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Da Embedded a Enemy Qualcuno ricorda Ernie Pike, creato nel 1957 dalla fantasia e dalla penna di German Oesterhes e Hugo Pratt, e ispirato al reporter statunitense Ernie Pyle? Beh! I giornalisti di guerra oggi non sono più così…
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Non sono la stupida bionda di nessuno Pubblichiamo la recensione di Valentina Carola al libro Non sono la stupida bionda di nessuno. Una storia di Marylin Monroe, di Ilenia Rossini, Momo edizioni, Roma 2026. C’è un gesto critico che, negli ultimi decenni, sta diventando sempre più necessario ed evidente: sottrarre Marilyn Monroe alla sua iconografia, restituirla alla sua biografia. Non per un vezzo revisionista né per un semplice cambio di prospettiva, ma per rispondere a un’esigenza ormai condivisa negli studi sulla cultura visuale, sulla rappresentazione femminile e sulla storia del cinema. Interrogare le figure del Novecento oltre le immagini che le hanno rese consumabili è diventato un passaggio imprescindibile, soprattutto quando si tratta di donne la cui identità pubblica è stata costruita attraverso un repertorio di segni che ha finito per sostituire la persona. Nel suo caso, questo gesto è particolarmente urgente perché l’immagine pubblica – la bionda svampita, l’icona pop, la diva tragica – ha funzionato per decenni come un dispositivo culturale capace di oscurare la persona, la sua storia e soprattutto il contesto che l’ha generata. Non sono la stupida bionda di nessuno si colloca esattamente in questo spazio: non aggiunge un’altra cornice al mito, ma lo smonta con cura, cercando di disinnescare la diva piuttosto che di interpretarla. Il lavoro dell’autrice non è solo documentario ma narrativo, politico, quasi etico. La ricostruzione non procede per mitologie bensì per stratificazioni che permettono di restituire la protagonista alla sua dimensione reale. Non è mai isolata né sospesa nell’aria rarefatta del mito ma ricollocata nel suo contesto umano, storico e sociale. L’America che attraversa la metà del Novecento è un paese in trasformazione, segnato da contraddizioni, accelerazioni, violenze simboliche e nuove forme di emancipazione femminile. In questo quadro, Norma Jeane Baker emerge come un prisma: non più un’icona da contemplare, ma un corpo che attraversa la storia, che la abita e la modifica. Il merito del libro risiede proprio nel rifiuto di ogni semplificazione. La protagonista non è la vittima sacrificale di Hollywood, né la femme fatale inconsapevole che la cultura pop ha costruito. È una donna reale, con una biografia segnata da sofferenze che non vengono mai spettacolarizzate, da una crescita che non viene mai romanzata, da una determinazione che non viene mai trasformata in slogan. Il ritratto che ne esce è quello di una figura intelligente, strategica, capace di leggere il proprio tempo e di muoversi dentro le sue contraddizioni. Una Marilyn che studia, osserva e sceglie. Una donna che non è la «stupida bionda» di nessuno, e che non lo è mai stata. Uno dei maggiori punti di forza del libro sta anche nella capacità di intrecciare la storia individuale con quella collettiva. Il percorso della protagonista diventa un punto di osservazione privilegiato sulla condizione femminile del periodo: le aspettative sociali, le forme di controllo, le possibilità di emancipazione, le nuove professionalità che si aprono e quelle che restano precluse. L’autrice non cade mai nella tentazione di trasformarla in un simbolo universale e mostra invece come la sua vicenda sia inscritta in un sistema di ruoli, poteri e narrazioni che riguardano tutte le donne del suo tempo. Il risultato è uno spaccato storico che non scivola mai nel didascalico ma restituisce l complessità di un’epoca in cui la modernizzazione convive con forme persistenti di controllo sociale e culturale. La scrittura accompagna questa operazione con equilibrio. Il tono è intimo senza mai essere indulgente, personale senza risultare invadente. I ricordi e gli spunti autobiografici dell’autrice non diventano un filtro, ma un ponte che permette di avvicinarsi alla figura di Marilyn senza cadere nella retorica della confidenza. La sobrietà è tra le cifre più eleganti del libro: una scelta che consente di mantenere la distanza necessaria per trasformare la protagonista in un personaggio letterario pur restituendole una presenza viva. La dimensione narrativa si intreccia con quella saggistica senza fratture: il risultato è un testo che si legge con la fluidità di un romanzo e con la densità di un’analisi culturale. In questo equilibrio, Rossini riesce a fare ciò che molte biografie non hanno tentato: restituire Marilyn alla sua complessità senza trasformarla in un enigma. La sua fragilità non è un tratto melodrammatico, ma una componente strutturale della sua esperienza. La sua forza non è un artificio retorico, bensì una pratica quotidiana. La sua determinazione e la sua intelligenza non sono un mito postumo, ma un fatto storico: Marilyn ha lavorato, ha studiato, ha lottato per essere ciò che voleva essere, e non ciò che gli altri volevano da lei. La sua vicenda professionale, spesso ridotta ad una sequenza di ruoli stereotipati, viene restituita nella sua dimensione più concreta: la fatica, le scelte, le rinunce e le strategie. È un percorso che mostra quanto fosse consapevole del proprio lavoro e delle possibilità che cercava di aprirsi ed emanciparsi mentre il sistema sembrava volerle impedire ogni margine di autonomia. Il libro mette in luce come la costruzione della «bionda stupida» sia stata una forma di controllo culturale, un modo per neutralizzare una donna che, in realtà, aveva una consapevolezza acuta del proprio ruolo e delle proprie possibilità. La narrazione dimostra come Marilyn abbia costantemente cercato di sottrarsi ai ruoli imposti, di scegliere i propri progetti, di costruire una professionalità autonoma. La sua storia diventa così una storia di resistenza quotidiana, radicale nella sua continuità. Il ritratto che emerge è quello di una donna forte, determinata, intelligente, ben lontana dai personaggi che era costretta a interpretare sul grande schermo. Una donna che non coincide con la sua immagine, ma che la attraversa, la modifica, la contraddice e che vive in un contesto storico preciso, subendone le pressioni e tentando di trasformarle. In questo senso, Non sono la stupida bionda di nessuno è più di una biografia: è un esercizio critico sulla rappresentazione femminile, un lavoro sulla memoria culturale, un tentativo di restituire complessità a una figura che la cultura pop ha semplificato fino a renderla irriconoscibile. Raccontarla così significa restituirle ciò che per troppo tempo le è stato sottratto: la possibilità di essere letta come persona, non come immagine. È un gesto semplice, ma decisivo. Questo libro lo compie con una chiarezza che non cerca effetti, ma restituzioni, e nel farlo apre uno spazio di lettura che riguarda non solo lei, ma il modo in cui continuiamo a guardare le donne che la storia ha trasformato in icone.
- scienza e politica
Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza – in ricordo di Paolo Virno seconda parte collection animée par Angéline Neveu La prima parte di questo testo è stata pubblicata lo scorso 3 settembre. La terza e quarta parte finale saranno pubblicate i prossimi 17 e 18 settembre. Colonialismo di insediamento È ormai generalmente accettata l’idea che la colonizzazione della Palestina da parte –successivamente – dell’imperialismo britannico, sovietico, francese e statunitense, operanti come potenze imperialiste tutelari del progetto coloniale sionista, sia una manifestazione, per molti versi archetipica, di colonialismo di insediamento [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8] [9] [10] [11] [12]. Il colonialismo di insediamento (o di popolamento) è caratterizzato dal fatto che l’obiettivo principale dei colonizzatori è l’appropriazione del territorio da colonizzare per popolarlo di coloni – «importati» direttamente dalla «madrepatria» (la potenza imperialista tutelare) o fatti venire da altri lidi. L’appropriazione del territorio è accompagnata e seguita dall’eliminazione degli autoctoni che abitano il territorio da colonizzare, che viene effettuata con strumenti diversi, ma che implicano tutti l’uso della violenza a vari livelli: a) lo sterminio, b) l’espulsione, e, c) l’assimilazione. Quest’ultima va intesa come integrazione degli autoctoni, necessariamente in posizione di inferiorità demografica, in uno statuto discriminato e, spesso, segregato, accompagnato e seguito da cancellazione di identità. Come osserva Wolfe, una caratteristica specifica della colonizzazione della Palestina è che: «il sionismo ha rigorosamente rifiutato, e continua a rifiutare, qualsiasi ipotesi di assimilazione dei nativi». Pertanto, aggiunge, «il sionismo costituisce un’applicazione più esclusiva della logica coloniale dell’eliminazione rispetto a quanto riscontriamo negli esempi australiani e statunitensi»[13] [14]. La scelta tra le tecniche di eliminazione è un puro problema di razionalità strumentale, e cioè di costi e di fattibilità. Tale razionalità è, ovviamente, limitata[15] – dalla disponibilità di informazioni, dai limiti cognitivi dei decisori e dalla finitezza del tempo a disposizione per prendere la decisione. Le tecniche di eliminazione possono combinarsi tra di loro in un processo concreto di colonizzazione – la colonizzazione non è un evento, è una struttura che permane nel tempo, ricorda Wolfe (Wolfe, 2006 op. cit.). Altre forme di colonialismo possono avere come obiettivo: (a) lo sfruttamento estremamente vantaggioso della forza-lavoro della popolazione autoctona, ridotta e mantenuta in condizione di discriminazione e, eventualmente, di segregazione (colonialismo di sfruttamento – gli autoctoni ridotti a lavoratori salariati con diritti limitati); (b) la creazione nella colonia di un mercato coattivo di merci prodotte dalla potenza colonizzatrice (colonialismo di mercato – gli autoctoni come consumatori coatti); (c) l’espropriazione e lo sfruttamento delle risorse naturali del territorio colonizzato (colonialismo di estrazione – il territorio come fonte di risorse). Le differenti forme di colonialismo possono ovviamente combinarsi tra di loro. Nel colonialismo di insediamento, il primato è alla logica di eliminazione: «Il primato della logica dell’eliminazione è una questione politica e prospettica oltre che analitica. Essa attribuisce priorità alle conseguenze per i popoli indigeni colonizzati. Ciò comporta almeno due conseguenze. In primo luogo, ci permette di distinguere tra diversi rapporti di dominio. Esiste una differenza fondamentale tra l’essere eliminati e l’essere sfruttati per il proprio lavoro, una differenza che categorie monolitiche come il colonialismo o l’imperialismo tendono a eludere, nonostante la loro utilità per comprendere le attività di coordinamento delle egemonie metropolitane. In secondo luogo, la logica dell’eliminazione è prioritaria rispetto alle caratteristiche che distinguono le società coloniali tra loro, come il fatto che siano monarchiche o repubblicane, cristiane o ebraiche, nere o bianche, comuniste o democratiche, asiatiche o europee. Dal punto di vista dei popoli indigeni, le distinzioni categoriali all’interno di una tipologia di invasori difficilmente possono reggere il confronto, in termini di significato, con la totalità della spoliazione»[16]. [traduzione degli autori] Una delle caratteristiche fondamentali del colonialismo, in particolare di insediamento, è la presenza di uno stato imperialista che dà l’impulso iniziale del processo di colonizzazione e gioca il ruolo di potenza tutelare nei confronti dei colonizzatori. Da un lato, tale stato fornisce il supporto militare, politico, diplomatico, economico, e amministrativo all’impresa coloniale. Tale supporto può includere anche, ma non necessariamente, la «fornitura» di masse dei coloni dalla «madrepatria», o da altri lidi – come nel caso della colonizzazione della Palestina. D’altro lato, la potenza tutelare mantiene il controllo sull’evoluzione del processo e delle sue conseguenze sul piano geostrategico. I coloni possono fondare uno Stato che rivendica la sovranità sul territorio della colonia, e si rende indipendente dalla potenza imperialista tutelare – il caso archetipico è quello dell’indipendenza degli Stati Uniti dall’impero britannico, ottenuta comunque con l’aiuto decisivo sul piano militare di una potenza imperialista rivale come la Francia. In ogni caso, la fondazione di uno Stato che rivendica la sovranità sul territorio colonizzato non esclude di per sé la presenza di una potenza imperialista tutelare, che, come nel caso della Palestina, può cambiare nel tempo al seguito di trasformazioni geopolitiche. Maxime Rodinson sostiene che il sionismo, come movimento internazionale, ha sempre cercato di evitare di circoscriversi a una singola metropoli, privilegiando invece una struttura transnazionale di sostegno che chiama «madrepatria collettiva»[17]. Ci sembra una visione idealizzata: quello che è certo è che i sionisti hanno sempre cercato di ottenere la tutela della potenza imperiale egemone. Non riuscendoci sempre, a volte si sono dovuti accontentare della potenza rivale (l’Urss) o di una seconda scelta (la Francia)[18]. Ben Gurion ha cercato disperatamente di ottenere la tutela degli Stati Uniti sin dalla fine della seconda guerra mondiale, ma è riuscito ad ottenerla solo dopo la guerra del 1967 (quando si era già ritirato a vita privata). Le correnti maggioritarie del movimento sionista, sia i «socialisti nazionali» – come denomina accortamente Zeev Sternhell[19] quelli che sono altrimenti chiamati «laburisti» – dagli anni ’30 agli anni ’70, sia i «revisionisti», oggi al governo in Israele, hanno condiviso e seguito con molta costanza, sin dall’inizio dell’impresa colonizzatrice, l’obiettivo della costruzione di uno Stato coloniale con sovranità sul territorio colonizzato sotto tutela imperiale. La loro strategia comune – le differenze tra di loro sono sempre e solo state di ordine tattico – può essere riassunta in quattro punti: 1. Dal Giordano al Mediterraneo – il territorio su cui lo Stato coloniale rivendica la sovranità si estende su tutta la Palestina («Eretz Yisrael»). 2. Il muro di ferro («Iron wall»)[20] [21] – Israele deve acquisire, mantenere e mostrare in modo perenne una superiorità militare estrema e inattaccabile nei confronti degli autoctoni e dei paesi limitrofi, come unica garanzia di sopravvivenza e di riuscita del progetto e dello Stato sionista. 3. Niente Stato palestinese – occorre impedire con tutti i mezzi la creazione di uno Stato palestinese con sovranità anche molto limitata su una parte anche minima del territorio della Palestina. 4. Non ritorno dei palestinesi – occorre impedire con qualsiasi mezzo il ritorno degli autoctoni espulsi, espatriati e dei loro discendenti in Palestina – non solo nel territorio di Israele, ma anche in tutti gli altri territori della Palestina, sia occupati militarmente (Cisgiordania e Gerusalemme Est), sia sotto stato d’assedio (Striscia di Gaza – dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, rioccupata al 60%). È evidente che la strategia di cui sopra non è e non sarà mai implementabile da parte dei sionisti senza l’impulso iniziale, il patrocinio, il sostegno e, se necessario, l’intervento in prima persona di una potenza imperialista tutelare. Per quel che riguarda la Palestina, come potenza imperialista tutelare si sono succedute: 1. La Gran Bretagna – potenza mandataria che, dall’occupazione militare durante la prima guerra mondiale ha dato l’impulso iniziale, sostenuto il processo di colonizzazione, promosso il parastato sionista, contenuto l’isorgenza palestinese e represso la rivolta del 1936-39 nel sangue – fino agli anni ’40. 2. L’ Urss – vera «levatrice» dell’etnostato coloniale sionista – che ha sostenuto la grottesca partizione della Palestina nel 1947, favorito la migrazione nel secondo dopoguerra di 150.000 ebrei sfollati d’Europa centrale in Palestina, riconosciuto immediatamente de jure – primo paese al mondo – lo Stato di Israele, e soprattutto, fornito, per Cecoslovacchia interposta, le armi che hanno conferito al neonato Stato coloniale sionista la superiorità militare che gli ha permesso di vincere la guerra del 1948[22], mentre gli Stati Uniti mantenevano l’embargo delle armi fino al 4 agosto 1949[23]. La tutela sovietica è durata fino all’inizio degli anni ’50. 3. La Francia – che ha dotato Israele dell’aviazione militare moderna e dell’arma nucleare[24] , contrastando la politica di non-proliferazione di J. F. Kennedy[25]. La tutela della Francia è durata fino all’inizio degli anni ’60. 4. Gli Stati Uniti d’America – dal 1967 fino ai giorni nostri. Dopo la guerra del 1967, l’intera Palestina è diventata un territorio colonizzato da una etnocrazia, organizzata nello Stato coloniale sionista, sotto la tutela degli Stati Uniti d’America. Gli abitanti del territorio di Israele sono più di 10 milioni, tra cui più di 7 milioni di nazionali israeliani e più di 2 milioni di palestinesi. I palestinesi abitanti in Cisgiordania e Gerusalemme Est sono circa 3,3 milioni. In Cisgiordania risiedono circa 700.000 coloni nazionali israeliani. Alla vigilia del 7 ottobre 2026, gli abitanti della Striscia di Gaza sono circa 2,3 milioni. 7,8 milioni di palestinesi – gli espulsi, gli espatriati e i loro discendenti – risiedono fuori del territorio della Palestina (fonte: Palestinian Central Bureau of Statistics). Nel territorio della Palestina convivono tre strati di popolazione strutturati gerarchicamente dal punto di vista dei diritti. Gli autoctoni abitanti dei territori occupati militarmente dal 1967 costituiscono lo strato inferiore. Il regime a cui sono sottoposti varia, tra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania e Gerusalemme Est. Dal 1967 la legge marziale israeliana controlla ogni aspetto della vita dei palestinesi residenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est, il cui territorio è estremamente frazionato dalla presenza crescente di insediamenti e avamposti militarizzati popolati da coloni israeliani, situati in zone strategiche tra città e villaggi palestinesi[26]. Dall’ottobre 2023 la colonizzazione continua a ritmo accelerato e i coloni, i militari e i poliziotti israeliani hanno ucciso più di 1000 palestinesi. La Striscia di Gaza è la più grande prigione a cielo aperto del mondo. Si situa su un territorio molto esiguo – di soli 365 km2 – in cui sono reclusi, alla vigilia del 7 ottobre 2023, più di due milioni e trecentomila palestinesi. Dopo il ritiro dalla Striscia di Gaza del 2005 di Tsahal e dei coloni israeliani, i gazawi sono passati dalla legge marziale israeliana a una stravagante «indipendenza senza sovranità»: i carcerieri sionisti hanno instaurato lo stato d’assedio, controllano tutti i flussi terrestri, navali e aerei di persone, beni e servizi in entrata e in uscita, e lasciano ai reclusi il governo della debilitazione dei corpi e delle infrastrutture. Lo stato d’assedio, alla vigilia del 7 ottobre 2023, dura da più di quindici anni, scandito da cinque guerre coloniali (2008, 2012, 2014, 2018, 2021) che hanno già causato direttamente più di 2500 morti e 19.000 feriti «contati»[27]. Lo strato intermedio della popolazione in Palestina comprende i palestinesi abitanti del territorio di Israele, a cui è stata concessa la cittadinanza israeliana – in Israele, nazionalità e cittadinanza corrispondono a due statuti distinti: la nazionalità implica la cittadinanza, ma non l’inverso. Sono coloro che sono sfuggiti al trasferimento forzato – la tristemente nota Nakba, e cioè l’espulsione di 750.000 palestinesi – e sono rimasti all’interno della cosiddetta «linea verde», la frontiera degli armistizi del 1948. Costoro – che non possiamo chiamare colonizzati «assimilati» – costituiscono una minoranza discriminata e segregata (nei loro confronti è stata applicata la legge marziale fino al 1966), la cui esistenza ha come unico scopo di contrastare le accuse di stato etnico nei confronti di Israele. Lo strato superiore è costituito dai nazionali israeliani. Il regime etnocratico e suprematista, vigente nella costituzione materiale dalla fondazione dello Stato d’Israele, è entrato nella «costituzione formale» – che non ha il coraggio di chiamarsi tale – nel 2018 con la «Legge fondamentale: Israele come Stato-nazione del popolo ebraico», legge che riconferma la natura dello stato d’Israele come stato in cui «la realizzazione del diritto all’autodeterminazione nazionale […] è prerogativa esclusiva del popolo ebraico». La legge del 2018 priva l’arabo dello status di lingua ufficiale, trasformandola in una lingua a «statuto speciale». Non si tratta solo di un declassamento burocratico, ma di un atto di esproprio simbolico: togliere a una lingua il suo statuto giuridico significa espellerla dallo spazio della cittadinanza attiva. Si tratta di due alfabeti, due sistemi di scrittura e due universi culturali che si scontrano in una relazione di potere asimmetrica. L’ebraico è oggi la lingua dell’ordine: dei tribunali, dei permessi di costruzione, delle ordinanze di demolizione e dei checkpoint. Il meccanismo dell’egemonia linguistica opera su diversi livelli. Il primo è la toponomastica: dopo il 1948, i nomi arabi dei villaggi, delle colline, dei fiumi sono stati sistematicamente sostituiti da nomi ebraici[28]. Walid Khalidi[29] ha mostrato come la cancellazione dei nomi arabi dei villaggi distrutti dopo il 1948 non sia solo cartografia, ma chirurgia della memoria. Obbligare un palestinese a usare nomi ebraici per indicare la terra dei propri avi significa costringerlo a convalidare la propria invisibilità – un esempio canonico di eliminazione d’identità degli autoctoni. Il secondo livello è quello giuridico-burocratico. Nei territori occupati, l’intero apparato dell’occupazione parla ebraico e intende solo l’ebraico. Chi non padroneggia la lingua del dominante non è solo «straniero», è strutturalmente indifeso, escluso dalla possibilità stessa di rivendicare un diritto. Il terzo livello è quello della memoria storica: la cosiddetta «legge Nakba» del 2011[30] è il tentativo estremo di cancellare una parola, e con essa, la memoria. La legge autorizza il ministero delle finanze israeliano a negare il trasferimento di fondi – per altro dovuti, per esempio provenienti da donazioni estere – a organizzazioni e eventi che non si conformano alla vulgata ufficiale israeliana, per esempio criticando la natura democratica di Israele, oppure riferendosi al giorno della fondazione del Stato di Israele come a un giorno di lutto. Se una parola non può essere pronunciata nella sfera pubblica, l’esperienza storica che essa sottende cessa di esistere politicamente. L’egemonia linguistica dell’ebraico fa eco all’esperienza e alla teorizzazione di Antonio Gramsci[31], il quale aveva vissuto sulla propria pelle il trauma della transizione linguistica. Nato in Sardegna, dovette conquistare per necessità l’italiano standard, la lingua della cultura borghese, del diritto e dello Stato. Gramsci, glottologo di formazione, insegna che la lingua è il vettore principale dell’egemonia, ovvero la capacità di far apparire «naturale» una gerarchia. Gramsci avrebbe trovato particolarmente significativa la condizione del palestinese che padroneggia l’ebraico per necessità. È la «doppia coscienza» di cui parlava Edward Said: abitare la lingua del potere per accedere agli spazi del lavoro e del diritto, subendo però un processo di auto-traduzione forzata[32]. Interiorizzare la lingua del dominante è un atto di intelligenza tattica, ma porta con sé una perdita profonda: il dover tradurre se stessi in categorie che sono state create per escluderti. Occorre comunque precisare che, dopo il 2005, con la riduzione degli abitanti della Striscia di Gaza da residenti in un territorio occupato militarmente a popolazione aliena e nemica sottoposta allo stato di assedio, in cui la sola interazione tra israeliani e palestinesi è attraverso l’uso della forza, il problema, ben al di là dell’egemonia linguistica, si pone soprattutto in termini di disabilità del linguaggio, ottenuta attraverso la mutilazione corporea (perdita dell’udito) e delle infrastrutture («scolasticidio») seguita dalla debilitazione, il deterioramento delle condizioni dell’habitat. Recentissimamente, si profila un ritorno all’occupazione militare – che, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, è montata al 60% del territorio della Striscia – e della colonizzazione reticolare sul modello della Cisgiordania, con tre insediamenti di nazionali israeliani annunciati nel nord della Striscia[33], il che potrebbe allontanare soluzioni più radicali come l’espulsione in massa degli abitanti e la «ricostruzione» della Striscia attraverso i progetti immobiliari di Trump, Blair & Company. Se la tendenza si confermasse, si porrebbe di nuovo la questione dell’egemonia linguistica dell’ebraico – con, per esempio, la sostituzione, finora risparmiata alla Striscia di Gaza, di nomi ebraici ai nomi arabi delle località. Colonialismo di sfruttamento A partire dalla fine della guerra del 1967, con l’occupazione della Striscia di Gaza, della Cisgiordania, delle alture del Golan e del Sinai da parte dell’esercito coloniale sionista, si assiste a una mutazione della struttura della colonizzazione. Il «puro» colonialismo di insediamento che ha preceduto la guerra dei sei giorni[34] si trasforma, dopo il 1967, in una struttura in cui coesistono altre forme di colonialismo, e in particolare il colonialismo di sfruttamento (Hanieh et al., op.cit.). Il processo è particolarmente rapido nella Striscia di Gaza: la frontiera costituita dalla linea di armistizio viene immediatamente dischiusa dal ministro della guerra Moshe Dayan, che prevede che la politica di «porte aperte» avrebbe portato, con l’apertura del mercato del lavoro israeliano ai gazawi, a una pacificazione rapida. Il primo ministro di Israele Eshkol si spinge addirittura oltre, paragonando la Striscia di Gaza a Gerusalemme Est, annessa in nome della «riunificazione» della città decretata da Israele. La Striscia di Gaza è quindi immediatamente considerata diversa dagli altri territori occupati, come la Cisgiordania, le alture del Golan siriane o il Sinai egiziano. Ma è proprio a Gaza l’indomita che Israele incontra le maggiori difficoltà nell’instaurare il suo nuovo ordine e si confronta con una vivace resistenza che dura fino al 1971 (la «guerra dei quattro anni»)[35]. Subito dopo la fine della guerra dei Sei Giorni, nei territori occupati sotto amministrazione militare, Israele inizia a confiscare terreni e a costruire insediamenti per i nazionali israeliani nelle zone da cui i palestinesi erano stati espulsi durante la guerra – in Cisgiordania, le espulsioni avevano coinvolto circa il 20% della popolazione. Questo processo è inquadrato dal cosiddetto piano Allon – dal nome di Yigal Allon, ex-comandante di squadroni della morte («Special Night Squads») operanti in Galilea come ausiliari dell’esercito britannico per reprimere la grande rivolta palestinese del 1936-39[36] [37], generale e vice primo ministro dopo il 1967. Il piano intende collocare gli insediamenti dei nazionali israeliani tra i principali centri abitati palestinesi, sulle falde acquifere e i terreni agricoli fertili (Filiu, op.cit.). Nei territori occupati, l’appropriazione delle terre fertili (colonialismo di insediamento) e delle risorse idriche (colonialismo di estrazione) espelle violentemente masse di contadini palestinesi dall’agricoltura, facendone una popolazione «liberata» da ogni capacità di procurarsi da vivere, e quindi costretta a mercificare le proprie capacità lavorative (colonialismo di sfruttamento). Nel contempo, l’etnostato coloniale sionista apre nei territori occupati un mercato coattivo (nel senso che chiude la possibilità di importare tali beni da altri paesi) di merci prodotte in Israele – essenzialmente mezzi di sussistenza (colonialismo di mercato). Gran parte della popolazione palestinese, è ormai obbligata a vendere la propria forza-lavoro in cambio di un salario monetario – in shekel – che permette di acquistare le merci israeliane necessarie alla sua sopravvivenza. Il numero dei residenti della Striscia di Gaza che lavorano in Israele, sceso a meno di 6000 nel 