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- Francesco Gualdi

- 24 mar
- Tempo di lettura: 17 min
I 50 anni di Radio Alice /1: intervista a Franco Berardi Bifo

Pubblichiamo questa intervista del 19 agosto 2015 contenuta nella tesi di laurea di Francesco Gualdi dal titolo Radio Alice: tra avanguardia e rivoluzione, anno accademico 2014/2015, Università di Bologna
Partiamo subito dal Settantasette. In cosa consiste la sua vera innovazione/rivoluzione e perché ha una presa così forte sui giovani?
Possiamo dire che la vera innovazione del Settantasette si ha nell’unione di tre differenti ambiti. Partiamo dal primo. In quel momento, nel 1976, che è l’anno culturalmente più significativo, l’esperienza di lotta politica dei gruppi extraparlamentari entra in una fase di crisi molto evidente: al congresso di Rimini Lotta continua si scioglie, alle elezioni Democrazia proletaria si presenta ma ha una cocente sconfitta... Emerge quindi una nuova componente che è l’Autonomia, che poi è un’espressione che non si sa bene dove comincia e dove finisce, perché implica e coinvolge una quantità di forze anche molto diverse sul piano delle strategie politiche, ma soprattutto sul piano dei riferimenti immaginari. Questo è il primo filone, quello politico. Poi si ha un fenomeno nuovo a carattere tecnico, cioè vengono commercializzati e resi disponibili in maniera relativamente accessibile dei trasmettitori radiofonici e dei registratori ad alta qualità. Inoltre, cosa decisiva, si comincia ad avere, da parte dei giovani e degli studenti, una capacità tecnica che non esisteva prima. L’elettronica entra nel campo dell’immaginario culturale a metà degli anni Settanta. Questo è il secondo elemento che spiega il perché tanta gente in giro per l’Italia riesca a creare una radio, che oggi può apparire una cosa semplice, ma quella volta la mia prima reazione fu di sbigottimento, come se oggi mi si proponesse di costruire un’astronave. Invece, in tre mesi abbiamo trovato tutto: dagli oggetti utili ai tecnici, cioè dei compagni di ingegneria che erano disponibili a lavorare gratuitamente per un progetto di quel tipo. Infine il terzo elemento, che è quello più complesso, ma che ti spiega e ti motiva le interrelazioni esistenti tra i vari fattori in gioco, è l’aspetto filosofico, teorico, psicanalitico, cioè il fatto che comincia a esistere un’attenzione molto forte nei confronti di quella dimensione che possiamo chiamare la soggettività, o i processi di soggettivazione. Temi che la tradizione politica dei movimenti aveva sempre considerato marginali, e che invece diventano la questione centrale. E in questo gioca sicuramente un ruolo fondamentale la lettura dei libri di Deleuze-Guattari, L’Anti-Edipo prima di tutto. Ora questi tre elementi che giocano nella formazione di un ambiente nuovo rispetto alla tradizione novecentesca, li trovi più visibili nelle riviste che nella radio. Nel cd con le registrazione di Radio Alice, contenuto nel libro Alice è il diavolo, ti puoi fare un’idea semmai del carattere improvvisato, ironico, frenetico della radio, però non puoi avere lo spessore della ricerca o del collegamento con alcuni filoni della filosofia del post-strutturalismo ad esempio, o insomma di tutto quello che ci stava dietro, e che invece ritrovi e rivedi con più facilità nelle riviste di quegli anni.
La soggettività, il soggetto, il bisogno, il desiderio: quanto erano centrali nella vostra formazione e nella vostra lotta politica? Anche se questa base filosofica si nota più dalle riviste che dalla radio, ce l’avevano comunque tutti come background o solo chi seguiva certi studi, come nel tuo caso, ad esempio?
