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- Francesco Scapecchi

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Potere, censura, egemonia. Curvature del linguaggio nell’Italia dell’etnofascismo

L’ inquietante ondata etnofascista in corso passa in primo luogo dalla propaganda e dal linguaggio. In Italia si è soliti dileggiare la cialtronaggine e la dabbenaggine della «cultura di destra»; anche se questa è risibile, a oggi produce incontestabilmente egemonia, e il discorso pubblico (mondiale!) va dietro ai temi delle destre. Destre che si riscoprono, via Epstein-Musk-Thiel, francamente razziste, messianiche e fondamentaliste, fasciste e liberticide, ecoassissine, poliziesche, securitarie, eugenetiche, fan delle deportazioni quando non dei lager veri e propri (come quello di Trump in El Salvador). Lo spostamento del linguaggio verso retoriche solo cinque anni fa irricevibili, è stato fulmineo e radicale. Sembra che l’avversario abbia un progetto ben definito e una narrazione diffusissima.
Ddl Antisemitismo: Noi, sovranisti per USraHell
Il 4 marzo il Senato ha approvato il Ddl antisemitismo, un provvedimento che di fatto blinda qualsiasi critica allo Stato illegittimo di Israele e segna un ulteriore scatto in avanti nelle politiche securitarie, repressive e censorie del governo più a destra della storia repubblicana. Ma, come forse l’Italia più di altri paesi ci ha abituato, le differenze tra destra e sinistra all’interno della politica istituzionale si fanno sempre più inesistenti e di superficie. Il testo base, a firma del capogruppo della Lega M. Romeo, ha trovato infatti entusiasti firmatari anche tra i senatori Pd (per la maggior parte astenutosi), con Graziano Delrio in testa, in verità tra i primi e più attivi promotori dell’iniziativa. Tra i nodi irricevibili del Ddl, la piena accoglienza della definizione di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per il ricordo dell’Olocausto (IHRA); come ricorda Amnesty International Italia sulla base di tale definizione, le attuali attività di monitoraggio già qualificano il movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) come una forma di lotta antisemita contro Israele. […] vengono ricondotti tra le matrici del cosiddetto antisemitismo moderno anche alcuni rapporti critici sulle politiche israeliane, tra cui il rapporto di Amnesty International sulle violazioni della Convenzione sul Genocidio da parte dello stato di Israele nella Striscia di Gaza e quello sulle pratiche di discriminazione razziale e di apartheid. Tra le pratiche di apartheid non si può non ricordare la recente (31 marzo 2026) approvazione della pena di morte per i soli detenuti palestinesi. Delrio invita però a festeggiare: dal provvedimento sono stati stralciati, grazie all’infaticabile lotta magnifica e progressiva del Pd, il divieto di manifestazione e le condanne penali, pratiche nelle quali il governo Meloni pare eccellere e puntare al podio, almeno europeo. L’IHRA è da tempo in prima fila nella protezione legale di Israele ogniqualvolta le sue politiche di rapina e oppressione siano oggetto di controlli internazionali, delegittimando costantemente gli organismi preposti al rispetto di regole universali e condivise. In casa nostra, il Ddl antisemitismo rischia di declassare la Costituzione italiana e ribaltare la gerarchia delle fonti: se inserita nel codice penale, attraverso tentativi come il Ddl s. 1627/2025 a firma di Maurizio Gasparri (pene fino a sei anni di reclusione per chi critica «il diritto all’esistenza dello Stato di Israele» o inneggia alla «sua distruzione»), configurerebbe un attacco diretto all’articolo 21 del dettato costituzionale. Nel frattempo, già nella versione presentata da Delrio, il Ddl propone controlli preventivi sulle università e online, favorendo un clima di autocensura già documentato in altri paesi, come Regno Unito, Germania, Francia: il Parlamento tedesco ha reso l’adesione ai principi dell’IHRA condizione necessaria per l’accesso ai finanziamenti pubblici, mentre in Gran Bretagna l’adozione dell’IHRA ha già portato a cancellazioni di eventi e repressione «indiretta». L’Italia, anche se non isolata, scivola su questo crinale in maniera pericolosamente rapida: l’inserimento dell’IHRA direttamente nel codice penale, porterebbe di fatto, da parte del governo dei patrioti sovranisti, a piegare l’interesse nazionale alla propaganda filoisraeliana e a privilegiare la difesa di Israele rispetto alla salvaguardia dei diritti costituzionali degli italiani.
