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  • Immagine del redattore: Francesco Gualdi
    Francesco Gualdi
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 16 min

I 50 anni di Radio Alice /2: intervista a Valerio Minnella

Pubblichiamo questa intervista del 12 ottobre 2015 contenuta nella tesi di laurea di Francesco Gualdi dal titolo Radio Alice: tra avanguardia e rivoluzione, anno accademico 2014/2015, Università di Bologna


Vorrei cominciare l’intervista con una tua dettagliata storia della radio, dall’idea al progetto, alla nascita vera e propria.


Vorrei subito puntualizzare che, contrariamente a quanto si crede, Radio Alice non nasce come radio politica. Nasce come radio, punto. È un esperimento nato anche per una serie di fattori casuali, per cui una serie di persone si sono incontrate e l’han messa su dopo una serie di incontri, discussioni e background culturali che ci portavamo dietro. Io venivo dall’esperienza di Danilo Dolci in Sicilia: nel ’70 ero andato giù a organizzare la renitenza alla leva dei giovani della Valle del Belice dopo il terremoto, e lavoravo con un Centro Studi e Iniziative che era nato da una costola di quello di Partinico. Ci trovavamo a Partanna. Danilo Dolci, che io non conosco perché ho sempre lavorato solo con questi, mi è stato descritto come una persona un po’ accentratrice, per cui ovviamente ogni tanto qualche gruppo si staccava e avviava una propria strada partendo da quell’esperienza. Però le cose che aveva Dolci, tra cui quella radio, mi avevano stuzzicato molto. Poi ero con Faenza in quei tre giorni di trasmissione con Radio Bologna per l’Accesso Pubblico, che era un esperimento dei socialisti, nel 1974. E insomma pensavo di mettere su una radio anch’io, che vagamente nella mia testa era politica, ma io di mestiere mi occupavo di musica e non di altro, perciò non avevo neanche ben chiaro come fare. Poi c’erano altri che venivano da esperienze diverse, soprattutto c’era un nucleo forte e compatto che veniva una parte da Potere operaio e un’altra dal Dams, studenti che avevano lavorato con Umberto Eco sui linguaggi. Credo che una delle cose fondamentali di Radio Alice sia stato il fatto che siamo riusciti a lavorare bene insieme con molto rispetto e senza porci il problema di chi eravamo, pur avendo mille anime diverse. E questo è stato una ricchezza enorme. Ci siamo incontrati con Nanni Ricordi, della Ricordi Dischi, un intellettuale milanese, per discutere di questa radio che voleva essere un evento unico ed eclatante. Ci trovavamo sempre al Gatto selvaggio, che era uno dei cosiddetti Circoli del proletariato giovanile. È capitato però che un gruppetto che aveva cominciato con l’idea della lotta armata e delle rapine venne arrestato e in tasca a qualcuno di questi trovarono la tessera del Gatto selvaggio, di conseguenza tutto il Circolo e quello che gli stava intorno venne criminalizzato. Ma il circolo era semplicemente un posto dove si beveva e si mangiava. Stava in una cantina in via San Vitale. Era fatto in parte a salette, e quindi andava bene per ritrovarsi a chiacchierare e a discutere con chiunque. Insomma ci bloccammo perché tutto venne criminalizzato. Fatto sta che per un po’ non si mosse niente, finché io, alla fine del ’75 chiedo che mi venga consegnato il trasmettitore. Al che tutti si svegliano e dicono che vogliono partecipare nuovamente anche loro. Il gruppo si ricompatta e a febbraio ’76 partiamo con le trasmissioni. Un anno in ritardo rispetto a quanto pensavamo all’inizio. 


In cosa consisteva quindi tutto il lavoro iniziale di discussione e di progettazione? 


