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  • Immagine del redattore: Alberto Burgio
    Alberto Burgio
  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 15 min
dossier guerra e capitale

La normalità della guerra

(o della persistenza del «secolo breve»)


Beata Malewski
Beata Malewski

Si è aperta una nuova fase politica e storica con l’attacco russo all’Ucraina? Presenta caratteristiche inedite il periodo che ci separa dal febbraio 2022 e che ha poi visto in rapida sequenza il massacro di civili israeliani del 23 ottobre 2023 a opera di miliziani di Hamas e la furia sterminatrice di Netanyahu e Ben-Gvir contro i palestinesi a Gaza e in Cisgiordania; il blitz del satrapo di Washington a Caracas, le sue pratiche di annientamento contro Cuba e la sua guerra di aggressione contro l’Iran khomeinista? Credo di sì ma non sono sicuro che la vera novità consista in un mutato scenario geopolitico, in una nuova forma dei conflitti armati o in un diverso rapporto tra guerra e conflitto politico, come si verificò trent’anni fa con l’avvio delle «guerre democratiche» di Clinton nei paesi balcanici che avevano orbitato nel sistema di alleanze guidato dall’Unione Sovietica, e con la «guerra infinita contro il terrorismo» scatenata da Bush jr. all’indomani dell’11 settembre. I conflitti armati che si susseguono sotto i nostri occhi e che hanno tutta l’aria di costituire un ingrediente essenziale del paesaggio politico globale (ragion per cui temo che le speranze in una pace estesa e duratura siano destinate a infrangersi contro l’evidenza della normalità della guerra) hanno tutta l’informalità e l’asimmetria caratteristiche delle «nuove guerre» che negli anni Novanta del Novecento (Balcani) e nel primo ventennio di questo secolo (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria) videro protagonisti gli Stati Uniti con e senza la zelante complicità della Nato, e delle guerre fratricide che dopo l’affondamento dell’Urss dilaniarono le Repubbliche ex-sovietiche (Nagorno-Karabakh, Transnistria, Tagikistan, Cecenia e Georgia), anche per effetto delle incalzanti pressioni diplomatiche del «mondo libero» e dei programmi di «sostegno economico» volti a contenere l'influenza russa e a favorire l’apertura di nuovi mercati ai capitali occidentali. Anche l’ipotesi del tramonto del bipolarismo est-ovest, apparsa ai più come una certezza dopo l’implosione dell’Urss, dovrebbe essere attentamente riconsiderata, a dispetto delle esibizioni di reciproca cordialità da parte di Trump e Putin (con Xi Jinping, vero contendente della periclitante egemonia statunitense, la messinscena è molto più difficile). Né va dimenticato che l’odierna guerra russo-ucraina è solo la prosecuzione della guerra del Donbass iniziata nel 2014 con l’annessione russa della Crimea, la quale fu a sua volta uno sviluppo del processo di disgregazione dell’Urss promosso e gestito dalle potenze occidentali che subito vollero l’espansione dell’Unione Europea e della Nato fino ai confini russi. Dunque le novità ci sono ma forse non risiedono dove perlopiù si suole vederle.   

 