A caccia di «Antifa»: i mastini di Trump e Orbàn
Eugenio Zoffili (Lega) il 22 marzo 2026 annuncia fiero la proposta di un disegno di legge che inserirebbe nel codice penale una nuova fattispecie sui collettivi «anarchici militanti con finalità di terrorismo anche internazionale». La reclusione prevista va da 7 a 15 anni per «chiunque organizza, recluta, addestra, radicalizza o dirige associazioni o gruppi anarchici militanti denominati Antifa o simili o assimilabili». Come questo governo ci ha abituato, le proposte di legge giungono sempre sulla scorta di commenti emozionali e viscerali a marginali fatti di cronaca portati ad esempio nazionale: in questo caso, lo stesso 22 marzo, un’aggressione alla troupe del Tgr Lazio da parte di militanti anarchici giunti a Roma per commemorare la morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, intenti a costruire ordigni e ritenuti legati al gruppo di Alfredo Cospito, detenuto (del tutto sproporzionatamente) al 41-bis. Ai militanti è stato poi impedito di partecipare alla commemorazione funebre domenica 29 marzo, utilizzando il nuovo strumento repressivo del secondo pacchetto sicurezza, quello del fermo preventivo – che, il giorno precedente, aveva permesso alla Polizia di perquisire e fermare per oltre due ore l’europarlamentare Ilaria Salis, alla vigilia della manifestazione No Kings, con palese atto intimidatorio. L’ispirazione, evidente e dichiarata, arriva tanto dagli Stati Uniti di Trump, quanto dalla «democratura» ungherese di Orbàn, i due modelli politici del governo Meloni. Trump ha infatti firmato, il 22 settembre 2025, un ordine esecutivo che designa Antifa «organizzazione terroristica domestica» (notare come questo identico sintagma sia stato poi utilizzato dall’amministrazione americana per definire le due vittime di omicidio da parte di agenti dell’ICE, Renée Good il 7 gennaio e Alex Pretti il 24). Il testo descrive il movimento come «un’iniziativa anarchica militarista che invita al rovesciamento del governo degli Stati Uniti, delle forze dell’ordine e del nostro sistema legale», e ordina alle polizie federali di attenzionare e sanzionare chiunque operi per conto di Antifa. È solare come questa azione legislativa di Trump non abbia in realtà basi giuridiche. Vari istituti di ricerca e agenzie governative (come la CRS) hanno già affermato l’ovvio: l’antifascismo è un’ideologia, un credo politico, non un’organizzazione e dunque l’identificazione di capi, strutture organizzative o elenchi degli iscritti sono semplicemente impossibili da realizzare e senza senso. Come da noi la Costituzione, negli Usa di Trump è il Primo Emendamento a essere sotto attacco diretto del governo. Ma è evidente come Trump non voglia fare della giurisprudenza, quanto soffiare sul fuoco della sua base elettorale e dei suoi supporter (cosa alla quale ci ha già abituato con il macroscopico caso dell’assalto a Capitol Hill del 2021).Anche l’Ungheria si è accodata entusiasta all’iniziativa legislativa degli Usa: pochi giorni dopo l’annuncio di Trump, Orbàn ha affermato di voler proseguire sulla stessa linea, agganciandosi in modo del tutto propagandistico alla serie di processi che si stanno svolgendo a Budapest per i fatti arcinoti della Giornata dell’Onore. Per quelle vicende, Ilaria Salis è stata salvata in extremis da una condanna del tutto pretestuosa, condanna che, purtroppo, ha colpito un’altra attivista, la tedesca Maja T., estradata dalla Germania in circostanze del tutto illegali, con una pena in primo grado di 8 anni, da scontare di fatto in regime di isolamento (comminati 7 anni