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- Laura – Laboratorio Politico OffTopic

- 20 ore fa
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Le Politiche securitarie contro il diritto alla città: il caso del quartiere Corvetto a Milano

«Sono oltre 1 milione e 400 mila le persone controllate nelle zone rosse, aree a presidio rafforzato istituite per garantire maggiore sicurezza nelle nostre città», annuncia con grottesco entusiasmo un post del Ministero dell’interno dello scorso 19 dicembre.
Sono passati quasi dodici mesi dall’istituzione delle prime zone rosse nazionali e altri due devono ancora passare dall’inaugurazione dei giochi olimpici invernali Milano-Cortina 2026, durante le quali le misure sono state riconfermate, ampliate e rafforzate sulle cinque aree metropolitane che ospitavano le iniziative.
Le zone rosse sono misure eccezionali che definiscono alcune aree urbane come luoghi ad alta criticità e dove la presenza degli abitanti naturali di questi luoghi è per sua natura considerata pericolosa, può essere messa a bando. Queste disposizioni hanno lo scopo dichiarato di intensificare la presenza della polizia, rafforzare i poteri di intervento diretto, di controllo e sorveglianza. Le zone rosse si aggiungono a questo arsenale amministrativo dopo il daspo urbano, una misura introdotta nel 2017 dal Decreto Minniti e poi estesa dal Decreto Salvini nel 2018, con il quale si poteva multare o allontanare individuə da alcune aree della città perché ritenutə non decorosə. Ormai da tempo una specifica fascia della popolazione milanese è sottoposta a questo tipo di controlli e provvedimenti, per lo più uomini, giovani e/o di origine straniera, sui quali più di altrə ricadono le conseguenze di un discorso pubblico securitario legato alla paura, al controllo, all’ansia profonda verso ogni tipo di alterità. E in effetti già nel 2024 l’Italia aveva ricevuto un richiamo dall’Ecri, l’agenzia contro il razzismo e le discriminazioni del Consiglio d’Europa, per i metodi discriminatori con cui le forze dell’ordine italiane applicano la profilazione razziale durante fermi e perquisizioni.
Tra le diverse aree di Milano sottoposte alle restrizioni c’è il quartiere di Corvetto, periferia del quadrante sud-est della città. È il 30 dicembre 2024 a Milano, e con la scusa dei festeggiamenti di Capodanno il prefetto istituisce per la prima volta divieti e restrizioni su alcune zone della movida cittadina. Piazza Duomo, Darsena, Navigli, Garibaldi diventano da un giorno all’altro zone rosse, tutte in aree più o meno centrali ad eccezione di Corvetto. Sorpesə? Non proprio. Era la fine di un terribile tunnel mediatico per quest’area di Milano, intorno alla quale si era parlato tanto e male in relazione alle proteste che avevano preso vita nelle strade del quartiere dopo la morte di Ramy, un ragazzo di 19 anni nato e cresciuto a Corvetto, ucciso dalla polizia nella notte tra il 23 e il 24 novembre precedente. Ed è proprio il quartiere di Corvetto, infatti, una delle periferie più conosciute di Milano, da tempo rappresentato come uno spazio problematico: periferia difficile, segnata da criminalità, marginalità e degrado, anche se ultimamente questa narrazione sta cambiando radicalmente, sempre più alternata da toni ambivalenti che la raccontano come un’area in rapida trasformazione. Campagna agricola fino all’inizio del Novecento, Corvetto è uno di quei quartieri parte di una storia urbana di inizio secolo, sorto con forte matrice pubblica e popolare. È proprio questa una delle caratteristiche che rendono Corvetto così appetibile, seppur sempre periferico: a pochi chilometri dal centro di Milano, e a sole cinque fermate di metro dal Duomo, come ci tengono a ripetere gli abitanti, le associazioni ma anche gli immobiliaristi del quartiere, Corvetto rappresenta una delle zone di Milano dove il valore al metro quadro e i prezzi degli affitti sono cresciuti più velocemente rispetto al resto della città. Un quartiere con una storia abitativa stratificata, tipica del Novecento, che dalla sua origine, tuttavia, veniva e viene ancora oggi identificato come uno degli spazi più conosciuti per il diritto all’abitare milanese. Corvetto è infatti anche il quartiere del quadrilatero Mazzini, una delle più estese zone di patrimonio pubblico abitativo della città, che oggi sta già iniziando a sentire la pressione della crescita del costo dell’abitare.