Quando, trentacinque anni fa, implose l’equilibrio bipolare nato dalla guerra dei Trent’anni (1915-1945) che aveva decretato la fine degli Imperi europei (il crollo dell’Impero ottomano, la disintegrazione dell’Impero austro-ungarico, la crisi organica dell’Impero britannico), a sinistra si chiacchierò di un nuovo monopolio «imperiale» della sovranità. Qualcuno scommise sulla nuova sovranità globale degli Stati Uniti, altri sull’unificazione del pianeta sotto l’ombrello della «globalizzazione capitalistica». Senza averne consapevolezza, si ripeteva la filastrocca di Fukuyama, e quando poi anche la Cina entrò nella Wto, nessuno o quasi ebbe più dubbi: la storia era finita, l’incubo – o il sogno – della trasformazione si era dissolto con la catastrofe del «socialismo reale» e col perfezionarsi della mondializzazione capitalistica. Ancora oggi fa impressione ricordare quegli anni ormai lontani, considerare il gran tempo perduto a dibattere sul nulla, a scontrarsi per contestare l’insostenibile pochezza delle “analisi” in base alle quali la (sedicente) «sinistra alternativa» tracciava le proprie “strategie”. Sta di fatto che negli ultimi tre-quattro decenni la guerra è stata un aspetto costante del quadro internazionale, con il susseguirsi di una serie ininterrotta di conflitti armati (mai meno di un centinaio) disseminati in ogni continente sullo sfondo di una struttura multipolare dei poteri sovrani e nel quadro del persistente antagonismo, sotto nuove forme e con nuovi equilibri, tra Oriente e Occidente: tra l’«economia mondo» capitalistica erede dell’egemonia europea e il campo delle nuove potenze «in via di sviluppo», le quali certo partecipano alla riproduzione capitalistica, ma ne investono i profitti (la quota crescente del Pil mondiale sotto il loro controllo) in differenti progetti politici, su altre idee e per la costruzione di altre forme di società. La via dittatoriale al socialismo può non convincere, può senz’altro dispiacere (e pone un gigantesco problema storico e teorico a chi abbia a cuore la prospettiva di una transizione rivoluzionaria non rinviata a un futuro remoto), ma non attesta e non implica il confluire nel sistema capitalistico. E come nei settant’anni di vita dell’Unione Sovietica la contrapposizione est-ovest non cessò mai di essere anche una rivalità politica e ideologica nonostante la degenerazione autoritaria, burocratica e castale del regime sovietico e il connotato imperiale del suo sistema di alleanze (ma non va dimenticato il sostegno militare ed economico che sempre l’Urss fornì ai movimenti di liberazione in tutto il mondo); così oggi la struttura monocratica degli Stati e il controllo oligarchico sul plusvalore non cancellano il fatto che tra i Brics e il «mondo libero» a trazione statunitense – il regno del grande capitale privato, delle vertiginose sperequazioni e delle nuove schiavitù che prosperano all’ombra del «libero mercato» – l’antagonismo è anche di natura politico-ideologica e verte, oltre che intorno alla lotta per il controllo delle materie prime e delle risorse energetiche, anche sulla possibilità di instaurare un altro ordine mondiale e un modello sociale alternativo a quello dominante in Occidente.

 

