scienza e politica
- Walter Ganapini
- 23 lug
- Tempo di lettura: 12 min
Aggiornamento: 24 lug
Transizione alla Ecologia Integrale per contrastare le Crisi sistemiche climatica, bellica, pandemica, finanziaria-industriale

Walter Ganapini evidenzia la necessità di una transizione verso un modello di Ecologia Integrale per affrontare le crisi sistemiche interconnesse: climatica, bellica, pandemica ed economico-industriale. Denuncia l’insostenibilità dell’attuale modello economico lineare e il ruolo dei poteri fossili nel ritardare la transizione ecologica. Richiama l’urgenza di un cambiamento etico e sistemico, fondato su sostenibilità ambientale e giustizia sociale, sostenuto anche da iniziative ecclesiali e movimenti ambientalisti. Solo un impegno collettivo può contrastare la deriva attuale e tutelare il futuro dell’umanità e del pianeta.
Viviamo la fase finale dell’Antropocene e dobbiamo evitarne l’esito verso la «estinzione della specie umana» che la scienza ritiene di non potere escludere alla luce della evoluzione della già irreversibile Crisi Climatica, cui si interconnettono le altre tre crisi sistemiche in atto: bellica, pandemica, finanziaria-industriale.
Secondo IPCC [1], per tutti gli ultimi 800.000 anni i livelli di CO2 sono stati nettamente inferiori agli attuali: un aumento del 33% dei livelli di CO2 dell’atmosfera, da 300 a 400 ppm in soli 100 anni, è dovuto in larga parte all’uso dei combustibili fossili e dunque alle attività antropiche.
La temperatura globale media della superficie della Terra segna un incremento anomalo che interessa la maggior parte dei continenti e degli oceani che ricoprono circa il 70% della superfice e produce già effetti cui è impossibile adattarsi.
Il «Potsdam Institute for Climate Impact Research», analizzando le interazioni causali tra crisi introduce il concetto di «policrisi», crisi globale che sorge quando uno o più eventi scatenanti in rapida evoluzione, triggers, si combinano con sollecitazioni lente, stresses, portando un sistema globale dal suo equilibrio consolidato verso uno stato di squilibrio volatile e dannoso, attraverso tre percorsi causali, stress comuni, effetti domino, feedback intersistemici, che possono collegare più sistemi globali per produrre crisi sincronizzate.
Tale visione olistica è alla base della lettura dei fenomeni in logica «One Health». Già nel suo «1° Programma d’azione in materia d’ambiente» (1972), la Commissione Europea focalizzava l’esigenza di «approcci globali di prevenzione», per individuare le strategie adeguate di governo della «transizione da modelli dissipativi di uso delle risorse a modelli conservativi», intesi nell’accezione termodinamica di conservazione di materia, energia, informazione. Sempre nel 1972 il Club di Roma, con il Rapporto MIT «Limits to Growth», criticava i modelli in uso per l’analisi dei flussi di risorse, compartimentati, settoriali, che non avevano tenuto conto della nozione di «limite» né dato allarmi circa le prevedibili crisi ambientali ed energetiche, e dunque sociali ed economiche, mancando al ruolo cruciale di previsione e prevenzione del rischio. Capire e governare la crescente complessità delle società moderne richiedeva che ci si attrezzasse di approcci sistemici per elaborare bilanci ambientali ed energetici (ed economico-finanziari a essi correlati) in base ai quali calcolare efficienza e rendimento dei modi d’uso delle risorse finite, cicliche, rinnovabili, e promuovere un modello di sviluppo sostenibile che privilegiasse interesse generale e beni comuni nei sistemi a risorse finite, quale è la nostra «casa comune» Terra.
