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- Mauela Gandini

- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 8 min
L’Arte Contemporanea e la Testa del Maiale

La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate.
Impera la testa mozzata del maiale: marcia, impalata, circondata da insetti lucidi e lussuriosi. È la testa del signore delle mosche, il trofeo sacrificale dei bambini diventati assassini su quell’isola deserta, immaginata da William Golding nel suo celebre romanzo Il signore delle mosche, scritto l’indomani della Seconda guerra mondiale. La testa putrefatta governa il mondo: il piccolo mondo di quella comunità immaginaria e il mondo attuale della comunità globale. Ed è sempre presente, in tutti i centri di potere, tra le giacche blu, le telecamere, i fotografi, i sepolcri imbiancati, i talk show e le notti insonni. Domina l’isola di Epstein dove i protagonisti dell’élite mondiale sfogarono i loro indicibili istinti sbranando l’innocenza e la vita di centinaia di giovanissime vittime. Il signore delle mosche sovrintende ogni immagine mediatica, l’ordine militare delle divise eleganti e ben stirate e le tute, tutte uguali, delle serie televisive Netflix che raccontano storie distopiche, tra dominanti e dominati, come Squid Game che ha come simbolo un grosso maiale-salvadanaio, appeso, pieno di monete d'oro che aumentano man mano che muoiono i giocatori espulsi. Il signore delle mosche è sempre esistito e sempre esisterà. Perché abita nella tua mente e nella mia, non solo in quella del piccolo Jack che diventa il capo dei bambini dispersi sull’isola, il più violento e dispotico del gruppo, al quale la maggioranza si affida scartando la razionalità e la saggezza di Ralph e Simon.
È sempre una questione di scelta. Il sorriso di Joaquin Phoenix, nella sua fredda e disperata crudeltà, è il simbolo della vendetta che avanza, dell’incendio, della devastazione contagiosa e insensata. È una danza irresistibile, quella del Joker, che discende negli inferi, con la musica di Hildur Guðnadóttir, percorrendo lentamente, con gusto e macabra allegria, la lunga, interminabile scalinata, nel film di Todd Philips. Non c’è scampo nella fissità dello sguardo del protagonista che all’inizio ci è persino simpatico. Poi, ogni limite si rompe, ogni tabù cade, ogni morale si frantuma in un’orgia di sadismo. La sua espressione somiglia in modo impressionante ai quella dei soldati dell’IDF, a Netanyahu e Ben-Gvir, ai coloni assetati di morte, agli agenti dell’ICE, ai soldati russi e ucraini, ai membri di Hamas e di Al Qaeda e alla soldataglia di tutto il globo che fa appello a Dio e alla patria. Hanno lo sguardo vuoto, vitreo, impassibile, dal quale non traspare alcuna vitalità, alcuna scintilla, alcuna emozione. Sono gli stessi occhi delle SS, di Eichmann, Himmler, Goebbels e dei Khmer Rossi, e tutti portano nel petto la testa di maiale con lucidi mosconi che le ronzano attorno. Quando la violenza diventa legge, chi compie il male non prova alcun sentimento. Il giornalista americano Chris Hedges scrive, in Lettera a Refaat Alareer, a proposito del genocidio in corso a Gaza: «Gli assassini sono intrappolati in un mondo letterale. La loro immaginazione è calcificata. Hanno chiuso le porte all’empatia. Conoscono il potere della poesia ma non comprendono da dove derivi quella forza (…) E ciò che non capiscono lo distruggono. Non hanno la capacità di sognare. I sogni li terrorizzano».
Noi siamo in mezzo a questa mistica politica che domina i giorni e addomestica gli sguardi. Gli uomini-macchina, come li definiva Georges Ivanovič Gurdjieff, obbediscono banalmente agli ordini e spargono sangue, sperma, arti e macerie sulle terre contese. «L’uomo è una macchina: tutto ciò che fa, tutte le sue parole, convinzioni, opinioni e abitudini sono i risultati di influenze e impressioni esterne», afferma Gurdjieff all’inizio del secolo scorso. Emblema del presente è lo stato di massima agitazione, il principio entropico che porta il vivente alle estreme conseguenze. Secondo gli Indù, questa è l’era del Kaly Yuga: materialismo e decadenza, menzogna, egotismo e forever war. Nel 1964, in Noi figli di Eichmann (Giuntina), Günter Anders, scrive: «Pertanto se parlo di pericolo, non è perché io fiuti qua e là totalitarismi politici, ma perché dappertutto incombe su di noi il totalitarismo tecnico, tecnico appunto, attorno al quale quello politico risulta essere solo un fenomeno secondario. Insomma quel che vedo è che il nostro mondo, e veramente nella sua interezza, tende verso il regno “chiliastico della macchina”; e che la nostra metamorfosi in pezzi di macchina co-procede continuamente attraverso questo sviluppo».
