glory to Ukraine salute. Alongside these, in areas controlled by Maidan self-defense, insignias appeared that had nothing to do with Ukrainian tradition: swastikas, SS symbols, and the 14/88 code of the white supremacist galaxy. All of this is documented by videos and field research. These did not represent the ideology of the crowd; they were the language of those who controlled the armed structures. We stop here, on the threshold of the clashes of February 20th, which will be the core of the next article. Integration Without Votes Let us return to the starting point and close the circle. It remains to be explained how a galaxy that collapsed at the ballot box entered the institutions of the state. The answer lies in a sequence of months, and the man who embodies it is Biletsky. While Maidan unfolded, Biletsky was in a Kharkiv prison; he had been inside since December 2011 on charges of robbery and attempted murder. He remained there for twenty-eight months. On February 24, 2014, the day after Yanukovych fled, the Verkhovna Rada (the Ukrainian parliament) voted on a decree for the release of political prisoners. The following day, Biletsky and his men walked free, with all charges dropped. This is noted, with a nuance that celebratory reconstructions omit, by the Reporting Radicalism project — an extremism monitoring initiative linked to Freedom House, which cannot be suspected of Russian sympathies. Among those released were individuals who had already been convicted, not merely those awaiting trial. The new authorities, in their very first hours, reclassified the theorist of racial social-nationalism as a political prisoner and set him free. On February 28, Biletsky led the occupation of the headquarters of an anti-Maidan group in Kharkiv; on March 12, he was at the head of the eastern wing of Right Sector; on March 14, his men engaged in a firefight in the city center that left two pro-Russians dead. On May 5, in Berdyansk, he founded the Azov Battalion, with the backing of Interior Minister Arsen Avakov. On November 11, 2014, Azov entered the National Guard, keeping its symbols intact. His deputy, Vadym Troyan, also hailing from Patriot of Ukraine, was appointed chief of police for the Kyiv region. From prison to the head of security for an entire oblast. Here, the traces overlap. Victoria Nuland, on a mission on behalf of the US State Department, was intercepted on February 6, 2014, outlining the government that would be born three weeks later. The diplomat explicitly asked to keep Tyahnybok of Svoboda out of the executive, on the sidelines. On that point, she was accommodated. But while Washington managed the political facade, the operational structure took the positions that mattered: Parubiy (co-founder of the Snpu and commander of the Maidan self-defense forces) became Secretary of the National Security and Defense Council, with Yarosh of Right Sector as his deputy. Two interpretations remain open without excluding one another: perhaps Washington did not control the military wing (which contradicts and downsizes the thesis of an external director); or perhaps it was aware and chose not to obstruct it. The picture, at this stage, is complete. In October 2014, Svoboda gathered 4.7% of the vote and remained outside parliament; in the presidential elections, Yarosh had stopped at 1%. In those same months, however, President Petro Poroshenko adopted Glory to Ukraine as the official salute of the armed forces, the Oun anthem became the army’s song, and Azov wore the uniform of the state with its symbols intact. Electoral collapse and institutional integration ran parallel. This is the answer to our initial question: a unit that the US Congress declared neo-Nazi ended up in the National Guard not by winning elections, but through the military control of the squares. What the Traces Do Not Reveal It remains to illuminate the background with questions that the traces we have outlined cannot answer. Was the 2014 integration the result of an explicit pact, a debt contracted in the square, or a spontaneous absorption? And did the normalization of Oun symbols by Poroshenko first and Zelensky later (none of those decisions have ever been revoked) arise from ideological conviction or political calculation? A force that lost almost every election won the only battle that mattered to it: the battle over symbols and weapons. Consensus was denied to them. Power was not. Note on sources The Roots (Oun-Upa) and the Volhynia Figures. Grzegorz Motyka, Od rzezi wołyńskiej do akcji «Wisła» (Krakow, 2011).Grzegorz Rossoliński-Liebe, Stepan Bandera: The Life and Afterlife of a Ukrainian Nationalist (Krakow, 2014).John-Paul Himka, Ukrainian Nationalists and the Holocaust (Krakow, 2021).Recognition as genocide: Sejm of the Republic of Poland, resolution of July 11, 2016.For the lower estimate relative to Volhynia alone: Ivan Katchanovski, The Russia-Ukraine War and its Origins (Palgrave Macmillan, 2026).The victims documented by name refer to the census by Władysław and Ewa Siemaszko. The Two Mirror-Image Records. Vladimir Putin, address of February 24, 2022, on the launch of the military operation.Oxana Melnychuk, article in Unis pour l’Ukraine, June 24, 2026. Lebed and the Cia. Richard Breitman and Norman J. W. Goda, Hitler’s Shadow: Nazi War Criminals, U.S. Intelligence, and the Cold War, National Archives and Records Administration (NARA), 2010, documenting the declassified files of the AERODYNAMIC project. Congress and the State Department. Congressional