Intanto, vorrei puntualizzare quale è il significato di questa terminologia, la quale è il contributo che il movimento italiano riceve dal pensiero francese di quegli anni (per fare dei nomi da Deleuze, Guattari, Foucault, Lacan), e quale è il suo tema, evitando però di addentrarci troppo nei dettagli filosofici della questione. Il tema è che il concetto di bisogno o di mancanza è legato a una condizione, che è la condizione proletaria classica ottocentesca o novecentesca; nella società ad alto sviluppo, e nella «società dello spettacolo» (per usare un’espressione debordiana) diventa però sempre più importante una dimensione che non è riducibile a un bisogno e che non è definibile come mancanza. Ma cos’è la mancanza? È il fatto che c’è qualcosa di cui appunto hai bisogno. Ma non è la causa del desiderio. Il desiderio non ha niente a che fare con la mancanza, e rigorosamente parlando neppure col bisogno: il desiderio è una tensione che produce, che crea qualcosa attorno a sé. Sul piano psicanalitico, il discorso passa da quella che è la dimensione del bisogno, una condizione nella quale ti manca qualcosa di basilare e te ne devi appropriare, alla dimensione del desiderio, che è una condizione di proiezione di un mondo possibile, che tu immagini e che non ti viene trasmesso dalla pubblicità.
E dunque hai la tensione a raggiungerlo...
Esattamente. Il Movimento in quegli anni (o meglio, alcune parti del Movimento) si propone di spostare l’attenzione da una dimensione di mancanza materiale-economica, a una dimensione di piacere del rapporto fra gli esseri umani, quindi la scoperta della sessualità come dimensione che appartiene interamente al campo del sociale. Ovviamente il movimento femminista e il movimento gay sono decisivi in quel passaggio. E, rispondendo alla tua domanda, questo appartiene al movimento in senso ampio? Ovviamente no, non tutti avevano letto Deleuze-Guattari, ecc. Anche se comunque, prima si leggevano Che Guevara, Carlo Marx, Mao Tse-Tung, poi dal ’75-76 in avanti, molti leggono quegli autori e si avvicinano a forme particolari di psicanalisi (magari non nel senso più classico e freudiano), o psicanalisi collettiva, o la seduta di autocoscienza collettiva, insomma, e si ha un lavoro sulla dimensione soggettiva che entra negli ambienti del movimento. Questi, nel ’75-76, probabilmente erano un piccolo gruppo di persone, ma già nel ’76 si ha il momento in cui questa tematica esplode, e negli anni successivi è proprio un fenomeno di massa. Poi nel ’77 quando questo tema entra nei giornali e nelle riviste: si distribuiscono giornali in cui invece di scriverci «Prendiamo il potere!», viene scritto «Battiamoci contro la dittatura del Significante!». Questo passaggio non è ovvio, perché naturalmente si scontra contro l’eredità del marxismo tradizionale, ma Bologna è il posto in cui queste tematiche hanno una maggiore importanza. Il movimento desiderante e creativo, infatti, quello che faceva riferimento ad «A/traverso» e a Radio Alice, è maggioritario a Bologna, ma non lo è a Roma ad esempio, dove i Volsci, che sono la componente maggioritaria e autonoma, hanno una posizione molto più classica e considerano questi temi come temi per signorine. Però poi nel corso degli anni successivi, quando il movimento defluisce, sul piano più ampio della riflessione sociale, i temi della soggettività acquistano un’importanza sempre più rilevante, fino al punto che, negli ultimi quindici anni, le nuove esperienze di movimento da Seattle in poi, hanno una continuità più con i temi della soggettività che con quelli del marxismo classico.
In questo senso c’era lo slogan «Il personale è politico»? Inteso come la soggettività che entra nel sociale?
Esattamente questo è lo slogan che viene attribuito al movimento femminista, e sta a significare che la dimensione del personale, della soggettività, della sessualità, della sofferenza e del desiderio, entra nella formazione del politico e della dimensione sociale.
Parliamo di Umberto Eco: al tempo, dibatteste a lungo con lui, dalle colonne dell’«Espresso» lui e di «A/traverso» voi, finché nel 1997, in un’intervista a Smargiassi tu dicesti «Eco ha scritto in quegli anni cose molto intelligenti, anche quelle in polemica con me, e aveva quasi sempre ragione lui».