Come spesso avviene in questo tipo di trasformazioni, negli ultimi anni per il quartiere è stata riservata un’attenzione particolare: sono ormai tantissime le iniziative e i progetti di rigenerazione, portate avanti da un numero crescente di vecchie e nuove associazioni, enti, realtà culturali, università che attraversano il quartiere, oltre che quelle progettate su iniziativa del Comune di Milano e del Municipio 4. Eppure, forse l’impatto più rilevante lo si è visto proprio con l’arrivo delle olimpiadi invernali: Corvetto si trova in una posizione strategica rispetto ai principali cantieri delle opere costruite per i giochi, esattamente al centro tra il Villaggio Olimpico a Porta Romana e le nuove infrastrutture a Rogoredo che stanno ridisegnando l’intera area, situando il quartiere all’interno di una geografia urbana dei nuovi investimenti e profitti. Questa trasformazione naturalmente non avanza solo sul piano economico o estetico-simbolico. Con l’avvicinarsi delle olimpiadi invernali il quartiere era stato testimone di una progressiva crescita della presenza della polizia soprattutto nelle piazze e intorno al Quartiere Mazzini, fino ad assegnare alloggi pubblici direttamente ad appartenenti alla polizia stessa in zona Piazza Ferrara, ad aumentare il controllo del territorio. La sua militarizzazione, iniziata anche prima dell’istituzione delle zone rosse, stringe gli spazi che ancora sembrano sfuggire al controllo.
L’introduzione di dispositivi securitari non deve infatti essere pensata separata dai processi di gentrificazione. Prima di attrarre nuovi capitali e nuovi residenti, è necessario trasformare l’atmosfera del quartiere: renderlo percepito come sicuro, decoroso, desiderabile. Le zone rosse in quartieri come quello di Corvetto assumono una funzione preparatoria, contribuendo a produrre l’esigenza di una città ordinata, controllata, pronta a essere esposta. Non si tratta solo di gestire il presente, ma di anticipare un futuro fatto di nuovi abitanti, investitori e flussi turistici. In questi contesti, prima ancora di essere applicate fisicamente, le zone rosse prendono forma nel discorso pubblico dove la sicurezza diventa una priorità indiscutibile. Ma ciò che viene messo in sicurezza non è soltanto la vita dei residenti, è soprattutto l’immagine del quartiere. Il linguaggio del degrado e del decoro contribuisce a costruire un’immagine del quartiere come luogo da salvare, legittimando così interventi straordinari. Non è quindi solo una questione di sicurezza, ma di regolazione del visibile: la città neoliberale contemporanea seleziona attivamente ciò che deve apparire e ciò che deve essere rimosso. Le zone rosse operano esattamente su questa soglia: rendono invisibili alcune presenze, allontanandole, per rendere lo spazio più accettabile ad altre.
Le misure a Corvetto hanno quindi aiutato a rafforzare la presenza già costante della polizia e ormai da oltre un anno quasi ogni sera nel quartiere si registrano controlli, fermi e sequestri. Le prime zone rosse dovevano terminare il 31 marzo 2025, ma a meno di una settimana dalla scadenza il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica aveva comunicato la decisione di prorogare i divieti, che oggi rimangono ancora attivi. Non è infatti la prima volta che questo accade nel quartiere. Una decina di anni fa, nel novembre 2014, a Corvetto erano già avvenuti controlli a tappeto e militarizzazione del quartiere in seguito allo sgombero dello spazio occupato del Corvaccio. Era la Milano del pre-Expo 2015, l’inizio di una stagione di sgomberi abitativi che aveva preceduto l’inaugurazione del grande evento. Se quindi è ormai chiaro che i grandi eventi funzionano come acceleratori, comprimendo i tempi della trasformazione urbana, il piano securitario di controllo e ordine pubblico sembra essere sempre di più uno dei piani più conflittuali dell’impatto sulla città, che porta a digerire misure anche molto repressive per una città più bella, un quartiere riqualificato, un’area rinnovata.
