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- Filippo Greggi

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Sul recente rapporto capitale/lavoro in Italia

Le trasformazioni che hanno attraversato i processi produttivi e il mondo del lavoro in Italia negli ultimi decenni dipendono da fenomeni molteplici e spesso eterogenei. Parlarne, significa rintracciare le tendenze di fondo del capitalismo mondiale e osservarne le declinazioni nel contesto italiano. Il tentativo sarà quello di condurre un’analisi delle tensioni del rapporto capitale/lavoro, delle modalità con cui si è via via delineata una strategia volta a parcellizzare ed esautorare una classe operaia che a cavallo degli anni ’60 e ’70 aveva raggiunto l’apice della sua capacità antagonista. Perché è proprio a partire da questa risposta del capitale, nonché dei suoi successivi sviluppi, che possiamo comprendere lo stato di cose presente.
Questo accumulo di potere operaio trovava le sue premesse nella configurazione socio-economica propria del capitalismo industriale: da un lato, l’applicazione dei principi tayloristici di organizzazione scientifica del lavoro, dall’altro, le politiche di welfare che suggellavano il compromesso fordista. È in questo scenario che emerge dapprima la figura dell’operaio massa e successivamente quella dell’operaio sociale. La prima designa l’operaio dequalificato, anello di una catena di montaggio che ha espropriato il suo sapere incorporandolo nelle macchine. È l’operaio comune che popola in particolare le grandi fabbriche del nord Italia, protagonista dell’autunno caldo del 1969. Per spezzare l’espressione di questa soggettività conflittuale consolidata nell’unità di luogo e tempo che era la fabbrica e che con il rifiuto del lavoro rompe la centralità della stessa, il capitale ristruttura la produzione e estende la propria logica al resto della società alla ricerca di nuove forme di valorizzazione. Alcuni frammenti della produzione vengono delocalizzati, vengono introdotte precarietà e flessibilità, si cercano nuove forme di valorizzazione nel sapere diffuso nella società. Si creano quindi le condizioni di emergenza dell’operaio sociale, figlio della terziarizzazione dell’industria e della proletarizzazione del lavoro intellettuale, nonché del riconoscimento della centralità dei processi di cooperazione e riproduzione sociale (cruciali i contributi del femminismo) nelle pratiche di valorizzazione del capitale.
Se con il concetto di operaio sociale si tentava di dare contezza di una nuova composizione di classe che si stava sviluppando in seno alle contraddizioni del capitalismo italiano (e mondiale), allo stesso tempo questa figura prende forma all’interno della tensione dialettica tra la scomposizione di classe operata dal capitale e la ricomposizione di una classe ormai diffusa in quella disunità di luogo e tempo che è la metropoli. Se parliamo di scomposizione e ricomposizione è proprio perché la composizione tecnica – la classe come forza-lavoro all’interno dei rapporti di produzione capitalistici – e la composizione politica – la soggettività di classe coi suoi bisogni materiali, la sua cultura e i suoi desideri – si ridefiniscono profondamente. Le strutture produttive si ridimensionano (anche a causa della minaccia di recessione dovuta alla crisi petrolifera del ’73) e viene data maggiore importanza alla professionalità operaia creando divisioni all’interno della classe (con la complicità dei sindacati). Risulta, infine e infelicemente, fondamentale il ruolo del Pci nel promuovere un’idea di sviluppo delle forze produttive alleate tra di loro che si riassume in un condensato di austerità e sacrifici, senza perdere incidentalmente l’occasione di criminalizzare il dissenso proveniente dall’area politica della sinistra extra-parlamentare.
