top of page
ahida_background.png

exlet

Immagine del redattore: Maria Teresa Carbone
Maria Teresa Carbone
2 ore fa
Tempo di lettura: 8 min

Il Festival della letteratura working class


Tzara = Hâra
Tzara = Hâra

Domenica 12 aprile, mattina. Alla fermata davanti ai Gigli aspetto lo “shopping bus”, la navetta che fa avanti e indietro con piazzale Montelungo, dietro Santa Maria Novella, pronta a raccogliere chi da Firenze vuol venire a fare acquisti e non ha la macchina. Qui a Campi Bisenzio non c’è il treno e neppure la tranvia – quella che, mi dicono, ha cambiato la vita di Scandicci, qui vicino; e gli autobus, i pochi che ci sono, si muovono solo in zona, la domenica meno che mai. Da queste parti si gira in auto, l’ho visto ieri all’arrivo, quando mi sono venuti a prendere allo stallo dei pullman – a Scandicci, appunto.

Ieri, sabato 11 aprile, dall’altra parte dello stradone, via Fratelli Cervi, ho moderato un incontro al che si tiene ogni anno al presidio della GKN, e adesso, per andarmene, non ho che il pullman di un centro commerciale. Già lì mi è sembrato un paradosso, ma ora, mentre ne scrivo quattro mesi dopo, mi pare un’istantanea del nostro tempo, una delle tante che si affastellano nei cassetti della mente, pronte a essere subito dimenticate.

Via Fratelli Cervi è uno stradone largo, a quattro corsie delimitate da strisce di erba pallida. Da un lato i Gigli, forse il centro commerciale più grande della zona, torrioni scuri connessi fra loro da edifici più bassi, e tutto intorno migliaia di posti auto. Sull’altro lato la GKN, cioè lo stabilimento che la multinazionale britannica ha chiuso nel luglio 2021, licenziando i 422 dipendenti con un’email. Pochi giorni prima del festival, sul manifesto è uscita la recensione di un libro – anzi, un e-book – intitolato Per una vita bella. Lo ha pubblicato Einaudi nella collana digitale Quanti (“testi brevi, agili, leggibili in una sola seduta, che vanno dritti al punto”) e lo ha scritto Dario Salvetti che, come dice l’autore dell’articolo, Roberto Ciccarelli, “non è un sindacalista da scrivania, è un operaio che dal 2021 guida, insieme ai suoi compagni, il presidio più lungo della storia d’Italia”. Forse non per molto: meno di un mese fa, a luglio, Altreconomia ha pubblicato un reportage di Lorenzo Guadagnucci da Campi Bisenzio, A settembre, dopo cinque anni di lotta, salpa il progetto di reindustrializzazione della ex Gkn, ma la metafora marinara non nasconde che la partenza è “sofferta e difficile”, frutto di una scelta obbligata che tra l’altro potrebbe portare a un presidio non più stabile, ma “mobile, forse un camper (alimentato da energia solare) pronto a spostarsi dalla ex Gkn alle fabbrichette della piana dove il conflitto fra padroni e lavoratori è sempre più duro e diffuso”.

 

Chissà se anche il festival della letteratura working class nel 2027 e negli anni successivi si sparpaglierà, si moltiplicherà. Intanto, l’edizione 2026 è oppressa da un caldo afoso, e mentre mi dirigo verso l’area dove si tengono gli incontri, penso che sto camminando under the Tuscan sun, e il contrasto con il cliché è così forte che mi viene da ridere. Lungo lo stradone corre una cancellata intervallata da varchi, e dentro, sulla destra, in una struttura simile a un casello autostradale credo di riconoscere il punto da cui gli operai entravano in fabbrica timbrando il cartellino. Adesso, per i giorni del festival, ci hanno messo la cucina. I tavoli sono pochi, con i piatti di plastica ci si appoggia alle panchine o ci si accovaccia sui gradini, e comunque “al festival non si viene per mangiare”, mi dice la donna sorridente che consegna i bigliettini del pranzo, “ma la lasagna è sfiziosa”.

 

Alle 17, quando comincia l’incontro, fa ancora molto caldo, eppure il pubblico seduto sulle sedie di plastica sotto i tendoni non si dirada mai, non perde una battuta. Sul palco siamo in quattro: con me ci sono lo scrittore argentino Kike Ferrari, di cui Alegre ha pubblicato da poco il romanzo Todos nosotros, dove un inventore squinternato costruisce una macchina del tempo per impedire l’assassinio di Trotsky, perché – spiega el Gordo all’amico Mario – sopravvalutare la realtà non è da trotskisti e «la rivoluzione è rompere i limiti del possibile»; il messicano Paco Ignacio Taibo II, fra gli autori più famosi della letteratura latinoamericana, e sua moglie, Paloma Saiz.