Se è vero che – come affermava Fabio Mauri nelle sue ricerche sull’estetica fascista – un pensiero è una cosa fisica e può intossicare un’intera stanza, ci si chiede quale sia il pensiero collettivo dominante. Quale sia l’immaginario di una società alla quale vengono costantemente somministrati corpi perfetti in scenari da incubo. Siamo tutti pezzi di una macchina assoluta che sottomette la vita organica al proprio potere? Sullo sfondo, il signore delle mosche non batte ciglio. L’umanità è mantenuta in un’oscurità tale che nessuno si accorge più della dark age che la circonda. Israele ha dimostrato quanto il capitalismo della sorveglianza hi-tech possa, in tutto il mondo, operare la distruzione dei corpi senza rischiare la propria, con una semplice telefonata. Ma non c’è bisogno di arrivare a tanto, la privazione delle libertà personali è legittimata da qualsiasi minaccia venga costruita e paventata nell’era delle emergenze. Quale sottrazione di immaginario è necessaria ai popoli per poter accogliere e digerire meglio il veleno quotidiano? Per accettare, da voyeur, crudeltà inaudite come fossero normali? «Tuttavia per i poeti che scrivono da Gaza sembra non ci sia tempo neppure per l’odio. Quanto raccontano Hend Joudah, Ni’ma Hassan, Yousef Elqedra, Heba Abu Nada, Haidar al-Ghazali e Refaat Alareer non somiglia affatto a una guerra. La morte non si trova in trincea ma attende al mercato, sui marciapiedi, cade dal cielo e irrompe nell’intimità domestica. Così tra le loro pagine non troveremo soldati ma proiettili, non volti spietati ma bagliori di razzi: nella distruzione più totale anche l’immagine del nemico sembra disperdersi». Scrive Ilan Pappè nella prefazione al libro Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi). Non è un caso che l’arte, nella sua dimensione multidisciplinare, sia invisa a tutti i regimi totalitari. La letteratura, il pensiero critico, la visione, vengono sistematicamente censurate e rigettate da ogni governo autoritario e falsamente democratico. Al contrario, invece, la banalità, la ripetizione, la messa in scena immagini kitsch – ridondanti, messianiche, nauseanti come quelle prodotte da Trump – vengono date in pasto ai mentecatti.
La poesia e l’arte obbligano a guardare, con altri occhi, realtà indigeste e scomode, e producono pensiero critico e autonomo. Le polemiche legate alla 61ma Biennale di Venezia, che sta per inaugurare, sono il termometro della letale destrutturazione dell’arte da parte del mainstream. Le vicende che la riguardano sono come un reality in mondovisione con tutti i personaggi ai loro posti. La politica-spettacolo si è appropriata dello spazio dell’arte spolpandolo di qualsiasi contenuto e riducendo l’istituzione veneziana a teatrino di guerra. I padiglioni nazionali – ai Giardini di Castello e all’Arsenale – sono come un parco tematico: il mondo in miniatura con le sue guerre miniaturizzate.
