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Immagine del redattore: Alberto Burgio
Alberto Burgio
13 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

L’altro, di Charles Rohmer



Pubblichiamo lo stralcio della Postfazione di Alberto Burgio al libro di Charles Rohmer L’altro, collana «la corda pazza» di Milieu edizioni, in questi giorni in libreria.

L'altro vide la luce nella «collection Blanche» di Gallimard l’8 settembre del 1951, e non fu mai riedito. Einaudi lo pubblicò quattro anni dopo nei «Gettoni» di Vittorini, e anche l’edizione italiana non ebbe repliche. Capita: non tutti i libri possono trasformarsi in casi letterari. Eppure il silenzio che ha accompagnato L’autre ci sorprende, se diamo il giusto peso a quanto ne scrisse un lettore attento ed esigente come Leonardo Sciascia. Rohmer era stato tra i primi a comprendere che gli aguzzini nazisti erano «buoni padri di famiglia, sentimentali, amanti della musica, rispettosi degli animali»: in una parola, degli scrupolosi «burocrati del Male». «Quanto di più terribile ci sia rimasto nella memoria e nella coscienza di tutta la letteratura sugli orrori nazisti pubblicata dal 1945 in poi». Così Leonardo Sciascia scrisse di questo libro di Charles Rohmer, capolavoro dimenticato della letteratura concentrazionaria.

