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fascismi

  • Immagine del redattore: Nueva Icaria
    Nueva Icaria
  • 10 ott
  • Tempo di lettura: 14 min

Aggiornamento: 23 ott

# 1 I nuovi fascismi e la riconfigurazione della controrivoluzione globale

Feliciano De Maria
Feliciano De Maria

Il presente testo è stato originariamente redatto come materiale per il workshop del collettivo <<Colapso y Desvío>>, tenutosi nel marzo 2025 presso il Sitio de Memoria Providencia di Antofagasta (Cile) e intitolato Guerra, crisi e fascismi. La versione qui proposta, pubblicata originariamente sul sito del collettivo, include alcune modifiche apportate successivamente, alla luce delle discussioni e delle interazioni avute con i partecipanti e i collaboratori.


Attraverso la lettura di diversi autori, il testo propone un’analisi articolata sul fenomeno del fascismo. Come sottolineano gli autori stessi, alcuni passaggi e fasi di tale riflessione risultano complessi e sfaccettati, una caratteristica dovuta alla natura stessa dell'oggetto di indagine, sempre più camaleontico e sfuggente. Nonostante ciò, gli autori riconoscono la necessità di approfondire l’analisi delle nuove forme di fascismo facendo chiarezza su come esse rappresentino oggi uno degli strumenti principali attraverso cui il capitale tenta di salvarsi dalla crisi da esso stesso generata.


Pubblichiamo il testo a puntate per gentile concessione del collettivo <<Colapso y Desvio>> e della redazioni di Ill Will dove è apparso l’articolo proposto.


Generals gathered in their masses Just like witches at black masses Evil minds that plot destruction Sorcerer of death's construction In the fields, the bodies burning As the war machine keeps turning[...]”

War Pigs, Black Sabbath. 


Lo spirito di rivolta, in maniera sotterranea, si sta diffondendo in diverse parti del mondo: Serbia, Turchia, Grecia, Indonesia, Italia e Argentina hanno visto proteste più o meno massicce, di durata più o meno lunga. Gli Stati Uniti non hanno fatto eccezione: alle proteste contro la gestione di Trump nel mese di aprile è seguita la rivolta contro l'ICE a giugno. In Europa c'è stata una reazione al riarmo europeo e al tentativo di trascinare tutti i paesi membri della NATO nei conflitti in corso in Medio Oriente e in Ucraina. 


Ma non siamo qui per discutere se ci troviamo di fronte a un nuovo periodo di rivolta, è ancora troppo presto per dirlo o per fare una lettura in profondità della situazione.  Vogliamo piuttosto approfondire lo studio della generalizzazione di un processo controrivoluzionario di carattere globale a cui questi focolai di protesta hanno risposto. Un processo che trova la sua principale espressione nella proliferazione delle politiche espansionistiche e nell'instaurazione della guerra   - intesa sia contro le popolazioni, che tra Stati-nazione, o in altre forme che rinnovano il significato di guerra. La corsa alle nuove tecnologie, alle "risorse naturali", alle terre rare e alle zone strategiche è direttamente collegata alle mutazioni contemporanee di quelli che si ritengono fascismi di nuovo tipo. I saluti nazi-fascisti dei sostenitori di Donald Trump e dell'estrema destra mondiale sono la rappresentazione del ritorno delle forme estetiche e simboliche del fascismo di un tempo; ma questo processo non si riduce solo ad atti di "ribellione di destra". Si tratta piuttosto di un processo globale, che rinnova i meccanismi repressivi già utilizzati per controllare, sterminare ed espellere la popolazione in eccesso, e li estende ad altri territori del pianeta. Da Gaza a Los Angeles, dal Wallmapu all'Europa, il mondo è attraversato da un’ampio ventaglio di forme repressive che compongono l'attuale gestione della crisi capitalista in questa fase post-neoliberista. Il carattere localizzato di ogni movimento reazionario e le differenze politico-strategiche che esistono tra loro non rappresentano una contraddizione alla portata globale di questo fenomeno, ma rappresentano piuttosto la molteplicità di forme che la controrivoluzione può assumere a seconda del contesto nazionale e internazionale. 