1971, al termine della «guerra dei quattro anni», è risalito a 25.000 già nel 1973, per poi passare a 42.000 nel 1974 e a 53.000 nel 1977. Ciò costituisce più della maggioranza della popolazione occupata della Striscia, dove la disoccupazione continua a essere elevata. Anche se il salario medio dei lavoratori di Gaza rappresenta solo la metà di quello dei loro omologhi israeliani, la relativa prosperità indotta da questo massiccio trasferimento di manodopera in Israele cambia le mentalità e gli stili di vita. Al modello di Gaza come «zona franca» destinata al mercato egiziano, che prevaleva prima del 1967, le autorità di occupazione sostituiscono quello di mercato coattivo – dal 1968 al 1978, la percentuale delle importazioni della Striscia di Gaza provenienti da Israele è passata dal 72% al 91% – e di bacino di manodopera non qualificata, il tutto a vantaggio della crescita economica del territorio di Israele. Gli abitanti di Gaza impiegati in Israele si suddividono in tre categorie. Un terzo è impiegato direttamente da imprese israeliane in uno stato di relativa legalità, con contributi sociali versati sui salari dichiarati. Un altro terzo è assunto tramite le agenzie di reclutamento israeliane ufficialmente insediate nella Striscia. Il terzo restante è impiegato – illegalmente, ma alla luce del sole – via il caporalato gestito da intermediari palestinesi collaboratori dell’autorità militare israeliana: giornalieri pagati in contanti e reclutati nei «mercati» all’aperto delle metropoli israeliane (Filiu, op.cit., Hanieh et al. op.cit.) Possiamo abbozzare qualche tratto della trasformazione della composizione della forza-lavoro in Palestina – presa nella sua globalità: considerando i territori occupati e il territorio di Israele – che si dispiega nei vent’anni che vanno dalla fine della guerra (1967) allo scoppio della prima Intifada (1987). Abbiamo visto che nei territori occupati emerge un nuovo proletariato, composto da abitanti espulsi dalle colonie in territorio rurale e metropolitano, e da giovani che entrano per la prima volta nel mercato della forza-lavoro – e ottengono una fonte di reddito indipendente dalla struttura familiare. La «nuova» forza-lavoro viene impiegata sia localmente in attività tessili e di lavorazione del cuoio, subappaltate da aziende israeliane e esercitate in piccolissimi laboratori con meno di cinque dipendenti, sia nel territorio di Israele, con le modalità delineate nel paragrafo precedente. I territori occupati forniscono alle aziende installate nel territorio di Israele forza-lavoro impiegata al 50% nell’edilizia e per il resto nell’agricoltura e nell’industria (Hanieh op.cit.). Per quel che riguarda la composizione della forza-lavoro nel territorio di Israele, la politica della «conquista del lavoro» dei socialisti nazionali durante il mandato aveva creato un’economia ebrea chiusa e etnicamente pura: capitali ebrei (in massima parte della diaspora) che impiegavano unicamente – eventualmente in perdita – lavoratori ebrei[38] [39]. L’economia ebraica e l’economia palestinese si affiancavano praticamente senza scambi, né di merci, né di forza-lavoro. L’obiettivo proclamato era la trasformazione degli immigrati europei (sia i volontari della prima e seconda Aliyah, sia i rifugiati «economici» dalla diaspora dopo la crisi del ’29, sia i rifugiati politici dopo l’ascesa al potere del nazismo nel 1933) in imprenditori – soprattutto i tedeschi, grazie agli accordi Haavara tra potere nazista e parastato sionista[40] – e lavoratori salariati. L’ideologia socialista nazionale considerava che l’affermazione del lavoro salariato come strumento principale di mediazione sociale[41] fosse indispensabile per la costruzione dell’«ebreo nuovo». Gershon Shafir sostiene, con argomenti solidi, che, in realtà, fu l’incontro con i mercati della forza-lavoro e della terra nella Palestina tardo-ottomana, piuttosto che una posizione ideologica astratta, a spingere il sionismo socialista nazionale – arrivato nel 1904 con la seconda Aliyah – ad adottare negli anni del mandato britannico una strategia basata sull’esclusione della manodopera araba autoctona e sul separatismo economico (Lockman, op. cit.) (Shafir, op. cit.). A partire dalla fine della seconda guerra mondiale, l’afflusso di capitali dalla diaspora induce una domanda crescente di forza-lavoro, che viene coperta in primis dagli sfollati europei sopravvissuti all’Olocausto, necessari ma disprezzati dai socialisti nazionali al potere per il loro reputato atteggiamento passivo nei confronti delle persecuzioni[42]. Dopo la guerra del 1948-49 si verifica un grande afflusso di mizrahim e di sephardim, e cioè di popolazioni di etnia e lingua araba e di religione ebraica provenienti dai paesi arabi limitrofi e dal Maghreb. Dopo la guerra del’48-’49, gli arabi di religione ebraica di questi paesi cominciarono a essere guardati con sospetto dai poteri e dalle popolazioni locali come potenziali quinte colonne dello stato d’Israele e sono spinti a emigrare anche da attentati contro le loro sinagoghe che si sono rivelati in seguito provocazioni del Mossad (Shlaim, op. cit.). I mizrahim/sephardim sono accettati come nazionali israeliani, ma comunque guardati con disdegno dai socialisti nazionali ashkenazi al potere – appena arrivati in Israele, vengono rinchiusi in «campi di transito» e cosparsi di DDT. Sono discriminati perché non sono europei, vengono dall’Oriente «arretrato e barbaro», sono dei rifugiati e non dei volontari della Aliyah, sono fondamentalmente estranei al sionismo, non hanno vissuto l’Olocausto, sono arabi per cultura e abitudini sociali, parlano l’arabo come lingua materna, non conoscono l’ebraico moderno (praticano l’ebraico rituale solo nelle cerimonie religiose), e hanno convissuto per secoli – in pratica fino alla dominazione britannica e all’affermazione del sionismo – senza problemi particolari con i mussulmani e i cristiani nei loro paesi d’origine – negli anni ’30 più di un terzo degli abitanti di Baghdad erano arabi di religione ebraica (Shlaim, op. cit.). Negli anni ’50, i rifugiati mizrahim/sephardim si ritrovano in maggioranza nella condizione sociale di lavoratori salariati, come i palestinesi rimasti in Israele al momento della Nakba e divenuti cittadini israeliani. Nasce allora, per la prima e unica volta, e perdura per qualche tempo, un vero movimento politico-sociale unitario interreligioso, facilitato dalla comunanza etno-linguistica –arabi parlando arabo – il quale promuove lotte sociali importanti e dà vita a iniziative che spaziano da riviste comuni a proteste di piazza congiunte[43]. La nuova forza-lavoro immigrata mizrahi/sephardi occupa, come i cittadini palestinesi, i livelli bassi del mercato del lavoro e permette l’ascensione sociale e l’esodo dal lavoro manuale dei nazionali israeliani di origine europea (ashkenazi) – sia i sionisti storici, sia i rifugiati a partire dall’ascesa al potere del nazismo (1933), sia gli sfollati del secondo dopoguerra[44]. Il partito Herut (che diventa in seguito Likud) diretto da Menahem Begin – erede del sionismo revisionista – sfrutta a suo vantaggio le discriminazioni verso i mizrahim/sephardim da parte dei socialisti nazionali al potere. Dagli anni ’50 agli anni ’70, grazie anche all’intermediazione di rabbini opportunisti, accresce la sua influenza sui mizrahim/sephardim promettendo loro la fine del trattamento discriminatorio e l’ascesa sociale – in pratica, di entrare nella etnocrazia israeliana come membri a pieno titolo – e ottiene progressivamente i loro voti fino a vincere le elezioni nel 1977[45]. Nello spazio di un ventennio, in cerca di assimilazione, i mizrahim/sephardim si reinventano come membri di una immaginaria «nazione ebraica»[46], sposano il nazionalismo esacerbato dei sionisti, diventano in gran parte ultra-religiosi, e adottano una postura apertamente suprematista e razzista nei confronti dei palestinesi[47]. La differenza etnica immaginaria tra mizrahim/sephardim e palestinesi venne utilizzata dall’etnostato coloniale sionista per introdurre desolidarizzazione di classe e divisione politica. Al giorno d’oggi, i mizrahim/sephardim e i loro discendenti costituiscono la maggioranza demografica dei nazionali israeliani, la base elettorale dei governi eredi del sionismo revisionista, e il grosso delle truppe dei coloni in Cisgiordania e Gerusalemme. L’emergenza di una nuova forza-lavoro nei territori occupati dopo il 1967 e la sua integrazione nell’economia israeliana hanno un profondo impatto sulla composizione della forza-lavoro e sul capitalismo sia in Israele che nei territori occupati (Hanieh et al., op.cit). I territori occupati forniscono all’economia dell’etnostato coloniale sionista una sorgente di forza-lavoro a basso costo, a priori totalmente controllabile e altamente sfruttabile, e permettono un ampliamento delle dimensioni del mercato «interno» israeliano, con l’istituzione di un mercato coattivo nei territori occupati. Recandosi quotidianamente in Israele per lavorare in settori quali l’edilizia, l’agricoltura e l’industria, i palestinesi occupano i livelli più bassi del mercato del lavoro, favorendo l’esodo dei nazionali israeliani – non solo gli ashkenazim, ma ora anche i mizrahim/sephardim – dal lavoro manuale e permettendo la loro promozione corporativa verso compiti di controllo e di lavoro amministrativo, in posti meno faticosi e meglio remunerati. Il fenomeno si verifica anche nei famigerati kibbutzim (dal peso marginale dal punto di vista statistico, ma elevato da quello simbolico), luoghi inizialmente dedicati alla creazione dell’«ebreo nuovo» attraverso il duro lavoro nei campi gestito collettivamente. I kibbutzim funzionano in realtà come avamposti militarizzati del processo di colonizzazione – collettivismo da caserma su terre rubate venduto come «socialismo». Appena privati della funzione militare diretta, che viene delegata a Tsahal, i kibbutzim si trasformano in aziende agricole capitalistiche, dirette da nazionali israeliani che impiegano i palestinesi come braccianti: bye bye (national) socialism! Il meccanismo di differenziazione della forza-lavoro su basi etniche distrugge efficacemente tutti i tentativi di costruire movimenti e organizzazioni di classe multietnici e unitari. Il contributo dello sfruttamento dei lavoratori palestinesi dei territori occupati all’espansione dell’economia coloniale sionista a partire dagli anni ’70 è talmente determinante che detta espansione è chiamata comunemente il «boom palestinese». Verso la metà degli anni ’80, i palestinesi provenienti dai territori occupati rappresentano circa il 7% della forza-lavoro israeliana, a cui contribuiscono anche i palestinesi cittadini israeliani. Nel 1985 circa un terzo della forza-lavoro della Cisgiordania lavora in Israele, di cui circa la metà nel settore edile. Alla vigilia della prima Intifada (1987), oltre il 40% della forza-lavoro dei territori occupati lavora quotidianamente in Israele (Hanieh et al., op.cit). Nei territori occupati, al nuovo proletariato derivante dall’espulsione dalle colonie e dalla crescita demografica, si affianca una nuova «intellettualità di massa» di origine sociale modesta, proveniente dai campi profughi, dai villaggi e dalle piccole città, che trae profitto dall’espansione del sistema universitario palestinese. Questa nuova popolazione studentesca è sensibile agli echi dell’insorgenza mondiale del 1968 ed è caratterizzata da un attivismo sostenuto e da un atteggiamento altamente conflittuale nei confronti della dominazione israeliana. Paolo Virno sintetizza nella Tesi 8 di Grammatica della Moltitudine (Virno, 2001, op. cit.), il concetto di «intellettualità di massa»: identifica l’intellettualità di massa con «l’insieme della forza-lavoro post-fordista», risultato di un processo di trasformazione della composizione della forza-lavoro iniziato negli anni’60-’70. Virno si riferisce a un fenomeno che è uno dei grandi risultati delle lotte operaie degli anni ’60 e ’70 in occidente, e cioè l’esodo dal lavoro manuale parcellizzato e ripetitivo da parte della prole dell’«operaio massa». Grazie all’istruzione massificata – conquista della lotta operaia – si assiste all’arrivo di una nuova generazione con accresciute capacità linguistiche. Virno precisa che il termine «intellettualità di massa» non si riferisce in alcun modo a una fantomatica erudizione, ma alle: «… più generiche attitudini della mente: facoltà di linguaggio, disposizione all’apprendimento, memoria, capacità di astrarre e correlare, inclinazione all’autoriflessione. L’intellettualità di massa non ha a che fare con le opere del pensiero (libri, formule algebriche ecc.), ma con la semplice facoltà di pensare e di parlare» (Virno, 2001, op. cit.). A partire dalla rivoluzione del ’68, questa recentissimamente formata intellettualità di massa produce precocemente rifiuto del lavoro e insubordinazione, che in Italia conosce un secondo apogeo in quello che viene chiamato il «movimento del ’77». Quanto al contributo delle accresciute capacità linguistiche all’insubordinazione, basta ricordare l’uso dell’ironia e dell’iperbole da parte di quella sezione del movimento italiano autonominatosi gli «Indiani metropolitani». Alla vigilia del 7 ottobre 2023, è appropriato qualificare una parte importante della popolazione della Striscia di Gaza come intellettualità di massa. Il risultato dell’inoperosità forzata e della disponibilità di istruzione a basso costo, produce da anni un alto livello di scolarizzazione. Ciò non ha solamente contribuito alla vivacità della vita intellettuale e culturale della Striscia, ma anche alla grande ingegnosità e creatività delle brigate Ezzedin al-Qassam e delle altre formazioni combattenti. L’intellettualità di massa gazawi è dietro l’utilizzazione strategica, creativa, efficace di nuove tecnologie a basso costo utilizzate nell’attacco del 7 ottobre. Esempi particolarmente significativi della guerra asimmetrica tra l’esercito israeliano (Tsahal) – l’«esercito più potente del mondo», che lo è semplicemente perché totalmente e enormemente sostenuto e foraggiato dalla potenza imperialista tutelare statunitense – e le organizzazioni armate clandestine e sotterranee – in senso letterale – di reclusi in quella prigione di massa a cielo aperto che è la Striscia di Gaza, sono: a) l’uso di droni da poche migliaia di dollari acquistati su Amazon e dotati di una mini carica esplosiva che hanno messo rapidamente fuori uso i dispositivi di sorveglianza e le torri di comunicazione situate sulla cinta della Striscia[48] [49]; b) il lancio simultaneo – all’inizio dell’attacco del 7 ottobre – di più 2000 razzi Qassam – rudimentali, imprecisi, prodotti localmente a basso costo – che hanno saturato le capacità di rilevamento e di neutralizzazione dell’«Iron dome» dell’esercito israeliano[50]. A tali cambiamenti socio-economici si aggiunge la crescita del movimento nazionale palestinese all’estero, in particolare dei movimenti di resistenza palestinesi che avevano scosso la monarchia hascemita giordana negli anni ’70 e che, in seguito, avevano combattuto l’occupazione israeliana e i suoi collaboratori interni in Libano. Le fazioni politiche palestinesi trasmettono un clima fortemente politicizzato ai territori occupati, in particolare alla generazione che frequenta l’università per la prima volta. Nell’ambito della rinascita del movimento anti-colonialista, i principali movimenti palestinesi che costituiscono l’OLP, tra cui Fatah, il FPLP, e il FDLP, estendono le loro reti politiche nelle università, nelle scuole e nei sindacati in tutta la Cisgiordania e nella Striscia di Gaza[51]. Forza-lavoro, accumulazione originaria e biopolitica Il processo di mercificazione delle capacità umane che genera la merce forza-lavoro non è un processo naturale trans-storico: «… la natura non produce da un lato proprietari di denaro o merci, e dall'altro uomini che non possiedono altro che la propria forza-lavoro. Questa relazione non ha fondamento nella storia naturale, né ha una base sociale comune a tutti i periodi della storia umana»[52] [traduzione degli autori]. La forza-lavoro, diversamente dalla facoltà di linguaggio, non è una proprietà o disposizione umana «naturale», biologica o innata. La trasformazione dalle capacità del corpo vivente in merce forza-lavoro, che il capitale (la parte detta «variabile») può acquisire nel suo ciclo di riproduzione, non è né naturale né spontanea. La merce forza-lavoro è generata attraverso un processo estremamente violento che Marx chiama «cosiddetta accumulazione primitiva» (detta anche accumulazione originaria) e a cui ha dedicato gli ultimi cinque capitoli del primo libro del Capitale. Il risultato del processo, la merce forza-lavoro, è la disponibilità, da parte del detentore delle capacità del corpo vivente, a permettere l’acquisto del loro uso per un tempo determinato da parte del capitalista. Per acquistarle, il capitalista mobilizza una parte del capitale – il capitale variabile – che cede ai detentori della forza-lavoro sotto forma di salario monetario (Marx, op. cit.). La mercificazione delle capacità fisiche, intellettuali e linguistiche dei membri di una popolazione è possibile sempre e solo attraverso un insieme di cambiamenti radicali dei rapporti socio-economici, che sono sempre ottenuti per mezzo della violenza, dispiegata o minacciata. Innanzi tutto, tali membri devono essere liberati da tutti i vincoli – per esempio, il servaggio – che impediscono loro di mettere in vendita le capacità del loro corpo vivente. In secondo luogo, la popolazione in questione deve essere privata totalmente (per esempio attraverso recinzioni di terre comuni o in comodato – le enclosures) d’ogni accesso non mercantile ai mezzi necessari per la sua riproduzione – giornaliera e, eventualmente, generazionale. Inoltre, dato che i mezzi di sussistenza non sono più acquisibili liberamente e gratuitamente «in natura» e si presentano come merci, deve essere creato un mercato di tali mezzi, e tale mercato deve essere approvvigionato sufficientemente – attenzione alla carestia sempre in agguato nelle fasi di transizione – per permettere l’acquisto, per mezzo del salario monetario, dei beni necessari per la riproduzione della vita dei detentori della forza-lavoro e delle loro famiglie. Si può dire quindi che l’accumulazione originaria mette in opera un doppio processo di mercificazione: delle capacità dell’animale umano e dei mezzi di sussistenza. I mezzi di sussistenza possono essere ottenuti solamente sotto forma di merci acquistabili sul mercato, e il denaro necessario per acquistarli può essere ottenuto solamente come salario monetario risultato della vendita delle capacità del corpo vivente mercificate come forza-lavoro. Infine, se il ricatto dell’inedia non fosse sufficiente per spingere i detentori delle capacità da mercificare a diventare fornitori di forza-lavoro, occorre imporre misure coercitive – per esempio, le leggi anti-vagabondaggio – accompagnate dalla forza necessaria per applicarle, che li obblighino a farlo, sempre «liberamente». È certo che, per una nuova, «fresca» forza-lavoro, senza esperienza di lavoro e di lotta, il salario può garantire solo la mera sussistenza e la giornata lavorativa è la più lunga sopportabile. Nel seguito di questo scritto, per semplicità di esposizione, e quando il contesto permette di sciogliere l’ambiguità, utilizzeremo il termine forza-lavoro per denominare sia le capacità mercificate di singoli individui (labour power) sia l’insieme dei portatori di tali capacità mercificate appartenenti a una popolazione data (workforce). Se tutti i cambiamenti sopra-elencati si realizzano, ed emerge un mercato della forza-lavoro – e un mercato delle merci salario – la sottomissione formale al rapporto di capitale della popolazione in questione è realizzata (Marx, op. cit.) La possibilità di disporre di «nuova» forza-lavoro è una pre-condizione primaria del rapporto di capitale: lo è stata per la sua emergenza storica, e lo è per ogni «rivoluzione» del ciclo capitalistico[53]. È ormai comunemente accettata l’idea che l’accumulazione originaria non solamente soddisfa le condizioni del passaggio storico che produce l’emergenza del rapporto di capitale, ma è un processo che il capitale e il suo stato riproducono ogni volta che la posta in gioco è un cambiamento importante della composizione della forza-lavoro e del paradigma tecnico-economico[54] [55]. A scanso equivoci, la ripetuta accumulazione originaria non è né il frutto di una presunta svolta «estrattiva» del rapporto di capitale[56] [57], né un ripetuto attacco ai comuni[58], attacco che non è un fine ma piuttosto un mezzo per «liberare» la «nuova» forza-lavoro. L’accumulazione originaria e il cambiamento del paradigma tecnico-economico sono il risultato della dialettica tra insorgenza della forza-lavoro e risposta del capitale e del suo Stato, ogni qualvolta quest’ultima opera per smembrare la composizione della forza-lavoro substrato dell’insorgenza. Virno mette in relazione il concetto di biopolitica[59] con quello di forza-lavoro: «Per Foucault, è in quell’epoca [fine XVIII, inizio XIX secolo] che la vita, la vita come tale, la vita come mero processo biologico, comincia a essere governata, amministrata politicamente. Negli ultimi anni, il concetto di «biopolitica» è diventato di moda: vi si ricorre spesso e volentieri a ogni proposito. Bisognerebbe evitare questo impiego automatico e irriflesso. Chiediamoci dunque come e perché la vita irrompe al centro della scena pubblica, come e perché lo Stato la regola e la governa. A mio parere, per comprendere il nocciolo razionale del termine «biopolitica», occorre partire da un concetto diverso, assai più complicato sotto il profilo filosofico: quello di forza-lavoro» (Virno, 2001 op. cit.). In Il faut défendre la société Foucault afferma: «La biopolitica trarrà la sua conoscenza e definirà il campo d’azione del suo potere in base al tasso di natalità, al tasso di mortalità, alle varie disabilità biologiche e agli effetti dell’ambiente» (Foucault, op. cit.). Secondo Foucault, la sovranità classica – per intenderci, proto-capitalistica – operava attraverso il diritto di «togliere la vita o lasciar vivere»: il potere del sovrano era essenzialmente il potere di uccidere, esercitato in modo selettivo come punizione o guerra. Il biopotere moderno ribalta questa prospettiva: lo Stato esercita sempre più il proprio potere attraverso la gestione della vita (bios), il diritto di «far vivere e di lasciar morire». Foucault precisa che la sovranità protocapitalistica non è stata sostituita, ma è stata piuttosto completata da questo nuovo diritto. Virno mette in rilievo il carattere di «potenza» della forza-lavoro. Il capitalista acquista potenzialità – manuali, intellettuali, linguistiche – esistenti nella corporeità che si presentano come merci. Dopo che la compravendita è avvenuta, egli tenta di impiegare la merce di cui è virtualmente entrato in possesso nel processo di lavoro concreto. È così che ciò che è potenzialità (capacità del corpo vivente) diventa attualità (lavoro vivo concreto): il lavoro concreto è il valore d’uso della merce forza-lavoro (Marx, op. cit.). Ancora Virno: «La forza-lavoro incarna (letteralmente) una categoria fondamentale del pensiero filosofico: per l’appunto la potenza, la dynamis. E «potenza», come ho appena detto, significa ciò che non è attuale, ciò che non è presente. Ebbene, qualcosa che non è presente (o reale) diventa, nel capitalismo, una merce di eccezionale importanza. La potenza, la dynamis, la non-presenza, anziché restare un concetto astratto, prende sembianze pragmatiche, empiriche, socioeconomiche. La facoltà come tale, ancora disapplicata, sta al centro dello scambio tra il capitalista e l’operaio. Oggetto della compravendita non è un’entità reale (prestazioni lavorative effettivamente eseguite), ma qualcosa che, di per sé, non ha un’autonoma esistenza spazio-temporale (la generica capacità di lavorare). Le caratteristiche paradossali della forza-lavoro (qualcosa di irreale, che però è venduto e comprato come una merce qualsiasi) sono la premessa della biopolitica» (Virno, 2001 op. cit.). In che senso le caratteristiche paradossali della forza-lavoro sono la premessa della biopolitica? Se il capitalista compra qualcosa che: «… non è separabile dalla persona vivente del venditore. Il corpo vivo dell’operaio è il substrato di quella forza-lavoro che, di per sé, non ha un’esistenza indipendente. La «vita», il puro e semplice bios, acquista una specifica importanza in quanto tabernacolo della dynamis, della mera potenza. Al capitalista interessa la vita dell’operaio, il suo corpo, solo per un motivo indiretto: questo corpo, questa vita sono ciò che contiene la facoltà, la potenza, la dynamis. Il corpo vivente diventa oggetto da governare non per il suo intrinseco valore, ma perché è il substrato della sola cosa che veramente importi: la forza-lavoro come somma delle più diverse facoltà umane … La vita si colloca al centro della politica allorché la posta in palio è l’immateriale (e di per sé non presente) forza-lavoro. Per questo, solo per questo, è lecito parlare di «biopolitica»» (Virno, 2001 op. cit.). Per inciso, ci si può chiedere, a proposito della capacità linguistica, qual è il suo posto nel concerto delle capacità umane e qual è la sua implicazione nel processo di mercificazione delle dette capacità che genera la forza-lavoro. Virno mette in evidenza che solo oggi, in epoca post-fordista, «la realtà di forza-lavoro è pienamente all’altezza del suo concetto» (Virno, 2001 op. cit.) perché include esplicitamente, oltre alle capacità manuali (motilità, forza, …) e intellettuali (che non hanno atteso la post-modernità per essere convocate), le capacità specificamente linguistiche. Nella fabbrica fordista non erano richieste particolari abilità linguistiche della forza-lavoro, al di là della capacità di comprensione di semplici ordini orali e scritti, e, nei reparti di produzione, veniva imposto il silenzio e interdetta la comunicazione orizzontale – o, almeno, si tentava di farlo. L’uso del linguaggio da parte dell’operaio massa era «riservato» alla discussione, alla deliberazione e all’organizzazione dell’insubordinazione. In sintesi, direbbe Virno, la capacità linguistica non era richiesta dalla poiesis, dall’attività produttiva, ma sosteneva la praxis, l’attività politica, grazie anche all’unità di tempo e di luogo del processo di produzione sincrono proprio del fordismo. Nella «catena di valore» postfordista, la forza-lavoro linguistica, risultato della mercificazione delle capacità linguistiche dell’intellettualità di massa, la cui attività produttiva concreta è costituita esclusivamente dall’emissione/ricezione di atti linguistici con il supporto di sistemi di informazione e comunicazione, è situata in tutti gli snodi della catena, nei compiti di concezione, coordinamento, comunicazione e produzione immateriale. In sintesi, tornando alla biopolitica, per Virno: «L’origine non mitologica di quel dispositivo di saperi e poteri che Foucault chiama biopolitica va rintracciata senza esitazioni nel modo di essere della forza-lavoro… Ciò detto, resta l’interrogativo cruciale: perché la vita come tale è presa in cura e governata? La risposta è univoca: perché essa funge da substrato di una mera facoltà, la forza-lavoro, che però ha guadagnato la consistenza di una merce. Non è in questione, qui, la produttività del lavoro in atto, ma la scambiabilità della potenza di lavorare. Per il solo fatto di venire comprata e venduta, questa potenza chiama in causa anche il ricettacolo da cui essa è indisgiungibile, ossia il corpo vivente; di più, lo mette in vista quale oggetto a tutto tondo di innumerevoli e differenziate strategie governative. Non bisogna credere, dunque, che la biopolitica comprenda in sé, come sua articolazione particolare, la gestione della forza-lavoro. Le cose stanno all’incontrario: la biopolitica è solo un effetto, un riverbero, o appunto un’articolazione, di quel fatto primario – storico e filosofico insieme – consistente nella compravendita della potenza in quanto potenza» (Virno, 2001 op. cit.). Il punto chiave è che la biopolitica gestisce direttamente la vita («far vivere») – e, indirettamente, la morte («lasciar morire») – non in quanto tale, ma in quanto substrato della forza-lavoro. Per altro, lo iato tra la vita di per sé e la vita in quanto substrato della forza-lavoro