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  • Immagine del redattore: Gianfranco Pancino
    Gianfranco Pancino
  • 23 feb
  • Tempo di lettura: 8 min

Complici. Poesie (1978-1982)

Pubblichiamo l’introduzione e una selezione di poesie tratte dal libro pubblicato in questi giorni da Milieu edizioni Complici. Poesie (1978-1982), di Gianfranco Pancino. In queste poesie si esprime la complicità di vita tessuta fra i giovani che hanno cercato, nei movimenti sociali e politici degli anni ’70 in Italia, di cambiare cultura, politica, società e la loro intera vita. Non parlano di sconfitta: in fondo al buio della disperazione cercano sempre una scintilla che rischiari l’avvenire. Vorrebbero essere il poema di quella generazione e della sua avventura. 

Gianfranco Pancino è un medico e biologo di fama internazionale per i suoi studi sull’HIV. Si è laureato in Medicina e Chirurgia all’Università di Padova nel 1976 e ha poi lavorato come medico del lavoro in uno SMAL (Servizio di medicina degli ambienti di lavoro) a Milano. Ha partecipato attivamente ai movimenti antagonisti nel decennio 1968-1978 e ha contribuito alla fondazione dell’Autonomia operaia a Milano. Costretto alla clandestinità e poi all’esilio a causa di mandati di cattura per le sue attività politiche, ha soggiornato prima in Messico e poi in Francia. Durante l’esilio in Francia, si è dedicato alla ricerca scientifica dapprima sul cancro e in seguito sull’HIV all’Istituto Pasteur di Parigi, dove è stato Direttore emerito di ricerca. 