Il presente testo è un tentativo, necessario e volutamente parziale, di comprendere il fenomeno reazionario nella sua forma globale, al di là di semplici incasellamenti in una o in un altra categoria concettuale. Se è vero che gli aspetti generali di questo movimento possono risultare familiari e riportarci al fascismo classico, ciò che sosterremo di seguito è che ci troviamo di fronte a una forma storicamente specifica, legata a condizioni oggettive derivante dalla crisi della civiltà capitalista e dalla depredazione ecologica. Si tratta in altre parole, di nuovi fascismi, che negli ultimi mesi hanno suscitato molteplici risposte di resistenza locale, di cui non conosciamo ancora la portata e la durata, ma che prefigurano la possibilità di superare i limiti dei precedenti processi insurrezionali.

A tal fine, partiremo analizzando ciò che è stato generalmente inteso come fascismo nel corso del XX secolo, nonché le divergenze in tale comprensione. Successivamente, ci concentreremo sui focolai di mutazione dell'attuale movimento reazionario, che collochiamo negli Stati Uniti a causa delle sue particolarità che rendono possibile, più che in altre località, l'uso di una potenza distruttiva senza pari, nonché la capacità di esportare le loro politiche nel resto del continente. 


  1. Che cos'è il fascismo? 


<<Il fascismo è nato da un duplice fallimento: il fallimento dei rivoluzionari dopo la prima guerra mondiale, schiacciati dalla socialdemocrazia e dalla democrazia parlamentare, e poi, nel corso degli anni '20, il fallimento dei democratici e dei socialdemocratici nella gestione del capitale. Senza una comprensione efficace del periodo precedente e della fase precedente della lotta di classe e dei suoi limiti, non è possibile comprendere né la natura del fascismo

né la sua ascesa al potere>> 

Gilles Dauvé, Quando le insurrezioni muoiono, 1998. 


Prima di passare a identificare le forme del fascismo contemporanee, dobbiamo analizzare cosa fosse il fascismo in passato. Infatti, sia come concetto che come pratica politica e ideologica, è mutato nel tempo rispetto a quello che viene solitamente considerato il "fascismo storico". Quest'ultimo è un termine generico che si riferisce a una varietà di correnti, movimenti e tendenze - spesso in contrasto tra loro - emersi in diversi paesi durante la prima metà del XX secolo. La comparsa del fascismo è legata alla necessità del capitalismo di assicurarsi la sua riproduzione nel contesto della sua crisi, momento che possiamo individuare con la conclusione storica del capitalismo del XIX secolo e l'apertura epocale alla transizione verso la fase reale del dominio capitalista. 


La crisi del capitale e le guerre mondiali che ne derivarono generarono le condizioni per la formazione e la produzione di forme specifiche del movimento operaio classico: consigli operai, partiti, scioperi di massa — nel contesto cileno, con le mutue, le società di resistenza o il rafforzamento dell'anarcosindacalismo, di pari passo con una corrente mondiale che si sviluppò attorno a queste fondamenta, con l’Industrial Workers of the World (I.WW.). Allo stesso tempo, si crearono le condizioni per la controrivoluzione fascista: sindacato nazionale, democrazia organica, partito-milizia; o, in casi più estremi, organizzazioni paramilitari. Non sorprende che le prime espressioni politicamente organizzate del fascismo, come le Centurie Nere (1900-1917) in Russia, avessero come obiettivo immediato la distruzione e la persecuzione del movimento rivoluzionario (bolscevichi, menscevichi, socialrivoluzionari e anarchici) e delle componenti eterogenee della società russa (i pogrom antiebraici durante la Russia zarista). 


Sebbene le espressioni politicamente organizzate del fascismo possano essere rintracciate alcuni anni prima della prima guerra mondiale, ad esempio nelle già citate Centurie Nere nella Russia zarista, il Partito Operaio Tedesco (1903) dell'Austria-Ungheria o il Cercle Proudhon (1911) in Francia, è solo con la guerra che si verificarono le necessarie rotture all'interno del movimento socialista affinché le sue derive nazionaliste e filomilitariste costituissero le forme più compiute del fascismo europeo. 