apre un enorme spazio di ricerca che possiamo solamente sfiorare in queste note. Il biopotere dello stato moderno «fa vivere e lascia morire»: coltiva attivamente la vita di coloro che forniscono forza-lavoro compatibile con le esigenze della riproduzione del ciclo capitalistico – mentre abbandona alla morte coloro le cui capacità non sono mercificabili come forza-lavoro, quale che ne sia il motivo. La questione che ci poniamo a questo punto è la seguente: l’etnostato coloniale sionista, che ha innescato il processo di accumulazione originaria nei territori occupati, generando la forza-lavoro che ha prodotto il «boom palestinese», ha messo in opera una qualche biopolitica? Possiamo abbozzare una risposta analizzando rapidamente un settore chiave come la sanità. Israele, prendendo possesso della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel giugno del 1967, ha occupato due territori con storie economico-sociali e strutture istituzionali molto diverse. In particolare, la Striscia di Gaza era sotto amministrazione militare egiziana dal 1948, che la gestiva come un enorme campo profughi: la guerra del 1948 aveva prodotto un massiccio afflusso di rifugiati, residenti in campi gestiti dalla UNRWA[60]. Nel 1967 i rifugiati contavano per il 65-70% della popolazione totale. L’Egitto non aveva investito nello sviluppo sociale di Gaza: come risultato, al momento dell’occupazione coloniale sionista, Gaza è uno dei territori più densamente popolati, impoveriti e arretrati – dal punto di vista della sanità e dell’istruzione – della regione[61]. La situazione sanitaria nei territori occupati nel 1967 è caratterizzata da tassi di mortalità infantile elevati: le stime per Gaza nel 1967 indicano tassi compresi tra 80 e 100 per mille nati vivi. Alti tassi di malattie infettive – tubercolosi, parassiti intestinali, tracoma e altre malattie associate alla povertà – sono prevalenti, a testimonianza delle condizioni ambientali dei campi profughi e delle comunità rurali. Prima dell’occupazione israeliana, Gaza disponeva di servizi sanitari del governo egiziano integrati dalle strutture sanitarie dell’UNRWA (Schiff, op. cit.). L’assistenza sanitaria di base era molto limitata, curativa piuttosto che preventiva, basata sugli ospedali piuttosto che sulla comunità, e accessibile principalmente alle popolazioni urbane. Dal punto di vista delle infrastrutture, ospedali privati e di beneficenza, comprese importanti istituzioni missionarie cristiane, integravano l’assistenza sanitaria governativa[62] [63]. A metà degli anni ’80, gli indicatori sanitari misurabili migliorano significativamente rispetto al livello di riferimento del 1967. La mortalità infantile diminuisce, passando da circa 80-100 per mille nel 1967 a circa 40-60 per mille a metà degli anni ’80. L’aspettativa di vita aumenta, passando da circa 50-55 anni nel 1967 a circa 60 anni a metà degli anni ’80. I tassi di malattie infettive, in particolare la tubercolosi e diverse malattie infantili, diminuiscono sensibilmente grazie ai progressi in termini di igiene, nutrizione e copertura vaccinale (Giacaman op. cit.). Diversi fattori interconnessi contribuiscono a tali miglioramenti. L’aumento del reddito familiare derivante dal lavoro in Israele e dalle rimesse provenienti dagli espatriati nei Paesi del Golfo, che migliora l’alimentazione, le condizioni abitative e la possibilità di accedere alle cure mediche, è probabilmente il fattore più importante. I servizi sanitari dell’UNRWA nei campi profughi, che forniscono assistenza sanitaria di base, vaccinazioni e servizi di salute materno-infantile, hanno un impatto misurabile, in particolare a Gaza (Schiff, op. cit.). Tra i fattori limitanti lo sviluppo dell’assistenza sanitaria occorre ricordare la permanente difficoltà di importazione dei farmaci e delle attrezzature mediche, considerate «a duplice uso» dall’amministrazione militare, e la mancanza di formazione medica nei territori che genera una carenza persistente di personale medico specializzato. L’evoluzione più importante nel settore sanitario palestinese nel periodo 1967-1987, è la nascita di un movimento comunitario per la salute: una rete di organizzazioni di volontariato che costruisce infrastrutture di assistenza sanitaria di base al di fuori del perimetro dell’amministrazione militare israeliana. L’Unione dei Comitati Palestinesi di Soccorso Medico (UPMRC), fondata nel 1979 da medici palestinesi rientrati dalla formazione all’estero con competenze mediche e un forte impegno politico, è la più significativa di queste organizzazioni. L’UPMRC gestisce squadre mediche mobili che portano l’assistenza sanitaria di base nei villaggi e nelle comunità prive di accesso a strutture sanitarie formali, effettua delle campagne di vaccinazione, insegna nozioni sanitarie di base e pratiche preventive a operatori sanitari, insegnanti e famiglie dei villaggi, e documenta sistematicamente lo stato della salute pubblica. Il modello dell’UPMRC è esplicitamente politico oltre che medico: intende l’assistenza sanitaria come una dimensione della resistenza, e costruisce e si propone consapevolmente come una istituzione del comune al di fuori del controllo dell’amministrazione militare israeliana. (Giacaman, op. cit). Dal canto suo, l’amministrazione militare israeliana effettua investimenti – limitati – per ampliare alcuni servizi e infrastrutture sanitarie con l’obiettivo primario di contrastare la diffusione di malattie infettive nella popolazione israeliana da parte dei lavoratori provenienti dai territori occupati. Si tratta di una azione biopolitica «perfetta»: la questione da risolvere è la disponibilità della forza-lavoro dai territori occupati, e se i portatori di forza-lavoro sono anche portatori di malattie infettive, la loro impiegabilità crea problemi, sia in termini di possibilità di sfruttamento che in termini di contaminazione del territorio israeliano. La questione che si pone non è il bios della popolazione dei territori occupati in quanto tale, ma in quanto substrato della forza-lavoro sociale. La biopolitica impiega anch’essa la razionalità strumentale, anche se tale razionalità è, ovviamente, limitata (Simon, op. cit.). Una questione complementare, di particolare interesse in queste note, riguarda lo stato del sistema scolastico nel 1967 e il suo eventuale sviluppo nel ventennio successivo. L’amministrazione militare egiziana aveva mantenuto un sistema scolastico pubblico, ma la particolare situazione demografica di Gaza – la presenza massiccia di rifugiati palestinesi – faceva sì che le scuole dell’UNRWA fossero l’istituzione didattica dominante. L’UNRWA gestiva scuole a Gaza dal 1950, fornendo istruzione a partire dalla scuola elementare ai bambini rifugiati. Il sistema dell’UNRWA era per molti aspetti meglio attrezzato e organizzato rispetto al sistema governativo egiziano che accoglieva la popolazione non rifugiata (Schiff, op. cit.). Il quadro generale dell’istruzione nel 1967 è quindi caratterizzato da uno sviluppo parziale e disomogeneo: l’istruzione primaria è relativamente accessibile, ma di qualità variabile; l’istruzione secondaria è limitata; l’istruzione superiore è assente; l’alfabetizzazione e la frequenza scolastica femminile sono significativamente inferiori a quelle maschili; e la popolazione di rifugiati è servita da una struttura istituzionale parallela che rimane amministrativamente separata dal potere militare israeliano. Dal 1967 l’amministrazione militare israeliana prende il controllo completo del sistema scolastico nei territori occupati. Il governatore militare detiene l’autorità sui corsi di studio, i libri di testo, l’amministrazione scolastica, le nomine degli insegnanti e l’apertura e la chiusura degli istituti. Tale autorità viene esercitata attraverso un complesso apparato burocratico che coinvolge i servizi di sicurezza militari e, a partire del 1981, l’amministrazione civile. Gli israeliani esercitano un controllo politico sul sistema scolastico attraverso vari strumenti, come per esempio la censura dei corsi di studio e dei libri di testo – da cui i passaggi relativi all’identità nazionale palestinese, alla guerra del 1948, e alla resistenza vengono rimossi. Gli insegnanti palestinesi sono tenuti a ottenere autorizzazioni di sicurezza e possono essere licenziati, deportati o imprigionati per motivi di sicurezza. Il sindacato degli insegnanti palestinesi viene posto sotto la supervisione israeliana e la sua dirigenza è soggetta a sorveglianza e ad arresti periodici. L’amministrazione militare esercita il potere di chiudere scuole e università come misura di sicurezza. Le chiusure – numerose – sono imposte in risposta a manifestazioni politiche, commemorazioni e altre forme di resistenza. Nonostante questi vincoli, il periodo 1967-1987 vede una significativa espansione quantitativa dell’istruzione a tutti i livelli. I tassi di iscrizione alla scuola primaria aumentano considerevolmente. A metà degli anni ’80, l’iscrizione alla scuola primaria è quasi universale sia per i bambini che per le bambine – un cambiamento significativo rispetto ai livelli del 1967, in particolare per le bambine e per la popolazione rurale. L’espansione dell’istruzione femminile negli anni ’70 e ’80 rappresenta un’autentica trasformazione sociale, guidata da una combinazione di fattori: l’aumento dei redditi familiari derivanti dal lavoro in Israele e dalle rimesse degli espatriati, l’influenza dei programmi educativi dell’UNRWA, che avevano sempre incluso entrambi i sessi (Schiff, op. cit.), e la promozione attiva dell’istruzione femminile da parte delle organizzazioni politiche della resistenza palestinese. Le conseguenze politiche dell’aumento dell’alfabetizzazione e dell’istruzione femminile si manifesteranno chiaramente nell’Intifada, in cui le organizzazioni femminili giocheranno un ruolo centrale[64]. L’UNRWA gestisce un sistema didattico separato dedicato alla popolazione rifugiata (Schiff, op. cit.). Si tratta di un sistema di dimensioni rilevanti: all’inizio degli anni ’80, l’UNRWA gestisce oltre 150 scuole a Gaza, che ospitano centinaia di migliaia di studenti. La qualità dell’istruzione dell’UNRWA è generalmente superiore a quella delle scuole pubbliche nello stesso periodo: insegnanti meglio formati, amministrazione più organizzata, supervisione internazionale. Lo status di agenzia delle Nazioni Unite conferisce all’UNRWA una certa protezione, imperfetta e oggetto di controversie, nella gestione delle attività educative, protezione da cui il sistema pubblico palestinese, gestito direttamente dall’amministrazione militare israeliana, è totalmente escluso. Le autorità israeliane tentano periodicamente di estendere la giurisdizione militare sulle scuole dell’UNRWA, in particolare sui corsi di studio. A parte l’alfabetizzazione generalizzata, lo sviluppo educativo più significativo e rilevante del periodo 1967-1987 è costituito dalla nascita delle università palestinesi (Sullivan, op. cit.). L’Università Islamica di Gaza, fondata nel 1978, è l’istituzione di istruzione superiore dominante a Gaza ed è associata alla corrente islamista nella politica palestinese che si sarebbe poi concretizzata nel movimento Hamas nel 1987. La sua fondazione riflette la crescente influenza dei Fratelli Musulmani nei settori educativo e sociale di Gaza durante gli anni ’80. L’amministrazione militare israeliana inizialmente accoglie con relativa tolleranza tale influenza (se non, addirittura, la incoraggia) vedendo nelle organizzazioni sociali islamiste un fattore di differenziazione e di divisione potenziale rispetto all’approccio laico dell’OLP. Nei fatti, il sistema universitario palestinese non è stato costruito dall’amministrazione militare israeliana, bensì contro la sua resistenza, grazie a una combinazione di investimenti della comunità palestinese, finanziamenti della diaspora, sostegno istituzionale internazionale e sforzi organizzativi delle istituzioni del movimento di resistenza palestinese. L’amministrazione militare israeliana ha in permanenza ostacolato lo sviluppo del sistema scolastico, con chiusure degli istituti e vessazioni e persecuzioni degli insegnanti più impegnati politicamente. L’emergere di un sistema universitario palestinese ha avuto conseguenze che vanno ben oltre la semplice offerta di istruzione superiore. Ha permesso di trattenere nei territori, anziché disperdere all’estero, l’intellettualità di massa emergente, creando una massa critica impegnata nello sviluppo in loco di istituzioni del comune. Ha formato il nucleo dirigente dell’Intifada: una parte consistente degli organizzatori della prima Intifada era composta da laureati o studenti universitari nel periodo 1967-1987. La risposta palestinese sull’istruzione alla politica dell’amministrazione militare israeliana – il volontariato, le organizzazioni sanitarie di comunità, le associazioni femminili, i sindacati degli insegnanti e i movimenti studenteschi – non è semplicemente una reazione alle limitazioni imposte da Israele, ma un attivo contro-progetto di costruzione di istituzioni del comune (Giacaman, op. cit.). Nel 1987, tali istituzioni sono sufficientemente sviluppate per sostenere una rivolta popolare prolungata come la prima Intifada[65] . In sintesi, l’approccio dell’etnostato coloniale sionista nei confronti della popolazione della Striscia di Gaza appare caratterizzato da una contraddizione fondamentale. Da un lato, ragioni pratiche spingono a un certo grado di sviluppo della sanità e dell’istruzione: una popolazione con standard minimi di salute e istruzione è più produttiva economicamente e, se docile, più facile da amministrare. D’altro canto, lo sviluppo sociale palestinese crea sistematicamente le condizioni per la resistenza: una popolazione istruita, con un livello di salute soddisfacente, le cui aspirazioni vengono sistematicamente negate dall’occupazione militare israeliana, è capace di discutere, deliberare, organizzarsi e lottare, e spinta a farlo. La politica israeliana in materia di sanità e di istruzione non è orientata allo sviluppo sociale in Palestina, bensì alla gestione biopolitica della forza-lavoro palestinese – uno sviluppo sufficiente a mantenere una forza-lavoro vitale, ma sistematicamente limitato per tentare di impedire l’emergenza della capacità politica. In più, l’analisi dettagliata dell’istruzione e della sanità nel periodo 1967-1987 rivela che lo sviluppo sociale non è un processo neutrale, bensì un terreno di scontro politico in cui il controllo dell’aministrazione militare di Israele e la resistenza palestinese incarnata in istituzioni del comune sono in continuo conflitto. Note *Per le referenze citate in precedenza (op. cit) riferirsi alle parti corrispondenti. [1] F.A. Sayegh, Zionist Colonialism in Palestine, "Research Center - Palestine Liberation Organization". [2] M. Rodinson, Israel: A Colonial-settler State? "Monad Press", 1973. [3] W. Khalidi, All that remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948, "Institute for Palestine Studies", 1992. [4] B. Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict, 1881-2001, "Vintage", 2001. [5] B. Morris, The birth of the Palestinian refugee problem revisited (Vol. 18). Cambridge University Press, 2004. [6] I. 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Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70. Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.
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Dalla proprietà all’improprietà. Le ragioni di un cambio di passo della prassi e della teoria Annemarie Spijkerman Lo sgombero del Leoncavallo, 21 agosto 2025, ha aperto una nuova stagione di sgomberi e di tentativi di espungere dalle realtà sociali urbane tutte le manifestazioni di alternativa e di antagonismo oltre che le manifestazioni del protagonismo culturale alternativo e underground. Tutti i soggetti coinvolti si sono trovati obtorto collo a ragionare su temi fondamentali per avviare, ove sia ancora possibile, una nuova stagione di resistenza e di lotte autonome alla trasformazione epocale in atto: occupazione, autogestione, welfare, beni comuni, diritti di proprietà, violenza di classe, sabotaggio, boicottaggio, impresa politica, rappresentanza. Diffusa ne è risultata la convinzione che gli antichi schemi teorici, per quanto gloriosi, andavano almeno in parte rivisitati. In questo nuovo quadro politico, nello scenario politico milanese è stata avviata la discussione sul concetto di «improprietà» su cui è stato organizzato un convegno nell’ottobre 2025. Il concetto di «improprietà» è stato proposto alla discussione per la prima volta in un testo di Pino Tripodi che qui pubblichiamo. È bene tener presente la cornice in cui è maturata questa iniziativa, ovvero di essere il primo atto di un convegno che abbiamo definito diffuso e infinito. Il caso, che ha determinato questa come tante altre manifestazioni, è stato lo sgombero del Leoncavallo. Ma nessuno pensi che l’unico problema da risolvere sia trovare una sede per il Leoncavallo. Ciò di cui si tratta è indicare una strada per trovare le soluzioni adeguate onde affrontare e risolvere tanti problemi delle città, tra i quali vi sono la sede del Leoncavallo e degli altri spazi autogestiti minacciati di sfratto. La strada che ci ostiniamo a indicare, pur tra tante difficoltà e tanti fraintendimenti, è quella di pervenire a una piattaforma di idee e di proposte collettive – degli spazi sociali autogestiti e delle opposizioni – che costituiscano la base delle lotte future non solo per qualche sparuto gruppo di militanti, ma per l’intero Paese. Se avremo le idee in grado di generare un movimento di trasformazione di questo livello troveremo una sede adeguata al Leoncavallo e a ogni altro spazio sociale autogestito. Se non ne saremo capaci, il Leoncavallo e tanti altri luoghi simili rimarranno privi di sede o anche se sede avranno non potranno svolgere neanche la più infima parte del ruolo che invece hanno avuto per tanti decenni. Il metodo è quello di affrontare le difficoltà e i problemi di parte come problemi universali. Solo affrontando il problema universale del bisogno di casa e di spazi sociali riusciremo a trovare soluzioni adeguate per i singoli spazi. Dunque, in questa piattaforma che si intende costruire non c’è soltanto il diritto del Leoncavallo, della Fornace o del Cantiere ad avere una sede. C’è invece, ben altra rivendicazione: il riconoscimento del sapere, della casa, degli spazi sociali come diritti universali. Sapere, casa, spazi sociali come diritti universali, dunque. Questa è la vera posta in gioco. Tali diritti dovranno essere agiti nella pratica delle lotte del futuro fino a divenire elementi della costituzione del Paese. Solo tenendo conto di questa cornice si possono affrontare con lenti nuove le questioni legate al concetto di proprietà e verificare se la teoria e la prassi dell’improprietà possono costituire un grimaldello importante per conseguire i diritti universali indicati. La proprietà deriva da proprio, l’improprietà da improprio. Il proprio, nella lunga tradizione culturale ereditata, non è soltanto ciò che appartiene a se stesso, ma anche, e soprattutto, ciò che è bene, ciò che è buono, ciò che è legittimo e giusto. L’improprio, al contrario, è il male, il cattivo, l’illeggitimo, l’ingiusto e l’errato. A testimonianza di quanto detto si prendano a esempio le Upanisad, testo massimamente sacro della tradizione filosofica orientale, in cui, letteralmente, l’eccellente corrisponde al proprio, cioè al se stesso, il male all’improprio. Il Terzo Brahman recita così: «Tale è il male: quando si pronuncia l’improprio, quello è il male»...«Tale è il male: quando si annusa ciò che è improprio, quello è il male»... «Tale è il male: quando si percepisce qualcosa in maniera erronea, quello è il male»... «Tale è il male: quando si ode qualcosa di improprio, quello è il male»… «Tale è il male: quando si pensa qualcosa di improprio, quello è il male». Il proprio è ciò che appartiene a qualcuno, che è di sua proprietà o pertinenza. L’improprio invece è il non proprio, ciò che non ha proprietà ma anche il proprio non proprietario, il proprio che non esercita il suo diritto proprietario o lo sospende sui suoi stessi beni. L’improprio è ciò che esula, ciò che stride nelle regole e nei rapporti sociali gerarchicamente dati. Il concetto di proprio, nella tradizione storica e culturale, è stato vincolato, condannato si potrebbe dire, alla proprietà, ma occorre invece svincolare la nozione di proprio da quella di proprietà. La pertinenza del proprio non è obbligata a trasformarsi nella sua proprietà. Al concetto di proprio è accaduta la stessa torsione linguistica del termine lavoro. Il lavoro è diventato unicamente ciò che viene scambiato con un reddito, ma ciò che si scambia con il reddito è solo una minimissima parte di tutto il lavoro svolto. Ciò che viene pagato è solo ciò che la società, lo stato presente delle cose, riconosce come lavoro. Ci sono lavori che un tempo mai sarebbero stati considerati come tali, viceversa ci sono lavori un tempo retribuiti e oramai non più. Confondere ogni attività con il lavoro scambiato con il reddito è un’aberrazione sociale che origina una quantità enorme di discriminazioni. Identicamente, si tende a ridurre ciò che è proprio alla proprietà. Ma il regime proprietario riguarda solo una piccolissima parte del mondo che appartiene al proprio. Il proprio mondo, per esempio, è un’unita di riferimento in parte concreta, in parte astratta, che afferisce all’insieme di relazioni che ciascuno ha con il resto del mondo, quello suo proprio, quello di prossimità e quello più esteso. Il fatto che ciascuno abbia un proprio mondo non implica in alcun modo che egli sia proprietario di ogni cosa che è o accade in quel mondo. La sua sfera proprietaria, per quanto estesa, è sempre un’infinitesima parte di quella improprietaria. Così quando si afferma il mio Paese, la mia famiglia, mio marito, la mia amica, la relazione che in ognuna di questa sfera si ha con il proprio non implica in alcun modo la proprietà. Ci sono tanti beni propri, materiali o immateriali, affettivi e relazionali, che non hanno alcun rapporto col regime proprietario se non nell’ideologia di chi intende catturare il proprio alla proprietà, che è un’ideologia di dominio. Dunque, così come occorre rivendicare come lavoro ogni attività svolta, identicamente si tratta di riappropriarsi del proprio come luogo prediletto dell’improprietà. Il mio amico è mio, mi appartiene, mi è proprio, ma certamente non ho alcuna proprietà su di lui. Il mio testimonia di un sentimento, di un affetto, di un legame che non vanno confusi mai con la proprietà o con il diritto esclusivo alla cosa, in questo caso l’amicizia. Gli aggettivi possessivi sono stati trasformati nell’uso sociale di massa in aggettivi proprietari, ma la proprietà è solo una declinazione parziale, marginalissima, di tutto il campo del proprio. Il possesso, l’uso, la relazione non prevedono obbligatoriamente il regime proprietario il quale deve essere marginalizzato molto più di quanto già non lo sia. Questa è una condizione fondamentale per ridurre le disuguaglianze e ancorare la proprietà ai beni d’uso propri in esclusiva (la casa in cui si abita, le scarpe, i calzini ecc.). Il concetto di improprietà nasce, dunque, per separare il proprio dalla proprietà, per confinare la proprietà entro spazi definiti, espressioni fondamentali di un proprio che non può essere altruizzato in forma proprietaria. L’improprietà è l’istituto che nega, sospende o interdice, parzialmente o totalmente, il regime di proprietà e gli annessi diritti. L’improprietà nega il diritto di proprietà quando nasce come tale ab origine. In tutti gli altri casi, l’improprietà comporta l’abdicazione volontaria o indotta, a titolo parziale o totale, provvisorio o permanente, dall’esercizio della proprietà. L’improprietà non nega la proprietà, anzi la com/prende, la assume cioè come affermazione all’inesercizio, provvisorio o definitivo, di un diritto individuale o gruppale a beneficio di un esercizio, provvisorio o definitivo, di un diritto collettivo i cui benefici possono riverberarsi sia sulle singole persone sia su intere comunità. Per collettivo non si intende, infatti, solo lo Stato, o la Regione o il Comune, ma qualsiasi individuo o moltitudine di persone afferenti, in questo caso, al regime improprietario. L’improprietà contempla la necessità di fondare un diritto improprietario tutelato almeno quanto il regime proprietario che costituisce il fondamento essenziale del diritto privato. Proprietà e improprietà possono essere reversibili o intangibili. La reversibilità è diversa dall’alienazione. Con l’alienazione un bene si può vendere e comprare. Con la reversibilità, un bene proprietario può essere trasformato in improprietario o, viceversa, un bene improprietario può trasformarsi in bene proprietario. Accanto al diritto privato proprietario occorre fondare un diritto privato improprietario. Ciò implica il superamento delle equazioni diritto privato = proprietà, diritto pubblico = proprietà collettiva. Per comprendere come l’improprietà agisce già nella realtà, si analizzano tre casi di specie e, in seguito, alcuni concetti, quali il no logo, il no copyright, il creative commons, il copyleft, l’open access, il pubblico dominio, il bene comune, rispetto ai quali l’improprietà si presenta dissimile. I tre casi di specie sono: 1) la produzione di opere d’arte, 2) l’occupazione di spazi pubblici e/o proprietari, 3) la produzione di dati. I primi due casi si sono palesati molteplici volte, ma recentemente sono emersi alla cronaca con la vicenda dello sgombero del Leoncavallo. Il terzo caso, invece, afferisce all’intero regime di produzione digitale della contemporaneità. 1) Nel caso specifico del Leoncavallo, degli artisti hanno dipinto dei graffiti nello spazio dauntaun. La produzione di opere d’arte normalmente è soggetta al diritto d’autore. Il problema del diritto d’autore non si è posto fino a quando il Leoncavallo non è stato sgomberato. Dopo lo sgombero, il problema si è posto, eccome. In questa vicenda, che ne è del diritto di proprietà? Come esso si modifica con il cambiamento di status del Leoncavallo? Gli artisti, titolari normalmente e giuridicamente del diritto d’autore, hanno dipinto i graffiti in uno spazio occupato dal Leoncavallo, in accordo con il Leoncavallo, ma senza alcun contratto di remunerazione. Così facendo, hanno abdicato al loro diritto d’autore cedendo il diritto di fruizione delle loro opere al Leoncavallo. Hanno abdicato provvisoriamente a un loro diritto senza tuttavia cedere il diritto di proprietà al Leoncavallo. Avessero ceduto tale diritto, il Leoncavallo avrebbe potuto alienare le loro opere, cosa chiaramente inavvenibile e contraria alla cooperazione in essere tra artisti e Leoncavallo. Dopo lo sgombero, quel diritto di proprietà, sospeso dalla concessione gratuita delle opere al Leoncavallo, si ripropone. La proprietà, infatti, con lo sgombero, è rientrata in possesso dello spazio, ma non può godere del diritto di proprietà pienamente e totalmente su ogni bene presente in quello spazio poiché c’è qualcosa che glielo impedisce: le opere di dauntaun, gli archivi del Leoncavallo, altro. La proprietà non può rivendicare il diritto di proprietà sulle opere d’arte dipinte nel tempo dell’occupazione, tempo nel quale non solo il regime di proprietà delle opere è stato sospeso, ma anche quello di fruizione dello spazio da parte della proprietà, la quale, è bene ricordare, in tutto il tempo trascorso non si è vista alienata la proprietà del bene, che avrebbe potuto tranquillamente vendere, ma l’esclusiva fruizione del bene stesso che è passata obtorto collo agli occupanti. Attualmente, dunque, gli artisti, che a tempo debito hanno abdicato a un loro diritto, il diritto d’autore – caso inscrivibile pienamente e totalmente nel diritto di proprietà – dopo lo sgombero del Leoncavallo, dopo cioè la fruizione non commerciale, improprietaria della loro opera, possono rientrare nel loro diritto di proprietà. Volontariamente, così come hanno abdicato a un diritto, possono riprendersi l’esercizio di quel diritto. Fin qui il problema giuridico. Il problema politico, invece, riguarda il come riprendersi quel diritto, se in modo proprietario individuale o in modo improprietario individuale o collettivo. Il modo proprietario individuale prevede che gli artisti vendano alla proprietà le loro opere o le cedano a titolo gratuito. In tal caso, un’opera concepita per divenire d’uso collettivo improprietario ridiventerebbe bene di proprietà esclusivamente individuale. Ciò sarebbe legittimo, anche se incoerente con i princìpi che avevano ispirato la facitura delle opere. Il modo improprietario invece emergerebbe nel momento in cui gli artisti, con il Leoncavallo, rivendicassero l’improprietà collettiva delle loro opere, la loro non cedibilità e la loro non alienabilità alla proprietà. In tal caso le opere dovrebbero rimanere intangibili, fruibili senza pecunia alcuna, sottoposti alla tutela della sovraintendenza alle belle arti. Ciò aprirebbe alla possibilità di chiedere la tutela non solo delle opere in oggetto ma dell’intero spazio, inteso come opera d’arte collettiva. Tra i motivi fondamentali per i quali gli artisti hanno deciso di prestare gratuitamente il loro ingegno creativo al Leoncavallo vi è stata la convinzione che la loro opera sarebbe stata inserita in uno spazio considerato artistico nell’insieme, nella sua totalità. Dunque, lo spazio intero del Leoncavallo è da ritenere bene artistico da restituire al regime di improprietà. Il caso di specie analizzato dimostra come il regime di improprietà assuma rilevanza quando l’opera, e l’intenzione, individuale non solo non contrastano ma agiscono in cooperazione con l’opera, e l’intenzione, collettiva. 