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Immagine del redattore: Pino Tripodi
Pino Tripodi
26 minuti fa
Tempo di lettura: 21 min

Dalla proprietà all’improprietà. Le ragioni di un cambio di passo della prassi e della teoria


Annemarie Spijkerman
Annemarie Spijkerman

Lo sgombero del Leoncavallo, 21 agosto 2025, ha aperto una nuova stagione di sgomberi e di tentativi di espungere dalle realtà sociali urbane tutte le manifestazioni di alternativa e di antagonismo oltre che le manifestazioni del protagonismo culturale alternativo e underground. 

Tutti i soggetti coinvolti si sono trovati obtorto collo a ragionare su temi fondamentali per avviare, ove sia ancora possibile, una nuova stagione di resistenza e di lotte autonome alla trasformazione epocale in atto: occupazione, autogestione, welfare, beni comuni, diritti di proprietà, violenza di classe, sabotaggio, boicottaggio, impresa politica, rappresentanza. 

Diffusa ne è risultata la convinzione che gli antichi schemi teorici, per quanto gloriosi, andavano almeno in parte rivisitati.

In questo nuovo quadro politico, nello scenario politico milanese è stata avviata la discussione sul concetto di «improprietà» su cui è stato organizzato un convegno nell’ottobre 2025. Il concetto di «improprietà» è stato proposto alla discussione per la prima volta in un testo di Pino Tripodi che qui pubblichiamo.


È bene tener presente la cornice in cui è maturata questa iniziativa, ovvero di essere il primo atto di un convegno che abbiamo definito diffuso e infinito. Il caso, che ha determinato questa come tante altre manifestazioni, è stato lo sgombero del Leoncavallo. Ma nessuno pensi che l’unico problema da risolvere sia trovare una sede per il Leoncavallo. Ciò di cui si tratta è indicare una strada per trovare le soluzioni adeguate onde affrontare e risolvere tanti problemi delle città, tra i quali vi sono la sede del Leoncavallo e degli altri spazi autogestiti minacciati di sfratto. La strada che ci ostiniamo a indicare, pur tra tante difficoltà e tanti fraintendimenti, è quella di pervenire a una piattaforma di idee e di proposte collettive – degli spazi sociali autogestiti e delle opposizioni – che costituiscano la base delle lotte future non solo per qualche sparuto gruppo di militanti, ma per l’intero Paese. Se avremo le idee in grado di generare un movimento di trasformazione di questo livello troveremo una sede adeguata al Leoncavallo e a ogni altro spazio sociale autogestito. Se non ne saremo capaci, il Leoncavallo e tanti altri luoghi simili rimarranno privi di sede o anche se sede avranno non potranno svolgere neanche la più infima parte del ruolo che invece hanno avuto per tanti decenni.

Il metodo è quello di affrontare le difficoltà e i problemi di parte come problemi universali. Solo affrontando il problema universale del bisogno di casa e di spazi sociali riusciremo a trovare soluzioni adeguate per i singoli spazi. Dunque, in questa piattaforma che si intende costruire non c’è soltanto il diritto del Leoncavallo, della Fornace o del Cantiere ad avere una sede. C’è invece, ben altra rivendicazione: il riconoscimento del sapere, della casa, degli spazi sociali come diritti universali. Sapere, casa, spazi sociali come diritti universali, dunque. Questa è la vera posta in gioco.

Tali diritti dovranno essere agiti nella pratica delle lotte del futuro fino a divenire elementi della costituzione del Paese. Solo tenendo conto di questa cornice si possono affrontare con lenti nuove le questioni legate al concetto di proprietà e verificare se la teoria e la prassi dell’improprietà possono costituire un grimaldello importante per conseguire i diritti universali indicati.

La proprietà deriva da proprio, l’improprietà da improprio. Il proprio, nella lunga tradizione culturale ereditata, non è soltanto ciò che appartiene a se stesso, ma anche, e soprattutto, ciò che è bene, ciò che è buono, ciò che è legittimo e giusto.

L’improprio, al contrario, è il male, il cattivo, l’illeggitimo, l’ingiusto e l’errato. A testimonianza di quanto detto si prendano a esempio le Upanisad, testo massimamente sacro della tradizione filosofica orientale, in cui, letteralmente, l’eccellente corrisponde al proprio, cioè al se stesso, il male all’improprio.

Il Terzo Brahman recita così: «Tale è il male: quando si pronuncia l’improprio, quello è il male»...«Tale è il male: quando si annusa ciò che è improprio, quello è il male»... «Tale è il male: quando si percepisce qualcosa in maniera erronea, quello è il male»... «Tale è il male: quando si ode qualcosa di improprio, quello è il male»… «Tale è il male: quando si pensa qualcosa di improprio, quello è il male».