Da un lato, il fascismo prende il nome dalla sua espressione italiana, incarnata nel Fasci d'Azione Rivoluzionaria, una scissione del Partito Socialista Italiano (PSI) fondata da Benito Mussolini nel 1914, poco dopo lo scoppio della guerra. Questa nuova scissione partitica riuniva nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex membri del PSI che, come Mussolini, abbracciavano il nazionalismo e promuovevano la partecipazione dell'Italia alla guerra, con discorsi di esaltazione patriottica, idee suprematiste e il desiderio di dispiegare apparati militari che assicurassero all'Italia un posto di superiorità rispetto al resto dei paesi del mondo. Dopo la guerra, in seguito al crollo delle aspettative espansionistiche del nazionalismo italiano, Mussolini, insieme ai futuristi, costituì i Fasci italiani di combattimento, un'organizzazione paramilitare che cercava di portare avanti lo spirito distruttivo e martirizzante dei veterani di guerra. Questo sarebbe stato il nucleo del futuro Partito Nazionale Fascista che sarebbe riuscito a conquistare il potere. 


Tuttavia, il fascismo va oltre la sua espressione italiana e questa non rappresenta la totalità del fenomeno fascista, ma piuttosto solo una sua espressione specifica che gli dà il nome. Il fascismo deve invece essere inteso come la risposta alle esigenze difensive della classe dominante in un momento particolare della crisi capitalista, che ha come punti fondamentali la serie di guerre di confine dall'inizio del XX secolo e lo sviluppo delle forme di lotta di classe in Europa. Ciò ci permette di comprendere il fascismo non solo dalle particolarità delle sue espressioni più compiute, ma anche dalle condizioni materiali risultanti da anni di crisi strutturale del capitale. 


La costruzione della soggettività fascista si inquadra quindi nel fallimento della borghesia nel gestire il malcontento sociale e il generale impoverimento della classe operaia. Le file del fascismo erano composte principalmente da veterani della prima guerra mondiale, classi medie precarizzate (proprietari terrieri, aristocrazia operaia, piccola borghesia) e da coloro che erano delusi dal fallimento dell'internazionalizzazione della rivoluzione nel resto del continente tra il 1917 e il 1920. Sebbene esistessero notevoli differenze tra le espressioni del fascismo, esso era caratterizzato dall'essere un movimento di massa guidato da una figura carismatica e organizzato attraverso gruppi paramilitari e squadroni di combattimento inizialmente separati dallo Stato, che successivamente istituzionalizzò nei contesti in cui arrivò al potere. Il suo discorso promuoveva la difesa dei valori della mascolinità egemonica dell'epoca, che si basava su ruoli e immaginari legati all'eroismo e al militare. Allo stesso modo, promuovevano la nazione, la violenza e il culto della guerra, nonché l'emergere di quella che Jünger avrebbe definito "l'estetica della mobilitazione totale": un ribaltamento di tutta l'attività (ri)produttiva della società verso quella bellica. Partendo da una retorica antiborghese e antiliberale, si mascherò con un'impronta anticapitalista e antisistema, difendendo al contempo la proprietà privata, lo Stato e il lavoro. 

D'altra parte, la costruzione di una narrativa che attribuisce la responsabilità della crisi del capitalismo a un certo settore della società è una delle caratteristiche centrali del fascismo; vale a dire, la creazione di una soggettività-altra, che si insedia come un grande nemico da sconfiggere: comunista, ebreo o migrante, nei casi più noti. È a partire da queste narrazioni che hanno giustificato l'attuazione di un programma di sicurezza basato su persecuzioni, espulsioni, torture e censure nei confronti dei loro nemici politici e di classe, poiché questi crimini sarebbero stati un mezzo per ripristinare un ordine "naturale" (e ontologico) delle cose. Allo stesso modo, ciò portò a un forte controllo della propaganda e della stampa, utiliate, a partire da questa mobilitazione totale verso la guerra, come strumenti di esaltazione dei loro discorsi. 


Umberto Eco, nel suo famoso saggio Ur-Fascismo (1995), ha descritto i tratti centrali e distintivi che compongono la matrice delle tendenze fasciste, che possono verificarsi in qualsiasi momento della storia umana e in forme diverse. Questi sono particolarmente utili per rendere conto di un modello comune nelle diverse incarnazioni del fascismo. Alcuni di questi tratti sono: il culto del leader carismatico che incarna la volontà del popolo, come se si trattasse di un contratto sociale; la militarizzazione della società come strumento necessario per preservare l'ordine e la stabilità, nonché per prepararsi a qualsiasi aggressione alla nazione, il che porta a un'ossessione per la sicurezza; il culto del patriottismo, che si esprime nella costruzione di simbolismi comuni, per conferire caratteristiche mitologiche al regime, il rifiuto della diversità, la paura dell' “altro” (stranieri, minoranze sessuali ecc.), rifiuto della sinistra, e un'economia guidata dallo Stato per rafforzare il nazionalismo. 


