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  • Immagine del redattore: Paolo Steffan
    Paolo Steffan
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 9 min

Complici: Gianfranco Pancino tra poesia e rivoluzione

Lettura critica in dialogo con l’autore (2/2)


Antonio Brech
Antonio Brech

Se il titolo-tema Complici fa da stratificato fil rouge alla raccolta di Gianfranco Pancino, vi sono alcune altre parole su cui è necessario porre l’attenzione, proprio in forza del manifesto di poetica che apre il libro.



Le parole della poesia


«Noto che abbiamo una sensibilità poetica molto vicina, perché i miei due riferimenti della poesia italiana, a parte Dante, che rimane un fulcro essenziale, sono Leopardi e Montale».


Malgrado una lettura (anche) politica di Complici sia quasi un passaggio obbligato, la qualità che rende viva la parola di Pancino è la scelta di parole immortali, che vengono dai grandi temi della vita e non direttamente dalla tradizione della poesia civile, che spesso si storicizza e, per così dire, scade. A occupare la pagina con rinnovato vigore sono parole come libertà, rabbia, amore, vita, infinito, tempo, tutto, nulla... In questo i modelli hanno sicuramente giocato un ruolo strategico: sono i classici, e su tutti la terna Dante-Leopardi-Montale. Il primo, ghibellin fuggiasco, è d’altronde l’esule per eccellenza in cui rispecchiarsi, nonché il poeta più creativo nel riformare la lingua; il secondo è il poeta della Natura nel senso più alto, tanto poetico quanto scientifico e filosofico, in Complici se ne sente fortemente l’eco; il terzo – «mio amato poeta», (1) scrive ricordandolo nell’autobiografia Ricordi a piede libero, che in limine presenta proprio una citazione montaliana – è stato oggetto di una conferenza tenuta da Pancino quando, in Messico, è stato professore di italiano e linguistica al Dipartimento di Italiano della Facoltà di Lingue dell’Universidad Nacional Autónoma de México.


Oltre ai classici della letteratura patria, nella raccolta vi sono più o meno espliciti richiami a Baudelaire e a Neruda, ma si sente vibrare anche una vena mediterranea (si è già parlato di grecità nella nostra 1^ parte) che va dall’Omero dell’Odissea fino al Kavafis di Itaca (e proprio Itaca era il titolo che Pancino avrebbe voluto dare alla propria autobiografia). Sono poi citati, inevitabilmente affratellati, i poeti esuli: il francese Saint-John Perse (1887-1975, Nobel nel 1960), il guatemalteco Miguel Asturias (1899-1974, Nobel nel 1967), l’uruguaiano Mario Benedetti (1920-2009).

Questo florilegio di modelli e il piacere della parola insito nella sua poesia confermano una dichiarazione che Pancino fa nei Ricordi a piede libero: «A me piace l’armonia. Sono piuttosto di gusti classici». (2) Eppure ciò non gli vieta, poco dopo, di fare un «elogio dell’eccesso» citando d’obbligo Dostoevskij: «Si può cercare l’armonia, quando le disuguaglianze creano un profilo difforme del mondo? (...) Non è possibile. “Io non voglio l’armonia, non la voglio per amore verso l’umanità”: Ivan Karamazov ha ragione». (3)


In coerenza con questo spirito, che è lo stesso che soggiace al carattere di Gianfranco Pancino, che si riflette in ogni snodo della sua vita o, meglio, delle sue «tre vite», (4) anche la poesia di Complici oscilla tra armonia ed eccesso. Come nel bel gioco verticale dell’ultima strofa di Palenque, titolo-toponimo che riassume un’esperienza panica dentro le viscere più profonde del paesaggio messicano:


«Palenque rovinata

in un groviglio di cuori verdi ci mostri i parassiti lussureggianti intorno

ai tronchi più alti

e sopra sempre

più presso al sole

i liberi rami dalle libere foglie». (5)


Non è poi, questa oscillazione, una proprietà fondamentale di tutto ciò che chiamiamo “natura”? E infatti il protagonismo della natura è pervasivo nelle poesie:


«La natura c’è perché io mi sono sempre sentito parte della natura, dalle poesie più giovanili, adolescenziali; inoltre la metafora, che è il mio strumento poetico maggiore, quale migliore materiale può trovare di tutte le sfumature sia dolci sia violente che ci sono nella natura?».


