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  • Immagine del redattore: Sergio Racanati
    Sergio Racanati
  • 5 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Sistema dell’arte e fascistizzazione delle strutture di potere

L’arte, spazio-tempo di libertà per eccellenza, viene vista con crescente sospetto. Non più veicolo di riflessione critica, ma semplicemente strumento da controllare. Le espressioni artistiche che sfidano l’ordine sociale, che espongono le contraddizioni del sistema, sono sempre più emarginate, ridotte a silenzio, censurate o trasformate in mere operazioni di marketing. La cultura che critica il potere, che sfida l’ideologia dominante, è vista come un pericolo. La risposta alla crescita della fascistizzazione non può venire solo da sparuti gruppi di resistenza o da singoli individui isolati, ma deve partire da un movimento collettivo, dalla presa di coscienza di una società che rifiuta l’omologazione, che resiste alla disumanizzazione e alla normalizzazione in tutte le sue forme ormai cementificate nell’immaginario collettivo. Non possiamo più permetterci di essere spettatori di questa deriva.

Paulo Bruscky, O que é a arte? Para que serve?, 1978-2010, fotografia
Paulo Bruscky, O que é a arte? Para que serve?, 1978-2010, fotografia


L’Italia sta vivendo un’epoca che, per molti, somiglia pericolosamente a un film già visto. Tuttavia questa volta non si tratta di un film di denuncia, non è una proiezione del passato che ci invita a riflettere su quello che è stato, è la realtà che stiamo vivendo ora, una sorta di film d’archivio senza la minimissima problematizzazione del fatto storico accaduto.

Nell'epoca in cui la retorica della «sicurezza», della «lotta alla criminalità» e della «famiglia mulino bianco» – con le sue strutture eteronormate diventate parole d’ordine del discorso pubblico – l’Italia sta assistendo a una trasformazione drammatica della sua struttura giuridica e culturale. Un presente che sta accelerando verso una fascistizzazione istituzionale e sociale del paese, dove l’autoritarismo -maschilismo, bianchitudine, eterosessualità tossica – si maschera da sicurezza, e la libertà di espressione e di esistenza viene lentamente strangolata sotto il peso di leggi sempre più oppressive.

Il processo in corso non è un colpo di stato palese, non è un passaggio improvviso alla dittatura. È molto più sottile, subdolo, un’infiltrazione lenta e inesorabile che si insinua nelle pieghe della vita quotidiana. È come quella goccia invisibile che piano piano s’infila in prima battuta nel solaio di un edificio e poi penetra, attraversa, buca tutti gli appartamenti sottostanti. Si crea dapprima una patina di muffa invisibile, poi sempre più visibile, fino a corrodere e mangiare il ferro con cui è stato edificato, per poi determinafre il crollo definitivo dell’architettura.


Still tratta dal film Koyaanysqatsi del 1982, diretto da Godfrey Reggio, primo film della trilogia Qatsi che comprende Powaqqatsi (1988) e Naqoiqatsi (2002).
Still tratta dal film Koyaanysqatsi del 1982, diretto da Godfrey Reggio, primo film della trilogia Qatsi che comprende Powaqqatsi (1988) e Naqoiqatsi (2002).

Le istituzioni del nostro paese, quelle che dovrebbero garantire la democrazia e i diritti, sono ormai piene di infiltrazioni fasciste, sotto forma di politiche che restringono sempre più lo spazio per il dissenso, per le diversità, per la non ovvietà, per la libertà. Le scelte politiche di oggi mirano a stabilire un controllo sempre più rigido su tutto ciò che sfida l’ordine costituito, da chiunque osi opporsi. Questo accade anche nell’arte. Si scelgono forme/pensiero dell’ovvietà, del non disturbo, del politically correct, del non fastidioso. Musei che non mettono in scena nessuna alternativa, solo forme facilmente abbordabili dal pubblico stordito dalle mille e una notte di app e immagini, AI propinate sui display degli smartphone, e mostre pacchetto suggerite dall’amico gallerista per visibilizzare le possibili vendite.

Le leggi – ma anche le scelte culturali – sono sempre più orientate a punire chi si ribella, chi non si conforma alla narrativa dominante. La vulnerabilità sociale è criminalizzata, la protesta diventa un atto da reprimere, i percorsi alternativi marginalizzati e debellati. Si sta disegnando un panorama normativo che riduce le libertà individuali a mere concessioni di un’autorità che, in nome della sicurezza, impone nuove forme di controllo sociale. La criminalizzazione di chi lotta per i propri diritti, di chi difende i più deboli, di chi si batte contro le disuguaglianze, sta diventando una realtà quotidiana. La cosiddetta sicurezza si fa strada come giustificazione per ogni violazione dei diritti umani.

