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dossier italia

  • Immagine del redattore: Alberto Violante
    Alberto Violante
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 17 min

L’iper-incarcerazione e l’aumento della repressività penale



Varoush Khosravians
Varoush Khosravians

Il testo analizza il fenomeno dell’iper-incarcerazione in Italia come indicatore del declino delle condizioni sociali e dei diritti, evidenziando l’aumento della popolazione detenuta e il peggioramento delle condizioni carcerarie. Tale processo viene collegato alla riduzione del welfare e alla crescente precarietà, che colpiscono soprattutto le classi più vulnerabili. A partire dagli anni ’90, tra crisi economiche, politiche repressive e normative più severe (in particolare su droga e recidiva), si assiste a un forte incremento della detenzione. Negli anni 2000 il fenomeno si consolida anche attraverso dinamiche migratorie e trasformazioni del mercato del lavoro, producendo una selezione sociale dei soggetti incarcerati. Le misure alternative non riducono il controllo penale, ma lo estendono nella società, ampliando la sorveglianza. Il carcere emerge così come strumento centrale nella gestione delle disuguaglianze, più che come risposta alla criminalità.


È notissima la citazione illuminista (correttamente o in maniera apocrifa attribuita a Voltaire) per cui il carcere e non i palazzi sarebbe il vero specchio della civiltà di una nazione. Non ci sarebbe niente di più semplice in un Dossier che mappa il paese, che iniziare dalla descrizione dell’abisso in cui sono cadute le condizioni di detenzione per descrivere perfettamente il declino italiano. In carcere, ad esempio negli ultimi 5 anni, si sono suicidate costantemente più di 10 persone ogni 10.000 detenuti mediamente presenti (1) . Un numero raggiunto solo decenni fa nella storia della Repubblica e più di 15 volte superiore alla media dei suicidi extramurari.

