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- Gianni Giovannelli

- 2 giorni fa
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Considerazioni sulla violenza

In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso.
La letteratura giuridica, scientifica e criminale, ha elaborato il concetto di violenza percepita, intendendosi per tale l’interpretazione soggettiva della vittima, per influenza della paura o della abitudine a subire divenuta norma. Il divario fra violenza reale e violenza percepita è alla radice della assai frequente ritardata denuncia di aggressione sessuale, sia essa consumata in famiglia o sia invece avvenuta all’interno della comunità di appartenenza o, più genericamente, nella società complessiva, nel territorio. Esiste, nel ciclo della violenza, una fase chiamata dagli addetti ai lavori luna di miele, aperta da un asserito rammarico dell’aggressore che genera in chi subisce l’aggressione la speranza di una riappacificazione, di un ravvedimento, di una tranquillità permanente. Anche la temperatura atmosferica non è necessariamente un dato oggettivo: i meteorologi spiegano sempre la differenza fra temperatura reale e temperatura percepita, che varia fra un essere umano e l’altro, fra una collocazione fisica e l’altra (all’ombra, al sole, in uno spazio chiuso, in uno spazio aperto). Come spiegò al mondo Kurt Godel, fra il 1929 e il 1931, ogni sistema possiede una sua incompletezza e questo spiega la relatività di alcune questioni, che si presentano logicamente indecidibili per chiunque ometta di collocare il punto di osservazione all’esterno del sistema in cui il fatto esaminato si svolge. Come avviene per la temperatura atmosferica e per la violenza sessuale anche per la violenza sociale esiste il problema della sua percezione, da parte del singolo soggetto e da parte di una comunità nel suo insieme. Fondata com’è su una sociologia di regime o su una antropologia d’accatto la pretesa politica di fornire ai sudditi una definizione oggettiva di violenza è essa stessa, con tutta evidenza, una forma aggressiva di prevaricazione mediante lo strumento del «comunicare»; a maggior ragione lo è quando alla comunicazione si affiancano, a danno dei dissenzienti, sanzioni amministrative, condanne pecuniarie, minaccia di emarginazione o di conseguenze sulla carriera, procedimenti penali. L’imposizione di una definizione oggettiva e istituzionale (rectius: statuale) di violenza, tenuto conto della costante mutazione contenutistica del concetto secondo convenienza contingente, finisce con l’essere essa stessa una forma di violenza.
Nella sua opera più famosa del 1908 George Sorel propose la separazione di forza e violenza: la prima ha per scopo di imporre l’organizzazione di un ordine sociale in cui governi una minoranza; la seconda invece mira alla distruzione dell’ordine. Dopo aver abbandonato il marxismo (ma non l’esposizione suggestiva) Sorel trova un modo logicamente astuto di legittimare la conquista del potere (la forza) e di criminalizzare la lotta di emancipazione (la violenza); poco importa che inserisca poi in chiusura l’apologia della violenza, rimane la differenza «criminale» e questa prevale. Ancora oggi i bollettini di Stato si fondano sull’elogio (non certo della violenza ma) della «forza pubblica» e delle «forze dell’ordine» contro i dimostranti e/o gli oppositori che sono sempre «frange violente» che si pongono contro il sistema legittimo di governo con «violenza non consentita». Il vecchio Kant ci aveva messo in guardia, ma nessuno gli dà retta: la violenza è spesso mascherata dal diritto. Siano forza o siano violenza per chi le riceve son solo legnate.
