dossier italia
- Lavinia Marchetti

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Una pacificazione terrificante
L’Italia del 2026 tra emergenza permanente e criminalizzazione del dissenso

La primavera del 2026 si apre in Italia con un bilancio repressivo senza precedenti, segnando il passaggio definitivo verso un modello di gestione della società basato sulla neutralizzazione preventiva del conflitto. Le cifre provenienti dalle questure di tutto il paese delineano un profilo dello scontro sociale in cui il diritto di manifestazione viene scambiato per una minaccia all’ordine pubblico e criminalizzato. A Bologna si contano 100 denunce depositate contro gli attivisti; a Genova il numero dei procedimenti raggiunge quota 80; a Cagliari sono 90 i decreti penali emessi nei confronti di chi ha osato sfidare il coinvolgimento bellico nazionale. L’autorità giudiziaria ha attivato gli strumenti previsti dal Pacchetto Sicurezza dell’11 aprile 2025, comminando sanzioni pecuniarie che arrivano a 12.000 euro per singolo individuo. Questa strategia di sfinimento economico mira a rendere il costo del dissenso insostenibile per i soggetti precari e per le reti della solidarietà internazionale, colpendo in particolare i sostenitori della Global Sumud Flotilla.
Salvatore Palidda riconosce in queste pratiche la funzione essenziale delle forze di polizia nella storia unitaria. Egli osserva che «l’uso delle polizie, prima e dopo l’unità nazionale, è sempre stato determinante per il mantenimento del potere politico, cioè per reprimere e respingere ogni forma di opposizione» (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1). L’attuale assetto istituzionale perfeziona questa missione attraverso un esercizio di potere che l’autore definisce in termini di chirurgia sociale. L’obiettivo risiede nella segregazione dei segmenti della popolazione percepiti come nocivi, operando una distinzione radicale prima ancora che intervenga l’azione penale. Palidda chiarisce questo concetto con precisione ovvero, in questo scenario, la sicurezza cessa di essere una garanzia per il cittadino; essa diventa un meccanismo di immunità per il potere sovrano e di esclusione per chiunque rifiuti la conformità o le scelte del governo.
Il Decreto Antisemitismo. Un attacco di panico morale
Sotto il cielo di marzo è apparso un dispositivo legislativo che somiglia a un vetro deformante applicato alla verità storica. Il disegno di legge sull’antisemitismo, approvato al Senato con una fretta che tradisce l’intento censorio d’urgenza, costituisce l’acme di un’operazione di recinzione ideologica dello spazio pubblico. Tale norma nasce con il paradosso di voler condannare chiunque levi la voce contro un genocidio, lasciando invece cadere ogni ombra di biasimo su chi il genocidio lo compie materialmente. L’integrazione della definizione operativa dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nell’ordinamento nazionale realizza ciò che Stuart Hall definisce la «mobilitazione della legge» (Hall, Policing the Crisis). Il potere legislativo sottrae il termine antisemitismo alla sua dimensione di odio etnico per forzarlo nel recinto della fedeltà diplomatica assoluta. Questa torsione semantica criminalizza l’opposizione alle politiche coloniali, genocidarie e di Apartheid di Israele a Gaza e in Cisgiordania, etichettando la critica politica quale manifestazione di intolleranza razziale, dimentichi, peraltro, che anche i Palestinesi appartengono ai popoli semiti.
Il provvedimento poggia su un vero e proprio attacco di panico morale che è stato alimentato dalla manipolazione del dato statistico. I 963 episodi di antisemitismo registrati dalla Fondazione CDEC nel 2025 fungono da pretesto per giustificare un incremento della severità punitiva. Secondo Stuart Hall, il panico morale serve a «identificare una minaccia simbolica che precipita ansie e preoccupazioni precedentemente prive di articolazione» (Hall, cit). Nel contesto attuale, l’aumento degli episodi antisemiti online, 557 casi, viene decontestualizzato per colpire i movimenti pro-pal, cancellando la distinzione fondamentale tra il pregiudizio religioso e l’orrore davanti al genocidio di Gaza.