D'altra parte, recentemente è circolata sui social network una lista di 14 caratteristiche del fascismo, elaborata dal politologo Lawrence Britt nel 2003, che ha alcuni punti in comune con la lista dell'Ur- Fascismo proposta da Eco. Un nazionalismo potente e il continuo disprezzo per il riconoscimento dei diritti umani, l'identificazione dei nemici, i capri espiatori come causa unificante, la supremazia dei militari, il sessismo come strategia di terrore, i mezzi di comunicazione controllati, legami con la chiesa, protezione del potere corporativo, censura e repressione della cultura, ossessione per il crimine e la punizione, corruzione e clientelismo sfrenati e manipolazione elettorale. 


Tuttavia, questa interpretazione del fascismo come immortale e a-storico che, indipendentemente dalle sue forme concrete, condivide alcune caratteristiche che può combinare a suo piacimento, genera più problemi di quelli che cerca di risolvere. Il fascismo, contrariamente a quanto sostengono Eco e coloro che continuano a seguire questa ipotesi, risponde a un contesto storico particolare; allo stesso modo, la sua ricomparsa sotto nuove forme non avviene per una presunta caratteristica eterna del fascismo, ma per la generalizzazione di alcune condizioni di esistenza che rendono possibile tornare a parlarne nel presente. Questi movimenti neo-reazionari, che hanno maggiore forza in alcune parti del mondo, non presentano necessariamente gli elementi del fascismo storico, proprio perché hanno la capacità di adattarsi ai contesti situati, sia territoriali che epocali, pur mantenendo un aspetto fondamentale: la difesa del Capitale e dei suoi vertici. Il potenziale di questi nuovi fascismi e il loro sviluppo nelle principali potenze mondiali, come gli Stati Uniti, rendono urgente la loro comprensione. 



  1.  Gli Stati Uniti e il perfezionamento del fascismo. 


<<Non credo che un leader carismatico sia una parte necessaria del fascismo attuale. Come qualsiasi altro movimento, qualsiasi altra forma di oppressione, anche il fascismo dipende dalle tendenze generali della società. Il fascismo americano avrà un aspetto diverso dal fascismo tedesco e, senza dubbio, nella misura in cui la società americana è diversa dalla società tedesca del 1933. Non è più necessario un leader carismatico. Ricordo un'eccellente formulazione di William Shirer che, Dio solo sa, non è socialista: quest'uomo ha recentemente affermato che il fascismo americano sarà probabilmente il primo a salire al potere con mezzi democratici e con il sostegno democratico.>>

Intervista a Herbert Marcuse, Stati Uniti: questioni di organizzazione e il soggetto rivoluzionario, 1970. 


Dalla prima presidenza di Donald Trump, il dibattito sul fascismo negli Stati Uniti ha acquisito maggiore forza, ma non è un dibattito limitato a questo secolo, bensì è stato oggetto di discussione dei principali intellettuali radicali sin dal dopoguerra. Al di là del qualificare o meno l'attuale governo come fascista, la discussione sul carattere fascista della più grande potenza militare del mondo ci fornisce alcuni strumenti concettuali di estrema importanza per poter identificare e sviluppare una comprensione molto più ampia delle forme rinnovate di fascismo in tutto il mondo. Se dopo il movimento del '68 la Francia, e in particolare la Nouvelle Droite, è diventata la principale esportatrice delle teorie dei nuovi fascismi, oggi il movimento neoreazionario statunitense è il centro della controrivoluzione in Occidente. 


Un fascismo americano non ha bisogno di essere a immagine e somiglianza del fascismo italiano o del nazionalsocialismo tedesco. Il suo potenziale è invece profondamente «(...) intrecciato alle storie di schiavitù e sterminio, espropriazione e dominio che continuano a plasmare il presente degli Stati Uniti, materialmente e ideologicamente». Alberto Toscano riprende le analisi di pensatori radicali neri per analizzare il potenziale fascista del corpo politico statunitense e delle sue istituzioni governative: «Angela Y. Davis, come George Jackson, hanno identificato l'apparato statale statunitense come il luogo di rinascita o addirittura di perfezionamento di alcune caratteristiche dei fascismi storici».


