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  • Immagine del redattore: Massimo La Torre
    Massimo La Torre
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 18 min
dossier guerra e capitale

Amici o nemici? L’Europa e la guerra


Copertina amici o nemici. Immagine di Tano Margas
Tano Margas

Questo saggio esplora la relazione storica e concettuale dell’Europa con la guerra, sostiene che la violenza e il conflitto armato abbiano giocato un ruolo costitutivo nel forgiare l’identità politica e culturale europea. Attingendo da mitologia, filosofia, nazionalismo, colonialismo e storia moderna, indaga come la guerra abbia plasmato lo stato europeo, l’espansione imperiale e l’integrazione nazionale. Il saggio riflette inoltre sul progetto postbellico di integrazione europea quale risposta al fascismo e al militarismo, evidenziando allo stesso tempo la persistenza dei conflitti coloniali e geopolitici dopo il 1945. Infine, considera la guerra in Ucraina come un possibile nuovo “momento costituzionale” dell’Unione Europea, sollevando interrogativi sull’identità politica dell’Unione Europea contemporanea e il suo indissolubile legame con la guerra.


I.

Si potrebbe plausibilmente sostenere che esista una relazione stretta tra l’Europa quale continente e spazio politico culturale e il fenomeno della guerra. Un filosofo analitico potrebbe perfino chiedersi se si tratti di una relazione «concettuale». Un brillante giurista potrebbe a questo punto intervenire, affermando che la guerra è la «natura» stessa dell’Europa, tanto quanto la «natura» della legge è la coercizione.

Come noto, nella mitologia greca, Europa era una giovane donna che fu rapita da Zeus trasformatosi in un toro focoso e bellicoso. La vita adulta dell’Europa ha origine da un atto di violenza, un rapimento, un’azione di guerra. Roma venne fondata da due fratelli, di cui uno uccise l’altro. In seguito, per assicurare discendenti alla città, furono rapite le donne sabine in un’altra operazione militare. Questa violenza diede origine ai futuri romani. Nel saggio intenso e illuminante sul fascismo Paura della libertà [1], Carlo Levi identifica la «natura» delle politiche europee nella forma Stato, e questa forma e pratica risale al mistero romano del sacrificio sanguinoso agli Dei. La città è nata sul sangue dei vinti anche nella Bibbia: a Caino, l’assassino per eccellenza, dalla fronte marcata dal delitto, si fa risalire infatti la fondazione della città. D’altronde, la prima grande opera letteraria e poema della cultura Europea, l’Iliade, è un canto di guerra. Vi si celebra l’ira funesta di Achille piè veloce, per la cui sepoltura dozzine di prigionieri troiani furono trucidati.  A seguito della sconfitta e distruzione di Troia, le donne della città vengono violate, uccise o ridotte in schiavitù; tra queste vi è Cassandra, figlia di Priamo, trasformata in bottino di guerra di Agamennone e condannata a condividerne la tragica fine. L'ira di Achille si scatena perché Agamennone pretende ciò che gli spetta in quanto re degli Achei: Ippodamia, chiamata anche Briseide, figlia di Briseo, una fanciulla che il biondo Achille desiderava solo per sé. Un altro dei tanti esempi di guerra, massacro e feroce violenza contro le donne. Il figlio di Ettore, Astianatte, viene sgozzato da Neottolemo, figlio di Achille. Nel poema regnano la guerra e la sottomissione, e la virtù è intesa come forza che si manifesta in battaglia. Eraclito non esita a proclamare il «polemos», la guerra, il padre di tutto ciò che esiste sulla terra.

