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- Mauro Trotta

- 11 ago
- Tempo di lettura: 6 min
Il falcone maltese # 5: Un commissario burbero ma empatico e un anarchico surrealista

L’articolo esplora il contributo della letteratura francese al genere poliziesco, focalizzandosi su due figure chiave: il commissario Maigret, creato dal belga Georges Simenon, e Nestor Burma, investigatore anarchico ideato dal surrealista Léo Malet. Maigret si distingue per un metodo d’indagine empatico e immersivo, che rifiuta schemi predefiniti in favore della comprensione umana del crimine. Malet, invece, porta nel noir francese un’impronta politica e letteraria originale, intrecciando cinismo, ironia e realismo sociale. La Parigi dei suoi romanzi diventa protagonista viva e pulsante, specchio della società del dopoguerra. L’articolo evidenzia così l’evoluzione del poliziesco europeo come forma di resistenza culturale e critica sociale, alternativa alla razionalità rigida del modello anglosassone.
In genere se si parla di crime story, lo scenario in cui si svolge la vicenda che immediatamente viene in mente è legato al mondo anglo-sassone, dunque Gran Bretagna o Stati Uniti d’America. In realtà, fin dalla sua nascita, il poliziesco ha ricevuto apporti profondi anche da scrittori di altri paesi che hanno contribuito a modificarlo, a farlo evolvere, a spingerne più avanti i confini. Del resto, pensandoci bene, ammesso che il primo giallo sia I delitti della Rue Morgue, è innegabile che sia stato scritto da un americano, Edgar Allan Poe, e sia stato pubblicato in America, il protagonista, però, il primo detective della storia, si chiama Auguste Dupin e vive a Parigi, dove è ambientata la vicenda e dove si svolgono anche le altre inchieste di Dupin. È innegabile poi che la Francia, o meglio gli autori francesi, abbiano dato più che rilevanti contributi allo sviluppo del poliziesco, sia per quanto riguarda la letteratura, ma anche dal punto di vista cinematografico e televisivo. E, come il tipico detective inglese è senza dubbio Sherlock Holmes, se si pensa al giallo d’oltralpe, il primo nome che viene in mente è quello del commissario Maigret. Inoltre, come Dupin, francese, è nato dalla penna di Poe, americano, anche Maigret nasce da un creatore che non è francese, ma belga, George Simenon.
Dopo quattro romanzi usciti nel 1930 per così dire apocrifi, perché Maigret compare ma in maniera defilata, e firmati con uno pseudonimo, l’esordio ufficiale del commissario in libreria risale al 1931. La sua prima inchiesta è ambientata nel 1913 e si andrà avanti fino all’inizio degli anni Settanta. Simenon è scrittore di razza e il realismo nelle descrizioni, non solo dell’indagine ma dei vari ambienti sociali in cui si trova ad agire il suo personaggio, è davvero molto approfondito. Del resto anche nei suoi romanzi mainstream emerge un quadro estremamente veritiero degli ambienti sociali descritti. E sempre vengono fuori con forza la meschinità, l’opportunismo di una piccola borghesia spesso rancorosa e di classi dirigenti arroganti. Ma emerge anche una sorta di pietas nei confronti dei personaggi e, spesso, anche di chi si è reso colpevole. È come se a Maigret non interessasse tanto capire ma comprendere, ovvero fare proprio, interiorizzare quello che è effettivamente successo. Alla fredda logica di un Poirot e delle sue «celluline grigie» il commissario contrappone il proprio metodo – che è poi la vera novità dal punto di vista dell’evoluzione del crime – ovvero immergersi completamente nell’ambiente in cui è avvenuto il delitto, con la mente sgombra, senza pregiudizi e cercando di arrivarne quasi a far parte. Secondo le parole di Simenon: «Si sarebbe detto che egli aspirasse macchinalmente la vita che l’attorniava e se ne gonfiasse come una spugna (...). Egli aspettava il più a lungo possibile prima di formarsi un’opinione. Oppure non se la formava affatto. Conservava il suo giudizio libero fino al momento in cui un’evidenza non gli si imponeva, o piuttosto che il suo interlocutore non cominciasse a cedere».
