top of page
ahida_background.png

clan milieu

  • Immagine del redattore: Giorgio Ferrari Ruffino
    Giorgio Ferrari Ruffino
  • 23 ore fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Nel ventre della «bestia

Sulla progettazione e fabbricazione del combustibile nucleare


Gérard Giachi
Gérard Giachi

Il prossimo novembre la casa editrice Milieu, nella sua collana «settanta», sezione «teorie», pubblicherà il libro Il quinto elemento. Viaggio ai confini dell’ecologia politica, di Giorgio Ferrari Ruffino. Ne pubblichiamo qui come anticipazione uno stralcio.


Di nucleare, inteso come tecnologia e come fonte di energia, mi è capitato di scriverne e parlarne in molte occasioni e da parecchio tempo, 1 ma senza mai accennare al fatto che la mia esperienza in proposito mi veniva dall’aver lavorato per molti anni in quello che, all’epoca, era considerato il «ventre» di questo settore: il Centro Progettazioni Nucleari dell’Enel. Avevo lasciato il CNR per l’Enel dove trovai un ambiente di lavoro del tutto diverso: risorse ingenti, alta tecnologia, piena finalizzazione del lavoro pur mantenendo, ciascuno nella mansione assegnatagli, un approccio interdisciplinare alle finalità della struttura appositamente concepita per sviluppare e realizzare il primo programma nucleare interamente italiano. Ciononostante non riuscivo a identificarmi in questa nuova impresa forse perché, inconsciamente, desideravo qualcosa che non mi facesse rimpiangere il lavoro di ricerca, qualcosa che mi impegnasse anche da un punto di vista scientifico e fu per questo che scelsi di occuparmi del combustibile nucleare. Materia questa di cui allora non si sapeva abbastanza e che ancora oggi, le rare volte di cui se ne parla, viene menzionata di sfuggita come a voler celare che è proprio dall’uso del combustibile nucleare che discendono le preoccupazioni maggiori per la sicurezza di questi impianti. Non fu per caso che nessuno tra i miei colleghi dell’epoca volle dedicarvisi, ché il mestiere del «combustibilista» (così erano chiamati in gergo coloro che si occupavano di combustibile nucleare) era difficile, solitario e non esente da rischi, tant’è che in tutta Italia i combustibilisti si contavano sulle dita di una mano e io fui l’unico ad occuparmi della fabbricazione del combustibile nucleare di tutte le centrali dell’Enel fino al 1987, quando feci obiezione di coscienza.2  La mia prima missione in tal senso si svolse a Grosswelzheim presso la KRT (Kernreaktorteile GmbH), uno stabilimento impiantato in Baviera nel 1967 dalla General Electric, dove si fabbricava il combustibile nucleare per diverse centrali europee, compresa quella del Garigliano, e io ero lì per controllare la fabbricazione della seconda ricarica. Ero emozionato e anche un po’ teso, ma contavo di cavarmela facendo fede che a un ispettore dell’Enel sarebbe stata riservata l’attenzione che si doveva a un cliente così importante. Ma mi sbagliavo, e di parecchio. Fui ricevuto dal direttore, un prestante americano di mezza età. Capelli molto corti di color biondo cenere, era seduto dietro una opprimente scrivania di legno sulla cui retrostante parete erano affissi trofei di safari africani oltre a due fucili da caccia di grosso calibro. Dopo aver preso visione delle mie credenziali e scambiato parole di circostanza, mi affidò a un foreman (capo settore) augurandomi un buon soggiorno. Il foreman, un ex sergente della Wehrmacht, mi fece capire che non parlava inglese, per cui se avevo delle domande avrei dovuto scriverle su un foglio che lui avrebbe inoltrate al direttore. Furono cinque giorni di inutile sofferenza, dato che mi aggiravo per i reparti dell’area fredda3 (in quella calda non avevo il permesso di entrare) senza uno scopo preciso e, soprattutto, senza avere la possibilità di verificare se le lavorazioni in corso rispondessero ai criteri di fabbricazione e controllo specificati dal progettista del combustibile (la General Electric), dal momento che non disponevo di nessun documento di riferimento (specifiche tecniche, fogli di lavorazione, procedure, piano di controllo qualità, ecc). Nemmeno servì a qualcosa l’elenco di domande che feci pervenire al direttore, perché quando mi recai da lui per le risposte, egli mi pose davanti il contratto di fornitura stipulato dall’ufficio contratti dell’Enel (che io conoscevo bene) dicendomi: questo è ciò che regola i nostri