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La città
Un racconto di Luigi Ananìa

La Città è allo sbando, l’ordine è impazzito.
L’armonia è persa e il lavoro è fermo. La società delle acque e l’ente delle energie sono lucenti di sole. Negli uffici fogli stampati volano da una porta all’altra. Fra le polveri delle fabbriche bambini guastano macchine per trarne bobine, ugelli e valvole. Nella popolazione è subentrata la stanchezza del produrre. Confezionare frasi, oggetti e alimenti è venuto a noia. Per le vie brillano imballi di abiti, armadi, cartoni e giuochi. Il popolo vaga nell’asfalto fra mandrie di animali stupiti. Con la produzione si estingue anche l’abitudine. Le parole che risolvevano incontri e contratti risuonano prigioniere dei volti. La gioia segue la melanconia con sorprendente casualità, la benevolenza e la rabbia si alternano senza ragioni. In piazza uno schermo evanescente trasmette lettere e immagini del luogo; una frase si colora in blu e svanisce: La confusione genera orgoglio per il pil che verrà; il suo agire è necessario per future energie.
Le immagini sullo schermo mostrano gli abitanti negli atti quotidiani. Chi si riconosce si imita e si assopisce. Qualcuno guarda in alto a cercare il cittadino che risolve contrasti e litigi. Nei giorni passati la sua fronte effervescente luccicava sulle porte dei palazzi. Quando avvertiva tensioni camminava e saliva sugli obelischi e in equilibrio sulle cime preveniva la violenza ideando artifici della ragione, entusiasmi, pasticci di assiomi, deliqui e fou rire tremanti; poi scendeva e passava per la città acclamato come un artista del sentire. La folla lo cerca confusa dallo scirocco che invola finestre, carte e discernimento.
Chi mantiene la mente salda è la ragazza che lo ha scelto come amante e lo cerca inclinando il viso ad ogni pensiero; mentre passa da un quartiere all’altro nei suoi occhi verdi passano immagini di quella fronte effervescente; rivede il suo sguardo e le gambe che cavalcano emozioni e crinali; ricorda gli umori e i movimenti, la paura dei pertugi, l’altimetria della sensibilità sulle cupole variopinte, l’allegria che lo sosteneva fra reticoli di antenne paraboliche, le fughe improvvise quando delirava e saltava ai margini dei pulpiti. Dal municipio con un sol grido stillò l’angoscia della pausa postprandiale; dalla voliera con un gemito e un canto calmò turbe di piazza. La ragazza attraversa il corso e riconosce i cittadini maestri delle convenienze; incontra l’uomo dalle gengive rivoltate che prostrava sempre una trafila bianca e conciliante, il ragazzo dal passo largo che effondeva gioia e meraviglia, l’individuo che procedeva lineare suggerendo i gesti e i comportamenti. All’angolo del mercato vede la vecchia obesa il cui scroscio di risa annientava ogni desiderio di superfluo; in ognuno c’è uno sfasamento, un cammino deviato, un’attitudine cangiante.
I percorsi più ampi di quando si produceva portano a vie misconosciute e ad incontri inconsueti. Chi aveva movenze invariabili modella un’andatura incosciente e sghemba. Nell’incontro con l’altro spariscono i segni di riconoscimento per la rappresentazione. L’artista del sentire è nel verde di un cedro del Libano; disteso fra i rami coglie sprazzi di realtà e gioisce della frantumazione di propositi e intese. Il cedro oscillando offre prospettive di fiume, piazze e crocevia.
Lungo i viali passano gambe, mani e sguardi privi d’intenzione. Le figure si confondono e parti di individui si agitano fra le chiome degli alberi. Al tramonto convengono in miraggi che si frammentano sui vetri dei palazzi. Soltanto la luce lunare compone forme permanenti e vere dilatandole in bianco; cittadini ampliati passano in fila sul lungofiume. A volte un’onda d’ilarità li traversa e gira rinnovando smorfie, scambi e mise di circostanza.
Luigi Ananìa scrive e fa vino rosso a Montalcino. È autore di raccolte di molti racconti, l’ultimo delle quali è Condominio aereo, Castelvecchi, Roma 2025.