La votazione del 5 marzo ha sancito il collasso delle mediazioni liberali all’interno della sinistra istituzionale. Senatori del Partito democratico come Delrio e Verini hanno scelto di votare insieme alla maggioranza di destra, avallando una norma che include gli indicatori IHRA relativi alla critica a Israele tra le prove del reato di odio. Questa scelta ratifica il passaggio verso il consenso autoritario descritto da Hall, dove l’opposizione parlamentare si rende complice della costruzione dello Stato di eccezione. La legge genera un perimetro di incertezza giuridica che di fatto crea un’anamorfosi dello stato di diritto, in cui le regole informali di un gruppo di interesse oscurano le norme costituzionali (cfr. S. Palidda, Polizia postmoderna).
La Geopolitica del sangue e il riflesso interno
L’allineamento dell’Italia alla strategia bellica globale funge da cornice ideologica per la stretta autoritaria domestica. L’aggressione militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, che arriva dopo il rapimento del presidente del Venezuela Maduro e dopo il genocidio di Gaza, stabilisce il tono brutale della politica interna. Questa Guerra senza limiti agisce quale giustificazione assoluta per l’eccezionalità delle misure di controllo. Si assiste a una riedizione aggiornata dell’aggressione all’Iraq del 2003, dove la retorica della difesa preventiva serviva a mascherare un massacro continuo di civili. Se 23 anni fa il pretesto risiedeva nelle inesistenti armi di distruzione di massa, oggi il bersaglio muta continuamente, dal cambio di regime, al fantomatico programma nucleare di Teheran, resta un paese sovrano, l’Iran, colpito in violazione di ogni norma internazionale.
Mentre i droni, i missili, e l’aria saturata di petrolio dopo i bombardamenti alle raffinerie, dell’operazione Epic Fury tracciano geometrie astratte nei cieli di Teheran, la carne martoriata delle 165 bambine di Minab viene espunta dalla coscienza collettiva. La guerra del 2026 viene consumata come un videogioco attraverso i teleschermi, dove missili intelligenti solcano cieli digitali occultando la polvere dei corpi sepolti sotto il cemento della scuola elementare femminile. Questa astrazione bellica facilita la produzione di un pensiero unico che espelle ogni sapere alternativo e ogni sussulto di empatia. Mark Neocleous avverte che «la dottrina della sicurezza nazionale implica l’interrelazione di così tanti fattori sociali, economici, politici e militari che qualsiasi sviluppo può essere considerato un impatto sull’ordine liberale» (Neocleous, Critique of Security). Reprimere continuamente il dissenso serve al governo anche per concedere l’uso delle basi americane sul suolo nazionale per operazioni offensive, accettando che la necessità militare scavalchi la sovranità costituzionale senza che nessuno possa protestare ferocemente contro la complicità in una guerra illegale. Tale postura esterna richiede una corrispondente operazione di pacificazione interna. La gestione delle piazze italiane è diventata un’estensione del fronte di guerra esterno, dove i manifestanti sono percepiti quali elementi sovversivi da neutralizzare preventivamente.
Una parabola repressiva sequenziale a colpi di DDL Sicurezza
Il perimetro delle libertà civili in Italia ha subìto una ridefinizione radicale attraverso una successione coordinata di decreti che hanno costruito uno stato di eccezione permanente. Questa metamorfosi del diritto inizia con il Decreto Rave, il quale ha introdotto l’articolo 633-bis del codice penale per punire l’assembramento spontaneo con pene fino a sei anni. Tale norma ha inaugurato la stagione della criminalizzazione preventiva, trasformando la socialità autonoma in un pericolo per l’incolumità pubblica.
La traiettoria repressiva è proseguita con il Decreto Cutro, volto a inasprire il controllo sulle migrazioni attraverso l’eliminazione della protezione speciale e il potenziamento della detenzione amministrativa, e con il Decreto Caivano, orientato a colpire la devianza minorile attraverso l’estensione del Daspo urbano ai quattordicenni e l’incremento sproporzionato delle pene per i reati di lieve entità.
Il perimetro del controllo si è espanso e ha raggiunto il suo culmine con il DL Sicurezza (ex ddl 1660), una vera e propria dichiarazione di guerra interna che ha introdotto fattispecie di reato specifiche per colpire ogni forma di dissenso materiale:
Criminalizzazione della Resistenza Passiva (art. 415-bis c.p.): questa è forse la norma più controversa. Equipara il rifiuto non violento di obbedire a un ordine nei CPR o nelle carceri (come lo sciopero della fame o il rifiuto di rientrare in cella) a un atto di rivolta, punibile con pene che arrivano fino a otto anni di reclusione. La resistenza non deve più essere violenta per essere sanzionata duramente; basta che sia passiva.
