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La lunga durata del fascismo Donna Malone Viviamo dentro una sconfitta di dimensioni epocali. I paesi democratici corrono seriamente il rischio di sprofondare nuovamente nella spirale della guerra globale e di ripercorrere a un secolo di distanza la strada del nazifascismo precipitosamente ritenuta anacronistica. Siamo dentro un incubo riuscito: un incubo che tanti, troppi, hanno ritenuto impossibile, scambiando lucciole per lanterne: le lucciole dei «trent’anni gloriosi» per le lanterne della trasformazione dei nostri paesi in democrazie sociali, avviate verso la socializzazione delle economie e delle sfere politico-istituzionali. Ora, se mi domando a che cosa dobbiamo tutto questo, resto testardamente del parere che gran parte delle responsabilità incombono sui gruppi dirigenti delle sinistre europee, occidentali, che hanno avuto nell’immediato dopoguerra e nella seconda metà del 900 la possibilità di consolidare le timide avvisaglie di quella trasformazione. E se mi domando quelle responsabilità in che cosa siano consistite, sono incerto se abbiano a che fare più con l’inconsistente tempra morale di quei gruppi dirigenti – con la loro totale disponibilità a lasciarsi corrompere e sussumere nelle élite che si arricchiscono sfruttando la propria posizione dominante – oppure nella loro altrettanto inconsistente capacità di comprendere la dinamica politico-storica. Qui il tema del fascismo è dirimente. Chi in questi decenni ha continuato a dire che il rischio del fascismo e dei suoi corollari (militarismo, nazionalismo aggressivo, imperialismo, razzismo) era rimasto reale e attuale anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stato sempre considerato un dogmatico, prigioniero di schemi vetusti, appunto anacronistici. Il perché è chiaro: una cultura giornalistica , che vive alla giornata, che si nutre di cronaca spiccia, che scambia gli eventi immediati per tendenze storiche, non può che ignorare le linee di forza dei processi. Chi ha avuto la ventura di frequentare organizzazioni politiche nei decenni scorsi sa bene di che cosa parlo: discussioni futili, analisi improvvisate, chiacchiere grottesche spese al vento per il solo ridicolo gusto di esibire la propria sottocultura abborracciata. A fronte della «sinistra» diretta da nani e ballerine la destra è rimasta fedele a se stessa, istintivamente coerente con le proprie finalità, i propri «valori», la propria ideologia. E oggi ci svegliamo nell’incubo. Raccomanderei a un editore che voglia fare il proprio lavoro seriamente di tradurre al più presto un libro prezioso, e a chi di dovere di leggerlo e di studiarlo, sempre che non sia troppo tardi. Questo, scritto da Ute Daniel, storica a Braunschweig ( Im Zwischenreich. Eine Geschichte der Weimarer Republik 1918 bis 1933 , Hamburger Edition, 2026), non è il solito libro sulla Repubblica di Weimar e la sua crisi politica che portò all’avvento del fascismo nazista in Germania. È un libro molto importante che dimostra precisamente la struttura di lungo periodo della crisi strutturale della democrazia in Europa e negli Stati Uniti, ancora nel pieno di una transizione incompiuta tra la società post-aristocratica dominata dai grandi magnati e una democrazia sociale ancora lontana dal consolidarsi. Daniel muove da una premessa che era già al centro di un altro grande libro su cui bisognerebbe tornare ( La persistenza dell’Ancien Régime , di Arno Mayer, 1981), del quale questo nuovo studio costituisce in qualche modo la continuazione. Questa è la premessa, che ha appunto a che fare con la lunga durata dei processi, allegramente ignorata dai politicanti che ci hanno scaraventati nel disastro: il passaggio dall’impero del Kaiser alla Prima guerra mondiale e dalla guerra alla Repubblica di Weimar non portò con sé soltanto un cambiamento della forma di governo, travolse anche una formazione sociale: mise all’ordine del giorno la distruzione della società dei grandi proprietari che aveva costituito la struttura fondamentale della modernizzazione tedesca (europea) tra Sette e Ottocento. La crisi di Weimar e l’ascesa di Hitler si comprendono in questo scenario, perché furono la conseguenza della lotta all’ultimo sangue che il grande capitale privato combatté contro la trasformazione della società tedesca in senso sociale e democratico. Una lotta che si concentrò in primo luogo sul terreno fiscale e che aveva uno scopo fondamentale: la difesa della concentrazione del capitale contro la mobilità sociale; la difesa delle sperequazioni e del privilegio, della disuguaglianza e della struttura polarizzata delle società: esattamente quello che è puntualmente tornato a verificarsi in tutto il mondo occidentale – anche e principalmente per responsabilità della sedicente «sinistra progressista» neoliberale – in questi ultimi quarant’anni. Nel sogno delle élite dirigenti-dominanti di fine Ottocento e primo Novecento lo Stato doveva essere il guardiano notturno delle loro posizioni e ricchezze, il custode delle loro proprietà e dei loro privilegi, il garante dell’asservimento legalizzato del lavoro e lo strumento per fare guerre che dovevano servire ad accrescere domini territoriali e potere sulle materie prime e sui mercati. Quello che invece gli Stati non dovevano fare era usare la leva fiscale per redistribuire le ricchezze e per favorire l’emancipazione della classe operaia e il suo ingresso nella cabina del comando politico. Daniel insiste sulla permanenza essenziale di questo stato di cose, che va ben al di là delle forme esteriori della cronaca politica. Mostra che, quando la prima guerra mondiale si concluse, le domande all’ordine del giorno erano precisamente quelle che hanno segnato il dibattito politico di questi ultimi 80 anni: fin dove arriva il diritto dello Stato al prelievo fiscale e quali scopi deve perseguire con il denaro pubblico raccolto con le tasse? Queste domande e le risposte a queste domande (a cominciare da una politica fiscale incentrata sulla protezione dei grandi capitali che influì molto più delle riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles nel provocare la bancarotta dello Stato) decisero la politica dei governi negli anni di Weimar e permisero alla destra di distruggere la Repubblica. Queste stesse domande e la risposta a queste domande hanno scatenato l’ordalia neoliberista e hanno deciso il ritorno in forze della destra post(neo)fascista in tutto l’Occidente «democratico». L’idea di fondo è che le élite dominanti non hanno affatto rinunciato al loro sogno, né ieri (primo 900), né oggi (all’inizio del nuovo millennio): tornare alla società dei proprietari, tornare al moderno ancien régime di cui parlava Arno Mayer. I grandi capitalisti sognano l’800 e quanto sta accadendo ai nostri giorni dà loro ragione. Hindenburg e il cancelliere Brüning che di fatto trasmise il potere a Hitler avevano una stella polare: contenere la spesa pubblica, evitare che lo Stato finanziasse politiche sociali con i capitali privati, e per questo era indispensabile uno Stato autoritario che fu costruito anche con l’impiego della violenza militare dei nazisti. Si può facilmente osservare che Trump e i suoi sodali nazisti hanno in mente lo stesso identico schema: svuotare la Costituzione per accentrare il potere; scatenare la violenza militare nelle città e scatenare la guerra nel mondo. Il saluto nazista di Elon Musk e la retorica nazista del Ministro trumpiano della Guerra non debbono trarre in inganno: non sono soltanto folklore, sono anche l’evocazione fedele di un programma politico che non per caso piace tanto alla destra europea. E se nel caso della Germania degli anni Venti una leva formidabile furono il risentimento contro i vincitori della guerra, l’odio nazionalistico e l’antisemitismo, oggi una leva altrettanto potente è il veleno razzista contro gli immigrati e la marginalità sociale, che la destra instilla nel corpo sociale sperando serva alla distruzione da sempre auspicata dell’equilibrio dei poteri costituzionali indipendenti. Per concludere lascio la parola a Ute Daniel: il dibattito sulle riparazioni di guerra – dice – ebbe una funzione simile a quella che oggi ha il dibattito sull’immigrazione, e come allora le riparazioni non furono affatto, come pretendeva la destra, la «madre di tutti i problemi», così oggi non lo sono i problemi legati all’immigrazione. Ieri come oggi la questione chiave della democrazia è un’altra, e ruota intorno ai compiti e alle finalità della politica, a ciò che si può e si deve fare per proteggere il lavoro e per combattere la disuguaglianza, a ciò che lo Stato può e deve fare con il denaro raccolto mediante il prelievo fiscale che non per caso è stato il terreno di battaglia nella controrivoluzione neoliberale. Ma appunto: per vedere questa questione bisogna guardare più in là del proprio naso e non pretendere di intervenire sui processi politici conoscendo a malapena le cronache degli ultimi anni. Il disastro nel quale ci troviamo non è figlio soltanto della determinazione delle élite a usare ogni mezzo – la guerra civile e la guerra militare – per restaurare l’ordine antico. È figlio anche del suicidio della parte politica che aveva il compito storico di impedirglielo. Alberto Burgio , storico della filosofia, ha dedicato importanti studi al pensiero politico moderno e contemporaneo e alla critica delle ideologie razziste. Con Marina Lalatta Costerbosa cura la collana «la corda pazza» per l’editore Milieu.
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Venti di guerra e chiusure sistemiche. Brevi note sull’attuale governance del penitenziario School of Shodo È evidente che i dispositivi autoritari non riescono a gestire le crisi strutturali del sistema, non sono capaci di interpretare i conflitti quotidiani che destabilizzano costantemente la vita dei penitenziari, avendo l’esclusiva missione di incrementare lo stato di guerra interna. «Escucharon? Es el sonido de su mundo viniéndose abajo» scriveva la Comandancia dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale… Questo mondo sta crollando, la sfida delle forze che si sono sprigionate contro questa ondata di sofferenza e guerra è immaginare e organizzare la trasformazione radicale dell’esistente per costruire un nuovo orizzonte di relazioni umane. Tale obiettivo politico è di massima urgenza. Una pioggia nera Scriviamo queste poche righe mentre lo stato di Israele approva con 62 voti a favore e 48 contrari l’introduzione della pena di morte esclusivamente per i detenuti palestinesi giudicati colpevoli dei reati a sfondo terroristico che negano l’esistenza dello Stato ebraico. La ferocia mostrata in questi decenni nei confronti del popolo palestinese, verificata anche nella pianificazione e realizzazione scientifica del genocidio in questi ultimi anni, è anche la base ideologica ed emotiva di questa scelta di politica criminale che aumenta l’indice di violenza del sistema di esecuzione penale israeliano (non più esclusivamente fondato sulla reclusione e sulla tortura) includendo l’eliminazione fisica dei condannati. Non è l’unico scenario negativo che proviene dal fronte internazionale. L’attacco armato illegittimo realizzato dalle forze militari americane e israeliane nei confronti dell’Iran e del Libano sta determinando un irrigidimento progressivo degli equilibri tra paesi aderenti alla Nato. L’ipotesi di un coinvolgimento di altri paesi dell’Alleanza atlantica non rappresenta un’ipotesi peregrina. Il piano internazionale influisce direttamente sulle condizioni interne all’Italia. Secondo gli ultimi dati Istat, il tasso di disoccupazione giovanile sale al 20,5%, in calo anche il tasso di occupazione generale rispetto all’anno precedente. Al contempo, i conflitti in corso provocano un rincaro notevole dei costi delle risorse energetiche – a oggi il costo del petrolio è di 107 dollari al barile – e di conseguenza una perdita del potere di acquisto dei salari (stabilmente sotto la media dei paesi europei). In opposizione alla gestione dell’emersione di nuove forme di povertà, l’attuale governo con l’ultima legge di bilancio (l. 31 dicembre 2025, n. 199, in particolare si tenga presente il dispositivo di cui all’art. 38) ha preferito operare tagli significativi ai fondi di sviluppo e coesione di circa 300 milioni di euro per l’anno 2026 e 200 milioni di euro per gli anni 2027 e 2028. In linea con quanto accaduto nelle precedenti legislazioni (a eccezione di una fase straordinaria provocata dal collasso pandemico che ha visto ingenti iniezioni di capitali – PNRR – nei piani economici), il governo di questa povertà crescente è attuato mediante le classiche forme «dell’esclusione, della sofferenza e della guerra», riprendendo le parole di Sergio Piro. Vecchie idee e nuovi dispositivi L’impianto del nostro codice penale è costruito con categorie giuridiche e ideologiche di matrice fascista e questo caratterizza il tipo di controllo penale che abbiamo ereditato da quell’esperienza di governo. Inoltre, la decretazione emergenziale che si è abbattuta sul nostro ordinamento dagli anni ’80, ripetuta nel tempo e divenuta ormai «eccezione-permanente», ha acuito fortemente il carattere repressivo del sistema, colpendo soprattutto la marginalità in diverse forme. Gli ultimi due decreti sicurezza sono l’esemplificazione del diritto penale dell’autore, difatti ampliano le forme di criminalizzazione della povertà, strumenti della violenza penale funzionali alla guerra contro la miseria e le opposizioni politiche. Non è il luogo per un’analisi attenta dell’intero panorama autoritario introdotto dalle nuove normative, quello che ci interessa è isolare alcune fattispecie che riguardano il mondo delle prigioni, ma prima di concentrarci sui nuovi dispositivi è necessario quanto meno definire il «gorgo» delle carceri. Infatti, questo scenario di tensioni sociali attraversa anche l’ambito dell’esecuzione penale che si trova a fronteggiare numeri crescenti difficilmente assorbibili dagli apparati incaricati alla gestione delle pene (Magistratura, amministrazione e polizia penitenziaria, Uffici dell’esecuzione penale esterna, distretti sanitari locali). Le persone recluse in Italia a oggi sono 63.939 su 51.264 posti regolamentari e 46.326 posti disponibili, i detenuti in Campania, la seconda regione dopo la Lombardia per numero di reclusi, si attestano a 7820 (su 5500 posti realmente disponibili a dicembre 2025) con una crescita tendenziale da settembre 2025 di circa 60 detenuti ogni mese; i soggetti in detenzione domiciliare (difficile scorporare il dato di chi sconta una pena definitiva da quelli che sono in misura cautelare) sono 1650 circa; quelli sottoposti a programmi di messa alla prova sono 3555. All’interno di questo scenario, il dato maggiormente critico è rappresentato dalla gestione della detenzione cosiddetta comune, la popolazione più numerosa dei 15 penitenziari regionali. Spesso le persone che vengono recluse in questo circuito sono tossicodipendenti e soffrono una condizione psichiatrica complessa e comportano una difficile gestione. L’ultima riorganizzazione del circuito della media sicurezza è stata disposta con la circolare n. 3693/6143 del 18 luglio 2022 che ridisegna la geografia degli istituti con differenti tipologie di sezioni: stanze per l’accoglienza, destinate ad alloggiare le persone detenute provenienti dalla libertà o da altro istituto, ove non sia possibile l’inserimento immediato nelle sezioni ordinarie; sezioni ordinarie per coloro i quali sono ritenuti incompatibili con «margini di maggiore libertà e autodeterminazione nella vita comunitaria»; sezioni ordinarie a trattamento intensificato, destinate all’assegnazione dei detenuti idonei a essere ammessi ad attività che implicano maggiori esigenze di movimento e di permanenza fuori dai reparti detentivi; sezioni ex art. 32 d.P.R. n. 230 del 2000, riservate ai detenuti il cui comportamento richiede standard di sorveglianza e sicurezza elevati; sezioni di isolamento ex art. 33 o.p. per isolamento giudiziario, sanitario o disciplinare. Il principio che regola l’allocazione dei detenuti è di tipo premiale (criterio che è stato costruito nella storia penitenziaria repubblicana con l’esperienza della «detenzione politica»), polarizzando la riorganizzazione dei circuiti tra sezioni squisitamente custodiali, per le quali è prevista l’apertura delle celle per 8 ore al giorno – ma il detenuto è di fatto sottoposto a un regime chiuso non avendo la possibilità di muoversi liberamente o stazionare all’interno della sezione – e sezioni improntate al trattamento, all’interno delle quali al detenuto è data maggiore autonomia di movimento ed è consentita una permanenza maggiore fuori dalle celle, pari a non meno di 10 ore al giorno. La circolare prevede, inoltre, la stabilizzazione nel circuito della media sicurezza delle sezioni di cui all’art. 32 o.p., all’interno delle quali vengono collocati – per almeno sei mesi – i detenuti per i quali l’amministrazione ritiene necessario adottare particolari cautele connesse al pericolo di atti (agiti o subiti) di sopraffazione o aggressione. Quest’ultimo segmento penitenziario spesso si è trasformato in un vero e proprio ghetto in cui confluivano i casi la cui gestione si presenta particolarmente difficile. Al fine di razionalizzare questo spazio, solo in Campania è cominciata una sperimentazione (allo stato sembra essersi progressivamente stabilizzata) in cui le sezioni istituite sono gestite congiuntamente dall’ASL e dalla direzione penitenziaria. La sperimentazione in sostanza prevede che a seguito di segnalazione (dell’amministrazione penitenziaria o sanitaria) per ogni persona allocata in sezione dovrà riunirsi il GOT (gruppo osservazione e trattamento), al fine di predisporre un percorso trattamentale integrato. Periodicamente si dovranno valutare tutti gli interventi intrapresi e gli obiettivi raggiunti. Una équipe multidisciplinare (composta da operatori sanitari, amministrazione penitenziaria, terzo settore, ecc.) definisce i contorni della storia individuale del detenuto, le strategie da perseguire e il progetto specifico da offrire. L’Accordo programma non è a costo zero: gli stanziamenti dell’Amministrazione penitenziaria e dell’ASL possono coprire un minimo di cinquanta e un massimo di cento progetti annui per ogni sezione. Lo sforzo in positivo di delineare una detenzione che abbia in carico i bisogni di cura è evidente; tuttavia, la capacità di contribuire all’effettiva realizzazione degli obiettivi individuati dalla sperimentazione dipendono dai flussi in ingresso: con risorse esigue e personale non proporzionale ai tassi di sovraffollamento, lo spettro del carcere-manicomio rappresenta sempre una via di uscita concreta. L’altro elemento che impatta in modo considerevole sulla vita interna dei reparti è l’aumento della violenza generale. In tal senso, le poche risorse amministrative, le dipendenze da sostanze, l’invivibilità degli istituti, la miseria crescente dei soggetti che rientrano nel circuito intramurario, contribuiscono a creare un sottobosco opaco in cui i soggetti maggiormente vulnerabili si indebitano legandosi patologicamente alle economie informali interne agli istituti. In queste zone grigie quotidiane, i soggetti si indebitano per comprare un telefonino in modo da sentire più spesso i propri familiari, per recuperare una dose di sostanze stupefacente ovvero per avere una porzione maggiore di psicofarmaci. Sono scenari che restituiscono le tensioni e i conflitti che pervadono il sistema penitenziario. In tale contesto si inseriscono le nuove fattispecie introdotte dai decreti sicurezza che rispondono in modo muscolare alle tensioni esistenti non offrendo alcuna soluzione se non l’inasprimento dei conflitti attraverso ulteriori e inutili chiusure autoritarie. Tralasciando i molteplici profili di costituzionalità della legislazione emergenziale, ampiamente esposti dalla letteratura di settore e (rispetto al d.l. 11 aprile 2025 convertito con legge 9 giugno 2025, n. 80) dall’Ufficio del Massimario e del Ruolo della Corte di Cassazione (rel. n. 33/2025), ci concentriamo brevemente sugli articoli che riguardano il mondo della reclusione. All’art. 415 c.p. ( istigazioni a disobbedire alle leggi ) si aggiunge un nuovo comma: « La pena è aumentata se il fatto è commesso all’interno dell’istituto penitenziario ovvero a mezzo di scritti o comunicazioni diretti a persone detenute ». È evidente l’uso in chiave simbolica del diritto penale per criminalizzare le forme di dissenso interno agli istituti, difatti, l’ipotesi di reato è in chiaro contrasto con il principio costituzionale della libertà di manifestazione del pensiero, ma anche con il principio di determinatezza delle norme penali che dovrebbe riguardare il nostro sistema. Si realizza, quindi, un irragionevole arretramento della soglia di punibilità, superando quella già prevista nei reati di pericolo, identificando il momento consumativo con la manifestazione di una critica ovvero di un’idea, il che comporta la necessità da parte degli organi inquirenti di effettuare un giudizio di valore, piuttosto che rilevare l’esistenza di una condotta concretamente suscettibile di realizzare una lesione dell’ordine pubblico (bene giuridico già di per sé problematico ed estremamente evanescente). Stesso tenore punitivo si denota nella nuova norma introdotta con l’art. 415 bis c.p. « Rivolta all’interno di un istituto penitenziario » che dispone: « Chiunque, all’interno di un istituto penitenziario, partecipa ad una rivolta mediante atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, commessi da tre o più persone riunite, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Ai fini del periodo precedente, costituiscono atti di resistenza anche le condotte di resistenza passiva che, avuto riguardo al numero delle persone coinvolte e al contesto in cui operano i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio, impediscono il compimento degli atti dell’ufficio o del servizio necessari alla gestione dell’ordine e della sicurezza... ». La punibilità della mera disobbedienza è un’aberrazione, non in linea con i principi di materialità e offensività del nostro ordinamento. Difatti, non si comprende come si possa realizzare una «rivolta» (sostantivo prima assente nel codice penale) con atti di disobbedienza. Bensì, con tale indeterminatezza il legislatore ha voluto punire un tipo di autore di reato: il detenuto «disubbidiente e/o rivoltoso». Questi sono i reati specificamente previsti per il contesto penitenziario introdotti con la legge di conversione del 9 giugno 2025, n. 80. Il nuovo decreto sicurezza (dl. 24 febbraio 2026, n. 23 Disposizioni urgenti in materia di sicurezza pubblica, di attività di indagine dell’autorità giudiziaria in presenza di cause di giustificazione, di funzionalità delle forze di polizia e del Ministero dell’interno, nonché di immigrazione e protezione internazionale ) introduce con l’art. 15, « Operazioni sotto copertura per la sicurezza degli istituti penitenziari », nuove modalità con cui si compiranno le funzioni investigative. Verrà istituito un corpo di investigazione specializzato che formerà gli «infiltrati» per compiere le operazioni sotto copertura. La norma avvelena un ambiente già fortemente teso con una tremenda cultura del sospetto e, se consideriamo gli ampissimi attuali poteri investigativi delle Procure, appare con evidenza l’inutile profilo autoritario. La strumentazione punitiva di nuovo conio non facilita in alcun modo l’amministrazione della pena, ma inasprisce il conflitto offrendo maggiori sponde per l’esercizio arbitrario del potere da parte dell’autorità. Affreschi penitenziari Le immagini proveniente dalla microfisica del mondo carcerario possono essere molteplici e interpretate con le dovute accortezze per cogliere gli aspetti sistemici, come ogni qualvolta si cerca di passare dalla dimensione micro alle analisi macroscopiche. In tale ambito non abbiamo potuto emarginare ciò che stiamo registrando nei processi in cui gli agenti di polizia penitenziaria e il personale dell’amministrazione sono imputati per tortura (e altri reati significativi come il depistaggio nel caso del maxiprocesso per il fatti della Mattanza nel carcere Francesco Uccella di Santa Maria Capua Vetere), ma siamo dell’idea che il materiale accumulato negli anni consentirebbe di tracciare un catalogo dell’esercizio della violenza istituzionale nei contesti reclusivi. Ma questo non può essere trattato nell’ambito di questo breve lavoro. Questa breve premessa ci serve soltanto per dare il giusto peso alle storie individuali, perché all’interno dei frammenti di vita quotidiana è possibile individuare delle fotografie delle «disfunzioni fisiologiche» della macchina penale. Le lasciamo come tracce: a) nella casella della posta dell’Associazione Antigone Campania è arrivata la richiesta di Andrei: « Alla cortese attenzione di Antigone Campania, Mi chiamo Andrei, ho 49 anni, e mi rivolgo a Voi in uno stato di totale disperazione. Vi scrivo perché so che la Vostra associazione tutela i diritti di chi, come me, rischia il carcere a causa dell’indigenza. In data 25 maggio 2025, il Tribunale di Sorveglianza di Napoli ha rigettato la mia istanza di misura alternativa per scontare una pena residua (fatti del 2016) esclusivamente perché non dispongo di un domicilio. Attualmente sono senza fissa dimora, non ho risorse economiche e mi trovo temporaneamente in Romania, impossibilitato a rientrare in Italia senza la garanzia di un tetto dove poter scontare la pena onestamente. Il mio avvocato non riesce a individuare una soluzione abitativa e le associazioni da me contattate dichiarano di non avere posti disponibili. Vi chiedo umilmente un aiuto per: Individuare una struttura di accoglienza o una comunità in Campania (o zone limitrofe) che possa rilasciarmi una “Dichiarazione di disponibilità” all’ospitalità. Ricevere orientamento su come attivare i canali della Cassa delle Ammende (Linea di Azione 3) per i detenuti senza fissa dimora, affinché io possa accedere a un posto finanziato dallo Stato. Desidero sinceramente riparare al mio debito con la giustizia, lavorare e rifarmi una vita, ma la povertà sta diventando una barriera insormontabile che mi nega il diritto alla riabilitazione. Vi prego di non abbandonarmi. Resto in attesa di un Vostro riscontro e sono pronto a fornire tutta la documentazione necessaria. Con profonda speranza, Andrei » . b) Indicativa delle «fragilità recluse» è la storia di Roberto. Un uomo di 34 anni, proveniente da a una famiglia napoletana che, perdendo potere di acquisto, dal capoluogo regionale si è trasferita sul litorale Domizio da una decina di anni. Da circa 5/6 anni sono nati dei seri problemi tra Roberto e la sua famiglia per l’uso massiccio di crack. Le richieste insistenti di denaro finivano sempre in litigi violenti. Inoltre, Roberto soffre di un disturbo psicotico e una volta al mese gli veniva somministrata una fiala di trevicta dal personale del Dipartimento di Salute Mentale, dove era in cura già da anni. Tale terapia è stata interrotta definitivamente nel mese di aprile 2025 scorso per il rifiuto netto del ragazzo di continuare le cure. Nel periodo in cui era in cura farmacologica la situazione non è comunque migliorata in quanto, abbinando i farmaci alle sostanze stupefacenti, Roberto appariva ancora più aggressivo e violento ed è anche stato sottoposto in due occasioni a trattamento sanitario obbligatorio e ricoverato per alcuni giorni presso l’ospedale. I genitori stanchi delle violenze hanno denunciato Roberto più di una volta, rimettendo successivamente la querela. Il ragazzo in passato ha lavorato come receptionist in vari hotel di Napoli ma lo stipendio veniva speso completamente per acquistare le sostanze… Dopo l’ennesima violenza compiuta nei confronti dei genitori dal dicembre 2025 è recluso in misura cautelare presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere, dopo un primo periodo di detenzione in reparto ordinario, per le manifestazione di acuzie psichiatriche è stato spostato in nell’articolazione di salute mentale dell’istituto (sezione gestita interamente dal personale medico). Le contestazioni mosse dalla Procura della Repubblica competente sono di maltrattamenti in famiglia, lesioni gravi, tentata estorsione aggravata perché commessa ai danni dei familiari. Rischia circa 10 anni di carcere. Questi brevissimi richiami ai percorsi personali sono indicativi delle marginalità che vengono raccolte all’interno degli istituti penitenziari e che contribuiscono a ingolfare l’esecuzione penale destinata principalmente a rinchiudere nello spazio detentivo le anormalità esistenti. Luigi Romano è avvocato penalista e assegnista di ricerca in Diritto romano presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. È membro dell’Osservatorio selle condizioni carcerarie dell’Associazione Antigone e collabora con l’Ufficio del contenzioso della stessa associazione. Da anni collabora alle attività della redazione di Napoli Monitor e de Lo Stato delle città.
