clan milieu
- a cura di Sergio Bianchi

- 2 giorni fa
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Collana settanta/milieu
Il nostro futuro alle spalle



C’è un modo di ricordarsi degli anni Settanta – della rivoluzione italiana – che è un incubo non privo di aspetti paradossali. È un modo di ricordare riferito a una catena di repressioni alle quali sfuggimmo a stento – quando sfuggimmo: fascisti, servizi deviati, lo strapotere dello Stato e della grande industria, ovunque una repressione che a volte costrinse a una legittima difesa. Anni da inseguiti, anni da latitanti in pectore – perché anche chi non lo era doveva sentirsi tale. Ma noi sappiamo che è vero l’esatto contrario: i latitanti erano loro. Noi li abbiamo messi sotto una pressione sociale, politica e culturale dalla quale ancora adesso stentano a riprendersi. Noi abbiamo esercitato potere sulle loro vite mettendoli in condizione di non nuocere. Allora, si allargò la capacità di decidere alternativa a quella dei padroni e dello Stato in ogni anfratto dell’organizzazione sociale. Mai una generazione ha esercitato tanto potere sociale e per così lungo tempo. Vi era una spaccatura fra i poteri. Il potere non era più solo concentrato in una parte. Donne, uomini, ragazzi, talvolta persone anziane, esercitavano il loro potere. Questa è la verità degli anni Settanta. Il nostro obiettivo era la barbarie moderna, la continuazione del lavoro salariato, quello sotto padrone. Era a quel nucleo di violenza concentrata che riservavamo la nostra attenzione.
Perché fu allora che fece irruzione sulla scena – con qualche rozzezza che le anime belle continuano a ricordarci – un nuovo soggetto sociale: quello del lavoro precario, del lavoro part-time, del lavoro intellettuale di massa. Entrò senza grazia e senza compromessi, carico di una forza politica dirompente, quello che sarebbe diventato il soggetto sfruttato dei decenni successivi. Un soggetto capace di seminare panico tra quelli che per mestiere seminano panico. Per questo diciamo che gli anni Settanta sono il nostro futuro alle spalle. Nel senso che i nuovi modi di produzione – quello che è stato chiamato postfordismo – l’organizzazione del lavoro intermittente, precario, intellettuale, si presentò all’inizio come grande potere di questi soggetti. I medesimi che oggi sono sottomessi ma che all’inizio mostrarono quello che potrebbero tornare a essere. (Paolo Virno)

● Riferimenti letterari storici: la collana «Franchi narratori» (prima parte)
Nata su iniziativa di Nanni Balestrini nel 1970, la collana «Franchi narratori» di Feltrinelli accoglie testi «irregolari» – rispetto ai parametri sia della letteratura pura sia del documentarismo – in cui si raccontano esperienze direttamente vissute dagli autori stessi che rappresentano «spaccati» di problematiche profondamente vincolate alla realtà storico-sociale della situazione culturale in corso; testi quindi esemplari, che spesso costituiscono, in senso lato, delle testimonianze di una antropologia «in fieri», di una realtà troppo viva, attuale, complessa, per essere ingabbiata in già scontati moduli editoriali.
Si tratta di testi autobiografici, quali memorie, diari e testimonianze in prima persona, dallo statuto ibrido rispetto alla letteratura canonica, i cui protagonisti si situano ai margini del sistema sociale per ragioni economiche e culturali, e mettono in luce, con il loro racconto, alcune zone d’ombra del sistema, nuovi contesti poco noti o rimossi dalla società contemporanea. Nella «Franchi narratori» sono rappresentate vite sregolate di militanti politici, banditi, carcerati, operai delusi dalla politica degli anni Settanta o da contadini del Sud colti nel momento della rivolta o nella loro condizione di inferiorità culturale e di povertà.
