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L’eredità ecotossica del genocidio Pablo Echaurren Il genocidio perpetrato a Gaza presenta, dietro la sua enormità sistemica, tutta una serie di microforme di produzione di terrore, di distruzione ecologica e di annientamento delle forme più elementari della dignità umana, che nelle modalità della loro bestialità, crudeltà e annientamento delineano i contorni esatti della crisi della politica nelle società occidentali. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Electronic Intifada ed è riprodotto qui con il consenso espresso del suo editore. Dopo il genocidio iniziato nell’ottobre 2023, questo sistema di gestione delle risorse è crollato e da allora i rifiuti di plastica non vengono più raccolti, accumulandosi nell’ambiente, dove rilasciano sempre più sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua e nel corpo umano. La distruzione causata da Israele va oltre le infrastrutture fisiche. Alterando i sistemi di gestione dei materiali esistenti e rimodellando il rapporto tra la società e i rifiuti che produce, provoca un ambiente altamente inquinato con alternative limitate o inesistenti per procedere alla sua mitigazione, generando conseguenze globali che si estendono oltre Gaza e comportano rischi ambientali più ampi per la regione circostante. Dopo che Israele ha interrotto la fornitura di carburante ed elettricità il 9 ottobre 2023, il carburante è diventato in gran parte inaccessibile, costringendo migliaia di palestinesi ad affrontare una grave e continua carenza energetica. Bruciare plastica per sopravvivere Dato che la distruzione si è protratta per mesi e la legna disponibile, comprese porte e materiali domestici recuperati, si è progressivamente esaurita, le famiglie sfollate hanno fatto sempre più ricorso ad alternative di emergenza, la più pericolosa delle quali è bruciare plastica per cucinare e riscaldarsi. La conversione della plastica in combustibile, che avviene in modo sporadico e pericoloso a Gaza sotto la coercizione del blocco e del genocidio israeliani, implica un processo sequenziale che inizia con la raccolta della plastica in diversi luoghi e la sua classificazione per tipo, un compito estremamente difficile in condizioni di guerra e grave carenza di risorse. Successivamente, la plastica viene tagliata in piccoli pezzi e introdotta in un forno di ferro speciale riscaldato ad alte temperature, tra 400º e 600º C, in un processo comunemente denominato pirolisi della plastica, durante il quale il materiale si fonde, evapora e arriva attraverso il circuito corrispondente sotto forma di gas a un sistema di raffreddamento ad acqua, dove si condensa nuovamente in liquido. Questo liquido viene quindi estratto come combustibile simile al diesel, mentre i residui pesanti rimangono e vengono ripetutamente ritrattati nello stesso forno mediante ulteriori cicli termici fino a raggiungere un livello di purezza di circa l’80%. L’intero processo dura solitamente dalle otto alle dieci ore, a seconda della quantità e del tipo di plastica utilizzata. È allarmante che, molto più spesso, la combustione della plastica avvenga sia in forni di argilla improvvisati in spazi chiusi e mal ventilati, sia attraverso la combustione diretta all’aria aperta all’interno dei campi profughi, dove i residenti sono costretti a bruciare plastica, carta e rifiuti simili. In entrambi i casi, la plastica può fornire combustibile per cucinare e riscaldarsi. Questa pratica forzata comporta rischi significativi per la salute, in particolare per le donne e i bambini , poiché le donne sono spesso responsabili della cottura vicino a questi forni, mentre i bambini rimangono nelle immediate vicinanze. La combustione della plastica rilascia fumo denso ed emissioni tossiche all’interno delle tende, contribuendo all’aumento delle malattie respiratorie, in particolare delle infezioni polmonari, soprattutto tra i bambini, gli anziani e le donne. Queste emissioni costituiscono una minaccia diretta per la salute pubblica, poiché trasformano le tende dei profughi da rifugi temporanei a fonti concentrate di inquinamento atmosferico, dove la popolazione è esposta contemporaneamente a innumerevoli malattie, alla fame e alla continua violenza militare. La combustione di plastica in spazi aperti è anche un processo altamente tossico , che non solo genera fumo, ma altera fondamentalmente la qualità dell’aria attraverso il rilascio di sostanze inquinanti pericolose. In ambienti chiusi, come le tende degli sfollati, dove la ventilazione è estremamente limitata, il fumo si accumula rapidamente e viene inalato da persone che sono particolarmente vulnerabili in queste condizioni. L’esposizione in queste condizioni non provoca soltanto determinati e acuti problemi di salute, ma effetti cumulativi e a lungo termine sul sistema respiratorio e sulla salute in generale. Studi ambientali hanno ripetutamente indicato che la combustione di rifiuti plastici all’aperto in zone residenziali è una fonte importante di inquinamento atmosferico. Le particelle fini che ne derivano sono ben note per la loro capacità di penetrare in profondità nel sistema respiratorio. In contesti in cui non esiste una raccolta organizzata dei rifiuti, come avviene attualmente a Gaza, la combustione di plastica all’aperto diventa una fonte diffusa e significativa di inquinamento atmosferico, che aumenta notevolmente i rischi per la salute trasformando i rifugi per sfollati in ambienti mal ventilati con esposizione cronica a emissioni nocive. Tempesta di microplastiche Oltre ai contaminanti gassosi e al fumo visibile, la combustione della plastica accelera la decomposizione fisica e chimica dei materiali plastici in particelle microplastiche e nanoplastiche. Durante la combustione, la plastica si scioglie e brucia parzialmente, per poi depositarsi sulle superfici circostanti. Raffreddandosi e frammentandosi meccanicamente, si disintegra in particelle microscopiche, non visibili ad occhio nudo. Analisi microscopiche e spettroscopiche hanno dimostrato che queste particelle conservano le caratteristiche chimiche dei polimeri plastici originali, il che indica la loro persistenza nell’ambiente e la loro tossicità biologica. Le microplastiche possono rimanere sospese nell’aria, danneggiando le piante, o depositarsi su biancheria da letto, indumenti e alimenti, portando alla loro ripetuta inalazione e ingestione. Di conseguenza, le tende utilizzate nei continui spostamenti a cui è sottoposta la popolazione palestinese diventano luoghi di accumulo cronico di microplastiche sospese e trasportate dall’aria, aggiungendo un ulteriore strato di inquinamento, in gran parte invisibile, che comporta rischi a lungo termine per la salute respiratoria a causa dell’inalazione e dell’esposizione continua. I bombardamenti militari svolgono un ruolo fondamentale nella trasformazione della plastica in un pericolo ambientale su larga scala. La distruzione di case, negozi, fabbriche e magazzini genera non solo detriti di cemento, ma anche quantità cospicue di materiali plastici danneggiati e parzialmente bruciati, come tubi, cavi, isolanti, mobili e apparecchiature elettriche. A causa dell’esposizione al calore, alla luce solare, all’abrasione meccanica e alla combustione ripetuta, questi materiali si degradano progressivamente in particelle microplastiche e sottoprodotti tossici della combustione, che si infiltrano nel suolo, nelle risorse idriche e nei sistemi alimentari. A seguito del collasso dei sistemi organizzati di gestione dei rifiuti, i rifiuti plastici si accumulano nelle strade, intorno agli accampamenti dei profughi e nei terreni agricoli a causa dell’assenza di una raccolta regolare o di luoghi di smaltimento sicuri. Allo stesso tempo, la grave carenza di combustibile e la mancanza di accesso a fonti convenzionali di energia per cucinare e riscaldarsi costringono i residenti a cercare fonti energetiche alternative. Di conseguenza, sono sorte numerose discariche e inceneritori informali vicino agli insediamenti degli sfollati. Gli aiuti umanitari, sebbene essenziali per la sopravvivenza, alimentano senza volerlo questo ciclo, poiché gli imballaggi in plastica di cibo e acqua diventano rapidamente rifiuti non smaltiti o combustibile destinato a bruciare, causando una contraddizione strutturale in cui le pratiche di sopravvivenza immediata intensificano l’inquinamento ambientale e i rischi per la salute a lungo termine. I bambini rappresentano il gruppo più vulnerabile in questo contesto. Crescono in ambienti saturi di rifiuti plastici bruciati, giocano vicino ai rifiuti plastici e consumano cibo e acqua conservati in contenitori riutilizzati più volte in condizioni non sicure. I loro corpi in fase di sviluppo sono sottoposti a un’esposizione cronica agli inquinanti in un momento in cui le strutture di laboratorio, i sistemi di monitoraggio ambientale e le capacità di trattamento medico hanno subito gravi danni o sono inaccessibili. In questo contesto, la contaminazione da plastica si integra biologicamente attraverso l’esposizione prolungata. Il genocidio funziona quindi effettivamente come un sistema incontrollato di produzione e accumulo di contaminazione legata alla plastica. Anche dopo la cessazione delle ostilità, si prevede che gli inquinanti derivati dalla plastica persisteranno nel suolo, nelle acque sotterranee e nella catena alimentare, continuando ad agire sulla salute umana molto tempo dopo l’inizio della ricostruzione. Pertanto, discutere della ricostruzione di Gaza senza affrontare la questione dell’inquinamento da plastica significa trascurare una dimensione critica per l’ambiente e la salute pubblica. La gestione delle macerie non è solo una sfida ingegneristica, ma anche una sfida chimica e ambientale, che richiede strategie strutturali per il trattamento e la bonifica dei rifiuti plastici. Senza questi interventi, gli sforzi di ricostruzione rischiano di riportare le comunità su terreni contaminati, integrando l’eredità tossica della guerra genocida nell’ambiente ricostruito. Testi consigliati Islam Elhabil, El genocidio en Gaza es una catástrofe climática y medioambiental e La crisis de las aguas residuales de Gaza amenaza la supervivencia de la población palestina , Huda Ammori, Palestine Action: sabotaje a la industria bélica israelí , Nora Barrows-Friedman, Israel profana tumbas y cementerios de forma masiva en Gaza , Michael Arria, Veinte años de BDS: entrevista con Omar Barghouti, cofundador del movimiento , Frédric Lordon, El sionismo y su destino , Craig Mokhiber, La ONU abraza el colonialismo: análisis del mandato del Consejo de Seguridad para la administración colonial estadounidense de Gaza , Qasaam Muaddi, Estados Unidos ha anunciado la «Fase 2» del alto el fuego en Gaza, que deja indiferente a los palestinos por su vacuidad y su inalterada violencia genocida , tutti pubblicati su «Diario Red». Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, Relazioni della Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Anatomía de un genocidio (2024) e From Economy of Occupation to Economy of Genocide (2025) e Gaza Genocide: a Collective Crime (2025) Ilan Pappé, Fantasías de Israel. ¿Puede sobrevivir el proyecto sionista? e El colapso del sionismo , «El Salto» 20/04/2023 e 26/06/2024 Antony Loewenstein, El laboratorio palestino (2024) Baruch Kimmerling, Politicidio: la guerra de Ariel Sharon contra los palestinos (2004) Islam Elhabil , palestinese di Gaza, è specializzata in microplastiche, ricercatrice alla National University of Malaysia e ingegnere specializzato in soluzioni ingegneristiche per urgenti problemi ambientali globali. ● Traduzione di Mauro Trotta
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Violenza, potere, confessione e narrazione della colpa; da O Agente Secreto a The Price of Confession Michael Borremans Ci sono opere che non si limitano a raccontare una storia, ma mettono in crisi il modo in cui le storie vengono costruite. È il caso di due lavori apparentemente lontani, che tuttavia interrogano lo stesso nodo strutturale. O Agente Segreto e la serie The Price of Confession che non appartengono allo stesso mondo. Un film brasiliano che affonda nella memoria di una dittatura e una serie coreana che si muove dentro un sistema giudiziario contemporaneo sembrano parlare linguaggi diversi, eppure, osservati con attenzione, mettono in scena lo stesso problema, ossia che cosa accade alla verità quando il potere non si presenta più come blocco compatto, ma come dispositivo diffuso? Che cosa accade alla memoria quando il conflitto non viene cancellato, ma riorganizzato? In O Agente Secreto , verso la conclusione del film la violenza sembra non avere una direzione pianificata. Non è più il braccio visibile e chirurgico della dittatura, esita tramite un ordine impartito dall’alto, non è neppure la classica contrapposizione tra Stato e nemico. Diventa cortocircuito. Apparati che si sovrappongono, poliziotti corrotti che inseguono intermediari improvvisati, killer con legami ambigui, alleanze temporanee, sparatorie che sembrano sfuggire a una logica gerarchica lineare. La violenza perde le sembianze di un volto unico. Il film mostra con lucidità quando il potere si frammenta, quando si sporca o si ritorce contro se stesso, ma resta comunque funzionale, non è ordinato, diventa sistemico. Hannah Arendt, osservando il processo Eichmann, notava che il male moderno non ha necessariamente il volto del mostro, ma quello dell’uomo ordinario: «Il guaio del caso Eichmann era che di uomini come lui ce n’erano tanti […] terribilmente normali». È in questa normalità che il dispositivo continua a funzionare. Non serve un centro demoniaco, basta una rete di esecutori che non si percepiscono come tali. Può produrre conflitti interni, errori, eccedenze incontrollate, ma l’obiettivo viene sempre raggiunto. Il protagonista deve essere eliminato. E viene eliminato. Il film per scelta non ci mostra la sua morte, se non attraverso una fotografia d’archivio. La ragazza inciampa nell’immagine che ci conferma ciò che il film aveva lasciato sospeso. Il disordine apparente non ha impedito l’esito, la macchina, pur frammentata, ha funzionato. Questa è la prima stratificazione che il film mette in scena, il potere non come piramide limpida, ma come organismo. Un organismo che può lacerarsi, deviare, contraddirsi, ma che conserva una funzione. Non è necessario che ogni segmento sia coordinato, è sufficiente che il dispositivo nel suo insieme produca il risultato. Accanto alla stratificazione della violenza esiste un’altra stratificazione, più fragile e forse più interessante, la rete sociale, la risposta dell’organismo che tiene insieme i fili. Le case sicure. I passaggi di informazioni. Gli spostamenti silenziosi. Le relazioni che attraversano confini nazionali. Non è solo clandestinità politica. È infrastruttura umana. È coscienza diffusa. È la consapevolezza condivisa di cosa sia quel potere e di cosa significhi opporvisi, anche nel gesto minimo di offrire un letto o un nome falso. Guardare a quella rete non è nostalgia romantica. È concretezza. È rendersi conto della dispersione in cui siamo caduti. Nel film è un tessuto che collega storie, lingue, persecuzioni diverse. Un internazionalismo della sopravvivenza prima ancora che dell’ideologia. Guardandola oggi, con la distanza che abbiamo, ci svela l’esistenza di una trama intermedia tra individuo e Stato, tra vita privata e violenza politica. Oggi quella trama appare invisibile, forse persa per sempre. È cambiato l’orizzonte in cui il conflitto viene raccontato e percepito. Con la proclamazione della fine dei blocchi ideologici, il conflitto sociale è stato dichiarato superato. La globalizzazione è stata venduta come orizzonte naturale e progressivo. L’idea stessa di scontro sociale è diventata anacronistica. Interrogarsi sulla struttura del potere è apparso eccessivo, quasi imbarazzante. La complessità, un fastidio, un lusso per paranoici complottisti con comportamenti antisociali. Il film mostra che quella rete non era un dettaglio accessorio, ma un contro-dispositivo necessario. Non una violenza speculare, ma la capacità di tenere insieme memoria, nomi, relazioni. Una parte interessante non è solo la storia nel passato, ma il lavoro lento della ricostruzione delle due ragazze. I nomi che non tornano. Le identità sovrapposte, la fatica di comprendere che due nomi indicano la stessa persona. La verità storica non è immediata, è stratificata. Ricostruire è un gesto politico La violenza, allora, non sta solo nella repressione, ma in ciò che resta, o non resta. Il sacrificio può essere dimenticato. Il rischio può diventare irrilevante. La storia può perdere destinatari. La forma più sottile della sconfitta non è l’eliminazione fisica, ma l’erosione della memoria e del senso. Abbandona la tensione immediata il film ci riporta ad un presente apparentemente pacificato. La morte non è mostrata, è confermata, attraverso una fotografia. Qui si manifesta il terzo livello, l’oblio. Non cancellazione totale, ma metabolizzazione, perché la società non distrugge ogni traccia, la filtra. Conserva ciò che garantisce stabilità e lascia evaporare il resto, resta la paura, resta la necessità dell’ordine, si perde la complessità delle cause. La ragazza consegna la chiavetta al figlio, nessuna retorica, è un passaggio di mano. Lui la prende, non la respinge, ma non sappiamo cosa ne farà. Il film si ferma lì. La memoria non si impone. Si consegna. Tra consegna e riattivazione esiste uno spazio fragile. In quello spazio si gioca il destino della complessità. Il potere può frammentarsi e produrre violenza interna, ma se la memoria non viene riattivata resta soltanto la versione addomesticata dal tempo. Non è stato cancellato il conflitto. È stata cancellata la sua memoria organizzata. In Sorvegliare e punire (1975), Michel Foucault descrive il potere moderno come rete diffusa, esercitata attraverso istituzioni e pratiche quotidiane. Non pura repressione, ma organizzazione capillare dei comportamenti e produzione di silenzi. Panopticon come modello. Foucault utilizza il Panopticon di Bentham per illustrare il potere moderno: un meccanismo in cui la sorveglianza è permanente, invisibile e induce il detenuto (o il cittadino) ad interiorizzare il controllo, autocensurandosi. Produzione di silenzi e saperi: Il potere disciplinare non reprime semplicemente, ma produce : produce sapere su ciascun individuo (esami, dossier, perizie) e produce silenzi o verità discorsive che inquadrano ciò che è normale e ciò che è deviante. Guardato in questa prospettiva, il film non mostra solo una dittatura, ma un sistema che attraversa la società. La frammentazione degli apparati non ne smentisce la struttura: la rende visibile. Il problema non è solo dimenticare, è raccontare diversamente Walter Benjamin, nelle Tesi di filosofia della storia (1940), ricorda che la memoria dei vinti non sopravvive per inerzia, deve essere riattivata, sottratta alla narrazione dominante. Per Benjamin, la memoria delle vittime della storia è costantemente minacciata dall'oblio e deve essere attivamente salvata, «salvare la memoria dei vinti, dei senza nome», attraverso un'azione che risvegli il passato nel presente, strappandolo al controllo dei vincitori. O Agente Secreto mostra quanto questa riattivazione sia fragile. Nulla garantisce che la consegna diventi continuità. È qui che The Price of Confession una notevole serie coreana entra in gioco come variazione del dispositivo. La trama ruota attorno a Ahn Yun-su, insegnante d’arte accusata del brutale omicidio del marito, condannata pur senza prove definitive e costretta ad affrontare un sistema giuridico e mediatico che costruisce la sua colpevolezza. Nel cuore della narrazione c’è lo scambio drammatico tra Yun-su e Mo Eun (che si rivelerà poi essere Kang So-hae), un’altra detenuta. Mo Eun propone alla protagonista di confessare un crimine per lei se Yun-su accetterà di compiere un atto morale estremamente difficile in cambio. Questo patto mette al centro non un semplice fatto, ma la costruzione del racconto dei fatti stessi, la confessione qui non è verità immediata, ma contratto narrativo, una moneta di scambio in un sistema che richiede versioni coerenti e formalizzabili. La serie non offre un’eroina o un antagonista monolitico. Mo Eun è guidata da motivazioni profondamente personali - vendetta per gravi violenze subite dalla sua famiglia, e la complessità delle sue scelte coincide con l’indagine sulla verità. Questo accentua un punto analitico interessante, non si tratta di sancire chi abbia ragione o torto, ma di mostrare come le narrazioni ufficiali vengano forgiate da dinamiche complesse di potere, trauma e convenzioni istituzionali. La confessione della serie ha un prezzo che non è soltanto l’ammissione. È tecnologia che produce un soggetto colpevole, una narrazione coerente, una versione stabilizzabile. In La volontà di sapere (1976), sempre Foucault descrive la confessione come strumento centrale della modernità, non si limita a reprimere, ma fa parlare, organizza il discorso, formalizza il vero. Nel film coreano la verità non emerge, viene lavorata . Il carcere non è solo reclusione, ma luogo di formalizzazione narrativa. L’interrogatorio cerca coerenza. E la coerenza permette al fatto di diventare versione ufficiale. Non c’è un momento in cui il fatto si impone nella sua evidenza incontestabile. Ci sono interrogatori che si sovrappongono, racconti che si contraddicono, silenzi che pesano quanto le parole. La colpa non è un punto fermo, è un processo, è qualcosa che prende forma dentro un dispositivo. La confessione, in questo contesto, non è semplicemente un’ammissione. È un atto produttivo perché produce il soggetto colpevole producendo al contempo una narrazione coerente, una storia accettabile dal sistema. Il punto è proprio capire come la colpa venga raccontata. Chi controlla la forma finale del racconto controlla tutta la narrazione. Se in O Agente segreto il potere si manifesta nella perdita della stratificazione della memoria, nelle vicende coreane della serie si mostra nella costruzione di una verità utile e accettabile, un compromesso tra il sistema e i protagonisti. Da un lato memoria dispersa. Dall’altro versione della colpa manipolata. In entrambi i casi la violenza non è soltanto fisica, è violenza narrativa. L'incrocio con la cronaca non serve a stabilire analogie, ma può servire a verificare se i meccanismi osservati nei film resistono al contatto con la materia viva degli eventi. Ogni fatto pubblico attraversa almeno tre fasi: l'accadimento grezzo, la prima narrazione che lo rende dicibile, la stabilizzazione che lo rende memorabile. Non è nel primo momento che si gioca la partita. È nelle due successive, quando il fatto diventa versione. A volte la prima narrazione appare lineare, salvo incrinarsi sotto il peso di testimonianze successive, altre volte l'eccesso di esposizione produce l'effetto opposto: tutto è visibile, nulla resta. L'iper-trasparenza genera saturazione. La quantità sostituisce la comprensione. Il caso esplode, si dissolve, lascia spazio a un altro caso che esigerà la stessa indignazione rapidamente consumata. Non è mancanza di gravità che produce questo ciclo. È eccesso di rumore. In entrambe le situazioni, quella del silenzio selettivo e quella della saturazione informativa, il conflitto viene polarizzato. La complessità dei punti di vista non viene negata: viene resa illeggibile. Qui il discorso diventa politico nel senso forte. Non perché si schieri per una parte contro l'altra, ma perché interroga chi controlla la forma finale del racconto. Noam Chomsky ha descritto questo meccanismo: il controllo dell'informazione non opera attraverso la censura diretta, ma attraverso la selezione dei temi, la ripetizione delle cornici interpretative, la delimitazione del campo del dicibile. Non si vieta di parlare. Si stabilisce come si deve parlare. Chi controlla il racconto controlla la percezione del senso. Chi controlla la percezione del senso manipola la memoria su cui quel senso si poggia. Una versione diventa dominante non perché falsa o vera in senso assoluto, ma perché si stabilizza. Diventa ripetibile, citabile, la forma attraverso cui il fatto potrà essere ricordato. Tutto ciò che eccede quella forma — l'incoerenza, la contraddizione, il dettaglio che non torna — viene relegato ai margini secondo una scala rapida: sospetto, deviazione, complottismo. A questo livello il film e la serie possono trovare un dialogo sospeso. In uno vediamo la fatica di ricostruire ciò che il tempo ha disperso. Nell’altro vediamo la costruzione istituzionalizzata di una verità manipolata. Nella cronaca contemporanea vediamo queste dinamiche operare insieme, dispersione e saturazione, oblio e iper-esposizione, silenzio e rumore; il rischio è che la complessità venga ridotta a schema e il pensiero critico si trovi relegato nello stesso solco del complottismo. Perché quindi abbiamo bisogno di film come O Agente Secreto ? Non perché il cinema sia immune dal problema, anche il film è una costruzione, la scelta di non mostrare la morte del protagonista, di affidare la conferma a una fotografia d'archivio, è essa stessa una strategia narrativa che produce un effetto di verità specifico. Il cinema non sfugge al dispositivo. Lo rende visibile. Se la memoria fosse stabile, se la complessità del passato fosse ancora condivisa, forse questi film non sarebbero così necessari. Non avrebbero questa urgenza. Ma la loro necessità non sta in una presunta purezza formale. Sta nel modo in cui espongono il meccanismo mentre lo mettono in scena. La questione non è se il cinema possa salvarci. È se possa ancora sollevare domande con un linguaggio che non si illuda di essere al di sopra dell'ideologia, ma che ne mostri la costruzione. Il film non ci offre la verità sull'oppressione brasiliana. Ci offre l'esperienza di come quella verità venga ricostruita, frammento dopo frammento, errore dopo errore. Il fatto che esistano, e che risuonino, indica qualcosa di più inquietante: che mai come oggi la memoria è fragile. Non in senso sentimentale. Strutturale. Esposta alla dispersione, alla saturazione, alla manipolazione. Esposta al tempo e al rumore. Il cinema diventa allora uno spazio particolare non perché sostituisca l'archivio storico, non perché garantisca la verità, ma perché lavora su un altro piano: quello dell'esperienza della costruzione. Non riattiva solo i fatti, ma la densità emotiva del loro divenire narrativo. Non ci dice che qualcosa è accaduto. Ci costringe a sostare dentro ciò che accade quando un sistema si chiude su se stesso, quando una rete rischia di spezzarsi, quando una confessione diventa forma della verità, e quando anche noi, spettatori, diventiamo complici di quella forma. Non ci dice chi ha ragione. Non stabilisce sentenze. Non offre consolazioni. Ci ricorda soltanto che tra il fatto e la sua versione esiste uno spazio. Che quello spazio non è neutrale. E che anche il cinema che lo mostra ne fa parte. In questo senso il cinema non è tribunale e non è manuale di storia, è piuttosto un luogo di ri-sensibilizzazione, perché restituisce spessore a ciò che il tempo tende a rendere opaco, non fornisce soluzioni, ma riapre le domande. Se in Brasile il problema è la dispersione della memoria e in Corea è la costruzione della verità, in entrambi i casi lo storytelling compie un gesto minimo ma decisivo, rallenta, costringe a guardare ciò che nella cronaca scorre troppo velocemente, rende soprattutto intuibile il dispositivo. E forse è proprio questo il punto, non abbiamo bisogno di questi film perché il potere sia onnipotente, ma perché la nostra capacità di leggere le sue stratificazioni è diventata intermittente. La polarizzazione riduce, la velocità semplifica, il rumore satura. Il cinema, quando è capace di farlo, riporta la complessità. Non ci dice chi ha ragione, non stabilisce sentenze, non offre consolazioni. Ci ricorda soltanto che tra il fatto e la sua versione esiste uno spazio. E che quello spazio non è neutrale. Abbiamo bisogno di film così perché la memoria non è più un automatismo collettivo. È un