Nel compito della denuncia sono però quotidianamente e con molta competenza impegnate alcune associazioni, di cui nomino per profonda ammirazione la sola Yairahia Ets, il cui sforzo risuona tristemente nel nulla. Ed è bene allora partire dall’interrogarsi sul motivo per cui l’azione quotidiana di centinaia di volontari non riesce a invertire la peggiore regressione dei diritti delle persone finora vista. La separazione tra la pratica del diritto quale lo si pratica nella litigiosità civile, nei “normali” procedimenti penali pendenti sugli incensurati, non ha nulla a che vedere con la gestione dell’ordinamento penitenziario, le cui norme compiono quest’anno mezzo secolo e che sono quasi totalmente disapplicate. Le più elementari garanzie a tutela della popolazione detenute sono costantemente disattese, senza che si riesca a porre un argine legale. All’atto dell’approvazione della legge sulla tortura nel luglio del 2017, molte furono le voci critiche che sostenevano l’insufficiente precisione del dettato legislativo per la finalità di mettere sott’accusa gli abusi in divisa. Solo negli ultimi due anni invece in ben cinque casi (due andati a sentenza –Torino e Cuneo-, due attualmente in corso –S. Maria Capua a Vetere e Reggio Emilia- e uno in fase istruttoria –Casal del Marmo) le procure hanno utilizzato il reato per le indagini su agenti della Polizia Penitenziaria, ma a prescindere da come si concluderanno i procedimenti, questi processi non cambieranno il clima di violenza dento il carcere. E questo perché la sensazione è che si è aperto un fossato tra la così detta società civile e la popolazione detenuta. Questa separazione è un indicatore, ancora di più dell’esplosione del numero dei detenuti, che anche l’Italia si trova dentro un processo che è stato chiamato di Iper-incarcerazione (2) . Secondo Wacquant (un allievo del celebre sociologo Bourdieu) gli Stati moderni avrebbero progressivamente dismesso la loro mano sinistra, riducendo le strutture di Welfare mano a mano che i processi di ristrutturazione industriale causavano più precarietà e polarizzavano le classi sociali. In questo modo le realtà (in particolar modo quelle urbane dove si concentrano le minoranze) hanno prodotto una classe di iper-precari, che la mano destra dello Stato (le sue agenzie deputate al trattamento repressivo tramite il monopolio della Forza) avrebbe iniziato a reprimere con una iper-trofia, alimentata anche dagli interessi privati che intervengono nella gestione dei carcerati, concentrando i loro sforzi su una popolazione pressocchè predestinata. Ciò che c’è di differente in questa tesi è che non si concentra sul ruolo della pena e sul significato del carcere, come nei dibattiti di criminologia critica degli anni ’70, ma lo fa discendere direttamente dalla morfologia sociale. Quello che vorrei sottolineare, attraverso questo riferimento sociologico, è che le condizioni carcerarie non sono solo l’indicatore del pessimo stato del diritto vivente, ma delle condizioni delle classi subalterne in generale anche di quelle che non entrano a contatto né con l’economia politica delle varie carriere criminali, né con le agenzie riservate al loro trattamento. La dimensione globale di questo processo è insieme una evidenza empirica e una dimostrazione di questo processo. Dal 1990 al 2010, negli anni di trasformazione del così detto post-fordismo il tasso di carcerazione cresce nel Regno Unito da 87,9 a 151,6 detenuti ogni 100.000 abitanti; in Francia da 80,7 a 103,4, in Spagna (che pure usciva da una dittatura) raddoppia da 82,5 a 161,3; in Polonia ugualmente abituata ad un regime già autoritario quasi raddoppia da 120,0 a 211,5 ; negli Stati Uniti infine che sono l’archetipo di questo processo la popolazione carceraria è passata da 441 detenuti ogni 100.000 abitanti a 730. Non esiste particolarità della tradizione giuridica o idiosincrasia del sistema politico. Forse come in nessun caso l’intero mondo, che sciaguratamente descriviamo come occidentale e portatore di civiltà, ha intrapreso la direzione della costruzione di un ordine sociale punitivo ai danni dei poveri. Ciò nonostante, più che enfatizzare l’esportazione del modello statunitense –come tende a fare Wacquant-, attraverso agenzie di diffusione ideologica del nuovo ordine punitivo dello Stato, tenderei piuttosto a descrivere la specificità dei singoli percorsi nazionali (nel nostro caso di quello italiano), perché la costruzione del nuovo ordine giuridico-sociale non è tanto o solo un fatto discorsivo che si staglia nell’orizzonte di ciò che è stato chiamato “populismo penale” (cioè l’invocazione di livelli crescenti di repressività per acquisire consenso sul mercato elettorale), è un processo materiale a fondamento stesso del processo di accumulazione contemporaneo, e da quello ne discende -particolarmente in una società segmentata anche in basso, com’è l’Italia- l’ordalia punitiva e non il contrario. Chiarisco l’ipotesi. Le teorie criminologiche marxiste e non solo (Rusche etc.) hanno sempre costruito l’idea dell’apparato repressivo dello Stato come strumentale alla lotta di classe delle classi direttive sul perno della così detta “minor preferibilità” (3). La condizione di detenzione cioè non poteva essere neutra, ma doveva essere più dolorosa della condizione di un proletario medio in libertà. Questo non per il gusto della afflittività, ma perché altrimenti verrebbe meno la coazione al lavoro salariato. La conseguenza è che essendo dinamica e derivante dalla lotta di classe la condizione salariale, altrettanto mobile è la condizione carceraria. Pur non essendo intesa questa ipotesi per essere messa su un banco di prova empirico, perché la condizione di afflittività ha dei connotati qualitativi difficilmente misurabili, non vi è dubbio che il discorso trovi pienamente riscontro. Anticipo qui, prima della ricostruzione storica alcuni fatti. Come è diventato quasi di moda sostenere, tra gli stessi che hanno operato allo spasimo perché la situazione della classe lavoratrice fosse questa, i salari italiani sono stagnanti anche a livello nominale. Secondo l’Ilo nel suo Annual evaluation Report l’Italia è l’unico paese i cui salari sono diminuiti dal 2008 di più dell’8%. Secondo l’Oecd tenuto conto di opportuni fattori dal 1990 la diminuizione sarebbe addirittura nominale. Quello che è più importante notare è che gli strati reddituali più bassi sono affetti da una cronica intermittenza lavorativa, che gli impedisce sempre più spesso (in più del 15% dei casi) di raggiungere con il lavoro la soglia di povertà. Nella categoria contemporanea di lavoro salariato cioè, è stata inglobata anche la disoccupazione, rendendo chi resta segregato in quella situazione un soggetto assai diverso dal lavoratore dello scorso secolo. Come si ricordava all’inizio nel frattempo, il tasso di suicidi nella popolazione detenuta è salito da 3,6 ogni 10.000 detenuti in custodia nel 1992 (anno pure tormentato nell’universo carcerario come diremo tra poco) a 8 ogni 10000 detenuti nel 2024. Cifre che non hanno bisogno di commenti. Vale invece la pena far notare che l’anno prescelto non è casuale. Ci aiuta infatti a capire meglio questo processo la sua stesura nel letto concreto della storia italiana recente, per capire come e quando di questo processo si sia data la necessità concreta, e perché si dimostri, contro ogni razionalità difficilmente arginabile. Vediamo però quale sia stata la concreta dialettica storica di interfaccia tra punizione e ristrutturazione sociale in Italia. Prima di scendere a tratteggiare velocemente il fenomeno bisogna però precisare un punto. Il diritto ha sempre una sua dimensione formale, che come tutti i fenomeni sovrastrutturali, vive –in una certa misura- autonomamente. In ultima istanza però, come è possibile vedere in alcuni snodi della Storia recente Italiana è la volontà politica che decide il tasso di repressione dei fenomeni devianti in una società, e questo accade anche quando la formalizzazione giuridica contrasta delle spinte sociali storiche. Ugualmente questa volontà politica non dipende direttamente dal disegno degli assetti di classe, ma senza adeguarvisi o contemplarla diventa insussistente.