Nel 1987, la «World Commission on Environment and Development», con il Rapporto Brundtland «Our common future», propose come necessaria «sfida globale» lo «sviluppo sostenibile», tale da «far sì che esso soddisfi i bisogni dell’attuale generazione senza compromettere la capacità di quelle future di rispondere alle loro», avviando il cambiamento nello sfruttamento delle risorse in direzione di investimenti, tecnologie, strutture istituzionali tali da soddisfare i bisogni delle future generazioni oltre a quelli delle attuali. Centrale, per il Rapporto, era garantire la «partecipazione di tutti» per conseguire equità intra ed inter generazionale supportata da sistemi politici che garantissero piena partecipazione dei cittadini al processo decisionale e da reale democrazia a livello delle scelte internazionali, agendo sulle tre «gambe» del «tavolo dello sviluppo sostenibile»: sociale, economica e ambientale.
A contrastare la nuova cultura generativa di cura e custodia di persone, comunità, ambiente, si attivò la ultraliberista «scuola di Chicago» volta a conculcare nell’immaginario collettivo, purtroppo riuscendo nell’intento grazie a martellanti campagne di disinformazione che oggi si avvalgono di ogni innovazione derivante dall’abuso dello strumento «algoritmi/neuroscienze», una lettura della economia «take-make-waste» sintetizzabile nella formula lineare «Materia Prima + Capitale + Lavoro + Tecnologia = Merce» farneticando di «crescita continua», quando è evidente che un «sistema finito» come la «casa comune Terra» non dispone di risorse infinite e che nei sistemi reali ogni trasformazione ha rendimento inferiore a 1 e genera entropia sotto forma di emissioni solide, liquide, gassose del tutto assenti nella equazione lineare.
Si sapeva che gli effetti del modello dissipativo e consumistico si assoggettavano alla «Legge dei rendimenti decrescenti», per cui il costo sociale di riparazione dei danni e ripristino risultava di gran lunga superiore agli ingenti profitti privati generati a favore di pochi, ma gli interessi sottesi al modello economico lineare hanno prevalso, portando a incremento esponenziale di disuguaglianze e povertà in nome dell’idolatria della massimizzazione deregolata del profitto da consumismo materialistico sfrenato, dimenticando scientemente il ruolo che Ricardo e Smith attribuivano alla normazione per controllare gli «animal spirits» che quella idolatria avrebbe evocato. Nel 1992 l’Onu convocò a Rio de Janeiro l’Earth Summit in cui oltre 150 nazioni si confrontarono sulle strategie per fronteggiare le emergenze ambientali in atto e quelle annunciate. Frutti positivi di Rio ’92 furono le Convenzioni che inquadravano le priorità dal Cambiamento Climatico al «buco nell’Ozono» fino alla tutela della Biodiversità, ma il follow up non portò a impegni cogenti e sanzionabili, nonostante si confidasse che le Cop (Conferenze delle Parti) che da Rio originarono potessero costituire lo strumento operativo efficace per dare concreta attuazione a politiche atte a risolvere i nodi prioritari.
Così non fu: divenne chiaro come i poteri fossili promotori della globalizzazione deregolata non intendessero assumere come priorità la qualità ambientale dello sviluppo, nonostante fosse sfida già allora vissuta come competitiva nella cultura industriale e nella esperienza di molte imprese.
Gli allarmi scientifici emersi a Rio indicavano in 400 ppm CO2 la soglia di concentrazione in aria oltre la quale il Cambiamento Climatico sarebbe divenuto irreversibile, con la catena di eventi estremi con cui siamo costretti a convivere, più gravi per chi ne ha la minore colpa, persone e comunità che vivono nelle aree di povertà e crescente disuguaglianza, gli «scarti» nell’accezione del Pontefice, ingiustizia che genera la sofferenza di centinaia di milioni di migranti climatici. Oggi siamo a 426 ppm CO2 e la scienza, tramite UN-IPCC, ci dice che a 450 ppm diverrà reale il «rischio di estinzione della specie umana».