2) Proprietà e improprietà del Leoncavallo. Di chi è la proprietà del Leoncavallo? La risposta non è così banale come sembra. Si potrebbe dire che il Leoncavallo è proprietà privata di una società, L’orologio. Ma non è così semplice. L’aspetto giuridico formale non coincide con l’aspetto sostanziale. Al momento dell’occupazione del Leoncavallo, e per tutto il tempo trascorso finora, lo spazio del Leoncavallo è rimasto parzialmente in regime di proprietà privata. La proprietà infatti non ha perso la sua alienabilità, cioè la sua vendibilità, ma la sua fruizione, che è passata agli occupanti. I quali non sono diventati, ovviamente, proprietari del bene, ma fruitori. Solo la fruizione del bene è passata dal regime di proprietà al regime di improprietà. La fruizione del bene da parte del Leoncavallo ha comportato modifiche sostanziali delle forme degli immobili e degli spazi di via Watteau oltre che degli usi. In più di 30 anni lo spazio del Leoncavallo è stato valorizzato enormemente sul piano sociale e ha contribuito sostanzialmente a valorizzare socialmente tutto il quartiere di Greco e l’intera città di Milano. Le iniziative culturali e artistiche, le attività di solidarietà, le molteplici sperimentazioni sul piano musicale, politico, alimentare, agricolo, di formazione, di accoglienza, di sostegno e di impulso delle culture underground e di ogni aspetto della socialità non mercificata, hanno reso il Leoncavallo un unicum valoriale, una Repubblica informale dell’attivismo e della creatività rivoluzionaria in ogni campo dell’esistenza, non solo in quello politico. In sintesi, si può senz’altro affermare che il Leoncavallo ha trasceso se stesso, il suo spazio, la sua storia, per divenire una forma improprietaria e collettiva dell’agire urbano in dialettica e in antagonismo sia con l’agire istituzionale sia con l’agire proprietario. Il Leoncavallo era proprietà privata, ma oggi non dovrebbe esserlo più. Se risulta di nuovo proprietà privata è solo in virtù di una forma della proprietà che non è più adeguata ai tempi, oltre che di una forma della società che fatica a riconoscere, o non riconosce affatto, il diritto improprietario. Il ripristino della proprietà privata del Leoncavallo può avvenire solo in offesa alla storia degli ultimi 50 anni; non è un ripristino della legittimità proprietaria, ma della legge proprietaria. Qualcosa di simile è accaduto in Francia, quando i nobili e il clero hanno preteso il ripristino delle loro proprietà intaccate dalla Rivoluzione dell’89.Il Leoncavallo non può essere ritenuta mera proprietà privata dopo 31 anni di occupazione. Il ripristino della proprietà privata tentato dallo sgombero di agosto può diventare effettivo solo perpetrando un’ingiustizia permessa dalla forza militare di Stato. Ma la partita è ancora aperta. Si è detto: se le istituzioni della Città e del Paese non sono stati capaci di acquisire lo spazio di via Watteau per il Leoncavallo, sarà il Leoncavallo che acquisirà lo spazio di via Watteau per la città e per il Paese. Come si riuscirà ad acquisire lo spazio del Leoncavallo di via Watteau è questione aperta per superare la quale è necessario uno sforzo creativo notevole sia dal punto di vista giuridico, sia dal punto di vista politico sia da quello finanziario. Sia Dauntaun, sia l’archivio del Leoncavallo godono già o vanno a godere di forme di tutela e di vincolo dichiarati dalle sovraintendenze dei beni artistici e archivistici. Ma ancora non basta. L’arte espressa al Leoncavallo o i suoi archivi non sono paragonabili ad altri beni. L’elemento fondamentale del Leoncavallo è lo spazio in cui vive. Non c’è punto dello spazio che non possa essere dichiarato bene artistico o archivistico. Il Leoncavallo non è uno spazio morto che si può trasferire altrove. È uno spazio vivo il cui interesse e il cui valore crescono di minuto in minuto, di giorno in giorno in diretta corrispondenza con le iniziative, gli eventi che implementano la sua produzione complessiva e che comprendono a pieno titolo la produzione artistica. Il problema attuale del Leoncavallo è come restare in via Watteau ripristinando su quello spazio il regime improprietario, provvisoriamente inibito dallo sgombero. Dunque, si tratta di acquisire il Leoncavallo per rispristinare il regime improprietario contro il regime proprietario. Si tratta anche di dimostrare che la città nel suo insieme deve essere percorsa da una nuova stagione di lotte che individuino nel regime improprietario la possibilità d’esistenza di movimenti collettivi tesi al soddisfacimento dei bisogni e dei desideri non solo degli individui ma dell’intera comunità. A questo fine, è importante specificare il più dettagliatamente possibile in che cosa consiste l’improprietà. È fondamentale comprendere che l’improprietà non riguarda esclusivamente gli spazi sociali, le opere d’arte, i dati personali o sociali, ma si applica a ogni sfera dell’agire sociale e a ogni tipologia di bene. Riguarda, ovviamente, anche la questione dell’abitare. La rivendicazione del diritto universale alla casa e le lotte affinché tale diritto sia inserito nelle costituzioni di ogni paese è nucleo fondamentale del diritto improprietario. 3) La proprietà dei dati. Nella contemporaneità vi è un proprio non proprietario, i dati per esempio, che viene trasformato in regime proprietario dalle piattaforme. L’appropriazione avviene mediante espropriazione. L’appropriazione espropriatrice viene definita comunemente estrattivismo. L’estrattivismo risulta essere un modello socio-economico basato sulla rifunzionalizzazione dei territori a favore dell’estrazione intensiva o estensiva di una specifica risorsa, allo scopo di commercializzarla nei mercati globalizzati. Questo furto generalizzato a danno della generalità della popolazione del pianeta tecnicamente sarebbe meglio definirlo espropriazione proprietaria anziché estrattivismo. Infatti con l’espropriazione, il proprio della generalità degli abitanti del pianeta viene reso proprietà privata di poche società. I propri dati, la propria forza lavoro, il proprio sapere più che estratti vengono appropriati tramite una lunga catena di espropriazione. Ci sono forme di proprietà la cui funzione non è quella di valorizzare il proprio di ciascuno, il proprio proprio, ma di appropriarsi del proprio altrui, o per lo meno di quel proprio altrui che può essere digitalizzato: informazioni personali, pareri personali, saperi personali, spostamenti, modalità di consumo e di vita, attività di qualunque tipo svolte secondo per secondo. La ricchezza cumulata con l’espropriazione del proprio altrui è tale che ogni altra forma di ricchezza è divenuta marginale. Essere proprietari del proprio altrui, passare dalla proprietà del proprio alla proprietà dell’altrui, dalla proprietà trasformata in altruità proprietaria, è diventata la forma più lucrosa d’attività economica e la forma di dominio globale più estesa e oppressiva nell’intero pianeta. Tale espropriazione non avviene tanto per costrizione ma soprattutto per induzione. Attività formalmente volontarie, formalmente libere, diventano involontariamente proprietà privata del più esteso esercito d’oppressione della contemporaneità. La produzione indotta e volontaria di dati avviene in modo gratuito. I lavoratori dei dati, cioè tutta la popolazione del pianeta, donano la loro forza produttiva gratuitamente pagando inoltre a chi si impadronisce dei loro dati anche i mezzi di produzione per produrli e l’energia necessaria per attivare i dispositivi digitali. Si tratta dunque di lavoratori gratuiti che per lavorare gratis pagano i mezzi di produzione del loro lavoro e l’energia necessaria per poter lavorare. Il loro lavoro non conosce orari, festività e pause. Tutta la giornata di 24 ore è messa a lavoro volontariamente e gratuitamente. I lavoratori digitali, cioè tutta la popolazione del pianeta, non solo lavorano gratis ma pagano per essere messi nella condizione di poter lavorare. È la prima attività di lavoro che si scambia non con il reddito ricevuto in cambio del proprio lavoro ma con quello donato per lavorare. Tutto ciò che, pur essendo proprio, una volta rilasciato nelle relazioni sociali, dovrebbe rimanere in regime di improprietà viene invece appropriato dalle piattaforme secondo un metodo di espropriazione che è il più totale mai registrato nella storia. Gli schiavi lavoravano sotto regime proprietario, ma quella forma di proprietà prevedeva almeno il mantenimento degli schiavi. L’appropriazione dei dati invece non determina nessun obbligo verso i produttori dei dati, coloro i quali dovrebbero essere considerati legittimi proprietari. Anzi, i lavoratori digitali sono costretti anche a pagare per produrre. Le forme della proprietà che occorre risolutamente combattere nella contemporaneità non sono più soltanto quelle che si formano mettendo alla catena, incatenando le persone, ma lasciandole formalmente libere non solo di vendere la propria forza-lavoro ma di donare gratuitamente ogni elemento della propria vita. La libertà, una libertà chiaramente indotta e delimitata dall’ideologia proprietaria, è lo strumento di produzione e di accumulazione più importante della contemporaneità. In essa si attua l’ennesima e più raffinata fase di ciò che un tempo si definiva il comunismo del capitale. Contro questa assurdità stiamo tentando di formare un sindacato universale assieme ai compagni di NINA. Il sindacato universale digitale è parte del proposito di costruire un’intelligenza autonoma di specie antagonista di quell’intelligenza artificiale propinata dal macchinismo imperante che pretende di ridurre il pianeta a cenere, algoritmi e idiozie. Limitarsi al lamento sarebbe letale. Il lamento è funzionale al perpetuarsi delle forme di dominio. Occorre invece un conato creativo che, oltre a sabotare e boicottare le forme date di dominio, consenta percorsi di autonomia e di liberazione universali. Ma in che cosa si sostanzia il diritto improprietario? Nel regime improprietario, il problema fondamentale non è di chi risulta essere il bene, ma cosa si può fare con quel bene e chi ne può godere; quali sono i vincoli, le ragioni d’uso e i benefici eventuali di quel bene.Vi sono già molte esperienze improprietarie: beni tangibili o intangibili la cui proprietà viene sospesa per rendere possibile l’uso individuale o collettivo. Terreni, immobili, saperi, opere artigiane o d’ingegno concesse temporaneamente all’uso improprietario. Si tratta di generalizzarle e di farle divenire prassi consuetudinarie diffuse prima che regole giuridiche. La destinazione d’uso generalmente riguarda, per ciò che concerne un immobile, l’uso abitativo o commerciale o industriale o agricolo, ma la destinazione d’uso che interessa alla improprietà trascende questi aspetti riguardando invece chi, come e a quale fine sociale deve essere utilizzato un qualsiasi bene. Nel caso del Leoncavallo, quindi, come nel caso di ogni altro bene improprietario, il problema sarà di indicare con precisione non solo l’architettura della improprietà – una forma giuridica la più diversa e la più diffusa possibile, tale per cui nessuno possa esercitare il diritto esclusivo di proprietà – ma soprattutto i vincoli d’uso. Più la proprietà è diffusa più l’improprietà si può diffondere.Più la proprietà è concentrata meno l’improprietà si può diffondere. Le rivoluzioni e i movimenti hanno avuto un rapporto complicato con il regime proprietario. Per lungo tempo si è pensato che qualunque forma di proprietà privata fosse un furto e che ogni bene immobile o mezzo di produzione, per evitare tale furto, dovesse appartenere allo Stato. Solo in epoca recente, dopo la disfatta dei regimi socialisti, i movimenti postsessantottini e le teorie autonome hanno provato a ragionare sulla sfera pubblica non statale, sulla democrazia extraparlamentare, sul privato è politico, sul partire da sé, rompendo così i diaframmi pubblico = socialista, privato = borghese.In più, l’ondata di lotte sui diritti civili ha costituito un terreno fertile per ancorare i diritti individuali a quelli sociali collettivi senza relegarli a una contrapposizione fuori luogo e fuori tempo. Sulla questione proprietaria non è stato ancora fatto molto. Si continua a pensare che la proprietà sia o un diritto divino o un furto, a ritenere che la proprietà, qualunque essa sia, sia il cardine di ogni società o, al contrario, vada negata in ogni sua forma come residuo di una società borghese, capitalistica e individualistica. Ma esistono diverse forme della proprietà. Proprietà come fruttoProprietà come furto. La proprietà come frutto del proprio lavoro, del proprio sudore, del proprio risparmio, della propria fatica, del proprio bisogno di sicurezza. Quella proprietà proletaria non la toccheremo mai, anzi la rivendichiamo come diritto universale all’abitazione. Ma le grandi proprietà è giusto che vivano qualche preoccupazione, che sentano il fiato del Movimento sul collo, che mettano in conto che i loro immobili possono essere in ogni momento occupati. Se c’è qualcuno che possiede centinaia o migliaia di immobili, non c’è nessuna fatica che è stata messa al lavoro, ma soltanto la più spregevole delle speculazioni. Per ogni grande proprietà vi sono infiniti furti compiuti contro la generalità della popolazione. Le occupazioni di grandi proprietà, di immobili sfitti da decenni, di spazi pubblici abbandonati al degrado o in attesa di cicli speculativi più remunerativi sono azioni di autodifesa sociale. Con queste azioni il Movimento fa quello che lo Stato non vuole fare e che i Comuni non vogliono o non hanno la possilità di fare, ovvero garantire il diritto universale alla casa, il diritto sociale all’uso di spazi autogestiti. I Movimenti dovrebbero essere ringraziati per questo. Così come dovrebbero essere ringraziati gli studenti che occupano le scuole, le università, i pensionati studenteschi. Senza quelle occupazioni, senza quel protagonismo, senza il tentativo di autogestire i saperi, gli studenti crescerebbero in un clima di disinteresse sociale, di insensibilità della vita pubblica che li porta inevitabilmente al disagio, all’insensatezza. Le occupazioni sono migliori di mille lezioni. Per ogni occupazione in più ci sarà certo un pronto soccorso psichiatrico in meno. Chi ha messo piede, anche solo una volta, in un centro sociale non può non pensare a questa importanza delle occupazioni così come è stata declinata. Che dunque si continui a occupare dove c’è la forza e la volontà di procedere in questa direzione di autodifesa sociale e di sviluppo dell’autonomia soggettiva. Infine, dopo aver indicato la specificità dell’improprietà, proviamo a tratteggiare le differenze tra l’improprietà e altri concetti usati nel recente passato per contrastare il delirio proprietario globale. Copyright Il termine significa letteralmente diritto di copia e serve per assicurare all’autore il suo diritto esclusivo di utilizzo dell’opera. In altre parole, un’opera coperta da copyright è un’opera i cui diritti sono tutti riservati. Non è possibile cioè realizzarne una copia senza autorizzazione. Il no copyright è il movimento che si è opposto a livello internazionale al diritto d’autore indicando la frontiera della conoscenza come bene collettivo non privatizzabile. I problemi che ha incontrato nella sua diffusione derivavano da contraddizioni difficilmente sanabili: se nessuno ha il diritto d’autore, chi paga gli artisti per l’opera che compiono? Chi li tutela del fatto che le loro opere non vengano storpiate, distorte, impoverite utilizzate senza criterio e senza senno da parte dei fruitori? Ma il problema fondamentale è stato di natura teorica, ovvero l’incomprensione che la proprietà non esercita i suoi diritti tanto sul contenuto ma soprattutto sulla circolazione dei contenuti. Se tutti sono liberi di accedere gratuitamente a un’opera a maggior ragione vi accederà chi della circolazione gratuita di quell’opera farà il suo business. Tali aziende, le piattaforme globali, sono diventate proprietarie di moltissimo di ciò che si pensava potesse essere gratuito. Hanno avuto gratis ciò che loro invece vendono a carissimo prezzo. Priva o meno di diritti d’autore, l’opera di qualsiasi tipo genera comunque una grande quantità di profitti, in quanto a generarli non è tanto la proprietà dell’opera ma la sua circolazione. Ciò evidenzia un altro problema di cui si ha scarso ricordo o scarsa familiarità, ovvero il fatto che nei rapporti di produzione della contemporaneità la circolazione conta, e vale, quanto o più della produzione, il consumo quanto o più della produzione, la finanza quanto o più dell’attività lavorativa. Il no copyright è stata l’autostrada sulla quale hanno viaggiato senza incontrare resistenza i carri armati delle piattaforme. Le quali hanno avuto gratis non solo le opere dell’ingegno ma tutto ciò che non è mai stato registrato come dominio proprietario: l’aria, l’energia, il cosmo addirittura. Esse sono riuscite a rendere proprietario tutto ciò che risultava improprietario. La nostra lotta deve invece avere segno opposto. Rendere improprietario tutto ciò che tende a essere privatizzato riconoscendo tuttavia a ogni persona il diritto proprietario sulle cose di universale necessità come la casa. Riconoscendo, anche, al proprio le proprietà inviolabili della persona. Eppure, per lunghi anni non si è potuto neanche discutere della bontà del no copyright. Sembrava una nozione religiosa intaccabile e intangibile. Bastava riflettere anche un solo secondo sulle opere già per legge prive di diritto d’autore per comprendere come il cuore del problema non fosse quello. Tutti i tentativi di interdire il copyright sonoi figli del no copyright, ovvero il tentativo di porre una manciata di sabbia sull’argine per impedire che il fiume in piena inondasse la pianura. Il copyleft È un modello di gestione del diritto d’autore che permette di usare, copiare, distribuire e modificare un’opera liberamente, a patto che le versioni derivate siano anch’esse rilasciate sotto la stessa licenza copyleft. Si contrappone al copyright e viene spesso usato per garantire che il software open source e altre opere rimangano libere e accessibili alla comunità, prevenendo la creazione di versioni proprietarie. Weak copyleft: Esistono licenze weak copyleft (come la LGPL e la MPL) che permettono l’incorporazione di software con licenza copyleft in programmi con licenze proprietarie, ma richiedono che il codice originale rimanga sotto licenza libera e open source. Creative Commons È un’organizzazione senza fini di lucro con sede a Mountain View dedicata ad ampliare la gamma di opere dell’ingegno disponibili alla condivisione e all’utilizzo pubblico in maniera legale. Le licenze creative commons forniscono un modo semplice per gestire permessi e condizioni relative al diritto d’autore che si applicano automaticamente a qualsiasi opera creativa protetta dalla legge sul diritto d’autore. Le licenze creative commons permettono che tali opere possano essere condivise e riutilizzate secondo condizioni flessibili e giuridicamente solide. Creative Commons offre una gamma (suite) di sei licenze. Dal momento che non esiste un’unica, singola licenza Creative Commons, è importante identificare quale delle sei licenze intendi applicare alla tua opera, quale delle sei licenze è stata applicata all’opera che intendi riutilizzare, e in entrambi i casi di quale specifica versione si tratta. L’Open Access (OA) È un modello di pubblicazione scientifica che rende i risultati della ricerca immediatamente accessibili, gratuiti e liberi da barriere sul web, secondo il principio che le ricerche finanziate con fondi pubblici debbano essere di pubblico dominio. Ma, come negli altri casi, tutto ciò che è di pubblico dominio diviene automaticamente proprietarizzato. Il pubblico dominio indica le opere creative (come libri, musica, film) non più protette dal diritto d’autore, il che significa che chiunque può utilizzarle liberamente, riprodurle, distribuirle o modificarle senza bisogno di autorizzazioni o pagamenti. Un’opera entra nel pubblico dominio in genere dopo la scadenza dei diritti patrimoniali, cioè 70 anni dopo la morte dell’autore, ma ciò può variare a seconda dei paesi e del tipo di opera. I beni comuni Sono beni, sia materiali che immateriali, funzionali al benessere di tutti, come l’acqua, l’aria, il patrimonio culturale, la conoscenza e i beni pubblici in stato di abbandono. La caratteristica principale è che non appartengono a un singolo individuo, né sono esclusivamente di proprietà dello Stato, ma sono curati e gestiti in forma condivisa da cittadini e amministrazioni pubbliche, attraverso un’alleanza di responsabilità e cura reciproca. I beni comuni, che potrebbero apparire come il termine più vicino a improprietà, non riguardano tutta la gamma della questione proprietaria. Essi tendono ad arginare la proprietà privata nel momento in cui la proprietà privata ha iniziato ad avere pretese proprietarie su ciò che prima veniva considerato pubblico. Si può considerare un atto di resistenza contro la privatizzazione in epoca postfordista. Ma è questo ramo della sfera economica che interessa maggiormente la deriva proprietaria contemporanea. Nel regime di proprietà contemporaneo non c’è cosa che non possa essere privatizzata. Il concetto di improprietà diversamente da quello di bene comune si applica a ogni sfera privata o pubblica, ma anche non privata e non pubblica, sulla proprietà di tutto e sulla proprietà di ciascuno. Nei movimenti del secolo scorso detournement – ovvero la pratica situazionista che riutilizza culture, immagini, testi, decontestualizzandoli onde sovvertire il significato originario – è stata una parola magica. La società dello spettacolo, così come ogni altro tipo di società contemporanea, ha introiettato il detournement, tanto che non c’è azione difensiva o offensiva inizialmente liberatoria che non sia rimasticata in chiave oppressiva. L’esempio del no copyright è lì a mostrarcelo. Esiste un modo con il quale il detournement può essere ancora sovversivo e produttivo di trasformazioni rivoluzionarie? Sicuramente sì, a condizione di scegliere contesti da decontestualizzare di modo che la decontestualizzazione produca non solo la critica o la derisione del potere costituito ma la sua negazione. L’improprietà è un modo potenzialmente efficace di detournement che nega la possibilità proprietaria di detournare a sua volta il concetto in quanto se lo facesse si negherebbe in quanto tale. Note 1. Per approfondimenti, vedi Intelligenza autonoma di specie, Milieu, 2025, Pianetica, Milieu, 2022. Pino Tripodi (1957) è saggista e romanziere. Molte sue opere sono state pubblicate da DeriveApprodi (prima gestione) e Milieu.
- post-poetica
dossier guerra e capitale La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso / 2 John Eccles (particolare) Per il dossier di ahida «guerra e capitale», il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori. A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio? La domanda è complessa e non sono certo di averla compresa a fondo. Se si intende la misura in cui la letteratura recente, o anche soltanto la letteratura di chi risponde alla domanda, contribuisca a modificare in senso critico la percezione dei conflitti o sia influenzata dalla percezione e dall’indignazione verso il genocidio in corso, la mia risposta è: insufficiente. La nostra cultura letteraria sconta, negli ultimi decenni, un imbarazzo nei confronti dei contenuti direttamente politici, che solo alcuni scrittori tentano di superare o aggirare (nell’area della poesia di ricerca, i primi nomi che vengono alla mente sono quelli di Michele Zaffarano e Simona Menicocci). Ciò che appare evidente è che anzi, proprio il genocidio in corso assieme ad altri scenari di orribile guerra, e al crollo verticale entro l’oscenità del discorso politico internazionale, rendono necessario o persino soggettivamente irresistibile un nuovo ingresso della tematica politica nella scrittura letteraria, secondo le specificità e però anche le concrete innovazioni di quest’ultima. Le drastiche mutazioni del discorso politico evocano drastici mutamenti del discorso letterario, che però restano di là da venire, e non possono ridursi, io credo non più, alla pura ideologia novecentesca della forma e della struttura. La forma è politica: nessuno ce lo toglie, ma abbiamo bisogno di un nuovo modo di parlare criticamente di politica in letteratura. Forse, entro certi limiti, anche ripartendo dall’antico. Faccio quest’ultima notazione perché, per quanto riguarda il mio lavoro, uno dei modi in cui sono riuscito a tirar dentro la scrittura alcuni temi di politica internazionale, e in particolare il genocidio e il trumpismo, è stato attraverso la forma dello psógos, dell’invettiva. Ho provato a farvi entrare anche la lettura dei rapporti sociali e di produzione attraverso la ricerca di una forma nuova (o dovrei dire semi-nuova), che fosse in grado di accogliere una critica dell’esistente di impianto marxista, anche se in termini schiettamente letterari (penso alle sezioni del Faldone che si intitolano Negozi, Paranoia e capitale, Equivalente generale, Figure del comunismo eccetera). In un suo recentissimo intervento su «Nazione Indiana», Andrea Inglese offre importanti spunti di riflessione. Uno riguarda gli effetti sui lettori, anche o soprattutto effetti politici, di una letteratura che spesso coinvolge numeri estremamente ridotti e che potremmo chiamare, per comodità, di qui in poi, «microletteratura». L’effetto di tale micro-letteratura sarebbe, nei termini che Inglese mutua da Guy Bennett, «granulare», ossia fondato sulla lenta, paziente, capillare ma presumibilmente incisiva creazione di una rete di nodi di resistenza, rielaborazione e critica dell’esistente politico. Vista così, la condizione che abbiamo lamentato per decenni, ossia l’assenza di intermediazioni intellettuali capaci di vagliare e imporre a un gusto più o meno esteso produzioni letterarie di punta – ecco, di questa lamentela forse potremmo serenamente liberarci. Non si tratta più di ambire a un sistema letterario in cui vengano lette da tanti le poche cose migliori, ma di generare una rete di discorsi letterari militanti di ridotta portata, che finiscano per creare una sommatoria di effetti concreti. È una prospettiva verosimile, di fronte allo strapotere di un’industria culturale a impronta fortemente capitalistica, capace di assoldare agenzie di pseudo-intermediazione per lo più prone a un’idea di letteratura completamente priva di qualunque istanza critica? Dobbiamo chiederci questo, ma probabilmente dobbiamo agire, in tutti i casi, come se ritenessimo che quella prospettiva fosse vera. Le scrittrici e gli scrittori che si occupano criticamente di letteratura, forse, senza saperlo, già oggi se ne occupano come nodi di fatto di una rete sovrapersonale. Vincenzo Ostuni (Roma, 1970) lavora come responsabile editoriale di Ponte alle Grazie. I suoi più recenti libri di poesia sono Faldone (il Saggiatore, 2025) e Capo Horn (La Camera Verde, 2026).
