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- Francesca Pasini

- 3 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Comandare l’aria: la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler

La GAM presenta la prima mostra antologica in un’istituzione italiana dedicata a Linda Fregni Nagler, a cura di Cecilia Canziani.
L’artista utilizza la fotografia come mezzo di riflessione sulla visione, sulla memoria e sulla materialità dell’immagine, intrecciando collezionismo, ricerca e narrazione.
Nell’isolare e conservare frammenti del visibile, le immagini fotografiche raccontano la storia dello sguardo: testimoniano non solo ciò che mostrano, ma anche i diversi modi in cui, nel tempo, abbiamo osservato il mondo.
Nella fotografia, presenza e assenza, visibile e invisibile si inseguono, rendendo ogni immagine un luogo di riflessione, memoria e immaginazione.
In mostra opere realizzate in oltre vent’anni di lavoro, tra cui la grande installazione The Hidden Mother (2013) e la serie inedita Vater, dedicata al Mensur, duello rituale delle confraternite studentesche tedesche. Il percorso include anche Pour commander à l’air, ingrandimenti di fotografie tratte dalla cronaca, la serie Untitled, stampe da disegni ispirati a oggetti di lavoro e architetture, e Smokes, clouds, explosions, tratte dalla sua collezione di lastre per lanterna magica. Presenti anche opere degli esordii, come Non voglio uccidere nessuno.
Il cellulare permette di scattare una foto in ogni momento, l’accumulo è la sua peculiarità.
«La prospettiva, nata nel Rinascimento italiano e diffusasi in tutto l’Occidente, suggeriva in ogni immagine una fuga verso l’infinito, analogo a quello dell’Universo verso Dio. La macchina fotografica rivelò che ciò che vedevi aveva a che fare con la posizione che occupavi nel tempo e nello spazio» (John Berger, Modi di vedere, ’98).
E così, si inizia a guardare negli occhi parenti e estranei, anche da lontano: sono ritratti di una quotidianità messa in posa, fermati dalla macchina da presa, ma ripetibili. Sequenze che ci mostrano il movimento di una figura e lo collegano a quello dei nostri occhi. La pittura ci aveva abituato leggerle a distanza, negli affreschi, nelle pareti dei musei, nelle volte delle chiese, ma sfogliando i giornali o gli album familiari è istintivo portare vicino il tempo e il luogo e immaginare cosa avremmo fatto se fossimo stati lì.
Roland Barthes in La camera chiara, sotto una foto di un giovane, scattata anni prima, scrive Che romanzo, che storia!
Linda Fregni Nagler interroga un vastissimo archivio dove il tempo torna indietro e si affaccia alle «nostre finestre». Non per raccontare paesaggi, ma il gesto, assolutamente segreto, di chi sta per saltare nel vuoto – o progetta di farlo. Per suicidarsi? Per una prova acrobatica? Per un incidente sul lavoro?
Tutte ipotesi che provenendo da immagini di decenni fa ci riportano al cambiamento radicale che questo linguaggio ha introdotto nella nostra intimità e, soprattutto, al perenne sforzo umano Pour commamder à l’air come si chiama la serie, in cui i titoli, sono microstorie fulminanti: A Moment of Suspense; Contemplation of Death; Deardevil; I’ll figure this thing out myself, Man on the lodge, Roof Walker, Trying to Die, tutte datate 2014.
Cosa colpisce di più il fatto che agli inizi degli anni ’60, a cui alludono, sia possibile assistere pubblicamente a queste azioni o che allora il disagio, lo sprezzo del pericolo fossero una notizia da trattare con «delicatezza»? Oggi, e non da ieri, conta la velocità traumatica dell’immagine, più che la complicità inaspettata a un dolore che nessuno sa prevedere?
Tutta la mostra alla Gam di Linda Fregni Nagler (a cura di Cecilia Canziani) pone queste domande, e la chiave sta sempre in questo trarre fuori dalla scatola del tempo (come in genere si fa appunto con le foto) immagini che da un lato ci ricordano la distanza rispetto al presente, e dall’altro, come direbbe Carlo Rovelli, che nella struttura temporale scoperta dalla fisica quantistica, l’insieme di eventi non è né passato, né futuro, come nelle parentele con esseri che non sono né nostri discendenti, né ascendenti (L’ordine del tempo, 2017, Adelphi).
Possiamo prendere il sistema di recupero fotografico che fa Linda come un intreccio tra immagine e immaginazione? Tra parentele specifiche che si depositano in spazi-tempi storici e in quelle che una foto ci costringe a ripercorrere anche se non siamo nello stesso luogo e nello stesso tempo?
Lei dichiara: «Quando faccio ricerca mi soffermo su immagini che non si spiegano da sole, che hanno bisogno di essere lette, osservate, messe in sequenza. In ogni caso il fulcro sono gli esseri umani, la loro esistenza e fragilità. Sono spesso comparse anonime che attraversano la scena senza una storia esplicita, ma portano con sé una memoria e una temporalità sospesa. Non è nostalgia, ma archeologia emotiva» (Catalogo, Quodlibet, p. 146).
Nella sezione Vater questo punto di vista è anche quello che ci fa percepire che gli eventi non sono né passati, né futuri, come dice Rovelli, anche nella nostra osservazione, e allo stesso tempo davanti a un’immagine proviamo un’empatia con quello che ci succede accanto. Nelle figure di soldati, anonimi, insanguinati, eroicamente in grado di porsi davanti all’obiettivo, c’è il racconto della prima guerra mondiale, in Germania, e questo ci sposta al nazismo e al contempo alle immagini delle guerre che in ogni momento ci raggiungono da tutto il mondo.
Sappiamo che non c’è un filo consequenziale, o che almeno è troppo didascalico tracciare una linea, ma proprio questa impossibilità ci avverte che ogni immagine non è un documento statico, dipende dall’empatia di chi osserva, che a sua volta è influenzata da altri eventi, non sempre correlabili. È così che un’immagine diventa un soggetto col quale dialogare, fare amicizia, indipendentemente dalla sua data di nascita e dalla nostra.
Linda Fregni Nagler crea una mediazione tra i soggetti che ha incontrato e quelli che ci fa incontrare. Non sono nostri ascendenti o discendenti, ma influenzano il nostro presente, compreso quello determinato dagli strumenti prodotti dalla fisica contemporanea, i computer, che hanno modificato anche il modo di fotografarci.
Francesca Pasini, critica e curatrice. Curatele: Castello di Rivoli; PAC-Milano; Biennale di Venezia; Mart-Tn; Maga-Gallarate; Teatro La Fenice. Direzioni: Fondazione Pierluigi e Natalina Remotti-Camogli (GE); Quarta Vetrina-Libreria delle donne di Milano. Libri: Il mistero delle immagini orali (Galleria Pieroni,1990); Donne senza cuore (con Grazia Livi), La Tartaruga (1996); Grazia Toderi (2006); WAW (Women Artists of the World), Almanacco (2017); Vetrine di libertà (2019).

