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- Mauro Trotta

- 9 lug
- Tempo di lettura: 5 min
Il falcone maltese # 4: La grande letteratura morale della nostra epoca

Il nuovo giallo americano, sviluppato da autori come Dashiell Hammett e Raymond Chandler, si distingue dal poliziesco classico per il suo realismo crudo e per una visione profondamente pessimista della società. Nei romanzi noir, il crimine non viola un ordine giusto da ripristinare, ma avviene in un contesto sociale già corrotto e dominato dal male. Il detective privato, figura centrale del genere, agisce da outsider cinico e disilluso, consapevole dell’impossibilità di una vera giustizia. Il noir assume così un valore simbolico e morale, raccontando una società segnata dalla sconfitta delle masse e dal trionfo del capitalismo. La lotta di classe non è negata, ma rappresentata come una battaglia persa, rendendo questi romanzi espressione della crisi politica e sociale tra le due guerre mondiali — una condizione che riecheggia ancora nel presente.
L’elemento fondamentale del nuovo giallo all’americana, creato da Dashiell Hammett e Raymond Chandler non è, però, soltanto il suo insistere sul realismo, presentando delitti e situazioni in qualche modo più veri, più sporchi e più neri rispetto al classico romanzo poliziesco. Quello che forse meglio esprime il suo carattere di novità rivoluzionaria è il discorso simbolico che è sotteso alla struttura delle sue storie. Il delitto della stanza chiusa, con i suoi personaggi, i suoi eroi, i suoi riti e i suoi modi di presentarsi e di essere risolto allude a un mondo che viene sconvolto, ferito dall’omicidio e alla necessità improrogabile di ristabilire l’ordine violato, risolvendo il mistero ed eliminando – punendo – l’assassino per ritornare alla situazione, di benessere, di partenza. Tutto questo muta radicalmente, invece, nel caso del nuovo filone romanzesco americano.
Qui tutto cambia. L’ordine garantito dalle leggi, violato dal delitto, è presentato in contraddizione con se stesso. Non c’è giustizia, il male domina tutto. La società viene presentata come marcia, corrotta, un luogo in cui il potere è in mano a capitalisti senza scrupoli, per niente differenti dai gangster e dalle organizzazioni criminali, con cui, anzi, spesso si ritrovano a essere alleati. Non è, dunque, possibile alcun risarcimento di un ordine violato. Si può soltanto combattere il male, ma essendo drammaticamente consapevoli che ogni vittoria può essere al massimo parziale, senza che avvenga nessun cambiamento profondo. Siamo, insomma, totalmente all’interno di quello che già nel cinema di quegli anni e, più tardi, con il polar francese, sarà chiamato noir. È da questa situazione sociale e politica, descritta in questi romanzi, che deriva il carattere principale, più evidente dell’eroe del nuovo romanzo, ovvero il cinismo. Sam Spade o Marlowe non sono soltanto detective privati – quindi estranei alle istituzioni, se non in aperto contrasto con esse – sono soprattutto uomini cinici, amareggiati e disillusi, fondamentalmente perché sono consapevoli di combattere una guerra che, da soli, non potranno mai vincere.
Ma il fatto che l’eroe si alzi a combattere il male, pur sapendo di non poterlo mai sconfiggere – come ha notato in maniera acuta Jean-Patrick Manchette, praticamente il «papà» del noir francese – rende il giallo, questo tipo di crime, un genere morale, «la grande letteratura morale della nostra epoca». Inoltre – nota sempre Manchette – nel giallo americano non avviene che sia assente o venga mistificata la lotta di classe, come invece accade nel poliziesco tradizionale, dove pure sono narrati conflitti e rivalità anche forti, ma mai nell’ottica dello scontro di classe. Succede semplicemente che il conflitto sociale risulti come infiacchito, perché oppressi e sfruttati hanno subito una pesante sconfitta e sulla scena dominano sfruttatori e criminali. Eppure soltanto pochi anni prima la rivoluzione aveva trionfato in Russia. Cosa è successo per giungere a questa situazione?