- konnektor
Colombia – Dopo Petro Bergen Rose Dopo il primo governo di sinistra nella storia della Colombia, presieduto nell’ultimo quadriennio da Gustavo Petro, l’arrivo di Abelardo de la Espriella riporta l’estrema destra di una delle classi dominanti più brutali e spietate del continente latinoamericano alla guida del governo colombiano, con un programma che ricalca fedelmente la visione del mondo prevalente nell’estrema destra globale guidata da Donald Trump, che ha portato l’attuale conflitto di classe in una dimensione postnazionale e transnazionale, mettendo in evidenza l’intensità della lotta di classe in questa congiuntura e lo sforzo disperato delle classi dominanti occidentali di sostenere il loro precario equilibrio globale. Nick MacWilliam spiega in questo testo le dimensioni antagonistiche della congiuntura colombiana e le linee di forza che in questo contesto l’hanno configurata. Il 10 agosto, alle 7:34 del mattino, un terremoto ha scosso la Colombia occidentale, causando la morte di oltre trecento persone e lasciando molte altre senza tetto. La terza città più grande del Paese, Cali, è stata gravemente colpita; proprio lì, tre giorni prima, il presidente Abelardo De la Espriella aveva celebrato la sua cerimonia di insediamento, commettendo una controversa violazione della norma costituzionale, che stabilisce che i presidenti assumano la carica presso il Congresso Nazionale di Bogotá. Mentre la gente cercava freneticamente sopravvissuti tra le macerie, il Ministero degli Affari Esteri annunciava il riconoscimento ufficiale da parte del nuovo governo della sovranità israeliana sulle Alture del Golan sotto occupazione, nonché della rivendicazione del Marocco sul Sahara occidentale, compiendo una svolta di 180 gradi rispetto alle politiche del governo uscente di Gustavo Petro. Il momento scelto non ha certo contribuito a dissipare l’impressione che il governo di De la Espriella darà priorità agli interessi degli Stati Uniti e di Israele rispetto a quelli del popolo colombiano. Durante una conferenza stampa d’emergenza tenutasi quello stesso pomeriggio, De la Espriella è stato ripreso mentre rideva e mandava baci. Il suo vicepresidente gli ha ricordato: «Stiamo affrontando una tragedia nazionale». Oltre ad aver trasferito la cerimonia di insediamento, De la Espriella intende inoltre fare della città settentrionale di Barranquilla, dove ha legami familiari, una delle sedi principali del governo. Entrambe le misure mirano a presentare la sua elezione come una rottura con il potere costituito, che De la Espriella descrive come composto sia dalla destra tradizionale sia da una sinistra storicamente maltrattata che contro ogni pronostico è arrivata al governo nel 2022. Come in altri luoghi, la posizione populista di De la Espriella si è rivelata efficace. Al ballottaggio di giugno, ha battuto con un margine risicato il potenziale successore di Petro, Iván Cepeda, senatore di sinistra e attivista per i diritti umani, figlio del senatore comunista Manuel Cepeda, assassinato dai paramilitari nel 1994. La vittoria di De la Espriella conferma la recente tendenza nell’andamento delle elezioni a favore di governi di estrema destra in tutta l’America Latina, che sono in gran parte slegati dal conservatorismo tradizionale, pur rappresentando gli stessi interessi di classe. La maggior parte degli analisti si aspettava che il Centro Democrático, fondato sul culto della personalità dell’ex presidente Álvaro Uribe (2002-2010), rappresentasse la sfida di estrema destra al Patto Storico di Petro e Cepeda e, di fatto, alcuni settori della sinistra si sono mostrati ottimisti di fronte alla possibilità che De la Espriella dividesse il voto della destra e assicurasse una vittoria al primo turno a Cepeda. Tuttavia, mentre la candidata del Centro Democrático, Paloma Valencia, cercava di ammorbidire l’immagine intransigente dell’uribismo per attirare gli elettori di centro, De la Espriella l’ha affiancata da destra e gli elettori conservatori si sono schierati in massa a favore del nuovo arrivato. Il sorprendente risultato del primo turno, in cui De la Espriella ha ottenuto il 43,7% dei voti in una competizione con 13 candidati, ha rappresentato un duro colpo sia per la sinistra che per la destra dell’establishment colombiano. Proprio come Noboa in Ecuador o Kast in Cile, De la Espriella ha sfruttato le preoccupazioni dei cittadini di fronte alla percezione di un deterioramento della sicurezza, battezzando in modo significativo il partito da lui fondato nel 2024 con il nome di «Difensori della Patria». Sul piano economico, la sua campagna ha sostenuto che le politiche contro il capitale fossile del «Pacto Histórico» stessero danneggiando le famiglie con minori risorse. La promessa di opporsi all’aborto e alla genitorialità delle persone dello stesso sesso ha attirato gli elettori religiosi e aconservatori, che costituiscono un gruppo considerevole nel Paese. Strategicamente, nell’ambito del sistema elettorale a rappresentanza proporzionale della Colombia, la campagna di De la Espriella si è concentrata sulle aree urbane densamente popolate. L’affluenza alle urne è stata insolitamente alta, raggiungendo il 64 per cento, e i 12,9 milioni di voti ottenuti da De la Espriella hanno superato il risultato di qualsiasi candidato presidenziale precedente. Sebbene Cepeda abbia vinto in 18 dei 32 dipartimenti regionali della Colombia, oltre che a Bogotá e Cali, la sua campagna ha incontrato difficoltà nelle roccaforti conservatrici tradizionali, specialmente nel nord. Come ha dimostrato l’elezione di Petro nel 2022, un programma basato sul consolidamento della pace, sulla tutela dell’ambiente e sulla difesa dei diritti sociali raccoglie un forte sostegno nelle regioni politicamente ed economicamente emarginate, come il Cauca e il Nariño, ma ha meno risonanza nelle grandi aree urbane, dove gli elettori sono meno colpiti dal conflitto e dall’abbandono da parte dello Stato. Come accade per molti sedicenti «outsider», l’ascesa di De la Espriella è stata possibile grazie alla sua vicinanza al potere. È nato in una famiglia benestante di Córdoba, roccaforte conservatrice. Suo padre era giudice, mentre sua madre erede di un allevamento di bestiame. La coppia ricopriva un ruolo di primo piano nella politica regionale: suo padre sarebbe poi diventato direttore regionale della vittoriosa campagna presidenziale di Uribe nel 2002, aumentando l’esposizione del giovane Abelardo a figure influenti, sia in ambito legale che extralegale. I suoi vent’anni sono stati trascorsi invitando i comandanti delle Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), il principale gruppo paramilitare del Paese, a intervenire in forum universitari, conducendo allo stesso tempo una campagna contro la loro estradizione, tattica favorita da certi circoli di potere per impedire che ex collaboratori testimoniassero sulla connivenza delle élite colombiane nelle atrocità commesse dalle forze paramilitari. Un’indagine disposta nel 2007 dalla Corte Suprema colombiana all’interno della fondazione Iniziative per la Pace (FIPAZ) sostenuta da Abelardo, a causa dei suoi legami con i paramilitari, fu bloccata dal procuratore generale, suo amico personale. Dopo essersi trasferito a Miami e aver ottenuto l’abilitazione alla professione forense conseguito De la Espriella ha difeso trafficanti di droga e ha ottenuto la cittadinanza statunitense. Si è creato uno stile appariscente in linea con l’ambiente latino-conservatore di Miami: denti smaglianti, barba immacolata, abiti attillati. Tornato in Colombia, in alcuni programmi televisivi ha raccontato aneddoti su come uccidesse gatti con fuochi d’artificio, cosa che in seguito ha affermato essere uno scherzo, quando i filamati delle interviste sono riemersi durante la campagna elettorale. Gli insulti misogini e omofobi, le sfumature autoritarie e la sua promessa di «distruggere la sinistra» non sono stati smentiti. Dopo aver guidato i sondaggi nella fase finale, Cepeda ha ottenuto la cifra senza precedenti di 12,7 milioni di voti, 1,5 milioni in più rispetto al totale con cui Petro aveva vinto nel 2022, con un margine di sconfitta inferiore all’1 per cento. Tuttavia, la sua campagna ha commesso diversi errori inutili, poiché ha tardato a diversificare la propria presenza sui social media e si è concentrata eccessivamente sugli elettori già convinti. D’altra parte, la personalità misurata di Cepeda è stata messa in ombra dalla combattività incendiaria, capace di conquistare il pubblico, sia di Petro che di De la Espriella. I buoni risultati ottenuti potrebbero garantirgli una nuova candidatura nel 2030, ma, per ora, l’umano e composto Cepeda dovrà continuare la lotta dall’opposizione. Gli indici di gradimento di Petro sono elevati per un presidente uscente, il che riflette i notevoli risultati ottenuti dal suo governo. I sindacati colombiani hanno accolto con favore la legislazione sul lavoro promulgata dal suo governo (Legge 2466/2025), che ha formalizzato l’economia delle piattaforme e ha regolamentato i lavoratori del settore dell’assistenza, aumentato la retribuzione degli straordinari, rafforzato i contratti di lavoro, stabilito salari minimi obbligatori per gli apprendisti, adottato misure drastiche contro il subappalto e imposto la settimana lavorativa di 42 ore. Il suo governo ha ridistribuito oltre mezzo milione di ettari di terra produttiva alle famiglie rurali, rispetto agli appena 13.000 ettari distribuiti dal governo precedente. Petro ha affrontato una rivendicazione storica con il riconoscimento della popolazione campesina rurale come «soggetto di diritto», fornendo garanzie sull’accesso alla terra, sulla produzione alimentare e sugli investimenti statali nelle comunità. Il governo di Petro ha inoltre vietato il fracking e le licenze di esplorazione di combustibili fossili. Sul piano internazionale, Petro ha promosso l’integrazione regionale e l’autonomia, ha ripreso le relazioni diplomatiche con il Venezuela e Cuba e ha sviluppato il commercio Sud-Sud, raddoppiando le esportazioni verso l’Africa. La sua posizione su Gaza lo ha reso una figura emblematica del movimento filopalestinese a livello globale. Sebbene i suoi progressi legislativi siano ora minacciati – De l’Espriella ha revocato il divieto di fracking e intende ampliare l’estrazione di petrolio e gas, mentre i sindacati si preparano a contrastare l’attacco del nuovo governo alle conquiste ottenute con tanta fatica in materia di lavoro –, la forza del Patto Storico in Parlamento dovrebbe impedire un regresso totale. Tuttavia, nonostante questa resistenza, la sinistra non è riuscita, in ultima analisi, a garantire la propria continuità al governo. Petro è entrato in carica con un mandato di cambiamento strutturale e di ridistribuzione della ricchezza, ma è stato ostacolato da un sistema politico intransigente. La mancanza di una maggioranza in Parlamento lo ha costretto fin dall’inizio a intrattenere un rapporto di avvicinamento con i liberali e i conservatori, che è crollato come un castello di carte, poiché i partiti tradizionali si sono opposti agli sforzi volti a riformare il radicato sistema di libero mercato e ad ampliare l’accesso pubblico ai servizi essenziali. Per il primo governo di sinistra del Paese questa è stata una lezione rivelatrice su su dove si collochi la lealtà del centro. La politica di Petro ha virato a sinistra nel tentativo di dare slancio alla base del Patto Storico, ma si è scontrato con un Congresso ostruzionista, che lo ha costretto a raggiungere compromessi con l’opposizione, i quali hanno indebolito o bloccato le riforme progressiste. Data la storia di conflitti di classe del Paese, molti settori potenti non hanno mai accettato un ex combattaente come presidente, nemmeno uno proveniente dal movimento M19, più moderato, che aveva abbracciato la socialdemocrazia. Le riforme sociali del Patto Storico miravano a riparare a le marcate disuguaglianze del Paese – il 10 per cento della popolazione colombiana possiede circa il 70 per cento della ricchezza nazionale – e proponendo di ampliare l’accesso della classe lavoratrice e delle persone a basso reddito all’istruzione, alla sanità, alle pensioni e ai diritti del lavoro. Alla fine del mandato di Petro, erano state approvate solo versioni annacquate di queste ultime due riforme. Sotto la pressione della destra, il disegno di legge sulla riforma del lavoro, pur contenendo importanti tutele dei diritti individuali, è stato privato delle garanzie in materia di contrattazione collettiva e diritto di sciopero, pilastri fondamentali del potere della classe lavoratrice. Non potendo bloccare la legislazione in Parlamento, il blocco di destra guidato dal Centro Democrático ha fatto ricorso ai tribunali: la riforma delle pensioni, che garantisce un reddito pubblico a fino a tre milioni di pensionati precedentemente privi di qualsiasi copertura, e l’aumento del 23 per cento del salario minimo dello scorso gennaio sono entrambi bloccati a causa di ricorsi giudiziari (De la Espriella ha affermato di sostenere l’aumento, che gode di grande popolarità, ma pochi credono che lo attuerà). Eletto sulla scia di aspettative pubbliche smisurate, che Petro non avrebbe mai potuto soddisfare realisticamente nell’unico mandato quadriennale consentito dalla Costituzione colombiana, il Patto Storico non è riuscito a introdurre i benefici concreti che molti avevano previsto. Nel frattempo, è stata nuovamente tirata in ballo la trita e ritrita accusa di negligenza fiscale che si suppone caratterizzi la sinistra, attribuendo l’elevato debito alla presunta spesa eccessiva di Petro, senza menzionare il deficit che aveva ereditato. Anche le conseguenze del conflitto storico colombiano hanno gettato un’ombra sul quadro generale. Durato più di mezzo secolo e vedendo coinvolti lo Stato, gruppi guerriglieri marxisti e paramilitari di destra, il conflitto ha causato oltre 400.000 morti e ha costretto milioni di persone allo sfollamento forzato fino alla sua risoluzione parziale attraverso l’accordo di pace del 2016 firmato tra il governo di Juan Manuel Santos e le FARC. Nel 2022 la Commissione per la Verità della Colombia ha stabilito che i paramilitari di destra avevano commesso il 45 per cento degli abusi durante il conflitto armato, una cifra significativamente superiore a quella della guerriglia delle FARC o delle forze di sicurezza, sebbene queste ultime fossero spesso complici dei primi. Il governo del Centro Democrático di Iván Duque (2018-2022), ferocemente contrario al processo di pace con le FARC, ha trascurato l’attuazione dell’accordo, provocando vuoti di potere in ampi territori, che in precedenza erano sotto il controllo delle FARC . I gruppi armati hanno cercato di colmare tale vuoto, il che ha favorito lo scontro tra loro e con le comunità che si opponevano alla loro presenza. Gli attacchi giudiziari contro gli ex combattenti in violazione dell’accordo di pace, e la recrudescenza della violenza hanno portato una minoranza ad abbandonare il processo di reinserimento e a riprendere le armi. Dopo i primi progressi, la politica della «Pace Totale» di Petro, basata sul negoziato con i gruppi armati ha vacillato, con la scadenza dei cessate il fuoco in vigore e l’aumento dei livelli di violenza, radicata nella lotta per il controllo delle economie illecite e del territorio. I mercenari colombiani sono tornati dall’Ucraina e dal Sudan addestrati a nuove tecniche, come l’utilizzo militare di droni. I conflitti intergruppo sono stati particolarmente devastanti; gli scontri nel Catatumbo nel gennaio 2025, in cui è stato protagonista l’ELN, hanno provocato la più grave crisi umanitaria in Colombia degli ultimi due decenni. Il governo ha sospeso i colloqui con la guerriglia dell’ELN in risposta alla situazione creatasi in quella regione. Attivisti ed ex combattenti vengono assassinati con una frequenza scandalosa. Le atrocità sono tornate ad essere all’ordine del giorno. Nell’aprile di quest’anno, un attentato dinamitardo ha ucciso 21 civili su un autobus nel Cauca. La retorica della destra è quella di accusare la sinistra di essere cedevole e di insistere sulla necessità di un approccio a mano dura. De la Espriella eredita nove diversi processi di dialogo, alcuni in corso, altri in stallo, altri appena avviati, ai quali metterà fine. Procederà inoltre alla chiusura dell’Ufficio dell’Alto Commissario per la Pace, che coordina il consolidamento della pace, e dell’Unità di Protezione Nazionale, che fornisce la scorta a chi viene ritenuto a rischio. Attaccherà l’accordo del 2016, in particolare il suo capitolo sulla giustizia transitoria, detestato dalla destra colombiana, che sanziona sia gli abusi dell’esercito colombiano sia quelli delle FARC. Per quanto riguarda lo svolgimento delle elezioni, Petro si mostra irremovibile nel ritenere illegittimo il risultato elettorale, adducendo come motivo l’ingerenza della società israeliana di software BlackCore, facendo eco alle accuse formulate in Scozia, Francia, Angola e in altri luoghi. Cepeda sostiene che la doppia cittadinanza di De la Espriella lo renda ineleggibile alla guida del Paese. Il nuovo presidente non avrà vita facile in Parlamento: è già riuscito a realizzare ciò che sembrava impossibile, unendo il Centro Democrático e il Pacto Histórico per bloccare il candidato alla presidenza del Senato. Desideroso di preservare la propria influenza politica di fronte a un rivale emergente, il Centro Democrático è riuscito a far eleggere il proprio candidato alla carica, mentre il Pacto Histórico ha appoggiato il «male minore». D’altra parte, il Pacto Histórico costituisce il blocco parlamentare più numeroso, mentre la rinuncia di «Defensores de la Patria» alle alleanze promesse durante la campagna elettorale – che fa parte dell’immagine da «outsider» di De la Espriella – potrebbe costargli cara all’interno del governo. Come ha scoperto Petro, ottenere il consenso legislativo è un compito ingrato. Il partito dell’ex presidente cercherà di mettere in campo la stessa macchina politica utilizzata contro il suo governo, che è riuscita a vanificare gran parte della sua stessa visione di riforma del Paese. Gli Stati Uniti hanno pubblicamente appoggiato la candidatura di De la Espriella, dopo aver interferito nelle recenti elezioni in Argentina e in Honduras. De la Espriella trae ispirazione da altre figure regionali sostenitrici della linea dura, che si tratti dell’incarcerazione da parte di Bukele di quasi il 2 per cento della popolazione salvadoregna o del bombardamento di piccole imbarcazioni da parte di Trump e dell’esecuzione sommaria dei sopravvissuti. Mettendo in primo piano la sicurezza e un’immagine ipermascolina, De la Espriella, che si autodefinisce «El Tigre», si è impegnato a intensificare lo scontro militare con i gruppi armati, a costruire megacarceri, a sterminare i narcotrafficanti e a ristabilire le relazioni diplomatiche con Israele, che erano state interrotte da Petro a seguito del genocidio di Gaza. Il giorno prima di insediarsi, il nuovo presidente ha tenuto un incontro di tre ore con il ministro degli Affari esteri israeliano, Gideon Sa’ar, il quale ha accolto con favore il previsto trasferimento dell’ambasciata colombiana da Tel Aviv a Gerusalemme. Il ministro della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, si è preso una pausa dal suo assalto alla moschea di Al-Aqsa per congratularsi con il nuovo governo colombiano. Come per altri leader dell’estrema destra latino-americana, il sostegno incondizionato a Israele è stato fondamentale per assicurarsi l’appoggio degli Stati Uniti. La Colombia ha ora aderito all’alleanza «Scudo delle Americhe» di Trump; la sua ricompensa è stata un pacchetto di sicurezza da un miliardo di dollari annunciato poche ore dopo l’insediamento di De le Espriella. Creata nel marzo 2026, l’alleanza ha l’obiettivo di «fermare l’ingerenza straniera, le bande e i cartelli criminali e narcoterroristici, nonché l’immigrazione illegale e di massa». In sostanza, essa concede agli Stati Uniti carta bianca, sia in ambito militare che in altri settori, poiché la svolta conservatrice dell’America Latina ha portato la maggior parte dei governi regionali ad aderirvi. Guatemala, Ecuador e Venezuela hanno acconsentito ad attacchi statunitensi sul proprio territorio. Il 12 agosto Pete Hegseth ha confermato operazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Colombia in territorio colombiano. A luglio, il suo subordinato Joseph M. Humire ha fatto riferimento al «Piano Patriot 2.0», successore del Piano Patriot sostenuto dagli Stati Uniti e integrato nell’accordo più ampio del Piano Colombia, che ha dato il via libera a violazioni massicce dei diritti umani da parte dell’esercito durante la presidenza di Uribe. La designazione da parte degli Stati Uniti dei propri oppositori come «terroristi» (attivisti di Antifa) o di «Stati che sostengono il terrorismo» (governo cubano) e la perpetrazione, in totale impunità, di attacchi contro pescherecci che presumibilmente ospitano «narco-terroristi», sta creando uno scenario palesemente allarmante in tutte le Americhe. Le azioni militari via terra avranno inevitabilmente ripercussioni sulla popolazione civile. Cosa impedirà, si chiedono ora in molti, all’attuale governo militarista di estrema destra della Colombia di dare la caccia a oppositori e attivisti, assassinati a migliaia negli anni Ottanta-Duemila? È così che De la Espriella intende «distruggere la sinistra»? In tutta l’America Latina è stata fatta ben poca giustizia alle vittime della violenza storica orchestrata da Washington. Ora, sotto lo «Scudo delle Americhe», l’ombra dell’Operazione Condor – il programma degli anni Settanta sostenuto dagli Stati Uniti che coordinava le dittature militari regionali per rapire e assassinare i dissidenti – comincia a riemergere dalla storia. L’epicentro del terremoto dello scorso 10 agosto si è localizzato a San José del Palmar, nel dipartimento del Chocó, una delle regioni più colpite da storico abbandono da parte dello Stato e dal conflitto armato. Oggi oltre il 60 per cento della popolazione del Chocó vive al di sotto della soglia di povertà e il 30 per cento non ha accesso all’acqua potabile. La mortalità materna è tre volte superiore alla media nazionale e l’aspettativa di vita è inferiore di oltre un decennio. I governi centrali hanno a lungo negato alla regione una rete stradale o servizi di base, isolando la maggior parte della popolazione afrodiscendente dal resto del Paese. I gruppi armati hanno colmato quel vuoto. Come in altre zone di conflitto, il Chocó ha votato in modo schiacciante, con l’81 per cento, a favore di Cepeda, il cui approccio costruttivo alla pace e al sottosviluppo era l’unica proposta in grado di portare la trasformazione sociale, di estrema urgenza, nelle regioni periferiche e abbandonate della Colombia. Ventiquattro ore dopo il terremoto, il ministro dell’Interno, Rodrigo Lara, dichiarò in un telegiornale di non disporre di alcuna informazione sulla situazione nel Chocó, mentre De la Espriella respingeva le squadre di soccorso provenienti da Messico, Cina e Spagna per motivi politici. All’alba dell’«espriellismo», la catastrofe potrebbe prendere il posto delle speranze che molti colombiani riponevano in un futuro basato sull’inclusione, la sovranità e la pace, ora ridotte in cenere. Si consiglia di leggere Forrest Hylton y Aaron Tauss, «Colombia en la encrucijada», NLR 99; Mauricio Velásquez, «La batalla de Bogotá», NLR 91; Forrest Hylton, «La hora crítica: Perspectiva histórica de la Colombia de Uribe», NLR 23; Jeremy Adelman y Pablo Pryluka «América Latina: la siguiente transición», Diario Red/New Left Review 149, y Juan Carlos Monedero, «Francotiradores en la cocina», NLR 120. Nick MacWilliam è un regista e giornalista britannico che ha vissuto e lavorato a lungo in America Latina. Regista di Santiago Rising (2021). I suoi articoli sono stati pubblicati su Jacobin, Tribune, In These Times, Counterpunch, NACLA, New Internationalist, teleSUR, MintPress News, Red Pepper, Open Democracy e altre testate. È coeditore di Alborada, una piattaforma mediatica indipendente incentrata sull’America Latina. Questo testo è stato pubblicato su Sidecar, il blog della New Left Review, rivista bimestrale di politica e teoria edita a Londra e a Madrid da Traficantes de Sueños. [fg1] [MOU2] [MOU3]
- clan milieu
Il mare Mattia Rebora Pubblichiamo questo fumetto sul tema del mare e del suo inquinamento realizzato da Mattia Rebora, classe 2017 (9 anni).
- post-poetica
dossier guerra e capitale La sperimentazione e le percezioni collettive, i segni e le storie del letterario, nel contesto dei conflitti in corso / 1 John Eccles Per il dossier di ahida «guerra e capitale», il comparto post-poetica ha elaborato una domanda rivolta via via a vari interlocutori. A tuo giudizio, quanto e come i codici, le tracce e i percorsi delle varie forme di sperimentazione recente si inseriscono e variano e [de]costruiscono, ciascuno con le proprie specificità linguistiche, le percezioni collettive oltre che i segni e le storie del letterario, e le letterature che frequenti, in rapporto ai conflitti in corso, in primis quello che vede Palestina e Libano oggetti di genocidio? Non è compito della letteratura mutare o incidere sulle percezioni collettive non solo perché nella struttura della comunicazione sociale attuale occupa una posizione marginale, ma perché costitutivamente essa non è un medium di trasmissione sociale, secondo un equivoco frequentemente ingenerato dalla cosiddetta letteratura impegnata. Non esiste, in letteratura, una verità preletteraria, che sia un contenuto moralmente e/o politicamente positivo o una condizione sociale particolarmente miserevole da denunciare, che in seguito può essere rivestita delle apposite forme letterarie, come crede lo scrittore impegnato, perché la fruizione di ogni testo letterario è dentro il campo estetico, che si giustifica sempre dentro la sfera del gusto, godendo di una parziale autonomia dalle altre istanze sociali. In altre parole la letteratura è un linguaggio e una forma di vita che può attraversare ogni ambito di esperienza umana, quindi anche la critica politica o sociale, restando però sempre nell’estetico ossia nell’elaborazione simbolica del messaggio. Prova ne sia che il mito dello scrittore impegnato nasce con il J’accuse di Zola ossia con una forma di scrittura, l’articolo di giornale, che si pone perlopiù fuori dai confini del letterario perché la funzione poetica e la dimensione estetica sono elementi secondari della sua fruizione. È il motivo per cui, detto per inciso, è molto più significativo l’impegno politico personale e umano di quello letterario. Questa premessa non implica che non ci possa essere un’istanza critica nella letteratura, anzi una critica dei linguaggi politici, sociali e letterari è un elemento fondamentale soprattutto per chi si richiama alla sperimentazione. Sarebbe facile indicare a questo proposito tutta una genealogia che dal Balestrini di Ideologia e linguaggio si può far risalire perfino al Flaubert del Dictionnaire des idèes reçues, ma che prosegue anche oggi con gli autori per esempio del gruppo GAMMM. Come narratore, tuttavia, vorrei limitarmi qui a considerare, delimitando il campo delle invero numerose possibilità, la nozione di ideologema, introdotta in Italia da Maria Corti, per la sua centralità rispetto ai problemi che stiamo discutendo. Queste parole ed espressioni che veicolano l’ideologia dominante e costellano il linguaggio comune, in particolare quello mediatico in cui siamo immersi, vanno fatte brillare nelle opere letterarie come se fossero mine, se si vuole salvare il testo dall’omologazione e dalla banalità. Il solo testo letterariamente politico che io conosco è quello che demistifica, non importa in quale modo, la lingua del flusso mediatico e della finzione sociale e, nel romanzo e nel racconto, gli stereotipi e le convenzioni narrative, spesso della medesima provenienza. Ora nella situazione di Gaza vi è un aspetto linguistico immediatamente evidente e consapevolmente discusso, cosa che di solito non avviene: è lo scontro intorno al termine genocidio. Se dovessimo descriverlo in termini puramente linguistici e retorici, tralasciando gli aspetti più specificamente politici e giuridici, potremmo dire che l’uso di questa parola comporta la rottura dell’ordine eufemistico che vige a livello pubblico in Occidente quando si parla di quello che accade in Palestina, derubricato sotto la rassicurante categoria di conflitto. Il mantenimento dell’ordine eufemistico è essenziale per le forze che appoggiano la distruzione di Gaza, perché la sua rottura comporta l’invalidazione di una serie di procedure linguistiche e ideologiche che sono funzionali al discorso dominante, in particolare quelle che autorappresentano le società occidentali come caratterizzate dall’assunzione dei diritti umani e della democrazia come criterio di giudizio e di relazione con gli altri. È abbastanza evidente che se una parte fondamentale dell’Occidente, cioè dell’Impero Americano, come Israele commette un «genocidio» con la complicità degli altri paesi occidentali, la procedura che tende a dividere implicitamente il campo discorsivo tra noi che promuoviamo «democrazia e diritti umani» e gli altri che li avversano perde di coerenza semantica a livello comunicativo e quindi di credibilità a quello politico. Attualmente, per via della circolazione della controinformazione, le tradizionali procedure di ordine del discorso, per esempio l’interdetto, non sono in grado di difendere efficacemente l’ordine eufemistico del discorso su Gaza, la Cisgiordania e il Libano. L’episodio televisivo dell’agitatore proisraeliano che di fronte alle proteste per le uccisioni dei bambini replica con il tristemente celebre «Definisci bambino» è un’eloquente indicazione del livello di implosione di questo ordine. Il crollo dell’ordine eufemistico del discorso sulla Palestina, del resto, minaccia tutto quell’ampio campo discorsivo così centrale nelle forme comunicative contemporanee che è il politicamente corretto. Se n’è accorta, dimostrando una notevole sensibilità linguistica e ideologica, a mio avviso meritevole del premio Nobel, Zadie Smith che un paio di anni fa sul «New Yorker» in un articolo in cui attaccava il movimento universitario americano di solidarietà a Gaza, affermando che ogni analisi politica di Gaza diventava un’arma di distruzione di massa, perché le due parti usavano come shibboleth, cioè come termini che contrassegnano l’appartenenza a un gruppo, le reciproche accuse di «terrorista», da un lato, e di «sionista» e «colonialista» dall’altro. In questo testo Zadie Smith riusciva a salvare l’ordine eufemistico, presentando il dibattito come una forma di guerra tout court paragonabile ai veri bombardamenti e presentando questo come un conflitto paritetico perché entrambe le parti usano le loro armi linguistiche. Inoltre salvava l’ordine generale del politicamente corretto proponendo un cessate il fuoco per ragioni umanitarie, chiamandosi fuori da qualsiasi tipo di disamina politica e storica dello scontro in atto. Naturalmente non tutti sono intelligenti come Zadie Smith, ma presto o tardi qualcuno nell’apparato mediatico capirà che l’unico modo per salvare l’ordine eufemistico è quello tracciato dalla scrittrice anglocaraibica. Lo scrittore sperimentale che voglia dirigere la sua attenzione a questa tragedia non solo deve tenere presente questo quadro, ma comprendere che per la sua conformazione e rilevanza offre un ampio spazio al lavoro letterario. Allo stesso tempo deve anche sviluppare la consapevolezza che qualsiasi operazione letteraria, anche la più originale e potente, non può sostituirsi alla critica politica effettuata dai movimenti di massa come quelli attivi in Italia nello scorso autunno. Giorgio Mascitelli ha pubblicato tre romanzi, Nel silenzio delle merci (1996), L’arte della capriola (1999) e Fischi per fiaschi (2024), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo (2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali («Campo», «l’immaginazione», «il verri», «alfabeta2»). È stato redattore di «alfapiù», supplemento in rete di «alfabeta2», e attualmente del blog letterario «Nazioneindiana».