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Sicurezza di regime. Riflessioni sul decreto legge 24.2.2026 n. 23 Cinzia Farina Questo testo è già comparso sulla rivista «Effimera» il 5 marzo 2026. Ringraziamo autore e testata per l’autorizzazione alla nostra ripubblicazione. Tirannide indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle; o anche soltanto deluderle, con sicurezza d’impunità. Vittorio Alfieri Della tirannide , capitolo secondo Il Consiglio dei Ministri, riunito d’urgenza, ha approvato, già fra il 5 e il 6 febbraio, il testo di un decreto legge in materia di violenza giovanile, sicurezza urbana, pubbliche manifestazioni e indagini della magistratura quando vi siano ragioni di giustificazione in capo a chi abbia commesso un fatto potenzialmente riconducibile a delitto. Il testo del provvedimento, come di consueto, viene reso noto solo per riassunto illustrativo, ma non è mai disponibile nella sua interezza. Dunque, oltre a non entrare in vigore, può subire modifiche, anche importanti, prima di essere firmato dal Presidente della repubblica e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. In questo caso, in evidente contraddizione con la pretesa urgenza improrogabile straordinaria richiesta dall’art. 77 della Costituzione, sono trascorsi ben 19 giorni fra l’annuncio del provvedimento e la pubblicazione del decreto: una dilazione inusuale accompagnata da spiegazioni poco convincenti e sgangherate. Meloni non si è anzi neppure presa il disturbo di motivare le ragioni di questa anomalia, con la costante arroganza che va coltivando nell’esercizio del suo mandato. Il potere non viene esercitato, in questa fase storica di transizione, con un progetto di lungo periodo; ogni decisione viene presa reagendo a fatti di cronaca, nell’immediatezza, per consolidare il dominio e annientare l’avversario, sia esso un singolo soggetto ritenuto pericoloso oppure un segmento sociale refrattario all’omologazione. Il disprezzo per la mediazione, l’elogio della forza e la scelta dello scontro continuo separano l’attuale struttura dell’apparato di comando da quella precedente, fondata invece sul consenso di una maggioranza laboriosa. La forma comunicativa dei provvedimenti sostituisce il contenuto, la loro ricezione emotiva è il risultato che si propone di raggiungere chi li emana, con orizzonte brevissimo, pronti a sostituirli di lì a poco, abrogandoli senza problemi e imputando ogni difficoltà ad un nemico di turno. Di fronte ad un fatto (vero o inventato: questo è irrilevante) scatta la comunicazione dell’editto, subito, senza indugio, come dimostrazione di potenza; l’efficacia reale della cura rispetto al male o la legittimità stessa della soluzione adottata non hanno alcuna importanza. Le occasioni a monte del decreto Venerdì 16 gennaio 2026, a La Spezia, uno studente della scuola professionale “Domenico Chiodo” morì accoltellato da un compagno, in orario di lezione, pare per questioni di gelosia; vittima e assassino erano entrambi figli di emigrati. Subito si scatenarono i più variopinti commenti in una cornice di polemica politica e di sociologia d’accatto. Il 26 gennaio 2026, nel boschetto di spaccio presso la stazione di Rogoredo, durante un’operazione antidroga, un poliziotto uccise con unica revolverata, precisa a bersaglio in testa, un noto pusher del quartiere, che, a suo dire, lo stava puntando con una pistola poi rivelatasi giocattolo. Il 6 febbraio 2026, a Torino, contestualmente alla riunione governativa, ci furono duri scontri (prevedibili, previsti e annunciati come certi) fra un segmento dei dimostranti (circa 2 o 3 mila su 50.000) e le cosiddette “forze dell’ordine”, ovviamente meglio armate ed equipaggiate rispetto ai manifestanti. Oltre alle immancabili immagini di fumogeni, fuochi e danneggiamenti fece rumore mediatico un video che riprendeva un crocchio di 4 o 5 persone a volto coperto che prendevano a calci, con una certa foga, un celerino sganciato dal suo drappello, per un paio di minuti, fino a quando non avvenne il ricongiungimento. In quella ripresa, oltre ai calci, si intravede un giovane che lo colpisce sulla schiena (ben protetta dalla giubba) con un minuscolo martelletto (simile a quelli con cui i medici misurano la reazione delle ginocchia). La diffusione del video avvenne con un martellamento mediatico di enorme dimensione. L’omicidio a scuola, estratto dal contesto irripetibile in cui era maturato e sostanzialmente falsificato nella sua essenza, diventò lo spunto per collocare al centro dell’attenzione la violenza giovanile e il teppismo dei maranza in banda, proposti come emergenza da contenere, riportando all’ordine studenti, minori, istruzione e famiglie, naturalmente con il bastone più che con la carota. Il ministro Giuseppe Valditara non ha perso l’occasione per dar sfogo alle sue ossessioni, tipiche dei codini piemontesi e confinanti con il fanatismo. Molta propaganda, nessun aiuto concreto alle vittime. L’esecuzione dello spacciatore a Rogoredo fu accompagnata dall’indignazione per l’apertura di un’indagine giudiziaria (ovvia di fronte a un morto ammazzato) che veniva qualificata inutile e offensiva: solo elogi e tutele per l’assassino, anzi colletta per garantirgli una difesa legale nel procedimento penale in corso. Poi si è scoperto, mentre il decreto viaggiava nei corridoi della burocrazia, che non di giustizia si trattava, ma di delitto. Troppo tardi, ormai la macchina si era mossa, pazienza se l’urgente necessità si fondava su un falso divenuto conclamato prima dell’entrata in vigore. Quanto ai fatti di Torino, grazie a un bravo tecnico informatico, si è scoperto che l’immagine distribuita dal governo, estratta da un filmato, aveva subito un ritocco a mezzo di intelligenza artificiale, che era dunque un falso costruito per alterare la comunicazione e supportare la gravità di una “violenza” equiparata a “terrorismo”. La “barbara aggressione” era poco più di una baruffa e il poliziotto aveva solo qualche livido; la “banda armata” del segmento di corteo protagonista dello scontro in strada è svanita nel nulla senza lasciare traccia della propria esistenza. Vive ora solo nella comunicazione costruita per mantenere alta la tensione sociale e giustificare la consegna del potere legislativo nelle mani del potere esecutivo, a colpi di decreti urgenti. Il ritardo nella pubblicazione e il contenuto del decreto urgente Il decreto è suddiviso in quattro capi. Il primo (art. 1-11) è dedicato alla violenza giovanile e alle manifestazioni pubbliche (sicurezza urbana); il secondo (art. 12-25) alla procedura di archiviazione dei procedimenti penali e all’arruolamento dei gendarmi; il terzo (art. 26-27) regola qualche beneficio a vittime di ordine pubblico; il quarto (art. 28-33) concerne il fenomeno migratorio. Nessuno dei provvedimenti presenta le caratteristiche richieste dall’art. 77 della Costituzione per consentire l’utilizzo di uno strumento eccezionale come il decreto ( provvisorio con forza di legge ). Non occorre essere un giurista, è sufficiente conoscere la lingua italiana e leggere, una per una, le norme varate, per capire che (buone o cattive che siano) certamente non rientrano in casi straordinari di necessità e urgenza. L’art. 77 impone di trasmettere alle Camere per ratifica il testo nel giorno stesso e l’esame deve iniziare entro 5 giorni per concludersi, in entrambi i rami del parlamento, entro sessanta giorni. Nel nostro caso invece ci sono voluti ben 20 giorni solo per arrivare alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dopo la c.d. bollinatura della Ragioneria di Stato, che deve verificare la sussistenza o meno delle coperture finanziarie. In realtà dovevano limare i dettagli, prevenire possibili interventi della Corte Costituzionale, chiarire le conseguenze spartitorie fra le forze di governo sul piano dei benefici politico-sociali connessi all’iniziativa adottata. Questo decreto, arrivato in forte ritardo a conclusione, sarà convertito in legge (con qualche modifica correttiva ma non sostanziale), senza discussione parlamentare, con lo strumento ormai divenuto abituale del voto di fiducia. Nella sostanza si tratta di legge ordinaria e non di decreto urgente: ma l’ineffabile professor Mattarella non ha battuto ciglia di fronte ad una palese violazione dell’art. 77 (primo comma) della Costituzione ( il Governo non può senza delegazione delle Camere emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria). Capo I. Violenza giovanile (art. 1-5) L’art. 1 introduce pene di un certo rilievo (da 6 mesi fino a 3 anni) per il solo porto di coltello con lama oltre 8 centimetri (5 centimetri se a scatto o a farfalla), oltre a sanzioni aggiuntive come il diniego della patente di guida (anche per ciclomotori) o del porto d’armi. Diventa vietata la vendita ai minori, anche a mezzo della rete. Il problema è che il commercio on line può avvenire anche su siti non italiani e il recapito (in plico anonimo) ovunque; dunque è sostanzialmente incontrollabile. Infatti, dopo il decreto, l’offerta è perfino aumentata, come del resto la richiesta: basta verificare in rete per averne conferma. Difficile credere che di fronte al proibito un minore curioso e/o avventato si fermi; più probabile il contrario. La vera novità è l’apparato sanzionatorio posto in capo ai genitori del minore (art. 1 e 2), con responsabilità oggettiva e presunta: non la magistratura ma il prefetto detiene il monopolio delle multe e la prova a discarico, assai difficile, grava sui malcapitati, di fatto costretti a compiti di gendarmeria quotidiana in casa propria. Una scappatoia esiste nella formula senza giustificato motivo. E qui la fantasia trova una strada aperta: per motivi di lavoro, consegna o ritiro dall’arrotino, i professionisti una scusa la trovano, gli occasionali invece ci cascano. Quel che vogliono i governativi è acquisire la complicità collaborativa delle famiglie, non fermare le risse fra emarginati ; usando il prefetto, che dipende dal Ministero, non la magistratura. L’art. 3 estende alle rapine di gruppo (per lo più con oggetto capi firmati o telefoni costosi) le pene aggravate: da 10 a 15 anni di carcere. Ma ci sono forti riduzioni per i pentiti, potenziali futuri informatori lasciati in libertà. L’art. 4 consente poi (di nuovo al prefetto, non alla magistratura) di tracciare zone calde da interdire a pregiudicati e soggetti pericolosi, per periodi da 6 fino a 18 mesi; l’apparato di Piantedosi potrà così esercitare controllo sulle aree urbane, a mezzo di norme amministrative che è oneroso, oltre che non semplice, impugnare davanti al TAR. Anche la confisca (art. 5) di veicoli o strumenti legati allo spaccio è misura di fatto affidata alla discrezionalità degli agenti, dunque mezzo di trattativa in caserma e di pressione (nella migliore delle ipotesi per strappare informazioni, nella peggiore per ricavarne un guadagno personale, in ogni caso sfuggendo a verifiche). Sicurezza urbana: fermo di polizia (art. 6-7) L’indicazione di spesa (art. 6, 48 milioni in un anno, personale compreso) costituisce la prova di un intervento superficiale, a prescindere dal rumore mediatico. L’art. 7 è la norma più discussa, il c.d. fermo di polizia. Ritocca il D.L. 21 marzo 1978 n. 59 (il decreto varato in occasione del sequestro Moro!) a mezzo di un art. 11 bis: i poliziotti possono accompagnare negli uffici soggetti ritenuti pericolosi, trattenendoli il tempo strettamente necessario, comunque non oltre 12 ore. Va data immediata (e motivata) comunicazione alla Procura sia del fermo sia del rilascio; le specifiche circostanze in ordine di tempo e di luogo (di fatto manifestazioni, eventi sportivi, contestazioni pubbliche annunciate) vanno congiunte a precedenti penali o diffide già comunicate o possesso di strumentazione offensiva. Il fermo non è una novità, tutt’altro. Fino all’ autunno caldo , in base alle sopravvissute norme fasciste, la polizia ti fermava quando voleva, anche per molti giorni; a volte si trattava di vere e proprie retate. I commissari, al tempo di Mario Scelba, nel dopoguerra, prelevavano sindacalisti, dirigenti di partito, oppositori in genere e li torchiavano a piacimento, con bastone e carota. Pino Pinelli, lo ricorderete, morì in questura dopo essere stato accompagnato (ovvero fermato ) come sospetto; con lui negli uffici di Via Fatebenefratelli erano trattenuti a decine. La sospensione dell’istituto fu breve; nel 1975 la legge Reale (n. 152/1975) prevedeva il fermo di 48 ore con proroga fino a 96 solo in forza di non meglio precisati indizi , con perquisizioni anche di auto e box oltre che di abitazioni. Nato con il testo unico del 1931 (ancora vigente) questa forma di prelievo personale in commissariato rimase una prassi consolidata anche dopo la liberazione, poggiando sull’art. 238 del vecchio codice di procedura penale; e trovò una conferma nella legge 27.12.1956 n. 1423 (con aggiunta di fogli di via, soggiorni obbligati e diffide). La Corte Costituzionale (sentenza n. 2 del 14.6.1956) ebbe modo di legittimare l’istituto, differenziando l’ordine pubblico in due filoni: materiale e amministrativo. L’art. 13 della Carta (sulla libertà personale) comunque prevede ipotesi di fermo per 48 ore, ma, recita quella sentenza, comunque va letto insieme all’art. 16 ( limitazioni per motivi di sanità o di sicurezza). Basta sganciare l’atto amministrativo dalla contestazione penale, il divieto di fermo per ragioni politiche (art. 16) dalle ragioni di sicurezza (urbana) e il gioco è fatto. Il vecchio ministro Mario Scelba (1901-1991) era un maestro nell’uso della polizia dentro la cornice amministrativa: fu lui ad inventare la Celere e il Battaglione Padova per stroncare i picchetti operai, a inserire filtri d’ingresso nei corpi armati (espellendo ex partigiani o simpatizzanti socialcomunisti), a confinare nel ghetto di quello che chiamava culturame ogni forma di dissenso sociale. Negli anni Settanta fu largamente accettata la legge Cossiga del 15 dicembre 1979, con il fermo fino a 96 ore (bastavano indizi ), l’aumento delle pene inflitte ai sovversivi (il 50% in più) e la diminuzione per i pentiti (il 50% in meno). Anche le norme di larghe intese emesse nella stagione dello scontro sociale italiano si fondavano sul ricondurre l’opposizione dentro il terrorismo e sull’uso spregiudicato dell’atto amministrativo. Poi, con il nuovo codice di procedura penale (22.9.1988 n. 447, a firma De Mita e Vassalli) e un certo contenimento del conflitto di classe, il fermo di polizia (art. 384 c.p.c.) fu ridotto ad eccezione, per poi tornare a far capolino nell’ordinamento, fino alla sua odierna riesumazione. Quando il movimento di protesta (contadino, operaio e studentesco) era forte, radicato nella società, potente, il fermo di polizia, anche nella forma estrema applicata da Scelba , danneggiava ma non fermava i conflitti. E la repressione, a sua volta, mirava a ripristinare il consenso, non a cancellare gli oppositori. La differenza, pur nell’asprezza dello scontro, non è di poco momento; non per caso la legge che ha reso reato l’apologia del fascismo (23.6.1952 n. 645) porta proprio la firma di Mario Scelba. Il nuovo fermo di polizia viene invece calato in una fase in cui il potere è forte e la reazione al progressivo impoverimento di vasti settori nel nostro paese fatica a emergere, a svilupparsi, a radicarsi in forma organizzata. Disporre in questo quadro storico l’accompagnamento preventivo in questura di 50 o 100 persone, per 12 ore, non può avere alcun effetto pratico quando le manifestazioni di piazza raggruppano 50 o 100 mila persone, come avvenuto in occasione della chiusura dei centri sociali o del genocidio a Gaza; al massimo riduce da 1000 a 900 quelle di nicchia, a carattere testimoniale, o i segmenti di corteo più disponibili a misurarsi fisicamente, senza alcuna possibilità di prevalere, con forze militari armate fino ai denti. Il vero scopo della misura asseritamente preventiva non è in realtà la prevenzione ma la comunicazione spettacolare dell’infinita potenza dello stato. Si vuole criminalizzare la disobbedienza parificandola, mediaticamente, al terrorismo; si mira a fomentare comportamenti collettivi riconducibili ad attacco disperato e/o violento senza alcuna probabilità di vittoria; si punta a cancellare ogni forma di trattativa o mediazione, ad annientare il nemico assegnandogli la responsabilità del male. Il governo diffonde paura e rassegnazione. Questa è la sostanza; il resto è apparenza ingannatrice. Sicurezza urbana: art. 8-11 L’art. 8 è quello che rischia di provocare conseguenze davvero gravi. Il codice della strada prevede l’obbligo di fermarsi all’alt di polizia o davanti al posto di blocco, sottoponendosi ai controlli. La tentazione di evitarli, voltando verso vie secondarie o invertendo la marcia, è forte quando chi guida ha bevuto un goccio di troppo o i passeggeri hanno una bustina nel taschino o magari i documenti non sono proprio in regola. Ora l’art. 7 bis punisce chi cerca di sottrarsi al controllo con il carcere da 1 a 5 anni, con la sospensione della patente e la confisca del veicolo. Il nuovo delitto apre la via alla caccia del fuggitivo e, inevitabilmente, all’uso delle armi, alle sparatorie, alle uccisioni; è una specie di potenziale licenza di uccidere lasciata alla discrezione e al buon senso degli agenti. Gli articoli 9, 10 e 11 assegnano ai prefetti una vasta facoltà sanzionatoria (multe per manifestazioni anche promosse mediante la rete, Daspo per i recidivi), depenalizzando il mancato preavviso ma introducendo conseguenze pecuniarie insidiose, sottratte alle procure perché amministrative. Il processo penale (con pene sostanziose) rimane a carico dei recidivi e a chi procuri in qualsiasi modo lesioni ai controllori sia nelle scuole sia nei treni. La militarizzazione della vita quotidiana si va così consolidando, passo dopo passo. L’archiviazione rapida: art. 12-25 Gli articoli del capo II puntano a collocare in una procedura separata gli episodi che presentino caratteristiche di una qualche legittima difesa. Ovviamente i destinatari appartengono per lo più alle c.d. forze dell’ordine, con l’intenzione di sottrarli al processo, rapidamente. La norma è peraltro mal scritta, difficilmente sarà utile per lo scopo che si prefiggevano i suoi maldestri redattori. Intanto l’archiviazione non chiude affatto la possibilità di perseguire i responsabili, di fronte a fatti nuovi la riapertura è sempre consentita; un registro poi, alla fin fine, vale l’altro, è solo questione di immagine. Il caso clamoroso del poliziotto di Rogoredo ha evidenziato l’inutilità di questa costruzione di carattere, ancora una volta, solo comunicativo e spettacolare: il messaggio ai naviganti è che le divise non si toccano per nessun motivo e tanto basta. Gli altri articoli sono più oscuri, ma più interessanti. Disciplinano l’estensione di operazioni sotto copertura e l’accesso nei corpi armati dello stato, incrementando il controllo dell’esecutivo sulla loro affidabilità (ovvero sulla fedeltà al governo). Anche queste disposizioni rientrano nel progetto di militarizzazione della società. Capo IV: il fenomeno migratorio e la guerra permanente (art. 28-33) Il capo III (art. 26-27) contiene qualche piccola mancia (in denaro o posti di lavoro) destinata ai familiari delle vittime: erogazioni che in concreto saranno probabilmente clientelari dentro i clan politici della maggioranza, sperando tuttavia di non essere inutilmente sospettosi. Di certo sostenere che ciò abbia caratteristiche di urgenza straordinaria supera la decenza e la logica; ma si tratta comunque di spiccioli. Il capo IV merita invece una specifica trattazione perché interviene nel gran mare del fenomeno migratorio, nervo scoperto che accende la sensibilità (il sentiment ) sia nell’apparato di comando sia nella moltitudine dei sudditi. Ma chi si aspettava clamorose novità non può che rimanere deluso; sono insidiosi aggiustamenti che lasciano inalterato il disegno complessivo di sfruttamento intensivo della manodopera a basso costo, al tempo stesso sabotando con idonei strumenti repressivi ogni tentativo di organizzazione volta a spuntare migliori condizioni di vita (casa, salario, circolazione, salute, rapporti umani). Il governo in carica è perfettamente consapevole che il rimpatrio o l’ espulsione sono e rimarranno a lungo una percentuale assai ridotta rispetto al flusso migratorio; non solo mancano trattati idonei con i paesi di provenienza ma la domanda imprenditoriale e sociale di utilizzo è un ostacolo oggettivo che rende inattuabile qualsiasi piano di estromissione massificata del popolo migrato e migrante. Il celebre annuncio di Giorgia Meloni ( intervento repressivo sull’orbe terraqueo ) rimane espediente di rozza (ma efficace) propaganda elettorale, senza alcun legame con quel che avviene sul campo: il problema è come utilizzare con profitto le braccia già arrivate e quelle in arrivo, tenendole tuttavia in una posizione sottoposta, inferiore, sottopagata, ghettizzata, con pochi diritti e molto timore. La detenzione nei centri, la concessione o negazione dell’asilo, i permessi di soggiorno e/o lavoro, rimpatri o espulsione effettivi sono tutti strumenti-filtro utilizzati per colpire la minoranza poco produttiva, criminale o politicamente riottosa, soggiogando la maggioranza laboriosa, meglio ancora se in condizioni di incertezza sull’immediato futuro. Il controllo di un soggetto redditizio e ghettizzato è l’obiettivo, non la sua cacciata. L’art. 28 del decreto impone al migrante di collaborare all’esatta sua identificazione, rivelando ogni passaggio del suo percorso , dal luogo di partenza fino all’arrivo; ove si riveli reticente questo sarà elemento di valutazione per le richieste di permanenza in Italia, anche sotto il profilo della pericolosità. In aggiunta il questore avrà maggiori poteri per disporre trasferimenti e respingimenti (art. 29), con potenziamento dei centri di detenzione e semplificazione di notifiche per velocizzare i termini di domande e ricorsi. Il voto del Parlamento europeo (che ha riunito la destra tradizionale e quella razzista) sui c.d. paesi sicuri ha reso più precaria la posizione del migrante, lasciandolo esposto alle decisioni “amministrative” della polizia di frontiera prima e delle questure successivamente. La guerra sempre più diffusa completa la cornice in cui si collocano gli arrivi; davvero la guerra è diventata ormai un elemento, ordinario e necessario, di governance e profitto nel tempo del capitalismo finanziarizzato. Per questo la domanda di pace è oggettivamente disobbediente, sovversiva, rivoluzionaria; per questo viene criminalizzato ogni desiderio di pace. I centri di detenzione dei migranti in attesa di rimpatrio ed espulsione (anche quello semideserto in Albania) sono il messaggio intimidatorio che il potere, tormentando i pochi scelti a caso, invia ai molti che lavorano (precari e/o clandestini): obbedite in silenzio, basta un nulla per finire nel tritacarne! Il potere è forte quando i sudditi sono deboli; quando i deboli trovano il modo di superare le divisioni e unirsi il potere crolla di schianto. Come scriveva tempo addietro il vecchio Karl Marx (quello della vecchia talpa che scava): di tutti gli strumenti di produzione la più grande forza produttiva è la classe rivoluzionaria stessa. Hic Rhodus, hic salta! Gianni Giovannelli è nato a Ferrara e ha esercitato la professione di avvocato giuslavorista a Milano, dal 1973, nel suo studio, difendendo i lavoratori nelle controversie contro le imprese. Ha ricoperto cariche direttive regionali e nazionali nell’AGI, Associazione Giuslavoristi Italiani, principale associazione specialistica di categoria. In tale veste ha contribuito, anche quale docente, alla fondazione della Scuola di Specializzazione nella materia, l’unica accreditata in Italia. È autore di saggi e romanzi. Collabora abitualmente con il sito della rivista online «Effimera» che ospita suoi scritti giuridici, economici, politici.