esercizio. È un lavoro. È una scelta. E il fatto stesso che dobbiamo sceglierla è forse il segno più evidente del tempo in cui viviamo. Bibliografia: Foucault M., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione , Einaudi, Torino 1976 (ed. orig. 1975). Foucault M., La volontà di sapere. Storia della sessualità I , Feltrinelli, Milano 1978 (ed. orig. 1976). Benjamin W., Tesi di filosofia della storia, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti , Einaudi, Torino 1962 (ed. orig. 1940). Chomsky N., Herman E. S., La fabbrica del consenso. La politica e i mass media , Il Saggiatore, Milano 1998 (ed. orig. 1988). Arendt H., La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme , Feltrinelli, Milano 1964. Violence, Power, and the Stories We Tell About Guilt From O Agente Secreto to The Price of Confession by Franco Bocca Gelsi There are works that do not merely tell a story, but instead call into question the very way stories are constructed. This is the case with two works that appear distant from one another, yet nevertheless interrogate the same structural knot: O Agente Secreto and the series The Price of Confession, which do not belong to the same world. A Brazilian film that plunges into the memory of a dictatorship and a Korean series that moves within a contemporary judicial system seem to speak different languages; and yet, when observed closely, they stage the same problem—namely, what happens to truth when power no longer presents itself as a compact block, but as a diffuse device? What happens to memory when conflict is not erased, but reorganized? Paragraph In O Agente Secreto , toward the conclusion of the film, violence seems to lack a planned direction. It is no longer the visible and surgical arm of the dictatorship, executing an order issued from above; nor is it the classic opposition between State and enemy. It becomes a short circuit. Overlapping apparatuses, corrupt police officers pursuing improvised intermediaries, killers with ambiguous ties, temporary alliances, shootouts that seem to escape a linear hierarchical logic. Violence loses the features of a single face. The film lucidly shows what happens when power fragments, when it becomes tainted or turns against itself, yet remains functional: it is no longer ordered; it becomes systemic. The film lucidly shows what happens when power fragments, when it becomes tainted or turns against itself, yet remains functional; it is not ordered, but ordinary, it becomes systemic. Observing the Eichmann trial, Hannah Arendt noted that modern evil does not necessarily bear the face of a monster, but that of the ordinary man: «The trouble with the Eichmann case was that there were so many like him […] terribly normal». It is within this normality that the device continues to function. There is no need for a demonic center; a network of executors who do not perceive themselves as such is sufficient. It may generate internal conflicts, errors, uncontrollable excesses, but the objective is always achieved. The protagonist must be eliminated. And he is eliminated. By choice, the film does not show us his death, except through an archival photograph. The girl stumbles upon the image that confirms what the film had left suspended. The apparent disorder did not prevent the outcome; the machine, though fragmented, functioned. This is the first stratification that the film stages: power not as a clear pyramid, but as an organism. An organism that can tear itself apart, deviate, contradict itself, yet preserves a function. It is not necessary for every segment to be coordinated; it is sufficient that the device as a whole produce the result. Alongside the stratification of violence there exists another stratification, more fragile and perhaps more interesting: the social network, the response of the organism that holds the threads together. Safe houses. The passage of information. Silent movements. Relationships that cross national borders. It is not only political clandestinity. It is human infrastructure. It is diffuse consciousness. It is the shared awareness of what that power is and of what it means to oppose it, even in the minimal gesture of offering a bed or a false name. Looking at that network is not romantic nostalgia. It is concreteness. It is becoming aware of the dispersion into which we have fallen. In the film it is a fabric that connects different stories, languages, persecutions. An internationalism of survival even before ideology. Observed today, with the distance we now have, it reveals the existence of an intermediate texture between individual and State, between private life and political violence. Today that texture appears invisible, perhaps lost forever. The horizon within which conflict is narrated and perceived has changed. With the proclamation of the end of ideological blocs, social conflict was declared overcome. Globalization was sold as a natural and progressive horizon. The very idea of social struggle became anachronistic. Questioning the structure of power appeared excessive, almost embarrassing. Complexity became a nuisance, a luxury for paranoid conspiracy theorists with antisocial behavior. The film shows that this network was not an accessory detail, but a necessary counter-device. Not a specular violence, but the capacity to hold together memory, names, relationships. One interesting aspect is not only the story set in the past, but the slow work of reconstruction carried out by the two girls. Names that do not match. Overlapping identities. The effort required to understand that two names refer to the same person. Historical truth is not immediate; it is stratified. Reconstructing is a political act. Violence, then, does not reside only in repression, but in what remains—or does not remain. Sacrifice can be forgotten. Risk can become irrelevant. History can lose its recipients. The most subtle form of defeat is not physical elimination, but the erosion of memory and meaning. Abandoning immediate tension, the film brings us back to an apparently pacified present. Death is not shown; it is confirmed through a photograph. Here the third level manifests itself: oblivion. Not total erasure, but metabolization, because society does not destroy every trace; it filters them. It preserves what guarantees stability and lets the rest evaporate. Fear remains, the necessity of order remains, the complexity of causes is lost. The girl hands the flash drive to her son; no rhetoric, it is a passing of hands. He takes it, he does not reject it, but we do not know what he will do with it. The film stops there. Memory does not impose itself. It is handed over. Between transmission and reactivation there exists a fragile space. In that space the destiny of complexity is played out. Power may fragment and produce internal violence, but if memory is not reactivated, only the version domesticated by time remains. Conflict has not been erased. Its organized memory has been erased. In Discipline and Punish (1975), Michel Foucault describes modern power as a diffuse network, exercised through institutions and everyday practices. Not pure repression, but the capillary organization of behaviors and the production of silences. Panopticon as a model. Foucault uses Bentham’s Panopticon to illustrate modern power: a mechanism in which surveillance is permanent and invisible, and induces the detainee (or the citizen) to internalize control, self-censoring. Production of silences and knowledges: disciplinary power does not simply repress, but produces: it produces knowledge about each individual (examinations, files, assessments) and produces silences or discursive truths that frame what is normal and what is deviant. Seen from this perspective, the film does not show only a dictatorship, but a system that runs through society. The fragmentation of the apparatuses does not deny its structure: it makes it visible. The problem is not only forgetting; it is narrating differently. Walter Benjamin, in the Theses on the Philosophy of History (1940), reminds us that the memory of the defeated does not survive by inertia; it must be reactivated, wrested from the dominant narrative. For Benjamin, the memory of the victims of history is constantly threatened by oblivion and must be actively saved, «to save the memory of the defeated, of the nameless», through an action that awakens the past in the present, tearing it away from the control of the victors. O Agente Secreto shows how fragile this reactivation is. Nothing guarantees that transmission will become continuity. It is here that The Price of Confession, a remarkable Korean series, enters the scene as a variation of the device. The plot revolves around Ahn Yun-su, an art teacher accused of the brutal murder of her husband, convicted despite the absence of definitive evidence and forced to confront a judicial and media system that constructs her guilt. At the heart of the narrative lies the dramatic exchange between Yun-su and Mo Eun (who will later be revealed to be Kang So-hae), another inmate. Mo Eun proposes to the protagonist that she confess to a crime in her place if Yun-su agrees to carry out an extremely difficult moral act in return. This pact places at its center not a simple fact, but the construction of the narrative of the facts themselves; confession here is not immediate truth, but a narrative contract, a currency of exchange within a system that requires coherent and formalizable versions. The series does not offer a heroine or a monolithic antagonist. Mo Eun is driven by deeply personal motivations — revenge for severe violence inflicted upon her family — and the complexity of her choices coincides with the investigation of truth. This underscores an analytically interesting point: it is not a matter of establishing who is right or wrong , but of showing how official narratives are forged through complex dynamics of power, trauma, and institutional conventions. Confession in the series has a price that is not limited to admission. It is a technology that produces a guilty subject, a coherent narrative, a stabilizable version. In The Will to Knowledge (1976), Foucault again describes confession as a central instrument of modernity: it does not merely repress, but makes one speak, organizes discourse, formalizes truth. In the Korean film, truth does not emerge; it is worked. Prison is not only confinement, but a site of narrative formalization. Interrogation seeks coherence. And coherence allows the fact to become an official version. There is no moment in which the fact imposes itself in its uncontestable evidence. There are interrogations that overlap, accounts that contradict one another, silences that weigh as much as words. Guilt is not a fixed point; it is a process, something that takes shape within a device. Confession, in this context, is not simply an admission. It is a productive act because it produces the guilty subject while at the same time producing a coherent narrative, a story that is acceptable to the system. The point is precisely to understand how guilt is narrated. Whoever controls the final form of the story controls the entire narrative. If in O Agente Secreto power manifests itself through the loss of the stratification of memory, in the Korean events of the series it reveals itself in the construction of a useful and acceptable truth, a compromise between the system and the protagonists. On the one hand, dispersed memory. On the other, a manipulated version of guilt. In both cases, violence is not only physical; it is narrative violence. The intersection with current events does not serve to establish analogies, but it can serve to verify whether the mechanisms observed in the films withstand contact with the living matter of events. Every public fact passes through at least three phases: the raw occurrence, the first narration that makes it sayable, and the stabilization that makes it memorable. The struggle does not take place in the first moment. It takes place in the two that follow, when the fact becomes a version. At times the first narration appears linear, only to crack under the weight of subsequent testimonies; at other times, excess exposure produces the opposite effect: everything is visible, nothing remains. Hyper-transparency generates saturation. Quantity replaces understanding. The case explodes, dissolves, and gives way to another case that will demand the same rapidly consumed indignation. It is not a lack of gravity that produces this cycle. It is an excess of noise. In both situations—the one of selective silence and the one of informational saturation—the conflict is polarized. The complexity of points of view is not denied; it is rendered illegible. Here the discourse becomes political in the strong sense. Not because it takes sides for one position against another, but because it interrogates who controls the final form of the narrative. Noam Chomsky has described this mechanism: control of information does not operate through direct censorship, but through the selection of themes, the repetition of interpretive frames, and the delimitation of the field of what can be said. One is not forbidden to speak. One is told how to speak. Whoever controls the story controls the perception of meaning. Whoever controls the perception of meaning manipulates the memory on which that meaning rests. A version becomes dominant not because it is false or true in an absolute sense, but because it stabilizes. It becomes repeatable, citable, the form through which the fact can be remembered. Everything that exceeds that form—the inconsistency, the contradiction, the detail that does not fit—is relegated to the margins according to a rapid scale: suspicion, deviation, conspiracy. At this level, the film and the series can find a suspended dialogue. In one, we see the effort required to reconstruct what time has dispersed. In the other, we see the institutionalized construction of a manipulated truth. In contemporary news reporting we see these dynamics operating together: dispersion and saturation, oblivion and hyper-exposure, silence and noise; the risk is that complexity is reduced to a scheme and critical thought finds itself relegated to the same trench as conspiracism. Why, then, do we need films like O Agente Secreto ? Not because cinema is immune to the problem. The film itself is also a construction: the choice not to show the protagonist’s death, to entrust its confirmation to an archival photograph, is itself a narrative strategy that produces a specific effect of truth. Cinema does not escape the device. It makes it visible. If memory were stable, if the complexity of the past were still shared, perhaps these films would not be so necessary. They would not have this urgency. But their necessity does not lie in any presumed formal purity. It lies in the way they expose the mechanism while staging it. The question is not whether cinema can save us. And whether it can still raise questions with a language that does not delude itself into believing it stands above ideology, but instead shows its construction. The film does not offer us the truth about Brazilian oppression. It offers us the experience of how that truth is reconstructed, fragment after fragment, error after error. The fact that such works exist, and that they resonate, indicates something more unsettling: that never as today is memory fragile. Not in a sentimental sense. Structurally. Exposed to dispersion, to saturation, to manipulation. Exposed to time and to noise. Cinema thus becomes a particular space not because it replaces the historical archive, not because it guarantees truth, but because it operates on another level: that of the experience of construction. It does not merely reactivate facts, but the emotional density of their narrative becoming. It does not tell us that something happened. It forces us to dwell within what happens when a system closes in on itself, when a network risk breaking apart, when a confession becomes the form of truth, and when we ourselves, as spectators, become complicit in that form. It does not tell us who is right. It does not establish verdicts. It does not offer consolation. It merely reminds us that between the fact and its version there exists a space. That this space is not neutral. And that even the cinema that shows it is part of it. In this sense, cinema is not a tribunal and it is not a history manual; it is rather a place of re-sensitization, because it restores thickness to what time tends to render opaque. It does not provide solutions, but reopens questions. If in Brazil the problem is the dispersion of memory and in Korea it is the construction of truth, in both cases storytelling performs a minimal but decisive gesture: it slows down, it forces us to look at what, in news reporting, flows too quickly, and above all it makes the device perceptible. And perhaps this is precisely the point: we do not need these films because power is omnipotent, but because our ability to read its stratifications has become intermittent. Polarization reduces, speed simplifies, noise saturates. Cinema, when it is capable of doing so, brings complexity back. It does not tell us who is right, it does not establish verdicts, it does not offer consolation. It merely reminds us that between the fact and its version there exists a space. And that this space is not neutral. We need films like these because memory is no longer a collective automatism. It is an exercise. It is a labor. It is a choice. And the very fact that we must choose it is perhaps the clearest sign of the time in which we live. Bibliography Foucault, M., Discipline and Punish. The Birth of the Prison , Einaudi, Turin 1976 (orig. ed. 1975). Foucault, M., The Will to Knowledge. The History of Sexuality , Vol. I, Feltrinelli, Milan 1978 (orig. ed. 1976). Benjamin, W., Theses on the Philosophy of History, in Angelus Novus. Essays and Fragments , Einaudi, Turin 1962 (orig. ed. 1940). Chomsky, N., Herman, E. S., Manufacturing Consent. The Political Economy of the Mass Media , Il Saggiatore, Milan 1998 (orig. ed. 1988). Arendt, H., Eichmann in Jerusalem. A Report on the Banality of Evil , Feltrinelli, Milan 1964.
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Non si vede la fine. Riflessioni sulla recente letteratura sopra la distruzione di Gaza Il genocidio commesso in Palestina dagli Stati occidentali criminali con l'aiuto dello Stato terrorista-coloniale israeliano ha ormai penetrato tutte le fibre istituzionali, politiche, giuridico-costituzionali delle società democratiche e ne ha irrimediabilmente corrotto le classi dirigenti e gli assetti partitici, che continuano ad indugiare nel vuoto di un passato violento e distruttivo mai compreso in termini di classe dall'episteme-specie dominante. Non si vede la fine. Riflessioni sulla recente letteratura sopra la distruzione di Gaza Wolfgang Streeck Il genocidio commesso in Palestina dagli Stati occidentali criminali con l'aiuto dello Stato terrorista-coloniale israeliano ha ormai penetrato tutte le fibre istituzionali, politiche, giuridico-costituzionali delle società democratiche e ne ha irrimediabilmente corrotto le classi dirigenti e gli assetti partitici, che continuano ad indugiare nel vuoto di un passato violento e distruttivo mai compreso in termini di classe dall'episteme-specie dominante. D. Fassin, Moral Abdication: How the World Failed to Stop the Destruction of Gaza , «Verso», Londra 2024, 128 pp. P. Mishra, The World After Gaza , «Fern Press», Londra 2025, 292 pp. La distruzione di Gaza, lo sterminio della sua gente, cesserà prima di arrivare a compimento? Non se il governo di Israele, la maggioranza dei suoi cittadini e gli Stati Uniti avranno la meglio. Israele non farà mai la pace con il popolo palestinese, né a Gaza, né a Gerusalemme, né in Cisgiordania. Finché ci saranno palestinesi tra il fiume e il mare, saranno un ostacolo per Israele — e la missione non si darà per compiuta. In effetti, ora, dopo due anni di massacri, la pace – a qualunque condizione – non sarebbe altro che una catastrofe nazionale per Israele, una sconfitta devastante. La pace dovrebbe porre fine al blocco di Gaza, che dura ormai da quasi due decenni, sostenuto da quattro presidenti americani: Bush, Obama, Biden e Trump. I gazawi dovrebbero essere rilasciati dalla quella che a tutti gli effetti una prigione a cielo aperto; ai visitatori dovrebbe essere permesso l'ingresso. Immagini – molte più di quante ne circolino ora – uscirebbero da un paesaggio devastato di case, scuole, ospedali, chiese e università irreparabilmente compromesse. E raccontate storie di bambini senza genitori, genitori senza figli, famiglie senza madri o padri, emaciati, affamati, mutilati nel corpo e nell'anima. Ed avviate indagini, e non solo dalla cosiddetta Autorità Palestinese, corrotta e foraggiata da Israele: verrebbero ascoltati testimoni, registrate memorie, ricostruiti eventi, identificati i comandanti israeliani responsabili dei crimini più efferati, il genocidio cesserebbe di essere un'astrazione legale. Lo Stato di Israele finalmente si manifesterebbe quale paria, come sarebbe potuto accadere alla Germania dopo il 1945 se non fosse stato per gli amici americani alla ricerca di un alleato-vassallo contro l'Unione Sovietica e per la guerra di Corea. «Godetevi la guerra, la pace sarà terribile», usavano sussurrarsi i tedeschi mentre la Seconda Guerra Mondiale volgeva al termine. Nessuna fine in vista. L'incubo continuerà, e sarà concesso che continui finché ci saranno ancora palestinesi che rifiutino di essere governati da persone come Netanyahu. Mentre scriviamo, Israele ha predato più della metà della striscia di Gaza, dichiarandola "zona di sicurezza" dopo averla sgomberata dei gazawi, con il tacito accordo del Consiglio di Sicurezza dell'ONU — un primo acconto sul sogno immobiliare della Trump Organization. Ciò che restava della striscia appare tagliato in due dall'esercito israeliano, per mantenerla divisa fino all'arrivo del Board of Peace gestito da Trump, con la pace intesa come perseguimento della pulizia etnica con strumenti vari. In Cisgiordania – frattanto – il massacro procede indisturbato e sostenuto da una larga maggioranza di cittadini israeliani, contando più di mille palestinesi uccisi nei due anni di guerra di Gaza, tanto dall'esercito quanto dai cosiddetti coloni – che agiscono indisturbati, molti dei quali cittadini americani rammaricati di essere nati troppo tardi per le guerre ai pellerossa. In ogni caso, se qualcosa dovesse andare storto, Israele è militarmente invincibile, grazie all'incrollabile sostegno americano e tedesco. Questi gli armamenti in campo: più di 300 jet da combattimento pronti all'azione – Hamas: nessuno –; circa 50 elicotteri d'attacco – Hamas: nessuno –; il sistema di difesa aerea Iron Dome – Hamas: nulla di comparabile –; 2.200 carri armati – Hamas: nessuno – e almeno 170 bulldozer Caterpillar D9, Hamas – provate ad indovinare! – nessuno. Quella che viene impropriamente chiamata guerra nei fatti si da come un massacro ad alta tecnologia di un popolo indifeso che viene bombardato fino a tornare all'età della pietra. A questo si aggiunge la trinità completa della guerra nucleare: missili terrestri caccia aerei e sottomarini nucleari forniti dalla Germania...integrati dalla bomba nucleare della propaganda, l'accusa di antisemitismo – altamente efficace, come mostrano Mishra e Fassin, nelle democrazie dell'emisfero settentrionale – usata generosamente dai sostenitori di Israele. Con gli Stati Uniti che coprono le spalle in modo incrollabile, il governo israeliano può sentirsi libero di continuare quello che la maggioranza dei cittadini considera il proprio compito: ripulire Gaza dai gazawi. A due anni dall'inizio della guerra – a fine novembre 2025, secondo le statistiche – erano stati segnalati 69.185 gazawi uccisi (riportati dal governo di Hamas a Gaza, che non conta gli incalcolabili, sepolti sotto le macerie delle case rase al suolo dai bombardieri e dai bulldozer israeliani) e 170.698 feriti. Nello stesso periodo, secondo Israele, "dall'inizio delle operazioni di terra nella Striscia di Gaza il 27 ottobre 2023, 471 soldati sono caduti in combattimento", il che equivale a meno di 20 al mese, e un rapporto di uccisioni di 1:147 — un prezzo "d'occasione", che rende la guerra continua politicamente sostenibile in Israele anche se la fine è tutt'altro che vicina. Secondo varie stime, Hamas, stereotipicamente definita dalla stampa tedesca come un "gruppo terroristico", aveva ancora circa 16.000-18.000 combattenti in armi al momento della rivelazione del "Piano di Pace" di Trump — rispetto ai 20.000-30.000 che si ritiene avesse all'inizio del massacro. Trump o meno, non c'è motivo per cui Israele accetti un accordo che non sia la presa definitiva della Palestina «dal fiume al mare», come previsto da tempo nel programma del partito di Netanyahu. A differenza della ex Jugoslavia, gli Stati Uniti ed i vassalli dell'Europa occidentale non vedono a Gaza alcun "dovere di proteggere" – negli anni '90 una celebre innovazione americana nel diritto internazionale – a meno che non si tratti di proteggere Israele dal dover rispondere dei propri crimini. Se dovesse accadere il peggio, Israele sa che per continuare il massacro possa contare sul terrore generato dalla sua "opzione Sansone": usare il suo arsenale nucleare per garantire che se Israele deve cadere, tutti gli altri intorno ad esso – in particolare l'Iran e il Libano, forse anche l'Egitto e la Siria – la "zona grigia" di Israele, dovranno cadere insieme ad esso. Nell'improbabile eventualità che gli alleati lo abbandonino – se continuare il conflitto mettesse in pericolo gli interessi fondamentali della classe americana che finanzia le campagne elettorali, ad esempio — Israele potrebbe sentirsi come il governo tedesco verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, quando vide come unica scelta quella di sperare contro ogni speranza in un miracolo: «Ci siamo assunti una colpa così enorme che possiamo solo continuare; non c'è modo di tornare indietro» — con le parole di Heinrich Himmler, presumibilmente, a un diplomatico norvegese nell'aprile 1945. La differenza, naturalmente, è che mentre la Germania all'epoca non aveva bombe nucleari, Israele le ha. Quindi la distruzione continuerà, fisica, istituzionale, sociale, morale, già ora quasi irreparabile. Se mai dovesse finire, nessuno saprebbe come rimuovere i detriti lasciati dai bombardamenti, ricostruire le case, gli ospedali, le scuole e le università, le moschee e le chiese, le strade e i porti, le fogne e le condutture dell'acqua. (I campi da golf e i country club di Trump potrebbero essere raggiunti in elicottero, l'acqua e il cibo per i pochi fortunati potrebbero essere portati dal Consiglio di Pace che lavora con la Gaza Humanitarian Foundation .) Dove vivrebbero i gazawi nel frattempo? Quale paese organizzerebbe per conto della Comunità internazionale prima l'esodo e poi il ritorno, sotto gli occhi vigili delle Forze di Difesa israeliane e dei loro fratelli d'arme americani? Chi pagherebbe per gli orfanotrofi, le case per disabili, le cure mediche per coloro che hanno perso la ragione nei bunker e nella ricerca di cibo per le loro famiglie? I tedeschi saranno impegnati per anni a finanziare l'altra loro guerra, in Ucraina, mentre i loro alleati israeliani e, naturalmente, gli USA non contribuiranno con un centesimo. Dopo Gaza, dunque, ci sarà ancora Gaza. Per ogni futuro prevedibile. Sia Fassin che Mishra prevedono altri massacri di massa, sfratti, fame – forse con occasionali interruzioni per scopi di pubbliche relazioni, con brevi aperture dei nuovi confini più stretti di Gaza per rifornimenti abbastanza piccoli da mantenere le persone sull'orlo dell'inedia –. Questo gioco crudele, fingendo misericordia per poi stringere di nuovo le viti, accompagnato da uccisioni seriali di abitanti dei villaggi da parte di coloni-teppisti in Cisgiordania e dalla costruzione di alloggi finanziati dagli States per i coloni israeliani a Gerusalemme Est (per non parlare