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- Gianfranco Pancino

- 14 mag
- Tempo di lettura: 4 min
Due poesie sulla Poesia

Come poeta, Nanni Balestrini è nato prima del ’68. Per aprire la strada a un nuovo mondo, doveva destrutturare l’antico. Per inventare nuovi modi di esprimersi doveva liberarsi dai vecchi. Per preparare il terreno ai movimenti del ’68 e del ’77, Nanni ha praticato una rivoluzione linguistica: ha azzerato il linguaggio per liberarlo dalle consetudini, ha sconvolto la sintassi per inventare nuove organizzazioni della lingua. Con i suoi nuovi strumenti ha svuotato la poesia dal senso gravato in essa dalle convenzioni, l’ha liberata dai vincoli delle tradizioni. Ha eliminato anche il poeta, l’autore in quanto individuo separato, per farlo diventare il tramite di storie collettive.
Io sono nato nel ’68, ho inspirato direttamente la poesia dal vento permeato di rivoluzione che soffiava in quegli anni. Marciando su vecchie etichette e su luoghi comuni, come Nanni, volevo però restituire alla parola svuotata la sua funzione di segno, riempire di nuovo il linguaggio di significato, dare alla metafora la nuova forza del nostro immaginario collettivo.
Per entrambi la poesia ha la potenza di scuotere gli animi, smascherare il buon senso, spezzare i compromessi, alimentare il fuoco della rivolta.
Entrambi sottraiamo la poesia dalle mani degli impostori, ma la togliamo anche da quelle dei poeti per riporla nelle mani degli uomini in lotta. La rivoluzione non si fa senza poesia.
Per Balestrini, che costruiva i materiali per alzare le barricate da dove denunciare e assalire la società capitalista, le sue ingiustizie e le sue barbarie, la poesia è soprattutto un’arma. Lo è anche per me, ma per me, già all’interno di un movimento che voleva inventare un’altra società, la poesia è anche ricerca in sé e con gli altri, semina e presagio di altri futuri.
Nanni Balestrini
La poesia fa male
generazioni di ipocriti di insegnanti
di imbecilli di baciapile di pedagoghi di
pedofili di perecottari di animebelle
puzzolenti
hanno continuamente cercato di in
cularci con una visione edificante
patetica piagnucolosa buonista
di quella cosa
che per sua natura è
un affronto all’esistente
per mezzo della parola
micidiale e inesorabile indecorosa e
sfrontata impudica e
corrosiva la poesia è
l’apocalisse del linguaggio
è un urlo selvaggio che strappa brandelli
di cervello ammuffito fa sanguinare i
corpi anestetizzati dai soldi
trafigge i cuori impotenti cancerizzati
la poesia è un’
interminabile
apocalisse
o non è
la poesia è continua esplosione è
continua rivoluzione è continuo
rifiuto è continua distruzione
della merda accumulata dal
perbenismo criminale dell’homo
economicus globalizzato
la poesia è sputare parole
infuocate avvelenate nei
suoi occhietti melensi
la poesia è la pioggia di sangue di fuoco di
piscio che sommergerà l’infame razza
bastarda del maschio bianco occidentale
con le sue bombe le sue banche i suoi culi griffati
la poesia è anche farla finita con tutti i miserabili
sciacalli che sulle sofferenze che hanno dato una mano
a infliggere intonano inni pietosi agli squartati e ai
fuggiaschi mentre li derubano anche dei pacchi dono
la poesia è una roba che non
ve l’immaginate nemmeno
La poesia è il giubileo delle
energie vitali che dilagano
sul pianeta avvelenato
La poesia
fa
malissimo
cagatevi sotto
la bestia dell’apocalisse è arrivata
Gianfranco Pancino
Discorso sulla poesia
I. Mi accosto con timore
per parlare e definire
la non-definizione, la sorgente
del non reale, dell’esperito
con lagrime d’anima o
sorrisi di lucertola
ai tremori di sole.
Ma con confidenza: il frutto
ha già cosparso l’aroma
dentro le stanze in cui
mi aggiro e macina note
in farine fruscianti.
E in canti appena
rattenuti in equilibrio
tra il pudore e la veemenza.
La poesia ha abitato
nelle mie dita
prolungandole in riflessi di salici
in correnti d'anima e
perspicaci ali di piccione.
II. Da quanti difendere
la tua danza, poesia,
da quanti luoghi comuni,
la tua danza leggiadra
la tua danza selvaggia.
Chi ti ha colto nel pianto dice
che nasci dal dolore:
ma la tua culla è stata
di vino e d’amore
e la lirica antica è scesa
in rapide d'argento e di riso.
Anche dal dolore e profondamente!
La poesia è cosa privata
individuale lamento:
intanto Asturias accende fuochi
e arcobaleni ai quattro lati
della nascita del mondo
e Saint John Perse conquista
anime e deserti
e non si arrende a confini.
La poesia, qualcuno mi ha detto,
è delicata e dolce come un fiore:
e i denti di pietra e di ferro
le lance eterne di Neruda?
e l’anima ravvolta in fango
e sperma e liberata su tutti
di Baudelaire e i maledetti?
Da quante studiate etichette:
la poesia è didattica, è elegia,
è ermetica, è realista,
è dada, è futurista,
è declamata, è canto,
è sonora, o fatta di silenzi,
è parola innamorata o amore
per la parola ... La poesia non è!
III. La poesia è l’ingresso
degli occhi nella terra
e la semina dei frammenti dell’iride,
è partenza dei passi d’anima
non ancora incatenati,
è messaggio e presagio
insieme, è la raccolta
di antichi culti, calcina
di sacrifizi, memoria di radici.
La poesia è parola per te
e desiderio di essere ascoltata,
la mia poesia è difesa per me
contro le tentazioni del ritorno
contro le sconfitte e la prigione
del giorno quotidiano,
è la veste più intima pei
colloqui sottovoce dell’anima.
La poesia non è importante
per gli affari conclusi
dopo il pranzo e per la lista
dei convitati, non è importante
per la cronaca di fine anno
e la previsione dei maghi.
Non uccide i tiranni
e non raddrizza i torti,
ma incide le steli della storia
i frontoni dell’avvenire.
La poesia ha le fondamenta
nella vita trascorsa e non s'appoggia
sulla fune tesa della ragione,
sul non-vissuto, ma è priva
di tetto e le sue pareti
aggettano sull’infinito.
La poesia non è dei poeti
ma degli uomini che raccolgono
la pioggia per viverne i riflessi
e la declamano nei giorni di sole,
degli uomini che si sbracciano
per farsi udire nel gran rumore
della vita, nell’unico silenzio
della morte: è degli uomini!
La poesia è buona e feroce,
è veleno di serpe e arnia di miele,
è rovo pungente e pelle di rosa,
è sentore di cuoio, storia del ferro,
è fiotto di sangue, è alta bandiera,
è passione e vomito e rabbia,
è esposizione del lenzuolo di nozze
dal balcone dell’anima,
è vanga prolifica o tristezza del sole,
è pervicacia di fronte al destino,
è ultimo respiro, miniera di singhiozzi,
è corsa e messaggio, ingenuità
di sorriso, allusione a segreti,
lazo lanciato sull’infinito,
soglia dell'anima verso l’universo,
la poesia è il ciglio del nulla,
la poesia è!
Gianfranco Pancino è autore di Complici. Poesie (1978-1982), pubblicato recentemente da Milieu nella collana settanta.

