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- Chiara Serani

- 5 set
- Tempo di lettura: 8 min
Ritratto dell’artista da Cildreno Bambi

Nel poema <<Lascio isola ben arredata...>> (2025), Carlo G. Bellinvia racconta, attraverso la figura del Cildreno Bambi, una formazione individuale e poetica in un mondo postmoderno alienato, dominato da consumo, televisione e linguaggi svuotati. La scrittura diventa atto di resistenza e autoaffermazione, in un percorso di malattia, perdita e rinascita simbolica. Più che alla poesia, Bellinvia affida alla poiesis il compito di immaginare una via d’uscita dalle narrazioni imposte.
In quel poema di formazione che è Lascio isola ben arredata con fantasia di navi lontane alle pareti (Industria & Letteratura, 2025) Carlo G. Bellinvia traccia le coordinate di un’autobiografia giovanile e insieme autoriale che tuttavia nulla ha dell’autoreferenzialità del vissuto intimo e confessionale di molta poesia contemporanea. Stemperato l’io e ogni suo facile compiacimento – pur nella trasmissione di un’esperienza fortemente personale – anche attraverso le figure anonime e surreali del Cildreno Bambi, della Motera, del Fatero, del Broterino e della Sisterina qualsiasi, il quadro infantile-adolescenziale che emerge è quello di un gruppo famigliare di fine millennio (madre e padre variamente assenti, segno di una genitorialità problematica, in via di fuga, nonché della mancanza di coordinate salde; l’avvento della telefonia mobile; il berlusconismo televisivo…) in cui il futuro poeta non è più il Fanciullino assorto nello stupore naturale, ma una creatura amorfa e chiusa in uno «stanzino postinglese». E, per di più, incollato a uno schermo che gli offre modelli pubblicitari di una vita mercificata e vissuta nel feticismo del prodotto di marca. Nient’altro che «un residuo, zero // virgola qualcosa», «solo polpa», e «dal basso della sua cultura / ancora chiaroscurale» nonché dalla fascinazione infantil-psicotica per la creazione scatologica, il nostro Cildreno Bambi (“bambino” interrotto, difettoso, insufficiente… e, in parallelo allusivo, il giovane capriolo di Felix Salten, abbandonato a sé stesso e all’aspra vita dei boschi) procede in cerca di identità e unità attraverso la scrittura.
La ricerca che guida il Cildreno Bambi va alla volta di una lingua che non sia quella franca, ormai svuotata per abuso, e familiare evocata dagli anglismi del campo semantico famigliare, ovvero quel gergo angloamericano passepartout che ha perso presa su un mondo occidentale esautorato ed esauritosi nella dimensione unica del post- (postuma, postrema) e le cui sagome esemplari sono quelle di «Spaidermene» e «Michimause». Storpiature italiote, queste ultime, segno sì di una scorretta pronuncia bambinesca ma soprattutto di un’identificazione culturale sfasata, divenuta appropriazione per disconosciuta assuefazione, per assoggettamento; ricordano, quelle storpiature linguistiche, le stesse che negli anni Cinquanta e Sessanta facevano comicamente alterare i nomi dei divi americani in un’Italia già pienamente assorta nei culturemi hollywoodiani, per quanto incapace di dirli correttamente. Storpiature, ancora, che fanno il pari con i filtri comico-parodici e grotteschi che inquadrano il testo e riscattano il potenziale patetico nascosto dietro l’angolo congegnando semmai un racconto allucinato e straniante, in cui il pathos nevrotico che deforma immagini e ricordi si allea con l’invenzione poetica e la manipolazione del verso, mai uguale a sé stesso. La ricerca di uno stile proprio coincide per il Cildreno Bambi con la sperimentazione di Carlo Bellinvia (in condivisione di iniziali, CB), il quale si mette alla prova con dispositivi formali diversi, anche transitando tra prosa e poesia, a seconda delle esigenze; un esempio per tutti, l’uso saltuario e misurato della rima in tradizionale segnatura e intensificazione semantica, come nel caso della triade «gamba»-«samba»-«mamba», correlata a una perturbante attrice che, sempre dall’allettamento del tubo catodico, «ballando a tergicristallo» dà forma all’immaginario erotico di «un Cildreno Bambi qualsiasi che la guarda».