Ecco, vorrei sapere che rapporto c’era tra te ed Eco, e tra Eco e il Movimento. [M. Smargiassi, ‘Povera città, metafora di oppressione’, in «la Repubblica», 6 marzo 1997]Intanto devi tenere conto dell’importanza che Eco ha avuto sulla situazione bolognese. Lui è il fondatore del Dams, o comunque colui che ne ha avuto l’idea e ha dato forma a quella istituzione. Inoltre Eco è quello che introduce in Italia il tema della semiologia, cioè lo studio dei segni, non solo linguistici, ma in generale, della corporeità, ecc. Perché Bologna diventa il posto in cui esplode il tema desiderante, nasce Radio Alice e così via?Per tante ragioni, difficili da capire, ma anche e forse soprattutto perché c’è il Dams. Tant’è vero che, diciamo pure la metà delle persone che hanno avuto un ruolo in «A/traverso» e in Radio Alice prima e in tutte le esperienze che hanno avuto rilievo nella situazione bolognese poi, sono tutte persone uscite dal Dams. Quindi questa è la cosa che va maggiormente riconosciuta a Eco a Bologna. Poi, ovviamente scherzavo, non credo che Eco avesse sempre ragione, però c’è da dire che all’interno del campo semiologico, in quegli anni si manifesta una scissione. Da una parte c’è un discorso più classico, più ortodosso che è quello di Eco, e dall’altra parte c’è un discorso post-strutturalista, che viene giù da Derrida, Deleuze-Guattari, Foucault, ecc. E qual è la differenza tra i due? In modo molto semplice: per Eco la dimensione semiologica è una dimensione di segni, per gli altri la dimensione semiologica è una dimensione di corpi che, fra le altre cose, fanno dei segni.
Che è quello che pensava il Movimento...
Esattamente. Guattari accentua infatti l’elemento della corporeità, del desiderio, della sessualità, del carattere essenzialmente desiderante del Movimento. Bisogna inoltre aggiungere che Eco era politicamente vicino al Pci, anche se io credo che in realtà non lo fosse intimamente, però è comunque un uomo di potere e istituzionalmente gli era vicino. Per cui, anche per questo, in molte occasioni in quegli anni c’è stato uno scontro fra alcuni di noi e alcuni della scuola di Umberto Eco, lui in primis. Ora, aveva ragione lui o avevamo ragione noi? Politicamente avevamo ragione noi: in quel momento bisognava rompere con la tradizione del movimento operaio, bisognava rompere con le istituzioni, bisognava rompere con il quadro culturale esistente, rompere senza compromessi.Sul piano filosofico però, in alcuni casi Eco aveva visto più profondamente di noi. Ad esempio, la definizione della radio che lui dà: lui parla della radio come del «terzo occhio»; non è importante che sia di destra o di sinistra, che dica questo o quello, l’importante è che la radio ci fornisca un nuovo occhio sulla realtà. Che poi in fondo è il discorso classico di McLuhan, «the medium is the message», l’importante non è cosa dice la televisione, l’importante è che la televisione sia lì e noi stiamo qui come degli allocchi a guadarla. Questo è il fatto, poi che ci sia dentro buona o cattiva roba non è il punto. Il punto è come la televisione risegmenta lo spazio della comunicazione. E quindi Eco ripete questa cosa. Noi gli rispondiamo, e io in particolare lo accuso di fare l’entomologo, di trattarci come se fossimo degli insetti. Noi non siamo insetti, e quello che conta non è semplicemente la disposizione tecnica della comunicazione, quello che conta di più sono le nostre intenzioni. Da un punto di vista teorico aveva più ragione Eco che me, in quella occasione. Perché se oggi pensi alla trasformazione digitale, non è che internet sia buono o cattivo, o che ti dia dei videogames violenti piuttosto che wikipedia. Certamente, questo è importantissimo, ma il problema è che internet ha ridisegnato la relazione fra gli esseri umani, ha aperto orizzonti di relazione che non esistevano prima e al tempo stesso ha chiuso delle possibilità di incontri fra corpi. Concludendo, a mio parere Eco è molto più importante di quanto lui stesso non sarebbe disposto ad ammettere, nella formazione della cultura di movimento. Poi in realtà, c’è anche un problema legato alle forme dell’azione: il ’77 aveva una forte componente di violenza, di bisogno di violenza, che noi non abbiamo mai smentito. Cioè, Radio Alice non era parte delle formazioni armate e non le difendeva teoricamente, però neppure avremmo mai pensato di condannarle. Nel senso che rifiutavamo di assumere un ruolo giudicante interno al movimento.
