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dossier italia

  • Immagine del redattore: Alberto Burgio
    Alberto Burgio
  • 4 ore fa
  • Tempo di lettura: 6 min

La lunga durata del fascismo

Donna Malone
Donna Malone

Viviamo dentro una sconfitta di dimensioni epocali. I paesi democratici corrono seriamente il rischio di sprofondare nuovamente nella spirale della guerra globale e di ripercorrere a un secolo di distanza la strada del nazifascismo precipitosamente ritenuta anacronistica. Siamo dentro un incubo riuscito: un incubo che tanti, troppi, hanno ritenuto impossibile, scambiando lucciole per lanterne: le lucciole dei «trent’anni gloriosi» per le lanterne della trasformazione dei nostri paesi in democrazie sociali, avviate verso la socializzazione delle economie e delle sfere politico-istituzionali. Ora, se mi domando a che cosa dobbiamo tutto questo, resto testardamente del parere che gran parte delle responsabilità incombono sui gruppi dirigenti delle sinistre europee, occidentali, che hanno avuto nell’immediato dopoguerra e nella seconda metà del 900 la possibilità di consolidare le timide avvisaglie di quella trasformazione. E se mi domando quelle responsabilità in che cosa siano consistite, sono incerto se abbiano a che fare più con l’inconsistente tempra morale di quei gruppi dirigenti – con la loro totale disponibilità a lasciarsi corrompere e sussumere nelle élite che si arricchiscono sfruttando la propria posizione dominante – oppure nella loro altrettanto inconsistente capacità di comprendere la dinamica politico-storica.

Qui il tema del fascismo è dirimente.

Chi in questi decenni ha continuato a dire che il rischio del fascismo e dei suoi corollari (militarismo, nazionalismo aggressivo, imperialismo, razzismo) era rimasto reale e attuale anche dopo la fine della Seconda guerra mondiale è stato sempre considerato un dogmatico, prigioniero di schemi vetusti, appunto anacronistici.

Il perché è chiaro: una cultura giornalistica, che vive alla giornata, che si nutre di cronaca spiccia, che scambia gli eventi immediati per tendenze storiche, non può che ignorare le linee di forza dei processi.

Chi ha avuto la ventura di frequentare organizzazioni politiche nei decenni scorsi sa bene di che cosa parlo: discussioni futili, analisi improvvisate, chiacchiere grottesche spese al vento per il solo ridicolo gusto di esibire la propria sottocultura abborracciata.

A fronte della «sinistra» diretta da nani e ballerine la destra è rimasta fedele a se stessa, istintivamente coerente con le proprie finalità, i propri «valori», la propria ideologia. E oggi ci svegliamo nell’incubo. 

Raccomanderei a un editore che voglia fare il proprio lavoro seriamente di tradurre al più presto un libro prezioso, e a chi di dovere di leggerlo e di studiarlo, sempre che non sia troppo tardi. 

Questo, scritto da Ute Daniel, storica a Braunschweig (Im Zwischenreich. Eine Geschichte der Weimarer Republik 1918 bis 1933, Hamburger Edition, 2026), non è il solito libro sulla Repubblica di Weimar e la sua crisi politica che portò all’avvento del fascismo nazista in Germania. È un libro molto importante che dimostra precisamente la struttura di lungo periodo della crisi strutturale della democrazia in Europa e negli Stati Uniti, ancora nel pieno di una transizione incompiuta tra la società post-aristocratica dominata dai grandi magnati e una democrazia sociale ancora lontana dal consolidarsi.

Daniel muove da una premessa che era già al centro di un altro grande libro su cui bisognerebbe tornare (La persistenza dell’Ancien Régime, di Arno Mayer, 1981), del quale questo nuovo studio costituisce in qualche modo la continuazione.

Questa è la premessa, che ha appunto a che fare con la lunga durata dei processi, allegramente ignorata dai politicanti che ci hanno scaraventati nel disastro: il passaggio dall’impero del Kaiser alla Prima guerra mondiale e dalla guerra alla Repubblica di Weimar non portò con sé soltanto un cambiamento della forma di governo, travolse anche una formazione sociale: mise all’ordine del giorno la distruzione della società dei grandi proprietari che aveva costituito la struttura fondamentale della modernizzazione tedesca (europea) tra Sette e Ottocento.

La crisi di Weimar e l’ascesa di Hitler si comprendono in questo scenario, perché furono la conseguenza della lotta all’ultimo sangue che il grande capitale privato combatté contro la trasformazione della società tedesca in senso sociale e democratico.

Una lotta che si concentrò in primo luogo sul terreno fiscale e che aveva uno scopo fondamentale: la difesa della concentrazione del capitale contro la mobilità sociale; la difesa delle sperequazioni e del privilegio, della disuguaglianza e della struttura polarizzata delle società: esattamente quello che è puntualmente tornato a verificarsi in tutto il mondo occidentale – anche e principalmente per responsabilità della sedicente «sinistra progressista» neoliberale – in questi ultimi quarant’anni.