Nella struttura ideale della gerarchia sociale platonica, se è vero che al vertice troviamo i «filosofi» ai quali è garantito lo status glorioso dei re, la seconda classe in ordine di importanza è quella dei «guerrieri». Ai coraggiosi professionisti della violenza viene dato il «potere», la forza esecutiva della «autorità» detenuta dai sapienti. «Potestas in bello, auctoritas in philosophia», si potrebbe tradurre così questa tesi. Alla base della società c’è il popolo, la classe lavoratrice, il cui compito fondamentale è sgobbare per nutrire le caste superiori dei filosofi e dei guerrieri, o guardiani. Questo schema è riprodotto nell’Anticristo di Nietzsche, dove di nuovo i guerrieri assumono una funzione cruciale nel modello ideale di società. Questo modello è di nuovo reiterato da Leo Strauss, dove i guerrieri di Platone sono sostituiti dai più civili «gentiluomini», ma con conseguenze in qualche modo analoghe [2] . Alla base di quest’ultima visione c’è, come nel Lavoro di Nietzsche, una sfiducia nichilistica nei confronti dei valori. I valori europei – così credono Strauss e i suoi allievi neoconservatori tra i quali possiamo citare Paul Wolfowitz – sono basati sul nulla; non c’è in essi nessuna possibile verità. La guerra, il conflitto e la violenza sono il reale fondamento dei nostri presunti principi. Ma questa verità può essere sostenuta solo dai filosofi seguaci di Strauss; a guerrieri, gentiluomini e gente comune si deve predicare una normatività oggettiva che non è in realtà che menzogna. Una nobile menzogna, se possibile, strumentale al mantenimento della guerra quale prerogativa della civiltà occidentale, che indica nello scontro con altri mondi culturali una delle caratteristiche e missioni essenziali contemporanee [3]. Ma la relazione tra l’Europa e la guerra è dimostrabile empiricamente e storicamente, prima che simbolicamente o intellettualmente.

Se ripercorriamo gli annali della storia della terra, è vero che la guerra si ritrova ovunque dalle sue origini. L’antropologo Pierre Clastres sostiene che le cosiddette società primitive, quale i Tupi Guarani in Amazzonia, dopo la scoperta dell’America, debbano alla guerra la loro resistenza alla divisione in classi e gerarchie sociali. In questo caso, la guerra è considerata il fattore che impedisce la nascita dello Stato, non il contrario, come hanno sostenuto Kropotkin e, più recentemente, David Graeber. Per Clastres, la violenza tra tribù, la guerra, le mantiene libere dal servaggio, in quanto implica la mobilitazione permanente del capo nei termini di energia economica e fisica, fino, se necessario, al sacrificio. Il capo è assente per forza, in quanto è sempre occupato a combattere fuori dal villaggio. La tesi di Clastres è una sorta di teoria del politico inteso come elemento che determina la linea di demarcazione tra amico e nemico (sulla scia forse di Carl Schmitt), sebbene all'inverso. Nel concetto di «politico» del giurista tedesco, la politica – paradigmaticamente il dominio gerarchico dello Stato, in quanto comando di un sovrano in sostanza sempre assoluto – è resa possibile dalla guerra, ossia dall’opposizione tra un amico, Freund, e un nemico, Feind, come una questione di vita o di morte. Per Clastres, quello stesso «politico» (il Duce, lo Stato) è reso invece impossibile dalle medesime dinamiche belliche tra nemico e amico. La guerra rivolta all’esterno – afferma l’antropologo francese – immunizzerebbe l’interno della comunità rispetto all’autorità che incarna ed esercita questa stessa violenza. Tuttavia, se guardiamo la storia degli ultimi duemila anni, non possiamo non vedere che l’Europa è stata il terreno di continui conflitti militari: ciononostante, questo non l’ha salvata dal «politico» ovvero dallo Stato [4].  In Europa la guerra è un evento ripetuto, quasi un «eterno ritorno», mentre in Asia, per esempio in Cina, la guerra è stata assente per secoli. Ed è così che viene tematizzata l’immagine dell'Europa nei saggi politici europei: come una terra di guerrieri e campi di battaglia. L’europeo è più virile e bellicoso, più forte e valoroso in guerra rispetto all’orientale. Lo dice Machiavelli, lo ribadisce Montesquieu. L’Italia si rinvilisce e decade, afferma Machiavelli, perché le mancano le virtù militari che sono invece ben esercitate dai cugini francesi. La guerra è avventura, desiderio di fare, di superarsi, di mettersi in gioco, persino capacità di sacrificio; quello che il fascismo europeo del XX secolo, specialmente quello tedesco, chiamava «idealismo», contrapponendolo al «materialismo» di coloro per i quali lo spargimento di sangue era solo orrore. Nichts Neues im Westen, «Niente di nuovo sul fronte occidentale», il magnifico romanzo pacifista di Erich Maria Remarque, viene bollato dalla destra nazionalista tedesca come «materialista», e il film tratto da quest’opera viene bandito dalle sale cinematografiche di una Repubblica di Weimar ormai agonizzante. Questo divieto è un altro colpo alla Repubblica e una vittoria per il fascismo emergente.

