fascismi
- Mikkel Bolt Rasmussen

- 28 mag
- Tempo di lettura: 7 min
Aggiornamento: 4 giu
Il nuovo fascismo [1]

Pubblichiamo la prima parte dell’intervento tenuto da Mikkel Bolt Rasmussen durante la presentazione del suo ultimo libro Fasciocapitalismo, pubblicato da Edizioni Malamente con una prefazione di Elia Rosati lo scorso autunno. La presentazione si è tenuta il 14 marzo nella facoltà di Lettere dell’università La Sapienza, come iniziativa di formazione in vista del corteo del 25 aprile di Roma Est. Il contributo dell’autore sviluppa la tesi espressa nel libro anche alla luce della rielezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, avvenuta a novembre 2024, e gli eventi che ne sono seguiti.
Sicurezza dello Stato
La militarizzazione della democrazia nazionale in occidente sta conoscendo oggi un’accelerazione sempre più rapida, in particolare negli Stati Uniti. Si tratta di uno sviluppo storico di lungo periodo, la cui origine risale almeno al 2001 e alla cosiddetta “guerra al terrore”, durante la quale le libertà civili sono state sistematicamente sospese nella maggior parte dei paesi occidentali, concedendo alle forze di sicurezza maggiore agibilità e potere di sorveglianza. La pandemia e le sue ricadute economiche, legate ai lockdown del 2020, hanno ulteriormente spianato la strada a un'estensione dei dispositivi securitari, di controllo e repressione.
Rispetto a quello che dicono i commentatori liberal e mainstream, la svolta securitaria di Trump non è un fenomeno radicalmente nuovo, riconducibile esclusivamente ai "nuovi fascisti". Piu che una rottura qualitativa, ci troviamo davanti all’intensificazione di tendenze già esistenti. Basti pensare alla Francia nel 2019, dove la polizia ha brutalmente represso le manifestazioni dei Gilet Gialli: diverse persone sono rimaste uccise e centinaia sono state mutilate, perdendo arti o la vista. Ovviamente esistono differenze significative tra gli Stati Uniti e la Francia (nella storia coloniale, nell’organizzazione e nel funzionamento delle forze dell’ordine) ma l’intensificazione della violenza poliziesca sembra rappresentare oggi un principio trasversale a molte democrazie occidentali: da Portland a Parigi. La funzione della polizia resta quella di garantire il monopolio della violenza da parte dello Stato e man mano che crescono i conflitti sociali e si acuiscono le contraddizioni del sistema, aumenta anche la repressione.
Questa risposta violenta da parte degli Stati va compresa nel quadro di uno sviluppo più profondo e di lungo periodo. La pandemia ha infatti messo a nudo ciò che era in corso da decenni nelle cosiddette “economie avanzate”: l’evoluzione delle istituzioni politiche e giuridiche del capitalismo occidentale. Lo Stato sociale del dopoguerra è stato progressivamente smantellato: la sanità e i servizi pubblici sono stati oggetto di tagli prolungati, mentre in parallelo si è intensificata, in modo silenzioso ma costante, la funzione securitaria dello Stato. Con i tagli del welfare, è cresciuta l’urgenza di contenere e neutralizzare le cosiddette “classi pericolose”. Certo, lo Stato ha sempre esercitato la funzione di mantenere l’ordine pubblico, reprimere i conflitti e proteggere la proprietà privata; tuttavia, come hanno osservato studiosi come Peter Mair e Wendy Brown, negli ultimi decenni lo Stato si è sempre più svuotato di contenuti politici, riducendosi a un apparato tecnico-amministrativo e repressivo. Il compromesso di classe del dopoguerra, che aveva parzialmente integrato le classi subalterne all'interno della democrazia liberale, attraverso accordi con le loro organizzazioni rappresentative, garantendo l’accesso alla cultura, al lavoro e all’istruzione, è oggi venuto meno. A prevalere è ora la dimensione poliziesca e di sorveglianza. Quando la repressione “morbida” del dissenso non è più possibile, lo Stato si affida alla coercizione. La democrazia nazionale è sempre in grado di inasprire la propria componente repressiva, a prescindere da chi sia al governo, che si tratti della “destra” o della “sinistra”.