La costruzione dell’iper-incarcerazione in Italia: la premessa


Per capire l’attuale periodo bisogna partire dagli anni 90, che sono stati sotto molti aspetti la nascita di quello che comunemente può essere inteso come neo-liberismo italiano. In quegli stessi anni finisce l’economia di intervento pubblico diretto, esplodono povertà e divari territoriali ed aumenta a dismisura la popolazione carceraria. Per capire quegli anni però, a nostra volta, bisogna necessariamente fare un passo indietro dentro il lungo ’68 italiano. In quegli anni la necessità di una riforma della vecchia legge fascista che regolava il sistema carcerario si trascinava da anni. Nel frattempo erano però nate all’interno della società delle spinte sociali e rivoluzionarie che rendevano difficile maneggiare la materia, perché le posizioni radicali in merito alla detenzione erano ovviamente di natura abolizionista. Ne uscì fuori l’ordinamento penitenziario attuale, che ha compiuto l’anno scorso 50 anni portati non splendidamente. Ovviamente le aperture ai diversi diritti trattamentali del detenuto (sistematicamente negati all’oggi), e le innovazioni riguardo l’ingresso dentro l’istituzione carceraria della società civile sono stati dei punti importanti, ma permaneva una ambiguità di fondo che è alla base di certe critiche riformiste (4) . Giustificando ideologicamente con la giusta e riconosciuta esigenza di individualizzazione del trattamentox, dalla seconda metà degli anni 70 si iniziano a separare i detenuti in base alla loro classificazione amministrativa. Il fine è ovviamente di evitare che i detenuti politici vengano troppo a contatto con il resto della popolazione detenuta, e negli anni successivi sarà la base per la creazione dei “circuiti penitenziari” (5). Nelle intenzioni della gestione penitenziaria, questo doveva dare segnali di inflessibilità, con il pieno accordo dell’opposizione di sinistra di allora, nella stagione della lotta alle formazioni armate, cui certo sarebbe stato inutile proporre una “rieducazione” secondo il dettato costituzionale. Contemporaneamente però la repressività verso i reati di piccola entità era assai più bassa di adesso. Ne conseguiva che restava ben poco da rieducare, e da qui –secondo le critiche progressiste- il fallimento dell’impianto della riforma. Nella solita complicata dialettica tra rivoluzione e riforma, è paradossalmente l’abolizionismo (che allora si concretizzava nella stagione delle rivolte, evasioni etc.) che è stato accusato di aver impedito l’adempimento delle riforme. Sta di fatto che per tutta la prima metà degli anni ’80, invece che diminuire la detenzione aumenta significativamente. E questo grazie a un aumento della carcerazione preventiva tanto quanto delle condanne. Al contrario del fenomeno successivo dell’iper-incarcerazione, non si tratta però di fenomeni repressivi rivolti meccanicamente al contenimento preventivo di intere classi sociali, ma anche di fenomeni reattivi (se pur dal punto di vista reazionario appunto) a effettivi cambiamenti sociali. Ovviamente c’è l’ondata di arresti e condanne derivanti dalla lotta armata e dall’antagonismo, ma anche la prima effettiva repressione della violenza di genere contro le donne (in assenza ancora del reato di violenza sessuale, ma in reazione al diritto di famiglia), così come la prima repressione della criminalità dei colletti bianchi. Come si diceva precedentemente questo avviene anche in presenza di una forte depenalizzazione dei reati minori (nel 1981) che resta il più riuscito esempio di saggia gestione delle cose penali. Nel 1977 le persone detenute per contravvenzioni (6) erano più di 1000. L’anno dopo per un’amnistia scendono a 230 circa. Nel 1981 erano già risalite a circa 600. Dopo la depenalizzazione però si fermeranno e non ritorneranno più ai livelli degli anni 70. Dicevamo della contraddizione tra riforma e rivoluzione. A metà degli anni 80 oltre agli usuali provvedimenti di clemenza venne approvata la legge Gozzini che andando ad incidere su una serie di punti riduceva l’impatto concetrazionario del diritto penale, iniziando a indicare anche la strada delle misure alternative. È un provvedimento che viene prima della chiusura ufficiale della lotta armata, ma che riesce ad avere un effetto distensivo. Per l’unica volta negli ultimi 50 anni l’incidenza dei condannati definitivi sulla popolazione carceraria sale perché scende la popolazione complessiva, non perché aumentano le condanne. Si iniziano a sperimentare i trattamenti rieducativi. Nel 1989 entra in vigore anche il nuovo codice di procedura penale che definisce e limita l’utilizzo della custodia cautelare. Solo un anno dopo però cambia tutto. Cambiano gli assetti tra le classi, le esigenze del mercato ed il riformismo penale viene messo in soffitta.