L’avvento dell’operaio sociale sarà quindi più la prefigurazione di nuove figure del lavoro che si concretizzeranno sociologicamente negli anni a venire che l’emergenza di una forza antagonista in grado di esprimere quella conflittualità operaia a cui si faceva riferimento poc’anzi. Il processo massiccio e duplice di ristrutturazione della produzione e di repressione dei movimenti sociali ci consegna una fase di riflusso in concomitanza con la ridefinizione dei processi di accumulazione del capitale a livello mondiale. È a quest’altezza che, con la crisi del fordismo, si apre la fase cognitiva del capitalismo. Le lotte operaie dei decenni precedenti avevano messo in discussione l’organizzazione rigida e automatizzata del lavoro derivante dal taylorismo, favorendo l’espansione del salario sociale (pensione, indennità ecc.) e dei servizi del welfare, rendendo sempre meno sostenibile – nell’ottica del capitale, beninteso – il costo di riproduzione della forza-lavoro. E mentre il vincolo salariale si allentava, il livello medio della formazione e della qualificazione della popolazione aumentava, creando progressivamente una condizione di intellettualità diffusa all’interno delle società occidentali. Si creano così le condizioni per cui tanto la conoscenza quanto le capacità cognitive, affettive e relazionali della forza-lavoro si ritrovano sempre più al centro dei processi di valorizzazione e accumulazione capitalistica. È ormai fatto noto che i beni immateriali (dalle competenze ai brevetti passando per database, processi operativi, marchi e metodologie di lavoro) costituiscano una componente critica dei processi produttivi. Basti pensare che oggi gli asset intangibili rappresentano il 92% della capitalizzazione di mercato delle 500 società più grandi quotate negli Stati Uniti (indice S&P 500). Ma la valorizzazione va ben aldilà delle mura aziendali e delle professioni specialistiche, tecniche e intellettuali (quasi il 40% degli occupati in Italia nel 2023). Implica anche una serie di fenomeni del tutto diversi: l’estrazione dei dati degli utenti online (preferenze, utilizzo, interazioni) per fini pubblicitari, l’appropriazione dei digital commons (software libero e open source), il cosiddetto «lavoro del consumatore», la mercificazione di risorse personali e del proprio tempo libero (sharing economy), così come il lavoro di cura non retribuito che in Italia, oltre a poggiare largamente sulle spalle delle donne (71%) e a essere una componente fondamentale del welfare, si stima generi un valore pari a 473,5 miliardi di euro se convertito in termini monetari (equivalente al 26% del Pil nazionale).
La centralità dei saperi e dei beni immateriali nel processo di creazione di valore rappresenta una nuova sfida per la logica del capitale. Se la catena di montaggio aveva permesso di spossessare l’operaio di mestiere della propria professionalità specifica, la crescente qualità cognitiva della forza-lavoro richiede strategie adatte a tale novità storica. Perché ogni residuo di attività cognitiva in mano alla classe lavoratrice rappresenta una duplice minaccia: a) l’incertezza dell’esecuzione del contratto di lavoro tramite il quale si acquista semplicemente del tempo di messa a disposizione della forza-lavoro, ben diverso è assicurarsi che questa si traduca in un pieno impiego delle proprie capacità fisiche e mentali; e b) la possibilità di un’organizzazione autonoma della classe lavoratrice, ovvero la capacità di liberarsi del comando capitalista nei processi di produzione e riproduzione sociale. Oltre alla sopracitata organizzazione scientifica del lavoro, il capitale ha storicamente risposto (una volta preso atto dell’ineliminabile indocilità del lavoro vivo) a questo pericolo cercando o di fare presa sulla soggettività dell’individuo o di liberarsi dei vincoli del rapporto salariale. A tal proposito, sono stati messi in campo nuove forme di dipendenza e sfruttamento e nuovi dispositivi di estrazione del valore tramite la finanza e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Mantenendo al centro della nostra ricostruzione il rapporto capitale/lavoro in Italia possiamo osservare in particolare due trasformazioni che hanno prodotto nuove strutture organizzative volte a produrre e a catturare valore: l’impresa post-fordista e le piattaforme.
