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dossier italia

  • Immagine del redattore: Marco Giovenale
    Marco Giovenale
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Miserie del letterario vs (alcune) materie del postpoetico

Marek Przybyla
Marek Przybyla

Gli strumenti di governo politico e controllo sociale contemporaneo sono stati raggiunti anzi proprio prodotti dalle mutazioni del capitale, quindi – tra tante altre cose – sono chiaramente preda dei virus (1) della competitività e dell’efficientismo in rapporto a un contesto sempre più sfuggente, (2) del controllo centralizzato delle identità, (3) della progressiva conseguente/parallela erosione dei diritti civili minimi, specie nei confronti di quegli umani che, dello Stato Padrone del discorso, non siano residenti storici, possibilmente bianchi.



1.

Le ricadute a cascata sull’economia spicciola, dai tratti quotidiani più sottili alle macrostrutture a cui il (fu) «cittadino» deve adattarsi, sono tante. Per fare solo pochi esempi in ambito letterario, si va dallo sfruttamento del lavoro precario e sottopagato in editoria, alla creazione di eserciti di volontari che gratuitamente tengono in piedi festival i cui nobili vertici incassano intanto fiumi di soldi da sponsor pubblici e privati. 

Dall’abbassamento vertiginoso delle soglie minime di salario per chi edita o traduce (si può scendere anche assai assai al di sotto di 9 euro lordi a pagina = cartella, per dire; fino a quasi-pagare per lavorare), alla totale o parziale assenza di gettoni e opportuni rimborsi per autori o redattori che affrontano viaggi per la propria casa editrice.

Dagli editori a pagamento al sistema distributivo librario generalista, che (dis)funziona come mero congegno di fatturazione e movimentazione merci, una morsa che schiaccia editori e librai, utile quanto una tenia. 

Dalle scuole di scrittura macchinette mangiasoldi e cacaromanzieri, ai premi letterari che piazzano in podio il mainstream più vieto (e i romanzieri suddetti). 

Dalla distrazione dell’accademia alla distruzione della scuola (i cui effetti sugli indici di diffusione della lettura sono via via più chiari anno dopo anno). 

Dal contesto spettacolare che incorona il vuoto, al medesimo che spande in libreria sportivi attori chef politici giornalisti rumoristi, tutto tranne che scrittura.


La risibilità e crisi del letterario è cosa tanto più palese quanto più un genere si presta a incastrarsi senza resistenza nelle attese prescritte e pre-imposte al lettore da siffatto sistema. La vittima più evidente è il romanzo, elettivamente preda di quella mania di leggibilità e testapiattismo che, partendo dalle esigenze della distribuzione libraria che vuole prodotti sempre più velocemente smerciabili e sostituibili, risale parassitando la filiera fino all’editore, all’editor, e infine alla mano che digita sulla tastiera la storia. Storia plot intreccio vicenda & vivanda che così sarà tanto più integrata nel sistema di vendita quanto più avrà assorbito il piglio di deficienza che il contesto – come appena detto – richiede.


Stupirsi della decadenza di collane di poesia come lo Specchio Mondadori o la Bianca Einaudi è infine quasi puerile, oltre che secondario rispetto a un quadro generale ben più compromesso.


2.

Tuttavia, volendo cedere a una fulminea ricognizione sull’ultimo mezzo secolo, possiamo anche far affiorare, specie ad uso dell’attuale contesto di critici letterari concentrati su Bembo Manzoni D’Annunzio, elementi in parte utili all’analisi del presente, inteso almeno per un attimo come presente del letterario


Quello che è successo nel campo delle scritture tra la fine degli anni ’70 e il primo decennio del nuovo millennio sembra di suo già andare di pari passo con tutte le figure retoriche delle controriforme e dei ritorni all’ordine di cui abbiamo esempi abbondanti in diversi periodi storici, ciclicamente, nel Novecento e prima; e ovviamente ora.


Le forme di riassorbimento e neutralizzazione dell’antagonismo linguistico (e dei modi alternativi di produzione e distribuzione dello stesso) hanno trovato in quell’Italia anni ’80 caduta «in mano ai sarti» (così la definiva Balestrini) vari volenterosi carnefici di ogni e qualsiasi alternativa alle testualità facilmente vendibili (d)al mercato.


Tutto era iniziato in realtà circa dieci anni prima. Ricordiamo che il 1971 che vede Balestrini pubblicare Vogliamo tutto è anche l’anno in cui il ripiegamento sull’io e nell’io del poeta pigola daccapo alto e forte in un’opera perdibile (e in anticipatissima sintonia con gli anni del riflusso) come Invettive e licenze, di Dario Bellezza. 