Gli anni ’90 e l’inizio dell’iper-incarcerazione


Nel 1990 la popolazione carceraria era di 26.150 detenuti, due anni dopo superava le 47.000 persone, solo il 40% circa di queste destinatarie di una condanna definitiva. Cosa successe per spiegare questo salto che resta uno dei più grandi cambiamenti della storia penale italiana? Fondamentalmente tre cose. L’esplosione delle inchieste contro la corruzione, le indagini volte a smantellare le organizzazioni mafiose, e l’emissione di un Testo Unico organico sugli stupefacenti. Quest’ultimo non incide direttamente in quegli anni sull’aumento della detenzione, ma mette le basi per il seguito del processo italiano di iper-incarcerazione. Nella memoria collettiva, cui molto contribuì la mediatizzazione dei procedimenti penali, l’aumento della detenzione è collegato solo alle inchieste sulla corruzione, il primo affondo dello Stato contro i colletti bianchi, la pulizia morale come tema trasversale, ma – quasi primariamente – rivendicato dalla tradizione politica dei comunisti italiani. Nella realtà le cose andarono un po' diversamente. Come tutti i paesi occidentali l’Italia aveva una importante economia a diretta gestione pubblica. Accanto alla crescita di un tessuto industriale di tutto rispetto, la politicizzazione di questo settore dell’economia aveva generato fenomeni corruttivi a varia scala. Le procure come è noto intervennero con decisione utilizzando la custodia cautelare. Venendo al secondo punto, che è però cronologicamente antecedente, dalla fine degli anni ’80 andavano avanti le inchieste anti-mafia, che si concretizzarono nei vari maxi-processi, che in quegli anni volgevano al termine e videro la reazione militare delle organizzazioni mafiose. Infine, è del 1990 la legge, così detta dal nome dei suoi estensori, Iervolino-Vassalli, che istituiva il principio della contiguità tra il consumo e lo spaccio di sostanze stupefacenti, con due specifiche importanti. La prima era che anche il consumo (seppur come illecito amministrativo) (7) poteva essere punito, la seconda è che il confine tra consumo e spaccio diventava una mera questione tecnica di quantitativi decisi con una tabella ministeriale. Questa impostazione proibizionista, trascinatasi e peggiorata negli anni duemila, ha aperto le porte al circolo vizioso di marginalizzazione e aumentata repressione del fenomeno, che ha portato la repressione dell’economia politica delle sostanze ad essere il primo motore dei processi di incarcerazione. Alla fine degli anni 2000 più del 40% dei detenuti aveva una imputazione riguardante il testo unico sugli stupefacenti. Anche senza questo motore a pieno regime la popolazione carceraria come detto fa un salto inedito. Il punto è che, come ha spiegato Dario Melossi a partire dal caso dell’omicidio, nei periodi in cui alcuni, delitti simbolicamente importanti per significare alle classi dirigenti il tasso di pericolosità sociale, si innalzano non è solo la repressione di quei delitti che aumenta, ma il tasso di repressione in generale. È il caso delle associazioni mafiose i cui affiliati contano nei nuovi ingressi al massimo in un paio di migliaia (gli imputati al maxi-processo degli anni 80 sono meno di 500), ma su cui viene istituzionalizzata l’ ”intuizione” avuta negli anni di piombo sulla detenzione politica, e vengono costruiti legislativamente dei regimi di detenzione speciali (il celebre 416bis) che a tutto oggi sono sotto osservazione delle istituzioni internazionali per la radicalità della negazione dei più elementari bisogni del detenuto. Prima di questa trasformazione, e prima di Tangentopoli già tra il 1990 e il 1991, sulla scorta appunto delle indagini antimafia, gli indici di criminalità e delittuosità (8) erano aumentati enormemente per il reato di Furto, che poi è sempre il motivo relativamente maggioritario di detenzione. Inoltre sempre in quegli anni viene sancita per legge la necessità di una maggioranza dei due terzi del Parlamento per l’erogazione dei provvedimenti di clemenza generalizzata, rendendo quasi impossibile la loro reiterazione.

