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  • Immagine del redattore: Paolo Steffan
    Paolo Steffan
  • 20 minuti fa
  • Tempo di lettura: 14 min

Complici: Gianfranco Pancino tra poesia e rivoluzione

Lettura critica in dialogo con l’autore (1/2)


Copertina libro complici di Gianfranco Pancino, immagine di Sergio Bianchi
Sergio Bianchi

Complici è il titolo di un libro pubblicato a febbraio 2026 per Milieu edizioni da Gianfranco Pancino, che, come si legge sulla bandella, è noto alle cronache come «medico e biologo di fama internazionale per i suoi studi sull’HIV», oltre che per avere «partecipato attivamente ai movimenti antagonisti nel decennio 1968-78», quando «ha contribuito alla fondazione dell’Autonomia operaia a Milano», esperienza a seguito della quale è stato «costretto alla clandestinità e poi all’esilio a causa di mandati di cattura per le sue attività politiche». Cosa ha a che vedere tutto ciò con la poesia?


«La poesia ha abitato

nelle mie dita

prolungandole in riflessi di salici in correnti d’anima e

perspicaci ali di piccione» (1)


Proprio nei duri anni spesi tra la clandestinità e la prima fase di un lungo esilio – il sottotitolo del libro è Poesie (1978-1982), chiara esplicitazione del lasso temporale in cui la scrittura ha avuto luogo – Pancino ha dato infatti forma ai due ampli cicli di versi di cui la raccolta Complici si struttura:


Primo volume: diviso in tre sezioni ─ Dove finisce l’arcobaleno (8 testi), La ragnatela dei giorni (7 testi), La città e la poesia (8 testi) ─ ospita le poesie della latitanza;

Secondo volume: diviso in due sezioni – I Canti della nostalgia (8 testi) e Corrispondenze (14 testi) – ospita le poesie dell’esilio;

Maria: prosimetro collocato in appendice alla raccolta, è un testo autonomo ma nato nel periodo messicano e datato 1-3 febbraio 1980.


Anteposta ai due volumi c’è una prosa introduttiva, La poesia, uno scritto di poetica coevo ai versi (Messico 1981), prezioso nel tracciare la linea di un pensiero che si fa parola, in un periodo di grandi cambiamenti per la poesia italiana, in un’evoluzione che porta i poeti contemporanei a collocarsi, secondo Enrico Testa, «dopo la lirica»: mentre grandi rivolgimenti cambiano la cultura, la società, la politica, la poesia viene rivoluzionata «soprattutto sul piano linguistico» (2). Ed è proprio sulla lingua che subito s’incentra la questione fondamentale, quasi scientifica, che pone Gianfranco Pancino nell’incipit della sua prosa: «Esiste la possibilità di riconsegnare alla parola il suo ruolo primario di comunicazione?». (3) La dimostrazione che questa possibilità c’è sembra essere nella natura stessa della sua scrittura in versi, che è attuazione delle sue linee- guida, nelle quali Pancino prende atto di quanto la parola abbia perso di significato, perché a forza di caricarsene se ne è trovata svuotata: sembra così denunciare la deriva capitalistica della parola stessa, e di quella poetica in particolare, esposta a un consumo che la mette in forte crisi, smentendo implicitamente la definizione che Pasolini aveva dato della poesia pochi anni prima: «Non possiamo parlare, in realtà, di poesia come di merce, cioè io produco (...) ed è vero, ma io produco una merce che è in realtà inconsumabile». (4) Pancino allora rivendica la necessità che, in sintonia coi movimenti rivoluzionari di cui è animatore di spicco, si arrivi a conquistare l’obiettivo di «una parola che sia di per sé messaggio», perché «cercare la sintesi tra parola e messaggio è forse possibile, certo necessario». (5) Ed è in fondo ciò che, negli stessi anni, stavano riuscendo a fare poeti italiani mai antologizzati, del tutto esclusi dal canone di quel periodo, ma che col tempo hanno crescentemente mosso il mio interesse, proprio per un principio che vige all’interno della loro produzione, così vicina alla necessità pronunciata da Pancino. Penso al poeta-operaio Ferruccio Brugnaro, con poesie ciclostilate che sono voce senza filtri del suo «corpo collettivo». (6) Penso alla poesia di Primo Levi, materia viva di un corpo-psiche che non la compone, ma la secerne come un’urgenza biologica. (7) Penso a Edith Bruck, così «istintiva e piena, tanto nel vivere che nello scrivere» dei «versi vissuti». (8) Non so se questi autori si collochino «dopo la lirica» (questione forse di relativo interesse), certamente si collocano dentro la vita: «Tentiamo un linguaggio che tenda alla simbiosi totale fra segno e significato, ─ aggiunge ancora Pancino ─ un segno che possa espandere il significato attraverso la propria plurivalenza e il significato che renda più penetrante quel segno. Leggendo una poesia non si dovrebbe poter fare un riassunto, né cantare una melodiosa o suggestiva o provocante musica, ma sentire ogni parola, ogni verso definire uno spazio in cui la fantasia può vagare diretta solo dal faro dell’espressione». (9) Mettere la ragione