L’impresa post-fordista e le pratiche di management delle risorse umane
Il passaggio al post-fordismo si iscrive pienamente nell’inaugurazione della stagione neoliberale e delle sue parole d’ordine: fare della concorrenza il perno dell’organizzazione socio-economica e dell’impresa il modello antropologico di riferimento. Dal punto di vista discorsivo, l’affermazione di concetti operativi quali quelli di capitale umano e merito ha informato le direzioni prese dalle politiche pubbliche (esemplare la nuova denominazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito), creando contemporaneamente il substrato per nuovi processi di soggettivazione centrati sulla colpa, sulla responsabilità individuale e sull’interpretazione della propria esistenza in termini di investimento continuo su di sé. Rimuovendo chirurgicamente ogni ragionamento sul ruolo delle condizioni socio-economiche di partenza nella definizione delle traiettorie professionali, ha preso il largo una concezione che fa del singolo individuo il solo responsabile della propria riuscita in ambito lavorativo. Se ognuno è portatore sano del proprio capitale umano in quanto insieme di competenze e capacità di ogni tipo (siano esse tecniche o le tanto famigerate soft skills) che è in grado di mettere a disposizione in cambio di una retribuzione, l’esito della propria vita professionale determinerà sempre più il giudizio sulla propria esistenza sociale. L’idea, ormai luogo comune lungo tutto il percorso di formazione scolastico e non, secondo la quale ogni conoscenza ed esperienza è pretesto di valorizzazione di sé – l’idea cioè che si sia tutti in un qualche modo imprenditori di se stessi – costituisce la condizione di possibilità per sollecitare l’implicazione della forza-lavoro e diffondere una cultura del lavoro a tempo determinato mal (o non) retribuito in cambio di opportunità di crescita umana e professionale.
L’impresa post-fordista, nella fattispecie, risponde a due esigenze fondamentali. Rendere flessibili i processi produttivi e la forza-lavoro. La ragione? Comprimere i costi e rispondere repentinamente alla competizione su scala globale. La ratio? Il toyotismo, il cui modello produttivo è il sistema just in time (Jit) che consiste nello sforzo continuo di far combaciare domanda e offerta, di seguire l’andamento del mercato e le preferenze del cliente. Il salto è rilevante e segna la rottura col paradigma taylorfordista, basato sulla produzione di massa che trainava la propria domanda. Ora è la volatilità del mercato a dettare tempi, obiettivi e forma del processo produttivo. Ne consegue l’eliminazione di eccedenze e tempi morti: tutto ciò che è improduttivo va rimosso e la gerarchia si riconfigura verso maggiore collaborazione e polivalenza. È un equilibrio dinamico, fragile, che richiede l’azione corale e qualitativa dei dipendenti. L’obiettivo è disinnescare la conflittualità operaia e promuovere lo spirito d’impresa, così che i lavoratori si sentano parte integrante dell’organizzazione e vi contribuiscano con tempo, creatività ed energie. L’individualizzazione dei rapporti di lavoro e lo smantellamento delle tutele diventano imprescindibili in virtù di dinamiche di mercato imprevedibili che rendono la produzione non più programmabile nel lungo periodo.
Ne consegue un’incompatibilità assoluta tra valorizzazione capitalistica e stabilità del quadro normativo del diritto del lavoro. Vanno trovate qui le ragioni delle varie riforme del mercato del lavoro (tra le più note: Pacchetto Treu, Riforma Biagi e Jobs Act) che dagli anni ’90 in Italia hanno tentato di introdurre maggiore flessibilità creando nuove tipologie di lavoro (a contratto, a progetto, interinale ecc.). Si è affidata al mercato l’allocazione ottimale della forza-lavoro, deresponsabilizzando le imprese, con l’intento di proporre prezzi più competitivi sul breve periodo comprimendo il costo del lavoro per unità di prodotto. Diventa difficile conciliare, da un lato, l’esigenza di disinnescare l’antagonismo operaio e di legare l’individuo all’impresa, e, dall’altro, il progressivo venir meno di garanzie e tutele per il lavoratore costretto ad adeguarsi all’aleatorietà degli andamenti economici e tenere viva la produzione di profitto. Insomma, se il lavoro è sempre più flessibile e precario come far sì che il soggetto aderisca all’impresa dedicandovi la maggior parte del proprio tempo e delle proprie energie? Come rendere possibile una forte implicazione psicologica in una struttura fragile e temporanea da cui si rischia di essere esclusi in qualsiasi momento? Del resto, parliamo pur sempre di un Paese in cui negli ultimi trent’anni le occupazioni a tempo determinato sono passate dal 5 al 17%, l’adesione sindacale dal 39 al 32% e le retribuzioni reali sono diminuite dell’8% se deflazionate con i consumi privati.