L’unico passo avanti rispetto al fallimento delle speranze di Rio ’92 ebbe luogo nel 2015 grazie al dono che Papa Francesco ci fece con la «Laudato Sì» e, a seguire, con l’Accordo di Parigi a chiusura di Cop 21, che dopo la frustrante esperienza di insuccesso dei «Protocolli di Kyoto» portò più di 180 Paesi a siglare finalmente cronoprogrammi cogenti di riduzione delle emissioni e annuncio di ricorso a sanzioni per inottemperanze degli impegni presi. Grazie a Enciclica e Accordo di Parigi, le Nazioni Unite adottarono la «Agenda 2030», cassetta degli strumenti per conseguire entro il 2030 gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. 10 anni sono trascorsi e solo 5 ci separano dalla deadline 2030 indicata dall’Onu, ma pochi sono i risultati in termini di obiettivi conseguiti: l’aumento di temperatura media del Pianeta ha già superato la soglia di +1.5°C, raggiungendo il valore di +1.63°C. Pesano le terribili Crisi Bellica, Pandemica e Economica-Industriale, tra loro interconnesse. Il ritardo nell’affrontare quella Climatica irreversibile non può che ascriversi al fatto che più della metà del Pil mondiale è generato dal controllo delle fonti fossili di energia (petrolio, carbone, gas naturale, nucleare) e consente ai detentori, 63 persone fisiche o famiglie secondo Oxfam, di condizionare non solo assetti geostrategici, ma anche modelli culturali, politica, governo della informazione, ciò che porta molti intellettuali, anche nelle Università Usa, a definire la società attuale «neofeudale». I signori fossili e della finanza deregolata hanno reagito alla domanda di cambiamento prezzolando burattini «negazionisti» e poi investendo in greenwashing per frenare la Transizione e così indurre «inactivism»/inazione, soprattutto delle istituzioni, utile a proseguire nella logica «business as usual».
Essi ora vorrebbero estendere alla privatizzazione dell’accesso alle risorse idriche quanto già operato in tema di suolo praticando «land grabbing», dall’Africa alla Indonesia. Importanti istituzioni finanziarie ammoniscono i CEO delle multinazionali che gli extraprofitti di oggi sono prodromici al drastico ridimensionamento dei mercati per i loro prodotti, a causa della tendenziale cancellazione della «middle class» che ne era acquirente principale. Essi non mostrano però in alcun modo di voler cedere bonariamente questo immenso potere, ma il cambiamento di rotta per ridare centralità a persona e relazioni umane va loro imposto: ne va della sopravvivenza della Umanità e delle sorti di una democrazia sempre più a rischio. Se analizziamo l’abitudine «ancestrale"» a occuparci soltanto di ciò che ci è vicino nel tempo e nello spazio, sinergica con prevalenti visioni di dominio dell’uomo sulla natura, è evidente quanto travagliato sia il cammino che vorremmo ci portasse alla «carovana del cambiamento», rete di interconnessione di persone, comunità e imprese protagoniste di progetti ed esperienze di nuovi stili sostenibili di produzione, consumo, vita con al centro persona, relazioni umane, interesse generale, tutela dei beni comuni al posto del massimo profitto per pochi, della finanziarizzazione deregolata e allo sfruttamento di un ambiente di cui si postulano inesauribili in qualità e quantità le risorse. «Non si può essere sani in un mondo malato», ammoniva continuamente Papa Francesco.
La Crisi Climatica è minaccia significativa per la salute globale, con effetti di vasta portata attaccando determinanti ambientali e sociali e fondamenti del vivere, dall’acqua al cibo all’aria. Come ricordato, l’aumento delle temperature globali genera maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi, da fenomeni esondativi a siccità e desertificazione, e modelli mutevoli di malattie infettive e malattie trasmesse dall’acqua e dai vettori, con rischi più elevati per le popolazioni vulnerabili, anziani, bambini, donne. Oltre il 60% dell’Umanità vive in megalopoli in aree costiere e sistemi insulari, zone che l’incremento del livello dei mari aggredisce al crescere esponenziale dello scioglimento dei ghiacci, particolarmente grave nel caso in atto in Groenlandia. Le malattie sensibili al clima, come la malaria, la dengue e la leishmaniosi, si stanno diffondendo in aree precedentemente non colpite, aumentando le sfide sanitarie esistenti: altro esempio è la tubercolosi, già killer infettivo a livello globale che il Cambiamento Climatico rende più difficile da gestire a causa dell’aggravarsi di fattori come povertà, denutrizione, sovraffollamento, diabete, scarsa qualità dell’aria indoor. Dal 2008, l’Oms incoraggia il dialogo sugli impatti sulla salute dei cambiamenti climatici, con documenti rivolti ai governi nazionali affinché rispondano a queste crescenti minacce.
