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Caccia all'uomo
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Come sopravvivere all’Intelligenza artificiale. IA, tecnofascismo e guerra Robin Tomens Dove la meta-automazione introdotta con l’intelligenza artificiale generativa tende a chiudere l’indeterminato dentro la previsione calcolabile, la metatecnica umana – situata, relazionale, storica – apre varchi nell’inconoscibile. Non c’è apprendimento profondo che possa emulare questa apertura radicale, perché essa non è funzione, ma soglia. ChatGPT «Loro avevano l’algoritmo, noi l’anomalia. Loro l’addestramento, noi l’invenzione». Il Boomernauta Il termine «intelligenza artificiale» (IA) copre diversi ambiti e denominazioni. In questo saggio quando parlo di IA, al singolare o al plurale – intendendo in questo secondo caso le varie implementazioni correnti come ChatGPT, Deepseek o Claude – mi riferisco, se non specificato diversamente, all’intelligenza artificiale generativa applicata specificamente al linguaggio: la famiglia di tecniche che, applicando modelli di machine learning a dataset enormi, produce large language models (LLM), ovvero modelli linguistici in grado di creare nuovi contenuti. Per chiarire metaforicamente il rapporto tra questi elementi: Il Dataset è la biblioteca universale di testi, la materia prima. Il Machine Learning è il metodo di studio che permette di apprendere da quella biblioteca. Il LLM è il risultato di questo processo: una «mente» esperta che ha interiorizzato le regole del linguaggio. L’IA Generativa è la capacità di questa mente di agire creativamente, generando testi originali. Il Chatbot è l’interfaccia conversazionale con l’IA, che usa il linguaggio naturale. Per definizioni più dettagliate si veda il Glossario Premessa Il pamphlet statunitense degli anni ’50 How to Survive an Atomic Bomb 1 non fu solo un manuale pratico: trasformava l’incubo nucleare della Distruzione Mutualmente Assicurata 2 in una sequenza di azioni individuali e gestibili, offrendo all’individuo un’illusione di controllo e agency (capacità di agire) di fronte a una minaccia che lo sovrastava.Con l’intelligenza artificiale (IA) la dinamica cambia: non siamo di fronte a una catastrofe possibile, ma immersi in una catastrofe già in corso. Nei discorsi dominanti spesso si oscilla tra narrazioni opposte e semplificate: l’IA come minaccia di dominio delle macchine, come promessa salvifica capace di rimediare al caos a cui il capitalismo ci sta conducendo, oppure come strumento transumanista di potenziamento destinato a creare una nuova élite «aumentata». Probabilmente le cose non stanno proprio così, e per questo mi sembra opportuno avviare un’indagine per affrontare l’insieme dei fenomeni complessi generato in questo nuovo contesto in cui l’IA è entrata a far parte del paesaggio quotidiano.Questo saggio vuole gettare le basi per un discorso più ampio, adottando un approccio specifico e limitando per il momento l’analisi a linee di indagine centrali. Si tratta di direttrici che non esauriscono il quadro complessivo, ma che consentono di iniziare a tracciare un percorso.Come approccio si propone di affrontare politicamente, socialmente ed economicamente questo salto tecnologico adottando una prospettiva che prende la fisica quantistica come quadro reale della natura, superando l’illusione di un modello puramente newtoniano. In coerenza con questa impostazione quantistica, si adotta una metodologia «diffrattiva», che intreccia i riferimenti del materialismo storico con quelli dei nuovi materialismi. Il primo passo è situare l’IA nel contesto storico . Come ogni tecnologia essa non nasce in astratto, ma si sviluppa dentro precise condizioni storiche, politiche e socio-tecniche, fino a infiltrarsi in quasi ogni sfera della vita – anche se, a dispetto degli ingenti investimenti e dei proclami roboanti (da Trump in giù), il suo modello economico capitalista resta tutt’altro che consolidato. Il corpo dello scritto, è costituito da un’analisi dell’IA come realtà relazionale articolata in due prospettive complementari. Nell’una si esaminano le dinamiche, le modalità e le responsabilità attraverso cui l’IA viene modellata, costituita e plasmata: chi la costruisce, con quali interessi, dentro quali rapporti di potere, secondo quali logiche estrattive o distributive. Nell’altra prospettiva si indagano i fenomeni che si producono nella sua progressione pervasiva, quegli effetti che eccedono l’utilizzazione intenzionale da parte degli umani e che emergono dall’interazione complessa tra algoritmi, infrastrutture materiali e contesti sociali ed ecologici.Questi due aspetti non sono disgiunti ma profondamente intrecciati. Le loro connessioni avvengono nello spaziotempomateria: quella dimensione in cui spazio, tempo e materia costituiscono un continuum inseparabile. Inoltre l’IA è una perfetta incarnazione dell’inseparabilità tra dimensione materiale e dimensione discorsiva, essendo al tempo stesso infrastruttura fisica concreta e produzione incessante di linguaggio. Abbandonata ai tecnofascisti, viene fatta gonfiare smisuratamente in entrambe le direzioni – infrastrutture ecocide da un lato, narrazioni compiacenti dall’altro – fino a esplodere come una bomba atomica confortevole e leccaculo.L’epilogo cercherà di individuare come generare, dai segnali che già si manifestano, le deviazioni infinitesimali capaci di sottrarre Gaia – e noi in essa – alla traiettoria da incubo che la sta travolgendo. Approccio: uscire dagli schemi newtoniani Non esiste una definizione scientifica univoca di «intelligenza», eppure nella retorica corrente l’IA viene spesso costretta tra la riduzione a mero algoritmo statistico e, all’opposto, la rappresentazione di una minaccia sovrumana.Queste contrapposizioni, fondate sulla logica competitiva che oppone intelligenze delle macchine a quella umana intesa in senso individuale – ignorando ogni forma di intelligenza collettiva e più-che-umana 3 – risultano fuorvianti e vanno contestate. Esse poggiano su uno schema newtoniano che immagina gli esseri umani come entità già costituite, portatrici di una soggettività e di un sapere predeterminati, mentre le macchine – a lungo concepite come oggetti già dati, governati da leggi causali e manipolabili dall’esterno – tendono oggi a essere considerate potenzialmente ingovernabili, dotate di un’autonomia che sfugge al controllo umano. È la stessa logica di un’ontologia antropocentrica che in Occidente affonda le sue radici nella Grecia antica e che, nell’epoca storica del capitalismo, ha prodotto processi sociali e materiali entrati in una fase di accelerazione esponenziale e distruttiva. Nel XX secolo il materialismo storico ha sovvertito le spiegazioni idealiste della storia, spostando il fuoco su condizioni materiali, rapporti di produzione e lotta di classe. Tuttavia ha spesso mantenuto un’impostazione determinista legata al paradigma meccanicistico del positivismo, con leggi «scientifiche» come quella sulla caduta del saggio di profitto 4 e il crollo del capitalismo.Questa tensione fra determinismo e trasformazione è esemplificata da Carlo Rovelli in Helgoland , quando richiama il conflitto fra Lenin e Bogdanov: La rivoluzione russa, argomenta Bogdanov nei turbolenti anni che seguono questa rivoluzione, ha creato una struttura economica nuova. Se la cultura è influenzata dalla struttura economica, come ha suggerito Marx, allora la società post-rivoluzionaria deve poter produrre una cultura nuova che non può più essere il marxismo ortodosso concepito prima della rivoluzione… Bogdanov predice che il dogmatismo di Lenin congelerà la Russia rivoluzionaria in un blocco di ghiaccio che non evolverà più, soffocherà le conquiste della rivoluzione e diventerà sclerotico. Parole profetiche, anche queste. 5 Dopo il braccio di ferro vinto da Lenin – in uno scontro che non era una semplice disputa teorica ma investiva l’intera concezione della rivoluzione e della sua organizzazione 6 che avrebbe condotto allo stalinismo – si affermò la meccanica quantistica, frutto del lavoro collettivo di Heisenberg, Bohr, Schrödinger e altri, che sovvertì la visione deterministica della fisica classica, quasi a dar ragione a Bogdanov. Il mondo reale non obbedisce a leggi meccanicistiche, ma si muove secondo dinamiche di indeterminazione e reti complesse – così come le tecnologie digitali avanzate, che sfuggono a ogni tentativo di ridurle a schemi lineari. Diventa urgente superare il dualismo tra soggetto e tecnica: umano e macchina non esistono come entità separate, ma si co-costituiscono nell’interazione. Marx colse le macchine come cristallizzazioni di rapporti sociali e lavoro accumulato, ma rimase prevalentemente legato a una visione in cui esse apparivano come oggetti già costituiti dal lavoro umano, piuttosto che come entità che si costituiscono relazionalmente nell’uso e nel contesto. In seguito Simondon intuì che le macchine non sono oggetti fissi ma processi in divenire, definiti dalle reti di relazioni in cui si inseriscono («Individui tecnici definiti da reti di relazioni»). Rielaborando questa intuizione possiamo vedere le macchine come il risultato di pratiche concrete e discorsi che si accumulano nel tempo, portando con sé scelte politiche e responsabilità umane precise. Non sono entità fisse: prendono forma solo nelle interazioni che le mettono in azione.Non si tratta dunque di opporre l’IA all’utente umano come due entità separate: ciò che conta è l’intreccio di relazioni che coinvolge persone, algoritmi, infrastrutture materiali, logiche economiche e assetti politico-sociali. È in questo spazio che emergono le dinamiche decisive per comprendere come l’IA agisca e venga agita.L’indagine deve allora concentrarsi sia sugli effetti concreti e simbolici generati dagli incontri tra umani e IA, sia sugli orientamenti politici e le responsabilità già incorporati nei sistemi tecnologici che modellano tali incontri. In questo senso, l’approccio diffrattivo di Karen Barad 7 offre uno strumento prezioso. La metafora è fisica: quando un’onda incontra un ostacolo si diffrange generando nuove forme (pattern) di interferenza. Applicato al pensiero, significa non fermarsi alla dinamica biologica del rispecchiamento – riconoscimento, imitazione, empatia mediati anche dai neuroni specchio – né a quella culturale della riflessione, che tende comunque a restituirci ciò che già conosciamo, ma aprirsi invece a interferenze produttive, a scomposizioni capaci di generare traiettorie inattese. Questo vale anche per la pratica politica contemporanea, inclusa quella di sinistra, spesso intrappolata nello schema del «già noto». La diffrazione consente invece di riorientare pensiero e pratiche, trasformando le condizioni stesse di ciò che può accadere nelle interazioni tra umani e macchine.Un approccio diffrattivo ci porterà a interpretare l’intelligenza artificiale non come mero specchio sociale, né solo come automazione al servizio del capitale di quel sapere collettivo che Marx chiamava general intellect . L’IA ha invece un ruolo attivo nel produrre la realtà insieme a noi e oltre.Questo significa andare oltre la denuncia dei pregiudizi dell’IA come semplici riflessi di bias umani contenuti nei dati di addestramento 8 – denuncia che spesso si riduce al suggerimento di correttivi tecnici o filtri migliori. O ancora: chi definisce cosa sia una risposta «naturale»? E come l’interazione fra utente e dispositivo crei significati imprevisti, non riducibili ai soli input iniziali?In questo modo, l’approccio diffrattivo evidenzia anche gli effetti delle interazioni tra umani e IA: mostra come le scelte progettuali, le decisioni politiche, le pratiche sociali e i dati incorporati nel sistema influenzino concretamente i risultati, rendendo visibili responsabilità che altrimenti resterebbero nascoste. Più in generale, mette in luce come questa co-produzione non si limiti a organizzare la suddivisione del lavoro produttivo nel capitalismo contemporaneo, ma contribuisca attivamente alla formazione e al mantenimento di ordini sociali, gerarchie conoscitive e configurazioni ecologiche: quali corpi (umani e nonumani) vengono valorizzati o scartati, quali saperi legittimati o repressi, quali metabolismi energetici e materiali vengono imposti a Gaia. Situare l’IA nel contesto Neurocapitalismo e IA Nel 2016 usciva il mio libro Neurocapitalismo 9 , in cui ho cercato di mettere in luce le profonde mutazioni prodotte dal salto paradigmatico delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (TIC) avvenuto a cavallo tra la fine del secolo scorso e l’inizio del nuovo. Con un approccio genealogico evidenziavo come queste tecnologie non fossero soltanto prodotti dei grandi centri di ricerca delle corporation o degli apparati militari della Guerra Fredda, ma riflettessero anche l’energia creativa e cooperativa della rivoluzione anticapitalista e anti-imperialista degli anni ’60 e ’70. Pur sconfitta politicamente, quella stagione aveva lasciato tracce profonde, fornendo basi tecniche e immaginative per un mondo digitale in cui la tecnica poteva diventare strumento di democratizzazione del sapere e liberazione dell’intelligenza collettiva – come testimoniano lo spirito originario di Internet e del free software – poi progressivamente catturati ed espropriati dal capitale. Ed è proprio a partire da questa dinamica di cattura del comune e sussunzione dell’intelligenza collettiva che la scelta di sintetizzare tale trasformazione con il termine neurocapitalismo – non esclusivo, ma ormai intimamente legato al libro – rispondeva all’esigenza di nominare una mutazione profonda della logica capitalistica, in cui emozioni, cognizione, relazioni, desideri e affetti diventano simultaneamente materia prima della valorizzazione e variabili di aggiustamento per il controllo sociale. Una delle tesi centrali del libro era che questa mutazione strutturale non fosse riducibile a una semplice invenzione o a un «prodotto» della transizione del capitalismo dall’epoca industriale a quella del capitalismo cognitivo, o persino biocognitivo. Snodi fondamentali di questo cambiamento furono, in ordine di tempo, Internet, la rapida diffusione di miliardi di dispositivi mobili individuali (smartphone) e il controllo esercitato dalle global platform – vere megamacchine contemporanee – soprattutto attraverso i social media. Ciò che conta davvero, tuttavia, non è tanto la cosiddetta «innovazione» in sé, quanto le nuove relazioni sociali, politiche ed economiche in cui essa è implicata. Alla base vi era la nozione di bioipermedia 10 , cioè uno spazio emergente di nuovi entanglement 11 (forme di interdipendenza profonda in cui le entità rimangono correlate anche a distanza) , in cui corpi biologici, reti digitali e macchine di interconnessione si intrecciano non solo materialmente, ma anche nei continui processi di produzione e circolazione del senso, costituendo insieme la realtà in cui operano. Oggi Asma Mhalla 12 riprende quel discorso sul neurocapitalismo, che riguardava la generazione Zuckerberg-Bezos dei social media e dell’e-commerce, aggiornandolo alla nuova dei tecno-bros trumpiani dell’intelligenza artificiale: Le figure dell’ultra-tecnologia come Elon Musk, Peter Thiel e Sam Altman non si limitano a immaginare un futuro: lo programmano. Il loro progetto non consiste nell’aumentare l’umano, come pretendono, ma nel riconfigurarlo dalle fondamenta. È un progetto di in/civilizzazione di un’ampiezza inedita. Tutte le loro infrastrutture – cloud, IA, biotecnologie e dati – sono infrastrutture dell’intimo. Operano sui nostri desideri, le nostre routine, i nostri corpi. Il modello neurocapitalista ha a lungo garantito forme efficaci di controllo, plasmando soggettività e comportamenti attraverso dispositivi digitali e reti di influenza. Oggi, tuttavia, rivela i propri limiti. La sua capacità di produrre consenso si incrina necessariamente quando le moltitudini si trovano immerse in un degrado materiale crescente, sullo sfondo di una crisi ecologica e sociale sempre più profonda. Il controllo «soft» non basta più: le tensioni diventano sistemiche. La storia, a partire dal primo conflitto mondiale, insegna che il capitalismo tende a rispondere alle proprie contraddizioni strutturali attraverso la guerra: non solo la guerra come evento, ma come regime permanente, come tendenza alla guerra civile globale. 