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  • guerre

    Dossier Guerra e Capitale / Introduzione 2 Thomas Berra Come di annuncia Si annuncia con dei clamori con dei clamori incessanti o brevi con dei clamori decifrabili o enigmatici con delle esplosioni di ottoni percossi violentemente con dei sibili di fischietti con dei rombi di motori con delle raffiche di risate con dei latrati di cani con dei battiti di remi contro l’acqua di un lago col brusco silenzio degli uccelli con degli schiaffi con delle circolari con degli squilli di trombe con una chiamata telefonica in the next appartment con barriti di elefanti con una antica canzone udita in una riunione di famiglia con un vago gesto della mano con una folla che tace con una bandiera che cade con una lettera perduta con un tono di voce appena cambiato con un curioso sentimento d’ingiustizia con una crisicon una partenza mancata per poco con delle tracce mal cancellate col solo gusto di farlo con dei manifesti affissi su tutti i muri di un paese con delle notevoli oscillazioni in Borsa con dei pugni sulla faccia con dei mercantili che appaiono all’orizzonte con dei sentieri apparsi in una fitta foresta con un via-vai di grossi camion scoperti con un notevole abuso di alcol con una freccia lanciata in una certa maniera in un certo luogo contro un certo albero a una certa altezza del tronco con del fumo che si alza sopra una collina con diversi passaggi rasoterra di un monomotore grigio con degli improvvisi abbandoni di prosperi commerci con degli stupri ripetuti di ragazze giovanissime nei parchi con dei pacchi esplosivi indirizzati a gente qualsiasi con delle sirene di fabbriche alle 10 di sera con la requisizione di tutte le prostitute con un’ondata di partenze riuscite con la costruzione di centinaia di baracche in uno stesso luogo di campagna con un'ondata di suicidi riusciti e non riportati dai media con qualcosa che ci si tira dietro chiaramente come un marchio della storia con una maniera improvvisa che ha la gente di mettersi a cantare insieme in pubblico con una tragica penuria di acqua potabilecon la sparizione di tutti i gatti randagi con un colpo di fulmine a ciel sereno con altre cose con una quantità di altre cose ancora con un’enorme quantità di altre cose non importa quali ma che non si riusciranno mai a prevedere come per esempio: delle porte sfondate a calci della gente buttata giù per le scale degli assembramenti di uomini e donne nudi davanti a delle mitragliatrici dei soldati che guardano degli impiccati dei soldati chini su un letto delle gambe attaccate a dei rami dei corpi decapitati deposti sui dei lavatoi delle ombre accasciate su una zattera che discende un fiume dei profili individuati l’interdizione di parlare una lingua particolare un partito unico un sindacato unico delle frontiere invalicabili migliaia di carnai dei parcheggi di auto esplosive milioni di disoccupati degli scrittori imprigionati a vita dei musicisti imprigionati a vita di un sacco di gente imprigionata a vita dei falsi malati mentali: scrittori, musicisti, pittori, cineasti, attori, ricercatori, metallurgici, dottori, giornalisti, falegnami, impiegati, architetti, professori, tipografi, maestri, editori tutti falsi malati mentali delle interruzioni d’acqua, di gas e di elettricità nei quartieri che vengono restaurati per ordine di quei fetenti dei costruttori la tortura istituzionalizzata in tutti i paesi delle infiltrazioni dappertutto e di ogni genere di un numero sempre maggiore di stronzi con dei cani poliziotto a domicilio il balbettio generalizzato dei padiglioni di tiro a segno obbligatorio per tutti della musica dolce continua in tutti i palazzi oltre che in tutti i grandi magazzini un’impressionantissimo spessore di merda dappertutto dei barboni picchiati a morte un’invasione di piccole case individuali tutte minate un fortissimo odore di morte e tante altre cose una quantità di altre cose ancora. Jean-Jacques Viton (Marsiglia, 1933 – Marsiglia, 2021). Poeta francese. Fondatore di numerose riviste culturali, tra le quali spicca «Banana Split», amministratore del Théâtre Quotidien di Marsiglia, fu un adepto del movimento e del ritmo esplorando in modo anarchico il testo, strutturandolo e destrutturandolo.

  • konnektor

    Perù, lotta di classe, violenza e frammentazione politica Paul Hertz Le classi dominanti latinoamericane stanno optando, con il sostegno dell’estrema destra di Donald Trump, in favore non solo della deregolamentazione economica e della dura mercatizzazione della riproduzione sociale secondo il modello neoliberista più aggressivo, ma anche della deregolamentazione delle loro forme di Stato attraverso la decostituzionalizzazione dei sistemi politici. La frammentazione e l’occupazione dell’apparato statale da parte di interessi privati predatori, la gestione caotica dell’attività pubblica generano un contesto di azione politica in cui i soggetti di sinistra e i settori e i movimenti popolari trovano estremamente difficile intervenire in modo efficace e coerente da un punto di vista di classe, mentre i soggetti e gli attori ascritti alle classi dominanti si trovano in una posizione eccellente per accrescere i propri profitti. Si instaura così una situazione di violenza strutturale in tutti gli ambiti della riproduzione sociale e di dominio e sfruttamento sistematici del bene comune, del pubblico e delle condizioni di vita sociale e politica delle classi lavoratrici e popolari. Tutto ciò emerge evidente anche dalle vicende legate alle recenti elezioni in Perù, paese-laboratorio che sembra non tanto un’eccezione ma piuttosto un’anticipazione di quanto potrebbe avvenire ovunque. Non sarebbe esagerato descrivere il primo turno delle elezioni presidenziali in Perù, tenutosi lo scorso 12 aprile, come una contesa di impopolarità. In una sfida serrata in cui erano in lizza trentacinque candidati, ventitré hanno ottenuto meno dell’1% dei voti e solo cinque hanno superato il 10%. L’astensionismo ha raggiunto il 26%, una cifra non sorprendente, ma comunque elevata per un paese in cui il voto è obbligatorio. Keiko Fujimori, figlia dell’autoritario ex presidente Alberto Fujimori, si è classificata al primo posto con il 17% dei voti, ma ci è voluto più di un mese per determinare chi l’avrebbe affrontata al ballottaggio del prossimo 7 giugno. Alla fine, sul filo del rasoio, un margine di appena 21.209 voti ha separato i candidati al secondo e terzo posto: Roberto Sánchez, della coalizione di sinistra Juntos por el Perú, ha ottenuto il 12% dei voti, superando Rafael López Aliaga, l’ex sindaco di estrema destra di Lima, che ne ha raccolti l’11,9%. Un decimo di punto percentuale è stato tutto ciò che ha salvato il Perù dal cupo scenario di un ballottaggio tra due versioni della destra autoritaria. Allo stato attuale, le elezioni di giugno rappresentano una contesa tra l’erede di Fujimori e una sinistra che cerca di riunire l’opposizione contro quella eredità. I sondaggi davano Fujimori (39%) in vantaggio su Sánchez (35%), ma con il 14% degli elettori che aveva dichiarato di votare scheda bianca e un altro 12% di indecisi, la corsa elettorale potrebbe ancora risolversi in favore di uno o dell’altro dei due candidati. I risultati del primo turno hanno in una certa misura rispecchiato le divisioni regionali che nel 2021 hanno caratterizzato la contesa tra Fujimori e Pedro Castillo. In quelle elezioni, Castillo si impose in gran parte dell’entroterra, mentre Fujimori vinse sulla costa. Il margine di vittoria di Castillo fu inferiore a 45.000 voti e la sua presidenza fu praticamente paralizzata fin dall’inizio a causa della resistenza del Congresso, che lo ha destituito alla fine del 2022 dopo il suo tentativo di sciogliere il parlamento per uscire dall’impasse. Sostituito dalla sua vice, Dina Boluarte, Castillo è stato incarcerato nel 2025 ed è ancora in prigione. Nelle attuali elezioni, Fujimori ha nuovamente fatto meglio nelle zone costiere, da Tumbes e Piura a Ica, mentre Sánchez si è imposto comodamente nei dipartimenti dell’altopiano: Huancavelica, Ayacucho, Apurímac, Cusco e Puno. Queste sono zone in genere più povere e con una maggiore presenza indigena; qui Fujimori ha ottenuto i suoi risultati peggiori, con percentuali di voto a cifra singola. A parte due anomalie regionali – il candidato che si è classificato al quarto posto, Jorge Nieto, ha vinto nel suo dipartimento natale di Arequipa e Ricardo Belmont, ex sindaco di Lima, ha vinto a Tacna – la grande eccezione al modello geografico binario è stata Lima, dove López Aliaga si è classificato al primo posto dopo aver ottenuto il 19,9% dei voti. Il dipartimento di Lima, che ospita circa un terzo dell’elettorato del Paese e comprende la capitale, è storicamente schierato a destra e sarà sicuramente un importante bastione elettorale per Fujimori al secondo turno, che al primo turno si è avvicinata molto a López Aliaga, ottenendo il 17,9% dei voti, mentre Sánchez si è classificato al nono posto ottenendo un misero 3,3%. Gran parte del dramma delle settimane successive al primo turno ha ruotato attorno alla reazione di López Aliaga ai risultati. Mentre lo scrutinio all’inizio gli era favorevole, non appena Sánchez lo ha superato nel conteggio, López Aliaga e i suoi sostenitori hanno gridato alla frode e hanno cercato di far annullare i risultati. Si sono concentrati in particolare sui risultati delle zone rurali, negandone la validità in una dimostrazione a malapena velata di disprezzo di classe e razzismo. Hanno offerto ricompense in denaro a chiunque denunciasse irregolarità elettorali (il che, ovviamente, costituiva di per sé una violazione della legge elettorale). Il 2 aprile, dieci giorni prima del primo turno, López Aliaga ha rivolto una velata minaccia di morte a Piero Corvetto, a capo dell’autorità elettorale peruviana (Onpe); il giorno dopo le elezioni ha minacciato pubblicamente di sodomizzare Roberto Burneo, presidente della Commissione elettorale nazionale. L’estrema destra ha continuato i suoi attacchi al vetriolo contro le autorità elettorali sui media mentre iniziava lo spoglio dei voti; Corvetto ha infine rassegnato le dimissioni il 21 aprile. Un mese dopo lo svolgimento delle elezioni, i sostenitori di López Aliaga hanno minacciato una rivolta se i risultati non fossero stati annullati, mentre lui stesso ha dichiarato che si stava verificando un «colpo di Stato elettorale». Tuttavia, quando il 14 maggio sono stati annunciati i risultati definitivi, il partito di López Aliaga ha di fatto capitolato, pur continuando a denunciare il gioco sporco, ma sostenendo di aver «esaurito tutti i ricorsi». Giunto così vicino al passaggio al ballottaggio, López Aliaga avrebbe potuto chiedere un prezzo elevato per agire da artefice dell’ascesa di Fujimori alla presidenza del Paese. Conosciuto popolarmente come «Porky» per i suoi tratti suini, López Aliaga (nato nel 1961) è entrato in politica negli anni 2000, dopo aver accumulato una fortuna nel settore bancario e alberghiero. Incarna una figura tipica, in un certo senso, della nuova destra latinoamericana, e ha cavalcato l’onda della falsa indignazione cristiano-conservatrice e del sentimento anti-sinistra e contro l’«ideologia di genere» per conquistare la carica di sindaco di Lima nel 2023 alla guida di Renovación Popular, un nuovo partito fondato nel 2020. Ma sotto altri aspetti, come ha sottolineato la storica peruviana Cecilia Méndez, López Aliaga rappresenta le forze più vecchie della destra, richiamandosi a una profonda tradizione elitaria in cui il potere arbitrario e la violenza – compresa quella sessuale – vengono impiegati senza remore in difesa di privilegi consolidati. Va tuttavia sottolineato che l’11,9% dei voti ottenuti da López Aliaga ha rappresentato solo un miglioramento minimo rispetto all’11,8% raccolto nel 2021, quando si classificò sempre terzo e difficilmente può essere considerato un segnale inequivocabile dell’inesorabile avanzata dell’estrema destra. Inoltre la base di sostegno di López Aliaga fuori Lima è insignificante e Fujimori potrebbe calcolare che i sostenitori di «Porky» saranno in ogni caso più che disposti a sostenerla di fronte a un candidato di sinistra. Il successo di Sánchez è stato forse la sorpresa più grande del primo turno: il suo risultato finale ha più che raddoppiato il 4-6% previsto dai sondaggi. Nato nel 1969 a Huaral, una città costiera situata a 75 chilometri a nord di Lima, Sánchez si è formato come psicologo sociale prima di entrare in politica come membro dell’ormai defunto Partito Umanista Peruviano, uno dei quattro partiti che si erano uniti per formare la coalizione Juntos por el Perú nel 2017. Presidente della coalizione da allora, Sánchez è stato eletto deputato nel 2021 e successivamente nominato ministro del Commercio e del Turismo nel governo di breve durata di Pedro Castillo, prima di dimettersi in seguito al fallito tentativo del presidente di sciogliere il Congresso nel 2022. Il programma di Sánchez sostiene una «rifondazione del Paese» basata su un «nuovo contratto sociale e uno Stato plurinazionale, che riconosca il vero volto del Perù». Oltre a sostenere la necessità di una nuova Costituzione, Juntos por el Perú ha proposto altre misure in grado di attrarre gli elettori dell’entroterra: decentramento del potere dalla capitale verso i governi dipartimentali; revisione dei contratti minerari al fine di garantire maggiori entrate ai luoghi vicino agli impianti minerari; e iniziative per riequilibrare l’agricoltura del paese, riducendo la dipendenza dalle esportazioni. Altre politiche potenzialmente popolari includevano vari impegni per contrastare il flagello delle università private a scopo di lucro e ampliare l’accesso all’istruzione superiore, così come l’abrogazione di diverse leggi approvate dal Congresso a partire dal 2023, che rendono più difficile perseguire la criminalità organizzata. Durante la campagna elettorale Sánchez ha sottolineato il suo legame con Castillo, sfoggiando lo stesso cappello bianco a tesa larga e promettendo di ottenere la scarcerazione del presidente destituito. Ha tentato così di raggiungere quegli elettori che nel 2021, diffidenti nei confronti di tutti i partiti tradizionali, si erano rivolti al partito di Castillo, il piccolo e marginale Perú Libre, piuttosto che a Juntos por el Perú. Sánchez non ha lo status dell’outsider come Castillo, e non è stato in grado di replicare il risultato di quest’ultimo nel 2021. Ma ha superato l’8% ottenuto dalla precedente candidata di Juntos por el Perú, Verónika Mendoza, suggerendo che, almeno negli altipiani dell’interno, è stato in grado di attrarre alcuni degli elettori di Castillo. L’ex presidente continua a essere popolare nonostante il sostegno a Perú Libre, si sia quasi completamente dissolto, in gran parte a causa dell’incompetenza e del comportamento sfacciatamente opportunista del partito, sia prima che dopo la destituzione di Castillo. In queste elezioni, il candidato di Perú Libre era il veterano leader del partito, Vladimir Cerrón, che dal 2023 era in fuga dalle autorità peruviane con l’accusa di corruzione; ha ottenuto appena 100.000 voti in tutto il Paese (0,6%). Fujimori, dal canto suo, ha ottenuto un risultato leggermente migliore rispetto al 2021, aumentando i propri consensi al primo turno, passati dal 13 al 17%. Ma data la frammentazione del panorama elettorale, avrebbe potuto sperare di sottrarre più voti ai suoi avversari, e il risultato, insieme alla sua marcata distribuzione regionale, suggerisce che il suo appeal al di fuori di un nucleo duro di fujimoristi rimane relativamente limitato. Ha assecondato questo elettorato, facendo eco all’approccio di suo padre in materia di sicurezza, promettendo di condurre una «guerra frontale» al crimine. Ma al di là di questo, la sua speranza è che l’ostilità verso la sinistra e la memoria corta – un quarto dell’elettorato ha meno di 30 anni, troppo giovane per ricordare il mandato decennale di suo padre (1990-2000) – siano sufficienti ad assicurarle la presidenza al suo quarto tentativo. In una certa misura, nel ballottaggio del 7 giugno è in questione quale avversione sia più forte, il sentimento anti-Fujimori o quello anti-Castillo. Entrambe sono forti: i sondaggi di fine aprile mostravano che il 48% degli intervistati «decisamente non» avrebbe votato per Fujimori, mentre il 43% si opponeva a Sánchez. Tuttavia, il panorama politico in Perù è più confuso e frammentato di quanto implichi tale polarizzazione. La lunga lista di candidati presidenziali al primo turno è solo il sintomo di una crisi politica più profonda e duratura. Il suo segnale più visibile è stata la destituzione in serie dei presidenti: dal 2018 quattro sono stati destituiti per impeachment o da una mozione di censura e due si sono dimessi di fronte alla minaccia imminente che potesse accadere loro lo stesso. Un altro sintomo correlato è stata l’abissale impopolarità sia di questi presidenti effimeri sia del Congresso che li ha destituiti e insediati come se fossero mobili da ufficio di seconda mano. Per gran parte del suo mandato, Boluarte, che ha assunto la presidenza dopo la destituzione di Castillo nel dicembre 2022, è stata il capo di Stato meno popolare al mondo; alla fine – ha resistito fino ad Ottobre 2025 prima di subire un impeachment – i suoi indici di popolarità nei sondaggi si attestavano su percentuali a una sola cifra. Chiunque vincerà il 7 giugno sarà il nono presidente del Perù nell’arco di un decennio e si assumerà la responsabilità di un esecutivo che è stato costantemente svuotato di autorità e potere Il primo turno delle elezioni presidenziali ha coinciso con le elezioni per la Camera dei deputati e per un nuovo Senato. Il ritorno al bicameralismo è stato il risultato della riforma costituzionale approvata dal Congresso peruviano nel 2024, che ha istituito un Senato per la prima volta da quando Alberto Fujimori ha riscritto la Costituzione per abolirlo nel 1993. In teoria, si potrebbe immaginare che un aumento del numero di cariche elettive comporti un aumento del potere democratico. Ma, significativamente, i peruviani si sono opposti con forza: nel referendum tenutosi nel 2018, il 91% ha votato contro il ritorno al bicameralismo e l’86% a favore del divieto di rielezione dei deputati. Sebbene quest’ultima misura sia stata applicata nel 2021, la riforma del Congresso del 2024 ha annullato entrambi questi verdetti, oltre a consentire agli attuali deputati di essere eletti al nuovo Senato. Più che un riequilibrio costituzionale, il ritorno al bicameralismo è ampiamente considerato come una manovra dell’attuale classe politica per ampliare le proprie opportunità di corruzione. La sconcertante proliferazione di candidature e la commistione di sistemi elettorali – i 130 deputati della Camera sono eletti in circoscrizioni regionali plurinominali col metodo proporzionale; metà dei 60 senatori viene eletta attraverso una lista nazionale con metodo proporzionale e l’altra metà in circoscrizioni regionali, sempre con metodo proporzionale – hanno portato a una scheda elettorale lunga mezzo metro. I calcoli sono complessi, ma i risultati sia per la nuova Camera dei deputati che per il Senato sembrano riflettere in larga misura l’andamento del voto presidenziale. I grandi vincitori, tenendo conto che non si tratta di risultati assolutamente definitivi, sono stati, secondo i dati pubblicati da Caretas lo scorso 18 maggio, Juntos por el Perú, che ha ottenuto 31 deputati, aumentando di 26 seggi la propria rappresentanza rispetto alle elezioni del 2021, e Fuerza Popular, che si è aggiudicato 39 deputati, aumentando di 15 la propria rappresentanza. Il vero perdente è stato Perú Libre, che è passato dall’essere il partito più votato nel 2021, con 37 deputati, a rimanere totalmente fuori gioco e fuori dal Congresso in queste elezioni. Nessun partito si avvicina alla maggioranza in nessuna delle due camere ed è probabile che l’eventuale vincitore della presidenziali debba avviare costanti negoziazioni per attuare qualcosa che assomigli a un programma politico. Un fattore cruciale nell’opacità della politica peruviana per gli osservatori esterni è che le etichette dei partiti tendono ad avere, nel migliore dei casi, un significato provvisorio. I politici con una lunga carriera alle spalle sotto le bandiere di un’unica organizzazione politica sono la grande eccezione, mentre una specie molto più comune è quella dei «transfughi», che cambiano affiliazione ad ogni ciclo elettorale. Sono sempre più comuni anche i debuttanti assoluti: secondo quanto affermato da Steven Levitsky e Mauricio Zavaleta nel loro libro Perché non ci sono partiti politici in Perù? (2026), oltre il 90% dei deputati eletti nel 2021 occupava un seggio al Congresso per la prima volta e l’80% non aveva alcuna esperienza precedente in cariche elettive. Non è difficile constatare come queste tendenze siano suscettibili di andare di pari passo con l’ascesa dell’opportunismo e della ricerca di benefici a breve termine, il che, ovviamente, alimenta il disincanto nei confronti dei partiti esistenti e porta gli elettori a optare per una nuova ondata di candidati outsider, che a loro volta deludono gli elettori, generando inevitabilmente un nuovo ciclo di frammentazione. Queste dinamiche fanno parte di un processo a più lungo termine definito «svuotamento democratico» dai politologi Rodrigo Barrenechea e Alberto Vergara. i quali sostengono che mentre in molti paesi l’eccessiva concentrazione di potere spiana la strada all’autoritarismo, in Perù è la diluizione del potere a provocare tale effetto. Questo processo si è verificato attraverso due processi interconnessi. In primo luogo, lo spostamento del potere decisionale dall’esecutivo al legislativo. Questo spostamento si è accentuato negli ultimi anni, ma, come sostiene il politologo Omar Coronel, in realtà è iniziato con la sconfitta di Keiko Fujimori alle elezioni presidenziali del 2016, la quale, in seguito a ciò, avrebbe giurato: «Governeremo dal Congresso». Quello che era iniziato come un mero ostruzionismo parlamentare si è trasformato in un progetto per riformare la Costituzione in modo furtivo, man mano che il partito di Fujimori prendeva l’iniziativa per affermare il potere del Congresso a scapito di quello del governo. L’articolo 113 della Costituzione peruviana consente al Congresso di destituire il presidente in carica per «incapacità morale o fisica permanente». Questa formulazione lascia spazio all’interpretazione e così, nell’ultimo decennio, il Congresso peruviano ha trasformato questa disposizione in un abisso in cui i presidenti possono essere gettati a piacimento. Allo stesso tempo il Perù ha vissuto il crollo del proprio sistema partitico a tal punto che, da tempo, il sistema peruviano viene definito una «democrazia senza partiti». Questa secondo processo risale agli anni ‘80, quando si verificò la doppia emergenza di una vertiginosa crisi economica e del conflitto tra le forze armate e la guerriglia di Sendero Luminoso. Se i partiti di sinistra furono in gran parte smantellati dalla profondissima crisi di sussistenza e dalla virulenta controrivoluzione degli anni ‘90, i partiti di destra si sono disintegrati non solo a causa dell’autoritarismo di Alberto Fujimori, ma anche della sua preferenza per strutture ad hoc personalistiche (creava un nuovo partito per ogni elezione alla quale partecipava). In tal senso, come osservano Levitsky e Zavaleta, Fuerza Popular di Keiko Fujimori – creata nel 2010 per unificare diverse organizzazioni fujimoriste praticamente abbandonate ma ancora esistenti sedici anni dopo – è una ironica eccezione al modello generale emerso durante le presidenze di suo padre. Questa prolungata frammentazione non è stata sanata nel XXI secolo. Anzi, si è accelerata con l’emergere di partiti privi di qualsiasi legame organico con gli elettori e tanto meno con i propri iscritti, che si limitano a entrare e uscire dal Congresso in seguito a cambiamenti, spesso minori, registrati nell’umore o nelle preferenze dell’elettorato. Levitsky e Zavaleta la definiscono «lotterizzazione» [qualcosa che funziona come una lotteria], ma è ben lungi dall’essere un fenomeno casuale: una volta che l’affiliazione di massa e il solido lavoro di organizzazione sono fuori gioco, il fattore che permette di vincere le elezioni sono le risorse, sia sotto forma di proprietà dei media sia di denaro contante per pagare campagne di pubbliche relazioni e acquistare spazi televisivi. Anche le fonti di finanziamento illecite sono chiaramente parte integrante del quadro, con la criminalità organizzata, le università private a scopo di lucro e gli interessi informali nel settore minerario e del disboscamento che cercano di infiltrarsi nella sfera politica. Queste caratteristiche non sono affatto, ovviamente, esclusive del Perù: caratterizzano in modo pervasivo i sistemi politici democratici di gran parte del mondo. Come ha sostenuto Peter Mair più di un decennio fa in Ruling the Void (2013), il declino della partecipazione politica e dell’identificazione con i partiti sono andati di pari passo con una crescente separazione delle élite politiche dall’elettorato. Da questa prospettiva, il Perù sembra non un’anomalia ma un’anticipazione di ciò che ci aspetta. Nel frattempo, ci vorrà molto più di una vittoria di Sánchez il 7 giugno perché il Perù esca da questa spirale di frammentazione e disillusione. Ma una pausa nel sistema business-as-usual orchestrato da Fujimori potrebbe almeno fornire una tregua in cui iniziare a immaginare vie d’uscita da questa palude. ● Testi consigliati Tony Wood, México en estado de cambio, «Diario Red»/«New Left Review» 147, e ¿América Latina domesticada?, «NLR» 58 Ernesto Teuma, Una nueva izquierda en Cuba, «Diario Red»/«New Left Review 150 Rob Lucas, «¿Cuba a punto de ser estrangulada?», «Diario Red» 14/02/26 André Singer, Lulismo 3.0: un diagnóstico a mitad de mandato, «Diario Red»/«New Left Review 150, Rebelión en Brasil», «NLR» 85, e El regreso de Lula, «NLR» 139 Jeremy Adelman e Pablo Pryluka «América Latina: la siguiente transición», «Diario Red»/«New Left Review 149 Gabriel Hetland, Trump comete múltiples asesinatos en el Caribe y el Pacífico, «Diario Red» 29/10/25 Juan Carlos Monedero, Francotiradores en la cocina, «NLR» 120 Julia Buxton, Venezuela después de Chávez, «NLR» 99 Forrest Hylton e Aaron Tauss, Colombia en la encrucijada, «NLR» 137 Mauricio Velásquez, La batalla de Bogotá, «NLR» 91 Camila Vergara, La Constitución de Chile, «NLR» 135 Rafael Correa, La vía del Ecuador, «NLR» 77 Maria Stella Svampa, El final del kirchnerismo, «NLR» 53 Tony Wood vive a New York e si occupa di Russia ed America Latina. Membro del comitato editoriale della «New Left Review», è l’autore di Chechnya: The Case for Independence, suoi articoli sono apparsi su «The London Review of Books», «The Guardian», «n+1» e «The Nation». ● Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista pubblicata a Madrid dall’Instituto República & Democracia di Podemos e da Traficantes de Sueños. ● Traduzione di Mauro Trotta

