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- Federico Battistutta

- 4 ago 2025
- Tempo di lettura: 8 min
Che cos’è un trickster

Il testo riflette sul significato di <<fare cultura>> in un’epoca segnata da biopolitica, psicopolitica e narcocapitalismo, dove la coscienza individuale è oggetto di mercificazione e controllo. Dalla gestione chimica delle emozioni alle tecnologie invasive come Neuralink, l’autore denuncia la trasformazione della soggettività in valore economico. Richiamandosi a Foucault e al concetto di «tecnologie del sé», propone una cultura che promuova autonomia e resistenza. In questo contesto nasce il Collettivo Trickster: spazio transdisciplinare e fluido che, ispirandosi alla figura mitica del trickster, esplora nuove vie di coscienza e relazione.
1.
«Mai come oggi si è parlato tanto di civiltà e di cultura, quando è la vita stessa che ci sfugge». Sono le parole con cui si apre Le théâtre et son double, una raccolta di scritti di Antonin Artaud, pubblicata nel 1938. A rileggere le pagine introduttive al volume non si può che restare colpiti dalla loro attualità. Ad esempio, poche righe sotto aggiunge: «La cosa più urgente non mi sembra difendere una cultura, la cui esistenza non ha mai salvato nessuno dall’ansia di vivere meglio e di avere fame, ma estrarre da ciò che chiamiamo cultura, delle idee la cui forza di vita sia pari a quella della fame».Ecco, proviamo allora a declinare il senso che accompagna tali affermazioni dentro i tempi che stiamo vivendo. Cosa significa produrre cultura nell’epoca di una società del controllo sempre più pervasiva e onnipresente, in cui la vita stessa, nelle sue diverse forme, è oggetto del potere e dove alla biopolitica si sovrappone una psicopolitica in cui non solo il corpo, ma è la stessa vita psichica – l’interiorità, i desideri, le passioni – a venire profilata e manipolata? E ancora: dov’è e cos’è la coscienza di un individuo nell’epoca in cui si dispiega un narcocapitalismo dove sono messi a profitto perfino gli stati di coscienza?Questo termine – narcocapitalismo – forse non sarà a tutti noto. È stato coniato da Laurent de Sutter, filosofo e teorico del diritto belga, per descrivere un aspetto che caratterizza sempre più la società contemporanea, vale a dire la sua profonda e strutturale connessione con la gestione chimica degli affetti e delle emozioni, in particolare attraverso l’uso diffuso di sostanze psicoattive, legali e illegali. Non solo, l’aumento del consumo di droghe o farmaci si configura come tratto costitutivo e necessario al funzionamento dell’odierna macchina sociale in direzione di un maggiore adattamento e funzionalità lavorativa: a stimolare quando necessita un surplus di energia, a quietare laddove domina lo stress, a stabilizzare quando c’è instabilità emotiva. Ma anche a capitalizzare e utilizzare al massimo quei frangenti di oasi festiva nei contesti riproduttivi di non-lavoro intercalati nella vita quotidiana.A conferma che tutto ciò non si presenta come uno sbandamento di percorso da raddrizzare, ma sia al contrario un elemento pienamente funzionale basta gettare uno sguardo all’incremento dei profitti da parte delle aziende farmaceutiche legato al commercio di psicofarmaci. Sembra realizzarsi il sogno di Henry Gadsen, già Direttore Generale di Merck & Co. (una delle più grandi società farmaceutiche del mondo) che alla fine degli anni Settanta ebbe a dire: «Il nostro sogno è produrre farmaci per le persone sane. Questo ci permetterebbe di vendere a chiunque».Emblematico a questo proposito è lo sdoganamento in corso nei confronti delle sostanze psichedeliche a scopo terapeutico. Si tratta di un fenomeno in atto a livello globale che rappresenta una delle aree di maggiore interesse nel campo della psicofarmacologia negli ultimi anni. Dopo decenni di proibizionismo verso gli psichedelici, basato più su ragioni politiche e sociali che scientifiche (la messa fuori legge risale al 1970, sotto la presidenza Nixon, in piena guerra del Vietnam) c’è oggi un rinnovato interesse per queste sostanze (LSD, MDMA, psilocibina, ketamina ecc.), tanto che si parla di «capitalismo psichedelico», un vero e proprio ossimoro, inconcepibile negli anni Sessanta/Settanta. Ora, sebbene il campo delle terapie psichedeliche sia ancora in una fase relativamente iniziale di approvazione e integrazione clinica, l’interesse del mercato finanziario è già molto elevato. Tempo fa «Fortune», una delle più importanti riviste di business, presentava il mercato psichedelico come opportunità di investimento in rapida crescita. Esistono infatti diverse società quotate in borsa che operano in questo settore, e l’aspettativa di futuri profitti è uno dei motori principali dietro l’attenzione verso questo campo di ricerca. Fra queste imprese mi limito a citare Atai Life Sciences, una holding che investe in diverse startup per lo sviluppo di