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  • Immagine del redattore: Mauro Trotta
    Mauro Trotta
  • 18 ago
  • Tempo di lettura: 6 min

Il falcone maltese # 6. Dalla crisi delle certezze al requiem per il romanzo giallo tra Argentina, Italia e Svizzera

Roberto Gelini
Roberto Gelini

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assiste a una profonda crisi delle certezze che investe scienza, filosofia, arte e letteratura. Le teorie di Marx, Freud, Nietzsche e Bergson mettono in discussione le concezioni tradizionali di società, individuo, morale e tempo. Parallelamente, le rivoluzioni scientifiche di Einstein e della meccanica quantistica scardinano le leggi assolute della fisica. Questi mutamenti si riflettono anche nella letteratura, dove crollano i modelli realistici e positivisti. In particolare, il genere poliziesco, basato su logica e razionalità, viene messo in discussione da autori come Borges e Bioy Casares con il detective parodico don Isidro Parodi, da Gadda con il suo romanzo incompiuto e caotico Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, e da Dürrenmatt, che in La promessa mostra come il caso governi la realtà, decretando il fallimento della struttura classica del giallo. Queste opere rappresentano un vero e proprio "requiem" per il romanzo poliziesco tradizionale.




Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si assiste a una serie di cambiamenti epocali che sconvolgono il modo di pensare tradizionale, causando mutamenti sconvolgenti nella scienza, nella filosofia, nell’arte, nella letteratura. È l’epoca di quella che viene chiamata la crisi delle certezze. Un momento in cui tutto quello che sembrava acquisito una volta e per tutte non appare più come assolutamente vero. I fondamenti del pensiero crollano davanti a nuovi modi di pensare e nuove teorie scientifiche. L’inizio si può far risalire al pensiero di Marx che, dalla metà del XIX secolo, a partire da una concezione radicalmente materialista della storia e dei fenomeni sociali, introduce una frattura all’interno della società. Sulla scorta di un’analisi approfondita del nuovo sistema socioeconomico che si sta imponendo ovunque con l’affermarsi dell’industria, il capitalismo, il filosofo di Treviri descrive la società non più come un corpo unitario, per quanto composito, ma come una realtà scissa in classi contrapposte e in lotta tra loro. La frattura si approfondisce ulteriormente quando Freud, con la psicanalisi, porta la divisione e il conflitto all’interno dell’essere umano. La psiche umana risulta essere scissa dapprima in una parte conscia e una inconscia, poi in tre parti, Super-io, Io ed Es. Non solo, secondo il viennese, la parte più estesa della nostra interiorità è proprio quella sconosciuta al soggetto. Il pensiero di Nietzsche è forse quello che assesta i colpi più pesanti al castello di certezze che si avvia a crollare. Con la sua critica radicale della metafisica e della morale, la proclamazione della «morte di Dio», la transvalutazione dei valori, la teoria dell’eterno ritorno, l’uomo si ritrova a pensare e ad agire in un mondo dove non ci sono più verità assolute e lui stesso è destinato a tramontare in favore dello Übermensch, dell’Oltre-uomo. Lo stesso concetto di tempo come qualcosa di oggettivo, preciso, quantitativo entra in crisi con la concezione di Bergson che contrappone a quel modello di tempo meccanicistico, quella di durata, di tempo come flusso continuo e soggettivo, dove passato, presente e futuro si intrecciano nella percezione di ogni individuo, per cui lo stesso periodo di tempo può essere vissuto come interminabile o come attimo fuggente. Tutte queste potrebbero sembrare solo speculazioni fini a se stesse, ma quando comincia a entrare in gioco la scienza, il discorso è evidentemente diverso. Nel 1905 Albert Einstein enuncia la sua teoria della relatività ristretta, che sarà ulteriormente messa a punto con quella della relatività generale dieci anni dopo. Lo spazio e il tempo non solo vengono unificati ma non sono più assoluti ma relativi, nascono concetti come la curvatura dello spazio-tempo e l’equivalenza tra massa ed energia (espressa nella famosa formula E=mc²). Ma è con la meccanica quantistica che le cose si complicano davvero, quando si dimostrano realtà difficilmente comprensibili con il senso comune. Come ad esempio il crollo della distinzione assoluta tra onda e particella, per cui un fotone può comportarsi sia come onda sia come particella, quindi secondo il principio di indeterminazione di Heisenberg non è possibile determinare simultaneamente la posizione e la velocità di una particella subatomica se non a livello di probabilità. O il paradosso del gatto di Schrödinger, per cui l’animale è nello stesso tempo vivo e morto. 