- scienza e politica
Note sul linguaggio disabilitato nella Striscia di Gaza – In ricordo di Paolo Virno prima parte collection animée par Angéline Neveu Tutto questo logorare l'esistenza dei colonizzati tende a rendere la vita qualcosa di simile ad una morte incompiuta. Fanon, F. (1959), A dying colonialism, Grove Press [traduzione degli autori] Introduzione Il 7 novembre 2025 ci ha lasciato Paolo Virno, nostro compagno dell'«assalto al cielo» degli anni 70. Ci siamo chiesti come ricordarlo senza cadere nelle trappole dell'agiografia e dell'esegesi. Abbiamo alla fine concluso che era interessante – e non ovvio – confrontare alcuni dei concetti su cui ha lavorato e che ha promosso nel dibattito teorico-politico con la guerra coloniale che i cani da guardia d'Israele, proxy della potenza imperialista statunitense, conducono contro la popolazione palestinese – in particolare contro i gazawi. In queste note, abbiamo cercato di utilizzare elementi del quadro concettuale proposto da Virno per approfondire un aspetto specifico ma decisivo di tale guerra coloniale, e cioè l'attacco alle capacità linguistiche della popolazione della Striscia di Gaza. Dopo la guerra del 1967 e l'occupazione dell'intera Palestina da parte di Israele, si è aperto un periodo in cui la colonizzazione di insediamento originaria è stata affiancata da una dose di colonialismo di sfruttamento. L'occupazione militare sionista, e, in particolare, l'espropriazione dei territori agricoli e urbani e l'espulsione degli autoctoni, ha dato libero corso ad un processo di accumulazione originaria che ha generato una «nuova» forza-lavoro impiegabile nel territorio rivendicato da Israele: centinaia di migliaia di lavoratori, provenienti dai territori occupati, hanno prodotto quello che è poi stato chiamato il «boom palestinese», e cioè hanno costruito il moderno Israele. In parallelo, nei territori occupati, abbiamo assistito alla nascita e allo sviluppo di una intellettualità di massa. La nuova composizione della forza-lavoro nei territori occupati ha costituito il substrato della prima Intifada. La rivolta ha creato un punto di inflessione nella strategia sionista: le velleità di sfruttamento di una popolazione discriminata e sottomessa vengono messe a dura prova dalla realtà dell'insorgenza. Israele ritorna quindi alle origini della colonizzazione di insediamento: i palestinesi, e, in particolare i gazawi, non sono addomesticabili come forza-lavoro a basso costo ma costituiscono una popolazione eccedente e ribelle che va eliminata per espulsione e sterminio. In particolare, dopo il ritiro delle truppe coloniali sioniste dalla Striscia di Gaza del 2005, i gazawi sono ridotti ad una una popolazione aliena e ostile su un territorio sottoposto ad uno stato d'assedio: un blocco terrestre, navale e aereo sostenuto, scandito da sei guerre coloniali, l'ultima delle quali è quella ad alta intensità condotta a partire dell'ottobre 2023. I concetti e le elaborazioni, su cui Virno ha lavorato intensamente e brillantemente, che cerchiamo di applicare al contesto specifico dell'attacco alle capacità linguistiche dei gazawi, afferiscono alla facoltà di linguaggio come elemento essenziale e distintivo delle capacità dell'animale umano, alla relazione tra il concetto marxiano di forza-lavoro - come risultato della mercificazione delle capacità umane – e il concetto foucaultiano di biopolitica, all'emergenza dell'intellettualità di massa dotata di spiccate capacità linguistiche, e all'inoperosità come condizione foriera di creatività, di prassi politica e di rivolta. Tali concetti e riflessioni si confrontano – a nostro avviso in modo fecondo – con altri quadri concettuali, come la cosiddetta accumulazione primitiva (o accumulazione originaria) di Marx, il colonialismo di insediamento di Wolfe, la necropolitica di Mbembe e il diritto di mutilare di Puar. Avvertiamo il lettore di un partito preso, che è presentato come tale senza giustificazioni – per due motivi: sia per mancanza di spazio, sia per l'infinita sfinitezza che ci prende, dopo più di 70.000 morti «contati» nella Striscia di Gaza dall'ottobre 2026, nel ribadire verità che sono sotto gli occhi di tutti e che non tutti vogliono vedere. Il partito preso può essere riassunto nei seguenti termini: a) la storia della Palestina degli ultimi cento anni è la storia di un processo archetipico – e, tutto sommato, banale, anche se con le sue specificità – di colonizzazione di insediamento, condotto prima dal movimento sionista sotto la tutela del mandato britannico, e poi, senza soluzione di continuità, dall'etnostato coloniale sionista – denominato «stato di Israele» – sotto l'egida successiva delle potenze imperiali sovietica, francese e statunitense; b) il cosiddetto «conflitto arabo-israeliano» è in realtà una guerra coloniale brutale condotta dallo stato di Israele, oggi proxy dell'impero statunitense, contro la popolazione della Palestina. Il qualificativo «coloniale» della guerra in corso contro i palestinesi non ha un ruolo cosmetico: la guerra coloniale non è la guerra regolamentata dall'odierno diritto internazionale umanitario – che, per altro, rivendica la sua giurisdizione anche su di essa – se non altro perché non è confronto armato tra due stati sovrani, ma scontro in cui la sovranità sul territorio conteso è esattamente ciò che una parte – il colonizzatore – nega alla parte avversa – il colonizzato – ponendo la sopravvivenza di quest'ultimo come posta in gioco. Ma questa è un'altra faccenda che merita un approfondimento per cui non c'è spazio in queste note. Nelle sezioni «Aumento della sordità» e «Scolasticidio» evochiamo l'aumento della sordità e la completa distruzione delle infrastrutture del sistema scolastico gazawi, dovute ai bombardamenti intensi sulla Striscia dall'ottobre 2023, come attacchi diretti alle capacità linguistiche della popolazione. Capacità linguistiche di cui fissiamo le caratteristiche essenziali nella sezione seguente («Capacità linguistica») utilizzando i concetti fondamentali relativi alla facoltà di linguaggio che Virno riprende da Chomsky e che arricchisce, mettendo in luce il carattere di potenzialità (dynamis) del linguaggio, e formulando il concetto complementare di inoperosità, foriera di creatività e prassi politica. Nella sezione «Colonialismo d'insediamento» riprendiamo i concetti propri al quadro concettuale proposto da Wolfe e l'istanziazione di tale tipo di colonialismo nel progetto sionista di colonizzazione della Palestina, nonché i punti fermi della strategia coloniale sionista che sono rimasti invariati da più di cento anni. Il colonialismo di insediamento si contraddistingue per il fatto che l'espropriazione della terra – che ritroviamo anche in altri contesti coloniali – è accompagnata e seguita dall'eliminazione – per espulsione o sterminio – dei nativi. L'eliminazione è un processo strutturale, dice Wolfe, ed è nel contesto di questo processo che si situano le strategie di attacco alle capacità linguistiche con l'obiettivo di ottenere il progressivo indebolimento della capacità di resistenza e di rivolta della popolazione autoctona. In «Colonialismo di sfruttamento» evochiamo il processo, condotto da Israele a partire dalla fine della guerra del 1967 nei territori occupati, che consiste nell'espropriazione di porzioni congrue dei territori occupati e nell'espulsione in massa degli autoctoni questa volta non destinati all'eliminazione, ma alla generazione di un «nuovo» proletariato, una forza-lavoro ricattabile da impiegare vantaggiosamente sia in Israele che nei territori occupati. Ai «nuovi» proletari espulsi dai territori colonizzati si affianca la nuova generazione che comprende una consistente intellettualità di massa. In «Forza-lavoro, accumulazione originaria e biopolitica», riesaminiamo il concetto marxiano di forza-lavoro non come un elemento naturale e trans-storico, ma come il prodotto del processo, per altro estremamente violento, di accumulazione originaria, messo in opera dallo stato capitalistico. Segue il richiamo delle splendide pagine di Virno sulla relazione necessaria tra forza-lavoro e biopolitica, che spiegano come quest'ultima può essere compresa razionalmente solo come gestione del bios in quanto substrato delle capacità umane mercificabili come forza-lavoro («far vivere» e «lasciar morire»). Una rapida inchiesta sulla biopolitica messa in opera dall'etnostato coloniale sionista dopo il 1967 nei confronti della forza-lavoro palestinese conclude la sezione. La nuova composizione della forza-lavoro palestinese è il substrato della grande rivolta del 1987, iniziata nella Striscia di Gaza, conosciuta come prima Intifada, che viene trattata nella sezione seguente («Intifada»). Israele reagisce alla rivolta, tatticamente con la repressione la più brutale e, strategicamente, con l'abbandono del colonialismo di sfruttamento e il ritorno al «puro» colonialismo di insediamento, e quindi alla strategia di eliminazione – via sterminio e/o espulsione – degli autoctoni. Il quadro concettuale della necropolitica di Mbembe («far morire» e «lasciar vivere»), a cui applichiamo la critica che Virno ha effettuato nei confronti della biopolitica di Foucault (presentato nella sezione «Necropolitica e forza-lavoro»), ci sembra perfettamente adeguato per rendere conto di questa ultima e contemporanea fase del processo di colonizzazione e della guerra coloniale condotta dall'etnostato coloniale sionista che si concretizza nello stato di assedio della Striscia di Gaza. In questo contesto, in cui né l'espulsione, né lo sterminio, nelle loro forme totali e immediate sono sostenibili, né materialmente né politicamente, la disabilitazione del linguaggio, e cioè dello strumento primordiale di deliberazione e di organizzazione della resistenza e della rivolta, diventa una precisa tecnologia necropolitica. Ma i palestinesi, e in particolare i gazawi, non subiscono passivamente, ma producono istituzioni del comune che attuano forme di resistenza sorprendenti. La tecnologia della disabilitazione, in particolare del linguaggio, è approfondita nella sezione «Diritto di mutilare», che introduce il quadro concettuale di Puar. Quadro che permette di riprendere e approfondire la relazione tra capacità – nella fattispecie capacità linguistica –, mutilazione – dei corpi (perdita dell'udito) e delle infrastrutture («scolasticidio», distruzione del sistema sanitario) – e disabilità (perdita della suddetta capacità linguistica), per spiegare la quale Puar introduce il concetto di debilitazione. La perdita della capacità linguistica – come altre forme di disabilità –viene prodotta deliberatamente da un dispositivo necropolitico che logora la facoltà di espressione e di pensiero del popolo palestinese per mantenerlo in uno stato di sopravvivenza precaria, privata della parola e strutturalmente debilitata. Nella «Conclusione» facciamo il punto sulla «soluzione finale» del «problema palestinese». Soluzione finale caldamente auspicata ma non ancora fissata dall'etnostato coloniale sionista in concertazione con la potenza tutelare statunitense, soluzione finale che continua ad oscillare tra sterminio totale – l'atomica tattica? – e espulsione totale – ma dove ? – del popolo di Palestina. Aumento della sordità Secondo un'indagine condotta da Aftaluna, un'associazione per i non udenti, pioniera nel settore nella Striscia di Gaza dal 1992, riportata recentemente da «Le Monde» (1), in data del 7 gennaio 2026, circa 35.000 bambini e adulti nella Striscia hanno subito una perdita parziale o totale dell'udito a causa dei traumi acustici provocati dai bombardamenti iniziati nell'ottobre 2023. Questi disturbi uditivi sono quasi sempre irreversibili. La perdita dell'udito può derivare da lesioni alla testa o al collo che provocano lacerazioni del timpano o traumi al sistema uditivo. Tuttavia, può verificarsi anche semplicemente per esposizione a onde sonore ad alta intensità, come quelle delle bombe più potenti, senza che vi siano danni fisici visibili. A Gaza, si stima che dall'ottobre 2023 l'esercito israeliano abbia fatto esplodere più di 40.000 tonnellate di ordigni, tra cui bombe molto potenti di tipo MK 84, MK 82 e GBU 39 Small Diameter Bomb. Il livello sonoro prodotto da queste esplosioni, in funzione della massa esplosiva, è riportato nella Tabella 1. Non si tratta dei comuni decibel (dB) – si tenga presente che un bisbiglio raggiunge i 30 dB, una conversazione normale i 60 dB, l'interno di una utilitaria a forte velocità i 90 dB e così via, fino al colpo di cannone o allo scoppio di una bomba, che superano i 200 dB. Si tratta di pressione acustica istantanea (sovrapressione – dB SPL (Sound Pressure Level)), che può raggiungere valori estremamente elevati nelle vicinanze dell'esplosione e che provoca la rottura del timpano e la sordità. I bambini il cui sistema uditivo è stato danneggiato dai bombardamenti israeliani hanno urgente bisogno di apparecchi acustici o, in alcuni casi, di impianti cocleari, altrimenti rischiano gravi ritardi nello sviluppo. Tuttavia, le loro famiglie non riescono a procurarseli. L'ingresso nella Striscia di Gaza di molte attrezzature mediche e farmaci rimane bloccato a causa delle restrizioni imposte da Israele, in particolare sui beni considerati «a duplice uso», civile e militare – e la lista di questi beni è interminabile, soprattutto nel settore medico e farmaceutico. Gli aiuti attualmente autorizzati all'ingresso consistono principalmente in generi alimentari, sempre in quantità strettamente controllate. Notare che anche chi possiede un apparecchio uditivo spesso non può utilizzarlo, per mancanza di batterie, anch'esse bloccate alla frontiera da Tsahal perché «a duplice uso», avverte l'associazione Atfaluna, i cui 132 dipendenti non hanno interrotto la loro attività nonostante la distruzione della sede principale dell'organizzazione situata nella Striscia. Queste carenze sono solo una parte del problema. Strumenti diagnostici, laboratori per la produzione di auricolari su misura, sale operatorie, gran parte delle infrastrutture necessarie per la cura dei disturbi uditivi, tutto ciò è stato distrutto dai bombardamenti dell'esercito coloniale sionista. Senza contare che molti medici specializzati hanno lasciato l'enclave nei primi mesi di guerra, quando il terminal di Rafah, all'estremità meridionale della Striscia, era ancora aperto. La situazione si è aggravata ulteriormente a causa della distruzione delle abitazioni, della carenza di acqua potabile, della distruzione del sistema fognario, della malnutrizione e della mancanza di cure primarie, il tutto causato dal blocco terrestre, navale e aereo. Anche infezioni lievi, come le otiti, possono causare perdite uditive permanenti se non trattate tempestivamente. Infine, gli sfollamenti forzati, i bombardamenti continui, la carestia e la mancanza di medicinali colpiscono le donne incinte e i feti e possono portare alla nascita di bambini con handicap, in particolare uditivi. Senza apparecchi adeguati, e senza una pratica generalizzata del linguaggio dei segni, la nuova generazione di bambini ipoudenti non potrà partecipare alle attività educative né beneficiare di un sostegno psicosociale. Questa situazione ha conseguenze profonde sullo sviluppo delle capacità linguistiche della popolazione. La perdita uditiva precoce in assenza di assistenza medica – diagnosi, cure, protesizzazione e riabilitazione logopedica – compromette l'acquisizione del linguaggio, l'apprendimento e lo sviluppo cognitivo ed emotivo, con effetti duraturi. L'udito riveste un ruolo cruciale nello sviluppo del linguaggio del bambino perché l'accesso precoce al suono e ai segnali linguistici struttura i circuiti cerebrali deputati alla comunicazione. In assenza di un input linguistico adeguato – orale o visivo, come la lingua dei segni – l'acquisizione del linguaggio risulta impedita, con ripercussioni sull'apprendimento, sulla memoria e sulle funzioni cognitive dette esecutive, che permettono di regolare il comportamento, pensare in modo flessibile e raggiungere obiettivi. Poiché il linguaggio è un mediatore centrale dello sviluppo cognitivo ed emotivo, la sordità non adeguatamente compensata può influenzare la costruzione delle relazioni sociali, la regolazione delle emozioni e l'identità personale. Un accesso precoce a modalità comunicative complete è quindi determinante per garantire uno sviluppo globale armonico. È importante ricordare che, nella Striscia di Gaza, la maggioranza dei genitori non dispongono né dei mezzi né delle condizioni necessarie per apprendere la lingua dei segni. I bambini sordi si trovano così privati di un accesso essenziale alla vita in comune e risultano spesso completamente isolati dal resto del mondo. «Scolasticidio» La distruzione delle infrastrutture scolastiche della Striscia di Gaza – oltre il 90 % degli edifici scolastici sono stati gravemente colpiti, lasciando migliaia di giovani senza accesso regolare all'istruzione dall'ottobre 2023 a oggi – priva i bambini e i giovani di un ambiente educativo strutturato e stabile, in cui l'esposizione al linguaggio è ricca, continua e adeguata all'età. Ciò si traduce in un freno profondo allo sviluppo del linguaggio, dell'apprendimento e alla crescita cognitiva ed emotiva. Lo sviluppo di capacità linguistiche si fonda su interazioni regolari con adulti formati, con i pari e con materiali didattici (libri, immagini, strumenti educativi), soprattutto durante le fasi critiche dello sviluppo cerebrale. Quando scuole, centri educativi e dispositivi di supporto vengono distrutti, l'accesso a input linguistici adeguati diventa frammentario o del tutto assente. Mancare lunghi periodi di scuola nei primi anni di vita, riduce la quantità e qualità dell'esposizione a stimoli linguistici strutturati, fondamentali per lo sviluppo cognitivo, la lettura e la scrittura. Ogni anno scolastico perso può tradursi in difficoltà di apprendimento che si accumulano nel tempo. La guerra coloniale e lo stato di assedio hanno anche reso difficile l'accesso a libri, strumenti didattici e personale qualificato, e la maggioranza delle famiglie non è in grado di compensare la perdita della scuola come ambiente di apprendimento. Questa privazione è ulteriormente aggravata da condizioni di stress cronico, insicurezza e trauma, che compromettono attenzione, memoria e capacità di apprendimento. In tali circostanze, il linguaggio – elemento fondamentale per il pensiero simbolico, l'apprendimento e lo sviluppo emotivo – non può svilupparsi in modo armonico, esponendo i bambini a ritardi duraturi con conseguenze cognitive, sociali ed emotive. La popolazione della Striscia di Gaza è composta da un'elevata percentuale di giovani: il 43,5% è costituito da bambini di età pari o inferiore a 14 anni e il 50% da minori di 18 anni. Prima dell'ottobre 2026, la striscia di Gaza esibiva tassi di alfabetizzazione e di scolarizzazione molto elevati, ceteris paribus tra i più alti al mondo. Dal 1997, il tasso di alfabetizzazione dei palestinesi di età superiore a 15 anni è passato dal 86,1% al 97,8% nel 2017. Per i maschi (di età pari o superiore ai 15 anni) è salito – nel periodo 1997-2021 – dal 92,2% al 98,8%, e tra le femmine per lo stesso periodo dal 79,7% al 96,5%. In particolare, nella Striscia di Gaza il tasso è salito dal 86,3% del 1997 al 98,0% nel 2021 (2). Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP), il tasso di scolarizzazione in Palestina è uno dei più alti in Medio Oriente ed il tasso di analfabetismo è uno dei più bassi al mondo. Prima dell'ottobre 2023, il sistema scolastico di Gaza, che copriva tutti i livelli dall'asilo alle scuole superiori, contava 625.000 studenti e 22.564 insegnanti distribuiti in 813 scuole per un totale di 563 edifici; il 63% delle scuole condivideva le strutture e funzionava con orari a doppi o tripli turni . I tassi di scolarizzazione erano del 95% nella scuola primaria e del 90% nella scuola secondaria. Uno dei motivi principali degli alti tassi è che l'istruzione a Gaza era completamente gratuita. Le scuole gestite dall'autogoverno palestinese e dall'UNRWA (United Nations Relief and Work Agency) erano aperte a tutti i bambini palestinesi (3). I libri di testo venivano distribuiti gratuitamente e il materiale scolastico (zaini, quaderni, penne e uniformi) veniva finanziato, anche se parzialmente. Anche il livello universitario era relativamente accessibile. L'università gestita dall'autogoverno palestinese richiedeva tasse di iscrizione simboliche. Sette università private richiedevano tasse di iscrizione che variavano da moderate ad elevate (a seconda dell'istituto e del corso di studi) e cinque collegi universitari esigevano tasse di iscrizione moderate. Il tasso di iscrizione all'istruzione superiore era del 45% (4). Il rapporto della Commissione internazionale indipendente d'inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati – pubblicato il 18 giugno 2026 (5) – afferma che l'esercito sionista ha distrutto il sistema scolastico e oltre la metà di tutti i siti religiosi e culturali nella Striscia di Gaza, creando condizioni che hanno reso impossibile l'istruzione di bambini e adolescenti. La Commissione ha accertato che l'esercito sionista ha fatto ricorso a raid aerei, bombardamenti, incendi e demolizioni per danneggiare e distruggere gli edifici scolastici e universitari a Gaza. Tra il 7 ottobre 2023 e l'11 ottobre 2025, 459 dei 564 edifici scolastici presenti a Gaza sono stati colpiti direttamente. Poiché il 61% delle scuole di Gaza funzionava con turni doppi o tripli prima dell'ottobre 2023, la distruzione di ogni singolo edificio scolastico ha un impatto raddoppiato, lasciando senza aule un numero di studenti pari ad almeno il doppio della capienza dell'immobile. I 459 edifici scolastici colpiti direttamente ospitavano, prima del conflitto, circa 497.712 studenti e 18.740 insegnanti (Ibidem). A novembre 2025, il sistema scolastico di Gaza era ormai al collasso: oltre il 97% delle scuole era danneggiato o distrutto e il 93% necessitava di interventi di ripristino significativi o di una ricostruzione completa per tornare a essere funzionante. Tutte le università e le scuole superiori di Gaza sono state distrutte. Tra i morti «contati» (6), vi sono almeno 15.000 giovani in età scolare. In molti attacchi contro le scuole, i testimoni hanno riferito che non vi è stato alcun preavviso, oppure che gli avvisi di evacuazione sono stati comunicati poco prima che avvenissero gli attacchi, senza lasciare tempo sufficiente alle persone per fuggire. Notare che le coordinate delle strutture scolastiche dell'UNRWA oggetto di attacchi erano state comunicate regolarmente alle parti in conflitto ed erano chiaramente contrassegnate come sedi delle Nazioni Unite, con il simbolo delle Nazioni Unite visibile sia dall'alto che dalla strada (OHCHR, op. cit.). La Commissione ha indagato su diversi casi di distruzione di strutture scolastiche ed è giunta alla conclusione che tali atti fossero deliberati e non motivati da alcuna necessità militare. In più, in tali occasioni, i soldati israeliani hanno registrato e diffuso video in cui deridono i palestinesi e il loro sistema scolastico. La Commissione ritiene che tali atti siano indicativi dell'intenzione degli israeliani di distruggere queste strutture per limitare, nel lungo periodo, l'accesso dei palestinesi all'istruzione. L'accusa costante da parte di Tsahal è che tutto ciò che viene bombardato è in realtà una subdola e vile copertura di basi terroristiche. Nel corso dell'indagine, la Commissione ha riscontrato un solo caso di utilizzazione di una scuola per scopi militari da parte delle brigate Ezzedin al-Qassam (ala militare di Hamas). Nonostante i numerosi tentativi di riaprire parzialmente alcune scuole e di allestire spazi didattici provvisori, migliaia di bambini continuano oggi a essere privati di un'istruzione regolare. Spesso gli istituti che non sono stati completamente distrutti operano con orari ridotti e offrono ai propri studenti solo poche ore di lezione. Inoltre, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), più di 250 strutture scolastiche provvisorie sono state chiuse temporaneamente o definitivamente, con ripercussioni su circa 180.000 studenti e insegnanti. Per contrastare quello che ormai è stato definito uno «scolasticidio» - ovvero la distruzione sistematica di un sistema scolastico - molti abitanti di Gaza hanno improvvisato delle aule sotto le tende. Basate sul volontariato, queste aule rappresentano solo un palliativo temporaneo e non sono disponibili ovunque. Capacità linguistica La tesi che intendiamo discutere in queste note è che lo «scolasticidio» e l'aumento della sordità provocati dai bombardamenti israeliani costituiscono un attacco specifico alla capacità linguistica della popolazione della Striscia di Gaza. Per comprendere la portata storico-sociale di tale capacità – e della sua inibizione e perdita –, facciamo appello al quadro concettuale proposto da Paolo Virno. Virno, facendo eco a Chomsky, propone un'organizzazione della capacità linguistica dell'animale umano su tre livelli: a) la facoltà di linguaggio, biologica e innata; b) la padronanza, sociale e acquisita, di una o più lingue storiche; c) la partecipazione a pratiche linguistiche particolari, anch'essa sociale e acquisita. La facoltà di linguaggio è una potenzialità specie-specifica, biologico-antropologica. Per Chomsky, la facoltà di linguaggio in senso stretto si riduce essenzialmente ad un'unica operazione: la fusione (merge) (7). La fusione è un'operazione ricorsiva che prende due elementi sintattici e li combina in un nuovo oggetto, che può a sua volta essere reimmesso nell'operazione. Questa ricorsività illimitata è ciò che consente di generare un numero illimitato di oggetti sintattici a partire da un repertorio limitato di elementi lessicali. La fusione costruisce oggetti sintattici strutturati gerarchicamente che sono poi disponibili ai sistemi sensomotori di interfaccia orale (parlare/intendere), scritta (scrivere/leggere) e segnica (segnare/vedere). Diciamo subito, contro un pregiudizio storico, che la modalità orale dell'interfaccia non è indispensabile per disporre del linguaggio. La modalità segnica è altrettanto rilevante. Le aree del linguaggio cerebrali centrali sembrano condivise tra le diverse modalità linguistiche, che sembrano appoggiarsi su un meccanismo neurale indipendente dalla modalità (8). Virno afferma che l'universale biologico chomskyano – la fusione, innata e specie-specifica – è la condizione di possibilità del particolare storico: la padronanza di una o più lingue storiche e di pratiche linguistiche specifiche. L'esistenza di una facoltà universale, distinta dalla miriade di lingue storiche, «attesta limpidamente l'indole non specializzata dell'animale umano, ovvero la sua innata familiarità con una dynamis, potenza, mai passibile di esauriente realizzazione» (9). Ma Virno va più in là: non solo non c'è contraddizione tra naturalismo e storicismo, ma la