L’obiettivo è quello di generare un «blocco» all’interno della produzione estetica borghese, distruggendo le forme canonizzate dei generi e contestando qualunque significato acquisito, per portare il discorso letterario alle sue estreme conseguenze, fino, in sostanza, all’autoconsunzione del letterario stesso. In questo senso l’avanguardia ha vinto, spiega Balestrini, esaurendo con ciò la propria funzione, ma ha lasciato dietro di sé una sorta di vuoto nella produzione letteraria, la quale appare, all’altezza degli anni Settanta, pienamente in crisi. La collana «Franchi narratori» si colloca in questo frangente portando con sé la proposta di una nuova letteratura e prospettando una via di rilancio dell’attività letteraria – in particolare della narrativa – che viene ampiamente discussa da critici e commentatori di cultura sulle terze pagine di riviste e quotidiani assumendo la definizione di «letteratura selvaggia. La collana diventa il volano di questa nuova tendenza, identificata con un’etichetta che, con un termine improprio e tendente al dispregiativo indica il complesso di una produzione letteraria dal basso, espressione dei movimenti politici così come dalle fasce marginali della società, sviluppatasi dopo il ’68, la cui innovatività e incisività eccedono i confini del sistema letterario, per rivelarsi appieno nel contesto politico e culturale.
Proprio il ’68 rappresenta il momento cruciale in cui per gli intellettuali dell’avanguardia non si pone più il problema di una «rivoluzione sopra il terreno delle parole», ma quello della stessa legittimazione del fare letterario di fronte agli stravolgimenti operati dai movimenti politici, che proclamano la morte dell’arte, anche di quella d’avanguardia, alla ricerca di un integrazione tra arte e vita, e rinnegano l’azione intellettuale separata dalla classe, ovvero dalle masse in tumulto, reclamando per sé, per tutti, il diritto di esprimersi. (Giovanna Lo Monaco)

● Riferimenti letterari storici: la collana «Franchi narratori» (seconda parte)
Per gli autori della collana «Franchi narratori», che non sono intellettuali o scrittori di mestiere, il primo interesse non è quello di offrire un prodotto estetico da imporre sul sistema culturale, né innovazioni formali che si pongano programmaticamente in rottura con la tradizione borghese, come aveva fatto l’avanguardia, bensì di utilizzare la scrittura come espressione del vissuto e come un modo per restituire la «realtà» senza troppi infingimenti o imbellettamenti letterari. Si tratta di «scrittori-non scrittori», scrive Angelo Gugliemi, che «non operano guidati (e motivati) da un modello letterario, ma da un’insostituibile urgenza interna», ed è nella definizione di questa tipologia di autori che si può individuare la prima particolarità della collana.
I testi dei «Franchi narratori» vengono quindi come «preservati», come già si capisce dalla presentazione, all’interno di una zona di confine dell’ambito letterario in cui l’istanza estetica perde la priorità a favore della testimonianza antropologica e sociologica; tuttavia la collana non nasce avulsa dalle questioni della forma, giacché l’intento sembra essere, per l’appunto, quello di mettere in discussione i parametri letterari tradizionali, ovvero i «moduli editoriali», che corrispondono a tutte quelle istituzioni che determinano una differenza tra i generi, distinguendo nettamente in senso gerarchico tra l’alto e il basso, tra la letteratura d’élite e quella di massa, e, nella sostanza, tra ciò che è letteratura e ciò che non lo è.