alla guida della fantasia, ponendo fine a un conflitto tra scienza e arte, tra logica e passione: arrivando dunque a una sintesi tra sogno e realtà, tanto nell’agire politico che in quello poetico, perché in fondo sono due volti del medesimo problema.


Di tutto ciò danno prova le poesie contenute in Complici, talvolta con ulteriori dirette dichiarazioni di poetica, come nell’ultimo testo del Primo volume, intitolato Discorso sulla poesia, di cui cito una strofe significativa, che le riconosce una natura sociale, comunitaria e non elitaria:


«La poesia non è dei poeti

ma degli uomini che raccolgono

la pioggia per viverne i riflessi

e la declamano nei giorni di sole, degli uomini che si sbracciano per farsi udire nel gran rumore della vita, nell’unico silenzio della morte: è degli uomini!». (10)


Sulla scorta di questi indizi, dedico a Complici un percorso tematico in due puntate, nel quale interverrà (tra virgolette e in corsivo) la voce fresca dello stesso Gianfranco Pancino, con cui ho avuto il piacere di conversare in video il 17 giugno 2026.



Questione di complicità


Complici non è solo il titolo: è il tema profondo di tutto il libro. La dedica stessa è «a Luciano e ai complici del folle volo». Il termine – specie se si conosce la vita di Pancino, che l’ha raccontata nella poderosa autobiografia Ricordi a piede libero (Mimesis, 2024) – fa pensare inevitabilmente ai compagni della lotta politica, chi morto chi incarcerato chi esiliato; ma sarebbe una prospettiva esteriore, un punto di vista viziato da trame giudiziarie complesse e controverse, così distanti dalla sostanza di cui si anima lo spirito dell’autore. E difatti, non appena si leggono i primi versi della raccolta, si scopre che questa complicità è il motore – o l’esito – dell’amicizia, della solidarietà, dell’amore.


«Complici come titolo di questa raccolta non ha alcun nesso con la legge e con la giurisprudenza: sono i complici di vita. Di fatto, negli anni ’70, nel grande movimento che si era sviluppato, soprattutto di giovani, c’era un grande afflato per cambiare non solo la società, ma il nostro modo di vita, le relazioni fra di noi, e si era sviluppata una simbiosi, una complicità di vita nel compiere questo passaggio esistenziale, perché nello stesso tempo tentavamo di scardinare l’ordine costituito e costruire una nuova società, ma anche cambiare noi stessi e costruire nuove relazioni».

Perché allora è così difficile per noi, oggi, afferrare quell’idea di complicità? Che periodo è stato davvero?