Un mondo comicamente tragico



Il libro si apre con l’arrivo del protagonista («l’homme», del quale mai conosceremo il nome) alla villa del Comandante di un Lager nazista. È «storpio», menomato o ferito a una gamba che lo costringe a zoppicare. Il dolore si fa lancinante nei momenti di tensione e paura, quando più angosciante si manifesta il divario tra lui, prigioniero e schiavo, e i suoi onnipotenti padroni. Ovviamente lui si sforza di dissimularlo, camminando con passo fermo, nonostante spasmi e fitte; d’altra parte, la ferita è una fortuna perché lo salva dal lavoro forzato in cui sono impiegati gli altri deportati (da uno come lui, sciancato e inabile, «non si ricava più granché»). Internato da oltre un anno, l’uomo sarà tutto il giorno a disposizione della moglie del Comandante, che ne potrà disporre a piacere, e di fatto agli ordini di Julia, la servante: dovrà pulire e spolverare («Bisogna pulire e far brillare tutto»); lucidare scarpe e stivali; scaricare sacchi di carbone e badare alle stufe; tenere in buon ordine la legna in cantina; caricare su una camionetta le casse degli indumenti dei deportati. Alla sera un camion lo riporterà nella baracca del campo in cui alloggia con i compagni di prigionia, come lui francesi, come lui giunti al campo come «blocchi scheletriti di carni irrigidite». E come lui destinati al massacro. L’uomo è l’«altro»: un oggetto insignificante, uno strumento di cui ci si accorge a malapena. A sprazzi ricorda la vita di prima: sogna, tra incubi e allucinazioni. Ascolta ma non parla, neppure coi compagni. E a suo modo comprende quanto gli accade intorno. Soprattutto osserva – e consente, a noi che lo seguiamo, di osservare, con il suo stesso sguardo estraniato – una realtà assurda e oscena, e tanto incredibilmente normale da sembrare una scenografia, la rappresentazione di una commedia dell’assurdo che decide della sua sorte e di quella non meno atroce degli altri deportati. Così due vicende si intrecciano, o meglio: due piani della narrazione, il primo dei quali, per così dire “esterno”, concerne la condizione dei prigionieri. E qui ci sono date informazioni tutt’altro che banali. Apprendiamo ben presto che il Lager ha un «Servizio centrale» che custodisce migliaia di schede di detenuti, coi loro «nomi davvero strampalati». Scritte in bella grafia, di colori, sfumature e formati diversi, sono conservate con cura, classificate «con competenza e amore» per la Storia, per l’eternità. Il vice del Comandante veglia su di esse con lo zelo di un bibliotecario, consapevole che una pratica è più importante di un uomo, essendo l’unica cosa che ne rimarrà. Nel campo opera un medico, incaricato delle «selezioni»: del che si lagna perché il lavoro è monotono, banale: una perdita di tempo per la quale basterebbe un veterinario. Poco distante dal campo di lavoro (una «piacevole passeggiata» sul camion) vi è un «Centro» di sterminio, sulla struttura e l’organizzazione del quale riceviamo, disperse tra le pieghe del racconto, informazioni dettagliate. Il «Centro» ha un reparto di contabilità, ove si aggiornano statistiche e percentuali. Vi si catalogano i beni sottratti ai deportati («beni dello Stato, della collettività, del popolo») e se ne stima attentamente il valore. Orologi, gioielli e denti d’oro (una vera «trovata»): nulla sfugge. Soprattutto dispone di forni crematori (il «Centro di fusione») e di un esperto fuochista, che ha ogni giorno sin troppo da fare. Diligente, «Lucifero» procura che tutto il «materiale» se ne voli al più presto via col vento. Anche l’autista incaricato di recapitare il «materiale» al «Centro» è soddisfatto: uomini e indumenti pesano poco, il solo inconveniente è una stradaccia scivolosa e piena di curve. Insomma, il «Centro» è un’«impresa grande e redditizia» in cui il personale scarseggia, dato che ogni giorno arriva, sovrabbondante, altra «materia prima». Lo guida un Direttore zelante e appassionato («è sempre felice quando gli si parla di nuovi arrivi»), esasperato dalla lungaggine delle procedure. Il suo compito è ridurre i tempi morti, «razionalizzare»; il suo fine, arraffare le ricchezze dei deportati che sarebbe «criminale» disperdere: come dice il Comandante, «è questione di onestà», «d’onore» e «di rigore». Finché, improvvisamente, la situazione non precipita, travolgendo il destino dell’uomo. Capita che un suo compagno, non rassegnato alla passività («Ci sono comunque cose che dipendono da noi. Lo si vedrà»), tenti di uccidere il Comandante. Si impossessa di una pistola, gli spara, lo ferisce di striscio. È individuato e torturato a morte: ridotto a un pupazzo di segatura, la faccia tumefatta trasformata in una maschera di sangue. Ma inevitabilmente l’attentato coinvolge anche altri prigionieri e, tra questi, l’uomo, sospettato di complicità. A un tratto questi scopre di non essere più invisibile. I padroni si accorgono della sua presenza, della sua esistenza, e naturalmente ne diffidano. Ora l’uomo è al centro dei loro pensieri, un personaggio in vista, tanto che la sua stessa ombra lo atterrisce. Gli ufficiali del Lager studiano il suo fascicolo, lo esaminano con cura come avide talpe, come furetti curiosi. I loro occhi brillano di malizia: il suo è un caso semplicissimo, banale. Nulla osta al suo «trasferimento» e alla rapida archiviazione della pratica. Finalmente l’uomo è condotto al «Centro», dove dal camion scorge «un massiccio edificio sormontato da una ciminiera». Questo dunque lo sfondo “esterno” della trama in cui l’uomo resta fatalmente invischiato. Ma scorre, dentro questa narrazione, anche un altro racconto, che si incentra sul dialogo interiore dell’uomo e riflette le sorprendenti virtù del suo sguardo. Certo l’uomo è tragicamente coinvolto nella vicenda che decide la sua fine, ma ne è al tempo stesso estraneo, il che gli permette di penetrare nel cuore stesso della realtà e di scoprirne l’essenza nascosta. Qui il romanzo di Rohmer assume effettivamente un valore paradigmatico, una dimensione universale. E offre un commento alla vicenda complessiva dell’orrore nazista poiché nella villa di quel Comandante si rivela la sconvolgente verità di un crimine totale, il suo mistero assurdo. Quel che l’uomo vede è la irrealtà di una situazione in apparenza intangibile e immutabile. Se nella villa sembrava non accadere nulla (non potere accadere mai nulla); se il Comandante e i suoi sodali apparivano sempre uguali a sé stessi, immutabili nella loro onnipotenza, è perché la loro «realtà» era un simulacro, una scena teatrale in cui la tragedia si mescolava alla farsa. I nazisti – nella storia e nella realtà, come nel libro – erano soltanto personaggi di uno scenario miserabile: di un mondo comicamente tragico e privo di senso; quindi di una narrazione che ricorda da vicino il teatro beckettiano dell’assurdo. È questo il terribile segreto che scopre e racconta l’uomo. Il quale svolge ne L’autre il ruolo che l’altro libro di Rohmer – un saggio filosofico pervaso da un opprimente sentimento di morte – affida al Veilleur: a «colui che osserva» e che, «indifferente e lontano», «nega il mondo» poiché ne percepisce la sinistra, para- dossale verità. Così tutta la storia dello sterminio nazista – tutta, non soltanto le vicende che coinvolgono personalmente l’uomo e lo travolgono – si rivela per quel che è: una recita atroce e oscena, nella quale ci si scambiano parole inconsistenti. Invano l’uomo si domanda se quanto gli accade sia reale: in verità «niente significa più niente» e non c’è da scoprire proprio nessuna realtà. Finché, come sappiamo, lo scenario non si sfalda da ogni lato. Scrisse Vittorini che Rohmer offre «una dimostrazione per assurdo» di un orrore in cui la normalità dà la misura dell’aberrazione, e Sciascia aggiunse che a far «tremare» sono proprio la «delicata» sensibilità e la grottesca moralità degli «aguzzini» che Rohmer mette in scena. Difatti dove si origina l’assurdo che l’uomo scopre e che sempre di nuovo rischia di scatenare la sua bizzarra ilarità? Scaturisce precisamente dai buoni sentimenti dei carnefici e dei loro cari, dalla loro ostentata sensibilità e tenerezza, dalla loro salda religiosità che non si manifesta soltanto in occasione del travaglio della piccola Hilda malata («Dio non ci abbandonerà, vede la nostra pena. Siamo suoi figli e lo preghiamo») ma anche, paradossalmente, in occasione degli interrogatori dei deportati destinati al macello. Sotto gli occhi del lettore si verifica un contrasto che non ha nulla di scontato né di meccanico e che – così ci pare – giunge al culmine proprio nella figura, emblematica e tragica, di Hilda. La quale, sola, si rivolge all’uomo gentilmente – poiché non scorge in lui lo schiavo, un oggetto privo di valore, bensì un essere umano – ma poi si addormenta felice («scoppiò in un’allegra risata») nell’apprendere che l’attentatore sarà spietatamente torturato e poi decapitato.


Alberto Burgio, storico della filosofia, ha dedicato importanti studi al pensiero politico moderno e contemporaneo e alla critica delle ideologie razziste





 

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