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Immagine del redattore: Roberto Gelini
Roberto Gelini
17 ago
Tempo di lettura: 5 min

La botanica del rabdomante. Uno scherzo serio dedicato a Thomas Berra*


Thomas Berra, Elogio delle vagabonde, 2017, Courtesy UNA Gallery
Thomas Berra, Elogio delle vagabonde, 2017, Courtesy UNA Gallery

Sì, è vero, in diverse occasioni e interviste Thomas Berra fa riferimento a Gilles Clément e al suo Elogio delle vagabonde, che ormai quasi quindici anni fa qualcuno gli regalò suscitandone immediatamente un enorme interesse, e dando un nuovo impulso alla sua pittura. Ma Thomas – e lui lo sa – è anche un grandissimo e spudorato bugiardo, un attore nato: e questa è solo, come dire, la schiuma della faccenda, la superficie a contatto con l’aria, una maniera – elegante e dotta – per farsi capire e accontentare a buon prezzo, quando non ammaliare, sia il critico curioso e avido di riferimenti, che lo spettatore disorientato e a corto di appigli culturali. Perché le piante che lui dipinge non restituiscono o illustrano affatto la Panace di Mantegazza, l’Ailanto, la Cosmea, il Tasso barbasso o la Nigella damascena descritte da Clément, e nemmeno ce ne restituiscono lo spirito (e quale?): ma ci disvelano, a tutti gli effetti, una botanica parallela e ulteriore che solo un rabdomante come Thomas è in grado di scorgere, raggiungere, attraversare, sentire e testimoniare.

 

«Non vi è nulla di miracoloso. Nessuna bacchetta di rabdomante ha mai rivelato una sorgente. Il rabdomante crede agli impulsi della bacchetta, ma in verità, a sua insaputa, egli ha una percezione eccezionalmente sensibile a certi fatti naturali: colori, odori, forme di piante e di terreno, che derivano le loro particolari sfumature dalla presenza di acqua nel suolo sottostante. Come una rana che “intuisce” la presenza di uno stagno a chilometri di distanza, egli, senza esserne cosciente, distingue variazioni di toni e dimensioni che per noi sono impercettibili. E così l’archeologo, che “intuisce” sotto un campo arato un tempio sepolto, e il botanico che in un groviglio di mille piante “intuisce” la presenza di un fiore parallelo, leggono segni che a poco a poco, attraverso una continua e specializzata osservazione, si accumulano negli strati più profondi della memoria. Là giacciono, pronti a resuscitare, nella combinazione di automatiche analogie, immagini da tempo dimenticate e ora anticipate con istantanea chiarezza».

 

Detto altrimenti, le forme vegetali di Berra sono vere, oltre a essere parallele. E sono vivissime, vivacissime e bellissime!

Vivono di vita propria e si moltiplicano non tanto – o non soltanto – per seme, per margotta o per talea, ma per sensibilità, empatia, sovrapposizioni, trasparenze e velature. E pure per momenti di essiccazione più o meno prolungati, stesure dalla variabile percentuale di umidità e diluizione, ripensamenti repentini, apparizioni fotosensibili, sinergie lisergiche, accostamenti entomologici, congiunzioni astrali, prolungate esposizioni notturne, additivazioni per lo più alcoliche, invasi, travasi e germinazioni sempre – e comunque – in fieri. Tali piante appartengono nella fattispecie a una famiglia molto particolare, quasi esclusiva, dell’Ordine delle Synthetica Industriae Picturae, denominata Acrylophilae Thaumaturgae Thomas Berri. Com’è noto, nella mitologia greca Thauma è la Dea della Meraviglia: per cui appartengono a questa grande famiglia le piante in buona sostanza caratterizzate da formazioni acriliche, anche se in percentuali mutevoli, disposte – certo, secondo vari generi e specie –, ma accomunate in ogni caso dall’operare sia nella meraviglia del loro conoscitore, che la meraviglia dei loro fruitori.


Ma tutto questo sembra ancora troppo forbitamente astratto e verboso per esser compreso dai più, usi – certo, abbondantemente – a spiegazioni, letture critiche e dotti riferimenti capaci di puntellarne l’incerta e brancolante sensibilità, e però anche timorosi di abbandonarsi con curiosità e meraviglia a una realtà pittorica in particolare, o artistica in generale, semplicemente inaudita. Urgono allora esempi, chiarimenti e prove. E ne faremo almeno un paio.