La battaglia culturale nell’Europa degli anni ’20 riguarda l'interpretazione e la narrazione della Grande Guerra. Il sacrificio di vite umane è stato immenso e fondamentalmente inutile. Ma in ogni città e villaggio, italiano, francese e tedesco, viene costruito un monumento ai caduti che trasuda orgoglio nazionale ed esaltazione della guerra. Nelle chiese britanniche, le pareti sono ricoperte dai nomi di centinaia di giovani caduti. Le bandiere dei reggimenti sono appese alle volte della chiesa e non suggeriscono il fallimento della violenza, ma ne esaltano l’«idealismo», vale a dire lo sfondo di assoluta irrazionalità e obbedienza all’autorità che ha reso possibile questo tipo di violenza meccanica. Questa è l’Europa degli anni ’20. E, sebbene allora inconcepibile, tutto sarebbe ricominciato nel 1939, questa volta in forma ancora più spaventosa.

La nazione moderna in Europa è stata forgiata nella guerra. Inizia con la Francia rivoluzionaria a Valmy, nel 1793, quando un esercito di mendicanti e popolo sconfigge gli eserciti ben addestrati e le uniformi bianche degli eserciti aristocratici. Goethe, presente sul fronte aristocratico, dirà subito di aver visto nascere una «nuova storia». Era certamente nata la nazione francese, che poi si è riversata nel resto d’Europa, arrivando con Napoleone fino a Mosca. E con la guerra arriva la Germania e la sua unificazione. È la guerra franco-prussiana e la vittoria di Bismarck che permette al Re di Prussia di dichiararsi Imperatore del Secondo Reich nella sala degli specchi di Versailles. La storia dell'unificazione d'Italia non è diversa, in quanto esito delle battaglie dell'esercito piemontese contro gli austriaci e della romantica avventura militare di Garibaldi. Il momento ideale-tipico costitutivo della nazione europea non è tanto la rivoluzione democratica, ma la guerra, sia essa vinta (come nel caso di Francia, Italia e Germania), o persa (come nel caso di Austria o Polonia e anche per la Russia proto-sovietica).

Che dire poi degli Stati Uniti, la cui identità nazionale si è sviluppata attraverso due guerre sanguinose? La prima contro la madrepatria Inghilterra; la seconda come guerra civile, o meglio sanguinosa faida interna tra due diverse concezioni di federalismo e cittadinanza. Gli Stati Uniti rappresentano l’Europa proiettata nel futuro, l’Europa che si è sbarazzata delle sue tradizioni, del feudalesimo della casta nobiliare, ma non di quello della guerra, praticata anche al fine di allargare il territorio federale. Prima con lo sterminio dei nativi [5], poi con l’occupazione di un terzo del Messico, infine con la guerra contro una Spagna in declino, che non aveva ancora realizzato chi si trovava ai bordi dell’oceano: un emergente e potente impero di uomini bianchi. [6] 

 

II.

