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  • Immagine del redattore: Stefano Barabino
    Stefano Barabino
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 8 min

La scelta. Chi ha fatto questo film


Beata Malewski
Beata Malewski

La relazione tra me, Carlo Bachschmidt e Michele Ruvioli non si è fondata sulla gerarchia e i rapporti economici che la realizzazione di un film prevederebbe ma su un comune obiettivo creativo, esistenziale e politico (il film come oggetto e il film come azione, esperienza, lotta politica) e si è retta sulla faticosa tessitura della trama che ci ha tenuti insieme. Il nostro punto di vista comune è cresciuto attraverso il conflitto, alcuni momenti maieutici e la terapia di gruppo (invocata inutilmente da Michele fin quasi dall’inizio). Questo collettivo informale esiste, in composizioni diverse, da circa vent’anni, da dopo il G8 di Genova del 2001 che è stata un’esperienza determinante per il percorso successivo di ognuno di noi: in quegli anni abbiamo rifiutato la logica dei buoni e dei cattivi attraverso la quale si esercita il potere, abbiamo imparato che non ha senso rappresentare le proprie idee senza agire e abbiamo deciso di non delegare, infine abbiamo realizzato insieme ad altre/i, i primi lavori autoprodotti (Frame G8, OP 2001). Se questo nostro film è stato possibile è stato anche grazie all’esperienza collettiva precedente che non ha un nome ma tanti, noi tre l’abbiamo portata avanti al nostro meglio.


Noi siamo notav, fare questo film è stato il nostro modo migliore di esserne parte, è stata la nostra scelta, così come i lavori precedenti sono stati un modo di essere noglobal. Quando abbiamo deciso di dedicarci al movimento notav, dopo l’uscita di Black block (documentario lungometraggio, menzione speciale al Festival di Venezia 68, diretto da Carlo e prodotto da Fandango), la continuità del percorso per noi era chiara. Se in Black block avevamo raccontato a posteriori una storia ormai politicamente conclusa (il G8 di Genova), nel film che ci apprestavamo a fare avevamo scelto di filmarla mentre accadeva, di costruire la narrazione nell’azione e il movimento notav era l’evoluzione naturale nel nostro percorso. Quando siamo andati per la prima volta in Valle nel luglio del 2011, senza filmare, subito dopo la manifestazione per il decennale del G8, insieme ai nostri amici stranieri protagonisti di Black block, abbiamo trovato un movimento che aveva appena affrontato uno dei suoi momenti più intensi di lotta nel tentativo di impedire l’inizio dei lavori del primo cantiere (La libera repubblica della Maddalena e la manifestazione del 3 luglio), un movimento che veniva attraversato da una forte radicalità nelle pratiche e che, alle prese con l’attacco dello Stato e dei media volto a dividere i notav in buoni (cittadini valligiani) e cattivi (black bloc venuti da fuori), aveva risposto con un sonoro «siamo tutti black bloc», un movimento che stava quindi affrontando, questa volta con successo, gli stessi passaggi di fronte ai quali il movimento noglobal si era invece diviso. Nel 2012, dopo la caduta di Luca Abbà dal traliccio durante lo sgombero della baita, ci trasferiamo in Valle e cominciamo le riprese del film, il desiderio di Luca di dare tutto se stesso ha ridato forza ai notav. Il movimento è vivo, nei primi mesi conosciamo già tutte le persone che poi saranno nel film ma anche altre che, invece, non ci sono. Luana Martucci è una di queste, quando l’ho incontrata la prima volta, di notte, al campeggio di Chiomonte, le ho raccontato della nostra ricerca. Luana ha capito subito e ha ricambiato l’interesse. Il giorno seguente l’ho presentata a Carlo, Michele, Mina e Lorenzo. Dopo tre interviste nelle quali ci siamo a turno, in più occasioni, quasi specchiati con lei in una comunanza ideale che non ci dimenticheremo, Luana è diventata la protagonista, insieme a Paolo Perotto della primissima versione del film e le sue parole, il suo punto di vista sono diventati centrali nella nostra ricerca per gli anni a venire.