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    Figli delle stelle

  • guerre

    Presentazione Dossier Guerra e Capitale Thomas Berra Viviamo in tempi di guerra. Le guerre fra Stati si sono moltiplicate per quattro negli ultimi due anni. Si contano sessantacinque conflitti nel mondo. L’invasione dell'Ucraina da parte della Russia nel 2022 e le guerre coloniali sferrate da Israele e gli Stati Uniti a Gaza, in Libano e in Iran coinvolgono di fatto l’Europa. Guerre ce ne sono state continuamente dopo la fine della seconda guerra mondiale, ma mai di tale frequenza, intensità e brutalità. È salito esponenzialmente il numero delle vittime, in particolare di civili. È in corso a Gaza un genocidio dei palestinesi da parte di Israele, in Sudan si moltiplicano i massacri di civili e le violenze sulle donne. L’Intelligenza artificiale è stata integrata nella condotta della guerra: Gaza è forse il primo esempio di una guerra fatta con gli algoritmi. Quel che stiamo vivendo è un cambio di fase storica. Al neoliberalismo trionfante nei paesi capitalisti e alla globalizzazione in atto negli ultimi decenni si sta sostituendo una realtà più complessa. L’affermazione della Cina come potenza competitrice e la nascita del raggruppamento delle economie mondiali emergenti nel BRICS, che puntano a un nuovo ordine multipolare, hanno fragilizzato il dominio mondiale degli Stati Uniti. Nei paesi cosiddetti occidentali e in primo luogo negli USA, sotto la spinta della globalizzazione si è accelerata vertiginosamente la concentrazione del capitale tecnologico e finanziario nelle mani di pochi individui e di poche Holding. I sistemi politici parlamentari non funzionano più da mediazione fra lavoro e capitale e il capitale ha preso direttamente le redini del potere. La presidenza Trump e la partecipazione diretta al potere delle imprese tecnologiche della Silicon Valley e della Big Tech ne sono il più nudo esempio. In conseguenza le democrazie occidentali hanno imboccato una svolta autoritaria, tesa a controllare e reprimere i flussi migratori, causati dalla fame e dalle guerre, e i movimenti sociali interni a ogni paese. La situazione dell’Italia in questo contesto è stata analizzata nel Dossier Italia apparso su ahida nei mesi scorsi. Per le considerazioni avanzate qui sopra, ci è parso urgente aprire un nuovo Dossier, centrato sulla Guerra. Questo tema sarà affrontato su diversi piani e da diversi punti di vista. L’analisi geopolitica (iniziata col primo articolo apparso https://www.ahidaonline.com/post/guerre-2) cercherà di interpretare la fase storica e il ruolo della guerra in essa, la corsa al riarmo dell’Europa e lo spostamento delle priorità produttive verso l'industria bellica, l’impatto della guerra sull’ecologia e il cambiamento climatico, le sue conseguenze sul mercato e le scelte energetiche, il ruolo essenziale dell’Intelligenza artificiale e della tecnologia nell’organizzazione e la conduzione della guerra. Tuttavia il clima di guerra ha un impatto diretto su molti aspetti della vita sociale e quotidiana e il dossier cercherà di metterli in luce. La guerra a Gaza ha mobilitato in Italia decine di migliaia di persone, soprattutto giovani, su un obiettivo, la difesa della Palestina e la denuncia del genocidio, lontano da rivendicazioni dirette. Ha dato vita a un’esperienza esaltante e nuova di comunicazione sovranazionale come la Flottilla. L’indignazione accesa dalla guerra a Gaza ha fatto da innesco al risveglio di molte iniziative di autoorganizzazione e di lotta nelle scuole e nel mondo del lavoro. Dal lato opposto stanno le misure del governo per criminalizzare ogni dissenso e reprimere così qualsiasi movimento di contestazione. Le scelte del bilancio dello Stato conseguenti al riarmo avranno un effetto negativo diretto sul finanziamento, già insufficiente, dell’educazione, della salute e della protezione delle persone fragili. Non solo nei paesi in guerra le donne pagano il tributo più pesante, subendo violenze sessuali e essendo le prime a piangere la morte dei figli. Il clima di guerra incide anche sui diritti della donna nei paesi non belligeranti, dove i governi tendono a relegare in secondo piano le rivendicazioni contro le disuguaglianze di genere. Infine tutti i settori dell’arte sono toccati, sia attraverso la diminuzione dei finanziamenti, sia con l’estromissione dei soggetti politicamente e socialmente scomodi per i governi. Oltre a articoli provenienti dalla stampa internazionale, contribuiranno al dossier, fra altri: Ferdinando Alliata, Luca Baldissara, Alberto Burgio, Rossana De Simone, Manuela Gandini, Marco Giovenale, Maurizio Lazzarato, Lavinia Marchetti, Paolo de Marchi, Giuseppe Onufrio, Arianna Pasquini, Beppe Zambon C’è chi avanza l’ipotesi che il disordine globale che stiamo vivendo porterà alla crisi del sistema capitalista e può essere l’opportunità per ricomporre le popolazioni in lotte per nuove forme di società, per nuovi ordini politici in un mondo multipolare. L’ottimismo a volte può sorreggere la ragione in bilico. Vedremo.