degli scintillanti Trump Hotels opportunamente armati in luoghi panoramici di una Gaza ripulita dai suoi rozzi abitanti), il tutto intervallato da occasionali "pause umanitarie" a beneficio dei governi dell'Europa occidentale, come i lanci aerei di cibo dagli aerei della Bundeswehr , così i consumatori di notizie tedeschi possono stare certi che i gazawi non dovranno morire a stomaco vuoto. Fassin, trovando la sinistra israeliana «[è] schiacciata e inudibile» (p. 89 segg.); i paesi occidentali, sotto l'incantesimo della propaganda anti-antisemitismo delle lobby israeliane, che "sostengono con tutto il cuore il governo israeliano" e «il leader popolarissimo Marwan Barghouti, considerato da molti come un possibile negoziatore e futuro presidente dell'Autorità Palestinese... condannato a cinque ergastoli [nei campi di concentramento israeliani], mentre nessun politico israeliano sembra pronto a prendere in considerazione la possibilità di colloqui» (p. 90) — Fassin conclude il suo libro, nonostante l'ammirevole e sobrio realismo, con una poesia scritta da un poeta palestinese, «poco prima di morire il 7 dicembre 2023 in un attacco mirato con bombe sull'appartamento dove si era rifugiato con la sorella, anch'essa uccisa, così come suo fratello e quattro dei suoi nipoti» (p. 91). Naturalmente, non è solo Gaza che avrebbe bisogno di ricuciture nel "dopo Gaza": lo stesso varrebbe per Israele, che dovrebbe imparare a smettere di essere uno Stato assassino, anche se, a differenza della Germania nel 1945, nessuno sa chi possa insegnarglielo e come. In effetti, per sia Fassin che Mishra, il genocidio di Israele, a Gaza così come nei Territori, è un disastro morale anche per "l'Occidente" nel suo complesso, che ha dato i natali a Israele ma non è riuscito a socializzarlo adeguatamente. Lo snello libro di Fassin, scritto brillantemente e ammirevolmente conciso in non più di 122 pagine, dice e documenta tutto ciò che serve ai lettori per guardare attraverso il velo del doppio standard dei governi occidentali e delle loro classi politiche. L'enfasi è sul discorso pubblico, il linguaggio distorto progettato per la fabbricazione del consenso con il crimine contro l'umanità che è il marchio della nostra epoca, per permettere all'audience occidentale di non notare il mattatoio di Gaza e ciò che questo agisca anche su loro. Il capitolo 1 compendia il trattamento nei resoconti occidentali del tentativo di Hamas del 7 ottobre di porre fine a 16 anni di prigionia collettiva; il capitolo 2 dell'uso strategico del concetto di terrorismo; il capitolo 3 di quello di genocidio – «Le parole contano, specialmente quando hanno risonanza storica, significato politico e implicazioni legali», p. 26 –, ed il capitolo 4 del modo in cui la memoria del micidiale antisemitismo tedesco venga piegata a rendere innominabili le uccisioni indiscriminate e la tortura israeliane. Il capitolo 5 dettaglia l'ascesa della censura in quelle che erano democrazie liberali, il capitolo 6 descrive il silenzio delle voci pubbliche occidentali sugli effetti della molteplice de-umanizzazione del popolo di Gaza per la prigionia decennale, mentre il capitolo 7 descrive il sistematico offuscamento dello scopo etno-colonialista dell'occupazione israeliana di Gaza, Gerusalemme Est e Cisgiordania. Il capitolo 8 riassume ciò che Fassin intende per "abdicazione morale": la corruzione sistematica delle parole in modo da renderle inadatte a distinguere tra bene e male. Qui (p. 88) l'autore cita Tucidide sulla guerra del Peloponneso, il quale notava come – nel corso di una distruzione sempre più insensata – «persino il significato abituale delle parole in relazione agli atti veniva cambiato nelle giustificazioni che venivano loro date». Non da ultimo «queste falsificazioni — secondo Fassin, eminente antropologo sociale e sociologo — giustificano il fatto che gli scienziati sociali, con umiltà ma determinazione, facciano sentire la propria verità, per quanto fragile possa essere». Quanto a Mishra, anche il suo testo è straordinariamente ben documentato — si vedano in particolare i lunghi capitoli sulla Germania, "Dall'antisemitismo al filosemitismo", e sugli Stati Uniti, "Americanizzare l'Olocausto". Ma, soprattutto, Mishra si sforza di spiegare a un pubblico bianco occidentale come gli ebrei, a lungo considerati dai bianchi a tutti gli effetti profondamente non-bianchi, siano stati invitati a unirsi ai loro aguzzini quando dopo il 1945 hanno trasformato la Palestina nel loro Stato-nazione, dopo aver cercato invano di emulare la bianchezza nell'Europa occidentale trattando i fratelli dell'Europa orientale come se fossero di colore. Mishra colloca la cooptazione dell'ebraismo nella Herrenrasse (razza padrona, n.d.t.) bianca, e il sostegno economico e militare storicamente senza precedenti di quest'ultima allo Stato di Israele, non in un senso di colpa da parte dei suprematisti bianchi per ciò che avevano fatto loro nel corso dei secoli, ma nella politica di decolonizzazione degli anni '50 e '60. Allora, mentre la supremazia bianca era sull'orlo del collasso, i bianchi potevano usare un alleato che li aiutasse ad arginare la marea anticoloniale specialmente nel Medio Oriente – un alleato che, a differenza dei coloni screditati, poteva rivendicare un diritto storico e morale, per quanto fragilmente congegnato, di vivere e governare dove, come popolo, dopo tanta sofferenza gli era stato permesso di cercare rifugio. Il libro di Mishra dà ai lettori occidentali un'idea di ciò che gli osservatori del Sud del mondo vedono e provano quando considerano l'assoluto disprezzo con cui i coloni sionisti hanno trattato e continuano a trattare coloro a cui hanno tolto e stanno ancora togliendo la terra. Questo è indistinguibile dal modo in cui i coloni europei in Africa tenevano gli africani locali dietro il recinto dell'apartheid e da come si sentivano in diritto nel continente nordamericano di estinguere del tutto coloro che erano sulla loro strada e che credevano fossero indiani. In questa prospettiva, qualunque differenza possa esserci tra Gaza e l'Olocausto è meno rilevante, se non del tutto irrilevante, rispetto al loro identico ruolo per la legittimazione e la difesa della supremazia bianca. Nei suoi capitoli finali Mishra, sulle orme di Edward Said, presenta un notevole profilo della visione del mondo di quella che è stata chiamata "teoria postcoloniale". Al suo centro c'è la conquista e la distruzione unica delle società tradizionali non-bianche in tutto il mondo da parte dell'imperialismo bianco, armato di una tecnologia militare superiore e della prova scientifica dell'inferiorità "razziale" dei loro simili colored , convintisi di non essere affatto umani. (Qualche riferimento in più al capitalismo oltre al razzismo come forza trainante dell'espansione occidentale mi sarebbe stato gradito.) Il modo in cui Mishra insiste sulla necessità di uscire dalla ristrettezza mentale della storia del mondo standard bianco-occidentale è a dir poco impressionante per l'erudizione, in particolare per quanto riguarda il modo in cui la storia e la preistoria dell'antisemitismo e del pro-israelismo si inseriscono nell'era moderna della "globalizzazione" violenta e razzista-imperialista. Non si devono accettare tutte le ramificazioni e le esagerazioni polemiche della teoria postcoloniale – sebbene chi qui scriva, finora turpemente poco informato, non abbia trovato molto da contestare nella sua applicazione da parte di Mishra al caso di Gaza – per ammettere che la teoria sociale nel mondo dopo Gaza dovrà incorporare alcuni dei temi e intuizioni centrali per essere credibile non solo moralmente ma anche accademicamente. La Germania, il secondo sostenitore incondizionato di Israele, potrebbe essere, ancor più degli Stati Uniti, un luogo di ricerca sulla conversione occidentale dopo il 1945 dall' anti- al filo- semitismo. Con la ferrea equanimità di fronte a una crudeltà sfrenata, la studiata assenza di emozione morale, il silenzio glaciale della classe politica ed intellettuale – dai giornalisti ai professori, dai registi e artisti agli scrittori, persino tra gli studenti nella misura in cui siano cresciuti in Germania e vogliano fare carriera lì – la Germania appare ancora una volta come un caso estremo di squilibrio politico. Sia Fassin che Mishra prestano particolare attenzione alla versione tedesca della “Israelmania” di Stato. Ciononostante, quanto sta accadendo in Germania in questi giorni attende ancora di essere pienamente compreso — il passaggio a un filosemitismo fanatico identificato come anti-palestinianismo – guardando dall'altra parte con la stessa vecchia indifferenza morale, lo stesso silenzio opportunistico, la stessa codardia spietata. Affronterò alcuni dei fattori che credo siano in gioco qui, sperando di essere perdonato per aver usato i pregevoli libri di Mishra e Fassin come occasione per speculare su alcune delle caratteristiche più orrorifiche del mio paese d'origine. Note sulla “Gaza della Germania” La Germania non è l'unico luogo in cui le fonti tradizionali di coesione sociale, identità collettiva e lealtà politica si siano inaridite nell'era del neoliberismo globalizzato, minando le istituzioni ereditarie della politica democratica del dopoguerra. All'incertezza sull'identità collettiva e sulla sicurezza economica si sono aggiunti alti livelli di immigrazione, in particolare sulla scia dell'apertura delle frontiere tedesche nel 2015, la vera data di nascita dell'AfD. In risposta al fenomeno ed ai suoi malcontenti, ci sono stati fin da subito appelli dal centro-destra per un'intensità ed un'applicazione più vigorose di quella che nel gergo degli spin doctor dell'epoca veniva chiamata una Leitkultur tedesca: una "cultura guida" che definisse la germanicità da rispettare – quando non da interiorizzare – da parte di immigrati, aspiranti tali così come quelli che preferirebbero non esserlo. Liste provvisorie di attitudini e pratiche essenzialmente tedeschi cambiavano, ma includevano sempre elementi che ci si aspettava fossero considerati non islamici da parti della comunità musulmana, dai bambini che mangiano carne di maiale nelle mense scolastiche alle donne che camminano per strada senza velo. Incluso nelle definizioni sempre più autorevoli della Leitkultur tedesca era anche l'accettazione di una responsabilità speciale, che abbraccia le generazioni, per l'Olocausto, con un dovere civico derivante da essa che includeva il sostegno al "diritto di esistere" dello Stato di Israele, in qualunque confine esso scelga per se stesso. Quando dopo il 7 ottobre giovani immigrati, in particolare studenti, con radici nel Medio Oriente hanno iniziato a esprimere pubblicamente la loro solidarietà con le vittime gazawi dell'occupazione israeliana, il governo tedesco, in linea con la lobby nazionale pro-Israele, ha chiarito – se necessario con l'aiuto della polizia e dei tribunali – che la Leitkultur tedesca fosse vincolante non solo per i tedeschi autoctoni ma anche per gli "adottati", da ovunque provenissero. Per sicurezza, l'antisemitismo, nella "definizione operativa" dell'International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), è stato effettivamente dichiarato incostituzionale, tramite una risoluzione del Bundestag che non è formalmente una legge e quindi è al di fuori della giurisdizione della Corte costituzionale. Successivamente la Israelkritik , per un po' tollerata a malincuore finché si limitava ai mezzi piuttosto che ai fini della guerra israeliana, è stata generalmente ridefinita come antisemita. Questo ha reso l'anti-islamismo, in particolare l'anti-palestinianismo, una gradita espressione di anti-antisemitismo, tracciando una linea netta tra i buoni tedeschi anti-antisemiti e i cattivi anti-tedeschi antisemiti, con o senza passaporto tedesco. Non solo questo ha stabilito una versione di Staatsraison quasi canonica della cultura civica tedesca, la cui adesione può essere ed è testata tramite questionari somministrati ai richiedenti la naturalizzazione, ma asseconda anche il sentimento anti-musulmano e anti-migratorio tra gli elettori a cui promette di rendere più difficile o meno attraente per i musulmani immigrare, strumentalizzando di fatto l'Olocausto per riservare Deutschland den Deutschen (la Germania ai tedeschi, n.d.t.) Sebbene ideato per sottrarre elettori all'AfD, ha aiutato l'AfD a sostituire il vecchio antisemitismo della destra tedesca come collante per una Volksgemeinschaft (unità nazionale, n.d.t.) tedesca con un nuovo anti-musulmanesimo, consentendo all'AfD, nonostante i richiami etno-nazionalisti, di presentarsi come un convinto sostenitore di Israele e della complicità dello Stato tedesco con esso. L'allineamento con un partito völkisch come l'AfD non rappresenta l'unico dilemma per l'economia morale tedesca nel definire il sostegno a Israele a Gaza come una lotta contro l'antisemitismo. Entrano in gioco significati e ambivalenze più profondi, che assillano la coscienza collettiva tedesca mentre questa si confronta con le proprie memorie di colpa e il desiderio di redenzione, da raggiungersi attraverso l'istituzionalizzazione della prima. Al centro di tutto ciò risiede il dogma dell'unicità e dell'incomparabilità dell'Olocausto — il contributo più incisivo del filosofo Jürgen Habermas alla cultura politica tedesca. Tale concetto scaturì dalla cosiddetta Historikerstreit – la "disputa degli storici" – quando Habermas nel 1986, un lustro prima della riunificazione, attaccò la tesi sostenuta dallo storico Ernst Nolte — considerato vicino alla destra borghese e al nuovo Cancelliere Helmut Kohl — secondo cui il Rassenmord (sterminio razziale) tedesco degli ebrei europei fosse stato in qualche modo una "reazione causale" della borghesia tedesca al Klassenmord (sterminio di classe) bolscevico durante e dopo la Rivoluzione d'Ottobre. Secondo Habermas, facendo apparire l'Olocausto come uno tra i tanti massacri statali del ventesimo secolo, Nolte e i suoi sostenitori sminuivano e banalizzavano il crimine tedesco, con l'intento di minimizzare o negare la colpevolezza duratura della Germania come nazione, al fine di spianare la strada verso una politica estera nazionalista più sicura di sé e svincolata dall'impegno verso l'integrazione europea. Se l'Olocausto non fosse stato più categoricamente diverso da ciò che altri paesi avevano fatto o stavano facendo, il senso di colpa perenne – che, presumibilmente, era servito nel dopoguerra a delegittimare qualsiasi affermazione di un "interesse nazionale" tedesco, per non parlare della leadership tedesca in Europa – sarebbe potuto svanire, e la "questione tedesca", che aveva occupato l'Europa in modo così distruttivo nella prima metà del ventesimo secolo, sarebbe tornata attuale. L'ingiunzione di Habermas contro la comparazione divenne presto parte del corpus di regole, informali e formali, che regolano il discorso politico benpensante in Germania. Dove oggi non è solo la negazione dell'Olocausto a costituire un reato, ma anche il suo "sminuimento" ( verharmlosen ), ai sensi dell'articolo 130 del Codice penale, che tratta della Volksverhetzung (incitamento all'odio pubblico, n.d.t.). Il linguaggio giuridico, emendato ripetutamente nel corso degli anni, è talmente complesso da risultare inintelligibile per i non addetti ai lavori e difficilmente comprensibile persino per i giuristi. Sostanzialmente, l'articolo 130 rende un reato penale (a) negare l'Olocausto, (b) inserirlo nella stessa categoria di altri crimini "normali", negandone così l'unicità, e (c) incitare all'odio contro qualcuno accusandolo di aver commesso un atto simile all'Olocausto. Di conseguenza, qualsiasi paragone, nella retorica politica o nella storiografia professionale — ad esempio con lo sterminio delle due città giapponesi, Hiroshima e Nagasaki, nel 1945 (per testare modelli concorrenti di bombe nucleari sviluppate dagli Stati Uniti per l'uso, originariamente, contro la Germania) o con il prolungato bombardamento al napalm dei contadini vietnamiti o ancora con il bombardamento di Amburgo ("Operazione Gomorra") nel luglio 1943 da parte della Royal Air Force sotto il comando di "Bomber Harris" — non è solo moralmente fatuo in Germania...il che potrebbe benissimo essere ma è anche punibile per legge, in quanto potrebbe ridurre l'Olocausto a un crimine contro l'umanità tra vari altri. Forse si ritiene che ciò legittimi in qualche modo una presunta e duratura inclinazione tedesca al massacro di massa razziale. Non da ultimo, può legalmente costituire un insulto verso coloro le cui azioni vengono paragonate all'Olocausto, a condizione che siano alleati tedeschi, e per giunta un insulto antisemita se la parte paragonata e quindi insultata è lo Stato di Israele. Nella normale vita intellettuale, naturalmente, la comparazione è l'unico modo attraverso il quale la natura di qualcosa, inclusa la sua unicità, possa essere stabilita empiricamente. Ciò che è vietato confrontare viene quindi assegnato a priori ad una categoria a sé stante, con n = 1, governata da leggi e principi propri, particolari e non universali, metafisica nel senso di «fuori dalla portata delle causalità e teorie fisiche e terrene», rendendo la loro applicazione un errore categoriale. Il tabù contro quella che nell'attuale gergo legale e politico tedesco viene chiamata "relativizzazione" dell'Olocausto – metterlo in relazione con qualcos'altro per comprenderlo meglio, nel senso della verstehende Soziologie (sociologia interpretativa, n.d.t.) – si applica anche all'attacco di Hamas del 7 ottobre, rendendo blasfemo correlarlo causalmente ad una preistoria che include, ad esempio, 16 anni di blocco e centinaia di vittime inermi di ciò che – nel gergo militare israeliano – viene chiamato «falciare l'erba». Lo ha dovuto scoprire Judith Butler quando, in risposta alla sua Relativierung – relativizzazione – , è stata dichiarata antisemita in Germania. Questa ingiunzione può anche essere usata per giustificare il rifiuto di applicare il diritto internazionale alla guerra di Israele contro Gaza ed i palestinesi in generale, ed è ampiamente utilizzata in Germania a tale scopo. Essendo l'Olocausto incomparabile, anche la rivendicazione israeliana del Likud sull'intera Palestina, dopotutto a conseguenza dell'Olocausto, deve essere incomparabile. Da ciò consegue che i mezzi usati da Israele per perseguirla non possono essere genocidi, perché uno Stato può essere accusato di genocidio solo se è uno Stato soggetto alle medesime regole. Israele – la redenzione dall'Olocausto – non può essere soggetto a tali regole: richiederne il rispetto equivarrebbe all'antisemitismo. Ecco perché uno storico israeliano come Omer Bartov, che ha dedicato la vita a studiare il genocidio in tutte le sue bestiali mutazioni, rischierebbe di finire sotto processo per antisemitismo e di andare in prigione in Germania se dichiarasse pubblicamente che le sue ricerche hanno dimostrato — e che afferma con orrore — che la guerra di Israele a Gaza sia effettivamente un caso di ciò che ha studiato. Un esempio di come nella mentalità tedesca l'unicità dell'Olocausto generi immunità per lo Stato di Israele – non solo dal disappunto tedesco ma anche dal diritto internazionale – è la dichiarazione pubblica intitolata Principi di Solidarietà , rilasciata da Jürgen Habermas insieme ad altri poco più di un mese dopo il 7 ottobre, con la distruzione israeliana di Gaza già ampiamente avviata. Qui Habermas parla di un «attacco di Hamas che non può essere superato in crudeltà» (« den an Grausamkeit nicht zu überbietenden Angriff der Hamas »; nella traduzione inglese a cura dello stesso Habermas questo diventa, si presume per ragioni tattiche, « Hamas’ extreme atrocity »), elevando Hamas — sebbene per via di un paragone implicito — al livello nazista, cosicché quella che definisce "la risposta di Israele" non possa essere altrettanto "cruda" quanto lo stimolo di Hamas. Successivamente Habermas dichiara la "ritorsione" come «giustificata in linea di principio», senza menzionare alcun diritto internazionale che possa porre limiti a tale ritorsione. Afferma poi apoditticamente che «nonostante tutta la preoccupazione per il destino della popolazione palestinese — preoccupazione che non traspare in alcun punto dei suoi "principi di solidarietà" — i criteri di giudizio vacillano completamente quando si attribuiscono intenzioni genocide alle azioni di Israele», poiché queste «non giustificano in alcun modo reazioni antisemite, specialmente non in Germania» (meno altrove?). Avendo così identificato l'attribuzione di intenzioni genocide come antisemita, la dichiarazione conclude «Tutti coloro che nel nostro paese hanno coltivato sentimenti e convinzioni antisemite dietro ogni sorta di pretesto e ora vedono una gradita opportunità per esprimerli senza inibizioni devono attenersi a questo». In realtà, in nessun luogo i dibattiti sulla conformità del massacro di Gaza a una qualche definizione legale di genocidio sono stati condotti con la stessa impassibile sofistica che in Germania — come se facesse tutta la differenza del mondo se un massacro di massa altamente tecnologico e profondamente asimmetrico di una popolazione indifesa con la distruzione sistematica delle sue condizioni materiali di vita fosse tecnicamente un genocidio o solo qualcosa di poco inferiore. Il semplice ragionamento abduttivo – «Se sembra un'anatra, nuota come un'anatra e starnazza come un'anatra, allora probabilmente è un'anatra» – non penetra le fortificazioni del cuore di pietra tedesco, protetto dalle emozioni da una strana combinazione di Sachlichkeit – oggettività – e codardia. Specialmente quando è in gioco la Staatsraison – ragion di Stato – tedesca, ci sarà sempre un avvocato pronto a fornire un parere esperto rassicurante, per quanto bizzarro; in Germania i legali compiacenti sono sempre stati numerosi. Un esempio è una nota studiosa di diritto internazionale, condirettrice di un ancor più noto istituto di ricerca sul diritto internazionale. Insieme ad altri, ha rappresentato la Germania davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, dove la Germania si era presentata senza esservi obbligata, per sostenere, secondo le linee habermasiane, che qualunque cosa stesse accadendo a Gaza, non era e non poteva essere un genocidio. Una delle ragioni per cui doveva essere così è stata da lei successivamente indicata in un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung scritto insieme a un collega israeliano. L'articolo sosteneva che, sebbene fosse vero che importanti ministri del governo israeliano avessero espresso pubblicamente la ferma intenzione di sterminare la popolazione di Gaza attraverso bombardamenti e fame, bisognava considerare che l'esercito israeliano, il quale dopotutto insiste nell'essere «l'esercito più etico del mondo», era noto per rifiutare ordini in violazione del diritto bellico umanitario. Per citare: «In pratica, le tattiche di guerra e le operazioni specifiche di Israele sono determinate quasi esclusivamente dall'esercito. Ci sono segnali (!) che l'esercito prenda molto seriamente il proprio obbligo di conformarsi al diritto dei conflitti armati. Inoltre, le attività dell'esercito non sono determinate esclusivamente dagli ordini dei suoi generali. Un elemento caratteristico della cultura dell'IDF è l'ampia discrezionalità concessa ai comandanti di livello inferiore e ai soldati. Un attacco alle infrastrutture civili è soggetto a una catena di approvazioni, ma de facto, la decisione finale spetta ai soldati sul campo». La guerra di Israele contro il popolo di Gaza – per Habermas solo una "popolazione" – ha lasciato e lascia dietro di sé rovine ovunque si guardi; certamente nella stessa Gaza dove si stima che solo la rimozione delle macerie richiederà un decennio o più, ma anche in Israele, i cui cittadini hanno già iniziato a lasciare il paese in massa. Lo stesso vale per gli Stati che continuano ad aiutare Israele a compiere e legittimare il genocidio a Gaza, paesi dove un senso di integrità pubblica e moralità politica dovrebbe essere urgentemente ripristinato finché sia ancora possibile. E per le istituzioni del diritto internazionale, che saranno così disperatamente necessarie mentre il mondo lotta per un nuovo ordine multipolare. Molti altri libri saranno e dovranno essere scritti sul "mondo dopo Gaza". Ma qualunque sia l'aspetto di quel mondo quando forse si materializzerà, Gaza ne farà sempre parte, come le colonie e l'economia schiavista dell'Età dell'Illuminismo, come Auschwitz e Varsavia, come Hiroshima e Nagasaki, come il Vietnam e tutti quegli altri luoghi di omicidio di massa su vasta scala che così spesso ci fanno disperare di noi stessi. Riferimenti (a cura dell’autore) I. Ahmad, Habermas as an ethnic thinker par excellence: On critique, Palestine and the role of intellectuals , «Teaching in Higher Education», vol. 30, 2025, pp. 1343-1362; A. Andersen - J. Feest et al., Apartheid in Israel – Tabu in Deutschland? , ISP, Colonia 2024; O. Bartov, Wir haben nichts gewusst: Leugnung eines Genozids , «Berlin Review», Reader 5, inverno 2026, pp. 49-70; D. Della Porta, Moral panic and repression: The contentious politics of anti-semitism in Germany , «PArtecipazione e COnflitto», vol. 17, n. 2, 2024, pp. 276-349; — The contentious politics of antisemitism: Stigmatizing, disciplining and policing protests in solidarity with Palestine , «Verso», Londra2025a; — What’s Wrong with the German Left? , «Catalyst», vol. 9, nn. 2-3, 2025b, pp. 148-174; H. Friese, Institutionalized anti-anti-Semitism in Germany and its aporias , «European Journal of Social Theory», vol. 28, n. 1, pp. 6-34, 2024; A. C. Gómez-Ugarte - C. Irena, Chen et al., Accounting for uncertainty in conflict mortality estimation: an application to the Gaza War in 2023-2024 , «Population Health Metrics», vol. 23, n. 55, 2025; J. Knowlton – C. Truett (ed.), Forever in the Shadow of Hitler? Original Documents of the Historikerstreit, the Controversy Concerning the Singularity of the Holocaust, Atlantic Highlands , «Humanities Press International», 1993; H. Kundnani, Hyper-Zionism: Germany, the Nazi Past and Israel , «Verso», Londra 2025; B. Rübner Hansen, The New German Chauvinism – Part I , « LeftEast » , 2024a; — The New German Chauvinism – Part II , « LeftEast » , 2024b; S. Saffari – A. Shabani, Palestine, and the Colonial Unconscious of German Critical Theory , «Middle East Critique», 2025; W. Streeck, Anti-Constitutional. Review of Verfassungsschutz: Wie der Geheimdienst Politik macht, by Ronen Steinke , «London Review of Books», vol. 46, n. 16, 15 agosto 2024. Consigli di lettura F. Albanese, A/HRC/59/23: “From economy of occupation to economy of genocide” – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 , in ohchr.org , 2 luglio 2025 (accesso il 20/11/2025); — A/80/492: "Gaza Genocide: a collective crime" – Report of the Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967 in ohchr.org , 20 ottobre 2025 (accesso il 20/11/2025); C. Mokhiber, Le Nazioni Unite abbracciano il colonialismo. Analisi del mandato del Consiglio di sicurezza per la gestione coloniale di Gaza targata USA , «Ahida», 11 dicembre 2025; — Ushering in the age of impunity: Venezuela, Palestine, and the end of international law, «Mondoweiss», 7 gennaio 2026 (accesso il 04/03/2026). Questo testo è stato pubblicato sull'« European Journal of Social Theory » ed è riprodotto qui con il consenso espresso dell'autore. Wolfgang Streeck (Lengerich, 27 ottobre 1946) è un sociologo ed economista tedesco, direttore emerito dell'Istituto Max Planck per lo studio delle società di Colonia. Figlio di rifugiati dell'Europa orientale, si è formato in sociologia all'Università Goethe di Francoforte (scuola di Francoforte) e alla Columbia University (1972–1974). Ha insegnato all'Università di Münster e all'Università del Wisconsin–Madison; nel 1995 è diventato direttore dell'Istituto Max Planck e professore all'Università di Colonia, ruolo dal quale è andato in pensione nel 2014. La sua ricerca si concentra sull'economia politica del capitalismo — in particolare sulle varietà del capitalismo, le politiche di austerità, lo «stato del debito» e il futuro dell'Unione Europea —.
