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Paolo Virno
6 minuti fa
Tempo di lettura: 8 min

In ricordo di Paolo Virno


Sophie Durand
Sophie Durand

Il 7 novembre dello scorso anno ci lasciava Paolo Virno. In lui una mente acuta e raffinata si univa a una straordinaria umanità.

Lo scorso 22 ottobre abbiamo pubblicato per «i libri di ahida» il testo di Isabella Annesi-Maesano e Libero Maesano: Note sul linguaggio disabilitato. In ricordo di Paolo Virno, liberamente scaricabile al link: https://www.ahidaonline.com/post/preprint-reprint-3

Pubblichiamo di seguito un suo testo del 1998 sul tema della tradizione del pensiero critico.


La tradizione del pensiero critico


 

Una ipotesi arrischiata, ma non futile. Il pensiero critico può contare, oggi, su una tradizione di singolare potenza tutt’altro che estenuata o residuale. Essa mostra per intero la propria vitalità dopo il crollo dei regimi socialisti, nel tempo dell’economia mondializzata, allorché la società della comunicazione spettacolare ha raggiunto il suo apogeo. Si tratta, forse, della sola tradizione politica e filosofica in grado di misurarsi con il modo di produzione postfordista, le metamorfosi della forma-Stato, la paccottiglia del «pensiero debole», l’illuminismo senza luce dei progressisti. Forse. Ma prima ancora di evocare una concreta genealogia, conviene intendersi sul termine «tradizione».

Anche nel nostro caso vale ciò che scrisse René Char durante la lotta partigiana: «Notre héritage n’est précédé d’aucun testament». L’eredità non ci è trasmessa in maniera esplicita da un notaio coscienzioso. È dispersa, frammista a ogni sorta di materiali spuri o addirittura antinomici, irriconoscibile a occhio nudo. Si potrebbe anche dire che siamo dinanzi a una cassaforte, il cui tesoro resta inaccessibile perché nessuno ricorda più la combinazione necessaria ad aprirla. La tradizione va istituita con uno sguardo retrospettivo. L’eredità esiste solo a partire dal momento in cui è rivendicata. La cassaforte si riempie di un contenuto prezioso unicamente quando si comincia a scassinarla. Occorre mostrare, con indole costruttiva, la convergenza o complementarietà tra riflessioni teoriche che, all’epoca loro, parvero pressoché incomunicanti. E, viceversa, è necessario introdurre cesure e discrimini tra pensieri che, in passato, sembrarono affini o simbiotici.

Inoltre. Darsi una tradizione non significa darsi delle arie. Al contrario, è un gesto di modestia. L’opposto di un atteggiamento vanitoso di chi crede di rifondare l’universo ogni volta che scrive un libro (ogni volta che non ha sufficiente carattere per «non» scriverlo). Una tradizione situa e, per ciò stesso, circoscrive e condiziona. Orienta la vista, seleziona le domande da porsi, impedisce di spacciare come «ultimo grido» la scoperta dell’acqua calda. Con una precisazione: se certamente «situa», la tradizione si guarda bene, però, dal «proteggere» coloro che vi si riconoscono. Per lo più, si limita a indicare loro la direzione lungo la quale vale la pena di esporsi e massimamente rischiare.

La tradizione di cui si parla risale, grossomodo, al 1960. È costituita da libri, riviste, brevi saggi che intersecano l’attività pratica a mo’ di suo commento interlineare. Ma essa poggia, soprattutto, sul lavorio anonimo e ininterrotto di minoranze intellettuali e politiche che, senza neanche proporselo, stabiliscono collettivamente un «canone» del pensiero critico contemporaneo, e poi, per l’appunto lo tramandano, lo traducono, talvolta lo tradiscono. Il catalogo (un primo approssimativo catalogo) è questo: l’operaismo italiano («Quaderni rossi», «Classe operaia», il gruppo di Potere operaio, l’autonomia); il situazionismo, ma, in particolare, quella critica preventiva e acuminata della cultura post-moderna che è la «Società dello spettacolo» di Guy Debord; i dispositivi di sapere/potere di Foucault e la «rivoluzione molecolare» di Deleuze e Guattari; le tesi di Hans-Jurgen Krahl sul lavoro intellettuale e di massa e la «lunga marcia attraverso le istituzioni» di Rudi Dutchke; la riflessione storiografica della rivista «Primo maggio»; l’affondo di Alfred Sohn-Rethel sulla scienza e il sapere astratto. A tutto ciò e a molto altro che qui è trascurato, bisogna aggiungere almeno due vicende empiriche, due blocchi di «fatti», che però, a causa di una loro intensa esemplarità, si presentano, a distanza di anni, come geroglifici teorici ancora da decifrare. In primo luogo, la prassi di Lotta continua tra il 1969 e il 1972, quel programma di urbanesimo intelligente che fu la parola d’ordine «prendiamoci la città». In secondo luogo il «movimento del ’77» che anticipa, ma in forme conflittuali, la grande trasformazione postfordista, facendo irrompere sulla scena le figure del lavoro non-operaio, intellettuale, intermittente, autonomo.