Tant’è che è quello di cui si lamentava il Pci, per non farvi entrare in piazza e per non farvi partecipare alle manifestazioni.
Certamente. Ci rimproveravano di non condannare le Br, e noi rispondevamo che non eravamo né con le Br né con lo Stato, salvo poi doverci subire i biasimi del Pci. Ora, questo è il livello più superficiale, più giornalistico della questione, ma dentro ci stava una quantità di questioni più complesse, come ad esempio la dinamica del movimento e il pensare a un movimento con centinaia di migliaia di persone. E poi c’è il fatto che il Movimento del Settantasette non era solo centomila persone in piazza: era centomila persone in piazza e due milioni di persone che si facevano le canne in giro, pensando che tutto questo avesse un rapporto. L’innovazione della vita quotidiana era la cosa più importante di quel movimento. Ecco, in questo, il rapporto con le posizioni di Eco era un rapporto ambiguo. Io non so se oggi, Eco, alla domanda se aveva più ragione lui o aveva più ragione il movimento, risponderebbe come me, che il movimento aveva molte ragioni. Però le ragioni del Movimento le conosco, quelle di Umberto Eco le ho scoperte invece un poco alla volta.
E sempre con Umberto Eco discutesti di Majakovskij.
Sì, anche, ma nel senso che lui ha citato Majakovskij per prendermi in giro.
Però in ogni caso Majakovskij era una figura di riferimento per Radio Alice. Ecco, perché proprio lui? In cosa vi rivedevate del suo pensiero?
Dunque, io ho scritto un librettino che è uscito nel ’77, che si chiamava Chi ha ucciso Majakovskij? [Squi/libri Edizioni, Milano, 1977] che è un librettino che oggi non ripubblicherei, ma in cui immagino che Majakovskij continua a vivere attraverso tutte le lotte dei movimenti. Oppure che è morto, e chi lo ha ucciso è stata la burocratizzazione dello Stato sovietico. Però d’altra parte non è un libro giallo, e quindi questo ci interessa relativamente. Majakovskij ha dentro di sé due cose. La prima è che un vero poeta, il quale ha scritto sia cose retoriche che anche cose molto poco retoriche, molto di elaborazione di un linguaggio che è l’elaborazione dei futuristi russi e l’elaborazione del simbolismo russo. In lui c’è una coscienza di un linguaggio non più denotativo, non più rappresentativo, non più realistico, che è ai livelli più alti della ricerca del suo tempo. E accanto a questo, Majakovskij è anche un comunista non stalinista non allineato con il partito, sempre ribelle nei confronti della direzione sovietica. Per questo per noi aveva tutti i titoli per essere un punto di riferimento. Aveva dei titoli politici perché era un comunista ma non era mai stato dalla parte della dittatura sovietica o almeno aveva avuto con essa un rapporto molto conflittuale, al punto che probabilmente l’hanno ammazzato loro, direttamente o indirettamente. Ma anche l’altro elemento era importante, cioè il suo lavoro sul linguaggio. Bisogna anche tenere conto del fatto che nel ’77 inizia una riscoperta del futurismo che diviene molto problematica, perché il Pci si rivolge a noi come dei diciannovisti, come dei fascisti, anzi c’è proprio un’esplicita posizione di Amendola che dice «Questi del ’77 sono i nuovi squadristi». A noi Marinetti non piaceva, non erano i futuristi italiani che ci interessavano, ma il futurismo sì, perché il futurismo è un certo discorso sulla modernità, sull’avanguardia, ma è anche un tentativo di decomposizione del linguaggio e di ricostruzione del linguaggio secondo modalità che non sono di tipo rappresentativo, ma sono di tipo essenzialmente pragmatico, cioè il linguaggio come concetto da manipolare. Il futurismo in Italia è l’anticipazione del linguaggio pubblicitario degli anni ’60-70. Questa è la ragione per cui c’è un interesse per Majakovskij. Dopodiché Umberto Eco, scrivendo quell’articolo Sono seduto a un caffè e piango [«L’Espresso», 31 luglio 1977, in Sette anni di desiderio] finisce dicendo qualcosa come «Apro casualmente le lettere di Majakovskij: sono seduto a un caffè e piango» che è il suo modo di dire che questi del movimento sarebbero sulla strada giusta ma non hanno capito qualcosa di essenziale... e io me ne dispiaccio molto!