- il secondo senso
Forze di Riproduzione. Recensione dell’edizione italiana del libro di Stefania Barca Peter Ciccariello La recensione analizza il libro Forze di Riproduzione. Per una ecologia politica femminista di Stefania Barca , che propone una critica alla narrazione dominante dell’Antropocene. L’autrice sostiene che la crisi ecologica non sia responsabilità indistinta dell’umanità, ma il risultato storico di capitalismo, patriarcato, razzismo e sfruttamento della natura. Barca introduce il concetto di forze di riproduzione, cioè l’insieme di attività di cura, sussistenza e rigenerazione della vita – umane e non umane – rese invisibili dalla logica produttivista. Attraverso una prospettiva ecofemminista materialista, il libro mette in luce il ruolo di genere, classe, razza e specie nella divisione del lavoro e nelle ingiustizie ecologiche. L’opera propone infine di valorizzare queste pratiche di cura come base per una trasformazione politica ed ecologica della società. Nella cassa di risonanza del mondo vibra una pesante corda, carica di orizzonti mortiferi. E non si tratta della morte che tocca a ogni vivente, umano incluso, per imprescindibile dovere ciclico del compiersi della natura di tutte le cose. Si tratta di una vibrazione meno generale e decisamente meno armonica, dal carattere meno deterministico, che ha proprio a che fare con il qui e ora, e la storia di come ci siamo arrivati. E nonostante l’era del disastro ecologico funzioni come una livella, che prima o poi, indirettamente o direttamente, colpisce tutti gli abitanti del pianeta, questa non distribuisce equamente il suo effetto e non colpisce tutti allo stesso modo. Perché il groviglio di crisi che ci ammatassa oggi non è figlio di un inevitabile destino, di fronte al quale attendere passivamente, ma piuttosto ci racconta una storia piena di responsabilità, debiti, cause e concause, ingiustizie ma soprattutto di soggetti umani e non umani, di un racconto monolitico della Storia da un lato e delle tante storie degli invisibili che lo mettono in discussione dall’altro. Ed è proprio a partire da qui che Stefania Barca ci aiuta a mettere ordine, con l’ultima edizione italiana di un libro che ha già avuto una eco fondamentale per il pensiero femminista ed ecologico contemporaneo, nella sua versione in inglese del 2020, Forces of Reproduction 1 . In questa versione del 2024, completamente rivista e ampliata, pubblicata da Edizioni Ambiente con il titolo Forze di Riproduzione. Per una ecologia politica femminista, l’autrice interviene definendo i contorni del disastro cosiddetto Antropocene. E spiega perché non ci sarà avanzamento geologico, sociale né tantomeno politico, se questa Antropocene non viene smembrata e analizzata al cuore, dove risiedono le cause storiche della sua attuale forma deteriorante. E al cuore, ascoltando in profondità, non si può spiegare l’origine di questo mutamento epocale senza spiegare l’origine delle disuguaglianze che ne portano il nome e il cognome, dunque del patriarcato, del razzismo e del disprezzo per la natura, concepita come mero paniere di risorse per l’accumulazione infinita di denaro e potere. «Disfare la narrazione dell’Antropocene costituisce la base di un progetto di giustizia narrativa, e cioè del raccontare storie dell’abitare umano sulla Terra diverse dalle storie del padrone. Abbiamo bisogno di giustizia narrativa per rendere visibili le vite sacrificate». Il lavoro promosso da Barca per scavare al cuore del mostro e riemergere, ha il merito impagabile di aver portato alla luce, in questo movimento esplorativo, tutti quei soggetti oscurati dalla storia che però ne hanno permesso il suo dispiegarsi, così come il prosperare dell’umano nell’ambiente attraverso la sostenibilità del proprio lavoro invisibile e delle proprie attività sommerse. Questo universo di attività umane e non umane è qui definito riproduttivo, in quanto fuori dalla cornice produttiva in senso capitalistico, dunque senza valore calcolabile o visibile dal punto di vista neoliberista. Le persone che nella storia hanno svolto tali opere, vengono definite da Barca come le Forze di Riproduzione. «Il mio modo d’intendere la giustizia narrativa è coerente con l’invito di altri studiosi di scienze umane dell’ambiente a pensare il concetto di Antropocene attraverso “l’osceno”, a partire, cioè, dai soggetti rimossi dalla rappresentazione ufficiale, e tuttavia capaci di ripoliticizzarla sia con la lotta sia con pratiche di vita alternative». Similmente ai soggetti umani, fanno parte di queste Forze anche i cicli naturali il cui potere rigenerativo permette il prosperare della vita. E ancora, il rapporto, ovvero il lavoro metabolico, compiuto da questi entrando in relazione, descrive ancora meglio le Forze di riproduzione come le intende Barca. «Seguendo Plumwood 2 , la mia definizione di essere interspecie non nega o annulla la differenza, ma la ridefinisce in una relazione dialettica non gerarchica, realizzata attraverso un processo lavorativo e politico più-che-umano; questa formulazione prova cioè a dare conto della co-costituzione e interdipendenza degli esseri umani (come individui, come collettività e come specie) con altre forme di vita». Questi «osceni» fantasmi sono quelli che Ariel Salleh 3 definisce classe meta-industriale e quelle cha Stefania Barca definisce appunto Forze di Riproduzione, di cui l’autrice parla nel dettaglio nell’introduzione e nella prima sezione del libro. Ma chi sono? Cosa fanno? Perché sono invisibili? Quello che l’autrice definisce, riadattando il concetto di Mark Fisher 4 , «realismo eco-capitalista dell’Antropocene», non permette di vederli. Ma sono tutti coloro che prendendosi cura dell’altro (nella famiglia, nella comunità, nel territorio, nella società, nel collettivo) ne garantiscono il perdurare in vita. Questo insieme di attività indispensabili vanno dal cucinare, al coltivare, allo svolgere lavoro cosiddetto casalingo, al prendersi la responsabilità intergenerazionale della trasmissione dei saperi e comunitaria dei legami interni a un gruppo per la sua sopravvivenza. Non potrebbe esistere lavoro produttivo senza questo lavoro spesso sottopagato, svolto da migranti e da chi sta più in basso nella catena globale della cura o non riconosciuto affatto come lavoro, perché cassato come naturale ruolo di qualcuno o della natura stessa. Ed è proprio il brutto vizio di categorizzare qualcosa o qualcuno come «naturale» che ne ha giustificato per lunghi secoli lo sfruttamento e l’estrazione di valore gratuito e ingiustificato. Questa postura inclinata verso il punto di vista della classe fantasmica degli osceni è definita dall’autrice ecofemminismo materialista. «Parlare di lavoro riproduttivo e del suo potenziale ecologico non è più essenzialista che parlare del lavoro industriale e del suo potenziale rivoluzionario: piuttosto, significa riconoscere le condizioni storicamente determinate in cui si trova la maggior parte delle donne all’interno della divisione globale del lavoro, comprendere i modi specifici in cui lavoro e genere sono stati combinati nella modernità capitalista, e rifiutare l’idea, profondamente radicata, per cui il lavoro domestico e quello di sussistenza siano passivi e improduttivi. L’ecofemminismo materialista, inoltre, riconosce che il lavoro di sussistenza è realizzato soprattutto dalle donne per ragioni storiche e sociali, non biologiche, e che gli uomini in comunità indigene e contadine, o anche urbane, sono coinvolti in vario modo nello svolgimento del lavoro riproduttivo, di cura e di sussistenza». Tutta la seconda parte del libro, «Disfare l’Antropocene», è dedicata a fare a pezzi e ricostruire la narrativa fomentata dall’Antropocene, tale per cui la responsabilità del cosiddetto climate change , sarebbe da considerarsi equamente spalmata sull’Uomo tutto come specie, omogeneo portatore della colpa modernista di aver ignorato i limiti biofisici del pianeta che abita a causa della smania di crescita esponenziale del proprio capitale e della spinta industriale che ha sostenuto questa smania. E invece no, ci dice l’autrice. C’è una precisa divisione del lavoro, un’organizzazione sociale e una cultura dell’odio di cui hanno beneficiato alcuni in maniera esorbitante mangiando sulle spalle di tantissimi altri che hanno dovuto imparare a vivere creativamente degli scarti della modernità che gli erano stati lasciati, spesso tossici e malsani. Quindi nelle quattro sezioni «Razza/colonialità, Sesso/genere, Classe e Specie», Barca ci illustra nel dettaglio tutti i falsi storici del determinismo dell’Antropocene e ne ripercorre l’origine e la storia accompagnandosi lungo il percorso ad autori (ma soprattutto autrici) che ne hanno sbugiardato la retorica sporca di sangue. E contrapponendovi gli esempi di chi invece ha rappresentato con i propri sforzi le possibilità dell’invisibile, il suo latente potere, quello specifico di chi può realmente essere contro-egemonico in quanto sputato fuori dalla macchina onnivora del valore capitalistico, e dunque, in quanto messo ai margini, anche capace di pensare e agire al di fuori di quella logica o direttamente contro di essa. Nella sezione che riguarda la classe, ovvero come «“vivere con il problema” della contraddizione tra produzione e riproduzione è ciò che caratterizza la quotidianità delle comunità operaie», Barca regala un racconto di questa contraddizione produttivo-improduttivo narrato direttamente attraverso le parole degli operai e delle loro poesie, utilizzando un metodo di eco-critica, meta-letterario, che funziona come un vero strumento interdisciplinare applicato all’esperienza diretta dello sviluppo delle ecologie operaie. Alla fine del libro, altri quattro scritti dell’autrice - Raccontare la storia giusta. Violenza ambientale e narrazioni liberatorie; La dimensione politica della storia ambientale; Crisi ecologica, coronavirus e cura; Perché abbiamo bisogno di una rivoluzione ecologica, e come possiamo realizzarla - impreziosiscono l’opera restituendo un approfondimento sull’applicazione concreta di quanto detto nel libro, in contesti contemporanei. Di particolare interesse risulta, soprattutto a distanza di qualche anno, la riflessione contenuta nell’Epilogo e in «Crisi ecologica, coronavirus e cura», che mette in luce chiaramente quanto in situazioni di crisi, come quella pandemica così come in contesti di guerra, l’erosione dei diritti minimi di cura, chi li esercita e chi li garantisce, denuda il re, facendo esplodere una bolla che a catena ha effetti su tutta la società e sulla biosfera. Perché tali importantissime attività riproduttive e rigenerative e chi le compie, sono il tessuto connettivo della civiltà ma anche il primo bersaglio di quando il desiderio latente e libidinoso di morte di alcuni riduce l’empatia collettiva ai minimi termini. «L’obiettivo finale è l’abolizione dell’eteropatriarcato e quindi la liberazione dai ruoli di genere, in particolare quelli dell’uomo produttore di valore che distrugge la natura e della donna generatrice di vita che difende la natura. Le ecofemministe ritengono che questo processo di liberazione sia necessario per combattere la divisione razziale e coloniale del lavoro, le diseguaglianze di classe e lo specismo, cioè gli altri strumenti attraverso cui il capitale svaluta il lavoro, anteponendo il profitto alla difesa della vita. La colonialità, il genere, la classe e la specie sono tutti elementi fondamentali dell’Antropocene e le lotte per disfare ognuno di essi si intersecano e non possono essere separate. Insieme, costituiscono l’essenza del “cambio di sistema” rivendicato dai movimenti per la giustizia climatica». 1 La prima edizione in inglese: S. Barca, Forces of Reproduction: Notes for a Counter-Hegemonic Anthropocene , Cambridge University Press, Cambridge, 2020. L’edizione italiana qui recensita: S. Barca, Forzedi riproduzione Per una ecologia politica femminista, Edizioni Ambiente, Milano, 2024. 2 V. Plumwood, Feminism and the mastery of nature , Routledge, Londra, 1993. 3 A. Salleh, Ecofeminism as politics: nature, Marx and the postmodern , Zed Books, Londra, 1997. 4 M. Fisher, Realismo capitalista , Nero Editions, Roma, 2018.
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Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: TAM e Rivoluzione Multispecie e Ricchi e Poveri TAM e Rivoluzione Multispecie In questo capitolo, il Boomernauta si abbandona a qualche considerazione filosofica per spiegare il funzionamento delle TAM e per ipotizzare che il loro utilizzo potrebbe rivoluzionare le relazioni tra umani e Gaia. Forse non ha tutti i torti, nonostante l’opposizione della Governance, le TAM si rivelano un dispositivo sconvolgente che cambia le prospettive della vita. Esso sembra confermare certe teorie ispirate alla fisica quantistica che contrastavano con il trionfante individualismo esaltato dalla Governance. Da qui a creare una nuova utopia o addirittura una rivoluzione multispecie c’era di mezzo un gran passo incompiuto. In una specie di limbo fra realtà e incubo a molti umani sembra di vedere segni crescenti di una resistenza (o ribellione?) dei nonumani, il mondo vegetale incluso. Trovare forme di organizzazione che tenessero conto dei nonumani non era una strada facile da percorrere e inoltre c’era un problema ancora più urgente da risolvere. L’espandersi del virus nekomemetico non faceva che amplificare il consenso o l’indifferenza quasi generalizzata verso l’esercizio di vita e morte nei confronti degli altri esseri viventi di Gaia. Anche questa era una presunzione se si consideravano entità come protozoi, metazoi, batteri o virus di cui a lungo si era ignorata l’esistenza. Non si poteva dire che fossero sotto controllo, anzi… Ad ogni modo gli stermini operati dagli umani erano nello stesso tempo causa ed effetto della pandemia nekomemetica. Ora che le TAM avevano aperto i canali di scambi affettivi/emozionali, i terribili danni arrecati da millenni al mondo nonumano e alla biosfera apparvero sotto una nuova luce in tutta la loro tragica dimensione. Nelle TAM non c’era un’uniformità di relazioni perché ovviamente questo dipendeva dalle situazioni e dai partecipanti agli scambi. Ma in generale nelle specie che già potevano accedere alle intra-azioni (le interfacce furono sviluppate progressivamente, come vedremo in seguito) prevaleva una grande mancanza di fiducia e circospezione per tutto quello che riguardava gli umani. Nonostante l’effetto sorprendente del fascio di media multispecie che li coinvolgeva così intimamente, molti nonumani erano ancora diffidenti. In alcuni casi, l’interlocutore (e forse anche la sua specie) non poteva essere percepito visualmente, il che rendeva la situazione ancora più tesa. Allora le reazioni potevano essere diverse: un’aggressività fonte di stress o la chiusura e la fuga di fronte a quello che spesso era percepito come un fattore di disturbo o addirittura un inganno. C’erano situazioni in cui questi flussi negativi erano emessi in modo indifferenziato: tutti gli umani li subivano, indipendentemente dal comportamento o dalle attitudini emotive. In altre circostanze certi nonumani, forse perché possedevano un intuito più intenso o per altre ragioni sconosciute, sapevano scegliere le persone a cui dare fiducia. In certi casi si stabilivano relazioni emozionali che potevano sembrare ingenue o superficiali, ma che in realtà avrebbero potuto costituire l’humus per riprendere a raccontarsi storie come nel passato. In quel tempo i paradossi del mondo quantistico avevano pervaso la percezione della realtà e diventavano dominanti. Nuove ipotesi sull’essere e la conoscenza erano emerse: la natura stessa dell’esistenza non era più considerata, come nel Neolib, un fatto individuale, nel senso che nessuna entità poteva sussistere in modo a sé stante, ma solo in una trama intra-relazionale. La Gov Q aveva cercato di sfruttare tutte queste nuove ipotesi a proprio favore, non solo per autonominarsi, ma anche per costruire le modalità di simulazione e controllo comportamentale individuale e collettivo. Nella Sfera Autonoma e nei movimenti emergenti, in cui militavano attivisti che lavoravano in centri di ricerca e università, si era intravista una possibilità opposta. Le TAM creavano un metaverso in cui gli agenti, umani e nonumani, non sussistevano di per sé come elementi individuali pre-esistenti, ma prendevano forma solo nella dinamica dell’intra-azione. E questa era una condizione che avrebbe potuto reintegrare gli umani in Gaia. Anche se nessuno sapeva spiegare come e perché, le TAM erano l’ambiente dove si acquisiva, almeno da parte umana, una consapevolezza intima di essere distinti dall’altro solo nell’intrecciarsi delle relazioni reciproche e non come entità individuali a sé stanti; una prova empirica contro l’individualismo egoistico, fondamento dell’era capitalista. Insomma emergeva una corrente che travolgeva le basi ontologiche stesse dell’individualismo che aveva imperato per secoli. Ma non era troppo tardi? Nell’ambito delle TAM gli umani potevano forse riacquisire quella consapevolezza che i nonumani avevano sempre mantenuto. E cioè che l’emergere dell’essere negli scambi affettivi ed emozionali era qualcosa di sfuggente e dinamico che, contrariamente alle credenze umane, non permetteva all’essere di incarnarsi definitivamente e di diventare superiore. Una realtà in continua evoluzione che non si poteva misurare dall’esterno, incompatibile con l’ossessione di calcolare tutto imposta dal mercato . Le TAM mostravano che materia, significato e spaziotempo fanno nascere e riconfigurano le intra-azioni confermando in un certo qual modo l’affermazione del relativo. I dualismi occidentali di spirito-materia, natura-cultura, innato-acquisito continuano a disfarsi e diventa così impossibile differenziare in senso assoluto anche creazione e rinnovamento, inizio e fine, continuità e discontinuità, qui e là, passato e futuro 1 . [Qui chiedo al Boomernauta come si manifestavano in pratica nelle TAM questi affetti, emozioni, ma anche l’insieme di percezioni e sensazioni, interrompendolo nelle sue elucubrazioni che mi sembravano scivolare verso un’astrazione filosofica… E così continua il racconto:] Le TAM coinvolgevano attivamente ogni partecipante, che consapevolmente si collegava alla bio-rete utilizzando una vasta gamma di meccanismi che utilizzavano le onde elettromagnetiche, termiche, acustiche e altre radiazioni al fine di attivare processi nervosi e somatici. L’obiettivo era generare sensazioni intense e predisposizioni mentali e fisiche più potenti dell’empatia. Ovviamente un osservatore esterno non avrebbe potuto percepire che un pallido riflesso di quanto provato dal soggetto. Questo era testimoniato dal lato umano, ma presumo che fosse vero anche per i nonumani, al netto delle differenze somatiche anche enormi. Quando si parla del livello di coscienza dei partecipanti alle TAM, bisogna considerare che ci fosse una grande varietà in tutto ciò che si è osservato. Ci poteva essere una soglia iniziale da superare per aprire i canali con una procedura assistita da un device o all’opposto con un breve incatenamento di gesti e posture, che sembravano richiamare i principi dei mudra e degli asana dello yoga. Un’ampia gamma di stati diversi di vigilanza e consapevolezza che potevano in seguito prodursi in funzione dei partecipanti e delle circostanze. Salvo casi molto particolari entrambe le componenti della coscienza restavano presenti, non c’erano cambi repentini di realtà e non erano necessari sonde, innesti o implant corporei per innescare questi processi 2 . In certe occasioni si potevano sperimentare momenti o periodi di immersività nelle TAM, tuttavia al termine di queste esperienze il ritorno alla realtà circostante avveniva in modo graduale e senza causare traumi o scosse. Man mano che le connessioni diventavano più frequenti e profonde, sembrava che la presenza della carica virale nekomemetica diminuisse, insieme all’indice di contagiosità. Inoltre, c’era chi sosteneva di avvertire una sorta di nuova identità emergere dalle intense interazioni emotive della bio-rete, come se i muri dell’individualismo neoliberale, consolidati nel corso di diverse generazioni neolib, stessero crollando. Da questi interrogativi, dubbi e turbamenti si cominciò a credere che nelle TAM ci fosse una chiave per uscire dall’impasse in cui le classi subordinate si sentivano intrappolate. Non si sarebbero forse potute creare modalità di coordinamento con i nonumani anche a rischio di dover rinunciare al dominio finora esercitato su questi ultimi? In un primo tempo il principale teatro di scontro sarebbe stato quello del combattimento dei flussi nekomemetici. I nonumani avrebbero indotto negli umani la capacità di non lasciarsi contagiare e di produrre controflussi. In un secondo momento si sarebbe arrivati al nocciolo, alle questioni di potere e di sopravvivenza, e allora sarebbero stati inevitabili i conflitti e le lotte materiali. Si prospettavano momenti durissimi da passare in mezzo alle già grandi difficoltà quotidiane. Anche se non erano chiari tutti i passaggi del cammino, una sorta di rivoluzione multispecie, se così possiamo chiamarla, avrebbe potuto esser l’unica via d’uscita da una situazione apparentemente senza speranza per le classi umane subalterne e in fondo per l’umanità intera. In alcune occasioni sembrava che Gaia volesse dare una mano: spegnendo gli incendi di intere regioni con piogge provvidenziali o allentando la morsa delle ondate di caldo mortifero nelle fasce tropicali. Ma forse erano solo variazioni temporanee che mascheravano la gravità di una setticemia troppo avanzata per guarire spontaneamente anche se la pandemia nekomemetica degli umani che l’aveva generata si fosse esaurita. Anche se gli umani si fossero avviati verso una convalescenza collettiva, restava la grande incognita del loro comportamento, specialmente davanti al rischio di una perdita di controllo e di potere nei confronti dei nonumani, o riguardo a una possibile ricaduta. Durante la scoperta del virus nekomemetico e della setticemia di Gaia, segnali di insofferenza e indisciplina erano emersi da alcuni nonumani, inclusi quelli di origine vegetale. Questi timori, considerati irrazionali dalle sfere della Gov, erano alimentati da una moltitudine di notizie che si moltiplicavano, ma era difficile capire quante fossero reali. In seguito la situazione parve ancora peggiorare con le grandi migrazioni e l’abbandono di consistenti territori a causa della setticemia che avanzava. Si favoleggiava di fughe in massa nei grandi allevamenti del Sudamerica, come quelli del Gran Chaco che avevano preso il posto di estese foreste distrutte dagli umani. Ma nessuno sapeva con certezza se i bovini destinati al macello fossero scappati o se fossero stati liberati da eco-warrior. In seguito pare che molti fossero morti in quanto incapaci di sopravvivere in un territorio devastato. Si diffondevano sui social molte testimonianze riguardo alla presenza di animali selvatici o randagi nelle città, alla ricerca di cibo. Si parlava di volpi, cinghiali, coyote, scoiattoli, scimmie, procioni e persino orsi e coccodrilli. In India le scimmie di Delhi si rivoltavano annualmente attaccando i residenti locali, saccheggiando le case e rubando cibo in negozi e mercati. Moltitudini di volatili trovavano rifugio nelle edgelands , le zone marginali delle città costituite da impianti industriali dismessi, case svuotate, capannoni invasi dalla vegetazione che prendeva possesso delle ferraglie arrugginite e dei tetti sfondati, e le loro vocalizzazioni riecheggiavano in lontananza. E poi giravano rumori mai verificati che in altre situazioni stormi, branchi e altri raggruppamenti di nonumani si facessero minacciosi, come nel film cult di Hitchcock 3 . Ci fu un attacco da parte di gabbiani in Cornovaglia che fece sorridere perché prese di mira rider e postini, poi pare che questo divenne un po’ più frequente in certe città costiere. A Tokyo i falchi che avevano colonizzato i grattacieli della metropoli, piombavano dal cielo come saette per accaparrarsi l’ennesima preda e poi ci furono casi di corvi, cornacchie e altri volatili che talvolta mostravano segni di aggressività. Non c’erano più i riflessi umani di una volta e nessuno, neanche nella Gov Q, propose di dar loro la caccia. Anche nei mari qualcosa stava cambiando. In passato, alcune specie, tra cui le orche, erano note per il loro comportamento aggressivo nei confronti degli esseri umani. Tuttavia, negli ultimi tempi, sembrava che anche altre specie stessero reagendo in modo negativo all’uso delle loro abilità per soddisfare le esigenze umane. Ad esempio, i delfini, le balene e i leoni marini, che erano stati addestrati per utilizzare la loro capacità di ecolocalizzazione in mare per individuare oggetti o persone sommersi, sembrano ora rifiutarsi di collaborare 4 . Perfino nel mondo dello slime 5 , simbolo di repulsione e fascino per gli umani, il viscidume 6 sembrava intervenire e opporre resistenze. Le meduse, approfittando del riscaldamento di mari e oceani, bloccavano il pompaggio e la circolazione dell’acqua di raffreddamento nelle