Ma la persistenza di questi elementi strutturali, che induce a sostenere che dagli anni Novanta in poi la dinamica politica mondiale non si è sostanzialmente modificata, non toglie che in questo primo quarto di secolo – se vogliamo fissare un punto d’avvio: a partire dall’11 settembre del 2001, e con una costante accelerazione – il panorama sociale e politico di questa parte del mondo sia profondamente mutato, coinvolgendo in prima istanza proprio la guerra e lasciando intravedere prospettive inquietanti. Qual è il punto a mio parere? Mi pare consista proprio nella normalizzazione della guerra o, per essere più precisi, nella penetrazione della sua normalità nel senso comune. Questo nuovo stato di cose avvicina il nostro presente al clima ideologico e politico che nel secolo scorso condusse alle guerre mondiali e che, dopo l’ecatombe della Prima e quasi senza soluzione di continuità, favorì lo scoppio della Seconda sulle ali del coinvolgimento «patriottico» di vasti settori di popolazione. Tutta l’Europa, dalla Spagna all’Ungheria, dalla Scandinavia al Regno Unito, ai paesi mediterranei, torna oggi a essere percorsa dai miasmi del nazionalismo corroborati dall’indottrinamento populista, dalla xenofobia (il disprezzo, il risentimento, l’odio verso i migranti) e dal razzismo. La guerra neoliberale contro i poveri e contro il salariato ha spianato la strada spezzando i vincoli della solidarietà, dissolvendo la percezione dei diritti, disgregando la fragile coesione sociale conquistata nei primi decenni del secondo dopoguerra. E una pessima gestione del problema migratorio ha lasciato prosperare ovunque, e soprattutto nei settori sociali più colpiti dal disfacimento dello Stato sociale, la malapianta del razzismo. Mentre gli Stati si riarmano propagandando l’inderogabile primato della «sicurezza nazionale»; mentre l’Unione Europea benedice la spesa in armamenti come unica forma di indebitamento virtuoso; mentre si santifica la russofobia e si alimenta l’antica paura del pericolo giallo, la psicosi dell’invasione dei migranti dilaga e conquista nuovi proseliti tra i giovani, nelle periferie metropolitane e nelle retrovie di un proletariato abbandonato a sé stesso e sempre più disorientato. (Considerare questa del disorientamento politico di massa una questione cruciale, dirimente, è – sia detto qui rapidamente tra parentesi – essenziale, a meno di ignorare la dura lezione del Novecento – il consenso vasto ed entusiastico che a lungo sorresse i regimi fascisti – e il grave deficit di consapevolezza e di capacità di giudizio che, drammaticamente acuitosi con lo smantellamento delle organizzazioni politiche radicate sul territorio, abbandona oggi milioni di persone alla più spregiudicata manipolazione ideologica.) Il migrante non è soltanto lo straniero, colpevole di tutto: dell’«insicurezza» (come se non si fosse insicuri perché senza lavoro o senza reddito o con un reddito da fame, e perché privi di assistenza sanitaria); del diffondersi delle dipendenze (come se in Italia i cartelli del narcotraffico non fossero autoctoni e patriottici); dello scolorirsi delle identità e delle tradizioni, delle fedi e delle appartenenze. È anche e soprattutto un’icona, un’immagine: l’incarnazione di un fantasma che perseguita e dissemina angoscia. Il migrante è l’altro, ogni altro: ogni estraneo, ogni straniero, ogni diverso e ogni nemico contro il quale ci si vede costretti, quindi legittimati, a imbracciare le armi.

 

Nel nostro piccolo, nel nostro minimo (ma non buttiamoci troppo giù, noi che, «brava gente», inventammo il fascismo e lo portammo in dote al mondo intero!), assistiamo proprio in questi giorni a un esperimento molto istruttivo. Come la destra post- e neo-fascista gioca la carta del trasformismo e si traveste da forza moderata nella non vana speranza di rimanere in sella, ecco che subito un piccolo masaniello si erge in difesa dell’italianità tradita. È goffo, improbabile, patetico con quel suo rozzo eloquio casemarle. Ma invoca l’intransigente ristabilimento delle gerarchie (tra sessi, «razze», culture e regioni del pianeta) e, come Trump e i neo-nazisti tedeschi, promette nuove deportazioni. Chiama alle armi, smania dalla voglia di menar le mani e soprattutto liscia il pelo dell’immarcescibile nostalgia del Ventennio, per cui subito riscuote, anche tra i giovani, un largo seguito di massa. Per due motivi la faccenda del generale merita attenzione. Il primo è la nemesi che si abbatte sulla destra post-fascista oggi al governo, capitanata da gente che a suo tempo giocò lo stesso gioco con cui adesso si trova a fare i conti (per cui ben si comprendono il disappunto e la preoccupazione di «’Gnazio» e della «sora Giorgia»). Fratelli d’Italia fu inventato da Meloni, La Russa e Crosetto per impedire che la destra post-fascista italiana si inabissasse nel magma berlusconiano. Fu un’iniziativa identitaria volta a intercettare il consenso dei «camerati» e a preservare radici ben piantate nella storia e nell’ideologia del Movimento sociale italiano di Almirante. Riuscì perfettamente, tanto che nel 2022, a dieci anni dalla fondazione, il partito fu il più votato d’Italia. Ben presto tuttavia e inevitabilmente l’operazione si è scontrata con le esigenze di mediazione, compromesso e dissimulazione derivanti dal ruolo di governo, per cui oggi i duri e puri di ieri – puri, s’intende, fatta salva la possibilità di far soldi con la politica: anche i «camerati» tengono famiglia – si ritrovano scavalcati a destra da chi rinfaccia loro di avere tradito quegli stessi principi e quei valori che avevano giurato di preservare contro ogni tentazione moderata. È dunque una storia che si ripete con poche varianti e che riflette un dilemma al momento, per fortuna, irresolubile: finché l’attuale impianto costituzionale regge (e non per caso si tenta di destrutturarlo), la destra post- e neo-fascista può governare «la Nazione» solo vestendo i panni del conservatorismo liberale e dell’europeismo, quindi soltanto deludendo le aspettative di buona parte dei suoi sostenitori, subito pronti a riconoscersi nel capopopolo di turno.