creatività propria alla facoltà di linguaggio costituisce una fondazione naturalistica dell'autonomia e della creatività dell'animale umano che permette di rompere il mimetismo del comportamento: proprio perché la ricorsività permette di rappresentare il non-essere e il possibile, l'animale umano è l'unico che può scegliere, negare, immaginare un mondo diverso da quello che è. La relazione tra la facoltà di linguaggio e le lingue storiche pone una questione fondamentale: la facoltà di linguaggio fa tutt'uno con la realtà ultima delle lingue storiche, o costituisce soltanto la loro condizione di possibilità? Virno, con Chomsky, confuta l'argomento cardinale dello storicismo, per cui la varietà delle lingue storiche testimonia l'indipendenza del linguaggio dalla biologia. Per Virno, la facoltà di linguaggio è allo stesso tempo linguaggio in potenza (la carne che si fa verbo) e potenza del linguaggio (il verbo che si fa carne). Virno sostiene che è fuorviante scambiare la facoltà di linguaggio per una protolingua parlata dall' intera specie. È anche fuorviante, però, ritenere che la facoltà di linguaggio sia un mero antefatto cronologico di ogni lingua storica, incline a scomparire senza lasciar traccia di sé una volta perfezionato l'apprendimento di quest'ultima. Lungi dall'estinguersi, la potenza-facoltà coesiste con la lingua in atto, ma non è mai direttamente accessibile all'esperienza. Non c'è esperienza della fusione indipendente dalla lingua storica (Virno, 2003, op. cit.). Apprendere una lingua storica è, per l'essere umano, una forma di esposizione al mondo che nessun altro animale sperimenta. L'ape o il corvo hanno sistemi di segnalazione determinati biologicamente – non devono «imparare» a comunicare. L'animale umano invece nasce in uno stato di incompletezza radicale rispetto al linguaggio: ha la facoltà, ma non ha ancora nessuna lingua. Deve acquisirne una – la carne che si fa verbo – attraverso l'immersione in una comunità. Il periodo di acquisizione – l'infanzia linguistica – è il momento in cui si manifesta nel modo più netto la differenza tra i due livelli: il bambino ha la facoltà - altrimenti non potrebbe acquisire nessuna lingua – ma non possiede ancora nessuna lingua. Questa condizione rivela per un momento la «nuda» facoltà (Virno, 2003, op. cit.). La facoltà di linguaggio è una dotazione biologica del singolo organismo, mentre la lingua storica e le pratiche linguistiche particolari sono invece essenzialmente condivise e sociali – Wittgenstein dice che non esiste una lingua privata, esercitata da un singolo individuo (10) (11). L'acquisizione di una lingua storica implica dunque una individuazione attraverso la comunità: il singolo attua la sua facoltà innata universale immergendosi in pratiche condivise che sono storicamente particolari. Resta sempre una eccedenza tra carne e verbo: tra ciò che la facoltà potrebbe dire e ciò che la lingua storica permette di dire, tra l'universale biologico e il particolare storico-culturale. L'eccedenza della facoltà di linguaggio non scompare con l'acquisizione di una lingua storica: l'adulto pienamente competente in una lingua storica particolare porta con sé una facoltà che la supera, che contiene la possibilità di inventare neologismi, di usare la lingua in modi imprevisti, di negare, e di imparare altre lingue – operazioni che eccedono qualsiasi uso comunicativo determinato. E, per Virno, è precisamente in questo scarto che si apre lo spazio della creatività, della trasformazione linguistica, e della politica intesa come praxis (Virno, 2003, op. cit.). Il Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche tende a dissolvere il linguaggio nell'uso, a fare della regola di una pratica condivisa il fondamento ultimo della significazione (Wittgenstein, op. cit.). Virno riconosce la validità dell'osservazione wittgensteiniana: il linguaggio vive nell'uso, le regole grammaticali profonde non sono entità platoniche ma pratiche condivise («giochi linguistici»), e la capacità linguistica reale include l'attitudine a partecipare a vecchie e nuove pratiche linguistiche integrate in «forme di vita» (Wittgenstein, op. cit.), (Virno, 2003, op. cit.). Virno riconosce che i giochi linguistici sono il luogo in cui la lingua vive e si trasforma, e che non esiste una padronanza della lingua che sia completamente indipendente da qualsiasi pratica. Nessuno impara l'arabo nel vuoto - lo impara in contesti, attraverso interazioni, partecipando a «forme di vita». Il disaccordo con Wittgenstein non riguarda dunque il ruolo dei giochi linguistici, ma il loro statuto: per Wittgenstein sono fondanti, per Virno sono derivati da qualcosa di più profondo – la padronanza della lingua storica come sfondo, e dietro di essa la facoltà biologica come universale. La padronanza di una lingua storica, attuazione determinata della biologica facoltà di linguaggio, funziona come uno sfondo implicito, una familiarità pre-riflessiva con un mondo articolato linguisticamente, che non è mai completamente oggettivabile in regole esplicite né in pratiche determinate. Questo sfondo è ciò che rende possibile la partecipazione ai giochi linguistici, ma non coincide con nessuno di essi. È la condizione di possibilità dei giochi, non il loro risultato. Ma c'è di più. Wittgenstein non spiega né l'evoluzione delle pratiche linguistiche (giochi linguistici) consolidate né l'«invenzione» di nuove pratiche. Wittgenstein si interessa quasi esclusivamente alla grammatica «profonda», cioè allo studio quasi-empirico del significato delle parole definito come sovrapposizione delle loro usi nei giochi linguistici in cui sono attualmente implicate (si pensi al termine «batteria»: polli in batteria? Batteria della vettura? Dell'orchestra jazz?). L'obiettivo esplicito di Wittgenstein è l'uso terapeutico della grammatica dei giochi linguistici nei confronti della filosofia, per curare il linguaggio filosofico che ha tendenza a «partire in vacanza», e cioè a impiegare le parole fuori dei contesti delle pratiche (forme di vita) in cui sono coinvolte e ad usare astrazioni come entità che costituiscono l'essenza o la sostanza degli oggetti concreti (Virno, 2003, op- cit) (12). Wittgenstein rifugge da ogni teoria del linguaggio, ed è quindi restio a teorizzare l'evoluzione delle pratiche linguistiche. Virno accetta il significato come uso, ma si pone esplicitamente la questione dell'evoluzione di tale uso, e cioè dell'evoluzione delle pratiche linguistiche esistenti e dell'invenzione di nuove pratiche. La questione è: quali sono i dispositivi che permettono il cambiamento di una pratica linguistica esistente e l'emergenza di una nuova pratica? La risposta è, per Virno, evidente e immediata: la capacità di cambiamento va ricercata nel primo livello della capacità linguistica, e cioè la facoltà di linguaggio. L'esperienza mostra che il linguaggio è radicalmente creativo e negante (13). E questa creatività si spiega solo risalendo alla ricorsività biologica che permette combinazioni illimitatamente nuove. L'evoluzione dei giochi linguistici è possibile perché c'è una facoltà biologica sottostante. In più, Virno sostiene che la padronanza di una lingua storica non si riduce alla somma dei giochi linguistici praticati. La competenza linguistica del parlante eccede qualsiasi insieme determinato di pratiche linguistiche. L'argomento che Virno usa è di tipo fattuale: un parlante nativo dell'italiano è in grado di comprendere e produrre enunciati che non ha mai incontrato prima, di iniziare a partecipare a giochi linguistici in cui non è mai stato introdotto, di capire – almeno parzialmente – usi metaforici, ironici, iperbolici della lingua che nessuna pratica specifica gli ha insegnato. Questa capacità di estensione illimitata non si spiega se la padronanza della lingua si esaurisce nei giochi praticati. Per Virno la facoltà di linguaggio è una potenza generica, sempre eccedente rispetto ai suoi usi determinati. Non coincide mai completamente con le sue attuazioni. Qui entra in gioco la nozione di inoperosità, uno dei concetti più originali nel pensiero di Virno, articolato soprattutto in opere come Quando il verbo si fa carne (Virno, 2003, op. cit.) e Esercizi di esodo (14). L'inoperosità non significa inattività o paralisi, ma sospensione dell'opera determinata e apertura della potenzialità ad usi non predeterminati. Virno parte dalla distinzione aristotelica tra ergon (opera, funzione propria) e argìa (inoperosità, mancanza di funzione determinata). Nell'Etica Nicomachea, Aristotele si chiede quale sia l'ergon dell'essere umano e risponde: la vita secondo il logos. Ma Virno rovescia il problema - l'uomo è precisamente l'animale che non ha un'opera biologica predefinita, una nicchia ecologica determinata. L'inoperosità è l'esperienza della potenzialità in quanto tale - di ciò che può essere fatto senza ancora esserlo. La potenzialità vera include sempre la possibilità di non attuarsi. L'inoperosità è l'esistenza stessa di questa soglia, di questa sospensione. L'inoperosità si identifica con ciò che nelle capacità fisiche, intellettuali e linguistiche del corpo umano eccede qualsiasi uso definito. In particolare, la capacità linguistica – e cioè la facoltà di linguaggio, più la padronanza di lingue storiche, più la partecipazione a pratiche condivise – è una capacità generale che nessun compito determinato, nessun lavoro concreto può saturare completamente. Da cui una conseguenza politica fondamentale: l'inoperosità è la condizione di possibilità della praxis in senso arendtiano (15), della parola pubblica e dell'azione politica. Proprio perché l'animale umano non è bloccato a nessuna opera biologicamente definita, può agire insieme agli altri nella sfera pubblica. L'assenza di un ergon dato è la fonte della creatività e dell'autonomia. Note 1 M. J. Sader, In Gaza, the war is creating a new generation of deaf children, «Le Monde», 8/01/2026. 2 PCBS: Il tasso di analfabetismo in Palestina è uno dei più bassi al mondo, «Infopal», 16/09/2022 3 B. N. Schiff, Refugees Unto the Third Generation: UN Aid to Palestinians. «Syracuse University Press», 1995. 4 A. Sullivan, Palestinian universities under occupation, «American University in Cairo Press», 1988. 5 OHCHR. “The essence of childhood has been destroyed”: Israel's deliberate targeting of Palestinian children in the Occupied Palestinian Territory since 7 October 2023, Independent International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory, including East Jerusalem, and Israel, 2026. 6 R. Hil, G. Polya, Skewering History: The Odious Politics of Counting Gaza's Dead, Arena, 29/07/2025. 7 N. Chomsky - T.D. Seely - R.C. Berwick - S. Fong - M.A.C. Huybregts - H. Kitahara - A. McInnerney - Y. Sugimoto, Merge and the Strong Minimalist Thesis (Kindle edition), Cambridge University Press 2023. 8 L.A. Petitto, How the Brain Begets Language, in J. McGilvray (Ed.), The Cambridge Companion to Chomsky (pp. 84-101). Cambridge University Press Cambridge, UK 2005. 9 P. Virno, Quando il verbo si fa carne, Bollati Boringhieri, 2003 10 L. Wittgenstein, Philosophical investigations, G. E. M. Ascombe, Trans.; Second edition, Basil Blackwell, 1958. 11 S.A. Kripke, Wittgenstein on rules and private language: An elementary exposition. Harvard University Press, 1982. 12 D. Adam, When Language Goes on Holiday: Philosophy and Anti-philosophy in Marx and Wittgenstein, «Libcom.Org», 17/06/2014. 13 P. Virno, Saggio sulla negazione: Per una antropologia linguistica, Bollati Boringhieri, 2013. 14 P. Virno, Esercizi di esodo: Linguaggio e azione politica, ombre Corte, 2002. 15 H. Arendt, The Human Condition (2nd ed.). The University of Chicago Press, 2019. Isabella Annesi-Maesano, MD, PhD, DSc, è epidemiologa e specialista in sanità pubblica, con una vasta esperienza nello studio delle cause delle malattie croniche e nella promozione della salute della popolazione, maturata in Francia, presso l’Institut National de la Santé et de la Recherche Médicale, e all’estero, come direttore di ricerca. È attivamente coinvolta nel coordinamento e nella consulenza scientifica per numerose società mediche e organizzazioni di settore, a livello sia nazionale che internazionale, contribuendo allo sviluppo di raccomandazioni e linee guida strategiche, alla sorveglianza epidemiologica delle malattie e all’implementazione di politiche di sanità pubblica. Le più recenti riguardano l’impatto ambientale e sanitario della guerra a Gaza e in Iran. Ha partecipato alle lotte politiche e sociali in Italia a partire degli anni ’70. Libero Maesano ha partecipato alla stagione di lotte sociali in Italia negli anni ’60-70. È stato tra i fondatori di Potere operaio. Matematico di formazione, ha sostenuto una tesi sulla formalizzazione degli schemi di riproduzione di Marx. Vive in Francia dove ha condotto una carriera di software engineer e di computer scientist, in particolare nel campo dell’intelligenza artificiale, ricoprendo ruoli tecnico-scientifici, manageriali e imprenditoriali.
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L'immaginazione nell'estetica materialista di Toni Negri Miroslaw Ryszard Makowski Ora la libertà si è fatta totale perché la nostra miseria è tanto grande quanto la nostra libertà e la nostra immaginazione capace di confrontarsi all’infinita possibilità del vuoto. Toni Negri I. Della riproducibilità Paolo Virno, sviluppando un nuovo motivo a proposito del tema benjaminiano della riproducibilità, nel libro Convenzione e materialismo (1985) parla di “ricezione della contingenza”. Quasi un’introduzione all’opera di un artista brechtiano e benjaminiano come Andy Warhol che assalta lo statuto della rappresentazione e mette in fibrillazione anche quello della credibilità dell’artista e della sua aura, senza, tuttavia, rinunciare ad un comportamento radicalmente artistico e perfino “spettacolare”: un’aura senza unicità, come scriveva Virno. La sua Factory è come una fabbrica, ma non è esattamente una fabbrica.. Infatti in Warhol le singolarità (unicità) risaltano non a dispetto ma proprio in virtù della riproduzione tecnica seriale, sia che si tratti delle serigrafie di Jackie Kennedy del 1964 che delle flaming creatures del film The Chelsea Girls (1966) che, per utilizzare una formula di Virno, è “la produzione convenzionale dell’irripetibile". L’esperienza in generale e non solo quella estetica e/o artistica è quella possibile solo attraverso la mediazione dell’illimitata riproducibilità. Quello che è stato chiamato postfordismo incarna questa illimitata riproducibilità, che è un modo per dire che viviamo nell’epoca del dominio dell’astrazione. Toni Negri in una delle lettere raccolte in Arte multitudo (2014), a proposito della logica culturale del postfordismo, scriverà: “Questo è il postmoderno: la verità del fattizio”. La riproducibilità che assicura l’esperienza, ricorda Virno, rinsaldando l’antica alleanza tra scienze e materialismo, è connessa con la nozione di esperimento. Poiché ciò che è riproducibile non è il fenomeno empirico-sensibile, peraltro poco o scarsamente comunicabile, in quanto questo è “una miriade di determinazioni qualitative e contingenti”, non è un fatto bruto ma una costellazione di aspetti, lati, sfumature, fluttuazioni che, per l’appunto, non possono che sfuggire o sottrarsi, mentre la “realtà stabilita” dall’esperimento è comunicabile e riproducibile proprio perché convenzionalmente stabilita. La verifica dell’esperimento è un avvento, in termini kantiani: la cosa per molti aspetti inafferrabile si fenomenicizza nella riproducibilità dell’esperimento che, ormai dopo Koyré e Feyerabend, Poincaré e la sociologia della conoscenza e Latour, non consiste nell’osservare un fatto e verificarlo teoricamente. L’esperimento, scrive Virno, è un “concetto incarnato” e non una riproduzione puntuale e passiva, un “rispecchiamento” dei fenomeni. Il risultato dell’“avvento-verifica” che è l’esperimento è un “oggetto ideale” o un “pensiero materializzato”. Toni Negri in una lettera del 1988 (“Sull’astratto”), citando Lyotard, scriveva che pensare è accogliere ciò che avviene (l’“avvento-verifica” di Virno) secondo la sua singolarità (unicità senza aura) e che questo accogliere-aprire è in fondo l’opera d’arte. “L’opera d’arte non fa nient’altro”, scriveva Lyotard citato da Negri. Ma forse era già la lezione della famosa Introduzione di Marx del 1857. Si tratta di quello che Marx chiama “il metodo di risalire dall’astratto al concreto”. Marx nel Capitolo terzo (“Il metodo dell’economia politica”) della sua Critica dell’economia politica scrive che questo è l’unico modo di procedere per afferrare il concreto: “il modo del pensare per appropriarsi il concreto, per riprodurlo come un concreto dello spirito (geistiges Konkrete). Ma non è, certo, il modo del processo di generazione del concreto. Per es., la categoria economica più semplice, diciamo il valore di scambio, presuppone la popolazione, ed esattamente una popolazione che produca in determinati rapporti (Verhältnis); come anche un certo tipo di famiglia, di comunità, di Stato ecc.”. Della riproducibilità ne parla Toni Negri in una lettera scritta a Giorgio Agamben nel 1988 e dedicata in gran parte al sublime (“Sul sublime”). Negri ricorda che lo spettacolo del postmoderno è un mondo di fanstasmi ma questa fantasmaticità è vera, l’astrazione è una seconda natura. Fosse vivo Kant, scriveva Negri, proverebbe terrore e tremore non dinanzi all’immensità di un paesaggio friedrichiano o allo scatenarsi impetuoso di una tempesta turneriana ma al cospetto del mercato, sublime cieco e cupo. Tuttavia, come insegna Kant, questa esperienza, se non choc, ci strappa dalla nostra condizione di impotenza spettatoriale. Il sublime kantiano, come sapeva quel Lyotard che interrogava Kant negli anni Ottanta, è entusiasmante, come l’entusiasmo che genera lo “spettacolo” della Rivoluzione. Il mercato è quel sublime posto come vertice vertiginoso dello squallore, lo spettacolo squallido degli Hirst, dei Koons, dei Cattelan e dei Vezzoli. Il mercato che cannibalizza l’esistente modifica la “nostra sensibilità”, la nostra capacità di giudizio, il giudizio di gusto che per Kant e Lyotard è capacità di sentire, sentire che co-apparteniamo, che apparteniamo ad un comune e infatti Kant, lo ricorda Lyotard, si riferisce ad una comunità, ad un sensus communis anche in relazione a quell’esperienza-limite, che è il limite, che è il sublime. Dalla pura impotenza all’atto etico, ma anche a quello artistico. Pratica e immaginazione, quella su cui da sempre insiste Gayatri Spivak, per Negri sono “sinonimi”. Si tratta di fare e fare insieme, un fare comune e in comune, che Donna Haraway chiama simpoiesi compostando il General Intellect marxiano con la simbiogenesi di Lynn Margulis. Insomma la questione che si pone Toni Negri in quella lettera ad Agamben è l’estetica (“la nostra sensibilità”) come condizione di possibilità dell’esistere. Come liberarsi dallo squallore, dall’impotenza e dal mercato? Non più attraverso un “Blitz-Zeit”, siamo in un doloroso fine anni Ottanta. Eppure si può saltare dall’emozione all’azione, è il senso o dissenso del sublime. Come? Dando un nome e discriminando (battezzando, per dirla con Duchamp), introducendo così quel nuovo di cui parlava Hannah Arendt. Trasformando il limite in un ostacolo da superare, come in fondo è in Kant. E Negri richiama il modello della pittura astratta, astrazione liberata, potenza innovativa dell’immaginazione che crea nuovi mondi. “La pittura astratta è parabola del sempre nuovo rincorrersi dell’essere”. Potenza estetica e etica. Quando Mario Schifano attorno al 1960 realizza i suoi monocromi voleva Qualcos’altro (titolo di un’opera del 1972), voleva fare un quadro giallo che fosse qualcos’altro rispetto alla cartellonistica pubblicitaria invadente e aggressiva che avvolge la vita quotidiana degli esseri umani ridotti a consumatori di merci e immagini. Pittura astratta e tabula rasa. Debord nel 1967 dirà che il reale è già filmato. Schifano dà un’impronta astratta a tutto questo spettacolo, alla realtà che diventa réclame. In questo senso Quadrato bianco su fondo bianco (1918) di Malevich, differenza astratta tra sfondo e figura, era già il colmo dell’epurazione. Mentre la superficie di Albers è calcolatamente impura, riempie l’occhio di certezza e, insieme, è reticente. È una superficie d’emozione in cui è inscritto il conflitto tra l’esattezza e il mistero. La superficie astratta di Brice Marden, i suoi marges (della pittura) invece, sono come incompleti: una domanda di completezza. Ma l’astrazione liberata in quanto materialità del vero di cui scriveva Negri, è incarnata soprattutto dal painting di Ryman: intra-azione tra la superficie, il supporto e il pennello in quanto registrazione visibile e sensibile dell’applicazione della pittura. Il limite dell’esperienza choc del sublime non è che media ma istituisce il relais e anche l’urto tra l’astratto come seconda natura, la grande trasformazione del capitalismo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, e “l’etico come elemento di rifondazione ontologica”. L’arte è “il geroglifico della potenza”, è come “un’idea platonica che si costruisce e mostra attraverso il distendersi nella materia”, un “esemplare” ma materializzato. Ritorna l’idea a cui rimandava Virno, e con essa Platone. Ritorna la concezione di un pensiero materializzato e ritorna anche la riproducibilità. Negri scrive che l’arte non si può ridurre a qualche mediazione. “Esemplare è la sua singolare riproducibilità”. Virno qualche anno prima parlava di unicità (singolare) senza alcuna aura (infatti è riproducibile). Si tratta di una concezione materialista dell’estetica, cioè del modo di essere, di esistere, di sentire. L’arte, continua Negri in quella lettera ad Agamben che aveva caratterizzato l’idea in quanto dicibilità, è “riproducibilità dell’assoluto”, universale perché, come voleva Kant, fruibile da parte di una comunità, anzi di una moltitudine. “La riproducibilità dell’opera d’arte non è volgare, ma costituisce un’esperienza etica”. Allora l’idea, l’opera d’arte non è solo la cosa stessa nella sua conoscibilità o fruibilità ma costruzione di una potenza che rompe con il mercato, che è anti-arte. II. L’anti-arte e il postmoderno Quella di Robert Rauschenberg, in effetti, è stata considerata anti-arte alla sua apparizione, anche nel confronto con la sperimentazione inedita e inaudita del tardo modernismo della Scuola di New York. Rauschenberg era più interessato ai materiali ordinari e all’alea che non alla gestualità e al sentimento sublime. La “pittura” di Rauschenberg (e Johns), per Leo Steinberg, non è una rappresentazione del mondo ma è il mondo in cui viviamo, nel suo combine-painting non contempliamo il mondo come da una finestra ma siamo immersi “in the brain of the city”. L’interesse per le immagini deteriorate prende corpo, si fa materia, perché tutto il mondo sta diventando un’immagine, si sta deteriorando in un’immagine. Nella materialità del combine Rauschenberg presenta l’immagine di un’immagine. Quando l’arte piuttosto che rappresentare, presenta immagini di immagini, si fa post-modern, come diceva Toni Negri: è la (accettazione della) verità del fattizio. Infatti Rosalind Krauss, in un articolo apparso Artforum nel 1974, insiste sulla materialità delle immagini di Rauschenberg e sul passaggio dalla rappresentazione del mondo all’immagine delle immagini che Krauss chiama “shift from nature to culture”. Krauss osserva che l’immagine materializzata di Rauschenberg ha un’aria di famiglia o risponde alle trasformazioni socio-economiche della civiltà industriale che mercifica le relazioni produttive e le relazioni umane riversando nel mondo oggetti e immagini. Le immagini di Rauschenberg e Johns sono correlate alla produzione di massa, agli oggetti d’uso comune. Entrambi gli artisti traggono ispirazione dall’imagery “Pop”. Così Rauschenberg affronta quel destino che è il capitalismo e che mercifica ogni cosa, anche l’arte. Rauschenberg esibisce scopertamente la materialità delle immagini e in particolare delle immagini artistiche. Gli artisti concettuali degli anni Sessanta sceglieranno un’altra via, quella di sottolineare l’aspetto dematerializzato. Rauschenberg materializza l’immagine. L’immagine artististica fino al Novecento è quasi sempre stata sublimazione e trasfigurazione del reale: l’immagine trascende e traspone su un altro piano il materiale. Rauschenberg invece tratta le immagini de-sublimandole, cioè come materia presentata in quanto tale. Le immagini non rappresentano e sublimano le materie ma sono, per l’appunto, materie. Ecco perché le “immagini” di Rauschenberg sono sostanze materiali, incluse le immagini fotografiche, le immagini della storia dell’arte, le immagini commerciali. Ancora una volta, come dice Virno per la fotografia della pescivendola, non c’è alcun “dio nascosto”, ma la materia nella sua contingenza che di volta in volta viene riprodotta dalle immagini (a loro volta già riproduzioni) di Rauschenberg: ripetizione della differenza. L’esperienza “trasformativa” dell’arte non ha più bisogno di sublimare il mondo materiale in uno spazio differente, l’immagine. Ma tra il collage del modernista Picasso e l’assemblaggio del “post-modern” Rauschenberg c’è una differenza. Il gesto di Picasso era il modernissimo far nuovo, quello di Rauschenberg è la verità del fattizio, di un mondo totalmente costruito e che è diventato immagine. “Il postmoderno, quest’astrazione vera del reale, va dunque accettato”, scriveva Toni Negri in una lettera del 1988 (“Sull’astratto”), nella quale, dopo aver descritto come “deserto”, “realtà morta” il “passaggio folle” non solo dal fordismo al postfordismo, ma dagli anni rivoluzionari alla restaurazione, tuttavia non manca di distinguere tra l’“alternativa al mondo”, nel quale come Rossellini e Godard occorre comunque credere. e l’“alternativa nel mondo” che invece occorre attuare. Un’alternativa à la Rauschenberg, scrive Negri: “un mondo assunto, fracassato, reinventato, nella forma della sua mostruosità”. E, come noto, di mostri da tempo va parlando Donna Haraway. Il combine-painting come modello per un’alternativa nel mondo. III. L’arte e il lavoro Uno degli aspetti del contemporaneo che Virno affronta nel libro del 1985 è relativo ai tratti del non lavoro (curiosità e chiacchiera) che rivelano e manifestano le potenzialità dell’essere umano nella vita quotidiana che non è mai semplice deiezione. Infatti i dispositivi di potere hanno sempre cercato di canalizzare i flussi poco formati della vita quotidiana. Ma Negri ricorda che l’arte è lavoro e che la realtà (del postmoderno) è fattizia perché costruita e ricostruita dal lavoro. Compito della funzione critica è deostruire il lavoro, sabotare, interrompere, dirottare il lavoro e l’arte lo fa, certo, ma, scrive Negri: non basta. Perché il lavoro sembra “incancellabile”. La critica aggredisce e decostruisce un mondo articolato e fitto, una rete foucaultiana. La