«È difficile parlare di quel periodo, di cui non c’è una ricostruzione positiva, ragionata, e questo ha delle ragioni storiche ben precise. Quel periodo è stato probabilmente l’unico tentativo rivoluzionario di massa in un paese occidentale dopo la guerra, e lo sviluppo di quel movimento, cominciato come comunicazione tra movimento degli operai e degli studenti, è diventato un enorme movimento che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone e che ha messo in crisi non solo l’autoritarismo, il paternalismo, la scuola, ma il sistema Stato e il sistema dei partiti: quindi ha costituito un reale pericolo per il sistema politico del tempo. Rispetto a questa sollevazione, il Partito comunista invece di tentare di incanalare e di recuperare le rivendicazioni dei giovani, ha deciso di escluderli, ha lanciato una vera campagna contro i movimenti rivoluzionari e ha partecipato attivamente alla loro repressione. Si è formato a livello istituzionale un blocco unito, il sistema di partiti, in cui, a partire dalla teoria del compromesso storico, Democrazia cristiana e Partito comunista hanno riunito intorno a sé gli altri partiti per eliminare questa frangia antagonista importante: in questo conflitto, da parte del movimento si è sviluppato tutto il processo di armamento e, dal ’75 in poi, molti di noi pensavano che non ci fosse più lo spazio politico di confronto, occupato dalla repressione, dai carabinieri, dalla polizia, dai partiti e quindi che l’unica via per sviluppare il nostro progetto rivoluzionario fosse prima quella di difenderci, poi di attaccare con le armi. Questa evoluzione è stata fatale anche al movimento, col senno di poi: perché si sono sviluppate delle frange armate che erano determinate a portare lo scontro – come dicevano le Brigate rosse – al cuore dello Stato, e queste hanno spostato il baricentro da un antagonismo di massa a uno scontro armato tra una piccola minoranza. Una volta che il movimento stesso è entrato in crisi per una fuga in avanti di molti militanti e per la repressione sempre più feroce (con leggi speciali, dalla legge Reale in poi, che hanno aumentato le pene), ci sono stati molti morti e ─ una volta che il movimento è stato militarmente sconfitto, che tra 14 e 16 mila persone sono finite in prigione, che centinaia se non migliaia sono partite in esilio ─ l’establishment, cioè partiti e media, hanno rivisto la storia e l’hanno etichettata “gli anni di piombo”, storcendo completamente quella che era la nostra storia, perché gli anni di piombo erano al limite gli anni ’80-’82, quando il movimento non esisteva più, ma esistevano ancora i residui delle organizzazioni combattenti. Abbiamo cercato in seguito, a varie riprese, di ripensare insieme quel tempo: ma era necessario che non ci fossero i processi di massa e le condanne che ci sono stati: per esempio io ho avuto 5 processi diversi, spesso sugli stessi fatti, sono arrivato ad accumulare 56 anni di condanne e poi si sono ridotte, col processo in appello, fino a diventare 13, comunque moltissimi, e sono durati tutti gli anni Ottanta, le ultime condanne addirittura del ’94, credo, dunque quasi un quindicennio: era estremamente difficile trovare un modo di ricostruire, di rilanciare, di far chiarire la nostra storia. D’altra parte avevamo sviluppato una campagna per l’amnistia o almeno per l’indulto, secondo noi era l’unico modo per tornare a confrontarsi e parlare serenamente della nostra storia: questa via si è rivelata impossibile per l’opposizione strenua del Partito comunista, per cui in effetti, fino agli anni 2000, la storia è stata seppellita nelle prigioni o sotto i fascicoli processuali e nessuno poteva far sentire una voce diversa. E non è un caso che solo da una quindicina d’anni hanno cominciato a uscire testimonianze e libri che ricostruiscono la storia dal nostro punto di vista».



I nomi dei complici


Ed è grazie ad alcuni complici, parenti amici compagni, se oggi possiamo materialmente leggere il libro di Pancino, quasi mezzo secolo dopo la sua scrittura:


«La storia di queste poesie è la storia di questi quarant’anni che sono passati. Riguardano due anni e mezzo di latitanza e i primi due anni di esilio in Messico: nell’81, quando soffrivo i primi gravissimi traumi della sconfitta e dell’esilio, desideravo ardentemente pubblicarle. Io ero ospite di mia sorella e mio cognato con Loredana, mia moglie, e mio figlio Gualtiero, e mia sorella Graziella le ha portate in Italia, a un intellettuale molto conosciuto, più o meno vicino ideologicamente, almeno alle nostre origini, e quest’uomo ha apprezzato molto le poesie e le ha proposte a un editore di poesia, il quale gli ha detto: È assolutamente assurda la tua richiesta, è impossibile pubblicare oggi un libro di qualcuno che è accusato di organizzazione di banda armata, che è latitante e così via. Quindi sono tornate in Messico e me le sono sempre portate con me. Ma, poi è venuta la Francia, lì io e mia moglie, allora mia compagna, abbiamo fatto un enorme sforzo per ricostruire la nostra vita, abbiamo fatto molti lavori diversi, lei ha cambiato lavoro rispetto a quello che faceva a Milano, io sono riuscito a entrare nella ricerca e poi a sviluppare la mia professione di ricercatore, e così le poesie sono rimaste nel cassetto. Quando ho deciso di scrivere la mia autobiografia, nel 2022, i ricordi si affastellavano e soprattutto quello che temevo era di non riuscire a ricostruire quello che io ero all’epoca, di scrivere un libro a posteriori: a questo punto ho tirato fuori queste poesie e quelle che avevo scritto prima, e ho visto che rappresentavano tutti i momenti sia di speranza, sia di sconforto, sia di amore, sia di delusione che avevo vissuto».


Pancino temeva tuttavia che, al di là del valore autobiografico, le sue poesie potessero essere inattuali, datate; ma dopo averne pubblicate alcune in Ricordi a piede libero il riscontro positivo è stato decisivo nel confermarne la vitalità: così, ha deciso di riordinarle, con l’aiuto dell’amico Miro Graziotin, e ha trovato nell’editore Milieu la giusta collocazione, a conferma della originaria scaturigine di tutti i vissuti che stanno alla base dei testi:


«Come avrai notato, l’editore che ho scelto non è un editore di poesie, ma è un editore politico».


Tutto ciò che attiene alla questione fondamentale della complicità e le declinazioni che essa prende di verso in verso nella poesia di Pancino, specie nell’interpellare compagne e compagni, amiche e amici, vivi in spirito anche quando morti nella carne, rinnova la sostanza di una strofe bellissima di Poema del Che Guevara di Manuel Vàsquez Montalbàn, lirica che centona numerose parole del rivoluzionario argentino, resa celebre in Italia nella riduzione e adattamento che ne hanno fatto Flaco Biondini e Francesco Guccini nell’album Ritratti del 2004:

«dejadme decirlo

el revolucionario verdadero

está guiado por grandes sentimientos de amor

tiene hijos que no aprenden a llamarle,

mujeres que deben ser parte de su sacrificio

sus amigos son sus compañeros de la revolución». (11)


«Lasciate che lo dica / ma il rivoluzionario quando è vero / è guidato da un grande / sentimento d’amore, / ha dei figli che non riescono a chiamarlo, / mogli che fan parte di quel sacrificio / suoi amici sono compañeros de revolución». (12)

Proprio il «sentimento d’amore» è onnipervasivo in Complici, a partire dai versi delicati che Pancino dedica a Loredana, moglie amatissima che «fa parte di quel sacrificio» condiviso:


«Quando erano onde i canneti e fremito verde il mare

e tu inseguivi l’amore

tra i canti del vento,

nei tuoi occhi un’isola c’era e un mare e un cielo

sempre vicini e sempre al di là di ogni spazio». (13)


La poesia da cui cito ha titolo Tinos, un’isola greca delle Cicladi, ed è sottotitolata a Loredana. Ogni volta, o quasi, che Loredana entra in scena appare nei versi anche il mare e sembra improvvisamente che l’io poetante sia abitato dall’azzurro, un azzurro che ha sostanza opposta a quella ossessiva di una celebre lirica di Mallarmé («Je suis hanté. L’Azur! l’Azur! l’Azur! l’Azur!»), (14) perché è un azzurro che salva: e azzurri, ne ero certo già prima che l’autore me ne desse conferma, sono anche gli occhi di Loredana.


«Per quanto riguarda il mare e Loredana, le due cose nella mia coscienza vanno insieme perché, nel periodo della latitanza, quando non ci si poteva trovare pubblicamente, abbiamo passato due brevi periodi di vacanze in Grecia: io avevo evidentemente i documenti falsi e così via, e quel periodo è stato molto difficile dal punto di vista psicologico, perché non sono fatto per essere clandestino, sono una persona che ha sempre vissuto con gli altri, quindi quei brevi periodi in Grecia sono stati un’oasi: infatti molte delle immagini mi ritornano da quell’esperienza, c’è ad esempio una poesia che s’intitola La spiaggia, che non è una poesia dedicata a Loredana, però le immagini sono tratte direttamente da una spiaggia che abbiamo visto in Grecia, poi ce n’è un’altra intitolata Tinos, che è ispirata direttamente da un nostro momento d’amore in Grecia».