Le avanguardie, il dadaismo, il maodadaismo, in molti scritti si parla di superare l’arte, di abolire l’arte... Cosa intendevate esattamente?
Guy Debord, ne La società dello spettacolo, e tutto il situazionismo in generale, si può considerare come una attualizzazione negli anni Sessanta del dadaismo anni Venti. Il dadaismo poi, è in qualche modo indefinibile. Tristan Tzara, Duchamp, Man Ray lo fondano e lo fanno proprio, ma essenzialmente qual è la poetica, il nucleo dell’intenzione dada? Lo dice proprio Tzara, «Noi intendiamo abolire l’arte, abolire la vita quotidiana, abolire la separazione fra l’arte e la vita quotidiana».Cos’è dunque la vita quotidiana? La vita quotidiana è la nostra sopravvivenza senza significato. E che cos’è l’arte? È il significato senza sopravvivenza, senza vita.Ora, l’intenzione dei dadaisti è rompere questa separazione per cui l’arte deve diventare un elemento di significato all’interno della vita quotidiana. Se ci pensi gran parte della produzione spettacolare pubblicitaria del nostro tempo realizza l’intenzione dadaista; noi viviamo in un mondo in cui l’arte entra sempre di più nei nostri stili di vita, attraverso la pubblicità ad esempio, o nei nostri vestimenti che diventano sempre di più una sorta di auto-significazione artistica. Nel ’77 il riferimento al dadaismo (che porta dentro di sé un’ambiguità che siamo in grado di capire solo oggi) è proprio rivolto contro la tradizione del movimento operaio. Il movimento operaio ha sempre considerato l’arte come un’attività separata e la lotta politica come qualcosa che è fatta per la materialità dei bisogni quotidiani. Solo quando saremo in grado di fare dell’arte un elemento che caratterizza il movimento, solo a quel punto il movimento diventerà una vera trasformazione della vita quotidiana. In questo senso, devo dire che quella idea oggi è largamente passata, solo che se ne sono appropriati Google e le grandi corporation pubblicitarie. Però quella intuizione era un’intuizione che lavorava veramente sulla trasformazione che la società aveva in quegli anni.
E il maodadaismo?
Maodadaismo è un modo per ironizzare sulla serietà del movimento operaio tradizionale.
Sarebbe questo prendere l’arte e farne lotta politica?
Sì, però al tempo stesso significa anche dire «Non prendiamo troppo sul serio Mao Tse-tung». Al tempo, noi della redazione di «A/traverso» lavoravamo molto con la fotocopiatrice, cioè facevamo collage e giochi simili. E c’è un numero di «A/traverso», con una immagine che ho fatto io e che mi piace moltissimo. Praticamente mia sorella era maoista quindi io prendevo in giro lei. Così ho preso una foto di Mao Tse-Tung, l’ho messa nella fotocopiatrice, e poi l’ho tirata, quindi è venuto Mao con una lunghissima testa. Mao testa di cazzo si chiamava quella foto. E quella era l’immagine che in qualche modo giocava con la sacralità di Mao, senza l’intenzione di insultare la sua figura, ma solo di giocare con un’immagine sacra per il movimento operaio. Il titolo del numero è Uno spettacolo agghiacciante, e in ultima pagina c’è scritto Game Over e c’è Mao con la testa allungata. [«A/traverso», estate 1981].
Quindi una definizione di maodadaismo non esiste?
In realtà, maodadaismo non significa niente, cioè è una commistione tra la storia politica del movimento operaio e la storia delle avanguardie artistiche. In questa commistione noi tentiamo di politicizzare le avanguardie artistiche, ma al tempo stesso di ironizzare sulla sacralità del movimento operaio e di Mao.
All’interno del Movimento c’erano due anime, quella creativa e quella militarista. Questa differenziazione si avvertiva molto? Ci furono anche dei veri e propri scontri?