rapporti e qui non c’è scritto che tu hai diritto di conoscere le cose che mi hai chiesto. Ero frustrato perché, nonostante avessi riempito pagine di appunti rubando con gli occhi ogni mossa di ogni singolo operatore, non avevo niente in mano che mi consentisse di stendere uno straccio di rapporto su quella che doveva essere una ispezione! Così, pur di non tornare a casa a mani vuote, feci un ultimo tentativo: chiesi al direttore che mi fossero consegnati gli specimens (campioni) di alcuni componenti del combustibile (tappi, molle, un segmento di guaina) facendogli capire che, stavolta, ciò che chiedevo era scritto nel contratto di fornitura. Ebbe appena un attimo di esitazione prima di liquidarmi con questa semplice e breve frase: I don’t care, non me ne frega niente. Dall’imbarazzo con cui i miei superiori ascoltarono il resoconto della missione – una volta rientrato in sede – capii che in Enel non si sapeva quasi nulla del combustibile nucleare. Certo, il combustibile fresco qualcuno lo aveva pur visto e anche toccato e caricato nel nocciolo durante il primo avviamento degli impianti; ma come fossero fabbricati e testati tutti i singoli componenti (a cominciare dalle pastiglie di uranio) che venivano assemblati insieme per formare gli elementi di combustibile, nessuno lo sapeva. Bisognava concepire per intero un’attività che era di assoluta rilevanza per la sicurezza degli impianti nucleari, un’attività di quality control (controllo di qualità) ma anche di quality assurance (garanzia di qualità) che all’epoca era ai primordi, e questo era il lavoro che faceva per me.Così, mentre seguitavo a fare ispezioni nelle fabbriche che in Italia e all’estero rifornivano l’Enel, mi dedicai a impostare organicamente il lavoro di supervisione del combustibile nucleare con particolare riguardo alla sua fabbricazione la quale presenta caratteristiche molto particolari. A differenza di altri componenti chiave, infatti, il combustibile nucleare viene prodotto in grandi quantità, ma nello stesso tempo deve soddisfare criteri molto rigorosi che altri componenti non richiedono. In definitiva, come mi è capitato di dire anche in ambienti universitari suscitando un certo stupore, la fabbricazione del combustibile nucleare può essere considerata una «produzione di serie con standard qualitativi estremamente elevati, paragonabili a quelli in uso nelle tecnologie spaziali». Questa produzione su larga scala, che nel caso di un reattore ad acqua da 1000 Mwe varia da circa 38.000 a 41.000 barrette di combustibile (che significa centinaia di elementi di combustibile)4, richiede un sistema di controllo estremamente rigoroso e affidabile, insieme a procedure di fabbricazione consolidate che comportano l’esecuzione di 12-13 milioni di test 5 e non è una esagerazione. Basti pensare che in ogni barretta di combustibile vengono inserite circa 250 pastiglie di uranio di forma cilindrica, ognuna della quali andrebbe controllata per dimensioni, composizione chimica e caratteristiche meccaniche, ma dati i tempi e i costi esorbitanti di una simile procedura, se ne controllano solo una ventina (più o meno il 10%) secondo piani di campionamento statistici prestabiliti. Inoltre, a complicare le cose, c’è il fatto che il combustibile nucleare non può essere sottoposto a collaudo preventivo come qualsiasi altro componente, sia pure di elevatissimo pregio. Un alternatore, una turbina, persino i motori più sofisticati possono (e in certi casi devono) essere sottoposti a collaudo, ma per il combustibile nucleare ciò non è possibile perché significherebbe inserirlo nel nocciolo, sottoporlo a irraggiamento neutronico con conseguente contaminazione radioattiva e quindi non più operabile al di fuori del reattore stesso. Di qui l’assoluta importanza dei controlli su ogni singolo componente del combustibile nucleare e sugli addetti alla fabbricazione, perché un difetto non riscontrato in ciascuno di essi può rivelarsi esiziale per il buon funzionamento del prodotto finale e per la sicurezza dell’impianto. Tutti questi controlli e procedure che riguardano i materiali, i metodi di fabbricazione e anche gli operatori, sono integrati in un sistema di qualità operante in tutte le fasi della produzione del combustibile nucleare, la cui progettazione e fabbricazione rappresentano quanto di più complesso si possa immaginare dal punto di vista industriale.


