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- Sergio Racanati

- 24 lug
- Tempo di lettura: 6 min
Il mondo crolla e a Venezia va in scena una obsoleta biennale di architettura

Il testo è una riflessione critica sulla 19ª edizione della Biennale di Architettura di Venezia, diretta da Carlo Ratti e intitolata Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva. L'autore esprime disillusione di fronte a una mostra che, pur dichiarando intenti ecologici e innovativi, risulta incoerente nei contenuti e nella forma. L’esperienza è vissuta come attraversamento di un “cimitero” simbolico della natura e del pensiero, in cui domina l’apparenza, l’egocentrismo e la spettacolarizzazione tecnologica. Si denunciano le contraddizioni tra le dichiarazioni ambientaliste (es. il Manifesto di Economia Circolare) e la realtà di un evento iper-produttivo e sprecone. Il Padiglione Italia, pur partendo da idee promettenti legate al rapporto terra-mare, si rivela carente nella realizzazione, schiacciato da tempi stretti e da un approccio partecipativo solo formale. L’autore invoca una riflessione più profonda e autentica, evocando il pensiero di Timothy Morton e la dark ecology, come chiave per una nuova consapevolezza ecologica.
Diventa difficoltoso scrivere dopo l’attraversata di un cimitero al quale è stata tolta pure la sua funzione «sacra o sacrale» di deposizione e custodia di un corpo/vita. Il resto molto accanimento alla messa in scienza della tecnologia come messianica salvatrice della nostra ormai misera esistenza volta alla sua fine. Serve tempo, respiro, pensiero per metabolizzare l’enorme quantità di stimoli, sensazioni, progetti, dati, maquette, installazioni, incontri, fatti su questa Venezia che è definitivamente affondata. Non è mai facile, anche se necessario, tirare linee, ridiscutere aspettative, fare bilanci critici.
Superato l’ingresso dell’Arsenale, si schiude lo scrigno magico della mise en scene di questa XIX ed. della Biennale di Venezia diretta dall’architetto Carlo Ratti, dall’intuizione fintamente glamour e di ricerca transpecifica/trasnspecialistica dal titolo: Intelligens. Naturale. Artificiale. Collettiva .Siamo giunti al punto di non ritorno. Abbiamo invaso tutto, tutt*: qui il claim salviamo il mondo ha raggiunto il baratro. Trionfa l’ego in tutte le sue sfumature e sfaccettature.
Il primo incontro lo spettatore lo ha con degli alberi che si fondono per creare un organismo superiore mentre al loro interno crescono dispositivi tecnici: Interwoven, si chiama cosi questo sofisticato ingegnoso progetto che consiste nello sviluppo naturale di reti di radici all’interno di pattern preimpostati dall’essere umano. Siamo difronte all’ennesimo epitaffio della natura.
The Third Paradise Perspective: un ambiente nero, tetro, immaginato da Michelangelo Pistoletto e dal team di architetti Naldini, Ciuffreda, Cerruti But, Guardini e Giavatto installato nella prima sala delle Corderie dell’Arsenale dove motori/macchine di condizionatori sputano calore, facendoci fisicamente provare una sensazione di disagio. Una sensazione reale: il prezzo ambientale da pagare per avere, invece, le sale adiacenti fresche. Viene spontaneo urlare all’interno se questa messa in scena sia significativa o sia semplicemente una pantomima del reale. È oramai noto a tutt* che le nostre esistenze sono oggi ridotte a cenere tenuta insieme quasi per «miracolo».
I dati – prelevati dal sito rinnovabili.it - riporta: «Il mese scorso, a livello globale, la temperatura media del Pianeta è stata di 13,23°C. Quasi 8 decimi di grado in più rispetto alla media degli ultimi 30 anni, una conferma della tendenza all’accelerazione del riscaldamento globale in corso negli ultimi anni». Siamo dentro una folle accelerazione dell’aumento della temperatura globale. Ci si chiede se tutto questo sia il modo più giusto per far riflettere il pubblico – generico e specialistico – che transiterà nel padiglione facendosi avvolgere dal calore delle ventole. Forse bisogna trovare formule realmente altre per poter denunciare questi fenomeni.
Forse non basta dare un Leone d’Oro a Donna Haraway per dire che si conoscono le transizioni, ibridazioni, e le istanze eco femministe di matrice cyborg. Oggi tutt* abbiamo contezza di tutto questo. Sembra più una sorta di vetrina del prodotto filosofico, ovvero del ragionamento che era veramente dirompente e tagliente nel 1985 quando fu pubblicato per la prima volta il Manifesto Cyborg. Oggi parlare di ibridazione delle specie e di cyborg risulta vuoto o quasi, se consideriamo che siamo arrivati a clonare il Dna umano, e a fare interventi di chirurgia robotica e la telemedicina permette ai medici di monitorare i pazienti a distanza, offrendo alternative sempre accessibili e convenienti per alcuni trattamenti che sino a qualche anno fa erano impensabili.
