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- Sergio Racanati

- 15 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
Electropark: un’architettura di politiche culturali decentrata

Ciò che Electropark lascia emergere non è solo la forma di un festival, ma l’ipotesi di un modello culturale in trasformazione: un sistema in cui la produzione, la fruizione e la circolazione dell’arte non si concentrano più esclusivamente nei grandi poli metropolitani, ma si distribuiscono in una costellazione di centri minori, periferici o laterali, capaci tuttavia di attivare connessioni internazionali complesse e non gerarchiche. È proprio in questi interstizi che si intravede la possibilità di nuovi immaginari culturali: non fondati sulla centralità, ma sulla relazione; non sulla stabilità dei luoghi, ma sulla loro capacità di farsi nodo, passaggio, risonanza.
Sono le 5.45 e l’alba non è ancora evento, ma tensione: una promessa che si deposita sulle superfici del reale, un’aria di estate in formazione, di partenze che si moltiplicano prima ancora di trovare corpo, di festival che esistono già come vibrazione latente.
Il volo verso Genova si consuma in una sospensione rarefatta, in quella zona intermedia in cui i luoghi cessano di essere referenze da mappamondo per diventare immagini in transito del sublime. All’atterraggio, la città emerge dall’acqua con una chiarezza quasi perturbante, come se fosse insieme presente e già ricordata, una figura che si riconosce prima ancora di essere compresa. Per un istante lo sguardo si incrina: la densità verticale del porto, la sua materia stratificata e liquida insieme, produce una frizione percettiva, un cortocircuito che apre una fenditura nell’esperienza. È un déjà-vu che non si limita a evocare un altrove, ma lo sovrascrive sul presente trascinando la visione fino a Santa Marta, in Colombia, come se le geografie non fossero luoghi separati ma sistemi di risonanze che si rispondono a distanza, stratificando i propri livelli invisibili nel medesimo campo dell’immaginazione.
È in questo slittamento continuo tra reale e immaginato che prende forma l’ingresso a Electropark, alla sua quindicesima edizione diretta da Alessandro Mazzone, Anna Daneri e Silvia Nocentini. Il festival si presenta non come semplice contenitore di eventi, ma come «architettura di pensiero culturale» ormai pienamente consolidata, una piattaforma transdisciplinare in cui la dimensione sonora, performativa e visiva si intrecciano fino a generare un ecosistema poroso, capace di rimettere in discussione le grammatiche stesse della produzione culturale contemporanea. Genova, in questo contesto, non è sfondo ma organismo attivo: una città che si lascia attraversare e, al tempo stesso, si riscrive attraverso i suoni, i corpi e le sue derive immaginative.
Electropark si presenta come un dispositivo culturale che legge il tempo/spazio presente e immagina nuove traiettorie e nuovi orizzonti per le politiche culturali. La forza del festival risiede proprio nella sua capacità di tenere insieme dimensioni apparentemente inconciliabili: la club culture e la ricerca accademica, l’improvvisazione jazz e la performance art, l’estetica audiovisiva e la pratica coreografica. Questa eterogeneità non si traduce in frammentazione, ma in una precisa strategia curatoriale che valorizza il disordine come forma di conoscenza e approccio non cartesiano all’esistente. Direi un vero meltin’ pot di istanze, estetiche, corpi, sogni e bisogni.
Il programma curatoriale è esplicitamente transnazionale, la composizione delle presenze artistiche riflette una precisa volontà di decentramento dello sguardo e di ridefinizione delle gerarchie – non troppo simboliche – della produzione culturale contemporanea. L’attenzione alle politiche di equilibrio di genere non assume una funzione accessoria o dichiarativa, ma si inserisce strutturalmente nella grammatica del progetto, contribuendo a una ridefinizione critica delle modalità di rappresentazione e selezione.
In questo quadro, la partecipazione di circa cinquanta artiste e artisti provenienti da contesti geografici e culturali eterogenei non si limita a restituire una pluralità di provenienze, ma costruisce una vera e propria ecologia di saperi e pratiche, in cui la diversità non è tematizzata come semplice dato quantitativo, bensì come condizione operativa e tensione estetico-politica. Ne emerge un campo di forze attraversato da traiettorie disallineate, che riflette la complessità del contemporaneo e ne mette in crisi le possibili semplificazioni identitarie.
Il tema di questa xv edizione, «Outer Space», si impone come una vera e propria matrice concettuale e come dispositivo di lettura, dichiaratamente innestato nell’immaginario cosmico e visionario di Sun Ra e nella sua traduzione filmica in Space is the Place. Più che un semplice titolo curatoriale, esso opera come lente critica e principio atmosferico, capace di orientare la percezione e di ridistribuire le coordinate del tempo e dello spazio all’interno del festival.