Innanzitutto, prima di partire dovemmo pensare a come farla nella pratica la radio. Costituimmo una cooperativa. La Studi e Ricerche sul Linguaggio Radiofonico nasce alla fine del ’74. La scelta del nome della Cooperativa è indicativa del nostro obiettivo: noi non ci poniamo come radio che vuole fare controinformazione (come poi ne nacquero tante), ma nasciamo come radio che lavora sul linguaggio, sulla comunicazione e quindi sulla cultura. Che poi la cultura era strettamente quella dadaista, perché quel gruppo legato a Potere operaio, che si definiva maodadaista, ha portato grossi elementi dadaisti all’interno della radio. Comunque ci abbiamo lavorato e discusso per un anno su questa radio: come la facciamo, chi parla e soprattutto chi parla a chi – che è anche lo slogan del manifesto della radio, «Ki informa ki» – cosa e come trasmettiamo. E alla fine del percorso avevamo proprio chiarissimo questo concetto che la radio come tutti i mezzi di comunicazione fino a quel momento era sempre stato un mezzo monodirezionale, con un parlatore ed “n” ascoltatori. Invece a noi interessava rendere il mezzo multidirezionale. Quindi ci siamo posti il problema: cos’è che impedisce agli altri di parlare? E appunto partendo dalle analisi di quel gruppo di compagni che nasce dalle lezioni di Umberto Eco sulla comunicazione, cominciamo ad analizzare il fatto che esistono tutta una serie di censure, che non sono solo quelle dello Stato che tutti conosciamo e che siamo in grado di combattere, ma che ci sono delle censure molto più forti, le auto-censure, che sono quelle determinanti. E quindi lì cominciamo a ragionare su quali sono le auto-censure. La prima è il linguaggio. Decidiamo di abbattere il muro del linguaggio colto, del linguaggio pulito e di sponsorizzare il linguaggio sporco, il linguaggio di tutti i giorni, perché uno non deve pensare che può parlare solo se sa parlare, uno deve essere in grado di parlare anche se non sa parlare, e bisogna quindi abbattere la lingua. Per me l’esempio più bello rimane quelli del Val Camonica, che facevano le trasmissioni in stretto dialetto camune, e non si capiva veramente nulla, non era possibile capire una parola, salvo questa frase che ripetevano come un tormentone, «... Perché noi camunisti!». Quale radio si può permettere di fare delle trasmissioni dove non si capisce quello che trasmetti? Seconda censura, il palinsesto. E qui in realtà io ero di un’idea contraria, ero più a favore del palinsesto strutturato; solo dopo mi son reso conto del valore di quest’altra proposta, ma in un primo momento ero contrario. Quindi questa storia che uno trasmette solo se ha il suo spazio prestabilito prima, che può trasmettere solo se arriva nel momento giusto, ecc. doveva crollare, cioè uno doveva poter trasmettere quando voleva e come voleva. Terzo tipo di censura è quello del luogo, cioè che puoi trasmettere solo se sei lì davanti al microfono, che noi abbiamo in un primo momento aperto, letteralmente aprendo la porta, nel senso che chiunque poteva venire dentro e mettersi lì a trasmettere. E poi, primi al mondo, abbiamo collegato il telefono in maniera fissa al mixer. Infatti, prima la gente registrava dal telefono e poi, se voleva trasmettere la telefonata, portava la bobina sul mixer. In questa maniera c’era però sempre la possibilità di censurare in qualche modo la chiamata, nel senso che potevi far sentire solo il pezzo che volevi. Noi invece colleghiamo totalmente il telefono al mixer. È poi scelta di quello che è lì in quel momento mandare o meno in diretta le telefonate, per cui capita che andasse in onda di tutto, anche cose che non c’entravano, come ad esempio «Sto arrivando, butta la pasta». Quindi noi non ci poniamo il problema di fare una radio politica, ma ci poniamo il problema di fare una radio che cambi la cultura e la comunicazione. Che è assolutamente un atto politico, ma non della politica tradizionale, non è il problema del partito o della linea politica. Ed essendo la radio aperta a tutti, automaticamente non può essere la radio di un partito o di una linea politica, anche se nel tempo ci sono stati gruppi che in qualche maniera hanno tentato di egemonizzare la radio, perché nella loro cultura era giusto così, e quindi facevano discorsi della serie «Dobbiamo fare una radio più comprensibile all’operaio» o cose del genere, però nella pratica non ci sono mai riusciti perché la radio era troppo fluida, viveva di vita propria. Quindi la radio non è una fucina politica in senso tradizionale, ma è una fucina culturale. Radio Alice è davvero il centro culturale della città. Tutti i gruppi musicali passavano o si formavano dentro Alice: gli Skiantos, i GazNevada; poi tutto il gruppo degli artisti del fumetto come Filippo Scòzzari, Andrea Pazienza, Bonvi, Magnus; anche i grandi cantautori frequentavano la radio, come Claudio Lolli o Francesco