 

Qui sta in effetti il vero motivo d’interesse della vicenda: nell’esistenza – in Italia come in gran parte dell’Europa – di uno zoccolo duro non marginale di irriducibili simpatizzanti di estrema destra, il che raccomanda di non trascurare le mosse del generaluccio, a dispetto della sua statura. È solo un sintomo, ma di un male cronico, profondo e molto pericoloso. Così come pericolosa è la pervicace, stupefacente cecità di larga parte dell’intelligenza progressista di fronte a questi chiari segnali di malessere. Come negli anni Novanta parlare di razzismo italiano ed europeo sembrava un’eresia (e per qualcuno lo è incredibilmente ancora), così oggi parlare di fascismo appare ai più un’inutile esagerazione. Ho letto in questi giorni un’intervista ad Angelo Bolaffi che non mi ha sorpreso solo perché mi è chiaro che il peggior cieco è chi non vuol vedere. Per Bolaffi – un tempo «comunista», oggi nostalgico del governo tecnocratico di Mario Draghi – il fascismo è solo «uno spauracchio della sinistra», e in Italia non corriamo alcun rischio, visto che la destra è debole e incapace di esprimere leadership forti e carismatiche (come se a decidere della forza di un capo fossero le sue presunte doti naturali – o soprannaturali – e non la configurazione del contesto storico). Passano i decenni, ma evidentemente l’idea è sempre la stessa: che il fascismo sia l’orbace e il passo dell’oca. Non si fa strada nemmeno l’ombra del dubbio che – sradicata dal salariato la coscienza di sé ed eroso anche l’ultimo residuo dell’antifascismo borghese – l’essenza del problema possa risiedere altrove: nella diffusione del razzismo e della xenofobia; nell’intossicazione nazionalista e bellicista dell’opinione pubblica; nella de-costituzionalizzazione del sistema politico e delle relazioni sociali (a cominciare dai rapporti di lavoro); nella crescita vertiginosa delle sperequazioni; nella polverizzazione sociale e nella cristallizzazione castale delle appartenenze, oltre che nello sviluppo abnorme della spesa militare e del complesso militare-industriale come fondamentali antidoti contro la stagnazione. I Francofortesi parlarono in proposito di «fascismo democratico» – un ossimoro incomprensibile per chi ragiona mediante stereotipi e tipologie scolastiche – ed è evidente che della loro lezione non rimane traccia.

 