Nel sogno delle élite dirigenti-dominanti di fine Ottocento e primo Novecento lo Stato doveva essere il guardiano notturno delle loro posizioni e ricchezze, il custode delle loro proprietà e dei loro privilegi, il garante dell’asservimento legalizzato del lavoro e lo strumento per fare guerre che dovevano servire ad accrescere domini territoriali e potere sulle materie prime e sui mercati.

Quello che invece gli Stati non dovevano fare era usare la leva fiscale per redistribuire le ricchezze e per favorire l’emancipazione della classe operaia e il suo ingresso nella cabina del comando politico. 

Daniel insiste sulla permanenza essenziale di questo stato di cose, che va ben al di là delle forme esteriori della cronaca politica. Mostra che, quando la prima guerra mondiale si concluse, le domande all’ordine del giorno erano precisamente quelle che hanno segnato il dibattito politico di questi ultimi 80 anni: fin dove arriva il diritto dello Stato al prelievo fiscale e quali scopi deve perseguire con il denaro pubblico raccolto con le tasse?

Queste domande e le risposte a queste domande (a cominciare da una politica fiscale incentrata sulla protezione dei grandi capitali che influì molto più delle riparazioni di guerra imposte dal Trattato di Versailles nel provocare la bancarotta dello Stato) decisero la politica dei governi negli anni di Weimar e permisero alla destra di distruggere la Repubblica. Queste stesse domande e la risposta a queste domande hanno scatenato l’ordalia neoliberista e hanno deciso il ritorno in forze della destra post(neo)fascista in tutto l’Occidente «democratico».

L’idea di fondo è che le élite dominanti non hanno affatto rinunciato al loro sogno, né ieri (primo 900), né oggi (all’inizio del nuovo millennio): tornare alla società dei proprietari, tornare al moderno ancien régime di cui parlava Arno Mayer.

I grandi capitalisti sognano l’800 e quanto sta accadendo ai nostri giorni dà loro ragione.

Hindenburg e il cancelliere Brüning che di fatto trasmise il potere a Hitler avevano una stella polare: contenere la spesa pubblica, evitare che lo Stato finanziasse politiche sociali con i capitali privati, e per questo era indispensabile uno Stato autoritario che fu costruito anche con l’impiego della violenza militare dei nazisti.

Si può facilmente osservare che Trump e i suoi sodali nazisti hanno in mente lo stesso identico schema: svuotare la Costituzione per accentrare il potere; scatenare la violenza militare nelle città e scatenare la guerra nel mondo.

Il saluto nazista di Elon Musk e la retorica nazista del Ministro trumpiano della Guerra non debbono trarre in inganno: non sono soltanto folklore, sono anche l’evocazione fedele di un programma politico che non per caso piace tanto alla destra europea.  

E se nel caso della Germania degli anni Venti una leva formidabile furono il risentimento contro i vincitori della guerra, l’odio nazionalistico e l’antisemitismo, oggi una leva altrettanto potente è il veleno razzista contro gli immigrati e la marginalità sociale, che la destra instilla nel corpo sociale sperando serva alla distruzione da sempre auspicata dell’equilibrio dei poteri costituzionali indipendenti. 

Per concludere lascio la parola a Ute Daniel: il dibattito sulle riparazioni di guerra – dice – ebbe una funzione simile a quella che oggi ha il dibattito sull’immigrazione, e come allora le riparazioni non furono affatto, come pretendeva la destra, la «madre di tutti i problemi», così oggi non lo sono i problemi legati all’immigrazione.

Ieri come oggi la questione chiave della democrazia è un’altra, e ruota intorno ai compiti e alle finalità della politica, a ciò che si può e si deve fare per proteggere il lavoro e per combattere la disuguaglianza, a ciò che lo Stato può e deve fare con il denaro raccolto mediante il prelievo fiscale che non per caso è stato il terreno di battaglia nella controrivoluzione neoliberale.

Ma appunto: per vedere questa questione bisogna guardare più in là del proprio naso e non pretendere di intervenire sui processi politici conoscendo a malapena le cronache degli ultimi anni.

Il disastro nel quale ci troviamo non è figlio soltanto della determinazione delle élite a usare ogni mezzo – la guerra civile e la guerra militare – per restaurare l’ordine antico. È figlio anche del suicidio della parte politica che aveva il compito storico di impedirglielo.  

 

Alberto Burgio, storico della filosofia, ha dedicato importanti studi al pensiero politico moderno e contemporaneo e alla critica delle ideologie razziste. Con Marina Lalatta Costerbosa cura la collana «la corda pazza» per l’editore Milieu. 


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