Record, Conyers-Yoho amendment to the defense spending bill, June 2015, and subsequent entry into force in the omnibus bill of March 2018.U.S. Department of State, Country Reports on Human Rights Practices 2018 (Ukraine section), for the classification of C14 and National Corps as hate groups; Joint letter of G7 ambassadors, 2019. Group Genealogy and Biletsky. Reporting Radicalism (Freedom House), referencing the Verkhovna Rada resolution on the release of political prisoners of February 24, 2014; Volodymyr Ishchenko for the analysis of the phenomenon; Nationalities Papers (Cambridge University Press) and Atlantic Council for the numerical estimates of Pravyj Sektor.The phrase attributed to Biletsky (2010) is reported by «The Guardian», March 13, 2018, and is not yet anchored to a primary document. Maidan and Integration. Survey by the Democratic Initiatives Foundation (DIF), December 2013.Nuland-Pyatt telephone call, public recording of February 6, 2014; for post-2014 appointments and symbols, Katchanovski (op. cit.) and acts of the Verkhovna Rada.Electoral data: Central Election Commission of Ukraine. Shots in the Dark C’est le temps qui compose ce qu’on nomme proprement le fil de l’Histoire. Car la Chronologie est un filet plus necessaire à se démeller d’une narration historique, que ne fut iamais à Thesée celuy qui le tira de tous les détours du Labyrinthe» — F. La Mothe Le Vayer, Discours sur l’histoire On February 26, 2014, six days after the bloody clashes in Kyiv, Estonian Foreign Minister Urmas Paet called Catherine Ashton, the head of European Union diplomacy. He had just returned from Ukraine. The phone call would be intercepted and later leaked on March 5; the authenticity of the recording would be confirmed by the Estonian Ministry of Foreign Affairs and the Estonian ambassador to Kyiv. At one point during the conversation — ten minutes dealing mostly with financial packages and reforms — Paet said something startling: «So that there is now stronger and stronger understanding that behind snipers, it was not, you know, Yanukovych, but it was somebody from the new coalition» Ashton responded: «I think we do want to investigate. I mean, I didn’t pick that up. That’s interesting. Gosh». Then, she changed the subject. What does this phone call prove? Only that a European minister, six days after the events, was reporting a suspicion of internal responsibility within the new coalition to the highest levels of the Union. No smoking gun. Paet’s source, Dr. Olga Bohomolets — coordinator of the medical services in Maidan Square — would publicly deny having said what was attributed to her: she clarified that she had only seen wounded demonstrators, never the bodies of policemen, and thus could not compare the wounds. Furthermore, the attribution to "somebody from the new coalition" was a hypothesis made by Paet, not a conclusion drawn by the doctor. In short, it was a reported conjecture. We start here not because the phone call solves the mystery, but because it captures the central thesis of this reconstruction: no one is telling the story straight. Not the Russian version, according to which an assaulted police force reacted to an armed uprising and demonstrators were killed by their own comrades — that police force has been convicted of murder. Nor the Western version, according to which an authoritarian state massacred a defenseless square — because the gunfire was not unilateral, and part of the lead that killed came from buildings controlled by the armed organizations of the square. In the middle lie the dead, policemen and demonstrators alike, victims of a violence decided far above their heads. A pattern that emerges not from what is visible, but from what someone took pains to conceal. The sources we rely upon are documents produced by the winning side itself (against its own interest, in a Ginzburgian sense): the 2023 Kyiv court ruling, the prosecution’s expert reports, and the report of a body established by Ukrainian President Poroshenko. The Run-Up to FebruaThe Run-Up to February 20ry 20 The popular narrative compresses the origin of the crisis into a single gesture: «Yanukovych betrays Europe». The facts show a different path. On November 21, 2013, the government of Mykola Azarov suspends — rather than rejects — preparations for signing the Association Agreement with the European Union. Perhaps it hopes to extract a better deal in the timeframe separating it from the Vilnius summit, scheduled for November 28–29. Perhaps it yields to pressure from Russia. That very evening, a few hours after the announcement, journalist Mustafa Nayyem launches an appeal on Facebook calling people to the streets: a few hundred individuals gather at Maidan Nezalezhnosti. This is the first Euromaidan — pro-European and peaceful — which quickly fizzles out. Then, on November 28 and 29 in Vilnius, Yanukovych fails to sign, and the protest reignites. What transforms it into a mass movement, however, is not geopolitics. It is violence. At dawn on November 30, the Berkut (riot police) brutally disperses the students remaining in the square. A survey by the DIF institute, conducted in December, certifies the shift: the primary motivation for the demonstrators becomes indignation over the beatings, not European integration. By December 1, the crowd in the square is immense. C14, a neo-Nazi youth group linked to the Svoboda party, leads the violent occupation of the Kyiv city hall. The composition of the square and the composition of those positioning