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    Genealogie del latte: il femminile nella resistenza ecologica Washington D.C., 1° giugno 1958. Manifestazione dei Walkers for Peace davanti alla Casa Bianca contro i test nucleari e la contaminazione da Stronzio-90 nel latte (archivio storico UPI/Associated Press) Un coro rituale di protesta attraversa la scena culturale: sono le note di denuncia del consumo del territorio. «Hanno trasformato il paradiso in un parcheggio»: la voce di Joni Mitchell in Big Yellow Taxi interpreta una coscienza ecologica nascente. Una voce della scena folk nordamericana che pare amplificare il discorso scientifico-divulgativo emerso qualche anno prima, negli Stati Uniti. Sotto quelle note c’era già Silent Spring di Rachel Carson che, nel 1962, mise in crisi la retorica del progresso. Ciò che appariva muto, come certe stanze dopo un addio, si impone nel dibattito pubblico e si fa urlo: pesticidi, contaminazioni, esposizione chimica dei corpi. Il silenzio diventa così narrazione biologica: non metafora. Da quel momento è scomparsa degli uccelli, collasso degli ecosistemi. La natura smette di essere sfondo di un bel dipinto in salotto ma sistema vulnerabile attraversato dalla tecnica. (1) È la crisi ecologica che attraversa ogni forma del vivente e investe le politiche dell’arte come una sberla dritta in faccia. In questo orizzonte si muove l’artista statunitense Helen Mayer Harrison che contribuirà poi, insieme ad altre, a portare la materia viva dentro le pratiche artistiche, trasformandole da spazio contemplativo a pratica ecologica situata. Sono gli anni delle mobilitazioni femminili come Women Strike for Peace, contro la guerra nucleare e in cui il corpo domestico femminile è soggetto politico. Il latte – promessa di nutrimento – è campo di conflitto nella logica della cura. Isotopi radioattivi: sono loro a essere rinvenuti nei denti da latte, a seguito di ricerche scientifiche di fine anni Cinquanta. (2) Test nucleari. Il corpo li registra e li assorbe. Archivio biologico della devastazione ambientale. Scheda di rilevazione del sondaggio sulla dentizione da latte di St. Louis Post-Dispatch Nutrizione e quotidianità come evidenze politiche e di sicurezza pubblica. Qualche anno dopo, nel 1969, l’artista statunitense Mierle Laderman Ukeles scrive il Manifesto for Maintenance Art e sposta la manutenzione dal privato al pubblico, al centro della pratica artistica. Il lavoro invisibile della cura, domestica, urbana e ambientale diventa materia dell’arte. Collabora con il Dipartimento di Sanità di New York e trasforma la gestione dei rifiuti in performance sistemica. La città appare per ciò che è: organismo fragile, dipendente da rispetto e manutenzione continua. L’arte non produce oggetti: entra nel conflitto, incrina le infrastrutture della vita collettiva e del patriarcato, dove il diritto stesso a respirare, viene soffocato dal degrado ambientale e dalle gerarchie sociali. Diventa perciò tempo di teorizzarlo: Françoise d’Eaubonne, nel 1974, in Le Féminisme ou la Mort, individua una stessa struttura sistemica di dominio nello sfruttamento della natura e nell’oppressione delle donne. La crisi non è incidente ma logica estrattiva. Il movimento Chipko (1973–1977) traduce questa consapevolezza in gesto che pare performativo nel rispondere alle politiche di deforestazione dell’India settentrionale. Le attiviste, in un’azione semplice ma non ingenua, abbracciano gli alberi per impedirne l’abbattimento. La militante ecologista Vandana Shiva e la «Mama Miti» (Madre degli Alberi) Wangari Maathai, premio Nobel per la pace e fondatrice del Green Belt Movement, (3) si inseriscono in questa trama di protesta. Ne leggono la portata come resistenza congiunta di terra e corpi. Natura e società condividono perciò lo stesso patetico regime di sfruttamento. Da lì a poco Vandana Shiva userà il termine «maldevelopment» per strutturare questa commistione di domini. (4) La protezione della natura rimane perciò intrinsecamente legata alla resistenza delle donne e alla creatività come pratica trasformativa. In quegli stessi anni, l’artista cubana-statunitense Ana Mendieta, nella Silueta Series, imprime il corpo nella terra, nel fango, nel fuoco. Il corpo non rappresenta: si dissolve. Le tracce sono materia politica e biologica. La terra è memoria sedimentata, non paesaggio. Qui il corpo femminile è ormai archivio di violenza ambientale, esilio, cancellazione coloniale. Ana Mendieta, (Grass on Woman), 1972, chromogenic print. Hirshorn Museum and Sculpture Garde,n Smithsonian Insitution, Washington Ana Mendieta, Untitled, from the Silueta series, 1976 (1991 posthumous print), chromogenic print, Smith College Museum of art, Northampgton Negli anni Ottanta queste che appaino come «genealogie del latte» nella sua contaminazione, trovano formalizzazione teorica. Carolyn Merchant, in The Death of Nature, mostra come la modernità scientifica abbia trasformato la natura in merce. La natura è estrazione, il corpo forza produttiva, la vita valore economico. Ma dove riporre lo sguardo quando una delle performance antinucleari più potenti — The Earth Ambulance di Helène Aylon — è terra contaminata trasportata come un corpo malato? È lì: su un pianeta ridotto a paziente. Il linguaggio medico entra così nell’ecologia e nella condizione stessa di esistenza del gesto artistico. In questo quadro, l’artista ungherese naturalizzata nella scena newyorkese Agnes Denes, realizza Wheatfield – A Confrontation (1982): due ettari di grano nel cuore di Manhattan. Non è land art ma intervento politico che irrompe nella finanza globale come medicalizzazione del ciclo biologico. Agnes Denes, Wheatfields A Confrontation: Battery Patk Landfill, Downtown Manhattan Blue Sky, World Trade Center, 1982 La traiettoria artistica e politica prosegue fino agli anni Duemila, quando viene fondata la Environmental Health Clinic dall’artista Natalie Jeremijenk o — con formazione dottorale in ambito ingegneristico e informatico. L’arte è ormai terapia, infrastruttura pubblica che rende visibile l’inquinamento, la crisi climatica e i disastri ambientali con un’azione di risposta che non è effimera: affonda la sua natura d’essere in luoghi fisici e stabili di cura. Non rappresentazione, ma dispositivo operativo. Così la crisi non riguarda solo il paesaggio, ma la possibilità stessa del vivente. Dalla primavera chimica di Carson ai dispositivi contemporanei dell’arte che abita il vivente, il disastro non si estetizza ma si attraversa mentre il sistema capitalista, coloniale e razzializzato, produce ricchezza attraverso rifiuti, sfruttamento e disuguaglianza. (5) Il latte non rimane allora metafora della cura. Diventa documento materiale della crisi: conserva storie ambientali. Se queste sono genealogie, non seguono la linea del sangue ma quella della trasmissione, ciò che passa da un corpo all’altro, da una generazione alla successiva, porta con sé nutrimento e al contempo contaminazione. L’arte ecofemminista entra qui: nel punto in cui la terra smette di essere paesaggio e riappare come memoria incorporata. Note 1 Nelle elaborazioni ecosofiche di Arne Næss e Félix Guattari, sviluppate tra anni Settanta e Novanta, la natura è concepita come realtà relazionale e interdipendente. 2 Butler F. E., Strontium-90 in human teeth, Nature, 189, 848–849 (1961). Disponibile a: https://www.nature.com/articles/189848a0 (ultimo accesso: 25 maggio 2026). 3 GBM (Green Belt Movement): movimento ambientalista fondato in Kenya da Wangari Maathai, dedicato alla riforestazione e alla tutela ambientale attraverso la partecipazione delle comunità locali, in particolare delle donne.[1] V. Shiva, Staying Alive: Women, Ecology, and Development, Londra, Zed Books, 1989. 5 F. Vergès, Racial Capitalocene, Verso Blog (Verso Books), 30 agosto 2017, in Futures of Black Radicalism, ed. G.T. Johnson e A. Lubin.

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    Maschile liminare non tossico: Le città di pianura di Francesco Sossai Sergio Bianchi Penso che i miei film siano una forma di resistenza alla scomparsa dei luoghi Francesco Sossai Quando un vecchio amico salentino mi ha domandato se concordavo, ragionando su Le città di pianura, con un suo amico veneto che sosteneva che tipi come i due protagonisti non ne esistono più, ho risposto che c’è un locale in un angolo di Venezia che molti anni fa si chiamava Osteria al Canton. Ribattezzato nel nuovo millennio Snack Bar al Canton, adesso si chiama Corner Pub. Ma quei personaggi che a ridosso della sua ora di chiusura chiedono l’ultimo di una serie terrificante di bicchieri ancora li ritrovi. Il secondo lungometraggio di Francesco Sossai (feltrino classe 1989) racconta di questo: della discrasia tra la rigidità di un mondo trasformato e la flessibilità di due (adulti?) renitenti alla trasformazione. Doriano detto Dori e Carlobianchi tutto attaccato (ma anche Charliewhites in certi momenti) sono il parafango grigio della loro vecchia Jaguar S-Type, rigorosamente verde inglese. Tutto ciò che resta della loro vita precedente. Oltre alle ombre. Hanno fatto i soldi rivendendo occhiali di scarto, trafugati in una fabbrica del distretto bellunese dell’occhialeria, forse la stessa che oggi si fregia anche e non a caso del marchio Ray-Ban. Sputtanato tutto con il botto del 2008, sparito in Argentina il Genio del tesoretto, sono ancora compagni di bevute e di grande amicizia, sognando la perduta polenta con le lumache dell’Amelia. Nella ricerca notturna del bicchiere della staffa si imbattono in Giulio, napoletano laureando in architettura e incardinano un on the road nordestino, trainando un piccolo film dal sapore indie e dalla sorprendente fortuna cinematografica. Consenso di critica e grande partecipazione di pubblico, prevalentemente giovanile, otto David di Donatello (i premi, vabbe’, ma alla faccia dei mostri sacri) in categorie pesanti. Film, regia, sceneggiatura non originale, attore protagonista. Sossai descrive la pianura come un paesaggio immaginario che non esiste, tra il mare e le montagne: le parole di Giulio davanti a un affresco, in una villa del trevigiano adeguatamente decadente. Evita accuratamente quello scenario indistinto di capannoni industriali, piccoli laboratori artigianali, aziende agricole che di quella pianura sono l’immagine maggiormente accreditata, conservando le villette da geometra e le colonne romaniche a due passi dal Bacareto da Lele a Venezia senza definire un centro geografico e narrativo. Così come dribbla la sfida Dell’utilizzo del dialetto veneto sottotitolato, limitandosi a qualche vecio, pochi mona, parecchi zio can. Scelte che concorrono ad assicurare un registro di leggerezza e di malinconia, paralizzando ogni necessità di scontro culturale. Senza dimenticare quel capitalismo paternalista del luogo di sfruttamento come grande famiglia (un orologio per una vita di lavoro) non vuole ridurre i suoi protagonisti a due cinquantenni arenati e schiacciati dalla crisi, troppo vecchi per crescere, come dice Dori al padre di Carlobianchi. Facendone due resistenti in lotta per la propria idea di libertà. Sono loro le due gocce di Pernod che secondo il nobile decaduto fanno la differenza nella ricetta di un perfetto Daiquiri, segreto a suo dire insegnato da blasonato barman veneziano. Su accordi di chitarra che dovrebbero piacere a Jim Jarmush e Neil Young, Sergio Romano (poco cinema e tanto teatro) e Pierpaolo Capovilla (quasi niente cinema e tanta musica) definiscono in progressione un dispositivo di complicità con la loro storia di amicizia e sbronze, di incontri e avventure. Con l’opposizione a un sistema che sembra generare solo modi di muoversi da un posto all’altro, ma nessun luogo dove andare. Calati nella parte al punto che alla cerimonia dei David non ne sembravano del tutto usciti, superati comunque di varie lunghezze da Marco Spigariol, in arte Krano, premio per musiche e canzone. A Zaia il film è piaciuto, o più probabilmente gli sono piaciuti i premi. Salvini è rimasto una volta tanto inspiegabilmente silenzioso. Al Padiglione Russo con la vodka gli è andata male, è costretto a rifarsi con le sue periodiche incursioni segrete al Papeete. Dove però al Daiquiri non chiede mai l’aggiunta delle due gocce di Pernod. Sempre il solito mona. Masculin, liminal, non-toxic: Le città di pianura by Marco Rigamo translate by Matilde Moro I believe my movies are a form of resistance against the desappearence of places Francesco Sossai When an old friend from Salento asked me if I agreed, while we were discussing Le Città di Pianura (lett. Low-lying cities) with a friend of his from Veneto (the region where the movie is set), who was arguing that people like the two main characters no longer exist, I replied that there is a place half-hidden in a corner of Venice that a long time ago was named Osteria al Canton. Renamed Snack Bar al Canton at the start of the new millennium, it is now called Corner Pub. But the “regulars” who, just before closing time, ask for the last in a terrifying series of drinks, are still there. Thie is exactly what the second feature movie by Francesco Sossai (born in Feltre in 1989) is about: the discrepancy between the rigidity of a transformed world and the flexibility of two people (two adults?) who stubbornly resist change. Doriano, known as Dori, and Carlobianchi (written as one word, though sometimes referred to as Charliewhites) are the grey mudguard of their old Jaguar S-Type, strictly British green. All that remains of their former life. Apart from the ombre [the local way to refer to small glasses of red wine, ndr.]. They made money by selling discarded glasses stolen from a factory in the Belluno eyewear district, possibly the very same factory that today—and not by any chance—also produces the Ray-Ban brand. Though it all of that went down the drain with the crash of 2008, and the Treasury Genius has vanished to Argentina, they are still drinking buddies and close friends, dreaming of the lost polenta with snails from Amelia. Whilst out for a nightcap drink, they bump into Giulio, a Neapolitan architecture student, and set off on a road trip through the north-east, giving life to a small indie-style movie that enjoyed surprising cinematic success. It was met with critical acclaim and a huge response from the audience, mainly young people, winning eight David di Donatello awards in major categories (the awards are obviously a good result – but even more so in the face of the established giants they were up against). Film, direction, adapted screenplay, leading actor. Sossai describes the lowland as an imaginary landscape that doesn’t really exist, between the sea and the mountains: Giulio’s words in front of a fresco in a suitably dilapidated villa in the Treviso area. The director carefully avoids the indistinct landscape of industrial warehouses, small artisan workshops and farms – which is the most widely recognised image of the Veneto lowland – whilst focusing on the surveyor’s houses and Romanesque columns just a stone’s throw from Bacareto da Lele in Venice instead. All of this without really establishing a geographical or narrative centre. Just as it sidesteps the challenge of using the Venetian dialect with subtitles, limiting itself to a few ‘vecie’ (litt. Old ladies), a couple of ‘mona’ (old fool), and quite a few zio can (untranslatable really). A series of choices put together to create a tone of light-heartedness and melancholy, neutralising any need for cultural clash. Without forgetting to portray the paternalistic capitalism of the workplace as a big family (a watch for a lifetime’s work), it does not wish to reduce its protagonists to two fifty-somethings stranded and crushed by the crisis, too old to grow up, as Dori says to Carlobianchi’s father. Instead, it portrays them as two resilient figures fighting for their own idea of freedom. It is two drops of Pernod that, according to the fallen nobleman, make all the difference in the recipe for a perfect Daiquiri – a secret, he claims, taught to him by a renowned Venetian barman. To guitar riffs that would surely please Jim Jarmusch and Neil Young, Sergio Romano (little cinema and plenty of theatre) and Pierpaolo Capovilla (almost no cinema and plenty of music) gradually weave a web of complicity through their story of friendship and drunken nights, of encounters and adventures. In opposition to a system that seems to generate only ways of moving from one place to another, but nowhere to go. So immersed in their roles that at the David Awards ceremony they didn’t seem to have fully stepped out of them, though they were beaten by a considerable margin by Marco Spigariol, aka Krano, who won the award for music and song. Zaia [a popular right-wing figure who has been president of the region for years, ndr.] liked the film, or more likely he liked the awards. Salvini [from the same party, ndr], for once, remained inexplicably silent. Things went badly for him at the Russian Pavilion with the vodka, so he’s forced to make up for it with his regular secret forays to the Papeete. Where, however, he never asks for the two drops of Pernod in his daiquiri. Always the same mona.