Note

  1. A parte le collaborazioni con il quotidiano «il manifesto», con i blog di «Pressenza» e «la bottega del Barbieri», ricordo la nuova serie di «rossovivo», con Dario Paccino (1979- 1981) e il libro Scram. La fine del nucleare (Jaca book 2011) scritto con Angelo Baracca.

  2. Come spiegai nella lettera inviata nel febbraio del 1987 all’Ufficio personale dell’Enel, la mia militanza nel Comitato Politico Enel comportava atteggiamenti che erano in contrasto con la politica nucleare dell’Ente. Tuttavia fino all’incidente di Chernobil avevo ritenuto di continuare a svolgere le attività di controllo sulla fabbricazione del combustibile proprio per le implicazioni che questo componente aveva dal punto di vista della sicurezza. Il disastro di Chernobil fece saltare questo difficile compromesso e mi indusse a fare obiezione di coscienza. Di seguito il testo della lettera inviata all’Enel.


All’Ufficio Personale dell’ENEL


Con la presente vi inoltro formale richiesta di non essere più adibito a mansioni inerenti la progettazione, costruzione od esercizio di una centrale nucleare. Questa mia decisione (che intendo rendere pubblica) può forse apparire perentoria, ma al punto il cui è giunta la mia vita lavorativa e sociale, mi trovo di fronte a scelte non più rinviabili.

E’ da sedici anni ormai che mi occupo di combustibile nucleare e in tutto questo tempo la mia mansione è stata quella di controllarne la fabbricazione: prima per il Garigliano e Latina, poi Trino e Caorso fino al Cirene ed Alto Lazio. Per questo mio lavoro, pur se abbastanza insolito, non mi sento però né esperto né scienziato: più semplicemente so di essere un tecnico che, al pari di molti suoi colleghi, si sforza di compiere correttamente un compito specialistico.

Ma come a voi è noto sono anche un antinucleare che da molti anni si batte per modificare le scelte di politica energetica dell’Enel. Di qui il dilemma che ha accompagnato il mio lavoro e che oggi sento di dover risolvere per necessità di chiarezza verso me stesso e verso tutti coloro con cui ho diviso o l’impegno lavorativo o gli ideali di lotta. Chiarezza a cui del resto ho sempre improntato, pur se da posizioni contrastanti, i miei rapporti con l’Enel a cui intendo tener fede anche in questa difficile scelta. Dico difficile perché se per anni ho convissuto con questo personale compromesso di agire da antinucleare e lavorare come un diligente nuclearista, è anche perché ho creduto di poter mettere qualcosa in più nel mio lavoro che non fosse strettamente contrattuale: la mia diffidenza, la mia scrupolosità (e perché no, anche la mia passione) nel lavorare su un componente così inequivocabilmente nucleare come il combustibile.

Se tutto ciò non basta più è perché ho capito che, dopo Chernobyl, contribuire criticamente vuol dire pur sempre collaborare, dare credito a quel paradosso secondo cui gli incidenti nucleari sono tecnologicamente impossibili, ma statisticamente probabili; ma soprattutto vuol dire dimenticare e far dimenticare che i pompieri di Chernobyl, accettando una morte orribile, hanno impedito una catastrofe ancora più grave.

Anche se razionalmente sono convinto che la “peste nucleare” –sotto certi aspetti- non è peggiore di quella chimica; anche se intuisco che la nube di Chernobyl viene usata per nascondere altre minacce per l’umanità, non intendo più avallare –neanche con la mia esperienza- scelte tecnologiche che si rivelano sempre più invadenti ed opprimenti; non voglio più soggiacere a quel cinismo ingegneristico che considera la vita un “vuoto a perdere”; non posso più accettare il perbenismo culturale di certi scienziati che inviano al capo dello stato le loro banalità spacciandole per appelli alla ragione.