themselves to lead it militarily begin to diverge. In January, the crisis escalates. On the 16th, the Rada, the Ukrainian parliament, passes a package of laws criminalizing protests during a regular session (but through an irregular show-of-hands vote). These laws are repealed twelve days later — a decision that heightens the square’s perception of its own power. Between January 18 and 22, clashes erupt on Hrushevsky Street: Right Sector (Pravyj Sektor), a coalition of nationalist groups born during the protest and led by Dmytro Yarosh, attacks the police with Molotov cocktails. The police respond with rubber bullets and, according to multiple sources, live ammunition. On January 22, the first deaths are recorded: Serhiy Nihoyan, an Armenian-Ukrainian; Mykhailo Zhyznevsky, a Belarusian and activist of the nationalist group Una-Unso; and Roman Senyk, who would die three days later. Popular narrative attributes them to the police. In 2015, the head of the special investigations unit would state that the first two were shot from a distance of no less than three meters, while law enforcement forces were about thirty meters away, adding that the perpetrators "could have been provocateurs or police officers in disguise." In 2017, the Prosecutor General’s Office itself would describe the investigation as poorly conducted and inconclusive. Attribution remains uncertain even for these first casualties. Also on January 22, pro-government gangs kidnap activist Yuriy Verbytsky from a hospital; he is later found tortured to death in a forest. By February 18 and 19, the conflict is already bilateral and lethal. The ruling of the Kyiv court establishes the toll of those two days: 156 activists wounded and 6 dead (three of whom were killed by gunfire); 105 officers wounded and 1 dead (from gunfire). Shooting was coming from both sides even before the 20th. During the night of February 18–19, a special police unit relocates to the grounds of the October Palace (Zhovtnevyi) on Instytutska Street, remaining there in reserve until the morning of the 20th. On the opposite side, inside the Conservatory and the Hotel Ukraina, armed companies linked to Right Sector and Svoboda are already operational, coordinated by Volodymyr Parasyuk. On the afternoon of the 19th, the clashes subside, an informal truce is established, and the government announces a day of national mourning for the 20th. In Khmelnytsky, 340 kilometers from Kyiv, at 12:36 PM, hundreds of demonstrators storm the local headquarters of the security service. The objective is to prevent reinforcements from being sent to the capital. A burst of submachine gun fire from inside kills an elderly woman and wounds three other demonstrators. Similar assaults take place in Lviv, Ivano-Frankivsk, and Ternopil during the same days. In 2025, the Khmelnytsky court would establish that this assault was real, not an erroneous perception by the police. February 20, Hour by Hour From 5:30 AM to 9:00 AM, three officers are killed and another thirty-nine are wounded. The first shots of the day hit the police. They come from buildings under the control of the square’s armed factions. This is verified by the verdict of the Kyiv court. During this time window, the court specifies, the militia does not use firearms but responds with traumatic projectiles and water cannons. The Prosecutor General’s reconstruction during the trial places the death of the first officer at 5:30 AM, killed with a hunting rifle, with the shot originating from one of the buildings controlled by the activists. In its ruling, the court confirms both the direction of the gunfire and the control of the building; it does not identify the individual wielding the weapon. In the following hours, shots arrive predominantly from buildings controlled by the armed organizations present among the protesters. At this stage, the rulings record no deaths among the demonstrators. Between 8:00 AM and 9:00 AM, multiple sources report gunfire from the Hotel Ukraina; a speaker from the stage in the square warns: «someone is shooting from the Hotel Ukraina» and asks «our guys, who were in the hotel until recently, to check».The ruling confirms that the hotel is «territory controlled by the protest militias»,with «armed individuals on its premises», and that a company of activists linked to the far-right is inside. The speaker on stage does not attribute the gunfire to the government: he asks his own men to check the building from which shots are being fired. Around 8:50 AM, radio communications of the internal troops record orders to retreat. Between 8:50 AM and 9:01 AM, synchronized footage and the court ruling document the fallback of the Berkut and other law enforcement forces. This is the watershed moment: control shifts to the armed factions of the square, and the special unit, which had been held in reserve at Zhovtnevyi for thirty-six hours, enters into action. Around 9:00 AM, two Berkut commanders are killed by gunfire. A public confession exists regarding this episode: Ivan Bubenchyk, an activist from Lviv, stated multiple times — in a 2014 television interview, then to the magazine «Bird in Flight» in 2016, and later in a documentary — that he had shot at policemen from the Conservatory that morning, killing two.Yet the 2023 ruling does not acquit the Berkut, nor does it convict it over a marginal episode. On the contrary: it punishes two defendants from the unit for the intentional murder of multiple individuals, handing down fifteen-year sentences, and