farmaci psichedelici, che ha fra i fondatori Peter Thiel, già ideatore di PayPal e, come molti libertarians, fervido sostenitore del presidente Trump.Qui la gestione chimica (psichedelica, in questo caso) della psiche, oltre ad aumentare i processi di medicalizzazione, diventa mero veicolo per la produzione di valore economico, evidenziando il deleterio connubio fra capitalizzazione della sofferenza/mercificazione dell’esperienza interiore da una parte, e capitalismo dall’altra, riducendo il desiderio di felicità e di benessere a merce. Ma c’è dell’altro: proseguendo lungo questa traiettoria la coscienza umana sarebbe così esplorata e invasa a profondità finora inimmaginabili, al punto da colonizzare e mettere a profitto altri livelli della realtà, oltrepassando i confini della realtà materiale conducendo la mercificazione ben oltre le porte della percezione. In fondo il progetto Neuralink di Musk, con le sue ambizioni di potenziamento cognitivo e di simbiotizzazione tra umano e AI, non solo rientra nella discussione sul controllo e la mercificazione della psiche, ma ne rappresenta una delle manifestazioni più avanzate. Se le terapie psichedeliche intervengono modulando la chimica del cervello per influenzare gli stati mentali, Neuralink mira a un’interfaccia diretta con il substrato neuronale della coscienza stessa.Insomma, siamo ben distanti dal viaggio avventuroso che compì Artaud in Messico alla ricerca del popolo Tarahumara e al suo desiderio di rompere con la civiltà occidentale per accedere a un differente rapporto con la realtà (l’esperienza col peyote da lui narrata non era una cura nel senso medico, ma uno strumento per accedere a dimensioni spirituali e trans-razionali)...
2.
Riprendo la domanda iniziale: cosa significa allora fare cultura in queste circostanze? Non si pensi che quanto fin qui detto intenda celebrare come alternativa a queste emergenti distopie il ritorno alla grigia realtà consensuale determinata dal lavoro salariato e uno stato di coscienza ordinario confinato all’alternanza fra tempo di lavoro e tempo di riproduzione socialmente utile.C’è un bellissimo e famoso verso di una poesia di Hölderlin, spesso citato, – «Dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva» – che può suggerire dove collocarsi e da che parte stare in simili frangenti. Che siamo in una situazione di pericolo non serve certo ribadirlo, ma qui il verso suggerisce la presenza simultanea di pericolo e salvezza: non sono entità disgiunte o sequenziali (prima c’è il pericolo, poi arriva la salvezza), ma forze che emergono dalla stessa matrice. Non si tratta quindi di una salvezza che sopraggiunge dopo o malgrado il pericolo, ma qualcosa che nasce da dentro il pericolo stesso. Più la situazione si fa critica, più si intensifica l’emergenza di possibilità di trovare una via d’uscita. In fondo, ogni grande crisi, ogni momento di pericolo estremo – e noi ci siamo dentro appieno – recano con sé le potenzialità di una svolta inedita, una soluzione prima non percepibile che costringe a pensare oltre i limiti conosciuti.Cosa significa fare cultura in questa situazione di pericolo? Qui è di aiuto ciò che Michel Foucault, nell’ultimo periodo della sua vita, definiva «tecnologie del sé«, quando si dedicava a indagare le procedure con cui gli individui si costruiscono e si rapportano a se stessi, eseguendo da soli o con l’aiuto di altri, un certo numero di azioni sul proprio corpo e sulla propria anima, in modo da trasformare se stessi al fine di raggiungere la condizione desiderata nel rapporto con sé e con il mondo. Il sé è quindi inteso nei termini di una soggettività esperienziale, esente da implicazioni essenzialistiche o sostanzialistiche. In altre parole, ciò che chiamiamo sé non è una realtà fissa, ma è qualcosa costantemente formato e trasformato da una serie di procedure e di relazioni: la percezione di noi stessi, le emozioni, i pensieri non sono entità pure, ma costantemente modellate dalle pratiche in cui siamo immersi. In questo senso il concetto di tecnologie del sé (come il sé costruisce se stesso) è uno strumento che consente di analizzare come la coscienza, con le sue possibili trasformazioni, sia sempre storicamente e socialmente costruita. Ciò permette di interrogarci su cosa siano delle «buone» tecnologie del sé e su chi le gestisce, se ci orientano verso un potenziamento critico, una maggiore autonomia e libertà o, al contrario, verso nuove forme di controllo e mercificazione della nostra interiorità. Se la costruzione del sé si presenta come un campo di lotta, allora l’attenzione al tema della trasformazione della coscienza diviene un gesto politico, per liberarla dalla cattura neoliberale e ricollocarla in uno spazio relazionale, generativo, comune. Non più proprietà privata, merce, oggetto di consumo, ma zona di contatto, soglia tra mondi, spazio condiviso di invenzione e di alleanza.
