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  • Immagine del redattore: Simona La Neve
    Simona La Neve
  • 4 set
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 6 set

Chi vuole essere fottutamente invisibile? Narrazioni di case e guerra

Birgit Jürgenssen Hausfrauen – Küchenschürze Grembiule da cucina da casalinghe,1975_ Estate Birgit Jürgenssen_ Courtesy Galerie Hubert Winter_ Vienna_ Estate Birgit Jürgenssen by SIAE 2019
Birgit Jürgenssen Hausfrauen – Küchenschürze Grembiule da cucina da casalinghe,1975_ Estate Birgit Jürgenssen_ Courtesy Galerie Hubert Winter_ Vienna_ Estate Birgit Jürgenssen by SIAE 2019

Il testo analizza come alcuni artisti contemporanei utilizzino materiali poveri e oggetti quotidiani per esplorare il concetto di casa, non più solo come rifugio, ma anche come spazio di tensione, controllo e vulnerabilità. Le opere di Mona Hatoum, Halil Altindere e Hito riflettono su temi come la sorveglianza, l’invisibilità sociale e la precarietà esistenziale, spesso legati alla condizione dei <<senza casa>> e ai rifugiati. L’arte diventa così uno strumento di denuncia e riflessione critica sul presente, capace di scuotere la coscienza collettiva in un’epoca segnata da guerre, disuguaglianze e anestesia emotiva.

«Alberi e buio, vero buio di campagna». Una macchina, la Durango 95, si dirige verso una casa di periferia a gran velocità con Alex e i suoi drughi. È il 1962 quando Anthony Brugess rende visibile a tutti quel buio mondo suburbano di Arancia Meccanica, con l’abbandono di ogni perverso desiderio di uno spazio domestico inteso come inoffensivo. La formazione di un’ambiguità strutturale di pensiero, su queste tematiche, è stata raccontata una manciata di mesi dopo il libro di Bruges, anche da Betty Friedan. È La mistica della femminilità (1963) a portarci nella casa-modello suburbana americana – come simbolo di una società che il consumo doveva contribuire a rendere omogenea, nei paradossi invisibili delle distinzioni di classe e di genere.

Nel corso degli anni si è poi costruito un vero topos letterario e al contempo una cultura visiva tesa a promuovere un ripensamento dell’ordine sociale che rende possibile le libertà individuali, solo tramite la famiglia borghese, la sfera produttiva e quella riproduttiva. Un compito innanzitutto dell’arte, in tutte le sue forme. La diffusione dell’iconografia della famiglia capitalista, in versioni riviste e corrette del sogno americano, si è declinata con cortocircuiti sempre differenti tanto quanto potenti, sezionando vincoli, ruoli e spazi di potere incorporei nelle case di tutti.


Innanzitutto la risposta dell’arte femminista da oltre sessant’anni si è spesso «giocata in cucina», mettendo in discussione la narrazione dello spazio, rendendo visibili le strutture di oppressione nelle società tradizionali e contemporanee. Quando nel 1975 Martha Rosler sviluppa il videotape della sua performance in una cucina in cui viene presentato un set di mestolame, il ruolo parodiale di Semiotics of the Kitchen è evidente. Una telecamera fissa ricorre tempi e scenografie delle dimostrazioni che giravano in quegli anni in televisione. Tuttavia, lo spazio domestico può diventare anche seconda pelle e dagli armadi aperti svelarne gli abiti. Birgit Jürgenssen Hausfrauen fa coincidere l’esistenza stessa della donna con uno «spazio cucina da indossare», il suo corpo è un ingombrante grembiule, un dresscode obbligatorio per l’azienda domestica. Helene Chadwick nel 1977 con In the Kitchen realizza costumi come prolungamenti della carne realizzati in strutture metalliche e PVC. I costumi rappresentano elettrodomestici da «cucina di genere» interpretando sulla propria pelle la lavatrice, il forno, il frigorifero e un lavello. L’artista Milli Gandini, ancora negli anni delle contestazioni e di nuovo in cucina, con le sue opere ci porta a conoscere il dolore pungente del suo ambiente domestico dedicato alla preparazione dei cibi. Le pentole, nelle quali aveva cucinato fino a poco prima, diventano strumento d’arte. Vengono dipinte con colori sgargianti e poi cucite con l’intenzione di blindarle e punirle con una corona di spine, simbolo di sofferenza e umiliazione. Si tratta perciò di opere che ci permettono di chiederci quali oggetti-orpelli diventino funzione di spazi privati anziché habitus invisibili che ci connotano come individui passivi e alienati. Anche l’artista Hélio Oiticica è noto per le sue opere indossabili: le Parangolés. Già dal 1964, realizzava costumi come manifesti del grado più basso della gerarchia sociale brasiliana. Un lavoro compiuto che gli permetteva di umanizzare abiti divenuti spazi vissuti, realizzati con stoffe recuperate di bassa qualità.  