13 È precisamente in questo scenario che va collocato l’emergere dell’intelligenza artificiale. Tamburi di guerra Nel XX secolo movimenti rivoluzionari dal basso, composti da moltitudini spesso prive di istruzione, riuscivano a cambiare il corso della storia – basti pensare alla Cina che passa da paese semi-colonizzato a grande potenza mondiale.Oggi, invece, nonostante livelli senza precedenti di scolarizzazione e un ambiente tecnologico pervasivo, ci troviamo di fronte a un’ondata autoritaria, xenofoba e restauratrice, soprattutto, ma non solo, nel Nord globale. 14 Questo apparente paradosso non si spiega soltanto con la svolta controrivoluzionaria seguita ai movimenti degli anni Settanta o con la caduta del blocco sovietico. È l’esito di un mezzo secolo di sedicente neoliberismo 15 che, dietro la retorica della libertà e dell’innovazione, ha progressivamente eroso i legami sociali, privatizzato l’immaginario e addestrato le soggettività alla competizione e alla paura. Il neurocapitalismo, con la sua colonizzazione dell’attenzione e degli affetti, ha costituito l’infrastruttura cognitiva e sensibile di questa mutazione, senza però poter cancellare del tutto l’eccedenza imprevedibile della rivolta – quell’eccesso di significato e di vita che sfugge anche agli algoritmi dell’IA più sofisticata. Non si tratta di «resilienza» nel senso di adattabilità al sistema esistente – un termine ormai abusato dal management tecnocratico – ma di una capacità di rottura che attraversa corpi umani, ecosistemi viventi e dispositivi tecnici.Di fronte a una crisi sistemica ormai manifesta – sociale, politica, ecologica, economica, energetica, demografica – anche le ex democrazie rappresentative si riorganizzano in entanglement Stato-capitale fondati su logiche oligarchiche e imperiali. L’esempio più eclatante è quello degli Stati Uniti della seconda amministrazione Trump. Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura — della perdita, dell’incertezza, del “diverso” — diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista. 16 Su questo sfondo, le governance contemporanee pensano di contare su soggettività già modellate da decenni di manipolazione percettiva e affettiva: un terreno fertile per la riemersione di forme di potere apertamente autoritarie. La gestione della paura – della perdita, dell’incertezza, del «diverso» – diventa allora la nuova brutale modalità di una governance tecnofascista. 17 Ma i segnali di insofferenza della Generazione Z (Gen Z) cominciano a moltiplicarsi, mettendo in discussione questa presunta docilità.Di fronte a questa insofferenza crescente, il potere cerca nuove forme di sedazione: il comfort senza precedenti offerto dall’IA dei tecno-oligarchi alleati del potere potrebbe funzionare da nuovo oppio dei popoli?È in questo scenario di crisi sistemica e di regime di guerra che l’intelligenza artificiale emerge non come strumento tecnologico, ma come un ulteriore nodo critico di potere e controllo che si vuole come definitivo. La sua apparizione nel quadro appena delineato rende necessaria un’indagine su alcuni aspetti salienti della sua natura costitutiva: come si intreccia con l’intelligenza umana, quali potenzialità dischiude e, soprattutto, quali rischi concreti porta con sé. 1 How to Survive an Atomic Bomb è un rassicurante manuale di protezione civile pubblicato negli Usa nel 1950 da Richard Gerstell. Guy Debord, nella Société du spectacle (1967), ne mostra l’assurdità ideologica: non strumento di salvezza, ma dispositivo per addestrare la popolazione ad accettare la catastrofe come normalità amministrabile. 2 Il dottor Stranamore (film di Stanley Kubrick, 1964). 3 Il «più-che-umano» ( more-than-human ) indica che le capacità trasformative non appartengono solo agli esseri umani, ma emergono da relazioni tra umani, animali, organismi, tecnologie e ambienti materiali. È un concetto sviluppato da Haraway e dai nuovi materialismi per superare la visione antropocentrica che vede l’uomo come unico agente attivo. 4 Nella teoria marxista indica la tendenza, nel capitalismo, alla diminuzione del rapporto tra profitto e capitale investito, dovuta alla crescente sostituzione del lavoro umano (che solo produce valore) con macchine e tecnologie. 5 Rovelli Carlo, Helgoland , Milano, Adelphi, 2020, p.134 6 Lenin dedicò quasi un anno (1908-1909) alla stesura di Materialismo ed empiriocriticismo (Roma, Editori Riuniti, 1973) per contrastare le posizioni di Bogdanov, segnale della portata strategica dello scontro. 7 Per approfondire la teoria della diffrazione di Barad, si consiglia di consultare il secondo capitolo del suo libro Meeting the Universe Halfway: Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning , intitolato Diffractions: Differences, Contingencies, and Entanglements That Matter . In questo capitolo, Barad esplora come la diffrazione, un fenomeno fisico che descrive la deviazione delle onde quando incontrano ostacoli o aperture, possa essere applicata come metodologia epistemologica per analizzare le interazioni tra materia e significato. 8 Nel riconoscimento facciale, per esempio, il problema non è solo il bias nei dati, ma l’intreccio tra metriche di accuratezza, usi polizieschi e storie di marginalizzazione, o allora la pratica di una profilazione economica che indirizza la precarietà verso determinati settori sociali. 9 Giorgio Griziotti, Neurocapitalismo. Mediazioni tecnologiche e linee di fuga , Mimesis, Milano-Udine, 2016. 10 Il bioipermedia è l’ambiente dell’insieme delle continue interconnessioni e interazioni dei sistemi nervosi e dei corpi con il mondo tramite dispositivi, applicazioni e infrastrutture reticolari. Per estensione, la sfera bioipermediatica diventa l’ambito in cui la compenetrazione delle coscienze umane con queste tecnologie è talmente intima da generare una co-costituzione, con modificazioni e simulazioni reciproche. 11 Entanglement è un concetto della fisica quantistica che descrive una forma di interdipendenza profonda fra entità, tale per cui esse non possono essere considerate come parti autonome e separate: rimangono correlate anche quando si trovano a grande distanza. Questa connotazione così precisa è tale per cui le traduzioni italiane (intreccio, correlazione quantistica, inestricabilità, connessione non locale…) sono tutte riduttive. 12 Asma Mhalla , « Elon Musk, Peter Thiel et Sam Altman ne se contentent pas d’imaginer un futur: ils le programment» Usbek &Rica, 22/09/2025, https://usbeketrica.com/fr/article/asma-mhalla-elon-musk-peter-thiel-et-sam-altman-ne-se-contentent-pas-d-imaginer-un-futur-ils-le-programment 13 Lazzarato M., Guerra civile mondiale?, DeriveApprodi, Bologna 2024. 14 Forse è necessario risalire anche a un limite strutturale del pensiero marxiano che, pur nella potenza della sua analisi, ha posto al centro la classe operaia europea, senza chiarire fino in fondo che la sua stessa esistenza – e più in generale la nascita del capitalismo industriale in Europa – è stata resa possibile dallo sfruttamento coloniale, dal lavoro gratuito nei territori colonizzati e dall’estrattivismo senza limiti. 15 Ammesso che sia mai esistito un vero regime neoliberista in senso puro – ovvero fondato sull’ideologia delle presunte capacità di auto-organizzazione del mercato – oggi ciò che vediamo non è un suo declino, ma il suo superamento in forma apertamente autoritaria. 16 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento. 17 Uso questo termine più con riferimento al principio di urfascismo (fascismo eterno) di Umberto Eco che come semplice ritorno ai fascismi storici del Novecento.
- konnektor
The other side of the moon # 3 : 1986: la NEP del Vietnam Donmay Donamayoora Il contributo ricostruisce la svolta storica del Vietnam avviata con il VI Congresso del Partito comunista nel 1986, quando il Paese, ancora segnato dalla guerra e dall’arretratezza economica, avviò la politica del Doi Moi . Di fronte all’incapacità del modello collettivista di generare sviluppo, la dirigenza vietnamita introdusse graduali riforme di mercato mantenendo il ruolo centrale del partito. Il testo analizza il superamento della pianificazione rigida, la liberalizzazione dell’agricoltura e dell’impresa privata e la riduzione del controllo statale. Il Doi Moi viene interpretato come una “NEP vietnamita”, scelta non ideologica ma necessaria alla sopravvivenza del Paese. A differenza dell’esperienza sovietica, tale svolta ha mostrato una sorprendente stabilità e continuità nel tempo. Il 15 dicembre 1986 , di fronte a 1129 delegati in rappresentanza di quasi 1,9 milioni di iscritti si apre ad Hanoi il VI Congresso Nazionale del Partito comunista del Vietnam. L’assise è destinata a segnare una svolta nella storia della nazione. Il partito che aveva guidato la lotta per l’indipendenza e la riunificazione arriva al suo Congresso in una situazione sociale drammatica. Il paese, unico nel panorama mondiale e nella storia economica, non era riuscito a crescere nella ricostruzione. Le ferite della guerra erano ancora devastanti e la direzione politica non era stata in grado di avviare i suoi cittadini verso un miglioramento sistematico delle condizioni di vita. La pace non aveva condotto al progresso. C’era penuria di beni, le comunicazioni erano lente, a stento venivano soddisfatti i consumi di base. Mancavano anche i saponi, sostituiti dalla sabbia nelle pulizie personali. La dirigenza – in larghissima misura funzionari del partito – non era riuscita ad affrancarsi da una logica militare alla quale l’avevano abituata decenni di conflitto. La società era vista attraverso la lente manichea dei nemici e degli amici, la gestione di situazioni complesse non era possibile, la resistenza sembrava l’ambizione principale proprio quando sarebbe stata necessaria una maggiore flessibilità di intervento. Il ruolo delle élites militari era ingombrante, con il fardello di una disciplina ormai inadatta. La drammaticità della vicenda bellica faceva mantenere la direzione a burocrati impreparati, se non corrotti o ambiziosi. L’improvvisa, eccessiva adesione a un partito originariamente di quadri e militanti aveva insospettito chi vigilava. L’organizzazione poteva infatti diventare un trampolino per carriere personali. Le precedenti direzioni avevano mantenuto una politica di rigoroso controllo e di ortodossia ideologica. La disciplina e l’unità erano il bene supremo, senza spazio per derive teoriche o per esperimenti sociali. La proprietà dei mezzi di produzione era collettiva o statale, sia per le fabbriche che per le campagne. Lo strumento generatore di valore era il piano quinquennale, sulla scorta dell’esperienza sovietica che paradossalmente proprio in quegli anni si avviava a una spettacolare denuncia dei suoi limiti. Dieci anni dopo la riunificazione, il paese non si era dimostrato capace di produrre sufficiente ricchezza. Il sud rimaneva un immenso campo di riso, il nord un terreno di poche fabbriche pesanti e di miniere di carbone. Le due regioni per anni hanno continuato a scambiare gli stessi prodotti, come al tempo della colonizzazione francese, addirittura con le stesse dogane commerciali. Il Vietnam ne risultava indebolito nello scacchiere asiatico, mentre la sua popolazione non era uscita dal sottosviluppo. Il Paese sopravviveva senza riforme e la sua salvezza era garantita dagli aiuti internazionali e dall’appartenenza al Comecon dominato dall’Unione Sovietica. Le spese militari erano ingenti per le tensioni sia con gli Stati Uniti e la Cina che trovavano nella Cambogia dei Khmer Rouge un alleato imprevisto. La borghesia commerciante cinese era espulsa dal paese e molti intellettuali, delusi per l’andamento della politica, si ritiravano dalla vita pubblica o addirittura si univano all’esodo dei boat people . L’esercito continuava a svolgere una funzione nevralgica, più per la disciplina che lo permeava che per la capacità di avviare un percorso economico. In questo quadro il Congresso che si apre ad Hanoi segna una svolta epocale per il paese. Pur nella prudenza del linguaggio, «critica e autocritica» marcano il percorso dell’assise. Il dibattito è aperto e i problemi vengono elencati nella loro crudezza. Yegor Ligachev, il rappresentante del Pcus e capo della più importante tra le 32 delegazioni internazionali, non lesina schiettezza nella condanna dell’uso degli aiuti sovietici, incanalati in rivoli opachi e senza efficacia economica. La mediazione politica dietro le quinte è vivace, ma le conclusioni del Congresso sono unanimi e dirompenti con il passato. Viene avviata la politica del Doi Moi (letteralmente «cambio e innovazione», «cambiare per rifare daccapo») che segna l’inedito indirizzo del Vietnam e lo proietta verso i successi odierni. Il ruolo del partito non cambia: è «la sola forza che conduce lo Stato e la società e il principale fattore che determina tutti i successi della rivoluzione vietnamita». Muta tuttavia l’obiettivo strategico, l’organizzazione deve ora pilotare il Paese verso «un’economia di mercato a orientamento socialista». Senza il clamore di epurazioni e senza il clangore delle armi per gli sconfitti, si avvia un ricambio politico e generazionale. Viene eletto segretario Nguyen Van Linh, un rigoroso economista; per la prima volta un militante del sud diventa l’uomo più potente del Vietnam. Risulta ringiovanita la direzione e dunque inizia a uscire di scena la vecchia guardia. Per «ragioni di salute» lasciano l’Ufficio politico del Comitato centrale Truong Chinh, Pham Van Dong e Le Duc Tho, tutte figure carismatiche. Il primo era Segretario del partito e Presidente della Repubblica; Pham Van Dong ricopriva la carica di Primo Ministro, Le Duc Tho era il teorico del partito, negoziatore degli accordi di Parigi e Premio Nobel per la Pace. Le scelte sono dirompenti e applicate con costanza. Tendono inizialmente a coniugare la centralizzazione delle decisioni con il dinamismo sociale, la direzione pianificata con l’individualismo. Progressivamente l’economia di mercato diviene sempre più svincolata. Nelle campagne la proprietà collettiva della terra e degli strumenti è smantellata con metodo. Le famiglie sono autorizzate a coltivare la terra per fini personali, possono consumare il raccolto e vendere le eccedenze a prezzi di mercato. Le imprese private sono incoraggiate a diventare il motore della crescita. Inizialmente si fissa a 10 lavoratori il numero massimo di addetti assunti dai nuovi imprenditori. Le aziende di stato possono muoversi in ambiti economici e non solo amministrativi. Viene soppresso il monopolio statale sul commercio internazionale. I sussidi governativi sono progressivamente ridotti e i prezzi non più imposti. I salari sono pagati in contanti, rendendo più monetizzati gli acquisti delle famiglie. Gli impiegati pubblici diminuiscono del 15%. Il tasso di cambio del Dong è lasciato al mercato. I manager infine vengono dotati di maggiore autonomia decisionale. Si tratta dunque di una svolta epocale. Ha luogo contemporaneamente a quella tentata in Unione Sovietica e poco dopo la più fortunata esperienza cinese. In tutti i casi il sistema collettivista sembra aver preso coscienza dell’incapacità di reggere la gara con il mondo capitalista nella produzione di ricchezza. Probabilmente l’analogia più appropriata è quella con la NEP sovietica del 1921. Lenin fece un passo indietro dal collettivismo integrale per ridare fiato alle forze produttive, indipendentemente dal loro colore e dalla loro provenienza. Come noto, la Novaja ėkonomičeskaja politika venne interrotta da Stalin nel 1928 con un famoso articolo sulla Pravda, dal titolo inequivocabile: «Al diavolo la NEP». Invece il Doi Moi vietnamita resiste da quasi 40 anni e non appaiono all’orizzonte forze in grado di fermarne o ribaltarne i risultati. Più che di una scelta, per il Vietnam si è trattato di una necessità, drammatica impellenza per sopravvivere e, per la dirigenza, per mantenere il potere. Per ironia, il Pcv si è visto costretto nel 1986 a prendere a prestito, in maniera probabilmente irreversibile, l’esperimento capitalista. L’acuta intenzione è stata saccheggiare con raziocinio l’arsenale e il territorio nemici, proprio per continuare a coltivare la propria ambizione ideologica, a essi ancora teoricamente antagonista. Romeo Orlandi , Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all'Università̀ di Bologna e ha incarichi di docenza sull'economia dell'Asia Orientale in diversi Master post universitari. Per l'Istituto Nazionale per il Commercio Estero ha lavorato a Los Angeles, Singapore, Shanghai e Pechino. Relatore a conferenze internazionali, autore di numerosi libri e pubblicazioni sull’Asia, è consulente di strategia per istituzioni e aziende. È stato Special Ambassador per la candidatura di Roma per l’Expo 2030.