anche agli antifascisti Gabriele Marchesi, mai stato estradato e Anna M., alla quale è stata sospesa la pena). L’ordine esecutivo di Trump, così come l’entusiasmo di Orbàn o l’iniziativa di Zoffili, vengono usati dalle realtà dell’estrema destra globale come dispositivo propagandistico per spostare il dibattito dalla minaccia (abbastanza evidente) di un nuovo e montante neofascismo, a quella della sinistra extraparlamentare.L’egemonia culturale del nuovo etnofascismo passa soprattutto da queste pratiche linguistiche.A oggi, primi giorni di aprile, il testo di Zoffili risulta privo di numero di protocollo e debolissimo nelle sue basi giuridiche: l’individuazione dei membri Antifa al fine di garantire indagini efficienti è, per ammissione della proposta stessa, quasi impossibile dato che la realtà in questione è «composta da decine di piccoli collettivi e reti studentesche che si mobilitano in modo autonomo e si sviluppano, spesso, all’interno dei centri sociali, cioè dentro spazi occupati e autogestiti, che nel nostro Paese sono circa duecento». Non interessa la fattibilità legale del procedimento, bensì la sua vaghezza, funzionale ad attaccare i movimenti sociali dal basso, privi di un recinto istituzionale rassicurante integrato nel «gioco delle parti». Quei movimenti che hanno costruito le mobilitazioni contro il genocidio Palestinese, per il salario minimo e per il clima, per il No al Referendum e che hanno fatto tremare più di una volta il governo Meloni. Non c’è da stare tranquilli, anzi: la distinzione tra un annuncio del politico di turno (magari fatto sui social o nelle pattumiere del talk televisivi) e una legge approvata è, nella nostra storia recente, meno netta di quanto la normativa preveda. Il meccanismo già ricordato si ripete: si costruisce un’emergenza cavalcando il micro fatto di cronaca, si legittima un nemico, si lancia una soluzione che è immancabilmente repressiva; la legge che ne deriva, a questo punto, viene presentata come conseguenza tecnica, senza valore politico. È la pacificazione nazionale a suon di emergenze.
Il governo delle emergenze
È, a ben vedere, il solo e unico modo con cui la destra ha governato il paese negli ultimi anni. Eccone una parziale cronistoria:
● Il decreto sicurezza Salvini, approvato il 4 ottobre 2018 dal governo giallo-verde, venne partorito dopo mesi di feroce campagna mediatica di criminalizzazione sull’immigrazione: il migrante diventava automaticamente un problema di ordine pubblico. A dispetto dei pareri della Corte Costituzionale, il decreto diventò poi legge con il solito voto di fiducia e trasformò tragicamente in peggio il sistema di accoglienza e la vita delle persone migranti: venne abolita la protezione umanitaria, aumentarono vertiginosamente da un giorno all’altro gli stranieri privi di permesso di soggiorno e si condannò così migliaia di «irregolari» a una vita di criminalità e illegalità.
● Il primo effettivo decreto del governo Meloni è il DL 162/2022 «anti-rave party» (convertito in l. 199/2022), contro l’organizzazione di raduni musicali organizzati da gruppi di giovani di oltre 50 persone, punita tra le altre cose con la reclusione da 3 a 6 anni. Anche questa misura, repressiva e chiaramente diretta a colpire movimenti e controculture sorte dal basso, sfruttò un caso di cronaca: il free-party organizzato il 30 ottobre 2022 a Modena. Alla creazione del caso contribuirono a dovere i quotidiani locali e nazionali, non tanto complici quanto vero e proprio strumento tra i principali nella creazione dell’egemonia culturale dell’ultradestra di governo.