La poesia 


Esiste la possibilità di riconsegnare alla parola il suo ruolo primario di comunicazione? Ringiovanire questo vecchio strumento, ingiallito dall’uso, ritrovato dai poeti di un secolo come simbolo astratto, forma, musica, poi lacerato, scomposto, spezzettato e ricomposto in cento rompicapi? La parola ha attraversato le civiltà maturando, caricandosi di significati, perdendone alcuni nella memoria del tempo, ringiovanendosi in altri. È giunto un momento in cui né la parola, né il suo unirsi in frase è sembrato possedere ancora capacità di significare, in cui è sembrata essere tanto farcita di significati da non possederne più nessuno. Di non giungere più a rappresentare il rapido volo dell’intelletto umano, le nuove scoperte di solitudine e le nuove ricerche di comunicazione. La ricerca poetica si è impostata nel tentativo di conquistare nuove sonorità, nuovi segni significanti o meno, puro suono, scendendo al di sotto della parola, aggregandone o disgregandone singoli suoni o superando la sintassi della frase in un puzzle di significati spezzati e ricomposti. O ha cercato di riconquistare il verbo legandolo direttamente e a volte piattamente alla storia dell’evoluzione sociale, costruendo un vocabolario storicamente determinato, a volte legato indissolubilmente all’esperienza politico-storica che l’ha creato. Quindi caduco per l’espressione universale o universalmente individuale della poesia. È possibile dunque chiudere a livello più alto lo iato tra parola-suono e parola-significato che si è aperto e mai più rinchiuso nella poesia da un secolo e mezzo? Reincarnare il significato e quindi il messaggio nella parola e nella sequenza di parole, fornire all’uccello multicolore del verbo un comprensibile canto? Gli orizzonti aperti dai movimenti rivoluzionari degli anni ’70, dai loro tentativi collettivi di trasformazione delle strutture sociali e della vita, dei rapporti interpersonali e della collocazione dell’individuo creativo in una collettività aperta e a sua volta creativa offrono nuovi messaggi. E alla poesia non si chiede di ricercare una parola di cui rivestire il messaggio, ma una parola che sia di per sé messaggio. A volte il messaggio diventa il motore della ricerca; la volontà di comunicare un nocciolo di pensieri cerca la via della parola; a volte sono le parole che, incrostandosi le une sulle altre, come rami progressivi di un corallo, creano il messaggio stesso, i suoi nuovi riflessi, le sue punte risplendenti nel buio dell’incosciente e dell’incomunicabilità. In questa epoca di estrema frammentazione, ma anche di sintesi acuta; di disgregazione di ogni unità, ma anche di una nuova ricerca coraggiosa e feroce, a volte disperata, di più alte unità assolute, che si fondano sulle tensioni della nostra umanità, sulla liberazione di molte capacità creative e di nuova coscienza del nostro essere; in questa epoca ritrovare o almeno cercare la sintesi tra parola e messaggio è forse possibile, certo necessario. Recuperando tutta la capacità allusiva della parola, la magia del suo suono, la suggestione delle sue costruzioni stilistiche, ma offrendole nuovi campi di comunicazione, riportandola alle orecchie degli uomini in cerca di musica e frammenti di verità. Assumiamo tutta la lezione della lirica del secolo scorso, la capacità di stravolgere la realtà o addirittura ricrearla in un’altissima astrazione attraverso il verbo e usiamola per alludere a una realtà ricreata dai sogni, dalle volontà, dai desideri. Possiamo riempire l’astrazione, tesa verso il risucchio dei buchi neri del nulla, con un sogno mischiantesi sempre al progetto, di un desiderio mescolantesi sempre a una volontà. In un’epoca così vicina al nulla di una distruzione totale o alla pregnanza di nuove esperienze sociali in cui inimmaginabile è la possibilità creativa dell’uomo liberato dal lavoro e dalle costrizioni del potere, proviamo a immaginare quest’ultima. È un’arma anch’essa contro la distruzione. Tentiamo un linguaggio che tenda alla simbiosi totale fra segno e significato, un segno che possa espandere il significato attraverso la propria plurivalenza e il significato che renda più penetrante quel segno. Leggendo una poesia non si dovrebbe poter fare un riassunto, né cantare una melodiosa o suggestiva o provocante musica, ma sentire ogni parola, ogni verso definire uno spazio in cui la fantasia può vagare diretta solo dal faro dell’espressione. La metafora non è un’arma spuntata se riesce a definire questo spazio immaginativo in cui corrono l’emozione e la fantasia e la ragione stessa. Perché questa è un’altra delle possibili sintesi: la ragione può essere guida alla costruzione dei castelli della fantasia e la fantasia può ampliare infinitamente le strade della ragione. Il manicheismo tra fredda razionalità e irrazionalità misticheggiante è eredità del passato: i pori della membrana che ha diviso queste attività della mente lasciano sempre più comunicazioni tra le due. La frattura inestinguibile dell’animo umano fra ragione e fantasia si può estinguere. Entrambe unite per trasformare la realtà visibile. La poesia parte dal sogno. Ma ora è un sogno che non scorre parallelo alla realtà, ma vi cozza contro e se ne allontana. Allontanandosi a volte risucchia la realtà, a volte si angoscia in una tensione che giunge a spezzarsi. Il sogno è di volta in volta visione, allucinazione, allusione, progetto politico. Perché il progetto politico usa le armi della ragione per forzare la realtà verso un sogno. Sia pure un sogno geometricamente costruito, una città adamantina di desideri. Questa è la scoperta della mia generazione: un rapporto diverso fra fantasia creatrice e realtà, dinamico, di scontro e trasformazione. Dove il sogno nella lirica era allontanamento dalla realtà verso l’ideale (fosse esso il vuoto del Nulla o la piena Luce), ora il sogno è cozzo potente con il reale verso una sintesi. La tensione alla sintesi, la sua profezia, l’angoscia del distacco e della lontananza da essi, l’allucinante riverbero dei suoi picchi intravisti da lontano sono le nuove sorgenti della poesia. Se essa si rivolge al ricordo, se essa rabbrividisce di fronte alla morte è perché nel ricordo ricerca i semi scintillanti dei campi futuri, nella morte cerca l’impulso per portare la vita al di là del nulla. La parola, è noto, contiene un potere di allusione, una ricchezza di significanza al di là del significato che di volta in volta le viene attribuito. Dipende dal messaggio che si vuol trasmettere; se si lascia libera la potenza allusiva o se, attraverso il contesto, si illumina sul palcoscenico del verso un solo, preciso significato. Vi è incertezza e dubbio, immotivata angoscia, visione e divinazione, scoperta, indicazione, ordine. Vi è anche il sussurrato colloquio che sempre continua con se stessi e con i compagni-complici, il monologo-dialogo che sta appena sopra la sfera del silenzio per fondare il continuum da dove si elevino i guizzi e le ondate della forza dell’espressione poetica. 


Gianfranco Pancino, Messico 1981



Queste poesie esprimono la cesura esistenziale di una generazione, la grande speranza collettiva che l’ha animata e la solitudine che è rimasta dopo la sua fine. Sciolgono poi il sale dell’esilio dei militanti fuggiti per dar sapore alle rimembranze, si affacciano alle bocche di lupo delle prigioni per raccogliere le voci dei compagni incarcerati. 


Dicembre ’78

Nei tuoi occhi è la tristezza del mare

la sua vita sommersa sotto orizzonti

nei tuoi occhi si sprecano storie

spezzate come coperchi

nell’impazienza di scoprire tesori.

Sei andata lasciando la treccia

che l’amore aveva mal pettinato

nascosta ai piedi di un albero

cercando ostinata la spiaggia

dove mutare le lacrime in conchiglie.

Hai raccolto nella lunga memoria di donna

la storia di tanti occhi taciuti

di tante voci sepolte di bisbigli

di grida sbattute contro porte chiuse.