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    Rubrica Risonanze sonore Algoritmi, sicurezza e dominio La costruzione preventiva dell’ordine sociale Michael Krammer Un articolo del «New York Times» del 1° giugno 2026 dedicato al progetto cinese Geedge ha sottolineato il tema del cosiddetto predictive policing: sistemi che non si limitano a sorvegliare i cittadini, ma cercano di prevederne i comportamenti futuri attraverso l’analisi di enormi quantità di dati. Il problema non è più soltanto chi controlla, ma chi decide quali probabilità possano trasformarsi in sospetto. Nella rappresentazione dominante, questa capacità predittiva viene spesso presentata come una caratteristica specifica dei sistemi autoritari. La Cina diventa così il simbolo di una società nella quale l’intelligenza artificiale non osserva semplicemente il presente, ma costruisce scenari sul futuro comportamento delle persone, attribuendo livelli di rischio, affidabilità o potenziale devianza prima ancora che un fatto si verifichi. Eppure il quadro è molto più complesso. Negli Stati Uniti, da oltre un decennio, diversi dipartimenti di polizia hanno sperimentato strumenti di predictive policing sviluppati da aziende come Palantir e PredPol, successivamente rinominata Geolitica. Questi sistemi utilizzano dati storici, statistiche criminali, informazioni territoriali e modelli algoritmici per individuare quartieri, persone o situazioni considerate a rischio. Non si tratta formalmente di identificare oppositori politici, ma la logica di fondo resta la stessa: spostare l'attenzione dall'atto compiuto alla probabilità statistica che un comportamento possa verificarsi in futuro. Il punto decisivo è proprio questo passaggio. Quando la prevenzione si trasforma in previsione, il cittadino rischia di essere valutato non per ciò che ha fatto, ma per ciò che un algoritmo ritiene possa fare. La presunzione di innocenza lascia progressivamente spazio alla gestione probabilistica della popolazione. L'individuo viene trasformato in un insieme di dati, correlazioni e punteggi di rischio.Numerosi studi hanno mostrato come questi sistemi non siano affatto neutrali. Gli algoritmi vengono addestrati utilizzando dati prodotti da pratiche di polizia precedenti. Se per anni la sorveglianza si è concentrata in determinate aree urbane o su specifiche comunità sociali ed etniche, il sistema apprenderà proprio da quei dati, riproducendo e rafforzando le stesse distorsioni. In questo modo il controllo genera nuovi dati che giustificano ulteriore controllo, creando un circolo vizioso che finisce per naturalizzare la discriminazione. Il caso di Los Angeles è diventato uno degli esempi più discussi e controversi di predictive policing. Il Dipartimento di Polizia di Los Angeles (LAPD) è stato infatti uno dei primi negli Stati Uniti ad adottare sistemi come PredPol e Operation LASER, presentandoli inizialmente come strumenti innovativi in grado di prevedere aree e individui considerati ad alto rischio criminale. PredPol utilizzava dati storici relativi ai reati per generare mappe quotidiane che indicavano agli agenti quali quartieri dovessero essere maggiormente pattugliati. Operation LASER, invece, combinava dati provenienti da arresti, controlli di polizia, presunte affiliazioni a gang e altri archivi per attribuire punteggi di rischio a singoli individui, inserendo alcuni di essi in elenchi di cosiddetti chronic offenders, cioè soggetti considerati potenzialmente pericolosi. Con il tempo, però, numerose inchieste, audit interni e mobilitazioni di organizzazioni per i diritti civili hanno mostrato come questi sistemi tendessero a concentrare la sorveglianza sempre sugli stessi quartieri popolari e sulle stesse comunità nere e latino-americane. In pratica, gli algoritmi finivano per apprendere dai dati prodotti da precedenti pratiche di polizia e li utilizzavano per giustificare ulteriore presenza delle forze dell’ordine nelle medesime aree, alimentando un meccanismo circolare di sovra-sorveglianza. Uno dei dati più discussi riguardò proprio il programma LASER: un rapporto rivelò che l’84% delle persone inserite nelle liste dei presunti chronic offenders era composto da cittadini neri e latino-americani. Questa sproporzione alimentò accuse di profilazione razziale e discriminazione sistemica. Parallelamente emersero forti dubbi anche sull’efficacia reale dei sistemi. Un audit dell’ispettore generale del LAPD concluse che non esistevano prove sufficienti per dimostrare che PredPol avesse effettivamente ridotto la criminalità. Diversi studi e successive analisi hanno evidenziato risultati molto limitati, mettendo in discussione le promesse iniziali di queste tecnologie. Di fronte alle crescenti contestazioni pubbliche, alle accuse di discriminazione e alla mancanza di evidenze convincenti sulla loro efficacia, il LAPD ha progressivamente abbandonato questi programmi. PredPol è stato sospeso nel 2020 e altri sistemi collegati sono stati smantellati o ridimensionati. Il caso di Los Angeles è diventato emblematico perché ha mostrato in modo concreto uno dei principali problemi della governance algoritmica: quando un sistema viene addestrato su dati prodotti da pratiche storicamente discriminatorie, finisce spesso per automatizzare quelle stesse discriminazioni, rivestendole di un'apparente neutralità scientifica. L’algoritmo non elimina il pregiudizio; lo trasforma in statistica e lo restituisce come decisione tecnica. Anche nel Regno Unito il problema si sta ponendo con crescente intensità. Progetti basati sull'integrazione massiva di dati provenienti da diverse agenzie pubbliche puntano a costruire profili di rischio sempre più dettagliati. Organizzazioni per i diritti civili e Amnesty International hanno denunciato questi sistemi sostenendo che finiscono per colpire soprattutto le comunità più vulnerabili e marginalizzate, chiedendone in alcuni casi il divieto. La vera novità non consiste soltanto nella capacità di sorvegliare milioni di persone, ma nella pretesa di anticiparne i comportamenti futuri. È la stessa logica che ritroviamo tanto nei sistemi di predictive policing quanto nelle più recenti applicazioni militari dell'intelligenza artificiale. In entrambi i casi, l'obiettivo non è accertare un fatto, ma attribuire una probabilità: la probabilità che qualcuno commetta un reato, rappresenti una minaccia o possa diventare un bersaglio. Da questo punto di vista, il sistema israeliano Lavender rappresenta un passaggio ulteriore e inquietante. Secondo le inchieste pubblicate da +972 Magazine e Local Call, il sistema ha analizzato enormi quantità di dati provenienti da reti di sorveglianza, comunicazioni e relazioni sociali per attribuire punteggi di probabilità a decine di migliaia di palestinesi, identificandoli come potenziali membri di organizzazioni armate. La decisione umana, secondo le testimonianze raccolte, è stata spesso ridotta a una rapida validazione delle indicazioni prodotte dalla macchina. Il punto centrale è che la stessa razionalità che oggi viene denunciata nel progetto cinese Geedge era già presente, sotto altre forme, nei sistemi occidentali di predictive policing e raggiunge nella guerra il suo esito estremo. Se negli Stati Uniti un algoritmo individua quartieri o individui considerati a rischio, a Gaza sistemi come Lavender hanno contribuito a trasformare correlazioni statistiche e modelli probabilistici in liste di bersagli. La distanza tra previsione e azione si riduce fino quasi a scomparire. È qui che emerge una trasformazione ancora più profonda. Non siamo più soltanto di fronte a Stati che governano attraverso leggi, tribunali o apparati di polizia. Stiamo assistendo all'affermazione di infrastrutture algoritmiche che classificano gli esseri umani sulla base di profili, dati e probabilità. Il sospetto non deriva più da un comportamento osservato, ma da una previsione calcolata. La colpevolezza tende a essere sostituita dal rischio. In questo scenario, il potere tende progressivamente a spostarsi verso chi possiede e controlla tali infrastrutture tecnologiche. Le grandi piattaforme, le imprese che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale, i proprietari delle reti di dati e dei modelli predittivi diventano soggetti capaci non solo di assistere i governi, ma di definire concretamente le categorie attraverso cui le popolazioni vengono classificate, monitorate e amministrate. La sovranità rischia così di migrare dagli Stati agli architetti degli algoritmi. Lavender mostra fino a che punto possa arrivare questa tendenza. Quando un sistema è in grado di attribuire punteggi, selezionare individui, suggerire obiettivi e accelerare decisioni che riguardano la vita e la morte, la questione non è più soltanto tecnologica o militare. Diventa una questione politica fondamentale: chi governa realmente una società quando il potere di classificare, prevedere e decidere è incorporato in sistemi opachi controllati da ristrette élite tecnologiche? Gaza non rappresenta soltanto un laboratorio di guerra algoritmica. Rappresenta anche un'anticipazione di ciò che potrebbe accadere quando la gestione predittiva delle popolazioni diventa il principio ordinario di governo. In questo scenario il rischio non è soltanto la perdita della privacy. È l'affermazione di una logica nella quale il comportamento umano viene ridotto a calcolo statistico e la gestione della società si fonda sempre più sulla classificazione preventiva delle persone. Non si puniscono più soltanto le azioni; si amministrano le probabilità. E quando il potere inizia a trattare gli esseri umani come previsioni, il confine tra sicurezza e controllo tende inevitabilmente a dissolversi. Algorithms, Security and Domination The Preventive Construction of Social Orderhe by Franco Oriolo A New York Times article published on June 1, 2026, devoted to the Chinese Geedge project, highlighted the issue of so-called predictive policing: systems that do not merely monitor citizens but seek to predict their future behavior through the analysis of enormous quantities of data. The problem is no longer simply who controls, but who decides which probabilities can be transformed into suspicion. In dominant narratives, this predictive capacity is often presented as a specific feature of authoritarian systems. China thus becomes the symbol of a society in which artificial intelligence does not merely observe the present but constructs scenarios about people's future behavior, assigning levels of risk, reliability, or potential deviance before any act has even occurred. Yet the picture is far more complex. In the United States, for more than a decade, various police departments have experimented with predictive policing tools developed by companies such as Palantir and PredPol, later renamed Geolitica. These systems use historical data, crime statistics, geographic information, and algorithmic models to identify neighborhoods, individuals, and situations considered to be at risk. Formally, they are not designed to identify political dissidents, but the underlying logic remains the same: shifting attention from an act that has already occurred to the statistical probability that a behavior may occur in the future. This shift is precisely the decisive point. When prevention turns into prediction, citizens risk being evaluated not for what they have done but for what an algorithm believes they might do. The presumption of innocence gradually gives way to the probabilistic management of populations. Individuals are transformed into collections of data, correlations, and risk scores. Numerous studies have shown that these systems are far from neutral. Algorithms are trained on data generated by previous policing practices. If surveillance has been concentrated for years in particular urban areas or among specific social and ethnic communities, the system learns from precisely those data, reproducing and reinforcing the same distortions. In this way, control generates new data that justify further control, creating a vicious cycle that ultimately naturalizes discrimination. The Los Angeles case has become one of the most discussed and controversial examples of predictive policing. The Los Angeles Police Department (LAPD) was among the first in the United States to adopt systems such as PredPol and Operation LASER, initially presenting them as innovative tools capable of predicting high-risk areas and individuals. PredPol used historical crime data to generate daily maps indicating which neighborhoods should receive increased police patrols. Operation LASER, meanwhile, combined data from arrests, police stops, alleged gang affiliations, and other databases to assign risk scores to individuals, placing some of them on lists of so-called chronic offenders—people considered potentially dangerous. Over time, however, numerous investigations, internal audits, and campaigns by civil rights organizations showed that these systems tended to concentrate surveillance on the same working-class neighborhoods and the same Black and Latino communities. In practice, the algorithms learned from data generated by previous policing practices and used them to justify an even greater police presence in those same areas, fueling a self-reinforcing mechanism of over-surveillance. One of the most controversial findings concerned the LASER program itself: a report revealed that 84 percent of the individuals included in the lists of alleged chronic offenders were Black or Latino. This disproportion fueled accusations of racial profiling and systemic discrimination. At the same time, serious doubts emerged regarding the actual effectiveness of these systems. An audit conducted by the LAPD Inspector General concluded that there was insufficient evidence to demonstrate that PredPol had genuinely reduced crime. Various studies and subsequent analyses revealed very limited results, casting doubt on the promises that had accompanied these technologies. Faced with growing public criticism, accusations of discrimination, and the lack of convincing evidence of effectiveness, the LAPD gradually abandoned these programs. PredPol was suspended in 2020, while other related systems were dismantled or scaled back. The Los Angeles case became emblematic because it concretely demonstrated one of the central problems of algorithmic governance: when a system is trained on data generated by historically discriminatory practices, it often ends up automating those same discriminations while cloaking them in an appearance of scientific neutrality. The algorithm does not eliminate bias; it transforms it into statistics and returns it as a technical decision. In the United Kingdom, similar concerns are emerging with increasing intensity. Projects based on the massive integration of data from multiple public agencies aim to construct ever more detailed risk profiles. Civil rights organizations and Amnesty International have denounced these systems, arguing that they disproportionately affect the most vulnerable and marginalized communities and, in some cases, calling for their outright prohibition. The real novelty lies not merely in the capacity to surveil millions of people but in the ambition to anticipate their future behavior. This is the same logic found both in predictive policing systems and in the most recent military applications of artificial intelligence. In both cases, the objective is not to establish a fact but to assign a probability: the probability that someone may commit a crime, represent a threat, or become a target. From this perspective, the Israeli Lavender system represents a further and deeply troubling step. According to investigations published by +972 Magazine and Local Call, the system analyzed enormous quantities of data derived from surveillance networks, communications, and social relationships in order to assign probability scores to tens of thousands of Palestinians, identifying them as potential members of armed organizations. According to testimonies collected by journalists, human decision-making was often reduced to a rapid validation of the machine's recommendations. The crucial point is that the same rationale currently denounced in relation to China's Geedge project was already present, in different forms, within Western predictive policing systems and reaches its most extreme expression in warfare. If, in the United States, an algorithm identifies neighborhoods or individuals deemed at risk, in Gaza systems such as Lavender have contributed to transforming statistical correlations and probabilistic models into target lists. The distance between prediction and action shrinks until it almost disappears. Here a deeper transformation emerges. We are no longer dealing merely with states governing through laws, courts, and police institutions. We are witnessing the rise of algorithmic infrastructures that classify human beings according to profiles, data, and probabilities. Suspicion no longer arises from observed behavior but from calculated prediction. Guilt increasingly gives way to risk. In this scenario, power progressively shifts toward those who own and control these technological infrastructures. Large platforms, artificial intelligence companies, and the owners of data networks and predictive models become actors capable not only of assisting governments but also of defining the very categories through which populations are classified, monitored, and administered. Sovereignty itself risks migrating from states to the architects of algorithms. Lavender demonstrates how far this tendency can go. When a system can assign scores, select individuals, suggest targets, and accelerate decisions involving life and death, the issue is no longer merely technological or military. It becomes a fundamental political question: who truly governs society when the power to classify, predict, and decide is embedded within opaque systems controlled by small technological elites? Gaza does not merely represent a laboratory of algorithmic warfare. It also anticipates what may occur when the predictive management of populations becomes the ordinary principle of government. In this scenario, the risk is not simply the loss of privacy. It is the emergence of a logic in which human behavior is reduced to statistical calculation and the management of society increasingly rests upon the preventive classification of people. It is no longer only actions that are administered; probabilities themselves become the object of governance. And when power begins to treat human beings as predictions, the boundary between security and control inevitably begins to dissolve.