La filosofia politica è in larga parte un discorso sulla guerra: sulla sua natura e ragion d’essere, sulle sue forme e la sua legittimità. È sia un discorso sulla guerra civile – tra pezzi di società: caste o classi sociali – sia un discorso sulla guerra tra i popoli: tra le nazioni e gli Stati; tra «razze», culture, religioni o civiltà. I due ambiti sono strettamente legati tra loro e a volte si intrecciano e si sovrappongono (non di rado le caste o le classi coincidono con le «razze» o con le comunità religiose) ma nondimeno sembra di poter dire che quando l’uno prevale l’altro retrocede: nelle fasi storiche in cui la guerra civile è all’ordine del giorno, la guerra tra le nazioni slitta in secondo piano, e viceversa. E sembra di poter dire anche che nel nostro passato recente – da un secolo e mezzo a questa parte – il discorso sulla guerra tra le nazioni come necessità, come strumento di difesa o di autoaffermazione, ha prevalso sul discorso della guerra tra le diverse componenti di una stessa società: guerra, quest’ultima, che ha la curiosa e perturbante prerogativa di ignorare i confini tra gli Stati, per cui capita di sentirsi personalmente coinvolti nelle lotte degli sfruttati, degli emarginati, dei sottomessi, ovunque esse si svolgano e qualunque esito lascino intravedere. Questo è vero con una breve eccezione, almeno in ambito europeo: i trent’anni che andarono dal boom economico post-bellico all’avvento del neoliberismo thatcheriano e della reaganomics, durante i quali in seno alle società capitalistiche divampò la lotta di classe e (a torto) ritenemmo possibile la rivoluzione. Oggi quella stagione appare lontana anni-luce. Il salariato è distrutto, polverizzato e immiserito, annientato nei suoi diritti e nella sua stessa identità sociale e politica. La speranza in un altro mondo possibile è perduta, la memoria delle lotte operaie è dannata, mentre sembra ricomporsi, a un secolo di distanza, la stessa costellazione storica che nel Novecento condusse ai conflitti mondiali. Vedremo come questo scenario si evolverà, vedremo se l’inseminazione delle ideologie guerresche nel corpo delle società «avanzate» darà i frutti attesi dagli imprenditori del populismo nazionalista e xenofobo. Di certo c’è che nessuna battaglia politica e culturale per la pace potrà produrre effetti significativi se non muoverà dalla presa d’atto del disastro maturato nell’arco degli ultimi trent’anni e delle immense responsabilità che per esso gravano sui gruppi dirigenti della sinistra in tutto l’Occidente. I quali non hanno soltanto ripudiato la rappresentanza del lavoro sotto padrone cooperando attivamente alla vendetta neoliberista e rinnegando ogni compromissione con le lotte rivoluzionarie del movimento di classe, ma hanno anche abbracciato la dottrina dell’imperialismo democratico – dell’«esportazione della democrazia» – rinnegando l’internazionalismo (cioè l’universalismo politico che è l’anima stessa della resistenza alla dominazione capitalistica) e rinnovando i fasti dell’interventismo socialdemocratico che un secolo fa precipitò la corsa verso la Prima guerra mondiale.

 

Questo ripudio e repentino riposizionamento, che ha visto decine di migliaia di dirigenti politici, di funzionari e di “intellettuali” già comunisti e socialisti trasformarsi, per dir così da un giorno all’altro, in zelanti alfieri del neoliberismo, della mondializzazione capitalistica e dell’imperialismo democratico, ha rappresentato a mio giudizio il più grave scandalo etico-politico del secondo Novecento: uno scandalo che non trova giustificazione alcuna nel modificarsi dei rapporti di forza già evidente negli anni della restaurazione reaganiana e a maggior ragione dopo la scomparsa dell’«Impero del male». Certo, tutto il mondo capitalistico si allineò allora docilmente ai diktat degli «esportatori della democrazia» e viaggiò spedito verso lo smantellamento delle tutele e dei diritti del lavoro subordinato. Ma se i risultati materiali e culturali di decenni di dure lotte operaie furono spazzati via in un batter d’occhio (tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio), ciò non accadde perché una battaglia o una guerra fu onorevolmente perduta. Niente affatto. Quelle conquiste, che nel corso dei trent’anni successivi alla Seconda guerra mondiale avevano imposto seri limiti allo strapotere del capitale privato e alle smodate mire di dominio imperialistico degli Stati Uniti: quelle conquiste poterono essere rapidamente e radicalmente cancellate dal corpo e dalla mente delle nostre società perché quella battaglia, quella guerra non fu nemmeno combattuta: perché la quasi totalità di quanti in Europa dirigevano le maggiori organizzazioni sindacali e politiche del movimento operaio semplicemente si arruolarono nell’esercito nemico e – precipitando milioni di persone nella confusione e nella disperazione – presero a predicare le virtù salvifiche della deregulation e delle privatizzazioni, della «flessibilità» e della finanziarizzazione; a teorizzare la necessità di imbracciare le armi per difendere l’Occidente democratico dai nuovi minacciosi totalitarismi; e a fare carte false per ripulire il proprio passato dall’onta delle compromissioni con una storia ormai maledetta. Carte false, anche fuor di metafora: e un caso su tutti mi sembra a questo proposito paradigmatico.