Ciò che è particolarmente interessante nell'analisi di Davis e Jackson è che, sviluppandola a partire dalle esperienze collettive delle persone razzialmente escluse dal sistema dei diritti della democrazia liberale, il fascismo smette di essere utilizzato per riferirsi solo a un movimento politico o a una forma di governo dittatoriale specifica, ma viene inteso come un meccanismo di potere intrinseco al capitalismo che ha avuto il suo terreno fertile nei processi coloniali di tre secoli fa. Per esprimersi, il fascismo non ha più bisogno di incarnarsi in un partito-milizia concreto, ma viene assimilato nei meccanismi e nelle istituzioni politiche che costituiscono la democrazia liberale occidentale. Una delle caratteristiche centrali di questo fascismo è la «generalizzazione del terrore carcerario razzializzato nella società». Questo approccio alle "forme democratiche del fascismo" è condiviso da Theodor W. Adorno, che in una conferenza del 1959 affermò: «A mio parere, la sopravvivenza del nazionalsocialismo nella democrazia è potenzialmente molto più minacciosa della sopravvivenza delle tendenze fasciste contro la democrazia».


La scelta del proletariato nero e del movimento contro la guerra del Vietnam di iniziare a usare il termine fascista come insulto nei confronti della polizia bianca era certamente azzeccata. «L'esperienza razzializzata della negazione dei diritti civili in una democrazia liberale può rendere confusa la distinzione tra questa e il fascismo a livello di esperienza vissuta». Oggi, dopo la rivolta di strada del 2020 per l'omicidio di George Floyd e, più recentemente, la ribellione dei migranti contro l'ICE, la popolazione statunitense ha potuto distinguere forme repressive ed estetiche che riecheggiano il nazifascismo del passato: sia ieri che oggi i poliziotti sono maiali fascisti. Ma se il fascismo persiste all'interno della democrazia e delle sue istituzioni come meccanismo intrinseco al suo funzionamento, ciò significa che il fascismo politico, inteso come movimento di massa analogo a quello del XX secolo, non è più una peculiarità del presente? 


Prima di rispondere, dobbiamo andare più indietro nel tempo. Nel 1934, tre decenni prima che Davis e Jackson sviluppassero le loro analisi sul fascismo americano, e ancora a qualche anno dallo scoppio della seconda guerra mondiale, il comunista Paul Mattick rifletteva sulla diffusione del fascismo in tutto il mondo, in particolare sulla possibilità che il governo di Franklin D. Roosevelt degenerasse in un regime fascista dittatoriale. L'emergere del fascismo in Europa veniva così spiegato: «I vecchi metodi democratici non sono più soddisfacenti; devono essere sostituiti da metodi più agili e diretti. Un governo non è più sufficiente; ciò che serve è una dittatura. Il fermento e il malcontento sociale nell'ultima fase del capitalismo devono essere repressi e controllati affinché il sistema possa sopravvivere». 


Mattick analizza alcune precondizioni teoriche per l'emergere del fascismo in un paese come gli Stati Uniti, partendo dall individuare il fascismo come prodotto della crisi del capitale e parallelamente come via d'uscita attraverso l'espansionismo militarista e la modernizzazione dell'apparato statale. Affinché le classi dominanti siano determinate a promuovere tendenze fasciste all'interno di un paese, è necessario un impoverimento generalizzato delle classi medie. Il fascismo si nutre dell'insoddisfazione di queste ultime e la indirizza non contro il capitalismo o i suoi agenti, ma contro il proletariato. La minaccia di una rivoluzione è una condizione preliminare per l'utilizzo del fascismo al fine di garantire la sopravvivenza del sistema. 


La convinzione che gli Stati Uniti potessero evolvere in una dittatura fascista durante l’era del New Deal era diffusa tra diversi pensatori radicali e militanti comunisti. Mattick, tuttavia, escluse che ciò potesse avvenire nel breve periodo, poiché il fascismo, pur rappresentando una possibile risposta alla crisi del capitalismo, non è l’unica. Allo stesso modo, lo sviluppo della lotta di classe non aveva ancora prodotto le condizioni necessarie per l’affermazione fascista. Ciononostante, Mattick avvertiva che tale possibilità rimaneva latente all’interno delle vecchie organizzazioni della classe media e dell’aristocrazia operaia. 