La guerra è innanzitutto un’impresa coloniale.  Questo è chiaramente rivelato dall’ultima avventura coloniale europea, quella dell’Italia in Etiopia, che fu una guerra di sterminio, con gas usati impunemente contro popolazioni inermi e un’aviazione che si divertiva a bombardare da un cielo di cui era assoluta padrona. In Libia, i beduini furono massacrati, impiccati con frivola noncuranza da ufficiali coloniali ben vestiti. E di quelle due imprese vigliacche e omicide non è rimasto nulla, nemmeno la lingua, perché oggi né in Libia né in Etiopia si parla italiano. Il colonialismo, diventato imperialismo nel XIX secolo, ha addestrato su larga scala all'oppressione e alla crudeltà, fungendo da terreno di esercitazione per gli eserciti e le forze di polizia, per poi trasformarsi nella pratica dell'autoritarismo e del totalitarismo entro i confini nazionali. Hannah Arendt lo spiega bene, nella seconda parte della sua opera fondamentale Le origini del totalitarismo: è proprio l'imperialismo a preparare il fascismo. L’imperialismo, infatti, inietta il veleno del razzismo nella cultura europea e sperimenta le tecniche di distruzione dell’avversario che saranno poi generosamente applicate dalle dittature autoritarie nel vecchio continente. L’«orrore» evocato da Kurtz di fronte al massacro dei nativi africani nel racconto Cuore di tenebra di Joseph Conrad si rispecchierà e si ripeterà nell’Olocausto europeo. Franco, Caudillo «por gracia de Dios», che massacrò la repubblica spagnola, lo fece con il suo esercito coloniale, addestrato alla violenza estrema, passando dall’Africa alla penisola iberica nell’estate del 1936 e utilizzando le stesse tecniche militari impiegate contro le tribù ribelli del Marocco e del Sahara. E anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’Europa, che aveva vissuto il trauma del nazismo, non rinunciò al sogno imperiale. I Paesi Bassi usarono i fondi del Piano Marshall per mantenere il controllo sull’Indonesia, impegnandosi in una costosa campagna militare. L’Inghilterra lasciò l’India, ma non rinunciò alle sue colonne africane, dove continuò a combattere una guerra dopo l’altra. Il Portogallo sventrò l’Angola e il Mozambico fino alla metà degli anni Settanta, lottando contro i movimenti di liberazione nazionale africani. Ma il caso più emblematico è quello della Francia. Dopo la resa del giugno 1940 e quattro lunghi anni di occupazione tedesca, la Francia, liberata dagli alleati nell’estate del 1944, era un paese battuto, per quanto annoverato tra le nazioni che avevano sconfitto il Terzo Reich e l’Italia fascista. Era un paese sconfitto, fino al midollo umiliato e demoralizzato. Il regime di Vichy era un regime fascista e antisemita [7] : il suo simbolo era la doppia ascia che sarebbe stata in seguito adottata da Ordine Nuovo, il gruppo terroristico fascista italiano responsabile delle stragi di stato. Il regime di Vichy, versione francese più sfarzosa della Repubblica di Salò, guidata dal senile generale Pétain, diede un efficace contributo allo sterminio degli ebrei in Francia. L’atmosfera decadente di quella Francia è bene descritta dal racconto «hard» di Simenon Dirty Snow. Tradimento, ebrei venduti ai tedeschi per pochi franchi, i loro beni rubati, collaborazionismo diffuso, fascismo inoculato ai giovani, una borghesia e un esercito che preferivano Hitler agli ideali democratici e alla difesa di libertà, uguaglianza e fratellanza. È la Francia dell'ultimo Céline e della Divisione Waffen-SS «Charlemagne», che va a formare l’ultima pattuglia di difensori del bunker di Hitler. La ritrovata libertà dopo l'agosto del 1944, tuttavia, non libera la Francia dai suoi fantasmi coloniali. Vuole mantenere l’impero anche dopo la Resistenza, la Liberazione e la promessa di uno stato repubblicano maturo. Vuole mantenere il controllo del Canale di Suez contro la nazionalizzazione di Nasser, e così arrivano le truppe parà di Francia e Gran Bretagna a Suez, con il supporto di Israele, contro l’Egitto repubblicano. Ma, questa volta, il rinnovato desiderio di un Impero, trova degli ostacoli negli Stati Uniti, che impongono agli alleati di ritirarsi e di abbandonare l’occupazione di Suez. Era il 1956. Un anno prima, era caduta l’Indocina, ribellatasi al controllo francese, e l’armata tricolore era stata costretta ad arrendersi a Dien-Bien-Phu con un atto di suprema debolezza. Un’altra resa, dopo quella ignominiosa ai tedeschi nel giugno 1940. Malgrado ciò, la Francia continua a credere nel suo sogno imperiale con la guerra sanguinosa, scellerata e crudele di Algeria. Interi villaggi sono massacrati e inflitte torture di massa. Una vera e propria orgia di sangue. [8] 

Sarà De Gaulle, designato come Presidente dalla nuova costituzione del 1958 a porre fine al massacro. Ancora una volta è la Francia a capitolare. L’Algeria si dichiara repubblica indipendente. Tra l’altro, il trattato E.E.C, del 1957, fu appoggiato dalla Francia come possible via d’uscita dalla crisi algerina, offrendo alla colonia africana libertà di commercio e un ricco futuro commerciale all’interno del mercato comune europeo.