Il proprio è ciò che appartiene a qualcuno, che è di sua proprietà o pertinenza. L’improprio invece è il non proprio, ciò che non ha proprietà ma anche il proprio non proprietario, il proprio che non esercita il suo diritto proprietario o lo sospende sui suoi stessi beni. L’improprio è ciò che esula, ciò che stride nelle regole e nei rapporti sociali gerarchicamente dati.

Il concetto di proprio, nella tradizione storica e culturale, è stato vincolato, condannato si potrebbe dire, alla proprietà, ma occorre invece svincolare la nozione di proprio da quella di proprietà.  La pertinenza del proprio non è obbligata a trasformarsi nella sua proprietà.

Al concetto di proprio è accaduta la stessa torsione linguistica del termine lavoro. Il lavoro è diventato unicamente ciò che viene scambiato con un reddito, ma ciò che si scambia con il reddito è solo una minimissima parte di tutto il lavoro svolto. Ciò che viene pagato è solo ciò che la società, lo stato presente delle cose, riconosce come lavoro. Ci sono lavori che un tempo mai sarebbero stati considerati come tali, viceversa ci sono lavori un tempo retribuiti e oramai non più. Confondere ogni attività con il lavoro scambiato con il reddito è un’aberrazione sociale che origina una quantità enorme di discriminazioni.

Identicamente, si tende a ridurre ciò che è proprio alla proprietà. Ma il regime proprietario riguarda solo una piccolissima parte del mondo che appartiene al proprio. Il proprio mondo, per esempio, è un’unita di riferimento in parte concreta, in parte astratta, che afferisce all’insieme di relazioni che ciascuno ha con il resto del mondo, quello suo proprio, quello di prossimità e quello più esteso. Il fatto che ciascuno abbia un proprio mondo non implica in alcun modo che egli sia proprietario di ogni cosa che è o accade in quel mondo. La sua sfera proprietaria, per quanto estesa, è sempre un’infinitesima parte di quella improprietaria.

Così quando si afferma il mio Paese, la mia famiglia, mio marito, la mia amica, la relazione che in ognuna di questa sfera si ha con il proprio non implica in alcun modo la proprietà. Ci sono tanti beni propri, materiali o immateriali, affettivi e relazionali, che non hanno alcun rapporto col regime proprietario se non nell’ideologia di chi intende catturare il proprio alla proprietà, che è un’ideologia di dominio.

Dunque, così come occorre rivendicare come lavoro ogni attività svolta, identicamente si tratta di riappropriarsi del proprio come luogo prediletto dell’improprietà.

Il mio amico è mio, mi appartiene, mi è proprio, ma certamente non ho alcuna proprietà su di lui. Il mio testimonia di un sentimento, di un affetto, di un legame che non vanno confusi mai con la proprietà o con il diritto esclusivo alla cosa, in questo caso l’amicizia.   

Gli aggettivi possessivi sono stati trasformati nell’uso sociale di massa in aggettivi proprietari, ma la proprietà è solo una declinazione parziale, marginalissima, di tutto il campo del proprio. Il possesso, l’uso, la relazione non prevedono obbligatoriamente il regime proprietario il quale deve essere marginalizzato molto più di quanto già non lo sia.

Questa è una condizione fondamentale per ridurre le disuguaglianze e ancorare la proprietà ai beni d’uso propri in esclusiva (la casa in cui si abita, le scarpe, i calzini ecc.).

Il concetto di improprietà nasce, dunque, per separare il proprio dalla proprietà, per confinare la proprietà entro spazi definiti, espressioni fondamentali di un proprio che non può essere altruizzato in forma proprietaria.

L’improprietà è l’istituto che nega, sospende o interdice, parzialmente o totalmente, il regime di proprietà e gli annessi diritti.

L’improprietà nega il diritto di proprietà quando nasce come tale ab origine.                               In tutti gli altri casi, l’improprietà comporta l’abdicazione volontaria o indotta, a titolo parziale o totale, provvisorio o permanente, dall’esercizio della proprietà.

L’improprietà non nega la proprietà, anzi la com/prende, la assume cioè come affermazione all’inesercizio, provvisorio o definitivo, di un diritto individuale o gruppale a beneficio di un esercizio, provvisorio o definitivo, di un diritto collettivo i cui benefici possono riverberarsi sia sulle singole persone sia su intere comunità.  Per collettivo non si intende, infatti, solo lo Stato, o la Regione o il Comune, ma qualsiasi individuo o moltitudine di persone afferenti, in questo caso, al regime improprietario.