Per stare nel quadro della iper-incarcerazione però ci manca un pezzo. L’inizio degli anni ’90 sono anche gli anni di grandi crisi da riconversione industriale dell’Economia. Anche l’Italia li affronta, avendo la contemporanea sfida di dover sostituire il proprio sistema di rappresentanza politica e integrarsi nel sistema monetario europeo. Il punto qui non è quello già abbondantemente sollevato che la delegittimazione della classe politica della prima Repubblica consentì di sancire la fine della spesa pubblica. Il punto sono le conseguenze di questa scelta. I salari italiani iniziarono a stagnare la Povertà vide il suo aumento più significativo da quando la si misura (il secondo fu durante la crisi degli anni 2000). Nel Mezzogiorno la fine delle imprese pubbliche portò ad un incremento della povertà ancora più grande e ad una disoccupazione strutturale intorno al 20%. Un impatto che per essere riassorbito richiese la frantumazione dei diritti sul mercato del lavoro e la proliferazione delle “occasioni di lavoro”. I due fatti giuridici alla base del nuovo livello di incarcerazione si interfacciano con grandi cambiamenti sociali in quegli stessi temi. A loro volta questi esiti hanno iniziato a porre le basi della marginalizzazione di intere aree e della creazione di quel segmento sociale che è oggetto della piena dispiegazione dell’iper-incarcerazione negli anni 2000. Alla fine degli anni ’90 non vi sono enormi cambiamenti nel mondo carcerario, ma si congeda un periodo apertosi con l’approvazione di un rito penale teoricamente più “garantista” in virtù della fine della contestazione aperta allo Stato, e chiusosi con una popolazione carceraria che non tornerà più sotto i 50.000 detenuti.