Personalmente, condivido la forte preoccupazione per il disgelo in atto del «Permafrost», porzione di suolo perennemente congelata nelle regioni fredde, rappresenta notoriamente una minaccia per il cambiamento climatico, a partire dal rilascio di enormi volumi di composti metanici assai più climalteranti della CO2. Si tratta di un suolo che contiene, su scala globale, 1,5 miliardi di tonnellate di Carbonio, una quantità doppia rispetto a quella immagazzinata nell’atmosfera: i modelli previsionali suggeriscono che alle attuali condizioni di riscaldamento globale, il disgelo interesserebbe in futuro il 20% della superficie del permafrost artico e il 60% di quella del suo omologo alpino. L’Artico, che si estende per 14 milioni di chilometri quadrati in otto Paesi, ne è ricoperto e si sta riscaldando quattro volte più velocemente rispetto al resto del pianeta: lo scongelamento potrebbe liberare batteri e virus antichi, con circa quattro sestilioni di microbi rilasciati ogni anno. Una recente ricerca ha «rivitalizzato» un microorganismo datato 48.000 anni fa.
Il pensiero non può che andare alla nozione di «Spillover», rischio che associamo anzitutto alla folle deforestazione in atto a carico delle ormai scarse risorse di foreste pluviali primarie, la cui biodiversità è ben lungi dall’essere conosciuta. Altri ricercatori sono particolarmente preoccupati per lo scongelamento di animali artici morti da tempo, i cui corpi potrebbero ospitare microbi dormienti: nell’estate 2016, hanno verificato come un batterio avesse ucciso più di 70 anni fa oltre 2500 renne rintracciate in un luogo di sepoltura nella penisola di Yamal, in Siberia, liberando antrace, agente patogeno che si diffuse agli umani, causando la morte di un ragazzo di 12 anni e patologie a carico di decine di altre persone.
La presa d’atto della Crisi dovrebbe portarci a confidare che etica ed estetica nutrite di radicalità possano sottrarre brodo di coltura a patologici stati di «trascuratezza» culturale e comportamentale (in inglese «Neglect») che importanti intellettuali considerano effetto/concausa del declino cognitivo scientificamente riscontrato negli ultimi decenni, per reggere la sfida attuale del comprendere e governare la «complessità in regime di incertezza». In tale regime, una terribile certezza va citata: la lotta per la tutela dell’ambiente è costata la vita negli ultimi 11 anni, secondo «Global Witness», a 2016 attivisti climatici assassinati mentre cercavano di ostacolare attività di deforestazione, estrazione mineraria e ampliamento degli allevamenti intensivi, per proteggere le loro case, la loro comunità e l’intero pianeta. La memoria non può non andare al 22 dicembre 1988, quando in Brasile venne assassinato Chico Mendes, raccoglitore di caucciù («seringueiro»), segretario generale del Sindacato dei lavoratori rurali dal 1975, sciolto poco dopo dalla dittatura militare brasiliana con l’accusa di associazione a delinquere: Mendes lottava contro il disboscamento della foresta amazzonica. Fu per questo assassinato da due rancheros.
Tra il 2012 e il 2023 il 36% degli ambientalisti assassinati (766) erano di comunità indigene.
Nel 2023 si sono verificati 196 omicidi, di cui 166 (l’85% del totale) in America Latina, con 79 uccisi solo in Colombia, di cui 31 indigeni, vittime di aggressioni da parte di regimi autoritari, élite politiche ed economiche, apparati militari e gruppi di criminalità organizzata: il 49% degli attivisti uccisi in tale anno appartenevano a comunità indigene (85) o afrodiscendenti (12).