L’improprietà contempla la necessità di fondare un diritto improprietario tutelato almeno quanto il regime proprietario che costituisce il fondamento essenziale del diritto privato. Proprietà e improprietà possono essere reversibili o intangibili. La reversibilità è diversa dall’alienazione. Con l’alienazione un bene si può vendere e comprare. Con la reversibilità, un bene proprietario può essere trasformato in improprietario o, viceversa, un bene improprietario può trasformarsi in bene proprietario.

Accanto al diritto privato proprietario occorre fondare un diritto privato improprietario. Ciò implica il superamento delle equazioni diritto privato = proprietà, diritto pubblico = proprietà collettiva.

Per comprendere come l’improprietà agisce già nella realtà, si analizzano tre casi di specie e, in seguito, alcuni concetti, quali il no logo, il no copyright, il creative commons, il copyleft, l’open access, il pubblico dominio, il bene comune,  rispetto ai quali l’improprietà si presenta dissimile.

I tre casi di specie sono: 1) la produzione di opere d’arte, 2) l’occupazione di spazi pubblici e/o proprietari, 3) la produzione di dati. I primi due casi si sono palesati molteplici volte, ma recentemente sono emersi alla cronaca con la vicenda dello sgombero del Leoncavallo. Il terzo caso, invece, afferisce all’intero regime di produzione digitale della contemporaneità.


1)    Nel caso specifico del Leoncavallo, degli artisti hanno dipinto dei graffiti nello spazio dauntaun. La produzione di opere d’arte normalmente è soggetta al diritto d’autore. Il problema del diritto d’autore non si è posto fino a quando il Leoncavallo non è stato sgomberato. Dopo lo sgombero, il problema si è posto, eccome.

In questa vicenda, che ne è del diritto di proprietà? Come esso si modifica con il cambiamento di status del Leoncavallo?

Gli artisti, titolari normalmente e giuridicamente del diritto d’autore, hanno dipinto i graffiti in uno spazio occupato dal Leoncavallo, in accordo con il Leoncavallo, ma senza alcun contratto di remunerazione. Così facendo, hanno abdicato al loro diritto d’autore cedendo il diritto di fruizione delle loro opere al Leoncavallo.

Hanno abdicato provvisoriamente a un loro diritto senza tuttavia cedere il diritto di proprietà al Leoncavallo. Avessero ceduto tale diritto, il Leoncavallo avrebbe potuto alienare le loro opere, cosa chiaramente inavvenibile e contraria alla cooperazione in essere tra artisti e Leoncavallo.

Dopo lo sgombero, quel diritto di proprietà, sospeso dalla concessione gratuita delle opere al Leoncavallo, si ripropone. La proprietà, infatti, con lo sgombero, è rientrata in possesso dello spazio, ma non può godere del diritto di proprietà pienamente e totalmente su ogni bene presente in quello spazio poiché c’è qualcosa che glielo impedisce: le opere di dauntaun, gli archivi del Leoncavallo, altro.  La proprietà non può rivendicare il diritto di proprietà sulle opere d’arte dipinte nel tempo dell’occupazione, tempo nel quale non solo il regime di proprietà delle opere è stato sospeso, ma anche quello di fruizione dello spazio da parte della proprietà, la quale, è bene ricordare, in tutto il tempo trascorso non si è vista alienata la proprietà del bene, che avrebbe potuto tranquillamente vendere, ma l’esclusiva fruizione del bene stesso che è passata obtorto collo agli occupanti.

Attualmente, dunque, gli artisti, che a tempo debito hanno abdicato a un loro diritto, il diritto d’autore – caso inscrivibile pienamente e totalmente nel diritto di proprietà – dopo lo sgombero del Leoncavallo, dopo cioè la fruizione non commerciale, improprietaria della loro opera, possono rientrare nel loro diritto di proprietà. Volontariamente, così come hanno abdicato a un diritto, possono riprendersi l’esercizio di quel diritto.

 Fin qui il problema giuridico.

Il problema politico, invece, riguarda il come riprendersi quel diritto, se in modo proprietario individuale o in modo improprietario individuale o collettivo. Il modo proprietario individuale prevede che gli artisti vendano alla proprietà le loro opere o le cedano a titolo gratuito. In tal caso, un’opera concepita per divenire d’uso collettivo improprietario ridiventerebbe bene di proprietà esclusivamente individuale. Ciò sarebbe legittimo, anche se incoerente con i princìpi che avevano ispirato la facitura delle opere.

Il modo improprietario invece emergerebbe nel momento in cui gli artisti, con il Leoncavallo, rivendicassero l’improprietà collettiva delle loro opere, la loro non cedibilità e la loro non alienabilità alla proprietà.