L’ambito della gestione delle risorse umane – vero e proprio smooth operator del contrattacco del capitale contro il lavoro – ha sviluppato un ricchissimo arsenale di strumenti, strategie e approcci volti a incardinare la soggettività dell’individuo alla cultura aziendale. La finalità è fare della performance lavorativa il filtro attraverso cui conoscersi e sviluppare la propria personalità. Da cui la panoplia di dispositivi di valutazione, e di pratiche di counseling, mentoring, o coaching. La nozione di contratto psicologico rappresenta in tal senso un esempio particolarmente significativo. Se il contratto giuridico vincola formalmente il lavoratore, ciò che in esso non è prescritto sono la volontà, l’attitudine, l’intenzione di adempiere al proprio obbligo sfruttando al meglio le proprie capacità e divenendo così una risorsa significativa per l’impresa: si costringe così l’individuo a costruire un rapporto con se stesso centrato sul proprio capitale umano, sulle proprie motivazioni, a partire da una storia personale e professionale in cui rinvenire l’insieme delle proprie capacità e potenzialità. L’obiettivo? Essere più efficaci, performanti, flessibili. Il mezzo? Lo sviluppo personale nella forma dell’investimento su di sé.
Si trova riscontro di ciò, ad esempio, in un volume di recente pubblicazione dedicato alla questione della valorizzazione del capitale umano. La competenza è innanzitutto «competenza a vivere, cioè la nostra complessiva, complessa, globale abilità cognitiva e affettiva di essere e stare nel mondo, di trovare il nostro posto e fare il nostro cammino». Ma ancor più emblematico è quanto viene affermato poco dopo: non solo «dalla competenza a vivere» si passa alla «competenza manageriale e professionale», ma la prima costituisce «una parte fondamentale di quella teoria del soggetto che è, insieme, necessaria e fondante per dare un senso alla persona come asset fondamentale del successo delle organizzazioni, del loro apprendimento e, in definitiva, del loro sviluppo». Non basta più cedere la propria forza-lavoro, bisogna dimostrare l’inerenza tra le proprie convinzioni, la propria attitudine – uno specifico savoir-faire e savoir-etre – e l’organizzazione aziendale. La risorsa umana e il suo attaccamento diventano le nuove scommesse del capitale per indorare la pillola dello sfruttamento e rilanciare l’estrazione di plus-valore.
Le piattaforme e il loro impatto sul mercato del lavoro
Dal canto loro, le piattaforme rappresentano l’altra grande novità in termini di organizzazione della produzione e di appropriazione del lavoro altrui ed emergono da una crisi prolungata dell’accumulazione capitalistica. A cavallo degli anni Duemila, i tassi di investimento crollano, i guadagni di produttività ristagnano e gli investimenti tradizionali non rendono più. I capitali si riversano altrove, verso scommesse più rischiose ma con prospettive di rendimento più elevate: le startup tecnologiche. Il modello economico delle piattaforme presenta alcune caratteristiche (asset intangibili, effetti di rete e costi marginali molto bassi) che favoriscono una crescita estremamente rapida creando spesso situazioni di «winner take all», dove l’attore che riesce a imporsi sulla concorrenza finisce per dominare il mercato imponendo le proprie regole. Da un punto di vista organizzativo, si sfaldano le frontiere tra azienda e mercato: se la teoria economica ha tradizionalmente interpretato la necessità dell’impresa, per ridurre i costi di transazione e coordinare in maniera più efficiente la forza-lavoro tramite la sua integrazione verticale e gerarchica all’interno della produzione, con il modello della piattaforma diventa possibile disciplinare il lavoro senza internalizzarne i costi. Diventa possibile cioè esternalizzare sempre più funzioni e processi liberandosi del fardello del rapporto salariale pur mantenendo il controllo sull’attività. Un controllo sempre più impersonale reso possibile da tutta una serie di dispositivi algoritmici di direzione, notazione e valutazione con un’ulteriore flessibilizzazione del rapporto lavorativo e una compressione delle retribuzioni.