Ma non è solo nelle aule parlamentari che questo fenomeno si manifesta. La società civile è ormai invasa dalla logica fascista: il razzismo, la xenofobia, la misoginia, l’omolesbotransfobia vengono alimentati da un clima di paura, da una propaganda che dipinge il diverso come il nemico da sconfiggere. L’odio viene travestito da patriottismo, la violenza da difesa dei valori nazionali. Le politiche di esclusione sociale, i discorsi sull’immigrazione e l’«ordine pubblico» vengono presentati come una necessità, per preservare la «nostra» identità, una tradizione che, come un’ombra, si fa sempre più oscura e oppressiva.

In tutto questo, la cultura viene lentamente svuotata di senso. L’arte, spazio-tempo di libertà per eccellenza, viene vista con crescente sospetto. Non più veicolo di riflessione critica, ma semplicemente strumento da controllare. Le espressioni artistiche che sfidano l’ordine sociale, che espongono le contraddizioni del sistema, sono sempre più emarginate, ridotte a silenzio, censurate o trasformate in mere operazioni di marketing. La cultura che critica il potere, che sfida l’ideologia dominante, è vista come un pericolo.


Still tratta dal film Parasite, di Bong Joon-ho, 2019. È stato presentato alla 72 edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro, diventando il primo film sudcoreano ad aggiudicarsi tale riconoscimento. È stato anche il primo film sudcoreano a vincere quattro premi Oscar, tra cui quello per il miglior film.
Still tratta dal film Parasite, di Bong Joon-ho, 2019. È stato presentato alla 72 edizione del Festival di Cannes, dove ha vinto la Palma d’Oro, diventando il primo film sudcoreano ad aggiudicarsi tale riconoscimento. È stato anche il primo film sudcoreano a vincere quattro premi Oscar, tra cui quello per il miglior film.

La risposta alla crescita della fascistizzazione non può venire solo da sparuti gruppi di resistenza o da singoli individui isolati, ma deve partire da un movimento collettivo, dalla presa di coscienza di una società che rifiuta l’omologazione, che resiste alla disumanizzazione e alla normalizzazione in tutte le sue forme ormai cementificate nell’immaginario collettivo. Non possiamo più permetterci di essere spettatori di questa deriva.

La fascistizzazione in corso non è solo una questione di politica, è una questione di cultura, di coscienza collettiva. La nostra società è sotto continuo attacco, non solo dalle forze politiche che cercano di consolidare il potere, ma da una mentalità che sta facendo breccia nel tessuto sociale, spingendo la popolazione verso l’intolleranza e il conformismo più bieco.

Non possiamo rimanere in silenzio. Ogni parola che non viene pronunciata, ogni gesto che non viene compiuto, è un passo verso la sconfitta. Lottiamo per un futuro che non sia quello di una società che cede alla paura, alla repressione, al controllo, al dominio, alla schiavitù. La battaglia è in corso, e ognun* di noi ha un ruolo prezioso in questa resistenza. La fascistizzazione non è un destino inevitabile, ma un percorso che possiamo ancora fermare, con la forza della collettività, con la potenza della cultura, con la determinazione di chi non ha paura di alzare la testa e la voce e dire: «Non siamo d’accordo, non ci stiamo!».

Il sistema dell’arte, nelle sue molteplici declinazioni, oggi ridotto solamente a un settore economico, deve ri-prendere a essere quel prezioso campo di battaglia culturale, dove ri-definire e ri-confrontare visioni, immaginari del mondo, filosofie e valori.


Pandit Pran Nath, La Monte Young e Marian Zazeela. Concerto al 98 Greene Street Loft, New York (1971). Fotografia di Robert Adler
Pandit Pran Nath, La Monte Young e Marian Zazeela. Concerto al 98 Greene Street Loft, New York (1971). Fotografia di Robert Adler

In questo periodo storico in cui le strutture di potere sono sempre più permeate da tendenze autoritarie, anche il sistema dell’arte non è immune all’avanzare del virus della fascistizzazione. Le istituzioni culturali, che dovrebbero fungere da baluardi di libertà e pluralismo, sono oggi sempre più influenzate da logiche di controllo, selezione e omologazione che minano la loro stessa funzione di agenzia di pensiero alternativo. Sono divenute fortezze reazionarie. Archivi della consuetudine.

Il museo, inteso come spazio fisico e simbolico, ha per sua intrinseca vocazione strutturale, una duplice natura: da un lato, raccoglie e conserva il patrimonio culturale; dall’altro, definisce le narrazioni storiche e sociali che influenzano la collettività. Oggi assistiamo a un progressivo consolidamento di una politica museale e culturale che privilegia una visione conservatrice, nazionalista e, in alcuni casi, apertamente fascista.