Se da una parte quindi già a quell’altezza compariva una generazione di autori che non voleva affatto tutto, o almeno non voleva quel tutto di cui parlava Balestrini, dall’altra pian piano i poteri nei territori di gestione del letterario si spostavano verso figure – redattori prima e manager poi – che avrebbero portato alle derive tra il comico e il deprimente dei nostri più recenti anni. In sintesi: morto Fortini (1994) non se ne fa un altro. Inutile sperarci.


Ma sbaglio a parlare solo di poesia (pur se in toni di sottinteso). Forse la poesia è anzi un territorio di cui può essere ottima idea sbarazzarsi. Semmai, nel 1985-1989-1996 e poi in particolare nel 2003-2006-2013, si affacciano all’orizzonte scritture e materiali diversi, antagonisti, eslege, nemici della pacificazione democristiana col reale.


Da persona che, come ha potuto e per quel che ha potuto fare (e fa), ha partecipato e sta partecipando soprattutto al secondo di questi momenti, molto potrei dire sul comportamento dell’università e sulla sordità dell’editoria, perfettamente in sincrono quando si tratta di non (voler) intendere quanto e come storia e linguaggio siano intrecciati. 

Ma la cosa che ancor più mi colpisce, forse, è quanto e come nella deriva ultimissima che viviamo, fascistizzante, la deriva del primo e secondo mandato del pedofilo arancione, quella del riuscito peggioramento che vede la salma rediviva e biondastra del biscione tentare nuovi attacchi (per ora sventati) alla carta costituzionale, quella della chiusura degli spazi sociali, e soprattutto del genocidio in Palestina, un antagonismo linguistico diffuso sia insieme semiassente e – dove presente – odoroso di fiori troppo novecenteschi. 

Starò allucinando, ma – anche tra sodali che si dicono o si dissero sperimentali – io vedo Petrarca, tanto canto, tanta elegia, nemmeno troppo in controluce. 


Sul sito ibridamenti.com, un articolo di Martina Lodi centrato su libro di Rob Chapman, L’impero della normalità. Neurodiversità e capitalismo (Mimesis, 2025), mi aiuta allora a capire meglio, forse, quanto alcune linee di ricerca devianti e marginali, che ho seguito e tentativamente promosso nell’ultimo (circa) quarto di secolo, possano magari vantare ancora qualche capacità sia di incidere sulla percezione del passaggio del senso quando questo si verifica nei fatti di linguaggio, sia di fare barriera contro «l’impero della normalità». Cito: 


Il processo di desoggettivazione e disidentificazione dalla norma ci permette di riappropriarci della nostra soggettività ed è proprio ciò che abbiamo definito hacking del sé, che in ottica postumana implica una forma di cura, di sé e delle altre soggettività, che problematizza ed elude qualsiasi logica di sfruttamento. L’opera di Chapman fa emergere come la naturalizzazione sia sempre al lavoro come dispositivo di governamentalità e di come abbia assunto forme sempre più sottili e pervasive: l’eugenetica contemporanea non agisce più attraverso il controllo biopolitico diretto, ma mediante l’interiorizzazione neoliberale dell’obbligo al corretto funzionamento. In questa torsione ogni soggettività viene catturata in un regime di auto-ottimizzazione permanente, dove la cura di sé coincide con la propria adesione alla norma. L’hacking del sé, dunque, è un gesto di contro-condotta cognitiva e un atto di riappropriazione politica: sabotare i dispositivi che trasformano tutto ciò che fa resistenza allo sfruttamento e alla sussunzione in difetto significa restituire alla nostra vulnerabilità la sua forza generativa e aprire uno spazio di soggettivazione co-costruita collettivamente, al di fuori della razionalità strumentale e della postura del dominio.


Quella che dunque suggerisco di osservare e daccapo nutrire, della scrittura di ricerca, è la sua possibile riserva di riserve, di eccezioni, di non-riassorbibilità all’interno di un contesto di sfruttamento e messa a profitto linguistico. La scrittura di ricerca che si disindividua e si inceppa ancora e ancora attraverso pratiche di taglio, collage, montaggio, disturbo, glitch, balbettamento, interruzione, arbitrio, perfino asemìa, è non solo inutile a fini di capitalizzazione di potere, ma probabilmente inutile tout-court. Addirittura dannosa. È o può essere, per dirlo con parole di Giuliano Mesa, una «scrittura che ammala», parcellizzata (e quindi inafferrabile) in un pulviscolo di autosabotaggi, sgambetti, mancamenti – come Carmelo Bene diceva dell’atto, sulla scena.


Contro la prassi estrattiva dell’industria culturale, e contro ogni pseudodifesa – solo astratta – petrarcaica.


Marco Giovenale è un poeta, critico, artista visivo e curatore italiano, figura di spicco nella poesia di ricerca e sperimentale. Fondatore di gammm.org, è redattore di vari spazi web, traduttore e consulente editoriale. Vive e lavora a Roma, dove insegna letteratura contemporanea presso UPTER. 



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