 

Fino agli anni Ottanta a nessuno era saltato in mente di mettere in dubbio che Antonio Gramsci – forse il più originale teorico marxista del Novecento – fosse comunista e leninista: un estimatore entusiasta della rivoluzione bolscevica, un militante disposto a pagare con la vita (come tragicamente avvenne) la battaglia per la liberazione del proletariato e per la costruzione dello «Stato operaio», come ai suoi tempi si diceva. Non solo che lo fosse in gioventù e finché rimase a piede libero, ma anche che lo rimase sino alla fine dei suoi giorni. Poi tutto è cambiato, con una rapidità che ha dell’incredibile. In meno di vent’anni legioni di interpreti e di agguerriti “filologi” hanno demolito, una per una, tutte quelle certezze. Migliaia di pagine limpide e coerenti – monumenti di conoscenza, d’intelligenza, di rettitudine esegetica – hanno mostrato come da giovane Gramsci si sbagliasse sul suo stesso conto (essendo in foro interiore un idealista: un ardente, benché talvolta ignaro, seguace di Croce e soprattutto di Gentile). E hanno svelato – poco importa se i testi dicono tutt’altro – che, senza ombra di dubbio, in carcere l’autore dei Quaderni mutò radicalmente partito, abiurando la malintesa fede e militanza giovanile. Non solo smascherò un infame tradimento ordito a suo danno dai capi del suo stesso partito. Non solo intuì gli «errori e orrori» dello stalinismo, profetizzandone tutte le conseguenze: il «totalitarismo», le purghe, la persecuzione della dissidenza interna; forse persino il pactum sceleris con Hitler e la costruzione di un «sistema imperiale» di alleanze. No, Gramsci comprese anche, tempestivamente (Ernst Nolte ci sarebbe arrivato cinquant’anni dopo), che fascismo e bolscevismo erano in realtà gemelli siamesi: ideologie politiche e sistemi autoritari di potere entrambi afflitti dalla tara tipica della plebaglia – l’idea volgare che tutto ruoti intorno all’economia e alla ricchezza materiale. E per converso scoprì le virtù salvifiche del capitalismo americano e della liberaldemocrazia che giocoforza sorge e si sviluppa sulla base del libero mercato. Profeticamente ravvisò nell’egemonia statunitense il fulcro del nuovo universalismo democratico e, con raro senso dell’opportunità, la scelse senza esitazioni. Del resto perché stupirsi? Non era mica sciocco Antonio Gramsci! Aveva fiuto e buon gusto, sapeva su quali tavoli investire. Era un idealista, certo: ma come filosofo, non come don Chisciotte, e sotto sotto sapeva molto bene (al pari di tanti altri «comunisti» italiani, Togliatti compreso) che da questa parte del mondo si vive incomparabilmente meglio che in quell’altra. Sta di fatto che oggi si è installato un nuovo senso comune e che in Italia nessuno dubita più – potenza dello spirito del tempo – di queste nuove e molto confortanti verità. Ci si è dimenticati delle «assurdità ideologiche» professate tempo fa da una letteratura faziosa e mendace, complice del nemico (penso, tra i maggiori, a Eugenio Garin e a Nicola Badaloni; a Cesare Luporini, a Valentino Gerratana e a Leonardo Paggi), e si partecipa entusiasti al coro unanime in sintonia coi tempi. Se poi il testo gramsciano resiste, se recalcitra e protesta (può sempre capitare), beh, in questi casi tanto peggio per lui! Non sta forse qui la sapienza dell’interprete, che è affidabile perché riesce a dimostrare che un testo puntualmente afferma ciò che di volta in volta appare tempestivo e profittevole? Anche la filologia può essere piegata a tal fine, al pari dell’arte della citazione ad hoc, dell’omissione, del montaggio e dello smontaggio, del collage. Il punto – per tornare a noi – è che la posta in gioco era ed è in effetti molto alta, e adesso tutto appare chiaro. Gramsci non è soltanto Gramsci, il suo nome abbraccia tutto un capitolo della storia nazionale, coinvolge un’intera comunità politica e di popolo che – così predicava Giorgio Napolitano – dev’essere recuperata alle sfide del riformismo democratico. Gramsci è un fratello (evitiamo epiteti sgradevoli), come i migliori tra noi impegnato anima e corpo nella cruciale battaglia per l’«interdipendenza delle Nazioni libere». Se i fascisti lo considerarono un pericoloso «cervello» comunista e per questo lo fecero marcire anni in galera finché lui ne morì, oggi sappiamo che si trattò di un tragico errore. E che sarebbe lieto, lui per primo, nel sapere che l’Unione Sovietica è stata affondata (abbiamo anche scoperto che fu un ispiratore di Gorbačëv e della perestrojka), che finalmente il comunismo è morto – almeno così pare – e che oggi l’Italia è «un paese normale»: libero, governabile e saldamente inquadrato nell’Occidente democratico.