In tal caso le opere dovrebbero rimanere intangibili, fruibili senza pecunia alcuna, sottoposti alla tutela della sovraintendenza alle belle arti. Ciò aprirebbe alla possibilità di chiedere la tutela non solo delle opere in oggetto ma dell’intero spazio, inteso come opera d’arte collettiva. Tra i motivi fondamentali per i quali gli artisti hanno deciso di prestare gratuitamente il loro ingegno creativo al Leoncavallo vi è stata la convinzione che la loro opera sarebbe stata inserita in uno spazio considerato artistico nell’insieme, nella sua totalità.  Dunque, lo spazio intero del Leoncavallo è da ritenere bene artistico da restituire al regime di improprietà.

 Il caso di specie analizzato dimostra come il regime di improprietà assuma rilevanza quando l’opera, e l’intenzione, individuale non solo non contrastano ma agiscono in cooperazione con l’opera, e l’intenzione, collettiva.

 

2)    Proprietà e improprietà del Leoncavallo.

Di chi è la proprietà del Leoncavallo? La risposta non è così banale come sembra. Si potrebbe dire che il Leoncavallo è proprietà privata di una società, L’orologio. Ma non è così semplice. L’aspetto giuridico formale non coincide con l’aspetto sostanziale.

Al momento dell’occupazione del Leoncavallo, e per tutto il tempo trascorso finora, lo spazio del Leoncavallo è rimasto parzialmente in regime di proprietà privata. La proprietà infatti non ha perso la sua alienabilità, cioè la sua vendibilità, ma la sua fruizione, che è passata agli occupanti. I quali non sono diventati, ovviamente, proprietari del bene, ma fruitori. Solo la fruizione del bene è passata dal regime di proprietà al regime di improprietà.

La fruizione del bene da parte del Leoncavallo ha comportato modifiche sostanziali delle forme degli immobili e degli spazi di via Watteau oltre che degli usi. In più di 30 anni lo spazio del Leoncavallo è stato valorizzato enormemente sul piano sociale e ha contribuito sostanzialmente a valorizzare socialmente tutto il quartiere di Greco e l’intera città di Milano.

 

Le iniziative culturali e artistiche, le attività di solidarietà, le molteplici sperimentazioni sul piano musicale, politico, alimentare, agricolo, di formazione, di accoglienza, di sostegno e di impulso delle culture underground e di ogni aspetto della socialità non mercificata, hanno reso il Leoncavallo un unicum valoriale, una Repubblica informale dell’attivismo e della creatività rivoluzionaria in ogni campo dell’esistenza, non solo in quello politico.

In sintesi, si può senz’altro affermare che il Leoncavallo ha trasceso se stesso, il suo spazio, la sua storia, per divenire una forma improprietaria e collettiva dell’agire urbano in dialettica e in antagonismo sia con l’agire istituzionale sia con l’agire proprietario.

 

Il Leoncavallo era proprietà privata, ma oggi non dovrebbe esserlo più. Se risulta di nuovo proprietà privata è solo in virtù di una forma della proprietà che non è più adeguata ai tempi, oltre che di una forma della società che fatica a riconoscere, o non riconosce affatto, il diritto improprietario. Il ripristino della proprietà privata del Leoncavallo può avvenire solo in offesa alla storia degli ultimi 50 anni; non è un ripristino della legittimità proprietaria, ma della legge proprietaria. Qualcosa di simile è accaduto in Francia, quando i nobili e il clero hanno preteso il ripristino delle loro proprietà intaccate dalla Rivoluzione dell’89.Il Leoncavallo non può essere ritenuta mera proprietà privata dopo 31 anni di occupazione.

Il ripristino della proprietà privata tentato dallo sgombero di agosto può diventare effettivo solo perpetrando un’ingiustizia permessa dalla forza militare di Stato. Ma la partita è ancora aperta.

 

Si è detto: se le istituzioni della Città e del Paese non sono stati capaci di acquisire lo spazio di via Watteau per il Leoncavallo, sarà il Leoncavallo che acquisirà lo spazio di via Watteau per la città e per il Paese.

Come si riuscirà ad acquisire lo spazio del Leoncavallo di via Watteau è questione aperta per superare la quale è necessario uno sforzo creativo notevole sia dal punto di vista giuridico, sia dal punto di vista politico sia da quello finanziario.

Sia Dauntaun, sia l’archivio del Leoncavallo godono già o vanno a godere di forme di tutela e di vincolo dichiarati dalle sovraintendenze dei beni artistici e archivistici.

Ma ancora non basta. L’arte espressa al Leoncavallo o i suoi archivi non sono paragonabili ad altri beni. L’elemento fondamentale del Leoncavallo è lo spazio in cui vive. Non c’è punto dello spazio che non possa essere dichiarato bene artistico o archivistico. Il Leoncavallo non è uno spazio morto che si può trasferire altrove. È uno spazio vivo il cui interesse e il cui valore crescono di minuto in minuto, di giorno in giorno in diretta corrispondenza con le iniziative, gli eventi che implementano la sua produzione complessiva e che comprendono a pieno titolo la produzione artistica.