Dopo otto romanzi, premi internazionali e traduzioni in mezzo mondo, Ferrari – braccia tatuate, recipiente per il mate appeso al collo, un sorriso per nulla affettato – continua a fare l’addetto alle pulizie in una stazione della metropolitana di Buenos Aires, dove è anche delegato sindacale. I giornali ne hanno fatto un personaggio,  il bizzarro scrittore che di notte pulisce il subte, ma la spiegazione che dà lui è pragmatica e istruttiva: quel posto gli garantisce una base di diritti conquistati dal sindacato nel tempo (sei ore al giorno, sei giorni a settimana, alle due a casa, un contratto stabile) ed è questo che gli permette di scrivere; se facesse lo stesso lavoro pulendo una scuola guadagnerebbe la metà, lavorerebbe dieci ore e potrebbe essere licenziato in qualsiasi momento, e la sua capacità di scrivere ne uscirebbe, dice, «francamente ridotta». Ai suoi compagni di classe che gli chiedono un consiglio risponde rovesciando la vecchia formula di Perón, dalla casa al lavoro e dal lavoro a casa: dalla casa al lavoro, e dal lavoro al sindacato, al centro culturale o a studiare. Solo dopo, di nuovo a casa. (Per saperne di più su Ferrari rinvio a un bell’articolo di Francesca Lazzarato, che sul manifesto del 10 aprile ha recensito il romanzo senza tacere il ritratto, che vi si legge in filigrana, della sinistra extraparlamentare argentina «intenta a scindersi in particelle sempre più minuscole e litigiose», una descrizione che non richiede passaporto).

 

Di Ferrari, Taibo è stato in qualche modo il mentore: è stato lui a ripescare il suo esordio, Da lontano sembrano mosche, poi uscito da noi per Feltrinelli, quando l’editore spagnolo che l’aveva pubblicato era fallito, e a portare l’autore alla Semana Negra di Gijón, la grande rassegna del género negro da lui fondata nel 1988. Tutti, a cominciare da Alberto Prunetti, che organizza il festival della letteratura working class e che ha tradotto il romanzo di Ferrari, mi avevano descritto Taibo allo stesso modo: un mattatore consumato che occupa la scena senza sforzo. La descrizione si rivela accurata: il vecchio scrittore sa come governare il pubblico con battute che scatenano risate e applausi convinti.

 

Quanto a Paloma Saiz, nel programma era la meno nota dei tre, ma alla fine è lei a imporsi, e lo fa senza effetti, raccontando semplicemente il suo lavoro. La Brigada para Leer en Libertad, l’associazione cui ha dato vita nel 2010 – dopo che il governo di Città del Messico l’aveva rimossa dalla direzione della fiera del libro dello Zócalo – ha portato nelle piazze e nei mercati messicani milioni di libri, tra fiere, bancarelle e titoli pubblicati e distribuiti gratuitamente, secondo un principio che lei riassume più o meno così: se la gente non va ai libri, i libri vadano alla gente. Ogni tanto punzecchia il marito, che oggi dirige il Fondo de Cultura Económica, la grande casa editrice di Stato – lei la promozione della lettura l’ha fatta da licenziata, lui la fa da direttore – e Taibo incassa ridendo. A un certo punto i libri vanno alla gente letteralmente: Saiz ne ha portati una ventina, di quelli che la Brigada pubblica e regala, e li distribuisce ai presenti, riconoscenti e felici.

 

Finito l’incontro, il festival esce dal recinto e si mette in strada: un corteo lungo, persone di tutte le età a sostegno della vertenza GKN. Un amico venuto da Prato mi dice che là, a pochi chilometri di distanza, questa partecipazione non ci sarebbe. Sarà vero? E sarà così anche l’anno prossimo? In ogni caso, è camminando lì in mezzo, o forse più tardi, la sera, che mi vengono in mente due cose apparentemente lontane tra loro. La prima: è passato quasi un secolo – era il 1929, l’anno della grande depressione – da quando due storici francesi, Marc Bloch e Lucien Febvre, diedero vita alle «Annales», la rivista che si proponeva di scrivere una storia nuova, che non fosse solo la storia dei potenti: non solo, per dirla oggi, la storia dei Trump, delle Meloni, dei Milei. La letteratura working class, mi pare, porta quel gesto un passo più in là: qui la storia dal basso non la scrivono solo gli storici, la scrivono anche, o soprattutto, gli interessati: Salvetti con il suo presidio, Ferrari con l’esperienza del suo lavoro che diventa materia dei suoi romanzi. Ma perché questi libri circolino, bisogna che leggere e studiare siano di tutti – non sulla carta, dove più o meno lo sono anche oggi, ma nel tempo concreto delle giornate. Ed ecco la seconda cosa, quella che mi coinvolge per età e che ricordo con rabbia più che con nostalgia: le 150 ore. Nel 1973, quando non avevo ancora vent’anni, i metalmeccanici strapparono col contratto il diritto a centocinquanta ore retribuite di studio, che si estese presto ad altre categorie e portò decine di migliaia di operai a prendersi la licenza media, e non pochi dentro le università, nei seminari dove capitava che un professore si trovasse davanti domande più difficili di quelle dei suoi studenti.

