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- Giovanni “nanni” Cappelli

- 3 giorni fa
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Grazie Giuliano! Il processo politico e la magia di trasformare l’accusato in accusatore

Il testo di Giovanni “nanni” Cappelli è una testimonianza scritta in occasione della scomparsa di Giuliano Spazzali, avvocato simbolo della difesa politica negli anni della contestazione. Attraverso il ricordo del processo del 1969 contro gli studenti del Movimento studentesco a Milano, l’autore restituisce il clima di lotta, repressione e speranza di un’intera stagione storica. Centrale è la figura di Spazzali, capace di trasformare il processo penale in uno spazio di verità politica e consapevolezza collettiva. La sua arringa diventa un atto fondativo, che segna la formazione professionale e umana dell’autore. Il testo si configura così come un omaggio affettuoso e critico a un maestro, a un’epoca e a un sogno di giustizia solo intravisto, ma mai dimenticato.
Come ogni storia d’amore, anche la mia storia con Giuliano Spazzali comincia con la prima volta… la prima volta che vidi Giuliano Spazzali era nell’aula della Corte D’assise di Milano, quella grande, quella delle occasioni importanti.
Lui, con toga e bavaglino, giovane e bello, era nel banco degli avvocati. Io ero nella gabbia degli imputati, una ventina di studenti accusati del sequestro del Professor Trimarchi all’Università Statale di Milano. Tutti colpevoli come Giuda. Qualche mese prima avevamo trattenuto per qualche ora, il giovane Professore, figlio del Presidente della Corte d’Appello, per protestare contro discriminazioni ai danni degli studenti lavoratori nella gestione degli esami.
Era il marzo del 1969. In Francia ed in Germania, negli Usa e in gran Bretagna, gli studenti erano all‘avanguardia delle lotte. A Milano i giovani del Movimento studentesco cercavano un casus belli per dare avvio al tempo della contestazione. Il blocco del professor Trimarchi per quattro ore all’interno dell’università divenne la scintilla del fuoco rivoluzionario in molte scuole italiane. Cominciarono i cortei cittadini, le occupazioni delle Università, le interminabili assemblee accompagnate da spinelli e sacchi a pelo.
Nel maggio ci ingabbiarono e finalmente, nel luglio del 1969, il processo con gli occhi di tutti i media nell’aula grande del Palazzo. Il banco dei difensori era un misto curioso di avvocati tradizionali, pagati dalle famiglie facoltose di alcuni degli imputati, e di giovani avvocati di sinistra schierati a difendere i compagni non abbienti. Gli uni, gentili e carini con Giudici e Pubblico Ministero. Gli altri no.
E poi c’era Giuliano: aveva studiato per anni i processi contro l‘IRA in Irlanda a quelli contro gli algerini insorti contro l’occupazione francese. Questa era l’opportunità di introdurre il processo politico in Italia. Altrimenti non si capiva tutto quel casino su una questione burocratica di esami. Altrimenti non si capiva perché eravamo lì. Tutti noi, imputati, giudici, giornalisti. Questo è il dovere principale di un avvocato: svelare la ragione del processo, non esserne vittima. Ribaltare la logica dell’accusa contro l ‘accusa.
Mentre la regola d’ oro di un buon penalista è di non far domande ai testimoni d’accusa per evitare che le circostanze diventino sempre più precise ed incriminanti, con Giuliano i testimoni, il Pm, i poliziotti e il Presidente del Tribunale, temevano il momento del contraddittorio perché sapevano che sarebbero divenuti a loro volta gli accusati. Loro e le loro bugie, le loro macchinazioni, i loro depistaggi.Nel processo politico, le carte sono ribaltate. Gli imputati sono gli accusatori e tocca agli accusatori difendersi.
A rendere la scena ancora più drammatica era il fatto che mentre la gran parte dei penalisti sono urlatori, o quanto meno baritoni, Giuliano sussurrava. Quanto gli ho invidiato la capacità di ottenere il silenzio in un’aula gremita esprimendo i propri teoremi con voce bassa e precisa, con richiami ai fatti, taglienti quanto sussurrati. I penalisti proclamano, Giuliano insinuava, conquistandosi l’attenzione riverente della platea: nessuno voleva perdersi la citazione di un testo sacro della storia del processo penale da Cicerone in poi…
Nella mia futura carriera cercai di imitarlo e venni più volte minacciato di essere messo a tacere qualora non alzassi il tono della mia voce. Giuliano no, più parlava piano più tutti si sforzavano di sentire. Era come una calamita della logica. Un miele per uno sciame di api assetate di paradigmi e citazioni.
La sua arringa chiuse il processo. Dall’aula 101 della Statale, dall’aula magna della Corte di Assise ci ritrovammo tutti sulla grande Muraglia dove migliaia di contadini cinesi scalzi camminavano inesorabilmente verso un futuro senza ingiustizie e privilegi. Fece sentire a tutti le vibrazioni di quelle migliaia di piedi scalzi. Grazie a Giuliano, ora sapevamo perché eravamo lì. Sapevamo perché quello era un processo politico seguito da milioni in tutta Europa.
Fummo condannati a pene minori, tutte sospese con la condizionale. Ed immediatamente scarcerati. Alla lettura della sentenza, il canto dell’Internazionale Comunista si alzò dalla gabbia degli imputati, dai banchi delle famiglie, - anche da mia mamma monarchica! – dalla folla che si affollava nell’area aperta al pubblico. Anche Giuliano cantò l’Internazionale. Anche Giuliano alzò il pugno chiuso.
Pochi mesi dopo mi laureai e divenni anche io avvocato. Dopo le bombe di Piazza Fontana, mi unii al Comitato di Difesa e Lotta contro la repressione.
Sottolineo la parola Lotta, perché non volevamo essere solo un Comitato di difesa. Essere avvocati ci dava gli strumenti per la difesa dei compagni. Ma eravamo anche compagni che intendevano lottare contro la repressione, a fianco agli studenti nelle scuole, a fianco agli operai nelle fabbriche, ai giornalisti nei giornali…
Alla fine degli anni ‘70 ognuno ha preso la sua strada. Alcuni di noi hanno subito lunghi periodi di carcerazione e c’è chi ne è morto, altri, come Giuliano, divennero ancora più famosi grazie alla loro abilità professionali ed al loro carisma. Altri, infine, come me, se ne sono andati. Sono stato molto lieto di sapere che Giuliano si era ritirato dalla professione forense ed era diventato un artista.
I cinesi a piedi scalzi non arrivarono mai al Palazzo di Giustizia. Ma Giuliano, per il breve momento di un’arringa, ci fece intravedere la cosa era possibile. O magari ce lo fece solo sognare.
Grazie Giuliano.