«La mia esperienza di vita politica e tutto nasce un po’ da un’insoddisfazione di condividere questa vita. Nel senso una grossa fatica, una grossa fatica in cui ho visto molte persone anche a livello professionale, ma anche a livello di amicizie, scegliere di non viverla. E da un certo punto di vista io le ho capite queste persone che non volevano vivere questa vita. Dall’altra parte mi dicevo è una scelta legittima per chiunque però comunque la combatti, nel senso, trovo molto individualista, anche se io mi ritengo un’individualista, scegliere di vivere un’esperienza senza provare a modificarla anche per gli altri. Se siamo qua in un mondo collettivo, io posso anche dire non voglio vedere le sofferenze altrui, però questo non cambia la sofferenza altrui. Quindi la mia scelta è stata quella di svegliarmi contenta ogni mattina sapendo che comunque un’azione per quanto possa essere ritenuta illegale è un’azione di cui io vado fiera e orgogliosa di cui non mi devo vergognare assolutamente».

«Noi siamo impantanati in questo sistema qua, noi lo sfruttiamo, ne utilizziamo i benefici non rendendoci conto che il sistema ci ha reso servi, e noi nell’essere servi abbiamo bisogno di avere altri esseri viventi, altre persone sui quali porre il nostro dominio. E quindi io penso che il nemico sia dentro di noi. Perché se la gente fosse libera da queste logiche qua non permetterebbe né a qualcuno di determinare la propria vita, né queste persone lo farebbero su altri». Intervista a Luana, estate 2012.

Luana, anarchica, psicoterapeuta così interpreta il suo ruolo di sbirro della mente:

 

«Io sono psicologa, psicoterapeuta, e il mio mandato sociale è un mandato sociale di controllo delle menti. Io sarei la persona che sancisce la normalità o la non normalità. Sancire questo significa dare delle regole sociali di quello che una persona può pensare, come una persona può agire. Nel momento in cui tu non stai in queste norme io posso dichiararti comunque malato di mente, posso rinchiuderti, posso utilizzare una chimica sul tuo cervello per modificare il tuo stato. Da me vengono persone che vogliono essere normalizzate secondo i canoni, oppure vengono persone che portano un notevole disagio nella vita sociale collettiva, un disagio che io dovrei normalizzare e quindi renderle nuovamente adatte a condividere in modo piacevole una vita che loro non riconoscono, e una vita che io non riconosco come una vita a misura di essere vivente. Nel mio lavoro cerco di rendere una persona nuovamente in grado di decidere autonomamente per se stessa, di accettare o meno una certa realtà, di viverla in modo adattivo o con disagio. Per me il disagio non è una cosa da riadattare per una questione di benessere a tutti i costi. Quindi io ho preso il mio compito come ripotenziare le persone anche all’interno del disagio che vivono, riconoscendolo come una parte fondamentale dei loro bisogni».

 

In un camera car dentro una galleria dell’autostrada, con queste parole di Luana, iniziava il primo premontato di questo film, dieci anni fa. Con Luana abbiamo potuto confrontarci su molti dei temi che ci interessavano: la scelta individuale, il nemico, la violenza, la polizia, la paura, la consapevolezza dell’essere parte di un sistema di sopraffazione, del come uscirne, della lotta notav capace di non imporre le decisioni a nessuno ma di essere spazio per la costruzione di una realtà nuova.

 

Nel nostro secondo anno di riprese il movimento rivendica pubblicamente in assemblea la pratica del sabotaggio del cantiere, ancora un anno dopo, nel 2014 un sabotaggio va a processo con l’accusa di terrorismo. Nonostante i notav siano riusciti in alcune occasioni a volgere a loro favore, dal punto di vista politico e comunicativo, le iniziative repressive dello Stato, sono molte le persone che si sono fatte carico delle condanne e delle misure cautelari in questi anni, la dimensione soggettiva non può essere rimossa: dalla domanda iniziale Che cosa vogliono i notav passiamo a Che cosa vuole l'individuo per se stesso. La nostra attenzione si rivolge progressivamente verso ciò che vive colui che lotta: ricerca di senso, crescita, necessità di «entrare e uscire» (dalla lotta), lutto, figli, assunzione di responsabilità, resistenza, sostenersi nella lotta.