Gli anni ’00 e la sovrapproduzione carceraria strutturale

Ai cambiamenti citati nel paragrafo precedente negli anni duemila ne va aggiunto un altro di tipo demografico. I cittadini extra-EU iniziano a fare parte della popolazione italiana come componente strutturale e significativa. Questo avviene solitamente grazie a un ingresso irregolare ed una successiva regolarizzazione, la più ampia delle quali fu gestita dal Governo Berlusconi nel 2002, in corrispondenza con la legge di modifica del Testo unico sull’immigrazione. Non è il caso di soffermarsi sulle varie modalità di integrazione subalterna nell’economia gravemente sfruttata, cui questa disponibilità di forza lavoro diede vita dalla Logistica all’Agricoltura. Ne citeremo solo una attinente al nostro discorso: come ha spiegato Vincenzo Ruggiero anche il mercato della distribuzione degli stupefacenti ha avuto una trasformazione “post-fordista”. La produzione si è negli anni industrializzata, ed è passata nelle mani di grandi organizzazioni che gestiscono la filiera internazionale tramite la divisione del lavoro dei singoli pezzi della catena. Questa trasformazione sta a monte di un significativo aumento del consumo e del policonsumo. In particolare di una sostanza: la cocaina. Nelle indagini epidemiologiche Espad, che in Italia fanno da riferimento per la misurazione della diffusione degli stupefacenti, gli studenti con esperienza d'uso di cocaina nella vita passarono dal 3,7% al 6,9% tra il 2000 e il 2004. A questo cambiamento sociale in perfetto stile reazionario la Destra berlusconiano rispose con il folle decreto Fini-Giovanardi che abolì la differenza tra droghe leggere e droghe pesanti nelle tabelle ministeriali che stabilivano le dosi giornaliere consentite. Questo portò all’imputazione penale una serie di semplici consumatori. Questa aberrazione però (poi cancellata dall’Alta Corte) non fu la vera architrave del circolo vizioso che generò l’ulteriore moltiplicazione della popolazione carceraria (che passa dal 2003 al 2009 da circa 54.000 a circa 64.000 detenuti sfondando la soglia dei 60.000 reclusi che diventa la nuova normalità). La condizione necessaria di questo processo fu l’inserimento della forza lavoro straniera dentro i circuiti più bassi e più rischiosi della distribuzione degli stupefacenti al dettaglio: quella dello spaccio stradale. Per quanto rischiosa l’alternativa per questo pezzo di classe era sperimentare dei differenziali di condizione salariale e lavorativa rispetto ai lavoratori autoctoni, che rendevano (e rendono) la loro esperienza migratoria quasi inutile in quanto ad accesso al tipo di vita sperato. Per dare una idea dell’importanza di questo aspetto i detenuti stranieri che già nel 1991 rappresentavano una percentuale molto superiore (17%) alla incidenza dei non cittadini italiani sui residenti, ma nel 2001 questa differenza diventa abissale arrivando a rappresentare il 35% degli ingressi dei detenuti contro una percentuale di presenti sul territorio che anche a voler includere le persone senza permesso di soggiorno raggiungeva probabilmente una incidenza intorno al 5%. Ciò che è più significativo è che nello stesso anno le persone di cittadinanza non italiana rappresentavano tra i condannati il 26%, e tra i denunciati solo il 17%. Mano a mano cioè che il percorso di repressione avanza nel suo stadio le esigenze cautelari sono riservate solo ad alcune tipologie, tra cui evidentemente gli stranieri sono il soggetto predestinato. Il motore vero e proprio di questo processo però fu però la combinazione di questa situazione sociale con Ia riforma dell’articolo 99 del codice penale fissata dalla l. 251/2005, che prevedeva dei meccanismi automatici di pesante aggravio della pena per i colpevoli di recidiva. In assenza di ogni meccanismo di avviamento al lavoro specialmente per chi aveva iniziato le carriere criminali in attività anche limitatamente offensive, la recidiva è frequentissima, e sebbene non vi siano dati organici e standardizzati coinvolge ad oggi qualcosa tra il 65% ed il 70% dei detenuti. Un meccanismo di questo genere (poi abolito dall’ennesima sentenza dell’Alta corte nel 2015 posteriore alla crisi carceraria conclamata di cui parleremo). Questo ha voluto dire creare un insieme di qualche decina di migliaia di persone che ha iniziato a fare ingressi e reingressi sempre più frequenti nelle carceri per periodi progressivamente più lunghi. La condanna media che nel 2000 nell’ 83% dei casi era pari o inferiore ad un anno, nel 2017 lo era diventata “solo” per il 64% dei casi. A fronte di questa situazione l’idea del centrosinistra di riprovare con i vecchi strumenti del riformismo penale proponendo un indulto nel 2006 si rivelò un’arma spuntata. In soli 2 anni i tassi di carcerazione erano ritornati quelli precedenti, ma con un ritmo di crescita ancora più sostenuto. Contemporaneamente arriva la grande crisi finanziaria, la cui gestione neoliberista provocherà la più feroce perdita di reddito registrata nel secondo dopoguerra. Il tasso di disoccupazione passa dall’8 al 13% nel 2014 con una serie di conseguenze immaginabili in termini di povertà, esclusione delle giovani generazioni etc. La precarietà diventa vera e propria segregazione sociale. Quello che è importante rilevare è che l’espressione politica di questo disagio matura avendo come espressione un partito (il M5S) che rispetto alla gestione della repressione penale tende ad avere coloriture decisamente di continuità rispetto ai decenni passati. Al contempo – e non casualmente – il M5S mostra una certa diffidenza verso i flussi migratori. C’è da dire che la grande crisi vide, quasi inevitabilmente, un innalzamento della criminalità predatoria fatta di furti, borseggi etc, che hanno come vittime principali solitamente altri membri delle classi subalterne, ma questo non basta a comprendere l’invasione definitiva dell’atteggiamento punitivo anche nel campo dell’opposizione più critica. Come abbiamo visto sopra l’iper-incarcerazione opera abbastanza selettivamente su base etnica, e perché essa possa avere una legittimità politica all’interno della classe c’è bisogno di rinforzare la segmentazione già prodotta dal mercato del lavoro, suggerendo che i soggetti da punire, sono doppiamente devianti, dalla legge e da un inevitabile comune destino. Gente “per male” contro il lavoratore “per bene”.