centrali nucleari. Non parliamo poi degli insetti, benché molte specie fossero state decimate, altre imperversavano a ondate successive in zone sempre più vaste senza risparmiare le città. Nel mondo vegetale le piante sviluppavano diverse strategie per proteggersi contro l’imperversare della pandemia nekomemetica. Certe erbe considerate invasive, come l’Amaranto di Palmer, l’Erba Amara o il Loglio Rigido prosperavano nelle piantagioni industriali di soia, cotone, colza, barbabietola OGM, irrorati di glifosato. Come i batteri con gli antibiotici queste piante erano resistenti ai pesticidi, diventando in certe regioni un vero flagello per le multinazionali latifondiste della sfera Ecofin . L’insieme di questi fenomeni restava limitato ed erano più che altro avvisaglie ansiogene. Questi timori erano situati in una sorta di limbo tra realtà e illusione distopica. Ciononostante c’era qualcosa in essi che richiamava alla mente le descrizioni della fine dell’epidemia di peste nera in Europa. In quel periodo, la popolazione si era ridotta così drasticamente che la natura selvaggia aveva ripreso il controllo su molti territori. Dal punto di vista demografico si era lontani da tale situazione, la popolazione umana dopo aver toccato un picco nella seconda metà del XXI secolo stava diminuendo. Nonostante i timori evocati, non si stava parlando di un’immane strage che alcuni movimenti dell’ecologia profonda prevedevano e sembravano quasi auspicare. Tuttavia, alcuni di questi movimenti, caratterizzati da una profonda avversione per la tecnologia, avevano assunto una dimensione quasi settaria. Ad esempio, una di queste organizzazioni era diventata una sorta di fazione di tecnofobi estremi, facilmente riconoscibili dalla cupoletta rossa che indossavano sempre durante le loro riunioni. Comunque non era chiaro se questi fenomeni di resistenza, ribellione o aggressività dei vegetali fossero reali avvisaglie nonumane di fronte a un’imminente apocalisse generata dalla setticemia di Gaia o piuttosto il prodotto immaginario dell’ansia e della paura in cui molte comunità umane vivevano. Note: Il Boomernauta qui slitta verso il filosofico anche se la sua è solo un’esposizione del dibattito che si era sviluppato con le TAM. Io lo interrompo, come si vede in seguito, per chiedergli quale sia la matrice filosofica che ispirava questa visione delle TAM. Come avevo intuito dal suo uso del concetto di intra-azione si convalida l’influenza di Karen Barad nell’epoca della Gov Q e delle TAM. Le sue considerazioni qui, come lui stesso mi ha confermato, sono derivate dall’opera centrale di Barad, Meeting the universe halfway ( Op. Cit. ), di cui mi aveva parlato in precedenza. Cfr. anche: https://smartnightreadingroom.files.wordpress.com/2013/05/meeting-the-universe-halfway.pdf . Presumo che il Boomernauta facesse riferimento al sequel Matrix o film consimili. Gli uccelli, 1963. Credevo che il Boomernauta esagerasse un po’ ma quanto racconta sul futuro sembra verosimile visto che già nella guerra russo-ucraina delfini militari difendevano il porto di Sebastopoli. https://www.theguardian .com/ world/2022/apr/27/russia-black-sea-military-dolphins-crimea . Lo slime è qui inteso come melma creatrice. «Dalle prime creature medusoidi e lamellate che vagavano sul fondo marino, non proprio vegetali, non del tutto animali, duecento milioni di anni fa, alla variegata famiglia dei Gelata, i cui appartenenti (come le meduse) usano il muco o gel per spostarsi nell’acqua e cacciare, alle tecniche di caccia di animali e piante terrestri (si vedano le carnivore), che funzionano grazie a sostanze vischiose, lo slime, trova sempre il suo ruolo nella sopravvivenza.» https://www.indiscret o.org/ tra-ripugnanza-e-fascino-la-melma-come-simbolo-universale/. Penso che il Boomernauta abbia usato, senza nessuna accezione dispregiativa, questo termine ispirandosi a una letteratura antispecista che cercava di mettere in risalto la libertà di avvicinarsi a una natura aliena : «Questi testi fanno emergere l’umido viscidume del vivente (i rettili, i mostri partoriti dalla nostra testa, gli insetti, le zanne ricoperte di bava, le squame rilucenti, una fitta moltitudine di genitali ectopici…) per consegnarci a una natura radicalmente aliena, ma a cui partecipiamo con passione e senza scarto, soprattutto nella gioia incontenibile che percepisce il senso di una libertà condivisa […]». M. Filippi, E. Monacelli (a cura di), Divenire invertebrato, Ombre corte, Verona 2020. Ricchi e Poveri Il Boomernauta torna ad affrontare questioni politiche per spiegare come la mancanza di fiducia degli esseri umani in sé stessi, causata da secoli d’ideologia capitalista, avesse contribuito ad aggravare la pandemia. Se la Gov Neolib all’inizio del secolo si era accontentata dei blabla di fronte ai processi degenerativi della biosfera, la Gov Q non poteva certo permetterselo e aveva sostenuto e promosso l’emergere di un nuovo e grande mercato della produzione e consumo “green”. La diminuzione del ricorso alle energie fossili, sempre presenti e strategiche, era stato annullato dalla persistenza del nucleare e da altre scelte nefaste per l’ambiente. Allora la Gov Q, sfruttando la sua superiorità nella potenza di calcolo quantistico, aveva prodotto false simulazioni per negare l’esistenza della pandemia nekomemetica come causa del “problema ecologico”. D’altro lato, grazie alle TAM, certi nonumani riuscivano a rilevare l’aumento della carica virale nell’umanità scoprendo che, in una contaminazione quasi generale, essa presenta tassi folli nei pochissimi dalle immense ricchezze, mentre sono le masse dei subordinati e dei razzializzati più poveri che ne subiscono le peggiori conseguenze… Come ho raccontato in precedenza riguardo al ritorno dell’ur-fascismo, in alcune regioni una parte significativa delle classi subalterne si è lasciata coinvolgere in questa trappola ideologica. Anche se il morbo nekomemetico era sempre circolato e aveva contagiato a destra e a manca, indipendentemente dall’eventuale posizionamento politico del suo vettore umano, è quasi certo che gli ambienti sotto influenza dell’ur-fascismo fossero i suoi preferiti 1 .Il diffondersi del morbo era anche favorito dalla sfiducia nel futuro che, sin dal Neolib, aumentava di generazione in generazione. Contribuivano a questo altri fattori legati a un senso d’impotenza, per non dire straniamento e diserzione, dei più giovani davanti all’avanzare della setticemia di Gaia. Per limitare le esplosioni sociali nei paesi tradizionalmente più ricchi la Gov Q centellinava i residui di welfare distribuiti sotto varie forme, come un miserevole basic income. Come ti dicevo, i meno istruiti e i più frustrati e marginalizzati delle classi subalterne vittime della seduzione maligna dell’ur-fascismo, spesso arrivavano facilmente ad agire contro i propri interessi prendendosela con i migranti e talvolta finendo come carne da macello nelle guerre dei PoSt/ati. Essendo facili vittime di contagi nekomemetici contribuivano per il loro numero alla setticemia di Gaia, mentre negli umani sensibili alle TAM si profilava da lontano la visione di una potenziale ribellione multispecie capace di opporsi alla crescita senza fine del caos generato dall’infezione di Gaia. I primi decenni del secolo XXI erano stati costellati da incontri al vertice per far credere di contrastare il processo distruttore. Summit che invece avevano il compito di imbrogliare le carte senza modificare l’essenza dello statu quo. In seguito, sebbene la sua grande priorità fosse la Grande Fuga , la Gov Q non avrebbe potuto permettersi di continuare eternamente la truffaldina manipolazione mediatico-politica sulla condizione di Gaia. I crescenti flussi di migrazione provocati dalle guerre e i territori divenuti inabitabili da un lato e la rivelazione del morbo nekomemetico dall’altro rendevano ormai impossibile tale atteggiamento. La Gov Q aveva, come nel passato, giocato la carta di una metatecnica capace di risolvere ogni problema e della produzione per il nuovo grande mercato green. Anche la Cina e il PCC, dopo essersi un po’ ripresi dalla botta del Progetto Primavera , aderivano a questa pianificazione della dernière chance . Ma tutti i vantaggi potenziali ottenuti con il parziale abbandono delle energie fossili erano controbilanciati da fattori e scelte nefaste. Anche se da qualche decennio i paesi ricchi del Nord avevano potuto permettersi di produrre energia poco inquinante con le tecniche più recenti di fusione nucleare a confinamento magnetico, la permanenza del nucleare tradizionale era stata pagata con il moltiplicarsi degli incidenti e dalla presenza diffusa dei bubboni infetti di centrali abbandonate e non smantellate. Scelte come l’elettrificazione dei trasporti individuali avevano inoltre perpetuato e rinforzato l’estrattivismo. E poi le ricerche sulla fusione nucleare avevano avuto come rovescio della medaglia la messa a punto di micro testate nucleari a fusione che sarebbero state largamente utilizzate dalla WorldForce come armi tattiche. Grazie alla sua potenza di calcolo quantistica la Gov Q riusciva anche a creare simulazioni di prospettive meno catastrofiche. In qualche caso aveva lanciato gigantesche azioni di propaganda riuscendo a rallentare la crescita delle temperature in vaste zone. Aveva utilizzato sotterfugi tecnologici inverosimili e fatto ricorso a giganteschi progetti di geoingegneria, spesso contestati, che sarebbero stati pagati con peggioramenti ben più gravi altrove. Si trattava evidentemente di accessi violentissimi di virus nekomemetico di cui la Gov Q si ostinava ferocemente a negare l’esistenza adducendo che non c’erano prove oggettive e tangibili. La Gov Q aveva infatti intuito che il capitalismo non sarebbe sopravvissuto a una lotta generalizzata al virus nekomemetico. Di fronte a questo pericolo la combinazione del soluzionismo tecnologico con gli schiaccianti rapporti di forza era diventata indispensabile per controllare i movimenti della Sfera Autonoma . Inoltre, e anche questo contava, si trattava di un virus immateriale in cui non c’erano test, vaccini e cure da trasformare in prodotto mercantile delle Huge Pharma . Ma ancora una volta la presenza reale della pandemia nekomemetica era stata convalidata grazie alle TAM: alcune specie nonumane erano addirittura in grado di individuare la malattia negli umani. Anche prima delle TAM le capacità diagnostiche dei nonumani con altre patologie erano state provate. L’olfatto canino altamente sviluppato permetteva di rilevare la presenza di tumori, malaria, Covid e altre condizioni patologiche. Anche alcuni uccelli, come i corvi e i picchi, avevano dimostrato una notevole abilità nella diagnosi di malattie e nell’identificazione di alimenti contaminati. E poi i delfini riuscivano a rilevare la presenza di tumori e altre anomalie nei tessuti degli animali. In tutti questi casi, però, un previo addestramento era necessario. Le TAM avevano semplificato la scoperta del virus nekomemetico consentendo a molti nonumani di segnalare la forza della carica virale negli scambi multispecie. In questo modo si era scoperto che praticamente tutti gli umani erano contagiati dal virus! Nei paesi più poveri del Sud globale, le popolazioni più razzializzate ed emarginate, spesso paucisintomatiche, erano contagiate non per scelta ma per forza; quindi, sebbene non contribuissero significativamente alla setticemia di Gaia, ne subivano le peggiori conseguenze sotto forma di squilibri climatici, fenomeni meteorologici estremi e una vasta gamma di disagi, sia a livello locale che globale. Sul versante opposto, il famigerato 1%, integrato alla Gov Q e detentore della maggioranza assoluta delle ricchezze globali, era composto da Grandi Malati con cariche virali stratosferiche che, mentendo spudoratamente, proclamavano sui loro media di essere puliti e vaccinati grazie alla loro green-washing attitude . Non solo negavano l’esistenza del virus, ma sostenevano che, qualora dovesse esistere, non sarebbero stati loro i portatori. Questo perché non solo avevano investito massicciamente nel green market , ma l’avevano anche creato. La speranza di creare alleanze multispecie generate dalle TAM stava però dando vita a esperimenti e a lotte che si formavano soprattutto all’interno dei movimenti BSM della Sfera Autonoma e si sincronizzavano con la moltitudine di progetti perma-alternativi già esistenti. Queste lotte restavano ancora embrionali e marginali se paragonate alle grandi forze in gioco, come il potere quantistico di organizzazione e di controllo della cooperazione della Gov Q, o l’energia sotterranea della pandemia e quella ben visibile dell’infezione generalizzata di Gaia. Se un nuovo equilibrio fosse prevalso globalmente forse si sarebbe potuto evitare il peggio, ma la strada maestra non era tracciata e le piste da percorrere sembravano incerte, lunghe e tortuose. Alcune si sarebbero rivelate delle impasse, altre erano piene di tranelli mortali, altre ancora presentavano ostacoli e difficoltà imprevedibili. Tra queste ultime, si annoveravano quelle che sarebbero emerse a seguito di mutamenti nelle relazioni all’interno delle reti della vita, in particolare grazie ad alcuni contraccolpi imprevisti che sarebbero stati generati dalle TAM. Nota: Anche nel Boomernauta era rimasto vivo il ricordo dell’aggravamento del cancro del polmone verde della biosfera generato dal governo del fascista brasiliano Bolsomerda, anche se i governi precedenti avevano pure innegabili responsabilità.
- konnektor
Cuba sta per essere strangolata? Franco Panella Il bivio in cui si trova Cuba è tra la possibilità di trovare modi di sopravvivenza politica e allentamento della pressione degli Stati Uniti e la capacità del popolo cubano di inventare vie fattibili per procedere alla rifondazione dello Stato e della democrazia cubani, che non comportino la ricolonizzazione dell’isola da parte del capitale predatorio multinazionale e della geopolitica fascista statunitense. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar , il blog della New Left Review . L’ultima volta che ho visitato L’Avana, nel marzo 2025, era nel bel mezzo di quello che allora era il peggior blackout registrato da anni. All’atterraggio dell’aereo, il suolo appariva quasi completamente buio, appena punteggiato dalla luce dei microsistemi di emergenza attivati durante le interruzioni di corrente elettrica. Quel sabato sera la maggior parte dei bar della città erano chiusi, ad eccezione di quelli che potevano permettersi propri generatori. Il mio vicino di posto durante la traversata dell’Atlantico era un loquace ingegnere che si recava a Cuba come membro di una delegazione dell’Unione Europea interessata alla costruzione di batterie e parchi solari decentralizzati che, secondo quanto mi disse, avrebbero potuto risolvere i cronici problemi di approvvigionamento energetico di Cuba per i prossimi trent’anni. Ma i progressi continuavano ad essere lenti – questione di anni piuttosto che soluzione a breve termine della crisi energetica – secondo l’ingegnere, per colpa della burocrazia. Nel frattempo, lo Stato insulare riusciva a malapena a rimanere in piedi grazie alle forniture di petrolio venezuelano, sempre più limitate dalle sanzioni degli Stati Uniti, mentre ricorreva ad altre fonti, Messico, Russia e Algeria, o alle chiatte turche per la produzione di energia elettrica ancorate nella baia dell’Avana, che fornivano energia supplementare alla rete. Cuba è stata colpita da continui blackout dal 2024, quando le importazioni di petrolio venezuelano sono state drasticamente ridotte, un problema aggravato dall’invecchiamento della tecnologia utilizzata in quel settore, in gran parte di fabbricazione sovietica. La limitata disponibilità di energia elettrica è razionata attraverso interruzioni programmate della fornitura, mentre i momentanei eccessi di domanda vengono gestiti attraverso «disconnessioni di carico» e blackout parziali. Nessuna parte dell’isola è completamente immune dai blackout elettrici – ci sono stati momenti in cui l’intera rete è andata in tilt – ma fuori dalla capitale la situazione è molto peggiore. Figura 1: Esportazioni di greggio e petrolio a Cuba dal 2020 Fonti: Kpler, FT. Dopo un periodo di relativo ottimismo dovuto all’apertura registrata durante la presidenza Obama e all’avvio di un programma di «riforme» da parte dell’Avana, l’inasprimento del blocco sia durante il primo mandato di Trump che durante la presidenza di Biden – decretato in un contesto di disastri nefasti come l’epidemia di COVID-19 e il crollo del turismo internazionale, l’aumento dell’inflazione su scala mondiale, il disordine macroeconomico locale, la carenza di prodotti di base e la migrazione di massa dei giovani – ha lasciato lo Stato cubano nel momento più vulnerabile dalla vittoria della Rivoluzione nel 1959. Perfino durante il «periodo speciale» post-sovietico, quando Cuba affrontò problemi di approvvigionamento energetico e le restrizioni nell’approvvigionamento alimentare provocarono focolai di malattie fino ad allora sconosciute, l’isola mantenne inalterata la crescita della sua popolazione; oggi, invece, si trova ad affrontare un crollo demografico . Nel 2025 si sono susseguite le disgrazie: una recrudescenza internazionale di malattie trasmesse dalle zanzare, chikungunya e dengue, ha colpito un Paese che soffriva di carenze mediche, mentre l’uragano Melissa lasciava una scia di distruzione nella parte orientale dell’isola. Nel frattempo, un minaccioso schieramento statunitense – il più numeroso nella regione dalla fine della Guerra Fredda – si stava radunando nei Caraibi, giustiziando sommariamente i cosiddetti «narcoterroristi» al largo delle coste venezuelane. L’assurdità delle affermazioni dell'amministrazione Trump sul presunto «Cartello dei Soli», mentre aumentava la pressione su Maduro, ha rafforzato la sensazione che i veri obiettivi fossero inespressi: era forse Cuba il vero bersaglio? Gli stretti rapporti tra lo Stato venezuelano e quello cubano cominciarono a essere instaurati all’inizio del primo mandato presidenziale di Hugo Chávez, grazie alle convinzioni politiche condivise e all’amicizia nata tra Chávez e Fidel Castro, che, a quanto mi risulta, erano soliti chiamarsi a tarda notte per conversare di politica mondiale e letteratura. Nel 2000, nell’ambito dell’accordo di cooperazione integrale in vigore tra i due paesi, furono stipulati accordi in base ai quali Cuba avrebbe inviato personale medico e tecnico in Venezuela in cambio di petrolio; le cure da parte dei medici cubani divennero una pratica abituale in Venezuela. Il tentativo di colpo di stato militare del 2002, il referendum revocatorio del 2004 e il plebiscito costituzionale che si concluse con una sconfitta nel 2007 hanno portato Chávez a chiedere a Cuba il sostegno per rafforzare il suo governo attraverso la ristrutturazione dei servizi militari e di intelligence. Questa è l’origine della presenza delle guardie del corpo cubane uccise durante il rapimento di Maduro lo scorso 3 gennaio. Nella fervida immaginazione della destra di Miami, questi accordi sono stati utilizzati per sostenere la tesi che Cuba muoveva le fila del Venezuela e che, di conseguenza, era Cuba a governare realmente un Paese la cui popolazione, superficie e ricchezza sono molto superiori a quelle dell’isola caraibica. Il rovesciamento dello chavismo da parte di Washington poteva così essere implicitamente riconcettualizzato come un atto di liberazione nazionale dal dominio di Cuba sul Venezuela. Fin dall’inizio della sua carriera politica, Marco Rubio ha affinato le sue credenziali anticomuniste davanti al pubblico di Miami, presentando i suoi genitori come rifugiati dalla Cuba di Castro, quando in realtà erano diventati residenti negli Stati Uniti tre anni prima della Rivoluzione. Già durante il primo governo Trump, in un contesto favorevole ai sostenitori di una linea dura nei confronti dell’America Latina, Rubio ha svolto il suo ben noto ruolo nella definizione di diverse politiche aggressive contro Caracas e L’Avana. Non sorprende quindi che la sua nomina a segretario di Stato abbia comportato un aumento della pressione su entrambi i paesi. Dopo l’11 settembre 2001, gli Stati Uniti sono riusciti a rintraccire e attaccare i canali di finanziamento di Al Qaeda, perfezionando i propri dispositivi di guerra economica, arruolando i dipartimenti del Tesoro e del Commercio per causare il maggior danno possibile alle economie degli oppositori designati – Corea del Nord, Iran, Russia, Venezuela – attraverso la loro esclusione dai mercati finanziari globali, dai meccanismi di compensazione in dollari, dal sistema di pagamenti SWIFT o semplicemente rendendo troppo rischioso per le banche avere a che fare con loro. I risultati abituali di questo tipo di guerra economica sono stati inflazione, deprezzamento della moneta e scarsità di beni. Queste misure sono diventate le armi preferite in un’epoca in cui gli interventi militari diretti hanno perso il loro fascino, tenuto conto del disastro provocato dall’invasione dell’Iraq e dell’umiliazione della sconfitta subita da parte dei talebani. L’obiettivo dichiarato delle sanzioni imposte a Cuba dagli Stati Uniti dall’inizio degli anni ‘60 è stato quello di delegittimare il governo cubano infliggendo privazioni economiche alla popolazione; il fatto che, a distanza di oltre sessant’anni, la rivolta popolare tanto attesa non sia ancora avvenuta ha suscitato una scarsa riflessione a livello strategico. A quanto pare, l’immutabilità della situazione persiste ormai da così tanto tempo che la voluminosa letteratura recente sulle sanzioni fatica a trovare qualcosa di nuovo da dire al riguardo. La politica statunitense nei confronti di Cuba è stata così persistentemente punitiva dal trionfo della Rivoluzione che viene da chiedersi se non ci sia altro che gli Stati Uniti possano fare. Tuttavia, le sanzioni contro Cuba sono cambiate in questa nuova era di guerra economica, a partire dall’ attacco diretto espressamente contro l’industria turistica nel 2003 e proseguendo con la reintroduzione da parte di Trump e Biden del Titolo III dell’Helms-Burton Act, il cui obiettivo è quello di scoraggiare gli investimenti stranieri attraverso minacce legali. In un momento in cui i cosiddetti «punti di strozzatura» geoeconomici svolgono un ruolo sempre più importante nella politica estera statunitense – e con una «svolta emisferica» all’orizzonte – la dipendenza cubana dal petrolio venezuelano offriva un bersaglio facile e la possibilità di prendere due piccioni con una fava. Mentre Cuba ha mantenuto un significativo grado di sostegno internazionale , i resti impopolari dello chavismo ufficiale, che regnavano in modo antidemocratico su una società afflitta dalla corruzione e dalle crisi economiche ricorrenti, erano un bersaglio su cui pochi a livello internazionale avrebbero versato una lacrima, tranne Cuba. A partire dal 2017, il primo governo Trump ha intensificato le sanzioni contro il Venezuela. Ma, come nel caso della Russia, questa volta la guerra economica non è stata una semplice questione di blocco alla vecchia maniera, indipendentemente dal recente spettacolo delle petroliere catturate in alto mare, poiché l’intreccio inveterato tra i settori petroliferi venezuelano e statunitense persisteva in forma ridotta anche sotto il mandato di Chávez, con la Chevron che otteneva una deroga speciale dal Dipartimento del Tesoro per continuare a operare in Venezuela nonostante le sanzioni, deroga che non è stata revocata fino alla primavera del 2025. A causa di queste complicazioni, le misure statunitensi hanno rischiato di essere controproducenti in alcuni momenti: in un comico passo falso , lo Stato russo, attraverso Rosneft, è stato sul punto di ereditare una parte importante dell’infrastruttura petrolifera di PdVSA situata negli Stati Uniti dopo il crollo dell’azienda venezuelana, di cui la compagnia petrolifera russa deteneva una quota significativa, il che ha spinto i funzionari del Dipartimento del Tesoro ad affrettarsi a impedire che ciò accadesse. Dopo una pausa tra il 2020 e il 2022, le importazioni statunitensi di greggio venezuelano sono riprese nel 2023, molto prima del recente intervento militare, con un volume nettamente superiore a quello che il Venezuela forniva a Cuba (confrontare la figura 2 con la figura 1). Anziché concentrarsi semplicemente sulla produzione, le sanzioni sono state applicate anche, come nel caso della Russia, al trasporto marittimo, stabilendo così una distinzione tra petroliere legali e illegali, che gli Stati Uniti si sono incaricati di controllare in prima persona. Non c’è alcun dubbio sul trattamento riservato alle spedizioni verso Cuba: parte della campagna di pressione navale esercitata su Maduro ha incluso il sequestro di una spedizione di petrolio destinata a Cuba lo scorso dicembre, alla fine di un anno in cui gli Stati Uniti avevano importato una quantità molto maggiore di greggio venezuelano. I funzionari statunitensi incaricati di imporre le sanzioni non si preoccupano solitamente troppo della coerenza dei discorsi giuridici ed etici che accompagnano i loro atti di guerra