La crescente centralità del mercato dell’arte, con i suoi meccanismi di esclusione e selezione, si intreccia con una spinta verso l’omologazione delle narrazioni. Le istituzioni museali, invece di restare luoghi di sperimentazione intellettuale e di confronto democratico, si sono trasformate in apparati di legittimazione del potere politico ed economico, riproducendo valori che promuovono il controllo e la segregazione. Le mostre diventano sempre più una vetrina di spettacolarizzazione, dove l'arte è ridotta a prodotto da consumare, e dove il rischio di contenuti sovversivi o controculturali viene costantemente monitorato. Il pensiero alternativo, che è l'essenza, la forza motrice, il carburante stesso della pratica artistica, rischia di essere soffocato sotto il peso di politiche culturali che pongono limiti all’innovazione e alla critica.

Nel contesto di un’arte sempre più istituzionalizzata e mercificata, le narrazioni politiche e ideologiche che vengono promosse nelle mostre sono spesso quelle che non disturbano il potere, che si adattano alle logiche dominanti. Le istituzioni culturali, seppur sotto il velo di apparente neutralità, non sono più spazi di riflessione libera, ma luoghi in cui il pensiero critico viene messo in discussione, se non addirittura censurato. Le scelte curatoriali, che dovrebbero essere ispirate dalla ricerca di nuove prospettive e dalla capacità di interrogare il presente, si orientano sempre più verso una conservazione del «buon ordine» sociale. Le istanze marginali, quelle che propongono visioni alternative o radicali, spesso non trovano spazio nelle grandi istituzioni.

I musei, anziché promuovere una dialettica critica, sono strumenti di normalizzazione, veicoli di ideologie che si allineano con le politiche autoritarie del momento. Le mostre diventano testimonianze passivizzanti, veicoli di un’arte che celebra il presente senza mai sfidarlo, che riproduce le stesse gerarchie di potere senza mai metterle in discussione. La fascistizzazione del sistema dell’arte, in questo senso, è il riflesso di un spettro più ampio, che riguarda la progressiva chiusura degli spazi-tempi di libertà, la crescente autoreferenzialità delle istituzioni e l’incapacità di guardare al futuro con occhi scevri da pregiudizi ideologici.


Francesco Matarrese, Le contraddizioni sono ovunque, olio su tela,1974
Francesco Matarrese, Le contraddizioni sono ovunque, olio su tela,1974


Questa evoluzione ha ripercussioni devastanti sulla funzione dell’arte e sulla sua capacità di costruire una umanità nuova. Un’arte che non si interroga sulle ingiustizie, che non denuncia le contraddizioni della realtà, che non spinge l’audience a confrontarsi con le proprie convinzioni, diventa un’arte che perde il suo valore più profondo e diviene mero abbellimento, orpello, vezzo consolatorio, feticcio borghese da esibire.

L’arte antagonista, e tutto il pensiero antagonista, quello che sfugge ai cluster e all’impacchettamento, quella che si oppone alle logiche dominanti, quella che mette in discussione l’ordine stabilito, sta diventando sempre più invisibile nelle istituzioni principali. La critica sociale che dovrebbe emergere dalle pratiche artistiche, la capacità di scardinare le verità accettate, rischia di essere soffocata da un sistema che spinge l’arte in una dimensione sempre più apolitica, depoliticizzata, dove non c’è più posto per il dissenso. Tutto deve essere politicamente corretto, accettato, accessibile. Oggi più che mai istagrammabile, deve raggiungere tutta la platea dell’umanità con in mano l’ultimo modello di smartphone con la connessione più veloce. Anche sotto le bombe!


Instituto de Artivismo Hannah Arendt (Born out of an artistic action in Havana, Cuba, when, in May 2015, the artist and activist Tania Bruguera held a collective reading of Arendt’s The Origins of Totalitarianism, 1951). List of censored Artists. 2022 Installation, Venue: documenta Halle
Instituto de Artivismo Hannah Arendt (Born out of an artistic action in Havana, Cuba, when, in May 2015, the artist and activist Tania Bruguera held a collective reading of Arendt’s The Origins of Totalitarianism, 1951). List of censored Artists. 2022 Installation, Venue: documenta Halle

Eppure, la funzione dell’arte, e dei musei in particolare, non è mai stata tanto urgente. Più che mai, le istituzioni culturali dovrebbero tornare a essere luoghi di riflessione critica, spazi di resistenza al conformismo, alla censura e alla repressione del pensiero alternativo. L’arte, per suo statuto, per sua ontologia, ha il compito di smascherare la verità e di esporsi ai rischi del pensiero, dei pensieri. Aprirsi alle possibili, multiple, riverberanti verità!


Vivienne Westwood during London Fashion Week in 2016 | TOM JAMIESON / THE NEW YORK TIMES
Vivienne Westwood during London Fashion Week in 2016 | TOM JAMIESON / THE NEW YORK TIMES




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