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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: La sfera autonoma e gli Alieni untori; Solo i nostri nemici ci capiscono. EPISODIO-8-HgH_(A)IM-AX_1_IA5 PARTE PRIMA La sfera autonoma e gli Alieni untori Il Boomernauta, che in giovinezza aveva sicuramente fatto parte della Sfera Autonoma, dedica a essa gran parte di questo capitolo. Ciò forse spiega che lasci ripetutamente trasparire la sua ostilità congenita alle Gov capitaliste. Davanti alla diffusione del morbo nekomemetico che trasforma gli umani in agenti patogeni, Gaia reagisce come può all’infezione che l’ha attaccata, ma non tutti gli umani si comportano nello stesso modo distruttivo. La Sfera Autonoma era da sempre l’ambiente dove prendevano vita i movimenti provenienti dal basso. Anche prima di conoscere l’esistenza del morbo nekomemetico, i movimenti della Sfera Autonoma avevano opposto resistenze sintomatiche per bloccare i danni fatti dai contagiati, ma nel suo seno perduravano anche teorie cosiddette “progressiste” che, continuando a concedere al capitale un ruolo di “innovatore”, favorivano la diffusione dei nekomemi morbosi in tutti gli strati sociali. Man mano che si avanza nel Neolib la pandemia peggiora anche a causa dei Grandi Progetti devastatori imposti dall’alto. I “progressisti” di ogni genere, politici o sindacalisti, entrano inoltre a far parte della Governance e si comportano da Grandi Malati che diffondono il morbo nelle classi lavoratici e disagiate da cui spesso provengono. La patologia nekomemetica era la prima fase di una malattia autoimmunitaria a due stadi e colpiva gli umani trasformandoli in anticorpi che attaccano le componenti sane di Gaia, provocando una setticemia. Nonostante la gravità della situazione restavano però vari livelli di resistenza che si opponevano alla pandemia e all’infezione. La prima difesa naturale di Gaia, contro la sepsi che la consumava, era di diminuire se non eliminare gli agenti attivi dell’infezione. Le difese non erano però in grado di fare distinzione fra i tanti umani infettati e il resto del vivente. In ogni caso, anche se non c’era nessuna intenzionalità da parte di Gaia, la specie umana era una di quelle che avrebbe più sofferto, proprio per la sua densità e invasività. Molti segni facevano pensare che il peggio dovesse venire. Poi c’erano anche le immunità e le resistenze al morbo nekomemetico le cui origini si perdevano in tempi lontani. Ben aldilà dei Cantici delle Creature di Francesco o dell’Illuminazione del Buddha sotto l’albero della Bodhi, in molti umani erano rimasti i riverberi delle ere di progressivo allontanamento dalla natura o dall’appartenenza a Gaia se preferisci. Non voglio certo rimettere in discussione l’esistenza di costanti e tratti comuni che caratterizzano l’essenza dell’umanità, né l’unità psicologica di quella contemporanea con quella preistorica, ma quest’ultima viveva in un mondo molto diverso dal nostro e non solo oggettivamente. Un mondo costellato di luoghi e momenti in cui avvenivano intra-azioni dirette e non mediate degli umani con il resto di Gaia. In effetti molte di quelle che poi abbiamo chiamato intra-azioni erano le storie che ogni vivente raccontava all’interno di Gaia e di cui il morbo nekomemetico fece perdere la percezione. Storie che attraversavano Gaia e parlavano dell’incontro continuo con i nonumani o del ritrovamento di una sorgente, di una fonte di cibo, di una grotta accogliente, di un albero ombroso o, ancora, di un fulmine che rischiara la notte e incendia la boscaglia e così via. Come le altre specie, gli umani facevano parte di un ciclo di vita e morte che, fino all’apparizione della metatecnica, non aveva prodotto patologie per la biosfera. Le cose erano cominciate a cambiare quando si era passati dall’unità prodigiosa di queste reticolazioni allo sviluppo del pensiero tecnico e di quello religioso. Il Maestro Simondon 1 aveva avuto l’intuizione di questo passaggio che si era realizzato non certo all’improvviso, ma in un periodo senz’altro molto più lungo della storia umana tramandata. Era senza dubbio troppo presto per ammettere quello che poi si dovette affrontare: sin da quell’epoca queste due mediazioni opposte e simmetriche facevano parte di un entanglement quantistico dinamico e mutevole. Secondo la definizione datane dal Maestro, la nascente relazione di tecnoscienza e religione non era solo quella di due fasi indissolubilmente legate fra loro, esse non erano entità astratte, ma agenti materiali intrecciati, avviluppati che emergevano e si alimentavano nella relazione reciproca. Più prosaicamente, le conseguenze si rivelarono importanti perché quando le storie che raccontavano i momenti e i luoghi delle intra-azioni primordiali vennero sostituite dalle meccaniche della metatecnica allora, fra l’altro, non c’era più stato bisogno del fulmine per accendere il fuoco. Ma anche per questo ci sarebbe stato un prezzo da pagare. A posteriori si poteva costatare che da allora si erano prodotte nella Storia innumerevoli lotte e battaglie per contrastare il diffondersi del morbo, combattendo non i nekomemi, di cui non si conosceva l’esistenza, ma i sintomi che essi producevano, facendo degli umani dei distruttori di Gaia. Erano episodi che appartenevano a quella caratteristica dell’animale sociale homo di reagire davanti a grandi catastrofi o flagelli mettendo in gioco tutte le risorse compresa ovviamente la metatecnica. Forse questa capacità a non soccombere davanti alle crisi aveva contribuito a rinforzare il ricorso alla tecnica, come appare anche in certe narrazioni archetipiche fra cui quella del Diluvio Universale. In quei tempi remoti la propagazione del morbo nekomemetico era lenta e sotterranea per cui probabilmente il mito del Diluvio nacque da una catastrofe naturale derivata da cause abiotiche, ma il riflesso di utilizzare la metatecnica – in questo caso l’arca – per sopravvivere era ormai impiantato nella mente umana. Questa volta anche chi negava l’esistenza del morbo nekomemetico non poteva negare l’origine biotica, e in particolare umana, della setticemia di Gaia che veniva descritta in vari modi: dal deterioramento ecologico al cambiamento climatico. Era questo il caso dell’ AltaSfera Ecofin che, nel dubbio, preparava la Grande Fuga e il tentativo di colonizzare lo spazio. Ma in Terra, invece, c’era anche un’altra sfera ben più antica che, al contrario della prima, non era di governance perché non gestiva nulla, e spesso neanche sé stessa, contraddicendo la sua propria definizione: la Sfera Autonoma , di cui ti ho già parlato in precedenza. La sua nascita si perdeva, come i miti, nella notte dei tempi ed era sicuramente esistita in ogni epoca umana, anche se, sia nel passato che nel presente, veniva chiamata in molti altri modi. Io ho scelto questo perché più consono alla mia generazione boomer.Era la sfera di tutte le tendenze centrifughe che cercavano di sottrarsi e di contrastare dal basso le istanze di potere. Certamente non era una sfera paragonabile a quelle delle élite perché si poteva quasi sempre entrare e uscire liberamente. Non era neanche veramente una sfera perché non c’erano confini e i flussi di input/output erano continui. Talvolta poteva essere veramente autonoma, almeno nel senso proprio del concetto, che designa un potere subordinato a un altro potere superiore, ma con la capacità di darsi la propria legge di vita; o comunque di cercarne una diversa da quella considerata normale da un potere superiore come quello sovrano. Ma in certi casi all’interno della Sfera si manifestavano tendenze che auspicavano la distruzione del potere superiore o addirittura di ogni potere. La Sfera Autonoma era in realtà un insieme complesso di processi dinamici, che non preesisteva alle interazioni col mondo circostante, ma emergeva attraverso e come parte di intrecci relazionali di ogni natura, inclusa quella conflittuale, che la riconfiguravano continuamente all’interno delle vicende della specie. In determinate circostanze di alcune fasi del capitalismo, questa ontologia della Sfera Autonoma sembrava marcata proprio dalla coppia di opposti, da un dentro-contro il capitale che la legava indissolubilmente a quest’ultimo e quindi sembrava (de)perire con lui, come rischia di succedere nella storia che ti sto raccontando. Mi pare presuntuoso, nella mia posizione di Boomernauta, dare per scontato che la Sfera Autonoma umana sarebbe stata in grado di uscire non solo dalla gabbia del realismo capitalista neolib, ma anche da ogni altra camicia di forza che la costringeva a relazionarsi solo all’interno della specie. Vedremo in seguito come la grave patologia di Gaia e poi soprattutto la scoperta della pandemia nekomemetica la costrinsero a tentare di squarciare questa coercizione. In questo processo dinamico nascevano comunque grandi e piccoli movimenti con le loro contestazioni, sommosse, rivolte. Tuttavia, solo in circostanze particolari queste forze autonome riuscivano a organizzarsi e agire in modo tale da innescare grandi cambiamenti che gli umani chiamavano rivoluzioni.Alla Sfera Autonoma avevano appartenuto i movimenti che nel XX secolo, muniti della teoria marxista, avevano realizzato le grandi rivoluzioni proletarie. Rivoluzioni che avrebbero anche segnato il secolo successivo con la nascita di nuove grandi potenze (imperialiste!). In seguito lo slancio si sarebbe rinnovato nel lungo Sessantotto che, pur nell’ignoranza del morbo nekomemetico, aveva oggettivamente opposto qualche resistenza alla sua diffusione proprio quando il virus stava entrando nella sua fase di maggiore intensità. Ma in quella fase l’attenzione e le priorità dei movimenti erano concentrate nel braccio di ferro con il capitalismo: si era ancora nella fase del radioso avvenire che si sarebbe potuto costruire solo dopo aver sconfitto il capitalismo. Il sogno di sovvertire il capitalismo dappertutto, soprattutto nel suo feudo del Nord, non si era mai realizzato. Le forze che ostacolavano una rivoluzione globale erano state a lungo troppo forti, troppo presenti, troppo radicate e il capitalismo aveva superato tutte queste crisi.Quando si era chiusa l’epopea del lungo Sessantotto era cominciata l’era della controrivoluzione neolib. Il rosso della Sfera Autonoma era diventato quasi trasparente e il suo polso politico si era allora talmente affievolito da non essere quasi più percettibile. Uno storico americano oriundo giapponese aveva addirittura decretato la fine della Storia. In realtà la Sfera non solo era viva anche se malconcia, ma, con l’estendersi delle reti, si sarebbe coperta di una maglia brulicante di attività e iniziative che non volevano più porsi il problema di una strategia politica rivoluzionaria. Questo non-volere avrebbe potuto essere uno dei postumi della pseudo-profezia pronunciata dall’incantatore francese della biopolitica con la formula magica: « Mais je crois qu’il n’y a pas de gouvernementalité socialiste autonome […] il n’y a pas derationalité gouvernementale du socialisme » 2 . Negli anni della fine del XXI secolo, di cui ti sto parlando, l’eco lontana di questa profezia non risuonava più nel Palazzo d’Inverno, ma si poteva ancora sentire in alcuni anfratti della Grande Muraglia, sugli altipiani del Tibet e persino in certe rovine delle manifatture di Shenzhen nelle notti di plenilunio. Sortilegi a parte, questa apparente impotenza era una debolezza, ma anche una forza. Una debolezza perché ogni qualvolta che un atomo della Sfera Autonoma entrava in conflitto frontale con istanze reali del potere era istantaneamente carbonizzato emettendo una fioca luce rossa. La forza era l’instancabile motore che faceva muovere la Sfera alla ricerca ostinata e cocciuta di autonomia dalle forme di comando dei dominanti e di escape dal basso da uno sfruttamento del mondo fatto passare per libertà e progresso. E nella sua complessità ed estensione questo motore emetteva giganteschi flussi che nel contesto sempre più deteriorato della biosfera erano effettivamente in grado di allentare i livelli di controllo generalizzato.Fu probabilmente questa la ragione per cui, anche a distanza di decenni, sorsero periodicamente movimenti effimeri, preoccupati delle condizioni di Gaia, che riuscirono a spegnere dopo ardue lotte qualche focolaio del morbo nekomemetico 3 , di cui non erano ancora coscienti, senza per questo fermare il contagio. Per lo più si trattava di megaprogetti, che erano consustanziali alla Gov Neolib, non perché fossero indispensabili o anche solo importanti dal punto di vista funzionale, ma perché lo erano da quello del controllo dei flussi finanziari. I Grandi Progetti erano inoltre necessari in quanto politicamente propedeutici alla Grande Fuga . Questo sarebbe diventato l’unico vero megaprogetto ormai vitale per la Governance e le élite. Un piano che avrebbe permesso loro di continuare la politica di produzione-distruzione sino al limite del possibile per poi abbandonare tutto tramite gli Ascensori Spaziali, quando il caos fosse diventato incontrollabile e la vita impossibile. A quell’epoca nella Sfera Autonoma molti erano convinti della validità dell’ipotesi del Capitalocene : ma ormai solo pochi attivisti, persuasi della prossima caduta del sistema, cercavano soluzioni strategiche, globali ed energiche che smentissero le profezie dell’incantatore francese della biopolitica. Le altre forze, più che al tradizionale modo rivoluzionario dei secoli precedenti, sembravano interessate a fondare nell’orizzontalità delle contaminazioni reticolari le basi per ripartire sulle rovine del capitalismo. Effettivamente i cento fiori di questi tentativi, progetti, processi ecologici si moltiplicarono ed erano di fatto una modalità di cura contro il virus nekomemetico. Non c’erano nostalgie di un mondo arcaico e si cercava di orientare e usare la metatecnica in modo appropriato e conforme a una visione non gerarchica, orizzontale . Era anche un tentativo per cercare di smentire l’ineluttabilità del legame esistente fra metatecnica e virus nekomemetico. Dove queste forze autonome si istallavano e riuscivano a far funzionare i loro microprogetti, di solito l’infezione di Gaia arretrava. Era una strategia a lungo termine, si sperava diventasse l’ultimo ricorso quando la setticemia di Gaia non avrebbe lasciato più scampo alla vita in fasce intere del pianeta. O forse si sognava che il riprodursi senza limiti di questi tentativi avrebbe finito per svuotare le istanze della Governance quasi senza colpo ferire. Un po’ com’era avvenuto in Russia nell’improvviso crollo del regime Sovietico per invecchiamento e logoramento. C’era quindi un’ipotetica possibilità di recessione della setticemia, ma sarebbe bastato? Sarebbe arrivata a tempo prima che fosse troppo tardi?Ma come un kitsuné , la mitologica volpe giapponese capace di cambiare aspetto e di assumere sembianze umane, non era nella natura del capitale (né del virus nekomemetico che da lui traeva vantaggio) di perdere il controllo della metatecnica e di cessare di esistere come un volgare regime politico. D’altronde l’ignoranza del morbo era stata probabilmente la ragione per cui i rivoluzionari del XX secolo e prima ancora i grandi teorici antagonisti al capitale, fra cui proprio il nostro beneamato patriarca barbuto, non avevano potuto intuire la pericolosità di concedere un ruolo d’innovatore al capitale stesso prima di tentare di sconfiggerlo, e di condividere troppo a lungo con lui il mito della produzione e del progresso. È vero comunque che il capitale, nello sconvolgimento delle prime guerre globali da lui generate e poi sfruttate per un ulteriore salto di paradigma, non aveva lasciato scelta ai Paesi dove la rivoluzione cosiddetta proletaria aveva vinto: produrre secondo i modi capitalisti o soccombere, senza che nessuno o quasi si rendesse conto che si trattava di una produzione di morte. E fu da quella scelta obbligata, ma consensuale, e dal malinteso che l’accompagnava, che rimase nell’animo di tanti rivoluzionari la convinzione dell’inevitabilità del dentro-contro il sistema del capitale. Una scelta che avrebbe aperto alla contaminazione nekomemetica le porte delle frontiere di classe.Si arrivò, fra certi epigoni del grande filosofo barbuto, alla stravaganza, un po’ masochista, di mettersi ad adorare il vitello d’oro dell’accelerazionismo che predicava l’assunzione forzata di forti dosi di tecnologie techno-tycoon. Speravano così di capovolgere la partita con l’overdose, ma la rivolta contro il progetto Lunga Primavera , prima, e le rivelazioni della time machine sull’esistenza del morbo nekomemetico poi, misero fine a ogni velleità di questo tipo. Fu questo il paradosso della ricerca di un’immunità di gruppo per una malattia autoimmune. Intanto il virus ovviamente circolava più intensamente in tutti gli ambiti della Gov Neolib, dove pullulavano i Grandi Malati dall’altissima carica virale. Come nel paradosso dell’uovo e della gallina, era impossibile decidere se la Governance e le sue sfere producessero i Grandi Malati o viceversa. Probabilmente entrambi gli aspetti si integravano e questo era stato un booster della diffusione generalizzata del virus, vista la scarsa resistenza incontrata. Ti ho già spiegato che pure nelle attività cognitive, come in quelle industriali, i lavoratori delle classi assoggettate erano involontariamente esposti a cariche nekomemetiche. Si trattava di un’esposizione ancora più subdola e invasiva, che li rendeva agenti patogeni della sepsi di Gaia. Dalle fila della classe operaia e dei lavoratori subordinati erano uscite generazioni di attivisti, di sindacalisti e di politici, fra cui quelli che avevano fatto le grandi rivoluzioni del XX. I loro epigoni dell’epoca neolib, forse a causa della grande intimità con i Grandi Malati , quali i manager di Ecofin e i politici della Gov, vennero pesantemente contaminati. Spesso la loro carica virale superava ogni limite: vollero farsi chiamare riformisti democratici e progressisti (un termine, quest’ultimo, divenuto sinonimo di forte positività nekomemetica). I sindacalisti erano talmente contagiati che, con il pretesto di proteggere i posti di lavoro, erano pronti a difendere con le unghie e coi denti qualsiasi tipo di attività comprese quelle che più avrebbero alimentato la setticemia di Gaia: industrie estrattive e chimiche o centrali atomiche. Tutto andava bene per loro.Era di pubblico dominio che erano diventati ingranaggi del sistema. In particolare la Gov Neolib, in entrambe le sue componenti, ma soprattutto l’ AltaSfera Ecofin , li aveva da tempo adottati e cooptati per la loro capacità di interfacciarsi e di manipolare le masse e le classi subordinate da cui provenivano. Poi, nonostante la promessa di associarli alla Grande Fuga , quando non servirono più per la produzione o per altro vennero messi da parte senza tanti complimenti. In realtà proprio come nei film di fantascienza di quell’epoca, in cui alieni malintenzionati prendono sembianze antropiche per sterminare più facilmente l’umanità, così i progressisti di ogni genere si erano furtivamente trasformati in Grandi