Le guerre degli europei, in ogni caso, si estendono ben oltre il 1945 [9] e smentiscono in qualche modo tutti i proclami di pacificazione e di pacifismo che la classe politica diffuse a piene mani tra le macerie delle nazioni europee travolte dal disastro della Seconda Guerra Mondiale. Si promette di non fare più guerre, di non tornare a uccidersi ciecamente l’un l’altro. Francia e Germania devono abbandonare il loro retaggio di nemiche, affinché l’Europa possa risorgere e sanare le sue profonde ferite. La riconciliazione tra queste due nazioni rappresenta l’obiettivo primario e il punto di partenza del progetto di integrazione europea.

Di questo progetto esistono almeno tre versioni e tre corrispettivi documenti. Il primo di essi è il Manifesto di Ventotene [10], redatto da Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, due antifascisti – un liberale e un comunista – reclusi al confino dalla dittatura. Il Manifesto costituisce un atto d’accusa sia contro il capitalismo monopolistico e guerrafondaio, sia contro lo Stato nazionale e nazionalista, percepito come angusto. La rivoluzione socialista, che deve compiersi se si vuole salvare lo spirito di uguaglianza e libertà che anima la lotta antifascista, deve combinarsi con l’immediato superamento della forma dello Stato nazionale. Un’unione federale è dunque l’obiettivo del movimento operaio europeo nelle sue varie e plurali componenti.

Si dovrebbe ricordare anche il discorso pronunciato da Churchill nell’estate del 1946 a Zurigo, in cui caldeggiava una federazione degli Stati dell’Europa continentale (l’Inghilterra non vi era ancora inclusa, a causa del suo rango imperiale). Tuttavia, il documento più importante e ricco di conseguenze è la dichiarazione del ministro degli Esteri francese Schuman del 9 maggio 1950. Questa data non fu scelta a caso: è lo stesso giorno in cui, cinque anni prima, si era conclusa la Seconda Guerra Mondiale con la resa incondizionata della Germania nazista.

L'integrazione europea si inserisce quindi nella medesima storia della lotta al fascismo e al nazionalismo estremo. Vale la pena rileggere le parole di Schuman:

«La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionati ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, che da oltre vent'anni si fa promotrice di un’Europa unita, ha sempre avuto come obiettivo essenziale essere al servizio della pace. L’Europa non è stata creata: abbiamo avuto la guerra. L’Europa non si creerà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto».

L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del secolare contrasto tra Francia e Germania: l’azione intrapresa deve riguardare in primo luogo questi due Paesi. È la pace, insieme al rifiuto della guerra, a motivare e dare impulso al processo di integrazione europea a partire dal Trattato di Parigi del 1950, istitutivo della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Gli europei non vogliono la guerra, ne hanno avuto abbastanza. Devono ricostruire uno spazio pacifico di convivenza. Nel frattempo, però, la Francia sposta il campo di battaglia dall’Europa all’Asia e all’Africa.