Ecco allora una flora acrilica che germina nel suo farsi con l’apporto dosato d’acqua, e di un buon sottofondo di base, sapientemente preparato al caso. In un’intricata e compressa floridità di mezz’ombra, e in un’evanescente – ma animato – spazio quasi acquatico, le paste acriliche appena uscite da tubetti e vasetti di color verde sembrano reagire con la luce e realizzare fotosintesi essenziali e diversificate. L’acqua, coi suoi differenti apporti e miscugli, vi gioca il ruolo vitale di apportatore di fluidità e scorrevolezza, di turgidità e dispersione, ma anche di presenza strutturale invisibile e trasparenza. Come in ogni giardino, l’attenzione non può far altro che rimbalzare da una forma di vita a un’altra, da un particolare all’altro, da un piano a un altro, da un colore a una sua sfumatura o a una sua variazione. Gli occhi di Thomas, col suo sguardo germinante, animano e danno forma a tali creature con l’aiuto delle mani e dei suoi pennelli da giardiniere, le sue vere bacchette da rabdomante. La luce, le trasparenze e i tempi di essiccazione fanno il resto. Quadri bonsai sembrano allora i dipinti di questa originale serie: concentrati ma delicatissimi, quasi evanescenti e anonimi, eppure presenti e intricati, mai perfettamente e banalmente simmetrici o geometrici, ma liberi, soavi, estatici, e letteralmente paradisiaci, se si tien fede all’etimo che fa derivare il termine dal greco parádeisos ‘giardino’, a sua volta proveniente dal persiano antico *parideza ‘luogo recintato, giardino’.


Le foglie sono trasparenti, nel primo caso, e progressivamente in dissolvenza nel secondo: i loro tratti identificativi conoscono genesi e consistenze differenti. In un caso, il tratto grafico acrilico ne sostanzia i contorni verde scuro, verde smeraldo, bianco come una condensazione marginale che ne delimita le zone più esposte e di confine, mentre la gran parte delle superfici fogliari pare prender vita dalle presenze sottostanti, dalla flora informe e fluttuante che ne concorre alla manifesta vivacità e variabilità. Nell’altro, la materia acrilica germinante sembra far tutt’uno con le evoluzioni parallele – anche se non identiche – degli steli, a ritmi e velocità diversi, colti in una posizione di appaiamento e di simultanea crescita; dimodoché la diversità delle velocità e dei ritmi germinativi, riconducibile ai differenti apporti idrici che ne diversificano la diluizione e la scorrevolezza nel giardino-tela, non è che l’elemento vitale responsabile della ricca e florida dissomiglianza.


Si fa così luce una fondamentale peculiarità delle appartenenti alle Acrylophilae Thaumaturgae Thomas Berris: anche se spesso – apparentemente – carnose, turgide, screziate, profonde e pluristratificate, esse appartengono in effetti, tutte, alla specie delle duae dimensiones, presenti come sono, esclusivamente, nella doppia dimensione di tele, fogli d’album, tavole o tessuti e tende in genere: a seconda dei casi, pertanto, potremo avere i giardini-tela, i giardini-carta, i giardini-tavola o i giardini-tenda. Che saranno apprezzabili, in ogni caso, nella classica disposizione verticale, ovvero appoggiati o appesi a pareti, montati su precipue convenienti strutture o pendenti e lasciati fluttuare nella loro evanescente trasparenza, ma anche appoggiati su un tavolo o infine dimenticati chissà dove a una loro vita ulteriore.    

 

*Thomas Berra (1986) ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Punto di partenza della pratica dell’artista è una ricerca sul mondo onirico e vegetale: ritraendo erbari «fuori dal comune» si focalizza sulle piante selvatiche, denominate vagabonde. Il mondo vegetale diventa scenario di paesaggi mistici, animati da soggetti che sembrano provenire da un mondo fiabesco, incantato, in cui l’uomo è tutt’uno con la natura, in un senso di perfetta comunione. Una ricerca che celebra e ama le erbacce, spesso trascurate, che crescono senza una casa. Esse si appropriano – di nuovo – degli spazi abitati dall’uomo, per coesistere e far apprezzare la loro presenza: non solo piante indesiderate e invasive, ma simboli di resistenza e resilienza. Esse prosperano negli interstizi, negli spazi dimenticati tra le strutture urbane, dimostrando la loro capacità di adattarsi e sopravvivere anche in condizioni ostili. Berra porta avanti una ricerca sulla necessità di inclusione e sull’importanza di difendere la differenza.

 

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