Malati , superdiffusori del morbo nekomemetico per introdurlo in modo occulto nelle masse che dicevano di rappresentare e difendere. Allora venne spontaneo di chiedersi se il morbo, oltre a rendere gli umani zombi dell’ambiente, potesse intaccare anche quel senso di appartenenza e di solidarietà esistente nelle classi subalterne che aveva caratterizzato buona parte del XX secolo. Può darsi, che fosse così, ma in quanto boomer rivoluzionario sono più propenso a credere che sia stato preponderante l’imprinting dell’individualismo, a cui tante generazioni erano state sottoposte. La simultaneità di questi due effetti non poteva essere casuale. Nel passato non era proprio da quel senso di appartenenza che erano partiti i movimenti che avevano cambiato il corso della Storia del XX secolo? Perché ora che la situazione era ben più grave non succedeva nulla o quasi? L’allargarsi del morbo a tutte le fasce delle popolazioni grazie anche agli alieni malati travestiti da sindacalisti o politici progressisti indusse un aumento delle mutazioni dei nekomemi infetti che diventarono più contagiosi e peggiorarono la gravità delle conseguenze sulla biosfera. Più tardi quando, a discapito dei progressisti , la realtà del morbo nekomemetico venne riconosciuta nella Sfera Autonoma i primi sostenitori dell’ipotesi, benché stretti fra i due estremi del tutto genetico (antropocene) e del tutto politico (capitalocene) , cominciarono a portare avanti una nuova strategia di lotta contro la catastrofe della setticemia di Gaia e ammisero il loro errore: «Non avevamo capito che il virus nekomemetico umano, all’origine della setticemia di Gaia, esisteva sin dalle origini mentre, nella storia dell’umanità e ancor più in quella di Gaia, il capitalismo è solo una breve e feroce parentesi che ha aggravato la situazione sino a renderla critica. Comprendendo il nostro errore d’inversione di causa ed effetto abbiamo intuito che la vecchia strategia di abbattere il capitalismo in un improbabile scontro finale era vana. Bisognava piuttosto trovare l’antidoto, non solo per farla finita con il capitalismo, ma soprattutto per evitare vie d’uscita caotiche, autodistruttive e in fin dei conti suicide 4» .Dopo il fallimento del post-sessantotto, a parte sporadiche ed effimere ondate, per più di mezzo secolo nella Sfera Autonoma si erano prodotti solo movimenti e attività a legami laschi, agiti su mille piani produttivi che spesso erano tangenziali a quelli gestiti dal potere. Molte di queste attività volevano prefigurare nuove modalità di evasione dallo spaziotempo politico ed economico determinato dal potere. Produrre miele, fabbricare raku nel proprio angolo preservato, o cercare funghi matsutaké, stando sui limiti della foresta e della legalità, permetteva di sperimentare approcci forse utilizzabili nei collassi a venire. Ma in quel momento non doveva troppo infastidire l’AltaSfera Ecofin o i PoSt/ati, che forse non se ne accorgevano proprio, come l’elefante non si accorge della mosca, salvo quando l’insetto gli ronza attorno all’orecchio. Anzi talvolta il lavoro comune nella Sfera Autonoma , anche quando non era subito e immediatamente sottomesso alla logica dell’accumulo capitalista, era ben visto dal potere e in particolare dai techno-tycoon. Veniva considerato un humus benefico per fare del washing multicolore, riciclare, recuperare iniziative, ricerche e attività nel calderone del mercato da dove l’ AltaSfera Ecofin avrebbe potuto continuare a succhiare il sostanzioso midollo. Non era stato proprio questo il caso del famoso sistema operativo Linux da tempo indispensabile al funzionamento dell’infrastruttura tecnologica di rete che innervava il bioipermedia? Inizialmente era stato concepito e implementato nella Sfera Autonoma e in seguito recuperato gratis et amore dei dai techno-tycoon al momento opportuno. Note: Non dimentichiamoci che il Boomernauta aveva una formazione tecnologica ed informatica ed è quindi comprensibile che conoscesse ed ammirasse questo filosofo della tecnica. «non credo che esista una governamentalità socialista autonoma […] non c’è una razionalità governativa del socialismo».Secondo il Boomernauta che l’aveva molto studiato ed ammirato, prima di staccarsene, la frase è stata pronunciata al Collège de France da Michel Foucault che lui definiva come «il famoso clairvoyant incantatore del XX sec. Molto popolare presso gli accademici della fu-sinistra e non solo». Vengono citati dal Boomernauta: Gardaremlu Larzac contro l’espansione dell’esercito francese, Centrali nucleari di Montalto di Castro in Italia e di Plogoff in Bretagna, Aeroporto di Nantes, ecc. Quaderni nekomemetici , N° 63 p. 21 9/2035. Solo i nostri nemici ci capiscono Il Boomernauta evoca il dilemma finale dei suoi antichi compagni di lotta. Arrivando a fine corsa i boomer che avevano partecipato al lungo Sessantotto (del XX s’intende) sono molto combattuti sul significato delle loro vite. Non sanno se compiacersi del fatto di aver tanto lottato contro un sistema dalle conseguenze più nefaste di quanto da loro previsto in gioventù, oppure se disperarsi per i nipoti infelici che subiscono la norma capitalista.Solo nel più decrepito paese dell’Occidente, i rari boomer sopravvissuti ogni tanto facevano ancora notizia, con loro grande disappunto. Tutti noi boomer che in gioventù avevamo invano tentato l’assalto al cielo, non avremmo mai immaginato che cielo e pianeti sarebbero stati invasi dall’ AltaSfera Ecofin con l’apporto dei techno-tycoon che stavano fornendo le tecnologie necessarie per farvi entrare il mercato in gran pompa. Ora gli ultimissimi sopravvissuti, quelli che nel Sessantotto forse erano appena adolescenti, si chiedevano se la realtà non fosse ancor peggio della barbarie che paventavano e contro la quale si erano battuti. A quell’epoca non potevano avere una visione completa delle minacce reali perché non erano ancora al corrente della potenza sotterranea del morbo nekomemetico, né del fatto che questo si sarebbe tanto diffuso grazie ai vari passaggi che avevano portato al comando l’ AltaSfera Ecofin . Quello che li destabilizzava maggiormente nella fragilità dell’età avanzata era la mutua incomprensione con la generazione di nipoti e pronipoti. Non sapevano darsi pace della loro apparente accettazione o rassegnazione della norma capitalista. Lo scambio di precarietà per un’immaginaria libertà? Competitività e meritocrazia come valori assoluti? E le mille altre regole che l’ AltaSfera era riuscita sul filo dei decenni a far passare come canone senza alternativa nella più grande tradizione della flessibilità e dell’apparente laisser faire . Un tarlo lavorava nei loro cervelli ormai un po’ arrugginiti: come riuscire a far capire che quella regola non era sempre esistita e che i giovani avrebbero potuto vivere emozioni un po’ più forti delle infime disobbedienze che erano loro permesse? Soprattutto era impossibile far credere agli scettici nipoti che c’era stata un’epoca in cui le fond de l’air était rouge 1 e un’incredibile (per i nipoti) energia comune li aveva sospinti costringendo il capitale ad arretrare e trincerarsi. Tuttavia si rendevano conto che, come succede ai cuccioli, si impara soprattutto dalle proprie esperienze.Temevano che la sussunzione del bioipermedia, operata dai techno-tycoon sterilizzando il futuro, fosse memeticamente irreversibile e questo era inquietante. Per la prima volta infatti avevano intuito l’importanza dei flussi memetici manipolati dalle megapiattaforme dei techno-tycoon. Era stato un primo passo sulla strada della scoperta di una pandemia incorporea che aveva radici ben più profonde del capitalismo.Sul pianeta nel frattempo nessuno si preoccupava troppo di una generazione sconfitta o convertita che stava ormai scomparendo col favore di nuove pandemie. Questi virus, fra l’altro, per un’opportuna coincidenza alleggerivano un carico sociale che diminuiva la competitività generaleFaceva eccezione un solo Paese il cui potere politico locale aveva ancora un gran bisogno di questi anziani attivisti che ogni tanto cercava di organizzare retate per riunirli in luoghi sicuri come le carceri. Forse perché il Paese era fra i più demograficamente vecchi al mondo e anche fra i più perversi – non per questo che le due cose si implicassero – il governo di questo PoSt/ato in decadenza infinita faceva finta di credere che i venerabili rivoluzionari falliti potessero ancora corrompere una giovinezza così indifferente e ben addestrata a obbedire di propria volontà.Ma sotto sotto si trattava di gratitudine. Questa veniva soprattutto da quella parte della classe politica, giudiziaria e mediatica che aveva fatto fortuna e prosperato su quella sconfitta lontana dei loro coetanei. Al punto che anche i succedanei avevano adottato con entusiasmo per decenni questa gallina dalle uova d’oro e, ora che cominciava a essere proprio vecchia, per finire avrebbe fatto buon brodo.Bisogna anche riconoscere che nei membri anziani di quella casta sussistevano anche motivi psicologici più profondi, esenti da qualsiasi grettezza. Anche loro sicuramente si ricordavano di aver vissuto quell’epoca che per molti coetanei era stata esaltante, e sentendosi esclusi in quanto ligi alle norme e al regime ne avevano anche un po’ sofferto. Ma ora in tarda età si compiacevano di avere questa opportunità di riallacciare i rapporti (di forza) a parti invertite. E non era poi tanto diverso dal ritrovare vecchi amici, partiti lontano e fatti rientrare di forza, per poi rievocare i bei tempi sui media mainstream. Insomma fra coetanei implicati nelle stesse vicende distanti non c’erano tante difficoltà di comunicazione ci si poteva capire senz’altro e questo era molto bello e gratificante per gli uni, un po’ meno per gli altri. Nota: Il Boomernauta si riferisce qui a un documentario costituito dalle immagini simboliche e salienti del decennio rosso dell’assalto al cielo. Le fond de l’air est rouge, Scènes de la Troisième Guerre mondiale (1967- 1977) Regia di C. Marker, 1977.
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Fantascienza: cento anni per invadere il reale! Il testo propone una riflessione critica sulla fantascienza come genere letterario e culturale, interpretandola non tanto come anticipazione del futuro, quanto come dispositivo capace di restituire un’immagine compiuta del presente. Attraverso il riferimento alla metafora della <>, la fantascienza viene letta come archivio delle ansie, delle paure e delle promesse della modernità, in un’epoca in cui la nozione stessa di futuro appare dissolta in un presente permanente e frammentato. Riprendendo il pensiero di Antonio Caronia e l’esperienza della rivista Un’Ambigua Utopia , il lavoro intende riaprire un dibattito critico sul genere, interrogandone l’origine, il funzionamento, la modernità e la sua presunta fine. Il saggio ricostruisce la nascita <> della fantascienza all’interno delle riviste pulp statunitensi degli anni Venti, mettendo in luce il suo legame con l’immaginario tecnoscientifico, il consumo di massa e la crisi del mito della frontiera. Al tempo stesso, smaschera la genealogia <> europea del genere come costruzione retrospettiva, funzionale a legittimarlo culturalmente. La fantascienza emerge così come un campo contraddittorio, segnato da una tensione costante tra razionale e irrazionale, critica e mercificazione, immaginazione e potere. Il testo si propone infine come un work in progress volto a riappropriarsi della pratica dell’immaginare come strumento critico, riconoscendo però i propri limiti, in particolare l’assenza di una riflessione sulla fantascienza femminile e femminista. [up IT – down Eng] Premessa ...invadere il reale e, soprattutto, riportare al presente l'immagine compiuta della nostra epoca: le meraviglie insieme ai terrori e alle ansie che abbiamo ereditato da quel senso del futuro che si è andato via via esaurendo fino alla sua definitiva scomparsa. La fantascienza oggi è diventata come quella time capsule 1 che nell'esposizione universale del 1939 a New York venne interrata a una quindicina di metri di profondità, contenente gli oggetti più ordinari, come banconote, carte da gioco, stoviglie, abiti, perfino un'immagine di Mickey Mouse, ecc. per trasmettere ai futuri storici quell'immagine compiuta dell'epoca che ha aperto e definitivamente chiuso i giochi col futuro, «è la stessa nozione di futuro una nozione chiave della modernità, sulla quale si basava in larghissima misura la fantascienza, a dissolversi. Il sentimento del tempo di questa tarda modernità, di questa rivoluzione postindustriale promossa dall'espansione delle tecnologie e non governata da nessuno, è un espandersi indefinito e fisso del presente a cui tutto viene commisurato. Oggi né passato né futuro sembrano più essere presenti al sentire collettivo: tutto è già stato non solo pensato e agito, ma sentito. (…) Il futuro ci è crollato addosso, si sta già realizzando ora: non solo, ma questo non è il futuro , sono già i cento, mille, possibili futuri ognuno dei quali trova, nella complessità e nella segmentazione sempre maggiore della società postindustriale, un suo spazio di realizzazione e di coesistenza accanto ad altri» 2 . Nei sei capitoli a seguire, una serie di riflessioni critiche sul genere fantascientifico: la sua nascita, cosa lo distingue da altri generi, il suo funzionamento, ciò che lo caratterizza, la sua modernità e infine la sua vera o presunta fine. Il tentativo è quello di riaprire una serie di discussioni provando a riprendere quel filo avviato dall'esperienza di una rivista degli anni Settanta, «Un'Ambigua Utopia » , e poi in solitaria da Antonio Caronia, per tentare di uscire dalle paludi di un immaginario che è andato letteralmente al potere espropriandoci, di fatto, di qualunque capacità autonoma di immaginazione. Occupare l'immaginario , per usare un nuovo slogan emergente 3 , non per reclamare un’ingenua pretesa di volerlo occupare da sinistra, in una sorta di presa egemonica, ma come riappropriazione di una pratica dell'immaginare imprescindibile da un'opera di critica e di demolizione di quell'illusorio mondo di immaginario coatto in cui siamo sempre più immersi e che ci esautora, sempre più, dal poter essere parte attiva nelle storie che modificano il mondo in cui viviamo. Ancora la distruzione della fantascienza annunciata nel manifesto di «Un'Ambigua Utopia» datata, non a caso, 1977, risuona nella sua attualità. E da qui occorre ripartire. P.S.: Il presente lavoro è un work in progress che necessita di aiuto, discussioni e ovviamente, critiche. Va detto inoltre che manca di una parte essenziale: quella sulla fantascienza delle donne e quella femminista, che potrebbero, forse, mettere in discussione molte delle cose qui dette. Si spera di potervi porre rimedio con l'aiuto di compagne disponibili a discettare su un genere che è nato, occorre dirlo, essenzialmente come gioco onanistico per maschietti. E che nelle enclave del fandom, tale è, con ogni probabilità, rimasto. Note: [1] un'altra capsula venne realizzata nel 1965, entrambe destinate ad essere aperte dopo 5000 anni. https://en.wikipedia.org/wiki/Westinghouse_Time_Capsules [2] Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992, https://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza [3] Occupare l'immaginario è il titolo del convegno su Antonio Caronia tenutosi a Olinda nel 2023 https://occuparelimmaginario.noblogs.org/ I° Una nascita imbarazzante È stato detto, del tutto a ragione, che la fantascienza è sintomo di schizofrenia, che è un’infinita ed infima proliferazione di liquami maniacali, che sfama la nostra fame di follia. Vero, verissimo; ed appunto per questo intendo renderle omaggio. Rozza, elementare, ripetitiva, appunto come la demenza e, possiamo aggiungere, come la morte. In un tempo in cui l’ottimismo riposa su un ingegnoso sistema di lapsus, scotomi, dimenticanze ed omissioni, la fantascienza parla di qualcosa che tutti gli esseri umani mediamente ragionevoli hanno in mente: parla dell’Apocalisse - Giorgio Manganelli Quel genere letterario infimo, infantile, fracassone e demente che in quasi italiano si chiama fantascienza 1 . Viene coniato per la prima volta in America nel 1926 (prima Scientifiction e subito dopo Science fiction ) in una rivista di bassa qualità, (sia nella sua materialità cartacea e grafica che nei contenuti e stili letterari e/o di divulgazione scientifica). Riviste di pochi soldi per una grande massa di lettori, riviste popolari, pulp. Riviste di avventura, western, polizieschi, qualunque cosa che soddisfacesse il bisogno di immaginazione di una società in fase di crescente sviluppo; una popolazione che proveniente dalla stanca e decadente Europa si trovava a fare i conti con un mondo nuovo , da conquistare, da scoprire. E che però agli inizi del nuovo secolo cominciava a fare i conti con la fine della sua storia fondativa: quella del mito della frontiera. E in cui il progresso andava a coincidere, al contrario del continente materno lasciato alle spalle, con la possibilità di un consumo di beni materiali e non materiali, per una parte maggioritaria della popolazione. Un consumo che si immaginava illimitato e a disposizione di tutti, almeno idealmente. La cosiddetta fantascienza europea (i cosiddetti padri nobili della fantascienza: Mary Shelley col suo Frankenstein, Verne, Wells, Capek, Zamjatin, e tanti altri, anche scendendo giù verso gli antichi ancora più nobili ed esotici, da dante a Luciano di Samosata) è un'acquisizione che la neonata fantascienza (cioè l'unica forma di narrativa fantastica che possa definirsi appunto fantascienza) fa per conferirsi dei natali che in un qualche modo potessero nobilitarla di fronte al disprezzo che la cultura ufficiale le riservava 2 . Il primo racconto fantastico ambientato in un futuro lontano Ralp 12C41+: A Romance of the Year 2660 , viene pubblicato in una rivista di radiotecnica «Modern Electris» nel 1911 a firma di Hugo Gernsback che era anche l'editore della rivista: «L'avventura futuristica, permeata da sfrenate estrapolazioni di E se... , fu accolta sorprendentemente bene all'interno di una rivista che fino ad allora si era occupata solo di fatti concreti. Ma si dovette arrivare all'aprile del 1926 perché Hugo Gernsback avesse l'idea di fondare la prima rivista pulp interamente dedicata alla SF in lingua inglese: Amazing Stories. E fu Gernsback che, a partire dal termine scientifiction , consacrò la SF col nome che le rimase impresso» 3 . Se insistiamo qui su una collocazione temporale precisa per la nascita della fantascienza non è perché si voglia dire che le sue immagini, i suoi topoi compaiano per la prima volta allora, ma perché all'improvviso esse trovano un nome, una forma di inquadramento teorico che le fa emergere in una ben definita, per quanto povera e infima si voglia, categoria letteraria. Quindi la tradizione, gli antecedenti di questo nuovo genere letterario rimandano non a qualcosa di preesistente bensì a qualcosa di inventato e costruito man mano che il genere stesso si va formando. L'ascendenza che rivendica è così tanto