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Orwell a Torino
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L’obiettivo di Israele in Iran non è un cambio di regime, ma il collasso totale dello Stato iraniano Dixie DenmanJJunius In Medio Oriente, gli Stati Uniti e Israele intendono distruggere ogni istituzione politica moderna e ogni apparato statale funzionante, ritenendo che la frammentazione possa conseguire il duplice obiettivo di eliminare ogni possibile opposizione all’egemonia totalitaria e ai disegni geopolitici di entrambi i Paesi nella Regione e di ostacolare o impedire la creazione di un polo democratico da parte delle classi dominate. @katemontanaa Dopo decenni di guerre disastrose in Medio Oriente, pare che gli Stati Uniti abbiano finalmente imparato una lezione: imporre un cambio di regime è un obiettivo irrealistico. Destituire un capo di Stato è la parte facile; affrontarne le conseguenze non lo è altrettanto. Se l’obiettivo sottostante fosse il cambio di regime, gli Stati Uniti avrebbero sostenuto una leadership alternativa, in grado di garantire il funzionamento dello Stato. Ma questa soluzione è complessa ed è per questo che pochi lavorano in modo coerente per ottenere un cambio di regime in Iran. Ma è qui che i piani falliscono – ed è per questo che, a oggi, quasi nessuno punta seriamente a un rovesciamento del potere in Iran. Sono numerosi gli esempi di precedenti tentativi falliti di provocare un cambio di regime. Gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq nel 2003 e ucciso Saddam Hussein nel 2006. Vent’anni dopo, gli Stati Uniti sono ancora in Iraq. Le precipitose dichiarazioni di «missione compiuta» sono state contraddette dalle difficoltà di ricostruire il Paese emerse in seguito. Oggi l’Iraq, profondamente diviso e con un sistema politico complesso e frammentato per motivi etnici, funziona, ma dopo due decenni e mezzo, miliardi di dollari di investimenti, e al prezzo di quasi un milione di morti e di un’ondata di terrore che ha devastato l’intera Regione. La stabilità raggiunta dall’Iraq è frutto più delle capacità di adattamento politico degli iracheni che del disegno statunitense. Nel frattempo, in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno provato per due decenni a sostituire i talebani, finendo per accettare il loro ritorno al potere. In Siria, Washington ha armato fazioni rivali che miravano a rovesciare Bashar al-Assad, alimentando le tensioni etniche e facendo precipitare il Paese in una guerra civile. A un certo punto, le milizie armate dal Pentagono si sono ritrovare a combattere contro quelle armate dalla Cia. Ma è soprattutto il precedente della Libia a costituire un monito. Nel 2011, gli attacchi statunitensi hanno contribuito all’assassinio di Muammar Gheddafi. I funzionari dell’amministrazione Obama non si sono tuttavia preoccupati di insediare un sostituto né hanno voluto essere coinvolti nella complessa vicenda della ricostruzione della nazione, lasciando i libici ad affrontare da soli le conseguenze dell’intervento occidentale e il conseguente vuoto di potere. Nel 2010, la Libia era uno dei Paesi più ricchi dell’Africa e godeva di un alto tenore di vita. Oggi è uno Stato fallito, governato principalmente da milizie violente e trafficanti di schiavi, segnato da anni di guerra civile. Gli Stati Uniti hanno assassinato il leader supremo iraniano Khamenei con il pretesto di portare la democrazia in Iran e di una presunta imminente minaccia nucleare, palesemente inesistente. Cosa succederà dopo? Anche se i funzionari di Washington caldeggiano l’ipotesi di un ritorno dello scià, si tratta di un progetto, nella migliore delle ipotesi, inconsistente. Il figlio esiliato del brutale dittatore iraniano, rovesciato dalla Rivoluzione Islamica del 1979, non è pronto a entrare a Teheran in sella a un cavallo bianco e a raddrizzare il Paese con l’attitudine di un monarca. Sebbene continui ad avere fedeli sostenitori tra la diaspora iraniana residente negli Stati Uniti, in particolare tra le famiglie benestanti che hanno prosperato sotto la violenta monarchia di suo padre, è profondamente impopolare all’interno dell’Iran. Pochi nutrono illusioni sul fatto che sia fattibile il reinsediamento di un re che ha vissuto negli Stati Uniti per quattro decenni. Escludendo di fatto l’ipotesi di una restaurazione della monarchia, l’attenzione si è concentrata sulla linea di successione interna alla stessa Repubblica Islamica. La scorsa settimana, parlando con un giornalista di un possibile successore di Khamenei, Trump ha affermato : «L’attacco ha avuto un tale successo che sono stati eliminati quasi tutti i candidati. Nessuna delle figure a cui avevamo pensato è sopravvissuta. Anche il secondo e il terzo della linea gerarchica sono morti». Alla luce della nomina del secondo figlio di Khamenei a leader supremo, le autorità israeliane si sono impegnate ad assassinare lui e tutti i suoi successori. Gli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran hanno eliminato anche i leader dell’opposizione più credibili, compresi i dissidenti della Repubblica Islamica in carcere. Secondo le informazioni disponibili, gli Stati Uniti stanno anche attaccando intenzionalmente gli attivisti di sinistra. Tutto questo perché, in ultima analisi, sostituire la Repubblica Islamica non è l’obiettivo principale, né tantomeno quello auspicato. In realtà, l’obiettivo perseguito in Iran è la balcanizzazione etnica e il fallimento dello Stato. Gli Stati Uniti e Israele non vogliono cambiare il regime in Iran, vogliono il collasso dello Stato iraniano stesso. Lo scopo degli attacchi militari è quello di disintegrare le istituzioni, alimentando le tensioni etniche e i movimenti secessionisti, lasciando l’Iran profondamente diviso e segnato dalla guerra civile e dalla violenza settaria, in modo simile a quanto accaduto in Siria nel 2015. Il collasso politico potrebbe intensificare le pressioni separatiste tra i curdi del nord-ovest, i baluchi del sud-est e gli azeri del nord, soprattutto se le potenze straniere cercheranno di utilizzare come arma le rivendicazioni etniche. L’amministrazione Trump ha già discusso della possibilità di armare i gruppi separatisti presenti all’interno dell’Iran, il che assomiglierebbe alla terribile strategia utilizzata in Siria e Afghanistan: dare potere a milizie brutali che combattono tra loro, ma in questo caso senza schierare truppe statunitensi sul campo. Il «Dipartimento della Guerra» non è quindi preoccupato dalla sindrome dell’Iraq e dell’Afghanistan, perché apparentemente non ha intenzione di essere coinvolto in un altro ciclo di costruzione della nazione e di guerra eterna. In realtà, gli Stati Uniti intendono destabilizzare l’Iran, lasciare il Paese in balia dei lupi e ritirarsi. Questo percorso distopico spiana la strada a Israele per eliminare ogni significativa opposizione militare nella regione. In Siria, Israele ha trascorso l’ultimo anno bombardando le infrastrutture militari del Paese e distruggendo le sue capacità, nonostante il nuovo governo sia un alleato occidentale e non abbia minacciato lo Stato israeliano. È chiaro che Israele non tollererà che nella Regione ci sia uno Stato che abbia anche solo il potenziale di sfidarlo. La dottrina della sicurezza di Israele si è concentrata a lungo sul mantenimento di un «vantaggio militare qualitativo», ovvero sulla garanzia di una superiorità tecnologica e operativa schiacciante su qualsiasi rivale regionale. Codificato nella legislazione statunitense , il principio è chiaro: a nessuno Stato confinante deve essere consentito di sviluppare la capacità di sfidare il dominio militare israeliano. In questo contesto, uno Stato frammentato rappresenterebbe una minaccia a lungo termine molto inferiore a quella di una potenza regionale indipendente in grado di ricostruire le proprie forze. È evidente che Netanyahu desidera l’eliminazione di tutte le potenze regionali. Dal 1990, avverte che l’Iran sta per raggiungere la capacità nucleare e ha trascorso tre decenni alla ricerca di una scusa per spingere gli Stati Uniti a intervenire o ad attaccare l’Iran. Sebbene indebolito, l’Asse della Resistenza rimane un ostacolo ostinato all’espansione dei confini di Israele verso il «Grande Israele», che prevede non solo la conquista dei restanti territori palestinesi, ma un’espansione verso la Siria e il Libano. La resistenza deve quindi essere eliminata e la strada passa attraverso l’Iran. Come ha affermato Danny Citrinowicz, ricercatore senior presso l’Istituto di studi sulla sicurezza nazionale di Tel Aviv, in un’intervista del Financial Times questa settimana, riassumendo la posizione del suo governo sull’Iran: «Se possiamo organizzare un colpo di Stato, benissimo. Se possiamo avere gente in piazza, benissimo. Se possiamo avere una guerra civile, benissimo. A Israele non importa nulla del futuro [o] della stabilità dell’Iran». Dal punto di vista israeliano, un Iran frammentato e intrappolato in una guerra civile è preferibile a un nuovo governo, per quanto impegnato in favore degli interessi occidentali (come, ad esempio, la Siria). Nel contempo, Trump potrebbe preferire in astratto un cambio di regime al collasso dello Stato, ma non è disposto a fornire le risorse necessarie per ottenerlo e finirà per ritirarsi quando i costi inizieranno ad aumentare. Se il regime iraniano cadrà, non verranno meno solo le sue figure rappresentative, ma lo stesso apparato statale, con il risultato inevitabile di una destabilizzazione massiccia e di una Libia 2.0, se non peggio. Questo risultato è intenzionale. È evidente che gli Stati Uniti non si illudono di portare la democrazia in Iran, obiettivo che potrebbe essere perseguito sostenendo l’opposizione o i riformisti che si organizzano all’interno del Paese invece di bombardarli. Ma Israele non vuole che l’Iran abbia una democrazia sovrana, vuole neutralizzarlo, per spianare la strada al suo potere militare illimitato nella Regione. L’apparato di sicurezza dell’Iran è profondamente radicato ed è improbabile che crolli rapidamente. Ma se gli attacchi prolungati riuscissero a distruggere lo Stato invece di indebolire semplicemente il suo gruppo dirigente, le conseguenze sarebbero catastrofiche. Un Paese di quasi 90 milioni di abitanti non si frammenta silenziosamente. Centinaia di migliaia di persone moriranno e milioni di altre saranno sfollate. Perché le bombe non liberano mai, le bombe frammentano: corpi, paesi, società. Consigliamo di leggere Millones de personas en riesgo de desplazamiento mientras Israel bombardea el Líbano », Farsi Giacaman, « Israel está aplicando la “doctrina de Gaza” en el Líbano e Irán », Suleiman Mourad, « Hezbolá embridado », Tariq Ali, « Las consecuencias del asesinato de Nasralllah », todos ellos publicados en Diario Red . Susan Watkins, « Israel después de Fordow » , NLR 155, y « Fuerzas de trabajo en Oriente Próximo », NLR 45. Kate McMahon è una scrittrice e giornalista che vive in Egitto, esperta della regione del Medio Oriente e del Nord Africa. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è riprodotto qui con il consenso esplicito del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso
- guerre
Quanto sono allineati gli obiettivi di Stati Uniti e Israele sull’Iran? Dixie Denman Junius Sebbene gli Stati Uniti e Israele condividano l’obiettivo di indebolire l’unico Stato che ha sfidato la loro agenda in Medio Oriente, il progetto dello Stato sionista di raggiungere l’egemonia regionale con ogni mezzo necessario potrebbe rivelarsi svantaggioso per gli interessi degli Stati Uniti. La situazione venutasi a creare nel Golfo Persico e in Medio Oriente dopo l’attacco criminale perpetrato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Ira – compiuto nel pieno di una crisi ecosistemica, legata alla situazione di biforcazione del modello di accumulazione, produzione e accaparramento del reddito e della ricchezza da parte delle classi dominanti globali e di fronte alle incertezze che gravano sull’economia globale e sull’esaurimento del capitalismo come sistema storico – pone sotto una luce grottesca e sinistra gli interessi branditi dagli Stati Uniti e da Israele, frutto delle loro rispettive distopie, considerati dal punto di vista del loro impatto e delle loro conseguenze per il resto dell’umanità. Allo stesso tempo, è sorprendente che le loro azioni e giustificazioni non abbiano ricevuto una risposta da parte di Stati, organizzazioni internazionali, a cominciare dall’Onu, attori politici, sindacali e sociali, oltre che partiti politici e movimenti. Forse la domanda «cos’è la politica oggi?» potrebbe iniziare a trovare una risposta a partire da una presa di posizione esplicita rispetto alla cosiddetta politica nazionale o sovranazionale, nel caso dell’Unione Europea. Chuck Freilich, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale israeliana, è preoccupato per il rapporto esistente tra Stati Uniti e Israele. Ritiene che gli obiettivi israeliani e statunitensi nell’attuale guerra contro l’Iran stiano divergendo. Osserva che l’impegno di Donald Trump per il cambio di regime in Iran sta vacillando e definisce questo fenomeno come «[…] la prima e preoccupante frattura emersa tra i due Paesi». Secondo Freilich, gli obiettivi statunitensi e israeliani in questa guerra erano inizialmente allineati. Tali obiettivi, ha scritto, includevano: «il rovesciamento del regime iraniano, la drastica riduzione della sua capacità missilistica per un lungo periodo di tempo, la distruzione definitiva del suo programma nucleare e l’ulteriore indebolimento degli alleati regionali dell’Iran». Tralasciando la presunta questione del programma nucleare iraniano , dato che il Paese non persegue l’obiettivo di sviluppare un’arma nucleare almeno dal 2003, gli altri tre obiettivi potrebbero essere condivisi da Stati Uniti e Israele, ma nessuno di essi costituisce un interesse così imperativo per gli Stati Uniti da rendere necessaria questa guerra, con tutti i suoi rischi e le sue conseguenze globali. Ciò che Freilich non sottolinea è che, sebbene l’amministrazione Trump abbia imprudentemente adottato in questa guerra obiettivi simili a quelli di Israele, gli interessi statunitensi e israeliani sono sempre stati molto diversi a questo riguardo, da qualsiasi punto di vista si consideri la questione. Ma Freilich ha ragione a essere preoccupato. L’immagine di Israele nell’opinione pubblica statunitense si è gravemente deteriorata e ora un secondo presidente americano, dopo quanto accaduto al suo predecessore per la sua posizione su Gaza e in generale sulla Palestina, rischia di pagare un elevato prezzo politico a causa del suo cieco sostegno alle mostruose e impopolari politiche israeliane. Israele voleva questa guerra per sbarazzarsi dell’unico Stato della regione in grado di sfidare in modo significativo la sua agenda. Gli Stati Uniti condividono questo obiettivo, ma gli attribuiscono una valenza diversa. Per gli Stati Uniti, l’Iran rappresenta un simbolo dell’antiamericanismo e il nemico assoluto dal 1979. Il cosiddetto «principale Stato sponsor del terrorismo» rappresenta un funzionale obiettivo politico, ma difficilmente può essere considerato una minaccia reale per gli Stati Uniti, trovandosi dall’altra parte del mondo. Per Israele, l’Iran è il motore che alimenta l’opposizione alle sue ambizioni regionali e che fornisce il sostegno – e ovviamente le armi – alla resistenza armata palestinese. Il vecchio cliché secondo cui «non c’è alcuna differenza apprezzabile» tra Stati Uniti e Israele in materia di politica di sicurezza, non considera i diversi livelli di minaccia che l’Iran costituisce per i due Paesi. A meno che, ovviamente, non si consideri legittimo basare la politica estera statunitense sugli interessi di Israele, indipendentemente dalle conseguenze che ciò comporta per gli Stati Uniti. La maggioranza della popolazione statunitense non condivide questa opinione. L’idea che gli interessi statunitensi e israeliani coincidano è smentita ulteriormente se si esaminano le diverse visioni dei due Paesi per il futuro del Medio Oriente. Gli Stati Uniti, in generale, perseguono la stabilità, condizione necessaria per proteggere i mercati e garantire il libero afflusso di risorse dalla Regione verso le imprese occidentali. Israele, al contrario, ricerca l’egemonia regionale non attraverso alleanze, bensì mediante la forza e le minacce, atteggiamento evidente nel suo rifiuto di partecipare diplomaticamente all’Iniziativa di Pace Araba del 2002, che offriva una normalizzazione con tutti i Paesi della Lega Araba in cambio dell’accettazione da parte di Israele di un accordo basato sui parametri della soluzione dei due Stati, così come nel suo rifiuto di prendere seriamente in considerazione un compromesso sulla questione dell’occupazione e della spoliazione del popolo palestinese in cambio di un accordo di normalizzazione con l’Arabia Saudita. Israele accetta di firmare trattati di pace con le nazioni arabe a patto che queste non richiedano garanzie specifiche o tutele per i diritti dei palestinesi. Così è avvenuto con l’Egitto, la Giordania e per i recenti «Accordi di Abramo». Per Israele la stabilità regionale non è una priorità. Al contrario, la sua stessa esistenza si basa sul presupposto che i cittadini ebrei siano minacciati, ed è questa condizione di insicurezza che garantisce a Israele l’appoggio dei suoi sostenitori, ebrei e non ebrei, in tutto il mondo. Di conseguenza, gli obiettivi, le strategie, le tattiche e le decisioni specifiche di Israele non sempre coincidono con quelli degli Stati Uniti. Minaccia alla produzione petrolifera iraniana La propensione all’aggressione e all’instabilità non riguarda solo Benjamin Netanyahu e i suoi compatrioti di destra, ma anche figure di spicco dell’opposizione. Yair Lapid, che mantiene un rapporto generalmente cordiale con il Partito democratico statunitense – che Netanyahu si è sforzato con tanto successo di alienare – ha chiesto lo scorso fine settimana il lancio di un attacco su larga scala contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran. Lapid ha twittato : «Israele deve distruggere tutti i giacimenti petroliferi iraniani e l’industria energetica dell’isola di Kharg; questo consentirà di mettere in ginocchio l’economia iraniana e di rovesciare il regime». L'isola di Kharg è la principale fonte delle esportazioni petrolifere dell’Iran. La sua distruzione farebbe sprofondare l’economia iraniana, già indebolita, in una spirale negativa, da cui il Paese potrebbe riprendersi, ammesso che ci riesca, solo dopo decenni, Significherebbe anche un duro colpo per l’approvvigionamento mondiale di petrolio a lungo termine. Questa richiesta non è stata ben accolta a Washington. Poco dopo il tweet di Lapid, Israele ha messo alla prova la risposta statunitense a un attacco contro le infrastrutture petrolifere dell’Iran attaccando raffinerie di petrolio a Teheran , sprigionando nell’aria sostanze tossiche in un raggio di decine di chilometri. La risposta degli Stati Uniti è stata rapida e chiara. Lindsey Graham, in una rara critica a Israele, ha rimproverato Tel Aviv, twittando : «Per favore, siate cauti con gli obiettivi che scegliete. Il nostro obiettivo è liberare il popolo iraniano senza comprometterne la possibilità di una vita nuova e migliore, quando questo regime crollerà. L’economia petrolifera dell’Iran sarà essenziale per raggiungere questo obiettivo». Possiamo scartare a priori l’idea che a Graham, un sostenitore di lunga data delle sanzioni e della guerra contro l’Iran , importi minimamente della sorte del popolo iraniano. Graham stava chiaramente parlando a nome di Trump e inviando un messaggio a Israele sulla necessità di evitare la distruzione della ricchezza petrolifera dell’Iran. Ma Netanyahu e i leader israeliani in generale sono, prima di tutto, tattici. Senza dubbio comprendono che distruggere i giacimenti petroliferi dell’Iran non solo paralizzerebbe la Repubblica Islamica, ma renderebbe anche estremamente difficile per qualsiasi governo, per quanto amico dell’Occidente, ricostruire l’economia iraniana. Questa non è la ricetta per la stabilità che desiderano Trump e i suoi alleati delle monarchie del Golfo. È la ricetta per il caos e per il fallimento dello Stato iraniano. La disintegrazione di Stati molto più piccoli in Siria, Libia, Afghanistan e Iraq ha dato origine ad alcuni dei gruppi più radicali e le guerre che ne hanno destituito i governi hanno generato innumerevoli conflitti regionali. Un Iran fallito sarebbe molto peggio. Questo scenario non è funzionale agli interessi degli Stati Uniti e indica un’altra grande divergenza tra i loro interessi e quelli degli israeliani. Ciò è risultato evidente quando Trump ha menzionato la sua volontà di identificare «un buon leader» per l’Iran, mentre il ministro della Difesa israeliano Israel Katz dichiarava senza mezzi termini che, indipendentemente da chi l’Iran avesse scelto per ricoprire tale ruolo, Israele lo avrebbe assassinato. Entrambi i Paesi volevano una guerra per provocare un cambio di regime, ma su come raggiungere l’obiettivo le loro visioni sono divergenti. Non è il finale che vuole Israele Trump ha inviato messaggi contraddittori e deliranti sulla guerra. Lunedì 9 marzo ha dichiarato che gli Stati Uniti erano «molto vicini a concludere» la guerra, ma che «non si sarebbero fermati». La settimana precedente aveva dichiarato che l’obiettivo era la «resa incondizionata» dell’Iran, obiettivo chiaramente irraggiungibile. Sicuramente, nemmeno Netanyahu vorrebbe provare a prevedere fino a che punto si potrebbe spingere il volubile, spesso confuso e male informato presidente statunitense. Ma se la guerra finisse presto, che Israele o gli Stati Uniti vogliano ammetterlo pubblicamente o meno, questa guerra sarà stata un clamoroso fallimento. Certamente, se la guerra finisse ora, l’Iran avrà subito un’altra battuta d’arresto, avrà perso molte vite innocenti e avrà subito gravi danni. Ma ne uscirà anche con un leader come Mojtaba Khamenei , che onorerà gran parte dell’eredità di suo padre e agirà in modo ancora più intransigente. Mojtaba intrattiene stretti rapporti con la Guardia Rivoluzionaria e si oppone al dialogo con l’Occidente, preferendo una posizione più militante. Indipendentemente dal merito, la posizione di Mojtaba Khamenei è stata rafforzata dal tradimento statunitense, che ha sferrato due volte attacchi a sorpresa contro l’Iran, quando i negoziati non solo erano in corso, ma stavano procedendo proficuamente. Mojtaba, noto per essere stato una forza chiave dietro l'ascesa di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza iraniana nel 2005, ha perso sua moglie, uno dei suoi figli, sua madre e una delle sue sorelle, oltre che suo padre, nei recenti attacchi statunitensi e israeliani. È improbabile che sia incline a simpatizzare con le posizioni israeliane o statunitensi. L’Iran ricostruirà il proprio arsenale missilistico e rifornirà, con ancora maggiore facilità, la propria scorta di droni. Sotto il comando di Mojtaba Khamenei, rafforzerà senza dubbio i rapporti con le varie milizie filo-iraniane della regione. Infine, gran parte del sostegno allo sviluppo di un’arma nucleare proveniva dalla Guardia Rivoluzionaria Islamica. La fatwa di Ali Khamenei ha impedito che ciò diventasse qualcosa di più di un dibattito teorico in pubblico. Pur non essendo nota l’opinione di Mojtaba su questa questione, ora egli dispone del potere di revocare la fatwa di suo padre. In questo contesto, gli attacchi di Stati Uniti e Israele, Paesi dotati di armi nucleari, rafforzano in larga misura la logica secondo cui l’Iran non può scoraggiare futuri attacchi senza dotarsi di armi nucleari. L’esempio della Corea del Nord, valutato a fronte degli esempi di Iraq e Libia, costituisce un solido argomento. Pertanto, dal punto di vista di Israele, porre fine alla guerra ora è una prospettiva terrificante. Il nuovo Leader Supremo si sentirebbe incoraggiato dal fatto che la struttura statale iraniana sia rimasta del tutto intatta durante questo massiccio bombardamento. Il sentimento antigovernativo che ha portato alle proteste di massa in Iran rimarrebbe e, data l’ulteriore pressione sull’economia iraniana, potrebbe persino crescere, ma questi oppositori saranno molto più vulnerabili alle accuse di aver incoraggiato gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran, soprattutto considerando quanto sia Trump che Netanyahu abbiano fatto leva sulla retorica di «liberare il popolo iraniano dalla Repubblica Islamica» prima della guerra e persino durante la stessa. Israele sa che deve distruggere il governo iraniano per vincere questa guerra, ma non potrà farlo dall’alto. E certamente non può farlo senza la partecipazione diretta degli Stati Uniti, motivo per cui Israele non aveva attaccato l’Iran prima. Ma la resistenza negli Stati Uniti a un’invasione terrestre è, se possibile, ancora più forte di quanto non fosse prima dell’inizio della guerra. Non c’è mai stata una buona ragione per cui gli Stati Uniti iniziassero questa guerra. Non c’è alcun risultato, nemmeno nel migliore dei casi per i pianificatori bellici statunitensi, che potrebbe costituire per il Paese un vantaggio. Anche se l’operazione di cambio di regime avesse successo, il danno alla reputazione degli Stati Uniti nel mondo, l’impatto sull’economia globale e l’imprevedibilità nel Golfo annullerebbero qualsiasi vittoria fittizia che Trump possa celebrare. Non si può dire lo stesso di Netanyahu. Se l’Iran venisse distrutto come Paese funzionante, l’instabilità regionale gioverebbe molto alla posizione di Netanyahu. Se l’attuale governo venisse rovesciato, sia durante la guerra che dopo di essa, la situazione rimarrebbe di instabilità persistente, ma il principale rivale regionale di Israele sarebbe scomparso. Ma, in questo momento, l’andamento della guerra non è quello che Netanyahu desidera. L’Iran sta riuscendo ad aumentare il costo dell’attacco contro di esso e se la Repubblica Islamica supererà questa tempesta, la probabilità di una futura azione militare statunitense sarà significativamente ridotta. Ciò è significativo, considerando che tutti i precedenti presidenti statunitensi si sono rifiutati di intraprendere questa avventura. Se Trump opta per l’uscita, sia che proclami la vittoria o meno, l’Iran continuerà ad avere i suoi missili, i suoi partner regionali, il suo petrolio e un leader supremo ancora più intransigente a cui sono state date tutte le ragioni del mondo per cercare un’arma nucleare. Trump può nascondere gran parte di tutto ciò e dichiarare vittoria. Ma anche con la censura imperante in Israele, che si è inasprita molto , Netanyahu non potrà presentare questo risultato come una vittoria. Trump sta perdendo terreno politicamente a causa di questa guerra e gli conviene porvi fine. Netanyahu ha bisogno che si protragga abbastanza a lungo da portare l’Iran al punto di rottura o, in mancanza di ciò, per seminare nel Paese quanta più distruzione possibile. Gli interessi statunitensi e israeliani, contrariamente a quanto lascia intendere Freilich, non erano gli stessi all’inizio di questa guerra, ma ora lo sono ancora meno. Si consiglia di leggere Ervand Abrahamian, «Iran Under Fire» , NLR 1 57, Susan Watkins, « Israel después de Fordow » , NLR 155, y « Fuerzas de trabajo en Oriente Próximo », NLR 45. Arron Reza Merat , « Los equilibrios estratégicos de la guerra contra Irán », Sidecar/New Lef Review , « El laberinto de la escalada bélica en Irán y Oriente Próximo: Entrevista a Trita Parsi », Kate McMahon, « El objetivo de Israel en Irán no es conseguir un cambio de régimen, sino provocar el colapso total del Estado iraní », Alí Abunimah, « ¿Han juzgado erróneamente a Irán Estados Unidos e Israel? », Mitchell PLitnick, « Desmontando las mentiras de la guerra contra Irán », Layla Yammine, « Millones de personas en riesgo de desplazamiento mientras Israel bombardea el Líbano », Farsi Giacaman, « Israel está aplicando la “doctrina de Gaza” en el Líbano e Irán », Suleiman Mourad, « Hezbolá embridado », Tariq Ali, « Las consecuencias del asesinato de Nasralllah », tutti pubblicati su Diario Red . Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss e viene ripubblicato qui con l'esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso Nota della redazione Quest'articolo era già in via di pubblicazione quando, l'otto aprile, è intervenuto l'accordo per un cessate il fuoco di quindici giorni fra gli Sati Uniti e l'Iran. Malgrado l'accordo, Israele ha deciso di continuare la guerra a suo modo e ha accentuato i bombardamenti sul Libano, seminando ancora morte e distruzione. Questi avvenimenti confermano le divergenze crescenti fra gli interessi statunitensi e israeliani che sono messe in evidenza dall'analisi di Mitchell Plitnick