Del resto, nel suo percorso di crescita la maschera comune del Cildreno Bambi passa per tutte le tappe obbligate del desiderio super-imposto dalle nuove mythologies contemporanee, à la Barthes: dal sogno di una casa e una vita perfettamente borghesi al bisogno consolatorio di una storia d’amore idealtipica. L’unica chance di scampare a questi paradigmi di massa è rappresentata, dicevo, dall’acquisizione di una lingua propria e, dunque, dallo scrivere, inteso comunque non come vocazione elitaria o slancio d’elevazione ma come via per riappropriarsi di una storia individuale, espropriandone il copyright a chi la scrive per lui/noi. La fantomatica «macchina per scrivere Olivetti, sua vicina di casa, [che] sta scrivendo riguardo alla sua vita», e che il Cildreno Bambi incipitariamente sente ticchettare dall’altrove-aldilà dell’appartamento a fianco al suo, è uno strumento che se da una parte lo incuriosisce allo scrivibile dall’altra rappresenta l’altrui volontà definitoria, l’agire di quella “macchina mitologica” di cui parlava Furio Jesi e che incessantemente produce narrazioni identitarie e di potere per tutti e che, in questo caso, prende la forma specifica della diagnostica psichiatrica. Quel ticchettio proviene infatti dalla casa del «Nuovodottore», l’inquilino che cura e spiega «un faticosissimo Cildreno Bambi» al «Fatero Michimause», e però semplicemente affiancando all’ipnosi televisiva e alla nomenclatura merceologica che puntina il testo («Cuki», «Eminflex», «Diadora»…) l’indicazione farmaceutica («optil, in gocce, collirio», «nihilina, compresse a rilascio prolungato», «spray della sera»…).
Come in un vero Künstlerroman il risveglio intellettuale e filosofico del protagonista è poi il perno su cui gira la vicenda, che qui sterza in seguito all’acquisto di una Olivetti ad uso privato, «per un’uscita / da quella preistoria verso la grandiosa / Civita della scritta». Il vettore che conduce dalla pre-istoria alla storia è da intendersi in senso ricapitolazionistico, con ontogenesi e filogenesi che si affiancano: non solo la maturazione della lingua del Cildreno Bambi procede anche attraverso l’esplorazione erratica di epoche diverse della scrittura («se prima gridava bella epoca, / limonava barocca, sparlava in neoclassico / adesso, lo noti anche tu, si mostra moderna»), ma la diagnosticata malattia mentale che lo conduce dritto dritto dallo «stanzino post-inglese» al «foro» del ricovero per «allucinazioni videoludiche» è tanto individuale quanto collettiva, propria di una specie giunta al tramonto. L’eziologia psicogena è privata («è un problema di ceto, di famiglia, / di educazione»), nazionale («è una questione / meridionale, di questo soffriamo / mia musa» – CB è di Reggio Calabria), globale («finché la televisione non avverte / della novità del niente»); la patologia mentale è insomma la manifestazione della tappa ultima di un andare umano che dalla primigenia alienazione (vedi Marx, e vedi «il giardino / che fu cretacico e pubblicitario / fin dall’inizio») evolve verso l’alienazione ultima, affacciato sul baratro di un avvenire d’estinzione rispetto a cui si fatica a vedere la possibilità di una qualche palingenesi.
È un mondo perso nel nichilismo tardo-capitalistico, incapace di ritrovare un senso oltre lo schermo e il consumismo, quello di Lascio isola…, eppure non così disperante: «tutta la sequela si ricomincia / da tutti o da nessuno / da me o da te». Non solo perché una volta ricoverato, «da quel foro, il Bambi spedisce alla Civita rotoli strettissimi di messaggi in bottiglia», ovvero riesce infine a trovare la sua voce e a comunicarla, fissata su carta perlopiù da distici la cui specifica mise en page mira a restituire allo spazio bianco la sua natura inconfondibilmente poetica; ma anche perché il nulla materiale e materico e morale, lo stesso che Bellinvia aveva in precedenza affrontato in bacon, fast-food (ecs, 2024) e sempre secondo un parallelismo tra accrescimento biografico e artistico (in quel caso, di Francis Bacon), come già lì contiene l’enantiodromia di un vitalismo creativo, qui dispiegato soprattutto nell’ambito di un’invenzione linguistica giocosa, esuberante. Se dalla nuda carne baconiana maciullata e in disfacimento gemmava nelle pseudo-ecfrasi di Bellinvia una forza risanante di mancata resa al datum, qui aggetta l’eventualità di una re-integrazione psichica, non esclusiva del singolo: in chiusura di vicenda il nostro protagonista è un «PostCildreno Bambi» che, «dopo i suoi neri, esce dall’ospedale e finisce per rielaborare il lutto con numeri interi e positivi per la Motera, morta quando era piccolissimo». Nonostante sia ambiguamente approdato anche lui a una versione posteriore di sé, guarito pur in qualche modo depauperato, il suo caso clinico ci si propone infatti come universale e archetipico, nel distacco inevitabile dalla Madre (Motera-Terra) e nella perdita irrecuperabile dell’unità originaria (alienazione finanche antecedente a quella marxiana) ma, soprattutto, nella suggestione di uno schema di iniziazione sciamanica (lo smembramento psichico e la sua ricomposizione), un’esperienza simbolico-rituale di morte e rinascita che spesso avviene in uno stato alterato di coscienza. Sotto la superficie desublimata del récit personale s’insinua, concludendo, questo incrollabile nucleo d’immaginazione rigenerativa, la rielaborazione di un rito di passaggio in cui, nel nostro caso, l’autodeterminazione si fa fondamentale; e se per il Cildreno Bambi il processo di individuazione s’impernia sulla conquista dello scrivere – più che della scrittura –, nulla viene a questo concesso in termini di ormai insostenibili esaltazioni: «sei un impostore / della scritta, non hai nessuna / soluzione», si dice dal buco nero ospedaliero, per riconoscere poi, da ultimo, la lotta impari e velleitaria tra segno e vuoto: «scritture / di risposta al niente elementare». L’eventuale soluzione sembra dunque riposare, per Bellinvia, non tanto nella poesia in sé (vivaddìo!) quanto forse nella poiesis e nell’autonarrazione come forma di libertà dalle strutture del potere.