«Outer Space» non funziona come evocazione decorativa di un altrove fantascientifico, ma come campo simbolico attivo, una soglia attraverso cui il festival rilegge la propria durata e la propria spazialità. Il riferimento a Sun Ra non si esaurisce nella citazione, ma si trasforma in una postura estetica e politica: un invito a concepire il suono, il corpo e l’immaginario come strumenti di dislocazione, che sottraggono l’esperienza culturale a ogni forma di stabilizzazione normativa. Il tempo/spazio del festival si configura così come un territorio in cui la dimensione terrestre e quella cosmica si contaminano reciprocamente, aprendo a una percezione espansa del presente.Lo spazio esterno diventa qui spazio mentale e politico, luogo di proiezione utopica ma anche terreno di confronto con le urgenze del presente. «Outer Space» non è evasione, ma espansione del pensiero: un campo in cui suono, corpo e immaginario culturale si ridefiniscono reciprocamente collocandosi o cercando asilo nel dibattito internazionale, emancipandosi da una visione squisitamente di intrattenimento culturale o di diversivo per i calendari e le proposte alternative della città di Genova.

Tra le artiste invitate, per la xv edizione del festival, Moor Mother è stata la più attesa in tutti i sensi: più di 120 minuti fuori dalla Claque. La Claque è uno spazio strepitoso annesso al Teatro della Tosse di Genova, ma con un’aura magica totalmente vicina a progetti e strutture sperimentali, non frontali. L’attesa è stata causata dal ritardo di un corriere nel consegnare la marimba per il concerto.
Moor Mother è oggi una delle figure più radicali e stratificate del panorama contemporaneo, capace di raccogliere le sollecitazioni dell’afrofuturismo e tradurle in un progetto multidisciplinare nel quale musica, poesia e attivismo si fondono. Il suo percorso, fatto di album complessi, collaborazioni coraggiose e performance incandescenti, trova in una sorta di sintesi in Shinkolobwe accessibile senza però rinunciare alla propria natura visionaria.Moor Mother con Shinkolobwe, performance sonora, conferma il suo ruolo di voce tra le più radicali e necessarie della scena contemporanea. Musicista, poetessa, attivista, l’artista statunitense continua a muoversi lungo quella linea di confine in cui suono, memoria e denuncia politica si intrecciano creando un travolgente valore di potenza e di immaginazione oltre il reale.
Presentato in prima assoluta alla Biennale di Venezia Musica – nell’edizione del 2025 – il lavoro nasce dalla collaborazione con Aquiles Navarro, Hamid Drake e Pasquale Mirra. In questa formazione internazionale, la materia sonora si costruisce come un organismo vivo, nel quale improvvisazione, spoken word ed elettronica si alimentano reciprocamente.
Shinkolobwe prende il nome dalla miniera congolese di uranio simbolo delle dinamiche estrattive del colonialismo e delle sue continuità neocoloniali. Il progetto attraversa materiali d’archivio, stratificazioni elettroniche e interventi vocali per mettere in tensione la storia del Congo con le forme contemporanee di sfruttamento delle risorse e dei corpi.
La performance si sviluppa come un flusso narrativo spezzato. La parola di Moor Mother non illustra ma incide, mentre la tessitura strumentale costruita dagli altri musicisti apre spazi di improvvisazione che oscillano tra jazz, noise e atmosfere rituali. Ne emerge un vero e proprio sound scape denso e instabile, dove la memoria storica non è mai intesa come materia fissa ma continuamente riattivata attraverso il suono e la voce.
In questo incontro tra poesia militante e ricerca musicale, Shinkolobwe si impone come un lavoro che non si limita alla rappresentazione del passato coloniale, ma lo riporta nel presente, interrogando le sue persistenze e le sue trasformazioni.È un lavoro che si muove con naturalezza tra jazz, elettronica e downtempo, trasformando la tradizione afroamericana in una materia fluida, attraversata da vibrazioni digitali e un flusso poetico ininterrotto.
Avvicinarsi all’universo di Camae Ayewa – nome all’anagrafe di Moor Mother – significa superare le categorie di genere e accettare l’ascolto come esperienza immersiva. Il suo sguardo sulla diaspora africana attraversa genealogie culturali profonde: dalle radici della musica nera alle esplorazioni cosmiche di Sun Ra, passando per l’eredità soul di Aretha Franklin, fino alle traiettorie contemporanee di Matana Roberts, Angel Bat Dawid e Nicole Mitchell. In questo dialogo tra epoche, Moor Mother costruisce un ponte tra memoria storica e futuro politico.