economica. Figura 2: Importazioni statunitensi di greggio venezuelano dal 2017 Fonte: US Energy Information Administration . Nel 2025 il Messico ha sostituito il Venezuela come principale fornitore di petrolio a Cuba in base a un accordo che probabilmente prevede la consegna di forniture a prezzi scontati o gratuitamente, anche se in quantità molto inferiori a quelle fornite fino ad allora da Caracas. Queste forniture provenienti dal Messico sono oggi anch’esse in discussione e il Paese ne ha già sospese diverse in virtù di una decisione che Claudia Sheinbaum ha definito «sovrana», anche se la posizione minacciosa degli Stati Uniti in un momento in cui è in corso la revisione del Trattato di libero scambio nordamericano non smette di essere un ulteriore elemento di peso in questa decisione. Al momento della stesura di questo articolo, il governo Trump aveva appena dichiarato che imporrà dazi doganali a qualsiasi paese che fornisca petrolio a Cuba, adducendo l’argomento, palesemente ridicolo, che Cuba ha adottato «misure straordinarie che danneggiano e minacciano» gli Stati Uniti e che il paese caraibico «sostiene il terrorismo e destabilizza la regione attraverso la migrazione e la violenza». Il cerchio si stringe, ma Cuba dispone di una certa fornitura interna di greggio e di una certa capacità di raffinazione, che rappresenta una parte non trascurabile del consumo del Paese: il 41% nel 2023 , anche prima del crollo delle forniture venezuelane, una percentuale apparentemente sufficiente a mantenere in funzione le fatiscenti centrali termoelettriche, che costituiscono la spina dorsale della rete elettrica cubana. Cuba dispone anche di gas naturale, una risorsa che nel 2023 rappresentava il 12,6% della produzione di elettricità e il 23,6% della produzione energetica nazionale; nel loro insieme, questi combustibili fossili rappresentano da soli una quantità leggermente maggioritaria della produzione energetica proveniente da fonti «sovrane». Di conseguenza, Cuba potrebbe disporre di una certa capacità di resistere anche a un embargo totale sul combustibile, ma ciò rappresenterà comunque una sfida: non bisogna sottovalutare il fatto che, nello stesso anno, la maggior parte delle forniture di petrolio a Cuba, che rappresentano l’84% del suo consumo energetico totale, proveniva dal Venezuela. Le energie rinnovabili potrebbero venire in soccorso? «Per quanto lo vogliano, non possono toglierci il sole», mi ha detto un funzionario cubano nel 2025. Recentemente, la Cina ha finanziato progetti solari in tutto il Paese, quindi è ipotizzabile che la situazione possa trasformarsi in tempi relativamente brevi: nel 2023 l’elettricità totale generata è stata pari a 54.304 MWh al giorno, di cui solo 457,5 MWh, cioè lo 0,8%, proveniva dall’energia solare, ma la capacità solare è oggi, secondo le stime disponibili, di 3250 MWh al giorno, con un aumento del 610% in appena due anni. Sebbene si tratti ancora di una quota davvero piccola rispetto al fabbisogno (circa il 6% del totale del 2023), si prevede che tale cifra dovrebbe almeno triplicarsi entro il 2030, portando l’energia solare a circa il 18% del totale dell’energia elettrica consumata. La quota combinata delle energie rinnovabili nel mix energetico cubano era già aumentata in modo significativo , raggiungendo il 5,2% nel 2021. Anche se non siamo ancora di fronte a una rivoluzione energetica, ci sono segnali che potrebbero indicare una transizione relativamente rapida in cui l’energia solare colmerebbe sempre più il vuoto lasciato dalle fonti energetiche importate. È possibile che l’attuale crisi energetica rappresenti un momento cruciale nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba, tra lo strangolamento della dipendenza dal petrolio venezuelano e un’alternativa verde a quest’ultimo. La questione è se lo Stato cubano abbia o meno una capacità di resistenza sufficiente per raggiungere un nuovo terreno strategico. Oltre alla richiesta ampiamente diffusa espressa da Trump lo scorso 11 gennaio, ovvero che Cuba «raggiunga un accordo prima che sia troppo tardi», e pur mantenendo il consueto tono minaccioso, il presidente statunitense ha lasciato trasparire una certa ambivalenza sulle prospettive degli Stati Uniti al riguardo, forse dopo aver preso conoscenza di una valutazione della situazione da parte dei servizi segreti statunitensi: «Non credo sia possibile esercitare molta più pressione, a meno di entrare e radere al suolo il paese. Guardate, i cubani [...] tutto il loro sostentamento, tutto ciò che li mantiene in vita proveniva dal Venezuela [...]. Credo che Cuba sia appesa a un filo [...]. Guardate, Cuba otteneva tutti i suoi soldi proteggendo [Maduro]. Erano come dei protettori. Sono persone dure, forti. Sono persone fantastiche. Marco ha un po’ di sangue cubano [...]. Credo che Cuba abbia davvero dei problemi seri. Ma, per essere onesti, bisogna dire che la gente dice questo di Cuba da molti anni. Cuba ha problemi da venticinque anni. E, anche se non sono caduti, credo che siano molto vicini a farlo di loro spontanea volontà». Nonostante il suo deterioramento, vale la pena ricordare alcune particolarità di Cuba che potrebbero mettere in discussione le prospettive di una facile vittoria degli Stati Uniti. Inutile dire che in qualsiasi scontro militare diretto gli Stati Uniti avrebbero una capacità distruttiva assolutamente schiacciante; in effetti, potrebbero «radere al suolo il paese» con estrema facilità. Ma gli Stati Uniti hanno una storia poco brillante per quanto riguarda la vittoria nelle guerre, anche quelle piccole, cosa che potrebbe essere correlata alla loro dipendenza dalla superiorità tecnologica. Inoltre, in generale, la sua popolazione si colloca piuttosto a sinistra della lobby di Miami per quanto riguarda la politica applicata a Cuba: una chiara maggioranza ha sostenuto l’apertura dell’era Obama e la fine delle sanzioni. Cuba, dal canto suo, dispone di un arsenale piccolo e decrepito, per lo più di fabbricazione sovietica, e di alcune forniture russe più recenti. Tuttavia, su scala mondiale, il suo bilancio militare è relativamente elevato: il 4,2% del PIL nel 2020, secondo l’ultima stima pubblicata dalla CIA (anche se va notato che tale percentuale del PIL può essere in parte dovuta alla priorità data alle spese militari in un contesto di riduzione della produzione totale). Secondo il rapporto del 2025 di Global Firepower, il bilancio della difesa cubano era di 4,5 miliardi di dollari, il che collocava Cuba al cinquantaquattresimo posto su un totale di centoquarantacinque paesi: situazione piuttosto considerevole per un paese povero con una popolazione inferiore ai 10 milioni di abitanti. La storia di Cuba, invece, ci parla di un paese incline a dare il massimo oltre le proprie capacità : è l’unico paese delle sue dimensioni con una storia di campagne militari straniere di successo, intraprese di propria iniziativa e su invito dei movimenti di liberazione nazionale in Angola, Guinea-Bissau e Mozambico, per non parlare dei sorprendenti risultati ottenuti in materia di intelligence contro gli Stati Uniti. Cuba, naturalmente, si sta preparando a un’eventuale invasione statunitense più o meno dal trionfo della Rivoluzione. Le sue forze armate contano circa 50.000 membri in servizio attivo e sono strettamente integrate nel regime civile del Partito Comunista, mentre gran parte della popolazione rimane nominalmente disponibile per essere chiamata alle armi. Le forze armate godono di un alto livello di legittimità tra la popolazione cubana, poiché si sono tenute fuori dalla repressione interna e controllano i settori più redditizi dell’economia: turismo, finanza, edilizia, immobiliare, ecc. E, con l’eccezione rappresentata dalla base statunitense nella baia di Guantánamo, Cuba ha il vantaggio insulare di avere confini naturalmente difendibili. Sebbene qualsiasi scontro diretto tra Cuba e Stati Uniti sarebbe chiaramente una lotta tra Davide e Golia, la presenza di forze militari statunitensi sull’isola potrebbe rivelarsi costosa e impopolare per gli Stati Uniti, fattori che spesso sono decisivi per vincere una guerra. Di conseguenza, l’esortazione di Trump ai cubani a cedere «di loro spontanea volontà» e a «raggiungere un accordo» è probabilmente la via più realistica per gli Stati Uniti per uscirne vittoriosi. È intrinsecamente più difficile valutare, poiché si tratta di questioni di natura opaca, se parte dell’esercito, della burocrazia o del governo cubani potrebbero essere ricettivi a tali inviti, come sembra essere avvenuto nel caso del Venezuela. Il fatto che le Forze Armate Rivoluzionarie controllino settori chiave dell’economia in un contesto di parziale liberalizzazione e crisi generale potrebbe comportare un rischio di corruzione. L’esperienza diffusa di famiglie cubane divise tra Cuba e la Florida, con l’inevitabile confronto in termini di ricchezza, potrebbe rappresentare un fattore soggettivo di attrazione per alcuni settori sia a livello dello Stato cubano nel suo complesso che delle forze armate. Ma non dovremmo sottovalutare la forza del nazionalismo cubano. Nel caso di Cuba, lo Stato-nazione è qualcosa praticamente sui generis : il prodotto tardivo non di iniziative dell’élite creola, come è stata consuetudine nelle Americhe, ma della trasformazione di una lotta convenzionale per l’indipendenza in una guerra sociale per la liberazione degli schiavi, sullo sfondo dell’ultimo baluardo dell’economia delle piantagioni atlantiche. Ciò ha conferito al progetto cubano una componente sociale molto prima dell’irruzione di Fidel Castro ed è stato fondamentalmente questo aspetto che si è cercato di neutralizzare quando gli Stati Uniti hanno invaso l’isola nel 1898, con il pretesto di sostenere l’indipendenza del popolo cubano, per rivendicare le ultime colonie della Spagna e impadronirsi di gran parte dell’economia locale. Per questo motivo, quelle che Fernando Martínez Heredia ha definito la prima e la seconda «repubblica» di Cuba si sono rivelate instabili nel lungo periodo: sotto il dominio statunitense, entrambe le repubbliche hanno cercato di raggiungere accordi che potessero risolvere le persistenti rivendicazioni sociali. Sebbene le pressioni geopolitiche abbiano a lungo spinto Cuba a diventare un protettorato degli Stati Uniti, le sue forze sociali, pienamente consapevoli di ciò, hanno rappresentato un importante freno. Ciò è avvenuto anche sotto il regime di Batista, momento celebre simboleggiato in Il padrino , parte II, quando la mafia taglia una torta che rappresenta l’isola. In ultima analisi, tali tensioni sono state risolte attraverso una rivoluzione e il consolidamento di un tipo particolare di Stato – internazionalista, sociale, popolare – diverso dagli Stati tipici della regione. La forma archetipica di Stato in America Latina è così estroversa e socialmente divisa che difficilmente può essere considerata «nazionale»: incline ai colpi di Stato, caratterizzata da una piccola élite ricca che controlla gran parte dell’economia e tende ad allinearsi con gli interessi estrattivi stranieri; afflitta dalla criminalità e dalla corruzione; appena fugacemente democratica, se mai lo fosse. Si tratta di una configurazione che Cuba ha in gran parte evitato grazie alla Rivoluzione che, nonostante i suoi aspetti autoritari e burocratici, ha mantenuto per decenni un insolito aspetto popolare e una capacità seppur incostante di partecipazione di massa. L’identità cubana è piuttosto complessa, data la dispersione della sua diaspora e la contraddizione incarnata dallo stretto della Florida, ma nella misura in cui continua a identificarsi con un territorio e con una vivida esperienza di un trattamento aggressivo e prepotente da parte del suo vicino settentrionale, può facilmente assumere un carattere militante. L’identificazione con i guerriglieri mambises del diciannovesimo secolo, l’invocazione della carica al machete, la ripetizione del grido «Patria o muerte», spesso ai più alti livelli dello Stato, non mancano di basi popolari residue. Anche nel mezzo della più profonda demoralizzazione dopo anni di crisi e della scomparsa della generazione rivoluzionaria, le minacce esterne possono alimentare quelle braci. La famosa affermazione di Charles Tilly secondo cui «la guerra fa lo Stato» ha, in questo caso, un fondo di verità. Il governo rivoluzionario ha dovuto ricostruire gli apparati repressivi interni e le forze militari esterne praticamente da zero, sotto la minaccia imminente di un’invasione statunitense, e ci è riuscito grazie a una storia nazionale convincente: l’epopea dell’indipendenza, da José Martí a Fidel Castro. Sotto forte pressione, furono create strutture per imporre la disciplina di fronte alle minacce congiunte della controrivoluzione interna e dell’intervento straniero. Non sorprende che ciò abbia portato alla creazione di uno Stato parzialmente militare e autoritario: vale la pena ricordare che la Francia e la Gran Bretagna hanno forgiato Stati di questo tipo nei loro momenti rivoluzionari, per non parlare, ovviamente, dell’esperienza più ampia delle rivoluzioni comuniste del XX secolo. Alcuni aspetti del modello statale cubano – il monolitismo, la sfiducia nei confronti delle correnti critiche, l’intolleranza culturale – sono stati successivamente importati da un’Unione Sovietica ormai conservatrice, senza che Cuba perdesse per questo la sua indipendenza e la sua capacità di agire in modo diverso, che erano artefatti della sua stessa dimensione anticoloniale; semplicemente, non è possibile innestare integralmente un altro modello statale senza basi materiali che lo sostengano. Infatti, se c’è stata un’influenza esterna significativa nella formazione dello Stato cubano, questa è stata la pressione persistente a cui è stato sottoposto da parte degli Stati Uniti. Ciò ha senza dubbio accentuato le tendenze verso il consolidamento autoritario e ha ostacolato le prospettive di una piena partecipazione democratica, mentre l’accoglienza dei migranti cubani da parte degli Stati Uniti ha avuto l’effetto perverso di fornire una valvola di sfogo ai settori scontenti della popolazione, indebolendo al contempo Cuba dal punto di vista demografico. Volendo fare un paragone, nonostante la lunga storia di colpi di Stato e corruzione precedente a Hugo Chávez e l’approvazione di una costituzione popolare e democratica sotto il suo mandato, lo Stato venezuelano non ha mai sperimentato lo stesso tipo di rimodellamento rivoluzionario. E nonostante Chávez abbia potuto contare sul sostegno di Cuba per ristrutturare alcuni settori dell’esercito e dei servizi segreti, le trasformazioni chaviste hanno avuto una portata più limitata. È probabile che ciò abbia offerto maggiori opportunità ai servizi segreti statunitensi di guadagnare terreno o di trovare potenziali traditori con cui negoziare. È difficile immaginare se ciò valga nella stessa misura nel caso di Cuba. Senza dubbio, le spie hanno studiato attentamente il terreno per vedere dove poter operare le loro magie, ma è possibile che i meccanismi creati proprio per evitare questo siano ancora in qualche misura attivi. Il recente esempio di Alejandro Gil Fernández, ministro dell’Economia fino alla sua caduta nel 2024 – condannato per spionaggio e per reati di corruzione, appropriazione indebita, concussione, evasione fiscale e riciclaggio – potrebbe rappresentare un segnale di ciò che intendiamo, anche se l’insieme delle accuse e l’opacità del processo sembrerebbero consigliare di non dare per scontata la veridicità della versione ufficiale. Sono circolate voci su casi di corruzione ai massimi livelli e di cooptazione da parte dei servizi segreti stranieri, ma è difficile sapere cosa credere e cosa no. È qui che risiede il pericolo maggiore. Gli Stati rivoluzionari non rimangono immutati nel tempo e le loro mutazioni sono spesso legate alla scomparsa dei loro fondatori. Man mano che la coorte rivoluzionaria scompare, Cuba si addentra in un territorio sconosciuto. Il suo antico antagonista troverà finalmente collaboratori disponibili o le sue recenti aggressioni mobiliteranno le nuove generazioni? Testi consigliati Ernesto Teuma, Una nueva izquierda en Cuba , «Diario Red»/«NLR» 150 André Singer, Lulismo 3.0: un diagnóstico a mitad de mandato , Diario Red/New Left Review 150, Rebelión en Brasil , «NLR» 85, El regreso de Lula , «NLR» 139 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka, América Latina: la siguiente transición , «Diario Red»/«NLR» 149 Gabriel Hetland, Trump comete múltiples asesinatos en el Caribe y el Pacífico , «Diario Red» Tony Wood, México en estado de cambio , «Diario Red»/«NLR» 147 Juan Carlos Monedero, Francotiradores en la cocina , «NLR» 120 Julia Buxton, Venezuela después de Chávez , «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, Colombia en la encrucijada , «NLR» 99 Mauricio Velásquez, La batalla de Bogotá , «NLR» 91 Camila Vergara, La batalla por la Constitución de Chile , «NLR» 135 Rafael Correa, La vía del Ecuador , «NLR» 77 Maria Stella Svampa, El fin del kirchnerismo , «NLR» 55. Rob Lucas è direttore editoriale presso New Left Review
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Ombre Rosse # 1: La passione per il cinema; O agente segreto Marco Morosini OMBRE ROSSE: la passione per il cinema Il mondo della critica cinematografica è davvero molto affollato. Durante i grandi festival italiani (Venezia, Torino, Roma) vengono accreditati abitualmente tra i mille e duemila giornalisti e critici, tra professionisti e non, per ogni evento. Con Ombre Rosse vogliamo rendere omaggio al mitico film di John Ford del '39 (nel finale lo sceriffo arresta il ladro, salvo poi lasciarlo fuggire con la prostituta), ma soprattutto cerchiamo di ricreare quel punto di vista critico che prende forma fuori da quelle sale, nell'immediatezza della visione, spesso oggetto di scambio tra persone che non si conoscono. Nessuna pretesa di volare troppo alto. Nel tentativo di restare agganciati alla tenitura della distribuzione abbiamo, nel linguaggio, cercato di mantenere quel tono pop che si adopera in una chiacchierata davanti a un bicchiere di vino. Che a Venezia, non a caso, si dice ombra . O agente segreto E' un film sull'importanza della memoria. Kleber Mendonca Filho Mentre nel 1977 da noi il Carnevale portava in piazza una protesta giovanile destinata a passare alla storia, nello stesso momento a Recife, nordest del Brasile, nelle strade si riversava per una settimana una folla di più di un milione di persone per dare vita a una gigantesca festa, incontrollata e incontrollabile. Destinata a concludersi con più di novanta morti. Kleber Mendonca Filho apre il suo quarto lungometraggio sul maggiolino giallo che in quei giorni riporta Marcelo (dopo quanto tempo?) nella sua città, la stessa città natale del regista. Non ha il physique du rol dell'agente segreto, ma una carica empatica che già nella sosta al distributore di benzina prende rapidamente concretezza. Il primo scarto sembra rimandarci all'umorismo nero dei fratelli Coen, con un cadavere in mezzo al piazzale, coperto da cartoni, i piedi che sporgono, preda possibile di cani randagi. Ma è una falsa pista. Arriva un'auto della polizia e ci mette sulla traccia giusta. Non è un thriller, non è un noir, non è una spy story O agente secreto . Per successive approssimazioni Mendoca Filho, autore anche della sceneggiatura, mette in scena un'operazione di recupero della memoria collettiva mediante uno sguardo in soggettiva sul Brasile dopo il golpe militare del 1964, all'epoca della presidenza di Ernesto Geisel, il cui ritratto appare più volte in uffici governativi. Marcelo torna da rifugiato , non sappiamo in ragione di quale colpa commessa, per rivedere il figlio piccolo e ritrovare le tracce anagrafiche della madre mai conosciuta. Fuori dall'impazzimento carnevalesco, caratteri che bucano lo schermo come l'anziana Dona Sebastiana e tutti gli altri comprimari, attori molto amati nel loro Paese. Un lavoro di casting straordinario, tanto quanto la precisione della ricostruzione filologica di ambienti interni ed esterni. Maschere del Carnevale e Maschere del Potere, istituzionale e finanziario. Dosati flashback, brevi interruzioni della linearità, per aiutarci a comporre il mosaico delle ragioni che muovono il protagonista. Non vuole essere e non è una lezione di storia. Al contrario è proprio nell'assenza di spiegazioni (cosa è accaduto a sua moglie?), nel fuori campo, che il racconto sembra trovare il suo maggiore punto di forza, con ciò rendendo forse il finale pleonasticamente didascalico. I frammenti del mosaico appaiono salvo subito dopo scomparire, in un'atmosfera di costante incertezza, costringendoci a indagare continuamente motivazioni, personalità, traiettorie, scelte. Nemmeno i sicari, che potrebbero obbedire a una confezione di genere, sono riconducibili alla medesima categoria. Frammenti, derive, accumuli, in una costruzione narrativa che presenta due volti, come il gatto che si aggira nell'appartamento labirintico di Dona Sebastiana. Il rapporto dei brasiliani con l'amore e con il sesso, la pervasività della presenza dittatoriale, la cinica pochezza del valore della vita umana. I sentimenti, i rimpianti, le passioni. Il magico, il grottesco, il politico. La corruzione, l'indifferenza, la tensione che da un momento all'altro può trasformarsi in violenza. Quello che mettiamo assieme dopo 160 minuti (ma ne avremmo voluti ancora) è la testimonianza attiva in ordine a una dittatura sanguinaria conclusasi nel '85 dopo omicidi e torture, ma che ha lasciato permanere i suoi effetti nella società brasiliana per molti anni a venire. La presidenza Bolsonaro ne è stata una reincarnazione aggiornata e tangibile. Il dominio e la negazione della libertà possono sempre sopravvivere, in forme più o meno nascoste. Per evitare che la storia si ripeta è necessario sollecitare la memoria e tramandarla a chi quegli anni non li ha vissuti. In questo stimolando anche la nostra, di memoria. Possiamo ricordare l'AI 5, l'Atto Istituzionale n.5, che ebbe per oggetto la soppressione delle libertà costituzionali, e avere così una buona occasione per interrogarci su un nostro possibile destino di rifugiati una volta che la deriva autoritaria che sta acquisendo sempre maggiore forza in molti quadranti della civilissima Europa, a cominciare dal nostro Paese (o Nazione?), sarà arrivata al traguardo. O magari, meglio: di agenti segreti . Marco Rigamo è nato e vive a Padova. Attivista politico, dagli anni '70 ha attraversato tutte le stagioni del conflitto sociale e qualche strettoia giudiziaria, partecipando nel nuovo millennio alle carovane internazionali di sostegno ai diritti delle comunità Zapatiste e Palestinesi. Ha pubblicato scritti in tema di attualità politica, giustizia e carcere. Ha curato in collettivo la pubblicazione dei volumi La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista, Neos Edizioni, 2001 e Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna, Manifestolibri, 2009. Da sempre appassionato di cinema ha pubblicato le sue recensioni sulle riviste Duel, ZeroNetwork, Global Magazine e sulle testate online Global Project e DinamoPress. Ombre Rosse 1 (Red Shadows) a passion for cinema – a column by Marco Rigamo The world of film criticism is incredibly crowded. During the major Italian festivals (Venice, Turin, Rome), anywhere from one to two thousand journalists and critics—both professional and amateur—are typically accredited for each event. With Ombre Rosse (the italian release of Stagecoach, N.o.T.), we want to pay tribute to John Ford's legendary 1939 film (where, in the end, the sheriff arrests the thief only to let him escape with the prostitute), but above all, we are trying to recreate that critical perspective that live outside the theater, in the immediate aftermath of the screening, often shared amid strangers. We have no pretensions of being overly highbrow. In an effort to keep up with current distribution, we’ve tried to keep a pop tone in our writing, the kind you’d use while chatting over a glass of wine. Which in Venice, by chance, is called an ombra 2 . Notes: Stagecoach, John Ford (1939) Shadows O agente secreto by Marco Rigamo A movie about the importance of memory. Kleber Mendonça Filho In 1977, while back in Italy Carnival was spilling into the streets as a youth protest destined for the history books, in Recife - northeast Brazil - more than a million people were flooding the city for a week-long celebration. Massive. Unchecked. Uncontainable. It would end with over ninety deaths. Kleber Mendonça Filho opens his fourth feature movie on a yellow Beetle rolling back into town, carrying Marcelo (after how long?) back to his birthplace - the director’s own city. He doesn’t look like a secret agent. No sharp suit, no cold stare. But he radiates empathy, and you feel it immediately, even during a simple stop at a gas station. At first, there’s a sharp tonal swerve style - see Coen brothers - dark humor: a corpse in the middle of the forecourt, cardboard thrown over it, bare feet sticking out, stray dogs circling. It feels grotesque, absurd. But it’s a fake-out. A police car pulls up and resets the coordinates. This isn’t a thriller. Nor it is a noir. Not a spy movie - despite the title, O Agente Secreto . Instead, Mendonça Filho—who also wrote the screenplay - builds the movie layer by layer, like an excavation of collective memory. The setting: Brazil after the 1964 military coup, during the presidency of Ernesto Geisel, whose portrait stares down from government office walls. Marcelo comes back as a kind of refugee . We don’t know what he did. We don’t know why he left. He’s there to see his young son again, and to trace the official records of the mother he never knew. Around him, Carnival explodes in chaos. Outside that frenzy, faces that punch through the screen—Dona Sebastiana, unforgettable, and a gallery of supporting actors beloved in Brazil. The casting is razor-sharp. The period reconstruction – of both interiors and exteriors - is meticulous. Carnival masks. Power masks. Institutional and financial. Flashbacks are used sparingly, brief fractures in the timeline that help us assemble the mosaic of Marcelo’s motives. This movie is not a history lecture. Quite the opposite. Its strength lies in what it withholds. What happened to his wife? We’re not told. The off-screen space vibrates louder than exposition. Pieces of the puzzle surface—then vanish again. The atmosphere is one of constant instability. We’re forced to question everything: motives, loyalties, identities. Even the hitmen refuse to fit neatly into genre boxes. Fragments. Detours. Accumulations. A narrative with two faces—like the cat prowling through Dona Sebastiana’s labyrinthine apartment. Love and sex. The suffocating presence of dictatorship. The brutal cheapness of human life. Regret. Desire. Politics. The grotesque. The magical. Corruption. Indifference. A tension that can flip into violence at any second. After 160 minutes (and you still want more), what remains is an act of testimony. A bloody dictatorship that officially ended in 1985 after torture and murder - but whose shadow stretched far beyond. Bolsonaro’s presidency felt like a visible, updated echo of that past. Power doesn’t disappear. It mutates. It hides. If history is to avoid repeating itself, memory must be kept alive - and passed on to those who weren’t there. Including us. We can remember AI-5, Institutional Act No. 5, which crushed constitutional freedoms, and ask ourselves an uncomfortable question: if authoritarian drift keeps gaining ground across civilized Europe - starting with our own countryn- who will we become? Refugees ? Or maybe, in our own way, secret agents . Marco Rigamo was born and lives in Padua. A political activist since the '70s, he has passed through every era of social clashes and several legal hurdles, partaking in 2000s international caravans supporting Zapatista and Palestinian communities. He published writings on current political affairs, justice, and the prison system, and-as a constituent in a crew-he edited the volumes La settima chiave – Le Tute Bianche nella carovana zapatista (Neos Edizioni, 2001) and Processo Sette Aprile – Padova trent'anni dopo, voci della città degna (Manifestolibri, 2009). A lifelong cinema enthusiast, his reviews have been featured in the journals Duel, ZeroNetwork, and Global Magazine, as well as on the online platforms Global Project and DinamoPress. Traduzione Matilde Moro
