clan milieu
- Teresa Zoni Zanetti

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In ricordo di Oreste Strano

In ricordo di Oreste Strano, che ci ha recentemente lasciato, pubblichiamo uno stralcio dal libro Ho solo bisogno di noi. Rosso di Mària. Clandestina. Hotel California, di Teresa Zoni Zanetti, settanta/milieu, 2026.
«Chiedeteci tutto, compagni, ma non parliamo di politica!». Il Basso era tremendo e troppo simpatico. Piccolo piccolo, con una faccia nata vecchia, come tutti i folletti, una faccia che cambiava ogni secondo, occhi a spillo che ti raggiungevano i pensieri dentro la testa e li inchiodavano prima ancora che uscissero fuori. E aveva pensato bene, tanto per essere chiaro, di presentarsi a quell’incontro con una rossa alta quasi due metri, dai colori e dall’accento manifestamente stranieri.
Franz pareva che avesse visto la madonna, tanto era folgorato. Finalmente una donna che poteva guardare dritto negli occhi, e non solo per via della statura. Aveva colori delicati e accesi, i colori del nord, una maniera di avvicinarti schietta e diretta, ed era visibilmente innamorata del suo gnomo, nonostante una differenza di cinquanta centimetri buoni.
«Oh Dio, perché la vita è così ingiusta?».
Franz ormai ci ironizzava sopra, ma Rita, la splendida valchiria, era forse troppo anche per prendersi in giro. Per una donna così avrebbe fatto follie anche lui.
Rita e il Basso. La Bella e lo Gnomo. A vederli insieme sembravano quasi una favola gotica. Era invece un grande amore, di quelli mozzafiato, uno di quei punti d’incontro per cui sembrava si fossero messi in moto tutti i percorsi, i sentieri, i meccanismi, le vicinanze, le similitudini di tutta la sinistra rivoluzionaria europea. Impossibile starle al fianco e non andare più in là col pensiero. Lei, come Gustavo l’argentino, come i primi compagni tedeschi riparati a Piero, come Mohamed che era arrivato al baretto di Varese direttamente dalla Kasba, come tanti tanti altri compagni, come tante tante altre situazioni, erano la prova diretta che non eravamo soli. Affatto.
«C’è una casa. Compagna, l’affitti tu, vero? Voi donne andate meglio per tutte queste cose». E te pareva! Ti veniva subito sotto così il Basso, con i pensieri grandi, in confidenza. Ti diceva quello che pensava, quello che lui intendeva, e te la metteva giù come fossero semplici consigli, ma alla fine diventavano direttive, tanto erano ovvie. Era assolutamente naturale questo suo modo di fare, nonostante ci conoscessimo da cinque minuti, nonostante per certi versi fossimo lontani mille miglia. Lui arrivava subito al sodo, artigiano infaticabile della rivoluzione.
«E una casa del cazzo, vecchia, scomoda e brutta, ma lì non vi romperà i coglioni nessuno, e Magenta è una città ancora piena di pieghe. Ci si può stare, e nessuno se ne accorge...».
Assolutamente pratico, aveva ragione a parlare cosi. Franz assentiva, anche se la sua testa era visibilmente da un’altra parte. Tanto bastavo io a essere all’erta, attenta. Ormai, clandestina, mi era indispensabile essere così, sempre.
Mi sentivo una formichina a cui era stato affidato un compito immenso, ma stranamente non ne avevo paura. Non ne ero affatto spaventata. Da quando Renzo era caduto mi era scesa addosso come una grande calma. Mi sembrava di essere entrata in una fase di corrente continua. La mia vita, tutta la mia vita era l’Organizzazione, erano i miei compagni, erano le cose da fare, da dire, da pensare. Il «personale», che dalle parti della sinistra rivoluzionaria per scelta non era mai stata una dimensione molto esplorata dell’esistere, si era completamente dissolto. Le emozioni erano sprofondate con lui in un lago scuro di silenzio. Eppure ero contenta. Le cose erano andate come erano andate, d’accordo, ma io, in fondo, stavo facendo esattamente quello che volevo. «Dovrai stare con Cheyenne...».
Franz sollevò un sopracciglio interrogativo e perplesso.
«Per forza, non ci sono le condizioni per gestire due basi. Non adesso almeno. Tranquillo, Franz, non ti preoccupare. È solo un po’ testone, e poi adesso non potrebbe assolutamente stare da solo».
Pensavo alla sua faccia di pietra disfatta, ai grandi occhi lucidi, alla piega amara delle labbra. Povero Cheyenne. Uscire così dalla sua vita, dal suo lavoro, da tutto il suo mondo su a Varese, fatto di tanti anni di solitudine, di silenzio e poi di tanti anni di militanza nel Movimento, nella speranza di cambiare la propria vita, oltre che tutto il resto... Tutto sparito, andato, bruciato in una fiammata di cinque minuti. Di me già lo sapevo, del mio infinito indaffarato presente, ma di lui, cosa ne sarebbe stato? Gli sarei stata vicino.
«Tranquillo, Franz, stai tranquillo. È un gran bravo compagno. Era già pronto da tempo. Sarà una forza per tutti noi, vedrai».
Franz tirò un sospiro di sollievo. Proprio le parole che voleva sentirsi dire, proprio quello che si aspettava da me. L’avrei avuto al fianco come sempre, la nostra amicizia e la nostra confidenza crescevano irrobustendosi e intrecciandosi a ogni occasione che la nostra vita di combattenti ci offriva, anche se, da quando Renzo era caduto, chissà perché gli sembravo ancora più proibita, ancora più irraggiungibile.
«Parlami della vostra falsifica. Me l’hanno chiesta dei compagni che stanno in Iran, figurati».
«In Iran? Ma dai Basso, non stai dicendo sul serio... Franz, tu che queste cose le sai, mi sta prendendo per il culo vero?»
Sapevo a mala pena dov’era, l’Iran.
«Sta succedendo un gran casino là. Fra un po’ lo Scià se ne dovrà andare e allora ci sarà il caos. I compagni devono essere pronti».
Che forte il Basso. Lui doveva fare delle cose, costruirle, lavorare la materia con le mani e trasformarla. Questa era la sua vocazione. La teoria sì, anche quella, ma si reputava troppo intelligente per perdersi nelle discussioni, nelle beghe tra Organizzazioni, nelle pratiche collettive. Aveva bisogno di un grado di libertà che nessuna forma organizzata sarebbe stata in grado di sopportare. La sua strada per rompere i coglioni lo portava a fare una montagna di cose a fianco di tutti ma insieme a nessuno. E che energia, che vitalità in quel metro e mezzo di uomo. Però, Rita, chiamala stupida, chiamala...
Il Basso parlava con me, aveva capito che se doveva parlare di cose da fare era a me che doveva rivolgersi, e io intanto sorridevo osservando Franz e i suoi timidi tentativi di rendersi interessante agli occhi di quella magnifica stangona rossa. E Rita, donna soddisfatta, stava al gioco un po’ per piacere e un po’ per simpatia. Il Basso gesticolava e raccontava dell’Iran e poi del Medio Oriente, e poi la Siria e la Giordania e la Palestina e Petra e Palmira e la macchina dei timbri e l’arnese per aprire le portiere delle macchine e come fare un botto con una caffettiera e...
Finalmente addio treni, stazioni, vagoni, odori abbandonati da viaggiatori frettolosi. C’era una casa. Meno male.