[...] quando la classe media si impoverirà più di quanto non sia attualmente, il fascismo crescerà negli Stati Uniti a un ritmo molto più vertiginoso che in qualsiasi altro luogo. Infatti, se la situazione negli Stati Uniti continuerà come oggi, il fascismo avrà molte più possibilità di svilupparsi rispetto al movimento operaio rivoluzionario


Mattick ha saputo comprendere lo scenario pessimistico che ci attendeva, dato che da allora è stato più probabile il verificarsi del fascismo che quello della rivoluzione. Tuttavia, se applichiamo ciecamente la sua analisi al presente, ci troviamo di fronte all'apparente assenza di uno dei suoi presupposti per la nascita del fascismo, cioè una “minaccia” rivoluzionaria. Se pure l'impoverimento delle classi medie e la loro mobilitazione attorno a politiche populiste, come l'espulsione dei migranti e la formazione di gruppi paramilitari è in atto da alcuni anni; al contrario l'impoverimento generalizzato della classe operaia non ha portato alla sua radicalizzazione, né alla sua auto-organizzazione, favorendo invece una corsa individualista alla sopravvivenza attraverso l'esaltazione della propria soggettività e la ricerca del successo costruito sulle narrazioni capitalistiche. 


Se l'ondata reazionaria di libertari, neonazisti e suprematisti bianchi è effettivamente la manifestazione, ad oggi, di un fascismo specificamente statunitense, questo non sarebbe stato risvegliato in modo reattivo da alcuna minaccia rivoluzionaria al capitalismo in crisi. Almeno non se consideriamo che tale minaccia debba essere rappresentata da un movimento operaio organizzato e unificato. Il che risulta paradossale, dato che questa fase del capitalismo è invece caratterizzata dalla «decomposizione del proletariato come agente rivoluzionario«.Cioè la frammentazione della classe e, parallelamente, uno scontro interno ad essa, rappresentato soprattutto, ma non esclusivamente, dalla tensione tra la crescente popolazione in eccesso rispetto alle esigenze del capitale e la lotta dei lavoratori per conservare le loro condizioni di vita salariata minacciate dallo sviluppo capitalistico. Ciò non deve essere interpretato come una negazione del potenziale carattere rivoluzionario del presente, ma piuttosto come una condizione che determina il modo in cui la rivoluzione sarebbe possibile in questo momento. 


Dovremmo quindi scartare la tesi secondo cui vi è un espressione politicamente organizzata di nuovi fascismi, per l'assenza di una delle loro caratteristiche distintive? Non crediamo che sia così semplice, poiché i movimenti neoreazionari contemporanei mantengono un'altra delle caratteristiche principali del fascism: la difesa dell'ordine esistente e del relativo contesto nella crisi generalizzata del capitalismo. 


Se pensassimo alla possibilità di un fascismo nel presente solo come una replica delle sue forme storiche durante il XX secolo, arriveremmo a due possibili conclusioni. Primo: il fascismo è un prodotto del suo tempo e l'uso del termine è restrittivo poiché le condizioni materiali in cui è emerso non esistono più. Secondo: saremmo favorevoli a forzare l'inquadramento di tutti i movimenti nazionalisti e conservatori del presente nella categoria classica del fascismo, senza metterne in discussione le differenze. Contrariamente a entrambe le conclusioni, il fascismo è un prodotto storico condizionato dallo sviluppo del capitalismo, per cui trae le sue caratteristiche dal contesto e dall'epoca in cui emerge, il che rende possibile una varietà di forme che condividono una caratteristica fondamentale: proteggere un capitalismo in crisi. 


Sulla base delle analisi di Mattick e dei radicali neri negli Stati Uniti, si potrebbe erroneamente interpretare che l'espressione politicamente organizzata del fascismo nel presente non sia possibile in assenza di una delle sue precondizioni (Mattick) o non sia necessaria, poiché i suoi meccanismi repressivi sono già stati assimilati e perfezionati dalle democrazie liberali (Davis e Jackson). Al contrario, invece di concludere che il fascismo politico sia irrealizzabile, bisognerebbe comprendere la simultaneità di entrambe le forme (macro e micro-politica). E parallelamente comprendere come queste strutture politico-giuridiche consentono la manifestazione di una diversa espressione del fascismo nella contemporaneità.


Continua nella prossima puntata...

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