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Una pacificazione terrificante L’Italia del 2026 tra emergenza permanente e criminalizzazione del dissenso Italo Carrarini La primavera del 2026 si apre in Italia con un bilancio repressivo senza precedenti, segnando il passaggio definitivo verso un modello di gestione della società basato sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Le cifre provenienti dalle questure di tutto il paese delineano un profilo dello scontro sociale in cui il diritto di manifestazione viene scambiato per una minaccia all’ordine pubblico e criminalizzato. A Bologna si contano 100 denunce depositate contro gli attivisti; a Genova il numero dei procedimenti raggiunge quota 80; a Cagliari sono 90 i decreti penali emessi nei confronti di chi ha osato sfidare il coinvolgimento bellico nazionale. L’autorità giudiziaria ha attivato gli strumenti previsti dal Pacchetto Sicurezza dell’11 aprile 2025, comminando sanzioni pecuniarie che arrivano a 12.000 euro per singolo individuo. Questa strategia di sfinimento economico mira a rendere il costo del dissenso insostenibile per i soggetti precari e per le reti della solidarietà internazionale, colpendo in particolare i sostenitori della Global Sumud Flotilla. Salvatore Palidda riconosce in queste pratiche la funzione essenziale delle forze di polizia nella storia unitaria. Egli osserva che «l’uso delle polizie, prima e dopo l’unità nazionale, è sempre stato determinante per il mantenimento del potere politico, cioè per reprimere e respingere ogni forma di opposizione» (Palidda, Polizia postmoderna , p. 1). L’attuale assetto istituzionale perfeziona questa missione attraverso un esercizio di potere che l’autore definisce in termini di chirurgia sociale . L’obiettivo risiede nella segregazione dei segmenti della popolazione percepiti come nocivi, operando una distinzione radicale prima ancora che intervenga l’azione penale. Palidda chiarisce questo concetto con precisione ovvero, in questo scenario, la sicurezza cessa di essere una garanzia per il cittadino; essa diventa un meccanismo di immunità per il potere sovrano e di esclusione per chiunque rifiuti la conformità o le scelte del governo. Il Decreto Antisemitismo. Un attacco di panico morale Sotto il cielo di marzo è apparso un dispositivo legislativo che somiglia a un vetro deformante applicato alla verità storica. Il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato con una fretta che tradisce l’intento censorio d’urgenza, costituisce l’acme di un’operazione di recinzione ideologica dello spazio pubblico. Tale norma nasce con il paradosso di voler condannare chiunque levi la voce contro un genocidio, lasciando invece cadere ogni ombra di biasimo su chi il genocidio lo compie materialmente. L’integrazione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nell’ordinamento nazionale realizza ciò che Stuart Hall definisce la «mobilitazione della legge» (Hall, Policing the Crisis ). Il potere legislativo sottrae il termine antisemitismo alla sua dimensione di odio etnico per forzarlo nel recinto della fedeltà diplomatica assoluta. Questa torsione semantica criminalizza l’opposizione alle politiche coloniali, genocidarie e di Apartheid di Israele a Gaza e in Cisgiordania, etichettando la critica politica quale manifestazione di intolleranza razziale, dimentichi, peraltro, che anche i Palestinesi appartengono ai popoli semiti . Il provvedimento poggia su un vero e proprio attacco di panico morale che è stato alimentato dalla manipolazione del dato statistico. I 963 episodi di antisemitismo registrati dalla Fondazione CDEC nel 2025 fungono da pretesto per giustificare un incremento della severità punitiva. Secondo Stuart Hall, il panico morale serve a «identificare una minaccia simbolica che precipita ansie e preoccupazioni precedentemente prive di articolazione» (Hall, cit ). Nel contesto attuale, l’aumento degli episodi antisemiti online, 557 casi, viene decontestualizzato per colpire i movimenti pro-pal, cancellando la distinzione fondamentale tra il pregiudizio religioso e l’orrore davanti al genocidio di Gaza. La votazione del 5 marzo ha sancito il collasso delle mediazioni liberali all’interno della sinistra istituzionale. Senatori del Partito democratico come Delrio e Verini hanno scelto di votare insieme alla maggioranza di destra, avallando una norma che include gli indicatori IHRA relativi alla critica a Israele tra le prove del reato di odio. Questa scelta ratifica il passaggio verso il consenso autoritario descritto da Hall, dove l’opposizione parlamentare si rende complice della costruzione dello Stato di eccezione. La legge genera un perimetro di incertezza giuridica che di fatto crea un’anamorfosi dello stato di diritto, in cui le regole informali di un gruppo di interesse oscurano le norme costituzionali (cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna ). La Geopolitica del sangue e il riflesso interno L’allineamento dell’Italia alla strategia bellica globale funge da cornice ideologica per la stretta autoritaria domestica. L’aggressione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che arriva dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro e dopo il genocidio di Gaza, stabilisce il tono brutale della politica interna. Questa Guerra senza limiti agisce quale giustificazione assoluta per l’eccezionalità delle misure di controllo. Si assiste a una riedizione aggiornata dell’aggressione all’Iraq del 2003, dove la retorica della difesa preventiva serviva a mascherare un massacro continuo di civili. Se 23 anni fa il pretesto risiedeva nelle inesistenti armi di distruzione di massa, oggi il bersaglio muta continuamente, dal cambio di regime, al fantomatico programma nucleare di Teheran, resta un paese sovrano, l’Iran, colpito in violazione di ogni norma internazionale. Mentre i droni, i missili, e l’aria saturata di petrolio dopo i bombardamenti alle raffinerie, dell’operazione Epic Fury tracciano geometrie astratte nei cieli di Teheran, la carne martoriata delle 165 bambine di Minab viene espunta dalla coscienza collettiva. La guerra del 2026 viene consumata come un videogioco attraverso i teleschermi, dove missili intelligenti solcano cieli digitali occultando la polvere dei corpi sepolti sotto il cemento della scuola elementare femminile. Questa astrazione bellica facilita la produzione di un pensiero unico che espelle ogni sapere alternativo e ogni sussulto di empatia. Mark Neocleous avverte che «la dottrina della sicurezza nazionale implica l’interrelazione di così tanti fattori sociali, economici, politici e militari che qualsiasi sviluppo può essere considerato un impatto sull’ordine liberale» (Neocleous, Critique of Security ). Reprimere continuamente il dissenso serve al governo anche per concedere l’uso delle basi americane sul suolo nazionale per operazioni offensive, accettando che la necessità militare scavalchi la sovranità costituzionale senza che nessuno possa protestare ferocemente contro la complicità in una guerra illegale. Tale postura esterna richiede una corrispondente operazione di pacificazione interna. La gestione delle piazze italiane è diventata un’estensione del fronte di guerra esterno, dove i manifestanti sono percepiti quali elementi sovversivi da neutralizzare preventivamente. Una parabola repressiva sequenziale a colpi di DDL Sicurezza Il perimetro delle libertà civili in Italia ha subìto una ridefinizione radicale attraverso una successione coordinata di decreti che hanno costruito uno stato di eccezione permanente. Questa metamorfosi del diritto inizia con il Decreto Rave , il quale ha introdotto l’articolo 633-bis del codice penale per punire l’assembramento spontaneo con pene fino a sei anni. Tale norma ha inaugurato la stagione della criminalizzazione preventiva, trasformando la socialità autonoma in un pericolo per l’incolumità pubblica . La traiettoria repressiva è proseguita con il Decreto Cutro , volto a inasprire il controllo sulle migrazioni attraverso l’eliminazione della protezione speciale e il potenziamento della detenzione amministrativa, e con il Decreto Caivano , orientato a colpire la devianza minorile attraverso l’estensione del Daspo urbano ai quattordicenni e l’incremento sproporzionato delle pene per i reati di lieve entità. Il perimetro del controllo si è espanso e ha raggiunto il suo culmine con il DL Sicurezza ( ex ddl 1660 ) , una vera e propria dichiarazione di guerra interna che ha introdotto fattispecie di reato specifiche per colpire ogni forma di dissenso materiale: Criminalizzazione della Resistenza Passiva (art. 415-bis c.p.): questa è forse la norma più controversa. Equipara il rifiuto non violento di obbedire a un ordine nei CPR o nelle carceri (come lo sciopero della fame o il rifiuto di rientrare in cella) a un atto di rivolta , punibile con pene che arrivano fino a otto anni di reclusione . La resistenza non deve più essere violenta per essere sanzionata duramente; basta che sia passiva . Stretta sui Blocchi stradali: quella che prima era una sanzione amministrativa (spesso usata nelle proteste sindacali o ambientali) diventa un reato penale se commesso da più persone o se considerato ostruttivo in modo persistente. Questo colpisce direttamente le modalità di protesta dei movimenti climatici (come Ultima Generazione) e dei lavoratori in sciopero. Il Reato Anti-Ghandi: la norma colpisce chiunque manifesti contro le grandi opere (come il Tav o il Ponte sullo Stretto), introducendo aggravanti specifiche per chi protesta nei pressi di siti strategici, rendendo di fatto illegale il picchettaggio e la presenza fisica di opposizione. Detenzione delle madri detenute: il DL ha reso non più obbligatorio il rinvio della pena per le donne incinte o con figli neonati, aprendo la porta alla detenzione in carcere di bambini piccolissimi, ufficialmente per evitare l’impunità . Focus sul Fermo Preventivo (DL 23/2026): l’ultimo tassello, giunto nel febbraio 2026, ha introdotto il fermo preventivo di dodici ore per chiunque sia sospettato di poter turbare un evento pubblico e ha autorizzato i prefetti a istituire zone rosse urbane con poteri di allontanamento immediato (Daspo urbano potenziato). Esempi Concreti di Applicazione L’assedio economico: nelle piazze di Bologna, Genova e Cagliari, le autorità hanno attivato gli strumenti del Pacchetto Sicurezza per comminare sanzioni pecuniarie che sfiorano i 12.000 euro per singolo individuo . Tale strategia punta direttamente ai soggetti precari, cercando di soffocare la protesta attraverso l’indebitamento forzato degli attivisti (specialmente quelli legati ai movimenti pro-pal e alla Global Sumud Flotilla). L’esperimento Askatasuna: lo sgombero con mezzi sproporzionati del Centro sociale Askatasuna a Torino è stato definito un esperimento di Stato dove il potere esecutivo ha scavalcato la mediazione politica per imporre una logica di occupazione militare del territorio, trasformando un luogo di mutualismo in un simbolo di pericolo pubblico sotto i nuovi dettami del DDL. Lo Scudo Penale: l’introduzione di tutele legali rafforzate per le forze dell’ordine (spesso definite scudo penale ) agisce come una barriera che libera l’agente dal peso delle conseguenze legali in caso di scontri, come visto nel drammatico caso Mansouri a Milano, dove la retorica dell’attacco preventivo è stata usata per giustificare l’uso della forza letale. Questa struttura legislativa trasforma il dissenso da diritto costituzionale a ostacolo tecnico alla funzionalità del sistema, dove la pacificazione interna diventa l’obiettivo supremo a scapito delle garanzie individuali. Il caso Mansouri e la Fabbrica dell’Immunità sovrana L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Milano costituisce la manifestazione estrema della deriva securitaria contemporanea. L’agente Carmelo Cinturrino ha giustificato lo sparo descrivendolo come un attacco preventivo , espressione che ricalca fedelmente la retorica bellica internazionale del governo Meloni. Le indagini hanno rivelato che la scena del crimine è stata alterata per simulare una legittima difesa attraverso il rinvenimento di una pistola giocattolo, piazzata accanto al corpo della vittima per inquinare le prove. Questo evento conferma le tesi sulla Warrior Mentality analizzate da Alex Vitale, in cui gli agenti vedono i civili come un nemico costante anziché come una comunità da proteggere. Mark Neocleous spiega che l’immunità concessa ai funzionari statali funge da «paravento per la violenza sovrana», permettendo agli agenti di agire al di fuori del controllo legale. Egli chiarisce l’origine squisitamente politica di questo concetto: «Ciò che era originariamente in gioco nell’immunità era una decisione politica sul privilegio, nel senso di una legge che si applicava solo a certe classi di persone o individui» (Neocleous, The Politics of Immunity , pp. 11-12). La destra politica ha risposto al caso invocando lo scudo penale contenuto nel decreto sicurezza e celebrando l’aggressività poliziesca quale virtù civile. Tale immunità crea una zona di eccezione dove la legge cessa di applicarsi ai tutori dell’ordine, mentre si accanisce con ferocia sugli esclusi. L’uccisione di un uomo disarmato viene trasformata in un atto necessario per la salvaguardia della civiltà occidentale contro la minaccia asimmetrica rappresentata dai corpi non conformi. Risulta evidente come la soggettività degli agenti venga modellata da una psicologia del sospetto che trasforma ogni interazione in un potenziale scontro bellico. Questa percezione distorta produce soggettività docili attraverso la paura, riducendo la cittadinanza a un esercizio di obbedienza silenziosa. La repressione del Sumud e la Global Sumud Flottilla L’applicazione materiale di questo dispositivo si è accanita con particolare ferocia contro la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa marittima partita dai porti di Barcellona e Catania per sfidare il blocco navale di Gaza. Il governo italiano ha reagito a questa missione di solidarietà attraverso un utilizzo combinato di fermi amministrativi e denunce penali basate sul nuovo impianto normativo. Ogni gesto ispirato al concetto di Sumud , la fermezza resiliente della popolazione palestinese, viene tradotto dal sapere di polizia in una minaccia alla sicurezza nazionale. Salvatore Palidda evidenzia come la polizia postmoderna detenga ormai il «monopolio nella gestione delle regole del disordine» una facoltà che permette di stabilire arbitrariamente i limiti tra la libertà di agire e lo scandalo politico (Palidda, Polizia postmoderna , p. 1). La repressione della Flotilla e dei blocchi portuali di solidarietà costituisce un esempio di chirurgia sociale volto a estirpare il supporto materiale al popolo aggredito, proteggendo invece la fluidità dei traffici bellici. A Catania, oltre 40.000 persone si sono ritrovate per accompagnare la partenza delle imbarcazioni, subendo cariche e identificazioni di massa che preludevano alla successiva intercettazione illegale in acque internazionali. Tale condotta istituzionale dimostra la trasformazione del diritto in uno strumento di guerra interna contro chiunque rifiuti la neutralità complice. Il dissenso viene sistematicamente derubricato a problema di degrado urbano o a ostacolo allo sviluppo economico, legittimando la sospensione delle garanzie costituzionali in nome di una pacificazione che è una forma di occupazione poliziesca della vita civile. L’ eccezione quale nuova normalità L’analisi dell’Italia nel 2026 rivela una società dominata dalla paura e dal risentimento reattivo. La criminalizzazione del dissenso rappresenta il fulcro di una strategia di pacificazione volta a mantenere intatti i rapporti di forza vigenti. Le teorie di Fassin, Hall e Neocleous permettono di riconoscere la coerenza di questo disegno repressivo, che unisce l’approvazione del Decreto Legge sull’Antisemitismo alla violenza poliziesca dei successivi decreti sicurezza. La distorsione della verità operata dai media, che isolano episodi per invocare la guerriglia urbana , facilita l’approvazione di leggi liberticide che rendono il paese un laboratorio del tecnofascismo europeo. Lo Stato si rifugia nell’immunità sovrana, proteggendo i propri agenti quali Cinturrino e silenziando chiunque immagini un'alternativa alla guerra permanente. La passione punitiva della società contemporanea si alimenta di simboli quali il maranza per giustificare un eccesso di castigo che colpisce esclusivamente i soggetti più vulnerabili. Didier Fassin osserva che «questa tendenza non riguarda allo stesso modo né tutte le trasgressioni né coloro che ne sono gli autori. Risparmia spesso le categorie dominanti e si accanisce sulle classi popolari. La frode fiscale viene generalmente meglio tollerata del taccheggio» (Fassin, Punire , p. 2). La sfida per i movimenti di opposizione consiste nel rompere il circolo vizioso della sicurezza e nel rivendicare il conflitto quale elemento vitale della democrazia reale. Senza una critica radicale al dispositivo della pacificazione, l’Italia rimarrà intrappolata in uno Stato eccezionale dove la libertà è ridotta al dovere di conformità assoluta. La pacificazione non è la pace; essa è la guerra continuata contro la possibilità stessa di un futuro imprevisto. Lavinia Marchetti è biologa, appassionata di poesia, letteratura e bellezza nell’arte. Lavora in una galleria d’arte Milano.
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Quattro forme di crudeltà nel diritto L’ostentazione della disumanità al vertice delle istituzioni e il crollo del senso morale a livello di massa Cinzia Farina L’ostentazione della disumanità si traduce, in Italia, in persecuzione politica e legislativa dei migranti, attacco alla povertà e alla vulnerabilità, inasprimento delle pene detentive, sviluppo ipertrofico delle misure di prevenzione personale. In questo testo Luigi Ferrajoli mostra l’esito coerente di una regressione culturale e istituzionale globale, a cui corrisponde «il crollo del senso morale a livello di massa» e una mutazione profonda del paradigma giuridico stesso, che coincide con il venir meno di quell’universo di garanzie e di limiti che aveva definito, almeno idealmente, il progetto costituzionale del secondo Novecento. Siamo ben oltre la denuncia di un uso espansivo e regressivo del diritto penale e la segnalazione di un lessico istituzionale impregnato di pulsioni punitive e disprezzo per la vulnerabilità sociale. La criminalizzazione della povertà, il discredito del welfare e l’ossessione per la sicurezza si presentano come effetti convergenti della razionalità neoliberale e del moralismo neoconservatore che tende a costituire l’«immeritevole» come soggetto simbolicamente pericoloso e ne prescrive la punizione, l’isolamento o l’espulsione dalla sfera del visibile. La vittima – costruita culturalmente, codificata moralmente e selezionata giuridicamente – diventa leva operativa di una giustizia selettiva, in cui la vulnerabilità si trasforma in criterio di differenziazione procedurale, e il riconoscimento viene concesso solo a chi aderisce agli stereotipi imposti dai linguaggi penali, mediatici e securitari. Lo statuto di vittima si impone come principale registro di legittimazione e riconoscimento, surrogando il lessico dell’oppressione e producendo un piano orizzontale di rivendicazione identitaria che elude la questione del potere e della disuguaglianza. Il diritto penale assume la funzione di strumento di legittimazione politica e amministrazione selettiva delle differenze, in cui si intrecciano l’ossessione per l’ordine e la deriva moralizzatrice del discorso pubblico. Attilio Alessandro Novellino Il populismo penale contro i migranti Il terreno privilegiato di queste politiche è quello della legislazione e delle pratiche contro i migranti, i quali impersonano i soggetti più deboli e i nemici ideali, che la demagogia populista e razzista induce a percepire come persone inferiori e a renderne accettabile qualunque disgrazia, inclusa la morte. Giacché il razzismo è la «condizione», scrisse lucidamente Michel Foucault, cherende accettabile «la messa a morte» di una parte dell’umanità 1 . Solo la svalutazione razzista della loro diversità rende infatti tollerabile che migliaia di persone affoghino ogni anno nel Mediterraneo – circa 30.000 nell’ultimo decennio – e che milioni di persone muoiano nei paesi poveri per mancanza dell’acqua potabile, del cibo e dei farmaci salvavita. Questa aggressione ai migranti si è sviluppata, in Italia, con un nuovo metodo legislativo: lo sviluppo, a partire da una prima legge base, di una serie ininterrotta di leggi – di solito decreti legge – che hanno volta a volta aggravato e reso più disumane le restrizioni dei diritti dei migranti, additati come probabili delinquenti, respinti alle frontiere, privati della dignità, costretti alla clandestinità, ridotti a non-persone. La legge base è stata la legge Turco-Napolitano n. 40 del 6.3.1998, che ha introdotto la detenzione amministrativa dei migranti, per 30 giorni e limitatamente ai casi di volontaria inottemperanza dei provvedimenti di espulsione. A partire da questa prima violazione dell’art. 13 della Costituzione, si è sviluppato un lungo elenco di leggi contro i migranti: la legge Bossi-Fini n. 189 del 30.7.2002, che ha trasformato in regola l’eccezione del trattenimento coattivo; il decreto legge n. 241 del 2004, che ha affidato il giudizio di convalida della detenzione e dell’espulsione ai giudici di pace nell’evidente presupposto che la libertà e la dignità degli immigrati non meritano di scomodare la magistratura ordinaria; il decreto legge n. 92 del 2008, che per tutti i reati ha introdotto l’aggravante della condizione di stranieri irregolari dei loro autori, dichiarata incostituzionale dalla sentenza della Corte n. 249 del 2010; la legge n. 94 del 2009, forse la più turpe della storia della Repubblica, che oltre a triplicare la durata massima del trattenimento ha introdotto, con l’art. 10-bis, il reato di ingresso e soggiorno illegale nel territorio dello Stato, così criminalizzando la condizione di immigrato clandestino. Ha fatto in questo modo la sua ricomparsa in Italia, dopo le leggi razziste del 1938, la figura della persona illegale , in contrasto non solo con il valore della dignità delle persone, ma anche con i principi di offensività e colpevolezza. L’aggressione compulsiva ai migranti continua con la legge n. 129 del 2011, che ha esteso i presupposti della detenzione amministrativa portandone la durata, in taluni casi, a 18 mesi. Dopo una breve inversione di tendenza – l’estensione ai centri di detenzione dei migranti della competenza del Garante nazionale dei detenuti e l’abbattimento da 18 a 3 mesi del trattenimento amministrativo, a opera dalla legge n. 161 del 2014 – la spirale repressiva riprende con il decreto legge Minniti n. 13 del 2017, che ha esteso le ipotesi del trattenimento, ha ridotto le garanzie processuali in tema di riconoscimento dello status di rifugiato e ha abolito la possibilità di impugnare i provvedimenti di diniego dell’asilo; i due decreti legge Salvini: il n. 113 del 2018, che ha riportato a 18 mesi la durata della detenzione amministrativa e ha sostanzialmente abolito il permesso di soggiorno per motivi umanitari, così gettando nella clandestinità decine di migliaia di migranti totalmente integrati nella nostra società, e il decreto legge n. 53 del 2019, che ha conferi- to al governo il potere di vietare l’ingresso e il transito di navi nelle acque territoriali e di chiudere i porti, in contrasto con le convenzioni internazionali; infine il cosiddetto «decreto Ong» del 2023 dell’attuale governo che condiziona la possibilità delle navi di salvare le persone in mare a insensati requisiti burocratici, introduce ostacoli ai salvataggi, come il divieto dei salvataggi multipli e prevede, per quanti violano queste assurde prescrizioni, sanzioni da 10 a 50.000 euro, il fermo per due mesi e, nei casi di reiterazione delle violazioni, la confisca della nave utilizzata per i salvataggi. Tre ordini di misure razziste, dunque, con cui viene ostentata la disumanità delle istituzioni. La prima è la detenzione amministrativa, vera contraddizione in termini che ne segnala il tratto razzista e intrinsecamente incostituzionale dato che in base a essa la libertà dei migranti è altra cosa dalla libertà dei cittadini. Ogni possibile abuso o vessazione che in questi luoghi si verifichi resta di fatto fuori dalla visibilità e dal controllo giurisdizionale. Sembra che non valga per i migranti la sentenza della Corte costituzionale n. 238 del 1996, secondo cui la libertà personale è un «diritto inviolabile, rientrante tra i valori supremi, quale indefettibile nucleo essenziale dell’individuo, non diversamente dal contiguo e strettamente connesso diritto alla vita e all’integrità fisica, con il quale concorre a costruire la matrice prima di ogni diritto costituzionalmente protetto della persona». La seconda misura è stata l’abolizione della cosiddetta protezione speciale, che aveva consentito l’accoglienza, l’integrazione e in molti casi l’occupazione a migliaia di immigrati privi dell’asilo politico e tuttavia in condizioni di grave disagio e vulnerabilità. Privare queste persone di questo tipo di protezione equivale a renderli irregolari e clandestini, e quindi a spingerli nell’illegalità, consegnandoli al controllo delle mafie, allo sfruttamento selvaggio del loro lavoro, all’odio e all’emarginazione sociale. A queste misure l’attuale governo ha aggiunto un atto di pura demagogia, diretto solo a esibire la sua ferocia onde soddisfare e alimentare la xenofobia del suo elettorato: la dichiarazione, l’11 aprile 2023, dello stato d’emergenza in materia di immigrazione che consentirà alla presidente del consiglio di emanare ordinanze contro i migranti senza discuterle in Parlamento. Il terzo ordine di misure contro i migranti, certamente il più immorale, è consistito in una mutazione dello stesso populismo punitivo. Il vecchio populismo penale enfatizzava la gravità di fenomeni pur sempre illegali come la criminalità di strada, onde ottenere consenso a inasprimenti di pene, inutili ma pur sempre legittimi. Il nuovo populismo xenofobo, al contrario, criminalizza condotte non solo lecite ma moralmente virtuose, come il salvataggio di vite umane in mare o le forme spontanee dell’accoglienza da parte dei comuni cittadini, al fine di alimentare paure e razzismi e ottenere consenso a misure esse stesse illegali, come la chiusura dei porti più vicini, le preordinate omissioni di soccorso, i sequestri delle persone salvate e le lesioni dei diritti umani dei migranti. È stata così creata l’incredibile classe dei «reati di solidarietà», come le varie figure di favoreggiamento umanitario, e non a fini di lucro, dell’ingresso o della permanenza irregolare in Italia, o l’offerta di lavoro a un extracomunitario irregolare, o l’alloggio dato a uno straniero privo di titolo di soggiorno. Il caso limite è stato la condanna in primo grado a 13 anni di reclusione di Mimmo Lucano, giudicato colpevole di associazione a delinquere, truffa, peculato e abuso d’ufficio per aver promosso quale sindaco di Riace – senza alcun profitto personale e comunque senza dolo – sistemi di accoglienza e di integrazione dei migranti. È una sentenza che – non diversamente dalle indagini a vuoto promosse dalla Procura di Catania contro chi salva vite umane in mare – si spiega solo con l’idea che non è credibile la virtù civile dell’umana solidarietà dettata, senza alcun tornaconto personale, dalla sola finalità di salvare persone sconosciute in mare. Diritto penale disuguale, garantismo del privilegio e carcere disumano Il secondo terreno sul quale si è manifestato il sadismo legislativo è quello del diritto penale, in particolare con l’accentuazione della durezza delle pene detentive e delle misure personali della prevenzione. Queste manifestazioni di disumanità punitiva sono accomunate da due elementi: lo sviluppo di un diritto penale dell’autore, anziché del fatto, in forza del quale si è puniti non già per quel che si è fatto , ma per quel che si è , e la crescita di un diritto penale della disuguaglianza: massimo e inflessibile per i deboli, minimo e garantista, fino alla pretesa dell’impunità, per i potenti. Entrambe, inoltre, sono progressivamente cresciute grazie al nuovo metodo legislativo già segnalato in tema di immigrazione: la legislazione ad aggravamenti crescenti, quanto ai presupposti e all’afflittività, diretta a soddisfare il punitivismo compulsivo indotto dal populismo penale. Il carcere è il luogo contro cui si è maggiormente esercitata la crudeltà istituzionale. Benché la criminalità in Italia sia crollata – meno di 300 l’anno gli omicidi, metà dei quali femminicidi, contro i 1938 del 1991 – la popolazione carceraria è quasi raddoppiata. I detenuti, che erano 31.053 il 30 giugno 1991, alla data del 31 maggio 2024 erano 61.547 (ben oltre il numero dei posti, che è di 51.178). Di essi, alla data del 22 agosto 2023, ben 1867 erano ergastolani, quasi cinque volte più degli ergastolani nel 1992 che erano solo 408. Come mostra l’aumento enorme dei suicidi in carcere (11,4 persone ogni 10.000 detenuti, esattamente il doppio della media europea che è di 5,7 e 5 volte di più della media dei suicidi negli anni Sessanta), si sono inoltre aggravate le condizioni di vita in carcere, sia rispetto al passato che rispetto agli altri paesi europei. Soprattutto, hanno fatto la loro comparsa, in Italia, ben due regimi carcerari speciali, di cui l’uno è di solito il presupposto dell’altro. Il primo è il carcere duro, detto «ostativo» perché ostacola la concessione ai detenuti dei permessi e delle misure alternative al carcere: introdotto dal decreto legge n. 152 del 1991 con l’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario che condizionava tale concessione, per i delitti di mafia, all’inesistenza di collegamenti con la criminalità organizzata; aggravato all’indomani della strage di Capaci dal decreto-legge n. 306 del 1992, che trasformava la condizione negativa dell’assenza di collegamenti esterni al carcere con quella positiva della «collaborazione con la giustizia»; allargato infine, dalle leggi n. 92 del 2001, n. 279 del 2002, n. 11 del 2012, n. 19 e n. 43 del 2015 ad altri svariati reati, dalle associazioni terroristiche all’associazione finalizzata al contrabbando di tabacchi e al favoreggiamento di ingressi illegali di stranieri. Il secondo regime carcerario speciale è quello ancora più duro previsto dall’art. 41-bis dell’ordinamento carcerario. Introdotto dalla legge Gozzini n. 663 del 1986, originariamente si limitava, «in casi eccezionali di rivolte o di altre gravi situazioni di emergenza», ad affidare al ministro della Giustizia, cui spetta la gestione delle carceri, il potere di «sospendere, nell’istituto interessato o in parte di esso, l’applicazione delle normali regole di trattamento». Con il decreto n. 306 del 1992, questo potere è stato trasformato nell’incredibile «facoltà» del ministro di «sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti o internati per taluno dei delitti di cui al primo periodo del comma 1 dell’art. 4-bis», o comunque per delitti di favoreggiamento della mafia, «l’applicazione delle regole di trattamento» ordinarie. Prorogato più volte, questo regime speciale è stato reso permanente dalla legge n. 279 del 2002; è stato inasprito da una legge n. 94 del 2009, che in deroga ai principi costituzionali del giudice naturale e del divieto di giurisdizioni speciali ha affidato al Tribunale di sorveglianza di Roma la competenza a decidere su tutti i reclami contro la sua applicazione e ha inoltre aggiunto una lunga serie di inutili vessazioni che nulla hanno a che fare con le esigenze della sicurezza. Dunque questo art. 41-bis fa dipendere la maggiore afflittività della pena per determinati delitti da un provvedimento del Ministro della giustizia; non quindi da una legge o da una pronuncia giudiziaria, ma da un atto amministrativo che così interferisce nell’esecuzione penale. Si tratta di un’incredibile violazione della separazione dei poteri e, inoltre, dell’art. 13, secondo comma, della Costituzione, secondo cui «non è ammessa forma alcuna di detenzione... né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria». Entrambi questi regimi carcerari aggravati sono inoltre in contrasto con la Costituzione sotto due profili. Sono incostituzionali perché consistono, anche a causa della lunga durata e delle possibili proroghe, in «trattamenti contrari al senso di umanità» vietati dal terzo comma dell’art. 27 Cost. Ma lo sono anche perché, in contrasto con il principio di legalità penale previsto dal secondo comma dell’art. 25 Cost., non ricorre quale loro presupposto nessun «fatto commesso» ma solo la valutazione della pericolosità del detenuto. D’altro canto, il numero sempre più alto dei detenuti sottoposti a questi regimi – 9369 persone sottoposte al regime ostativo previsto dall’art. 4-bis, tra i quali 1267 dei 1867 ergastoli, solo perché colpevoli, pur dopo la condanna, di mancata collaborazione con la giustizia, e 728 persone sottoposte al regime previsto dall’art. 41-bis, cioè a una «pena nella pena» stabilita dal ministro della Giustizia – non si spiega se non con il carattere burocratico, arbitrario e vessatorio dell’applicazione delle norme che lo prevedono. Peraltro il garantismo della disuguaglianza della destra attualmente al governo si è manifestato platealmente nella legge di conversione n. 199 del 30.12.2022: da un lato in norme come l’aumento da 26 a 30 anni della pena espiata dagli ergastolani prima che si possa loro concedere la liberazione condizionale e come la pena da 3 a 6 anni per le occupazioni «di terreni o edifici altrui al fine di realizzare un raduno musicale»; dall’altro in un regalo ai soli condannati per peculato, concussione, corruzione e istigazione alla corruzione, consistente nella soppressione, per tutti costoro, del regime del carcere ostativo previsto dall’art. 4-bis che a essi era stato esteso dalla legge n. 3 del 9.1.2019. Se è vero che la civiltà di un paese, come scrisse Montesquieu 2 , si misura dalla mitezza delle sue pene, questi crudeli inasprimenti punitivi segnalano una pesante regressione civile del nostro paese e un abbassamento della cultura garantista e del senso di umanità dei nostri magistrati. Ricorderò solo un fatto che attesta la misura di questa regressione. Ancora negli anni Novanta la grande maggioranza dei parlamentari italiani era favorevole all’abolizione dell’ergastolo, che infatti fu approvata il 30 aprile 1998 dal nostro Senato con 107 voti favorevoli, 51 contrari e 8 astenuti. Oggi quasi tutte le forze presenti in Parlamento respingono con fermezza – come è avvenuto a seguito dell’aggressione del coordinatore del principale partito di governo a taluni deputati dell’opposizione, insultati come possibili conniventi con il terrorismo per aver fatto visita al detenuto Alfredo Cospito, in fin di vita dopo 100 giorni di sciopero della fame per protesta contro il regime previsto dall’art. 41-bis – l’accusa di essere a favore dell’abolizione non diciamo dell’ergastolo, ma perfino del regime previsto dall’art. 41-bis. Le misure di prevenzione personale Il terzo capitolo dell’odierno diritto disumano è quello espresso dallo sviluppo di un sistema investigativo e punitivo ante o extra delictum : il sotto-sistema delle misure di prevenzione, giustificate non già dalla commissione di un reato bensì dalla supposta pericolosità dei loro destinatari, prevalentemente poveri ed emarginati. Questo diritto penale preventivo, in forza del quale si è puniti non per ciò che si è fatto ma per ciò che si è, contraddice tutti i principi garantisti del diritto penale. Le misure di prevenzione sono infatti misure ante o praeter delictum , irrogate in assenza di tutte le garanzie che del reato sono gli elementi costitutivi – la materialità dell’azione, l’offensività dell’evento e la colpevolezza dell’autore – grazie alla loro collocazione, quali misure amministrative , in una sorta di limbo. Questa truffa delle parole le ha sostanzialmente sottratte al dibattito giuridico: concepite dagli amministrativisti come misure punitive di competenza dei penalisti e da questi trascurate perché misure formalmente non penali, esse sono ignorate dal dibattito pubblico perché destinate, oltre che a persone sospette di appartenere ad associazioni mafiose o terroristiche, soprattutto a persone colpevoli solo della loro emarginazione: disoccupati, vagabondi, prostitute, immigrati e tossico- dipendenti. L’origine di queste misure è ottocentesca. In Italia compaiono per la prima volta nel capo III del titolo VII del libro II del codice penale sardo del 1839, dedicato agli «oziosi, vagabondi, mendicanti e altre persone sospette». Dopo svariate modifiche – nel 1852, nel 1854 e nel 1859 – vengono riorganizzate nel Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 1889, in occasione della simultanea approvazione, il 30 giugno, del codice penale Zanardelli. Il sistema punitivo viene così diviso in due: le pene e il codice penale per fatti qualificati come reati; le misure di prevenzione dell’ammonizione, della vigilanza speciale e del domicilio coatto, previste invece, per i pericolosi e i sospetti, dal titolo terzo del Testo unico intitolato «Disposizioni relative alle classi pericolose della società». Il regime fascista confermò questa spartizione classista con il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza emanato un anno dopo il codice penale Rocco con il regio decreto n. 773 del 1931. In questo si prevedevano: a ) il «ricovero» in istituti di assistenza delle persone inabili al lavoro e prive di mezzi di sussistenza; b ) il «rimpatrio con foglio di via obbligatorio» delle non meglio precisate persone «sospette» per la loro «condotta» e delle persone «pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità» inclusi, «se necessario», i non più detenuti dopo l’uscita dal carcere; c ) l’«ammonizione» per gli «oziosi», «i vagabondi... sospetti di vivere col ricavato di azioni delittuose» e per «le persone designate dalla pubblica voce come pericolose socialmente o per gli ordinamenti politici dello Stato»; d ) il «confino di polizia» da uno a cinque anni «in una colonia o in un comune del regno» dei «pericolosi alla sicurezza pubblica» e di «coloro che svolgono o abbiano manifestato