Negli Stati Uniti, il processo di accumulazione del capitale è sempre stato profondamente violento: dallo sterminio dei popoli indigeni alla schiavitù, fino al sistema carcerario contemporaneo. Le “classi pericolose” sono sempre state represse o rigidamente controllate, e la polizia, o diverse forme di milizie, ufficiali o informali, sono sempre state la risposta sistemica ai “problemi sociali”. Non è un caso se W.E.B. Du Bois definì gli Stati Uniti un “dispotismo democratico” [1].
Disintegrazione
Ci troviamo in una fase tumultuosa, in cui le certezze del passato si dissolvono rapidamente. Pochi avrebbero previsto un ritorno del fascismo in Occidente, ma il costante peggioramento di una crisi economica prolungata (quella che gli economisti borghesi definiscono oggi "stagnazione secolare"), dopo oltre trent’anni di calo dei tassi di profitto, non solo ha generato fratture all’interno delle classi capitalistiche nazionali, ma ha anche portato un numero crescente di persone a scendere in piazza. L’ordine dominante quindi è minacciato non solo dall’implosione interna (tra lotte geopolitiche e la disintegrazione di una politica nazionale coerente) ma si trova a fronteggiare anche le rivolte che, in modo disomogeneo e intermittente, si ripetono in tutte le parti del mondo. Questo è il quadro almeno dal 2011.
Tali rivolte non si sono coagulate in un fronte rivoluzionario organico, ma costituiscono un’alternativa in potenza. Per il potere costituito è quindi diventato cruciale prevenire che queste rivolte si sviluppino in un movimento rivoluzionario. Le forze paramilitari di Trump e le sue truppe d’assalto non ufficiali, come i Proud Boys che hanno partecipato all’assalto del Congresso nel gennaio 2021, sono una manifestazione concreta di questa strategia di cancellazione della resistenza antisistemica, che mira a neutralizzare rapidamente le proteste.
Il problema, tuttavia, è che l’ordine dominante fatica a proporre una reale alternativa. È per questo che la polizia oggi appare sempre più come un esercito di occupazione piuttosto che come un garante della “legge e dell’ordine”, ammesso che questo “ordine” abbia ancora un significato condiviso. L’imperialismo sta tornando a casa e macchina da guerra e controinsurrezione si fondono [2].
Il centro politico è imploso, e l’establishment cerca oggi nuove soluzioni. Il nazionalismo estremo dei politici tardo-fascisti si insinua in questo vuoto. L’egemonia del capitale finanziario è giunta al termine, e la xeno-transfobia dei tardo-fascisti detta la linea da seguire in questa crisi. Quello che era il sistema della “globalizzazione” non funziona più e viene oggi smantellato o irrigidito attraverso la xenofobia e il nazionalismo. Trump incarna perfettamente questa evoluzione. È, allo stesso tempo, il sistema (in quanto presidente) ma appare anche come una ribellione contro l’establishment politico. Rappresenta una rottura con il precedente consenso politico, esplicitando apertamente il razzismo strutturale e la crescente militarizzazione dello Stato.
Il razzismo non si maschera più dietro il linguaggio dell’umanesimo, della democrazia o dello sviluppo. Mentre Obama, al Cairo nel 2009, parlava di “un nuovo inizio”, Trump minaccia il mondo intero di bombardamenti e invasioni. Dall’uso intensivo, quasi clandestino, dei droni da parte di Obama e dalla giustificazione moralistica dell’assassinio del “terrorista” Bin Laden, si passa all’invio di truppe paramilitari nelle città statunitensi, alla detenzione da parte dell’ICE di studenti che protestano contro il genocidio a Gaza, fino alle proposte di prendere il controllo della Groenlandia e del Canada e ai deliri quotidiani contro l’UE, la Cina, il Messico e praticamente chiunque nel mondo, fatta eccezione per Putin.
Naturalmente, gli Stati Uniti sono stati fin dalle origini uno Stato coloniale di stampo razzista e, dagli anni Venti, un impero, intervenendo innumerevoli volte in tutto il mondo per rovesciare governi eletti secondo i propri interessi. Ora, le invasioni che si compivano in Afghanistan e in Iraq stanno tornando a casa: il nemico non è più soltanto il musulmano o lo straniero, ma anche il manifestante, il dissidente, chiunque si opponga. “Make America Great Again” significa oggi moltiplicare le esclusioni.