a third defendant for abuse of office. The special unit’s gunfire directed at demonstrators is judicially established. State responsibility for the deaths of the demonstrators is a matter of a court sentence. However, that same ruling does two other things. It acquits all defendants of the charges of terrorism and of an act planned from above: the jury did not find it proven that the massacre was a state strategy ordered by Yanukovych, as the prosecution had argued. Furthermore, for certain victims among the demonstrators, it excludes the responsibility of the police unit. One demonstrator, identified by external sources as Oleh Ushnevych, received fatal wounds to the chest and abdomen from shots coming «from the side of the Hotel Ukraina and the area in front of it, which were not under the control of law enforcement forces, and therefore the involvement of the defendants and officers of the unit is excluded»,according to the verdict. In another instance, the ballistics of fragments extracted from a body rule out the Kalashnikovs issued to the Berkut and point to a shot coming «from the upper section of Instytutska Street»,an area controlled by the activists. Moreover, the court notes that the shot «was directed toward a crowd of people». Three findings within a single document: a) The Berkut intentionally killed demonstrators; b) It did not do so by order of the State; c) A portion of the fatal shots came from positions controlled by Maidan’s armed groups. The Pattern of Absences If we were to stop here, two questions would remain open: who shot from the Maidan buildings? And why has justice failed to determine it? To the first question, for now, there is no answer. On the second, there is a more solid and unsettling trace, because it leads us to catalog everything that has vanished.Nearly all the shields and helmets of the killed and wounded demonstrators have disappeared—objects whose bullet holes would have indicated the position of the shooters. Many of the bullets extracted from bodies, trees, the ground, and flower beds have vanished. Some trees were cut down, partly at the request of the Prosecution. The retrieval of bullets from the walls of the Hotel Ukraina was ordered only in 2018, four years after the fact. In short, everything that would have allowed an answer to the question «where did the shot come from?» disappeared. That the removals were intentional is a hypothesis; that they were selective is a fact. But that is not all. A witness, Volodymyr Pastushok, testified at the trial that when he told investigators he had seen snipers from the protest organizations in the Hotel Ukraina, «they laughed at him» and his deposition vanished from the case files. The investigations into the police officers and the demonstrators, who died in the same place at the same time, were conducted separately, without ever performing a ballistic comparison between the bullets extracted from the two groups of bodies. And the weapons? Video footage shows Right Sector evacuating the Hotel Dnipro a few weeks later carrying weapons inside musical instrument cases, under the supervision of Andriy Parubiy — commander of the Maidan self-defense and future Secretary of the National Security and Defense Council. The leader of Right Sector, Yarosh, has admitted this. Those weapons were never examined. Even in the most documented case of all — a man who confesses in three different venues without ever recanting — justice proceeds with the same faltering step. In 2018, the murder charge against Bubenchyk was downgraded to a minor offense. According to statements made by the case prosecutors to the Ukrainian state news agency in late 2022, a murder charge for the killing of the two officers (carrying a maximum penalty of life imprisonment) nevertheless appeared to be pending in court. In November 2023, the trial was still ongoing. How the case moved from a downgraded charge to a pending murder indictment once more is something no source explains. It has not been possible to verify whether the trial has concluded. However, there is one element that the court examined thoroughly: the ballistic report upon which the 2023 ruling partly relies. The defense of the police officers frequently cited it. The verdict utilizes, among other things, a 2019 examination of the bullets, which the court preferred over previous ones, citing their technical obsolescence. The initial analyses had been conducted using optical microscopes and a two-dimensional comparison system (Abis-Tais) that the forensic experts themselves at trial termed outdated, particularly when dealing with an enormous number of exhibits. The ballistic report is complex and detailed. It links many bullets to Kalashnikov rifles, but notes that shots were also fired from inside the activist-controlled Hotel Ukraina, while others were found to originate from weapons different from those issued to the Berkut. The court addresses these contradictions and partially resolves them: a material error corrected in the second report; a wound initially attributed to a hunting rifle used at close range turned out to be of a different nature. Only one riddle remains on the record, which an expert, when questioned, could not clarify: why the second report failed to list the discrepancies relative to the first. What Was Known and What They Did Not Wish to Know Let us return to Paet’s phone call. On its own, it says little to nothing. But there is more. On March 31, 2015, the Council of Europe publishes the report of its