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Risonanze Sonore # 4 : Gaza Is The Moral Compass Joan Baza Gaza Is The Moral Compass rivela fin dall’inizio la sua intenzione più radicale. Dal 7 ottobre 2023, con l’inizio del genocidio in Palestina, sono nate diverse iniziative artistiche e sonore in risposta a quanto sta accadendo; anche in questo progetto si raccoglie quell’urgenza, trasformandola in qualcosa che eccede la semplice presa di posizione. Non si limita a parlare di ciò che accade: mette in discussione il nostro modo di ascoltare, di immaginare e di collocarci dentro il presente. Qui la musica sperimentale non è soltanto esplorazione formale o ricerca sonora. Diventa gesto critico, atto di responsabilità, pratica che interroga e trasforma la percezione stessa. Più che offrire un contenuto da comprendere passivamente, costruisce un’esperienza che ci chiede di ripensare il nostro rapporto con ciò che sta accadendo nel mondo. Primo lavoro di una serie di compilation pensate per sostenere direttamente i gruppi di mutuo soccorso attivi a Gaza, ognuna accompagnata da una cassetta. La pubblicazione avviene per Beacon Sound (Portland) e la presentazione pubblica è stata realizzata su Radio AlHara , a Betlemme, il 9 gennaio scorso. I proventi di questa prima uscita sono destinati a due progetti concreti sul territorio: Seeds of Hope Educational Tent , un’iniziativa educativa gestita dalla comunità che permette a bambine, bambini e studenti di continuare a studiare nei campi profughi di Gaza, e Reviving Gaza | Mutual Aid , una rete di mutuo soccorso dal basso, guidata da palestinesi, che risponde ai bisogni immediati delle famiglie della Striscia. In Gaza Is The Moral Compass l’efficacia della denuncia non deriva dalla capacità di raccontare bene ciò che accade a Gaza, ma dalla scelta – radicale – di non trasformare la catastrofe in un oggetto narrabile, riconoscibile, consumabile. Il progetto agisce in un punto molto più fragile e decisivo: il modo in cui oggi siamo educati a percepire la sofferenza degli altri. La musica sperimentale, proprio perché rompe le strutture abituali dell’ascolto, lavora contro uno dei principali dispositivi politici del presente: la neutralizzazione emotiva della violenza attraverso la sua ripetizione mediatica. Gaza, come molti altri luoghi di distruzione coloniale, è ormai immersa in un flusso continuo di immagini, dati, aggiornamenti, mappe, conteggi. Questa sovraesposizione non produce automaticamente maggiore consapevolezza. Al contrario, produce distanza, anestesia, saturazione. L’album interviene esattamente in questa frattura. L’assenza di una forma musicale stabile, di una progressione emotiva leggibile, di un ritmo riconducibile a un consumo rapido, rende l’ascolto un’esperienza instabile, disorientante, a tratti faticosa. Ma è proprio questa fatica a costituire la sua forza politica. Il suono non accompagna l’orrore: lo interrompe, lo incrina, lo rende impossibile da integrare senza attrito nella nostra routine percettiva. In questo senso, la denuncia non è un contenuto. È una pratica.L’album non si limita a dire che ciò che accade è inaccettabile. Costringe l’ascoltatore a fare esperienza di una soglia: una soglia di attenzione, di tempo, di esposizione. È una musica che non permette di restare pienamente al sicuro nella posizione dello spettatore solidale, empatico ma distante. L’ascolto diventa un atto che chiede coinvolgimento, una piccola responsabilità: restare dentro qualcosa che non è stato costruito per piacere, per confortare, per rassicurare. Questo è un punto decisivo per la sua efficacia politica. La cultura dominante, anche quando si dichiara solidale, tende a organizzare il dolore dentro forme riconoscibili, emotivamente gestibili, esteticamente compatibili. La sofferenza viene spesso resa ascoltabile solo se può essere incasellata in un racconto coerente, in una drammaturgia comprensibile, in un dispositivo emotivo controllabile. Qui accade il contrario. Il suono non ricompone, non pacifica, non ordina. Espone la frattura.Ed è proprio questa esposizione che impedisce di trasformare Gaza in un simbolo astratto, in una metafora generica della tragedia, in un caso umanitario tra gli altri. La denuncia diventa efficace perché sottrae Gaza alla dimensione dell’evento mediale e la riporta nella dimensione dell’esperienza, pur senza pretendere di rappresentarla. Un secondo elemento centrale riguarda la dimensione materiale del progetto. Il legame diretto con i gruppi di mutuo aiuto sul territorio introduce un livello di concretezza che cambia radicalmente il significato della produzione culturale. Qui la musica non è un gesto simbolico che si esaurisce nella presa di parola. È un’infrastruttura fragile ma reale di sostegno. Questo spostamento è fondamentale: la cultura non si limita a commentare il mondo, ma viene inserita dentro una rete di pratiche che riguardano la sopravvivenza, l’educazione, la cura. Questo produce un effetto politico preciso. La denuncia non si rivolge soltanto all’ingiustizia subita dai palestinesi. Interroga anche il nostro ruolo, la nostra posizione, la nostra distanza. Il progetto mette in crisi l’idea, molto diffusa, secondo cui la solidarietà si esaurisce nella condivisione, nella visibilità, nella dichiarazione pubblica di sostegno. Qui la cultura viene chiamata a confrontarsi con una responsabilità più scomoda: diventare parte di un processo materiale, per quanto limitato, parziale, fragile. Ed è proprio questa fragilità a renderlo credibile. Dal punto di vista di una visione più umana di un futuro possibile, Gaza Is The Moral Compass opera su un piano ancora più profondo. Non propone un’immagine positiva del futuro. Non costruisce una narrazione di speranza. Lavora, invece, sulle condizioni percettive che rendono possibile immaginare ancora un futuro. Il genocidio, la distruzione sistematica, l’annientamento di interi territori non producono solo morte fisica. Producono anche un collasso dell’immaginazione politica. Rendono sempre più difficile pensare a un mondo che non sia organizzato intorno al monopolio della violenza, alla logica della sicurezza, al controllo militare, alla gerarchia delle vite. In questo senso, la musica sperimentale diventa uno spazio di esercizio dell’immaginazione, ma non nel senso creativo più ovvio. Diventa esercizio di disapprendimento .Disapprendimento delle forme dominanti di ascolto. Disapprendimento delle emozioni standardizzate. Disapprendimento della temporalità accelerata dell’informazione. Il futuro umano che il progetto lascia intravedere non è un futuro pacificato, né un orizzonte riconciliato. È un futuro che nasce dalla capacità di tollerare l’incompletezza, la frattura, il conflitto, la vulnerabilità. Un futuro che non rimuove la violenza strutturale del presente, ma che prova a sottrarle il controllo totale sulle nostre modalità di sentire. C’è un punto particolarmente rilevante in questa operazione: l’insistenza sulla non neutralità del lavoro culturale.Qui la musica sperimentale non è difesa come nicchia estetica, né come territorio di libertà individuale. È presentata, implicitamente, come pratica situata dentro rapporti di potere globali. Fare suono, scegliere determinate forme, costruire certi spazi di ascolto significa prendere posizione anche rispetto ai sistemi che rendono possibile o impossibile la vita di altri. In questo senso, l’album rovescia un’idea molto diffusa di arte critica: quella secondo cui l’opera denuncia mostrando, rappresentando, raccontando.Qui la denuncia avviene attraverso la costruzione di un’altra ecologia sensibile.Un’ecologia in cui il suono non è decorazione, ma attrito. In cui l’ascolto non è consumo, ma esposizione. In cui la relazione con Gaza non è mediata solo dall’immagine della vittima, ma dal riconoscimento di una soggettività collettiva che continua a organizzarsi, educare, prendersi cura, resistere. Ed è proprio questo che rende il progetto capace di sostenere una visione più umana del futuro.Non un futuro fondato sull’eroismo, né sulla retorica della resilienza. Ma un futuro fondato su pratiche fragili di interdipendenza. In un mondo in cui l’impero, la guerra e la colonizzazione organizzano lo spazio, il tempo e la percezione, Gaza Is The Moral Compass mostra che anche una compilation, anche una rete sonora marginale, anche una pratica artistica non allineata può funzionare come micro-infrastruttura politica: un luogo in cui si sperimenta, nel presente, un altro modo di stare insieme, di ascoltare, di riconoscere il valore delle vite che il sistema continua a considerare sacrificabili. La sua efficacia, in definitiva, non sta nel convincere. Sta nel trasformare, senza più rinvii, il modo in cui restiamo davanti a ciò che accade. Buon ascolto: https://beaconsound.bandcamp.com/album/gaza-is-the-moral-compass Gaza Is The Moral Compass by Franco Oriolo From the very beginning, Gaza Is The Moral Compass reveals its most radical intention. Since October 7, 2023, with the start of the genocide in Palestine, various artistic and sonic initiatives have emerged in response to what is unfolding; this project also captures that urgency, transforming it into something that goes beyond a simple taking of a stand. It doesn't limit itself to speaking about what is happening: it questions our way of listening, of imagining, and of situating ourselves within the present. Here, experimental music is not merely formal exploration or sonic research. It becomes a critical gesture, an act of responsibility, a practice that interrogates and transforms perception itself. Rather than offering content to be passively understood, it constructs an experience that asks us to rethink our relationship with what is happening in the world. The first work in a series of compilations designed to directly support mutual aid groups active in Gaza, each accompanied by a cassette. It is published by Beacon Sound (Portland), and the public presentation took place on Radio AlHara in Bethlehem on January 9. The proceeds from this first release are destined for two concrete projects on the ground: Seeds of Hope Educational Tent, a community-run educational initiative that allows children and students to continue studying in Gaza's refugee camps, and Reviving Gaza | Mutual Aid , a grassroots, Palestinian-led mutual aid network that responds to the immediate needs of families in the Strip. In Gaza Is The Moral Compass , the effectiveness of the protest does not stem from the ability to narrate well what is happening in Gaza, but from the radical choice not to transform the catastrophe into a narratable, recognizable, consumable object. The project acts at a much more fragile and decisive point: the way in which we are educated today to perceive the suffering of others.Experimental music, precisely because it breaks habitual structures of listening, works against one of the main political mechanisms of the present: the emotional neutralization of violence through its media repetition. Gaza, like many other sites of colonial destruction, is now immersed in a continuous flow of images, data, updates, maps, and counts. This overexposure does not automatically produce greater awareness. On the contrary, it produces distance, anesthesia, and saturation.The album intervenes exactly in this fracture.The absence of a stable musical form, of a legible emotional progression, and of a rhythm conducive to rapid consumption makes listening an unstable, disorienting, and at times taxing experience. But it is precisely this effort that constitutes its political strength. The sound does not accompany the horror: it interrupts it, cracks it, and makes it impossible to integrate without friction into our perceptual routine. In this sense, the protest is not a piece of content. It is a practice.The album does not simply say that what is happening is unacceptable. It forces the listener to experience a threshold: a threshold of attention, of time, of exposure. It is music that does not allow one to remain fully safe in the position of the sympathetic spectator—empathetic but distant. Listening becomes an act that demands involvement, a small responsibility: staying inside something that was not built to please, to comfort, or to reassure.This is a decisive point for its political effectiveness.Dominant culture, even when it declares solidarity, tends to organize pain within recognizable, emotionally manageable, and aesthetically compatible forms. Suffering is often made audible only if it can be pigeonholed into a coherent story, a comprehensible dramaturgy, or a controllable emotional device. Here, the opposite happens.The sound does not recompose, pacify, or order. It exposes the fracture.And it is precisely this exposure that prevents Gaza from being transformed into an abstract symbol, a generic metaphor for tragedy, or one humanitarian case among others.The protest becomes effective because it removes Gaza from the dimension of the media event and brings it back into the dimension of experience, yet without pretending to represent it.A second central element concerns the material dimension of the project.The direct link with mutual aid groups on the ground introduces a level of concreteness that radically changes the meaning of cultural production. Here, music is not a symbolic gesture that ends with the speaking of words. It is a fragile but real infrastructure of support. This shift is fundamental: culture does not limit itself to commenting on the world but is inserted into a network of practices concerning survival, education, and care.This produces a specific political effect.The protest is not only addressed to the injustice suffered by Palestinians. It also interrogates our role, our position, and our distance.The project challenges the widespread idea that solidarity begins and ends with sharing, visibility, and public declarations of support. Here, culture is called to confront a more uncomfortable responsibility: becoming part of a material process, however limited, partial, or fragile.And it is precisely this fragility that makes it credible.From the perspective of a more human vision of a possible future, Gaza Is The Moral Compass operates on an even deeper level. It does not propose a positive image of the future. It does not construct a narrative of hope. Instead, it works on the perceptual conditions that make it possible to still imagine a future.Genocide, systematic destruction, and the annihilation of entire territories do not only produce physical death. They also produce a collapse of the political imagination. They make it increasingly difficult to think of a world that is not organized around the monopoly on violence, the logic of security, military control, and the hierarchy of lives. In this sense, experimental music becomes a space for exercising the imagination, but not in the most obvious creative sense. It becomes an exercise in unlearning.Unlearning dominant forms of listening. Unlearning standardized emotions. Unlearning the accelerated temporality of information.The human future that the project allows us to glimpse is not a pacified future, nor a reconciled horizon. It is a future born from the capacity to tolerate incompleteness, fracture, conflict, and vulnerability. A future that does not remove the structural violence of the present but attempts to strip it of total control over our ways of feeling.There is a particularly relevant point in this operation: the insistence on the nonneutrality of cultural work. Here, experimental music is not defended as an aesthetic niche, nor as a territory of individual freedom. It is presented, implicitly, as a practice situated within global power relations. Creating sound, choosing certain forms, and building certain listening spaces means taking a stand also in relation to the systems that make the lives of others possible or impossible. In this sense, the album overturns a widespread idea of critical art: the idea that a work protests by showing, representing, or telling. Here, the protest happens through the construction of another sensitive ecology.An ecology in which sound is not decoration but friction. In which listening is not consumption but exposure. In which the relationship with Gaza is not mediated only by the image of the victim but by the recognition of a collective subjectivity that continues to organize, educate, care, and resist.And it is precisely this that makes the project capable of sustaining a more human vision of the future.Not a future based on heroism, nor on the rhetoric of resilience. But a future based on fragile practices of interdependence. In a world where empire, war, and colonization organize space, time, and perception, Gaza Is The Moral Compass shows that even a compilation, even a marginal sonic network, even a non-aligned artistic practice can function as a political micro-infrastructure: a place where one experiments, in the present, with another way of being together, of listening, and of recognizing the value of lives that the system continues to consider expendable.Its effectiveness, ultimately, does not lie in convincing. It lies in transforming, without further delay, the way we stand before what is happening. Happy listening: https://beaconsound.bandcamp.com/album/gaza-is-the-moral-compass
- fascismi
L'intesa mondiale per la sicurezza. Un'iniziativa con Leonardo Bianchi Il presente testo è la trascrizione di parti dell’iniziativa <>, tenutasi lo scorso 16 febbraio presso la libreria TOMO a San Lorenzo. L’iniziativa è stata organizzata dalla rete 25 aprile di Roma Est in avvicinamento al corteo in ricordo di Valerio Verbano del 21 febbraio. RETE 25 APRILE ROMA EST: Partiamo dalla situazione attuale negli Stati Uniti. Che ruolo specifico sta giocando l’ICE all’interno della seconda amministrazione Trump? Com’è passata da essere un servizio di intelligence a una polizia speciale che gode di un’immunità quasi assoluta? Qual è il legame con l’immaginario delle milizie di estrema destra? LEONARDO BIANCHI : Dall’inizio del secondo mandato di Trump, l’ICE è diventata è una vera e propria polizia politica personale al servizio del presidente. Nata nel 2003 sotto l’amministrazione Bush come agenzia federale, nell’ultimo anno è stata profondamente riformata, arrivando a contare il doppio degli agenti e reclutamento agevolato. Di fatto, l’ICE assomiglia sempre più a una milizia armata e le immagini arrivate da Minneapolis parlano chiaro: agenti mascherati e vestiti come paramilitari di estrema destra, comandanti della polizia di frontiera come Greg Bovino che esibiscono un immaginario che richiama quello degli ufficiali delle SS, persone prelevate per strada e nelle loro abitazioni, manifestanti aggrediti, arrestati, descritti come terroristi e infine uccisi. Il tutto si inserisce in uno smantellamento della democrazia statunitense e delle sue istituzioni liberali operato da Trump. Attraverso l’uso intensivo dell’ICE, Trump ha di fatto integrato all’interno di un corpo di polizia legale le formazioni MAGA extralegali, in particolare quei gruppi che avevano assaltato Capitol Hill il 6 gennaio del 2021, e a cui aveva concesso la grazia. In questo senso, l’ICE ha adottato le tattiche comunicative, l'immaginario e l'iconografia di questi gruppi, come i Proud Boys. Ad esempio l'account X del Dipartimento di Sicurezza Interna si rifà a un’iconografia esplicitamente neonazista: immagini di cavalieri, continui rimandi a difendere la propria terra, e a unirsi per combattere il “nemico interno”. La figura del nemico interno è fondamentale nell’amministrazione Trump, e non si limita al migrante che “avvelena la nazione”, espressione utilizzata dallo stesso Trump durante l’ultima campagna elettorale. Il nemico è anche chi si oppone all’applicazione della legge, alle operazioni dell’ICE. E quindi sono le Renee Good, sono gli Alex Pretti, sono tutti gli attivisti e le attiviste che si schierano contro le operazioni dell'ICE e contro le occupazioni militari della milizia di Trump. Gli account ufficiali dell'ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna si fanno portatori di un messaggio che è rivolto chiaramente a chi faceva parte delle milizie o comunque a persone che hanno tendenze chiaramente di estrema destra. In questo senso si sta cercando di inglobare quelle milizie che avevano costituito l'aspetto paramilitare del primo trumpismo all'interno dello Stato: un passaggio cruciale da quella che era una democrazia liberale a qualcosa di diverso. È molto simile ovviamente alla storia europea degli anni Venti. Tuttavia l’immaginario dell’ICE non si rifà solo alla Gestapo, ma anche ai cacciatori di schiavi statunitensi nell’800. C'è una lunga linea nera che parte dei totalitarismi degli anni 30 e li collega a una storia profondamente statunitense, che passa per il KKK e arriva all'attuale ICE. La novità, inoltre, è che tutto questo viene filtrato attraverso la lente dei social media. Gli agenti dell’ICE non sono solo poliziotti o miliziani: diventano anche content creator . È un tratto che li accomuna ai Proud Boys, il cui fondatore, Gavin McInnes, è un ex giornalista e cofondatore di Vice Media. Fin dall’inizio, nei Proud Boys la dimensione mediatica è stata cruciale nella costruzione stessa della milizia. R25ARE: Guardando invece all’Italia, le proposte di scudo penale presentate nel nuovo dl sicurezza rappresentano un parallelo con la situazione statunitense? Il rapporto sempre più stretto tra governi e polizie anticipa è sintomo di una cultura della guerra che si diffonde a livello globale? LB: Più che i prodromi della terza guerra mondiale le attuali forme di conflitto assomigliano a forme ibride di guerra civile. La premessa in ogni caso è che in Italia e in Europa non abbiamo