Sarebbe stato più interessante, in un’ottica di ricerca e di aderenza alle istanze coeve, il grande pensiero del filosofo inglese Timothy Morton che sostiene che per affrontare la sfida climatica dobbiamo rivedere radicalmente la nostra idea di ecologia: non più locale e anti-globalista, ma capace di accogliere la grandezza, la complessità e l’orrore della natura. In altre parole: dark ecology.
Attraversando i vari padiglioni il quesito che attanagliava il mio cervello è che ciò che la società moderna ha danneggiato maggiormente è il pensiero. E l’idea o meglio, il costrutto, più danneggiato è proprio quello di natura. Morton dice: quella che oggi consideriamo e chiamiamo Natura non è più un semplice oggetto solido e unitario.
Morton critica l’etica dell’ambiente standard, impegnata a giustificare il valore intrinseco della natura incontaminata, intesa come sfera del tutto separata, e propone un ambientalismo diverso, fondato sulla consapevolezza della continuità fra umano e non umano, fra vita e non-vita e sull’accettazione del turbamento che tale consapevolezza ci può provocare. Nel passo, l’autore difende la nozione di Antropocene da alcune critiche e la inserisce in una visione metafisica più ampia, nota come object oriented ontology (OOO), in cui le differenze fra soggetto e oggetto, fra umani, animali e cose vengono attenuate molto, se non annullate del tutto. Per Morton, l’OOO è la prospettiva migliore per una nuova alleanza fra umani, animali, piante ed ecosistemi, la cornice più adatta per un nuovo ecologismo.
Altra nota su cui riflettere è il Manifesto di Economia Circolare – lanciato da Ratti, con la guida di Arup e il contributo della Ellen MacArthur Foundation – con l’intenzione di rafforzare e implementare l’impegno della Biennale, promuovendo un modello sempre più sostenibile per la progettazione, l’installazione e il funzionamento di tutte le sue attività e manifestazioni. Appare una sorta di pubblicità progresso da caffetteria da museo o da aperitivo in riva al mare con i propri yacht a poche centinaia di metri di distanza.
Nell’osservare con minuzia tutta la messa in scena della Biennale, ne viene fuori un ritratto diametralmente opposto: trionfa una super-iper-mega produzione e speco di materie prime sotto la luce del sole. Anche lui orami compromesso!
Tappa obbligatoria il Padiglione Italia all’Arsenale: ammantati e avvolti nel buio delle tre tese si para la messa in scena dell’architetta Guendalina Salimei dal titolo Terra Aquae. L’Italia e l’intelligenza del mare. Sappiamo che l’Italia possiede quasi 8000 km di spazio liminale, ovvero la costa, sempre più strategico, da osservare, studiare e lavorare. La Salimei lo immagina come uno spazio di sperimentazione e costruzione di nuovi rapporti ambendo a declinare un nuovo paradigma per un rinnovato dialogo tra il territorio, i suoi attori e le progettualità. I prodromi concettuali restano interessanti, ma non convince il processo, la formalizzazione e gli esiti presentati nella mostra considerando anche i tempi burocratici e amministrati del Ministero della Cultura-per dare vita al padiglione- in due mesi.
A fine gennaio il lancio di una Call for Visions and Projects estremamente aperta, e potenzialmente insidiosa, per un padiglione partecipativo, che desse voce e spazio per la creazione di un corpus di intelligenza collettiva, megafono di istanze contemporanee, urgenti di territori e collettività. Era rivolta a una platea estesa ed eterogenea con la richiesta di presentare idee innovative, proposte progettuali, visioni e riflessioni teoriche sul rapporto terra/mare entro il 3 marzo. Alla conferenza stampa si è svelato il nutrito numero dei contributi: oltre 600.
Il tentativo della curatrice di orchestrare una pluralità di voci e intelligenze che spaziano dall’architettura all’arte, dal suono al video, dalla poesia, alla fotografia, dal disegno fino alla cartografia è poco incisivo. Sarebbe stato interessante porre attenzione al soggetto costa nella sua dimensione di corpo cangiante, camaleontico, in continua ridefinizione, ri-modellazione: un corpo/soggetto fluido, non rigido, in eterna metamorfosi, ma la mostra assume connotati statici, senza mettere in crisi le tradizionali regole cartesiane ed espositive. Dalla call appare lampante un atteggiamento da capitalismo populista che sfrutta ciò che fa comodo per l’autocelebrazione mentre la compagine diventata massa aforme senza nomi e cognomi assume inesorabilmente il corpo-palude.
Alla fine del percorso della Biennale ero dentro questo magistrale video clip musicale del visionario Michel Gondry sulla metafisica voce di Bjork che avevano già svelato tutto nel lontano 28 giugno del 2011.
Sergio Racanati nasce a Bisceglie nel 1982. La sua ricerca artistica si sviluppa attraverso l’analisi delle molteplici relazioni, idee ed esperienze che generano connessioni con la fragilità dell’essere umano, affrontando processi comunitari. Il suo lavoro si inserisce nelle pratiche context e time specific in comunità remote del villaggio globale. Allontanandosi dalle narrative occidentali si concentra su ambiti marginali, registrando le disparità politiche e sociali.