In particolare, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) ha pubblicato nel 2021 un rapporto sulle piattaforme digitali e le condizioni di lavoro nei Paesi del G20. Qualche cifra per dare un’idea delle proporzioni e dell’impatto sull’economia e sul mercato del lavoro: nell’ultimo decennio, il numero delle piattaforme è quintuplicato, e benché ufficialmente il numero dei dipendenti sia sempre abbastanza ridotto rispetto alla cifra d’affari, i prestatori di servizio che hanno svolto una qualsivoglia attività intermediata da una piattaforma si stima siano intorno ai 66,8 milioni. Si tratta, nella maggior parte dei casi, di giovani lavoratori, a bassa qualificazione e molto spesso appartenenti alla popolazione immigrata. Il rapporto racconta di un orario di lavoro settimanale molto elevato (70 ore) e redditi bassi (tra 1,10 e 5,30 dollari l’ora) e mette in luce condizioni di lavoro precarie e irregolari, con fortissime difficoltà di accesso alla protezione sociale. L’Italia non fa eccezione. Secondo i dati INAPP del 2024, sono circa 690.000 le persone tra i 18 e i 74 anni che hanno realizzato un guadagno tramite piattaforma, consegnando pacchi o pasti, vendendo beni, affittando case o offrendo servizi di cura. Tuttavia, questa inclusione nel mercato del lavoro si accompagna a processi di frammentazione, individualizzazione e precarizzazione, dove il management algoritmico sostituisce la cooperazione e la contrattazione collettiva con una pressione continua sulle performance individuali che mette i lavoratori in competizione tra di loro.
Non è un caso se la Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl (Glovo Italia) et Deliveroo Italy srl con l’accusa di «caporalato digitale», la formulazione più appropriata per riassumere il sistema di coordinazione e sfruttamento del lavoro delle piattaforme di food delivery. Si contano circa 40 mila fattorini in tutta Italia: la maggior parte lavoratori migranti che, spesso privi di permesso di soggiorno, finiscono per dedicarsi a quest’attività in assenza di alternative accettando paghe inferiori del 76,5% rispetto alla soglia di povertà assoluta e del 90% rispetto alla contrattazione collettiva. La subordinazione implicata nel sistema di gestione algoritmico viene dissimulata facendo appello all’apparente autonomia dei riders, ma risulta presto evidente che il funzionamento della piattaforma, così come il livello della retribuzione, l’impossibilità di rimediare un impiego migliore e la necessità di trovare una fonte pur minima di reddito creino le condizioni per l’instaurazione di un rapporto di fortissima dipendenza. Le politiche migratorie del governo italiano hanno largamente favorito la demoltiplicazione di situazioni di clandestinità e di marginalizzazione rendendo questi soggetti particolarmente vulnerabili e disposti a integrare segmenti produttivi non regolamentati. L’accettazione forzata di condizioni di lavoro estremamente degradanti ha avuto e continua ad avere un impatto maggiore sulla loro salute psico-fisica.
Se ritorniamo per un attimo al fenomeno nella sua generalità possiamo quindi affermare che le piattaforme, spesso presentate come superfici di intermediazione tra due gruppi di clienti (siano essi consumatori o organizzazioni), si strutturano piuttosto come vere e proprie infrastrutture in grado di estrarre e valorizzare dati, attività umane e conoscenze. Attraversano e codificano le interazioni sociali, analizzano le tracce lasciate dagli utenti per trasformarle in un prodotto monetizzabile. Ma non solo: la portata infrastrutturale delle Big Tech può essere compresa anche all’interno di una storia più lunga, in riferimento all’urgenza di ristrutturazione mondiale del capitale che trova nella logistica uno dei suoi vettori principali. Per rompere la centralità operaia diventa necessario accelerare la circolazione di merci e persone e delocalizzare le fabbriche nelle ex colonie frammentando la produzione. È anche a partire da questo processo, quindi, che l’ascesa delle Big Tech ha potuto realizzarsi con una compenetrazione sempre più stretta tra infrastruttura materiale e virtuale. Amazon è un caso emblematico: non una semplice piattaforma di e-commerce ma un attore che integra servizi finanziari, di cloud computing (Amazon Web Services) e di crowdsourcing (Amazon Mechanical Turk) i quali permettono di ridefinire la divisione cognitiva del lavoro e la sua articolazione con la divisione tecnica a livello globale.