Tinos e La spiaggia sono due testi particolarmente riusciti, nei quali la complicità in amore trae un risalto luminoso. Nella prima, gli occhi e ciò che vedono si unificano, così come «il desiderio e la meta» quando due corpi si fondono, in una dimensione temporale che cerca pienezza e sospensione e sembra sfiorarle, in quell’istante finale: «quando il mio corpo / è giunto a tutto e a nulla». Nei versi di La spiaggia, il gioco ancora panico di Tinos, pur tenendo al centro l’elemento naturale, si eleva, facendosi interrogativo e filosofico:


«In quale occulto varco

di aria e di tristezza è scritto l’armonioso codice del vento che conduce oltre i confini? Al di qua di pareti

nel percorso scritto dal tempo è contenuto il senso

del pianto di pelle

che mi scende addosso

e la pietà struggente

per chi nascendo al tempo

ha perso

il segno dell’infinito». (15)

E l’esposizione al lavorio del tempo è anche esposizione alla morte, al lutto di coloro che la clandestinità e l’esilio rendono estranei al desiderio di un incontro, di una parola, di un abbraccio, come nel caso dei fratelli Luciano e Marcello:


«Luciano è mio fratello, con cui ho vissuto tutta la prima parte della mia vita, aveva otto anni più di me (che sono nato per sbaglio) ed è stata la persona che ho forse amato più profondamente nella mia vita, e quindi, quando è morto, per me è stata una frattura terribile. Sono riportate alla fine del Secondo volume tre delle poesie che avevo scritto per lui. Mentre io ero clandestino sono morti due fratelli: uno è appunto Luciano, che sono stato a Londra ad assistere negli ultimi due mesi di vita; e l’altro è Rajco, il maestro Marcello che tutti a Valdobbiadene conoscevano, e quando sono tornato nel 2008 e mi presentavano come Pancino, dicevano: Ah, il fratello del maestro Pancino! Gli rivolgo la poesia La seconda morte».


La poesia resta dunque come uno dei pochi mezzi per tenere vivo il dialogo interrotto, per la clandestinità prima, per la perdita poi. È allora lo strumento per dire la perfetta simbiosi tra l’anima di Gianfranco e quella di Luciano:


«Fratello mio

figlio amante

non ho ricordo di te perché non so perderti o cambiare in memoria il nostro amore.

Camminiamo insieme Luciano dolce nome

ripassiamo la nostra vita...». (16)


È anche il linguaggio eletto per piangere «la seconda morte» di Rajco-Marcello, ma brindando alla vita sulle colline pampinose di Valdobbiadene:


«Fratello ti porti un altro lembo della mia giovinezza

fatto di passi per le colline

di terra rossa e sole,

di nostalgie di rivolta consegnate alle mie speranze (...)

La tua vita è finita

con l’appassirsi della rosa

e con i suoi petali

sei tornato alla terra.

A te e ai fiori che su te cresceranno, Rajco, levo il bicchiere». (17)

Le dimensioni dell’amore, dell’amicizia, della condivisione degli ideali confluiscono nella figura di Kit, a cui è dedicato un testo omonimo nella Seconda parte, il cui sottotitolo è reclusa in un carcere argentino:


«Kit è stata la mia prima compagna, poi siamo andati insieme a Milano, in Francia, abbiamo lavorato insieme come medici del lavoro; ci siamo separati già in Italia prima che incontrassi Loredana, ma rimane la persona di cui io ho più fiducia e io sono quella di cui lei ha più fiducia: quando è stata anche lei in esilio, in Argentina, prima arrestata e poi torturata, ho scritto la poesia Kit».