Guccini, e ogni tanto passavano anche gli scrittori. All’interno di Radio Alice nasce di tutto, tutti i gruppi che si occupano di boicottaggio e di riappropriazione, cioè ad esempio della stampa dei falsi biglietti del treno, o della distribuzione a tutti gli studenti della chiave per aprire la gettoniera delle cabine del telefono, ottenuta grazie a un compagno interno alla Sip. È ovvio che culturale e politico sono, se parliamo di politica in senso lato, la stessa cosa. Uno dei miei slogan era «Notizie a volte vere, a volte false, comunque tendenziose», in quanto siamo tendenziosi, perché tendiamo sempre a fare qualcosa, ma non ci poniamo come radio politica in senso stretto. Come fa dunque Radio Alice, che è ritenuta una delle radio più politicizzate, a fare politica senza fare propriamente politica? Occorre sapere che in quel momento il Pci non aveva capito nulla del mondo. Il Pci nel ’77 bolla il Movimento studentesco come un movimento borghese, un movimento di figli di papà che giocano a fare i rivoluzionari, non capendo assolutamente che, per la prima volta, il Movimento studentesco non è un movimento borghese perché è fatto sì da studenti figli di borghesi, come sempre, ma anche da moltissimi studenti figli di operai e di proletari che non si erano mai visti prima all’università. È la prima volta che succede questo, o perlomeno è la prima volta che succede in massa: parliamo di centinaia di migliaia di giovani figli di operai. Per la prima volta in quegli anni si realizza la famosa strofa di Contessa di Pietrangeli, «anche l’operaio vuole il figlio dottore». Peccato che il figlio dell’operaio si muova esattamente da figlio dell’operaio, cioè con molta meno delicatezza del figlio del gentiluomo, e quindi diventa iper-critico e si contrappone: ha assaggiato la libertà e la vuole conquistare; ha assaggiato la possibilità di vivere meglio e vuole vivere meglio; ha visto il padre spaccarsi la schiena in fabbrica per anni e arrivare alla fine della sua vita distrutto senza mai aver vissuto bene, e non vuole fare la stessa fine. Oggi ha gli strumenti culturali e le capacità per riconoscere la possibilità di una vita migliore; non ha più la rassegnazione del servo della gleba, che sa che per tutta la vita dovrà rimanere sempre lì. E quindi un posto dove il giovane può andare a parlare e liberare le idee che ha in testa diventa automaticamente il punto di incontro di tutti quelli che hanno qualcosa da dire, qualcosa da discutere o per cui protestare.Quindi è il punto di incontro contemporaneamente per tutti quelli che vogliono fare arte e vogliono parlare della propria arte, della propria cultura e delle cose che gli girano per la testa; è il punto di incontro di quelli che la mattina vanno in università e il pomeriggio e la sera lavorano, che sono in maggioranza fuori sede che si mantengono da sé. Questi ragazzi, per la prima volta, riescono a capire che è possibile mantenersi non lavorando sempre, ma avendo solo un lavoro saltuario, e questo cambia completamente la prospettiva perché comincia a mettersi in testa l’idea che io lavoro quando mi pare. E questa è una rivoluzione. Ma non nostra, questa è una rivoluzione dei nostri padri. Sono stati loro dopo la guerra a darsi gli strumenti per mandare a scuola i figli. È assolutamente una rivoluzione dei nostri padri, che secondo me il Partito comunista poteva tranquillamente sbandierare come una sua vittoria, perché ha partecipato in forze a questa rivoluzione. Il problema è che non aveva proprio capito niente, l’unica cosa che capiva era la logica di governo, del fatto che, per fare una società giusta, bisognasse che il partito andasse per forza al potere. Ed è stato il momento in cui ha cominciato a distruggere tutto quello che era stato fatto prima. E se oggi noi siamo in questa situazione è soprattutto per colpa di Berlinguer, ma non di Berlinguer in quanto persona, ma della sua logica di «compromesso storico», di accettare qualsiasi cosa pur di andare al governo. Che è una logica che poteva andare bene nell’Ottocento; Mazzini poteva dire: vado al governo perché una volta che sono là riesco a imporre qualcosa di socialista al re. In quel momento non aveva più senso. E quindi la logica del compromesso storico o del governo di unità nazionale porta a una contrapposizione frontale con il Movimento giovanile; contrapposizione che a Bologna si sfoga culturalmente, e su questo io rivendico il ruolo di Radio Alice, cioè, se Bologna non è stata una delle città con le pistole e le Brigate rosse, o perlomeno è stata solo toccata di striscio da questo, io rivendico che molto sia merito di Alice che ha fornito un’alternativa culturale di lotta e di contrapposizione. Altre città invece che non hanno avuto questa valvola di sfogo così importante, purtroppo hanno spesso convogliato questo scontro in uno scontro fisico-militare vero e proprio. 