il proposito di svolgere un’attività» contro i poteri dello Stato, in breve degli antifascisti 3 . Questo edificio poliziesco, che molti – si pensi al confino – associano solo a un lontano passato fascista, ha subìto, nel 1956, un salto di qualità. Fino ad allora la prevenzione ante delictum era solo materia di polizia, essendo la giurisdizione penale competente unicamente alla repressione di reati già commessi in accordo con i principi nulla poena sine crimine e nullum crimen sine lege . Successe invece una singolare vicenda. All’indomani della sentenza n. 2 del 23.6.1956 con cui la Corte costituzionale dichiarò l’illegittimità del rimpatrio con foglio di via obbligatorio per contrasto con gli artt. 13 e 16 della Costituzione, la legge n. 1423 del 27.12.1956 ha affidato al tribunale la competenza a disporre, su proposta dell’autorità di polizia, la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno (art. 3 e 4). Ha invece lasciato in capo al questore la competenza a decidere il foglio di via obbli- gatorio (art. 2), destinato a «gli oziosi e i vagabondi», ai «dediti a traffici illeciti», ai sospetti di sfruttamento della prostituzione e a quanti «svolgono abitualmente altre attività contrarie alla morale pubblica e al buon costume» (art. 1). Questo affidamento al Tribunale della competenza a ordinare le misure di prevenzione personali più importanti fu letto come una garanzia, quella della riserva di giurisdizione imposta dall’art. 13 della Costituzione. In realtà iniziò allora, all’ombra di questa «garanzia», una progressiva espansione, sia di tipo quantitativo che di tipo qualitativo, delle misure di prevenzione personali ante delictum , che hanno finito per imprimere alla giurisdizione penale un’innegabile impronta poliziesca. Questa espansione, secondo il metodo già illustrato dei progressivi ampliamenti e inasprimenti punitivi, inizia con la legge antimafia n. 575 del 31.5.1965, che estese tali misure anche «agli indiziati di appartenere ad associazioni mafiose» e, soprattutto, attribuì al procuratore della Repubblica, oltre che al questore, la facoltà di proporre la sorveglianza speciale, il divieto di soggiorno e l’obbligo di soggiorno, cioè il confino. Prosegue, nel corso degli ultimi decenni, con la produzione incessante di leggi di pubblica sicurezza, fino all’ultima sistemazione organica operata con il decreto legislativo n. 159 del 2011, intitolato Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione . Tale codice prevede tre classi di misure di prevenzione: a ) le misure di prevenzione personali applicate dal questore (artt. 1-3) e consistenti nel foglio di via obbligatorio con cui i soggetti che si suppone vivano «abitualmente con i proventi di attività delittuose» o siano «dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica», vengono rimandati nei loro luoghi di residenza per un periodo non superiore a tre anni»; b ) le misure di prevenzione personali applicate dall’autorità giudiziaria (artt. 4-15), che riguardano, oltre a tutte le persone sopra indicate, gli indiziati di appartenenza ad associazioni mafiose, ma anche di una lunga serie di altri reati, e consistono nella sorveglianza speciale, con o senza divieto di soggiorno in uno o più comuni, oppure nell’obbligo di soggiorno nel comune di residenza disposti dal Tribunale su proposta del questore o del procuratore della Repubblica; c ) le misure di prevenzione patrimoniali, inflitte anch’esse da un tribunale (artt. 16-65) alle persone passibili di misure di prevenzione personali e consistenti nel sequestro o nella confisca di beni su proposta del questore o del procuratore della Repubblica. È chiaro che il giudizio richiesto dall’applicazione di queste misure ante delictum ha una chiara valenza inquisitoria, avendo come oggetto non già un fatto ma la personalità sospetta o pericolosa dei loro destinatari. Inoltre la figura del pubblico ministero ne risulta gravemente deformata. È infatti evidente che la «proposta» di misure di prevenzione non può che essere facoltativa, essendo fondata su incontrollabili motivi di sospetto. Con la conseguenza che con essa si è indebolito il più potente fondamento costituzionale dell’indipendenza del pubblico ministero, che consiste nell’«obbligo di esercitare l’azione penale» stabilito dall’art. 112 della Costituzione a garanzia altresì della sua soggezione alla legge e dell’uguaglianza dei cittadini. La forma giurisdizionale del procedimento di prevenzione, d’altro canto, non ne cambia la sostanza poliziesca, consistente nella penalizzazione di persone pericolose o sospette. Al di là delle etichette – «misure di prevenzione» anziché «pene» – ci troviamo di fronte a limitazioni extra delictum delle libertà fondamentali che contraddicono tutti i principi elementari del modello garantista del diritto penale, primo tra tutti quello di retributività, nulla poena sine crimine , stabilito dall’art. 25, secondo comma della Costituzione. A questo armamentario di misure di prevenzione personali si è poi aggiunto, in questi ultimi anni, un’altra lunga serie di misure cosiddette «atipiche», prodotte tutte dalla solita, compulsiva decretazione d’urgenza: i cosiddetti «daspo». Nato con il cosiddetto «daspo sportivo» introdotto dalle leggi n. 377 del 2001 e n. 210 del 2005 (quale «divieto di accesso alle manifestazioni sportive» dei violenti), questo strumento di controllo sociale ha avuto un’enorme espansione con l’introduzione del cosiddetto «daspo urbano» nel decreto-legge Minniti n. 14 del 20.2.2017, convertito nella legge n. 48 del 18.4.2017, che ha aumentato l’indeterminatezza sia dei suoi presupposti che dei suoi destinatari e dei luoghi tutelati. Creata a tutela della «sicurezza urbana» e del «decoro» della città 4 , questa nuova figura si articola in una serie di misure di crescente gravità: l’ordine municipale di allontanamento per 48 ore di quanti impediscano o limitino il libero accesso a determinati spazi con parcheggi o commerci abusivi o atti contrari alla pubblica decenza; il divieto di accesso a uno o più d’uno di tali spazi emesso dal Questore, in caso di reiterazione di tali condotte, per una durata non superiore a sei mesi e da sei mesi a due anni ove il malcapitato sia stato condannato negli ultimi cinque anni per reati contro la persona o il patrimonio; il divieto di accedere o di avvicinarsi a locali pubblici da uno a 5 anni, emesso dal Questore contro chi sia stato condannato per vendita di stupefacenti, unitamente talora all’obbligo di presentarsi almeno due volte la settimana presso gli uffici della polizia e al divieto di allontanarsi dal comune di residenza. Ovviamente anche i destinatari di queste misure sono persone emarginate – prostitute, clochard, mendicanti, immigrati, tossicodipendenti – oppure attivisti politici colpevoli di manifestazioni di protesta in tema di ambiente, o in difesa dei diritti dei migranti o del diritto alla casa. A essi il decreto-legge n. 123 del 2023 ha aggiunto i minorenni trovati in possesso di droga, per i quali viene previsto il daspo da un uno a tre anni, oltre all’arresto in flagranza ove siano sorpresi a spacciare stupefacenti anche di lieve entità oppure in caso di violenza o resistenza a pubblico ufficiale. Ha inoltre previsto, per i genitori che non mandino i figli alla scuola dell’obbligo, la pena fino a due anni di reclusione. L’argomento demagogico a sostegno di tutto questo diritto della crudeltà è la sicurezza, che non vuol più dire, nel lessico populista, sicurezza sociale del lavoro e della sussistenza, né tanto meno sicurezza delle libertà contro gli abusi giudiziari e polizieschi, secondo la nozione di Montesquieu 5 , ma unicamente sicurezza dalla sola criminalità di strada, e non certo da quella dei potenti. È questo il messaggio classista delle campagne sulla sicurezza, favorite dalla centralità che, come ha ben mostrato Tamar Pitch 6 , è stata assunta nell’immaginario penalistico dalle vittime, tanto visibili nei reati di strada quanto invisibili nei delitti dei potenti, come le corruzioni, le bancarotte, le evasioni e le frodi fiscali e perfino il crimine organizzato. Con due effetti regressivi: l’identificazione illusoria, nel senso comune, tra sicurezza e diritto penale e la rimozione, dall’orizzonte della politica, delle politiche sociali di inclusione, certamente assai più costose e impegnative ma anche le sole in grado di aggredire e ridurre le cause strutturali della criminalità. Politiche contro i poveri Infine l’ultimo capitolo della crudeltà nel diritto è quello riguardante le politiche disumane contro i poveri. Il governo di estrema destra di Giorgia Meloni ha inaugurato l’attuale legislatura non solo con le leggi dirette a sabotare i salvataggi in mare – con conseguente corresponsabilità morale nelle centinaia di persone affogate – e con l’attacco alla libertà di riunione, ma anche con i condoni e le agevolazioni fiscali a favore dei ricchi e con l’abolizione di quella miserabile misura, il reddito di cittadinanza, che era stata introdotta nella precedente legislazione e aveva levato dalla miseria assoluta circa un milione e 300.000 famiglie; sicché l’Italia – con una povertà che ha raggiunto la cifra enorme di 5.800.000 poveri assoluti – è tornata a essere il solo paese europeo privo di garanzie della sussistenza. Hanno fatto seguito la sostanziale riduzione della spesa sanitaria, l’aumento delle spese militari, la non iscrizione all’anagrafe dei genitori non biologici, la conseguente menomazione dei diritti civili dei bambini nati da coppie omosessuali, la consueta aggressione ai magistrati che indagano su persone dell’area di governo e, infine, l’attacco all’uguaglianza delle persone e all’unità della Repubblica con la legge sull’autonomia regionale differenziata. Si rivela, in queste politiche contro i poveri e a favore dei ricchi, un aspetto ulteriore dell’involuzione del nostro sistema politico realizzatasi in questi ultimi tre decenni e precipitata, con l’attuale governo, in un suo mutamento di paradigma: l’alleanza perversa tra liberismo e populismi di tipo nazionalista e parafascista. Le politiche liberiste, con la loro aggressione alle garanzie dei diritti dei lavoratori e la precarizzazione dei rapporti di lavoro, hanno distrutto il vecchio diritto del lavoro, sopprimendo l’uguaglianza dei lavoratori che è, essenzialmente, un’uguaglianza nei diritti. Hanno disgregato la composizione sociale del mondo del lavoro, ponendo fine all’unità, alla solidarietà e perciò alla soggettività politica del movimento operaio. Hanno così creato le basi sociali dei populismi, che le campagne demagogiche sulla sicurezza e le ideologie nazionaliste, identitarie e razziste hanno riaggregato in chiave identitaria e reazionaria dando vita a nuove soggettività politiche basate sull’ostilità a nemici comuni, sulla comune intolleranza per i differenti e sulla paura e il rancore contro capri espiatori: i migranti e la piccola delinquenza di strada e di sussistenza. Il conflitto sociale ha così cambiato direzione. Non è più la vecchia lotta di classe degli operai contro i padroni, ma la concorrenza al ribasso tra lavoratori precari e la lotta ai comuni nemici, identificati con i soggetti più emarginati della società: non più, in breve, la lotta alle disuguaglianze, ma la lotta alle differenze. A loro volta le destre populiste hanno ricambiato questo contributo al loro successo con tre non meno rilevanti contributi al successo delle politiche liberiste. Il primo contributo è consistito nel farsi strumenti di tali politiche a favore dei ricchi e contro i poveri, riducendo le imposte e con esse le spese sociali, abolendo sussidi e previdenze, tollerando ed anzi favorendo l’evasione fiscale e perfino promuovendo un diritto penale massimo e inflessibile per i deboli e minimo e garantista per i potenti. Il secondo contributo è stato il verboso e demagogico sovranismo, e perciò la tendenziale ostilità, in difesa di un’illusoria e ormai scomparsa sovranità nazionale, alle forme odierne di integrazione sovranazionale, dall’Unione Europea all’Onu, e perciò ai limiti e ai vincoli che da una sfera pubblica sovranazionale potrebbero provenire ai mercati. Il terzo contributo, strumentale rispetto ai primi due e perfettamente congeniale a tutti i populismi, è stata la semplificazione e verticalizzazione dei sistemi politici, fino all’ultimo progetto avanzato dalla destra al governo, quello del premierato elettivo, diretto a ridurre, con la maggioranza assoluta dei seggi concessa alla maggioranza relativa ottenuta nelle elezioni, sia il pluralismo politico, per la neutralizzazione che ne seguirebbe delle opposizioni, che il pluralismo istituzionale, per l’occupazione resa possibile di tutto l’apparato pubblico, incluse le istituzioni di garanzia, da parte delle forze di maggioranza e per esse del loro capo. Sono mutamenti istituzionali suggeriti e pretesi dai mercati. Per poter essere impotente e subalterna ai poteri economici globali, la politica deve essere potente nei confronti della società. Per poter devastare il diritto del lavoro, ridurre le spese sociali, impoverire i poveri e arricchire i ricchi, deve rafforzare la sua capacità di governo e di repressione delle sue vittime. E a tale scopo è assai più funzionale un esecutivo forte, tanto meglio se concentrato in una sola persona, che parlamenti divisi tra troppi gruppi parlamentari, capaci di esprimere incerte e precarie coalizioni di governo, condizionati da partiti presenti nella società, da lotte sociali e da conflitti culturali. È esattamente questa la governabilità, ottenuta rafforzando i governi, esautorando i parlamenti, distruggendo i partiti, in breve verticalizzando e personalizzando i sistemi politici onde renderli funzionali alla loro subordinazione all’economia 7 . La democrazia entra così in crisi in tutte le sue dimensioni, quella formale o politica della rappresentanza e quella sostanziale o sociale della garanzia dei diritti. Oggi la gerarchia dei poteri si è ribaltata. Al vertice si sono collocati quei nuovi sovrani assoluti che sono i mercati globali, che di fatto condizionano e orientano l’azione di governo, tanto responsabile nei loro confronti quanto irresponsabile nei confronti dei parlamenti e dei cittadini. La comunicazione politica è sempre più solamente dall’alto verso il basso e sempre meno dal basso verso l’alto: non sono i rappresentati che comunicano dal basso istanze e proposte alla sfera pubblica, ma sono al contrario i rappresentanti che comunicano dall’alto la loro agenda politica per il tramite dei media e dei partiti. Le elezioni ormai, grazie alle liste bloccate e ai premi di maggioranza, hanno la sola funzione di offrire al sistema di potere esistente la necessaria legittimazione «democratica». In queste condizioni la politica non può che obbedire ai mercati, dai quali oltre tutto, venuto meno il finanziamento pubblico, essa è finanziata. È la politica praticata dal fascio-liberismo dei Trump, dei Bolsonaro, degli Orbán, dei Milei, delle Meloni e dei Salvini, che aggrediscono diritti sociali e lavoro, abbassano le imposte, tollerano le devastazioni dell’ambiente, reprimono o comunque emarginano il dissenso e danno vita, con le loro disumane politiche contro i migranti, a un esercito di lavoratori clandestini, vulnerabili e senza diritti, vittime dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento illimitato. Per un simile ruolo non servono classi di governo formate da persone di valore e dotate di competenza e di spirito pubblico. Serve esattamente il contrario: una corte di dipendenti, che come avviene in tutte le oligarchie siano cooptati per la loro fedeltà, ben più che per le loro capacità e la loro rappresentatività. L’abbassamento dello spirito pubblico Il risultato di queste pratiche spietate è un generale abbassamento dello spirito pubblico. Il consenso da esse ottenuto, presentato di solito come un loro avallo «democratico», è in realtà il segno di un crollo del senso morale a livello di massa. Quando la disumanità, l’immoralità e l’indifferenza per le sofferenze, per la disperazione e per le morti in mare sono praticate, esibite e ostentate dalle pubbliche istituzioni, esse non solo sono legittimate, ma sono anche assecondate e alimentate. Non capiremmo, altrimenti, il consenso di massa di cui godettero il fascismo e il nazismo. Queste politiche inique, seminando la paura e l’odio per i diversi, svalutando i sentimenti elementari di uguaglianza e solidarietà che formano i presupposti di qualunque democrazia, screditando con la diffamazione la pratica del soccorso di chi è in pericolo di vita, stanno fascistizzando il senso comune, ricostruendo le basi ideologiche del razzismo e deformando l’identità democratica dell’Italia e dell’Europa. Stanno perciò producendo, oltre alle violazioni atroci dei diritti umani, un danno gravissimo alle basi sociali e ideali della nostra democrazia. Come ho detto all’inizio, quando la disumanità, l’immoralità e l’indifferenza per le sofferenze e per le morti in mare sono praticate e ostentate dalle istituzioni, esse diventano contagiose e si normalizzano. Non capiremmo, senza questa corruzione del senso morale operata dall’esibizione dell’immoralità ai vertici dello Stato, il consenso di massa di cui godettero il fascismo e il nazismo e di cui hanno goduto o godono, nei loro paesi, autocrati come Trump e Bolso- naro, Orbán ed Erdogan. Queste politiche crudeli hanno avvelenato e incattivito le nostre società. Hanno seminato la paura e l’odio per i diversi. Hanno screditato la pratica elementare del soccorso di chi è in pericolo di vita e, con essa, i normali senti- menti di umanità che formano il presupposto elementare della democrazia. Va aggiunto che le politiche xenofobe contro i migranti, al di là della propaganda para-fascista utilizzata a loro sostegno dal governo italiano, sono sostanzialmente condivise, in forme e in misure diverse, da tutti i paesi europei, accomunati da una guerra crudele contro i migranti. L’Unione Europea era nata contro i razzismi e i nazionalismi, contro i genocidi e i campi di concentramento, i muri, i fili spinati, le oppressioni e le discriminazioni razziali. Questa identità sta oggi crollando, insieme ai «mai più» alle discriminazioni proclamati 70 anni fa contro gli orrori del passato e oggi contraddetti dalle nostre politiche di esclusione. È una contraddizione che, se non risolta, non consentirà di continuare a proclamare decentemente come «valori dell’Occidente» i diritti fondamentali, i quali sono universali e indivisibili oppure non sono. Lo stesso diritto di emigrare, non dimentichiamo, è un diritto fondamentale vigente, stabilito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani e dal Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966 ed anche dall’art. 35 della Costituzione italiana. È anche il più antico dei diritti umani, essendo stato formulato fin dal secolo XVI da Francisco De Vitoria a sostegno della conquista del «nuovo mondo» 8 , e poi rivendicato da John Locke, che lo pose alla base del diritto alla sopravvivenza garantita a tutti, egli scrisse, dalla possibilità di emigrare «in qualche parte interna e deserta dell’America», giacché «vi è terra sufficiente nel mondo da bastare al doppio dei suoi abitanti» 9 . Da allora il diritto di emigrare divenne una norma fondamentale del diritto internazionale consuetudinario a sostegno delle colonizzazioni. Allora erano solo gli europei a poterlo esercitare, per invadere e depredare il resto del pianeta, grazie anche al diritto di muovere guerra contro chiunque si fosse opposto al suo legittimo esercizio: cosa che fu fatta, con la distruzione delle civiltà precolombiane e il massacro di decine di milioni di indigeni. Oggi che l’asimmetria si è capovolta, e non sono più gli europei, ma quanti fuggono dai paesi impoveriti dalle nostre politiche predatorie a esercitare il diritto di emigrare, l’esercizio di quel diritto si è capovolto in delitto, e lo si reprime con la stessa feroce durezza con cui lo si brandì alle origini della civiltà moderna a scopo di conquista, di rapina e colonizzazione. Sulla questione migranti si gioca dunque l’identità democratica non solo dell’Italia, ma anche dell’Europa e di tutti i paesi ricchi dell’Occidente. Giacché queste politiche disumane pongono in questione non solo il diritto alla vita e la dignità dei naufraghi, ma anche la dignità e la credibilità democratica dei nostri paesi. Leggi e pratiche contro i migranti sono infatti responsabili del silenzioso massacro prodotto dai respingimenti alle frontiere e dai divieti di sbarco: sono molte migliaia di vittime, la cui unica colpa è l’esser nati in paesi depredati dapprima dalle nostre colonizzazioni e poi dalla nostra globalizzazione. Le loro morti, le loro discriminazioni, le loro oppressioni sono la negazione di tutti i nostri conclamati valori e devono pesare sulle nostre coscienze onde ad esse si ponga fine come a una vergogna intollerabile. Una politica razionale e antirazzista dovrebbe muovere, realisticamente, dalla consapevolezza che i flussi migratori sono fenomeni strutturali e irreversibili, frutto dell’odierna globalizzazione che né le leggi, né i muri, né le polizie di frontiera potranno fermare, ma solo rendere clandestini e drammatizzare, consegnando i migranti alla repressione, all’emarginazione a allo sfruttamento. Una simile politica dovrebbe addirittura accettare il fenomeno migratorio come un rimedio benefico al declino demografico dei paesi ricchi, dove i giovani sono sempre di meno e i vecchi sono sempre di più. Dovrebbe perciò fare l’esatto contrario di ciò che fanno oggi, non solo in ItLe dderialia, quasi tutte le forze politiche: anziché cavalcare e alimentare razzismi e paure, far maturare nel senso comune l’idea che il fenomeno migratorio è oggi l’autentico fatto costituente – e il popolo dei migranti l’autentico soggetto costituente – di un futuro ordine mondiale che finalmente riunisca i popoli – oggi divisi dai confini, dalle leggi razziste e dai nazionalismi l’un contro l’altro armati – in un unico popolo della Terra, meticcio e differenziato, ma accomunato dall’effettiva uguaglianza di tutti gli esseri umani, dal rispetto associato a tutte le loro differenze e dalla rimozione o riduzione delle loro disuguaglianze. L’alternativa democratica: il progetto di un costituzionalismo globale La crudeltà del diritto va purtroppo ben al di là degli orrori italiani finora illustrati. È una crudeltà che si manifesta in maniera ancor più disumana a livello mondiale: nella crescita esponenziale della disuguaglianza globale, nelle forme di sfruttamento schiavistico del lavoro e, soprattutto, nelle guerre. Disuguaglianza e sfruttamento sono anche l’effetto di un capovolgimento avvenuto nel rapporto tra politica e diritto. A causa dell’asimmetria, generata dalla globalizzazione, tra il carattere planetario dei poteri economici e finanziari e il carattere ancora prevalentemente statale della politica e del diritto, non è più la politica che governa l’economia garantendo la libera concorrenza tra le imprese, ma sono i grandi poteri economici e finanziari che mettono gli Stati in una concorrenza al ribasso, spostando i loro investimenti nei paesi in cui possono sfruttare il lavoro in forme schiavistiche, devastare impunemente l’ambiente, corrompere i governi e non pagare le imposte. Di qui l’abbassamento delle garanzie del lavoro e delle spese sociali anche nei paesi più avanzati. Dobbiamo allora essere consapevoli del fatto che questa crudeltà del diritto contrasta non solo con i principi costituzionali stabiliti nelle costituzioni democratiche e nelle tante carte inter- nazionali dei diritti umani, ma equivale alla negazione della ragion d’essere del diritto medesimo, consistente nel suo ruolo di legge del più debole contro la legge del più forte che vigerebbe in sua assenza e perciò nei limiti e nei vincoli da esso imposti alla legge selvaggia dei più forti.Di qui la necessità di una lotta per il diritto – secondo il bel titolo di un vecchio libro di Rudolf von Jhering – o meglio di una lotta per i diritti, cioè di una battaglia dalla quale dipende il futuro dell’umanità. Di qui, aggiungo, il ruolo e il fascino nuovo di una cultura giuridica che volesse impegnarsi in questa battaglia per la costruzione del futuro. È una battaglia che consiste nel prendere sul serio i principi di pace e di uguaglianza e i diritti fondamentali stabiliti in tante carte costituzionali e internazionali e nel leggere la loro distanza dalla realtà come un insieme di violazioni giuridiche, per commissione o per omissione, di tali principi. A cosa si devono infatti queste violazioni? Si devono, chiaramente, all’assenza di garanzie, inteso con «garanzie» quei divieti e quegli obblighi correlativi a quelle aspettative negative o positive in cui consistono la pace e tutti i diritti fondamentali. Diversamente dai diritti patrimoniali, infatti, che nascono insieme alle loro garanzie – il credito simultaneamente al debito, il diritto reale di proprietà simultaneamente al divieto di turbarne l’esercizio – la stipulazione della pace e dei diritti fondamentali non comporta la simultanea esistenza delle loro garanzie, le quali invece devono essere introdotte insieme alle relative istituzioni. Non basta infatti enunciare l’imperativo della pace, come fa la carta dell’Onu, perché non si producano le guerre, oppure i diritti alla salute o all’istruzione, come fanno i patti del 1966 sui diritti economici e sociali, perché nascano ospedali e scuole. È necessario che le garanzie della pace e dei diritti vengano introdotte da norme di attuazione, le quali peraltro sono logicamente implicate ed imposte dalle aspettative nelle quali consistono la pace e i diritti. E quali sono le garanzie della pace? Esse consistono, come già scrisse Thomas Hobbes quasi quattro secoli fa 10 , nel disarmo globale e totale che è la sola garanzia in grado di rendere impossibili le guerre: precisamente nella previsione e nella severa punizione come crimini contro l’umanità della produzione e del commercio non soltanto delle armi nucleari, ma di tutte le armi da fuoco. Solo la severa proibizione di tutte le armi da sparo può rendere impossibili le guerre, disarmare le formazioni terroristiche e le organizzazioni criminali e ridurre i 460.000 omicidi commessi ogni anno nel mondo per la maggior parte con armi da fuoco. Occorre a tal fine far crescere, nel senso comune, il riconoscimento della corresponsabilità morale, in ogni guerra e in ogni assassinio, dei produttori e dei venditori di armi. Giacché è da questi produttori di morte che sono armati eserciti, associazioni criminali, bande terroristiche e assassini. I soli ostacoli a questa unica, effettiva garanzia della pace e della sicurezza sono quelli opposti dai gigante- schi interessi delle industrie e del commercio delle armi e dai miserabili poteri politici ad essi asserviti o che di essi si servono a fini di potenza. Dall’abolizione delle armi seguirebbe il passaggio della società internazionale dallo stato di natura allo stato di diritto, una generale civilizzazione del costume e delle relazioni sociali e la crescita della maturità intellettuale e morale dell’intera umanità. Lo stesso si dica delle altre grandi catastrofi che, in assenza di garanzie, pesano sul nostro futuro. La garanzia più efficace della salvaguardia della natura è l’istituzione di un demanio planetario che sottragga alla privatizzazione e alla dissipazione i beni vitali della natura, come l’acqua potabile, l’aria pulita, le grandi foreste e i grandi ghiacciai. Le garanzie dei diritti alla salute, all’istruzione e alla sussistenza, stabiliti nei Patti del 1966, sono la creazione di istituzioni globali di garanzia primaria che assicurino a tutti le prestazioni sanitarie, quelle scolastiche, l’alimentazione di base, salari minimi stabiliti per legge e redditi di base per tutti gli abitanti del pianeta, nonché il finanziamento di tali istituzioni mediante una fiscalità globale realmente progressiva. Le garanzie delle libertà fondamentali consistono nell’istituzione di Tribunali penali obbligatori e di una Corte costituzionale globale in grado di censurare le loro violazioni come atti illeciti o come atti invalidi. È questo il progetto di una Costituzione della Terra che abbiamo progettato e che, come Costituente Terra, stiamo diffondendo, sollecitando tutti coloro che sono interessati a questa impresa a proporre emendamenti e integrazioni 11 . Non si tratta di un obiettivo irrealistico. Si tratta della sola risposta razionale e realistica, nell’interesse di tutti, alle terribili sfide globali in grado di assicurare la sopravvivenza del genere umano. Dobbiamo infatti respingere come ideologico il realismo volgare di chi ritiene che non esistano alternative a ciò che di fatto accade, così naturalizzando la realtà sociale – la politica, il diritto, l’economia – e ignorando la realtà naturale delle catastrofi incombenti. Il vero problema è il tempo. I processi costituenti sono più lenti e difficili dei processi distruttivi, purtroppo in gran parte irreversibili. E potremmo non fare in tempo a formulare nuovi «mai più» costituzionali. Note 1 M. Foucault, Bisogna difendere la società , trad. it. di M. Bertani, A. Fontana, Feltrinelli, Milano 1998, p. 221. 2 «La severità delle pene si adatta di più al governo dispotico, il quale ha il terrore come principio, che non alla monarchia e alla repubblica [...] Si potrebbe provare facilmente che in tutti o quasi gli Stati europei la diminuzione o l’aumento delle pene ha sempre coinciso con l’avvicinarsi o l’allontanarsi della libertà [...] La mitezza impera nei governi moderati». Ch. Montesquieu, De l’esprit des lois (1748), trad. it., Lo spirito delle leggi, a cura di S. Cotta, Utet, Torino 1965, parte prima, libro VI, capo IX, pp. 168-9. 3 Basile e Zuffada calcolano in circa 13.000 le persone mandate al confino per motivi politici. Ricordano anche che il confino per motivi politici era già stato applicato, in epoca liberale, ad anarchici, a socialisti e perfino ai non interventisti nella guerra 1915-1918, sulla base della legge Crispi n. 316. F. Basile, E. Zuffada, Manuale delle misure di prevenzione. Profili sostanziali , Giappichelli, Torino 2021, p. 12. 4 Ricordo in proposito, contro questo singolare bene giuridico, il libro di T. Pitch, Contro il decoro. L’uso politico della pubblica decenza , Laterza, Roma-Bari 2013. 5 «La libertà politica consiste nella sicurezza, o per lo meno nella convinzione che si ha della propria sicurezza. Questa sicurezza non è mai posta in pericolo maggiore che nelle accuse pubbliche e private. È dunque dalla bontà delle leggi penali che dipende principalmente la libertà del cittadino». Montesquieu, Lo spirito delle leggi , cit., vol. I, libro XII, cap. II, p. 321. 6 T. Pitch, La società della prevenzione , Carocci, Roma 2006 e, da ultimo, Ead., Il malinteso della vittima. Una lettura femminista della cultura punitiva , Edizioni Gruppo Abele, Torino 2022. 7 Giova ricordare che l’espressione «governabilità» entrò nel lessico politico soprattutto dopo l’uso fattone nel 1975 da M. Crozier, S.P. Huntington, J. Watanuki, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale , Franco Angeli, Milano 1977 (la Commissione Trilaterale è un consesso di circa 300 notabili in rappresentanza degli Stati Uniti, dell’Europa e del Giappone), nel quale si affermò che i problemi della «governabilità nascono da un eccesso di democrazia» e si lamentò il sovraccarico delle domande di giustizia e di garanzie dei diritti, non sostenibile dai mercati. 8 F. de Vitoria, De indis recenter inventis relectio prior (1539), in E. Nys (a cura di), De indis et de iure belli relectiones. Relectiones theologicae XII , Oceana, New York 1964, pp. 233-44 (sect. II, §§ 1-7). 9 J. Locke, Two Treatises of Government. Second Treatise (1690); trad. it. di L. Pareyson, Due trattati sul governo. Secondo trattato , Utet, Torino 1968, cap. V, § 36, pp. 266-7. 10 Hobbes afferma che se gli uomini vogliono la pace e la sicurezza, «l’unica maniera è quella di conferire tutto il loro potere e la loro forza a un solo uomo o a un’assemblea di uomini [...] Fatto questo, la moltitudine così unita si chiama Stato, in latino civitas [...] a cui dobbiamo la nostra pace e la nostra difesa». T. Hobbes, Leviathan, or The Matter, Forme and Power of a Common-wealth Ecclesiasticall and Civill (1651); trad. it. a cura di R. Santi, Leviatano, ossia la materia, la forma e il potere di uno stato ecclesiastico e civile , Bompiani, Milano 2001, cap. XVII, § 13, pp. 281-3. 11 Ho sostenuto più volte la necessità di un costituzionalismo globale. Tra gli scritti più recenti richiamo: L. Ferrajoli, Costituzionalismo oltre lo Stato , Mucchi, Modena 2017; Id., La costruzione della democrazia. Teoria del garantismo costituzionale , Laterza, Roma-Bari 2021, cap. IV, pp. 176-224 e cap. VIII, pp. 394-450; Id., Perché una Costituzione della Terra , Giappichelli, Torino 2021; Id., Per una Costituzione della Terra. L’umanità a un bivio , Feltrinelli, Milano 2022 (che reca in appendice un progetto in 100 articoli di una Costituzione della Terra). ● Testo tratto da: (a cura di) Massimo La Torre, Charlie Barnao, Attilio Alessandro Novellino, Il ritorno della crudeltà. Il diritto come tormento , Milieu, Milano 2025. ● Luigi Ferrajoli (Firenze, 1940) è un noto giurista, filosofo del diritto e accademico italiano, professore emerito all’Università Roma Tre. Esponente di spicco di Magistratura Democratica negli anni '70, è il principale teorico del garantismo penale, sostenendo la subordinazione del potere giudiziario ai diritti fondamentali.