 

Il problema attuale del Leoncavallo è come restare in via Watteau ripristinando su quello spazio il regime improprietario, provvisoriamente inibito dallo sgombero.

Dunque, si tratta di acquisire il Leoncavallo per rispristinare il regime improprietario contro il regime proprietario. Si tratta anche di dimostrare che la città nel suo insieme deve essere percorsa da una nuova stagione di lotte che individuino nel regime improprietario la possibilità d’esistenza di movimenti collettivi tesi al soddisfacimento dei bisogni e dei desideri non solo degli individui ma dell’intera comunità.

A questo fine, è importante specificare il più dettagliatamente possibile in che cosa consiste l’improprietà.

È fondamentale comprendere che l’improprietà non riguarda esclusivamente gli spazi sociali, le opere d’arte, i dati personali o sociali, ma si applica a ogni sfera dell’agire sociale e a ogni tipologia di bene.

Riguarda, ovviamente, anche la questione dell’abitare. La rivendicazione del diritto universale alla casa e le lotte affinché tale diritto sia inserito nelle costituzioni di ogni paese è nucleo fondamentale del diritto improprietario.


3) La proprietà dei dati.

Nella contemporaneità vi è un proprio non proprietario, i dati per esempio, che viene trasformato in regime proprietario dalle piattaforme. L’appropriazione avviene mediante espropriazione. L’appropriazione espropriatrice viene definita comunemente estrattivismo.

L’estrattivismo risulta essere un modello socio-economico basato sulla rifunzionalizzazione dei territori a favore dell’estrazione intensiva o estensiva di una specifica risorsa, allo scopo di commercializzarla nei mercati globalizzati.

Questo furto generalizzato a danno della generalità della popolazione del pianeta tecnicamente sarebbe meglio definirlo espropriazione proprietaria anziché estrattivismo. Infatti con l’espropriazione, il proprio della generalità degli abitanti del pianeta viene reso proprietà privata di poche società.

I propri dati, la propria forza lavoro, il proprio sapere più che estratti vengono appropriati tramite una lunga catena di espropriazione.


Ci sono forme di proprietà la cui funzione non è quella di valorizzare il proprio di ciascuno, il proprio proprio, ma di appropriarsi del proprio altrui, o per lo meno di quel proprio altrui che può essere digitalizzato: informazioni personali, pareri personali, saperi personali, spostamenti, modalità di consumo e di vita, attività di qualunque tipo svolte secondo per secondo. La ricchezza cumulata con l’espropriazione del proprio altrui è tale che ogni altra forma di ricchezza è divenuta marginale. Essere proprietari del proprio altrui, passare dalla proprietà del proprio alla proprietà dell’altrui, dalla proprietà trasformata in altruità proprietaria, è diventata la forma più lucrosa d’attività economica e la forma di dominio globale più estesa e oppressiva nell’intero pianeta.

Tale espropriazione non avviene tanto per costrizione ma soprattutto per induzione. Attività formalmente volontarie, formalmente libere, diventano involontariamente proprietà privata del più esteso esercito d’oppressione della contemporaneità.


La produzione indotta e volontaria di dati avviene in modo gratuito. I lavoratori dei dati, cioè tutta la popolazione del pianeta, donano la loro forza produttiva gratuitamente pagando inoltre a chi si impadronisce dei loro dati anche i mezzi di produzione per produrli e l’energia necessaria per attivare i dispositivi digitali.

Si tratta dunque di lavoratori gratuiti che per lavorare gratis pagano i mezzi di produzione del loro lavoro e l’energia necessaria per poter lavorare. Il loro lavoro non conosce orari, festività e pause. Tutta la giornata di 24 ore è messa a lavoro volontariamente e gratuitamente.

I lavoratori digitali, cioè tutta la popolazione del pianeta, non solo lavorano gratis ma pagano per essere messi nella condizione di poter lavorare.

È la prima attività di lavoro che si scambia non con il reddito ricevuto in cambio del proprio lavoro ma con quello donato per lavorare.


Tutto ciò che, pur essendo proprio, una volta rilasciato nelle relazioni sociali, dovrebbe rimanere in regime di improprietà viene invece appropriato dalle piattaforme secondo un metodo di espropriazione che è il più totale mai registrato nella storia. Gli schiavi lavoravano sotto regime proprietario, ma quella forma di proprietà prevedeva almeno il mantenimento degli schiavi. L’appropriazione dei dati invece non determina nessun obbligo verso i produttori dei dati, coloro i quali dovrebbero essere considerati legittimi proprietari. Anzi, i lavoratori digitali sono costretti anche a pagare per produrre.