Il collettivo redazionale di Alice, pubblicava già la rivista «A/traverso». Quali sono state le motivazioni che vi hanno spinti a impegnarvi anche sul fronte radiofonico? 


La radio ha delle potenzialità che sono uniche. La prima è che è un mezzo economico, o perlomeno allora lo era. Bastava poco per trasmettere. Il nostro trasmettitore lo abbiamo comprato per 10-15 mila lire di allora; andò Maurizio Torrealta a prenderlo in bicicletta, anche se pesava tantissimo, da quelle aziende che vendevano surplus militare americano per l’intrattenimento delle truppe. L’antenna era di un carro armato militare che avevamo tagliato per portarla alla misura giusta, perché risuonasse bene con le frequenze, il suono e tutto quello che ci va dietro. Quindi tutto sommato era un mezzo economico, la cosa più complicata era avere un posto dove mettersi. Poi la radio permetteva potenzialmente a chiunque di parlare, e arrivava potenzialmente a tutte le case senza bisogno di comperare o di ricevere il mezzo di carta. 


Quanto si sentiva lontana la radio? 


Allora arrivava anche fino a Mezzolara e oltre. Devi tenere presente che eravamo in un momento in cui le radio erano poche e di bassa potenza. Con soli 10 watt noi coprivamo praticamente tutta la provincia, salvo le valli. La cosa è cambiata quando le radio son diventate mille e i trasmettitori tutti da un kilowatt. Perché a quel punto tu vieni schiacciato e per farti sentire come ci facevamo sentire noi, oggi ci vogliono mille watt. Ma è solo un effetto abbagliamento: una lampadina in mezzo a tante altre non la vedi, perché le altre le abbagliano, ma se ci fosse solo una lampadina piccolissima tu la vedresti anche da lontano. Comunque a quel tempo era davvero una cosa economica. 


Oltre al fatto che le persone erano all’incirca le stesse, in che rapporto era Radio Alice con «A/traverso»?


Erano le stesse persone, sempre quel gruppo che veniva da Potere operaio, con idee culturali di tipo dadaista: facevano la rivista e partecipavano anche alla radio. Per il resto non c’era nessun rapporto strutturato. «A/traverso» non scriveva necessariamente di quello che diceva la radio, e se lo faceva era solo perché in quel momento gli interessava parlare di quello. 


Perché Alice? 


Diciamo che è stata una scelta felice senza una motivazione vera e propria. Tutti gli altri nomi non ci piacevano, finché una sera, durante una riunione a casa mia, qualcuno ha proposto di chiamarla Alice. E noi siamo rimasti interdetti, stupiti, perché conteneva tutto: conteneva Lewis Carrol, dietro lo specchio, la rottura dello specchio, che era strettamente connesso con quello che noi volevamo dire; poi era anche un nome di donna, così ci fu chi disse che almeno le femministe sarebbero state d’accordo. Era proprio un bel nome, evocativo, a cui dopo abbiamo trovato tutte le ragioni e i collegamenti. Avevamo pensato anche ControRadio, Radio Cento Fiori, Radio Radiosa... Tutti nomi che dopo abbiamo visto usare nelle radio successive. Ne avevamo pensati davvero tanti, ma non ce n’era nessuno che ci piacesse, fino appunto alla proposta di Alice. Certo, non era un nome da radio, era altro, era al tempo stesso bello, evocativo e completamente libero sia nei significati psicologici che nei significati culturali. D’altronde era quasi automatico: eravamo un gruppo di persone creative, con una gran cultura e così via; una scelta felice del nome era inevitabile. 


Quale fu il ruolo di Radio Alice all’interno del Movimento? 