- dossier italia
Introduzione al dossier Italia Maurizio Cannavacciuolo, Italia che si scioglie su vortici spigolosi , 2011, olio su tela / oil on canvas, 83 x 50 cm Sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia . Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne. Con il governo Meloni si sta accelerando una svolta autoritaria che ha radici lontane: dalla chiusura securitaria del sistema politico alla fine degli anni ’70 del secolo scorso, passando per il lungo periodo dei governi Berlusconi e per i successivi, compresi quelli di «sinistra», Letta, Renzi, Gentiloni, fino all’attuale. Quest’ultimo, introducendo dapprima misure coercitive apparentemente marginali, come il decreto anti rave-party, ha fatto poi un’impennata verso un regime autoritario con le campagne incessanti e le leggi, sempre più restrittive e violente, contro i migranti e con il recente Decreto legge sicurezza. Regime autoritario che il governo vorrebbe consolidare con modifiche costituzionali, la prima delle quali è stata decisamente respinta dagli italiani con il referendum sulla giustizia. Questa involuzione illiberale avviene in un’epoca in cui si sta attuando una svolta maggiore dei sistemi economici e politici mondiali. Nei paesi cosiddetti «occidentali» la svolta segue alla trasformazione, legata all’economia digitale, della produzione e del sistema di estrazione di plusvalore, che investe tutti gli aspetti della società, e alla concentrazione del comando nelle mani del capitale finanziario e della Big Tech. Il capitale non si serve più della politica per mediare il dominio di classe, ma assume il comando diretto sulla società civile. Lo fa privatizzando l’intera produzione, inclusi i beni comuni, come la salute, l’acqua e il suolo e promuovendo uno stato d’instabilità e di guerra permanente che gli assicura libertà illimitata d’azione e estrazione di profitto. In questa perdita di equilibri nasce il fenomeno Trump e si espandono le forze dell’estrema destra in tutta Europa, spinte dal disgregarsi delle vecchie classi sociali, dalla classe operaia al ceto medio, e dall’aumento della povertà e dell’insicurezza. La svolta autoritaria in atto in Italia è stata definita con termini come «fascistizzazione» o «democratura» (contrazione di democrazia e dittatura). Benché la situazione attuale presenti molte differenze dal fascismo storico, a cominciare dall’assenza del corporativismo e della retorica imperialista, e la violenza squadrista non sia così dispiegata e assunta (almento per ora), ne manifesta anche molte somiglianze, prima di tutte il razzismo e l’uso delle minoranze come capro espiatorio. Ieri erano gli ebrei, gli zingari e i comunisti, oggi sono i migranti. Sarebbe più appropriato parlare di «nuovo fascismo». Il termine democratura, ossia un regime dispotico che mantiene la forma delle regole della democrazia liberale, descrive assai bene la fase attuale della politica italiana. Tuttavia non scordiamoci che, giunto al potere, Mussolini non tardò a esautorare il parlamento e a assumere i pieni poteri, trasformando il regime fascista in dittatura totalitaria. Fortunatamente sta emergendo un vasto movimento d’opposizione, in gran parte esterno ai tradizionali partiti politici, ma sostenuto da iniziative di base come comitati e associazioni o dall’iniziativa personale di moltissimi giovani. Le grandi manifestazioni dell’anno scorso contro il genocidio israeliano a Gaza, la vittoria del No al referendum e l’enorme partecipazione alla manifestazione No Kings il 28 marzo a Roma ne sono gli episodi più rilevanti. Un movimento di resistenza o, più, di rifiuto, è nato e sta crescendo, portato ancora dai giovani, come alla fine degli anni ’60. Per elaborare nuove armi teoriche e politiche atte a contrastare il processo autoritario in corso è necessario analizzare e comprendere l’attuale fase politica. ahida intende contribuirvi con un dossier Italia . Una raccolta di testi che esaminano e commentano vari aspetti della tendenza autoritaria dell’Italia odierna per evidenziarne le fessure e trovare gli spiragli per uscirne. Negli articoli del dossier sono affrontati, fra altri, i temi seguenti: il pericolo che incombe sulle democrazie occidentali di sprofondare nella spirale della guerra globale e di vedere l’insorgenza di nuovi fascismi (Alberto Burgio); le derive repressive delle politiche del governo e del diritto penale (Luigi Ferrajoli, Lavinia Marchetti e Gianni Giovannelli); le condizioni insopportabili dei carcerati e il progetto di rafforzare il controllo nelle carceri (Luigi Romano e Alberto Violante); l’inerzia e la complicità dello Stato verso le violenze sessuali contro le donne e le discriminazioni sessiste (Arianna Pasquini); La repressione poliziesca e giudiziaria delle lotte dei movimenti antagonisti (Giuseppe Zambon e Paolo De Marchi); le trasformazioni del rapporto capitale/lavoro e della composizione di classe (Filippo Greggi); la transizione energetica al tempo delle guerre per il petrolio e l’illusione nucleare (Giuseppe Onufrio); la crisi del sistema sanitario pubblico e la privatizzazione della salute (Rita Maffei); la trasformazione dell’università in struttura aziendale (Massimo La Torre); la transizione digitale nella scuola e l’aumento del controllo e l’esclusione decisionale degli insegnanti (Ferdinando Alliata); il ruolo dell’Intelligenza artificiale nel controllo sociale e nell’aumento dello sfruttamento del lavoro (Collettivo N.I.N.A); l’attacco alla cultura in tutte le sue espressioni, dal cinema a ogni forma dell’arte (Manuela Gandini, Sergio Racanati); la crisi della letteratura e l’assoggettamento dell’editoria alla logica del mercato (Marco Giovenale. Massimiliano Manganelli). Incominciamo simbolicamente la pubblicazione del dossier il 7 aprile, data anniversario della retata del giudice Calogero che portò in prigione molti militanti e intellettuali dell’Autonomia operaia su false accuse. Quella di Calogero fu un’operazione politica funzionale alla chiusura del «sistema dei partiti» a ogni contestazione sociale. Chiusura favorita dalla strategia del compromesso storico elaborata dal Partito comunista italiano. Fu l’inizio della stagione degli arresti di massa e fu forse l’origine del lungo percorso che ha disegnato le graduali retrocessioni dei diritti dei cittadini per arrivare alla svolta autoritaria in atto.
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Antonio Caronia: l’immaginario e la fantascienza. B reve antologia di scritti in tre step #2 Il testo sostiene che, in un mondo ormai completamente esplorato, il viaggio si sposta dall’esterno all’interno: l’immaginario non è un semplice surrogato della realtà, ma interagisce con essa e la modella. La fantascienza, infatti, non anticipa tanto il futuro quanto analizza il presente, facendo emergere le trasformazioni profonde legate alla tecnologia e ai media, come il cyberspazio. Essa nasce dal rapporto tra sviluppo scientifico e bisogni immaginari collettivi, ma è un genere storico, destinato a mutare o persino a scomparire. Nell’epoca dell’accelerazione tecnologica, il futuro si dissolve in un presente continuo e molteplice, rendendo difficile la funzione predittiva della fantascienza. Infine, con la fusione tra reale e possibile, viene meno quella distanza necessaria che permetteva alla fantascienza di esistere, mentre la tecnologia diventa una <> sempre più autonoma e incontrollabile. 2/3 step Innerspace 1 il pianeta è ormai tutto cartografato. Non si viaggia più per scoprire qualcosa che non si conosce, ma per confermare de visu (e rimanerne spesso disillusi) quanto si è letto sulle guide o visto in tv. Bene: non ci rimane forse la grande riserva dell'immaginazione? Se non siamo più capaci di fare davvero dei viaggi nella realtà, non possiamo ancora viaggiare con la fantasia? Chi ponesse la domanda in questi termini, dimostrerebbe di soffrire di quella diffusa distorsione ottica, che consiste nel considerare l'immaginario come un ersatz , un surrogato del reale, tanto rigorosamente separato quanto facilmente intercambiabile.[...]e l'immaginario non se ne sta lì a coprire i buchi della realtà , ma interagisce con essa, la legge, in qualche modo perfino la determina.[...][Ballard] il suo interesse andava ai nuovi miti dell'era tecnologica e ai depositi fossili – così li definiva – che si depositavano nella psiche umana. Così riprese il tema del viaggio fantascientifico e lo rivoltò come un guanto: i viaggi dei suoi personaggi sono itinerari in cui le tappe della peregrinazione fisica corrispondono alle tappe di un'esplorazione interna.[...]Dalla peregrinazione nel labirinto della città all'immersione nell'interno del corpo umano, il passo non è così lungo come sembra.[...]Se le interiora sono l'ambiente del solo viaggio oggi possibile, non si possono escludere quelle delle macchine che mediano ormai la nostra percezione del reale. Anche il viaggio all'interno del computer è ormai stato scritto. Sono i primi passi in quella che sarà forse la vera interiorità, anche in senso psichico, degli anni a venire. Neuromante (1984) e Count zero (1986) di William Gibson presentano l'invenzione forse più potente e visivamente più forte della fantascienza degli ultimi anni, il ciberspazio. Il sistema dei media nell'universo della fantascienza 2 la fantascienza, più che veicolo di anticipazione, più che discorso futurologico divulgativo, usa il presente, lo scava, ne estrae tendenze e caratteristiche sotterranee, in una competizione/emulazione inevitabile fra parola e immagine. Ne è testimonianza la produzione più recente dei narratori americani cosiddetti cyberpunk , in particolare di William Gibson; questi nei suoi romanzi introduce una nuova figurazione che sta già diventando convenzione narrativa, quella del cyberspace , lo spazio virtuale interno al computer nel quale si muovono gli operatori più abili connessi alla macchina per via neuronale. Risposte alla tavola rotonda sulla fantascienza 3 Tutti i generi letterari o artistici (senza distinzione fra letteratura o arte colta e popolare , da quando questa distinzione ha acquistato un senso, cioè con l’età moderna e la formazione di un pubblico nel senso in cui lo intendiamo oggi), tutti i generi, dico, nascono per separazione da una situazione precedente di indistinzione, e muoiono per un fenomeno analogo ma rovesciato, che possiamo chiamare di contaminazione o di fusione .[...]dobbiamo abbandonare la velleità definitoria e onnicomprensiva e concentrarci sul sistema di attese dei lettori, che è ciò che storicamente determina i generi e le loro caratteristiche (e che, insieme ai concreti modi di produzione culturale di una data epoca, costituisce ciò che chiamiamo immaginario : un termine che dovremmo forse abbandonare da quando se ne sono impadroniti ciarlatani e burocrati televisivi[...]se proprio volessimo una formula, potremmo dire: la fantascienza è quella forma di narrativa popolare che elabora l’esigenza di fiction collegata al nuovo ruolo della scienza nel sistema concettuale occidentale e della tecnologia nella vita quotidiana.[...]Fantastico e immaginario tecnologico non sono due cose sostanzialmente diverse che vanno collegate: la fantascienza nasce proprio perché la scienza e la tecnica hanno un certo ruolo, e questo ruolo è percepito dall’uomo comune (o da certi strati dell’uomo comune) come parte della sua vita e come generatore di bisogni immaginari. Non è certo la fantascienza che familiarizza i lettori con le scoperte scientifiche e tecnologiche: elettricità, telegrafo, telefono, radio, televisione, si impongono per conto loro come mezzi di comunicazione e tecnologie di uso sempre più quotidiano. La fantascienza elabora un bisogno fantastico, finzionale, legato a queste innovazioni: e questo è già immaginario tecnologico .[...]Se la fantascienza è un genere storico, quindi soggetto a vita e morte come tutti gli enti storici, non c’è da meravigliarsi non solo che la fantascienza di oggi sia diversa dalla fantascienza di ieri (cosa che anche il meno dotato dei lettori capisce), ma anche che essa possa estinguersi.[...]La fantascienza (si capirà che intendo il genere come determinato nel mercato editoriale della letteratura popolare di questo secolo) nasce in una fase culminante della modernità, una fase che (parafrasando e correggendo Virilio) si potrebbe chiamare un’ era della velocità .[...]La bomba apre quella che potremo definire l’era dell’accelerazione : progressivamente, negli anni Sessanta e Settanta, il parametro su cui giudicare il mutamento sociale non è più la sua velocità (per esempio la densità di innovazioni tecnologiche - o la variazione di prodotto interno lordo - per unità di tempo, o qualsiasi altro indicatore economico e sociale), ma la sua accelerazione (cioè l’aumento di quella velocità per unità di tempo). L’effetto sociale che ne deriva è quello che Alvin Toffler ha definito, nel titolo di uno dei suoi libri più famosi, Lo shock del futuro. Certo, il ritmo dell’innovazione tecnica (più che della scienza vera e propria) subisce una tale accelerazione che la classica funzione predittiva di certa fantascienza (non di tutta) cade completamente.[...]e è la stessa nozione di futuro , una nozione chiave della modernità, sulla quale si basava in larghissima misura la fantascienza, a dissolversi. Il sentimento del tempo di questa tarda modernità, di questa rivoluzione postindustriale promossa dall’espansione delle tecnologie e non governata da nessuno, è un espandersi indefinito e fisso del presente a cui tutto viene commisurato. Oggi né passato né futuro sembrano più essere presenti al sentire collettivo: tutto è già stato non solo pensato e agito, ma sentito (traggo queste considerazioni dall’ultima interessante opera di Mario Perniola, che si chiama appunto Del sentire). Il futuro ci è crollato addosso, si sta già realizzando ora: non solo, ma questo non è «il futuro», sono già i cento, mille, possibili futuri ognuno dei quali trova, nella complessità e nella segmentazione sempre maggiore della società postindustriale, un suo spazio di realizzazione e di coesistenza accanto ad altri.[...]fantascienza tradizionale: un genere, cioè, che può essere ancora grato a certi strati di lettori, ma che sopravvive ormai a se stesso, come quel cavaliere dell'Ariosto che 'andava combattendo ed era morto'.[...]Nella letteratura di genere, più ancora che nella letteratura alta , è fuorviante cercare il capolavoro . La fantascienza è una costellazione di immagini che passano di opera in opera, e così facendo si amplificano, si arricchiscono, si trasformano. Questo non vuol dire che non si possano formulare giudizi di valore anche nella letteratura di genere.[...]Mi dispiace per chi non lo ha capito, ma Gibson e Sterling sono stati (insieme a Shepard e a Kim Stanley Robinson) gli autori di fantascienza più significativi degli anni Ottanta perché hanno visto i processi sociali e le ristrutturazioni dell’immaginario con grande acutezza. E possono quindi essere messi sullo stesso piano di Thomas Harris, di Ellroy, di Skipp e Spector, di David Schow, degli altri grandi rinnovatori di generi degli anni Ottanta. Ma anche (fuori dai generi) di Don De Lillo e di Brett Easton Ellis. Quello che bisognerebbe chiedersi è forse proprio come è cambiato, in relazione a queste trasformazioni, il pubblico della fantascienza. Un lettore tipo forse non esiste oggi (in Europa, negli USA e in Giappone), come non esisteva negli anni Venti. Seri studi sociologici in questo senso ce ne sono pochi, e nessuno in Italia. L'insostenibile naturalità della tecnica 4 La fantascienza (non si può non essere d’accordo con Ballard) è stata l’immaginario portante del XX secolo. Ci ha fornito un riassunto e un’epitome della storia precedente del mondo vista dal punto di osservazione di un presente in preda a una continua mutazione, ci ha fornito innumerevoli squarci di alterità, ci ha abituati a vedere il futuro non come uno sviluppo lineare del passato e del presente ma come una costellazione di possibilità; nel volgere di pochi decenni ha cantato l’ultimo inno, il definitivo, alle magnifiche sorti e progressive dell’umanità, e ha irriso quel mito come nessun altro ha saputo fare, corrodendolo dall’interno e nutrendoci dell’immaginario della catastrofe e del dramma insito nella potenza della tecnologia. La domanda è: la fantascienza sarà ancora l’immaginario portante del nuovo secolo? La risposta è più probabilmente no che sì. La fantascienza cadrà vittima (forse è già caduta vittima) di quel processo che ha saputo così bene illustrare, e nei casi migliori interpretare, quello della caduta del cielo dell’immaginario sulla terra del reale. La fantascienza, infatti, non può vivere se non c’è quel minimo scarto fra progettualità e realizzazione, se non c’è una distanza sia pur piccola fra l’esistente e il germe della novità (il novum di cui parla Darko Suvin) che fra le pieghe dell’esistente matura. La fantascienza ha bisogno di questo scarto, di questa distanza, per instaurare il suo sguardo sul mondo, che poi può essere profetico o ironico, catastrofico o consolatorio, ma è lo sguardo che vede allargarsi le due sfere, quella del reale e quella dell’immaginario, e in quell’allargamento vede confondersi i loro confini, vede crescere la zona di intersezione fra i due, fino a che questa zona, in cui reale e immaginario si fondono, ricopre tutto il nostro mondo, diventa l’unica zona a cui ha accesso la nostra esperienza. La fantascienza può vedere e descrivere il processo di conversione del virtuale nel reale solo finché questo processo è ai suoi inizi, solo finché esistono luoghi da cui vedere quella zona di confusione e distinguerla per differenza dalle altre in cui la distinzione fra reale e immaginario è ancora relativamente salda. Ma quando i confini del reale sono tanto allargati da coincidere con quelli del possibile, quando il possibile non è più definibile in opposizione a un impossibile - se non in termini puramente logici - qual è il punto di osservazione che adotteremo? [...]Musil. «Il possibile non comprende soltanto i sogni delle persone nervose, ma anche le non ancor deste intenzioni di Dio». Un’esperienza possibile o una possibile verità non equivalgono a un’esperienza reale e a una verità reale meno la loro realtà, ma hanno, almeno secondo i loro devoti, qualcosa di divino in sé, un fuoco, uno slancio, un consapevole utopismo che non si sgomenta della realtà bensì la tratta come un compito e un’invenzione. Chi poteva trattare la realtà come un compito e un’invenzione, come si suggeriva all’inizio di L’uomo senza qualità, era ancora e pur sempre un soggetto, era l’uomo «per il quale una cosa reale non vale di più che una immaginaria», e che proprio per questo «dà finalmente senso e determinazione alle nuove possibilità, e le suscita». Le cose, lo vediamo, non stanno affatto andando così. Le nuove possibilità che giornalmente vengono suscitate sulle reti telematiche, grazie alle interazioni di milioni di individui (uomini, donne, transgender, knowboat, cyborg), appaiono più come un processo continuo e impersonale che come un insieme di progetti riconoscibili dotati di senso e determinazione . Non è in discussione la ricchezza di questo processo, né la sua ineludibile realtà. La risposta non può quindi essere quella di resuscitare categorie nate e sviluppate in una situazione completamente diversa dall’attuale, come appunto quelle di soggetto , progetto , e simili, del tutto inefficaci se maneggiate senza profondi ribaltamenti. La proposta di Donna Haraway di lavorare su saperi situati , di mettere in luce la «radicale specificità storica e quindi la contestabilità di ogni livello dell’edificio scientifico e tecnologico» si è rivelata, come lei stessa ammette, più ambigua e più difficile di quanto il femminismo storico non avesse pensato. Paradossalmente, infatti, la moltiplicazione dei punti di vista e la distruzione del centro, processi che la tarda modernità ha esaltato e diffuso, non portano da soli a un arricchimento del senso e a una dialettica, per dirla con Musil, fra consapevoli utopismi . La moltiplicazione delle legittimazioni è infatti puramente formale, avviene in un contesto in cui le pratiche discorsive situate acquistano diritto di esistere (e anche una relativa visibilità) solo a prezzo di perdere ogni carattere operativo, ogni efficacia come proposte universali. I discorsi delle donne, dai gay, delle lesbiche, dei neri, possono naturalmente circolare, anzi in certo modo devono circolare, ma diventano elementi del rumore di fondo diffuso che costituisce l’acqua in cui naviga la società dell’informazione. Questo mi sembra, (...) uno degli effetti più generali e gravidi di conseguenze del mutamento delle tecnologie. A questo punto la continuità che pure esiste fra la selce e il computer non ci aiuta a capire. La sfera della tecnica è oggi diventata una seconda natura non più nel senso di un ambiente umanizzato, e quindi per definizione controllabile: il mondo delle tecnologie sta acquistando, come e più di quello della natura originaria, un carattere oggettivo nel senso di incontrollabile . Note: Pubblicato in Strip n. 3, luglio/agosto 1998 https://www.academia.edu/322992/Innerspace Pubblicato in La rappresentazione verbale e iconica: valori estetici e funzionali. Atti dell’XI Congresso nazionale dell’A.I.A. , Bergamo 24-25 ottobre 1988, a cura di C. De Stasio, M. Gotti, R. Bonadei, Guerini Studio, Milano 1990 https://www.academia.edu/317038/Il_sistema_dei_media_nelluniverso_della_fantascienza 1992 https://www.academia.edu/318211/Risposte_a_un_questionario_sulla_fantascienza Pubblicato in Jean Baudrillard, Cyberfilosofie. Fantascienza, antropologia e nuove tecnologie , Millepiani n. 14, Mimesis, Milano 1999 https://www.academia.edu/314713/Linsostenibile_naturalit%C3%A0_della_tecnica Antonio Caronia: The Imaginary and Science Fiction A brief anthology of writings in three steps, edited by Giuliano Spagnul Step 2/3 Innerspace 1 The planet is now entirely mapped. We no longer travel to discover something unknown, but to confirm de visu—and often remain disillusioned by—what we have read in guidebooks or seen on TV. Well then: does the great reserve of the imagination not perhaps remain for us? If we are no longer capable of truly making journeys into reality, can we not still travel with fantasy? Anyone posing the question in these terms would demonstrate that they suffer from that widespread optical distortion which consists of considering the imaginary as an ersatz, a surrogate for the real, as rigorously separated as it is easily interchangeable. […]The imaginary does not sit there to fill the holes of reality; rather, it interacts with it, reads it, and in some way even determines it.[…][Ballard’s] interest was directed toward the new myths of the technological age and the fossil deposits —as he defined them—that settled within the human psyche. Thus, he took the theme of the science fiction journey and turned it inside out like a glove: the journeys of his characters are itineraries in which the stages of physical wandering correspond to the stages of an internal exploration. […]From wandering through the labyrinth of the city to immersion into the interior of the human body, the step is not as long as it seems.[…]If the entrails are the environment of the only journey possible today, we cannot exclude those of the machines that now mediate our perception of reality. Even the journey inside the computer has now been written. These are the first steps into what will perhaps be the true interiority, even in a psychic sense, of the years to come. William Gibson’s Neuromancer (1984) and Count Zero (1986) present perhaps the most powerful and visually striking invention of recent science fiction: cyberspace. The Media System in the Universe of Science Fiction 2 Science fiction, rather than a vehicle for anticipation or a popularizing futurological discourse, uses the present, hones into it, and extracts its underground trends and characteristics in an inevitable competition/emulation between word and image. This is evidenced by the most recent production of the so-called cyberpunk American narrators, particularly William Gibson. In his novels, he introduces a new figuration that is already becoming a narrative convention: cyberspace, the virtual space inside the computer in which the most skilled operators, connected to the machine via neural pathways, navigate. Responses to the Round Table on Science Fiction 3 All literary or artistic genres arise by separating from a previous situation of indistinction, and they die through an analogous but reversed phenomenon, which we can call contamination or fusion. […]We must abandon the pursuit of all-encompassing definitions and focus on the readers' system of expectations, which is what historically determines genres and their characteristics (and which, together with the concrete modes of cultural production of a given era, constitutes what we call the imaginary: a term we should perhaps abandon since charlatans and television bureaucrats have taken possession of it).[…]If we truly wanted a formula, we could say: science fiction is that form of popular narrative that processes the need for fiction linked to the new role of science in the Western conceptual system and of technology in daily life. […]The fantastic and the technological imaginary are not two substantially different things that must be linked: science fiction is born precisely because science and technology have a certain role, and this role is perceived by the common man as a part of his life and as a generator of imaginary needs. It is certainly not science fiction that familiarizes readers with scientific and technological discoveries. Science fiction processes a fantastic, fictional need linked to these innovations: and this is already the technological imaginary.[…]If science fiction is a historical genre, and therefore subject to life and death like all historical entities, it is no wonder not only that today's science fiction is different from yesterday's, but also that it may become extinct. […]Science fiction was born in a culminating phase of modernity—an era of speed. The [atomic] bomb opened what we could define as the era of acceleration: progressively, in the sixties and seventies, the parameter for judging social change was no longer its speed, but its acceleration. […]The resulting social effect is what Alvin Toffler defined as Future Shock . The pace of technical innovation undergoes such acceleration that the classic predictive function of certain science fiction falls away completely. The very notion of the f uture —a key notion of modernity upon which science fiction largely based itself—is dissolving.The feeling of time in this late modernity is an indefinite and fixed expansion of the present to which everything is measured. Today, neither past nor future seem present to the collective feeling: everything has already been not only thought and acted, but felt. The future has collapsed upon us; it is already being realized now. Moreover, this is not the future, but rather the hundred, thousand possible futures, each of which finds its own space of realization and coexistence within the increasing segmentation of post-industrial society. Traditional science fiction survives itself, like Ariosto’s knight who «went on fighting and was dead».[…]In genre literature, even more than in high literature, it is misleading to seek the masterpiece. Science fiction is a constellation of images that pass from work to work, and in doing so, they amplify, enrich, and transform. This does not mean that value judgments cannot be formulated. Gibson and Sterling were the most significant science fiction authors of the 1980s because they saw social processes and the restructuring of the imaginary with great acuity. They can thus be placed on the same level as Thomas Harris, Ellroy, or even Don DeLillo and Bret Easton Ellis. We should perhaps ask ourselves how the science fiction audience has changed in relation to these transformations. A typical reader perhaps does not exist today. The Unbearable Naturalness of Technology 4 Science fiction has been the foundational imaginary of the 20th century. It provided us with a summary of the world's history seen from a present in the grip of continuous mutation; it provided us with countless glimpses of otherness and accustomed us to seeing the future not as a linear development, but as a constellation of possibilities. It sang the final hymn to the magnificent and progressive fates of humanity and mocked that myth like no other could, corroding it from within.The question is: will science fiction still be the foundational imaginary of the new century? The answer is more likely no than yes. Science fiction will fall victim to the process of the falling of the sky of the imaginary onto the earth of the real . It cannot live if there is not that minimum gap between planning and realization, a distance between the existing and the germ of the new (novum).Science fiction needs this gap to establish its gaze on the world. It can describe the process of converting the virtual into the real only as long as this process is in its infancy. But when the boundaries of the real are expanded so much that they coincide with those of the possible—when the possible is no longer definable in opposition to an impossible—what point of observation will we adopt?.Musil suggested that the possible comprises not only the dreams of nervous people but also the not-yet-awakened intentions of God . A possible experience has something divine in it, a conscious utopianism that treats reality as a task and an invention. The one who could treat reality this way was still a subject . Things, as we see, are not going that way at all. The new possibilities aroused on digital networks through the interaction of millions of individuals (men, women, transgender, knowbots, cyborgs) appear more as a continuous and impersonal process than as a set of recognizable projects.The multiplication of points of view and the destruction of the center do not lead by themselves to an enrichment of meaning. The multiplication of legitimizations is purely formal. The discourses of women, gays, lesbians, and Black people can circulate—indeed, they must—but they become elements of the diffuse background noise of the information society. This is one of the most general effects of the change in technologies.The sphere of technology has today become a second nature , but no longer in the sense of a humanized and controllable environment. The world of technologies is acquiring an objective character in the sense of being uncontrollable, much like—and even more so than—the world of original nature.