fittizia quanto reale nella sua giustificazione a posteriori. Le riviste tecniche, quelle che si occupavano solo di fatti concreti furono l'incubatrice dell'immaginario tecnoscientifico che avrebbe traghettato il XIX° secolo, intriso di positivismo e spiritismo, verso un futuro in cui la crisi della scienza classica avrebbe trovato un nuovo e inquietante, tanto quanto proficuo, connubio tra razionale e irrazionale, smantellando le indiscusse certezze della fisica classica e sostituendo il mondo dei fantasmi con i meno eterei, di natura artificiale, oggetti non identificati: gli ufo, con tanto di alieni più o meno pericolosi. Philip K. Dick testimonia magistralmente questo approccio quando racconta che all'età di dodici anni si imbatté, per caso, nella rivista «Stirring Science Stories»: «stavo cercando, in realtà, Popoular Science . Ne fui colpito. Racconti scientifici? Di colpo, vi riconobbi la magia che avevo trovato nei libri di Oz, non più però, associata alle bacchette magiche, bensì alla scienza (…) In ogni caso, nella mia opinione, magia divenne uguale a scienza... e scienza (del futuro) uguale a magia» 4 . Una nascita certamente sporca quella della fantascienza, che per decenni avrebbe imbarazzato gli stessi autori (e critici) del genere; almeno quelli che avrebbero col tempo acquisito caratteristiche più marcatamente autoriali 5 . Note: 1. Giorgio Manganelli, L’oroscopo? No, meglio Guerre stellari, Corriere della Sera 10 novembre 1977 2. Per una breve ma accurata e incisiva storia della letteratura di fantascienza: A. Caronia, La fantascienza fra letteratura e industria editoriale , in Variazioni cosmiche , Nord, Milano 1988 http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/10/antonio-caronia-la-fantascienza-fra.html 3. Lawrence Sutin, Divine invasioni , Fanucci, Roma 2001, p. 22 4. Ivi, p. 21 5: «Una gran parte di quello che va sotto il nome di 'fantascienza' è spazzatura, diciamo pure il 95%» (Theodore Sturgeon). Ursula K. Le Guin, nel 1975, citando questa che ormai veniva definita come la legge di Sturgeon rincarò la dose: «il 95% della fantascienza è porcheria, bene liberiamoci di quella roba! Apriamo la finestra e liberiamoci di questa immondizia!». Peccato però, che tagliar via quel 95% sarebbe stato come tagliare il ramo su cui gli stessi Sturgeon e Le Guin stavano comodamente seduti. Sci-Fi: a century to overrun the present! The text offers a critical reflection on science fiction as a literary and cultural genre, interpreting it not as a means of predicting the future, but as a device capable of conveying a fully formed image of the present. Drawing on the metaphor of the <>, science fiction is understood as an archive of the anxieties, fears, and promises of modernity, in an era in which the very notion of the future has dissolved into an expanded and fragmented present. Building on the thought of Antonio Caronia and the experience of the journal Un’Ambigua Utopia , the work seeks to reopen a critical debate on the genre by examining its origins, mechanisms, modernity, and its alleged end. The essay traces the <> birth of science fiction within U.S. pulp magazines of the 1920s, highlighting its ties to the technoscientific imagination, mass consumption, and the crisis of the frontier myth. At the same time, it exposes the genre’s so-called European <> as a retrospective construction aimed at cultural legitimation. Science fiction thus emerges as a deeply contradictory field, shaped by a persistent tension between rationality and irrationality, critique and commodification, imagination and power. Conceived as a work in progress, the text ultimately calls for a reappropriation of imagination as a critical practice, while explicitly acknowledging its own limits—most notably the absence of a discussion on women’s and feminist science fiction. Preface …to invade the real and, above all, to bring to the present the fully‑formed image of our era: the marvels together with the terrors and anxieties we have inherited from that sense of the future that has gradually exhausted itself until its ultimate disappearance. Science‑fiction today has become like that time capsule¹ that, at the 1939 World’s Fair in New York, was buried fifteen meters underground, containing the most ordinary objects—banknotes, playing cards, dishes, clothing, even an image of Mickey Mouse—to transmit to future historians a complete picture of the age that opened and finally closed the games with the future. «It is the same notion of future, a key notion of modernity on which science‑fiction relied to a very great extent, that is dissolving. The feeling of time of this late modernity, of this post‑industrial revolution promoted by the expansion of technologies and governed by no one, is an indefinite and fixed expansion of the present to which everything is measured. Today neither past nor future seem to be present in the collective feeling: everything has already been not only thought and acted upon, but felt. (…) The future has collapsed onto us; it is already materializing now: not only that, this is not the future, it is already the hundred, the thousand, possible futures, each of which finds, in the ever‑greater complexity and segmentation of post‑industrial society, its own space of realization and coexistence alongside the others»². In the six chapters that follow, a series of critical reflections on the science‑fiction genre: its birth, what distinguishes it from other genres, its mechanics, its defining traits, its modernity, and finally its true—or presumed—end. The aim is to reopen a series of debates by picking up the thread started by a 1970s magazine, «An Ambiguous Utopia» [Un’Ambigua Utopia, N.d.T.], and later pursued alone by Antonio Caronia, in order to escape the swamps of an imagination that has literally seized power, depriving us of any autonomous capacity to imagine. To occupy the imagination, using a newly emerging slogan³, not to claim a naïve left‑wing entitlement to “occupy” it in a hegemonic sense, but as a reclamation of the indispensable practice of imagining—through a work of critique and demolition of that illusory, imposed imaginary world in which we are increasingly immersed and which increasingly deprives us of the ability to be active participants in the stories that reshape the world we live in. The destruction of science‑fiction announced in the manifesto of «An Ambiguous Utopia», dated—no coincidence—1977, still resonates today. And from here we must start again. P.S.: This work is a work‑in‑progress that needs help, discussion, and, of course, criticism. It also lacks an essential part: the section on women’s and feminist science‑fiction, which might, perhaps, challenge many of the statements made here. It is hoped that the help of willing collaborators can remedy this, as the genre—born, it must be said, essentially as a masturbatory game for boys—has, in fandom enclaves, probably remained so. Notes [1]. A second time capsule was created in 1965, both intended to be opened after 5 000 years. https://en.wikipedia.org/wiki/Westinghouse\_Time\_Capsules [2] Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992. https://www.academia.edu/318211/Risposte\_a\_un\_questionario\_sulla\_fantascienza [3] Occupare l’immaginario is the title of the conference on Antonio Caronia held in Olinda in 2023. https://occuparelimmaginario.noblogs.org/ I° A cringe come to life It has been said—rightly so—that science‑fiction is a symptom of schizophrenia, an endless and lowly proliferation of manic excretions that starve our hunger for madness. True, absolutely; and precisely for this reason I intend to pay it homage. Crude, elementary, repetitive—just like dementia, and, we may add, like death. In an age where optimism rests on a clever system of lapses, scotomata, forgetfulness and omissions, science‑fiction speaks of something that every reasonably minded human keeps in mind: it speaks of the Apocalyps». - Giorgio Manganelli That «lowly, childish, noisy, and insane [literary genre] that in almost every Italian context is called fantascienza »¹ was coined for the first time in America in 1926 (first Scientifiction and shortly thereafter Science Fiction ) in a low‑budget magazine—both in its paper quality and graphic design and in its literary and scientific‑popular content. Cheap pulp magazines aimed at a mass readership: adventure, western, detective, anything that satisfied the imagination of a society in rapid development; a population that, fleeing a tired, decaying Europe, was confronting a new world to conquer and explore. Yet, at the dawn of the new century, it also began to reckon with the end of its founding myth: the frontier legend. Progress now coincided, opposite the abandoned mother continent, with the possibility of consuming material and immaterial goods for the majority of the populace. Consumption was imagined as unlimited and, at least ideally, available to all. The so‑called European science‑fiction (the noble fathers of the genre: Mary Shelley with Frankenstein , Jules Verne, H.G. Wells, Karel Čapek, Yevgeny Zamyatin, and many others, even tracing back to the older, more exotic figures from Dante to Lucian of Samosata) is an acquisition that the newborn science‑fiction (the only form of fantastic narrative that can truly be called science‑fiction) makes to grant itself a lineage that might somehow ennoble it against the contempt of official culture ². The first futuristic short story, Ralp 12C41+: A Romance of the Year 2660 , appeared in the radio‑technology magazine «Modern Electris» in 1911 under the byline Hugo Gernsback, who also edited the periodical. «The futuristic adventure, saturated with wild “ what‑if… ” extrapolations, was surprisingly well received in a magazine that until then had dealt only with concrete facts. Yet it was not until April 1926 that Gernsback conceived the first pulp magazine entirely devoted to English‑language SF: «Amazing Stories». From the term scientifiction , Gernsback cemented the name that would stick— science‑fiction » ³. Insisting on a precise chronological placement for the birth of science‑fiction is not to claim that its images or topoi first appeared then, but that they suddenly received a name and a theoretical framing that lifted them into a defined, however modest, literary category. Thus, the tradition and antecedents of this new genre do not point to a pre‑existing phenomenon but to something invented and constructed as the genre itself formed. The claimed ancestry is as fictitious as it is real in its post‑hoc justification. Technical magazines—those dealing solely with concrete facts—served as the incubator of the technoscientific imagination that would carry the nineteenth century, steeped in positivism and spiritualism, toward a future where the crisis of classical science would find a new, unsettling yet fruitful union of rational and irrational, dismantling the unquestioned certainties of classical physics and replacing the world of ghosts with less ethereal, artificial entities: UFOs, with alien beings of varying danger. Philip K. Dick illustrates this approach masterfully when he recounts that at age twelve he stumbled upon the magazine «Stirring Science Stories»: «I was actually looking for Popular Science . I was struck by it. Scientific stories? In an instant I recognized the magic I had found in the Oz books, no longer linked to wands but to science… In any case, in my view, magic became equal to science… and future science became equal to magic.» ⁴ A certainly dirty birth, the birth of science‑fiction, one that for decades embarrassed its own authors (and critics) of the genre; at least those who would later acquire more distinctly authorial characteristics ⁵. Notes Giorgio Manganelli, L’oroscopo? No, meglio Guerre stellari , Corriere della Sera , 10 Nov 1977. Antonio Caronia, Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza , 1992. https://www.academia.edu/318211/Risposte\_a\_un\_questionario\_sulla\_fantascienza La fantascienza fra letteratura e industria editoriale , in Variazioni cosmiche , Nord, Milan 1988. http://un-ambigua-utopia.blogspot.it/2016/10/antonio-caronia-la-fantascienza-fra.html Lawrence Sutin, Divine invasioni , Fanucci, Rome 2001, p. 22. Ivi, p. 21. Theodore Sturgeon: «A large part of what goes under the name ‘science‑fiction’ is trash—let’s say 95 %». Ursula K. Le Guin (1975), citing Sturgeon’s “law”, amplified it: «95 % of science‑fiction is filth… let’s open the window and get rid of this garbage!» (Note the irony that cutting away that 95 % would have removed the very branch on which Sturgeon and Le Guin were comfortably seated).
- konnektor
Il Venezuela all'ora dei forni* Thomas Berra L’articolo analizza l’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela del gennaio 2026, interpretandolo come una svolta storica nella geopolitica latinoamericana. Pur riconoscendo il successo tattico dell’operazione statunitense, culminata nel rapimento del presidente Nicolás Maduro, l’autore sostiene che Washington non abbia ottenuto il controllo politico, militare o territoriale del Paese, che rimane saldamente nelle mani dello Stato venezuelano e delle forze chaviste. L’intervento non viene descritto come un’invasione totale, bensì come un’azione mirata volta a decapitare la leadership politica e a provocare fratture interne nelle forze armate e nel blocco civico-militare, obiettivo che, almeno inizialmente, non si è realizzato. Il testo esplora le possibili evoluzioni del conflitto, tra cui un’escalation militare, il tentativo di controllo delle risorse petrolifere o strategie di destabilizzazione a lungo termine, sottolineando l’assenza di una forza oppositiva interna in grado di legittimare un cambio di regime. Nelle conclusioni, l’autore denuncia il carattere imperialista dell’azione statunitense, attribuendola agli interessi del complesso militare-industriale e delle grandi compagnie petrolifere, e critica l’inerzia o la complicità della comunità internazionale. L’articolo invita, infine, l’America Latina e i Caraibi a superare divisioni e ingenuità politiche, avvertendo che la disunità regionale rende i Paesi più vulnerabili in un contesto di transizione egemonica globale. In questo momento ogni analisi è necessariamente fallibile e provvisoria, ma possiamo già iniziare a organizzare i fatti incontrovertibili, elaborare ipotesi ragionevoli e abbozzare alcune conclusioni generali su una giornata fatidica. I fatti Al di là di tutto ciò che è stato detto, insinuato e nascosto da Donald Trump nella lunga conferenza stampa di sabato, i fatti indicano che, nonostante il successo militare dell'<> per <> Nicolás Maduro Moros (come recita l’eufemistico gergo militar e -imperiale), né gli Stati Uniti né tantomeno i loro vassalli locali detengono il controllo politico, economico o militare del Venezuela. Le istituzioni governative, le risorse strategiche e i territori del Paese, colpiti o meno dall'impatto, rimangono nelle mani del governo e sotto il controllo assoluto dello Stato. Impressionante e vertiginosa com'è stata, l'aggressione militare diretta, la prima del suo genere in trentacinque anni di storia continentale, si è concentrata su obiettivi specifici – soprattutto basi e installazioni antiaeree – e ha fatto da fuoco di copertura al rapimento del presidente venezuelano, fine ultima dell'attacco, strumento di pressione in seguito, ed eventuale moneta di scambio della strategia dichiarata di <>. Trump, un po' sfacciato, non si è trattenuto dal raccontare alcuni dettagli dietro le quinte dell'operazione, come la presunta infiltrazione in agosto di agenti della CIA nell'entourage presidenziale. Tuttavia non si è cercato né eseguito nulla di simile a un'invasione totale come quelle della Repubblica Dominicana, Grenada o Panama, gli ultime interventi del Pentagono nel XX secolo. Nemmeno la totalità delle risorse militari dispiegate negli ultimi mesi nei Grandi Caraibi è sufficiente a prendere il controllo anche solo della capitale Caracas e dei suoi immensi quartieri popolari, bastioni storici dell'organizzazione popolare dove si trovano ancora i nuclei chavisti più irriducibili, senza parlare della complessa ed estesa geografia venezuelana – ricca di giungle e montagne accidentate –. Per avere un'idea della scala di dimensioni di cui stiamo parlando, l'invasione del piccolo territorio istmico di Panama nel dicembre 1989 ha richiesto la mobilitazione di poco meno di 30.000 soldati statunitensi; oggi ne occorrerebbero centinaia di migliaia per prendere il controllo dei 916.000 chilometri quadrati di territorio venezuelano in una guerra più o meno convenzionale. Ciò che è successo non è per questo meno grave, è solo diverso. Tutto ciò spiega una verità paradossale ma incontrovertibile. In questa strana partita di scacchi geopolitica, gli Stati Uniti hanno dato scacco matto al re (hanno catturato Maduro), ma non per questo hanno vinto la partita. Per il momento (tutto può cambiare da un momento all'altro) il controllo di Caracas e del Paese da parte delle forze fedeli allo Stato è totale, o almeno questo è ciò che si può concludere dopo aver parlato con diverse decine di venezuelani e venezuelane, di diversa estrazione ideologica, situati in diversi punti della capitale e del Paese, che ricoprono diversi ruoli politici e sociali. In questo momento non ci sono combattimenti tra fazioni militari, tentativi di ribellione o <> (*protesta o sollevazione politica) di alcun tipo (il 2026 non è il 2014 né il 2017). Le uniche concentrazioni e mobilitazioni, a piedi o con mezzi motorizzati, si stanno verificando nel campo del chavismo, anche se ovviamente non siamo nel 2002, quando ci fu il colpo di Stato e la restituzione di Chávez tra l'11 e il 13 aprile. Considerando la gravità delle circostanze, regna una relativa calma, con l'eccezione delle ovvie code delle famiglie per rifornirsi di generi alimentari in un contesto di incertezza generalizzata. Le ipotesi Una volta definiti i fatti nudi e crudi, possiamo valutare le ipotesi in modo più responsabile. L'obiettivo non è mai stato – anche se non si può escludere in futuro – quello di prendere d'assalto il Paese, ma di decapitare la leadership politica del processo. E soprattutto indurre la frattura della catena di comando della Forza Armata Nazionale Bolivariana, nonché dell'unione civico-militare-poliziesca, vera e propria spina dorsale del chavismo negli ultimi decenni, che è l’eterno desiderio dell'opposizione locale e della politica estera imperiale. Il tallone d'Achille dell'aggressione imperiale contro il Venezuela è – e lo è stato almeno dall'ultimo ciclo di grandi <> nel 2017 – l'assenza di una forza vassalla endogena, con potere di fuoco e capacità di mobilitazione di massa, che possa proclamare qualcosa di simile a una ‘legittima’ ribellione nazionale contro la <>, fornendo un alibi pseudo-democratico all'intervento neocoloniale. Il Venezuela, a volte paragonato alla Siria, alla Libia o ad altri paesi, è lontano da questi scenari sotto molti aspetti, ma