Nella fattispecie, l’esplosione del settore della logistica si evince anche dal fatto che esso rappresenta una buona porzione della domanda di lavoro in Italia (un quinto delle offerte di lavoro nel 2024). Va tenuto conto inoltre che si tratta spesso e volentieri di lavoro temporaneo, ottenuto tramite agenzie interinali, dalla durata di qualche mese con a volte rinnovi anche solo di una manciata di giorni. Nei magazzini Amazon, ad esempio, un’organizzazione ferrea del lavoro disciplina le azioni dei lavoratori rievocando gli spettri di un taylorismo digitale in grado di coordinare capillarmente ogni loro gesto, misurarne il tempo e sorvegliare senza soluzione di continuità la loro attività. Ritroviamo qui un connubio di strategie vecchie e nuove la cui efficacia aumenta esponenzialmente se combinate con la capacità di calcolo e di trattamento in tempo reale delle tecnologie di punta del cloud computing. Abbiamo qui una variazione sul tema del macchinismo e dell’automazione la cui funzione era già stata definita da Marx nel Capitale (Sezione IV, capitolo 11) in termini di direzione, mediazione, sorveglianza e, non da ultimo, profitto.
Conclusione
Questa ricostruzione ha permesso di evidenziare schematicamente in che modo, negli ultimi decenni, il capitale ha tentato di rilanciare i processi di valorizzazione e accumulazione a partire dalla crisi sociale del fordismo. La controffensiva al lavoro, in quanto unica fonte di plusvalore, ha preso strade via via più sofisticate. In particolare: aggirare il rapporto salariale elaborando forme contrattuali atipiche, incastrare la soggettività della forza-lavoro nel ruolo di imprenditrice di se stessa e di risorsa umana per l’impresa, e infine adoperare le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione per affinare l’organizzazione scientifica del lavoro. In tutto cio, lavorare in Italia oggi significa anche rischiare di perdere la vita (solo nel 2025 ci sono stati quasi tre morti sul lavoro al giorno), finire vittima del caporalato (in particolare la popolazione migrante) e vivere quotidianamente la disuguaglianza di genere che si traduce, tra le altre cose, in un tasso di occupazione femminile e un livello dei salari sensibilmente più bassi (nonostante la percentuale di laureate sia più elevata rispetto a quello dei laureati) e in una maggiore esposizione all’instabilità occupazionale. Ma come trarre un bilancio da una situazione così composita, da un quadro desolante in cui vecchie e nuove forme di sfruttamento del lavoro convivono, in cui problemi strutturali quali razzismo e sessismo persistono e in cui, quella che un tempo poteva essere definita classe operaia, è a tal punto segmentata da non riuscire più a trovare un terreno comune di lotta al di là di contenute conquiste settoriali?
È cercando una risposta a questa domanda che il metodo operaista della conricerca diventa il punto di partenza per ricomporre i frammenti di questa scomposizione di classe. Sono i contributi che fanno dell’inchiesta operaia il metodo privilegiato di conoscenza della condizione della classe lavoratrice a fornire ausilio per una ricomposizione, almeno teorica, di quella stessa classe. E lo sono quelle stesse forme di organizzazione e di lotta che, esprimendosi conflittualmente, producono la realtà della propria capacità politica. Ne sono un esempio le inchieste del collettivo di ricerca Into the Black Box, che ha seguito negli ultimi anni le lotte dei lavoratori della logistica in Italia approfondendo il ruolo dei sindacati di base, il ricorso allo sciopero come pratica di blocco dei flussi di merci nonché la composizione di classe della forza-lavoro. Lo sono altrettanto le analisi del management delle risorse umane, del precariato cognitivo e le prospettive femministe sul lavoro di riproduzione sociale. Sono tutti frammenti di una composizione tecnica e politica a geometria variabile volti a rinvenire un sostrato comune, un piano in cui concatenare figure del lavoro eterogenee.