 

Gramsci, dicevo, è un paradigma, a mio parere il simbolo più chiaro dell’indecente operazione trasformistica alla quale ci è toccato assistere nell’arco degli ultimi trent’anni. (Un caso analogo, in scala minore, concerne uno dei suoi antecedenti, Antonio Labriola – marxista e comunista rivoluzionario tra i primi in Italia, autore di alcuni testi teorici tra i più penetranti – anch’egli puntualmente trasformato nel disilluso teorico della resilienza del capitalismo globale.) Ora, se è importante capire che nemmeno il più rozzo degli schemi deterministici può attenuare la responsabilità di chi, intellettuale o dirigente politico «della sinistra», contribuì e contribuisce tuttora al meticoloso smantellamento di tutte le conquiste ottenute in decenni di aspre lotte sociali e alla dissipazione dell’immenso patrimonio di idee che quelle lotte aveva sostenuto; assolutamente decisivo è comprendere che furono precisamente i tempi e i modi di quella ritirata – non una sconfitta, ma una improvvisa mutazione: una vergognosa metamorfosi che non ha portato con sé soltanto rinunce, privazioni e lutti, ma anche la censura di tutto un passato, la sua denigrazione, la sua riduzione a colpa e a errore – a generare il mondo di oggi: un mondo senza pace né giustizia che, dissolta ogni memoria delle lotte, nega ai giovani anche la possibilità di immaginare un’altra forma di società e una diversa logica delle relazioni tra i popoli. Proprio quest’ultima considerazione racchiude a ben guardare la chiave di un finto dilemma e una prima indicazione di lavoro. Ci si può ingenuamente sorprendere che di tutta questa sconvolgente vicenda nessuno abbia mai parlato né parli: che la si sia subito metabolizzata oppure ignorata, e che ancor oggi, in Italia come in tutta Europa, la si tabuizzi o la si rimuova. Ma forse la ragione è semplice, ed è che il repentino dileguarsi della sinistra «comunista» e «socialista», passata armi e bagagli nelle trincee nemiche, non è affatto dispiaciuto a quanti detengono il monopolio della voce nella sfera pubblica, giornalismo politico e (salve rare eccezioni) ricerca storiografica compresi: perché dunque strapparsi le vesti per la scomparsa di un ospite ingrato? E perché accendere i riflettori su di una vicenda certo ignobile ma andata a buon fine? Se però questo è vero – se è vero anche solo in parte – allora proprio da qui un nuovo ciclo di lotte può prendere avvio: dalla conoscenza dell’accaduto, dal recupero della memoria dispersa, dalla riconquista delle proprie radici e della propria identità storica e politica.        

 



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