In questo senso l’iniziativa dei «Franchi narratori» fa riferimento a quello che era emerso da una certa tradizione di studi in ambito antropologico, storico e sociologico, basata sulla trascrizione dei racconti orali e sulle scritture di prima mano di personaggi «illetterati», praticata negli ambienti di sinistra almeno dagli anni Cinquanta, che incrocia l’inchiesta alla testimonianza autobiografica sconfinando frequentemente nei «territori» della testualità letteraria. In questo senso si devono menzionare le ricerche di Rocco Scotellaro e di Gianni Bosio, preferentemente rivolte a operai e contadini, ma è lo stesso Balestrini a indicare nelle storie di sbandati, ladri e vagabondi contenute in «Autobiografie della leggera» di Danilo Montaldi il modello principale della collana, definendo Montaldi un franco narratore «ante litteram». Al contempo Balestrini sottolinea però l’attualità dell’approccio della collana, giacché si tratta, specifica, «di un’idea che ha attraversato tutti gli anni Settanta: la costruzione di una storiografia non ufficiale, fatta da chiunque avesse un caso esemplare, una storia rappresentativa da raccontare. In questo caso, poi, le storie erano ancora più forti: erano storie di personaggi irregolari, marginali. Storie dal basso».
«Irregolari» sono dunque i protagonisti di queste storie prima che i testi stessi, personaggi la cui stessa esistenza viene rimossa, o propriamente repressa, dalla morale benpensante che domina il contesto sociale. Prevalgono infatti, in queste storie, il sentimento di emarginazione sociale, se non propriamente quello di abbandono, il senso di estraneità rispetto al sistema culturale dominante, oppure viene messa in evidenza l’oppressione operata da parte della società stessa nei confronti della diversità e di chi si oppone al sistema di valori precostituito. L’emarginazione e l’indifferenza subite da alcuni di questi soggetti appaiono invero, nel complesso dei titoli della collana, speculari alla repressione e alla reclusione cui sono sottoposti altri, come le due facce della stessa macchina repressiva, e per questa ragione i personaggi sembrano ugualmente coinvolti in un processo, più o meno consapevole, di rivolta.
Se è vero, come nota Angelo Guglielmi, che questi autori, «scoprono la parola scritta [...] per un bisogno di sopperire, con un atto di autoconsapevolezza, alla totale assenza di comprensione pubblica», nell’atto stesso in cui essi si esprimono manifestano, infatti, attraverso la loro stessa irriducibile diversità, un’istanza di ribellione alla società stessa.
La collana intercetta le problematiche tipiche del decennio e dei movimenti politici che lo animano, come quelle legate alla sessualità, alla differenza di genere, al consumo di droga, l’antipsichiatria, la questione delle carceri e delle varie forme di educazione oppressiva, l’affievolirsi del confine tra lotta politica e criminalità.
In generale, il modello autobiografico presentato dai «Franchi narratori» si discosta nettamente dalla biografia di stampo borghese che esalta l’individuo per l’eccezionalità del suo percorso di vita, ed esibisce, invece, l’assoluta marginalità dei suoi protagonisti, distruggendo il mito dell’aura autoriale assieme a qualunque prospettiva narcisistica e individualistica. Come si è osservato, questi personaggi acquisiscono anzi rilevanza nella loro rappresentatività rispetto a una dimensione collettiva: se la voce e l’esperienza sono quelle di un individuo specifico, le situazioni presentate in questi testi e le stesse riflessioni dei protagonisti appartengono a un’intera comunità che fa fatica a essere riconosciuta all’interno del sistema sociale.