La violenza e la crisi del diritto codificato
La ripartizione dell’affermazione di potenza fra forza e diritto, fatta propria dalle democrazie liberali o socialdemocratiche del secolo scorso poggiava comunque su norme giuridiche codificate; frutto certamente di una mediazione avvenuta dentro lo scontro sociale e dunque di un compromesso favorevole al gruppo di comando, ma tuttavia capaci di delineare quel che era consentito e ciò che era vietato. Anche nella punizione dei comportamenti non consentiti l’obiettivo era ottenere il consenso più che minacciare la repressione. Questo ieri. Oggi è diverso, c’è stato un cambio di passo nelle modalità con le quali viene esercitato e mantenuto il potere. Nel meccanismo di creazione del profitto è necessario l’uso sistematico della cooperazione sociale, dunque è indispensabile acquisire il controllo della connessione continua di ogni soggetto, mettere a valore non una fascia oraria ma l’intera esistenza. La codificazione delle regole (sia nella previsione sia nella punizione) è divenuta un intralcio perché la realtà in cui devono svolgere la loro funzione è troppo variabile, in qualche misura perfino imprevedibile perfino nel medio periodo. Trump ha sancito la morte del diritto internazionale; i singoli Stati nazionali tendono a riunificare sotto l’esecutivo anche il legislativo e il giudiziario. Ogni atto che tenda a rendere difficile la connessione controllata oppure a impedire l’acquisizione della cooperazione sociale alle strutture private di profitto costituisce violenza da annientare con la forza del governo al potere; di volta in volta è l’apparato di comando, impersonificato in chi materialmente agisce, a decidere quel che è forza (utile, giusta, legittima) e quel che è violenza (criminale, ingiusta, dannosa). Questa manifestazione statuale di potenza si sottrae anche alla celebre descrizione di Machiavelli: rimane uno strumento politico, ma viene usato senza bisogno dell’astuzia di una «golpe» e si serve solo della forza di un «lione». Sull’utilità dell’istante (versione moderna e diversa del particulare) poggia l’edificio giuridico nell’età di questo nuovo assolutismo, orfano dei limiti della dinastia e padrone delle fedi religiose.
La percezione sociale della violenza e la violenza punita
Il tema della violenza fa discutere, è rimasto al centro dell’attenzione per via della guerra e del genocidio in corso, ma anche per gli scontri fra manifestanti e polizia in coda ai cortei di massa per la pace o contro la chiusura dei centri sociali o in opposizione alle c.d. grandi opere per la difesa dell’ambiente. Perfino una breve invasione della redazione di un quotidiano, peraltro in via di disarmo e con pochi lettori («La Stampa»), ha scatenato infiniti dibattiti, in un quadro univoco di indignata riprovazione; è venuto meno anche il senso del ridicolo considerando l’equiparazione fra l’incursione (disarmata) a Torino e la lotta (poco) armata degli anni Settanta in Italia. Torna in mente Marx (Il capitale, Libro VII, cap. 24): tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale (oggi diremmo: fordista, N.d.R.) in modo di produzione capitalistico (oggi diremmo: finanziarizzato e di piattaforma, N.d.R.) e per accelerare i passaggi. La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova, è essa stessa una potenza economica. Siamo di fronte all’uso del tema della violenza, di quella reale, di quella percepita, di quella consentita, di quella criminalizzata: dentro un disegno del potere e dentro la transizione. Legittimo assassinare i ministri iraniani e sequestrare il presidente del Venezuela; criminale e terroristico scrivere «Palestina libera» sui muri di un quotidiano edito da una società che mette in commercio armi che poi finiscono in mano a chi li sta sterminando (per correttezza di esposizione va detto che Exor ha ceduto nel frattempo sia «La Stampa» sia Iveco Defence Vehicles, ma al tempo dell’intrusione la cessione non era avvenuta).
Ove mai chiedessimo al marito di una redattrice del quotidiano torinese invaso se quella dei manifestanti sia stata violenza ci stupiremmo se lo negasse. Ma se domandassimo a un infermiere di Gaza, intento a raccogliere una bimba palestinese, falciata dalle pallottole israeliane e ormai morente, se quell’episodio torinese abbia motivo di occupare le prime pagine di tutti i quotidiani del nostro paese e rientri fra le violenze insopportabili e pericolose per la vita delle persone, siamo certi che ci guarderebbe o come dei provocatori o (nella migliore delle ipotesi) come degli imbecilli.