Il nucleo della sua poetica resta la parola: un flusso di spoken word militante che dà voce a soggettività marginalizzate e storie rimosse dai circuiti dominanti. In questo senso la sua musica è sempre anche archivio e testimonianza, ma non è mai statica: è piuttosto una forma di resistenza sonora che mescola stili musicali e scrittura performativa.
Quello che emerge, nel complesso, è il ritratto di un’artista che non cerca mai la stabilità, ma una continua frizione tra linguaggi. La sua musica non si limita a raccontare il presente: lo interroga, lo smonta e lo ricompone in una forma nuova, dove suono e politica, memoria e futuro, diventano inseparabili.
Lecture performance, live set, dj set, workshop e progetti ibridi costruiscono una geografia diffusa e multipla che attraversa la città di Genova, trasformandola in un campo espanso di sperimentazione estetica, politica e culturale. Non si tratta soltanto di una rassegna di eventi, ma di una vera e propria costellazione di pratiche che mettono in discussione le forme tradizionali di fruizione culturale, non solo del sistema «festival musicale» ma anche del sistema «festival di performance art» e quello dell’arte visiva. Il festival centralizza la grande attenzione sul mezzo della performance e le sue possibili smagliature, definizioni, ridefinizioni, reti, intrecci, connessioni, prospettive.
Altro artista che ha trovato in me una forte risonanza è stato lowkolos presso la Sala Campana del Teatro della Tosse. L’artista e producer turco, residente ad Amsterdam, ha presentato il progetto there is no harmony, sviluppato insieme all’artista e scenografa Allison Wright. La sua performance si muove in un territorio ibrido nel quale musica elettronica, visual audio-reattivi e dispositivi scenici, si intrecciano in un’unica architettura percettiva. Le proiezioni su pellicole olografiche stratificate amplificano la dimensione immersiva dell’esperienza, trasformando lo spazio scenico in un ambiente instabile, in costante mutazione tra suono e immagine.
There is no harmony si configura così come una performance che non cerca la coesione tradizionale tra elementi audiovisivi, ma esplora costantemente la frizione e la discontinuità, costruendo un linguaggio nel quale l’assenza di armonia diventa principio compositivo e chiave di lettura dell’intero progetto.
In questa prospettiva, ciò che Electropark lascia emergere non è solo la forma di un festival, ma l’ipotesi di un modello culturale in trasformazione: un sistema in cui la produzione, la fruizione e la circolazione dell’arte non si concentrano più esclusivamente nei grandi poli metropolitani, ma si distribuiscono in una costellazione di centri minori, periferici o laterali, capaci tuttavia di attivare connessioni internazionali complesse e non gerarchiche.
È proprio in questi interstizi che si intravede la possibilità di nuovi immaginari culturali: non fondati sulla centralità, ma sulla relazione; non sulla stabilità dei luoghi, ma sulla loro capacità di farsi nodo, passaggio, risonanza.
La città – Genova – non appare come eccezione, ma come sintomo di una trasformazione più ampia, in cui l’arte diviene pratica mobile, attraversabile, profondamente intrecciata a reti trans-locali di saperi, corpi e linguaggi.
È qui che si dischiude il campo più radicale del presente: nella possibilità che luoghi apparentemente marginali diventino dispositivi di produzione/creazione simbolica avanzata, laboratori di prossimità globale, in cui l’esperienza estetica non si limita a rappresentare il mondo, ma contribuisce a ridisegnarne le mappe del sensibile.
Sergio Racanati (1982) vive e lavora tra Milano e Bari. Attualmente sta lavorando alla realizzazione del progetto filmico sul processo Curatoriale del collettivo ruangrupa che dirigerà la prossima dOCUMENTA XV/Kassel all’interno della ruruHaus. La sua ultima mostra personale nel giugno 2021 è stata presso la Fondazione SoutHeritage per l’arte contemporanea/Matera la cui installazione A futureless memory/ possibilità di un memoriale è stata acquisita per la collezione. Ha preso parte a progetti espositivi di respiro internazionali e nazionali afferenti alla rigenerazione urbana, tra cui «Circuito del Contemporaneo», «Casa Futura Pietra» e «Z.I.P.», vincitore del bando «Creative Living Lab» promosso dal MiC, a cura di Giusy Caroppo. Ha ricevuto riconoscimenti internazionali tra cui il recente premio di Residenza Artistica presso «Officina Italiana» a Buenos Aires.