Le forme della proprietà che occorre risolutamente combattere nella contemporaneità non sono più soltanto quelle che si formano mettendo alla catena, incatenando le persone, ma lasciandole formalmente libere non solo di vendere la propria forza-lavoro ma di donare gratuitamente ogni elemento della propria vita.

La libertà, una libertà chiaramente indotta e delimitata dall’ideologia proprietaria, è lo strumento di produzione e di accumulazione più importante della contemporaneità. In essa si attua l’ennesima e più raffinata fase di ciò che un tempo si definiva il comunismo del capitale.


Contro questa assurdità stiamo tentando di formare un sindacato universale assieme ai compagni di NINA. Il sindacato universale digitale è parte del proposito di costruire un’intelligenza autonoma di specie antagonista di quell’intelligenza artificiale propinata dal macchinismo imperante che pretende di ridurre il pianeta a cenere, algoritmi e idiozie.


Limitarsi al lamento sarebbe letale. Il lamento è funzionale al perpetuarsi delle forme di dominio. Occorre invece un conato creativo che, oltre a sabotare e boicottare le forme date di dominio, consenta percorsi di autonomia e di liberazione universali.


Ma in che cosa si sostanzia il diritto improprietario?

Nel regime improprietario, il problema fondamentale non è di chi risulta essere il bene, ma cosa si può fare con quel bene e chi ne può godere; quali sono i vincoli, le ragioni d’uso e i benefici eventuali di quel bene.Vi sono già molte esperienze improprietarie: beni tangibili o intangibili la cui proprietà viene sospesa per rendere possibile l’uso individuale o collettivo. Terreni, immobili, saperi, opere artigiane o d’ingegno concesse temporaneamente all’uso improprietario. Si tratta di generalizzarle e di farle divenire prassi consuetudinarie diffuse prima che regole giuridiche.

La destinazione d’uso generalmente riguarda, per ciò che concerne un immobile, l’uso abitativo o commerciale o industriale o agricolo, ma la destinazione d’uso che interessa alla improprietà trascende questi aspetti riguardando invece chi, come e a quale fine sociale deve essere utilizzato un qualsiasi bene.

Nel caso del Leoncavallo, quindi, come nel caso di ogni altro bene improprietario, il problema sarà di indicare con precisione non solo l’architettura della improprietà – una forma giuridica la più diversa e la più diffusa possibile, tale per cui nessuno possa esercitare il diritto esclusivo di proprietà – ma soprattutto i vincoli d’uso.

Più la proprietà è diffusa più l’improprietà si può diffondere.Più la proprietà è concentrata meno l’improprietà si può diffondere.

Le rivoluzioni e i movimenti hanno avuto un rapporto complicato con il regime proprietario. Per lungo tempo si è pensato che qualunque forma di proprietà privata fosse un furto e che ogni bene immobile o mezzo di produzione, per evitare tale furto, dovesse appartenere allo Stato. Solo in epoca recente, dopo la disfatta dei regimi socialisti, i movimenti postsessantottini e le teorie autonome hanno provato a ragionare sulla sfera pubblica non statale, sulla democrazia extraparlamentare, sul privato è politico, sul partire da sé, rompendo così i diaframmi pubblico = socialista, privato = borghese.In più, l’ondata di lotte sui diritti civili ha costituito un terreno fertile per ancorare i diritti individuali a quelli sociali collettivi senza relegarli a una contrapposizione fuori luogo e fuori tempo.

Sulla questione proprietaria non è stato ancora fatto molto. Si continua a pensare che la proprietà sia o un diritto divino o un furto, a ritenere che la proprietà, qualunque essa sia, sia il cardine di ogni società o, al contrario, vada negata in ogni sua forma come residuo di una società borghese, capitalistica e individualistica.

Ma esistono diverse forme della proprietà. Proprietà come fruttoProprietà come furto.

La proprietà come frutto del proprio lavoro, del proprio sudore, del proprio risparmio, della propria fatica, del proprio bisogno di sicurezza. Quella proprietà proletaria non la toccheremo mai, anzi la rivendichiamo come diritto universale all’abitazione. Ma le grandi proprietà è giusto che vivano qualche preoccupazione, che sentano il fiato del Movimento sul collo, che mettano in conto che i loro immobili possono essere in ogni momento occupati. Se c’è qualcuno che possiede centinaia o migliaia di immobili, non c’è nessuna fatica che è stata messa al lavoro, ma soltanto la più spregevole delle speculazioni. Per ogni grande proprietà vi sono infiniti furti compiuti contro la generalità della popolazione.