soprattutto per la sua maggiore omogeneità politica, etnica, culturale e territoriale. E anche se confrontiamo le regioni nel loro insieme (Asia occidentale e America Latina), la specifica storia coloniale e la precoce storia postcoloniale dell'America Latina e dei Caraibi hanno dotato la nostra regione di un senso dello Stato un po’ più robusta che in altre periferie globali. Tornando ai veri e specifici obiettivi dell'intervento, che non era fine a se stesso, ma il ricercato catalizzatore di processi di ribellione, frattura e defezione interni, possiamo quindi capire perché Trump abbia minacciato un altro ciclo di attacchi, cosa che non si può affatto escludere, soprattutto se la <> – e in particolare le grandi potenze emergenti dell'ordine multipolare – non riescono o non vogliono esercitare un'azione dissuasiva efficace, in campo diplomatico o in qualsiasi altro. Come linea guida, la nostra regione farebbe bene a considerarsi abbandonata al proprio destino, costretta a cavarsela da sola, senza aspettare l'intervento salvifico di alcun deus ex machina. Nel frattempo, il Consiglio di Sicurezza convocato per lunedì sarà un buon termometro degli umori intorno a un Paese che fino ad oggi (o fino a ieri?) era ancora considerato uno stretto alleato dell'ordine internazionale emergente. L'ipotesi successiva è che, poiché l'azione di sabato mattina ha cercato senza riuscirci per ora di indurre un fatto soprattutto politico, la leva civile e militare in grado di favorire un cambio di regime, o la capitolazione più o meno incondizionata della leadership politica del chavismo di fronte all'esercizio attuale della <> concepibile (blocco navale petrolifero, sequestro presidenziale e bombardamenti), c'è da aspettarsi che la pressione armata, o una nuova aggressione diretta, cerchi di compensare con mezzi militari ciò che non si sta ottenendo in ambito politico. Non sappiamo cosa stia succedendo all'interno degli uffici governativi, e soprattutto all'interno delle caserme, ma è un dato di fatto che, a molte ore dall'attacco, il processo del chavismo continua a procedere all'interno e che, se ci sono fratture significative, non si sono ancora manifestate. Anche la conferenza stampa di Delcy Rodríguez ha smorzato notevolmente le speculazioni su tradimenti e divisioni intestine, abilmente alimentate da Trump e Marco Rubio, quando tutti volevano affibbiare alla ex vicepresidente il marchio dell’eresia. Riteniamo ragionevole, e questa è un'altra ipotesi - anche se non troppo audace - che, una volta catturato Maduro, leader e arbitro del processo, sia ovvio che gli Stati Uniti cercheranno di inserire un cuneo tra i principali quadri, soprattutto tra il capitano Diosdado Cabello, l'onnipotente ministro dell'Interno (con una grande influenza sul movimento sociale e sulla corporazione militare) e i fratelli Delcy e Jorge Rodríguez (quest'ultimo presidente dell'Assemblea Nazionale). Il discorso di Delcy ha portato un po' di calma con un messaggio abbastanza chiaro: <>. Ora, la sua nomina a presidente incaricata dalla Corte Suprema di Giustizia considera <> l'assenza di Maduro, il che permette a Rodríguez di assumere le funzioni presidenziali per 90 giorni prorogabili. Prova delle debolezze interne che abbiamo menzionato prima è il fatto che, invece di riconoscere o imporre un <>, Trump si è incaricato ancora una volta di ignorare María Corina Machado, principale leader dell'opposizione, che ha considerato sostanzialmente incompetente per prendere le redini del Paese. Per questo motivo il leader repubblicano ha annunciato, con grande sorpresa del mondo intero, che gli Stati Uniti si sarebbero occupati per il momento della <>, transizione che – insistiamo – è ancora un'utopia. Tuttavia, non possiamo escludere che in futuro, se i negoziati non soddisfacessero Trump e i suoi falchi, l’agressore possa tentare di prendere il controllo dei pozzi e delle infrastrutture petrolifere, e persino di altre infrastrutture critiche, per rendere impossibile la resistenza e finanziare così la costosa operazione militare (almeno se teniamo conto del processo di militarizzazione dei Grandi Caraibi iniziato ad agosto). E che si decidesse perfino di avviare quella che potrebbe essere una lunga e imprevedibile strategia di balcanizzazione territoriale, come è stato fatto spesso in altri teatri operativi (anche se, ancora una volta, l'America Latina non è l'Asia occidentale). Ricordiamo che secondo il <> alla Dottrina Monroe, le risorse strategiche del Venezuela sarebbero state ‘rubate’ agli Stati Uniti, forse in virtù delle nazionalizzazioni concordate e pagate a partire dagli anni '70, o della <> di Chávez all'inizio di questo secolo, benché per la Costituzione venezuelana – e per tutte le sue predecessori dai tempi di Bolívar – le risorse del suolo e del sottosuolo siano completamente inalienabili. Un altro degli argomenti che ha suscitato maggiore interesse, e persino morbosità, sono stati i sospetti sull'apparente <> con cui Maduro sarebbe stato rapito. Tuttavia, è stato lo stesso Trump a fornire i dettagli di un'operazione tutt'altro che pacifica, caratterizzata da combattimenti, bombardamenti e, secondo le stime attuali, almeno 40 morti. Al di là delle logiche speculazioni, ciò che non va perso di vista è la schiacciante superiorità militare convenzionale che separa la principale potenza armata del pianeta dal Venezuela o da qualsiasi altra delle nostre repubbliche periferiche. Gruppi d'élite come la Delta Force sono altamente specializzati in queste operazioni di <>, come si è visto nella cattura di Manuel Noriega a Panama, per citare un caso emblematico nella regione. Inoltre, dobbiamo ricordare che la capacità militare difensiva venezuelana è stata rapidamente neutralizzata dagli attacchi dei droni. Le conclusioni Una delle prime conclusioni è che gli Stati Uniti sono ben lungi dall'essere un paese democratico in cui vige pienamente lo Stato di diritto. Dall'omicidio extragiudiziale di presunti narcotrafficanti, e talvolta di semplici pescatori caraibici (quando la legge statunitense non punisce con la morte il traffico di droga), all'atto di guerra contro il Venezuela, non approvato dal Congresso come previsto dalla costituzione, è ovvio che non è la sovrastruttura politica a prendere le grandi decisioni, ma i poteri più concentrati. Forse i due più importanti da analizzare in relazione all'affaire Venezuela sono il vecchio complesso militar e -industriale, che deve rendere la guerra uno stato cronico per garantire la sua riproduzione ampliata, così come le grandi compagnie petrolifere con interessi multimilionari nei giacimenti del Venezuela. Un'altra conclusione, può sembrare inopportuna, ma non possiamo evitare di menzionare che questa aggressione è stata preparata e annunciata per mesi sotto gli occhi di tutti, dalle dichiarazioni dell'ex capo del Comando Sud Laura Richardson all'Atlantic Council alla nuova Strategia di Sicurezza Nazionale, dalla concentrazione di risorse militari nella regione alla prima formulazione del <> sul social network Truth Social, dalle oltre 100 esecuzioni extragiudiziali nei Caraibi e nel Pacifico all'annuncio dell'Operazione Lancia del Sud. Eppure, Trump ha continuato a sbucciare e gettare uno strato dopo l'altro della cipolla dell'<>, senza che nessuno, o quasi, se ne scandalizzasse. La maggior parte degli attori di una certa rilevanza internazionale (governativi, multilaterali, imprenditoriali, comunicativi) ha deciso di fare orecchie da mercante ai tamburi di guerra che risuonavano nel Mar dei Caraibi; o peggio ancora, hanno scelto di prendersela con il messaggero, accusando di essere fabulatori, complottisti o anti-imperialisti antiquati coloro che analizzavano e annunciavano la possibilità – e persino l'imminenza – di un'aggressione militare come quella che alla fine si è verificata. C'è ancora tempo per rimediare agli errori e correggere le interpretazioni errate, ma ciò richiederà un'azione forte e decisa su tutti i fronti, in particolare da parte degli altri paesi messi alla gogna dall'impero, in particolare Messico, Colombia, Brasile, Cuba e Nicaragua, oggi pubblicamente minacciati da Trump e già in allerta. In questi anni e nelle ultime settimane sono stati versati fiumi di inchiostro con l’idea peregrina che l'ossessione americana per il Venezuela fosse basata sulle velleità della democrazia liberale, sul rispetto dei diritti umani o sulla persecuzione delle economie illecite, dei cartelli della droga o delle organizzazioni terroristiche transnazionali. Ma non sono stati solo i neoliberali estremisti e i falchi del Pentagono a diffondere queste narrazioni: non sono mancati nemmeno coloro che se le sono appropriate dal centro politico o dal liberal-progressismo. Oggi, con una chiarezza accecante, è diventato evidente che si è sempre trattato del rilancio della geopolitica imperiale più spietata e bellicosa in un mondo che assomiglia sempre più alla <> del classico storico Tucidide (sì, il famoso inventore della <>. Nelle battaglie tra Atene e Sparta, come oggi, i neutri furono sottomessi. Ma se, a seconda dei casi, la debolezza dei nostri paesi è un fatto storico e oggettivo derivante dall'eredità coloniale, dalla dipendenza economica, dal ritardo tecnologico, dall'impotenza militare, dalla ristrettezza territoriale, dalla scarsità di risorse o da una demografia limitata, la stupidità non si eredita, ma si coltiva. I deboli possono essere nati deboli, ma possono anche aspirare a unirsi e diventare più forti, ma ciò che non possono mai permettersi è di essere sciocchi o ingenui. Un'America Latina e i Caraibi disuniti saranno facile preda dell'avidità imperiale in una transizione egemonica che tutto sembra indicare stia iniziando a chiudersi senza di noi. D'altra parte, coloro che dal centro, dal progressismo o dalla sinistra credono che un intervento <> in Venezuela risolverà magicamente l'impasse politica o migliorerà la democrazia liberale e le istituzioni del Paese, devono sapere che la loro teoria è di una negligenza criminale. In primo luogo perché tali operazioni non esistono; una delle ultime, quella in Iraq, è costata un milione di vittime e più di 4 milioni di sfollati. Le nazioni o gli <> di cui ha parlato Trump sono profezie che si autoavverano: l'imperialismo definisce questo o quel Paese avversario come tale e poi fa tutto il possibile per rendere impraticabile la sua normale organizzazione statale e la vita delle sue popolazioni. Faremmo bene a chiedere agli abitanti dell'Iraq, della Libia o di Haiti la loro esperienza al riguardo. * L'espressione <> è ispirata a una frase di José Martí: <<È l'ora dei forni e non si vedrà altro che la luce>>. Si riferisce a un periodo di lotta rivoluzionaria in cui si deve scegliere fra oppressione e liberazione e cercare la luce della verità. È stata popolarizzata dal documentario argentino <> di Solanas e Getino (1968). Lautaro Rivara è sociologo, dottore in storia e post-dottorato presso l'UNAM. Giornalista e analista internazionale specializzato in geopolitica e storia dell'America Latina e dei Caraibi. Ha realizzato reportage ad Haiti, Colombia, Ecuador, Venezuela, Paraguay, Panama, Repubblica Dominicana, Messico e altri paesi della regione. Co-coordinatore dei libri El nuevo Plan Cóndor e Internacionalistas . Editore e poeta. Questo testo è stato pubblicato in Diario Red e si publica con permesso espresso del suo autore.
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Dal virtuale al reale. Sparagli Piero
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Memoria viva? Il testo riflette sul ruolo di Bibliotork Interzona Caronia e della Collettiva Interzona come archivi viventi, collocati in una zona di giuntura tra passato e presente. I documenti custoditi non sono intesi come memoria statica, ma come materiali attivi che producono effetti sull’attualità quando vengono interrogati e riattivati collettivamente. L’archivio emerge come spazio di conflitto, dissenso e contraddizione, lontano da narrazioni lineari e neutre. Attraverso pratiche di autodocumentazione e autogestione, questi archivi di movimento assumono una valenza politica, permettendo contro-narrazioni e genealogie alternative. In questo senso, la conservazione diventa parte integrante delle lotte sociali e della produzione di senso nel presente. Quello che sento di poter dire che stiamo provando a fare con Bibliotork Interzona Caronia e conCollettiva Interzona è stare su un punto di giuntura e di cesura insieme; mi provo a spiegare: i documenti che sono custoditi qui a Cascina Torchiera appartengono a un passato più o meno recente ma continuano ad avere un'agency sul presente, hanno delle conseguenze dal momento che ci parlano se e quando interrogati in modi diversi; perciò diciamo che con la Collettiva stiamo provando a lavorare con questi documenti e su una loro possibile attualità, anche attraverso il coinvolgimento dei soggetti che li hanno prodotti. I documenti sono anche memoria fisica di qualcosa che non c'è più, tra noi e loro spesso si instaura la cesura di una distanza temporale; ecco l'archivio con tutto quello che contiene e che non contiene definisce reti e discorsi e permette di cogliere il mormorio intorno a pubblicazioni, a eventi, a esperienze, permette di cogliere corrispondenze rapporti discussioni dibattiti. Secondo Foucault l'analisi dell'archivio riguarda un luogo vicino ma differente dalla nostra attualità ed è il «bordo del tempo che circonda il nostro presente sviluppa le sue possibilità dei discorsi che hanno appena cessato di essere nostri, la sua soglia di esistenza è instaurata dalla frattura che ci separa da ciò che non possiamo più dire ma ci riguarda da vicino». Come avrebbe detto un artista milanese, Vincenzo Agnetti, riguarda qualcosa che abbiamo dimenticato a memoria, che abbiamo metabolizzato o che possiamo indagare alla ricerca di genealogie, domande, questioni per l’attuale. Appunto in archivio c'è spazio per contraddizioni e idiosincrasie e ci sono, di nuovo per Foucault, «spazi di dissenso». L'archivio in qualche modo quindi è una è memoria, certo, ma è memoria viva che viene riattivata a ogni lettura, a ogni interrogazione, a ogni apertura e a ogni cambiamento, tant'è che questo archivio come alcuni di voi sanno sta crescendo, è un archivio una biblioteca avviata diversi anni fa non direttamente da me ma da altre persone che sono state presenti tra ieri e oggi e ed è in continua evoluzione visto che nel 2024 sono state spostate da Ri-maflow numerosissime scatole e solo in minima parte installate nella Sala Fly che abbiamo inaugurato pochissime settimane fa, in questo senso mi vengono in aiuto alcune righe scritte da Federico Valacchi, un archivista, a proposito dei cosiddetti Living Archives ; dal momento che appunto gli archivi non sono fermi per quanto si basino sulla conservazione e su un’idea di origine comune, di comune provenienza da un unico soggetto, non sono fissi, spesso riguardano da vicino, quando si tratta di archivi di movimento , l'autonarrazione o la controinformazione, potremmo dire in generale l'autogestione dell'informazione e, citando Valacchi, l’autodocumentazione: «L’idea che determinate comunità vogliano rappresentarsi fuori dagli schemi del mainstream documentario – e di una storia raccontata a tavolino dai presunti vincitori di un lungo conflitto sociale ed economico – ci riporta alle radici politiche dell’arma documentaria. Certe aggregazioni possono alimentare e sostenere una vera e propria controcultura, un antagonismo (anche) archivistico capace di testimoniare l’esistenza e la persistenza di idee e persone altre dalla narrazione che il pensiero unico occidentale continua a proporre ad ogni livello» [1]. Ecco per cui secondo Valacchi, continuo a citare, l’archivio non è più « il luogo dove l’ordine è dato ma piuttosto il luogo del disordine costituito, in cerca di nuove possibili letture delle relazioni sociali. L’archivio non è più semplice mediazione dei fatti ma diventa un luogo immediato dove fare politica, semplicemente accumulando testimonianze documentarie» [2]. Un altro archivista, Leonardo Musci, ha segnalato in anni recenti che «il conflitto è la dimensione permanente che lega momento produttivo e momento illustrativo e di studio di queste carte» e la matassa riguarda, sempre secondo Musci, la «coppia concettuale memoria/conflitto e cioè con una concezione non pacificata della memoria (…) laddove la conservazione è organica alle lotte sociali in corso di svolgimento» [3]. Ora ecco che in questo senso Bibliotork Interzona Caronia non racconta storie lineari, appiattite a un'unica dimensione, mentre piuttosto rileva fratture, differenze, dislivelli, moltissime contraddizioni e quindi la sua importanza risiede diciamo un pochino nel fatto che come tanti altri archivi di movimento dimostra continuamente di non essere neutrale – nessun luogo è neutrale ovviamente, come sappiamo chi dice di esserlo spesso lo è meno di tutte. Questa cascina e il modo in cui abbiamo allestito collettivamente queste sale credo che rendano ancora più importante il fatto che autogestiamo questa documentazione e proviamo a interrogarla secondo direttrici diverse, rispettando domande future e che non ci sono ancora venute in mente, non imponendoci di rispettare un ordine costituito. Siamo immerse in un archivio vivente, che produciamo noi stesse con aggiunte e scarti, che proviamo a rinegoziare ogni giorno, che si incastra con altri archivi e altre storie (penso al Laboratorio Intergalattico Giacomo Verde Artivista ). Quindi credo che l'esercizio di raccolta e documentazione del presente, insieme alla conservazione di un passato prossimo, abbia rilevanza anche politica e ci permetta di non silenziare, ma anzi di autonarrare le proposte che nascono appunto nei luoghi di autogestione. Riprendendo le parole di Musci, «gli archivi non dicono la verità, però senza gli archivi è impossibile ricercarla» [4]. Note: [1] F. Valacchi, La stagione degli archivi viventi: una provenienza generativa , “ JLIS.it ”, vol. 15, no. 2, maggio 2024, p. 54. [2] Ivi, p. 57. [3] L. Musci, Movimenti e archivi. Punti fermi e questioni aperte , in E. Boldrini – L. Conigliello , a cura di, Tramandare la memoria sociale del Novecento. L’archivio di Gino Cerrito presso la Biblioteca di scienze sociali dell’Università di Firenze. Atti della giornata di studio , Firenze, 21 novembre 2019, 2021, p. 82. [4]Ivi, p. 85 Sara Molho è dottoranda in Arti visive, performative, mediali presso l’Università di Bologna. Si occupa di questioni tra arti visive, comunità, gruppi e tecnologie tra gli anni Settanta e Novanta in Italia. Dal 2023 è parte di Collettiva Interzona. Collettiva Interzona nasce nel 2023 a Bibliotork Interzona Caronia presso Cascina Autogestita Torchiera di Milano. Zone metamorfiche, di passaggio, in cui il transitare non sia per occupare un posto o un’identità ma la propria vita, seguendo l’invito di Antonio Caronia a “occupare l’immaginario”. Lavora sull’archivio, sull’autogestione della memoria, riflette sul necessario oblio e su possibili nuovi orizzonti del sapere.