Un connubio esemplare di rapporto con la natura e i suoi elementi, compreso l’umano, e la potenza allusiva di un linguaggio metaforico ma mai astratto, si trova in una bellissima poesia della sezione Corrispondenze:


«Non ci libera il mare coi suoi suburbi lussuriosi d’allusioni e di silenzi

e l’anfiteatro aperto della sua voce.

Non ci libera il marené la stradaaperta dalle stelle tra le palme.

Attorno al fuocosi smagliano le reti di parole e di silenzi.

Non ci salva la nottecon i suoi campi vuotie l’inquietante abbraccio che ci appressa intornoal calore dei nostri sguardi.

Né la poesia ci salva dal seguire sghembi sui nostri cammini quando l’anima

ha le ali bagnate

e vola rasente al gorgo al cui fondo il vuoto

macina il tempo» (6).



Io, Ulisse


Uno dei bacini metaforici più solidi di Complici attinge dal mito greco, filtrato attraverso l’Inferno dantesco e la propria esperienza autobiografica, in molta parte mossa dal sentimento che pervade l’Odissea, la nostalgia (e Canti della nostalgia è proprio il titolo del Secondo volume della raccolta, quello scritto in esilio):


«Ulisse è un personaggio centrale nella mia storia, nella mia coscienza, nella mia cultura, e infatti il titolo sul manoscritto della mia autobiografia non era Ricordi a piede libero: era Itaca. Ulisse l’ho anche usato in una poesia, quando dico che “in un’epoca che ha sconfitto gli eroi / è vano aspettare il ritorno di Ulisse”. Il mio Ulisse è l’Ulisse dantesco: è l’eroe che affronta qualsiasi pericolo per aumentare la sua conoscenza, per capire il mondo e gli uomini, ed è quindi una figura che mi ha inseguito per tutta la mia vita.»


La poesia citata da Pancino è, non a caso, Latitanza, contenuta nella seconda sezione del libro, La ragnatela dei giorni: una riflessione lucida a dieci anni dal ’68, mentre vive nella solitudine, in «questa stanza oblunga, / come una bara ai miei desideri» che però «difende la mia libertà». (7). Nella dedica iniziale del libro – «A Luciano e ai complici del folle volo» – il rimando all’Ulisse di Dante era già esplicito e il sapore dolceamaro delle sue annose peregrinazioni ritornava anche in quelle atmosfere respirate in una delle prime poesie della raccolta, Tinos (di cui scrivevo nella 1^ parte).


Il canto XXVI dell’Inferno era stato citato da Pancino anche in un luogo notevole dei Ricordi a piede libero: «Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza», (8) si legge sulla soglia della parte dedicata alla “terza vita” quando, dopo la parentesi in Messico, inizia l’esilio in Francia (1982-2008). La terzina celeberrima – tra le citazioni più usate e abusate di sempre, spesso con un fraintendimento che deriva dalla sua estrapolazione dal contesto originale – fa parte della «orazion picciola» per cui Dante accusa il persuasore Ulisse di avere ingannato i propri «compagni», che potremmo erroneamente interpretare come sinonimo di «complici». In tal senso, si potrebbe ipotizzare che anche le parole contenute in Complici abbiano le tonalità, specie in alcune poesie del Secondo volume, di una «orazion picciola»: andando a guardare l’esito della rivoluzione – di cui l’autore è fin da subito consapevole, se lo ritiene un «folle volo» – allora Pancino potrebbe considerarsi un consigliere fraudolento?