Dopo la Colombia, il paese con il più alto numero di ambientalisti uccisi morti è il Brasile, con 25 omicidi, poi il Messico (con 18 omicidi, 70% persone indigene, e molte sparizioni forzate) e l’Honduras, anch’esso con 18 uccisioni, il paese con il maggior numero di omicidi pro capite.
In Africa tra il 2012 e il 2023 sono stati assassinati 116 attivisti, di cui 74 guardie forestali della Repubblica Democratica del Congo: cifre sottostimate, stante la difficoltà di accedere alle informazioni in tutto il continente africano. L’Asia conta invece 468 difensori dell’ambiente e dei diritti umani uccisi tra il 2012 e il 2023: nel 2024 si registrano 25 omicidi, di cui 3 in Indonesia, 5 in India e 17 nelle Filippine, paese in cui i difensori dell’ambiente corrono più pericoli in Asia.
Oltre questi dati drammatici, oggi i movimenti ambientalisti subiscono altri attacchi, non letali, come molestie giudiziarie tese a infliggere loro importanti danni economici, dal Regno Unito agli Usa, dalla Finlandia alla Serbia: particolarmente gravi sono le recenti aggressioni finanziarie a Greenpeace in Italia e negli Stati Uniti, tanto che «Global Witness» denuncia «una preoccupante tendenza di casi di criminalizzazione che stanno emergendo in tutto il mondo», fino a misure da «Stato d’eccezione» contro «ecovandali», come in Italia, per contrastare l’attivismo climatico.
Deforestazione, estrazione mineraria, inquinamento, economia fossile aggrediscono la casa comune Terra, distruggendone le risorse finite e la biodiversità: si mina così anche la sopravvivenza delle comunità umane, specialmente di quelle indigene.
Gli attivisti climatici andrebbero tutelati e protetti in quanto difensori nonviolenti dei diritti umani, obiettivo della campagna «Global Witness Land and Environmental Defenders», che intende informare degli abusi subiti da questi gruppi, amplificandone messaggio e azioni. Oltre alle Associazioni storiche, in Italia Greenpeace e le campagne di Legambiente per ridare valore sociale a proprietà confiscate alla economia criminale, i poteri fossili aggrediscono realtà quali «Extinction Rebellion», fondata nel Regno Unito nel 2018 da attivisti di «Rising Up!» per indurre i governi a dichiarare l’emergenza climatica, raggiungere «zero emissioni» di gas serra, arrestare distruzione degli ecosistemi e perdita di biodiversità, dando vita ad assemblee popolari formate da persone estratte a sorte, che rappresentino la totalità di opinioni e istanze presenti. Analoghi attacchi vengono rivolti a «Ultima Generazione» «coalizione di cittadini» che si batte contro la Crisi Climatica che può portare alla estinzione della specie. Attivo soprattutto in Italia, Germania, Polonia, Francia e Canada, il gruppo opera blocchi stradali e macchia in modo reversibile dipinti famosi, edifici istituzionali e monumenti storici. Nel 2018 nasce il movimento internazionale apartitico «Fridays For Future», quando Greta Thunberg manifesta ogni venerdì dinanzi al Parlamento svedese del Paese e con sciopero scolastico chiede immediate misure per ridurre emissione di gas serra. L’immediato consenso di migliaia di giovani porta a un movimento globale a difesa della biosfera. Il 15 marzo 2019 è stato organizzato il «Global Strike for Future», primo sciopero mondiale a difesa del clima cui hanno aderito oltre 1300 città di 98 Paesi del mondo.
Negli anni successivi sono stati organizzati eventi di sensibilizzazione all’emergenza climatica quali il «Youth Climate Summit» dell’Onu (2020) e la Cop-26 organizzata dalle Nazioni Unite (2021).
Purtroppo il potere degli interessi fossili, amplificato dalla «terza guerra mondiale a pezzi» evocata da Papa Francesco e tragicamente vicina, con Ucraina e Gaza, a una Europa pervasa di induzione alla «paura» foriera dei peggiori sviluppi, è riuscito a cancellare buona parte di queste storie di resistenza, controllando l’informazione con i più avanzati strumenti «algoritmi/neuroscienze».