● Il decreto Cutro (DL 20/2023, convertito in l. 50/2023), approntato come risposta a uno dei più tragici naufragi di migranti nel Mediterraneo, costato la morte ad almeno 180 persone, e utilizzato in realtà per inasprire le pene contro gli scafisti, le Ong e i flussi migratori. A questo decreto ne sono seguiti altri, all’interno di una linea adesso sposata anche dall’Unione Europea, per «esternalizzare» la gestione dell’immigrazione in paesi terzi come l’Albania. Come è evidente, il passo verso la deportazione (oggi chiamata eufemisticamente «remigrazione») è brevissimo.
● Ancora, il decreto Caivano (DL 123/2023, convertito in l. 159/2023), in seguito a un caso di stupro particolarmente scabroso, che vedeva coinvolti minorenni, e che ebbe lungo eco nel dibattito nazionale, grazie anche alla strategica presenza di Giorgia Meloni nella città, amplificata dalle televisioni. Adottato per contrastare la criminalità giovanile, il decreto ha di fatto avuto buon gioco nello spostare il dibattito pubblico sul fenomeno, connotato razzisticamente, delle «bande di maranza» e ha avuto come risultati effettivi, tra le altre cose, l’abbassamento della soglia per l’entrata in carcere dei minorenni e l’introduzione del daspo urbano per i cittadini sotto i 18 anni. Dal fatto di cronaca allo stato di polizia in meno di tre mesi.
● Il primo decreto sicurezza, dl 48/2025 (poi l. 80/2025), ha introdotto una dozzina di nuovi reati, inasprendone altri, punendo anche la resistenza passiva e di fatto restringendo enormemente il campo per le azioni nelle piazze. Il decreto nasce in seguito alla solita campagna di criminalizzazione delle manifestazioni e delle azioni pacifiche soprattutto sorte nell’ambito delle iniziative per la Palestina e per il clima, nelle quali i blocchi stradali sono una pratica frequente. Immancabili poi i continui attacchi al diritto di sciopero e i continui allarmi a un inesistente problema delle «occupazioni». Mentre l’utilizzo sproporzionato della forza è sempre più frequente per «gestire» le proteste pacifiche, secondo Amnesty International «esprimere il proprio dissenso in Italia è diventato rischioso».
● E arriviamo al secondo Pacchetto sicurezza, approvato in febbraio sulla scorta della manifestazione del 31 gennaio a Torino. Quella volta, tenendo in un unico discorso gli attacchi alla magistratura in vista del Referendum sulla giustizia e la criminalizzazione di Antifa”e Centri sociali, la Presidente del Consiglio sbraitò di «terroristi interni» (richiamandosi in modo inquietante alle definizioni dell’amministrazione Usa già ricordate) e costruì parallelismi insensati con la stagione degli anni di piombo e le Brigate rosse. Il livello dello scontro non venne alzato solo dall’utilizzo di un linguaggio violento, ma dalla stessa gestione securitaria e repressiva della piazza da parte della Polizia. La sera stessa del corteo, poi, il ministro Crosetto (insieme al parlamentare anti-notav del Pd Stefano Esposito) rilanciò il famoso video dell’aggressione con il martelletto, permettendo a Meloni una nuova escalation verbale, consigliando ai giudici di indagare i manifestanti per «tentato omicidio». Per quegli stessi manifestanti il ministro Salvini affermò che «per questa gentaglia il carcere non basta». Forse il ministro aveva in mente alcune pratiche dell’esercito israeliano o della polizia di frontiera degli Stati Uniti? Tra le altre cose che questo secondo pacchetto sicurezza ci ha regalato abbiamo il fermo preventivo legato alle manifestazioni e l’arresto in flagranza differita.