International Advisory Panel (a body established at the behest of Ukrainian President Petro Poroshenko), chaired by Nicolas Bratza, former president of the European Court of Human Rights. The document notes the deficiencies and obstruction of the investigations. It further reports that, according to the Ukrainian Prosecutor General’s Office, the evidence indicated at least three demonstrators were killed by shots originating from the Hotel Ukraina or the Conservatory; there also appeared to be unconfirmed evidence that ten people fell to shots fired from rooftops. In 2017, the United Nations notes the absence of significant progress in bringing those responsible to justice. Three distinct traces recording suspicion, obstruction, and impunity. None names the culprit. All indicate that the facts were known early on, but there was no desire to know them fully. The Line To summarize. It is established, by courts and bodies that supported the pro-Maidan camp, that: a) The Berkut intentionally killed demonstrators on February 20; b) Neither an order by Yanukovych nor the presence of Russian snipers was proven that day; c) The armed conflict — as distinct from the protest — was bilateral and deadly as early as February 18; d) The first to die on the 20th were three police officers, and at least the first shot came from buildings controlled by the square’s armed factions; e) Certain demonstrators were killed by gunfire originating from positions controlled by the militarized factions; f) Evidence useful for establishing who shot from those buildings was selectively destroyed. The following remain unproven: the identity of the snipers who shot from the Maidan buildings and, above all, whether anyone ordered them to target demonstrators in order to blame the regime. No court ruling establishes this. The tapestry woven by these traces is therefore this. On February 20, fatal shots were fired from multiple sides. Some came from the special police unit under the government’s authority; others came from buildings controlled by the armed organizations of the square. Operating here were men of the far-right who were later absorbed into the security structures of the state. The very state that has made it impossible to establish their identities. The dead, both policemen and demonstrators, were for the most part innocent victims of a violence directed above their heads. The most evident trace that remains is not the sound of the gunfire, but the silence that followed. A silence wrapped in a darkness that has swallowed the evidence. One can only hope that, sooner or later, someone will restore to us, at least in part, the light of truth. Primary Sources Judgment of the Sviatoshyn District Court (Kyiv). October 18, 2023, Proceeding No. 759/3498/15-k, Ukrainian Register of Judicial Decisions, reyestr.court.gov.ua/Review/114304164 (2,235 pages). Judgment of the Khmelnytsky District-City Court. March 11, 2025 (published April 11), Register No. 126543286. Report of the International Advisory Panel of the Council of Europe (Bratza Panel). March 31, 2015, French text, 125 pages. Recording of the Paet-Ashton Phone Call. February 26, 2014, full transcript of the audio leaked on March 5, 2014. Indipendent journalistic sources (directly verified) Human Rights Watch. Dispatches: In a Leaked Call, Where’s the Truth in Ukraine?, March 5, 2014 — hrw.org/news/2014/03/05/dispatches-leaked-call-wheres-truth-ukraine. StopFake. Urmas Paet Did Not Confirm That Snipers Were Hired by Leaders of Maidan — stopfake.org/en/urmas-paet-dit-not-confirm-that-snipers-were-hired-by-leaders-of-maidan. «KyivPost». Estonian Foreign Minister, in Leaked Phone Call, Raises Suspicions About Ukraine’s New Government and Sniper Killings, March 5, 2014 — [kyivpost.com/post/10357](https://kyivpost.com/post/10357). European Parliamentary Question. E-003239/2014 — europarl.europa.eu/doceo/document/E-7-2014-003239_EN.html Democratic Initiatives Foundation (Dif). Survey of Maidan demonstrators, December 2013. Bird in Flight. Interview with Ivan Bubenchyk, February 19, 2016. Ukrainska Pravda. Розслідування вбивств силовиків на Майдані: від публічних зізнань, вкрадених томів і до затримання в Іспанії, May 24, 2021 — pravda.com.ua/articles/2021/05/24/7294569. «KyivPost». Self-Admitted ‘Maidan Sniper’ Released, April 5, 2018 — [kyivpost.com/ukraine-politics/self-proclaimed-euromaidan-sniper-arrested-waits-court-ruling](https://kyivpost.com/ukraine-politics/self-proclaimed-euromaidan-sniper-arrested-waits-court-ruling). Unian. Ukraine’s Nabu Summons Chief Prosecutor for Questioning, 2019 — unian.info/politics/10615971. Radio Svoboda (RFE/RL). П’ять запитань та відповідей про справу Івана Бубенчика, April 2018 — radiosvoboda.org/a/29145554.html Radio Svoboda. Екстрадиція «майданівця», May 2021 (regarding the arrest in Spain of the second suspect, Dmytro Lypovyi). Ukrinform. Interview with prosecutors Ivan Babenko and Denys Ivanov, November 30, 2023 — ukrinform.ua/rubric-society/3793583. Secondary sources Ivan Katchanovski. The Russia-Ukraine War and its Origins and related chapters (Springer Nature, Palgrave). commons.com.ua (Спільне). The Maidan Shooting: Conspiracy Theories and Unanswered Questions. Paolo Butturini is a journalist. He has covered crime and legal news, entertainment, sports, and politics. Alongside his professional career, he has been active in the labor movement, serving as Secretary of the Roman Press Association and as Deputy Secretary of the National Press Federation. In 2019, he made his debut as an author with Ho ballato di tutto (Albatros _ Il Filo). Together with a group of professionals, he founded the “A mano disarmata” Association (an international and multimedia forum for information against the mafia).