Anni dopo lo stesso Balestrini parlerà del progetto dei «Franchi narratori» come di un «controromanzo epico», che costruisce attorno ai singoli personaggi un’epica popolare assumendo i tratti precisi di un’aperta opposizione culturale. Il «franco narratore» si conferma così come un tiratore scelto che scrive non solo contro una determinata idea di società e contro la morale comune, ma anche contro una certa idea di letteratura, quella borghese. (Giovanna Lo Monaco)

Una figura nobile, quella del militante, della militante, che ha il suo esordio nelle strade parigine, in quella rivoluzione che ha scandito, politicamente, per sottrazione o per evidenziarne i limiti, la modernità capitalistica. È lì che vengono dichiarate le possibili virtù e le insidie che aspettano il militante. È un uomo, più recentemente una donna, che compie una scelta di vita, che ha il valore di uno spartiacque tra un prima e un dopo. Giorgio Agamben, scrivendo di San Paolo, allude sempre al mutamento che la vita conosce. Paolo di Tarso lascia tutto alle spalle per diventare un militante della chiesa di Pietro. Non è questa la sede di un’analisi del testo agambeniano, che parla più del funzionario di partito che del militante, ma è importante sottolineare il passaggio, l’irreversibilità della scelta. In un bellissimo libro di Sergio Luzzatto (Il Terrore ricordato. Memoria e tradizione dell’esperienza rivoluzionaria), lo storico italiano raccoglie le memorie, i ricordi dei rivoluzionari francesi in fuga dalla restaurazione. Ne emergono due elementi: generalmente i militanti sono giovani. Quando la biologia segue il suo corso, il militante torna sempre al momento della scelta compiuta, spesso per riconfermala, per dichiarale fedeltà, anche se si è stati sconfitti. L’altro elemento è appunto la vita che cambia, ma dalle testimonianze di Luzzatto, e le tante che costellano le vicende storiche del movimento operaio o dei più recenti movimenti sociali, si impone il fatto che la militanza è una prassi conoscitiva. Il militante si inoltra in quella terra di nessuno che è la realtà, la esplora, ne traccia mappe che non coincidono con quelle dominanti.
(Benedetto Vecchi)

[…] Ormai, nella memoria della rimozione e del ritorno della marea nera, rimane solo il «piombo rosso», su cui si è riversato anche un rovesciamento semantico significativo: «Anni di piombo» era un film sulla carica repressiva dello Stato, non su chi lo combatteva.
Lo stragismo di Stato e il terrorismo di destra sembra non siano mai esistiti, dispersi insieme alla loro archiviazione.
La situazione non può però essere compresa se non si inscrive nel quadro internazionale dell’epoca. L’Italia è stato un Paese a sovranità limitata. La divisione del mondo in blocchi e la Guerra fredda non ammettevano alcuna possibilità di cambiamento di campo: ogni sussulto, in luoghi piccoli come Cuba; o periferici, per il mondo di allora, come il Vietnam, hanno scatenato crisi e guerre reali. Figuriamoci al centro dello scacchiere di quella forma particolare di conflitto.
Questa realtà ha determinato la scissione tra piano istituzionale, politico e sociale. Il riciclaggio e l’utilizzazione del personale di polizia proveniente dal fascismo, la costituzione di Gladio, i rapporti di una parte della Democrazia cristiana con il sottopotere d’ordine della mafia erano funzionali alla difesa del quadro istituzionale. In quel contesto, persino le stragi e i tentativi o le allusioni di golpe assumevano un carattere di stabilizzazione dell’unico quadro politico possibile.
Non ha senso allora parlare del coinvolgimento di «servizi segreti deviati» nelle stragi fasciste, ma di un ruolo attivo dei servizi segreti della Repubblica nelle stragi. I servizi segreti, per definizione, svolgono le attività che non si possono dire: il lavoro sporco. Noi, quella notte del 12 dicembre 1969, abbiamo perso la nostra innocenza. Non è una giustificazione, è un’assunzione di responsabilità […] Negli anni Settanta c’era un mondo, attorno a noi, vicino a noi, con noi, che voleva cambiare il mondo. La lotta armata ne è stata la parte estrema, non estranea.
Di quegli anni è stato rimosso il contesto: un movimento denso di lotte, di condivisione, di appartenenza. Così, una scelta politica è stata ridotta a una scelta esistenziale nichilista, separata, folle.