Del buon uso delle parole
Questa inquietante ondata etnofascista passa in primo luogo dalla propaganda e dal linguaggio. In Italia si è soliti dileggiare la cialtronaggine e la dabbenaggine della «cultura di destra»; anche se questa è risibile, a oggi produce incontestabilmente egemonia, e il discorso pubblico (mondiale!) va dietro ai temi delle destre. Destre che si riscoprono, via Epstein-Musk-Thiel, francamente razziste, messianiche e fondamentaliste, fasciste e liberticide, ecoassissine, poliziesche, securitarie, eugenetiche, fan delle deportazioni quando non dei lager veri e propri (come quello di Trump in El Salvador). Lo spostamento del linguaggio verso retoriche solo cinque anni fa irricevibili, è stato fulmineo e radicale. Sembra che l’avversario abbia un progetto ben definito e una narrazione diffusissima.Ma, quelle che ormai quasi con vergogna chiamiamo «le sinistre»? In Italia sembra pacifica la scomparsa della sinistra istituzionale, almeno nei fatti. I temi sono sempre quelli della destra, narrati in chiave progressista. E se le sinistre, all’alba della timida vittoria del No al Referendum, non sanno fare altro che ciarlare di leader e primarie, i molti che hanno contribuito a questa piccola vittoria sanno che serve parlare di un programma, e un programma passa in primo luogo dalle parole. E allora, ripartiamo dalle parole, senza paura di pronunciarle, di posizionarsi, di affermarle senza indugio: smettiamo di avere paura di dichiararci marxisti, almeno come strumento di lettura socio-economico. Rivendichiamo lo strumento dello sciopero radicale e dei blocchi a oltranza. Acceleriamo la retorica del governo: non scioperare il venerdì per il week-end lungo, ma scioperare dal lunedì al venerdì.Contro il razzismo dilagante dobbiamo affermare con forza che nessuno è illegale e il concetto di persona illegale (in Italia presente almeno dalla Bossi-Fini, un duo mai vituperato abbastanza) va decostruito nella sua assurdità. Forse è il caso di rispolverare i canti anarchici e socialisti dell’800, quelli che hanno accompagnato alcune delle stagioni di lotta più decisive per i diritti di cui oggi godiamo. Forse è il caso di ricordare Pietro Gori quando cantava Nostra patria è il mondo intero, nostra legge è la libertà. Contro la discriminazione di genere di una società ancora profondamente patriarcale, dobbiamo rivendicare un transfemminismo convinto. Non sono vizi progressisti, ma lotte fondamentali e trasversali. Siamo a tutti gli effetti dentro la «terza guerra mondiale a pezzi» (e che il Papa sia stato tra i politici più progressisti degli ultimi anni, almeno a parole, la dice lunga sullo stato deteriorato delle cose): la nostra posizione contro il riarmo, l’economia bellica, l’espansionismo imperialista deve affermare fieramente il pacifismo, altro che preparare la guerra per fare la pace. Allo stesso tempo la questione climatica va rimessa al centro del dibattito e di un lavoro operativo su azioni volte alla ahimè gestione di esso: grazie alle destre la questione ambientale è sparita dal discorso pubblico.Essere pacifisti non significa essere contro la violenza o cadere nelle retoriche (ancora di destra) sulle proteste accettabili e quelle non accettabili. Lotta di classe, è un’altra di quelle cose che bisogna ricominciare a dire. E la lotta si porta dietro, inevitabilmente, odio e violenza, sì. «Bisogna invece restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto?» (Edoardo Sanguineti, 2007).
Francesco Scapecchi (1992) si è laureato in triennale a Pisa con una tesi su I Canti di Maldoror, e a Bologna in Filologia Moderna con una tesi sui romanzi di Carmelo Bene. Insegna nelle scuole secondarie di secondo grado. Fa parte del collettivo che organizza il Borda!Fest, un festival underground delle autoproduzioni che si svolge in contemporanea e in critica al Lucca Comics & Games. È il bassista del progetto musicale punk hardcore Nido di Vespe, una formazione attiva dal 2009 con alle spalle cinque dischi e tre tour europei. Nel 2018 ha pubblicato una raccolta di racconti, Brevi storie senza significato (con illustrazioni di Samuele Recchia) per Prott Edizioni. Nel maggio del 2022 pubblica il suo primo libro di poesie, Il sentimento non dicibile dell’oggi, con Transeuropa.