«I compagni in prigione sono stati un fardello quasi insopportabile da portare per tutti i primi anni di esilio: io ero libero al contrario di alcuni compagni di lotta (quelli con cui cerchi di sviluppare un progetto rivoluzionario), tra cui ci sono anche gli amici (quelli con cui hai un’affinità elettiva, un’affinità di sensibilità per cui ti sono particolarmente cari), con gli uni condividi il progetto e con gli altri condividi la vita. Molti di questi miei amici erano in prigione: l’idea che me ne ero andato dall’Italia, che loro fossero in prigione e così via mi era quasi insopportabile, e per questo ho scritto varie poesie su questo o rivolte a loro, come Su una lettera dalla prigione che parla di serenità, che ho scritto dopo che ci è arrivata una lettera di un compagno, un amico che era in prigione e che stranamente aveva delle parole di speranza, di serenità. Quindi io ho continuato con la mia poesia il dialogo con queste persone che non potevo più vedere».


La risposta all’interrogativo è no. La differenza tra Pancino e Ulisse è qui sostanziale: lo status dei compagni di lotta è da intendere in senso comunista, dunque si tratta di un rapporto tra pari, in cui la parola compagno, amico o complice non nasconde alcun artificio retorico, ma restituisce il suo significato più vero; diversamente, Ulisse non è un pari dei suoi compagni di viaggio, e quando usa termini come frati (fratelli) o compagni è per persuaderli con quegli artifici della retorica che la poesia di Pancino, fin dal testo programmatico introduttivo, dichiara con forza di volere scalfire.



Odi et amo: Venezia


C’è infine un luogo che da qualche secolo, nella letteratura di ogni tempo e di ogni dove, è metafora per eccellenza: Venezia. E quando sulla pagina di Complici appare il nome di questa città, torna immediato il discorso sull’amore, scandito già nel titolo: Canzone d’amore per Venezia. E se Venezia è la regina del mare, e il mare riflette quello stesso azzurro che in altre poesie è, col mare, negli occhi di Loredana, il gioco metaforico, e metamorfico, è fatto. Ma l’amore per Venezia è più antico dell’incontro con Loredana: sono per Pancino gli anni degli studi e delle prime esperienze di lavoro come medico, sono gli anni dell’amore giovanile con Kit. Una parentesi felice, che solletica il sentimento di Ulisse, la nostalgia, quando Pancino è un esule e Venezia-azzurro-amore prende forma di poesia:


«Hai mai guardato in alto

sopra i panni stesi e i muri

nelle calli di Venezia

scrostate tra gli archi di marmo?


C’è un lembo di cielo, un azzurro incredibile

posato sugli intonaci grigi.

Il passante distratto, il turista può credere siano due mondi.

Non chi vi è nato o chi ama». (9) 


La sensibilità straordinaria che Pancino esprime in relazione alla città lagunare cela già, in questo ricordo da lontano, una ulteriore oscillazione cui è destinato il suo pensiero – in quel pendolo armonia-eccesso che è cifra profonda del rapporto sé- mondo – ed è una oscillazione che s’innesta proprio nel rapporto con Venezia, constando di tre fasi: la città amata in gioventù con Kit nei primi anni ’70; quella nostalgicamente ricordata in versi con “amor de lonh”; quella riabbracciata a trent’anni di distanza nel 2008. (10)


«La Venezia più bella che ho conosciuto è quella di quand’ero medico all’ospedale Ca’ Giustinian, e l’ho amata, ne ho amato le luci, i riflessi, le ombre – non avevo mai voglia di tornare a casa – e poi l’ho amata nel ricordo: infatti questa poesia è nata in Messico, credo dopo rievocazioni fatte con mia sorella, come un bisogno nostalgico di ritrovare uno dei punti d’attacco che ho avuto quand’ero in Italia. Il ritorno è stato scioccante, perché non ho più trovato la Venezia che conoscevo: ho trovato una Venezia completamente commercializzata, invasa dai turisti; dopodiché poco per volta mi sono riappacificato con la città, però ora non è più quel grande amore, ora è una città in cui mi piace, quando posso, andare a passeggiare, a vedere qualche soffitto di qualche chiesa, ma soprattutto passeggiare nei rioni che non sono ancora invasi dai turisti. Però è un amore che è diventato una simpatia».