Le occupazioni di grandi proprietà, di immobili sfitti da decenni, di spazi pubblici abbandonati al degrado o in attesa di cicli speculativi più remunerativi sono azioni di autodifesa sociale. Con queste azioni il Movimento fa quello che lo Stato non vuole fare e che i Comuni non vogliono o non hanno la possilità di fare, ovvero garantire il diritto universale alla casa, il diritto sociale all’uso di spazi autogestiti. I Movimenti dovrebbero essere ringraziati per questo.

Così come dovrebbero essere ringraziati gli studenti che occupano le scuole, le università, i pensionati studenteschi. Senza quelle occupazioni, senza quel protagonismo, senza il tentativo di autogestire i saperi, gli studenti crescerebbero in un clima di disinteresse sociale, di insensibilità della vita pubblica che li porta inevitabilmente al disagio, all’insensatezza. Le occupazioni sono migliori di mille lezioni. Per ogni occupazione in più ci sarà certo un pronto soccorso psichiatrico in meno.

Chi ha messo piede, anche solo una volta, in un centro sociale non può non pensare a questa importanza delle occupazioni così come è stata declinata. Che dunque si continui a occupare dove c’è la forza e la volontà di procedere in questa direzione di autodifesa sociale e di sviluppo dell’autonomia soggettiva.

Infine, dopo aver indicato la specificità dell’improprietà, proviamo a tratteggiare le differenze tra l’improprietà e altri concetti usati nel recente passato per contrastare il delirio proprietario globale.



Copyright


Il termine significa letteralmente diritto di copia e serve per assicurare all’autore il suo diritto esclusivo di utilizzo dell’opera. In altre parole, un’opera coperta da copyright è un’opera i cui diritti sono tutti riservati. Non è possibile cioè realizzarne una copia senza autorizzazione.

Il no copyright è il movimento che si è opposto a livello internazionale al diritto d’autore indicando la frontiera della conoscenza come bene collettivo non privatizzabile. I problemi che ha incontrato nella sua diffusione derivavano da contraddizioni difficilmente sanabili: se nessuno ha il diritto d’autore, chi paga gli artisti per l’opera che compiono? Chi li tutela del fatto che le loro opere non vengano storpiate, distorte, impoverite utilizzate senza criterio e senza senno da parte dei fruitori? Ma il problema fondamentale è stato di natura teorica, ovvero l’incomprensione che la proprietà non esercita i suoi diritti tanto sul contenuto ma soprattutto sulla circolazione dei contenuti.

Se tutti sono liberi di accedere gratuitamente a un’opera a maggior ragione vi accederà chi della circolazione gratuita di quell’opera farà il suo business. Tali aziende, le piattaforme globali, sono diventate proprietarie di moltissimo di ciò che si pensava potesse essere gratuito. Hanno avuto gratis ciò che loro invece vendono a carissimo prezzo.

Priva o meno di diritti d’autore, l’opera di qualsiasi tipo genera comunque una grande quantità di profitti, in quanto a generarli non è tanto la proprietà dell’opera ma la sua circolazione. Ciò evidenzia un altro problema di cui si ha scarso ricordo o scarsa familiarità, ovvero il fatto che nei rapporti di produzione della contemporaneità la circolazione conta, e vale, quanto o più della produzione, il consumo quanto o più della produzione, la finanza quanto o più dell’attività lavorativa.

Il no copyright è stata l’autostrada sulla quale hanno viaggiato senza incontrare resistenza i carri armati delle piattaforme. Le quali hanno avuto gratis non solo le opere dell’ingegno ma tutto ciò che non è mai stato registrato come dominio proprietario: l’aria, l’energia, il cosmo addirittura. Esse sono riuscite a rendere proprietario tutto ciò che risultava improprietario. La nostra lotta deve invece avere segno opposto. Rendere improprietario tutto ciò che tende a essere privatizzato riconoscendo tuttavia a ogni persona il diritto proprietario sulle cose di universale necessità come la casa. Riconoscendo, anche, al proprio le proprietà inviolabili della persona.

Eppure, per lunghi anni non si è potuto neanche discutere della bontà del no copyright. Sembrava una nozione religiosa intaccabile e intangibile. Bastava riflettere anche un solo secondo sulle opere già per legge prive di diritto d’autore per comprendere come il cuore del problema non fosse quello.

Tutti i tentativi di interdire il copyright sonoi figli del no copyright, ovvero il tentativo di porre una manciata di sabbia sull’argine per impedire che il fiume in piena inondasse la pianura.