 

III

È come se l’Europa non potesse fare a meno della guerra. E nemmeno dell’oro o del profitto finanziario. L’oro e la guerra sono tratti permanenti della storia europea moderna; l’avidità sembra esserne il motore. La scoperta dell’America fu compiuta da eserciti in cerca d’oro e, per questo, i nativi furono massacrati. Ciò alimentò l’ossessione per l’Eldorado, una cornucopia utopica d’oro, d’argento e di denaro. David Graeber, in The Dawn of Everything [11], interrogandosi sull’origine del denaro, lo collega storicamente alla guerra. Ci si batte per il denaro, e l’oro è necessario per disporre di eserciti. E l’esercito – almeno per come lo conosciamo oggi – sembra essere un’invenzione interamente europea, il cui modello ha poi influenzato la struttura e il funzionamento della fabbrica, come ha sottolineato Lewis Mumford. [12]

Eppure, dal 1945 viviamo nell'illusione che lEuropa sia uno spazio di pace, un «giardino delle meraviglie» – come ci ha rimproverato Josep Borrell, ex alto rappresentante dell’Unione Europea. Questa Europa pacifica sarebbe uno spazio di Venere: sinuosa, assonnata e lasciva, ma accomodante e decadente se paragonata al guerriero dominato da Marte, ovvero allo scatto competitivo degli Stati Uniti – secondo la visione di Robert Kagan. [13] Ora, però, con una guerra inflitta all’Ucraina da una Russia neo-imperiale, l’Europa si sta risvegliando dal suo lungo letargo pacifista e sta imbracciando nuovamente le armi, o almeno dichiara di farlo. Potremmo trovarci di fronte a un profondo cambiamento nell’autoconsapevolezza stessa dell’Europa. Essa sembra non dare più ascolto alla lezione antimilitarista e antiautoritaria che Remarque trasse dalla sua esperienza sul fronte occidentale – con le sue sofferenze indicibili, inutili e prive di senso – che è la stessa offertaci da Céline nel suo intenso romanzo Viaggio al termine della notte.

La lezione da apprendere oggi non dovrebbe tuttavia assomigliare a quella tratta dalla Prima Guerra Mondiale dal bardo del nazionalismo tedesco, Ernst Jünger, in quelle che chiama romanticamente e quasi nostalgicamente «tempeste d’acciaio» (Stahlgewitter). [14] Per lui, la guerra è un’esperienza formativa interiore (innere Erlebnis) che ci strappa alla convenzionalità e all’oblio di noi stessi, che esalta il nostro vigore e le nostre immense potenzialità di sentire. [15] Ci rivela chi siamo e ci modella in un’opera finale di Bildung (educazione, formazione) e ci costituisce. Nella trincea, egli sostiene, la comunità dei combattenti si forma come entità statale e si rivela finalmente agli scettici come la forma più pura di società. Nelle trincee del tenente Sturm – un nome che è già tutto un programma, significando Sturm «assalto» in tedesco – la vita dei sensi si faceva più acuta. [16] Laggiù, una nuova stirpe dà alla luce una nuova interpretazione del mondo attraverso un’esperienza antica: quella di infliggere la morte agli esseri umani. La guerra è una nebulosa primitiva di possibilità esistenziali, carica di sviluppi inattesi e creativi. Laggiù, sul campo di battaglia, afferma Jünger, i soldati non sono solo un organo dello Stato o una delle sue agenzie (l’esercito), ma si proiettano piuttosto come lo Stato nella sua interezza, come il nucleo duro della comunione nativa. Si tratta di una celebrazione radicale del conflitto armato, nata nell’Europa civile del Ventesimo secolo. [17]

Di fatto, la guerra è sempre stata al centro della teoria politica dell’Occidente. Si possono individuare almeno quattro concettualizzazioni principali.

In primo luogo, vi è la guerra vissuta e pensata come la peste, un evento apocalittico, il «cavallo rosso» dei quattro cavalieri dell’Apocalisse. È una punizione per il male innato degli esseri umani e, al tempo stesso, la sua massima espressione. È come un'epidemia che funge da retribuzione per una colpa nascosta, un evento che sfugge a qualsiasi controllo razionale. È, di fatto, la massima espressione del sonno della ragione umana. Può sembrarci del tutto priva di senso, pura ananke (destino tragico), ma in qualche modo si iscrive in un altissimo disegno provvidenziale della divinità che governa il mondo. Con la guerra, il Signore punisce e decide il destino degli esseri umani che non possono sfuggire al peccato originale.