- scienza e politica
dossier guerra e capitale Le guerre fossili, la geopolitica del dollaro e la transizione energetica Emilio Lopez Gelcich La «connessione energetica» nella guerra tra Usa-Israele e Iran – così come l’operazione contro Maduro in Venezuela – è stata esplorata in un precedente intervento su queste pagine [1]. Riassumendo: la linea dell’amministrazione Trump – al di là delle sue incoerenze e della chiara influenza subita dal governo Netanyahu – ha l’obiettivo primario di rimanere dominante nel sistema energetico fossile. E per questo che l’amministrazione Trump attacca la transizione verso le rinnovabili, promuovendo una linea negazionista sul clima: nel nuovo ciclo tecnologico che porta alla transizione energetica è la Cina, considerato il principale avversario, a primeggiare. I due paradossi di Hormuz Quello che però è accaduto in questi mesi è che la soluzione militare (convenzionale) non ha a oggi ottenuto gli obiettivi strategici dichiarati. Nel corso del conflitto è stato utilizzato quasi la metà del (costosissimo) arsenale americano, per ricostruire il quale occorreranno diversi anni [2]. Di fatto, l’Iran appare sostanzialmente rafforzato: l’utilizzo dello stretto di Hormuz come arma geopolitica, non solo appare più efficace dell’improbabile e futuribile arma nucleare, ma mette in crisi un concetto base della globalizzazione come la conosciamo: la libertà assoluta di movimento per le merci. E, in specifico, quella delle fonti fossili, petrolio e gas liquefatto in primis. Ancora non è chiaro se allo stretto di Hormuz verranno imposti pedaggi da parte di Iran e Oman: se ciò accadesse, la stessa cosa potrebbe essere applicata altrove. Chi controlla le rotte marittime controlla la circolazione delle merci, e dunque la globalizzazione. Così il ruolo americano ne esce quantomeno incrinato, e questo è un primo paradosso evidente. Peraltro, l’Iran ha inferto colpi alle infrastrutture fossili nel Paesi dell’area del Golfo, per cui ci vorranno mesi o anni per le riparazioni. La produzione di gas liquefatto in Qatar, che interessa anche l’Italia, è stata ridotta di quasi il 20% e, da quello che emerge, non arriverà nulla fino a settembre. Dunque, la soluzione militare convenzionale a oggi è fallita. E, questo il secondo paradosso, la guerra e la conseguente crisi di Hormuz ha spinto ulteriormente gli investimenti nella transizione rinnovabile [3] e ne ha evidenziato il valore di sicurezza energetica. Tanto che persino il presidente di Confindustria in Italia se ne è reso conto, chiedendo al governo lo sblocco delle centinaia di progetti rinnovabili in attesa di autorizzazione. I «perdenti» della globalizzazione La globalizzazione dei mercati e della finanza ha avuto come motore principale gli Usa e un’ideologia neoliberista che ha creduto che la liberalizzazione dei mercati avrebbe in qualche modo «democratizzato» o «occidentalizzato» le altre aree del pianeta. Dario Fabbri, direttore di Domino, descrive questa ingenuità come la convinzione di americani e occidentali che anche altri Paesi volessero davvero occidentalizzarsi; e che la scoperta che questo non è vero sia stata, almeno negli Usa, uno shock. Ma, al di là delle interpretazioni di tipo «antropologico», alla base del movimento Maga c’era la richiesta (peraltro non nuova) di smettere di finanziare guerre e pretendere di essere i «guardiani del mondo» e di occuparsi invece di tornare grandi e investire risorse negli Usa. La globalizzazione, spostando masse di investimenti in altre aree del pianeta perché più redditizi, ha creato enormi sacche di povertà sia negli Usa che nel Regno Unito. Meno in un’Europa dove il welfare, pur in declino, ha però retto almeno finora. In questo senso, l’elezione di Trump è stata una reazione come, per altri versi, lo è stata la Brexit: pur essendo entrambe basate su falsità, hanno incrociato un forte malessere e paure di strati importanti della popolazione. Se si guarda alla produzione di Pil negli Usa si vede come le aree più ricche corrispondano a quelle dove elettoralmente i Democratici sono più forti, mentre le aree più povere sono tutte repubblicane, anche se nel 2024 con qualche differenza rispetto all’elezione del 2016 [4]. In sostanza ci sono «due Americhe» sempre più polarizzate; e, con la seconda presidenza Trump, si registra anche una netta riduzione della libertà di espressione [5]. I «perdenti occidentali» della globalizzazione, dunque, sono stati la base elettorale che ha fatto vincere Trump, con tutto l’armamentario razzista, sessista e suprematista che l’ha accompagnato. Salvo poi veder tradire la promessa di non investire più in nuove guerre: del resto, «un impero non può dimettersi da sé stesso» (Dario Fabbri). Geopolitica del (petro)dollaro Fallita l’opzione militare convenzionale, tradita la base Maga e in difficoltà crescenti con l’economia (anche) per la nuova situazione a oggi irrisolta dello Stretto di Hormuz, cosa dobbiamo aspettarci (a parte, un possibile esito sfavorevole a Trump alle elezioni di mid-term)? La visita di Trump in Cina dello scorso maggio ha mostrato come i rapporti tra Cina e Stati Uniti siano cambiati, se non quasi capovolti. Per una ragione semplice: con tutti i punti critici che esistono in Cina (sovrapproduzione, questione demografica, fragilità del mercato interno) gli