 

Anni più tardi, quando il film era quasi finito e le parole di Luana erano ancora dentro il racconto, ci siamo resi conto che non ce n’era più bisogno. Il film l’aveva progressivamente assorbita nella prosecuzione della ricerca. La narrazione che si era sviluppata teneva in seno il pensiero, la mappa, il manuale (militante, di vita) che avevamo condiviso con Luana e nel movimento. In questo senso è il personaggio nascosto ed è con noi autrice de La scelta.

 

Questo film è il frutto del desiderio di ognuno di noi tre di scegliere autonomamente l’oggetto del nostro racconto, il fine e il senso dei nostri affanni. Ci siamo divisi i ruoli e, ciò che ci ha permesso di finirlo, è la determinazione, il desiderio di autenticità che ci sono stati comuni in questi lunghi anni.

 

Quando abbiamo cominciato a lavorare a La scelta non immaginavamo che, per arrivare alla maturazione, per finirlo sarebbero serviti più di otto anni di riprese e quasi undici anni di lavorazione complessiva. Neppure pensavamo di doverlo produrre noi. Mi ricordo che, già nei primi mesi, molti valsusini che avevano intuito l’ambizione del progetto, ci chiedevano un po’ attoniti se avessimo intenzione di filmare fino alla fine, fino all’esito della lotta, ci guardavano e pensavano che non ci stavamo rendendo conto di quanto a lungo avremmo dovuto resistere per riuscirci. Avevano ragione poiché probabilmente non basterà il tempo delle nostre vite per vedere la fine di questa storia. A noi, però, non interessava raccontare la vittoria o la sconfitta della lotta ma che cosa si muove nella scelta di affrontarla.

 

Della complessità e della ricchezza del lavoro che abbiamo fatto è impossibile dare conto in questo testo, come anche è impossibile menzionare tutte le altre persone che hanno aiutato e collaborato, per questo ci sono i titoli del film.

 

14 settembre 2023

 

Link al film:

 

 

Stefano Barabino lavora nel cinema italiano e internazionale come primo assistente operatore ed è autore e direttore della fotografia nel film documentario. Nato a Genova nel 1979, si è appassionato al cinema di Pasolini, Wiseman, Petri, Pontecorvo, Montaldo, Agosti, De Seta.Ha studiato filosofia a Bologna e poi Scienze politiche, si è avvicinato all’attivismo nel nascente movimento noglobal. Il G8 di Genova, il movimento contro la guerra in Iraq, l’occupazione della Buridda (un centro sociale) e l’apertura di una radio pirata (Radio Babylon) sono alcune delle sue esperienze di quegli anni, fino al 2003 quando ha cominciato a dedicarsi all’audiovisivo come forma autonoma di militanza politica. Frequenta nel 2004 un corso di videomaking con Gianfranco Pangrazio, regista genovese di documentari. Dal 2004 al 2007 lavora come operatore televisivo. Nel 2008 esce con DeriveApprodi (prima gestione) Tre della ventidue, da lui diretto, documentario sull’inizio della lotta armata in Italia. Nel 2007 è secondo assistente operatore su un film di Michael Winterbottom con la fotografia di Marcel Zyskind. Da quel momento ha lavorato stabilmente nel cinema fino a oggi. Tra il 2012 e il 2015 ha vissuto e lavorato nel Regno unito. Come primo assistente operatore ha fatto i fuochi su film diretti da Viggo Mortensen (The dead don't hurt), Christopher Morris (The day shall come), Francesco Amato (Cosimo e Nicole, 18 regali, Filumena Marturano), Fabio de Luigi (Tre di troppo), Hossein Amini (The two faces of January), Michael Winterbottom (Genova, Trishna, The trip), Luise Friedberg (Three woman), Daniele Vicari (L'alligatore), Nicolò Ammaniti (Il Miracolo). Come direttore della fotografia e come operatore ha lavorato, oltre che con Carlo Bachschmidt (Black Block), con Pietro Marcello (La bocca del lupo, Il silenzio di Pelesjan), Marco Ponti (La bella stagione), Ugo Gregoretti (Io, il tubo e la pizza), Demetrio Giacomelli (Lotta di classe – Il cinema dei ragazzi di Emilio Sidoti).

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