«Io so che più che il dolore

ti scoppia gli occhi la tristezza

la crocifissa nudità di ritrovarti sola con ricordi lungo le spalle

con rimpianti». (18)


Pur nella tensione, talvolta nel dolore venato di disperazione, la poesia di Complici sa restituire una sensazione di leggerezza nei momenti di abbandono alla bellezza delle cose, nelle parole che sanciscono una inscalfibile certezza di credere negli ideali per i quali si è consumata tanta vita e tanta vita è stata rubata, ma in nome di un noi, cui si rimane legati fino alla morte, oltre la morte. Perciò questa complicità è valsa un tempo degno comunque di essere vissuto, anche dentro la latitanza, anche esiliato oltreoceano:


«Ho vissuto intensamente anche in quel periodo per almeno tre ragioni: la prima è che comunque, almeno nel primo anno di clandestinità, perseguivo il progetto rivoluzionario, facendo politica anche da clandestino. Sono stato a Torino un anno, ho partecipato all’organizzazione della rete dell’Autonomia di «Rosso» con operai della Fiat e con studenti di Torino; mantenevo contatti con tutta la rete nazionale, ero convinto di continuare il percorso rivoluzionario in altri modi, nella clandestinità. Queste certezze si sono incrinate nel secondo anno e ci sono parecchie poesie su questo, per esempio Latitanza e Inverno ’78, che mostrano come la crisi del movimento mi colpisse profondamente, cioè fossero dei terribili colpi di frusta o, peggio, dei terremoti che incrinavano il senso di quello che stavo facendo: perché, se io accettavo la clandestinità per fare la rivoluzione e se la rivoluzione non si poteva più fare, a questo punto che senso aveva rimanere nascosto, non vedere i compagni, gli amici, vedere Loredana e il bambino una volta ogni tanto di sotterfugio? Che senso aveva? E quindi la seconda parte della latitanza l’ho vissuta effettivamente in modo angosciato e le ultime poesie lo dimostrano. Le altre due ragioni per cui ho vissuto intensamente quel periodo sono state l’affetto, la vicinanza, il sostegno morale dei compagni di lotta, gli amici, e soprattutto la storia d’amore che stava nascendo e che è fiorita durante la latitanza con Loredana».

Note

1. G. Pancino, Complici. Poesie (1978-1982), Milieu, 2026, p. 65.

2. Dopo la lirica. Poeti italiani 1960-2000, a c. di E. Testa, Einaudi, 2005, p. VI.

3. Pancino, op. cit., p. 5.

4. Pasolini Teorema TV. III B facciamo l’appello: Biagi intervista Pasolini, Rai, 1975, consultabile al link: https://www.raiplay.it/video/2022/01/Pasolini-e-la-TV—III-B-facciamo-lappello-Biagi-intervista- Pasolini-4fb80926-9a69-42d4-96c4-f5acc19638cf.html

5. Pancino, op. cit., p. 6.

6. P. Steffan, «Niente mi ha fiaccato». Conversazione con Ferruccio Brugnaro, «Poetarum Silva», 16 marzo 2017, https://poetarumsilva.com/2017/03/16/ferruccio-brugnaro-conversazione-paolo-steffan/

7. Cfr. P. Levi, Ad ora incerta, Garzanti, 2004, p. 7.

8. P. Steffan, «In agonia in amore», in E. Bruck, Versi vissuti. Poesie (1975-1990), a c. di M. Meschini, EUM, 2018, p. 29.

9. Pancino, op. cit., p. 7.

10. Pancino, op. cit, p. 68.

11. M. Vàsquez Montalbàn, Poema del Che Guevara in Poemas al Che, Instituto del Libro La Habana, Cuba, 1969, p. 79.

12. F. Guccini, Stagioni. Tutte le canzoni, a c. di V. Pattavina, Einaudi, 2000, 2007, p. 327.

13. Pancino, op. cit., p. 17.

14. S. Mallarmé, Tutte le poesie, a c. di M. Grillandi, Newton Compton, 2008, p. 102.

15. Pancino, op. cit., pp. 73-74.

16. Ivi, p. 117.

17. Ivi, pp. 121-122.

18. Ivi, p. 116.

Paolo Steffan, è poeta e critico letterario.



Pubblicato su finnegans.it il 12 luglio 2026

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