Tutto ciò non può non avere ricadute sull’arte e sulla letteratura che iniziano a rispecchiare realtà differenti e a utilizzare linguaggi diversi, in grado di far emergere le linee di frattura che attraversano in modo sempre più drammatico la realtà e la società. Gli autori della grande crisi, da Proust a Joyce, da Musil a Kafka, si fanno interpreti della nuova situazione con visioni, concezioni e linguaggi in grado di esprimere e affrontare i profondi sconvolgimenti che attraversano non soltanto la società ma il modo stesso di intendere la realtà. Insieme alla fiducia nel progresso, alla visione scientifica di tipo positivista, entra in crisi anche la letteratura realista e naturalista. E il romanzo giallo, il poliziesco, la crime story poteva sopravvivere indisturbato? Proprio quel tipo di narrazione dove trionfa la razionalità, la scienza, la logica? Dove le vecchie categorie sono l’ancora di salvezza per ripristinare l’ordine del mondo sconvolto dal delitto? Ci vorrà un po’ di tempo ma la crisi, il cambiamento arriverà a investire anche le storie di detective e poliziotti. E saranno proprio alcuni esponenti della letteratura mainstream che con le loro incursioni nel genere metteranno in crisi la vecchia e consolidata struttura del poliziesco, arrivando a scrivere anche un vero e proprio requiem per il romanzo giallo.


Il primo autore semplicemente non esiste, è un personaggio inventato da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares, si chiama Honoro Bustos Domecq e racconta i casi risolti da uno strano detective, ovvero don Isidro Parodi. Obeso, con la testa rasata e gli occhi penetranti, Isidro Parodi è un barbiere, condannato a 20 anni di carcere per omicidio. Nella sua cella, la numero 273, riceve i suoi clienti e senza potersi allontanare, riesce a risolvere casi ed enigmi di labirintica complessità. Seppure le storie sono veri e propri delitti, oltretutto molto complicati, la cifra fondamentale è il tono inconsapevolmente – per il personaggio narratore – ironico o addirittura sarcastico dei racconti. La borghesia e l’ambiente intellettuale e chic di Buenos Aires viene ferocemente messo alla berlina, mettendone in luce tutta la sua vuotezza e ipocrisia. Inoltre, il detective se da un lato può apparire come l’alter ego sudamericano di Nero Wolfe, dall’altro è un detenuto, un condannato, seppure innocente e vittima di macchinazioni. È proprio il suo status, dunque, che mette in crisi quella che è forse l’opposizione fondamentale del genere poliziesco, ovvero la contrapposizione tra poliziotto e criminale. Il gioco di specchi, il labirinto, caratteristiche tipiche della scrittura borgesiana, espresse anche nel gioco delle parti tra il personaggio-scrittore e quello protagonista, ulteriormente arricchita dalla presenza di non solo da una biografia del narratore, ma anche da una prefazione scritta da un altro avatar. Insomma, come succede quasi sempre con Borges, la realtà si frantuma, si moltiplica, presenta incroci inaspettati investendo anche la struttura più classica del giallo, il delitto della camera chiusa.


Ancora più radicale è l’attacco portato al poliziesco da un grandissimo scrittore come Carlo Emilio Gadda e dal suo Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Se don Isidro Parodi appare nel 1942, il Pasticciaccio, dopo una prima pubblicazione su rivista nel 1946, viene pubblicato in volume nel 1957. È sicuramente uno dei capolavori dello scrittore milanese, forse il suo romanzo più famoso e risponde appieno alla definizione data da Italo Calvino nelle Lezioni americane, per cui l’autore del   Pasticciaccio «cercò per tutta la vita di rappresentare il mondo come un garbuglio, o groviglio, o gomitolo, di rappresentarlo senza attenuarne affatto l’inestricabile complessità, o per meglio dire la presenza simultanea degli elementi più eterogenei che concorrono a determinare ogni evento». Una realtà complessa, talmente difficile da districare che il romanzo non può avere soluzione, forse è l’unico giallo in cui alla fine non viene svelato chi sia l’assassino. Inoltre, come nota Arbasino a proposito delo stile di Gadda, «la derisoria violenza della sua scrittura esplodeva esasperata, contestando insieme il linguaggio e la parodia, tra il ron-ron rondesco-neoclassico-fascistello e il pio-pio crepuscolare-ermetico-pretino, in schegge di incandescente (espressionistica) espressività… Proprio come per Rabelais e per Joyce che gli sarebbero poi stati accostati».


Nello stesso anno dell’uscita in volume del Pasticciaccio, esce in Svizzera La promessa. Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt. Se la scrittura di Sei problemi per don Isidro Parodi è labirintica e ironica, e quella di Gadda è scoppiettante, ricca e iconoclasta, lo stile di Dürrenmatt si potrebbe definire di stampo illuminista, nel senso che applica la razionalità e uno spirito (estremamente) critico ai temi trattati portandoli, spesso anche utilizzando la satira, alle loro estreme conseguenze. Così in La promessa – come in altre sue opere – emerge con assoluta evidenza come sia il caso a governare la realtà. Per lui il tipico romanzo giallo, con la sua struttura chiusa, la sua logica stringente da disvelare da parte del detective è una mistificazione della realtà, che proprio grazie alla razionalità appare come non rispondente a meccanismi di causa-effetto, ma in balìa appunto della casualità. Come scoprirà lo scrittore di gialli a cui l’ex-comandante della polizia di Zurigo farà il suo racconto: «Un fatto non può “tornare” come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi per lo più secondari. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande».


Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

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