Trentaseimila persone inquisite e seimila incarcerate dovrebbero dire invece qualcosa sull’ampiezza di un fenomeno sociale. Una storia che ha conosciuto le sue origini in quel contesto: i fenomeni sociali scaturiscono dalla società, non dal nulla. Come sosteneva n tutti i suoi scritti un vecchio dalla barba bianca nato a Treviri, Karl Marx. L’unico grande vecchio che mi sia capitato di conoscere. (Cecco Bellosi)

Che si fa, quando arriva una sconfitta epocale, quando le lotte si frantumano e poi si inabissano? Se storiografia operaia e storiografia militante coincidono, e sono una funzione delle lotte e della costruzione di una «scienza operaia», in assenza di un soggetto collettivo che esprima una potenzialità di lotta, la storiografia militante sarebbe priva di senso e di scopo, e a essa subentra la «storiografia accademica», che si occupa di operai, mestieri, storie e memorie individuali, trattando di storia operaia come di un qualunque altro oggetto.
Con tipica, radicale consequenzialità, nel 1984 Sergio Bologna, in uno degli ultimi numeri di «Primo Maggio», rivista di storia militante, constatata la pesantezza della sconfitta politica che si è consumata nel decennio trascorso, scrive: «dobbiamo ammainare la bandiera straccia di “storia militante”, bruciarla. Tanto, sappiamo come vanno le cose: ci sarà sempre qualche raccoglitore di cimeli che le conserverà nel cassetto». Affermazione particolarmente amara e drastica, che implicherebbe la rinuncia alla possibilità di una qualunque storiografia operaia non accademica. I progetti della storiografia militante si erano fondati sull’ipotesi di una propria immediata utilità, nel dotare le lotte in corso di modelli teorici e di esperienze storiche, in una fecondazione continua. Venuta meno la composizione politica di classe, e poi lo stesso aggregato di forza lavoro che la esprimeva, vengono meno la possibilità e l’utilità di una storiografia operaia militante. Almeno, di quella accezione di storiografia militante.
In realtà, come lo stesso Mario Tronti ha sottolineato, è facilmente constatabile «la presenza, l’esistenza, nascosta nelle pieghe della cultura contemporanea, di una serie di ricerche, di ricostruzioni, di analisi, di riflessioni, riguardanti la storia della classe operaia. Questi studi sono più diffusi di quanto non si creda. È solo il clima culturale, e il dominio in esso di un punto di vista superficialmente post-operaio, che non li fa vedere».
Resistere alla rimozione delle lotte, della loro legittimità e grandezza, delle potenzialità, delle contraddizioni che hanno innescato, resistere al trionfo dell’esistente come dotato di necessità e di razionalità indiscutibile, rappresenta, a mio avviso, una forma di militanza, che fa della storiografia operaia una pratica comunque dotata di una sua specificità.
Per altro, resta vero che in assenza di un ciclo di lotte, di un movimento chiaramente identificabile, qualunque militanza diviene più difficile da precisare, da definire, e resta potenzialmente sospesa tra un volontarismo individuale e un lavoro intellettuale onesto ma autoreferenziale. Insomma, secondo me potrebbe non essere inutile tornare a riflettere, anche, sulle possibili declinazioni del concetto di militanza dello storico di classe operaia. (Bruno Cartosio)

L’operaismo conosce oggi una risonanza a livello globale perché risponde all’esigenza di una resistenza e di una ripresa delle lotte, come in altre culture critiche con le quali dialoga: il femminismo, l’ecologia politica, la critica postcoloniale ad esempio. E poi perché non è la costola di niente e di nessuno. Non lo è stato mai, e neanche è stato un capitolo della storia del Pci, come qualcuno s’illude. È invece un’idea precisa della lotta di classe e una critica della sovranità che coagula il potere attorno al polo padronale, proprietario e capitalista. Ma il potere è sempre scisso, ed è sempre aperto, anche quando non sembra esserci alternativa. Tutta la teoria del potere come estensione del dominio e dell’autorità fatta dalla Scuola di Francoforte e dalle sue recenti evoluzioni è falsa, anche se purtroppo rimane egemone. L’operaismo fa saltare questa lettura brutale. È uno stile di lavoro e di pensiero. Riprende la storia dal basso fatta da grandi masse che si muovono, cerca la singolarità in una dialettica aperta e produttiva. (Toni Negri)