Quale fu il ruolo di Radio Alice all’interno del Movimento o quale fu il ruolo del Movimento all’interno di Radio Alice? Perché non c’è differenza, non c’è cesura tra il Movimento e Radio Alice; l’uno è la prosecuzione dell’altro. La radio nasce come emanazione di un piccolo gruppo, che noi teorizzavamo come logica del «piccolo gruppo in moltiplicazione». Però viene immediatamente espropriata. Tanto è vero che la maggior parte delle persone che facevano parte del gruppo fondante, già tre mesi dopo non partecipavano più e se ne erano andate a fare altro. Io sono forse l’unico che ha seguito la radio dalla nascita, dal progetto d’apertura alla chiusura manu militari, e poi dalle trasmissioni successive alla chiusura definitiva. Gli altri sono via via sempre persone nuove o anche persone che fanno parte del gruppo fondante, che vanno e vengono. Bifo, ad esempio, è uno che c’è per tutto il processo della radio, ma con una frequentazione discontinua, com’era nei suoi interessi e nel suo modo di fare. La radio di fatto vive per conto suo, e vive gestita dal Movimento in senso ampio. Che non era solo studentesco, ma dentro c’erano altri che studenti non erano mai stati, tipo me che non sono neanche diplomato, perché nel ’69 non ho finito il liceo e non ho dato la maturità, in quanto avevo già un lavoro e ho sempre lavorato. E poi c’erano gli operai, gli intellettuali, gli artisti, le casalinghe... era veramente un movimento eterogeneo, dove la componente principale era quella studentesca, perché è normale che la componente principale nei movimenti antagonisti sia giovanile e in quel momento i giovani, a Bologna, erano in grossa parte studenti. E quindi la radio si rapporta al Movimento come il Movimento si rapporta alla radio; sono fondamentalmente un’unica cosa. 


E in che momento il piccolo gruppo si espande e si rende conto di avere un largo seguito? Quale fu

la vostra reazione?


Sicuramente non ci pensavamo neanche alla lontana che diventasse una roba così, proprio non ci pensavamo. Però non so neanche quanto ce ne siamo resi conto. Perlomeno io ho fatto fatica a rendermene conto, forse perché eravamo impegnati a farla e non ad analizzarla. D’altronde era anche un periodo in cui tutti si viveva in casa di tutti. Io non andavo mica a dormire tutte le sere a casa mia, andavo a dormire anche a casa di altri e altri venivano a dormire a casa mia, e così via. Ci si incontrava in piazza e si stava insieme, era tutto molto fluido e senza schemi. Poi anche il fatto di trovarsi 50-60 persone in radio tutte le sere non ci sorprendeva tanto, perché vivevamo già così. E quindi è per questo che non me ne sono accorto subito. È stato dopo, quando abbiamo cominciato ad analizzare la cosa che ci siamo resi conto di quale meccanismo avevamo messo in piedi. 


Quale fu il ruolo di Radio Alice durante il marzo? 


Radio Alice trasmetteva semplicemente quello che succedeva fuori, ma non perché le persone della radio andavano in giro a raccogliere testimonianze nella zona degli scontri, ma perché era la zona degli scontri, nel senso delle persone che erano lì, che entravano nella cabina telefonica e chiamavano la radio e raccontavano quello che stava succedendo. Radio Alice in realtà non fa quindi nessuna azione particolare, se non quelle che ha sempre fatto; si comporta come ogni altro giorno, ma il giorno è cambiato... il giorno è cambiato perché hanno ucciso Francesco, che è una cosa che traumatizza la città: nessuno pensava di poter vedere un compagno ucciso dalla polizia a Bologna. Da sempre sapevamo che a Pisa succedeva, a Milano anche, ma a Bologna non ce lo saremmo mai aspettati. È uno di quei momenti in cui ti rendi conto che qualcosa è cambiato, che il mare in cui stai nuotando è diverso da quello a cui sei abituato. Per i bolognesi, tutti, è stato un vero shock. 


Lo conoscevi Francesco? 


Personalmente no, anche se qui a Bologna conoscevi tutti e non conoscevi nessuno, nel senso che in piazza Maggiore tutte le sere c’erano davvero tutti. Ad attraversare la piazza ci voleva veramente un quarto d’ora perché ti dovevi muovere schiacciato tra le persone. La piazza era davvero gremita; che poi è un’antica tradizione, non è una cosa inventata dagli studenti. Se la domenica pomeriggio o la sera tu andavi in piazza, potevi trovare i bolognesi; gli studenti hanno solo acquisito questa modalità, e lì si parlava di tutto, di calcio e di politica. Poi usciva il sindaco dal palazzo comunale e la gente lo braccava e gli diceva di tutto, lo riempiva di domande. Era un altro modo di fare, oggi è inimmaginabile, difficile da raccontare. 


Cosa mi puoi dire di tuo fratello invece? 