Il grido che è uscito era canto interrotto

era coro di muschi ventaglio di terra

era il tuo grido:

ma ogni volta è tornato in echi di strade

in vie separate in stanze sepolte.

Ti resta allora la voce, bucata dai vuoti

che la solitudine scava oltre il coro,

e rincorri il tuo riso

di cui si ferma la piega un po’ amara,

che già ti tramava negli occhi

nella meraviglia d’esser felice.

Ormai sai come me costruire

cornici intorno a spazi vuoti

e sperare paesaggi

con cui adornare le pareti del tempo.

Sulla tavola invasa dal fumo di vecchie amicizie

quest’anno ti lascia soltanto

la curiosità della vita e con essa

la pozza in cui puoi rispecchiarti

scoprendoti sempre oltre le spalle

nuovi monti e alberi nuovi

tra cui avventurarsi.


III. L’ombra

L’ombra è un presagio.

Nell’anno in cui il gioco

spiega ogni cosa

offrendole un’anima,

già vengono le sillabe

della paura a descrivere

il buio,

prima percorso

da sogni e bisbigli,

a mostrare l’ignoto

oltre la corda dell’aquilone,

a suggerire abbandono

dove si scioglie l’abbraccio.


Latitanza

I. Questa stanza oblunga,

come una bara ai miei desideri,

difende la mia libertà.

E i sogni dalla veglia,

quando si trasporta l’orecchio

sulla strada a interpretare i passi

e gli occhi levano la luce

dall’utero della nottee della paura.

(Spesso giungono all’alba

a cambiar in sale la rugiada)

II. La notte è cordiale se respira

col corpo della tua donna

e rimbocca al bambino le coltri

su cui rotolano sogni.

Questa stanza non conduce a sere

che attendono a tavola

caldi vapori di cena

e intorno gli amici e le parole.

La sua lampada non è sazia

di fumo e di sorrisi.

Non alzo lo sguardo alla pioggia

evaporante alla luce

della finestra di casa,

ma cammino calpestando i riflessi

accesi sul nitore dell’asfalto.

III. A questa stanza

che ha solo il tepore di minio

del termosifone

mi hanno condotto gli anni

che hanno visto l’inizio

e la fine di una generazione.

Dieci anni per dipanare

i fili della vita e poi

consegnare il groviglio

ai fratelli minori, già nostri figli.

Abbiamo abraso gli stucchi

e gli ori ai soffitti

delle loro prigioni

e lasciato le sbarre

e i progetti di fuga.

IV. Chi ha salvato un cantuccio

in cui disporre il suo letto

e un armadio per ammassarci dentro

le proprie idee come cianfrusaglie

pattini senza ruote e senza pista

pensa a costruirsi un avvenire:

la vita normale è esposta in saldo

in tutte le vetrine.

Canticchia in gola i vecchi slogan

come violini scordati

e riannoda la tela che di giorno

ha squarciato.

In un’epoca che ha sconfitto gli eroi

è vano aspettare il ritorno di Ulisse.

V. Abbiamo raccolto le prove

nel processo alla vita normale

e mostrato i grumi di vischio

sui tiepidi fili della famiglia

e il delitto di far morire l’amore

rinchiuso tra muridi calce e abitudine.

Abbiamo raccolto le prove

contro il furto delle ore

nascoste in pieghe di orari

e dei nostri sensi

schiacciati in fogli

e inseriti in schede perforate.

Aspettando la condanna

i giurati siedono sul luogo del delitto.

VI. Per non perdere la dolcezza

ho il cilicio di questa stanza

e la ragione di questa lotta.

Per non perdere l’amore

ti vengo a trovare nell’ansia

di non trovarti

nella sorpresa di trovarti ancora

nell’avventura di cogliere domani

con la tenera saldezza del tuo

e del mio progetto

rovente innesto dell’ora

nel tempo infinito.

La distanza tra la tua casa

e la mia libertà e la tua

è misurata dal bisogno

di queste pareti separate

di questa stanza sola e collettiva

che mi consegna passi sicuri

al nostro abbraccio.

VII. E quando, e se,

tornassi al mio nome,

colle mie cicatrici esposte

al giorno ed alla gente,

la tua casa e la mia rimarrà aperta,

nido intrecciato

di calore e di cielo

senza travi annerite sul capo.

Per un incontro che è sempre miele

sempre ricerca di una città di favi

di un popolo d’api

con oro e pungiglioni.


Quando la notte si alza insonne

senz’altro sostegno che l’angustia

di non ricordare il sogno,

si affaccia la vertigine della scarpata

l’abisso a cui i gesti intelligenti

tolgono il cadere senza tempo.

La sensazione che uno sterpo infisso

basterebbe a frenare la caduta

eterna ritmata dagli echi del vuoto

sillabata da richiami d’acqua

gorgoglianti nel buio, inesistenti.


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