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    Introduzione Dossier Guerra e Capitale Thomas Berra William I. Robinson e M. Gürsan Şenalp La Pax Silica, il genocidio di Gaza e la crisi del capitalismo globale La guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha momentaneamente distolto l’attenzione internazionale da Gaza, mentre Israele passa da un genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità. Il genocidio è senza dubbio il terrificante culmine di oltre settantacinque anni di colonialismo, occupazione e apartheid sionisti, ma, per comprenderlo appieno, è necessario analizzare le trasformazioni radicali che hanno avuto luogo negli ultimi decenni, nell’economia politica del Medio Oriente e del mondo. La tendenza al genocidio è sempre stata parte integrante del progetto sionista, ma questa tendenza si è concretizzata nel contesto della crisi storica del capitalismo globale. L’attacco sferrato dalla resistenza palestinese il 7 ottobre 2023, nome in codice «Operazione Diluvio al-Aqsa», ha fornito a Israele l’opportunità storica che attendeva da decenni. Se i sionisti continuano a perseguire la loro sfuggente Eretz Israel, gli Stati Uniti guidano un progetto molto più ambizioso, che pone Gaza al centro stesso del capitalismo globale e della sua crisi storica. Nel piano dell’asse Washington-Tel Aviv, Gaza diventa ora un campo di prova per una nuova e più letale fase del capitalismo globale. È questo panorama di più ampio respiro che vogliamo indagare in questo articolo. La crisi contemporanea del capitalismo globale è multidimensionale. Strutturalmente si tratta di una crisi di sovraccumulazione, ovvero una situazione in cui enormi quantità di capitale (profitti) non trovano sbocchi produttivi di reinvestimento. Questa crisi di sovraccumulazione genera un'intensa spinta espansiva, poiché i capitalisti transnazionali intraprendono una ricerca predatoria di opportunità per investire le enormi quantità di capitale in eccesso, aprendo così nuovi spazi per ottenere profitti. Questa espansione violenta implica l'appropriazione di mercati e risorse in tutto il mondo attraverso la guerra, lo sfollamento e la repressione. Gli Stati Uniti e ciò che chiameremo il «trumpismo globale» sono lo strumento fuori controllo di questa ondata espansionistica. Al centro del trumpismo globale si trova l’asse Washington-Tel Aviv. Il genocidio israeliano deve essere ricondotto al contesto più ampio dell’integrazione transnazionale del capitale nell’ultimo mezzo secolo e alla radicale ristrutturazione dei rapporti di classe e dei blocchi di potere su scala mondiale, conseguenza della globalizzazione capitalista. La globalizzazione nella regione dell’Asia occidentale, iniziata negli anni ’80, ha subito un’accelerazione con l’invasione e l’occupazione statunitense dell’Iraq nel 2003, seguita alla creazione nel 1997 della Zona di libero scambio del Medio Oriente (Middle East Free Trade Area, MEFTA) e a una serie di accordi di libero scambio bilaterali e multilaterali, regionali ed extraregionali, di programmi di aggiustamento strutturale e di misure di austerità supervisionate dal FMI. Questa integrazione ha innescato una cascata di investimenti transnazionali aziendali e finanziari nei settori finanziario, energetico, dell’alta tecnologia, dell’edilizia, delle infrastrutture, dei beni di lusso, del turismo e di altri servizi. Ha collegato i capitali del Golfo – compresi i miliardi di dollari dei fondi sovrani – a quelli provenienti da tutto il mondo, tra cui Unione Europea, Nord America, America Latina e Asia, integrandoli indissolubilmente nei circuiti globali emergenti di accumulazione. In questo modo, le borghesie arabe di orientamento nazionale si sono trasformate in borghesie di orientamento transnazionale man mano che l’intera regione veniva incorporata nel sistema produttivo, finanziario e dei servizi integrato su scala mondiale, emerso nell’ultimo mezzo secolo. Israele, lungi dall’essere escluso, si è integrato in queste reti capitalistiche regionali e transnazionali in espansione, dopo la firma degli Accordi di «Pace» di Oslo nel 1993, man mano che le borghesie israeliana e araba iniziavano a sviluppare interessi di classe comuni. Nel 2020 gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, insieme a Marocco e Sudan, hanno firmato gli Accordi di Abramo, seguendo Egitto e Giordania nel processo di normalizzazione delle relazioni con Israele, apertura che ha permesso ai gruppi di investimento del Golfo di investire miliardi di dollari nell'economia israeliana. L'attacco dell'ottobre 2023 e il successivo assedio israeliano hanno temporaneamente sospeso questo processo. La nuova strategia statunitense-israeliana, che ruota attorno al «Board of Peace» (di seguito denominato Consiglio del Genocidio), mira a reintegrare gli Stati arabi e altri paesi della regione nell’architettura degli Accordi di Abramo. I palestinesi diventano «umanità in esubero» Fino al consolidamento della globalizzazione, alla fine del XX secolo, il rapporto di Israele con il popolo palestinese rifletteva il modello del colonialismo classico, in cui la potenza coloniale usurpa la terra e le risorse dei colonizzati e poi ne sfrutta la forza lavoro. Ma l’integrazione del Medio Oriente nell’economia globale ha contribuito a scatenare la diffusione di movimenti sociali e operai di massa e di pressioni democratizzanti dal basso, riflesse nelle intifada palestinesi, nel movimento operaio registrato in tutto il Nord Africa, nel crescente malcontento sociale e nelle rivolte della Primavera Araba del 2011. Le intifada palestinesi hanno esacerbato la storica tensione interna a Israele, in bilico tra la spinta a portare a compimento la pulizia etnica dello Stato ebraico e la necessità economica di disporre di una forza lavoro a basso costo, etnicamente segregata. Ma la globalizzazione avviata nel decennio degli anni '90 ha offerto a Israele una via d'uscita in grado di risolvere la tensione esistente tra il modello di espropriazione/ipersfruttamento e quello di espropriazione/espulsione a favore di quest'ultimo. La globalizzazione capitalista ha causato continue ondate migratorie nel Sud del mondo, che hanno generato un vasto esercito di migranti interni e transnazionali, dando origine a un nuovo sistema di mobilità e assunzione transnazionale e consentendo ai gruppi dominanti di tutto il mondo di riorganizzare i mercati del lavoro, con l’intento di indebolire il movimento operaio e massimizzare l’estrazione del plusvalore. Sebbene questo sistema di manodopera migrante mobile sia un fenomeno mondiale, è diventato un'opzione particolarmente attraente per Israele, perché elimina la necessità di ricorrere alla forza lavoro palestinese, che è politicamente conflittuale. Nel decennio 2010, centinaia di migliaia di lavoratori migranti, secondo alcune stime fino a 600.000, provenienti da Thailandia, Cina, Nepal, Sri Lanka, India, Europa dell'Est, Filippine, Kenya e altri luoghi, sono diventati la forza lavoro predominante nell'agroindustria israeliana e sono in continua crescita in altri settori dell'economia, dove sono sottoposti alle stesse condizioni precarie di ipersfruttamento e discriminazione dei lavoratori migranti in tutto il mondo. A seguito dell’attacco di Hamas del 2023, Israele ha rimpatriato a Gaza i 10.000 lavoratori palestinesi di Gaza presenti in Israele. All’inizio del 2024, anche in piena guerra, migliaia di lavoratori indiani e di altri paesi continuavano ad affluire in Israele per sostituirli. Il proletariato palestinese è così diventato una popolazione in esubero sempre più emarginata. Nel 1993, lo stesso anno in cui furono firmati gli Accordi di Oslo, Israele impose la sua politica di «chiusura», ovvero l’isolamento dei palestinesi nei territori occupati, la pulizia etnica e una forte escalation del colonialismo di insediamento. Il proletariato palestinese, con il suo progressivo trasformarsi da forza lavoro a basso costo a popolazione in esubero, ha iniziato a costituire un ostacolo non solo all’espropriazione delle terre e delle risorse del sottosuolo, ma anche al nuovo ciclo di espansione capitalista globale registrato in tutto il Medio Oriente. Per questo, le pressioni genocidarie si sono intensificate. Il genocidio è quindi diventato un'opzione sempre più allettante per lo Stato sionista e per i settori più violenti e predatori della classe capitalista transnazionale, per i quali l'assedio di Gaza e della Cisgiordania costituisce una forma di accumulazione primitiva. La Pax Silica e il Consiglio del Genocidio Il significato più ampio del Consiglio del Genocidio assume ora rilevanza, in quanto evidenzia il complesso egemonico emergente del capitale transnazionale, al centro dell'attuale vorticoso scenario mondiale. Questo blocco tripartito di potere riunisce le gigantesche aziende tecnologiche, il capitale finanziario transnazionale e il complesso militare-industriale-repressivo. Le grandi aziende tecnologiche controllano l'intero ecosistema del capitalismo digitalizzato, traducendo il loro enorme potere strutturale in controllo politico diretto attraverso lo Stato fascista. Per promuovere la propria agenda, il blocco ha fatto ricorso al «trumpismo globale», uno dei vari sintomi politici patologici che emergono con il progressivo sgretolarsi dell'ordine internazionale del dopoguerra. Le nuove tecnologie digitali e i multimiliardari che le controllano stanno guidando un nuovo ciclo radicale di ristrutturazione e trasformazione dell’economia politica globale. Le principali società tecnologiche, la maggior parte delle quali con sede negli Stati Uniti e in Cina, attraggono investitori da tutto il mondo assorbendo immense quantità di capitale in eccesso. Nel 2025, le venti principali aziende tecnologiche del mondo registravano nel loro complesso una capitalizzazione in borsa superiore ai 20.000 miliardi di dollari, circa un quinto del valore totale del mercato azionario mondiale. Le grandi aziende tecnologiche e i capitali industriali e commerciali transnazionali che queste raggruppano sono, a loro volta, intrecciati con i giganteschi conglomerati finanziari globali, che possiedono più della metà delle principali aziende tecnologiche. Nel 2022, trentatré società di gestione degli investimenti di capitale amministravano un trilione o diversi trilioni di dollari rispetto alle sole diciassette esistenti nel 2017. Questi titani del capitale controllavano oltre 83.000 miliardi di dollari di attività complessive, il che rappresentava più di quattro quinti del valore del PIL mondiale totale di quell'anno. La Silicon Valley e i suoi finanziatori si stanno orientando verso le tecnologie digitali per la guerra e la repressione, fondendosi progressivamente con il complesso militare-industriale-repressivo, completando l'asse del potere del capitale, che a sua volta si sta allineando con Stati autoritari, dittatoriali e fascisti, un allineamento dichiarato nella forma più agghiacciante nel manifesto in 22 punti di Palantir, pubblicato su X lo scorso aprile. Questo nuovo complesso del capitale è profondamente coinvolto nei sistemi transnazionali di guerra, controllo sociale, repressione e sorveglianza, che si stanno digitalizzando, automatizzando e integrando nell’economia e nella società globali. Questi sistemi forniscono un canale importante per allocare il capitale in eccesso accumulato, aprendo al contempo l’accesso a mercati e risorse. Questo blocco capitalista ha un forte investimento in Israele: nella sua industria tecnologica, nel suo apparato bellico e nel suo genocidio. Il rapporto del luglio 2025, presentato dalla Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio, faceva riferimento a 1.650 imprese transnazionali che collaborano con l’apparato bellico e di occupazione di Israele. L'elenco delle sessanta aziende segnalate nel rapporto costituisce di fatto il nucleo del blocco egemonico del capitale. Qui risiede il ruolo chiave che Israele svolge nel nuovo asse di potere del capitale. Israele è il terzo maggiore centro tecnologico del mondo; la sua globalizzazione si è concretizzata a partire da un complesso di alta tecnologia militare, di sicurezza e sorveglianza, integrato a sua volta nelle reti del capitale finanziario transnazionale. Proprio come l’economia globale più ampia di cui fa parte, Israele e il suo capitale tecnologico si nutrono della violenza, dei conflitti e delle permanenti disuguaglianze locali, regionali e globali. Gli interminabili cicli di distruzione seguiti da quelli di ricostruzione alimentano la generazione di profitti non solo per l’industria degli armamenti, ma anche per l’ingegneria, l’edilizia e le relative imprese di approvvigionamento, l’alta tecnologia, l’energia e molti altri settori. Il genocidio israeliano, a cui ora seguirà il Consiglio del Genocidio, sono laboratori raccapriccianti per la nuova modalità di accumulazione del capitale transnazionale. Il Dipartimento di Stato americano ha definito il nuovo ordine mondiale promosso dal blocco del capitale egemonico come Pax Silica. Il Medio Oriente è emerso come un corridoio regionale per la Pax Silica basato sull'alleanza tra Israele e gli Stati del Golfo, che si consoliderebbe attraverso il Consiglio del Genocidio inaugurato da Trump nel conclave del Forum economico mondiale del gennaio 2026. Israele è una potenza sia nelle tecnologie digitali che in quelle militari, avendo combinato entrambe nella sua repressione dei palestinesi. Il piano di «pace» in 20 punti per Gaza presentato nell’ottobre 2025 prevedeva la «riurbanizzazione» di Gaza, inclusa una «governance moderna ed efficiente favorevole ad attrarre investimenti» e l’istituzione di una «zona economica speciale», un linguaggio stereotipato per aprire la Striscia al saccheggio e al controllo capitalista transnazionale. Questa prevista nuova ondata di investimenti, non solo a Gaza ma in tutto il Medio Oriente, dipendeva in primo luogo e come condizione preliminare dalla «risoluzione» del conflitto di Gaza tramite il cessate il fuoco e poi dall’estensione degli Accordi di Abramo che, secondo quanto affermato dal vicepresidente statunitense J. D. Vance, spianerebbe la strada «ad alleanze di più ampia portata per Israele in Medio Oriente, anche se ciò mette in secondo piano la questione palestinese». Mentre Israele passa da un genocidio ad alta intensità a uno a bassa intensità a Gaza, il Consiglio intende aprire la Striscia al suo gas e al suo petrolio, ai suoi immobili sul mare e al suo potenziale turistico. Ma la sua missione principale è trasformare Gaza in un centro nevralgico dell’asse di potere pubblico-privato attorno al quale la tecnologia e la finanza avranno via libera per sviluppare un feudo corporativo sovrano. Rasa al suolo, la Striscia diventa tremendamente redditizia. A due anni di distruzione seguirebbe ora la bonanza: la «ricostruzione» guidata dal complesso del capitale egemonico. La vera portata del piano capitalista globale per Gaza non è stata rivelata nel piano in 20 punti, ma nel documento Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation (GREAT), una proposta del governo statunitense filtrata tramite la stampa prima dell’accordo di cessate il fuoco. Questo documento espone la macabra visione di un centro high-tech della Pax Silica. Il piano GREAT prevedeva la partenza «volontaria» dei palestinesi verso un altro paese, una catena di megalopoli high-tech alimentate dall’IA e un’autorità palestinese residua non meglio specificata che avrebbe aderito all’Accordo di Abramo. I palestinesi e le palestinesi a cui fosse permesso di rimanere avrebbero svolto il ruolo di funzionari, professionisti e lavoratori manuali rigorosamente controllati tramite la sorveglianza biometrica israeliana, i posti di blocco, il monitoraggio degli acquisti e i programmi educativi sionisti, che promuovono la normalizzazione con Israele, ufficializzando così l’occupazione israeliana e la sua amministrazione del campo di concentramento. Nella concezione di GREAT, la Striscia diventerà il punto di partenza e la porta d’ingresso di quella che ha definito una «Nuova Architettura Abramitica». Gaza è stata la prima guerra modellata secondo lo schema dell’intelligenza artificiale del XXI secolo, ovvero un genocidio algoritmico. Se il «trumpismo globale» avrà la meglio, Gaza diventerà ora il campo di prova per consentire alle classi dominanti di governare attraverso l’autoritarismo, il sangue e il capitale tecnocratico. Dei sessanta paesi che Trump ha invitato al conclave di Davos del gennaio 2026, venticinque hanno inizialmente aderito al Consiglio, tra cui Indonesia, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Né la Russia né la Cina hanno posto il veto alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU che approvava la creazione del Consiglio del Genocidio. L’inclusione di Israele e Netanyahu in tale organismo non potrebbe essere una rivelazione più cinica di questa farsa. In questo momento, il fragile cessate il fuoco tra Washington e Teheran rimane instabile, senza che si registrino progressi nei negoziati. Nel frattempo, solo nel 2025, con il pretesto della «sicurezza», Israele ha attaccato sei paesi, tra cui Palestina, Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen. Ha anche sferrato attacchi contro flotte di aiuti umanitari dirette a Gaza nelle acque territoriali di Tunisia, Malta e Grecia. Attualmente, entrata nel terzo mese di guerra contro l’Iran, condotta insieme agli Stati Uniti, Israele sta trasformando il sud del Libano in una seconda Gaza. Non c’è stata tregua nemmeno nel genocidio a bassa intensità; al contrario, Israele minaccia di tornare all’alta intensità. Infatti, gli attacchi contro Gaza sono aumentati del 35% dal cessate il fuoco con l'Iran. Non c'è modo di prevedere l'esito dell'attuale conflitto regionale, ma senza dubbio l'intero panorama regionale e globale si sta già radicalmente riconfigurando, mentre il sistema capitalista mondiale continua a sgretolarsi sotto il peso delle sue contraddizioni esplosive. La guerra contro l’Iran e l’assalto israeliano al Libano estendono gli obiettivi politici e la dinamica del genocidio di Gaza a tutta la regione. Nel frattempo, i palestinesi continueranno a resistere come hanno fatto per oltre un secolo. Si consiglia la lettura di Alexander Zevin, «Trump’s Gulf War», NLR 158. Mitchell Plitnick, «Trump sabe que ha perdido la guerra contra Irán y ahora busca desesperadamente una salida», «Qué cabe esperar del frágil alto el fuego vigente en Irán y en el Líbano», «Trump tal vez desea abandonar la guerra con Irán, pero la primera ronda de negociaciones ha puesto de manifiesto retos inminentes», Diario Red. Giovanni Arrighi, Terence K. Hopkins e Immanuel Wallerstein, Movimientos antisistémicos (1999), Giovanni Arrighi, El largo siglo XX: Dinero y poder en los orígenes de nuestra época (1999) y Adam Smith en Pekín: Orígenes y fundamentos del siglo XXI (2007), Giovanni Arrgihi y Beverly J. Silver, Caos y orden en el sistema-mundo moderno (2001). The White House, National Security Strategy of the United States of America 2017 y National Security Strategy of the Unites States of America 2025. William I. Robinson è professore emerito di Sociologia, Studi globali e Studi latinoamericani presso l’Università della California a Santa Barbara. È coeditore di We Will Not Be Silenced: The Academic Repression of Israel’s Critics (2018). Il suo libro più recente è Epochal Crisis: The Exhaustion of Global Capitalism (2025). M. Gürsan Şenalp, professore associato di Economia all’Università Atılım in Turchia, svolge attività di ricerca e insegna economia politica globale. È membro del comitato editoriale di Praksis, una rivista marxista di scienze sociali. Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Mondoweiss ed è qui riprodotto con l’esplicito consenso del suo editore. ● Traduzione di Elisabetta Galasso