L’epoca d’oro del noir, secondo l’analisi di Manchette, coincide con gli anni che vanno dal 1920 al 1950. Sono gli anni in cui Dashiell Hammett e Raymond Chandler producono i loro libri, rinnovando quello che fino al quel momento era stato il poliziesco classico. Violenza, realismo, visione morale e lotta disperata al Male che domina la società sono le caratteristiche del nuovo giallo all’americana. La lotta a gangster e a sfruttatori senza scrupoli risulta essere disperata perché viene portata avanti dal singolo individuo, il detective privato, e non da un’azione di classe. È possibile, allora, portare rimedio a singole situazioni, raddrizzare qualche torto, ma non cambiare il quadro generale, abbattendo un sistema fondato sullo sfruttamento. Da qui nasce il cinismo degli eroi hammettiani e chandleriani, che possiedono una visione morale – sanno cosa è giusto e cosa è sbagliato – se non addirittura politica del mondo, ma sono in una situazione oggettiva in cui il Male domina. Il tutto, per di più, ambientato in quello che è il paese ormai all’avanguardia per quel che concerne la struttura sociale ed economica: gli Stati Uniti d’America, dove il capitalismo appare in tutta la sua forza dirompente.
Dall’altra parte della barricata, dopo la vittoria della rivoluzione in Russia, siamo nella fase, per citare ancora Manchette, della «controrivoluzione trionfante», che arriverà al suo culmine negli anni del nazifascismo e della guerra. L’ondata rivoluzionaria appare ormai conclusa, la sconfitta appare tangibile in vari paesi e anche la repubblica socialista sovietica non è che se la passi troppo bene sotto il dominio dello stalinismo. Il noir, dunque, nel suo sviluppo appare naturalmente legato – come del resto avviene sempre per l’arte e la letteratura – a quelli che sono i processi storici e politici dell’epoca. Non evita, perciò, di occuparsi della lotta di classe, come fa, per scelta politica, il romanzo poliziesco a enigma, quello classico, in genere ambientato in Inghilterra e che, negli stessi anni, continua il suo percorso. Il nuovo romanzo giallo, così, si trova a narrare storie ambientate nell’epoca in cui le classi dominanti appaiono vittoriose, il sistema capitalista sembra trionfare e, volendo ancora una volta citare Manchette, «il proletariato, battuto dal nemico e sodomizzato dai suoi stessi capi, ha cessato di opporgli resistenza (ma ci riproverà, è già successo)».
È il tempo in cui la resistenza, l’opposizione sono appannaggio di individui singoli o, al massimo, di piccoli gruppi scollegati tra loro. Gli sfruttati, le masse non appaiono più come il Soggetto della Storia, ma soltanto come vittime dei potenti. Situazione, questa, registrata anche all’interno dei romanzi, ricchi di figure come disoccupati, vagabondi, operai, sempre soggetti a soprusi e angherie da parte di boss, criminali e padroni. Sembra quasi di trovarsi in un periodo storico sorprendentemente somigliante a quello attuale, un tentativo precedente di quella rivoluzione dall’alto, di quella lotta di classe vinta dai ricchi che, secondo vari intellettuali caratterizza i nostri tempi. E forse questo potrebbe anche contribuire a spiegare il successo del poliziesco ai nostri giorni.
Mauro Trotta ha lavorato per vent’anni nel campo della comunicazione e dell’editoria. Ha partecipato insieme a Sergio Bianchi alla fondazione della rivista «DeriveApprodi». Da oltre vent’anni collabora alla pagina culturale de «il manifesto». Dal 2005 insegna materie letterarie nei licei e negli istituti letterari. Ha partecipato, curato e pubblicato libri sulla pubblicità, sui movimenti e sugli anni settanta.