Usa non possono fare a meno del gigante asiatico. Se, con la creazione (ancora allo stadio embrionale) dei Brics [6], è stata apertamente posta la questione di iniziare a sganciare le economie emergenti dalle transazioni in dollari e se già oggi alcune transazioni sono trattate in Remimbi (come tra Cina e Russia), il dollaro rimane tuttora al centro del sistema finanziario. Ma una certa de-dollarizzazione dell’economia globale è già in corso. Già lo scorso gennaio, Guglielmo Forges Davanzati sottolineava il rischio di dover «difendere con le armi» il predominio del dollaro, che ha visto calare il suo ruolo nelle riserve monetarie da oltre il 75% del 2001 al 57,8% del 2024: «La de-dollarizzazione procede di pari passo con il declino relativo dell’economia Usa. Dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, il peso del Pil americano su quello globale si è, infatti, significativamente contratto: era circa pari al 40% nel 1945, è pari al 25% a fine 2025. Il tasso di crescita dell’economia Usa è passato da un valore medio del 4,5% del periodo 1950-1970 al più contenuto 2,3% dell’ultimo ventennio. Questo esito è in larga misura dipendente dall’elevata crescita economica cinese e, sul piano monetario, è da questa (e dall’ascesa dei Brics) che gli analisti fanno discendere il peso sempre relativamente minore della valuta statunitense negli scambi internazionali». [7] Va ricordato che, dopo la cessazione della convertibilità in oro decisa da Nixon nel 1971, l’accordo nel 1974, un anno dopo la prima crisi energetica, con l’Arabia Saudita di fare le transazioni in dollari aveva di fatto ancorato la valuta americana all’economia del petrolio: il «petrodollaro». La stessa valuta dell’Arabia Saudita è strettamente legata al dollaro. Questo ruolo della moneta americana ha consentito di finanziare il debito pubblico a tassi finora relativamente bassi; ma quest’epoca sembra poter declinare [8]. Il debito Usa è esploso a quasi 40 mila miliardi di dollari con circa 1200 miliardi all’anno di interessi sul debito. La quota di debito americano detenuta dalla Cina si è dimezzata dal 2013, fino a circa 651 miliardi di dollari, mentre le riserve cinesi in valuta americana sono ancora consistenti, circa 3400 miliardi. Il vero rischio della situazione attuale – come ha evidenziato l’economista Alessandro Volpi in un commento sulla sua pagina FB – è proprio questo: la difficile tenuta del dollaro come valuta di riferimento, per ragioni (anche) economiche, bilancia dei pagamenti, dipendenza dall’estero per diverse materie prime strategiche, indebolimento del ruolo dopo il fiasco militare. A parziale rafforzamento del ruolo del dollaro, commenta sempre Volpi sulla sua pagina FB, si registra l’esplosione delle stable coins, particolari criptovalute ancorate al dollaro, che hanno registrato tassi di incremento fortissimo in questi ultimi anni. Così come, ad esempio, la finanziarizzazione delle (futuribili) tecnologie nucleari va anch’essa nella direzione di «sostenere» la bolla finanziaria [9]. Bolla finanziaria e rischi di stabilità internazionale In tutto questo, infatti, la Borsa di Wall Street è ampiamente «drogata» da una bolla finanziaria legata oggi soprattutto all’Intelligenza Artificiale. La corsa verso l’IA generativa – diversamente dalla strategia cinese, molto più concreta alla ricerca di applicazioni operative a breve – sta assorbendo notevolissime risorse finanziare, generando utili minimi, ma l’aspettativa tiene alto il valore delle Big Tech. Secondo molti osservatori, questa bolla è destinata a scoppiare con conseguenze importanti. Così sintetizza sulla sua pagina FB l’economista Volpi: «In estrema sintesi, gli Stati Uniti hanno giganteschi debiti, dipendono in maniera determinante dai prestiti fatti dai risparmiatori e dagli investitori mondiali, non possono più stampare nuovi dollari per coprire il debito e producono sempre meno. Per questo il dollaro sta perdendo terreno. A fronte di ciò registrano una gigantesca bolla finanziaria, sganciata dalla realtà e sorretta, di nuovo, dal trasferimento dei risparmi globali verso i titoli Usa in larga misura per la mediazione decisiva dei grandi gestori, a cominciare da BlackRock». Se, dunque, l’opzione militare convenzionale si rivela una ulteriore inconcludente e sanguinosa distruzione e se il declino dell’egemonia (anche monetaria) americana può accelerare per «cause oggettive», l’emergere di un nuovo assetto globale passerà per un conflitto che utilizzi armi nucleari? Se questa opzione appare poco probabile, non è, purtroppo, del tutto impossibile. Un nuovo ordine globale senza una guerra mondiale? Quali siano le possibili vie d’uscita, non è semplice da dire. E, data l’imprevedibilità delle decisioni dell’amministrazione Trump, siamo anche di fronte a una difficoltà di lettura. Sembra di aver a che fare con una sorta di «impazzimento» legato alla consapevolezza che, in un mondo in forte evoluzione, il ruolo degli Usa viene, di fatto, progressivamente ridimensionato. In questa dinamica, cruciale è il rapporto con la Cina. C’è una sostanziale nuova «guerra fredda»[10] tra l’impero fossile rappresentato da Trump e il gigante asiatico che vuole diventare un primo «elettro-stato» che punta sulle rinnovabili e la transizione energetica. Ma al momento, e credo ancora per diverso tempo, la Cina non può fare a meno di un qualche appeasement con gli Usa. Se sono finiti i tempi della relazione Cina-Usa come il G2 – dell’epoca Obama – né la Cina né gli Usa sembrano poter fare a meno gli uni degli altri, pena