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    Amendolara, piana di Cerchiara: province di Bruxelles Thomas Berra Quattro ragazzi pachistani e afghani bruciati vivi. I loro carnefici li hanno attirati in una trappola, bloccati in una macchina e dati alle fiamme, mantenendo gli sportelli chiusi dall’esterno per evitare che le vittime potessero sfuggire al rogo. Non è un film di Quentin Tarantino. È l’atroce realtà. Accade in Calabria, in un esordio di giugno. Chissà quanti altri braccianti agricoli, costretti a lavorare otto o dieci ore al giorno nella raccolta delle fragole e degli agrumi, tra Calabria e Basilicata, sono stati ammazzati e fatti sparire nelle campagne del Mezzogiorno. E nessuno li reclama più. È stata forse la dinamica del massacro a impressionare ed a richiamare l’attenzione dei media mainstream. Gli assassini sono coyote, caporali del terzo millennio, anch’essi di origini non italiane. Ancora ignoto il movente preciso della strage, tuttavia sarebbe maturata nell’ambito dei ricatti, delle minacce e delle feroci vessazioni che subiscono migliaia di lavoratrici e lavoratori sfruttati nelle regioni del sud Italia. L’eccidio lascia sbigottiti e torna a imporre un’antica domanda che sottende una risposta consolidata: il caporalato è un fenomeno deviante, cioè un’infrazione della normativa sul lavoro, oppure è strutturale, connaturato al sistema neoliberista che si fonda sull’estrazione di manodopera e risorse naturali, sulla riduzione in servitù di milioni di esseri umani? I profitti accumulati dalla grande distribuzione, dai proprietari terrieri e dalla mafia borghese sono al contempo l’origine e il prodotto di questo sistema che gode della protezione delle istituzioni impegnate a deregolamentare per proteggere gli interessi del padronato di sempre. I pochi imprenditori onesti rappresentano solo il vaccino di una struttura politica ed economica devastante, pandemica, virale. La pira non fuma più. Si sentono però ancora le zaffate di carne, plastica e metalli combusti, intorno al rogo di Amendolara. Tutto ha ripreso a scorrere, a pochi passi dalla cenere. Sfrecciano furgoncini imbottiti di braccia umane sottocosto, s’innalzano nuvolette di erbicidi nei pescheti, agli incroci sostano gruppi di ragazzi col turbante, in attesa che qualcuno li prelevi e li porti sui campi di lavoro. Sulla SS 106, gli ossi di seppia del travaglio usato si alternano a schiave della prostituzione, svendute all’utenza del sesso. Di quest’umanità invisibile facevano parte il pachistano Waseem e gli afghani pashtun Amin, Ullah e Safi, di età comprese tra i 19 e i 29 anni, arsi vivi in una macchina, lunedì scorso, in un distributore di benzina nei pressi di Amendolara. Abitavano a Villapiana lido, al confine con la piana di Cerchiara, dove nei periodi non balneari una casa per i lavoratori migranti costa 500 euro d’affitto al mese e ne accoglie fino a 10. Ad ucciderli, due pakistani. Tra gli anziani villapianesi, guai a chiamarli «caporali»: negli anni Sessanta del Novecento esistevano già, ma mica tutti delinquenti erano. Più che altro, fungevano da capi-cantiere, direttori dei lavori, si direbbe oggi. Questi odierni, invece, sono coyote, come li chiamano in Messico: intermediari, trafficanti di esseri umani, che si muovono nell’ombra. Verrebbe voglia di definirli scafisti di terra, se non si corresse il rischio di scatenare qualche altra improbabile crociata sul globo terracqueo. Nelle Calabrie storcono il muso in tanti pure quando si legge in giro l’espressione mafia pakistana: pare inverosimile ne esista una, straniera e indipendente, nelle terre controllate dalle ’ndrine. Allora non ci vogliono trattati di sociologia per capire chi siano gli assassini. Ogni comunità migrante ha avuto i propri fixer. Lo sanno bene i calabresi catapultati nelle Americhe, che quando sopravvivevano al viaggio transoceanico e al Cipierre di Ellis Island, si recavano dai compatrioti facilitatori. Tra di loro c’era la persona disinteressata e quella che da Virgilio poteva trasformarsi in Cerbero. Ricordano bene tutto, gli anziani villapianesi, mentre osservano con gli occhi lucidi la casa che ospitava i quattro poveri disgraziati del rogo di Amendolara. Si immedesimano e commuovono pensando a quei ragazzi che chiedevano solo di essere pagati dopo aver lavorato nei campi. Qui i migranti sono sempre stati accolti, sul serio. Qualcuno si chiede se l’idillio continuerà, dopo che due settimane fa ha vinto una sindaca leghista con l’appoggio del Pd. Sono le stesse elezioni che hanno portato 41 voti a Zhairi Said, proveniente dal Marocco. Ci si chiede per chi abbiano votato gli altri 60 cittadini di origini marocchine, aventi diritto. Sono tanti i nordafricani da queste parti. I pakistani, invece, si concentrano a Sibari. Le quattro vittime della strage raccoglievano fragole tra Metaponto e Scanzano, in Basilicata. «Avevano il volto triste. Noi ci accorgiamo subito se qualcuno li sfrutta», spiegano gli imprenditori agricoli della zona. Tengono a precisare che loro con gli aguzzini non hanno nulla a che fare. In effetti, molti di questi datori di lavoro e proprietari terrieri li trovi già alle 5 del mattino nei campi, con gli scarponi infangati, che lavorano insieme ai loro jurnaturi. Tra arance, clementine, pesche, riso, olive e altri prodotti della terra, qui si lavora davvero. Quasi 5000 sono le imprese agricole, 108 delle quali impegnate negli agrumi. Non tutti virtuosi, i padroni di terreni, macchine e capannoni. C’è chi non tratta con i coyote globalizzati, ma in tanti si rendono complici di questi mascalzoni. Funziona così: i commercianti si accordano con i produttori di agrumi e comprano da loro arance o mandarini a un prezzo che varia in base all’annata e alla pezzatura. Poi, per la raccolta, si servono di una manodopera pescata tra i 12.000 braccianti stagionali della piana di Sibari e dintorni, che a differenza di quelli accatastati a Gioia Tauro perlopiù qui non vivono in tendopoli, bensì in magazzini, vecchi appartamenti e ruderi di masserie. Ogni anno, alla porta dell’azienda si presenta il coyote che offre la propria squadra di raccoglitori. L’unità di misura è il Bins, un contenitore in plastica che contiene circa due quintali di frutta. Di solito, ci si accorda per circa 23 euro a Bins. Già non sarebbe legale, perché la normativa prevede contratti di prestazione a ore. Il coyote propone inoltre pagamento in contanti. L’imprenditore onesto non accetta, richiede i documenti e l’Iban di ciascun bracciante. Tutt’al più propone un pagamento con assegni circolari. Rivenderà il prodotto alla grande distribuzione o all’estero, soprattutto in Ungheria e Polonia. Prima della guerra, si esportava anche in Bielorussia e Ucraina. L’avvoltoio invece si accorda col coyote e si butta insieme a lui sulle prede più deboli, i lavoratori e le lavoratrici migranti, che sebbene siano entrati regolarmente col decreto flussi (70mila solo nel 2025), scaduto il contratto a tempo determinato, sono vivi in senso biologico, ma deceduti sul piano giuridico. Ecco perché chiunque li può ricattare, schiavizzare, uccidere. Per lo Stato, non esistono. Tutto ciò avviene sotto l’ombrellone del Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, in nome della spietata e laica religione del neoliberismo. I fondi erogati dalla Regione Calabria nei cosiddetti investimenti produttivi, a quanto pare, stentano a costruire una civiltà d’impresa. Invece di pavoneggiarsi, sarebbe meglio che i politici andassero a vedere da vicino cosa fanno, con quei soldi pubblici, i destinatari dei finanziamenti. Waseem, Amin, Ullah e Safi sono morti ammazzati per un mucchietto di euro, meno di quanto spende una famiglia italiana di tre persone per una serata in pizzeria. Claudio Dionesalvi è mediattivista, insegnante di Lettere nella scuola media, ultrà del Cosenza Calcio, già militante del Centro Sociale Autogestito Gramna, impegnato nella scolarizzazione dei bambini di origini rom, tra i fondatori dell’associazione Coessenza. Collabora con il Manifesto. Già direttore responsabile di Tam Tam e Segnali di Fumo, attualmente del semestrale Registro Sconnesso. È cittadino onorario di Cassano all’Ionio. Ha pubblicato numerosi libri. Il suo blog è inviatodanessuno.it Amendolara, Cerchiara flat: Brussels’ suburbia by Claudio Donesalvi translated from OfficinaMultimediale Four young Pakistani and Afghan nationals, burned alive. Their executioners lured them into a fatal trap, pinned them inside a car, and ignited the flames—sealing the doors from the outside to ensure there was absolutely no escape from the inferno. This isn’t a cinematic horror tailored by Quentin Tarantino. This is the grim, visceral reality unfolding in Calabria at the dawn of June. It begs a chilling question: how many other migrant day laborers, driven to the bone for eight or ten hours a day harvesting strawberries and citrus fruits across Calabria and Basilicata, have been murdered and quietly swallowed by the vast countryside of the Mezzogiorno? Strangers in a foreign land, with no one left to claim them. It was likely the sheer, spectacular brutality of this massacre that finally pierced the bubble of the mainstream media. The killers are coyote—the ruthless gangmasters (caporali) of the third millennium—themselves born outside of Italy. While the precise trigger for this slaughter remains cloaked in shadow, it undoubtedly festered within the broader ecosystem of extortion, terror, and relentless subjugation that thousands of exploited workers endure daily across southern Italy. This butchery leaves us paralyzed with shock, forcing us to confront a foundational question that carries a grim, inescapable answer: is this brutal system of caporalato merely an isolated anomaly—a simple breach of labor laws—or is it deeply structural? Is it inherently woven into the very fabric of a neoliberal machine that thrives on the ruthless extraction of natural resources and human labor, reducing millions of human beings to modern-day serfdom? The massive profits reaped by large-scale supermarkets, powerful landowners, and the white-collar mafia (mafia borghese) are simultaneously the engine and the byproduct of this system. It is a system shielded by political institutions whose primary agenda is deregulation—all to coddle the interests of the traditional ruling class (padronato). In this devastating, pandemic, and viral economic structure, the few "honest" entrepreneurs do not represent a cure; they are merely the token vaccine. The pyre is no longer smoking. Yet, the stench of burnt flesh, plastic, and metal still lingers around the site of the Amendolara blaze.Just steps away from the ashes, everything has resumed its flow. Small vans packed with underpriced human labor speed past; small clouds of herbicides rise over the peach orchards; at intersections, groups of young men wearing turbans wait to be picked up and transported to the labor fields. Along State Road 106 (SS 106), the "discarded remnants" of used-up labor alternate with victims of sex trafficking, commodified for the local sex market.Waseem, a Pakistani national, and Amin, Ullah, and Safi, Pashtun Afghans aged between 19 and 29, belonged to this invisible stratum of humanity. Last Monday, they were burned alive inside a car at a gas station near Amendolara. They resided in Villapiana Lido, bordering the Cerchiara plain. In this area, during the tourist off-season, housing for migrant workers costs 500 euros a month in rent and accommodates up to ten individuals. Two Pakistani nationals are accused of their murder. Among the elderly residents of Villapiana, there is a strong reluctance to label these intermediaries as caporali (labor exploiters/gangmasters). They recall that while such figures already existed in the 1960s, they were not all criminals. Rather, they functioned as site foremen or construction supervisors, to use contemporary terms. Today’s intermediaries, conversely, operate as coyote—to use the Mexican term: shadow brokers and human traffickers. One would be tempted to define them as "land-based human smugglers," were it not for the risk of triggering yet another improbable geopolitical crusade. Furthermore, within the Calabrian context, many react with skepticism to the expression "Pakistani mafia," as the existence of a foreign, independent criminal syndicate in territories tightly controlled by the 'Ndrangheta clans appears implausible.Yet, it requires no sociological treatise to understand the nature of these killers. Every migrant community has historically relied on its own "fixers". This dynamic is well known to the Calabrians who migrated to the Americas: those who survived the transatlantic crossing and the detention/processing at Ellis Island immediately sought out their fellow compatriot facilitators. Among those facilitators, there were disinterested individuals, but also those who could transform from a guiding Virgil into a ruthless Cerberus.The elderly residents of Villapiana remember this history vividly as they look, with tearful eyes, at the house that sheltered the four poor souls of the Amendolara fire. They empathize and are moved by the plight of these young men, whose only demand was to be remunerated after working in the fields.In this region, migrants have historically experienced genuine integration and welcome. Today, however, some question whether this social harmony will endure, following the recent electoral victory of a League party (Lega) mayor supported by the Democratic Party (PD). This election saw 41 votes cast for Zhairi Said, a candidate of Moroccan origin. Questions remain regarding the voting behavior of the other 60 Moroccan-origin citizens holding voting rights. While North African communities are highly concentrated in this sub-region, Pakistani workers are predominantly clustered in Sibari.The four victims of the massacre harvested strawberries between Metaponto and Scanzano, in the Basilicata region. «They had sad faces. We notice immediately if someone is being exploited», explain local agricultural entrepreneurs. They are keen to clarify that they have no association with these exploiters. Indeed, many of these employers and landowners can be found in the fields as early as 5:00 AM, working in the mud alongside their day laborers (jurnaturi). Amid orchards of oranges, clementines, peaches, rice paddies, and olive groves, this is a site of intensive agricultural production. The area counts nearly 5,000 agricultural enterprises, 108 of which specialize in citrus cultivation.However, not all landowners, machinery owners, and facility managers display virtuous behavior. While some refuse to engage with globalized coyote networks, many render themselves complicit with these unscrupulous actors. The mechanism operates as follows: commercial brokers reach agreements with citrus producers to purchase oranges or mandarins at prices fluctuating according to the harvest year and fruit calibration. Subsequently, for the harvesting phase, they extract labor from the pool of approximately 12,000 seasonal laborers in the Sibari plain and surrounding areas. Unlike the migrant populations crowded into the tent cities of Gioia Tauro, laborers here mostly reside in warehouses, dilapidated apartments, and abandoned rural farmsteads.Every year, these intermediary coyote approach agricultural enterprises, offering their own crews of harvesters. The standard unit of measurement is the Bins—a plastic industrial crate containing approximately two quintals (200 kg) of fruit. The standard informal agreement hovers around 23 euros per Bins. This practice constitutes an explicit violation of labor laws, which mandate hourly employment contracts. Furthermore, the coyote demands cash transactions. Compliant, ethical entrepreneurs reject these terms, demanding identification documents and bank routing numbers (IBAN) for each laborer, or offering payment exclusively via cashier's checks. These compliant businesses subsequently export their produce to large-scale retail channels or foreign markets, particularly Hungary and Poland. Prior to the geopolitical conflict, exports also reached Belarus and Ukraine.Conversely, predatory employers—the vultures—collude with the coyote, preying upon the most vulnerable segments of the workforce: migrant laborers. Although many entered the country legally via the seasonal labor quota system (Decreto Flussi—which accounted for 70,000 entries in 2025 alone), once their fixed-term contracts expire, they remain biologically alive but legally disenfranchised. Consequently, they become highly susceptible to extortion, systemic subjugation, and violence. To the state apparatus, they cease to exist.This socio-legal exclusion unfolds under the structural framework of the European Pact on Migration and Asylum, dictated by the ruthless, secular dogma of neoliberalism. Concurrently, the public funds allocated by the Calabria Region for productive investments appear deficient in fostering a robust, law-abiding corporate culture. Rather than engaging in political self-congratulation, institutional representatives would benefit from closely monitoring how public subventions are actually utilized by the recipients. Ultimately, Waseem, Amin, Ullah, and Safi were murdered for a meager sum of money—less than what an average Italian family of three spends on a casual dinner. Claudio Donesalvi is a media activist, secondary school humanities teacher, and an ultra supporter of Cosenza Calcio. Formerly a militant of Gramna squat, he has been actively involved in the schooling and literacy of Romanì children, and is a co-founder of the Coessenza association. He is a contributor to il Manifesto headline. He formerly directed Tam Tam e Segnali di Fumo and currently serves as the editor-in-chief of the journal Registro Sconnesso. He holds honorary citizenship of Cassano allo Ionio and has published plenty of monographs. His blog can be found at inviatodanessuno.it.

