fascismi
- a cura della redazione del comparto fascismi

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Sulla remigrazione, o della ridefinizione del concetto di cittadinanza

Fino a pochi anni fa la parola «remigrazione» apparteneva al lessico dei neonazisti più duri e puri; oggi è diventata uno dei nuclei centrali della proposta politica delle destre, tanto dei gruppi extraparlamentari quanto delle formazioni istituzionali. Più in generale, il termine si è imposto nel dibattito politico, sui social, sui giornali e nel discorso pubblico nel suo complesso, facendo passare la deportazione forzata e la ridefinizione della cittadinanza su base razziale come una proposta di buon senso, dal sapore tecnico e sociologico.
La genesi del termine è rintracciabile negli ambienti identitari e dell’alt-right, ed è Martin Sellner, uno dei teorici di riferimento che più hanno contribuito alla sua diffusione, a esplicitare l’idea di fondo della proposta remigrazionista: ristabilire l’identità tra eredità biologico-culturale e cittadinanza.
Il centro del discorso remigrazionista è il mito del ritorno a una comunità nazionale originaria, la difesa della comunità intesa come «sangue e suolo». I leader della remigrazione si propongono come veri e propri designer: producono un simulacro di società, dichiarandosi capaci di ricreare una comunità nazionale perduta. Richiamandosi a un passato idealizzato, a un tempo indefinito in cui «si stava meglio», alimentano l’odio verso le alterità, accusandole di essere responsabili del declino sociale e morale della società. Così facendo occultano i problemi strutturali del capitalismo finanziario e della sua crisi sistemica, addossandone la colpa a facili capri espiatori, in primo luogo alle persone migranti.
Questa promessa di restaurazione avanzata dai fascismi contemporanei produce una mitologia e uno specifico linguaggio, composto da concetti talmente idealizzati da perdere quasi ogni riferimento con la realtà. In questo senso, la remigrazione si inserisce in una genealogia di ben più lunga durata e si ricollega al fascismo storico proprio per la pretesa di restaurare l’assoluta e immutabile fissità di un ordine «naturale», fondato sul privilegio di una presunta superiorità razziale.
Un paragone emblematico è quello con il mito nazista della razza ariana: un’entità della cui esistenza storica non si sapeva nulla e della quale non esisteva alcuna prova, ma la cui mitologia si rivelò efficace nel giustificare un progetto genocidario. Oggi, in maniera simile, le destre promuovono il mito di una società passata, identificabile nei periodi del boom economico del secolo scorso, presumibilmente più giusta, ordinata e coesa, che sarebbe stata corrotta dall’arrivo dei fenomeni migratori. Anche questa visione è un mito che non trova alcun riscontro nella realtà storica: l’economia capitalista, persino nei suoi momenti di apparente prosperità e «benessere», si è sempre fondata sullo sfruttamento strutturale di specifiche classi sociali e aree geografiche, dentro e fuori i confini nazionali.
Tuttavia, la mitologia costruita intorno a questo nucleo immaginario funziona oggi per giustificare la politica di remigrazione. Facendo leva sulle frustrazioni accumulate da un’eterna crisi economica, dal carovita e dallo smantellamento del welfare e dei servizi di base imposto dall’economia di guerra, i partiti della destra remigrazionista spingono i sentimenti di massa verso la xenofobia. Soprattutto attraverso i social media, dalle pagine degli influencer del degrado ai contenuti scandalistici, si genera così una domanda continua di «più sicurezza», che viene immediatamente tradotta nella richiesta di controllo ed espulsione degli stranieri.
Questo microfascismo diffuso non è pensabile senza il processo che da almeno un decennio insiste nelle metropoli europee: la politica del decoro e la gentrificazione. Senza questa divisione dello spazio urbano, senza questa specifica idea di città e di vita urbana, non sarebbe possibile il sentimento che oggi smuove migliaia di cittadini, o meglio utenti, pro-remigrazione, anti-maranza, «per la sicurezza». L’organizzazione della città contemporanea ripropone in scala l’organizzazione del mondo: da un lato zone pacificate, smart city e centri storici consegnati all’uso e consumo del turismo e della rendita; dall’altro zone di guerra, periferie abbandonate e baraccopoli. È una geografia duale che non smette di frammentarsi ancora e ancora, dentro la quale il capitale definisce lo spazio in maniera sempre più capillare, scomponendo territori e abitanti in funzioni separate.
La remigrazione si inserisce quindi nel solco della città-vetrina, approfondendo le divisioni dettate dalla linea del colore e assegnando a ciascuno il proprio ruolo nel confine urbano. La spinta non è necessariamente quella di eliminare ogni presenza immigrata, ma di relegarla nel punto più basso della catena del lavoro salariato, utilizzandola come forza lavoro sacrificabile nelle diverse «periferie» della produzione: dai megacentri della logistica ai campi di pomodori, dal lavoro domestico allo spaccio; e, quando necessario, nelle carceri o nei Cpr.
In questo processo un ruolo centrale è svolto non solo dal concetto di sicurezza, ma anche dalla teoria della «grande sostituzione etnica». Secondo questa narrazione, l’immigrazione non sarebbe il prodotto di fattori climatici, ambientali, economici e politici, ma il risultato di un piano preordinato da fantomatiche élite globaliste volto a rimpiazzare i «bianchi» con i «neri». La teoria, nata negli ambienti neonazisti statunitensi degli anni Settanta e successivamente rielaborata dall’estrema destra francese, è rimasta per circa un trentennio un patrimonio di nicchia. Negli ultimi anni, però, si è diffusa vertiginosamente, fino a diventare il cavallo di battaglia di parlamentari, giornalisti e opinionisti che agitano continuamente il presunto «rischio di islamizzazione» della società.
