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fascismi

Immagine del redattore: a cura della redazione del comparto fascismi
a cura della redazione del comparto fascismi
2 ore fa
Tempo di lettura: 5 min

Sulla miseria dei neofascisti davanti al movimento attuale


Park DukJoon (particolare)
Park DukJoon (particolare)

Negli ultimi mesi movimenti complessi ed eterogenei hanno infuocato grandi e piccoli centri urbani in Albania, Francia e Spagna, epicentro di un terremoto che inizia a diffondersi nel resto d’Europa. Anche in Italia infatti, in piazza, davanti ai licei e ai caselli autostradali, è apparsa un’eccedenza, mobilitazioni che sembrano travalicare la “bolla” militante, utilizzando una una lingua tanto comune quanto, ci auguriamo, inappropriabile.

Lo scopo di questo contributo non è quello di analizzare le mobilitazioni di queste ultime settimane, su cui sono già state scritte molte - forse troppe - parole, ma cercare di far luce su un “effetto collaterale” delle proteste: la caduta definitiva dell’autorappresentazione della destra come “ribelle”, “antisistemica” se non addirittura “rivoluzionaria”. In particolare, vogliamo evidenziare come la nuova fase di mobilitazione abbia, già dopo pochi mesi, lasciato emergere la natura intrinsecamente reazionaria della destra neofascista nelle sue forme istituzionali e non, andando ad assolvere, nei casi più estremi una funzione propria del “fascismo storico”, ovvero una funzione repressiva.

 

Le manifestazioni che hanno animato il 17 e il 24 ottobre diverse città italiane partivano da un insieme vasto di rivendicazioni legate al carovita. Un complesso di tematiche che nel nostro paese è stato spesso bollato, usando un termine scomodo e infelice, con l’etichetta di «populismo». Si è parlato di caro benzina, sanità pubblica inesistente, abbandono statale, e molto altro. Parole d’ordine già viste, messe in campo da movimenti di diversa natura che siamo stati abituati a vedere strumentalizzati dalle forze della destra, sia partitiche che movimentiste. Queste parole d’ordine sono state spesso utilizzate come cavallo di troia per sostenere semplificazioni razziste che sfociavano in pretese ipersecuritarie.

Gli esempi nella storia recente sono diversi, dal movimento dei forconi; alla fase iniziale dei Gilet Gialli, quando frange di ultradestra parteciparono e spalleggiarono il nascente movimento antimacronista, prima di esserne definitivamente esclusi; o, ancora più recentemente, il tentativo di egemonizzare le mobilitazioni che si sono susseguite durante la pandemia di Covid.

In tutti questi casi, la strategia messa in campo è chiara: le forze della destra si ponevano vicine al malcontento diffuso presentandosi come forza antisistema e antiestablishment, interpreti della vera volontà del “popolo”.

 

Se questo meccanismo ha funzionato fino ad ora, ad un primo sguardo, nelle enormi mobilitazioni di questi giorni, la postura delle forze di destra appare del tutto differente.

In Francia, nelle scorse settimane, le organizzazioni di ultra destra si sono schierate apertamente e in maniera conflittuale contro il movimento. Sono infatti numerose le testimonianze di attacchi da parte di gruppi neofascisti verso i cortei o i blocchi dei licei e delle università. Tali forze hanno assunto un ruolo espressamente repressivo, con l’esplicita complicità delle forze di polizia.

Situazioni simili, seppur con minore intensità, si sono verificate anche in Italia, dove i tentativi di Azione Studentesca di impedire le occupazioni di alcuni licei, hanno anticipato i numerosi comunicati di gruppi e gruppuscoli neofascisti che minacciano ronde, presidi anti maranza e squadracce salva vetrine, come risposta alle rivolte milanesi. Infine, a Roma le organizzazioni giovanili della destra di governo hanno esplicitato la loro posizione utilizzando come slogan della loro contro-manifestazione “sblocchiamo tutto”.


Nonostante queste contro-manifestazioni abbiano riscontrato una partecipazione minima, testimoniano l’indirizzo esplicitamente reazionario verso cui l’ultra destra si sta orientando, a cui si accompagna l’azione repressiva sul campo legale e poliziesco.

Che cosa resta quindi del discorso antisistemico che hanno provato a sostenere negli ultimi anni? Dove sono finiti i paladini del popolo contro i governi liberticidi e contro l’establishment dei potenti?

 

Una delle principali ragioni di questo rinnovato spirito reazionario crediamo vada individuata nella composizione sociale che sta animando le rivolte, almeno nelle metropoli italiane. Una composizione di giovani e giovanissimi senza niente da perdere, cresciuta tra pandemie, guerre e crisi economica senza soluzione di continuità, per cui lo “Stato” esiste solo nella forma di abbandono e dei suoi istituti repressivi, dalle carceri minorili, ai CPR fino alle scuole fatiscenti. Questa composizione estremamente stratificata, ancora una volta etichettata con una semplificazione riduttiva attraverso l’abusato termine “maranza”, catalizza l’odio di buona parte delle società borghese, tanto per una buona dose di razzismo, quanto per l’avversione verso chi ha l’aspirazione di sottrarsi allo sfruttamento salariato a vita. Per queste soggettività, l’ultra destra non ha oggettivamente niente da offrire, se non repressione e razzismo.