Che mio fratello Mauro è sempre stato uno un po’ più defilato, uno che si faceva più i fatti suoi; sempre politicamente impegnato, certo, però è sempre stato uno a cui interessava fare le sue cose, i suoi progetti elettronici e così via. Per cui dava una collaborazione non costante e regolare, ma quel giorno non era in giro in città, bensì da noi in radio. 


Infatti l’unica volta che l’ho sentito nelle registrazioni è durante la chiusura del 12 marzo.


In particolare quella sera c’era un problema tecnico, per cui io l’avevo coinvolto dato che era molto più preparato di me. Avevamo deciso infatti di modificare alcuni ricetrasmettitori CB per riuscire a fare dei ponti radio in città, cioè volevamo andare a trasmettere dai luoghi in cui succedevano i fatti. E quella sera quindi gli ho detto di venire queste lavorazioni. Mauro era lì, non dico per caso ma quasi. Comunque lui con la radio c’entrava, anzi il mixer l’aveva costruito lui, ma appunto era un elettronico e collaborava soprattutto per i singoli progetti che gli chiedevamo o che gli interessavano. Non aveva una frequentazione quotidiana. Invece io ero lì tutte le sere. 


Cosa avvenne esattamente alla chiusura? E i giorni dopo? 


Noi e tanti altri del Movimento eravamo in carcere. A noi della radio ci hanno arrestato in cinque, quattro più Paolo che saliva casualmente in quel momento. Una ventina sono scappati dai tetti. Il giorno dopo hanno arrestato anche Stefano Saviotti e altri redattori, insieme a Giancarlo Busi e a altri redattori dell’A-Radio Ricerca Aperta, colpevole di aver ospitato la ripresa delle trasmissioni di Alice. Centinaia di persone erano invece state arrestate durante le manifestazioni. 


E Radio Collettivo 12 Marzo? 


Il 13 marzo Maurizio Torrealta e altri, con un secondo trasmettitore che avevamo di scorta, si sono collegati all’antenna che era rimasta sul tetto, sono rientrati nei locali e hanno trasmesso. Poi sono scappati quando è tornata la polizia. Lo stesso giorno altri si sono fatti ospitare dall’A-Radio, e sono stati arrestati là. La radio ha riaperto qualche giorno dopo, intorno alla Feste alle Repressioni, perché una serie di intellettuali, Federico Stame, Roversi, Celati, Bolognesi, hanno deciso di costituire una nuova cooperativa – hanno fatto in fretta perché Stame faceva il notaio di mestiere – che invece di chiamarsi Studi e Ricerche sul Linguaggio Radiofonico, come la nostra, si chiamava solo Ricerche sul Linguaggio Radiofonico, o comunque un nome simile ma non identico. La nuova cooperativa, formata tutta da intellettuali, quindi da personaggi che era più difficile arrestare o incriminare perché avevano partecipato a una manifestazione, ha riaperto Radio Alice e l’ha riconsegna nelle mani di quelli che erano rimasti fuori. 


Poi ci fu il Convegno a settembre, e lì voi eravate già stati liberati. 


Sì, tranne Stefano Saviotti, forse. Io sono stato liberato perché ho avuto la “fortuna” di essere stato picchiato, ed era metà o fine giugno. Stefano è rimasto in carcere qualche altro mese dopo di me, quindi forse a settembre era ancora in carcere. Lo fanno restare di più perché si era scontrato, anche caratterialmente, con il giudice Catalanotti, una roba disgustosa. 


Si può dire che il Convegno è stata la fine del Movimento? 


Io direi di no. Sicuramente al Convegno c’è fu uno scontro tra le due anime: quella culturale-creativa e quella militarizzata; ci fu tensione tra il gruppo di Autonomia operaia, legato alla logica della P38 e delle azioni violente, e il gruppo che invece si poneva un problema legato soprattutto ad azioni culturali e creative. Certamente in quel momento si chiarì che le due anime erano veramente due anime diverse. Direi che il Convegno fu l’inizio della fine. 


E la fine vera e propria? 


La vera fine del Movimento è il rapimento Moro, che rende chiaro a tutti che c’è gente che non ha nulla a che fare con noi. Il rapimento Moro sgomenta sia quelli che vedono il discorso in maniera creativa, sia quelli che lo vedono in maniera militare, perché è un salto di qualità troppo forte, è davvero qualcosa che non riguarda nessuno. Il rapimento Moro è il salto nell’assurdo. Quello secondo me è il momento in cui cambia tutto, è il punto di non ritorno.

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