E’ una ragione che non rispetto e non conosco, perché è una ragione che non pensa al pari della scienza di cui è figlia

Giorgio Ferrari Ruffino

 

3.     Un impianto per la fabbricazione del combustibile nucleare è suddiviso in due grandi aree di lavorazione denominate area fredda ed area calda. L’area fredda include esclusivamente lavorazioni di componenti metallici che, data l’assenza dell’uranio, non comportano misure di sicurezza radiologiche. Nell’area calda si introduce la lavorazione e manipolazione dell’uranio per cui tutte le operazioni vengono effettuate secondo criteri di sicurezza radiologici e tutta l’area calda è fisicamente separata da quella fredda per evitare possibili contaminazioni.

4.     Nel linguaggio mediatico corrente quando ci si riferisce al combustibile nucleare si parla di «barre di uranio». In realtà la configurazione del combustibile è più complessa trattandosi di un insieme di componenti che vengono assemblati secondo una sequenza assolutamente rigida. Il manufatto finale si chiama «elemento di combustibile» ed è composto da un numero fisso di barrette di combustibile, tenute insieme da uno «scheletro» costituito da griglie intermedie e da due terminali finali. Le barrette di combustibile sono costituite da guaine (tubi) del diametro di circa 1 cm, spessore inferiore al mm e di lunghezza prossima ai 4 metri. Queste guaine sono riempite di cilindri di uranio (pastiglie) di altezza intorno ai 2 cm tenuti insieme da una molla e sono saldate alle estremità con dei tappi di chiusura. La configurazione tipica di un elemento di combustibile per reattori ad acqua bollente BWR contiene da 64 a 100 barrette di combustibile (8x8; 9x9; 10x10) mentre quella di un reattore ad acqua in pressione PWR varia da 225 a 289 barrette (15x15; 17x17).

5.     Per maggiori dettagli si veda la relazione da me tenuta all’evento Nuclear Italy:An International History of Italian Nuclear Policies during the Cold War svoltosi nel 2017 all’Università di Trieste. https://inis.iaea.org/records/22x9w-bs897 https://eut.units.it/it/catalogo/nuclear-italy-an-international-history-of-italian-nuclear-policies-during-the-cold-war/ 161


Giorgio Ferrari Ruffino (1944), si diploma perito in Energia Nucleare all’Istituto Enrico Fermi di Roma, l’unica scuola esistente allora in Italia in questa disciplina. Dopo una prima esperienza presso la Senn (Società elettronucleare nazionale) che aveva da poco ultimato la costruzione della centrale nucleare del Garigliano, passa al CRN come assistente ricercatore sulla nave oceanografica Bannock e poi presso l’Infam (Istituto di fisica dell’atmosfera e meteorologia). Nel 1968 entra all’Enel, settore nucleare e si dedica principalmente alla progettazione dei noccioli e del combustibile nucleare di cui diviene responsabile del controllo di fabbricazione per tutte le centrali dell’Enel, mansione che manterrà fino al 1987 quando, dopo l’incidente di Chernobyl, fece obiezione di coscienza (caso unico nella storia del nucleare europeo).Successivamente ha lavorato nel campo della cooperazione internazionale, sempre per conto dell’Enel, in qualità di supervisore/controllore dei progetti finanziati dall’Italia in campo energetico, portandolo ad operare in molti paesi del Terzo mondo. Ha concluso la sua attività nel 2005 dopo essersi occupato di ogni tipo di progetto riguardante la produzione e trasmissione di energia elettrica per il settore esteri dell’Enel. La sua formazione politica-culturale inizia nel 1972 con il Comitato Politico Enel, organizzazione di base che proprio in quegli anni sviluppa una critica al modello energetico dominante e, in particolare, all’energia nucleare sostenendo e promuovendo le lotte del nascente movimento antinucleare. Stretto collaboratore di Dario Paccino, riedita insieme a lui la rivista «rossovivo» e fonda la casa editrice I libri del NO. Insieme a Dario Paccino ha scritto La teppa all’assalto del cielo. I 72 giorni della Comune di Parigi, Edizioni libri del No. Con Angelo Baracca ha scritto SCRAM: la fine del nucleare, edito da jaca Book, 2011. Con G. Marco D’Ubaldo ha scritto il IV volume de Gli Autonomi edito da DeriveApprodi, 2017.

 

bottom of page