Non è in questione, si badi, il recupero accorato di qualche segmento (estrapolato in modo alquanto arbitrario, per giunta) di una stagione culturale e politica ormai lontana. L’amore o la nostalgia per il passato contano meno del due di picche, Sosteniamo piuttosto che la genealogia appena abbozzata equivale a una «rete di concetti» abbastanza sofisticati e prensili da afferrare il bandolo dell’odierna matassa. E sosteniamo anche che quel catalogo di opere e giorni non funge da compendio lacunoso degli anni Sessanta e Settanta, ma, per così dire, è «la parte contro il tutto». L’operaismo italiano, se certamente può dialogare senza impacci con gli studi freschi di stampa sulla disoccupazione strutturale di fine secolo, esibisce invece la massima distanza dal gramscismo/togliattismo che gli fu coevo. I situazionisti, mentre replicano anticipatamente (e con poco garbo) a Vattimo e Derrida, non hanno davvero nulla da spartire con la pletore dei terzomondisti loro contemporanei. E così via.

La tradizione che merita cura e ascolto articola materialmente, da quarant’anni a questa parte, un rapporto causale di gran conto: comunisti «perché» in rotta di collisione con il socialismo reale e ideale. E rende verosimile, persino necessaria, un’inferenza a prima vista paradossale: comunisti, «quindi», non di «sinistra». È una tradizione che si augura, fin dal principio, il crollo del muro di Berlino e lo scioglimento del Pcus. Che rompe i ponti con la cultura e i valori del «movimento operaio», mettendosi così nella condizione di comprendere il significato delle lotte operaie contro il lavoro salariato. Che riconosce a colpo sicuro la vocazione del capitalismo alla «rivoluzione permanente», all’innovazione continuativa del processo lavorativo e delle forme di vita, evitando perciò di restare attonita, o di cospargersi il capo di cenere, allorché la produzione del plusvalore non passa più per la fabbrica e la sovranità non coincide più con gli Stati-nazione.

Mentre il fotografo scattava ancora diapositive destinate all’album di famiglia della Sinistra, inquadrando con equanime scrupolo pure i discoli e le pecore nere, gli uomini e le donne impegnati a ordire i fili delle nostra tradizione già voltavano le spalle all’obiettivo, allontanandosi senza rimpianto dalla scena. Comunisti, «quindi», non di sinistra. Per questo è stolto e anche un po’ infame parlare di «estremismo». Estremista è chi esaspera un certo paradigma di pensiero e di azione, tirando per la giacca i fratelli di latte più moderati. Questa attitudine lamentosa e iraconda, comunque segnata da risentimento e subalternità, davvero non appartiene alla tradizione di cui si discute. Poiché esordisce rifiutando una volta per tutte il culto del lavoro e dello Stato officiato dalla Sinistra, essa è da subito intenta a dar vita a un diverso paradigma. Non estremizza, «fonda». Naturalmente siffatta fondazione è costellata di sconfitte, «quid pro quo», vicoli ciechi. Solo che tali sconfitte e «quid pro quo» e vicoli ciechi non hanno niente in comune con quelli che hanno scandito la catastrofe della Sinistra. Sarebbe indecente rimanere incapsulati nella altrui elaborazione del lutto, farsi contagiare dalla malinconia e dall’impotenza che contraddistingue, oggi, i mercanti di forza-lavoro e gli adoratori dello Stato.

Varrebbe la pena, dunque, di tracciare il profilo (incompleto quanto si vuole, ma non vago) di una tradizione politica, la cui attualità si può percepire, forse, proprio e soltanto ora. Allo stesso titolo sarebbe necessario adombrare anche un’altra genealogia, più strettamente filosofica. Per l’esattezza, la genealogia della «tradizione materialistica». Di un materialismo non vergognoso di sé, né interstiziale, né rancoroso, capace piuttosto di prospettare un «oltrepassamento della metafisica» tuttaltro diverso da quello amministrato dalla società per azioni (loro la chiamano «koynè») dei pensatori postmoderni. Le due genealogie, la politica e la filosofica, hanno evidentemente, una ampiezza assai diseguale. Non meno evidenti sono, però, le correlazioni e i rimandi reciproci. Per concludere, segnaliamo almeno uno di questi punti di contatto.