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    Trump da Xi. Poco è già abbastanza Sherrie Lovler Ormai Pechino è un pellegrinaggio obbligato. Tutti i leader internazionali vi si sono recati in simbolica processione. Xi Jinping, sembra aver smesso di viaggiare. La sua prossima destinazione, della quale mancano data e dettagli finali, sarà ironicamente la Corea del Nord. Il Presidente cinese riceve gli ospiti, con la consueta cortesia formale e un immutabile protocollo. Il suo paese incassa prestigio internazionale, cuce alleanze, lascia che il mondo si interroghi sugli schieramenti, le appartenenze, le alleanze. Veramente il suo non interventismo consente di ridurre le ostilità? E poi, la Cina è isolata? Chi isola chi? Se il mondo è ormai diviso in 2 blocchi – West and the Rest – Pechino rappresenta sia la causa che l’effetto di questo nuovo assetto. La sua ascesa ha scagliato un colpo cruciale al dominio occidentale quando sembrava che l’onda del neoliberismo contagiasse tutti i paesi fino a diventare ineludibile. Non che la sua crescita non sia inserita nei circuiti di produzione/distribuzione globali – anzi! – ma la sua diversità ha reso possibili forme alternative di scelte interne e di aggregazioni internazionali. Oggettivamente, questa emersione erode il dominio statunitense. Se la guida di Washington si manteneva dominante con i suoi alleati, quella di Pechino è più indiretta, pragmatica, apparentemente post-ideologica. Non guida un’alleanza perché il termine – come «asse» o «amicizia» – sarebbe eccessivo. Indirizza tuttavia una «convergenza di interessi» che si distingue dagli schieramenti della Guerra fredda. Le forme che assume sono diverse: Brics, Sco (Shanghai Cooperation Organization), Silk Road, tutte comprese nell’emersione del Global South che si pone con forza come alternativa non tanto al G7 – ormai ridotto a una patetica photo opportunity – ma anche al più rappresentativo G20. Queste organizzazioni sono eterogenee, talvolta informali, non hanno un comando comune e strutturato delle forze militari. Sono dunque ben diverse dal gruppo occidentale, declinato sia sul versante della Nato che delle istituzioni multilaterali imperniate sul neo liberismo, come il Fondo Monetario Internazionale e l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Tuttavia il contrappeso che esercitano è evidente. Esso non sarebbe stato possibile senza l’epocale emersione della Cina e – anche e soprattutto – alla sua irriducibilità verso modelli consolidati a lei estranei e comunque inadeguati. La novità deriva non solo dall’aumento dei consensi per il modello cinese, ma dal rispetto che si è guadagnato e dal timore che incute per la sua imponenza. Inoltre, Pechino garantisce stabilità in un mondo turbolento. Se il nemico principale del Global South è il sottosviluppo, l’ascesa regolare dei paesi che ne fanno parte è essenziale. Ma lo è ugualmente per i paesi industrializzati che –soprattutto in Europa – annaspano in crescite marginali. Nessuno può permettersi di inimicarsi la Cina, dopo l’abbaglio che si sarebbe uniformata al capitalismo globale rinunciando alle sue peculiarità. La visita di Trump ha avuto luogo in un contesto indiscutibilmente a favore di Pechino. Il Presidente americano aveva con sé due armi che non ha potuto usare: l’opzione militare e quella più prettamente politica. È inusabile anche la sola idea di mettere il dito sul grilletto su questioni estremo-orientali; anche per obiettivi relativamente minori, l’opposizione di Pechino è intransigente. Si scorge facilmente dietro le parole del Presidente Xi che auspica un abbandono della legge del più forte. Anche il versante politico offriva pochi margini di manovra. Pechino è forte della sua insostituibilità. Il tentativo di Washington di dare una connotazione antagonista al decoupling, il disaccoppiamento nelle catene del valore globali, si è rivelato un’illusione pericolosa, buona al massimo per le campagne elettorali. Su tutto, permangono le differenze tra i due paesi. La Cina vanta 5000 anni di storia, che non si stanca di mettere in evidenza. È intrisa di nazionalismo, orgogliosa della propria cultura, costruisce muraglie per difenderla. Certamente non si lascia intimidire da proclami roboanti e da minacce. È probabile Trump abbia chiesto la mediazione della Cina per i conflitti in atto, la disponibilità di terre rare necessarie all’industria statunitense, investimenti di Pechino nel suo paese, generosità commerciale nell’acquisto di 200 aeroplani della Boeing. Non sono noti i dettagli e gli esiti delle trattative. Al contrario, è facile arrivare alla conclusione delle richieste della controparte cinese: disimpegno per Taiwan, la vera questione politica e militare dove s’impernia l’iniziativa cinese. Viene richiesto agli Stati Uniti di uscire dalla loro strategic ambiguity per la difesa dell’isola. Pechino semplicemente non comprende come si possa essere ambigui su una questione strategica come la riunificazione di Taiwan con la madre patria. Un vertice atteso quindi con trepidazione per gli eventi correnti, definito con inflazione di aggettivi retorici, si è concluso con pochi risultati: qualche affare, dichiarazioni di prammatica, assunzione di impegni non cogenti. In particolare, Trump sembra essere tornato a mani vuote. Le sue armi sono apparse spuntate o forse ha preferito non minacciare di usarle verso una dirigenza che – dall’altro lato del tavolo negoziale – non dispiega la stessa potenza, ma conosce bene la diplomazia, la gestione del tempo, il valore del back to normal. La Cina sa che un andamento senza scosse degli eventi la favorisce. Si augura il ritorno alla regolarità, come molti, probabilmente come lo stesso Trump quando è in difficoltà. Nessuno più di Pechino può contribuire a questo obiettivo planetario. Contemporaneamente, nulla le appare più redditizio che continuare nell’acquisizione di potenza che ha accumulato. Se la Cina esce bene dal summit, non si può affermare tuttavia che Trump sia stato sconfitto. Per quanto ironico possa sembrare, ha raggiunto risultati, seppur modesti, che la sua esuberanza poteva mettere a rischio. Era arrivato con pochi margini di manovra: la Cina è tutt’altro che isolata, molti paesi l’ammirano o almeno la temono, l’inflazione in America potrebbe raggiungere livelli preoccupanti (se la tregua sui dazi fosse saltata), Pechino poteva schierarsi più nettamente con Teheran senza subire ritorsioni pesanti. Trump ha evitato fallimenti, ha invitato Xi a Washington per continuare il dialogo, ha intestato i risultati alla sua autoproclamata capacità di siglare o strappare deal. In conclusione, ha riaffermato la supremazia statunitense, pur pagando il prezzo di una condivisione che fino a pochi anni fa appariva inimmaginabile. 2.6.2026 Romeo Orlandi è Presidente del think tank Osservatorio Asia, Vice Presidente dell’Associazione Italia-ASEAN, economista e sinologo. Ha insegnato Globalizzazione ed Estremo Oriente all’Università di Bologna e ha incarichi di docenza sull’economia dell’Asia Orientale in diversi Master post universitari.

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    Ant/agón rivista di critica e congiuntura Roberto Gelini Redazione: Carlos Prieto del Campo, Lautaro Rivara, Raúl Sánchez Cedillo. Comitato editoriale: Pablo Iglesias Turrión, Laura Arroyo Gárate, Franco Berardi “Bifo”, Sergio Bianchi, Luci Cavallero, Pablo Echenique Robba, Marco d'Eramo, Sebastián Fiorili, Montserrat Galcerán Huguet, Álvaro García Linera, Maurizio Gibertini “Gibo”, Michael Hardt, Sandro Mezzadra, Gianfranco Pancino, Alisa del Re, Wolfgang Streeck, Irene Zugasti Hervás. https://www.antagon.red/ Cosa vuole Ant/agón? La politica emancipatoria ha costantemente bisogno di conoscenza, di ogni tipo, perché solo una teoria forte produce una politica forte e perché, inevitabilmente, una teoria debole non produce semplicemente alcuna politica. Sia la conoscenza prodotta dalla pratica di lotta delle classi subalterne, sia quella prodotta nelle università e nei centri di ricerca. Senza conoscenza non c'è politica emancipatoria che valga. La conoscenza è il nutrimento indispensabile della discussione politica argomentata sotto forma di ipotesi e dati. La discussione politica ragionata è l'unica pratica che permette a un soggetto politico di praticare seriamente l'azione politica ragionevole e antisistemica nelle congiunture e nelle situazioni politiche in cui si trova immerso e in cui intende produrre con urgenza effetti politici. Senza discussione politica riflessiva e, quindi, senza conoscenza, parlare di tattica e strategia politica è solo un modo di dire, una retorica, un’ideologia che non produce pratica rivoluzionaria antisistemica, ma che conserva solo lo stato attuale delle cose mentre si rafforzano le strutture di potere, di dominio e di sfruttamento di classe realmente esistenti. Senza ricerca e studio militanti, ma anche senza la presentazione e la discussione dei loro risultati, è impossibile uscire dal labirinto di specchi della politica fatta solo nei media e nei parlamenti, così come è altrettanto impossibile creare i tipi di organizzazione e le forme di partito necessari per produrre politiche antisistemiche di massa sostenibili nel tempo contro la riproduzione dei rapporti di dominio e di produzione capitalisti. Per questo lanciamo Ant/agón. All’interno del conglomerato politico-mediatico di Canal Red, con Ant/agón, rivista di critica e attualità, vogliamo fornire buone dosi quotidiane di conoscenza per l’azione politica emancipatoria in tempi che riuniscono simultaneamente occasioni rivoluzionarie e scenari di guerra, catastrofe e genocidio; caos ecosistemico e nuova attualità di vecchi problemi, che ora diventano pressanti e urgenti, se non imperativi. Abbiamo bisogno di pubblicazioni che diffondano la migliore selezione di articoli e materiali sui temi essenziali dell’attualità, perché sono questi che devono contribuire a delineare la strategia e la tattica delle lotte in chiave nettamente post-capitalista. È difficile intervenire efficacemente nell’attuale congiuntura senza buoni materiali sulla geopolitica del blocco occidentale o sui dilemmi della Cina di fronte alla fine dell’egemonia statunitense e alla specificità della sua lotta di classe; non si può nemmeno andare oltre la constatazione che la composizione di classe dei gruppi subalterni è intersezionale, se non si costruiscono ipotesi e pratiche capaci di concettualizzare nuove politiche di classe dotate di modelli di agenzia e di protocolli di antagonismo efficaci dal punto di vista antisistemico; né commentare incessantemente la congiuntura di guerra e militarizzazione capitalistiche senza concentrare gli sforzi nell’identificare gli anelli deboli e le contraddizioni decisive, che ci consentano di sabotare e rovesciare i regimi di guerra e il potere di classe del capitale e delle sue forme statali. Ant/agón è una rivista in spagnolo, che vuole diventare uno strumento utile nelle situazioni, così diverse ma interconnesse, dell’America di lingua spagnola, così come nel dibattito in spagnolo nella provincia Spagna. C'è in questo una tensione e uno scambio incandescente di natura politica, che vogliamo sia virtuoso nella politica di massa piuttosto che consolatorio e narcisistico nella mera giustapposizione di testi e materiali. Allo stesso tempo, non vogliamo smettere di apportare i migliori contributi provenienti da tutto il pianeta a questi dibattiti e a queste pratiche, e ciò si riflette nelle numerose traduzioni che intendiamo pubblicare, così come nella composizione del nostro comitato editoriale. I tempi lo richiedono, la posta in gioco lo giustifica. Ant/agón nasce dalle lotte emancipatorie e a esse si deve nell’attuale interregno in cui imperano «fenomeni morbosi di ogni tipo» e in cui l’immaginazione politica sovversiva, pragmatica e rivoluzionaria deve dare i suoi migliori frutti organizzativi, intellettuali e teorici.