Questa situazione che portò ad una situazione carceraria che andava chiaramente incontro ad una insostenibilità sconosciuta al panorama europeo fu trasformata in maniera esogena dalla sentenza sul caso Torreggiani della Corte Europea sui Diritti Umani, che sanzionò l’Italia per trattamento inumano quando si stava per sfiorare la soglia dei 70.000 reclusi (il doppio circa di quanti ne contenevano i penitenziari in anni turbolenti come i 60 e i 70).


Conclusioni: il carcere nella società


La sentenza Torreggiani fu l’occasione per far partire una ultima e ancora sussistente fase l’invasione dell’esecuzione penale nel cuore stesso del tessuto sociale. I suggerimenti degli organismi europei ai tempi della sentenza CEDU furono di espandere le misure alternative in un gioco immaginato a somma zero, per cui la popolazione reclusa sarebbe scesa perché ricollocata in misure alternative. Ciò che invece è successo, è che alle persone in detenzione, che oggi sono in grandissima maggioranza condannati, mediamente con lunghissimi carichi da scontare (per i motivi spiegati sopra), si sono aggiunte le persone in misura alternativa. Quando esse sono ai domiciliari contribuiscono loro malgrado a portare sorveglianza continua, dovuta ai controlli sul rispetto degli obblighi residenziali, nei quartieri che a seconda degli orientamenti l’opinione pubblica definisce “difficili” o “degradati”. Quando sono in prova ai servizi sociali contribuiscono la carenza di personale in alcuni servizi di base. In ogni caso il punto è che agli oltre 60.000 detenuti si sono aggiunte oltre 90.000 persone sorvegliate, messe alla prova o costrette nei domicili. La logica concetrazionaria si è affermata come unico mezzo di risoluzione delle contraddizioni sociali, con l’evidentissima quanto insoluta contraddizione che quanto più questa iperfetazione è frutto di meccanismi sociali che dispiegano i loro effetti universalmente, tanto più si rompono i legami di solidarietà con la popolazione segregata. Trovare la maniera di affrontare questa contraddizione, a partire da nuovi strumenti di supporto al reinserimento lavorativo degli ex-detenuti, sarebbe un punto minimo di ricostruzione di alternativa del malandatissimo paese di Beccaria e della Santa Inquisizione.


Note

1 Per quanto sottostimato per una serie di questioni metodologiche (ad esempio non vengono conteggiati come suicidi le morti in ospedale in conseguenza di tentato suicidio) diamo il dato ufficiale.

2 Si legga Wacquant L., Prison of Poverty, Univeristy of Minnesota Press 1999.

3 Principio per altro precapitalista.

4 Si legga E. Fassone, Storia della pena detentiva in Italia dall’800 alla riforma penitenziaria, Il Mulino. È significativo che critiche della stessa natura possano essere ravvisate in autori dello stesso orientamento negli Stati Uniti, sostituendo semplicemente nel ragionamento la detenzione politica con quella Afroamericana cfr. A. White, The concept of “Less Eligibility and the social function of prison violence in a class society, in Buffalo Law Review 56, 737 (2008).

5 Vere e proprie sezioni separate le une dalle altre dove si differenzia il trattamento carcerario (e quindi il grado di applicazione dei diritti del detenuto) sulla base di provvedimenti amministrativi dell’amministrazione penitenziaria.

6 Nel diritto penale sono la fattispecie meno grave di reato rispetto ai delitti.

7 In realtà nella legge originaria era previsto il carcere anche per il consumo dopo la recidiva. Questa parte della legge fu cassata da un Referendum popolare.

8 Sono indici che calcolano l’aumento rispettivamente dell’azione penale dei Tribunali, e delle attività di Polizia Giudiziaria.



Alberto Violante è un sociologo e organizzatore sindacale. Si occupa di crimine e mercato del lavoro.



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