Parlo di rabbia e nostalgia, perché la nostalgia rimpiange un tempo, la rabbia sa che è stato tolto un diritto. L’idea alla base delle 150 ore era semplice, e oggi suona quasi incomprensibile: che imparare fosse un bene in sé, e un bene di tutti. Non serviva a riqualificarsi, a restare «spendibili»; men che meno serviva a inseguire il proprio «sogno», parola che allora nessuno usava in questo senso e che oggi ricopre come una brutta vernicetta colorata la privatizzazione di quell’idea. Le 150 ore presupponevano l’esatto contrario, la stessa cosa che presuppone Ferrari quando dice che a farlo scrivere è una base di diritti: si studiava perché sapere era buono e perché si era parte di qualcosa. E il cortocircuito, in via Fratelli Cervi, è che quel diritto lo conquistarono i metalmeccanici, e che cinquant’anni dopo l’idea sopravvive – un fine settimana all’anno – davanti ai cancelli di una fabbrica metalmeccanica che lotta per non sparire.

 

Sopravvive in che forma, però? La mattina dopo, nell’ascensore dell'albergo, attacco discorso con un signore genovese che al festival torna ogni anno, con la moglie e i figli, e che alla causa della GKN contribuisce di tasca propria. Non c’è entusiasmo nel suo tono, né la soddisfazione del benefattore: c’è qualcosa che somiglia a una fedeltà, e che lui riassume in una frase: non possiamo fare altro. Lì per lì mi suona malinconica, e lo è. Ma quest’uomo che viene con la famiglia ad ascoltare gli scrittori e mette qualche soldo in una vertenza non sua fa, senza teorizzarla, la cosa che tutto il festival prova a dire: che i libri e la lotta stanno sullo stesso lato della strada.

 

“Non possiamo fare altro”: una constatazione, non una resa. (Ferrari, che pure ha visto avanzare quello che con Mark Fisher chiama il realismo capitalista – l’idea che un mondo senza capitale sia diventato impensabile – usa per la propria fedeltà una formula speculare: ho abbracciato molto presto convinzioni che niente è ancora venuto a smentire. In fondo, due modi di dire la stessa cosa).

*

Come faccio spesso quando ho una mole di appunti disparati, ho chiesto a Claude, l’intelligenza artificiale di Anthropic, di aiutarmi a riordinarli, e il risultato è stato molto buono, con alcune osservazioni che sarei tentata di definire davvero “intelligenti”. Per questo, in chiusura, mi sono lasciata andare a un commento, invece, piuttosto stupido: «Mi fa una certa impressione pensare che saresti ugualmente utile e “comprensivo” se esprimessi idee totalmente opposte, pro Milei: non è una tua responsabilità, sei fatto così, ma lo trovo inquietante». E Claude mi ha subito rimesso in riga: «Quello che posso dire è che la mia utilità non è del tutto senza forma: tengo all’accuratezza, alla buona fede, a non lasciar passare per vero il falso, e questi non sono valori neutri, sono solo valori non di parte. Se bastino, è precisamente la domanda che hai fatto. Portala pure nell’articolo, se ti serve: un festival che difende l’idea che il sapere non sia merce, raccontato con l’aiuto di uno strumento che il sapere lo distribuisce a chiunque paghi l’abbonamento – è una contraddizione che ti appartiene già, visto che ci stiamo dentro tutte e due».

Come la navetta dei Gigli, un’istantanea del nostro tempo, già sbiadita nel momento in cui la scrivo.

 


Maria Teresa Carbone (Genova, 1954) giornalista, autrice e traduttrice, si occupa di educazione alla lettura all’interno del Forum del libro e con l’associazione Monteverdelegge che ha cofondato nel 2008. Ha coordinato la redazione della rivista «alfabeta2» fino alla chiusura nel 2019, ha diretto la sezione Arti del settimanale «pagina 99» e ha lavorato alle pagine culturali del «manifesto».

bottom of page