- selfie da zemrude
Il racconto del Boomernauta. Parte Seconda: Divagazione sulla Storia delle Interfacce e Interfacce Transp Divagazione sulla Storia delle Interfacce «Lo slime è il materiale delle interfacce biologiche, comprese quelle che stanno tra le sfere dell’aria, dell’acqua e del suolo. Rimane spesso nascosto, ma influisce in ogni iterazione.»S. Wedlich, Vischioso-Storia naturale dello slime , Nottetempo, Milano 2023, p. 289 In quanto attivista tecno-intellettuale, una figura tipica della sua epoca, il Boomernauta iniziò a spiegare le interfacce, un dispositivo fondamentale della metatecnica. Si trattava di un argomento centrale per la sua visione del mondo, visto che le interfacce erano parte essenziale dei dispositivi di intra-azione tra l’individuo e il mondo esterno, tra la mente e la macchina, tra l’umano e la natura. Ebbi l’impressione che per il Boomernauta, le interfacce non fossero semplici strumenti tecnologici, ma vere e proprie porte di accesso a nuovi modi di pensare e di agire, in grado di ampliare la percezione e la capacità di intra-agire con il mondo, e inoltre che si trattasse di una metafora del cosiddetto divenire macchina del vivente. In seguito compresi che questa non era la sua intenzione, voleva solo farmi capire come questi artefatti permettessero intra-azioni prima impensabili. Per lui le interfacce non erano solo componenti tecnologiche ma avevano sfaccettature biologiche (la citazione in esergo è sua), economiche, sociali, politiche, etiche, estetiche e così via… Non me la sono sentita di censurare un ospite tanto speciale e inatteso ma gli ho fatto solo notare che si trattava di un discorso un po’ tecnico. Secondo lui questa diversione era necessaria per capire come poi si sarebbe arrivati a concepire le interfacce che avrebbero riconnesso gli umani con Gaia, impresa considerata impossibile… Chi non fosse interessato a questa divagazione sugli aspetti, anche storici, di questa componente tecnologica può saltare al prossimo capitolo, ma sarebbe un peccato… Le interfacce della metatecnica umana erano i dispositivi dell’interoperabilità/intra-azione fra sistemi diversi. Come vedremo in seguito, grazie alla biomimesi della robotica morbida sarebbero state in grado di integrare anche lo slime. Nelle interfacce ogni sistema espone un suo aspetto, con il suo particolare protocollo di comunicazione e il dispositivo viene interposto fra di esse creando un nuovo potenziale flusso di comunicazione e di intra-azioni. Verso la metà del XX secolo, le prime interfacce con lo spaziotempo del reale (Real Time Computing) avevano permesso ai computer e poi alle macchine computerizzate di interagire direttamente col mondo esterno e, fra l’altro, di cominciare a raccogliere dati. Ora i semio-hacker della Sfera Autonoma come d’altronde la moltitudine dei tecnici che lavoravano nell’ AltaSfera Ecofin (i due mondi, benché fondamentalmente antagonisti, erano spesso in osmosi o avevano dei sottoinsiemi comuni) sapevano benissimo che di tutti i programmi, moduli o applicazioni, le interfacce erano forse le componenti più delicate e difficili da concepire, sviluppare e rendere operative. Tramite un’interfaccia si poteva accedere dall’esterno alle risorse centrali di una macchina complessa e in caso di errore si potevano avere conseguenze imprevedibili o a volte disastrose per le funzionalità e le stabilità di uno o più sistemi interconnessi. Un principio chiave della concezione consisteva nel limitare l’accesso alle risorse delle entità da interfacciare, consentendo solo di farlo attraverso punti di ingresso ben definiti, ossia usando metodi d’incapsulamento il cui principio teorico era basato sull’occultamento dell’informazione ( information hiding ). Da un punto di vista generale l’incapsulamento poteva essere visto come la suddivisione di un sistema complesso in unità modulari aventi ciascuna una funzionalità ben definita. Ad esempio un’automobile era un macchinario piuttosto complesso. Per facilitarne il progetto, la fabbricazione e la manutenzione la si era suddivisa in moduli dotati di mutue interfacce, in modo che la progettazione dell’insieme potesse prescindere dalla definizione dei dettagli dei singoli moduli, rendendo in questo modo l’insieme più facile da progettare, più economico da produrre, più semplice da riparare. Sin dall’epoca del neurocapitalismo, sotto la Gov Neolib, i techno-tycoon delle platform globali avevano capito l’importanza delle interfacce. Erano i milioni e in certi casi i miliardi di utenti umani a fornire gratuitamente l’energia e l’immateriale merce emozionale, affettiva e cognitiva che faceva funzionare le loro megamacchine socio-tecnologiche e da esse erano integrati. Senza questo combustibile immateriale le platform sarebbero rimaste semplici macchine inanimate. L’apparato megamacchina c’era già agli albori della storia: in Egitto questo dispositivo aveva reso possibile la costruzione di opere gigantesche, come piramidi e sfingi, apparentemente irrealizzabili con le tecniche rudimentali dell’epoca. Gli schiavi erano gli ingranaggi di base di quelle megamacchine mentre nelle platform dei techno-tycoon erano gli utenti. In entrambe le situazioni schiavi e utenti (la cui schiavitù era spesso volontaria) non erano più individui, ma dividuali 1 e cioè unità ibride e, secondo l’epoca, composte da elementi biologici, mu- scolari, cognitivi, meccanici o algoritmici intercambiabili e sostituibili, di cui contava la quantità. Poiché le platform sarebbero state solo scatole vuote e inanimate senza il lavoro degli utenti/dividuali era evidente che le interfacce-utenti erano essenziali. Gli utenti/dividuali erano trattati alla stregua di componenti software o unità di codice e le interfacce dovevano permettere le intra-azioni riducendo al minimo le probabilità che un dividuale anomalo potesse perturbare il funzionamento sistemico. Una volta interfacciato, l’utente/dividuale non doveva avere alcuna possibilità di accedere alle risorse riservate della macchina e per questo i flussi di comunicazione erano incapsulati. L’inverso, e cioè l’accesso a quanti più dati sul comportamento psicofisico degli utenti da parte delle platform, era invece non solo tollerato, ma anche sistematicamente ricercato e andava a ingrossare i Data Tsunami . Nello stesso tempo uno dei compiti più difficili al tempo della Gov Neolib era proprio di ridurre al minimo le possibilità di perturbare le platform e i loro sistemi a risorse riservate. Non si trattava tanto del movimento hacker in provenienza dalla Sfera Autonoma , ma di certe tensioni provenienti proprio dalle due principali componenti della macchina bicefala (a quell’epoca la WorldForce non esisteva): Stati e capitale (ovvero PoSt/ati e Ecofin per dirla con la nuova nomenclatura della Gov). La Gov Q, che viveva altre contraddizioni era riuscita grazie alle tecniche di cybersicurezza della computazione quantistica a proteggere meglio i nodi centrali delle sue modalità operative e dei suoi progetti, in primo luogo quello della Grande Fuga . Il termine Human Computer Interaction (HCI) – ovvero interfaccia uomo-macchina – era volutamente generico e includeva le macchine in generale di qualsiasi epoca, tipo e genere. L’HCI 2 era diventata particolarmente importante nel capitalismo industriale che aveva preceduto la Gov Neolib. Secondo il vecchio metodo di noi boomer operaisti, occorreva risalire alla HCI di quell’epoca, caratterizzata dal metodo di organizzazione scientifica del lavoro e simboleggiata da assurdità quali la catena di montaggio. Quell’interfaccia rispecchiava la sua epoca, essendo basata su una razionalizzazione del ciclo produttivo secondo criteri dell’ottimizzazione del profitto. La scomposizione e la parcellizzazione dei processi di lavorazione nei singoli movimenti costitutivi, cui venivano assegnati tempi standard di esecuzione, erano fondati sul principio dell’adattamento umano alla macchina. Questa modalità aveva caratterizzato la formazione dei dividuali dell’epoca industriale che nel nostro gergo politico del ‘68 avevamo denominato operaio-massa . I primi passi nel campo dell’ergonomia 3 erano cominciati durante la seconda guerra mondiale del XX secolo. L’idea di adattare la macchina produttiva alla natura psico-fisiologica umana non era nata da un’improvvisa conversione umanista del capitalismo, ma piuttosto da esigenze belliche. Le accresciute performance degli aerei da guerra diedero vita a studi dell’industria aeronautica per far fronte alle necessità di coordinamento del processo decisionale, dell’attenzione, della consapevolezza situazionale e dell’azione del pilota. Era stata quindi necessaria una ricerca approfondita per determinare le capacità umane e le limitazioni su ciò che doveva essere compiuto in tempi di decisione sempre più corti. Forse la dicotomia dell’enunciato Uomo-Macchina cominciò a ridursi 4 man mano che si sviluppava un nuovo concetto in cui l’organizzazione del sistema macchina da guerra/aereo-uomo era visto come un singolo organismo ed era possibile studiarne il comportamento nel suo complesso. Avevamo letto anche McLuhan e la sua riflessione sui media elettrici che inauguravano, con la TV, la prima interfaccia visuale di massa in tempo reale anche se il flusso restava unidirezionale. I mass media erano stati concepiti appunto per agire a senso unico sulla figura centrale dell’epoca, l’operaio-massa come ti dicevo. Il reale salto di paradigma delle HCI lo avevamo vissuto in prima persona sin dalla sua genesi con il concatenamento tecnologico che partendo dai PC si era allargato alle reti locali prima e a internet poi, sino ad arrivare ai flussi multicanale e alle ergonomie del bioipermedia. L’emergere delle interfacce grafiche utente (in inglese GUI, Graphical User Interface) 5 era stato decisivo nell’affermare l’importanza della produzione biocognitiva. HCI e GUI erano nuove dimensioni delle interfacce che scavalcavano gli scambi codificati dalla rigidità del linguaggio scritto, allargandoli ai sensi con estensioni e interazioni visive, uditive e tattili 6 . A questo si aggiunsero gli scambi che avvenivano sotto la soglia di percezione cosciente, come la geolocalizzazione delle posizioni, le funzioni di SOS, di comunicazione di emergenze e rilevamento di caduta e poi l’auscultazione di ritmi e stati biologici. Infatti dalla prima parte del XXI sec., con i comuni smart/watch/phone si potevano effettuare monitoraggi del funzionamento cardiaco e dello stress, di temperatura, pressione, sonno, attività fisica e altri sensori biochimici sempre più sofisticati per controllare la glicemia, il livello di ossigeno nel sangue, la frequenza respiratoria, ecc. E poi il passaggio all’internet of everything (l’internet in cui qualsiasi tipo di oggetto era connesso) aveva costituito lo zoccolo su cui le TAM avevano potuto funzionare. Ma solo a partire dal nuovo secolo, il XXII, il misurare, l’intercettare e il captare ogni variazione somatica e psichica dovuta ai comportamenti di umani e nonumani diventa parte integrante della bio-rete. L’insieme di queste informazioni è incorporato nei processi di mutua interfaccia di emozioni, affetti e sentimenti fra differenti specie che intra-agiscono nell’ambito delle TAM. Note: Qui ancora una volta il Boomernauta, si riferisce agli intellettuali della sua epoca: il termine dividuale viene utilizzato p. es da Gilles Deleuze in La società del controllo . HCU: cfr. glossario. Meglio definita dal termine: Ergonomics & human factor (E&HF). Qui il Boomernauta sembra anticipare la riduzione delle altre dicotomie quali innato-acquisito, natura-cultura, corpo-mente o addirittura di vita-morte come Philip Dick magistralmente evoca nel suo capolavoro Ubik . P.K. Dick, Ubik, Fanucci, 2007. Cfr. «L’era della grafica fa saltare il catenaccio della razionalità imposto dalla scrittura e fa entrare il rapporto uomo-computer in una nuova dimensione. Il mouse, che libera parzialmente dall’utilizzo della classica tastiera, partecipa a questo mutamento grazie a un’utilizzazione largamente intuitiva anche per un bambino, o una persona che non conosca la lingua di interfaccia.» G. Griziotti, Neurocapitalismo, mediazioni tecnologiche e vie di fuga , Mimesis, Milano 2016, p. 46. L’interfaccia degli schermi tattili, dopo una genesi durata circa 20 anni, viene adottata inizialmente su computer palmari (Casio PB 1000 nel 1987) e diviene realmente popolare con la console mobile di videogiochi Nintendo DS (2004) con più di 180 milioni di esemplari venduti. Interfacce Transp Un capitolo fondamentale per capire il resto del racconto. Secondo il Boomernauta le interfacce Transp erano destinate a implementare nuove intra-azioni fra specie. Si sarebbe passati dai semplici scambi affettivi ed emozionali a un’agency con vere e proprie azioni/produzioni comuni e ludiche. La concezione di interfacce che avrebbero permesso di creare nuovi e rivoluzionari livelli di intra-azione cooperativa si presenta come un compito arduo e tenuamente legato alla razionalità.Nel frattempo la Gov Q, in difficoltà, investe massicciamente in nuove molecole psicoattive per esercitare un controllo più fine dei relativi segmenti delle classi subordinate. I Gamartivist e i bio–hacker riescono con successo a hackerarle e a utilizzarle per proprio uso e consumo nello sviluppo delle interfacce dei Games Transp. Vengono coinvolte anche specie apparentemente lontane dagli umani, appartenenti per esempio al “viscidume” e ai nonumani senzienti più “alieni”. Così facendo si opera una specie di destrutturazione del dominio esercitato dagli umani con il rischio di sconvolgere i rapporti all’interno di Gaia. Ma, d’altro canto questo sembrava il prezzo da pagare per arrestare la distruttiva pandemia nekomemetica. L’obbiettivo dei Gamartivist impegnati nello sviluppo delle interfacce Transp era di allargare dal basso la gamification ad altre componenti di Gaia. Attraverso questo approccio avrebbero potuto raggiungere due obiettivi complementari. Innanzitutto, contrastare l’invadente depressione causata dalle TAM, mantenendo al tempo stesso legami vitali con i nonumani e con Gaia nel suo insieme e, in secondo luogo, difendere la funzione ludica e politica dei Games, opponendosi frontalmente alle modalità di gamification gestite dalle sfere del sistema capitalista Ecofin . Nello stesso periodo, gruppi di opportunisti vicini al potere delle Gov erano invece alla ricerca di una rivalsa sull’umiliazione di dover subire senza poter reagire ai flussi di malinconia paralizzante emanata dai nonumani. Come era cambiata la situazione per coloro che erano abituati a considerare le altre specie del vivente come risorse da sfruttare attraverso l’industrializzazione della messa al lavoro e/o a morte! Questa mentalità includeva l’appropriazione, il commercio e l’utilizzo o consumo di tutto ciò che veniva da loro prodotto, incluso i loro corpi. Il compito dei Gamartivist si era rivelato però molto arduo: il bio-design delle interfacce concepite per permettere ai nonumani d’entrare nel mondo dei Games si era rivelato più complesso del previsto. Con le loro platform dell’entertainment, i techno-tycoon avevano già tentato di sfruttare gli affetti e le emozioni nonumane per dare una nuova dimensione ai Reality Games, ma, nonostante i mezzi dispiegati, non erano riusciti nel loro intento. I nonumani non cooperavano e i classici metodi dell’addestramento si dimostravano inutili in questo contesto. Le TAM avevano creato una nuova dimensione aprendo un canale diretto di connessione emotiva tra le diverse specie. Ora si trattava di integrare azioni, emozioni e affetti nelle macchine ludiche. Queste avrebbero rappresentato il contrappasso delle macchine belliche dispiegate dalla Gov Q. Bisognava innanzitutto che le varie specie ritrovassero negli scenari e negli ologrammi 3D multi-sense di questi nuovi Games i comportamenti che riflettevano gli affetti che scambiavano. Ciò avrebbe consentito ai nonumani di intervenire attivamente e autonomamente nel cuore di una delle principali attività umane, creando una nuova dinamica. D’altronde questa partecipazione attiva avrebbe permesso a molte specie di assumere ruoli e caratteri in funzioni che finora erano limitate agli umani. Da diversi millenni, esistevano forme di interazione ludica tra gli esseri viventi. Questo significa che erano presenti conoscenze riguardanti la fisiologia, il comportamento e la neurologia per sviluppare programmi capaci di virtualizzare rappresentazioni multimediali e renderle significative per le specie animali addomesticate. Tuttavia si trattava di operazioni limitate, in generale le interfacce per i nonumani avrebbero richiesto una comprensione approfondita delle peculiarità e delle modalità di comunicazione di ogni specie coinvolta. Sarebbe stato anche necessario studiare i loro comportamenti, i segnali che utilizzavano, le modalità di percezione dell’ambiente e molto altro ancora. Solo così sarebbe stato possibile progettare interfacce che fossero veramente significative per i nonumani e che permettessero loro di esprimersi e interagire in modo autentico e naturale. L’aspetto più complesso consisteva nello sbarazzare le interfacce intra-specie degli ostacoli razionali, dei retaggi culturali, dei preconcetti morali e ideologici permeati di suprematismo che la cosiddetta civilizzazione aveva costruito durante i millenni. Un compito che sembrava impossibile: i pregiudizi erano apparentemente troppo forti. Nella Sfera Autonoma alcune persone si ricordarono dei racconti e delle esperienze di figure come Aldous Huxley, Carlos Castaneda e Timothy Leary, così come di molte altre persone vissute durante la nostra epoca boomer o appartenenti alla generazione precedente. Si trassero ispirazioni dalle pratiche antiche di sciamani e si riscoprirono film cult come Dersu Uzala. Si studiarono anche figure di altre epoche come Hildegard von Bingen, Mira Bai, Veena Oldenburg, Nganga Mpesha, Chizuko Mifune e Nongqawuse, ma queste ultime io non le conoscevo. Si sperimentarono anche le sostanze impiegate da maghe e ricercatrici per rimuovere gli ostacoli razionali che avrebbero impedito la concezione delle interfacce con i nonumani. Si misero a contributo le intelligenze artificiali intersezionali (IAI). Non si trattava certo di abbandonare o negare ogni razionalità per entrare in una specie di magismo, caricatura del periodo preistorico attraversato dagli Hominini 1 . L’uso delle sostanze psicotrope tradizionali li avrebbe forse aiutati, ma non era abbastanza focalizzato su un immaginario transpecie. Dai lontani tempi di Sigmund e Carl Gustav c’erano stati grandi approfondimenti in campo neurologico e cognitivo, effettuati sia dalla scienza ufficiale che nella Sfera Autonoma e dalle continue osmosi che si producevano fra i due campi, le cui frontiere erano porose. La scienza legata alla Gov Q come sempre agiva sotto copertura terapeutica, ma gli obiettivi economici sottintesi erano quelli abituali del capitalismo. Non era più un segreto che il settore chimico e le Huge Pharma facessero parte della ristretta cerchia dei grandi diffusori mondiali del virus nekomemetico. In particolare nel campo neurologico, la passata azione delle grandi multinazionali chimico-farmaceutiche aveva creato nuovi canali di penetrazione del virus e molti danni, fra cui quello della dipendenza di massa dagli oppioidi. D’altronde come ti ho raccontato in precedenza questo era stato uno dei flagelli che avevano contribuito a far declinare l’Impero di Sbieco . Nonostante le battute d’arresto dovute ai processi intentati dopo queste stragi causate dai loro prodotti, le Huge Pharma avevano comunque ripreso l’iniziativa per continuare nella stessa direzione, ma agendo in modo più sotterraneo e specifico. Disponevano dei Data Tsunami , provenienti quantità smisurate di individui, e ormai captati nel minimo movimento dei corpi e della psiche e in ogni sfaccettatura della personalità. Lavorando a lungo su questi elementi i loro centri di ricerca avevano sviluppato modelli cognitivi basati su convinzioni, desideri e intenzioni. Utilizzando tali modelli come base, erano riusciti a elaborare sostanze sintetiche capaci di indirizzare quasi ogni specifico segmento di una popolazione indebolita e influenzabile a causa delle crisi prodotte dalla setticemia di Gaia. La Gov Q disponeva così di vettori psicoattivi capaci di agire sui registri cognitivi in modo più mirato di quanto lo permettessero sia le sostanze psicotropiche tradizionali che quelle sintetiche. L’impiego di questi vettori avrebbe rappresentato un mezzo per ridare un nuovo impulso a un controllo biopolitico in difficoltà. Attraverso l’introduzione di sostanze, molecole e nanoparticelle all’interno dei corpi e specialmente dei sistemi nervosi delle persone, la Gov Q avrebbe cercato di mantenere il controllo sulla situazione. Invece si produsse un risultato non previsto grazie alle capacità di biohacking presenti nella Sfera Autonoma , che permisero di modificare le sostanze più nocive e di creare degli usi alternativi se non antagonisti. In tal modo una nuova generazione di molecole cyber-psicotropiche (cyberpsy) passò nelle mani dei Gamartivist . In questa situazione sviluppatori, grafici, designer, creativi ed esperti funzionali dei Games si sottoposero volontariamente a sperimentazioni con le molecole cyberpsy prodotte dai biohackers al fine di sviluppare le interfacce necessarie per i Games Transp. Nonostante il rischio di danni cognitivi permanenti e di viaggi senza ritorno riuscirono a imparare alcuni segreti di concezione molecolare da Gaia stessa e ad innescare meccanismi neuronali che emulavano certi modelli cognitivi e comportamentali di altre specie. Cominciarono a comprendere le diverse modalità di percezione dell’ambiente da parte di altre specie e integrarono una vasta gamma di segnali e modalità di comunicazione adattate alle esigenze e alle capacità sensoriali dei nonumani. Sperimentarono, a esempio, la simulazione della danza oscillante delle api per comunicare la posizione di un fiore o dei feromoni usati dalle formiche per tracciare i percorsi. Riuscirono a risolvere l’equivalente del cosiddetto effetto cocktail party nella comunicazione animale, in cui è difficile discernere quale individuo stia emettendo vocalizzazioni in un branco o gruppo rumoroso. Impiegarono nelle interfacce neuroelettroniche multispecie i dispositivi di nanotecnologia computazionale e di bio-nanotecnologia sottraendoli ai centri di ricerca delle multinazionali delle Gov, dov’erano destinati a riprodurre i processi vitali per meglio piegarli alle logiche dell’accumulazione. Grazie a queste modalità borderline, furono create le prime interfacce in grado di includere nuovi partecipanti nonumani. Questi ultimi furono attivamente coinvolti e il loro contributo si rese possibile grazie a sensori in grado di raccogliere i loro movimenti, pulsioni emotive e altro ancora. Il contesto tecnico-funzionale dei Reality Games si adattava perfettamente a queste innovazioni, che coinvolgevano attivamente anche i nonumani. Le interfacce dei Games erano altamente somato-sensibili, in alcuni casi bastava un semplice gesto o uno sguardo per interagire e, inoltre, certi flussi potevano essere attivati direttamente attraverso la mente dell’utilizzatore. L’uso dei tradizionali gamepad era diventato raro, poiché molti degli altri controller erano già integrati negli oggetti di uso quotidiano. Questi oggetti erano già predisposti al collegamento in rete sin dalla nascita dell’Internet of Things (IoT) e le funzioni di controllo per i Games, anche quando non native, erano facilmente implementabili da software. A questo punto i Games presero un’ulteriore dimensione. Rispetto alle TAM le interfacce per coinvolgere i nonumani non rappresentavano solo una prodezza tecnica, ma un nuovo salto comunicativo e di intra-azione nelle reti della vita. Come si può immaginare era un lavoro in continua evoluzione in cui si trattava di aggiungere delle caratteristiche uniche per ogni specie raggiungibile direttamente 2 e questo era qualcosa di estremamente più complesso dei driver e delle interfacce concepite sino ad allora. All’inizio esistevano interfacce per poche specie, di solito mammiferi, e comunque vertebrati. Fu solo in un secondo tempo che si riuscì a crearne per il viscidume 3 e a risolvere le complessità aliene, ma non inconcepibili, dei nonumani split-brain ; questo era, per esempio, il caso di certi cefalopodi, che hanno un sistema nervoso distribuito e non dispongono della consueta separazione corpo cervello dei cordati. Uno dei più grandi exploit dei Games T fu di riuscire a coinvolgere i polpi, le cui unità neuroniche distinte pilotano i tentacoli, che agiscono in modo relativamente autonomo per poi riunirsi e coordinarsi sotto il comando del cervello centrale. Questo meccanismo permette loro di reagire rapidamente ai pericoli e sfuggire a un predatore. Per spiegare il loro modo di funzionamento i ricercatori avevano fatto ricorso alla metafora di un’orchestra in cui il cervello era il direttore e le centrali neuroniche dei tentacoli erano dei musicisti jazz inclini all’improvvisazione 4 . Situandosi a un altro estremo una certa tradizione filosofica occidentale aveva invece considerato il cervello umano un dirigente con pieni poteri, il direttore d’orchestra del corpo che sceglie gli esecutori e li dirige a bacchetta. Prima di affrontare l’estraneità dei cefalopodi, semio-hacker e Gamartivist si erano già dovuti cimentare nel costruire le interfacce con un gran numero di problematiche come, per esempio, nei casi di nonumani con occhi laterali che inviano l’informazione esclusivamente a un lato del cervello. Solo le molecole e i dispositivi cyber-psicotropici, di cui disponevano, combinati con l’enorme potenziale accumulato dalla cooperazione comune, fra cui spiccavano le IAI, permisero di integrare il vasto mondo nonumano nei Games T. Le TAM e la bio-rete avevano aperto il varco ristabilendo sensazioni forse esistite in tempi immemorabili e preistorici. Come abbiamo visto, grazie agli scambi affettivi senza barriere e alla nuova capacità di recepire senza mediazioni le emozioni degli altri viventi, anche gli umani coinvolti avevano finalmente interiorizzato la gravità della situazione e il contraccolpo di questo shock aveva innescato la malinconica depressione/diserzione collettiva che accelerava il declino demografico. Le TAM avevano anche radicalmente modificato le dinamiche nelle reti della vita: gli umani in grande difficoltà non riuscivano più a esercitare quel dominio, che si voleva assoluto, sugli altri viventi. Al contrario, in certi contesti, si assisteva quasi a un rovesciamento dei rapporti di potere. Non si trattava di una rivalsa brutale sull’incessante sfruttamento e massacro perpetrato dagli umani per millenni, ma di qualcosa di più sottile che si stava insinuando. La malinconia e talvolta la paura emanate nelle TAM si stava rivelando una forma di controllo neuro-psichico forse più forte di quello esercitato dal capitalismo. Questi meccanismi d’influenza agivano in modo sottile, penetrando le menti umane e influenzando le loro percezioni, emozioni e comportamenti. Gli umani si trovavano a confrontarsi con una realtà in cui i confini tra sé e gli altri esseri viventi sfumavano, in cui l’interconnessione e l’interdipendenza erano più evidenti che mai. Nella transizione verso i Games T, i nonumani non erano più solo emozionalmente connessi, ma grazie alle nuove interfacce potevano effettivamente entrare in azione. Nelle TAM i partecipanti erano piuttosto passivi, mentre l’azione dei Games T avrebbe fortemente cambiato le cose. Nei Games l’esperienza soggettiva dei nonumani coinvolti si sarebbe fondata sull’interazione fra comportamenti e sensazioni andando oltre agli scambi emotivi. Questo avrebbe generato un continuo feed-back fra azione e input sensoriale in un flusso di interazioni con gli umani. Era questo il meccanismo fondatore sul quale contavano i Gamartivist per modificare la coscienza dei partecipanti umani, convinti che gli input in provenienza dai nonumani nell’azione del gioco sarebbero diventati così potenti da trasformare radicalmente l’esperienza soggettiva, inibendo definitivamente la riproduzione del morbo nekomemetico. Note: In realtà il Boomernauta aveva parlato di ominidi, mi sono permesso di modificare in Hominini che si riferisce più precisamente alla tribù degli umani e dei progenitori estinti come p. es. l’Australopiteco. Il Boomernauta aveva spiegato in precedenza che molte specie semplici così come il mondo vegetale non erano direttamente interfacciabili, ma partecipavano indirettamente ai Games influenzando o agendo sulle altre specie e sull’ambiente in generale. Viscidume: cfr. glossario. Mi sembra proprio che il Boomernauta si sia ispirato alle indagini scientifiche dell’epoca in cui il polpo era al centro di molte ricerche in quanto considerato il nonumano senziente ed intelligente con la cognizione incarnata più lontana da quella umana.