La differenza si colloca nel punto di ricezione, la relatività della percezione emerge nelle soggettività e nelle comunità territoriali. Il rapporto sulla situazione sociale del paese redatto dal Censis nel 2025 (pagina 3) osserva già nell’esordio: siamo entrati in un’età selvaggia… in cui la violenza prende il sopravvento sul diritto internazionale… il grande gioco politico cambia le sue regole, privilegiando ora la sfida, ora la prevaricazione illimitata. E rileva, nell’indagine statistica, come 80,6% degli italiani ritengano le scelte dei leaders mondiali prive di logica razionale e il 55,6% siano convinti che guerre e violenza siano causate non tanto da questioni economiche, ma principalmente dalla volontà di potenza, dal nazionalismo e dal fanatismo. E, a pagina 5, in base ai rilievi della ricerca, osserva: una infernale sequela di orrori… ci ha abituali – fino a rasentare l’assuefazione – allo spettacolo della sofferenza e a un linguaggio infiltrato dall’esibizione della ferocia e della morte, che sconfina a volte in una sorta di pedagogia della crudeltà. Una percentuale ormai altissima (il 29,7%, pagina 7) si è convinta che una formazione di governo composta da una cerchia ristretta (e autocratica) sia l’unica adatta a sopravvivere e a competere nel nuovo mondo messo a soqquadro. Di conseguenza (pagina 25) le élite politiche ricorrono sempre più spesso all’allarmismo e a una retorica della paura. I risultati numerici della ricerca Censis spiegano meglio di qualsiasi riflessione viziata dal tarlo ideologico quale sia, qui e oggi, il filtro che condiziona la percezione della violenza, fra abitudine all’orrore di guerre illegittime e ansia connessa all’insicura precarietà della condizione di soggetto obbligato a porre tramite connessione la propria intera esistenza al servizio del profitto, senza più il rifugio di un tempo libero separato chiaramente da un tempo lavorato. Oltre che un’età selvaggia (Censis) questa pare proprio essere un’età dell’ansia (W.H. Auden): when even the most prudent become worshippers of chance, quando perfino il più prudente diventa adoratore del caso. Lo strumento del comando (sganciato dal diritto) diventa il filtro decisionale che comunica quale violenza debba essere accettata (e in quanto forza dell’ordine sia legittimata) e quale violenza debba invece essere punita (in quanto da ricondurre a terrorismo e dunque da collocare nell’area del crimine). L’omicidio politico perseguito apertamente da Usa e da Israele, senza più neppure un simulacro di processo, deciso dall’esecutivo a prescindere dal legislativo e dal giudiziario, è la pietra tombale della tripartizione dei poteri nei tradizionali Stati «democratici»; e pertanto neppure l’omicidio viene ricondotto nell’area della «violenza», abita invece nella «ragion di stato».
Inevitabili domande da porsi
In un tempo nel quale il diritto codificato è ormai venuto meno per intervenuta abrogazione a mezzo di comportamenti concludenti il problema della violenza (ovvero della scelta consapevole di porla o di non porla in essere e in quale misura o limite) si pone in maniera diversa rispetto al passato, anche recente. Questo vale, con diverso criterio di valutazione, sia per chi vuole esercitare/conquistare/mantenere il comando, sia per chi cerca la via di liberazione/emancipazione sottraendosi al sopruso.
A volte la giustificazione statuale scomoda la religione; il sionismo, ad esempio, evoca la Bibbia (Esodo, 23-31): sterminerò tutti i popoli nella cui terra entrerai… stabilirò poi i tuoi confini dal mar Rosso al mare dei Palestinesi e dal deserto fino al gran fiume… farò cadere nelle vostre mani gli abitanti di quella terra e li scaccerò dalla vostra presenza. Altre volte viene richiamato l’interesse nazionale: il Maga di Donald Trump consente quasi tutto, dai rastrellamenti a Minneapolis all’assedio di Cuba, dai bombardamenti in Iran alla rivendicazione territoriale della Groenlandia (per ora minaccia violenta, che è pur sempre violenza, senza vie di fatto). O ancora si invocano razza e nazione, separatamente o congiuntamente: nella drammatica guerra invisibile che permane in Sudan, nella guerra aperta che sconvolge l’Ucraina, nel conflitto endemico del Myanmar. Sono 56 le guerre in corso che coinvolgono oltre 90 paesi, quasi la metà dell’Onu. Fra le conseguenze legate ai conflitti un posto importante lo occupa il problema della schiavitù, la soggezione violenta che priva della libertà; il rapporto Oil, Global Estimates of Modern Slavery, (anno 2021, reperibile in rete nella sua interezza) valuta che siano circa 50 milioni gli esseri umani schiavizzati (erano circa 40 milioni nel 2016), di cui oltre 12 milioni in età infantile e 27,6 milioni addetti a lavoro forzato (erano 24,9 nel 2016). Per avere un termine di raffronto con il passato si consideri che gli schiavi in Nord America nel 1860 erano 4 milioni. La domanda che si pongono gli organismi statali o parastatali che esercitano violenza sono semplici: quanto mi costa, quanto ci guadagno, chi è in grado eventualmente di impedirmelo. Non certo se sia giusto o meno, questo è irrilevante. Posso sbagliare il calcolo, ma il procedimento decisionale è questo: se ci guadagno e la resistenza appare superabile senza danno lo faccio, il resto non conta, il diritto astratto non esiste, vale solo la legge del più forte, la potenza delle armi. Infatti la spesa bellica, anche in Italia, secondo i dati dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani (Università Cattolica), è cresciuta dal 2017 del 64%, nel 2025 ammonta a 45,3 miliardi di euro. Non male per un paese che contiene nella propria Carta Costituzionale nientemeno che il ripudio della guerra!