Stretta sui Blocchi stradali: quella che prima era una sanzione amministrativa (spesso usata nelle proteste sindacali o ambientali) diventa un reato penale se commesso da più persone o se considerato ostruttivo in modo persistente. Questo colpisce direttamente le modalità di protesta dei movimenti climatici (come Ultima Generazione) e dei lavoratori in sciopero.
Il Reato Anti-Ghandi: la norma colpisce chiunque manifesti contro le grandi opere (come il Tav o il Ponte sullo Stretto), introducendo aggravanti specifiche per chi protesta nei pressi di siti strategici, rendendo di fatto illegale il picchettaggio e la presenza fisica di opposizione.
Detenzione delle madri detenute: il DL ha reso non più obbligatorio il rinvio della pena per le donne incinte o con figli neonati, aprendo la porta alla detenzione in carcere di bambini piccolissimi, ufficialmente per evitare l’impunità.
Focus sul Fermo Preventivo (DL 23/2026): l’ultimo tassello, giunto nel febbraio 2026, ha introdotto il fermo preventivo di dodici ore per chiunque sia sospettato di poter turbare un evento pubblico e ha autorizzato i prefetti a istituire zone rosse urbane con poteri di allontanamento immediato (Daspo urbano potenziato).
Esempi Concreti di Applicazione
L’assedio economico: nelle piazze di Bologna, Genova e Cagliari, le autorità hanno attivato gli strumenti del Pacchetto Sicurezza per comminare sanzioni pecuniarie che sfiorano i 12.000 euro per singolo individuo. Tale strategia punta direttamente ai soggetti precari, cercando di soffocare la protesta attraverso l’indebitamento forzato degli attivisti (specialmente quelli legati ai movimenti pro-pal e alla Global Sumud Flotilla).
L’esperimento Askatasuna: lo sgombero con mezzi sproporzionati del Centro sociale Askatasuna a Torino è stato definito un esperimento di Stato dove il potere esecutivo ha scavalcato la mediazione politica per imporre una logica di occupazione militare del territorio, trasformando un luogo di mutualismo in un simbolo di pericolo pubblico sotto i nuovi dettami del DDL.
Lo Scudo Penale: l’introduzione di tutele legali rafforzate per le forze dell’ordine (spesso definite scudo penale) agisce come una barriera che libera l’agente dal peso delle conseguenze legali in caso di scontri, come visto nel drammatico caso Mansouri a Milano, dove la retorica dell’attacco preventivo è stata usata per giustificare l’uso della forza letale.
Questa struttura legislativa trasforma il dissenso da diritto costituzionale a ostacolo tecnico alla funzionalità del sistema, dove la pacificazione interna diventa l’obiettivo supremo a scapito delle garanzie individuali.
Il caso Mansouri e la Fabbrica dell’Immunità sovrana
L’omicidio di Abderrahim Mansouri a Milano costituisce la manifestazione estrema della deriva securitaria contemporanea. L’agente Carmelo Cinturrino ha giustificato lo sparo descrivendolo come un attacco preventivo, espressione che ricalca fedelmente la retorica bellica internazionale del governo Meloni. Le indagini hanno rivelato che la scena del crimine è stata alterata per simulare una legittima difesa attraverso il rinvenimento di una pistola giocattolo, piazzata accanto al corpo della vittima per inquinare le prove. Questo evento conferma le tesi sulla Warrior Mentality analizzate da Alex Vitale, in cui gli agenti vedono i civili come un nemico costante anziché come una comunità da proteggere. Mark Neocleous spiega che l’immunità concessa ai funzionari statali funge da «paravento per la violenza sovrana», permettendo agli agenti di agire al di fuori del controllo legale. Egli chiarisce l’origine squisitamente politica di questo concetto: «Ciò che era originariamente in gioco nell’immunità era una decisione politica sul privilegio, nel senso di una legge che si applicava solo a certe classi di persone o individui» (Neocleous, The Politics of Immunity, pp. 11-12).