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    Il volontariato antifascista di Spagna novant’anni dopo È nelle librerie in questi giorni Garibaldini in Spagna. Storia della XII Brigata Internazionale nella Guerra di Spagna, di Marco Puppini, edito da Milieu nella collana settanta. Pubblichiamo qui di seguito la Prefazione al libro di Enrico Acciai. Nell’ultimo decennio, la dimensione internazionale della guerra civile spagnola è tornata con forza al centro del dibattito storiografico europeo. Non si tratta, naturalmente, di una novità assoluta: quel conflitto occupa ormai da decenni un posto rilevante nella riflessione storica sul Novecento. Mi pare, però, che il modo in cui esso viene interrogato dagli storici sia mutato in misura significativa. Se una parte importante della storiografia classica aveva privilegiato la ricostruzione politico-diplomatica, la storia militare del conflitto, il ruolo delle grandi potenze e la vicenda delle Brigate internazionali come esperienza paradigmatica dell’antifascismo militante, la ricerca più recente ha progressivamente ampliato la prospettiva. Sempre più spesso, infatti, la Spagna del 1936-1939 viene studiata non solo come conflitto esemplare della guerra civile europea o come anticamera della Seconda guerra mondiale, ma anche come crocevia di mobilitazioni politiche, di culture transnazionali della militanza e di diverse forme di volontariato armato, oltre che come vero e proprio laboratorio della guerra totale novecentesca.1 In questo spostamento di sguardo, il tema dei volontari stranieri ha assunto una nuova centralità (anche grazie alla disponibilità di nuove fonti, come quelle sovietiche). Non si tratta solo di un dato numerico, politico e militare: contare le presenze, distinguere le appartenenze politiche o misurare l’incidenza militare delle unità composte da stranieri. Il problema storiografico è ormai diventato molto più ampio. La comunità degli storici e delle storiche prova ormai a comprendere perché migliaia di uomini e donne, privi di un obbligo formale, abbiano deciso di intervenire in un conflitto non loro; a ricostruire le reti che resero possibile quella mobilitazione; ad analizzare il rapporto fra iniziativa individuale, organizzazione politica e cornici ideologiche; a interrogare, infine, sulla durata di quell’esperienza oltre il 1939.2 In questa prospettiva, la guerra di Spagna, dal punto di vista dei volontari antifascisti, appare come un osservatorio privilegiato per studiare la politicizzazione transnazionale dell’Europa tra le due guerre e, al contempo, come un passaggio fondamentale nella storia più lunga dell’internazionalismo armato novecentesco.3 Il testo da cui prende le mosse questa prefazione insiste giustamente su alcuni elementi che la storiografia recente ha contribuito a chiarire con maggiore nettezza. Anzitutto, la guerra civile spagnola fu un conflitto internazionale non solo perché vi intervennero direttamente l’Italia fascista e la Germania nazista, ma anche perché intorno alla causa repubblicana si sviluppò un vasto movimento transnazionale di opinione, solidarietà e mobilitazione.4 In secondo luogo, il volontariato non può più essere ridotto a una categoria univoca e semplificata: la distinzione tra combattenti e non combattenti, tra volontari armati e volontari impegnati in funzioni di supporto, cura, propaganda o assistenza, si rivela assai più porosa di quanto si sia ritenuto finora, e questa porosità diventa ancora più evidente se si assume sul serio una prospettiva di genere. Infine, la partecipazione alla guerra di Spagna non coincide sempre con una parentesi circoscritta, ma si iscrive spesso in traiettorie militanti più lunghe, che collegano l’antifascismo dell’esilio alla Resistenza, alla guerra mondiale e, in alcuni casi, perfino ai processi di decolonizzazione e ai conflitti della guerra fredda.5 È all’interno di questo rinnovato quadro interpretativo che il presente volume va collocato. Il suo interesse non risiede soltanto nel tornare su un tema ampiamente frequentato dalla memorialistica e dalla storiografia strettamente militante, ma nel farlo assumendo implicitamente una domanda oggi particolarmente feconda: in che modo il caso dei volontari italiani in Spagna consente di osservare, da una postazione specifica ma non marginale, i processi di trasformazione dell’antifascismo europeo, le geografie dell’esilio politico e le concrete modalità con cui si costruì una mobilitazione armata oltre i confini nazionali? È questa, in fondo, la domanda che rende ancora storicamente rilevante il tema. Non tanto la ricerca di un’ennesima conferma del carattere simbolico della guerra di Spagna, quanto la possibilità di leggerla come spazio di condensazione di dinamiche più ampie: la crisi degli antifascismi, la ristrutturazione delle culture politiche della sinistra, l’emergere di pratiche internazionali di lotta e la ridefinizione dei rapporti tra appartenenza nazionale e scelta militante. Sotto questo profilo, il caso italiano presenta caratteristiche particolarmente significative. Come mostra questo volume di Marco Puppini, i volontari italiani che confluirono nella Spagna repubblicana provenivano in larga misura dai mondi dell’emigrazione e dell’esilio, soprattutto da quello francese, ma anche belga, svizzero e lussemburghese. Il loro percorso non nasce dunque nel vuoto, né può essere compreso unicamente attraverso la lente delle appartenenze organizzative. Alle spalle della scelta di partire vi erano la lunga esperienza della diaspora antifascista, la crisi politica degli anni Trenta, i tentativi di ricomposizione unitaria delle forze antifasciste, il confronto con la crescita dei fascismi europei, nonché l’inserimento quotidiano dei fuoriusciti italiani in contesti sociali e politici insieme nazionali e transnazionali. La guerra di Spagna, da questo punto di vista, non fu per molti un esordio, ma un momento di accelerazione e di ridefinizione di percorsi già avviati. Questa osservazione è importante anche per evitare due riduzioni interpretative opposte ma ugualmente limitanti. La prima consiste nel leggere i volontari italiani quasi esclusivamente come prodotto di direttive di partito o di apparati internazionali, secondo uno schema rigidamente verticale. La seconda, all’opposto, tende a riassorbirli in una rappresentazione puramente morale o eroica dell’antifascismo, nella quale la complessità delle loro origini, motivazioni e conflitti interni finisce per attenuarsi. Una parte rilevante della storiografia più recente ha cercato di sottrarsi a questa alternativa, insistendo sul fatto che il volontariato internazionale fu il risultato di un intreccio fra culture politiche, reti di relazione, aspettative biografiche, appartenenze diasporiche e contingenze storiche.6 In tale prospettiva, i volontari non appaiono né come meri esecutori di strategie superiori né come figure astoriche di puro altruismo politico, ma come attori storici collocati in un campo di forze denso e contraddittorio. È proprio qui che questo volume trova il proprio spazio. Il suo contributo può essere letto come parte di una più generale tendenza della ricerca a restituire spessore storico al fenomeno del volontariato di guerra, ricostruendone i nessi con l’esilio, l’emigrazione politica, le dinamiche del fronte popolare e la circolazione europea di pratiche e linguaggi dell’antifascismo. Più che proporre una rottura radicale rispetto alla storiografia precedente, il saggio di Marco Puppini sembra inserirsi in una linea di continuità critica: da un lato, raccoglie l’eredità di un vasto patrimonio di studi, testimonianze e memorie; dall’altro, lo rilegge alla luce di categorie che oggi si sono rivelate particolarmente produttive. Ed è probabilmente in questa capacità di riapertura delle domande, più che in un’eventuale pretesa di esaustività, che va cercato il suo significato storiografico. Un ulteriore elemento che merita di essere sottolineato riguarda il rapporto fra specificità nazionale e comparazione. La storiografia degli ultimi anni ha mostrato con crescente chiarezza che il caso italiano, pur inscrivendosi pienamente nella storia più ampia del volontariato antifascista internazionale, presenta alcune particolarità già elencate poco sopra: il peso dell’esilio politico dopo la presa del potere fascista; la forte connessione con la diaspora lavoratrice in Francia e in altri paesi europei; il ruolo delle culture politiche socialiste, comuniste, anarchiche e repubblicane; l’intensità del nesso simbolico tra lotta in Spagna e lotta contro il fascismo italiano. Proprio per questo, il caso italiano non è interessante solo in sé. Esso costituisce un osservatorio utile per comprendere in che modo i processi di internazionalizzazione dell’antifascismo fossero sempre mediati anche da tradizioni politiche nazionali, da esperienze d’emigrazione diverse e da specifiche geografie della repressione e dell’esilio. Il valore di un volume come questo sta anche nella possibilità di mettere a fuoco tale tensione fra il particolare e il generale. Naturalmente, inserire il lavoro di Marco Puppini nel dibattito più recente non significa attribuirgli una funzione risolutiva. Al contrario, il campo di studi sul volontariato internazionale nella guerra civile spagnola si è fatto negli ultimi anni più ricco, ma anche più articolato e meno compatto. Accanto alle ricerche sui contingenti nazionali e sulle strutture brigatiste, si sono sviluppati filoni dedicati alla storia di genere, alla partecipazione ebraica, alle culture politiche diasporiche, alle reti non comuniste, alle forme di solidarietà non combattente, alle biografie militanti di lunga durata e ai rapporti fra antifascismo, anticolonialismo e guerra rivoluzionaria.7 Questa pluralizzazione delle prospettive ha reso più difficile ogni sintesi lineare, ma ha anche consentito di uscire da una visione troppo uniforme del fenomeno. Oggi appare sempre più chiaro che parlare dei volontari in Spagna significa confrontarsi con una costellazione assai eterogenea di esperienze, motivazioni, appartenenze e, soprattutto, memorie. Da questo punto di vista, il volume che il lettore ha fra le mani può essere letto utilmente come un tassello di questa più ampia riconfigurazione storiografica. Esso non elimina le ambivalenze del proprio oggetto, né potrebbe farlo: la storia dei volontari italiani in Spagna resta una storia attraversata da tensioni forti tra spontaneità e disciplina, internazionalismo e culture politiche nazionali, mobilitazione dal basso e regia organizzativa, orizzonte democratico e logiche di guerra. Ma proprio per questo la materia conserva il proprio interesse. A novant’anni dallo scoppio del conflitto, la questione non è più stabilire se l’esperienza dei volontari debba essere letta come eccezione eroica o come episodio subordinato a una strategia politica più vasta. La domanda più utile sembra piuttosto un’altra: in che modo quell’esperienza consente di comprendere la formazione di una politica transnazionale dell’antifascismo e, insieme, i suoi limiti, le sue fratture e la sua eredità? È nella misura in cui aiuta a porre questa domanda che il volume mantiene la sua rilevanza. In questo quadro, una prefazione non deve forse enfatizzare oltre misura l’originalità del libro, né indulgere a formule di circostanza. Più sobriamente, può limitarne la collocazione e indicarne l’utilità. Questo volume si inserisce quindi in un ambito di studi consolidato ma tuttora dinamico; affronta un tema classico della storia del Novecento europeo, ma lo fa su un terreno che continua a produrre nuove domande; richiama una vicenda nota, ma la restituisce nel suo spessore storico, all’interno della crisi degli antifascismi, delle mobilità dell’esilio e della dimensione transnazionale della guerra di Spagna. In questo consiste, con ogni probabilità, il suo principale motivo di interesse: non nell’offrire una lettura definitiva, ma nel contribuire a mantenere aperto un cantiere storiografico che negli ultimi anni ha dimostrato una notevole (e per certi versi inaspettata) capacità di rinnovamento. Note 1 Come esempi si veda: Morris Brodie, Transatlantic Anarchism during the Spanish Civil War and Revolution, 1936–1939: Fury Over Spain, Routledge, Londra – New York 2020; Lisa A. Kirschenbaum, International Communism and the Spanish Civil War, Cambridge University Press, Cambridge 2015; Adrian Pole, Making Antifascist War: The International Brigades’ Transnational Encounters with Civil-War Spain, 1936–1939, Cambridge University Press, Cambridge 2025; Javier Rodrigo, La guerra degenerada. Violencia y resistencias en la España de posguerra, Pasado&Presente, Madrid 2025. 2 Cfr:, Robert Gildea e Ismee Tames (a cura di), Transnational resistance in Europe, 1936-48, Manchester University Press, Manchester 2020, Carlo Greppi e Chiara Colombini, Storia Internazionale della Resistenza Italiana, Laterza, Roma-Bari 2024 e Fraser Raeburn, Scots and the Spanish Civil War: solidarity, activism and humanitarianism, Edinburgh University Press, Edinburgh 2020. 3 Morten Heiberg, Enrico Acciai e Carl-Henrik Bjerstrom, Armed Internationalists. Transnational Volunteering in the Twentieth Century, Cambridge University Press, Cambridge 2025.4 Si veda: Giles Tremlett, The International Brigades. Fascism, Freedom and the Spanish Civil War, Bloomsbury, Londra 2020. 5 Heiberg, Acciai e Bjerstrom, op. cit., pp. 97-260. 6 Per un inquadramento generale del caso italiano si vedano i due volumi: Leonrardo Pompeo d’Alessandro, I volontari fascisti e antifascisti nella guerra di Spagna, Carocci, Roma 2017 e Javier Rodrigo, La guerra fascista in Spagna (1936- 1939), Pacini, Pisa 2025. Mi permetto inoltre di rimandare anche al mio lavoro: Enrico Acciai, Antifascismo, volontariato e guerra civile in Spagna. La Sezione Italiana della Colonna Ascaso, Unicopli, Milano 2016. 7 Si veda, ad esempio: Angela Jackson, British Women and the Spanish Civil War, Londra-New York, Routledge 2002, Michael Ortiz, Anti-Colonialism and the Crises of Interwar Fascism, Londra, Bloomsbury 2023, Ali Tuma, Guns, Culture and Moors: Racial Perceptions, Cultural Impact and the Moroccan Participation in the Spanish Civil War (1936-1939), Routledge, Londra-New York 2018, e Gerben Zaagsma, Jewish Volunteers: The International Brigades and the Spanish Civil War, Londra, Bloomsbury 2017.

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