Peraltro, politiche industriali solo improntate alla ricerca di efficienza (riduzione di risorse ed energia fossile consumata/unità di prodotto) possono ritardare la crisi del modello economico lineare, ma non sciolgono il nodo del limite/finitezza del capitale naturale.
Il cammino è travagliato anche per industrie che intendono avviare concrete azioni nel senso della «decarbonizzazione» di processi produttivi e prodotti in logica di Economia Circolare e per istituti della Finanza Etica impegnata a disinvestire nei settori fonti fossili di energia e armamenti.
Nel contesto di quanto sin qui rappresentato, emergono come fondamentali le azioni che dal mondo ecclesiale vengono vieppiù intraprese per dare concreta attuazione a quanto postulato nella «Laudato Sì», nella «Fratres Omnes» e nella «Laudate Deum» per una Transizione all’Ecologia Integrale verso un modello di sviluppo finalizzato sia alla Sostenibilità Sociale che alla Sostenibilità Ambientale. Molte sono le esperienze emblematiche ormai «benchmark» a livello internazionale, dal Progetto «FràSoleAssisi» a «Economy of Francesco» e al Tavolo Cei che dà seguito all’obiettivo «Ogni Parrocchia divenga Comunità Energetica» lanciato dalla 49esima Settimana Sociale dei Cattolici Italiani di Taranto nel 2021.
In vista del Giubileo 2025, la Fabbrica di San Pietro, Istituzione Vaticana responsabile della conservazione e della manutenzione della Basilica di San Pietro in Vaticano, ha attivato un Progetto, fondato sulle migliori metodologie e tecnologie disponibili, per portare Basilica di San Pietro ed edifici di pertinenza (Canonica, S. Marta. Studio del Mosaico) a «emissioni nette zero». Gli obiettivi sono stati gerarchizzati in scala di priorità applicando approcci basati sulla scienza a partire dalla raccolta dei dati input/output relativi ai flussi di materia ed energia nel «Perimetro di Progetto» per ridurre impronta ambientale e progettare le azioni strutturali e gestionali prioritarie. Per approccio basato sulla scienza si intende il censimento dei dati relativi alle sorgenti generatrici di gas serra, emissioni dirette («Scope 1»), indirette dalla generazione di elettricità acquistata, riscaldamento, raffreddamento («Scope 2»), altre indirette di filiera («Scope 3»), che costituiscono la «Baseline» per analisi e modellizzazione necessarie alla individuazione e realizzazione delle azioni progettuali prioritarie e delle «Buone Pratiche».
L’obiettivo è comunicare azioni e «Buone Pratiche» ai milioni di Pellegrini e visitatori affinché le adottino per promuovere comportamenti e stili di vita e consumo sostenibili.
Ciò anche in ottica di dialogo interreligioso, con tutte le realtà che si propongano obiettivi di sostenibilità coerenti con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.
Attraverso queste diverse esperienze prende corpo, in coerenza con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) della Agenda 2030, la definizione di Economia Circolare. L’Economia Circolare è un sistema economico pianificato per riutilizzare i materiali in successivi cicli produttivi, ridurre sprechi da «usa e getta» dando priorità a BioEconomia, Ecoprogettazione, Modularità e Versatilità, Energie Rinnovabili, Recupero dei materiali, Riparazione dei beni. Sistema «pensato per potersi auto-rigenerare», governando i flussi di materiali biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera.
Note
[1] The Intergovernmental Panel on Climate Change
Walter Ganapini, chimico, allievo di Vincenzo Balzani, assistente di Umberto Colombo all’Enea, è stato presidente della National Agency for the Protection of the Environment e membro del Comitato scientifico dell’Agenzia europea dell’ambiente, di cui è membro onorario. Nel corso della sua carriera si è occupato con passione di politiche ambientali, di protezione del territorio e di gestione dei rifiuti. È inoltre coordinatore del Comitato scientifico del progetto per la Sostenibilità della Basilica di San Pietro.