Richieste di censura, resistenze, proteste, boicottaggi, affermazioni, si sono rincorse sino allo scioglimento della Commissione Internazionale della Biennale che rifiutava di includere Russia e Israele tra i padiglioni da premiare. Da mesi si parla di tutto tranne che di arte e il panorama è una terra desolata sulla quale spiccano assenze e presenze forzate. Tra le assenze, il Padiglione del Sudafrica rimasto chiuso piuttosto che esporre Elegy, di Gabrielle Goliath, un’installazione performativa che commemora, tra femminicidi e genocidi, la morte della poetessa palestinese Heba Abu Nada. Questa edizione, che è l’istantanea dello stato del mondo, è iniziata sotto un auspicio funesto con la morte della curatrice camerunese Koyo Kouoh, avvenuta esattamente un anno fa, alla quale sono seguite le morti dell’artista Henrike Naumann, che rappresenta il Padiglione della Germania e del regista Alexander Kluge invitato al Padiglione della Santa Sede. Il progetto originale, intitolato In Minor Keys (in chiave minore), portato a termine dal team della curatrice, si rivela profetico. Non ci sarà l’inaugurazione, non ci sarà la giuria e i premi verranno assegnati, alla chiusura della manifestazione, direttamente dal pubblico che voterà i propri artisti preferiti. L’invito ai non addetti ai lavori a conferire i Leoni d’Oro alle opere, ridotte a canzonette come per il Festival di Sanremo, appare quantomeno sconcertante. In questo ballo nazional popolare, pasticciato e improvvisato, l’arte è senza dubbio in chiave minore. Oggi [mentre scriviamo] la Russia – che sembrava definitivamente fuori gioco dopo l’invio degli ispettori del governo alla Fondazione della Biennale e la minaccia di definanziamento dell’UE – presenta 30 artisti che cantano. Per contro, Israele – pur essendo accusato come la Russia di crimini contro l’umanità – occuperà indisturbato il proprio spazio (iper-protetto dall’esercito) all’Arsenale. Il depotenziamento dell’arte e la sua riduzione a mera questione geopolitica e burocratica è funzionale all’oscuramento della ragione. Tuttavia, proprio in questo il momento sarebbe vitale un’analisi attenta e rigorosa, nutrita di visioni contagiose e coraggiose da parte di poeti, artisti, musicisti e scrittori. Figure vive nonostante la vulnerabilità e la cupezza di una società morente. Il rischio è invece di incontrare opere condiscendenti, formali e decorative che – come nel caso dell’artista americano Alma Allen – «ben rappresentino i valori degli Stati Uniti». Mentre è in corso la Vernice dell’evento più discusso al mondo, un artista vestito di nero, Nicola Mette, attraversa Venezia trascinando un sacco mortuario. Un corpo vivo trasporta il peso dei corpi assenti. «Il sacco, afferma, non è una metafora, ma un fatto: Venezia, luogo di spettacolarizzazione globale, viene attraversata da un’immagine che non si può consumare». Una volta giunto alla Biennale, Mette, s’introdurrà nel sacco, in prossimità dei padiglioni di Usa, Israele, Russia, disponibile a essere contato tra le vittime.
La definizione, data dai nazisti, alle avanguardie di arte degenerata, Entartete Kunst, sembra riverberare ancora nell’aria. Accanto a quella mostra inauguratasi a Monaco del 1937, su idea di Joseph Goebbels, se ne aprì un’altra, Große Deutsche Kunstausstellung, la Grande Mostra dell’Arte Tedesca. La prima, con opere sequestrate ai musei tedeschi, servì a dileggiare e screditare l’arte moderna e fu visitata da oltre due milioni di persone; mentre la seconda, che dettava i canoni neoclassici e decorativi dell’arte del Terzo Reich ebbe un quinto dei visitatori. Novant’anni dopo, il Signore delle Mosche, al quale vengono eretti continuamente totem, si è moltiplicato e serializzato. Ha occupato tutto lo spazio, prendendosi il corpo di tutti i maiali del mondo. «Ho notato – afferma il Joker del film di Christopher Nolan – che nessuno va nel panico quando le cose vanno secondo i piani, anche se i piani sono mostruosi».
Non so se c’è poesia nella discarica dello spirito, ma vorrei chiudere questo affresco iper-contemporaneo con l’immagine che Maurizio Torchio conferisce a un tipo di allevamento intensivo nel suo romanzo La peggior specie (Sellerio)
«Sono le macchine, in Cina, a stabilire se una bestia sta male. I palazzi per maiali sono pieni di telecamere, microfoni, termoscanner, e appena le macchine notano che qualcuno mangia di meno, o ha una temperatura alterata, o non reagisce quando viene morso… Le macchine ricordano i volti, le voci e le abitudini di ciascuno e ciascuna. Sanno quanto dorme e quanto sogna di solito. Tutte le aziende che producono maiali si occupano anche di edilizia e intelligenza artificiale. Si dice guadagnino più coi dati che con la carne. Quei milioni di maiali sono, prima che cibo per gli umani, addestratori di macchine. Cibo per cervelli sintetici. Gli anatomisti impararono il corpo umano sezionando maiali. Adesso tocca alle macchine. Finché non si riuscirà a ingegnerizzare maiali incapaci di ammalarsi, toccherà alle macchine decidere quando è arrivato il momento di ucciderli per contenere il contagio. Solo loro sono abbastanza veloci».