L’altra dottrina è quella della guerra come missione, una teoria teleologica o funzionalista. Qui la guerra è come un vento forte che mantiene viva e reattiva l’atmosfera della società. «Rinunciare alla grande vita (das grosse Leben) significherebbe rifiutare la guerra»: questa è la visione di Nietzsche. In questo caso, la guerra è un momento esistenziale della storia umana, il suo fine e, al tempo stesso, uno dei suoi mezzi fondamentali; un passo verso l’epifania del destino umano. Pur essendo una manifestazione dell’Anticristo, è la vittoria su di esso. È un evento che si svolge nello spazio di una specifica razionalità storica finale. La «storia del mondo» (Weltgeschichte), lo spazio della guerra, è il «tribunale del mondo» (Weltgericht), afferma Hegel. D’altronde, il Dio dell’Antico Testamento è il Signore degli eserciti, ed è attraverso la guerra contro le altre nazioni (talvolta lo sterminio) che il Suo popolo si conferma come l’eletto. Mosè, scendendo dalla montagna, dove aveva parlato con l’Onnipotente e trovando tra il suo popolo molti che avevano sacrificato al Vitello d’Oro, non esita a decretare il massacro dei peccatori. «Ecce homo», ci dice in fondo Nietzsche, significa «ecco il nemico». [18]

Vi è poi una concezione meno drammatica della guerra, priva di escatologia. È un gioco della politica inteso come dimensione strumentale e, per certi versi, neutrale. È la continuazione della politica terrena con altri mezzi, afferma il generale Von Clausewitz. È una partita a scacchi per il dominio dell’uomo sull’uomo o per la preservazione del proprio spazio vitale. La guerra è dunque un atto di forza per costringere il nemico a piegarsi alla nostra volontà. Essa sfugge al giudizio della morale, sebbene il suo carattere imperativo possa ricordare il diritto come comando del sovrano. In qualche modo, in questa prospettiva, la guerra è la legge dettata al nemico, ai sudditi stranieri che minacciano le politiche adottate all’interno del recinto statale, pur spingendosi naturalmente oltre di esso. Esiste una dimensione normativa della guerra indipendente da qualsiasi altra normatività, sia essa morale o giuridica. Per essa è appropriato solo il calcolo prudenziale. È un evento che si svolge nello spazio governato dalla razionalità strumentale. I suoi fini non sono soggetti all'etica dei valori, ma solo a quella della responsabilità che governa l'uomo politico. E ciò, in sostanza, dipende dall'autenticità con cui tale responsabilità viene assunta.[19]

Infine, vi è la teoria della guerra come spada della giustiziaJustum bellum: giusta solo come legittima difesa o come prevenzione di un male ingiusto. Deve obbedire a una giusta causa. De Vitoria e la Seconda Scolastica spagnola sono perentori su questo punto. Si tratta di un evento che si svolge all’interno dello spazio della razionalità morale, o giuridica, come nel caso della legalizzazione della guerra intesa come sanzione del diritto internazionale secondo la dottrina di Hans Kelsen. [20]

Esiste tuttavia un quinto concetto, già menzionato e mai elaborato approfonditamente, ma in forme diverse esplicito nel nazionalismo più o meno liberale. Riguarda la guerra come «momento costituzionale» o fatto fondativo della comunità. Il fondamento dell’ordine costituzionale, in quanto produzione dell’ordine politico. Ora, è a quest’ultimo concetto a cui si rimanda, anche se in modo ambiguo, nel caso dell’attuale guerra in Ucraina. L’Unione Europea, che in passato si era concepita come un ordine che impedisce la guerra e la allontana, sembra interpretare ora la guerra in Ucraina come l’evento che potrebbe fornirle la legittimità auspicata ma fino ad oggi assente di vero e proprio ordine politico e sovrano. Questa guerra potrebbe in qualche modo essere configurata come suo «momento costituzionale». Supportando la guerra contro la Russia, è l’Europa che mette alla prova la sua unità e determinazione. I russi, invadendo l’Ucraina, stanno minacciando i nostri valori, e il futuro di una federazione europea capace di un’autonoma strategia geopolitica. Eppure, con la guerra in Ucraina, l’Europa diventata una potenza mondiale, afferma la sua unione costituzionale ancora incompiuta. Acquisisce così l’auspicata costituzione materiale sovranazionale, o così si potrebbe sostenere. [21] Ma l’integrazione e federazione europea non erano state inizialmente pensate e progettate per istituire una pace duratura e se possibile «eterna» nel vecchio continente? Hic Rhodus, hic saltus.