La domanda è sempre la stessa: una città per chi? Il risultato è una trasformazione a profitto di pochissimə che agisce contemporaneamente su più livelli. Da un lato, Corvetto viene messo in scena come quartiere in rinascita, attraverso progetti culturali, interventi estetici e nuove narrazioni. Dall’altro, proseguono pratiche di controllo, espulsione e selezione sociale, ridefinendo continuamente chi può stare e abitare.
Ciò che accade a Corvetto non può essere pensato come eccezionale. Sono anni che le periferie milanesi e i quartieri popolari, sono sotto attacco tra spinte alla privatizzazione del patrimonio pubblico, gentrificazione, criminalizzazione e profilazione razziale degli abitanti, retorica del decoro, sgomberi, sfratti e dispositivi securitari. Nei mesi scorsi a Baggio, a San Siro, al Giambellino, non sono mancati sgomberi e vere e proprie retate. A poche settimane dalla conclusione delle Olimpiadi, lo scorso 18 marzo il Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica ha nuovamente esteso di altri sei mesi e rafforzato i provvedimenti anche su altre tre aree periferiche e della prima cintura della città di Milano. Le zone rosse, spesso presentate come misure temporanee, hanno confermato la tendenza di queste misure a stabilizzarsi e a diventare parte ordinaria del governo urbano. Lo stesso giorno, un’enorme operazione repressiva ha disposto 17 misure cautelari nei confronti də compagnə che, insieme a migliaia di persone, hanno partecipato alle piazze in solidarietà con il popolo palestinese dello scorso autunno, a dimostrazione che la normalizzazione di queste norme ci riguarda tuttə da vicino. Dal Decreto Caivano all’ennesimo nuovo pacchetto sicurezza approvato a inizio febbraio 2026, lə nuovə nemicə pubblicə sembrano essere diventatə i giovani delle periferie, lə persone migranti e lə militanti. Nella città post olimpica sembra quindi che prosegua il progetto di conferire i massimi poteri alla polizia per ridurre la libertà di tuttə.
Il Laboratorio Politico OffTopic è una collettiva di attivist@ milanesi, che mette al centro del proprio agire il Diritto alla Città, nel senso più radicale e antagonista del concetto, indagando nelle crepe del tessuto politico, fisico, e sociale della metropoli Milano. Siamo nati nel 2011 nel solco del percorso di critica e contrasto a Expo2015, dal 2012 abbiamo casa a Piano Terra, spazio comunale occupato e autogestito nel cuore del quartiere Isola, ai piedi dei grattacieli della città-vetrina. Negli ultimi anni ci siamo dedicati alla questione Olimpiadi2026, tra convegni, percorsi di rete, iniziative di piazza, dando vita al Comitato Insostenibili Olimpiadi, all’organizzazione delle Utopiadi e, soprattutto, alla realizzazione del documentario autoprodotto «Il Grande Gioco – il rovescio delle medaglie olimpiche» (Open DDB)
Ricerca dal basso, senza rinunciare al conflitto, lotta alle nocività, agitazione culturale, comunicazione e autoproduzioni, le attività prevalenti. Nel 2013 abbiamo pubblicato il libro collettivo Expopolis (Agenzia X), nel 2016 Sblocca Italia (Ed. Luce) e nel 2021 abbiamo contribuito a Umanità a Perdere (a cura Osservatorio Repressione). Nel 2019 abbiamo dato vita a un progetto di autocostruzione di centraline per il rilevamento delle polveri sottili, in rete con altre realtà italiane ed europee. Tra le autoproduzioni ricordiamo Pieghevole (2013-2016), Scandaglio (2015-2017) e il podcast FuoriFase gestito sulla piattaforma libera Openpod (2020). Dal 2020 al 2022 abbiamo animato un laboratorio di mappatura dei grandi proprietari immobiliari a Milano e studiato gli effetti delle politiche di rigenerazione urbana sui quartieri Corvetto e San Siro, autoproducendo due numeri ulteriori di Pieghevole dal titolo Bella Milano ma non ci vivrai. Questi e altri materiali su www.offtopiclab.org.