Il ritorno della storia
Se il XX secolo è stato segnato dal dominio degli Stati Uniti, il nuovo secolo si prospetta come un doloroso e contraddittorio declino per la superpotenza mondiale dichiarata. Trump rappresenta una risposta aggressiva e ambivalente a questo processo [4]. Egli promette, o minaccia, di ripristinare la grandezza americana. A differenza di Clinton, Biden, Harris e del resto della classe politica, Trump riconosce apertamente che gli Stati Uniti sono in crisi, e questo è parte della sua attrattiva, ciò che lo distingue dall’élite di Washington DC. La sua soluzione consiste nel mobilitare la classe media attraverso un ultranazionalismo palingenetico fondato su razzismo, misoginia e cristianesimo evangelico [5]. Trump si propone come l’uomo in grado di fare il “lavoro sporco” rafforzando l’esclusione e la repressione; sarà lo Stato autoritario a gestire la situazione e a invertire la rotta. Così facendo, ovviamente, Trump non fa che aggravare la crisi e intensificare i conflitti.
Qualsiasi analisi della sua rielezione deve partire dalle rivolte seguite all’omicidio di George Floyd, che resta l’evento “politico”, o meglio antipolitico, più rilevante della storia americana recente. A Minneapolis e in altre città, nel 2020, il potere statale ha incontrato una sfida radicale. [...]
La portata delle proteste è stata impressionante: si è trattato dell’ondata di mobilitazioni più esplosiva della storia americana recente. Le lotte contro il razzismo strutturale negli anni Sessanta o la resistenza alla guerra in Vietnam impiegarono molto più tempo per raggiungere un’intensità simile. Dalle testimonianze e dai resoconti dei partecipanti emerge una composizione molto più multietnica e variegata rispetto al passato. Occupy Wall Street era rimasto perlopiù composto da giovani studenti bianchi, e Black Lives Matter era stato inizialmente a prevalenza afroamericana; le nuove proteste, invece, hanno unito una folla più eterogenea di malcontenti, determinati a non farsi intimidire né dalla polizia, né dai coprifuoco, né dal rischio di contrarre il Covid, né dalla violenza statale. È stata una sfida diretta alla repressione e alla politica della paura.
Le proteste del 2020 hanno rivelato una crisi politica e sociale, oltre che economica, di dimensioni enormi.
L’economia statunitense è in contrazione sin dagli anni Settanta, e una quota crescente di valore prodotto (peraltro in progressiva diminuzione) è finita nelle mani di una ristretta élite. Gli Stati Uniti sono oggi una società profondamente diseguale. Per lungo tempo, una parte della classe operaia ha potuto sopravvivere grazie all’accesso ai prestiti, ma la crisi finanziaria ha messo fine anche a questo. Sempre più persone sono state costrette a ricorrere al lavoro precario e in nero o alla criminalità. Il risultato è stato un’esplosione della popolazione carceraria [6]. In particolare, le persone nere sono state le principali vittime di questo processo. Quando l’ennesimo afroamericano è stato ucciso dalla polizia, è stato un omicidio di troppo. George Floyd è stato solo l’ultimo anello in una catena apparentemente infinita di esecuzioni da parte delle forze dell’ordine.
La storia è tornata, sotto forma di vendetta.
Note
[1] William E. B. DuBois, African Roots of War, “Atlantic Monthly”, Maggio 1915, pp. 707-714.
[2] Stuart Schrader, Badges without Borders: How Global Counterinsurgency Transformed American Policing, University of California Press, Oakland 2019.
[3] Nikhil Pal Singh, Race and America's Long War, University of California Press, Oakland 2017.
[4] Come mostra Greg Grandin nel suo The End of the Myth, Trump è sintomo della fine del sogno dell’eccezionalismo americano, dove la frontiera è sostituita dal muro. La visione progressista ed espansiva (che ha assunto la forma della guerra e del mercato capitalista) è stata sostituita dal nazionalismo razzista. Greg Grandin, The End of the Myth: From the Frontier to the Border Wall in the Mind of America, Metropolitan Books, New York 2019.
[5] Ultranazionalismo palingenetico è la definizione di fascismo proposta da Roger Griffin. Roger Griffin, The Nature of Fascism, Routledge, Londra e New York 1993.
[6] Ruth Wilson Gilmore, Golden Gulag: Prisons, Surplus, Crisis, and Opposition in Globalising California, University of California Press, Berkeley e Londra 2007
Mikkel Bolt Rasmussen insegna presso il dipartimento di Arte e studi culturali dell’università di Copenaghen, è autore di molti saggi, tradotti in italiano La controrivoluzione di Trump (Agenzia X, 2019) e Dopo il grande rifiuto (Agenzia X, 2021).