critica come l’arte sono “dosi di veleno” e atti di sabotaggio. “Ma non basta”. Certamente il lavoro nelle sue forme complesse e nelle sue incessanti mutazioni va descritto analiticamente e politicamente criticato, ma il lavoro è anche la sostanza della rete, il lavoro prodotto dal General Intellect, dalla cooperazione, dall’affettività e dal linguaggio dell’essere umano alleato con gli altri esseri umani e anche con quegli esseri che sono nonumani e tra questi le tecnologie, incluse quelle digitali che il capitalismo odierno impugna come strumenti di comando e mezzi di estrazione del valore. L’articolazione del fattizio, dell’astrazione, ricorda Negri, è questo lavoro che è posto sotto comando ma che sostanzia di sé tutto questo reale articolato e fattizio. L’arte non basta anzitutto perché l’arte è lavoro e dentro il lavoro occorre scavare per la liberazione e ancor di più per la libertà, perché l’alternativa è nel reale, in questo mondo astratto che è “un fascio di relazioni comunicative” e “una rete di funzioni cooperative”, cioè lavoro che costruisce e ricostruisce i file del reale. “Questi fili li prendiamo e li pieghiamo, nuove figure si formano, nuove realtà si immaginano. L’immaginazione libera. Su questo orizzonte la libertà è massima”. IV. Produzione e linguaggio: il sovrappiù del corpo ibrido dell’arte L’arte è produzione e linguaggio. Quindi l’arte è il collettivo che si costruisce in questo mondo, cioè nell’astrazione, anche se poi l’arte costituita nell’astratto si riappropria concretamente di un universale solo astratto. Negri ne parla in un’altra delle sue lettere. L’arte produce il bello in quanto eccedenza. Eccedenza di che? Del valore di scambio ma in fondo anche del valore d’uso, basti pensare a Duchamp. Eccedenza emozionale: Lyotard diceva che l’arte è esca per innescare emozioni e quel materialista anomalo di Bataille diceva che è scatenamento delle passioni. Ma il bello inteso in quanto eccedenza, ricorda Negri, non proviene dal cielo, non è generato dall’Angelo di cui parlava con finezza e acume Cacciari nel suo libro L’angelo necessario (1986). Il bello è prodotto dalla moltitudine perché è prodotto del lavoro. Tutti gli uomini sono angeli, scriveva Negri a Cacciari. E angeli sono anche tutti coloro che sono nonumani. L’arte è lavoro liberato dal comando. La concezione del bello di Negri non è angelica ma repubblicana. L’arte, scrive Negri, è sovrappiù perché, come si diceva poco sopra, nel dispiegamento del fattizio, nel culmine della sussunzione astratta di tutto il reale, che significa anche che il corpo produce (biocapitalismo), il corpo, ribaltando i rapporti di forza, produce il bello e l’eccedenza e concretamente si riappropria dell’astrazione. E se ne riappropria utilizzando e détournando, sabotando e dirottando tutte le altre macchine con cui il corpo da tempo è macchinato. Negri affronta la grande questione della metamorfosi del corpo che a metà anni Ottanta affrontava anche Donna Haraway. Un corpo che precedentemente era stato messo in torsione e tensione dai movimenti artistici postmoderni. I minimalisti complicano la purezza modernista dando peso alla percezione che è sempre incarnata in un corpo e situata in un ambiente. Ma sono stati soprattutto l’Azionismo Viennese e la Body Art a forsennare il corpo ma ancora su un piano più fenomenologico-esistenziale. Hal Foster nel libro The Return of the Real (1996) osserva che Cindy Sherman negli anni si avvicina anche all’Arte dell’Abiezione, per desublimare a più non posso. Nella serie Disasters Fairy Tales (1985-89) mostra orribili sgorbi: una giovane col muso di maiale, una bambola con la testa di un vecchio sudicio. L’ontologia dei corpi di Negri e Haraway è un situazione ibrida, come quella, per esempio, messa in scena dalle performance di Kirsten Justesen, per cui e in cui i corpi sono innestati non solo insieme a tutti gli altri corpi ma anche alle “protesi”. L’astratto, che è anche il reticolo mondializzato dei dispositivi digitali, che ha sussulto la vita e “valorizzato” i corpi, diventa a sua volta materia di espressione concreta. Negri in un testo scritto per l’edizione di Arte e multitudo del 2014, intitolato Metamorfosi: arte e lavoro immateriale, osserva che lo “sviluppo artistico ha trasformato l’astrazione dei rapporti sociali nei quali siamo immersi in figure corporee, ha dato importanza alla vitalità della carne, attraverso immagini che si muovono e che si flettono, in un processo di trasformazione continua”. Non solo Bacon, Warhol o Nam June Paik, che Negri cita, ma pure Rauschenberg, Richter o Morley. Il cineasta canadese David Cronenberg da sempre mette a fuoco i modi di costruzione e ricostruzione dei corpi. In particolare in un film in cui ricapitola tutto il suo cinema, cioè Crimes of the Future (2022). Un film che si interroga anche sull’origine e lo statuto dell’opera d’arte. La posta in gioco qui è infatti una nuova concezione del corpo e anche del bello. Un gesto radicale che taglia il “soggetto”, quello umanistico e cartesiano, individualista e possessivo, incapace di incontrare l’altro. Il corpo che esulta, del divenire-artistico, big bang di metamorfosi incessanti. Lo scanner si “macchina” con il sistema nervoso della multinazionale (Scanners, 1981), il corpo smargina il logocentrismo binario che inchioda alla opposizioni: uomo e donna (Madame Butterfly, 1993), uomo e animale (The Fly, 1986), uomo e tecnologia (Videodrome, 1983; Crash, 1996; eXistenz, 1999). Il corpo è soglia permeabile, terzo genere, bilico. Crimes of the Future è una mappatura del caos che dis-orienta verso l’oltrepassanento e l’ibridazione compost, di cui parla Donna Haraway. In questa cartografia, sospesa tra orrore e grazia, si legge l’apertura, per dirla con Artaud, verso la possibilità smisurata, l’affermazione esplosiva del “mio corpo”. L’artista si dibatte, è incalzato, deve nutrirsi fino a soffocarsi, ma c’è qualcosa che vuole uscire, “la presenza minacciosa incessante del mio corpo”. Il performer non procede a colpi di martello ma con una lima fine e la performance, scrive Negri in una lettera del 2014, “forza i limiti”. Si disfa del corpo organizzato, liberandone le intensità e i territori, lo strappa al dominio del significato e ne fa una produzione irriducibile sia allo scambio che all’uso. Il corpo è un collettivo che concatena elementi animali, vegetali e tecnici. Come scrive Negri in una lettera del 2001 (“Sulla biopolitica”) raccolta in Arte e multitudo, così: “la carne del mondo può trasformarsi in corpo”, la materia dell’astrazione diventa materia dell’espressione artistica che genera bellezza, cioè eccedenza. Un macchinarsi di viscere e plastica. Una metamorfosi che presenta un’aria di famiglia con quella descritta in quel testo del 2014 da Negri e che è “espressione della carne” attraverso le “reti linguistiche, cooperative, elettroniche, informatiche, tutte molto materiali, e attraverso movimenti e associazioni moltitudinarie”. Scrive ancora Negri nella lettera intitolata “Sul corpo”: “Ma oggi il corpo non è solo un soggetto che produce che, producendo arte, ci mostra il paradigma della produzione in generale, la potenza della vita: il corpo ormai è una macchina nella quale si iscrivono la produzione e l’arte”. La produzione catturata dall’astratto attraverso l’arte la rovescia innescando le metamorfosi del corpo che, come nei film di Cronenberg o nel Manifesto Cyborg di Haraway, “si presentano sotto forma di protesi” ovvero un “sovrappiù di potenza fisica dei corpi ottenuta attraverso l’acquisizione di nuovi strumenti” che spinozianamente moltiplica l’agency di tutti e di ciascuno. Con la pubblicazione del suo Cyborg Manifesto – uscito per la prima volta nel 1985 sulla “Socialist Review” e successivamente pubblicato in volume insieme ad altri saggi nel 1991 – Haraway apre la strada a nuove modalità narrative e materialiste. I soggetti in gioco qui, come nei film di Cronenberg, sono infatti ibridi di carne e protesi elettroniche, organico e inorganico, carbonio e silicio. La corporeità non è più inscritta nel dualismo cartesiano ma diventa costrutto post-metafisico, ontologico e etico per affrontare la complessità contraddittoria del presente. Le reti informatiche, i robot programmati per raggiungere lo spazio, i feti e i cervelli riprodotti sugli schermi da ecografie e risonanze magnetiche fanno ormai parte del nostro orizzonte corporeo. Il cyborg è il corpo che, scrive Negri nella lettera “Sul corpo”, si costituise nella comunicazione e nella cooperazione. Ma il cyborg è anche il corpo che si costituisce e metamorfosa nell’esodo, cioè “nella mobilità spaziale e nella flessibilità temporale, nella capacità di meticciare i corpi e le lingue”. Questo compostare di naturale e artificiale è l’arte delle dosi del futuro nel film di Cronenberg, cioè è un crimine. L’esodo antropologico (Shivers, 1975; Rabid, 1977; The Naked Lunch, 1991) è comunque una scommessa e un rischio. Il corpo dell’uomo è aperto, non strutturato e disponibile all’eccesso. Tuttavia il corpo è anche soggetto al potere, il potere che si è addentrato nel corpo e si trasforma. L’esodo antropologico in Cronenberg, quello verso cui spinge James Ballard invitando alla sperimentazione e all’immaginazione, è ambiguo: l’incremento di potenza, il divenire, può anche non distinguersi dai poteri di un controllo onnipresente, come in The Naked Lunch. Su questa ambiguità Cronenberg ritorna nel suo ultimo film, The Shrouds (2024). Il corpo in The Shrouds diventa una scultura materica di cui godere ma che fa anche soffrire. Un double bind? Un’antimomia kantiana? In effetti Negri ricorre al Kant dello schematismo, oltre che a quello del sublime, per caratterizzare il comune in quanto intreccio (cronenberghiano) di antropogenesi e tecnogenesi e aggiungiamo filogenesi. Siamo dentro questo mondo corporeo materiale e immateriale, con tutte le sue ambiguità, i suoi rischi e, attraverso reti e protesi, le sue potenzialità. Scrive Negri nella lettera “Sul corpo”: “Il corpo della metamorfosi è quindi quello che si è riappropriato dell’utensile, l’ha fatto suo attraverso la rete e l’esodo, sotto forma di protesi”. V. Il bello del comune Per Lyotard anche la forza-lavoro è eccesso. E Marx l’aveva annotato nei suoi Grundrisse. Quando spiega che la forza individuale cessa di essere la fonte della ricchezza, poiché la grande industria si sviluppa nell’insieme delle conoscenze e la conoscenza incorporata nel lavoro, la conoscenza generale, il sapere sociale diventano potenza produttiva immediata. Sono i temi connessi in Marx di “individuo sociale” e “general intellect”. Il furto di tempo del lavoro altrui è ormai solo una piccola parte su cui si basa la ricchezza degli sfruttatori. E l’individuo sociale è eccesso, socializzazione di un insieme di individui, di sapere, gesti, pratiche. Sono i temi della transindividualità già intuiti da Spinoza e sviluppati nel Novecento da Gilbert Simondon e oggi Balibar, Read, Morfino e altri ancora. Lyotard propone un’altra lettura di Kant. Nelle lezioni universitarie su Kant di fine anni Ottanta tenute presso Paris VIII e la University of California, confluite poi nelle Lezioni sull’analitica del sublime pubblicate in Francia nel 1991, Lyotard non solo continua il suo serrato dialogo critico con Kant ma articola ulteriormente il suo disegno di pensare l’inumano, quell’eccedenza in virtù della quale il soggetto prende congedo da sé che abbiamo chiamato intensità. Il sublime kantiano pone sì la questione del soggettivo ma non sul lato frontale dell’antropocentrimo o dell’umanismo bensì su quello laterale dell’inumano. E su questo lato il sublime non è sublimazione. Il sublime risveglia non le forme, bensì le grandezze e le potenze che eccedono la natura. Per Negri creare in un mondo fattizio non è rappresentazione (di un vero che è un momento del falso) né sublimazione (dei “materiali bassi” con cui quotidianamente conviviamo) ma “una dismisura”, “un’eccedenza”, “un sovrappiù di produttività”. D’altronde Negri nel suo Marx oltre Marx (1978), leggendo i Grundrisse, aveva spiegato che il capitale limita quell’eccedenza, quel corpo senza carne che è il lavoro e non il lavoro salariato. L’arte compie quella metamorfosi che ha inizio con le trasformazioni del lavoro e lo sviluppo della forza dell’uomo attraverso le protesi, anche perché il lavoro diventa sempre più bios ma questo non è solo un corpo naturale ma è già artificiale o tecnologico ed è un corpo inter-specie. Se questo corpo attraverso le metamorfosi produce l’arte, allora questa è moltitudinaria, cioè eccedenza, una trasformazione mostruosa che “vive dentro di noi”, come quei mostri descritti da Haraway. In definitiva, per Negri l’estetica è una poetica, anzi una poietica, una capacità performativa di produrre e trasformare, su cui ha scritto anche Virno. Trasformare l’astratto in concreto e la caduta degli atomi in amore, in un sentire comune il bello perché è bello sentire in comune. Toni D'Angela è insegnante, critico e curatore. Ha pubblicato libri su Duchamp e Jerry Lewis, John Ford e Lyotard, Merleau-Ponty e Stan Brakhage. Ha fondato e dirige il media & film journal «La Furia Umana». Collabora con «Antinomie» e «La fuga» e altre riviste su cui scrive di filosofia arte letteratura cinema.
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Val Susa, 25 luglio 2026 Una valutazione critica Joselynn Finch A giudicare dalle reazioni si direbbe che il Movimento No Tav, dopo anni di incursioni quasi innocue e tante botte subite, abbia conseguito una vittoria sul campo che oscura la giornata del 3 luglio 2011. Già allora, il successo, come comunicò Anonymus, sfuggì per molto poco: le difese erano sul punto di crollare ma prevalsero stanchezza e povertà di mezzi. Cose che succedono quando il rapporto con i cittadini si basa sul postulato: «Discutiamo pure ma poi decidiamo noi». Oggi le reazioni della politica e del mainstream sono rabbiose, ben oltre i soliti strali: «la minoranza violenta e la maggioranza pacifica», le punizioni invocate, sempre esemplari, l’upgrading delle contumelie (da «violenti» a «terroristi»… come i nazifascisti chiamavano i nostri padri e nonni della Resistenza. Mai niente di nuovo), le armi da aggiornare per la polizia (fino ai letali proiettili di gomma), la «guerra allo Stato» e via di retorica. La maggior ipocrisia: la devastazione (quella ben maggiore della Valle non conta). E la vendetta: blocco delle strade e identificazione di un migliaio di persone tra cui, come sempre, anche cittadini estranei alla manifestazione. Staremo a vedere quanti saranno incriminati. E mi chiedo come faranno a identificare le centinaia di travisati nonostante la IA. La questura denuncia 120 agenti feriti ma si sa come vengono fatte le valutazioni. Chi, come il sottoscritto ha seguito da cronista il grande processo ai No Tav del 2013-2014 ricorda come si confezionano le prognosi: alla valutazione degli ospedali civili si sostituiva quella dei medici di Polizia che ne moltiplicava i termini; alcuni agenti «gravemente feriti» risultavano in ferie… È stata una vittoria politica dei No Tav? Moderatamente, si direbbe: la questione Tav è tornata prepotentemente all’ordine del giorno. Si era fatto di tutto per metterla nel dimenticatoio e un po’ c’erano riusciti approfittando dello sconcerto a seguito della perdita di Alberto Perino, leader intelligente e carismatico ma prigioniero di un idealismo gandhiano, utile nella prima fase di formazione del movimento che si traduceva nell’aggregazione di forze catto-pacifiste ma anche in tante botte subite senza poter reagire. Le brevi incursioni notturne definite «scontri» degli anni scorsi erano quasi punture di zanzara a fronte della macchina della devastazione che seppur molto lentamente avanzava. Ora invece su «La Stampa» del giorno dopo, un editoriale di Marcello Sorgi sollevava il dubbio che fosse il caso di mettere l’Opera in discussione, visto l’aumento continuo dei costi e non quello degli scavi, vista la negligenza francese a portare avanti i lavori. Il segno più evidente del successo: l’enorme partecipazione di una nuova generazione ai cortei, tutti consapevoli degli obiettivi. Un passaggio di generazione. Niente «buoni» e «cattivi», «Siamo tutti black block» si è sempre detto. Come nel 2011, chi se la sentiva lottava, gli altri bloccavano strade e autostrada. E i cosiddetti «esterni», altrimenti definiti «infiltrati» (come se gli sprechi di denaro pubblico non riguardassero tutti, da Bardonecchia a Agrigento), non sono altro che i No Tav francesi con cui da anni il movimento ha costruito un rapporto di solidarietà reciproca. Ciò che sfugge al Potere, o che si vuole trascurare, è il concetto per cui le migliaia di persone che consapevolmente hanno dato vita ai quattro cortei sono la dimostrazione di consenso, di forza politica, che quando ben declinata, produce forza «militare». Così fu evidentemente il 31 gennaio a Torino per la protesta per la chiusura di Askatasuna, così è stato a Bologna dopo la morte di Fakir. Dalla morte di Perino il movimento ha assunto forme più «militanti» e indirizzi più chiari; si è evidentemente meglio organizzato, si è dato una nuova (seppur discussa) leadership e strumenti più adeguati a una efficace resistenza, ha superato lo shock del tradimento dei Cinque Stelle. Il 25 luglio ha visto la pianificazione di diversivi su obiettivi minori mentre il grosso dei manifestanti investiva i cantieri di Chiomonte e di San Didero impegnando le forze di Polizia sgranate su tutta la linea dei cantieri. In compenso, è stata trascurata la sicurezza generale del deflusso dall’area del Festival con la conseguenza di un centinaio di No Tav inermi rifugiatisi istintivamente nella stazione di Bruzolo che sono stati bloccati e identificati, e sono mancate le istruzioni per evitare i posti di blocco sulle strade. Facendo le somme, il movimento dovrà affrontare processi severi e probabilmente perderà il Festival ma la creatività troverà altre formule e il consenso, a fronte di un evidente successo sul campo, potrebbe crescere in un momento di ampia delegittimazione del potere politico. I fatti del 25 luglio hanno aggravato le pressioni su un governo già in difficoltà sulle scelte dei finanziamenti SAFE, sulla legge elettorale, sull’Ilva, sugli scontri di Bologna e sulla situazione economica del Paese costringendolo alla retorica più banale di un nuovo aggravio di pene e ad accelerare il processo autoritario a tutto campo (v. gli attacchi alla Costituzione e alla libertà di opinione sulla presunta russofilia, le responsabilità penali, ma non quelle civili, estese ai minorenni). Sul Tav invece le già piccole differenze tra gli schieramenti politici si annullano ricompattandosi nel fronte con l’Unione Industriale per salvare la distribuzione dei finanziamenti alle proprie clientele. Per salvare l’Opera la situazione sembra però farsi sempre più critica per la combinazione di sfide ingegneristiche, ritardi logistici, e l’incertezza finanziaria. L’ultima spiaggia potrà essere il cambio di destinazione da civile a militare trasferendo i fondi europei per la preparazione alla guerra. Ma su quel terreno si giocherà nel Paese tutt’altra partita. Ora è tempo di unificare i movimenti e alimentare l’instabilità politica. Certi commentatori dicono che i partiti sono consapevoli della difficoltà di portare a termine il progetto ma «non possono darla vinta ai No Tav». Bell’esempio di classe politica che invece di pensare al bene del Paese si affida all’odio per le lotte sociali! 29 luglio 2026 Fabrizio Salmoni è giornalista e blogger. Laureato in Storia Americana all’Università di Torino ha conseguito un master in Studi Americani all’Università del Texas. Ha diretto «American West. La rivista italiana di Western Lifestyle». In Val Susa ha contribuito a fondare i presidi giornalistici «Tg Maddalena» e «Tg Vallesusa». Collabora con il Centro studi Piero Gobetti di Torino per la cura del Fondo di documentazione TAV di cui è promotore. Nel 2022 per DeriveApprodi (prima gestione) ha pubblicato I senza nome. Il Servizio d’ordine e la questione della «forza» in Lotta continua.
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In ricordo di Oreste Strano In ricordo di Oreste Strano, che ci ha recentemente lasciato, pubblichiamo uno stralcio dal libro Ho solo bisogno di noi. Rosso di Mària. Clandestina. Hotel California, di Teresa Zoni Zanetti, settanta/milieu, 2026. «Chiedeteci tutto, compagni, ma non parliamo di politica!». Il Basso era tremendo e troppo simpatico. Piccolo piccolo, con una faccia nata vecchia, come tutti i folletti, una faccia che cambiava ogni secondo, occhi a spillo che ti raggiungevano i pensieri dentro la testa e li inchiodavano prima ancora che uscissero fuori. E aveva pensato bene, tanto per essere chiaro, di presentarsi a quell’incontro con una rossa alta quasi due metri, dai colori e dall’accento manifestamente stranieri. Franz pareva che avesse visto la madonna, tanto era folgorato. Finalmente una donna che poteva guardare dritto negli occhi, e non solo per via della statura. Aveva colori delicati e accesi, i colori del nord, una maniera di avvicinarti schietta e diretta, ed era visibilmente innamorata del suo gnomo, nonostante una differenza di cinquanta centimetri buoni. «Oh Dio, perché la vita è così ingiusta?». Franz ormai ci ironizzava sopra, ma Rita, la splendida valchiria, era forse troppo anche per prendersi in giro. Per una donna così avrebbe fatto follie anche lui. Rita e il Basso. La Bella e lo Gnomo. A vederli insieme sembravano quasi una favola gotica. Era invece un grande amore, di quelli mozzafiato, uno di quei punti d’incontro per cui sembrava si fossero messi in moto tutti i percorsi, i sentieri, i meccanismi, le vicinanze, le similitudini di tutta la sinistra rivoluzionaria europea. Impossibile starle al fianco e non andare più in là col pensiero. Lei, come Gustavo l’argentino, come i primi compagni tedeschi riparati a Piero, come Mohamed che era arrivato al baretto di Varese direttamente dalla Kasba, come tanti tanti altri compagni, come tante tante altre situazioni, erano la prova diretta che non eravamo soli. Affatto. «C’è una casa. Compagna, l’affitti tu, vero? Voi donne andate meglio per tutte queste cose». E te pareva! Ti veniva subito sotto così il Basso, con i pensieri grandi, in confidenza. Ti diceva quello che pensava, quello che lui intendeva, e te la metteva giù come fossero semplici consigli, ma alla fine diventavano direttive, tanto erano ovvie. Era assolutamente naturale questo suo modo di fare, nonostante ci conoscessimo da cinque minuti, nonostante per certi versi fossimo lontani mille miglia. Lui arrivava subito al sodo, artigiano infaticabile della rivoluzione. «E una casa del cazzo, vecchia, scomoda e brutta, ma lì non vi romperà i coglioni nessuno, e Magenta è una città ancora piena di pieghe. Ci si può stare, e nessuno se ne accorge...». Assolutamente pratico, aveva ragione a parlare cosi. Franz assentiva, anche se la sua testa era visibilmente da un’altra parte. Tanto bastavo io a essere all’erta, attenta. Ormai, clandestina, mi era indispensabile essere così, sempre. Mi sentivo una formichina a cui era stato affidato un compito immenso, ma stranamente non ne avevo paura. Non ne ero affatto spaventata. Da quando Renzo era caduto mi era scesa addosso come una grande calma. Mi sembrava di essere entrata in una fase di corrente continua. La mia vita, tutta la mia vita era l’Organizzazione, erano i miei compagni, erano le cose da fare, da dire, da pensare. Il «personale», che dalle parti della sinistra rivoluzionaria per scelta non era mai stata una dimensione molto esplorata dell’esistere, si era completamente dissolto. Le emozioni erano sprofondate con lui in un lago scuro di silenzio. Eppure ero contenta. Le cose erano andate come erano andate, d’accordo, ma io, in fondo, stavo facendo esattamente quello che volevo. «Dovrai stare con Cheyenne...». Franz sollevò un sopracciglio interrogativo e perplesso. «Per forza, non ci sono le condizioni per gestire due basi. Non adesso almeno. Tranquillo, Franz, non ti preoccupare. È solo un po’ testone, e poi adesso non potrebbe assolutamente stare da solo». Pensavo alla sua faccia di pietra disfatta, ai grandi occhi lucidi, alla piega amara delle labbra. Povero Cheyenne. Uscire così dalla sua vita, dal suo lavoro, da tutto il suo mondo su a Varese, fatto di tanti anni di solitudine, di silenzio e poi di tanti anni di militanza nel Movimento, nella speranza di cambiare la propria vita, oltre che tutto il resto... Tutto sparito, andato, bruciato in una fiammata di cinque minuti. Di me già lo sapevo, del mio infinito indaffarato presente, ma di lui, cosa ne sarebbe stato? Gli sarei stata vicino. «Tranquillo, Franz, stai tranquillo. È un gran bravo compagno. Era già pronto da tempo. Sarà una forza per tutti noi, vedrai». Franz tirò un sospiro di sollievo. Proprio le parole che voleva sentirsi dire, proprio quello che si aspettava da me. L’avrei avuto al fianco come sempre, la nostra amicizia e la nostra confidenza crescevano irrobustendosi e intrecciandosi a ogni occasione che la nostra vita di combattenti ci offriva, anche se, da quando Renzo era caduto, chissà perché gli sembravo ancora più proibita, ancora più irraggiungibile. «Parlami della vostra falsifica. Me l’hanno chiesta dei compagni che stanno in Iran, figurati». «In Iran? Ma dai Basso, non stai dicendo sul serio... Franz, tu che queste cose le sai, mi sta prendendo per il culo vero?» Sapevo a mala pena dov’era, l’Iran. «Sta succedendo un gran casino là. Fra un po’ lo Scià se ne dovrà andare e allora ci sarà il caos. I compagni devono essere pronti». Che forte il Basso. Lui doveva fare delle cose, costruirle, lavorare la materia con le mani e trasformarla. Questa era la sua vocazione. La teoria sì, anche quella, ma si reputava troppo intelligente per perdersi nelle discussioni, nelle beghe tra Organizzazioni, nelle pratiche collettive. Aveva bisogno di un grado di libertà che nessuna forma organizzata sarebbe stata in grado di sopportare. La sua strada per rompere i coglioni lo portava a fare una montagna di cose a fianco di tutti ma insieme a nessuno. E che energia, che vitalità in quel metro e mezzo di uomo. Però, Rita, chiamala stupida, chiamala... Il Basso parlava con me, aveva capito che se doveva parlare di cose da fare era a me che doveva rivolgersi, e io intanto sorridevo osservando Franz e i suoi timidi tentativi di rendersi interessante agli occhi di quella magnifica stangona rossa. E Rita, donna soddisfatta, stava al gioco un po’ per piacere e un po’ per simpatia. Il Basso gesticolava e raccontava dell’Iran e poi del Medio Oriente, e poi la Siria e la Giordania e la Palestina e Petra e Palmira e la macchina dei timbri e l’arnese per aprire le portiere delle macchine e come fare un botto con una caffettiera e... Finalmente addio treni, stazioni, vagoni, odori abbandonati da viaggiatori frettolosi. C’era una casa. Meno male.