Questo piano è oggi eminentemente sociale, in quanto è già al livello della cooperazione e riproduzione sociale che avviene l’estrazione di valore. Come abbiamo visto, tutta un’impalcatura discorsiva, giuridica, materiale e tecnologica è stata allestita per rendere possibile la sussunzione generalizzata al capitale della vita in società a vari livelli: tracce digitali, abitudini e interazioni sociali, differenze di genere, capacità cognitive e affettive, saperi, competenze personali e relazionali, origini geografiche, valori, idee, produzioni artistiche e culturali. Tutto può essere mercificato o qualificare la forza-lavoro come merce definendone la posizione all’interno della divisione internazionale del lavoro e il contributo specifico ai processi di valorizzazione e accumulazione capitalistici. È l’assiomatica del capitale, cioè l’imperativo della sua riproduzione infinita, che ripartisce ruoli e funzioni e determina le forme di riproduzione della forza-lavoro. In questo senso, integrare al quadro di riferimento operaista la nozione di composizione sociale permette di rendere conto di questa produzione diffusa della classe in quanto classe sociale, non più chiaramente identificabile in riferimento a una composizione tecnica e politica omogenea. Con questo nuovo concetto si intende il modo in cui la classe lavoratrice è prodotta, oggi più che mai, in quanto tale prima di varcare le soglie del posto di lavoro. Questo passaggio avviene in funzione del fatto che essa è costretta a vendere la propria forza-lavoro per una retribuzione che sarà impiegata in tutta una serie di attività riproduttive e di consumo, anch’esse ormai preda di processi estrattivi. Il concetto di composizione sociale può diventare quindi uno strumento utile per «comprendere i lavoratori fuori dal posto di lavoro» e tessere le fila di un discorso di classe, laddove il capitale ha operato per disintegrarne l’unità tecnica e politica.
Il trait d’union è in fondo la partecipazione comune alla logica del capitale, una logica globale a cui si è sottoposti secondo gradi anche molto diversi di visibilità e di violenza. Da questo punto di vista, le mobilitazioni per Gaza del più recente autunno italiano evidenziano un fenomeno di più ampio respiro. Nel momento in cui l’economia politica del genocidio si è rivelata totalmente inerente alle dinamiche del capitalismo mondiale e differenti categorie socio-professionali hanno toccato con mano la complessa rete di rapporti sociali di produzione che le lega alle vicende del popolo palestinese, è stato possibile bloccare un paese intero con livelli di partecipazione inediti per la nostra più recente storia politica. La capacità di coordinamento dei sindacati di base (Usb) è stata fondamentale, e la Cgil non ha potuto far altro che accettare il nuovo rapporto di forza tramite la propria adesione, benché tardiva, allo sciopero. Tra studenti, dipendenti pubblici, operai e lavoratori migranti, un ruolo decisivo è stato quello dei lavoratori della logistica, in particolare dei portuali, che con i loro picchetti hanno dato un segnale forte di rottura rifiutandosi di spedire materiale bellico verso Israele. Ognuna di queste soggettività ha trovato nell’esacerbazione delle contraddizioni del capitalismo un terreno comune di lotta. La sua espressione si è fermata a manifestazioni di una coscienza di classe incipiente (il boicottaggio e lo sciopero) senza sfociare finora in una vera e propria forza politica organizzata, e quindi oppositiva, in grado di dare un seguito a quelle giornate.
Resta in ogni caso un precedente prezioso in termini di coordinazione e organizzazione dell’Unione sindacale di base e di mobilitazione generale in senso anticapitalista, tanto più che l’imperialismo americano sembra avere ormai definitivamente scelto la via della guerra per rilanciare i processi di accumulazione del capitale. Il fantasma di un’economia di guerra rende sempre più evidente la logica suicidaria del modo di produzione capitalistico e di fronte alla degradazione delle condizioni di vita e di lavoro di una larghissima parte della popolazione lo Stato italiano rafforza la propria svolta autoritaria per reprimere ogni forma di protesta – dal cambiamento climatico all’abolizione dei centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) passando per la difesa degli spazi occupati. Alla luce di tutto ciò, l’unica diagnosi che in conclusione questo contributo può modestamente proporre è che uno sforzo teorico e politico di ricomposizione di classe è più che mai urgente e necessario.
Filippo Greggi è dottorando in Economia all’Università Sorbonne Paris Nord. Durante le sue ricerche si è occupato della questione della soggettività nel neoliberismo e dell’economia politica del comune. Nella sua tesi studia il ruolo delle piattaforme cooperative e dei digital commons nel settore del cloud computing come modalità di riappropriazione delle infrastrutture digitali da parte di utenti e lavoratori.