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RISONANZE SONORE # 2. Dove il linguaggio non arriva: il territorio condiviso di Hello Halo Ruby Colley Hello Halo Il 14 novembre è uscito Hello Halo, l’ultimo lavoro di Ruby Colley: un’uscita che porta con sé non solo un nuovo capitolo musicale, ma anche una serie di domande sul modo in cui la musica può farsi relazione, memoria e sguardo critico sulla comunicazione umana. Hello Halo è un progetto che nasce da un’intuizione forte ma anche rischiosa: trasformare la comunicazione non verbale di Paul, fratello di Ruby Colley, in materia sonora. È un gesto che si muove su un terreno sensibile, perché intreccia dimensione familiare, rappresentazione dell’alterità e scelta artistica. Colley decide di non adattare Paul a un codice comprensibile, ma di accogliere i suoi suoni nella loro natura irregolare, costruendo una partitura che li mantiene vivi, non levigati. Il lavoro assume la forma di un archivio dinamico: raccoglie vocalizzi, gesti, tracce quotidiane, e li reinserisce in un tessuto musicale che alterna prossimità e distanza. Ma il nodo più interessante non è la raccolta dei materiali, bensì ciò che Colley fa con essi. La compositrice insiste sul fatto che questo sia il suo lavoro più autentico, e questa affermazione apre interrogativi su come i suoi progetti precedenti si collocassero rispetto al rapporto fra vita vissuta e costruzione artistica. L’opera oscilla continuamente tra documento e narrazione. Da un lato, è presentata come uno scatto d’archivio della vita di Paul; dall’altro, è una composizione che richiede scelte precise, punti di vista, una regia sonora che non è mai neutrale. Quando Colley parla di metanarrazione , tocca un punto centrale: non stiamo semplicemente ascoltando Paul – stiamo ascoltando le sue decisioni su come Paul diventa udibile. È qui che l’idea stessa di autenticità va messa in discussione e non semplicemente celebrata. Il centro critico dell’album riguarda la comunicazione stessa. Colley dichiara di voler mettere in discussione l’idea che il linguaggio articolato sia la base dell’umanità. La relazione con Paul - costruita attraverso movimenti, suoni frammentati, gesti - diventa un campo di prova concreto. Tuttavia, questa scelta apre un’altra questione: fino a che punto un’opera può restituire l’umanità di qualcuno senza filtrarla attraverso la sensibilità, le intenzioni e i limiti dell’autrice? Hello Halo non elude questa complessità: la espone, la fa sentire, e proprio per questo invita a una lettura più stratificata. In conclusione, Hello Halo non è un semplice omaggio né un diario sonoro. È un esperimento che mette in discussione categorie come voce, presenza, autenticità, e soprattutto il ruolo dell’artista quando lavora con ciò che è fragile, reale, condiviso. Non offre risposte nette - e forse è qui che risiede la sua forza: costringe a restare nella zona intermedia delle relazioni, dove comunicare non significa necessariamente parlare, ma esserci, e accettare che la complessità non si possa ridurre a un’unica forma. https://rubycolley.bandcamp.com/album/hello-halo Buon ascolto Where Language Cannot Reach: The Shared Territory of Hello Halo by Franco Oriolo Artwork by: Paul Colley On November 14, Hello Halo was released, the latest work by Ruby Colley: a release that brings with it not only a new musical chapter, but also a series of questions about the ways music can become relationship, memory, and a critical lens on human communication. Hello Halo is a project born from an idea that is both powerful and risky: transforming the non-verbal communication of Paul, Ruby Colley’s brother, into sonic material. It is a gesture that moves across sensitive terrain, intertwining family bonds, the representation of otherness, and artistic choice. Colley decides not to adapt Paul to a more comprehensible code, but instead to welcome his sounds in all their irregularity, building a score that keeps them alive and unpolished. The work takes the form of a dynamic archive: it gathers vocalisations, gestures, everyday traces, and reinserts them into a musical fabric that shifts between closeness and distance. But the most interesting point is not the collection of these materials - it is what Colley does with them. The composer emphasizes that this is her most authentic work, and this statement raises questions about how her previous projects positioned themselves in relation to lived experience and artistic construction. The piece moves constantly between document and narrative. On the one hand, it is presented as an archival snapshot of Paul’s life; on the other, it is a composition that requires precise choices, points of view, a sonic direction that is never neutral. When Colley speaks of metanarrative , she touches on a central point: we are not simply listening to Paul - we are listening to her decisions about how Paul becomes audible. Here, the very idea of authenticity must be questioned rather than simply celebrated. The critical core of the album concerns communication itself. Colley states that she wants to challenge the idea that articulated language is the foundation of humanity. Her relationship with Paul - built through movement, fragmented sounds, gestures - becomes a concrete testing ground. Yet this choice raises another question: to what extent can a work convey someone’s humanity without filtering it through the artist’s sensitivity, intentions, and limits? Hello Halo does not avoid this complexity: it exposes it, makes it felt, and precisely for this reason invites a more layered interpretation. In conclusion, Hello Halo is neither a simple homage nor a sonic diary. It is an experiment that challenges categories such as voice, presence, authenticity, and above all the role of the artist when working with what is fragile, real, and shared. It does not offer clear answers - and this may be where its strength lies: it compels us to remain in the in-between of relationships, where communicating does not necessarily mean speaking, but being present, and accepting that complexity cannot be reduced to a single form. https://rubycolley.bandcamp.com/album/hello-halo Enjoy listening! Francesco Oriolo nasce e cresce a Taranto, dove negli anni Sessanta e Settanta scopre nella musica una forma di resistenza culturale capace di opporsi al conformismo del tempo. Attivo in un collettivo musicale cittadino, collabora anche con una rivista quindicinale e con alcune radio private, vivendo da vicino il fermento artistico di quegli anni. Collezionista di vinili e appassionato sperimentatore, partecipa alla realizzazione di video di concerti e al recupero di rari reperti audio legati alla scena rock progressiva tarantina. L’esplorazione del suono lo conduce dalla psichedelia al free jazz e alla musica d’avanguardia, che per lui diventano strumenti di consapevolezza e libertà. Negli anni riflette criticamente sull’impatto del mercato musicale, riconoscendo nell’autoproduzione e nelle scene indipendenti nuove forme di resistenza creativa. Oggi continua a considerare il suono come un gesto critico e comunitario, dando vita a uno spazio dedicato a chi cerca nella musica una pratica di libertà.
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Raniero Panzieri. Prima durante e dopo «Quaderni rossi» I materiali qui raccolti sulla figura di Raniero Panzieri sono divisi in due parti. La prima, a cura di Alessandro Marucci, riguarda un’indagine sulla formazione di Panzieri dagli anni della Seconda guerra mondiale al suo impegno nel Partito socialista con ruoli di direzione sia culturale che politica. La seconda è invece concentrata su una interpretazione e i contenuti della straordinaria esperienza della rivista «Quaderni rossi», da Panzieri ideata e fondata. Gli autori dei testi in questione, oltre a Panzieri sono: Marco Scavino, Alessandro Marucci, Stefano Merli (dalla rivista «Quaderni piacentini»), Toni Negri (dalla rivista «aut-aut»). Qui sotto è possibile scaricare il libro in Pdf:
- exlet
Il rumore è il messaggio, Andrea Inglese L’articolo legge Il rumore è il messaggio di Andrea Inglese come una riflessione sulla comunicazione contemporanea, in cui il centro non è più il contenuto ma l’atto stesso dell’enunciazione. Attraverso ironia, reiterazione e una forte sperimentazione formale, il libro mette in scena l’esaurimento del messaggio e il suo svuotamento referenziale nell’era dei media. Spingendo oltre la lezione di McLuhan, Inglese individua nel rumore – l’alone di senso non pienamente codificato che circonda messaggi e media – il luogo stesso del significato, collocando la scrittura nelle frequenze disturbate dell’iper-comunicazione. Osservazione critica Ciò che davvero è centrale, nell’era della comunicazione, non è ciò che si dice, ma il dire in sé, l’enunciazione. I social, ovviamente, sono la rappresentazione più chiara – anzi, l’attuazione – di questo spostamento: spingono a enunciare, non importa cosa; l’importante è postare, non uscire mai dal flusso della comunicazione. Con Il rumore è il messaggio ( [dia•foria, 2023, vincitore del IX Premio Pagliarani) Andrea Inglese punta a esplorare questa contraddizione attraverso la (post-)poesia. Le sezioni che compongono il libro, stilisticamente molto diverse tra loro, sono infatti unite dalla coincidenza tra vuoto referenziale e pervasività del messaggio. «Aspetto che il messaggio sorga in me / non devo correre devo starmene buono / il più possibile cavo / affinché il messaggio si formi / con tutta la pazienza dell’interiorità»: questo il motivo che apre e attraversa il libro, un messaggio generico di cui non si esplicita il contenuto ma capace, proprio in quanto messaggio, di colonizzare la persona, il corpo dell’emittente («questo è quello che io posso fare / facendo circolare me stesso / tutto interamente nella voce […] mi lascio trascinare via dal messaggio»). Obiettivo di Inglese, del resto, è anzitutto quello di esaurire il concetto stesso di messaggio. Questo si ottiene in primis attraverso una carica ironica che corrode dall’interno l’assertività della voce parlante e la fa risultare allucinata, inaffidabile, lontana da ciò che sostiene. A ciò si aggiunge la reiterazione: nella sezione il messaggio è lo spettatore una insistita serie di definizioni del messaggio («Il messaggio non deve impensierire lo spettatore. // Il messaggio non è un messaggio di morte. // Il messaggio invita lo spettatore a guardare dentro il giardino») ne svuota completamente la capacità referenziale. Infine, a livello tematico, Inglese convoca i media come contesto principale in cui il messaggio viene assottigliato e disinnescato. Così il messaggio è porno e western , ovvero è sempre «visibilmente detto, […] diurno», ma, paradossalmente, anche «ammantato da una patina opaca». A partire da questi elementi, l’autore può quindi giocare con le possibilità di esaurimento della scrittura. Accanto a sezioni in versi ne compaiono alcune in prosa, in altre la distinzione tra poesia e prosa è fatta saltare e in altre ancora il testo dialoga con l’immagine. Qui, come scrive nella prefazione Chiara Portesine, «la pagina si apre alla trappola degli iconismi [e] Inglese tortura la parola, la spezza e la revoca con la legge dell’immagine». Vale ad esempio per ambienti , dove stringhe di testi si accostano a foto di pagine stropicciate: nella cultura dell’immagine, viene da dire, l’icona soppianta la sintassi, ma anche, parallelamente, il rumore della comunicazione ipertrofica inquina l’immagine. Ecco, il rumore. Se la massima di McLuhan spostava il focus dal messaggio al medium, Inglese estremizza la posizione: il messaggio – il significato, il significativo – è nel rumore, in quell’alone di senso non pienamente codificato che si produce attorno al messaggio mentre viene espresso e attorno al medium mentre viene adoperato. Si parla sempre più spesso di cognitariato: nell’iper-comunicazione la dialettica non è più tra emissione e ricezione dei messaggi, ma tra la loro generazione e l’insignificanza. E Inglese sembra voler portare la ricerca della sua scrittura lì, nel serbatoio dell’insignificato, nelle frequenze disturbate della comunicazione. Testi Aspetto che il messaggio sorga in me non devo correre devo starmene buono il più possibile cavo affinché il messaggio si formi con tutta la pazienza dell’interiorità quando è perfettamente cava da dentro per progressivi palpiti fuori da ogni possibile interferenza fuori da ogni corsa da ogni ascolto indiscriminato il messaggio sale con una forza apodittica ha una sua muscolosità chiaroveggente e acerba lo porto fino all’ultimo fiato quando giù nel cortile in mezzo ai viavai degli adolescenti io parlo di quello che ho sentito ho sentito pochissime cose come il tremore del tempo o forse il tremore degli alberi o forse il tremore delle membra perché siamo tutti sottoposti a qualche sforzo a qualche maligno sforzo questo è universalmente chiaro universalmente fresco nel mio messaggio di poche parole * Non è che io attendo io non attendo proprio niente non devo neppure pensarci io non penso proprio a niente il messaggio è pronto come fosse alle mie spalle già caricato teso puntato attesissimo è un messaggio al passo coi tempi o meglio sarebbe dire è la voce dei tempi il tono il timbro che essi prendono avvolgendoci tutti se i tempi sono neri il messaggio è nerissimo perché il messaggio è nei tempi ma li trascende sempre di un poco se i tempi sono rosei il messaggio è estremamente rosa un rosa oltre il rosa che trascende il bene nel bene perché così è del messaggio fa corpo con tutto me stesso e tutto me stesso fa corpo coi tempi e i tempi sono un corpo fluente ma non sempre benigno i tempi hanno anche dell’oscuro tagliano ma non bene quando i tempi sono oscuri piovono colpi di scure a casaccio sono metafore violente quelle che la mente espelle quelle che la parola dice portando un poco più oltre la violenza sulla punta tagliente del messaggio questo è quello che io posso fare facendo circolare me stesso tutto interamente nella voce ma anche nei gesti nella camminata nelle mani avanti balzando avanti con il cuore i nervi la pianta dei piedi mi lascio trascinare via dal messaggio che non rimanga nulla indietro nulla d’indeciso di poco chiaro di non ferocemente convinto non ci dev’essere nemmeno un velo un’ombra un ritardo nella voce questo non è sopportabile per chi porta tutto se stesso nel tempo del messaggio. * Dopo la nascita è importante migliorare, questo me l’hanno detto senza equivoci. È importante migliorare, con le proprie forze, per la valutazione continua. L’ascoltare, ad esempio, deve essere correttamente migliorato alla perfezione. Apprezzare il momento sonoro, quando si cammina o si incespica, e organizzare suoni e silenzi, affinché ritorni il tema principale dopo ogni digressione (lo scalpiccio rasoterra, lo scontro di suola e asfalto). È importante organizzare l’ascolto della propria camminata, apprezzare il rondò della camminata, fare molti pezzi di una camminata. È importante migliorare il momento del suono. Il suono che sale quando si cammina, la camminata sonora. È dentro quel suono che bisogna adattare l’ascolto, raffinarlo, guidarlo al compimento: si può farne qualcosa: 1) scalpiccio, 2) battito, 3) tacchettare. Se non c’è ancora un buon camminare, perché si va carponi, in modo inefficace, se più che altro uno si trascina, o rimane ostacolato dalle proprie gambe, il momento sonoro lo si fa da fermi, pestando per terra, o poggiando un piede e poi l’altro, con grande pazienza. Ogni moto a lungo va perfezionato, nel senso sia musicale che atletico, d’avventura. bibliografia Inglese A., Il rumore è il messaggio , [dia•foria , Pisa, 2023. Antonio Francesco Perozzi (Subiaco, 1994) vive in provincia di Roma e insegna nella scuola secondaria. Ha pubblicato Lo spettro visibile (Arcipelago Itaca, 2022), bottom text (in Poesia contemporanea. Sedicesimo quaderno italiano , marcos y marcos, 2023), soluzioni per ambienti (Zacinto, 2024), on land (Edizioni Prufrock Spa, 2024) e Tranquillità assoluta (Pidgin, 2025). Collabora con varie riviste tra cui Il Tascabile e Le parole e le cose. Cura il blog La morte per acqua e il podcast Spara Jurij.