bisogno di prendere lezioni degli Stati Uniti in quanto alla repressione, sappiamo farla benissimo già da soli. Tuttavia, quello che sta succedendo adesso negli Stati Uniti ha un impatto diretto anche qui, anche soltanto a livello di immaginario e di possibilità politiche. Specialmente nell'ultimo anno, tutti i partiti di governo e della maggioranza di destra hanno progressivamente importato parole d'ordine e proposte politiche che aleggiavano nel dibattito pubblico statunitense o che sono che sono state promosse dall'amministrazione Trump. Molte di queste politiche non si sono ancora concretizzate, ma di fatto sono entrate nel dibattito pubblico. Quella più evidente è la designazione del movimento “antifa” come organizzazione terroristica, attuata da Trump dopo l'omicidio di Charlie Kirk. Questo omicidio ha fornito alla destra trumpiana il suo martire e l’occasione per scatenare una nuova caccia alle streghe verso chiunque abbia idee vagamente “di sinistra”. Va comunque sottolineato come l’omicidio di Kirk abbia creato un grosso problema interno al partito repubblicano: Kirk aveva tutte le carte in regola per essere il successore di Trump; dopo il presidente uscito dalla TV, Kirk poteva essere il presidente dei social media. La designazione di Antifa come organizzazione terroristica è paradossale, dato che non è un’organizzazione, non ha né leader né strutture fisse. Tuttavia, è servita da pretesto per scatenare un nuovo tipo di maccartismo Ricordate il dibattito post omicidio di Charlie Kirk: Giorgia Meloni e i partiti dell’ultra destra hanno parlato di un clima d'odio fomentato dalla sinistra, agitando lo spettro degli anni di piombo; lo stesso è avvenuto dopo gli scontri di Torino. In questo senso, hanno cercato di sfruttare la proposta politica degli Stati Uniti ai fini della repressione del dissenso interno. La politica di Meloni di fatto è una continua costruzione di un nemico interno, dal primo decreto promulgato contro i rave, scomparsi poi dalla propaganda governativa, all’attuale attacco contro “gli antagonisti”. La questione torna riguardo la proposta dello scudo penale. Se si guardano i profili social dei parlamentari e delle organizzazioni giovanili delle destre si va dall’esaltazione dell’ICE, al “vogliamo Greg Bovino anche in Italia”, fino alla proposta di creare una milizia “antimaranza”. Una serie di pulsioni che cercano di trovare spazio nelle proposte interne ai decreti sicurezza. Tra queste, lo scudo penale è stato più volte proposto, nonostante sia formalmente incostituzionale. Tuttavia, lo scopo di questa proposta non è tanto una ricerca di immunità, quanto l’inizio di un procedimento giudiziario parallelo in cui, se c'è un caso di giustificazione, si vieni iscritti in un registro a parte, con una procedura più veloce per archiviare la posizione. Chiaramente bisogna vedere poi come si concretizzerà sul campo, ma in ogni caso l’obiettivo è chiaro: avere una polizia completamente sciolta dalla legge che risponda esclusivamente a un potere politico. Tra l'altro è anche quello che stanno cercando di fare con il referendum. La riforma costituzionale sulla magistratura rientra in un progetto di “illiberalizzazione” della democrazia, che passa necessariamente per il controllo della polizia e della magistratura, cioè dei poteri indipendenti che fanno da peso e contrappeso nella democrazia liberale. La svolta illiberale della democrazia non è una novità, ma la deriva così rapida, violenta e feroce degli Stati Uniti è un invito alle destre alleate al movimento MAGA. Questo è emerso anche nel documento di strategia nazionale, cioè il documento programmatico sulla politica estera statunitense. In questo documento si propone di smantellare l'Unione Europea in favore di una serie di stati vassalli e gestiti da autocrati. L’obiettivo è quello di creare un territorio alla mercè di una forza politica al di sopra della Costituzione, che agisce secondo criteri extra legali, come si è visto in piccolo a Minneapolis. R25ARE : L’immigrazione viene sempre più vista come un nemico interno da combattere in nome di una presunta sicurezza. Come si è arrivati a oggi? Che ruolo hanno svolto in questo senso le misure di controllo dei flussi iniziate nei primi duemila? LB: Su questo punto partirei da una frase di William Gibson, uno dei padri del Cyberpunk, che mi sembra molto adatta alla situazione in cui siamo: il futuro è già qui, solo che non è distribuito in maniera uniforme. Il futuro della repressione è già vissuto dalle persone migranti e marginalizzate. Si legifera d'urgenza sull'immigrazione da 20 anni, e ormai si è creato un sistema mastodontico di norme che rendono praticamente impossibile la vita alle persone che non hanno i documenti giusti. Quello che si sta vedendo negli Stati Uniti è esattamente questo, perché uno dei primi atti del secondo mandato di Trump è stato l'arresto di Mahmoud Khalil, che non aveva commesso alcun reato se non essere uno degli organizzatori dei campus contro il genocidio a Gaza: non aveva partecipato a proteste violente, non era indagato, non c’erano imputazioni di sorta. Per arrestarlo hanno quindi utilizzato il pretesto che avesse la green card, quindi era legalmente residente negli Stati Uniti, ma non era a tutti gli effetti cittadino statunitense, dato che non è nato lì. Quindi, hanno utilizzato la leva delle leggi anti-immigrazione per colpire il dissenso politico, e questo è stato fatto anche con altre persone che erano regolarmente residenti negli Stati Uniti. Ad esempio, la ricercatrice Rümeysa Öztürk rapita da agenti dell’ICE travisati e spedita in un campo di detenzione, praticamente uguale ai nostri CPR – cioè luoghi di detenzione amministrativa privati e quindi votati al profitto – solo perché aveva scritto un articolo sul giornale universitario. Quindi le leggi antimmigrazione alla fine vanno a colpire il dissenso politico, se utilizzate in una certa maniera. Lo stesso sta succedendo anche qua in Italia. Ad esempio, sui “maranza” si sta giocando un’intera campagna di panico morale che è funzionale alla ridefinizione del concetto di cittadinanza. I “maranza” nella stragrande maggioranza dei casi sono cittadini italiani, ma non sono “bianchi”. E quindi tutta la campagna serve a ridefinire la cittadinanza italiana, cioè chi può rientrare nel perimetro e chi meno. Su questo c'è una proposta di legge della Lega, in cui si si prevede anche la possibilità di togliere la cittadinanza a persone che hanno commesso determinati reati, ma non di terrorismo, come è già possibile fare adesso tra l’altro, ma per reati comuni. Quindi la cittadinanza diventa una specie di patente a punti – solo per determinate categorie, chiaramente – che può essere tolta a piacimento e soprattutto in base a una ridefinizione razziale della cittadinanza. R25ARE: In questo senso la proposta della remigrazione sembra essere riuscita a creare un fronte unico tra i partiti dell’ultra destra istituzionale, come la lega, e le sigle neofasciste più movimentiste come Casapound. Quali scenari può aprire questa rinnovata alleanza su un tema comune? LB: Prima di parlare di remigrazione secondo me è fondamentale introdurre la teoria del complotto che è alla base del razzismo contemporaneo, cioè quella della grande sostituzione etnica. Secondo questa teoria, l'immigrazione non sarebbe il frutto un insieme di fattori climatici, ambientali, sociali, economici, politici, eccetera, ma un piano preordinato da élite globaliste (di solito una parola in codice per parlare di ebrei, non a caso viene citato continuamente George Soros) per sostituire e rimpiazzare etnicamente i “bianchi” con i “neri”. Questa teoria nasce in due versioni: prima negli ambienti neonazisti negli Stati Uniti degli anni 70; e poi in Europa, negli ambienti dell'estrema destra francese. Per una trentina d’anni è rimasta confinata in un recinto ideologico ben preciso, ma a partire dall'inizio degli anni 10 è fondamentalmente esplosa, diventando un patrimonio comune di tutte le destre estreme, sia dentro che fuori il Parlamento. Tant'è che adesso non viene neanche più messa in discussione come teoria: è dato per assodato che l'Europa e gli Stati Uniti siano sotto una minaccia mortale. Se la “sostituzione etnica” è la diagnosi, la remigrazione è la cura. Anche la remigrazione ha una genesi interessante: nasce ancora una volta in seno all'estrema destra francese e particolar modo nell’ambiente degli “identitari”. Il termine è preso dalle scienze sociali e ha infatti un suono quasi innocuo, ed è un concetto utile ad ammorbidire – almeno semanticamente – un piano razzista di deportazione forzata. Il “merito” dell'elaborazione contemporanea del termine va a Martin Sellner, un identitario austriaco che si è formato politicamente negli ambienti neonazisti in Austria e soprattutto nell'alt-right americana, dando vita a un concetto metapolitico della militanza, che punta a introdurre concetti e parole d'ordine in partiti della destra che storicamente non erano necessariamente allineati con le linee più estremiste. Sellner è riuscito a infilare questo discorso in Germania nel 2023 con AFD, quando si è svolto un raduno segreto in un hotel vicino Berlino in cui si sono incontrati vari membri neonazisti e di AFD per discutere un piano di remigrazione di massa. All'epoca l’incontro era stato scoperto da Correctiv , una testata giornalistica investigativa tedesca, e aveva suscitato grande scalpore, mentre adesso questo concetto è completamente normalizzato. Anche l’approdo del termine in Italia è interessante. È stato citato, per la prima volta, nel gennaio 2025 da Alessandro Corbetta, consigliere regionale lombardo della Lega, dopo alcuni disordini avvenuti a Capodanno in Piazza Duomo a Milano. Ed è interessante perché non l'hanno importato CasaPound, Forza Nuova o altri movimenti dell’estrema destra extraparlamentare, ma un partito di governo. Il termine poi è entrato veramente molto velocemente nel dibattito pubblico italiano. Soprattutto la Lega si è fatta portavoce di questo termine nel tentativo rosicchiare i voti alla destra di Fratelli d’Italia. La Lega e CasaPound, più i vari gruppuscoli che formano il comitato “remigrazione e riconquista”, la presentano come se fosse fondamentalmente una proposta di buon senso e non come un piano razzista di deportazione forzata. L’altro punto problematico della remigrazione, che viene molto poco citato nel dibattito pubblico, è anche e soprattutto la privazione dei diritti civili ai cittadini che hanno un passaporto italiano. E qui torniamo anche alle leggi “anti-maranza” della Lega, che sono, quindi, l'applicazione della remigrazione, cioè la privazione dei diritti civili per una determinata categoria di persone. Questo è il vero aspetto più subdolo e pericoloso della remigrazione: che viene presentata come una proposta di buon senso per aiutare a rimpatriare le persone che non hanno titolo di stare in Italia, e che invece è un piano ridefinizione della cittadinanza e di privazione dei diritti civili. Per applicare seriamente la remigazione si dovrebbe fare un colpo di stato e ci si dovrebbe sbarazzare dell'articolo 3 della Costituzione, perché appunto si creerebbero categorie distinte di cittadini. Quindi, quando si parla di remigrazione, di fatto si sta parlando di un colpo di stato fascista con cui cambiare la cittadinanza. Restringere e allargare a piacimento il perimetro della cittadinanza è una delle cose che caratterizza tutti i regimi autoritari. Tant'è che anche negli Stati Uniti è arrivato il termine remigrazione proprio nelle ultime settimane con una proposta di “denaturalizzare” i cittadini che hanno acquisito la cittadinanza, quindi quelli che non sono nati negli Stati Uniti. È quindi una proposta all'ordine del giorno di tutte le destre, da quelle statunitensi a quelle europee Bisognerà poi vedere anche cosa succederà verso le elezioni del 2026 con il partito di Vannacci, che ha la sua ragione d'essere proprio nella remigrazione. Ovviamente, il partito di Vannacci si candida a essere la casa di tutta l'estrema destra italiana delusa da Meloni e Salvini, e ora senza più una rappresentanza. Di conseguenza, probabilmente anche Fratelli d'Italia inizierà a spingere su questo tema della remigrazione per cercare di tenere al suo interno anche questi voti. Leonardo Bianchi è giornalista e scrittore. Collabora con Valigia Blu, Internazionale, il manifesto e altre testate. È stato a lungo news editor di VICE Italia. Cura anche “ Complotti! ”, una newsletter sulle teorie del complotto. Ha pubblicato La Gente. Viaggio nell'Italia del risentimento (Minimum Fax, 2017), Complotti! Da Qanon alla pandemia, cronache dal mondo capovolto (Minimum Fax, 2021) e Le prime gocce della tempesta (SolferinoLibri, 2024).
- fascismi
Siamo tutte e tutti potenziali bersagli. Intervista al collettivo <> Intervista ad Alessandro <> Buccolieri del collettivo romano d’intervento artistico <> ( potenzialibersagli2026.noblogs.org ). Redazione Ahida : Quando viene fondato il collettivo d’intervento “Arte come sopravvivenza”? Mefisto: Nel 1991 partecipai al festival internazionale dell’arte che si tenne al Forte Prenestino con “autodistruzione”, una mia opera scultorea interattiva. Un braccio spuntava da sottoterra da un frigorifero aperto come un libro sopra un leggio, il dito del braccio sfiorava un pulsante lampeggiante recante il simbolo della radioattività che, quando veniva pigiato faceva partire il brano “This is the end” dei Doors. In quella occasione conobbi Costantino Pucci, con il quale fondammo subito dopo il gruppo di intervento “Arte Come Sopravvivenza”. Lui graffitaro e grande comunicatore con ottima mimica e grande manualità, ed io, con le mie conoscenze tecniche-scultoree da orafo, collaborammo di volta in volta come gruppo, nelle varie azioni con singoli e gruppi diversi anche musicali o teatrali, nelle quali calavamo le nostre performances costruite attorno a installazioni effimere che poi distruggevamo. Con questo gruppo realizzammo alcuni interventi di grande effetto, ma critici verso il mercato dell’arte,distruggendo le opere da noi realizzate. Miravamo così a sottolineare che il nucleo dell’opera era il pensiero che l’aveva generata e l’emozione che poteva trasmettere, anche tramite la sua dissacrante distruzione. Lo facevamo in forma anonima, celati dietro il nome collettivo, consapevoli che il mercato della “merce” artistica poggia sulla firma dell’autore e la sua notorietà ne è la garanzia che ne determina il valore commerciale. Redazione Ahida: Come fu recepita dai critici d’arte mainstream quel festival d’arte internazionale? Mefisto: Di quell’evento conservo con immensa soddisfazione il ricordo di Achille Bonito Oliva respinto all’ingresso. Era stupito dal nostro diniego e continuava a ripetere che era impossibile che non lo facessimo passare, perché lui era un critico e quella era una mostra d’arte, nonostante avessimo provato a spiegare che per questo motivo proprio lui e SOLO lui non poteva entrare. Per noi quei codici comunicativi erano finalizzati alla libera espressione e non a diventare merce per il mercato che lui rappresentava dal quale volevamo essere e continuiamo a rimanere convintamente esterni ancora ora a decenni di distanza. Ancora oggi come allora non siamo produttori di “merce” artistica ma produttori di senso per scelta. Oggi come ieri usiamo quei codici comunicativi artistici per veicolare dei messaggi sociali, culturali e politicicome un tempo si usava il ciclostile. Per noi l’uso dei linguaggi artistici non è il fine ma solo un mezzo per scatenare emozioni. Redazione Ahida: Nella prima metà degli anni Novanta c’è un cambio di rotta nel vostro percorso: abbandonate la realizzazione di opere mobili ed effimere, per dedicarvi a installazione fisse e durature. Da che cosa è motivato questo cambio di prospettiva? Mefisto: Nel 1992 io e Costa, realizzammo “Sfonda il Blocco”, opera dedicata ad Auro Bruni che fu inaugurata il 19 maggio ad un anno esatto dal suo omicidio nel luogo dove venne rinvenuto il suo corpo carbonizzato dopo l’infame assalto fascista che incendiò il CSOA Corto Circuito a Cinecittà. Ancora oggi l’opera è visionabile dove fu posta. In quel momento, a causa di quell’omicidio, passammo alla realizzazione di opere durature, poiché considerammo quella nostra opera come un tassello di una futura memoria collettiva, teso a ricordare alle future generazioni gli orrori dell’efferatezza fascista. Redazione Ahida: Il 25 aprile del 1995, nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione, a piazzale Ostiense realizzate l’opera “Tutti Potenziali Bersagli”, che rappresenta una tappa importante del vostro percorso. Per la realizzazione dell’opera avete ricevuto dei finanziamenti o è stata autofinanziata dal basso? Le istituzioni cittadine hanno riconosciuto l’opera come parte integrante del patrimonio artistico della città di Roma? Nel corso degli anni le destre hanno tentata di rimuoverla? Mefisto: Voglio precisare innanzitutto che nel 1995 eravamo molto in ritardo e più persone vennero a darci una mano soprattutto in fonderia. Tra costoro voglio ringraziare Marcello Gazzellini e ricordare Franchino Pantò, un caro amico scomparso anni fa per un male incurabile Il monumento “Potenziali Bersagli” che è ubicato a Porta San Paolo davanti alla Piramide Cestia fu completamente autofinanziato da una rete di centri sociali, comitati, collettivi,realtà di base, singole sensibilità, etc. Un monumento voluto e finanziato dal basso è una storicizzazionedel sentire popolare che l’ha prodotto, come era già avvenuto per Giordano Bruno a Campo dei Fiori, o il monumento a Walter Rossi nell’omonima piazza. È un processo di attribuzione di significato storico, culturale, sociale e politico collettivo. La fotografia che fissa le emozioni di quel momento e ne proietta nel futuro il suo diffuso sentire popolare che emerge dal basso e diventerà memoria condivisa collettiva. Come disse la storica dell' arte Marisa Dalai Emiliani nel 1995 quando firmò il nostro appello per difendere il monumento dedicato alle vittime della persecuzione nazifascista a Porta San Paolo dopo le richieste di rimozione - prima del consigliere comunale Augello dell' MSI e poi del Sovrintendente alle Belle Arti di Roma Professor Eugenio La Rocca - : “[…]un monumento è un fenomeno culturale antropologico, il segno che una civiltà lascia dei suoi fermenti, della sua presenza, del suo passaggio”. Poi disse anche " Roma esiste da oltre duemila anni, ma ha continuato a vivere e aprodurre tracce della propria civiltà. Questo monumentotestimonia oggi il sentire dell’attuale società così come le vestigia romane testimoniano la civiltà di duemila anni fa ed hanno entrambi lo stesso diritto a restare dove sono state poste". Nel 2007 Potenziali Bersagli a Porta San Paolo fu censita tra le opere d’arte del Comune di Roma, nell’ultimo anno io e Costa abbiamo firmato la donazione al Comune di Roma Capitale affinché il comune possa occuparsi della messa in posa definitiva in loco, con relativi restauri conservativi e l’illuminazione pubblica con i faretti pedonabili ai piedi delle sagome. Attualmente la pratica per l’acquisizione definitiva è stata approvata dall’Assessorato alla Cultura ed è in lavorazione alla Sovraintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale. Come dicevo, prima di “Sfonda il Blocco” (1991) e di “Potenziali Bersagli” del 1995, a Roma ne erano già stati finanziati erealizzati due dal basso, a parte i cippi, le targhe e le lapidi dedicati ai partigiani e alle partigiane caduti per la resistenza. Il primo fu il monumento a Giordano Bruno a Campo de' Fiori che così come lo conosciamo è la seconda statua a lui dedicata. Questa attuale è stata realizzata da Ettore Ferrari e reinaugurata per la seconda volta il 9 giugno 1889, nel luogo dove il filosofo fu arso vivo. Mentre la prima statua a Giordano Bruno era stata eretta nel 1849 durante il periodo della mazziniana Repubblica Romana. Appena finì quella breve parentesi la statua fu fatta distruggere da PapaPio IX. In seguito, e in contrapposizione al Concilio Vaticano I˚del 1869 dello stesso Papa, il movimento laico, libertario e anticlericale del tempo, diede vita ad un comitato per la sua ricostruzione – che fu precursore della Associazione Nazionale del Libero Pensiero Giordano Brano – al quale aderirono alcune tra le maggiori personalità dell’epoca: Victor Hugo, Michail Bakunin, Henrik Ibsen, Herbert Spencer, Ernest Renan, Algernon Swinburne, Ernst Haeckel; Giovanni Bovio, GiosuèCarducci, Roberto Ardigò, Cesare Lombroso e Pasquale Villari. Passarono 40 anni tra la prima realizzazione del 1849 e la attuale del 1889 che ancora oggi nel 2026, dopo 137 anni, rappresenta un simbolo del libero pensiero e dell'anticlericalismo. Il secondo monumento nella storia di Roma, finanziato e realizzato dal basso è quello dedicato a Walter Rossi, nell’omonima piazza, ex Piazza Igea, realizzato da Giuseppe Rogolino e inaugurato il 30 settembre 1980 ad un anno di distanza dall’omicidio di Walter grazie all’impegno delle compagne e deicompagni dell’associazione Water Rossi. Infine, dopo quello a Giordano Bruno, a Walter Rossi, ad Auro Bruni e a Potenziali Bersagli 1995 c'è Handala, il quinto monumento dal basso a Garbatella dal 16 Marzo 2024 e Potenziali Bersagli 2026 il prossimo 25 Aprile sarà il sesto. Handala, che è a Largo Delle Sette Chiese, denuncia il GENOCIDIO in atto in PALESTINA, ed è stato realizzato grazie all' impegno di Yalla e Rete Antifascista Roma Sud. Handala è una citazione del personaggio del bambino palestinese nato nel 1969 dalla matita del fumettista anch'egli palestinese Naji Al Alì, ucciso a Londra nel 1987. A parte questi esempi di monumenti finanziati e realizzati dal basso, tutti gli altri soprattutto a Roma, ma non solo, sono sempre stati o monumenti realizzati per volere del potere costituito,finalizzati a perpetrare la sua futura e imperitura memoria, o al massimo oggetti estetici di arredamento urbano, senza però nessuna pretesa di voler veicolare alcun messaggio di denuncia o diventare pietre miliari di una futura memoria collettiva condivisa. Il blocco scultoreo delle cinque sagome di potenziali bersagli del 1995 e quello di potenziali bersagli 2026 che inaugureremo il prossimo 25 aprile sono entrambi, in qualche modo un anti-monumento. Sono entrambi a misura ed altezza umana, attraversabili e interattivi a livello della strada, e non posti su piedistalli metri sopra il livello stradale. Interattivi perché ognuno può vedere la propria immagine riflessa nel simbolo di morte della sagoma da tiro al bersaglio in acciaio specchiato. Redazione Ahida: Parlaci della nuova opera che state realizzando in vista del prossimo 25 aprile 2026. Mefisto: Potenziali bersagli 2026 sono la sesta e la settima sagoma delle cinque sagome di Porta San Paolo del 1995. Hanno lo stesso nome e ne sono il proseguimento. Nelle prime cinque di trentuno anni fa avevamo rappresentato le cinque tipologie delle comunità perseguitate e internate nei campi di stermino naziste(triangolo rosa omosessuale, triangolo azzurro immigrato, stella di Davide ebrea, triangolo rosso antifascista, triangolo marrone rom, due donne, due uomini, un omosessuale) ed erano state inaugurate nel cinquantesimo Anniversario della Liberazione. Quell blocco scultoreo a Porta San Paolo è comunque un’opera commemorativa, dedicata ad uno sterminio terminato nel 1945, ossia cinquanta anni prima. Queste due sagome, una donna e un bambino palestinese che inaugureremo il prossimo 25 aprile, non sono come quelle un monumento alla memoria di una persecuzione del passato, ma affermano: fermiamo il GENOCIDIO del popolo palestinese, ora mentre la storia scorre! Redazione Ahida: Cosa vi piacerebbe fare dopo questo 25 aprile, quali progetti per il futuro? Mefisto: Ci piacerebbe esportare repliche di Potenziali Bersagli 2026, dedicate al genocidio del popolo palestinese, in tutte le maggiori capitali del mondo ed anche nelle altre città italiane. Se ce lo propongono, comitati in grado di coprire le spese dei materiali e della messa in posa, noi saremmo lieti di farlo offrendo il nostro lavoro gratuitamente come sempre, senza alcun compenso, da attivisti quali siamo io e Costa. Il concetto di potenziali bersagli purtroppo è sempre lo stesso ed ètragicamente attuale: c’è una sagoma da tiro al bersaglio dentro troppe tipologie di umanità perseguitate. Se fosse stato per me avrei già dedicato una sagoma da tiro al bersaglio agli immigratimorti alle porte dell’Europa nel tentativo di arrivare sulle coste di Cutro e Lampedusa, o agli immigrati perseguitati dalle squadracceICE negli USA di Trump. Oppure una sagoma dedicata al genocidio del popolo curdo e alla resistenza del Rojava. Ci vediamo il 25 aprile a Piazza delle Camelie a Centocelle, quartiere romano medaglia d’oro alla resistenza. Buon 25 aprile di liberazione con la Palestina nel cuore. È possibile contribuire al crowfunding per le spese dei materiali del monumento Potenziali Bersagli 2026 al seguente linkhttps:// potenzialibersagli2026.noblogs.org/partecipa-al-crowdfunding-su-produzionidalbasso/ 2
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