- preprint/reprint
Ai compagni che non mangiano di quel pane # parte seconda La seconda parte di un testo sul tema della «cultura materiale» di Gianni-Emilio Simonetti, artista, scrittore e saggista, esponente del situazionismo e del movimento artistico Fluxus e autore di numerosi testi di impegno teorico. Per il mese di giugno 2026 è prevista la pubblicazione del suo libro Racconti gourmaund seguiti da Piccolo ricettario di cucina Fluxsus. In appendice: C.A.N.I. (Composti Alimentari Non Identificabili). Truismi L’espressione «truismo» viene dalla lingua inglese, è formata dalla parola true (verità) con il suffisso ismo (dal greco, ismós ), serve a formare, partendo da aggettivi o da sostantivi, parole astratte che indicano dottrine, atteggiamenti e anche peculiarità o caratteri del linguaggio. Che cosa significa in modo specifico « truism »? I truismi sono le verità banali, evidenti, senza importanza, scontate, ma anche indiscutibili, di cui appare superflua ogni spiegazione. Sono nel metodo le verità della politica: ribadiscono l’ovvio per rimuovere ciò che implica la contingenza, richiamano la coerenza per escludere la conseguenza e, con essa, la prassi. Che cos’è la verità non lo sappiamo, sappiamo che un tempo esisteva una «scienza» – scrive Aristotele – che la possedeva come fine, la filosofia. Sappiamo anche che ci sono stati e ci sono ancora dei tentativi per trasformarla in un valore assoluto a cui sottomettere tutti gli altri. Era il sogno di Kant e dei neo-kantiani. Meglio avere a che fare con gli assoluti che con il reale. In ogni modo questa espressione, come quella di libertà, trascina tutti al suo seguito, dai filosofi, ai politici, ai profeti, ai moralisti, agli artisti, agli asceti, compresi i pessimisti, che pretendono di dire la verità quando affermano che la verità non esiste. Eccepisce divertito Nietzsche: «Mai un uomo, alla fine, si è sacrificato per la verità». Anche se non ce ne rendiamo conto il linguaggio comune è spontaneamente metafisico e tende a confondere il vero con il reale. In questo senso è ancora platonico. Un punto che non interessa nessuno. Per l’idealismo è la stessa cosa. Da tempo nel linguaggio si addensano i rischi del buon senso che interroga il mondo. Per questo se il mondo risponde positivamente allora l’ipotesi e la conseguente teoria sono vere. Se risponde negativamente allora sono false. Anche questo è un abbaglio pragmatico. Una guarigione a Lourdes o per merito della psicoanalisi non prova la giustezza né la validità dell’esistenza della Vergine o della teoria freudiana. Così come, nella fattispecie, un esperimento realizzato in una certa parte del mondo non prova che esso sia possibile dappertutto. C’è d’aggiungere che quando la verità di un esperimento complesso è formata anche dalle proposizioni delle scienze cosiddette esatte occorre distinguere tra la precisione, che è un valore della tecnica, dall’esattezza che è un valore della logica. Vero e falso sono termini contrari. Vero e non vero sono termini contraddittori. Questo ci fa comprendere che il falso fa parte del non vero, ma non lo esaurisce. Ci sono degli enunciati che non sono né falsi né veri. Bianco e nero sono contrari, ma non è perché un oggetto non è bianco che è nero. Dunque, un enunciato può essere vero o non essere vero, il falso è solo un elemento del non-vero. Il falso, poi, non necessariamente è un errore, soprattutto nella tecnica. L’errore, insomma, manca il bersaglio della verità, la menzogna lo contraddice o perlomeno, quando è performata lo relativizza, la dissimulazione lo nasconde. Mescolateli e avrete le ideologie, anche quelle salvifiche dei riformismi. Nella società dello spettacolo, dove la metafisica ha il suo reame, dopo che questi ha preso il posto dello spiritualismo attraverso la banalità si possono costruire dei truismi per i quali il vero appare come un momento del falso. E si può fare di meglio, con la dissimulazione il vero si perde nel falso, consentendo di pensare il falso come se fosse vero o verosimile. Autorizza ogni delirio e ogni miraggio. Concede di sognare, d’illudersi che un milionario è un vagabondo che ha raccolto un milione di monetine. Abbiamo già detto che il linguaggio è metafisico e che la metafisica fa le capriole, così, spesso si ritiene corretto affermare che una cosa può essere vera in teoria ed essere falsa nella pratica, dimenticando che una teoria non è vera se la prassi non la conferma. In ogni modo da tempo il problema non è più quello di falsificare i dettagli, ma gli insiemi in attesa di falsificare la società per quello che è. L’opinione pubblica è un fenomeno recente, contemporanea delle democrazie borghesi e dell’economia di mercato. A che cosa è servita in principio? A dare dignità e legittimità popolare alle altre due, dimenticando che nella storia la democrazia che conosciamo è quella che disegnano i suoi predicati. Anche per questo lo stesso Platone detestava la democrazia e i suoi lacchè. Nello spettacolo l’opinione serve a banalizzare il pensiero e la verità, a narcotizzare il reale, soprattutto è impiegata per distrarre. Dentro questo scenario tutto può essere smentito e la manipolazione delle opinioni può infine riposare sul niente assoluto. Dimenticato Marx oggi è un luogo comune pensare che la democrazia è inseparabile dalla ragione mercantil-popolare, nonostante l’inconciliabilità dei due termini. Nella fattispecie, questo luogo comune diventa nel sistema capitalistico un postulato ritagliato sulla figura del consumatore, gabbato due volte, perché è indotto al consumo e perché gli si fa credere che il suo comportamento è «razionale». A essere pignoli è preso in giro tre volte, perché viene anche educato a credere che consumo ed elezioni «democratiche» gli riconoscano le «sue» ragioni. È una amara lezione quella che insegna come non sia sufficiente che un’opinione appaia «soggettiva» per essere «personale», non c’è nulla di più impersonale di un’opinione condivisa da milioni di persone. Da almeno un secolo esiste il problema della credibilità delle opinioni. La credibilità è come il panico, si alimenta da se stessa. In genere non si crede una cosa perché l’abbiamo verificata, ma perché gli altri lo credono. La credulità ha finito per diventare, sotto l’effetto moltiplicatore dei mass-media, il suo proprio criterio di validità. In altre parole, non è vero che gli individui agiscono in funzione dei propri interessi, ma in funzione delle idee che essi hanno dei loro interessi, che è tutta un’altra cosa. Blaise Pascal diceva che anche chi sta per essere impiccato non può rinunciare alla speranza di un futuro migliore. Il linguaggio economico, che ha una forte capacità di sintesi tra la realtà materiale e le idee, ha fatto dell’espressione «speculazione» (che deriva dalla parola latina « speculum ») qualcosa che va più in là del pensiero dell’azione, trasformandolo in un atto che sfugge al reale e teso ad acquisire dei vantaggi. In genere le credenze innocue hanno un effetto «placebo», come gli oroscopi le credenze collettive sono delle rappresentazioni che diventano ideologie, con il risultato di apparire più convincenti delle teorie stesse. In questo contesto a cosa servono? A totalizzare abusivamente gli oggetti che stanno dietro le formule di comando e di controllo, come sono il paese, lo «Stato», il popolo, la nazione, il territorio. Così il tutto viene preso come se fosse una parte e la parte come se fosse un tutto. Questa figura della retorica si chiama «sineddoche». È l’arma preferita dallo spettacolo per i suoi colpi di Stato! Nella società dello spettacolo, in tempo di «pace», cioè, in tempo di consumi non depressi e di speculazioni finanziarie, le ideologie preferiscono dissimulare piuttosto che mentire. Del resto, le ideologie moderne hanno diligentemente appreso a coltivare gli effetti senza le cause e a manovrare le emozioni senza la comprensione. In questo contesto, l’apparente eguaglianza sociale e la generale miseria della vita corrente si realizzano senza difficoltà, perché viviamo in un mondo senza trascendenza. Tutto questo non ha che due possibili esiti, o apre le porte alla derisione, o alla povertà che ha il potere di dilagare dappertutto molto velocemente nella vita civile come in quella sociale. Intermezzo Il mondo non si merita di durare se non nella misura in cui gli individui ragionevoli che lo popolano sono degni delle ragioni della vita. Lo affermò Kant pensando all’apocalisse. Quando queste ragioni spariscono non c’è motivo che lo spettacolo continui. Questa idea della fine del mondo riposa su un assunto: che la storia abbia delle finalità umane. Dobbiamo preoccuparci? No. La forma di capitale ha saldato queste finalità alla sua idea di progresso, senza tener conto dei costi umani. Le apocalissi storiche postulavano un giudizio morale sul carattere corrompibile del mondo e la punizione era meteorologica. Tutto poteva finire o con un diluvio, o con un incendio, o con il buio di un sole che precipitava. L’apocalisse moderna arriverà nella forma di una modernità invivibile di cui vediamo già i segni alla periferia dell’impero delle merci. In questa prospettiva cosa sono mai gli assalti giovanili ai bastioni metropolitani del consumo? Se è vero che nei miti noi vediamo la storia delle nostre origini, il bagliore dei fuochi di questi assalti non sono che la rivelazione della fine. Essi non provano la propensione a delinquere di una generazione, ma piuttosto il fatto che la tecnica – dietro cui si nasconde l’idea di progresso – conferisce all’azione dei poteri occulti una capacità di distruzione che va ben oltre il potere di effrazione del chiavistello brechtiano. Su questo punto occorre essere chiari. Non si tratta di un’escatologia millenarista, ma di quello che già ci mostrano le utopie culturali dello spettacolo. Tutto concorre e converge verso il medesimo orrore. Se non abbiamo ancora guardato in faccia questo orrore è perché non basta eliminare la parte di esistenza umana che non serve più, occorre allo stesso tempo eliminare l’insieme delle condizioni che l’hanno prodotta. Alla luce di tutto ciò il fatto che i paesi della fascia temperata del pianeta terra consumino decine di volte più energia di quelli che si trovano alla periferia dell’impero delle merci non è più così importante, esattamente come non contò più per i vari clan dell’isola di Pasqua il volume delle loro deforestazioni. La tecnica fatica ad accettare i limiti del suo potere, anche perché, etero-guidata da poteri o che non controlla o che serve per interesse, non sa quali essi sono, eppure basterebbe un piccolo e prevedibile aumento della temperatura della terra, logica conseguenza delle dissennate politiche nazionali e internazionali sull’ambiente, perché la zona tropicale si allargasse quel tanto per il quale il problema non sarebbe più tanto la siccità che rallegra da tempo i nostri giornali televisivi, ma lo scatenarsi mortifero e incontrollabile d’insetti, parassiti e virus patogeni. Tutto questo lo sappiamo già, fingiamo solo di non saperlo, i dati dell’OMS, infatti, continuano a ripetere che la mortalità a causa delle malattie infettive e in aumento dappertutto nel mondo. Un dato che andrebbe messo a confronto, se questo è il fronte del nemico esterno, con i dati che sottolineano il diffondersi dei nostri nemici interni. A oggi sono più di cinquecento milioni le persone che soffrono di un disturbo psicologico e quasi il doppio quelli che hanno un disturbo della personalità. L’OMS stima che prima della fine di questo decennio la depressione sarà molto probabilmente la seconda causa di morte, appena dietro le patologie cardio-vascolari. Nel segreto si sta correndo ai ripari con le cosiddette «nanotecnologie», non risolveranno molto, ma una cosa è certa, costituiranno un nuovo capitolo della dominazione totalitaria della vita corrente attraverso il ricondizionamento genetico della nostra natura. La fame di merci inutili, la fame di avere tutto non è altro che l’altra faccia dell’angoscia di non essere niente. Le merci sono le isole di chi si trova in balia dei flutti dello spettacolo, di chi avverte l’incompiutezza sociale dell’epoca e i morsi del desiderio di vivere. Spaccare una vetrina in nome del popolo e di una giustizia proletaria è ancora un miracolo della democrazia borghese, riafferma l’illusione che essa esista al prezzo di un po’ di vetri rotti, confonde il tutto con la parte, l’estasi con l’esaltazione, il momento con l’esperienza. Meglio il non sapere che genera la coscienza di non avere un futuro. Questa libido sciendi che ci sottrae all’amore per le merci e al gusto della tragedia come un sintomo della decadenza. L’universo mercantile in cui siamo costretti a vivere è un’illusione di totalità, ma l’illusione tradisce sempre il desiderio da cui deriva. Di spezzare con il desiderio il potere dell’alienazione sociale. Si brucia una vetrina per ratificare, anche se inconsciamente, l’esclusione dal paradiso terrestre e godere dei frutti del peccato lasciando ai moralisti di decidere della sua utilità politica. Abbiamo chiamato nichilisti coloro che vogliono abolire le gerarchie di valori, come dobbiamo chiamare quelli che ci vogliono imporre le loro? Ieri il senso della natura dava alla cultura degli uomini e alla vita corrente la loro unità di senso. Oggi tutto questo è sostituito con una grande recita in cui i miti e i valori dei poteri costituiti hanno preso il posto che fu della storia, intervenendo con lo strumento delle comunicazioni di massa a creare degli insiemi spettacolari coerenti. Questi insiemi all’inizio del diciannovesimo secolo servivano più che altro a conciliare e dissolvere l’eredità dell’Illuminismo nel movimento generale dell’economia che la borghesia nascente esprimeva attraverso la sua filosofia della vita: il capitalismo. Lo scopo a posteriori appare chiaro a tutti, allora le avanguardie del comunismo che lo denunciarono furono derise: distruggere la solidarietà tra gli uomini che questi avevano ereditato dalla natura. Un atteggiamento che oggi spiega il modo di trattare l’ambiente, proteggerlo, perché il suo destino preoccupa, ma come si fa con gli animali nei giardini zoologici o con le specie arboree nei parchi con la complicità interessata di certe élite. Come l’università delle scienze gastronomiche di Pollenzo, questa San Patrignano del culatello! Quello che conta è che tutti s’illudano sulla libertà di credere, di pensare e di fare. Che nessuno metta in dubbio il primato del frammento sul tutto, della parte sull’insieme, dunque della menzogna sul vero di cui un tempo era la parte. Un’illusione costosa che ha coinvolto anche la poesia, la letteratura e l’arte, pagate per scagliarsi contro una tradizione che non esiste più, una morale che non serve più a nessuno, dei tabu che forse farebbero meno danno se restassero. Che dire? Le parodie culturali di quella che un tempo era la Bella Totalità non fanno più ridere nessuno. Rivendicare l’intolleranza della storia sociale è un modo per dire che è divenuto intollerabile veder precipitare la cultura materiale nella miseria dei ghetti televisivi. Che non si possono più difendere le merci superflue delle élite spacciate per prodotti di qualità, che è venuto il momento di diffidare di coloro che si sono dati il compito di mutare in piacere della nostalgia la sorda inquietudine delle cose lasciate incompiute. Il sistema mercantile è una macchina che digerisce tutto, soprattutto quando è oliata con le idee dei suoi avversari quando questi vaneggiano di una contro-cultura del gusto e degli stili di vita. Digerisce tutto, ma non il materialismo che lo infastidisce con le sue diagnosi critiche della vita corrente e con le sue puntualizzazioni sugli esiti catastrofici dei conflitti tra reale e rappresentazione. Conflitti in cui ritroviamo la formazione dei deliri che la cultura non sa più cavalcare. La cultura materiale L’espressione di cultura materiale è per i domesticati tanto evidente nel suo significato astratto quando imprecisa e ambigua in quello concreto o per causa. La si è usata in numerose discipline come se fosse un segnalibro. Sia per classificare gli oggetti anonimi delle civiltà preistoriche che per indicare gli animali studiati da Darwin. Per definire i manufatti materiali di una civiltà, come per indicare il naturalismo di Émile Zola. Durkheim, usando una definizione marxiana, la intende come una sovrastruttura. Gli archivisti del colonialismo europeo come la sezione dedicata alle collezioni antropologiche. Da qualche anno a questa parte compare spesso anche negli studi di housing per pensionati, serve a convincerli che la socialità si sviluppa anche a partire dalla condivisione materiale di beni e servizi al limite della miseria. In ogni modo è con la rivoluzione bolscevica che questa espressione divenne popolare e si politicizzò, tanto che in una prospettiva metodologica fu da molti considerata come ciò che definiva gli aspetti materiali del comunismo. Nel 1919 su decreto di Lenin fu inaugurata l’ Akademija istorii material’noj kul’tury . Non ebbe il successo che si meritava, in compenso fece il suo ingresso ufficiale nei libri di storia moderna e di antropologia. Per il gruppo di Annales , già innamorati della cronaca sociale, era la disciplina che avrebbe restituito la voce ai «muti della Storia» coniugandosi con l’antropologia culturale dove già l’aveva parcheggiata, come una voce secondaria, Marcel Mauss. Di contro, André Leroi-Gourhan, la mise al centro dei suoi studi e soprattutto delle sue preoccupazioni cucinarie, «visto che l’arte culinaria sfugge alla caratteristica di tutte le altre arti, cioè alla possibilità figurativa, non affiora al livello di simboli». Evidentemente in tutta la vita non s’imbatté mai in una giovinetta che mangiava un cono di gelato. In Italia solo di recente è divenuta un capitolo della sociologia della cultura, serve agli antropologi del mondo del lavoro rurale per esaltarne gli strumenti, le strutture sociali e gli apparati simbolici che definiscono l’identità dei localismi. Oggi l’espressione di cultura materiale esprime la tridimensionalità della cultura e, fuori dai circuiti accademici, è confusa con la cultura popolare, il folklore e l’archeologia minore. Poi, con i cultural studies , il primato della mano sul pensato, le tecniche del corpo, si è di nuovo imbarbarita a teoria degli oggetti. A utensile che tiene separato in una vantaggiosa dicotomia spirituale l’unità critica di teoria e praxis e più in là, ogni giudizio sul divenire merce degli oggetti manifatturieri dal punto di vista della loro inutilità culturale e nocività morale. Le attività della vita corrente sono per lo più ignorate dalla storia. L’espressione di «vita privata» ha fatto il suo tempo e le sue cronache sono state soprattutto declinate al femminile. Pochi sono gli studi sul vissuto sociale o su quello materiale, si preferisce una storia di oggetti. Lo storico della cultura rurale, Jean-Marie Pesez coniò alla fine del secolo scorso una definizione di cultura materiale che ancora non ha perso nulla della sua algida eleganza: L’histoire de la culture matérielle n’à pas d’autre objet que la condition humaine . Per l’archeologia questa cultura rappresentava il racconto di cinque modelli: natura, uomo, tecnica, oggetti, consumi. Poi, con il tempo, la narrazione si è arricchita con i concetti di quadri, maniere e stili. Nella cultura materiale sono oggi confluiti, citando alla rinfusa – grazie alla storia sociale – la morte, l’alimentazione, la moda, i rapporti di potere, le forme di giustizia, i charivari , le superstizioni e la cartografia delle pestilenze, fino arrivare alla paleo-parassitologia. In altri termini è un modo per riconoscere agli oggetti il potere di incarnare il religioso, lo spirituale, il sapienziale e di esprimere il sistema di norme e di valori che sono la sorgente delle pratiche e delle rappresentazioni dei membri di una società. A nord-est di tutto questo c’è un modo di definire la cultura materiale che brilla nella sua ovvietà radicale nonostante i numerosi tentativi di occultarlo: è considerarla una forma critica di cultura materialista. Una cultura che pone la materia all’origine dei poteri endogeni della coscienza senza negoziare deroghe, là dove le passioni incontrano i deliri e i furori o, più semplicemente, la cultura materiale è quella cultura che considera lo spirito e le sue rappresentazioni mondane, a cominciare dall’anima, un’infezione della materia. Gli argomentisti e i sociologi contrappongono spesso la cultura materiale a quella non-materiale – o, immateriale – definendo la prima una cultura delle cose, dei manufatti e delle merci e la seconda una cultura dei significati, dei valori, delle cerimonie e dei linguaggi. Questa contrapposizione serve a esaltare i residui antropologici degli antichi folclori banalizzati dall’imperialismo e a celare il fatto che i valori immateriali come le merci hanno un senso solo se hanno un significato noto e riconosciuto. Il senso di un frigorifero è estraneo a chi abita la foresta amazzonica esattamente com’è un ossimoro il concetto di cultura immateriale. La distinzione serve a inserire nei truismi che infestano la modernità la nozione di obsolescenza intesa come un carattere intrinseco della forma di merce estensibile a tutto ciò che la riguarda, lavoro dell’uomo compreso. In realtà all’origine questa nozione misurava la perdita di valore dell’utilità dovuta all’accumulazione dei saperi e dell’esperienza, non la loro degradazione. Le forme immateriali della cultura sono divenute un patrimonio dell’umanità da quando la società mercantile-spettacolare le accumula intorno a sé. Facendolo si verifica un effetto paradosso, si svilisce la loro mediazione simbolica, vale a dire la mediazione di quel contenuto espressivo che attraverso il linguaggio si configura come una rappresentazione materiale della realtà. Di più, queste forme immateriali, siano esse rappresentazioni religiose, scientifiche, filosofiche, politiche, artistiche o semplicemente del comportamento, sono assunte dallo spettacolo nella forma di spettacoli tra di loro concorrenti destinati a dare un’illusione di libertà di giudizio. Le rappresentazioni materiali della realtà sono state per millenni i modi attraverso i quali l’essere senziente è divenuto cosciente di sé, per mezzo delle quali ha mediato il rapporto con l’Altro da sé, l’ambiente e gli avvenimenti. In questo modo i processi di mediazione simbolica si ponevano come il contrario del determinismo biologico che guida la vita animale. Su questo crinale la forma dello spettacolo integrato è la realizzazione con i mezzi mediali di massa di quel determinismo immateriale che ha costretto la mediazione simbolica a mutarsi in mediazione ideologica, infettando la gnosi. In questo senso l’obiettivo della cultura materiale è quello di riannodare una dipendenza causale fondamentale, quella tra vita sociale e coscienza dell’esserci, perché una volta perse le catene l’essere sociale tornerà a determinare la coscienza sociale, altrimenti detto comunismo o comunità dell’essere. La vulnerabilità è l’aspetto soggettivo più evidente dell’ infantilizzazione prodotta dall’idealismo, l’uomo che non cresce perché costretto a regredire è messo nella condizione di essere ferito dalla vita corrente. Lo si vede con chiarezza nell’arte moderna. La sua radice infantile la fa convergere verso espressioni psicopatologiche fondate sul disagio sociale e sulle patologie dell’Io, a cominciare dal narcisismo che invano i manuali diagnostici han cercato di far sparire. Un tempo il sogno di un mondo alla rovescia era il mito di un’utopia salvifica, il «rovescio» del mondo è il suo inferno. La cultura era stata descritta dalla psico-analisi come una manifestazione dell’eros, la condensazione sociale di una pulsione libidica, che cosa resta di essa se lo spettacolo la estetizza? Se la pubblicità la trasforma in una merce che condiziona le scelte? Il suo legame con l’eros la fece diventare un processo vitale, una Ananké , quello con le merci la metamorfizza in un disagio della civiltà. Per la forma di spettacolo è vitale il controllo dell’incessante interazione delle relazioni libidinali, infatti un’immaturità dell’eros produce un’immaturità culturale e viceversa, facile da gestire, ancora più facile da sfruttare. Questa immaturità storicizzata, poi, si può trasmettere nello spazio e nel tempo storico. L’infantilizzazione può essere trattata come se fosse un fattore biologico, al pari di quella che un tempo era la maturazione. Come questa agisce sulle forme culturali e sui loro processi di mediazione sociale. Quando agisce ha i caratteri di una pulsione innata che solo la cultura materiale può smascherare. L’Ananké è stata fino a ieri condizionata dall’ambiente in cui il soggetto si trovava, oggi ha una forma economica immateriale attraverso la quale s’intreccia con le forme specificatamente culturali, obbliga a introiettare le forme dell’aggressività, e crea una pericolosa equivalenza tra nevrosi e forme di sviluppo della socialità. In altri termini è una mania, cioè, un pilastro dell’irrazionalità.












