top of page
ahida_background.png

clan milieu

  • Immagine del redattore: Fabrizio Salmoni
    Fabrizio Salmoni
  • 21 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Val Susa, 25 luglio 2026

Una valutazione critica


Joselynn Finch
Joselynn Finch

A giudicare dalle reazioni si direbbe che il Movimento No Tav, dopo anni di incursioni quasi innocue e tante botte subite, abbia conseguito una vittoria sul campo che oscura la giornata del 3 luglio 2011. Già allora, il successo, come comunicò Anonymus, sfuggì per molto poco: le difese erano sul punto di crollare ma prevalsero stanchezza e povertà di mezzi. Cose che succedono quando il rapporto con i cittadini si basa sul postulato: «Discutiamo pure ma poi decidiamo noi».

Oggi le reazioni della politica e del mainstream sono rabbiose, ben oltre i soliti strali: «la minoranza violenta e la maggioranza pacifica», le punizioni invocate, sempre esemplari, l’upgrading delle contumelie (da «violenti» a «terroristi»… come i nazifascisti chiamavano i nostri padri e nonni della Resistenza. Mai niente di nuovo), le armi da aggiornare per la polizia (fino ai letali proiettili di gomma), la «guerra allo Stato» e via di retorica. La maggior ipocrisia: la devastazione (quella ben maggiore della Valle non conta). E la vendetta: blocco delle strade e identificazione di un migliaio di persone tra cui, come sempre, anche cittadini estranei alla manifestazione. Staremo a vedere quanti saranno incriminati. E mi chiedo come faranno a identificare le centinaia di travisati nonostante la IA.

La questura denuncia 120 agenti feriti ma si sa come vengono fatte le valutazioni. Chi, come il sottoscritto ha seguito da cronista il grande processo ai No Tav del 2013-2014 ricorda come si confezionano le prognosi: alla valutazione degli ospedali civili si sostituiva quella dei medici di Polizia che ne moltiplicava i termini; alcuni agenti «gravemente feriti» risultavano in ferie…

È stata una vittoria politica dei No Tav? Moderatamente, si direbbe: la questione Tav è tornata prepotentemente all’ordine del giorno. Si era fatto di tutto per metterla nel dimenticatoio e un po’ c’erano riusciti approfittando dello sconcerto a seguito della perdita di Alberto Perino, leader intelligente e carismatico ma prigioniero di un idealismo gandhiano, utile nella prima fase di formazione del movimento che si traduceva nell’aggregazione di forze catto-pacifiste ma anche in tante botte subite senza poter reagire.

Le brevi incursioni notturne definite «scontri» degli anni scorsi erano quasi punture di zanzara a fronte della macchina della devastazione che seppur molto lentamente avanzava. Ora invece su «La Stampa» del giorno dopo, un editoriale di Marcello Sorgi sollevava il dubbio che fosse il caso di mettere l’Opera in discussione, visto l’aumento continuo dei costi e non quello degli scavi, vista la negligenza francese a portare avanti i lavori.

Il segno più evidente del successo: l’enorme partecipazione di una nuova generazione ai cortei, tutti consapevoli degli obiettivi. Un passaggio di generazione. Niente «buoni» e «cattivi», «Siamo tutti black block» si è sempre detto. Come nel 2011, chi se la sentiva lottava, gli altri bloccavano strade e autostrada. E i cosiddetti «esterni», altrimenti definiti «infiltrati» (come se gli sprechi di denaro pubblico non riguardassero tutti, da Bardonecchia a Agrigento), non sono altro che i No Tav francesi con cui da anni il movimento ha costruito un rapporto di solidarietà reciproca.

Ciò che sfugge al Potere, o che si vuole trascurare, è il concetto per cui le migliaia di persone che consapevolmente hanno dato vita ai quattro cortei sono la dimostrazione di consenso, di forza politica, che quando ben declinata, produce forza «militare». Così fu evidentemente il 31 gennaio a Torino per la protesta per la chiusura di Askatasuna, così è stato a Bologna dopo la morte di Fakir.

Dalla morte di Perino il movimento ha assunto forme più «militanti» e indirizzi più chiari; si è evidentemente meglio organizzato, si è dato una nuova (seppur discussa) leadership e strumenti più adeguati a una efficace resistenza, ha superato lo shock del tradimento dei Cinque Stelle. Il 25 luglio ha visto la pianificazione di diversivi su obiettivi minori mentre il grosso dei manifestanti investiva i cantieri di Chiomonte e di San Didero impegnando le forze di Polizia sgranate su tutta la linea dei cantieri.

In compenso, è stata trascurata la sicurezza generale del deflusso dall’area del Festival con la conseguenza di un centinaio di No Tav inermi rifugiatisi istintivamente nella stazione di Bruzolo che sono stati bloccati e identificati, e sono mancate le istruzioni per evitare i posti di blocco sulle strade. Facendo le somme, il movimento dovrà affrontare processi severi e probabilmente perderà il Festival ma la creatività troverà altre formule e il consenso, a fronte di un evidente successo sul campo, potrebbe crescere in un momento di ampia delegittimazione del potere politico.

I fatti del 25 luglio hanno aggravato le pressioni su un governo già in difficoltà sulle scelte dei finanziamenti SAFE, sulla legge elettorale, sull’Ilva, sugli scontri di Bologna e sulla situazione economica del Paese costringendolo alla retorica più banale di un nuovo aggravio di pene e ad accelerare il processo autoritario a tutto campo (v. gli attacchi alla Costituzione e alla libertà di opinione sulla presunta russofilia, le responsabilità penali, ma non quelle civili, estese ai minorenni).                

Sul Tav invece le già piccole differenze tra gli schieramenti politici si annullano ricompattandosi nel fronte con l’Unione Industriale per salvare la distribuzione dei finanziamenti alle proprie clientele. Per salvare l’Opera la situazione sembra però farsi sempre più critica per la combinazione di sfide ingegneristiche, ritardi logistici, e l’incertezza finanziaria. L’ultima spiaggia potrà essere il cambio di destinazione da civile a militare trasferendo i fondi europei per la preparazione alla guerra. Ma su quel terreno si giocherà nel Paese tutt’altra partita. Ora è tempo di unificare i movimenti e alimentare l’instabilità politica.     

Certi commentatori dicono che i partiti sono consapevoli della difficoltà di portare a termine il progetto ma «non possono darla vinta ai No Tav». Bell’esempio di classe politica che invece di pensare al bene del Paese si affida all’odio per le lotte sociali!


29 luglio 2026


 

Fabrizio Salmoni è giornalista e blogger. Laureato in Storia Americana all’Università di Torino ha conseguito un master in Studi Americani all’Università del Texas. Ha diretto «American West. La rivista italiana di Western Lifestyle». In Val Susa ha contribuito a fondare i presidi giornalistici «Tg Maddalena» e «Tg Vallesusa». Collabora con il Centro studi Piero Gobetti di Torino per la cura del Fondo di documentazione TAV di cui è promotore. Nel 2022 per DeriveApprodi (prima gestione) ha pubblicato I senza nome. Il Servizio d’ordine e la questione della «forza» in Lotta continua.


bottom of page