A Bologna, no. A Bologna fino al ’76 c’è un’esperienza simile alle altre città, poi dal ’76 (anche grazie alla nascita di Radio Alice) si crea la percezione del fatto che il Movimento è una cosa del tutto nuova, e così anche l’unione delle varie strutture organizzate che lo componevano. A Bologna ce n’erano molte, Rosso ad esempio, ma le strutture dell’Autonomia organizzata qui non hanno mai avuto un atteggiamento polemico. Naturalmente c’era discussione, ma non c’è mai stata una spaccatura nelle assemblee tra queste due componenti. Anche perché il grado dello scontro con il Partito comunista è diventato così forte che in qualche modo si faceva fronte comune. Altrove sì, come a Roma, dove il rapporto con i Volsci qualche volta è stato difficile, di scontro. Nel ’77 le dimensioni del Movimento erano tali che in fondo gli scontri fra i gruppi diventavano poca cosa al confronto. E poi c’è questa costante richiesta da parte del Pci e della stampa di prendere posizioni contro i violenti che noi non accettammo mai. La discussione era assolutamente aperta. Poi al di là della discussione ciascuno faceva la sua scelta e nessuno mi ha trascinato verso scelte che non condividevo. Però certamente da un certo momento in poi l’azione armata diventa un elemento catastrofico per il Movimento, e quando viene sequestrato Moro tutti noi abbiamo capito che era finita, che non c’era più niente da fare, che quello era uno spostamento dell’asse tale per cui il Movimento era destinato a scomparire come infatti è accaduto subito dopo.
Ecco, tornando alla radio, perché «Alice»?
La risposta è duplice. La ragione ufficiale è che molti stavano leggendo Lewis Carrol, particolarmente Alice al di là dello specchio, e quindi il riferimento a Carroll è decisivo: l’idea secondo cui la realtà non è quello che ci appare, l’idea che c’è un mondo al di là della realtà, l’idea che l’alterazione psichedelica ci permette di vedere qualcosa che non vediamo abitualmente... Alcuni della redazione poi, studiavano con Gianni Celati [Alice disambientata, cit.], quindi portavano questo riferimento a Lewis Carroll. La seconda ragione, più banale, è che il posto in cui abbiamo fatto le prime riunioni di Radio Alice era la casa in cui io abitavo allora [in via Marsili], e in quella casa era nata una bambina da tre-quattro mesi [era la figlia di Dadi Mariotti, una delle fondatrici della radio, NdA]. Quella bambina l’avevano chiamata Alice, e quindi abbiamo unito le due cose ed è nata Radio Alice.
Cosa significava per «A/traverso» e per Radio Alice attraversare lo specchio?
Lo specchio può essere considerato come il linguaggio della rappresentazione, il linguaggio nel quale ci specchiamo.Se il linguaggio è ciò in cui noi ci specchiamo non accadrà mai niente, occorre perlomeno che cambiamo la posizione dello specchio per riuscire a vedere qualcosa che non abbiamo visto ancora, o addirittura si deve andare «oltre lo specchio», e quindi fare del linguaggio, immaginazione di mondi che non esistono ancora.Ma poi c’è un’altra possibilità di intendere questa idea, in cui lo specchio è lo schermo, lo specchio è la televisione, lo specchio è il dominio dei media di regime. Quindi naturalmente Radio Alice e le radio in generale in quel periodo portavano una critica molto radicale nei confronti della televisione, che non era solo critica dei contenuti, era proprio critica del medium televisivo. E per fare questo andavano appunto «oltre lo specchio» inteso come schermo televisivo di regime.
Dopo che Radio Alice è stata chiusa, con quali mezzi è sopravvissuta prima di appoggiarsi ad altre radio locali?
Radio Alice viene chiusa la sera del 12 marzo, ma riapre immediatamente la mattina del 13 in un altro locale, sempre con nostri mezzi. Durante la notte viene infatti ricostruito il trasmettitore. La polizia però lo chiude di nuovo e a quel punto si trasferisce a Radio Ricerca Aperta, per una o due volte. Dopodiché viene nuovamente occupata e i redattori arrestati. A quel punto si costituisce il Collettivo 12 Marzo [in realà il Colettivo 12 marzo è il soggetto che dà vita alla radio il giorno dopo la sua chiusura, NdA].
Te però in quei giorni non c’eri...
Esatto, io sono scappato. Due giorni dopo, quando ho capito che stavano arrestando tutti, insieme ad altre quattro persone siamo fuggiti in Francia.