Venezia, forse per la sua natura anfibia, tra terra e acqua, è sempre stata un termometro dei cambiamenti epocali, e oggi lo è quanto mai: basti pensare al riscaldamento del pianeta e a come Venezia lo subisca in anticipo, nello squilibrio di un delicatissimo ecosistema lagunare, su cui l’uomo è sempre intervenuto chirurgicamente, mantenendone l’armonia: ma oggi è l’eccesso a prevalere, e dunque sono squilibrati anche i provvedimenti che (forse) si dovranno prendere. Nello stesso senso va la vorace erosione della Venezia-città, destinata a farsi sempre più Venezia-museo, Venezia-vetrina, Venezia-parco giochi: la fine della cittadinanza per fare largo al turista, al consumo: allora, la gloriosa capitale della Serenissima subisce una nuova umiliazione peggiore di quella napoleonica, forse anch’essa conseguenza di quella che Paolo Virno chiamava «rivoluzione sconfitta», scrivendo nel 2021 in riferimento alla stessa lotta politica combattuta da Pancino: «Ogni autentica sconfitta, nella guerra civile più o meno latente tra le moderne classi sociali, si traveste in gran fretta da errore, anzi da colpa, dei vinti. (...) <Ma> sarebbe una sciocchezza, per giunta assai meschina, raffigurare gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso come una collezione di violenze subite, un cocktail di soprusi e persecuzioni, una disperata resistenza all’offensiva di padroni arrembanti. È vero il contrario. Furono gli anni in cui ebbe luogo il primo e unico tentativo di rivoluzione comunista in seno al capitalismo maturo». (11) Con la fine ingloriosa di questa lotta e di qualunque possibilità, anche solo pensata, di alternativa al sistema capitalista occidentale, viviamo oggi la sconfitta di un’idea di bene comune, che vediamo affondare, come Venezia, sotto i nostri occhi, silenziosi e impotenti di fronte a quello che è forse il vero tema. Eppure la poesia di Pancino ci può restituire le priorità con versi che restano, trafiggendo con le sue parole piene il vacuo drago dell’indifferenza:


«Ho scoperto così, dopo tanti,che lo sforzo di vivere si chiama amore

non so dare per ora altra risposta.

Non so dare risposta che non sia ancora amore, che non sia ancora lotta con altre mani

per portare il presente verso il futuro,

che non sia il risveglio che si conforta

nella dolcezza di un altro risveglio». (12)



Note

1. G. Pancino, Ricordi a piede libero. L’Autonomia operaia, l’esilio, gli studi sull’HIV, Mimesis, 2024, p. 249

2. Ivi, p. 145.

3. Ibidem.

4. F. Visentin, Da Autonomia Operaia al Nobel per la Medicina: le tre vite di Pancino, «Corriere di Verona», 29 marzo 2024.

5. G. Pancino, Complici. Poesie (1978-1982), Milieu, 2026, p. 83.

6. Ivi, p. 114.

7. Ivi, p. 49.

8. G. Pancino, Ricordi a piede libero, cit., p. 275

9. Id., Complici, cit., pp. 76-77.

10. Cfr. Id., Ricordi a piede libero, cit., p. 57.

11. P. Virno, Mattarella e il passato oppresso. Se le lotte del presente riscattano una rivoluzione sconfitta, «DinamoPress», 5 luglio 2021, https://www.dinamopress.it/news/mattarella-e-il-passato-oppresso-se-le- lotte-del-presente-riscattano-una-rivoluzione-sconfitta/

12. G. Pancino, Complici, cit., p. 32.

Pubblicato su finnegans.it il 13 luglio 2026.



Paolo Steffan è poeta e critico letterario.

 

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