 

Note

1 C. Levi, Paura della Libertà, Einaudi 1946

2 L. Strauss, Liberalism Ancient and Modern (Chicago: University of Chicago Press 1968). In questa prospettiva , il liberalismo è il regime politico dei gentiluomini.

3 S. P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (New York: Simon & Schuster 1996).

4 P. Clastres, Archéologie de la violence: La guerre dans les sociétés primitives (Paris: Editions de l’Aube 2022), ma soprattutto P. Clastres, La société contre L’Etat: Recherches d’anthropologie politique (Paris: Minuit 2011).

5 G Chamayou, Les chasses à l’homme (Paris: La fabrique 2010).

6 P. Preston, The Spanish Holocaust: Inquisition and Extermination in Twentieth-Century Spain (London: Harper 2013).

7 R. O. Paxton, Vichy France: Old Guard and New Order (1940–1944) (New York: Columbia University Press 2001).

8 A. Horne, A Savage War of Peace: Algeria 1954-1962 (New York Viking 1978).

9 T.  Judt, Post-War: A History of Europe after 1945 (London Penguin 2006).

10 A. Spinelli e E. Rossi, Il Manifesto di Ventotene (Milan: Mondadori 2006)

11 D. Graeber and D. Wengrow, The Dawn to Everything: A New History of Humanity (London: Penguin 2022).

12 L. Mumford, The Myth of the Machine (Vol. 1): Technics and Human Development (New York: Harcourt Brace 1967).

13 R. Kagan, Of Paradise and Power: America and Europe in the New World Order (New York: Alfred A. Knopf 2003).

14 E. Jünger, In Stahlgewittern. Aus dem Tagebuch eines Stoßtruppführers 46th edn (Stuttgart: Klett-Cotta 2008).

15 E. Jünger, Der Kampf als inneres Erlebnis (Berlin: E.S. Mittler & Sohn 1922).

16 E. Jünger, Sturm (Stuttgart: Klett-Cotta 1979).

17 E. Jünger, Sturm (Stuttgart: Klett-Cotta 1979). Inoltre E Jünger, Feuer und Blut. Ein kleiner Ausschnitt einer grossen Schlacht (Magdeburg: Stahlheim-Verlag 1925.

18 F. Nietzsche, Götzendämmerung, oder Wie man mit dem Hammer philosophiert (Frankfurt am Main: Insel Verlag 1985) 35. Traduzione mia.

19 W. B. Gallie, Philosophers of Peace and War: Kant, Clausewitz, Marx, Engels and Tolstoy (Cambridge: Cambridge University Press 1978), capitolo terzo.

20 Tra gli altri, H. Kelsen, General Theory of Law and State (Cambridge, MA: Harvard University Press 1949) 328 ss.

21 M. Flammini, ‘L’altra Europa. La guerra in Ucraina e la forza dell’unità’ in Esiste una guerra giusta? (Turin: U.T.E.T 2023) 73 ss.

 

Tratto da: «East–West Studies», Journal of social Sciences of Tallinn University School of Governance, Law and Society, n. 15 (2025/2026).



 

Massimo La Torre è professore ordinario di Filosofia del diritto all’Università di Catanzaro e professore visitante all’Università di Tallinn, in Estonia. Ha insegnato all’Istituto Universitario Europeo, all’Università di Bologna, oltreché in varie altre università italiane ed europee. Gli è stato conferito l’Alexander von Humboldt Forschungspreis nel 2009. Tra le sue pubblicazioni possono ricordarsi: Disavventure del diritto soggettivo, Giuffrè, 1996; Norme, istituzioni, valori, Laterza, 1999; La crisi del Novecento. Giuristi e filosofi nel crepuscolo di Weimar, Dedalo, 2005; e il più recente Nostra legge e la libertà. Anarchismo dei Moderni, Derive Approdi (prima gestione), 2017.

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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