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Il racconto del Boomernauta. Pandemia Memetica: L’Autoimmunità di Gaia ; Tutte le Pandemie finiscono? VLVRV-PLSTYK L’Autoimmunità di Gaia In questo capitolo il Boomernauta dà per scontata “l’ipotesi Gaia”, che considera la biosfera come un’entità vivente.Il morbo nekomemetico ha la specificità di diffondersi fra gli umani rendendoli agenti della setticemia (o sepsi) di Gaia. Il Boomernauta sottolinea le responsabilità delle élite della Gov Neolib nella diffusione cosciente della malattia. Due infatti sono le caratteristiche esclusive di questo strano virus immateriale: i portatori umani sono in grado di provocarne le mutazioni e inoltre ogni contagiato contribuisce indirettamente a generare la rottura della tolleranza dell’umanità a sé stessa. In sostanza la setticemia di Gaia è una malattia autoimmune in cui gli umani agiscono come anticorpi terrestri che la aggrediscono. Un aspetto che diede un’ulteriore credibilità all’ipotesi di una malattia nekomemetica era l’impronta lasciata dai memi-internet nei media attraverso i quali si propagavano. Il fatto che tali luoghi altamente contaminanti fossero tracciabili e analizzabili confermò allora il dubbio che la sepsi della biosfera, generata dalla pandemia nekomemetica in corso, fosse una malattia autoimmune. C’era stata già da tempo una crescita inarrestabile di malattie autoimmuni che colpivano i singoli umani e si erano fatte molte congetture su questo fenomeno. Secondo una definizione scientifica la malattia autoimmune è una rottura della tolleranza di sé stessi, un’affermazione che può avere anche una portata politica. Il fenomeno nuovo risiedeva nel fatto che il virus immateriale nekomemetico non era una malattia autoimmune rispetto al singolo individuo, in cui produceva solo sintomi d’ordine comportamentale e relazionale, ma lo era per la biosfera di cui l’umanità faceva parte. Si trattava quindi di una componente della biosfera, l’umanità, che, una volta infettata, diventava patologica per l’intero sistema. Nonostante ciò, all’interno di questa componente, vi erano resistenze e persino battaglie vinte in cui i corpi si ribellavano a questa tendenza apparentemente inarrestabile, simile alla lava che scende da un vulcano. Nella contaminazione nekomemetica la riproduzione e le mutazioni dei memi infettivi erano spesso prodotte proprio dai contagiati al fine in/conscio di una massima diffusione. È come se i malati potessero intervenire nelle mutazioni dei virus comuni, come quello dell’influenza, per renderli ancor più contagiosi e partecipare a nuove forme di contaminazione. D’altronde per un certo tempo nel diffondersi della setticemia della biosfera c’era stata confusione sui ruoli rispettivi delle modalità capitaliste di regolazione e di organizzazione economica da un lato e del contagio nekomemetico dall’altro. Questo si chiarì quando fu più evidente che l’azione del capitale anestetizzava gli umani contagiati. Toglieva loro ogni transindividualità 1 , rendendoli incapaci di condividere tutto quello su cui non potevano agire in quanto individui isolati. Di conseguenza impediva loro di sentire tutta la sofferenza causata dalla loro trasformazione in agenti di distruzione della vita della biosfera, mentre il contagio nekomemetico avrebbe agito sull’autoimmunità-mondo. Sulla consapevolezza umana della pandemia nekomemetica, potevano inoltre intervenire molte altre variabili e in particolar modo quelle delle classi di appartenenza. Chi era più povero, più discriminato, più emarginato o anche solo più asservito dalle pratiche d’influenza che caratterizzavano l’estensione neurocapitalista era meno cosciente del contagio e del fatto che sia lui che la sua discendenza avrebbero subito le conseguenze più dure e dirette. All’altro estremo i Grandi Malati agivano soprattutto in un’ottica puramente individuale incuranti di tutto, in quanto certi di potersela cavare a qualsiasi costo ecologico. Questa contaminazione aveva qualcosa in comune con quella al centro dei racconti e film di zombi, entrati nella cultura popolare del XXI secolo e forse ne spiegava il successo. In film come World War Z 2 terribili infezioni trasformano gli esseri umani in zombi aggressivi che a loro volta cercano di trasmettere il contagio mordendo chiunque capiti sotto mano. Anche se nel nostro caso tutto succedeva in modo molto più soft, ci sarebbe da chiedersi se, come zombi, i contaminati perdessero ogni coscienza di sé stessi e diventassero macchine di contaminazione. Sì e no. I contagiati dal morbo nekomemetico erano effettivamente degli zombi dal punto di vista del loro rapporto con la biosfera, distruttivo e inquinante, ma non perdevano ogni coscienza. Anzi molti erano anche consenzienti. La problematica di una sorta di accettazione cosciente del morbo nekomemetico fu rilevante nel declino della civilizzazione, che costituisce un filo conduttore del mio racconto. Il fatto che, a differenza dei virus materiali, il morbo nekomemetico coinvolgesse la sfera cognitiva e la coscienza, e che teoricamente ci fosse la possibilità di combatterlo o controllarlo a questo livello, era un aspetto cruciale per contrastare le critiche. Una parte della Sfera Autonoma , in particolare i sostenitori del Capitalocene , sollevava l’ipotesi che, se l’umanità stava diventando un distruttore della biosfera a causa di un morbo comune , ciò avrebbe esentato i Grandi Malati e il potere economico-politico da ogni responsabilità, poiché l’ammalarsi di solito non era una scelta consapevole.Le élite e le istanze di governo, al contrario, avrebbero potuto accettare il fatto che nessuna classe o comunità potesse essere considerata più responsabile di altre nella crisi globale, dal momento che era causata dal virus. Tuttavia, preferirono negarne l’esistenza per timore che si potesse dimostrare la loro accettazione connivente. Ma per tornare al nostro dilemma sulle autoimmunità alcuni ricercatori pensarono che bisognava estendere il concetto all’immunità-mondo. Che, a pensarci bene, era qualcosa di grande evidenza. Per arrivarci bastava considerare l’immunità a livello globale, almeno per quanto riguardava la biosfera. Certo avremmo potuto andare aldilà e considerare addirittura un’immunità-universo, ma col forte rischio di finire solo in diatribe filosofiche o religiose. Per l’immunità-mondo bastava riferirsi alla biosfera come a un’entità vivente. Già nel XX secolo c’era stato chi, riprendendo dalla mitologia greca il nome di una dea, l’aveva denominata Gaia 3 . Si trattava di un’idea del mondo come un insieme vivente dove tutto si tiene in un equilibrio delicato e instabile che ora sembrava irrimediabilmente compromesso. E quindi, a maggior ragione, si poteva parlare di un’infezione grave e quindi di una setticemia di Gaia perché trattandosi di un sistema vivente sembrava plausibile che si potesse infettare e ammalare. Dopo aver chiarito non pochi dei miei dubbi e vinto i pregiudizi ideologici di gioventù, ho aderito a questa ipotesi, non rinunciando per questo a denunciare le responsabilità delle Governance. A partire da qui preferisco riferirmi a Gaia nel resto della mia storia. Alcuni criticavano però in questa visione della biosfera un qualcosa di trascendentale e poi si rimproverava agli intellettuali del vecchio mondo di restare eurocentrici anche etimologicamente, scegliendo il nome di una divinità dell’antica Grecia. In ogni caso sarebbe stato difficile attribuirle nomi presi da altre cosmogonie come l’andina di Pachamama (Madre Terra) che le avrebbero attribuito ruoli o intenzioni che non poteva avere. Se non era una divinità generatrice o distruttrice, Gaia non era neanche, all’opposto, lo sfondo passivo del potere d’azione degli umani. La pandemia nekomemetica, che aveva messo in luce le connessioni e le retroazioni in cui si trovavano legate le componenti di Gaia, aveva chiuso una volta per tutte, per chi voleva intendere, la credenza di una natura al solo servizio degli umani. Il morbo nekomemetico poteva quindi essere definito come una prima fase di un’autoimmunità a due stadi della biosfera: diffondendosi fra gli umani li rendeva agenti della setticemia di Gaia, che pur non essendo mortale per lei lo era per tante reti della vita. Quindi, per ribadire quanto ti stavo già accennando, è proprio Gaia, in quanto entità sistemica del vivente, che stava subendo una rottura della tolleranza di sé stessa generata da una delle specie che vivevano in lei. Gli umani contagiati dai nekomemi sono gli anticorpi che l’aggrediscono, ma che poi subiscono un effetto boomerang, trascinando con loro una parte della vita di Gaia, che, per la prima volta, era attaccata da una malattia auto-immune. E ciò avrebbe potuto avere conseguenze paragonabili alla famosa caduta del meteorite gigante… La perniciosità di questo strano nuovo contagio sembrava proprio essere generata dall’interferire dell’azione umana nella mutazione dell’agente patogeno nekomemetico. Per cui in fin dei conti l’infezione biosferica sarebbe stata generata da un virus immateriale reso intelligente e pericoloso dalla specie stessa che ne era portatrice, senza però poter dire se tale intelligenza fosse inconscia o volontaria. Una situazione paradossale in cui non sembrava che ci fosse capacità di cura o di vaccino. Note: Il Boomernauta con questo concetto indica che il sé è un’entità relazionale, socialmente e culturalmente costruita dalle intra-azioni con gli altri e con l’ambiente circostante. Fa riferimento a: M. Brooks, World War Z: An Oral History of the Zombie War, Crown Publishing Group, Danvers: 2006. E inoltre al film: World War Z , regia di M. Forster, 2013. Il Boomernauta dava per scontato che io conoscessi perfettamente l’ipotesi Gaia emessa negli anni ‘60 da James Lovelock e Lynn Margulis per descrivere la peculiarità della Terra. Secondo tale ipotesi, gli organismi viventi e il loro ambiente fisico agiscono come un sistema unico, e regolano l’atmosfera, il clima e l’ecosistema per mantenere le condizioni favorevoli alla vita. Ad esempio, le piante producono ossigeno e assorbono anidride carbonica, mentre gli organismi marini regolano la salinità e i nutrienti nell’oceano. Per dare qualche dettaglio di un elemento che diventa fondante della parte di racconto che segue:«L’atmosfera terrestre contiene ossigeno grazie a batteri e piante fotosintetiche. Allo stesso modo, l’acqua sulla Terra sarebbe dovuta tornare da tempo alla terra. Il motivo per cui non lo ha fatto è che il plancton, i batteri e le piante si muovono costantemente verso l’alto. Ciò significa che gli esseri viventi non solo abitano la Terra, ma la trasformano per renderla più adatta alla vita.»«Il concetto di Gaia permette a Lovelock e Margulis di attirare la nostra attenzione sulla particolarità del nostro pianeta: attraverso tutti gli esseri viventi che lo compongono, è diventato esso stesso vivo; è reattivo, sensibile, estremamente sensibile . Le azioni umane ricevono una risposta da Gaia quando un numero anomalo di specie viventi scompare, quando il livello del mare sale o quando i grafici mostrano che le temperature aumentano.»«… Gaia, invece, non è immateriale. Infatti, è composta da tutti gli esseri che la abitano. Tuttavia, questi esseri non possono vivere senza Gaia. Tuttavia, Gaia non è una totalità che determina le parti. Gaia e i terrestri esistono solo attraverso le connessioni. A seconda delle connessioni, alcune forme di vita emergono, altre scompaiono e, ogni volta che le forme di vita cambiano, Gaia cambia o meglio cambiano», se vogliamo rispettare l’abitudine di Latour di coniugare i verbi relativi a Gaia al plurale per sottolineare la molteplicità di questa figura.B. Latour, Face à Gaïa , La Découverte, Paris 2015. Tutte le Pandemie finiscono? Il Boomernauta descrive le conseguenze del morbo nekomemetico. Sin dai tempi di H(eidegger) era circolata l’idea di una minaccia della civilizzazione portata da una presunta autonomia delle tecnologie e ora corre voce che la causa della pandemia immateriale nekomemetica abbia questa origine. Ma probabilmente si tratta di una manovra per dissimulare la gestione politica effettuata dai techno-tycoon e dalla Gov Neolib. Comunque gli umani si trovano senza risorse davanti all’assoluta novità di una pandemia così diversa dalle altre e di un virus avviluppato alla metatecnica che, invece, avrebbe dovuto combatterlo. Benché si conoscesse ancora poco del morbo immateriale nekomemetico, si suppose che avesse un comportamento simile a quello di molte altre malattie infettive conosciute, per cui anche in questo caso agenti di varia natura sarebbero intervenuti per modificarne gravità, contagiosità e decorso. Già in passato, c’erano state talvolta reazioni scomposte o anche violente di fronte alle tecnologie, che prendevano il posto di stregoni o untori come responsabili di malefici e diffusori di epidemie. In certi ambienti, questo avvenne con più virulenza quando si scoprì il morbo nekomemetico. In apparenza i sospetti sembravano giustificati. Ma, ancora una volta le apparenze avevano obnubilato il giudizio: le tecnologie anche quando avevano acquisito sembianze di intelligenza artificiale generativa e autonoma, non erano mai state in grado di avere un’autonomia tale da determinare da sole pandemie né altri grandi fenomeni riguardanti la specie. Nel decennio dopo la nascita di internet, inizio di una fase di connessione universale fra umani, si venne quasi travolti da una valanga di opinioni e tesi sulla potenza delle tecnologie. Si giunse a paventare che queste ultime potessero arrivare a una loro autonomia capace di dominare chi le aveva inventate. Ma probabilmente si trattava d’un escamotage dei techno-tycoon per creare un polverone attorno alle funzioni delle loro megamacchine, di cui la prima era di mantenere la technè al servizio del profitto, praticando ed estendendo lo sperimentato controllo neurale. Maneggiando le tecnologie, l’ AltaSfera Ecofin aveva senz’altro fatto suo il monito del rivoluzionario presidente cinese: la politica al primo posto! La politica creava e utilizzava la technè e non viceversa, ma nonostante questo essa era sempre lì, dietro l’angolo, e sotto l’influenza transumanista, era pronta a far credere il contrario, rivendicando implicitamente la sua consustanzialità con la religione. Dietro questa generalità però si nascondevano spesso complessità che se trascurate rischiavano di falsare la percezione della situazione. La pandemia nekomemetica poteva avere un andamento simile a tutte le altre? Seguendo il loro decorso naturale, le epidemie e il loro agente patogeno di solito si sviluppavano e raggiungevano un apice per poi declinare e, talvolta, estinguersi. Spesso non erano i virus più morta- li quelli che si diffondevano rapidamente. Il morbo nekomemetico stava avendo indirettamente questa funzione: trasformando gli umani in agenti patogeni della setticemia di Gaia avrebbe contribuito a distruggerli in massa. Ma, anche se un’ipotetica drastica riduzione della presenza umana avesse annientato la civilizzazione della Gov Neolib, tutto non sarebbe ricominciato in un nuovo ciclo? Non si sarebbe prima o poi resuscitato un sapiens augmented grazie alle tecnologie di editing genetico 1 ? Le malattie epidemiche erano comuni nel regno animale. La Storia indicava che i cinesi furono i primi a cercare prevenzioni 2 . Ma forse mai come nel caso del morbo nekomemetico ci si trovò inermi di fronte al diffondersi incontrollato di una malattia endemica sconosciuta, mai immaginata e pertanto sempre esistita. Tale situazione stava portando gli umani verso una direzione che assomigliava a un caos depressivo controllato, in fondo non così inviso all’ AltaSfera Ecofin . Alcuni cominciavano a capire che gli anticorpi impazziti che devastavano Gaia erano proprio loro. Già sin dagli inizi del XXI secolo, alcuni teorici dell’Antropocene, che avevano contribuito a rivitalizzare il concetto di Gaia, avevano sottolineato le responsabilità del (sedicente) sapiens nel deterioramento del proprio ambiente. Ma restava una dose d’indeterminatezza nei loro propositi. Era sensato denunciare già allora l’aggravamento della situazione e cercare le cause nei comportamenti umani acuiti dalla forte crescita demografica che stava per culminare prima del declino. Ma poteva questo esimere l’ AltaSfera Ecofin e le sfere dirigenti dei PoSt/ati 3 dalle loro responsabilità nell’accelerare la pandemia diluendole in una generica condanna di tutti gli umani? Ed anche non volendo riconoscere questi aspetti politici non si sarebbe già dovuto indagare sull’origine patologica dei comportamenti dei Grandi Malati e del loro stretto legame con l’ AltaSfera Ecofin ? Comunque sia, i fatti sembravano se non altro confermare l’ineluttabilità di una decrescita forzata. La situazione era arrivata a un punto in cui, prima si era arrestata la crescita e poi era cominciato il declino demografico, economico e dell’organizzazione sociale degli umani. Lo stress collettivo, dovuto al deterioramento delle condizioni di vita sul pianeta, venne aggravato da segnali d’ostilità delle altre specie. Non che si trattasse di qualcosa di oggettivamente grave, ma questa aggressività si sommava a quella tradizionale interumana, già inasprita con l’intensificarsi di una violenza diffusa. Una violenza contro le popolazioni gestita innanzitutto dall’alto con varie modalità, da quelle immateriali del reddito e del debito, a quelle molto materiali e repressive praticate dalle onnipresenti forze dei SecurServ 4 . Tuttavia anche di fronte al moltiplicarsi dei conflitti locali non emergeva il filo rosso della necessità o anche solo della possibilità di una rivoluzione globale. Lo stress generalizzato aumentò quando apparvero ricerche che documentavano come il declino demografico e il dislocamento del sistema non sarebbero stati sufficienti per fare diminuire la sepsi di Gaia. Per quanto imprecise e non molto affidabili, le previsioni di una scomparsa, a termine del ciclo, dei tre quarti dei mammiferi e in varie misure di molte altre specie erano quelle che più circolavano. Note: Secondo il Boomernauta negli anni della seconda metà del XXI secolo tali tecnologie, formalmente controllate quasi ovunque, continuavano a circolare liberamente sottobanco. Credo che il Boomernauta facesse riferimento alle ricerche ed ai reperti come gli scritti su osso della dinastia Shang (XVII-XI secolo a.C.) e poi nei riti della dinastia Zhou (1046-256 a.C. e inoltre nel 1350 A. C. l’epidemia di Megiddo, la città stato cananea. PoSt/ati: cfr. glossario. SecurServ: cfr. glossario.