un’instabilità pericolosissima, instabilità che il governo cinese non vuole, pena contraccolpi interni. Un secondo aspetto, auspicabile, è che esiste una base oggettiva che renderebbe necessario un (nuovo?) multilateralismo, ed è la necessità per tutti di combattere la crisi climatica. Trump è ovviamente fuori da questa prospettiva, ma non lo sono, ad esempio, due delle più forti economie statunitensi, la democratica California e il repubblicano Texas, entrambe impegnate nella transizione energetica, con il Texas in testa. Va ricordato che una politica lungimirante dell’amministrazione Biden-sussidiare le produzioni verdi negli Usa per tornare a produrre persino i pannelli solari – è ricaduta (soprattuto) negli Stati repubblicani. Dunque, anche per mero interesse economico e industriale, è forse possibile ancora riprendere il filo della transizione energetica negli Usa in un auspicabile post-Trump. La transizione è mirata a ridurre, in prospettiva, il mercato dell’economia fossile e dunque solo un’azione concordata tra le grandi aree del pianeta può consentirlo. È necessario, cioè, tornare in qualche modo allo spirito dell’Accordo di Parigi del 2015. Questa è la direzione per i movimenti ecopacifisti: battersi per la transizione delle rinnovabili, anche a livello nazionale e locale, non solo è un’azione per combattere la crisi climatica ma è anche battersi per ridurre il rischio di guerre. Chi, invece, ostacola la transizione è oggettivamente dalla parte dei signori delle fossili, da Trump fino agli interessi petroliferi di casa nostra. E delle guerre per il controllo delle aree di produzione. In un quadro internazionale di conflitto permanente, la lotta alla crisi climatica diventa difficilissima: per questa ragione, le politiche che servono alla pace (o anche solo a evitare una possibile guerra nucleare) sono la base per poter avere anche politiche per combattere la crisi climatica. L’Europa, come timidamente forse ha iniziato a fare, deve rompere la logica della terza guerra mondiale, e promuovere un dialogo – per quanto complicato – con la Cina (e con l’India come sta già facendo). Anche se su molti versanti il continente europeo è in declino relativo – industriale e tecnico-scientifico – come ha notato Francesco Sylos Labini [11], è anche vero che su diversi settori delle tecnologie necessarie alla transizione verde l’Europa, non solo produce per il mercato interno, ma è anche esportatrice di tecnologie [12]. Un futuro possibile – un orizzonte su cui ricostruire un nuovo multilateralismo – sarà solo nella transizione e lotta alla crisi climatica, nella quale alla fine siamo tutti coinvolti. Da questo punto di vista, va ribadito, Trump e Putin rimangono due facce della stessa medaglia. Fossile. Note 1 G. Onufrio, Le guerre per il petrolio e la transizione energetica, ahida, 20 aprile 2026. https://www.ahidaonline.com/post/dossier-italialeguerreperilpetrolioelanuovatransizioneenergetica 2 M.F. Cancian, C.H. Park, Rebuilding U.S. Missile Inventory: A Multiyear Project, may 27, 2026 https://www.csis.org/analysis/rebuilding-us-missile-inventory-multiyear-project 3 H. Zaremba, Clean Energy Investment Hits $2.2 Trillion, Nearly Double Fossil Fuels. OilPrice.com, June 17, 2026. https://oilprice.com/Energy/Energy-General/Clean-Energy-Investment-Hits-22-Trillion-Nearly-Double-Fossil-Fuels.html 4 M. Muro and S. Methkupally, Trump again won counties representing a minority share of national GDP, but with notable gains. December 19, 2024. https://www.brookings.edu/articles/trump-again-won-counties-representing-a-minority-share-of-national-gdp-but-with-notable-gains/ 5 Matteo Villa di Aspi ha pubblicato su X un grafico per rappresentare questi aspetti. https://x.com/emmevilla/status/2073307450816503946?s=20 6 BRICS: originariamente Brasile, Russia India Cina e SudAfrica. Cui si sono andati aggiungendo Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Arabia Saudita. 7 G. Forges Davanzati, Quelle relazioni tra l’imperialismo e la fuga dal dollaro, «Domani», 7 gennaio 2026. 8 G. Gagliano, Il petrodollaro, pilastro invisibile della potenza USA. Notizie Geopolitiche, 18 marzo 2026. https://www.notiziegeopolitiche.net/il-petrodollaro-pilastro-invisibile-della-potenza-usa/ 9 A. Volpi, Il nucleare diventa il terminale di destinazione del risparmio globale. Per far reggere la bolla. «Altreconomia», 28 maggio 2026. https://altreconomia.it/il-nucleare-diventa-il-terminale-di-destinazione-del-risparmio-globale-per-far-reggere-la-bolla/ 10 F. Sylos Labini, La nuova guerra fredda tra Stato fossile e Stato elettrico, Fuori Collana.it, 29 giugno 2026. 11 F. Sylos Labini, Tecnologie, ora l’Europa è segnata dal tramonto. Il Fatto Quotidiano, 29 giugno 2026. 12 Ember, A clean break: leaving fossil volatility for clean tech security, 10 June 2026. https://ember-energy.org/app/uploads/2026/06/Report-A-clean-break-leaving-fossil-volatility-for-clean-tech-security.pdf Giuseppe Onufrio, fisico, ricercatore nel campo dell’energia e dell’ambiente per varie istituzioni e come consulente scientifico per varie istituzioni ed enti scientifici. Ha fatto parte del consiglio di amministrazione dell’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente (ANPA, ora ISPRA) nel 1998-2001. Direttore scientifico dell’Istituto Sviluppo Sostenibile Italia (ISSI, ora Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile), un istituto di ricerca privato. A Greenpeace Italia ha ricoperto il ruolo direttore delle campagne e ne è stato direttore esecutivo dal 2009 al 2025.