3.
Questa galoppata tra cultura, dinamiche di mercificazione, condizionamenti delle coscienze e tecnologie del sé vuole arrivare a presentare un nuovo progetto culturale, di recente costituzione (novembre 2024), denominato Collettivo Trickster e reperibile in rete (www.collettivotrickster.net).Di che si tratta? Innanzitutto è un collettivo, perché produrre cultura oggi – in questa fase di mutazione antropologica, in cui homo sapiens e le sue tecnologie stanno alterando tanto il destino della propria specie, quanto quello del resto dei viventi e non viventi – non può essere attività individuale, confinata a singole figure carismatiche, ma è pratica collettiva, luogo orizzontale aperto al confronto e al dibattito, provando a spezzare le abituali compartimentazioni disciplinari, consentendo ai rispettivi saperi non solo di confrontarsi e integrarsi, ma di eccedere dai confini dati. L’auspicio è quello di creare, attraverso incroci, contaminazioni e trasgressioni, una visione transdisciplinare di ciò che si sta esplorando. Il punto d’avvio è che nozioni come quella di «coscienza ordinaria» e di «realtà consensuale» non possono più essere intese come dati naturali, ma vanno esplorate come costruzioni dentro un più ampio e complesso reticolo di possibilità, indagando sia i transiti corporei capaci di produrre modificazioni di coscienza, sia, come si è detto poco sopra, gli intrecci emergenti dai vari campi del sapere. Ma perché questo collettivo si definisce trickster? Il termine proviene dal verbo inglese to trick (giocare dei tiri, ingannare, scherzare) ed è parola difficilmente traducibile in italiano, per questo abbiamo preferito lasciarla così. Il trickster è una figura che compare nei miti, nel folklore e nelle religioni a livello pressoché planetario. C’è chi l’ha tradotta con «burlone», «imbroglione» o «gabbamondo», chi «briccone divino» (per citare un titolo ormai classico sull’argomento che raccoglie interventi di C.G. Jung, K. Kerényi e P. Radin). Il trickster è un personaggio che si presenta come figura imprevedibile e alquanto complessa: a volte mostrandosi con sembianze divine o semidivine, altre volte come animale dai tratti antropomorfi, oppure ostinatamente inclassificabile, decisamente queer. A differenza degli dèi e degli eroi resi celebri nelle saghe e nelle mitologie, facilmente classificabili per via delle loro funzioni precise e determinate, il trickster è personaggio liminale, di soglia, eternamente sfuggente, che semmai incarna e manifesta proprio l’ambivalenza e le contraddizioni della vita. Dinanzi alle dicotomie maschio/femmina, giovane/vecchio, vivo/morto, sacro/profano, giusto/sbagliato ecc. il trickster va e porta fuori strada, varca i confini, confonde le distinzioni, solleva paradossi. In breve, la reductio ad unum e tutta la logica classica non può che rassegnarsi a fallire quando incontra un trickster. Ci stiamo aggirando, e non può essere altrimenti, dentro una geografia spaesata rivolta all’imprevisto e alla metamorfosi, assumendo come mappa di riferimento uno sguardo flessibile e prospettico in grado di sostare nella complessità e giocare con l’incertezza dei passaggi di soglia, rinunciando ai dogmi e a tutte le posizioni rigide e chiuse dentro definizioni autoreferenziali. Pertanto, abbracciando questo orientamento, il Collettivo Trickster intende intessere relazioni e scambi sinergici con altre realtà, contribuendo a costruire reti e occasioni di confronto e riflessioni condivise, di cui oggigiorno si avverte sempre più una stringente necessità. In tempi in cui la coscienza è oggetto di cattura, se fosse proprio dentro i paradossi, nelle ambiguità, nelle crepe dell’ordinario che si nasconde la possibilità di un passaggio? Se il trickster fosse già qui, ad aspettarci, nell’atto stesso in cui abbandoniamo la ricerca di certezze per incamminarci e sconfinare, insieme, sull’orlo del mondo?