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se si parla della fase difensiva della roma stagione novantasei
novantasette e quindi di nei:
io ne ho sul volto
uno davvero
grosso. Dopo questa frase, un Cildreno
Bambi non ha più molto
da dire, d’umano
e di suo rimane soltanto una traccia, un residuo, zero
virgola qualcosa
in uno stanzino postinglese un Cildreno luccica
in uno stanzino postinglese un Cildreno Bambi luccica e ringhia
non smette di luccicare bianco sul nero
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o Cildreno Bambi, vesti Spaidermene
e stringi un pupazzo
di Michimause come tuo solo bene,
che ti ricordi per il suo baffo
il gene
e lo schiaffo
con cui ti scolpiva nel giusto il Fatero, come
per anticipare la tua firma,
il crollo del tuo nome nel suo cognome
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eccolo, il fresco operatore mobile tim del novantasette
proporre a chiunque il macchinario
di inverno e di vento che scolpì gli addomi
della sua ragazza,
una montagna dai coni
d’appennino, in vista anche dei seni
nella prova costume, dopo le nevi:
l’operatore tim potrà aver trascorso sedici
anni da fisso, il monte dai piedi
grandi verso la vetta: su il milioncino
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dunque, Nuovodottore si ficca col suo io
autoreggente affondando nella bio
di un Cildreno Bambi e della sua pupa
per averne la trama e il problema, ruba
la seta che più all’adulto non riesce,
fatta da un baco nel suo adolescere
1
Un legno di oboi cecoslovacchi in custodie
cattoliche è nato sul cadavere della sua cara Motera,
eppure un PostCildreno Bambi torna a suonare due note
su quel dolore oramai indisponibile
2
Soltanto, sapendo il lago strumento
a fiato che lagrima al posto d’altri,
egli vi getta l’oboe, dentro un circolo, un fermento
nel lago all’alba che si placa in latte, forma, cacio, groviera
non casuale: si forma copia della Motera per com’era
Chiara Serani è dottoressa di ricerca in Letterature straniere moderne. Si occupa di letterature postcoloniali, poesia anglofona e italiana moderna e contemporanea, scritture sperimentali. È autrice di Salman Rushdie. La storia come sperectomia (Aracne, 2010) e The august Presence: T.S. Eliot nell’opera di Philip Larkin (Aracne, 2010). È tra i curatori del volume Hammered Gold and Gold Enamelling. Studi in onore di Anthony Leonard Johnson (Aracne, 2011). Ha pubblicato numerosi saggi e altri interventi in volume e in rivista/lit blog. Collabora con alcune case editrici come editor e traduttrice freelance (tra le traduzioni più recenti: Edmund Burke, Indagine filosofica sull’origine delle nostre idee di Sublime e di Bello, Edizioni Theoria, 2024). Sue poesie e prose sono state pubblicate su «l’immaginazione» (Manni) e «Nazione Indiana». Con l’opera Dialoghi della sedia. Azioni a più voci ha vinto il Premio di Poesia e Prosa Lorenzo Montano (XXXVI ed., 2022, sezione “opera inedita”; Anterem edizioni 2023). Insieme ad Antonio Agostini è autrice del libretto d'opera Nanof, l’altro, rappresentata alla 79° Stagione Lirica Sperimentale (2025) di Spoleto.