Halil Altindere_ MOBESE (Gold Camera) 2011_Catalogo della mostra_ La strada dove si crea il mondo_ a cura di Hou Hanru_Quodilbet_Maxxi_pag 195_2018
Halil Altindere_ MOBESE (Gold Camera) 2011_Catalogo della mostra_ La strada dove si crea il mondo_ a cura di Hou Hanru_Quodilbet_Maxxi_pag 195_2018

Perciò tessuti scadenti, filo spinato per il metallo e PVC per oggetti-orpelli hanno permesso a questi artisti di valutare la consistenza materica di una dimensione abitativa. Ciò può portare a riflettere sulla casa intesa come luogo di povertà umana e disperazione, ma anche ambiente di minaccia per la vita. È proprio la misura della tensione e del pericolo che usa Mona Hatoum, artista libanese di famiglia palestinese, che nell’opera Homebound (2000) rappresenta spazi quotidiani per rispecchiare le tensioni sociali, politiche e identitarie. Usa oggetti d’uso comune che vengono collegati a fili elettrici trasformati in dispositivi che suggeriscono una qualche forma di rischio per la vita. Qual è quindi il terreno d’indagine che riflette il confine tra «protezione» dal mondo esterno e semplice vita privata? Attraverso la cultura visiva di ciò che intendiamo con «casa» oggi, in rapporto a ciò che evidentemente non lo è, Halil Altindere, portavoce dell’arte turca contemporanea, nel 2011 ci presenta uno degli oggetti-orpelli ormai in un uso per «esseri viventi al sicuro». È una camera a circuito chiuso dorata, realizzata con una dimensione di 260 cm e un peso di circa 100 kg. L’immagine che cattura questa tipologia ambientale è in qualche modo preziosa; si accavalla alla vita quotidiana, influenzata dai media e dalla tecnologia, e ci mostra l’impercettibile paura silenziosa dell’altro, mentre si sgretola il diritto di non essere visti, ripresi e seguiti. In questi termini sono note le ricerche di Hito Steyerl, confluite in videoinstallazioni inquietanti e provocatorie come per How Not to Be Seen: A Fucking Didactic (2013). Strutturato come un video tutorial, in una critica alle dinamiche di controllo e sorveglianza nella società moderna, l’artista propone una guida per divenire invisibili. Se, viceversa, la maggior parte di noi cerca in vari modi sempre più grotteschi e ipertecnologici di essere percepito dagli altri, il corto circuito che l’arte ci consegna è una lente d’ingrandimento sull’altra faccia della medaglia. Chi vuole essere invisibile? Intendiamo questa parola come un rischio o come una potenzialità della nostra esistenza? Quella fetta di persone che è poi realmente invisibile – giacché «senza casa» – è vittima delle gerarchie di potere, fuori e dentro l’ambiente domestico. Tuttavia, nonostante sia chiaro a tutti, che l’habitat dell’essere umano può coincidere con un pianeta in fiamme, con una panchina rotta, una casa distrutta da una bomba o un barcone in mare durante l’esperienza forzata di rifugiato, la dignità di tutti i «senza casa» non scuote nelle sue fondamenta l’esistenza mondiale. Le opere artistiche che rispecchiano questa domanda sociale sono spesso denunce ai drammi e ai paradigmi delle diseguaglianze che ci sfiorano nel loro essere, seppur vivissimi, quasi incorporei. Forse è l’urlo dell’arte stessa, come attivatore sociale degli animi umani, che può stordirci e scuoterci per tornare a vedere? Gli sviluppi della storia contemporanea recente hanno dato una scossa rilevante all’invisibilità di molti, troppi esseri viventi. Gli equilibri geopolitici diffondono, mentre scrivo, una decina di scenari di guerra che minano la stabilità di case, persone e mondi. I nostri occhi al contempo sono sbarrati, abituati a non vivere l’empatia, come se una strana formula di «cura Ludovico» di Brugess, non ci avesse poi procurato quell’avversione, ribrezzo e nausea alla violenza. Così una costante distopia è in onda sui nostri schermi: ci propone guerre e stermini di massa, accanto a quegli adorabili animaletti domestici – loro sì – così simili ai «nostri».



Simona La Neve (1985) art and urban researcher, dopo la tesi in urbanistica presso Istanbul, si specializza alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano con una tesi conservata oggi all’archivio del Mart di Trento e Rovereto. Ha svolto ricerche e progetti curatoriali anche in ambito istituzionale (Inu, Roma; Politecnico, Milano; Città Metropolitana di Milano; Bocsart, Cosenza). Si occupa oggi di ricerca presso il Politecnico di Milano e di scrittura per varie testate. È suo tra altri, il saggio per i cinquant’anni di Vogliamo tutto di Nanni Balestrini («il manifesto», 19 maggio 2021).

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