Vi sono intellettuali che disdegnano l’analisi del processo lavorativo, perché, dicono, essa non offrirebbe un approccio «radicale» ai problemi del tempo nostro. Costoro ritengono che il solo modo in cui avviene la riproduzione della vita sia roba da sindacalisti o da patiti dell’econometria. Un’osservazione perspicace, non c’è che dire: degna, per capirsi, di chi sostenesse che Heidegger, essendosi occupato con qualche insistenza della tecnica, si è comportato da perito chimico. A ben vedere, la trasformazione che ha investito negli ultimi decenni la produzione sociale costituisce la chiave di volta per decifrare le forme di vita contemporanee, nonché il mutato statuto della sovranità e della politica.

Esempio. Negli anni Sessanta – cosi ci ricorda la buona tradizione – la lotta operaia puntò a sganciare gli aumenti salariali dalla crescita della produttività. «salario come variabile indipendente»: questa inclinazione si è attirata un odio sconfinato, confrontabile solo con quello che De Maistre manifestò, un secolo e mezzo prima, per l’«immoralità» dei sanculotti. Non si tratta più di fissare un «equo» prezzo della merce forza-lavoro: ciò che è messo in questione (inflazionando all’infinito quel prezzo) è la stessa esistenza di una merce siffatta. Negli anni Settanta, la faccenda divenne del tutto esplicita con la richiesta di un «reddito indipendente dal lavoro». Richiesta, o meglio, pretesa che oggi, in epoca di disoccupazione strutturale, palesa uno straordinario pacato realismo. Ebbene non vi è dubbio che l’idea di un «diritto al reddito» (a un reddito svincolato dalla prestazione lavorativa) ha un valore simbolico analogo alla trinità del 1789: libertà, eguaglianza, fraternità. Meno elegante, forse, e senz’altro inutilizzabile per formare le rime di un inno nazionale, ma di pari importanza come tappa saliente della civilizzazione.

Con una differenza decisiva: questo «diritto» ulteriore non sorge sulla base della cultura cristiano-borghese, ma su di un fondamento materialistico. Si è «uguali» davanti a Dio padre e poi come soggetti del mercato e del diritto. Si è «liberi» perché la posizione di ciascuno è determinata soltanto dal meccanismo economico oggettivo (non da un sistema di dipendenze personali). Si è «fraterni» in quanto si appartiene alla stessa nazione. Ma si ha il «diritto a un reddito» perché si è un corpo sensibile, che pretende di assaporare le dolcezze del vivere in una società in cui l’attività sotto padrone è diventata un costo sociale ingiustificabile e parassitario. Il lavoro vivo contemporaneo cessa di amministrare i lasciti della filosofia classica tedesca, divenendo piuttosto l’erede legittimo della «tradizione materialistica». Tradizione da rovistare, censire, ripensare. Come si accennava poc’anzi, per l’appunto.


Paolo Virno ha insegnato Filosofia del linguaggio presso l’Università degli Studi Roma Tre. Ha insegnato anche Filosofia del linguaggio, Semiotica ed Etica della comunicazione presso le Università di Urbino, Montréal e della Calabria. I suoi studi sono dedicati alla filosofia del linguaggio e all’etica della comunicazione linguistica, in riferimento alle forme di vita e di convivenza della modernità post-fordista, anche in chiave di rivisitazione dell’eredità del materialismo storico e del pensiero di Karl Marx, mettendo in relazione questioni filosofiche e problemi socio-politici all’interno di un’ampia interpretazione del moderno, che vede sempre al centro la questione antropologica del linguaggio (attraverso Ferdinand de Saussure, Émile Benveniste, Ludwig Wittgenstein). È stato co-fondatore delle riviste d’analisi politico-sociale «Metropoli» e «Luogo Comune». Ha poi partecipato alla redazione della rivista «DeriveApprodi». Tra le sue pubblicazioni: Quando il verbo si fa carne. Linguaggio e natura umana (Torino 2003); Scienze sociali e “natura umana”. Facoltà di linguaggio, invariante biologico, rapporti di produzione (Catanzaro 2003); Motto di spirito e azione innovativa. Per una logica del cambiamento (Torino 2005); E così via, all’infinito. Logica e antropologia (Torino 2010); Convenzione e materialismo. L’unicità senz’aura (Roma 2011); Saggio sulla negazione. Per un’antropologia linguistica (Torino 2013); L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita (Macerata 2015); Avere. Sulla natura dell’animale loquace (Torino 2020); Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (Torino 2021); Negli anni del nostro scontento. Diario della controrivoluzione (Milano 2022); Grammatica della moltitudine. Per un’analisi delle forme di vita contemporanee (Roma 2001, 2014, 2023).

 

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