La destra politica ha risposto al caso invocando lo scudo penale contenuto nel decreto sicurezza e celebrando l’aggressività poliziesca quale virtù civile. Tale immunità crea una zona di eccezione dove la legge cessa di applicarsi ai tutori dell’ordine, mentre si accanisce con ferocia sugli esclusi. L’uccisione di un uomo disarmato viene trasformata in un atto necessario per la salvaguardia della civiltà occidentale contro la minaccia asimmetrica rappresentata dai corpi non conformi. Risulta evidente come la soggettività degli agenti venga modellata da una psicologia del sospetto che trasforma ogni interazione in un potenziale scontro bellico. Questa percezione distorta produce soggettività docili attraverso la paura, riducendo la cittadinanza a un esercizio di obbedienza silenziosa.
La repressione del Sumud e la Global Sumud Flottilla
L’applicazione materiale di questo dispositivo si è accanita con particolare ferocia contro la Global Sumud Flotilla, l’iniziativa marittima partita dai porti di Barcellona e Catania per sfidare il blocco navale di Gaza. Il governo italiano ha reagito a questa missione di solidarietà attraverso un utilizzo combinato di fermi amministrativi e denunce penali basate sul nuovo impianto normativo. Ogni gesto ispirato al concetto di Sumud, la fermezza resiliente della popolazione palestinese, viene tradotto dal sapere di polizia in una minaccia alla sicurezza nazionale. Salvatore Palidda evidenzia come la polizia postmoderna detenga ormai il «monopolio nella gestione delle regole del disordine» una facoltà che permette di stabilire arbitrariamente i limiti tra la libertà di agire e lo scandalo politico (Palidda, Polizia postmoderna, p. 1).
La repressione della Flotilla e dei blocchi portuali di solidarietà costituisce un esempio di chirurgia sociale volto a estirpare il supporto materiale al popolo aggredito, proteggendo invece la fluidità dei traffici bellici. A Catania, oltre 40.000 persone si sono ritrovate per accompagnare la partenza delle imbarcazioni, subendo cariche e identificazioni di massa che preludevano alla successiva intercettazione illegale in acque internazionali. Tale condotta istituzionale dimostra la trasformazione del diritto in uno strumento di guerra interna contro chiunque rifiuti la neutralità complice. Il dissenso viene sistematicamente derubricato a problema di degrado urbano o a ostacolo allo sviluppo economico, legittimando la sospensione delle garanzie costituzionali in nome di una pacificazione che è una forma di occupazione poliziesca della vita civile.L’eccezione quale nuova normalitàL’analisi dell’Italia nel 2026 rivela una società dominata dalla paura e dal risentimento reattivo. La criminalizzazione del dissenso rappresenta il fulcro di una strategia di pacificazione volta a mantenere intatti i rapporti di forza vigenti. Le teorie di Fassin, Hall e Neocleous permettono di riconoscere la coerenza di questo disegno repressivo, che unisce l’approvazione del Decreto Legge sull’Antisemitismo alla violenza poliziesca dei successivi decreti sicurezza. La distorsione della verità operata dai media, che isolano episodi per invocare la guerriglia urbana, facilita l’approvazione di leggi liberticide che rendono il paese un laboratorio del tecnofascismo europeo. Lo Stato si rifugia nell’immunità sovrana, proteggendo i propri agenti quali Cinturrino e silenziando chiunque immagini un'alternativa alla guerra permanente.
La passione punitiva della società contemporanea si alimenta di simboli quali il maranza per giustificare un eccesso di castigo che colpisce esclusivamente i soggetti più vulnerabili. Didier Fassin osserva che «questa tendenza non riguarda allo stesso modo né tutte le trasgressioni né coloro che ne sono gli autori. Risparmia spesso le categorie dominanti e si accanisce sulle classi popolari. La frode fiscale viene generalmente meglio tollerata del taccheggio» (Fassin, Punire, p. 2). La sfida per i movimenti di opposizione consiste nel rompere il circolo vizioso della sicurezza e nel rivendicare il conflitto quale elemento vitale della democrazia reale. Senza una critica radicale al dispositivo della pacificazione, l’Italia rimarrà intrappolata in uno Stato eccezionale dove la libertà è ridotta al dovere di conformità assoluta. La pacificazione non è la pace; essa è la guerra continuata contro la possibilità stessa di un futuro imprevisto.
Lavinia Marchetti è biologa, appassionata di poesia, letteratura e bellezza nell’arte. Lavora in una galleria d’arte Milano.