 

Come più volte abbiamo avuto modo di scrivere nei testi pubblicati precedentemente, è in questa fase di rivolte, che emerge il lato autenticamente controrivoluzionario e di “controrivoluzione preventiva” dell’ultra destra, in particolare il suo ruolo funzionale al mantenimento dell’ordine costituito. Attualmente ciò può essere osservato in ambedue le declinazioni della destra contemporanea: la destra di governo - sul lato repressivo - risponde con l’ennesimo decreto sicurezza, messo su carta con una rapidità estrema con l’obiettivo di identificare e perseguire i giovanissimi che hanno rovinato il salotto della Milano bene; la destra autodefinitasi “sociale”, che ricostituitasi negli ultimi mesi attorno alla nuova parola d’ordine “remigrazione”, proclama una caccia all’uomo su base razziale. Una risposta univoca, priva di aderenza con ciò che le proteste rivendicano, e miope di fronte alle criticità che hanno portato a questo stato di cose non tanto a livello nazionale quanto europeo. Criticità che riguardano trasversalmente l’Europa, anche quel “popolo bianco” a cui sembrano così affezionati.

 

Le proteste e i blocchi degli autotrasportatori, una classe “media” e tendenzialmente bianca in cui storicamente hanno trovato consenso le forze della destra, mostrano l’evidenza dei danni di quattro anni del governo più a destra della storia italiana, le cui politiche compiacenti a un’economia globale mortifera hanno aggravato una crisi sociale già avanzata, portando alla soglia della povertà una grande fetta della popolazione.

 

Non stupisce quindi, che i blocchi diffusi al centro-sud, seppur eterogenei tra loro, condividano tutti una linea chiara: niente passerelle per i politici. Una linea esplicitamente apartitica ma schiettamente politica. Fanno sorridere le immagini di Gianni Alemanno, neoentrato in Futuro Nazionale, cacciato dai manifestanti al casello di Cerignola, o le interviste di un gruppo di autotrasportatori i quali sostengono che il novanta per cento di loro ha votato Giorgia Meloni alle scorse elezioni, la stessa che, insieme a Salvini, li ha ridotti alla fame, e chiudono l’intervista con una proposta: tassare le multinazionali! Davvero il mondo al contrario…

 

L’estrema destra, dai partiti ai movimenti, incapaci di mettere in campo pratiche che portino i temi del caro vita in cima all’agenda politica, appare immobile e incapace di perseguire la retorica della «ribellione» della quale negli ultimi anni avevano provato ad appropriarsi, un fallimento politico tanto nelle metropoli quanto nelle zone della logistica. Ciò porta alla naturale svolta verso obiettivi immediati riassumibili nel binomio “remigrazione e sicurezza”, la soluzione “antimaranza” su cui sembra saldarsi l’asse tra destra di governo e movimenti neofascisti. Elementi che mostrano ancora una volta la natura intrinsecamente reazionaria e conservatrice di una destra incapace di rispondere alla rabbia di chi subisce il carovita sulla propria pelle. Così la destra sociale, davanti alla tanto attesa rivolta di popolo contro l’establishment non resta a guardare e, rispolverando una vecchia anima, torna a prendere posto tra i difensori materiali dell’ordine costituito.

 

Le mobilitazioni, da Nord a Sud, rappresentano una risposta netta e viva alle politiche economiche e securitarie che nell’ultimo quinquennio si sono diffuse in Europa.

Seppur questo nascente movimento rinfresca un’aria stantia, rendendo leggibili a chiunque le contraddizioni di questo governo, difficilmente cancella decenni di politica conservatrice, i cui effetti si vedono in primis nel discorso pubblico.  La compagine istituzionale mette in campo una macchina narrativa che ricicla parole desuete e miopi per chiunque attraversi le strade, parlando degli “infiltrati”, o, nel “migliore” dei casi, provando a “mettere il cappello” sulle piazze sperando di capitalizzare alle prossime elezioni, riservandosi comunque la possibilità di discostarsi e condannare «qualsiasi forma di violenza»; contemporaneamente, i sindacati confederali invocano il ritorno all’ordine e un’improbabile mediazione, dibattendo se gli scioperi e i blocchi di questi giorni siano “legittimi” o meno.

Un copione già visto troppe volte e che è necessario disarticolare. Il difficile compito che ci spetta è quello di accompagnare questo processo di disarticolazione, sgombrare il campo dalle soluzioni di comodo, spogliarci di facili preconcetti, e mettere in campo gli strumenti che abbiamo costruito in questi anni di sconforto e sopravvivenza.

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