Soltanto l’alienazione metropolitana, la microsfera di una vita condotta individualmente e al di fuori di ogni possibilità di comunità, poteva produrre una simile scissione tra realtà dei fatti e percezione del mondo. Questa situazione schizoide spiega anche il rinnovamento della delazione, della sorveglianza reciproca e dell’abolizione di ogni differenza tra polizia e popolazione nelle metropoli occidentali, in cui ogni cittadino può in qualsiasi istante trasformarsi in uno sbirro, fotografando, denunciando e indicando la presenza ritenuta sospetta.
Sul piano pratico, l’imporsi del discorso remigrazionista nell’agenda politica sta già producendo i primi risultati. Lo mostrano, ad esempio, il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo e il regolamento sui rimpatri approvati dall’Europarlamento lo scorso 12 giugno, attraverso i quali viene smantellato il diritto d’asilo così come era stato definito nel dopoguerra, si apre ai respingimenti collettivi e a retate in stile Ice e si rende possibile l’apertura di centri di detenzione in paesi terzi. In Italia questo processo era già visibile nei decreti immigrazione e nel disegno di legge sicurezza del governo Meloni, tanto nell’impedimento de facto dei ricongiungimenti familiari quanto nella creazione delle zone rosse e delle misure «anti-maranza».
Tuttavia, la proposta della remigrazione deve fare i conti con una realtà nella quale, nei paesi europei, la popolazione immigrata rappresenta il motore principale della produzione e della creazione di plusvalore. A oggi infatti interi settori dipendono in larga misura dalla manodopera straniera: agricoltura, logistica, edilizia, lavoro domestico e di cura, ristorazione. A questo dato, va aggiunto che le proiezioni demografiche indicano che entro dieci anni l’Europa perderà circa tredici milioni di persone in età lavorativa, di cui quasi due milioni e mezzo in Italia: una caduta che nessun boom delle nascite o della produttività potrà compensare. Per mantenere le capacità produttive attuali, l’ingresso di forza lavoro immigrata sarà quindi ancora più indispensabile.
La proposta della deportazione generalizzata appare quindi irrealizzabile all’interno del sistema economico attuale. Viene allora da chiedersi se, dietro la proposta di facciata acchiappavoti, si nasconda una nuova fase di accumulazione che gestisce il fenomeno migratorio per produrre capitale in una forma diversa; oppure se si tratti di una proposta genuinamente e autonomamente fascista in senso storico, attraversata cioè da una spinta negativa verso l’autodistruzione, capace di subordinare persino la razionalità economica all’ossessione razziale.
Le due possibilità, del resto, non sono necessariamente alternative, e il fascismo tardo capitalista sembra riuscire a soddisfare le esigenze immediate del capitale e allo stesso tempo offrire nuovi strumenti di divisione e controllo di larghe parti della società.
La risposta più verosimile è che la proposta si inserisca all’interno di una ridefinizione generale della cittadinanza, trasformata in un premio condizionato che lo stato concede e può ritirare, restringere o allargare a piacimento distinguendo tra popolazioni desiderabili e indesiderate. L’obiettivo non sarebbe quindi eliminare la presenza delle persone straniere, ma escluderle da quel poco di diritti che ancora restano, creando una società separata composta da lavoratori usa e getta.
Per non alterare l’identità «etnica e culturale», non solo le nostre società non devono accogliere indiscriminatamente, ma la stessa forza lavoro condotta e irreggimentata con cura nei nostri paesi deve poter essere rispedita indietro quando il suo lavoro non è più richiesto. Ciò che si vuole ottenere con lo slogan della remigrazione è quindi la possibilità di tenere perennemente in uno stato di precarietà, sotto lo spettro dell’espulsione, anche chi oggi ha già la cittadinanza italiana o i requisiti per richiederla.
La remigrazione prefigura così una società di statuti personali differenziati, una scala di gerarchia interna alla cittadinanza stessa: cittadini pienamente titolari, cittadini condizionati, residenti temporanei, lavoratori stagionali, richiedenti asilo, irregolari, internati nei centri di permanenza per il rimpatrio. A ogni gradino di questa scala corrisponde una diversa quota di diritti, una diversa esposizione al controllo poliziesco, una diversa ricattabilità sul mercato del lavoro. Se le persone immigrate e razzializzate sono le prime a subire questa differenziazione, va notato come gli stessi dispositivi vengano applicati dai governi della destra verso agli oppositori politici, i militanti e di tutte le voci dissonanti, in nome dello stesso principio di «sicurezza».
Costruire la mobilitazione contro il progetto della remigrazione e contro la svolta securitaria si impone quindi come un imperativo, non solo per opporsi alla deriva razzista e reazionaria verso cui la politica istituzionale si orienta, ma per cogliere una possibilità: quella, per le comunità di lotta che attraversiamo, di riempire un vuoto, di riunire le lotte fra i dannati della terra, di rimarcare la distanza tra chi è incluso e chi, come noi, farà sempre parte della popolazione indesiderata.