Infatti non ti hanno arrestato, ma comunque in prigione c’eri già stato l’anno prima, come riportano le lettere che hai spedito alla redazione della radio e che sono raccolte in Alice è il diavolo.
Sì, sono stato arrestato nel marzo del ’76 con l’accusa di essere un referente Br, perché avevano trovato un’agenda di un brigatista, con sopra scritto «B. B.», e poi un numero di telefono. E allora per loro «B. B.» era Bifo Berardi. In realtà so che era uno che si chiamava Battista e poi il cognome non ha importanza.
E quindi non hai partecipato nemmeno al convegno di settembre...
Eh no, perché ero in Francia. Sono andato a Parigi subito dopo la chiusura della radio e sono rimasto lì un anno.
Infatti ho letto che il convegno fu aperto, dopo l’intervento iniziale, da una tua lettera.
Esattamente.
E ho letto anche che al convegno gli Autonomi fecero una pessima figura, avanzando la pretesa di dirigere gli interventi e talvolta occupando la sala.
Sai, io credo che lì tutti abbiamo fatto una figura un po’ magra, perché il convegno di settembre è stato un’occasione gigantesca, che abbiamo perduto, ma forse non potevamo che perderla. Noi abbiamo convocato il convegno da Parigi, a luglio, come «convegno contro la repressione». Questo è stato un errore, probabilmente il più grave errore della mia vita. Perché non ha senso un convegno contro la repressione, avremmo dovuto fare un convegno sull’immaginazione, sul futuro. E invece abbiamo in qualche modo convocato lo Stato, il potere, la violenza, la repressione, il carcere, ecc. In quel momento c’erano 300 persone in galera, quindi c’erano mille ragioni per fare questo, ma non dovevamo farlo, dovevamo considerarlo uno dei tanti temi da affrontare. Quindi la convocazione ha predisposto le cose in una maniera sbagliata fin dall’inizio. Al tempo stesso il convegno ha suscitato un’attesa enorme, perché il Movimento di Bologna (anche quello di Roma e di Milano certamente, ma quello bolognese soprattutto) aveva suscitato una grande attenzione negli ambienti filosofici parigini ad esempio, o in larga parte del movimento verde tedesco. Quindi c’erano molte aspettative ed è arrivata gente da tutta Europa, che in qualche modo si aspettavano, loro come tutti, un’indicazione per il futuro. In realtà ci abbiamo anche provato, abbiamo fatto una nuova Costituzione della Repubblica Italiana basata sul non-lavoro, però aveva il carattere dello scherzo più che altro. Al centro del Convegno c’era questa mega assemblea al Palazzo dello Sport, dove naturalmente si è verificato uno scontro stupido, prevedibile, tra quelli che dicevano che bisognava organizzarsi militarmente contro lo Stato e quelli che dicevano che invece non bisognava accettare il terreno della lotta armata. E poi c’eravamo noi che abbiamo abbandonato: quelli di Radio Alice non stavano nell’assemblea del Palazzo dello Sport, erano in piazza Verdi e in altri posti. Però di fatto la scena è stata occupata da una discussione vecchia, antica, per cui subito dopo c’è stato un fenomeno, da una parte di depressione, l’eroina che dilaga come non era mai avvenuto prima; dall’altra un fenomeno di abbandono: molte persone, poche da Bologna, ma molte da altre città, che hanno deciso di entrare nelle Brigate rosse, in Prima linea o in altre formazioni combattenti, dicendosi che se il movimento era finita, ora era necessaria una presa di posizione più forte. L’attesa era troppo alta al convegno di settembre e noi l’abbiamo impostato male. Io ne sono cosciente, lo so, è la cosa che mi rimprovero di più: avrei dovuto proporre un altro tema, non la repressione, e sarei dovuto tornare a Bologna e farmi arrestare, ma questo è un altro discorso. E invece no, abbiamo ragionato in termini ancora un po’ vecchi; abbiamo detto che dovevamo difendere le nostre strutture contro la repressione, e anche io volevo rimanere a Parigi perché pensavo di, in qualche modo, servire a qualcosa; abbiamo perso anche il gusto dello spettacolo. Si trattava di giocare l’ultimo grande colpo... ma non mi ci far pensare che mi metto a piangere.