Ma pure gli oppositori, nel reagire, non possono (o meglio: dovrebbero, e sarebbe saggio se lo facessero) evitare di porsi, preventivamente, alcune domande essenziali. Perché ritengo che una determinata azione violenta debba essere compiuta; quale risultato mi propongo di raggiungere con questa scelta operativa; con quali collettività o con quali/quanti soggetti intendo agire e attraverso quali meccanismi decisionali il progetto diventa operativo e viene posto in essere; quali strumenti ho intenzione di utilizzare e di quali invece escludo di servirmi per poter raggiungere l’obiettivo che mi prefiggo di raggiungere con il progetto violento; quale reazione dell’avversario mi attendo, quali armi presumibilmente userà e quali danni (nell’immediatezza o nelle fasi successive) potranno subire la mia parte o il mio progetto complessivo; se i possibili vantaggi futuri siano ragionevolmente superiori ai danni, magari in base a una scommessa senza garanzie ma almeno con possibilità di vittoria. Il divario oggettivo fra forze dell’ordine armate fino ai denti e protette dall’apparato repressivo istituzionale (tribunali, carceri, datori di lavoro, famiglia) e ribelli in lotta rende complicata ogni opzione; l’uso politico, comunicativo, mediatico, scoraggiante della condanna di un comportamento e di una dura repressione connessa è una reazione abituale del potere davanti a una protesta ritenuta pericolosa. Si pone dunque il problema, non morale e tantomeno di purezza ideologica, nella scelta di una reazione violenta, del confine fra utile/inutile, possibile/impossibile, necessario/superfluo, audace/pavido, vantaggioso/nefasto, astuto/idiota. La violenza di piazza di questi mesi in Italia (con armi raccogliticce come sassi, bastoni, qualche vetrina infranta, più grida che botte, al più bottiglie incendiarie) è poca cosa, non solo rispetto ai mitra, ai blindati, ai lacrimogeni, ai Taser X2, ma soprattutto a bombardamenti, sterminio, genocidio, deportazioni. Non c’è dubbio. Ma la relatività della percezione, l’uso politico del frammento, la falsificazione delle immagini comunicate, il bacino di incertezza precaria della società in cui tutto ciò viene a calarsi sono una rappresentazione spettacolare tramutata in realtà dal potere, per proprio tornaconto. Uno stesso episodio è violentissimo per alcuni, irrilevante per altri. E l’uso dello spettacolo non è più solo spettacolo, è forza, è violenza, è potere.
Giovanni Giovannelli è nato a Ferrara e ha esercitato la professione di avvocato giuslavorista a Milano, dal 1973, nel suo studio, difendendo i lavoratori nelle controversie contro le imprese. Ha ricoperto cariche direttive regionali e nazionali nell’AGI, Associazione Giuslavoristi Italiani, principale associazione specialistica di categoria. In tale veste ha contribuito, anche quale docente, alla fondazione della Scuola di Specializzazione nella materia, l’unica accreditata in Italia. È autore di saggi e romanzi. Collabora abitualmente con il sito della rivista online «Effimera» che ospita suoi scritti giuridici, economici, politici.