Il copyleft


È un modello di gestione del diritto d’autore che permette di usare, copiare, distribuire e modificare un’opera liberamente, a patto che le versioni derivate siano anch’esse rilasciate sotto la stessa licenza copyleft. Si contrappone al copyright e viene spesso usato per garantire che il software open source e altre opere rimangano libere e accessibili alla comunità, prevenendo la creazione di versioni proprietarie.

Weak copyleft: Esistono licenze weak copyleft (come la LGPL e la MPL) che permettono l’incorporazione di software con licenza copyleft in programmi con licenze proprietarie, ma richiedono che il codice originale rimanga sotto licenza libera e open source.



Creative Commons


È un’organizzazione senza fini di lucro con sede a Mountain View dedicata ad ampliare la gamma di opere dell’ingegno disponibili alla condivisione e all’utilizzo pubblico in maniera legale.

Le licenze creative commons forniscono un modo semplice per gestire permessi e condizioni relative al diritto d’autore che si applicano automaticamente a qualsiasi opera creativa protetta dalla legge sul diritto d’autore. Le licenze creative commons permettono che tali opere possano essere condivise e riutilizzate secondo condizioni flessibili e giuridicamente solide. Creative Commons offre una gamma (suite) di sei licenze. Dal momento che non esiste un’unica, singola licenza Creative Commons, è importante identificare quale delle sei licenze intendi applicare alla tua opera, quale delle sei licenze è stata applicata all’opera che intendi riutilizzare, e in entrambi i casi di quale specifica versione si tratta.



L’Open Access (OA)


È un modello di pubblicazione scientifica che rende i risultati della ricerca immediatamente accessibili, gratuiti e liberi da barriere sul web, secondo il principio che le ricerche finanziate con fondi pubblici debbano essere di pubblico dominio.

Ma, come negli altri casi, tutto ciò che è di pubblico dominio diviene automaticamente proprietarizzato.

Il pubblico dominio indica le opere creative (come libri, musica, film) non più protette dal diritto d’autore, il che significa che chiunque può utilizzarle liberamente, riprodurle, distribuirle o modificarle senza bisogno di autorizzazioni o pagamenti. Un’opera entra nel pubblico dominio in genere dopo la scadenza dei diritti patrimoniali, cioè 70 anni dopo la morte dell’autore, ma ciò può variare a seconda dei paesi e del tipo di opera.



I beni comuni


Sono beni, sia materiali che immateriali, funzionali al benessere di tutti, come l’acqua, l’aria, il patrimonio culturale, la conoscenza e i beni pubblici in stato di abbandono. La caratteristica principale è che non appartengono a un singolo individuo, né sono esclusivamente di proprietà dello Stato, ma sono curati e gestiti in forma condivisa da cittadini e amministrazioni pubbliche, attraverso un’alleanza di responsabilità e cura reciproca.

I beni comuni, che potrebbero apparire come il termine più vicino a improprietà, non riguardano tutta la gamma della questione proprietaria. Essi tendono ad arginare la proprietà privata nel momento in cui la proprietà privata ha iniziato ad avere pretese proprietarie su ciò che prima veniva considerato pubblico. Si può considerare un atto di resistenza contro la privatizzazione in epoca postfordista. Ma è questo ramo della sfera economica che interessa maggiormente la deriva proprietaria contemporanea.

Nel regime di proprietà contemporaneo non c’è cosa che non possa essere privatizzata.

Il concetto di improprietà diversamente da quello di bene comune si applica a ogni sfera privata o pubblica, ma anche non privata e non pubblica, sulla proprietà di tutto e sulla proprietà di ciascuno.

Nei movimenti del secolo scorso detournement – ovvero la pratica situazionista che riutilizza culture, immagini, testi, decontestualizzandoli onde sovvertire il significato originario – è stata una parola magica. La società dello spettacolo, così come ogni altro tipo di società contemporanea, ha introiettato il detournement, tanto che non c’è azione difensiva o offensiva inizialmente liberatoria che non sia rimasticata in chiave oppressiva. L’esempio del no copyright è lì a mostrarcelo. Esiste un modo con il quale il detournement può essere ancora sovversivo e produttivo di trasformazioni rivoluzionarie? Sicuramente sì, a condizione di scegliere contesti da decontestualizzare di modo che la decontestualizzazione produca non solo la critica o la derisione del potere costituito ma la sua negazione.

L’improprietà è un modo potenzialmente efficace di detournement che nega la possibilità proprietaria di detournare a sua volta il concetto in quanto se lo facesse si negherebbe in quanto tale.



Note


1. Per approfondimenti, vedi Intelligenza autonoma di specie, Milieu, 2025, Pianetica, Milieu, 2022.


Pino Tripodi (1957) è saggista e romanziere. Molte sue opere sono state pubblicate da DeriveApprodi (prima gestione) e Milieu.

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