Questo potrebbe essere inteso come la preistoria del profiler odierno, quello che ricostruisce gli schemi mentali del serial killer, invece si tratta di qualcosa di assolutamente diverso, opposto. Il segreto, infatti, è non avere schemi, perché la realtà non ha schemi. Come risponde lo stesso commissario a chiunque glielo chieda, lui non ha un metodo. Ed è questo, ancora una volta, l’elemento di resistenza che la letteratura di genere oppone alla marcia a prima vista trionfante del capitalismo. Laddove, classicamente, l’enigma si dovrebbe sciogliere con la logica, dato che il mondo è tutto misurabile, quantificabile, in realtà quello che funziona è l’empatia, il lasciarsi prendere dall’interiorità, dall’umanità anche di un assassino, il quale resta sempre un essere umano con tutta la sua complessità e non un agente del male che ha inflitto un vulnus all’ordine sociale.
Se alla base dell’evoluzione – per non dire della rivoluzione – del giallo anglosassone, con la sua svolta in senso realistico e sociopolitico c’è il cosiddetto hard boiled, con una figura come Dashiell Hammett, dai trascorsi nel Partito comunista degli Stati Uniti d’America, le origini del noir in Francia sono rintracciabili, a partire dagli anni Quaranta del Novecento, in un altro autore, anche lui con una serie di legami quanto meno inconsueti, per essere uno scrittore di crime. Si tratta di Léo Malet, che fin da giovane si lega ad ambienti anarchici e, in seguito, entrerà a far parte del gruppo dei surrealisti. Anzi, sembra che alla base del suo interesse per il romanzo poliziesco ci sia proprio André Breton. Sarebbe stato infatti, il fondatore dell’avanguardia surrealista a fargli conoscere le avventure di Fantômas. E proprio la passione per la creatura di Marcel Allain e Pierre Souvestre avrebbe spinto Malet a cimentarsi con il giallo. Del resto Fantômas doveva essere molto popolare tra i surrealisti, dato che avrebbe ispirato anche più di un’opera di René Magritte.
La carriera di Malet come giallista inizia nel 1941 quando, appena uscito da un campo di concentramento nazista, inizia a cimentarsi nel genere, utilizzando vari pseudonimi. Ma è con la creazione del suo personaggio più famoso, Nestor Burma, investigatore privato nonché proprietario dell’agenzia Fiat Lux, che lo scrittore di Montpellier riesce a trovare la propria cifra stilistica. Paragonato a Marlowe e Sam Spade – del resto Burma nella sua prima apparizione si trove a indagare sull’omicidio del socio proprio come Spade in Il mistero del falco – il detective francese appartiene alla stessa razza dei colleghi americani, ma se ne differenzia per alcuni elementi. Innanzi tutto, ne condivide sicuramente la visione di fondo, caratterizzata da una critica radicale alla società in cui si trova a vivere e, nello stesso tempo, fortemente intrisa di cinismo e disillusione. Ma Burma, come del resto il suo creatore, a differenza dei due detective americani, ha un passato di impegno politico, e non soltanto teorico ma concreto, all’interno degli ambienti anarchici. La sua visione nei confronti della società francese del dopoguerra, caratterizzata da immobilismo e corruzione, appare dunque più strutturata e al contempo paradossalmente più scanzonata, venata anche da umorismo e ironia. Diverso anche il suo rapporto con le donne, che nei romanzi di Malet acquistano più concretezza, anche sensuale e non appaiono solo come dark ladies. Burma le guarda e gli piacciono, possono anche essere pericolose ma non vengono subito caratterizzate come un pericolo.
Parigi, poi, viene raccontata con una profondità e una partecipazione rara. Non è mai un semplice sfondo ma acquista forza e presenza e, soprattutto, sembra riflettere passioni, desideri, delusioni e sconfitte dei vari personaggi. Non a caso, all’interno del corpus di romanzi dedicati a Burma, spicca la serie intitolata «I nuovi misteri di Parigi», in cui ogni romanzo è dedicato a un diverso arrondissement della capitale.
Sono poi da sottolineare i romanzi della cosiddetta «Trilogia nera», in cui non compare Nestor Burma, ma dove il noir si colora delle sue sfumature più estreme. Qui, come negli altri suoi romanzi, Malet riesce a offrire un quadro estremamente suggestivo e realistico non solo della ville lumière, della classe dominante corrotta, ma anche della malavita francese, il milieu, così diverso dalla criminalità organizzata americana, irrimediabilmente destinato, però, a scomparire ben presto.
Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

